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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. WILHELM ISTLER Nazione: Svizzera Luogo di nascita: Basilea Data di nascita: 01.01.1890 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Willy Alla Juventus dal 1912 al 1913 e dal 1915 al 1917 Esordio: 13.10.1912 - Amichevole - Juventus-Casale 0-2 Ultima partita: 06.05.1917 - Amichevole - Torinese-Juventus 2-3 0 presenze - 0 reti
  2. HUGO MÜTZELL https://it.wikipedia.org/wiki/Hugo_Mützell Nazione: Germania Luogo di nascita: Baden Data di nascita: 05.01.1878 Luogo di morte: Rio de Janeiro (Brasile) Data di morte: 06.03.1964 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1902 al 1904 Esordio: 02.11.1902 - Amichevole - Juventus-Milan 3-3 Ultima partita: 22.11.1903 - Amichevole - Juventus-Milan 1-0 0 presenze - 0 reti Hugo Mützell (... – ...; fl. XIX-XX secolo) è stato un calciatore e dirigente sportivo tedesco. Hugo Mützell Nazionalità Germania Calcio Ruolo Difensore e attaccante Termine carriera 1907 Carriera Squadre di club 1902-1904 Torinese 6 (0) 1907 Torino 5 (0) Biografia Nato nella Germania prussiana, Mützell si trasferì a Torino, in Italia. Giocò nel Torinese e fu tra i soci fondatori del Torino, di cui fu anche giocatore e consigliere. Successivamente lasciò l'Italia per trasferirsi in Brasile, ove ritrovò nel 1914 i granata durante la loro tournée sudamericana. Carriera Mützell affrontò il campionato del 1902 in forza al Torinese, con cui esordisce ufficialmente il 2 marzo 1902 nel pareggio per 1-1 contro la Juventus. Con il FC Torinese, dopo aver superato dopo uno spareggio il Girone Eliminatorio Piemontese, raggiunse la semifinale del torneo, da cui il suo club venne estromesso a causa della sconfitta nella gara unica contro il Genoa. Sono accertate dai tabellini solo due presenze sulle cinque partite giocate dal FC Torinese. È incerta la sua presenza nella rosa del FC Torinese nella stagione seguente, da cui il suo club fu estromesso al primo turno dell'Eliminatoria Piemontese dalla Juventus, ma non vi è certezza a causa del tabellino incompleto. Nella stagione del 1904 è eliminato con il suo club nell'Eliminatoria Piemontese dalla Juventus. Dopo aver partecipato alla fondazione del Torino, divenendone anche consigliere, esordì con i granata nel primo incontro ufficiale disputato dai torinisti, ovvero il 13 gennaio 1907 nella vittoria per 2-1 contro la Juventus. Con il suo club giunse al secondo posto del girone finale del torneo, ad un solo punto dai campioni del Milan.
  3. VOSCOTTO Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1928 Esordio: 16.04.1928 - Amichevole - Grion Pola-Juventus 1-6 0 presenze - 0 reti
  4. PASQUALE SANSOLINI Nazione: Italia Luogo di nascita: San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) Data di nascita: 12.08.1929 Luogo di morte: San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) Data di morte: 12.04.2007 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1949 al 1950 Esordio: 04.09.1949 - Amichevole - Pro Patria-Juventus 0-1 0 presenze - 0 reti
  5. CARLO OSTORERO Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1911 al 1913 Esordio: 08.04.1912 - Amichevole - Juventus-Austria Vienna 2-2 Ultima partita: 25.05.1913 - Amichevole - Juventus-Andrea Doria 2-4 0 presenze - 0 reti
  6. SIMONE NAPOLI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: 10.07.1994 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2011 al 2012 Esordio: 06.10.2011 - Amichevole - Juventus-Chieri 9-1 0 presenze - 0 reti
  7. MICHAEL LAUDRUP Beato lui, che conserva benessere psicofisico, dopo due anni intossicanti di Lazio – scrive Marco Morelli sul “Guerin Sportivo” del 19 giugno 1985 –. E che si servirà dell’infallibile Juve per entrare nel nostro epos, quale mirabile esempio di tecnica calcistica, sopravvissuto con il sangue intatto ai vecchi germi della confraternita biancoazzurra. Inutilmente i diaconi di Roma hanno tentato di spaccarlo in mille frammenti. Inutilmente a «Michelino» Laudrup abbiamo ripetuto indignati ch’era fragile, di vetro soffiato, vagheggiando generosi Ajaci per la salvezza del club di Chinaglia. Ora sappiamo che ha prevalso su qualsiasi disfatta il suo gelido istinto di conservazione, né mai avrebbe potuto trasformarsi da ghiaccio in fuoco per amor di giornalismo magniloquente, di fanatica, inutile lazialità. Eccoci dunque ai saluti. Eccoci dunque pronti ad ammettere il clamoroso errore di partenza: quando lo vedemmo, spaurito, arrivar dal Broendby e istintivamente trasferimmo in questo danese figlio d’arte, l’idea della riscossa, d’un diritto al futuro senza spaventi. «Ma nel football si gioca in undici», ripete ancora con la voglia di combattere le delusioni tutt’intorno. «E dominano schemi, geometrie ineliminabili. Nessun Caravaggio del pallone sarebbe riuscito a dare alla squadra del mio passato quanto non aveva. All’interno d’essa pure Maradona si sarebbe messo le mani nei capelli prima o poi. Io ho dato il possibile, non ho rimorsi. La situazione in cui siamo piombati alla svelta avrebbe schiacciato pure Maciste». La valigia è pronta, la casa è stata disdetta, il passato gramo è alle spalle. Gli leggo negli occhi la fretta di ricominciare in quella specie di castello incantato che deve essergli sembrato sempre il club di Boniperti. Con pudore, però, riduce le emozioni all’essenziale. Gli basta osservare: «Almeno riuscirò a divertirmi di più, diminuiranno i ritiri opprimenti. Da quando fui parcheggiato nella capitale, ho avuto la libertà col contagocce. Sono stato sempre prigioniero di qualche albergo, sempre in clausura ad attendere la domenica successiva alla stregua della fine d’un incubo. Poi l’incubo ricominciava il lunedì... È brutto lottare sempre con, l’acqua alla gola, a vent’anni... Tutto si complica, tutto è condizionato dalla chimera irraggiungibile del risultato. Evidentemente non sono tagliato per soffrire, non sono il missionario che desideravano. Dalla vita, infatti, ho avuto alla svelta il necessario e pure di più, grazie a mio padre, Finn, che dava del tu al pallone in Danimarca o nel Rapid di Vienna, e mi ha trasmesso le sue qualità, la fantasia, l’allegria. Purtroppo, nella Lazio ridevo sempre meno. C’erano solo da dividere ripetute umiliazioni, con Giordano e gli altri». Vivere non può essere faticoso mestiere, quando si è giovani ancorché predestinati al successo. E nell’estate della Serie B, d’improvviso lo scenario muta dinnanzi al suo sorriso da réclame. C’è la Juve per il principe biondo che deve aver spesso bisbigliato «essere o non essere con Trapattoni, questo il dilemma», nelle ore gravi dello sfascio firmato via via Carosi, Juan Lorenzo, Oddi. Può ammetterlo? Arrossisce quanto basta a capire il senso dell’imminente confessione. «Io vorrei conoscere un calciatore che non sogna la maglia bianconera della Signora degli scudetti. In verità, avevo avuto pure altre proposte, ma non le avrei accettate... Se non mi avessero chiamato a toccare il cielo con un dito, sarei rimasto dov’ero, a soffrire in B. Non dimenticherò mai i giorni della retrocessione. Dalla Lazio ho avuto rari momenti belli: ricordo soprattutto l’ultima partita della stagione scorsa, a Pisa, quando ci salvammo col cuore in gola, per il rotto della cuffia. Avevamo fatto meglio del Genoa nei confronti diretti... Vidi un po’ di luce, m’illusi che il peggio fosse passato. Invece siamo ripiombati subito nel buio e contro l’Udinese all’Olimpico, a metà campionato, mi sono sentito distrutto. Si può perdere, ma guai a ritrovarci demotivati a metà cammino... Ed io, con la Lazio, non ho partecipato a una Serie A intera; ho partecipato a un girone d’andata e successivamente a un calvario...». Basta così. Michael Laudrup non avrà più da accettare il protrarsi indebito d’irrealizzabili desideri di grandezza. La sua faccia – che non è mai dolorosa e stonerebbe tra quelle «della classe operaia» cui non tocca in premio il paradiso –, risulta semplicemente degna d’entrare nelle aristocratiche foto di gruppo degli eletti cari agli Agnelli, finito il tempo dei sospiri. Juventino per censo, per vocazione, per cromosomi calcistici. Ma la gioia della ventura consacrazione non gli impedisce di dimenticare certi stati d’animo e allora corregge: «Juventino, anche se per colpa del destino o di nessuno, ho rischiato di finir coinvolto nella bufera laziale, compromettendo il futuro. È stato in certo qual senso Boniek a tirarmi fuori dai guai. Si fosse accordato, avrei continuato a rimandare i progetti migliori, a sospirare, a custodire segrete ambizioni. È andata come andata, chi ha avuto ha avuto. Non voglio ulteriormente rattristarmi: Juve, finalmente sono in arrivo e vorrei evitare qualsiasi altro trasferimento. È davvero curioso: grazie alla Roma che accoglie un ex di Trapattoni, posso partire per Torino con un carico di progetti. Al momento posso solo pro- mettere che non si pentiranno di avermi dato fiducia. Saranno gli altri a giudicare se ho i “numeri” per diventare degno erede del polacco. Vado senza tremare: con la nazionale danese sono riuscito sempre a dimostrare che quanto nella Lazio era indimostrabile. Ci sono squadre che valorizzano e squadre che condizionano, inutile nasconderlo...». Alleuja, Roma scompare in dissolvenza. Dispiace solo alla fidanzata Tina, graziosa ragazza che ha alleviato con amore le afflizioni del suo ventunenne innamorato. Lui, Michelino, giura che della città eterna ha conosciuto bene solo gli alberghi dei melanconici ritiri: «Sono riuscito, semmai, ad andare qualche volta a San Pietro in cerca della benedizione del Santo Padre... Roma sarà pure la più bella del mondo, ma non me ne sono accorto. I luoghi si trasformano in base al nostro umore, alle sensazioni. Pertanto, quando il lavoro va a rotoli, il sole brilla inutilmente, i panorami diventano invisibili, nebbia. A Roma mi sono sentito incompreso e dai giornali ho capito che c’era poco disponibilità a giustificarmi. Le valutazioni del lunedì mi facevano arrabbiare: ho scoperto giornalisti che mi assegnavano regolarmente tre o quattro in pagella... Una volta mi hanno dato zero... da noi in Danimarca è diverso: i critici sono spesso ex calciatori e non tifosi traditi, offesi nel loro culto». Acqua passata. A cosa serve ricordare adesso che «Michelino» ha dimostrato a Roma d’essere grande giocatore soltanto in potenza? I guizzi, lo scatto irresistibile, l’abilità nel dribbling, sono spesso stati vanificati da madornali errori conclusivi, quasi avesse insopprimibile avversione per il gol, per l’attimo-sintesi. Colpa della Lazio o sua? Nessun osservatore, all’Olimpico o altrove, ha saputo rispondere con durevole precisione. Più semplice giudicarlo abatino pallido, senza cuore, preoccupato del proprio tornaconto, indifferente alle sorti della società, provvisoria, d’appartenenza. Ma è vero? Riesce ad arrabbiarsi ancora qualche attimo. «Vero un corno... Avrei voluto vedere un altro al posto mio: mi hanno messo in discussione, Carosi arrivò a escludermi e i successori mi hanno spesso colpevolizzato. Sembrava che in panchina, in alternativa, avessero Pelé. Chiaro che mi sono demoralizzato: invece di garantire un minimo di serenità, i responsabili raccontavano che, distratto dalla Juve, mi concentravo poco sulla Lazio. Stupidaggini... Quando si perde, pure l’immagine dei più bravi viene danneggiata. Così dicono che non so stringere i denti, che sono troppo morbido nel carattere. Può darsi che sia vero. Ognuno è fatto a modo suo, non ho mai dato a intendere d’essere l’uomo della provvidenza». Toccherà alla Juve valorizzarlo appieno, affinché non resistano ingombranti differenze tra il Michelino della Nazionale di Piontek e quello del campionato italiano. Incontrerà difficoltà di ambientamento come illustri predecessori quali Rossi e Boniek? Tornerà a tradirlo il carattere, l’incapacità presunta di saper soffrire? Mi guarda finalmente divertito. Vorrebbe spiegarmi che è inutile mettere il carro davanti ai buoi. Nell’attesa lo sorregge un presentimento. Dice: «I danesi alla Juve non hanno mai fallito. Il mio prossimo arrivo rafforza un’antica tradizione del club bianconero: c’erano addirittura tre danesi nel 1951-52 a mostrar meraviglie. Erano Karl e John Hansen, più Praest». Fino a quando due bianconeri, Astorri e John Hansen, lo segnalarono a Boniperti, trenta mesi fa, Michelino Laudrup scintillava diciottenne nel Broendbyernes, a due passi da casa, realizzando caterve di gol. Doveva pertanto essere nei piani, il «baby» ideale per aiutare Chinaglia a cominciare senza traumi da presidente. O almeno tali erano i convincimenti bonipertiani, cui Long John non restò insensibile. Sappiamo il seguito del romanzo d’appendice. Ma più che scusarsi, Michelino non può: «Probabilmente ho caratteristiche che funzionano meglio in squadre competitive. Di recente, all’Unione Sovietica ho realizzato due gol e Piontek mi ha elogiato commosso. E convinto che con Platini sfonderò anche a livello di club. L’ho ringraziato: anch’io non ho dubbi». E allora, in alto i cuori, laziali abbandonati in B, Era comunque previsto che la Laudrup-story ricevesse a un tratto la benedizione juventina. A Torino diventa il pupillo di Boniperti e il beniamino di chi ama il bel calcio. Michelino, in bianconero, sorprende tutti. Trapattoni riesce, in poco tempo, ad assemblare una squadra rinnovata in tanti pezzi, anche fondamentali. Il Laudrup della Lazio, senza nerbo e carattere, regolarmente inutile in trasferta e bravo, soprattutto, a segnare dei gol, anche belli, ma quasi sempre a risultato già acquisito, diventa subito il Principe di Danimarca proprio per la sua capacità di essere spesso determinante e la sua qualità è comunque altissima. Reti come quella segnata a Tokyo, quando, con una giocata impossibile, permette alla Juventus di andare ai supplementari di una finale Intercontinentale che avrebbe poi vinto ai rigori, sono destinate a restare nel tempo e nella memoria dei tifosi. Quando è in giornata, Laudrup è un giocatore immarcabile: i primi tre passi sono qualcosa di unico, con la palla tra i piedi non perde velocità, capace di saltare chiunque. La sua finta di corpo è micidiale, il tiro, quando ci prova, è notevole, la tecnica è sopraffina, è in possesso di una grande intelligenza calcistica. Insomma, ha tutte le caratteristiche per diventare un grandissimo, ma ha dei notevoli limiti caratteriali. Esemplificativa, in tal senso è la frase di Platini: «Laudrup? È il miglior giocatore del mondo, in allenamento». Definizione straordinariamente sintetica, che racchiude tutto. Michael sarebbe stato, semplicemente, il migliore del mondo se non ci fosse stata la competizione agonistica. Torino gli piace perché è meno chiassosa e perché, a suo dire, somiglia a Copenaghen. Lui ci tiene a spiegare che i danesi non sono noiosi, ma semplicemente più riservati. Trascorre le giornate con la fidanzata che diverrà sua moglie. Insieme ascoltano Bob Dylan, i Beatles e Joan Baez. Ama il golf, il tennis, gli spaghetti, la pizza napoletana e i film di Woody Allen. «La pressione dell’ambiente è quella che mi dà più preoccupazione, a volte persino angoscia. Certo il tifo degli stadi italiani può esaltarti, può entusiasmarti, ma c’è anche l’altra faccia da tener presente, quella dei fatti banali, dei giornali troppo spesso pronti a fare un dramma di qualunque cosa succede e, infine, quella di veder montare spesso le tue parole fino a non riconoscere più le dichiarazioni che credevi di aver fatto. Così mi sono fatto più accorto. Quest’anno, per esempio, giocando con la Juventus, proprio perché è una squadra, una società che ha vinto molto, ho capito che noi giocatori eravamo sempre sotto il tiro di tutti; troppi infatti vogliono che le cose vadano male alla Juventus. Ho dovuto quindi adeguarmi e imparare una lezione: quando perdi devi stare zitto e quando vinci devi stare molto attento. Lo so che è singolare per non dire malinconico, ma è così». Le sue doti sono la velocità, le improvvise convulsioni tecniche di un dribbling messo in pratica con leggerezza insostenibile per gli avversari. Però non ha il dono della continuità. Lui accetta elogi e critiche: «Non mi piace parlare molto di me, ma se devo dire qualcosa, credo che le mie qualità principali sono il dribbling, la velocità, la capacità di vedere il gioco e di saper tirare con il destro e con il sinistro, una dote che non hanno tutti i calciatori pur essendo una dote fondamentale perché, se no, devi fare le acrobazie per calciare. I miei difetti? Beh, la cosa che non so proprio colpire di testa. Non ci riesco. Forse ho paura dei difensori che mi saltano addosso». Purtroppo, per Michelino e per tutti i tifosi, la Juventus è alla fine di un ciclo: arriva Marchesi ma i vecchi eroi sono stremati. «Il Mundial messicano mi ha distrutto fisicamente. Dopo due giorni di ritiro con i bianconeri ho cominciato a soffrire di tendinite, quindi è arrivata la pubalgia. Per settimane non mi potevo muovere e sono state dette cose cattivissime: ma come, Laudrup potrebbe giocare e chiede di stare fermo? Nessuno capiva che per rendere al massimo ho bisogno di correre e scattare. Come me, altri juventini sono stati male e la sfortuna ha insistito: non si può eliminare il Real Madrid se non si è al massimo della condizione. Non nascondo che ho passato i momenti più difficili da quando gioco al calcio: per la prima volta in vita mia ho smesso di divertirmi». Marchesi predilige il calcio difensivo e obbliga spesso Laudrup a compiti di copertura. E nonostante l’arrivo di Rush e le buone promesse («Devo moltissimo a Marchesi, all’Avvocato, a Boniperti. Hanno creduto in me nonostante i malanni e le incertezze. Farò di tutto per saldare il mio debito, finora mi ha bloccato