Vai al contenuto

Socrates

Tifoso Juventus
  • Numero contenuti

    147510
  • Iscritto

  • Ultima visita

  • Days Won

    50

Tutti i contenuti di Socrates

  1. ZORAN BAN https://it.wikipedia.org/wiki/Zoran_Ban Nazione: Croazia Luogo di nascita: Rijeka (Fiume) Data di nascita: 27.05.1973 Ruolo: Attaccante Altezza: 186 cm Peso: 85 kg Nazionale Croato Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1993 al 1994 Esordio: 26.09.1993 - Serie A - Lecce-Juventus 1-1 Ultima partita: 01.03.1994 - Coppa Uefa - Cagliari-Juventus 1-0 6 presenze - 0 reti Zoran Ban (Fiume, 27 maggio 1973) è un ex calciatore croato, di ruolo attaccante. Zoran Ban Ban alla Juventus nella stagione 1993-1994 Nazionalità Jugoslavia Croazia (dal 1991) Altezza 186 cm Peso 85 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 2005 Carriera Squadre di club 1990-1993 Rijeka 38 (11) 1993-1994 Juventus 6 (0) 1994-1995 Belenenses 9 (2) 1995-1996 Boavista 16 (4) 1996-1997 Pescara 9 (1) 1997-1999 R.E. Mouscron 40 (20) 1999-2001 Genk 36 (11) 2001-2003 R.E. Mouscron 25 (10) 2003-2004 Mons 20 (5) 2004-2005 Foggia 5 (2) Nazionale 1994 Croazia U-21 1 (0) Carriera Dopo tre anni nel Rijeka, dal 1990 al 1993, in cui totalizza 38 presenze e 11 gol, si guadagna il soprannome di nuovo Bokšić finendo per questo nelle mire della Juventus che, ritenendolo un giocatore valido in prospettiva futura, lo acquista nell'estate 1993. Tuttavia le premesse del suo arrivo a Torino vengono presto smentite, con il croato che non riesce a emergere in maglia bianconera, chiuso dai più titolati compagni di reparto. Nel corso dell'annata il tecnico Giovanni Trapattoni gli concede solo due apparizioni in campionato contro Lecce e Genoa, una in Coppa Italia e tre in Coppa UEFA, dove contro la Lokomotiv Mosca gioca la sua prima partita da titolare. Alla fine della stagione viene ceduto in Portogallo dove milita dapprima nel Belenenses, 9 presenze e 2 reti, e poi nel Boavista, 16 presenze e 4 reti. Torna in Italia nel 1996 al Pescara, in Serie B, dove viene impiegato per 9 volte segnando 1 rete, contro il Padova. Dal 1997 al 2004 è invece in Belgio dove vive il suo periodo migliore, riuscendo ad andare in doppia cifra con due squadre, R.E. Mouscron (65 partite e 30 reti) e Genk (36 partite e 11 reti), e totalizzando in tutto un bottino di 121 partite e 46 reti. Nelle file del Genk, nel 2000, vince anche la Coppa del Belgio andando in rete nella finale giocata contro lo Standard Liegi. Fa nuovamente ritorno in Italia, in Serie C1, nel 2004, nel Foggia. Grazie a un buon precampionato, si candida a diventare il punto di riferimento dell'attacco della squadra, e infatti nelle prime 5 partite di campionato mette subito a segno 2 importanti reti; gravi problemi familiari, però, lo costringono a rescindere il contratto per tornare urgentemente in patria. Qui cerca inizialmente una squadra vicino al suo paese, ma poco più tardi decide di ritirarsi dall'attività agonistica. Palmarès Club Coppa del Belgio: 1 - Genk: 1999-2000
  2. ROBERTO RICCA https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1990-1991 Nazione: Italia Luogo di nascita: Novara Data di nascita: 24.01.1973 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1990 al 1994 Esordio: 05.12.1990 - Amichevole - Alessandria-Juventus 1-2 Ultima partita: 09.06.1994 - Amichevole - Bari-Juventus 2-0 0 presenze - 0 reti
  3. MARCO MORO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 07.06.1970 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1986 al 1990 e dal 1991 al 1994 Esordio: 16.06.1987 - Amichevole - Selezione Eccellenza Promozione-Juventus 2-4 Ultima partita: 11.06.1994 - Amichevole - Venezia-Juventus 0-2 0 presenze - 0 reti