solo la pubalgia che però è sparita. La nuova Juventus è da inventare e questo mi piace, io amo le novità; sin dai primi allenamenti ho capito che Rush è il compagno ideale. Mi piacerebbe che la nostra squadra copiasse la nazionale danese almeno nello spirito, dando spettacolo. Possiamo farcela, però vincendo: divertire e divertirsi non basta. Capisco benissimo che le maggiori responsabilità peseranno sulle mie spalle, non sono mica uno stupido: Boniperti non mi ha tradito, non lo tradirò. So anche che questa è la mia prova d’appello e non ho paura, purché la salute mi assista. Mi rende ottimista il fatto che ì nuovi schemi saranno impostati sulla velocità, cioè sulla mia arma migliore»), la stagione sua e della Juve è ancora più deludente di quella precedente. Nemmeno Zoff riesce a fargli fare il salto di qualità. Michelino alterna grandi giocate a prestazione imbarazzanti e così preferisce emigrare in Spagna, dove, col Barcellona e col Real Madrid poi, ritornerà a esprimersi a livelli altissimi, conquistando subito i tifosi. VLADIMIRO CAMINITI La bazza non è sufficiente. A fare un uomo coraggioso non basta il mento più sviluppato; semmai fa un uomo pensieroso, un uomo senza angosce, un eterno idillio con il tempo e con la vita, fa insomma Michael Laudrup. La Juventus lo seguiva da tempo, poi il ragazzo si era accasato alla Lazio, e qui erano sembrate luccicare di viva luce tutte le qualità intrinseche del suo gioco, quell’allungo in progressione irresistibile, quei cross vellutati, quei goal al bacio. Non si può dire che non abbia lasciato segno del suo passaggio alla Juventus, e peranco schiere di ammiratori; ma si deve aggiungere, francamente, senza convincere mai in assoluto sulle sue doti, soprattutto sul nerbo del suo impegno virile, sempre distratto da mille cose, o evasivo in campo, o sbaragliato al primo tackle arcigno; un giocatore con sì tante doti, da sembrare Bronée redivivo ancora più splendido, comincia a divenire il cruccio del gran presidente Boniperti. Laudrup vive giornate superbe alternate a deludenti manfrine; in Nazionale sembra più continuo e più disposto al sacrificio. Ciò non toglie che uno scudetto si leghi anche al suo apporto e ai suoi gol fantasiosi, e che lasci un vivido ricordo di sé per la lussuosa prestazione di Tokyo, dove la Juventus corona il suo inseguimento al record dei primati, e Michael, Michelino come lo chiamano in Italia, gioca una partita entusiasmante con un goal entusiasmante. Giocatore dal repertorio scintillante, ha lasciato nella Juventus il ricordo di un professionista squisito, di una persona amabile, di un giovane ricco di virtù morali. Davvero un campione emblematico di ogni finezza. GIOVANNI TRAPATTONI La coppia Platini-Laudrup sulla carta faceva sperare in grandi cose. Il danese era una specie di bambino spaurito, molto giovane ma già molto bravo, era la spalla ideale per Michel, sembravano nati per giocare assieme. Un giorno arrivò all’allenamento su un’auto guidata da una ragazza bellissima. Gli dissi subito: «Porca miseria, Michelino. Bella sventola quella lì!». E lui ridendo: «Grazie, mister, è mia mamma. La prossima volta gliela presento». Che figura! Mi scusai imbarazzato, proprio io che non faccio mai apprezzamenti sulle donne, ma come potevo saperlo? Sembrava una ventenne come lui, l’aveva avuto a diciotto anni, come si usa lì da loro in Danimarca. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/quando-arriva-alla-lazio-michelino-gi.html
  8. MICHAEL LAUDRUP https://it.wikipedia.org/wiki/Michael_Laudrup Nazione: Danimarca Luogo di nascita: Frederiksberg Data di nascita: 15.06.1964 Ruolo: Attaccante Altezza: 183 cm Peso: 71 kg Nazionale Danese Soprannome: Miki - Michelino - Il Violino - Il Principe di Danimarca Alla Juventus dal 1985 al 1989 Esordio: 21.08.1985 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 0-0 Ultima partita: 25.06.1989 - Serie A - Juventus-Verona 3-0 151 presenze - 36 reti 1 scudetto 1 coppa intercontinentale Michael Laudrup (Frederiksberg, 15 giugno 1964) è un allenatore di calcio ed ex calciatore danese, di ruolo centrocampista o attaccante. Considerato uno dei migliori giocatori danesi di tutti i tempi nonché uno dei più forti e completi di sempre, Laudrup, figlio d'arte, emerse nelle squadre locali di Brøndby e KB, per poi inanellare nel corso della carriera numerose affermazioni con club blasonati come Ajax, Barcellona, Juventus e Real Madrid, vincendo sette campionati nazionali — uno in Italia, cinque in Spagna e uno nei Paesi Bassi —, una Coppa dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa UEFA, due Coppe di Danimarca, due Coppe del Re, una KNVB beker e una Supercoppa di Spagna. Con la nazionale danese, con cui ha trionfato nella FIFA Confederations Cup 1995, conta 104 gare e 37 reti, che lo rendono, rispettivamente, quinto e sesto assoluto nella classifica all time. Tra nazionale e squadre di club realizzò da professionista 172 gol in 608 partite ufficiali. A livello individuale è stato insignito di numerosi riconoscimenti in campo internazionale, che resero il giocatore più decorato nella storia del suo Paese. Venne premiato per due volte consecutive calciatore danese dell'anno e miglior giocatore della Liga, oltre a essere introdotto nella hall of fame del calcio danese. Nel 1992 gli fu assegnato il Premio Don Balón, titolo destinato al miglior giocatore militante nel massimo campionato spagnolo conferito dalla rivista omonima; nel 1999 è stato nominato miglior giocatore straniero della Liga dei precedenti 25 anni. Nel 2000 venne insignito all'Ordine del Dannebrog, un titolo cavalleresco danese conferitogli dalla regina Margherita II. Nel 2005, per celebrare il proprio 50º anniversario, la UEFA invitò ogni Federazione nazionale a essa affiliata di indicare il proprio miglior giocatore dell'ultimo mezzo secolo: la scelta della Federazione danese ricadde su Michael Laudrup, designato quindi Golden Player dalla UEFA. L'anno seguente venne quindi nominato ufficialmente miglior calciatore danese di sempre. Nel 2010 la Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio lo ha collocato al 55º posto nella sua lista dei migliori calciatori del XX secolo, mentre nel 2014 il quotidiano Marca lo inserì nell'undici ideale nella storia del Real Madrid. Occupa la 59ª posizione nella lista dei calciatori più forti del XX secolo stilata da World Soccer. Michael Laudrup Michael Laudrup alla Juventus nella stagione 1985-1986 Nazionalità Danimarca Altezza 183 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1998 - giocatore Carriera Giovanili 1973-1976 Brøndby 1977-1980 KB Squadre di club 1981 KB 14 (3) 1982-1983 Brøndby 38 (24) 1983 Juventus 0 (0) 1983-1985 → Lazio 60 (9) 1985-1989 Juventus 151 (36) 1989-1994 Barcellona 167 (40) 1994-1996 Real Madrid 62 (12) 1996-1997 Vissel Kōbe 15 (6) 1997-1998 Ajax 21 (11) Nazionale 1980 Danimarca U-17 4 (2) 1980-1981 Danimarca U-19 19 (12) 1982 Danimarca U-21 2 (0) 1982-1998 Danimarca 104 (37) Carriera da allenatore 2000-2002 Danimarca Vice 2002-2005 Brøndby 2007-2008 Getafe 2008-2009 Spartak Mosca 2010-2011 Maiorca 2012-2014 Swansea City 2014-2015 Al-Duhail 2016-2018 Al-Rayyan Palmarès Confederations Cup Oro Arabia Saudita 1995 Biografia Nato a Frederiksberg, una cittadina completamente inglobata nell'area urbana di Copenaghen, Michael Laudrup fa parte di una famiglia di calciatori professionisti: suo padre Finn giocò in nazionale maggiore dal 1967 al 1979; due suoi figli, Mads e Andreas, hanno giocato nelle varie nazionali giovanili e nella massima serie danese, e suo fratello Brian, infine, ha avuto anch'egli una carriera professionistica (divenne campione d'Europa con la Danimarca nel 1992). Caratteristiche tecniche Giocatore Laudrup nel 1985 tra l'argentino Diego Armando Maradona (a sinistra) e il francese Michel Platini (a destra): tre dei maggiori fuoriclasse del calcio internazionale del decennio. Michael Laudrup era un giocatore di talento e fantasia, molto veloce ed elegante, conosciuto per i suoi morbidi tocchi di palla, moderno nella concezione del gioco. Indicato come l'archetipo del playmaker di centrocampo, di cui è ritenuto uno degli interpreti più forti e versatili di sempre, il suo raggio d'azione era sconfinato. Operava praticamente ovunque: sebbene i suoi fondamentali fossero essenzialmente di natura offensiva, era facilmente schierabile come regista di centrocampo, ala destra o sinistra— grazie alle sue ottime progressioni su entrambe le fasce, sostenute da scatti fulminei —, trequartista o seconda punta, ruolo quest'ultimo ricoperto con successo a inizio carriera nel Brøndby. Fantasista dotato di creatività, intelligenza, visione di gioco, abilità nei passaggi, negli assist, e di rara tecnica individuale, era una pedina impellente in fase di impostazione dove offriva il meglio di sé alla squadra e recuperava palloni, spesso con duri tackle o negli uno-contro-uno, dimostrando grande grinta, qualità, spirito di sacrificio e tenacia. Seppur sorretto da un fisico non imponente, era un centrocampista combattivo, autore di giocate di pregevole fattura nonché di tempestive incursioni in area di rigore. Altre sue peculiarità erano il dribbling nello stretto, la facilità nel saltare l'uomo, un tiro potente con ambo i piedi e la correttezza agonistica, tanto da non aver mai ricevuto un cartellino rosso in tutta la sua carriera; questo lo rese un giocatore molto apprezzato da arbitri e allenatori. Inoltre, Laudrup è noto per essere stato uno dei primi esecutori della croqueta, un particolare tipo di dribbling consistente nello spostare il pallone nel modo più veloce possibile da un piede all'altro, effettuato sia da fermo sia in corsa. Paragonato agli esordi al connazionale Preben Elkjær Larsen, difettava però in risolutezza a inizio carriera, tanto che Michel Platini lo definì «il miglior giocatore del mondo, in allenamento»; dopo il passaggio al Barcellona, ha spesso ricevuto lodi unanimi dalla stampa specializzata e da calciatori di statura mondiale. Per via della sua levatura rispetto ad altri giocatori suoi connazionali (incluso il fratello Brian), le sue movenze palla al piede e il comportamento in campo, fu soprannominato Il Principe di Danimarca. Allenatore Laudrup dirige una sessione di allenamento del Lekhwiya nel 2015 Tecnico dal grande carisma e forte personalità, come assistente del commissario tecnico Morten Olsen la Danimarca si schierava abitualmente con il modulo 4-2-3-1, con le ali che partecipavano attivamente alla manovra offensiva della squadra. L'esperienza in nazionale lo spinse a replicare tale schema di gioco durante la sua successiva parentesi al Brøndby, coltivando una tattica basata su passaggi corti e schieramento d'attacco sulla trequarti avversaria. Continuò ad attuare moduli come il 4-3-3 o il 4-2-4 sino alla finale della Coppa del Re con il Getafe (persa contro il Siviglia), mentre allo Spartak Mosca dovette abbandonare tali moduli per via del ricorrente stile di gioco in Russia. Nel 2012, con l'approdo sulla panchina dello Swansea City, Laudrup si smarcò dai precedenti dettami di gioco del club gallese sotto Brendan Rodgers — il quale era solito schierare la squadra con un 4-3-3 in cui i centrali di difesa spingevano quando in possesso palla, mentre i centrocampisti si trovavano a stretto contatto con le punte. Con l'arrivo del danese, l'organico dei Jacks si adattò a un innovativo 4-3-2-1 che puntava essenzialmente su un gioco di velocità e molto tecnico; nei suoi anni a Swansea Laudrup strinse contratti con diversi giocatori provenienti dal campionato spagnolo, amalgamandoli con il resto della squadra e ottenendo discreti risultati dal punto di vista tattico e realizzativo. Carriera Giocatore Club Inizi in patria: Brøndby e KB Iniziò a giocare molto presto, nelle giovanili del Vanløse, il club nel quale militava suo padre. Quando Finn Laudrup divenne giocatore-allenatore del Brøndby nel 1973, si portò dietro i suoi due figli Michael e Brian. Michael seguì poi suo padre nel KB di Copenaghen, squadra della prima divisione danese, nel 1976. Nel 1981, a 17 anni, esordì in prima squadra con il KB e nella stagione successiva tornò al Brøndby, squadra con la quale esordì nella massima serie danese, in un match contro il B 1909 di Odense, battuto 7-1 con una doppietta del debuttante Laudrup. Italia: Lazio e Juventus Laudrup alla Lazio nella stagione 1984-1985 La stagione 1982 gli valse il titolo di calciatore danese dell'anno, fino ad attirare le attenzioni degli italiani della Juventus che prima opzionarono e poi acquistarono il giocatore, nell'estate 1983, per la cifra più alta mai sborsata fino ad allora per un giocatore del paese scandinavo: un milione di dollari statunitensi dell'epoca. Tuttavia per questioni regolamentari della Serie A del tempo, avendo già in organico gli stranieri Platini e Boniek, la società piemontese girò Laudrup in prestito biennale alla Lazio, anche per farlo ambientare ai ritmi del campionato italiano. La stagione 1983-1984 si concluse con la salvezza della squadra romana all'ultima giornata, mentre il campionato successivo, se pur non negativo dal punto di vista personale per il danese, vide la retrocessione in Serie B dei biancocelesti. Varie divergenze con gli allenatori avuti a Roma, gli insuccessi raggiunti in campionato e il difficile inserimento nell'ambiente della Capitale, di fatto lo spinsero dopo due anni al ritorno in pianta stabile alla Juventus, nel frattempo divenuta in grado di tesserarlo stante il trasferimento di Boniek alla Roma. Attirandosi il nomignolo di Michelino, a Torino divenne subito titolare fisso, emergendo negli anni seguenti come giocatore-emblema del club bianconero nella seconda metà degli anni 1980, seppur l'unica stagione di successo sotto la Mole rimase quella d'esordio, 1985-1986, in cui conquistò il campionato italiano e la Coppa Intercontinentale: proprio in quest'ultima competizione, vinta 4-2 ai tiri di rigore nella sfida di Tokyo contro l'Argentinos Juniors, a poco meno di 10' dalla fine e coi torinesi in svantaggio, Laudrup indovinò da posizione molto defilata il tiro che diede ai bianconeri il 2-2, e permise loro di arrivare al vittorioso epilogo dal dischetto al termine del quale divennero per la prima volta campioni del mondo. Sempre nel 1985 Laudrup fu insignito per la seconda volta del titolo di calciatore danese dell'anno. Negli anni successivi accusò una serie di infortuni che non gli permisero di rendere al meglio e con costanza, sicché nel 1989, complice anche una Juventus alle prese con un difficile rinnovamento dopo la fine dell'era di Michel Platini, il giocatore andò in scadenza di contratto lasciando l'Italia per gli spagnoli del Barcellona. Spagna: Barcellona e Real Madrid Laudrup al Barcellona nel 1991, marcato dallo juventino Júlio César nella semifinale di ritorno della Coppa delle Coppe. Sotto la guida di Johan Cruijff, in Catalogna Laudrup entrò a far parte di un celebre «Dream Team» composto negli anni seguenti da stelle del calcio internazionale come il bulgaro Hristo Stoičkov e il brasiliano Romário, con il quale vinse 4 edizioni della Primera División (1990-1991, 1991-1992, 1992-1993, 1993-1994), 1 Coppa del Re, 2 Supercoppe di Spagna (1991 e 1992), 1 Supercoppa UEFA e, nel 1992, l'ultima edizione della Coppa dei Campioni, superando la Sampdoria nella finale di Wembley. Durante gli anni a Barcellona, in due occasioni (1991 e 1993) fu eletto miglior calciatore straniero del campionato spagnolo. Tuttavia, quando nel 1993 il club acquistò Romário iniziando così il turn over tra stranieri, il più sacrificato fu proprio Laudrup; cosa questa confermata dall'esclusione del danese dalla finale della UEFA Champions League 1993-1994, che i blaugrana persero ad Atene contro il Milan. Laudrup in azione al Real Madrid nel 1996, inseguito dallo juventino Del Piero nel retour match dei quarti di Champions League. Nell'estate 1994 si trasferì quindi abbastanza clamorosamente al Real Madrid, eterni rivali dei catalani, con cui nella stagione seguente vinse subito il campionato, divenendo nella circostanza il primo calciatore nella storia a conquistare cinque titoli spagnoli di fila. Nell'annata 1995-1996, l'ultima a Madrid per il danese, i blancos non furono capaci di difendere il titolo nazionale, mentre in Champions League furono eliminati ai quarti di finale proprio da una ex squadra di Laudrup, la Juventus poi vincitrice dell'edizione. Ultimi anni: Vissel Kobe e Ajax Dopo una stagione passata in Giappone tra le file del Vissel Kōbe, dove realizzò 6 gol in 15 incontri, nel 1997 tornò in Europa per un'ultima stagione nell'Ajax, con cui vinse nel 1998 il campionato olandese, prima di annunciare il suo ritiro dal calcio al termine dell'imminente campionato del mondo 1998 in Francia. Nazionale Nel 1980 iniziò a giocare nelle varie rappresentative giovanili nazionali, con le quali totalizzò complessivamente 25 presenze e 14 gol. Esordì in nazionale maggiore il 15 giugno 1982, giorno del suo diciottesimo compleanno, nella partita giocata a Oslo contro la Norvegia e terminata 2-1 per i danesi, realizzando una rete all'esordio. La carriera di Laudrup con la maglia della Danimarca durò sedici anni, dal 1982 al 1998. Giocò i campionati d'Europa di Francia 1984, Germania Ovest 1988 e Inghilterra 1996; non partecipò, invece, causa divergenze con il commissario tecnico danese Richard Møller Nielsen, all'edizione di Svezia 1992 che la Danimarca vinse a sorpresa, da ripescata, e che vide suo fratello Brian laurearsi campione europeo. Prese altresì parte a due edizioni del campionato del mondo, quelle di Messico 1986 e Francia 1998, e alla vittoriosa Coppa re Fahd 1995 in Arabia Saudita (poi riconosciuta retroattivamente quale edizione della FIFA Confederations Cup). La sua ultima partita ufficiale, quando era ormai solo un giocatore a disposizione della nazionale non avendo più un contratto con squadre di club, fu il 3 luglio 1998 a Nantes, nel quarto di finale del mondiale francese, che vide la Danimarca sconfitta 2-3 dal Brasile; dieci giorni prima Laudrup aveva segnato il suo ultimo gol ufficiale contro la Francia, nel primo turno dell'edizione. Allenatore Laudrup in veste di tecnico del Brøndby nel 2005 Dal 1º luglio 2000 iniziò la sua carriera di allenatore, come vice del commissario tecnico danese Morten Olsen. Rimase sulla panchina della nazionale fino al termine del girone di qualificazione per il campionato del mondo 2002, quando venne ingaggiato per guidare il Brøndby. Con i gialloblù vinse una Coppa di Danimarca nel 2003, e nel 2005 riuscì a conseguire il double nazionale campionato-coppa. Lasciò il Brøndby alla fine della stagione 2005-2006, chiusa con un secondo posto in campionato. Il 9 luglio 2007 divenne allenatore del Getafe, squadra spagnola della Primera División, con cui ha concluso il campionato ottenendo la salvezza. Il 16 maggio 2008 lascia la panchina, e dal successivo 9 settembre passò ad allenare lo Spartak Mosca, che ha condotto all'ottavo posto nel campionato russo. Iniziata la nuova stagione a marzo 2009, venne esonerato il successivo 16 aprile dopo aver raccolto quattro punti in altrettante partite. Il 2 luglio 2010 torna in Spagna, accordandosi con il Maiorca. Iniziò l'avventura alle Isole Baleari affrontando alla sua prima partita il Real Madrid di José Mourinho, anche lui alla sua prima partita con i blancos, in un match che si concluse in parità sullo 0-0. La stagione vide i maiorchini dopo qualche risultato negativo nei mesi finali, salvarsi all'ultima giornata. Il 28 settembre 2011 si dimise a causa di contrasti con il vicepresidente del club. Laudrup in conferenza stampa come tecnico dell'Al-Rayyan nel 2016 Il 15 giugno 2012 venne ingaggiato dallo Swansea City. Il 24 febbraio 2013 guidò i gallesi alla vittoria della loro prima Coppa di Lega, grazie al 5-0 inflitto nella finale del Wembley Stadium al Bradford City, ottenendo così la qualificazione all'Europa League; in campionato la squadra si piazzò al nono posto, mentre nella Coppa d'Inghilterra venne eliminata al terzo turno dall'Arsenal alla ripetizione. La stagione successiva lo Swansea City venne subito estromesso al terzo turno della Coppa di Lega dal Birmingham City. Il 4 febbraio 2014, nonostante il passaggio della fase a gironi di Europa League, e quello al terzo turno della Coppa d'Inghilterra, Laudrup venne sollevato dall'incarico in seguito alla sconfitta per 0-2 sul campo del West Ham Utd e ai risultati negativi maturati nella seconda parte di stagione (una sola vittoria tra dicembre e gennaio); il successivo 23 maggio trovò l'accordo per la rescissione contrattuale. Il 1º luglio 2014 venne ingaggiato dai qatarioti del Al-Duhail. Al primo anno vinse subito la Qatar Stars League, e raggiunse la finale della Qatar Crown Prince Cup persa contro l'Al-Jaish. Nonostante un fresco rinnovo contrattuale, il 18 giugno 2015 lasciò la panchina della squadra. Il 26 settembre 2016 venne nominato allenatore dell'Al-Rayyan, in sostituzione di Jorge Fossati passato alla guida del Qatar. Riconoscimenti Nel 2011 è stato ammesso nella Hall of fame del calcio danese. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1985-1986 Coppa di Spagna: 1 - Barcellona: 1989-1990 Campionato spagnolo: 5 - Barcellona: 1990-1991, 1991-1992, 1992-1993, 1993-1994 - Real Madrid: 1994-1995 Supercoppa di Spagna: 2 - Barcellona: 1991, 1992 Campionato olandese: 1 - Ajax: 1997-1998 Coppa dei Paesi Bassi: 1 - Ajax: 1997-1998 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Coppa dei Campioni: 1 - Barcellona: 1991-1992 Supercoppa UEFA: 1 - Barcellona: 1992 Nazionale Confederations Cup: 1 - Arabia Saudita 1995 Individuale Calciatore danese dell'anno: 2 - 1982, 1985 Miglior giocatore della Liga: 2 - 1992, 1993 Miglior giocatore straniero della Liga (Premio Don Balón) - 1 - 1992 Miglior giocatore straniero della Liga negli ultimi vent'anni (1974-1999) Squadra dell'Anno ESM: 1 - 1994-1995 All-Star Team del campionato mondiale: 1 - Francia 1998 UEFA Golden Jubilee Poll FIFA 100: Inserito nella lista dei giocatori Danesi - 2004 Nominato UEFA Golden Player per la DBU (2006) Introdotto nella Hall of Fame del calcio danese - 2008 Allenatore Club Competizioni nazionali Supercoppa di Danimarca: 1 - Brøndby: 2002 Coppa di Danimarca: 2 - Brøndby: 2002-2003, 2004-2005 Campionato danese: 1 - Brøndby: 2004-2005 Coppa di Lega inglese: 1 - Swansea City: 2012-2013 Campionato qatariota: 1 - Lekhwiya: 2014-2015
  9. RENATO BUSO Nasce a Montebelluna, in provincia di Treviso, il 19 dicembre del 1969. Il paese trevigiano ha già dato i natali a un illustre centravanti bianconero, Aldo Serena, da cui Renato Buso erediterà la maglia numero 9 della Juventus. Arriva a Torino nell’estate del 1985 e approda alla squadra Primavera; dai bordi dello stadio Comunale può ammirare le splendide giocate di Michel Platini. Nel campionato successivo, a soli 16 anni, esordisce in Serie A, contro la Fiorentina. Michel non gioca, al suo posto, con la maglia numero 10, un improbabile Soldà; la partita finisce 1-1, ma il ragazzino ben figura. La domenica dopo, ad Ascoli, Michel è in campo e la Juventus vince 5-0. Renato entra in campo al posto di Briaschi, giusto in tempo per segnare il suo primo gol in maglia bianconera. Alla fine della stagione, saranno 18 le presenze con 2 realizzazioni, di cui una alla Lazio in Coppa Italia.«Giocare accanto a Michel Platini è molto emozionante, abituarsi ad ammirare certi campioni alla TV e poi, non dico conoscerli dal vivo, ma addirittura allenarsi e giocare con loro, è stato stimolante. Ho capito subito che valeva la pena di mettercela tutta, per cercare di assomigliare a loro, di arrivare agli stessi risultati».Renato si guadagna la conferma anche per la stagione successiva; Michel si è ritirato, Serena è tornato all’Inter, al suo posto arriva Ian Rush, il più forte attaccante del mondo. Renato non si preoccupa, in fondo ha appena 17 anni, può tranquillamente sedere in panchina e aspettare il suo momento, che non tarderà molto ad arrivare. Il gallese, infatti, si infortuna nel precampionato e Renato è già in campo all’esordio stagionale, contro il Como. A fine stagione totalizzerà ben 30 presenze, ma i gol saranno pochini, solamente 3.«La mia scelta di restare a Torino non è stata dettata dalla presunzione, tutt’altro. Sapevo che sarebbe arrivato un grande campione come Rush, perciò ho parlato con il presidente e con il dottor Giuliano. Poiché il loro volere conciliava perfettamente con il mio antico amore per i colori bianconeri, ho optato per rimanere, e oggi, sono molto soddisfatto».Robusto fisicamente, di buona tecnica, abile di testa e in acrobazia, Buso ha tutte le caratteristiche per diventare un campione. Certo, non una prima punta, perché poco esplosivo; gli manca il guizzo, lo spunto per arrivare primo sul pallone in area (non è questione di velocità, ma di reattività). In realtà, quello che gli manca davvero è la personalità, la cattiveria, la grinta per giocare ad alti livelli tanto è vero che è in possesso di un buon tiro che, però, usa raramente, preferendo mettersi a disposizione del compagno, piuttosto che cercare la via del gol.Rush soffre di nostalgia ed è rispedito a Liverpool e a Torino arriva un mostro sacro come Altobelli. Ma anche Spillo, causa problemi fisici, troverà delle grosse difficoltà e Renato si trova la porta del campo spalancata. Ancora 30 presenze e 7 gol.«Zoff mi ha dato una carica eccezionale, è bellissimo avere, come allenatore, un personaggio così grande, così ricco di esperienza. Sono stato fortunato a trovare la via della rete già alla prima partita, contro il Como. Certo, ho trovato anche delle difficoltà, dovute alla presenza di Altobelli; un maestro, un vero fuoriclasse, ma poco alla volta sono riuscito a conquistare il mio posto al sole. Non mi sono mai sentito titolare, comunque, ho sempre pensato che gli esami non finiscono mai».Stagione 1989-90, la Juventus punta gli occhi sul più forte giocatore italiano del momento, Roberto Baggio. La Fiorentina, per cederlo la stagione successiva, pretende subito Buso e così Renato, che ha solamente 20 anni, emigra a Firenze. Ritroverà la Juventus nella finale della Coppa Uefa e realizzerà anche il gol del momentaneo pareggio, nella partita di andata a Torino.Buso comincia ad arretrare la sua posizione in campo; non è più la prima punta, ma spesso agisce come attaccante di supporto o, addirittura, come esterno di centrocampo. Dopo due stagioni lascia Firenze e comincia un lungo viaggio attraverso l’Italia, che lo porta alla Sampdoria, al Napoli, alla Lazio, al Piacenza, al Cagliari, sino all’estate del 2001, durante la quale si accasa a La Spezia dove, tre stagioni dopo, chiuderà la carriera.Con la maglia bianconera ha disputato 78 presenze e realizzato 12 reti, lasciando la grande impressione di eterna promessa non mantenuta. VLADIMIRO CAMINITI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO-AGOSTO 1989Che un ragazzo di vent’anni finalmente si decida a entrare per davvero dentro la casacca bianconera, non è un accadimento normale. Io voglio dire che Renato Buso è entrato nella maglia numero nove che nella Juventus hanno indossato tomi, ma vorrei dire fenomeni, dall’antico al moderno, e sarò esplicito, un Felice Placido Borel prima di un Gabetto e di un Boniperti e di un Nestor Combin e di un Anastasi e di un Boninsegna e di un Pietro Paolo Virdis e di un Altobelli. Il ragazzo è veramente in buona compagnia. Ma chi è, dove attinge il suo talento, perché si è messo a correre sulla giusta strada?Ho un’immagine, un gesto, negli occhi. Trasferitevi con me a Fuorigrotta, in quello stadio abitato da una folla incredibilmente amorosa, non ci sono bandiere bianconere sugli spalti come nei giorni fulgenti, ma la Juventus vince, e vince bene, il goal di Renato Buso in contropiede è come un affondo di D’Artagnan, uno sciabolante stupendissimo tiro al volo, Giuliano Giuliani non la vede nemmeno.Diceva or non è molto Carnevale, giovanotto di fortissima tempra, che la vicinanza di Maradona ha migliorato nei piedi, che oggi il centravanti statico, tradizionale, è un non senso. Buso dimostra che Carnevale ha ragione. Questo ragazzo di vent’anni, già solido come un tronco di quercia, sa giocare da vicino e da lontano, ha i numeri acrobatici (lo abbiamo visto) e un senso tattico molto spiccato. Ancora ingenuo, boccia spesso frontalmente, non mette a frutto come dovrebbe la sua potenza di lombi, il suo intuito del goal, i suoi egregi fondamentali. Bisogna riconoscere allo sfortunato Marchesi di avere sempre creduto nelle qualità di questo ragazzo alto 1,81 per settanta chili oscillanti.Personalmente, mi sono cavato lo sfizio critico di pungolare a più riprese il giovinotto. Mi ispiro nella critica e nel racconto soltanto al campo. Mi ispira un proverbio della mia terra, che una madre meravigliosa e disgraziata era solita ripetere ai suoi figli, quando piangevano o lamentavano la severità dell’educazione: solo chi ti fa piangere ti fa ridere.Oggi è difficile creare un campione. I mal esempi sono infiniti. Ma un campione juventino deve crescere con i modelli bianconeri. La fantasia di Felice Placido Borel, il tiro fenomenale di Boniperti, il guizzo nativo, l’agilità di Anastasi, mi pare possano rappresentare questi modelli ideali per il nostro ragazzotto, serio e compito, studente perfetto e fulgida promessa. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/renato-buso.html
  10. RENATO BUSO https://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Buso Nazione: Italia Luogo di nascita: Montebelluna (Treviso) Data di nascita: 19.12.1969 Ruolo: Attaccante Altezza: 183 cm Peso: 80 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1985 al 1989 Esordio: 12.10.1986 - Serie A - Fiorentina-Juventus 1-1 Ultima partita: 18.06.1989 - Serie A - Pescara-Juventus 0-0 78 presenze - 12 reti 1 scudetto Renato Buso (Treviso, 19 dicembre 1969) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante o centrocampista. Renato Buso Buso in azione alla Sampdoria nel 1992 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante, centrocampista) Termine carriera 2004 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Montebelluna Squadre di club 1984-1985 Montebelluna 0 (0) 1985-1989 Juventus 78 (12) 1989-1991 Fiorentina 49 (9) 1991-1993 Sampdoria 34 (4) 1993-1996 Napoli 95 (11) 1996-1997 Lazio 16 (1) 1997-2000 Piacenza 61 (4) 2000-2001 Cagliari 31 (4) 2001-2004 Spezia 39 (1) Nazionale 1987-1992 Italia U-21 24 (9) 1992 Italia olimpica 5 (0) Carriera da allenatore 2004-2005 Spezia Vice 2006-2007 Sarzanese 2007-2008 Spezia Primavera 2008-2009 Fiorentina Allievi Naz. 2009-2011 Fiorentina Primavera 2011-2013 Gavorrano 2013-2014 Chievo Coll. Tecnico 2018-2019 Sangiovannese 2020-2021 Fiorentina Under-18 Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1990 Oro 1992 Biografia Vive a Firenze con la fidanzata Camilla Mencarelli, giornalista fiorentina, il figlio Daniel nato nel 2012 e la figlia Giulia nata nel 2015. Carriera Giocatore Club Buso (a sinistra) in azione alla Juventus nel 1986, inseguito dall'interista Passarella Fa il suo esordio tra i professionisti con il Montebelluna, in Serie C2, e poi nel 1985 passa già alla Juventus in Serie A, con la quale gioca per quattro stagioni mettendo a segno 10 gol, spesso utilizzato come riserva di Aldo Serena, Ian Rush e Alessandro Altobelli nel ruolo di centravanti. Nel 1989 si trasferisce in compartecipazione alla Fiorentina, che l'anno successivo lo riscatta definitivamente nell'ambito della trattativa che porta Roberto Baggio in bianconero, in cui Buso viene valutato 2 miliardi di lire. A Firenze gioca per due stagioni, trasformandosi via via in seconda punta o ala e giocando in attacco con Roberto Baggio e Oscar Dertycia; gioca anche la finale di Coppa UEFA 1989-1990 contro la Juventus, segnando un gol. Nel 1991 viene ceduto alla Sampdoria neo campione d'Italia per 4,6 miliardi di lire: in blucerchiato sostituisce Marco Branca (passato ai gigliati) nel ruolo di riserva di Gianluca Vialli e Roberto Mancini, disputando due stagioni sotto la Lanterna. Nel 1993, in rotta con Sven-Göran Eriksson, passa al Napoli per tre miliardi e mezzo di lire. Vi rimane per tre anni, segnando 11 gol e completando la trasformazione in tornante di centrocampo. Buso (a destra) in azione alla Fiorentina nel 1990, contrastato dallo juventino Bruno, nel corso della finale di ritorno della Coppa UEFA Nel 1996 si trasferisce alla Lazio per 6 miliardi di lire, voluto da Zdeněk Zeman come alternativa in attacco. La varicella lo ferma in ritiro, e in seguito trova poco spazio con il boemo, mentre viene maggiormente impiegato da Dino Zoff, che sostituisce il boemo a campionato in corso. Nell'ottobre del 1997 passa al Piacenza dove rimane per tre anni in Serie A, contribuendo da titolare a due salvezze (1997-1998 e 1998-1999) alternandosi a Gianpietro Piovani nel ruolo di ala destra. Dopo la retrocessione dei piacentini nel 2000, scende anch'egli Serie B con il Cagliari dove disputa un campionato e segna 4 gol. Infine si trasferisce allo Spezia, in Serie C1, dove gioca per tre anni prima di dare l'addio definitivo al calcio giocato. Nazionale Il suo nome rimane legato alla vittoria della Nazionale Under-21, guidata da Cesare Maldini, del primo campionato europeo di categoria (1992). Con 3 gol nelle semifinali (contro la Danimarca) e nelle finali (contro la Svezia), contribuisce alla vittoria diventando anche capocannoniere del torneo. In totale disputa 25 partite con 9 reti in Nazionale Under 21, e 5 partite con la Nazionale Olimpica impegnata nelle Olimpiadi di Barcellona 1992. Allenatore Dopo l'esordio nello staff tecnico di Loris Dominissini nello Spezia, nel 2006 ha allenato la Sarzanese in Serie D. Per la stagione 2007-2008 allena la squadra primavera dello Spezia, fino al fallimento della società ligure. Dal 2008 allena gli Allievi Nazionali del settore giovanile della Fiorentina. Il 19 giugno 2009, con un 3-1 ai danni dell'Inter, conquista lo scudetto di categoria. Dall'estate del 2009 è l'allenatore della Primavera viola. La squadra giunge in finale del Torneo di Viareggio 2011 perdendo la finale contro l'Inter. Il 30 marzo 2011, allo Stadio Olimpico di Roma, conquista la Coppa Italia battendo 3-1 i pari età della Roma, dopo il risultato dell'andata di 1-1 all'Artemio Franchi di Firenze. Il 20 giugno 2011 lascia la guida della Primavera della Fiorentina, e il 17 novembre successivo viene assunto come allenatore del Gavorrano, firmando un contratto fino al 2013; il 14 aprile dello stesso anno viene però esonerato dalla squadra maremmana. Il 12 novembre 2013 entra a far parte dello staff di Eugenio Corini, neo-allenatore del Chievo, nel ruolo di collaboratore tecnico. Il 23 giugno 2018 diviene il nuovo tecnico della Sangiovannese, che lo esonera il 28 aprile 2019. Il 1º gennaio 2020 torna ad allenare nel settore giovanile della Fiorentina, la categoria Under 18, in sostituzione di Alberto Aquilani, divenuto Collaboratore Tecnico del neo allenatore della Prima Squadra, Giuseppe Iachini. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1985-1986 Supercoppa italiana: 1 - Sampdoria: 1991 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - 1992 Individuale Miglior giocatore dell'Europeo Under-21: 1 - 1992 Miglior marcatore dell'Europeo Under-21: 1 - 1992 (3 reti) Allenatore Club Competizioni giovanili Campionato Allievi Nazionali: 1 - Fiorentina: 2008-2009 Coppa Italia Primavera: 1 - Fiorentina: 2010-2011