  4. CHRISTIAN MANFREDINI https://it.wikipedia.org/wiki/Christian_Manfredini Nazione: Italia Costa d'Avorio Luogo di nascita: Port-Bouët Data di nascita: 01.05.1975 Ruolo: Centrocampista Altezza: 180 cm Peso: 73 kg Nazionale Ivoriano Soprannome: - Alla Juventus dal 1992 al 1994 Esordio: 11.11.1992 - Amichevole - Spal-Juventus 1-5 Ultima partita: 16.09.1993 - Amichevole - Borgotorre-Juventus 0-9 0 presenze - 0 reti Christian José Manfredini Sisostri (Port-Bouët, 1º maggio 1975) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore ivoriano con cittadinanza italiana, di ruolo centrocampista. Christian Manfredini Manfredini (in basso, a sinistra) festeggia, assieme ai compagni della "Primavera", il successo della Juventus al Torneo di Viareggio del 1994. Nazionalità Italia Costa d'Avorio (dal 2006) Altezza 180 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2014 - giocatore Carriera Giovanili 1988-1993 Juventus Squadre di club 1993-1994 Juventus 0 (0) 1994-1995 → Pistoiese 14 (1) 1995-1996 → Viterbese 32 (3) 1996-1997 → Avezzano 30 (2) 1997-1998 → Fermana 26 (3) 1998-1999 → Cosenza 32 (4) 1999-2000 Genoa 25 (2) 2000-2002 Chievo 64 (9) 2002-2003 Lazio 3 (0) 2003 → Osasuna 11 (1) 2003-2004 → Fiorentina 10 (1) 2004 → Perugia 12 (0) 2004-2011 Lazio 98 (5) 2011-2012 Sambonifacese 11 (0) 2012-2013 Agropoli 2 (0) 2013-2014 Picciola 0 (1) Nazionale 2006-2008 Costa d'Avorio 2 (1) Carriera da allenatore 2016 Valdiano 2017-2018 Spezzano Albanese Giovanili Biografia Nato in Costa d'Avorio, è stato adottato da una famiglia italiana di Battipaglia (SA) all'età di cinque anni. Possiede il passaporto italiano. Caratteristiche tecniche Giocatore Giocatore agile e veloce, dotato di un'ottima velocità scatto, è stato uno dei protagonisti del Chievo dei primi anni 2000, squadra che portò alla promozione in Serie A. Ottimo rifinitore, era in grado di calciare molto bene con entrambi i piedi. Carriera Giocatore Club Gli esordi Cresciuto nelle giovanili della Juventus, emerge tra i punti fermi della formazione Primavera bianconera che, allenata da Cuccureddu e trascinata da un promettente Del Piero, nella stagione 1993-1994 conquista il Torneo di Viareggio e il campionato di categoria. Dopo aver girovagato nei campionati minori in Serie C1 e Serie C2, passa al Cosenza che lo fa esordire in Serie B all'età di 23 anni. Nella compagine rossoblù resta una sola stagione mettendo a segno 4 gol in 32 partite. Nella stagione successiva, allenato da Bortolo Mutti e Gigi De Rosa, dopo aver fatto il ritiro col Cosenza e giocato gare di Coppa Italia, a settembre viene trasferito. Chievo Passa al Genoa con cui gioca un altro campionato di Serie B. A fine stagione viene ceduto al Chievo di Delneri. Con la squadra veronese vive i migliori momenti della sua carriera: disputa infatti un campionato ad alti livelli e ottiene la promozione in Serie A, la prima assoluta per la piccola compagine clivense. Con la matricola gialloblù esordisce nella massima serie il 26 agosto 2001 nel match Fiorentina-Chievo Verona (0-2). Si rivela ancora una volta come uno dei migliori giocatori della squadra e di tutto il campionato: gioca in totale 28 partite di campionato, realizza 2 reti e fornisce innumerevoli assist ai compagni, rivelandosi una delle migliori ali del torneo. Lazio, vari prestiti e di nuovo Lazio A fine stagione ha sul mercato richieste importanti e così viene ingaggiato con la formula della comproprietà dalla Lazio del presidente Sergio Cragnotti, formazione allenata da Roberto Mancini con ambiziosi obiettivi. Tuttavia con i biancocelesti trova poco spazio, sicché a gennaio del 2003 passa in prestito all'Osasuna, in Spagna, dove totalizza 11 presenze e un gol. Al termine del campionato rientra alla Lazio, che intanto risolve a proprio favore la comproprietà e lo gira poi in prestito alla Fiorentina, impegnata nel torneo cadetto. Poi a gennaio del 2004 viene prestato al Perugia in Serie A. Con gli umbri retrocede dopo uno spareggio con la sesta classificata della Serie B, per altro sua ex squadra, ovvero la Fiorentina. Dalla stagione 2004-2005, rientrato ancora una volta alla Lazio, gioca con poca continuità nel massimo campionato, ma