  11. IVANO BONETTI MASSIMO BURZIO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 1986 Se dovessi rapidamente evidenziare le qualità umane di Ivano Bonetti non potrei che citare ciò che, tempo fa, mi ha detto un suo esperto e navigato compagno di squadra: «Ivano – ha affermato il collega – è un ragazzo simpatico, allegro, disponibile. È uno che nella vita farà strada e non soltanto perché è capace a giocare a calcio». Sembrerebbe un ritratto troppo positivo, troppo di parte, ma la realtà dei fatti è proprio quella che obbiettivamente mi ha riferito quel compagno di squadra di Bonetti. Alla sua prima stagione in serie A il giovane bresciano è arrivato dopo una graduale e progressiva «gavetta». Nato, come abbiamo detto, a Brescia il primo agosto del 1964, Ivano ha dato i suoi primi calci al pallone nelle formazioni giovanili della squadra della sua città. Dopo la tradizionale trafila nelle minori, ecco la prima squadra e l’esordio in serie B a soli 17 anni, l’11 ottobre del 1981. Una sconfitta con la Lazio, ma anche un debutto che a fine campionato sarà seguito da altre diciannove presenze e da una rete. Il Brescia al termine di quella stagione precipita in serie C1 e per Bonetti l’anno successivo porta altre venti partite. Nel campionato ‘83-‘84 le partite disputate dal buon Ivano, sempre ovviamente con il Brescia in serie C1, diventano trenta e le reti due. Nell’estate dell’84 si fa avanti il Genoa del vulcanico presidente Renzo Fossati e per Ivano Bonetti si apre la porta della serie B. Tra i cadetti Bonetti si fa valere e al termine dello scorso campionato può contare trentuno maglie da titolare e una rete segnata. Non è stato un grande anno per il vecchio grifone genoano ma sicuramente è stato un buon anno per Bonetti. La Juve lo ha fatto seguire dal suo staff di osservatori ed ha deciso di portarlo a Torino. La trattativa è rapida e senza intoppi e nella scorsa estate a Ivano Bonetti si schiudono le porte del grande calcio: «Fossati – racconta Ivano – mi ha fatto un enorme regalo cedendomi alla Juventus. In pratica sono arrivato nell’università del calcio». La famiglia Bonetti in serie A è già, in ogni modo, ben rappresentata. Nella Roma, infatti, da qualche stagione si fa ben volere il fratello di Ivano: il roccioso ed estroso Dario, un difensore dal gran carattere e dalle buone intuizioni. «Avevo sempre sperato di imitare mio fratello – racconta Ivano lo juventino – ma mi sembrava che la serie A fosse una meta difficilissima da raggiungere e invece...». E invece l’esordio in serie A, per Ivano Bonetti, è coinciso proprio con una partita tra la Juventus e la Roma. La vittoria, al termine del match, è andata alla Juve, tre a uno il risultato finale e in campo c’era ovviamente anche Dario Bonetti: «È stato magnifico esordire e vincere sotto gli occhi di Dario. Lui – dice Ivano – alla fine dell’incontro non sapeva se essere triste per la sconfitta o felice per me. Io ero soltanto felice…». Ancora qualche presenza per il bravo Ivano, un infortunio alla mano che non gli ha però impedito di essere al suo posto in panchina e tutto sommato una prima parte di stagione che potremmo definire, per un «deb», assai positiva. Il futuro, poi, non potrà che portare nuove soddisfazioni a Ivano. Il suo modo di giocare, la sua rapidità, il suo sinistro «creativo», ma anche e soprattutto la sua disponibilità in campo e fuori non possono che far ben sperare. Bonetti che è soprattutto una mezzala sinistra può, però, anche fare il tornante, la mezza punta e in certi casi persino la punta. Sono, insomma, molte le frecce al suo arco, frecce che il Trap saprà sfruttare a dovere. Nella grande Juve, dunque, c’è posto e ci sarà posto anche per Bonetti. Ivano, del resto, non ha che un desiderio, un sogno: «Vorrei – dice – conquistarmi un posto, non importa se da titolare o da riserva, in questa grandissima Juventus. Non vorrei, insomma, essere una meteora. Qui c’è da imparare vincendo, ma soprattutto c’è da conoscere qual’è il modo di essere di una grande squadra. E, lo ripeto, l’università del calcio». E allora in bocca al lupo per gli... studi e per la laurea. VLADIMIRO CAMINITI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 1986 Lo vidi profilarsi, a Firenze, in Coppa Italia, come un autentico campioncino. Insieme a lui vidi profilarsi in tutto tondo il Pin. Scrissi di Bonetti che era bravo, che era forte, che aveva futuro. Ora siam qui, ci godiamo il Ventiduesimo, anche Bonetti ha avuto il suo merito nella vittoria collettiva, ma ha giocato poco. Perché Trap non gli abbia creduto, mi sfugge. Scommetto che il futuro darà ragione al vostro cronista. Bonetti è un incursore estroso, con levatacce di genio e capace anche di finalizzare lo dimostrò a Genova e Brescia, in modo splendido. Le qualità, che Ivano espresse in quella notturna di Coppa Italia, saranno sicuramente valorizzate. 〰.〰.〰 Stagione 1986-87: Bonetti parte spesso dalla panchina, ma alla fine può contare 23 gettoni di presenza e 2 reti di cui una, all’ultima giornata, contro il suo Brescia. È un gol amaro, perché condanna i lombardi alla Serie B. «Adesso per dieci giorni non potrò tornare a casa, perché non mi perdoneranno mai questo sgarbo. Ma, capitemi, dovevo fare qualcosa di grande prima di chiudere il campionato. Quando ho battuto Aliboni ho sentito dentro una grande gioia, ma anche una grande tristezza. Ora aspetto che la società decida qualcosa. Alla Juve ho imparato molto, ma dalla Juve vorrei avere la possibilità di dimostrare il mio valore. Senza garanzie non voglio restare. Leggo che l’Avellino si interessa a me. Ci andrei di corsa, per sfogare tutta la rabbia che ho accumulato dentro». Invece, la sua destinazione sarà Bologna, prima di approdare a Genova giusto in tempo per vincere lo scudetto con la Sampdoria. UMBERTO ZILIANI, LAVOCEDELPOPOLO.IT DELL’8 GENNAIO 2020 Ivano nasce in un condominio che si affaccia sul campo da calcio dell’oratorio di San Zeno, quel terreno da dove tutto è iniziato. Oggi vive a Misano, in Romagna, è sposato e padre di tre figli. Ha giocato in molte squadre: Leonessa, Brescia, Genoa, Juventus, Atalanta, Bologna, Sampdoria, Torino, Grimsby Town, Tranmere, Crystal Palace, Sestrese e Dundee. Con la Sampdoria ha vinto uno scudetto nel 1991. – Ivano come inizia la tua carriera? «I primi calci li ho dati all’oratorio. La prima squadra che mi ha tesserato è stata la Leonessa. Dopo quattro anni sono passato al Brescia calcio. Ho esordito in serie B a 17 anni, facendo praticamente tutto quel campionato in prima squadra». – Il 17 maggio del 1987 al Brescia bastava un pareggio per salvarsi. La partita è sul 2-2, al 62’ per la Juventus entra Bonetti e segna. La partita finisce 3 a 2 per la Juve, il risultato sancisce la retrocessione del Brescia. Cosa ti ricordi di quella domenica? «Fu un’azione “sfortunata”. Nel Brescia ero cresciuto ed era la squadra della mia città. In velocità con un pallonetto saltai il difensore del Brescia e mi trovai a tu per tu con Aliboni». – Qual è l’allenatore con cui ti sei trovato meglio? «Faccio prima a dire con chi mi sono trovato male: Eriksson. Non spiegava molto, non sapeva motivare la squadra ed era un pessimo comunicatore. Non so come abbia fatto ad allenare squadre di un certo livello. Trapattoni, invece, era un grande mister così come Maifredi: peccato che Gigi non abbia raccolto quanto meritasse». – Tu e tuo fratello Dario siete stati calciatori famosi, la leggenda narra che Mario, vostro fratello maggiore, fosse il più bravo dei tre, sfatiamo questo mito? «Mario era fortissimo, molto veloce, usava entrambi i piedi e aveva un tiro potente. Con la De Martino (primavera dell’Atalanta) aveva vinto il torneo di Viareggio con Bodini e Scirea. A causa di un forte trauma al ginocchio dovette smettere. Mario è stato un punto di riferimento: era il collante tra me e Dario». – C’è un giocatore del paese che non ha rispettato le attese? «Mauro Saleri, classe 1958. Se sono quello che sono diventato, lo devo un po’ anche a lui. Passavo molto tempo all’oratorio a osservarlo. Aveva dei numeri pazzeschi, una tecnica eccelsa che gli permetteva di fare cose incredibili in spazi ristretti». – Hai incominciato all’oratorio, ti ricordi qualche aneddoto? «Giocavamo liberi, non c’era un vero allenatore. Ci si trovava e si facevano le squadre. In estate organizzavamo tornei e le giornate erano infinite». – A fine carriera vai a giocare in Inghilterra, la gente del villaggio di pescatori si autotassa per pagarti l’ingaggio. Le pizzerie inventano la pizza “Bonetti”… «Sono stati meravigliosi: ho vissuto un’esperienza bellissima. Giocavo senza il contratto; i tifosi pensando che me ne andassi, aprirono in tutta la contea un fondo “Bonetti”, dove ognuno poteva versava il proprio contributo…». – Di cosa si occupa ora Ivano Bonetti? «Commercio un prodotto tecnologico, che applicato ai telefonini riduce del 90% il rischio biologico di radiazioni. È un dispositivo medico venduto anche in farmacia. Lo stiamo distribuendo a parecchie società di calcio come la Juventus, il Bayern e il Manchester». – Qual è la formazione degli undici compagni migliori? «Prendo il gruppo Juve e quello della Samp, giocando a zona direi: Pagliuca, Mannini, Scirea, D. Bonetti, Cabrini, Bonini, Manfredonia, Platini, Lombardo, Vialli e Mancini». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/ivano-bonetti.html
  12. IVANO BONETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Ivano_Bonetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Brescia Data di nascita: 01.08.1964 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: 75 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1985 al 1987 Esordio: 21.08.1985 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 0-0 Ultima partita: 06.09.1987 - Coppa Italia - Pisa-Juventus 2-1 35 presenze - 2 reti 1 scudetto 1 coppa intercontinentale Ivano Bonetti (Brescia, 1º agosto 1964) è un dirigente sportivo, ex allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Suo padre Aldo ha giocato nel Brescia prima della seconda guerra mondiale, il fratello Mario e l'altro fratello Dario sono stati calciatori. Nel 1995 è stato il primo di una serie di giocatori italiani a militare, nella seconda metà degli anni 1990, nel campionato inglese. Ivano Bonetti Bonetti in azione alla Juventus nel 1986 Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2002 - giocatore 2002 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Brescia Squadre di club 1981-1984 Brescia 70 (3) 1984-1985 Genoa 31 (1) 1985-1987 Juventus 35 (2) 1987-1988 Atalanta 26 (2) 1988-1990 Bologna 62 (3) 1990-1993 Sampdoria 61 (0) 1993-1994 Bologna 18 (2) 1994-1995 Torino 5 (0) 1995 Brescia 16 (0) 1995-1996 Grimsby Town 16 (3) 1996-1997 Tranmere 13 (1) 1997 Crystal Palace 2 (0) 1997-1999 Genoa 55 (1) 1999-2000 Sestrese 19 (0) 2000-2002 Dundee 18 (2) Carriera da allenatore 2000-2002 Dundee Carriera Giocatore Da sinistra: Lorenzo Marronaro, Bonetti e Massimo Bonini esultanti al Bologna nella stagione 1988-1989. Esordisce nella squadra della sua città, il Brescia, per passare in seguito a Genoa e Juventus, dove nella stagione 1985-1986 vince scudetto e Coppa Intercontinentale. Dopo le esperienze con Bologna e Sampdoria, con cui vince il suo secondo scudetto, e un breve ritorno al Brescia, nel 1995 firma per il Grimsby Town, diventando primo straniero in squadra: annunciato che occorrevano 100.000 sterline per affittare Bonetti dalla compagnia di gestione statunitense che deteneva i diritti sui suoi "servizi e immagine", la cifra fu raccolta per metà dai fan, per metà da Bonetti; al Grimsby, secondo le regole FIFA, non era permesso trattare con la società e probabilmente non avrebbe potuto permettersi comunque i soldi. In un'intervista Ivano Bonetti ha raccontato che i suoi tifosi di Grimsby Town, un villaggio di pescatori, aprirono in tutta la contea un fondo “Bonetti”, dove ognuno poteva versare il proprio contributo nel timore che la mancanza dell'ingaggio potesse privarli del loro beniamino. Segnò il gol vincente contro il West Bromwich, allenato dall'ex manager del Grimsby, Alan Buckley. I rapporti con l'allenatore-giocatore del Grimsby, Brian Laws, sono piuttosto difficili perché l'arrivo dell'italiano ha catalizzato le attenzioni dei tifosi, così l'anno successivo si trasferisce al Tranmere Rovers, e poi dopo una breve esperienza al Crystal Palace torna in italia al Genoa. Dopo un'annata coi genovesi della Sestrese. Il 12 maggio 2000 si trasferisce in Scozia al Dundee. Allenatore Il 12 maggio 2000 si trasferisce al Dundee in qualità di allenatore-giocatore portandosi con se il fratello Dario nel ruolo di vice. La prima stagione risulta positiva in cui la squadra arriva al sesto posto nella Scottish Premier League con accesso alla Coppa Intertoto. Il secondo anno alla guida dei Dees inizia male infatti viene eliminata al primo turno della Coppa Intertoto per mano del FK Sartid e arriva al nono posto in campionato. Il 3 luglio 2002 viene esonerato dopo alcune divergenze con la società. Dirigente Dal 2007 è direttore sportivo del Pescina; il 10 novembre 2009 fa nominare suo fratello Dario allenatore del club. Il 15 febbraio 2010 viene esonerato insieme al fratello Dario e tutto il suo staff. Il 7 settembre 2011 viene nominato direttore generale del Sulmona; nel marzo del 2012 viene sollevato dall'incarico. Da agosto 2020 è responsabile del Settore Giovanile del Rimini Football Club. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1985-1986 - Sampdoria: 1990-1991 Supercoppa italiana: 1 - Sampdoria: 1991 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985
  13. LUCA GRAZIANI Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 07.06.1966 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1983 al 1984 - 1985-1986 e 1987-1988 Esordio: 10.11.1983 - Amichevole - Albese-Juventus 1-5 Ultima partita: 07.06.1988 - Amichevole - Viterbese-Juventus 2-6 0 presenze - 0 reti subite
  14. ALDO DOLCETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Dolcetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Saló (Brescia) Data di nascita: 23.10.1966 Ruolo: Centrocampista Altezza: 171 cm Peso: 66 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1984 al 1986 Esordio: 19.06.1985 - Coppa Italia - Juventus-Milan 0-1 1 presenza - 0 reti Collaboratore tecnico della Juventus dal 2014 al 2019 e dal 2021 al 2024 Aldo Dolcetti (Salò, 23 ottobre 1966) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano,di ruolo centrocampista. Aldo Dolcetti Dolcetti in azione al Pisa nella stagione 1989-1990 Nazionalità Italia Altezza 171 cm Peso 66 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Juventus (Coll.tecnico) Termine carriera 2002 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Trino 19??-19?? Juventus Squadre di club 1984-1986 Juventus 1 (0) 1986-1987 → Novara 32 (3) 1987-1991 Pisa 118 (1) 1991-1992 Messina 34 (2) 1992-1993 → Lucchese 19 (1) 1993-1997 Cesena 131 (15) 1997-1998 Savoia 21 (0) 1998-1999 Avellino 26 (0) 1999-2000 Cuneo 19 (0) 2000-2001 Sellero Novelle 20 (2) 2001-2002 Darfo Boario 16 (0) Carriera da allenatore 2003-2004 Fiorentina Vice 2005 Brescia Vice 2005-2006 Honvéd 2007 Messina Vice 2007 Lecco 2008 Siófok 2008 MTK Budapest 2008-2009 SPAL 2011-2013 Milan Primavera 2013-2014 Milan Coll. tecnico 2014-2019 Juventus Coll. tecnico 2021-2024 Juventus Coll. tecnico Carriera Giocatore Le prime esperienze calcistiche sono a Trino (VC) nell'Orsa e poi nell'AC Trino (ora L.G. Trino). Tra gli allenatori, il ricordo del maestro Cisiu (Tarcisio Tavano), Dall'età di tredici anni è alla corte della Juventus dove rimane per sei anni. I suoi allenatori sono Sentimenti IV, Viola, Grosso, Salvatore Jacolino e Giovanni Trapattoni. Nelle ultime due stagioni è in orbita Prima squadra con spazi limitati ad amichevoli, tournée, Coppa Italia e panchine in Serie A. Viene poi mandato a fare esperienza tra le file del Novara in Serie C2, con cui sfiora la promozione. L'anno successivo (1987) passa al Pisa in Serie A dove rimane per quattro stagioni. Il presidente Romeo Anconetani riesce ad avere dopo tre anni l'intero cartellino dalla Juventus. Gioca tra gli altri con Dunga, Cuoghi, Sclosa, Faccenda, Piovanelli, Padovano, Incocciati, Neri, Chamot. Come allenatore si segnala Mircea Lucescu. Nel 1991 passa al Messina con cui gioca una sola stagione in Serie B con Protti e Ficcadenti. L'anno successivo ritorna in Toscana, questa volta alla Lucchese, allora in Serie B. La allena Corrado Orrico e compagni di squadra sono Paci, Monaco, Rastelli, Di Francesco e altri. Dolcetti (a sinistra) in maglia pisana, in contrasto sul sampdoriano Oleksij Mychajlyčenko nel campionato 1990-1991. Nel 1993 passa al Cesena dove rimane per quattro anni, segnando quindici reti (il suo record personale di reti segnate da professionista con la stessa casacca). Come allenatori si ricorda soprattutto Bruno Bolchi. Nel primo anno sfiora la promozione in Serie A nello spareggio contro il Padova, mentre nell'ultimo vive la retrocessione in Serie C1. Con i romagnoli giocano Scarafoni, Hubner, Piraccini, Salvetti, Ambrosini, Agostini e Bianchi. Tenta l'esperienza all'estero in Spagna e in Inghilterra, e invece si ritrova in Serie C1 nelle file di Savoia e Avellino. Nel 1999 si trasferisce nel Cuneo nel CND, accettando una proposta del presidente Arese che prevede mansioni anche all'interno della Asics. Vi rimane un solo anno, scegliendo di trasferirsi a Brescia alla DigitalSoccer Project, società di analisi e osservazione del calcio italiano e internazionale. Continua a giocare per altri due anni nel Sellero Novelle e nel Darfo Boario, nel campionato lombardo di Eccellenza. Allenatore Dopo avere concluso la carriera da calciatore, si dedica allo studio analitico del calcio dal punto di vista statistico e manageriale. Nei tre anni nella DigitalSoccer Project interagisce con l'ambiente tecnico e anche con quello mediatico, lavorando anche in tv per la Rai nelle trasmissioni di approfondimento sui Mondiali 2002 e gli Europei 2004. La sua prima esperienza di campo si concretizza come allenatore in seconda della Fiorentina accanto ad Alberto Cavasin. Stessa collaborazione nella stagione successiva ma nel Brescia. Da allenatore in prima persona ha guidato la squadra ungherese di serie A della Honved nella stagione 2005-2006 e in quella 2006-2007 per i primi mesi. Nuova collaborazione per lui nella seconda metà della stagione 2006-2007 con Cavasin sulla panchina del Messina. Per la stagione sportiva 2007-2008, è chiamato sulla panchina del Lecco, ma ha rescisso il contratto due giorni prima dell'inizio del campionato. Nel gennaio del 2008 torna in Ungheria per dirigere la formazione del Siofok. Nel giugno 2008 entra nei quadri tecnici dell'MTK Budapest, ma torna immediatamente in Italia quando gli arriva la chiamata per allenare la SPAL. Dopo un sesto posto conquistato nella stagione 2008-2009, nella quale la SPAL ha mancato i play-off per un solo punto, la stagione 2009-2010 comincia male e a pagare gli scarsi risultati (15 punti in 13 partite) è il tecnico lombardo che il 17 novembre 2009 viene esonerato dopo 17 mesi alla guida della squadra biancazzurra. Il 17 gennaio 2011 diventa responsabile dell'area tecnico-tattica del settore giovanile del Milan. Dopo l'esonero dell'allenatore della Primavera milanista, Giovanni Stroppa, avvenuta il 13 giugno 2011, Dolcetti è subito messo nell'elenco dei probabili sostituti, in quanto ex compagno di squadra dell'allenatore della Prima squadra rossonera, Massimiliano Allegri, al Pisa, e profondo conoscitore tattico, col probabile scopo di standardizzare il sistema di gioco in tutte le formazioni del club. Nella stagione 2011-2012 diventa allenatore della Primavera del Milan, incarico mantenuto fino al 30 giugno 2013. Successivamente assume l'incarico di Coordinatore di tutte le formazioni giovanili della società rossonera e responsabile dell'area metodologica, rimanendo in carica fino al 6 agosto 2014, quando rescinde il contratto con la società rossonera. Pochi giorni dopo, sempre nell'agosto 2014, segue Massimiliano Allegri alla Juventus, con il ruolo di collaboratore tecnico: riveste l'incarico fino al 2019, vincendo cinque scudetti consecutivi, e nuovamente dal 2021 fino al 2024. Dopo il ritiro Dall'agosto del 2010 è uno degli opinionisti, assieme a Vincenzo D'Amico, di 90º Minuto Serie B condotto da Mario Mattioli. Palmarès Giocatore Competizioni internazionali Coppa Mitropa: 1 - Pisa: 1988
  15. BRUNO LIMIDO Arriva da Avellino, – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del novembre 1984 – come altri personaggi che han fatto la gloria recente della Juventus. Si potrebbe dire che la provenienza, questa provenienza, è di per sé un certificato di garanzia. Ma non sarebbe serio metterla su questo piano, con Bruno Limido, del quale qui parliamo. Perché Limido è ragazzo giovane ma già assai maturato e quindi ben cosciente del ruolo che gli spetta, e che potrebbe spettargli, in prospettiva, nella squadra bianconera. La chiacchierata con Limido parte da orizzonti vasti, quasi praterie, e finisce poi nel particolare, magari secondario, ma comunque utile al lettore per capire il tipo, apprezzarlo, cominciare a misurarlo sulla lunghezza d’onda della squadra. Limido è del ‘61, e dunque ha cominciato prestissimo, visto che si ritrova con alle spalle già un curriculum di tutto rispetto. «Ho iniziato nel Varese – dice Bruno – quando avevo 15 anni. La scuola era assai buona, lo è tutt’ora, e dunque sono stato avvantaggiato, tanto che a 17 anni già mi trovavo in prima squadra, con Fascetti allenatore. Poi, naturalmente, ho dovuto adattarmi alle più svariate incombenze, ma tutto sommato credo di essermela cavata bene, visto che ho messo insieme, tra serie B e serie C, una trentina di presenze, e tre gol, se ricordo bene». Limido ricorda benissimo. È un ragazzo meticoloso, sa dove vuole arrivare, e conosce il prezzo, in termini di sacrificio, di questo obiettivo. Chiusa la parentesi, microfono nuovamente a Bruno. «Dopo Varese, Avellino una prima volta, poi nuovamente Varese, e infine Avellino in pianta stabile. Qui comincia la mia storia recente». Nasce l’Avellino matricola spregiudicata, provinciale schietta e agguerritissima. La squadra che al «Partenio» sempre pieno di calore e di ribollente passione fa passare brutti quarti d’ora anche alle squadre più blasonate, sissignori anche alla Juve. Limido è parte non secondaria di quell’Avellino. «In due stagioni – prosegue Bruno – ho giocato 50 partite, quindi quasi tutte, e ho anche segnato cinque gol. Diciamo che è stata la mia consacrazione a livello di serie A, il salto di qualità. In una squadra, oltretutto, ricca di talenti giovani, e dunque con sensibili margini di miglioramento. Di lì son partiti prima Vignola e Tacconi, e poi il sottoscritto e Favero. E ti assicuro che nella squadra irpina, di giovani forti, ce ne sono altri ancora». Ma il passato è passato. Oggi Limido è nella «rosa» del Trap, e deve farsi valere in un contesto tecnico di primissimo ordine. Sentiamo dunque innanzitutto la sua scheda tecnica. «Posso ricoprire diversi ruoli – dice – e credo di essere stato preso proprio per questo. Quello che preferisco fare è comunque marcare la mezz’ala avversaria, oppure il cursore. Meglio ancora se, per fare questo, vengo gravitato sulla fascia sinistra, visto che sono un mancino. Comunque, se mi dicono che devo giocare a destra, nessunissimo problema, ci mancherebbe altro». E veniamo al particolare. Hobby; tempo libero, insomma di tutto un pò, al di fuori del pallone. Con Limido, la premessa è d’obbligo. «Sì, in effetti, essendo sposato, con un figlio di quattro anni, i miei hobby e in genere il mio tempo libero sono legati a filo doppio alla famiglia. Passo la maggior parte del mio tempo in casa, ascoltando musica e vedendo film». Vogliamo qualche dettaglio; i tuoi gusti, musicali e cinematografici. «Nella norma, direi. Mi piacciono i cantautori italiani, un po’ tutti, mentre per i films ho un debole per i western classici, alla John Wayne». Andata buca, o quasi, la divagazione fuori del pianeta calcio, rieccoci a parlare di campionato, di stranieri, di giovani italiani. Un gran minestrone di attualità, parole e musica di Bruno Limido. «Sono portato più ai fatti che alle parole, e dunque non do mai troppo peso ai discorsi teorici. C’è chi dice che gli stranieri portano via spazio e attenzione ai nostri giovani, cioè a noi, visto che mi sento parte in causa. Non sono affatto d’accordo: credo che gli stranieri, quando sono validi, siano utilissimi, anche e soprattutto come esempio per noi. Un giovane ha sempre tutto lo spazio per emergere, naturalmente se ha i mezzi per farlo, cioè le doti tecniche. Personalmente, mi sento più che stimolato da gente come Platini e Boniek, e credo che il discorso valga anche per i miei colleghi di altre squadre». Finalino in stile-Juventus. Da Avellino a Torino, potrebbe anche essere dura. Cambia tutto. O no? «Sì – conclude Bruno senza farsi pregare –, in effetti cambia proprio tutto. L’ambiente è completamente diverso, le attese dei dirigenti e dei tifosi pure. Ma è un cambiamento che ho assimilato benissimo, senza traumi, e soprattutto subito, al primo impatto. Anche perché sono stato accolto davvero bene». Insomma, un Limido che ha capito tutto e senza perdere tempo. Sarà altrettanto rapido a trovare posto, oltre che in panca, sul terreno di gioco? A giudicare dal debutto in Coppa Campioni, contro i finlandesi, la risposta dovrebbe essere affermativa. Ma Bruno ci ha appena detto che preferisce i fatti alle parole, e dunque lasciamo al campo, e al Trap, di dare una risposta. NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 1-7 LUGLIO 2003 «Il calcio è una brutta bestia. Ti dà tanto: fama, soldi, protagonismo. Poi tutto sparisce e inizia il difficile. Allora bisogna essere forti dentro, se no ti perdi». Bruno Limido, oggi simpatico quarantaduenne, detta la ricetta per il “day after” del calciatore professionista. E lo fa a pieno titolo, viste le oltre 200 partite tra A, B, C1 e C2 al suo attivo. Migliaia di chilometri macinati, quasi sempre solcando la fascia sinistra, tra il ‘79 e il ‘93 con le maglie, tra le altre, di Varese, Avellino, Bologna e Juventus. «Finita la carriera, per qualche tempo sono rimasto nell’ambiente. Ho seguito i giovani del Varese e per un anno ho fatto l’osservatore per il Parma». Si copre il volto con le mani: «Dopo aver visto tre volte Pippo Inzaghi, all’epoca all’Atalanta, ma di proprietà del Parma, scrissi che non era poi un granché, dato che finiva sempre in fuorigioco. Un’altra volta manifestai grossi dubbi sui gemelli Filippini... e lì terminò la mia carriera da osservatore. Se rimani nel calcio devi avere la possibilità di crescere. In troppi invece sono costretti ad accontentarsi di ruoli di secondo piano. Allora ho preferito seguire altre strade. Senza rimpianti, né dolori». È un fiume in piena, Limido. «Se parlo troppo, dimmelo. Il mio mestiere è vendere e di parole ne devo usare parecchie». Grassa risata e riparte. «Con il calcio di un certo livello ho chiuso nell’89 dopo l’ultimo anno in A con il Cesena: venticinque partite, un malleolo fratturato, un rientro in tutta fretta dopo solo quindici giorni dall’incidente, con tanto di gesso tolto con le mie mani perché “dovevo” giocare, per ottenere la riconferma. A quel punto, anche per motivi familiari, ho deciso di tornare a Varese». La svolta di Bruno e datata 1995. «Un amico ebbe l’idea di creare una cooperativa di servizi, di quelle che offrono ai clienti manodopera per tutta una serie di attività, dalle pulizie alla logistica. Avevo altri progetti: mi sarebbe piaciuto aprire un agriturismo, magari con un laghetto per la pesca sportiva. Comunque dissi di sì. Mi affidarono i rapporti con i clienti e la gestione del personale». Comincia per Limido la seconda carriera di... cursore. «In un anno arrivo a centomila chilometri. La cooperativa è cresciuta, oltre alla sede principale di Varese abbiamo uffici a Milano, Torino, Bassano del Grappa e Modena. I soci lavoratori sono milleduecento, impiegati soprattutto nei servizi di logistica e magazzinaggio. I nostri clienti più importanti appartengono al settore alimentare e a quello dell’abbigliamento». Bruno è soddisfatto e non lo nasconde. «Dal ‘99 la cooperativa viaggia da sola sotto l’insegna del CIS, Consorzio Italiano Servizi. Il lavoro c’è, quella che manca, purtroppo, è la manodopera. Se potessi contare su un centinaio di braccia in più, sarei felice perché i clienti tendono ad aumentare: segno che faccio bene il pressing». In Limido il carattere aperto, gioviale lascia intravedere una certa robustezza d’animo. «È quello che ti dicevo prima: ci vuole forza interiore. Solo così riesci a trovare l’equilibrio vincente. E lo sport ti forgia». Il pensiero corre all’estate dell’80, quando il diciannovenne Limido da Varese finisce dritto dritto ad Avellino. «Non mi ero mai allontanato da casa, prima. Sibilia (storico padre-padrone dell’Avellino, ndr) era amico di Colantuoni, presidente del Varese e avellinese d’origine. Affare fatto per tutti, anche per me: dalla C1 andavo in A. Pensavo che Avellino, essendo al Sud, fosse una città piena di sole. Errore: trovai un freddo bestiale. Ma i tifosi ti facevano sentire tutto il loro calore. Solo a Lecce ho provato sensazioni simili. L’Avellino è rimasto nel mio cuore: ho esordito in A dal primo minuto alla terza di campionato. Ci ho giocato per tre stagioni conquistando tre salvezze e poi sono andato alla Juventus. Grandi soddisfazioni, ma anche profondo dolore per il dramma del terremoto del novembre ‘80». Bruno lascia il Sud per la Vecchia Signora nell’84. Un trasferimento da raccontare. «Il 6 maggio giochiamo a Torino. Con un punto a testa la Juve vince lo scudetto e noi ci salviamo. È quello che succede, con festeggiamenti negli spogliatoi. A un certo punto mi trovo in mezzo a Boniperti da un lato e Sibilia dall’altro. In mano hanno il mio contratto, un triennale. Tu che avresti fatto? Non avresti firmato? E a quei due come glielo spiegavi? Il fatto è che non sarei dovuto rimanere a Torino. Il mio cartellino era stato inserito nella trattativa per Giordano. Ma saltò l’accordo, invece che alla Lazio rimasi alla Juventus, giocando poco. Col Trap parlavo in dialetto, tra lombardi ci si capisce. Ogni tanto gli chiedevo “Mister, mi mette titolare?”». Alla fine furono soltanto quattro le gare in campionato e ben tre in Coppa Campioni, quella vinta all’Heysel. «Un incubo. A un certo punto ho visto un uomo con un bambino ferito in braccio. Veniva verso gli spogliatoi e voleva uscire dallo stadio. Ma c’era un cancello chiuso con catena e lucchetto. Non so come, ma è riuscito a spezzare la catena e a portare via di lì suo figlio. Eravamo scioccati e non è vero che festeggiammo negli spogliatoi». A Limido toccò anche un compito ingrato. «Facevo parte della delegazione della Juve che andò all’aeroporto ad accogliere le salme dei tifosi morti a Bruxelles. E non aggiungo altro». Giriamo pagina, la parentesi juventina regala anche una singolare gara di fine allenamento. «Qualche volta il Trap metteva un paletto tra palo e traversa, in modo da creare un triangolo all’altezza del sette. Bene, chi infilava il pallone in quel triangolo, andava a fare la doccia. Platini era il primo a uscire dal campo. Io, Caricola e Pioli gli ultimi». In coda un curioso dettaglio. Diventato col tempo un ricordo prezioso: «Non sarò stato bravo come Platini o Maradona, ma sono l’unico calciatore che ha segnato direttamente dal corner sia di destro che di sinistro: il primo gol l’ho fatto in Udinese-Avellino, nell’84-85, l’altro in Fiorentina-Cesena, ‘88-89». Chapeau, monsieur Limido! https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/bruno-limido.html
  16. BRUNO LIMIDO https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Limido Nazione: Italia Luogo di nascita: Varese Data di nascita: 07.03.1961 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1984 al 1985 Esordio: 22.08.1984 - Coppa Italia - Juventus-Palermo 6-0 Ultima partita: 19.06.1985 - Coppa Italia - Juventus-Milan 0-1 14 presenze - 0 reti 1 coppa dei campioni 1 supercoppa Uefa Bruno Limido (Varese, 7 marzo 1961) è un ex calciatore italiano. Bruno Limido Limido all'Avellino nel 1983 Nazionalità Italia Altezza 176 cm Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1992 Carriera Giovanili 19??-19?? Varese Squadre di club 1978-1980 Varese 34 (3) 1980-1981 Avellino 9 (0) 1981-1982 → Varese 34 (1) 1982-1984 Avellino 53 (5) 1984-1985 Juventus 14 (0) 1985-1986 Atalanta 4 (0) 1985 → Bologna 22 (1) 1986-1987 Atalanta 18 (0) 1987-1988 → Lecce 32 (1) 1988-1989 Cesena 25 (1) 1989-1990 Solbiatese 23 (0) 1990-1992 Varese 50 (3) Carriera Giocatore Limido (a sinistra) e Luciano Favero alla Juventus nel 1984 Centrocampista di fascia, cresce calcisticamente in varie società minori del Varesotto. Approdato nelle giovanili del Varese, con i biancorossi debutta in Serie B disputando due campionati sul finire degli anni 70. Passa quindi nel 1980 all'Avellino dove ha modo di esordire in Serie A, senza tuttavia riuscire a trovare molti spazi. Torna quindi in prestito agli stessi lombardi dove, grazie alle prestazioni offerte tra i cadetti, si guadagna una seconda possibilità ad Avellino, nel massimo campionato. Con gli irpini del commendatore Antonio Sibilia disputa stavolta due campionati di alto livello, emergendo tra i maggiori talenti portati alla ribalta nella prima metà di quel decennio dalla provinciale biancoverde, e destando così le attenzioni della Juventus che ne acquista il cartellino nell'estate 1984; inizialmente la società bianconera vorrebbe usare il centrocampista solo come pedina di scambio da proporre alla Lazio per arrivare a Lionello Manfredonia, ma la ritrosia di quest'ultimo nel lasciare Roma fa sì che Limido approdi in pianta stabile a Torino. In Piemonte ritrova alcuni ex compagni delle stagioni avellinesi, come Stefano Tacconi, Beniamino Vignola e Luciano Favero, quest'ultimo acquistato da Giampiero Boniperti nella medesima sessione di mercato: a differenza dei succitati, assurti a protagonisti nei successi dell'era di Michel Platini, l'esperienza in bianconero di Limido non è fortunata, tanto che, pur fregiandosi nel 1985 delle vittorie europee in Supercoppa UEFA e Coppa dei Campioni, sotto la guida di Giovanni Trapattoni raggranella appena una manciata di presenze e, dopo un'unica stagione da meteora juventina, viene ceduto all'Atalanta. Nemmeno a Bergamo riesce a esprimersi a livelli soddisfacenti, finendo dirottato dapprima al Bologna e poi al Lecce. In Puglia disputa un buon campionato di Serie B, culminato con la promozione dei salentini in massima categoria, livello che il giocatore mantiene anche l'anno successivo pur accasandosi al Cesena. Conclude la carriera nei primi anni 90, nelle serie minori, tra Solbiatese e, di nuovo, Varese. Dopo il ritiro Sul finire del 2014 viene arrestato per presunta frode fiscale, accusa da cui verrà scagionato pochi mesi più tardi. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C1: 1 - Varese: 1979-1980 (girone A) Competizioni internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985