nelle annate che seguono va in gol con il Werder Brema (in Champions League), segna quindi alla Reggina, all'Empoli, al Palermo e due volte al Messina (in Serie A) e contro il Benevento in una sfida della Coppa Italia 2008-2009, edizione vinta proprio dalle Aquile. Nelle stagioni 2009-2010 e 2010-2011 Manfredini rimane fuori rosa, non scendendo mai in campo né in coppa né in campionato. Ultimi anni Il 16 luglio 2011 la Sambonifacese annuncia l'acquisto di Manfredini a parametro zero, dopo che il contratto con la Lazio era scaduto il 30 giugno 2011. Si svincola dal club veronese durante il mercato invernale. Il 14 maggio 2012 il presidente dell'Agropoli, neopromossa in Serie D, annuncia l'acquisto per la stagione 2012-2013 dello svincolato Manfredini. Il 16 gennaio 2013 scende ancora di categoria, firmando per il Picciola, squadra di Pontecagnano Faiano militante in Promozione. Nazionale Nella sua carriera ha aspettato a lungo, vanamente, una convocazione nella nazionale italiana guidata all'epoca da Giovanni Trapattoni, finché non ha accettato la convocazione del suo Paese d'origine, la Costa d'Avorio, con la quale ha segnato all'esordio contro la Spagna, senza venir convocato nuovamente nelle partite successive. Alla fine del 2008 viene nuovamente convocato nella rappresentativa ivoriana dal selezionatore Vahid Halilhodžić per una partita contro Israele, mettendo a referto la sua seconda e ultima presenza. Allenatore e dirigente Dopo due anni dal ritiro nel calcio giocato, nel 2016 intraprende la carriera di allenatore. La sua prima esperienza, nel Valdiano, squadra dilettantistica di Teggiano e militante nel campionato campano di Eccellenza, è molto breve chiudendosi con l'esonero appena il successivo 14 ottobre, dopo un pessimo inizio di stagione. Dopo aver lavorato nella stagione 2017-2018 come tecnico delle giovanili dello Spezzano Albanese, nel 2020 diviene responsabile del settore giovanile del Bassano. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1993-1994 Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1994 Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Lazio: 2008-2009 Supercoppa italiana: 1 - Lazio: 2009
  5. SILVIO DE NICOLAI https://it.wikipedia.org/wiki/Silvio_De_Nicolai Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: -.-.1897 Luogo di morte: Pietra Ligure (Savona) Data di morte: 26.10.1962 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1916 al 1917 e dal 1920 al 1921 Esordio: 24.09.1916 - Amichevole - Torino-Juventus 1-1 Ultima partita: 25.04.1921 - Amichevole - Fortitudo Roma-Juventus 2-2 0 presenze - 0 reti
  6. ANTONIO D'AMBROSIO Nazione: Italia Luogo di nascita: Balsorano (L'Aquila) Data di nascita: 01.01.1956 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1973 al 1974 Esordio: 11.06.1974 - Amichevole - Umbertide-Juventus 0-6 0 presenze - 0 reti
  7. ANGELO D'AMBROSIO Nazione: Italia Luogo di nascita: Campagna (Salerno) Data di nascita: 07.02.1949 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: 'U Capitan Alla Juventus dal 1968 al 1969 Esordio: 17.10.1968 - Amichevole - Astimacobí-Juventus 0-12 Ultima partita: 22.05.1969 - Amichevole - Albese-Juventus 0-8 0 presenze - 0 reti
  8. FRANCO GIOANETTO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 02.12.1948 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1967 al 1968 Esordio: 22.01.1968 - Amichevole - Juventus-Lecco 1-1 Ultima partita: 04.04.1968 - Amichevole - Verbania-Juventus 0-7 0 presenze - 0 reti
  9. STEFANO FERRABONE Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 25.02.1922 Luogo di morte: Velletri (Roma) Data di morte: 13.11.2006 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1939 al 1940 Esordio: 12.11.1939 - Amichevole - Casale-Juventus 1-3 0 presenze - 0 reti
  10. AUGUSTO PERONE Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1918 al 1921 Esordio: 22.06.1919 - Amichevole - Livorno-Juventus 0-1 Ultima partita: 12.06.1921 - Amichevole - Reggiana-Juventus 2-3 0 presenze - 0 reti