  17. STEFANO PIOLI Pioli come Cabrini? – si domanda Massimo Burzio su “Hurrà Juventus” dell’ottobre 1984 – Ancora una volta la Juventus si dimostrerà capace di lanciare e «consacrare» un giovane campione di appena diciannove anni? Accade (sembra passato, ormai, tanto tempo) nel 1976 con quel ragazzo dal sorriso luminoso e dalla classe cristallina che oggi, dopo aver vinto un Mundial, è una colonna bianconera e un punto fermo per la nuova nazionale di Enzo Bearzot.Allora Cabrini si presentò alla Juve e fu gradualmente inserito da Trapattoni in una squadra che vinse campionato e Coppa Uefa, oggi la stessa cosa potrebbe succedere a Stefano Pioli.Pioli, che è nato a Parma il 20 ottobre del 1965, anche qui, dunque, diciannovenne, a differenza del popolare «Tonio», non ha però fatto esperienza in squadre di serie B. Il parmense arriva direttamente da due stagioni (44 presenze totale e una rete contro la Sanremese) nella compagine della sua città in serie C1. Non ci dovrebbero, però, essere problemi di ambientamento se è vero come è vero che Trapattoni ha subito deciso, complice anche l’infortunio di Brio, di far esordire il buon Stefano.E il tecnico (confortato da quanto il campo gli ha fatto vedere) dice: «È un tipo sveglio, dal gran fisico. Ha confermato una certa sicurezza e offre già un buon affidamento».Se Trapattoni promuove Pioli chissà cosa ne pensa Brio. Il titolare non ha dubbi: «È bravo, bravissimo – afferma – È modesto fuori e grintoso in campo. Farà una carrierona».Tutto bene, quindi, per Stefano che commenta: «Il balzo dalla terza serie alla Juve è... grandissimo. Ancora mi sembra impossibile essere qui, in compagnia di così tanti campioni».Pioli si è subito inserito nell’ambiente a dimostrazione che le squadre come la Juve sono grandi in campo e fuori... «È stato subito tutto semplicissimo – racconta Stefano – Dal Mister ai massaggiatori non c’è stato uno che non mi abbia fatto sentire come se fossi a casa... Non pensavo che qui ci fosse un ambiente tanto familiare, tanto modesto. E dire che hanno vinto tutto quello che c’era di vincere...»Pioli è quindi partito, nel «Gran Premio della Juve», in «Pole position». Fortuna, coincidenza o… «È merito dei compagni! – dice Stefano – Le cose sono state più facili del previsto. Non nascondo che alla vigilia del ritiro avevo una grande emozione, ma mi hanno immediatamente fatto capire che ero uno del gruppo. Ero uno come loro anche se so cosa mi aspetta».E cioè? «Voglio dire che si fa esperienza anche soltanto negli allenamenti. La mia prima stagione juventina sarà... un anno di studio. Si imparano tante cose nelle partitelle, il signor Trapattoni mi spiega cose incredibili. È davvero tutto magnifico».Il ragazzo «c’è». Lo si vede, lo si capisce sia in partita, sia quando è lontano dal campo. E che Pioli possa, come dicevamo all’inizio, diventare qualcuno, risulta chiaro anche da un piccolo ma significativo aneddoto. Il giorno del raduno Stefano si presentò al Comunale con i genitori. Subito qualcuno ironizzò sul «difensore con la mamma», sullo «stopper che non si separa mai dal babbo»: «Già – dice – mi hanno dipinto come un «mammone» e non è vero. Certo, questo è il primo anno in cui sono lontano da Parma e i miei mi mancano. Ma allo Stadio, quel giorno, ci arrivai accompagnato perché non mi è ancora arrivata la patente e non posso, con il documento sostitutivo che mi hanno dato, guidare fuori dalla mia provincia. Così, piuttosto che prendere il treno, mi son fatto portare dai miei genitori».Pioli, insomma, prende le distanze da quella che potrebbe essere un’immagine «a tutto tondo». Non si sente, a buon diritto, un «bambino». È un giovane pieno di grinta legato alle tradizioni, ma ricco di volontà e tenacia.In questo, come in tante altre doti tecniche, ci ricorda Cabrini, il primo Cabrini. Anche Antonio arrivava dalla provincia, anche lui era (ed è, ovviamente) una persona «unica» in quanto a cultura, educazione e voglia di sfondare... E se andiamo a esaminare la carriera di Cabrini, certi exploit in bianconero e in azzurro...Già, l’azzurro. Pioli sogna la nazionale? «Come tutti! Sono stato inserito nella juniores e col tempo mi piacerebbe riuscire a entrare nella under 21... Poi non chiedo altro... L’importante è far bene nella Juventus e basta».Ma chi è Stefano Pioli lontano dai campi di gioco? Ecco il ritratto, forzatamente breve, che ci dà il diretto interessato: «Studio ragioneria – racconta – dovrei fare il quarto e quinto anno assieme ma credo che procederò per gradi e frequenterò, con calma, soltanto la «quarta». Meglio non fare il passo più lungo della gamba. Quindi dovrò studiare moltissimo e avrò poco tempo per i miei hobby che sono la televisione, qualche libro e la musica italiana tipo Claudio Baglioni, Bennato, Battisti; i cantautori migliori, insomma. Sono fidanzato con una ragazza di Parma di nome Barbara, ho due fratelli, Danilo di 15 anni e Leonardo di 20. Mio papà è impiegato postale e mia mamma è casalinga... Altro non so cosa dire».Il «ritrattino», l’identikit ci pare completo, ma poi Stefano aggiunge: «Ah, se possibile, scrivi che... mi sento un ragazzo come tutti gli altri, forse più fortunato perché faccio un mestiere che tutti vorrebbero fare e che mi piace moltissimo. Ma in pratica mi sento uguale ai miei coetanei».Preciso, intelligente, educato, umile «bravo» sul campo e fuori. Pioli come Cabrini o... prestissimo Pioli come Pioli?In questa Juve che della gioventù non ha soltanto il nome, c’è da scommettere che Stefano Pioli potrà fare grandi cose. La Juve non si ferma... non resta in contemplazione dei trionfi di oggi o di ieri: guarda avanti, prepara il futuro. Accadde con Cabrini (e con altri...), accade con Pioli.È la storia, una delle più belle anche se con la «s» minuscola, continua...Stefano rimarrà sotto la Mole per tre stagioni, al termine delle quali totalizzerà solamente 57 presenze fra campionato, Coppa Italia e Coppe Europee; troppo poco, se confrontato a quello che si riprometteva di fare e conoscendo le sue indubbie doti tecniche e atletiche.Nell’estate del 1987, nell’ambito della collaborazione tra Juventus e Verona, è ceduto ai gialloblu; quindi un lungo girovagare, per vestire le maglie di Fiorentina, Padova, Pistoiese e Fiorenzuola, prima di intraprendere, con alterne fortune, la carriera di allenatore. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/stefano-pioli.html
  18. STEFANO PIOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Stefano_Pioli Nazione: Italia Luogo di nascita: Parma Data di nascita: 20.10.1965 Ruolo: Difensore Altezza: 183 cm Peso: 76 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1984 al 1987 Esordio: 22.08.1984 - Coppa Italia - Juventus-Palermo 6-0 Ultima partita: 26.04.1987 - Serie A - Torino-Juventus 1-1 57 presenze - 1 rete 1 scudetto 1 coppa dei campioni 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Stefano Pioli (Parma, 20 ottobre 1965) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, tecnico del Milan. Da calciatore ha raggiunto i maggiori successi vestendo la maglia della Juventus, per la quale giocò dal 1984 al 1987 vincendo la Supercoppa UEFA 1984, la Serie A 1985-1986, la Coppa dei Campioni 1984-1985 e la Coppa Intercontinentale 1985; vinse anche la Serie C1 1983-1984 col Parma e la Serie B 1993-1994 con la Fiorentina. Da allenatore ha vinto la Serie A 2021-2022 con il Milan; ha inoltre raggiunto le finali di Coppa Italia 2014-2015, Supercoppa italiana 2015 con la Lazio, e di Supercoppa italiana 2022 con il Milan, squadra quest'ultima con cui ha anche raggiunto le semifinali della UEFA Champions League 2022-2023. Stefano Pioli Pioli nel 2015 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Squadra Milan Termine carriera 1999 - giocatore Carriera Giovanili 1979-1982 Parma Squadre di club 1982-1984 Parma 42 (1) 1984-1987 Juventus 57 (1) 1987-1989 Verona 42 (0) 1989-1995 Fiorentina 154 (1) 1995-1996 Padova 4 (0) 1996-1997 Pistoiese 14 (1) 1997-1998 Fiorenzuola 21 (0) 1998-1999 Colorno 20 (3) Nazionale 1985-1987 Italia U-21 5 (0) Carriera da allenatore 1999-2001 Bologna Allievi Naz. 2001-2002 Bologna Primavera 2002-2003 Chievo Primavera 2003-2004 Salernitana 2004-2006 Modena 2006-2007 Parma 2007-2008 Grosseto 2008-2009 Piacenza 2009-2010 Sassuolo 2010-2011 Chievo 2011 Palermo 2011-2014 Bologna 2014-2016 Lazio 2016-2017 Inter 2017-2019 Fiorentina 2019- Milan Caratteristiche tecniche Giocatore Difensore che poteva ricoprire tutti i ruoli della retroguardia, rendeva al meglio nella posizione di stopper. Giovane promessa, la sua carriera è stata tuttavia minata da numerosi e gravi infortuni — tra cui quattro fratture del metatarso (l'ultima delle quali richiese un trapianto osseo), una alla spalla, e altri ai legamenti del ginocchio — che ne hanno precluso l'affermazione ad alti livelli. Allenatore Generalmente utilizza il 4-2-3-1 oppure il 3-5-2, coi terzini che partecipano attivamente all'azione d'attacco. Alla Lazio ha spesso utilizzato il 4-3-3. Appassionato di pallacanestro e ciclismo, ha provato, nei limiti del possibile data la differenza tra i due sport, a importare nel calcio qualche accorgimento tipico della palla a spicchi. Carriera Giocatore Club Parma e Juventus Un giovane Pioli in azione alla Juventus nella stagione 1984-1985 Inizia al Parma, squadra di cui si è dichiarato tifoso, in cui emerge appena diciottenne: in Emilia gioca 42 gare, segnando la prima delle sue 6 reti in carriera, in 2 stagioni di Serie C1 (1982-1984). Nel 1984 passa alla Juventus, appena laureatasi campione d'Italia. Esordisce in bianconero il 22 agosto, nel 6-0 rifilato al Palermo in Coppa Italia; 4 settimane dopo, fa il suo esordio anche in campo europeo nella partita di Coppa Campioni che la Juventus vince per 4-0 contro l'Ilves. In Piemonte gioca complessivamente 57 partite (35 in Serie A, 13 nella coppa nazionale, 8 nella massima manifestazione continentale e una in Coppa Intercontinentale) e segna un gol, vincendo come rincalzo — appena ventenne — la Coppa dei Campioni 1984-1985, la Coppa Intercontinentale 1985 (dove, nella finale contro i sudamericani dell'Argentinos Juniors, a gara in corso si ritrova a sostituire efficacemente Scirea) e lo scudetto del 1985-1986. Durante il triennio nel capoluogo sabaudo, non conferma appieno le premesse del suo arrivo: l'ultima presenza con la Vecchia Signora è datata 26 aprile 1987, quando scende in campo nel derby della Mole. Verona e Fiorentina Nel 1987 viene ceduto al Verona, dove colleziona 42 presenze in 2 campionati. Dal 1989 al 1995 veste invece la maglia della Fiorentina, disputando la finale di Coppa UEFA 1989-90 e vincendo il campionato cadetto 1993-94. Pioli in azione alla Fiorentina nella stagione 1991-1992 Il 6 novembre 1994, durante la partita con il Bari (terminata 2-0 in favore dei viola), a seguito di uno scontro di gioco riporta un arresto cardio-respiratorio che lo costringe ad alcuni giorni di ricovero in ospedale. Padova, Pistoiese, Fiorenzuola e Colorno Nel 1995 passa al Padova, dove colleziona una presenza nell'anno in cui la squadra retrocede in Serie B. Nell'annata successiva tra i cadetti gioca 3 partite; a gennaio è ceduto alla Pistoiese e conclude la stagione con 14 presenze, segnando un gol in Serie C1. Nel 1997-1998 gioca ancora in Serie C1 al Fiorenzuola, collezionando 21 presenze. Ha chiuso la carriera a 34 anni nel Colorno giocando con il fratello Leonardo nel Campionato d'Eccellenza Emilia-Romagna 1998-1999 e vincendo la Coppa Italia d'Eccellenza Emilia-Romagna. In carriera ha totalizzato 202 presenze in Serie A, con una rete in occasione della vittoria esterna della Fiorentina sulla Cremonese il 29 ottobre 1989, 34 presenze in Serie B. Nazionale È stato convocato per 9 volte dalla Nazionale Under-21, scendendo in campo in 5 occasioni dal 1985 al 1987. Allenatore Gli inizi, Salernitana e Modena L'avvio è nelle giovanili: 3 stagioni al Bologna (1999-2002), con cui vince il Campionato Allievi Nazionali, e una stagione alla Primavera del Chievo. A giugno 2003 debutta alla guida di una prima squadra, la Salernitana, in Serie B; inizialmente assunto per guidare i campani in Serie C1, in seguito al Caso Catania il club granata ottenne il ripescaggio in B. L'esordio sulla panchina granata è il 17 agosto 2003, in Salernitana-Napoli 0-0 di Coppa Italia. Guida i campani alla salvezza, e nella stagione successiva allena il Modena: nella prima stagione gli emiliani sfiorano i play-off, nel campionato successivo è esonerato e sostituito da Maurizio Viscidi che, dopo 3 sconfitte consecutive, è esonerato e risostituito da Pioli. Chiude il campionato al 5º posto e la squadra raggiunge i play-off (Christian Bucchi segna 29 reti in stagione regolare, una ai play-off), venendo eliminata in semifinale dal Mantova (0-0 in casa, 1-1 a Mantova che qualifica i virgiliani grazie alla miglior posizione in classifica). Parma e Grosseto Nel giugno 2006 diviene l'allenatore del Parma. Il 10 settembre esordisce da tecnico in A, nella gara che i ducali pareggiano (1-1) sul campo del Torino. 4 giorni più tardi, debutta anche nelle competizioni europee guidando la squadra alla vittoria contro il Rubin in Coppa UEFA. Mentre in campionato i ducali accusano una crisi (tanto che la prima vittoria giunge soltanto a metà ottobre) in Europa — dove hanno un sorteggio abbordabile — raggiungono i sedicesimi di finale. Pioli non arriva però a disputare la fase a eliminazione diretta, poiché la grave situazione in campionato ne provoca l'esonero a febbraio: al suo posto, viene ingaggiato Claudio Ranieri. All'inizio della stagione seguente, passa al Grosseto neopromosso in B. Dopo un avvio negativo riesce a risalire la classifica, centrando la salvezza in anticipo e il tredicesimo posto finale. Piacenza e Sassuolo L'11 giugno 2008 diventa allenatore del Piacenza. Guida la squadra in Serie B, col quale disputa un buon campionato e raggiunge la salvezza. Il 5 giugno 2009 lascia Piacenza, non trovando accordo con la società circa i piani futuri della squadra. Il 12 giugno 2009 diventa allenatore del Sassuolo; lo staff che arriva è composto dal viceallenatore Giacomo Murelli e dal collaboratore tecnico Davide Lucarelli. Nell'ottima stagione 2009-2010 guida la squadra allo storico 4º posto in Serie B e alla semifinale play-off persa col Torino. Chievo e Palermo Il 10 giugno 2010 rescinde il contratto al Sassuolo, e si accorda con il Chievo di Luca Campedelli per la stagione 2010-2011, sempre con Murelli e Lucarelli collaboratori. Dopo aver raggiunto la salvezza classificandosi all'undicesimo posto con 46 punti e con la quarta miglior difesa del campionato, il 26 maggio 2011 lascia l'incarico. Il 2 giugno 2011 diventa allenatore del Palermo, sostituendo Delio Rossi; lo staff che arriva è composto, oltre che da Murelli e Lucarelli, dal preparatore atletico Matteo Osti e dal preparatore dei portieri Graziano Vinti. Il debutto al Palermo è il 28 luglio, nell'andata del 3º turno preliminare d'Europa League allo Stadio Renzo Barbera con gli svizzeri del Thun. Il Palermo però viene eliminato dopo l'1-1 nella gara di ritorno (aveva pareggiato in casa 2-2 all'andata) e così il 31 agosto viene esonerato, dopo solo due mesi alla guida dei rosanero e con il campionato che deve ancora cominciare. Bologna Pioli nel 2012, durante l'esperienza al Bologna Nell'ottobre 2011, con la Serie A ferma per la sosta internazionale, sostituisce Pierpaolo Bisoli al Bologna. Esordisce contro il Novara, portando i felsinei a ottenere la prima vittoria stagionale (0-2). Imbattuta nelle prime 8 uscite del 2012, la formazione emiliana chiude il torneo al nono posto con 51 punti di cui 50 ottenuti nelle 33 partite nella sua gestione. Dopo aver raggiunto la salvezza anche nel 2012-13 classificandosi al 13º posto con 44 punti, viene esonerato nel gennaio 2014 dopo aver totalizzato 15 punti in 18 partite, con il Bologna, in quel momento, virtualmente salvo. Lazio Il 12 giugno 2014 diventa allenatore della Lazio. Nel corso della stagione, l'11 gennaio 2015 pareggia 2-2 il suo primo derby di Roma. Il successivo 20 maggio disputa la finale di Coppa Italia, persa ai supplementari con la Juventus (1-2). Il 31 dello stesso mese conclude la stagione conquistando il 3º posto in campionato dietro Roma e Juventus; tale risultato permette alla Lazio di tornare ai preliminari in Champions League dopo 8 anni dall'ultima partecipazione. L'8 agosto 2015 perde la Supercoppa italiana contro i campioni d'Italia della Juventus (2-0). Il 26 agosto 2015 inoltre perde il ritorno di Champions League contro il Bayer Leverkusen per 3-0 portando la Lazio all'eliminazione in tale competizione dopo aver vinto la partita di andata per 1-0 con gol di Keita. Il 3 aprile 2016, in seguito alla sconfitta per 1-4 nel derby contro la Roma, viene esonerato. Inter Nel novembre 2016, durante la sosta dei campionati, è ufficializzato il suo ingaggio da parte dell'Inter, sostituendo l'esonerato Frank De Boer. Dopo un breve periodo di assestamento, i nerazzurri, che avevano sofferto un difficile inizio di stagione, si ricompattano vincendo 9 partite di fila tra campionato e coppe. Nonostante il buon rendimento, la squadra recupera poco terreno rispetto alle dirette concorrenti: a ciò concorrono, infatti, le battute d'arresto negli scontri diretti con Napoli, Juventus e Roma. Anche la rincorsa al quarto posto, parsa in un primo momento fattibile, è destinata a naufragare: dalla 29ª alla 35ª giornata la squadra totalizza soltanto 2 punti, incassando al contempo 5 sconfitte. Il 9 maggio 2017 la società decide per l'esonero, sostituendolo con Stefano Vecchi; in 23 partite di campionato, il tecnico ha ottenuto 39 punti sui 69 disponibili. Fiorentina Dopo aver rescisso il contratto con l'Inter, il 6 giugno 2017 firma per la Fiorentina andando a sostituire Paulo Sousa. Esordisce con i viola il 20 agosto proprio contro la sua ex squadra (l'Inter), perdendo per 3-0. Perde ancora la giornata dopo per 1-2 in casa contro la Sampdoria. Riesce a trovare la prima vittoria vincendo per 0-5 alla terza giornata contro il Verona. Chiude la sua prima stagione alla Fiorentina ottavo, totalizzando 57 punti in campionato. Il 9 aprile 2019, dopo la sconfitta in casa per 0-1 contro il Frosinone, rassegna le dimissioni, lasciando il club al decimo posto in campionato e in semifinale di Coppa Italia. Milan Stefano Pioli (a destra) nel 2022 Il 9 ottobre 2019, pur tra lo scetticismo della piazza rossonera, viene nominato nuovo tecnico del Milan, in sostituzione dell'esonerato Marco Giampaolo. Debutta il 20 dello stesso mese, in casa contro il Lecce, pareggiando 2-2. Il 21 luglio 2020, in seguito ai buoni risultati ottenuti nella seconda parte di stagione, viene ufficializzato il prolungamento del suo contratto con il club fino al 30 giugno 2022. Chiude il primo campionato al Milan con il sesto posto finale, che vale la qualificazione al secondo turno preliminare di Europa League. In Coppa Italia, invece, i rossoneri vengono eliminati in semifinale dalla Juventus, con il risultato aggregato di 1-1 che premia i bianconeri per la regola dei gol in trasferta. Comincia la stagione successiva battendo lo Shamrock Rovers e il Bodø/Glimt nelle qualificazioni e il Rio Ave negli spareggi di Europa League, accedendo alla fase a gironi della competizione. In campionato i rossoneri partono con quattro vittorie consecutive (tra cui il derby vinto per 2-1), evento che non si verificava dalla stagione 1995-96 sotto la guida di Fabio Capello. Il 1º novembre 2020, grazie alla vittoria esterna sull'Udinese per 1-2, diventa il primo allenatore della storia del club meneghino capace di guidare la squadra in 13 partite consecutive con almeno due gol segnati. Il 6 novembre 2020, uscendo sconfitto contro il Lilla per 0-3 nella terza giornata della fase a gironi dell'Europa League, il Milan perde l'imbattibilità che durava dall'8 marzo 2020. Al termine del girone d'andata, la squadra rossonera si laurea campione d'inverno. Il 23 maggio, grazie alla vittoria per 2-0 contro l'Atalanta, gara valida per l'ultima giornata di campionato, conquista la qualificazione alla Champions League, chiudendo il campionato al secondo posto, con 79 punti totali e il record di vittorie (16) in trasferta. In Europa League invece viene eliminato agli ottavi di finale dal Manchester Utd, mentre la Coppa Italia si conclude ai quarti di finale, contro l'Inter, in seguito alla sconfitta per 2-1. Inizia la stagione 2021-2022 con tre vittorie e un pareggio nelle prime quattro giornate. Il ritorno in Champions League dopo sette stagioni di assenza si dimostra complicato per i rossoneri, che ottengono solo quattro punti in sei partite, con quattro sconfitte, una vittoria (la partita di ritorno contro l'Atlético Madrid il 24 novembre) e un pareggio. La sconfitta contro il Liverpool (1-2), in particolare, determina l'ultimo posto nel girone e la conseguente eliminazione dalle coppe europee. Il 20 novembre, nel frattempo, il Milan subisce la prima sconfitta in campionato contro la Fiorentina, dopo 17 giornate di imbattibilità. La squadra rossonera chiude il girone d'andata al 2º posto. Il 5 febbraio vince per 2-1 il derby contro l'Inter, accorciando a una lunghezza dai nerazzurri, per poi prendersi la vetta il 13 febbraio successivo dopo la vittoria con la Sampdoria. Nelle ultime sei giornate, i rossoneri ottengono altrettanti successi, laureandosi campione d'Italia; per Pioli si tratta del primo trofeo in carriera da allenatore. In Coppa Italia il Milan è invece eliminato dall'Inter in semifinale. Per via dei successi ottenuti durante l'annata, nel febbraio del 2023 Pioli è stato premiato con la Panchina d'oro dal Settore Tecnico della FIGC. All'inizio della stagione seguente rinnova il proprio contratto coi rossoneri fino al 2025. In campionato, dopo essere usciti dalla lotta per lo scudetto già nei primi mesi del 2023, i meneghini centrano il quarto posto finale, anche grazie alla penalizzazione inflitta alla Juventus dalla giustizia sportiva. In Coppa Italia la squadra è eliminata agli ottavi dal Torino mentre in Supercoppa italiana è battuta dall'Inter. Più soddisfacente è il percorso in Europa: dopo aver riportato il Milan alla fase a eliminazione diretta di Champions League a nove anni di distanza dalla volta precedente, Pioli conduce i rossoneri fino alle semifinali, dove, con un risultato aggregato di 3-0, vengono eliminati dai concittadini dell'Inter. Palmarès Giocatore Competizioni regionali Coppa Italia d'Eccellenza Emilia-Romagna: 1 - Colorno: 1998-1999 Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C1: 1 - Parma: 1983-1984 (girone A) Campionato italiano: 1 - Juventus: 1985-1986 Campionato italiano di Serie B: 1 - Fiorentina: 1993-1994 Competizioni internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Allenatore Club Campionato Allievi Nazionali: 1 - Bologna: 2000-2001 Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Milan: 2021-2022 Individuale Premio nazionale Andrea Fortunato nella categoria Allenatori - 2018 Trofeo Maestrelli: 1 - 2019 giornalaccio rosa Sports Award nella categoria Allenatori - 2020 Premio "Davide Astori": 1 - 2021 Premi Lega Serie A: 1 - Miglior allenatore: 2021-2022 Gran Galà del calcio AIC: 1 - Miglior allenatore: 2022 Panchina d'oro: 1 - 2021-2022
  19. LUCIANO FAVERO «Ero a conoscenza delle trattative della Juventus per prelevarmi dall’Avellino e mandarmi alla Lazio, quale contropartita di alcuni giocatori; partii per le vacanze con la consapevolezza di vestire la maglia biancoazzurra laziale. Fu proprio in vacanza che ricevetti dalla società la notizia del mutamento di programma; la cosa mi lasciò letteralmente incredulo e la mia felicità esplose nel più vivo entusiasmo. Poi è sopraggiunta una fase all’insegna della paura di commettere errori; essere accanto a personaggi di fama mondiale, mi ha fatto scaturire un senso di inferiorità e di imbarazzo che ha creato delle difficoltà al mio rendimento iniziale. Soprattutto, ero deluso dalla consapevolezza di vedere i tifosi juventini titubanti a un mio impiego nella squadra bianconera; molto mi giudicavano non da Juventus. È stato un periodo molto duro, poi, in una partita casalinga contro il Napoli, sono riuscito ad annullare Maradona e la gente ha cominciato a scoprire anche Luciano Favero, quale protagonista delle vittorie della Juventus». VLADIMIRO CAMINITI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1986 I valori molto sbattuti e decisamente sviliti della vita, con quello che si sente, si vede e si legge, anche nel mondo della pedata, sempre più raramente propongono giocatori idilliaci, uomini semplici e rincuorenti. Può essere il caso nella Juventus di uno Scirea e aggiungo subito di un Favero. In cosa Luciano Favero sia veneziano non saprei dirlo, oltretutto è di una borgata veneziana, cioè Santa Maria di Sala; e della Laguna si legge che tramortita dalla sua storia, tra palazzi ducali fatiscenti e glorie ormai illanguidite, su se stessa giace. La gente si chiede: Venezia quanto durerà? Forse mille volte più di noi umili mortali, coi nostri giorni contati; ma è certo che la Laguna affonda e non è allegro capitare a Venezia sotto la pioggia battente. Con la neve acquista invece un suo candore da sudario, diventa città abitabile tutta da intellettuali al soldo di quello scrittore odiatissimo da Goethe e grandissimo (rancori tra geni, mira solo tra Platini e Maradona) di Thomas Mann. Non so dunque di Favero che quello che vedo, ed è molto; vedo un uomo nella sua semplicità, nel suo nero baffo si possono scorgere piccole immense cose del carattere umano; quella consapevolezza di vivere la parte con umiltà in ogni istante, anche facendo i giocatori di successo. Su «Prima», che è un superbo mensile di giornalisti per giornalisti, il mio amico e sodale Gianni Mura lamentava la fine del giornalismo sportivo, con la «trasformazione del cronista da testimone degli avvenimenti sportivi in registratore acefalo delle dichiarazioni di presidenti, allenatori, calciatori... «E pressoché sparito il commento tecnico delle partite» lamentava, lui che ha sorte di impiegare il suo talento in un grande quotidiano politico. In verità, Mura non ha ragione, perché il cronista sportivo deve sforzarsi in primis di essere serio e appassionato di calcio anche e soprattutto in funzione dei calciatori. E nonostante tutto, i calciatori sono la parte migliore della pedata; certo fossero tutti come Luciano Favero, Mura si divertirebbe a scoprirli e a riscoprirli, anche a intervistarli. Sempre il giornalismo è lavoro, palestra di altruismo per noi stessi. Non dobbiamo considerarci personaggi ma cronisti. Ma dicevo di Favero per confermare anche queste tesi, con questo personaggio totalmente romantico. Ricordo la mia prima intervista a Favero al campo Combi, proprio all’indomani del disastroso match perduto 4 a 0 a San Siro con l’Inter. E mi aspettavo, dopo avergli dedicato una davvero severa pagella, di trovarlo corrucciato, deciso a chiudersi nel mutismo dell’avvilimento. Trovai invece davanti a me il signor Favero, l’intervista avvenne regolarmente e Favero si raccontò senza paroloni in modo perfetto. Disse, riassumo, che ambientarsi nella Juventus dopo essere stato in una squadra come l’Avellino non era facile, mentre era facile, cioè garantito, che lui avrebbe saputo farsi valere, se i critici avessero avuto pazienza. Spiegò come era soltanto un problema psicologico ma che la fiducia di Trapattoni lo rincuorava e che presto ci saremmo ricreduti. Quanti, a dire il vero, credevano nelle qualità e nelle risorse di Favero all’altezza di quelle domeniche? Pochi. Ma si deve subito aggiungere che le perplessità non riguardavano punto la Juventus, dove il giocatore veniva considerato in virtù di qualità che all’occhio di Boniperti o Trapattoni non potevano sfuggire. E Favero ebbe, infatti, un girone di ritorno positivo sotto ogni aspetto e si cominciò ad allineare al resto della squadra. Un giocatore adatto alla difesa ma in grado di discese snelle e convergenti. Un difensore tattico mai statico e sempre ricco di slancio. Un campione dell’impegno morale anche la domenica, imperlato di serenità, forse per il concetto antico che ha della sua famiglia – la moglie è siciliana e ne parla con orgoglio –- un campione come ne vorremmo molti, e invece ahimè ne abbiamo pochi così compenetrati nella professione da farne qualcosa di limpido, di vero, prima che qualcosa di tecnico. Prima lo spirito insomma, poi la tecnica. Ed è in sostanza come se chi scrive recuperasse d’incanto, in mezzo ai frastuoni del consumismo uno dei personaggi mitici della Juventus, quei personaggi che a questa società lo hanno avvicinato, così da prediligerla egli su tutte culturalmente e storicamente per una scelta professionale. La Juventus per un poveraccio è qualcosa di più di un hobby domenicale, di una ragione di tifo, ma può ipostatizzare un’intera vita, l’illusione di una vita. Non aveva forse la prima Juventus della leggenda, quella creata da Edoardo Agnelli, giocatori come Favero? Forse Caligaris era molto dissimile sul piano degli slanci del cuore? Era il denaro la parte fondamentale per Berto dal fazzoletto alla fronte e la sforbiciata perenne? Voi pensate che Favero sia particolarmente attaccato alla parte economica? Lo svincolo può interessarlo in qualche modo? Ambisce forse a ulteriori guadagni? Io penso che Luciano Favero sia il massimo oggi, con pochi altri esemplari, di professionalità. La Juventus ha fatto un affarone acquistandolo. La sua partecipazione allo spartito è sempre più vivida e corposa. E riuscito or non è molto anche a insaccare un gol di bellissima esecuzione dopo una sgroppata di possesso. Favero ha conosciuto il profondo Sud prima di salire lo stivale alla conquista della mitica Juventus. Secondo me le molte esperienze professionali lo hanno preparato al grande salto. Iniziava in C nel Messina, prima di passare ancora in A alla Salernitana dal pubblico specialmente caloroso. E poi il Siracusa. Chi non è mai stato a Siracusa, non sa cosa può essere questa città millenaria, pupilla degli dei, città di mura bianche che d’improvviso, diventano azzurre. Luciano aveva già scelto la donna della sua vita, aveva poco più di ventanni, andava verso un futuro che non poteva prevedere. Nel 1981 il Siracusa lo cedeva in ottobre al Rimini in B. Vi giocava soltanto 7 partite ma con il suo impegno più fervido e alla fine di quel mese lo reclutava l’emergente Avellino, alla cui corte sgobbava un giovane dalla guancia pallida e fine di nome Marino. Era fatta. Nell’Avellino, Favero avrebbe giocato centotto partite in tutto, la Juventus lo notava e ne faceva, con l’occhio infallibile di Boniperti, l’erede di Claudio Gentile, intanto emigrato a caccia di nuovi guadagni. La stabilità di rendimento, indice di classe, la duttilità di piede, indice di classe, la serenità comportamentale, fanno di Favero uno dei capisaldi difensivi dell’undici che a Tokyo ha conquistato la gloria mondiale. Vi sono giocatori che escono dal copione e rappresentano una ulteriore dimostrazione di quel che il calcio sa dare ai suoi figli. Il nostro venezian, scaldatosi al sole del Sud, negli occhi di una ragazza isolana, doveva trovare la ragione più profonda del suo destino. La vita semplice, puntigliosa e costruttiva di Luciano Favero. Che in campo ne fa uno stopper o un difensore di fascia – anche un libero – di totale sicurezza. E come dice Trap, dal piede buono. FRANCO MONTORRO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 2002 Quando arriva a Torino, nell’estate del 1984, e diventa immediatamente “Il Baffo”, Luciano Favero è ancora un giocatore giovane, 27 anni, ma ricchissimo di un’esperienza maturata sui campi della provincia e Trapattoni per sostituire Gentile ha bisogno soprattutto di un difensore rodato e affidabile, di spessore. A dire il vero, quel ricordare il passato fra club di non primissima fascia (Varese, Messina, Salernitana, Siracusa, Rimini e Avellino) è piuttosto ingeneroso nei confronti del giocatore nativo di Santa Maria di Sala, Venezia, perché le cinque stagioni trascorse in bianconero confermeranno sì la quantità, ma anche la qualità del gioco di Baffo Luciano. Ed anche l’affidabilità la mostrerà e la confermerà in oltre 200 partite con la maglia della Juve, quasi tutte da terzino destro, ma con ottime prestazioni anche al centro della difesa, e due gol. Il primo, il 27 ottobre 1985 a Udine: è il 2-0, al 50’ di una partita che poi vedrà i friulani segnare il gol della bandiera grazie ad una deviazione di Cabrini alle spalle di Tacconi. La seconda marcatura quasi due anni più tardi, a Torino: è il terzo gol bianconero nel 3-1 al Pescara. Insomma, piedi buoni non solo per sporcare le giocate avversarie, ma anche per finalizzare a rete e per “battere” in un simpatico confronto a distanza il suo predecessore Claudio Gentile, che in bianconero di reti ne aveva messe a segno in totale una. Un confronto che oggi Luciano respinge con un sorriso. «Non sapevo di questo vantaggio su Claudio, ma naturalmente me lo tengo. La sua eredità non fu facile, soprattutto nei primi mesi, ma penso di essermela cavata bene anche grazie al fatto che per tre anni consecutivi non ho saltato una partita e i tifosi hanno fatto presto l’abitudine a vedermi con la maglia numero 2 della Juventus. I gol? Ricordo soprattutto il primo, all’Udinese. Io faccio un anticipo a metà campo e scatto in avanti, scambio con Serena e batto in diagonale Brini. Avevo i piedi buoni? Sì, sui cross giusti… Giocavo a destra, da terzino, ma all’occorrenza ho saputo prendere il posto sia di Brio che di Scirea, in quest’ultimo caso, ad esempio, quando Gaetano si infortunò nel corso della finale di Coppa Intercontinentale». Cinque anni alla Juventus permettono di raccogliere molti ricordi e di poterli separare anche in maniera netta. «Il più bello è quello della Coppa Intercontinentale, al di là del risultato era già una cosa grandissima essere là. Poi ci sono stati momenti neri ma neri davvero. La sera dell’Heysel e quell’altra maledetta, nella quale anche se io non ero più alla Juve, imparai della morte di Scirea, povero Gaetano. Sì, le pagine felici sono state molte di più ma quel paio di nere sono state così profonde da essere dolorosamente indimenticabili. Torniamo alle note positive. I compagni: tutti straordinari. Lo dividevo la stanza con Stefano Tacconi. No, ci conoscevamo da prima di Avellino, perché avevamo fatto il militare insieme». Dopo cinque stagioni alla Juventus, nell’estate 1989, le strade di Luciano e della società bianconera si separarono. «Sono andato a Verona, nell’ultimo anno di Bagnoli. Una stagione sfortunata, culminata con la retrocessione, presto riscattata solo un campionato dopo con la promozione della squadra affidata a Fascetti. Poi ho smesso, ad altissimo livello. In effetti sto ancora giocando in una squadra di Prima Categoria, ma soprattutto per tenermi in forma alla mia veneranda età. Sono tornato nel mio paese natale, ovviamente seguo con affetto una Juventus, che in questa stagione mi sembra aver trovato un eccellente equilibrio. Tutte le squadre hanno alti e bassi e in questo senso mi sembra che la Juve sia quella più abituata a gestirli. Il calcio di oggi? Sul campo è uguale al mio. È il contorno a essere cambiato». Parola di Baffo? «Parola di Baffo, anche se li aveva anche Tacconi. E Boniek, ma erano chiari. E Rush, piccoli, quasi invisibili». Parola di un giocatore che alla Juve ha dato moltissimo e che questo mese ci ha fatto piacere salutare per tutti voi. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/luciano-favero.html
  20. LUCIANO FAVERO https://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Favero Nazione: Italia Luogo di nascita: Santa Maria di Sala (Venezia) Data di nascita: 11.10.1957 Ruolo: Difensore Altezza: 177 cm Peso: 71 kg Soprannome: Faina Alla Juventus dal 1984 al 1989 Esordio: 22.08.1984 - Coppa Italia - Juventus-Palermo 6-0 Ultima partita: 18.06.1989 - Serie A - Pescara-Juventus 0-0 201 presenze - 2 reti 1 scudetto 1 coppa dei campioni 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Luciano Favero (Santa Maria di Sala, 11 ottobre 1957) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Luciano Favero Favero alla Juventus negli anni 1980 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1996 Carriera Giovanili 1970-1973 Mestrina 1973-1975 Varese Squadre di club 1975-1976 Milanese 31 (0) 1976-1977 Messina 37 (1) 1977-1978 Salernitana 17 (0) 1978-1980 Siracusa 67 (3) 1980-1981 Rimini 38 (0) 1981-1984 Avellino 78 (0) 1984-1989 Juventus 201 (2) 1989-1991 Verona 65 (0) 1991-1996 Miranese 104 (0) Carriera Nel corso della sua carriera ha giocato con Milanese, Messina, Salernitana, Siracusa, Rimini, Avellino, Verona e Juventus (che lo acquistò per sostituire Claudio Gentile), con cui ha giocato dal 1984 al 1989, vincendo uno scudetto, una Coppa dei Campioni, una Coppa Intercontinentale e una Supercoppa UEFA. Dopo il ritiro Amico dai tempi dell'Avellino di Stefano Tacconi, anche allora compagno di squadra, Favero lo cita in Tribunale nel 2003 con l'accusa di truffa ed appropriazione indebita, per compensi mai ricevuti in occasione di gare evento, organizzate dall'ex portiere, che verrà in seguito assolto. Successivamente apre una rivendita di automobili, che fallisce. Lavora in un Golf Club vicino a casa. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia Semiprofessionisti: 1 - Siracusa: 1978-1979 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1985-1986 Competizioni internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985
  21. MICHELE SCOLA https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1984-1985 Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 09.04.1966 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1984 al 1985 Esordio: 12.06.1985 - Coppa Italia - Milan-Juventus 0-0 1 presenza - 0 reti
  22. MAURO DERIGGI Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 17.09.1966 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1984 al 1985 Esordio: 19.06.1985 - Coppa Italia - Juventus-Milan 0-1 1 presenza - 0 reti
  23. VINCENZO MASTROTOTARO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 23.04.1966 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1984 al 1985 Esordio: 12.06.1985 - Coppa Italia - Milan-Juventus 0-0 1 presenza - 0 reti
  24. DOMENICO PENZO Lo «zingaro» del gol è arrivato a Torino con una valigia piena di sogni. – scrive Angelo Caroli su “Hurrà Juventus” del settembre 1983 – Il trentenne Domenico Penzo tocca la vetta di una carriera che si è ravvivata solo a Verona. Ma i dati anagrafici non gli impediscono di riempire i bagagli di ambizioni. «La strada è ancora lunga – dice spesso con un sorriso discreto – e l’approdo alla Juventus non è certo un punto di arrivo». Perché «zingaro» del gol? Perché in tredici anni di assistenza calcistica, Penzo ha visitato nove città (Varese, Borgosesia, Roma, Piacenza, Benevento, Bari, Monza, Brescia, Verona) servendo dieci club (Romulea compresa) e segnando un buon quantitativo di gol, pur denunciando le discontinuità che il ruolo di «bomber» comporta. Domenico Penzo nasce a Chioggia il 17 ottobre del 1953. Suo padre fa il pescatore ed ha sette figli da sfamare. A sette anni, Domenico si trasferisce con la famiglia a Baranzate, nella terra dei mobili e a 14 anni, dopo aver lasciato gli studi, entra in una falegnameria di Paderno Dugnano. Infine fa il meccanico nell’officina di suo cognato. È, questa, l’epoca dei primi veri calci a un pallone, nelle file del Borgosesia. Da quel giorno, siamo nel 1972, si dipana, contraddittoria e non sempre brillante, la carriera del «panzer» chioggiano. Nella Romulea, nel Bari, nel Benevento, nel Monza e nel Brescia, tiene fede alla sua fama di «puntero»; la grande occasione gli passa davanti agli occhi nel ‘74, quando la Roma lo porta all’Olimpico. Gioca 19 partite e segna la miseria di un gol. Poi torna sull’altalena, come la maggior parte degli attaccanti troppo solidamente legati all’obbligo di segnare sempre. Finché balza agli onori, meno provvisori questa volta, delle prime pagine sportive. Con il Verona, protagonista l’anno scorso, gioca un campionato d’avanguardia. E mette alle spalle dei portieri avversari 15 gol. Un buon bottino. Solo Platini e Altobelli fanno meglio. La Juventus, frattanto, perde Bettega, che si trasferisce in Canada. L’occhio di Trapattoni e di Boniperti cade sul veronese. Il quale non crede ai propri occhi quando legge la fantastica notizia sui giornali. Le prime dichiarazioni, dopo l’ufficializzazione del suo passaggio in bianconero, sono logicamente caute. Penzo è un po’ bloccato psicologicamente, poiché si rende conto dei rischi ai quali va incontro; deve capire se a Torino riuscirà ad avere le stesse condizioni esistenziali trovate a Verona. Passano i giorni, è tempo di ritiro a Villar Perosa. A Domenico Penzo, uomo serio e maturo, basta una settimana per capire tutto. «L’ambiente è molto buono – dice – e i compagni di squadra sono come tutti gli altri, anche se giocano nella Juve. Alla mia età è impossibile bruciarsi e la Juventus costituisce un trampolino di lancio per migliorare e per conquistare tappe prestigiose. Io so che la mia nuova società cercava un attaccante ed io sono qui per servirla. Non è facile il mestiere della punta; il ruolo ha subito metamorfosi sostanziali. Ma io cercherò di fare sempre il mio lavoro con il massimo impegno. Io e Rossi possiamo essere per la Juventus ciò che Graziani e Paolino erano per la Nazionale. Ci aiuteremo, sarà una specie di cooperativa per andare in gol». Il gol è il tasto più battuto, come una nota piacevole. «Ne ho sempre fatti, diciamo una media di dieci all’anno; mi piacerebbe confermarmi su queste cifre. La concorrenza è però forte e comunque stimola parecchio. Sono stato considerato spesso un elemento di categoria, da serie B. Eppure le mie soddisfazioni me le sono tolte. Forse ho giocato male le mie carte quella volta nella Roma. Ma è acqua passata. A Verona ho segnato 14 gol in B e 15 in A. E la Juventus mi ha preso anche per questi dati». E ora c’è il sogno di tutti, la Juventus assetata di rivincite. «In un gioco che si adatta alle mie caratteristiche posso fare tanti gol anch’io. Però capisco perfettamente che il mio compito è soprattutto quello di lavorare per la squadra e per Paolo Rossi. Non ho paure perché sono anche altruista, perciò Paolino stia tranquillo. E ora ho una grande ambizione, che urta società tanto prestigiosa può soddisfare; quella di vincere uno scudetto a 31 anni. Sarebbe stupendo». Domenico Penzo è sposato ed ha tre figli. Sta cercando una casa definitiva vicino Milano, e ha in cantiere un progetto di lavoro che, a fine carriera, lo riporterà fra Verona e Brescia, dove ha conosciuto momenti di soddisfazione calcistica assoluta. Ora l’obiettivo di quest’uomo sobrio e puntiglioso è puntato però sul campionato, durante il quale vorrà confermare le ‘sue doti di uomo gol. NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DELL’8-14 LUGLIO 2003 «Spente le luci del calcio, ne ho accese altre. Con serenità». L’autoritratto porta la firma di Domenico Penzo, detto Nico, ormai prossimo al traguardo delle cinquanta candeline, un passato da corsaro delle aree di rigore con partenza dalla Primavera del Varese agli albori degli anni ‘70 e arrivo a Trento nell’88. «Erano già passati diciotto mesi dall’addio al Napoli e un amico mi convinse ad accordarmi col Trento, in C1. Ma ero mentalmente scarico, tempo dieci partite e salutai la compagnia rinunciando a un anno di contratto. Per diversi anni ho cancellato il calcio, le ultime due stagioni in A con il Napoli avevano lasciato brutti segni. E ho piantato le tende a Verona, non volevo più sottoporre la famiglia a continui cambi di casa e di amicizie. E questo è anche uno dei motivi per cui non ho mai pensato di rimanere nell’ambiente». C’è un nuovo interruttore da schiacciare, quello del lavoro. «È una luce che è sempre rimasta accesa. Dai quattordici ai diciotto anni ho fatto il tornitore, ho vissuto il calcio come un vero e proprio mestiere e infine perché, visto come ho chiuso con il pallone, ho avuto il tempo per guardarmi intorno. Nel periodo tra il Napoli e il Trento, ho collaborato con un amico in una concessionaria Mercedes. Poi ho partecipato a un corso Fideuram per promotori finanziari e quando ho smesso definitivamente di giocare ho iniziato a vendere fondi d’investimento in collaborazione con un altro ex, Claudio Bandoni (portiere di lungo corso negli anni ‘60, ndr). Ho capito presto, però, che non era la mia strada. Sono uno che ha sempre badato al sodo e vendere promesse di rendimenti non mi andava proprio giù. E poi mi sono sentito usato dalla struttura, il mio nome faceva comodo». Scocca la nuova scintilla: il commercio. «Mi venne proposta la rappresentanza di importanti ditte di abbigliamento e attrezzature sportive, come Arena e Le Coq sportif. I programmi erano subito seri e precisi, con prospettive future interessanti. Ancora oggi è il mio mestiere, adesso il mio partner è la Quick Silver». A illuminare la nuova strada i fari di una fiammante Mercedes 3000. «Non ti dico i commenti dei primi clienti che mi guardavano dall’alto in basso, come fossi capace solo di tirare calci a un pallone. Ma la cosa più brutta è che in quei momenti iniziali ti senti quasi in dovere di dare spiegazioni sul perché stai facendo quel mestiere. Comunque sono fasi che fanno parte della vita. Io ho avuto la fortuna di realizzare i miei desideri e sono una persona felice. Certo, bisogna essere coscienti che dopo tanti anni di protagonismo si deve ripartire dal basso. Non tutti gli ex calciatori riescono a capirlo. Tante volte penso al mio vecchio amico Agostino Di Bartolomei. Quando ricominci, anche se rimani nel calcio, devi fare la gavetta. Non si scappa. E devi tenere botta, perché, tanto nel calcio, quanto nel lavoro, regna l’ingratitudine. Io l’ho sperimentato molte volte, specie negli anni in maglietta e pantaloncini. Con l’aggravante che, quando guadagni bene, la tua vita viene rapportata al tuo stipendio: non puoi avere le palle girate perché sei un calciatore, non puoi avere un mal di denti perché “con tutto quel che guadagni” e cosi via». È tosto Penzo, proprio come quando battagliava nelle aree di rigore alla ricerca del gol. «Ne ho incontrati tanti di stopper duri come il marmo: Cattaneo, Galdiolo, Brio. Ma chi mi faceva veramente soffrire era Fabrizio Berni. Mi pizzicava in continuazione ed io finivo la partita con i lividi». Sovente, però, neri in volto erano gli avversari. «Ho segnato 120 reti in 400 partite. Ho giocato in tutte le categorie, dalla Serie D alla A. Con il Verona, la squadra del mio cuore, ho raggiunto livelli altissimi. Sono arrivato con le mie forze alla Juventus vincendo al primo colpo scudetto e Coppa delle Coppe. E pensare che qualcuno quando ero a Varese mi disse che con le gambe a “ics” che mi ritrovavo avrei fatto poca strada». Incauta previsione. Le gambe storte di Nico Penzo già nel ‘74-75 vengono immortalate dalla Panini e per giunta pochi attimi prima dell’esordio in A con la maglia della Roma. «Novembre del ‘74, debutto proprio a Varese. Non puoi immaginare la gioia, solo l’anno prima giocavo in quarta serie con la Romulea». La parentesi romana dura giusto una stagione e dà il via a un vero e proprio giro d’Italia. «Ho cambiato molte squadre. Non ho mai avuto peli sulla lingua e questo è un motivo. Poi per me era importante sentirmi protagonista. Stare dietro le quinte a guardare gli altri giocare non mi andava». Principio ferreo, applicato senza condizioni anche alla Juventus, nell’83-84. «A un certo punto della stagione era certo l’arrivo di Giordano. Parlai con la società e decisi di andare via». Peccato perché Nico non aveva fatto tanto rimpiangere Bettega. «Merito di campioni come Platini, Tardelli, Boniek e mister Trapattoni. Che quando si era in vantaggio, prima o poi, faceva uscire uno tra me e Rossi per mettere un mediano. Una volta impiegò tre quarti d’ora per dirmi che la domenica successiva, un delicato Roma-Juventus a poche giornate dalla fine, avrebbe giocato Prandelli. Incredibile. Comunque sia, salutai con affetto la Juve e andai al Napoli dove le cose andarono maluccio. Ricordo ancora una riunione con il presidente Ferlaino alla fine del girone d’andata. Io dissi che molti dei compagni pensavano più ai voti sui giornali che alla squadra. Marchesi mi fece i complimenti, ma io non giocai più». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/domenico-penzo.html
  25. DOMENICO PENZO https://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Penzo Nazione: Italia Luogo di nascita: Chioggia (Venezia) Data di nascita: 17.10.1953 Ruolo: Attaccante Altezza: 184 cm Peso: 75 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1983 al 1984 Esordio: 21.08.1983 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 1-0 Ultima partita: 13.05.1984 - Serie A - Genoa-Juventus 2-1 36 presenze - 10 reti 1 scudetto 1 coppa delle coppe Domenico Penzo (Chioggia, 17 ottobre 1953) è un ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Domenico Penzo Penzo al Verona nella stagione 1982-1983 Nazionalità Italia Altezza 184 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1988 Carriera Giovanili 1970-1972 Varese Squadre di club 1972-1973 Borgosesia 33 (8) 1973-1974 Romulea 30 (13) 1974-1975 Roma 19 (1) 1975 Piacenza 2 (0) 1975-1976 Benevento 27 (12) 1976-1978 Bari 70 (22) 1978-1979 Monza 37 (11) 1979-1981 Brescia 62 (16) 1981-1983 Verona 60 (29) 1983-1984 Juventus 36 (10) 1984-1987 Napoli 21 (2) 1987-1988 Trento 12 (2) Biografia Nacque in Veneto da una famiglia di umili origini, con il padre pescatore e la madre donna delle pulizie, ultimo di sette fratelli. All'età di 6 anni si trasferì con la famiglia a Cusano Milanino, in Lombardia, per via del nuovo impiego del padre come magazziniere; qui lo stesso Domenico iniziò a lavorare, appena undicenne, come falegname. Caratteristiche tecniche Centravanti alto e forte fisicamente, era abile nel gioco aereo e nelle percussioni palla al piede, dotato di sufficiente tecnica, si completava bene con attaccanti rapidi e opportunisti, come Mauro Gibellini al Verona e Paolo Rossi nella Juventus. Carriera Giocatore Cresciuto calcisticamente nel Varese, iniziò a giocare con il Borgosesia per poi trasferirsi alla Romulea, entrambe in Serie D, dove si segnalò come un promettente cannoniere. Nel 1974 fu acquistato dalla Roma, per affiancarlo a Pierino Prati. Per lui 19 presenze e 1 rete in giallorosso nel campionato 1974-1975, nella vittoria interna contro la Fiorentina. Nel 1975 i capitolini lo cedettero in comproprietà al Piacenza, neopromosso in Serie B. Penzo tuttavia non si integrò negli schemi di Giovan Battista Fabbri, sicché dopo sole 2 presenze venne ceduto al Benevento dove totalizzò 12 reti in 27 gare nel campionato di Serie C 1975-1976. Penzo alla Juventus nel 1983, mentre realizza il terzo dei suoi quattro gol al Lechia Danzica in Coppa delle Coppe, sotto lo sguardo del compagno di squadra Boniek. L'anno dopo passò al Bari, in Serie C, con cui ottenne la promozione tra in cadetti e si confermò centravanti prolifico. Dopo una stagione al Monza in Serie B, fu ceduto al Brescia con cui conquistò la promozione in Serie A contribuendo a essa con 12 reti; il ritorno nella massima serie, però, segnò un netto calo nelle marcature (4 in 28 partite), e le rondinelle ritornarono in B. Nella stagione successiva si trasferì al Verona, a cui legò le sue migliori stagioni consacrandosi anche a livello nazionale. Con 14 gol in 31 gare riportò gli scaligeri in Serie A, e, nella stagione 1982-1983, nel ruolo di unica punta della formazione di Osvaldo Bagnoli, con 15 reti fu secondo nella classifica dei marcatori, dietro solo allo juventino Michel Platini. Nella Coppa Italia 1982-1983, con le sue reti, trascinò inoltre l'Hellas sino alla finale poi persa contro la Juventus. Proprio la società bianconera lo acquistò nel 1983 come spalla di Paolo Rossi, al posto del partente Roberto Bettega, in cambio delle comproprietà di Giuseppe Galderisi e Massimo Storgato. A Torino si rese protagonista di un exploit in Coppa delle Coppe, segnando 4 reti nella partita contro i polacchi del Lechia Danzica, e contribuì con 5 reti in 25 partite alla conquista del double continentale composto da scudetto e Coppa Coppe, non riuscendo tuttavia a convincere appieno l'ambiente juventino. Ceduto dopo un anno al Napoli, giocò al fianco di Diego Armando Maradona fino al 1986, venendo relegato al ruolo di riserva dopo l'acquisto di Bruno Giordano. Dopo una stagione fuori rosa ancora tra le file degli azzurri, chiuse la carriera nel Trento, in Serie C1. Ha complessivamente totalizzato 122 presenze e 27 reti in Serie A, 136 presenze e 44 reti in Serie B. Dopo il ritiro Una volta lasciata l'attività agonistica si stabilisce a Verona, dove è rappresentante di articoli sportivi. Inoltre viene chiamato come commentatore e opinionista sportivo nelle reti televisive locali. Il 7 marzo 2018 torna al Verona con il ruolo di ambasciatore del club, gestendo i rapporti con la tifoseria e incentivando le attività benefiche della società. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Verona: 1981-1982 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1983-1984 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984
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