  11. LUCIANO SCARDIGLI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1951 al 1952 Esordio: 17.01.1952 - Amichevole - Juventus-Cenisia 0-0 Ultima partita: 06.03.1952 - Amichevole - Juventus-Leumann 5-1 0 presenze - 0 reti
  12. ANGELO DI LIVIO Se giochi per anni insieme a tanti campioni – scrive Valerio Nicastro su Delinquentidelpallone.it – senza mai essere messo in discussione, senza che mai nessuno metta in dubbio il tuo posto, magari pensando di sostituirti proprio con uno di quei campioni, se la gente si emoziona, esulta, festeggia insieme ai campioni, ma poi è te che decide di ergere a idolo, vuol dire che hai dentro qualcosa di straordinario. Qualcosa di speciale che spinge i tuoi allenatori a fare di te un pezzo irrinunciabile delle loro squadre. Qualcosa di speciale che spinge i tuoi compagni a fidarsi ciecamente di te. Qualcosa di speciale che lega il tuo cuore a doppio filo con quello dei tuoi tifosi, della tua gente.E se quel qualcosa di speciale si colloca in mezzo al petto, che sia cuore o polmoni poco importa, se quel qualcosa di speciale sono le tue infaticabili gambe costrette a fare su e giù senza sosta, su e giù ad arare la fascia senza mai fermarsi, la tua storia può diventare indimenticabile. Diventare una storia di successi, d’amore, e soprattutto di corsa e di sudore: la storia di Angelo Di Livio, professione soldatino.Un soprannome che racconta tante cose. Racconta l’attitudine di Angelo ad abbassare la testa e a correre, correre, correre, a testa bassa e a testa alta, su e giù sulla fascia. Racconta la vocazione al sacrificio, la voglia di non uscire mai dal campo senza aver sudato fino in fondo la maglia. Racconta la capacità di adattarsi a tutte le richieste dell’allenatore, per il bene della squadra. A destra, a sinistra, più avanti, più indietro, da esterno di centrocampo, da terzino. Angelo Di Livio problemi non se n’è mai fatti. La fascia era il suo regno. Partiva, e non si fermava. O lo buttavano giù, oppure alzava la testa e buttava in mezzo i suoi palloni. E poi via, di nuovo, indietro, fino al novantesimo.È diventato un idolo dei tifosi bianconeri, anche se poi hanno un po’ storto il naso quando qualche anno fa Soldatino disse che nel suo cuore di tifoso c’era la Roma. Ma lui, per la maglia bianconera ha sempre dato l’anima e il corpo. Il cuore e i polmoni. E i tifosi della Vecchia Signora, in fondo, non se lo sono dimenticati di certo: gli hanno dedicato una delle stelle dello Juventus Stadium. Perché il tifo è una cosa, l’amore per la maglia che indossi e quello per la gente che per te fa il tifo un’altra. E non sono confliggenti, per niente».Arriva alla Juventus nell’autunno del 1993, su espressa richiesta di Giovanni Trapattoni: «Sono riuscito a coronare, con fatica e non in verdissima età, quello che è stato un obiettivo al quale ero ripetutamente andato vicino senza però mai raggiungerlo. E se ho giocato in A, e per di più con la Juventus, devo ringraziare soprattutto i miei vecchi allenatori Colautti e Sandreani e il direttore sportivo patavino Piero Aggradi. Quindi, pur rimanendo sempre con i piedi per terra, mi è sembrato di toccare il cielo con un dito. La molla che mi ha spinto da sempre era la voglia di arrivare e la capacità di sacrificarmi, in campo, come nella vita di tutti i giorni. Se non fosse per questo, non mi sarei ritrovato a vivere un vero e proprio sogno, dal quale non mi sarei voluto svegliare mai».Diventa, in breve, una colonna della squadra; con l’arrivo in panchina di Marcello Lippi comincia a fare incetta di trofei: scudetto e Coppa Italia nel 1994-95, Supercoppa di Lega e Champions League la stagione successiva, Coppa Intercontinentale, Supercoppa europea e scudetto nel 1996-97, ancora scudetto nella successiva stagione.Il campionato 1998-99 è l’ultimo di Angelo con la maglia della Juventus; le cose vanno male, Lippi si dimette dopo una sonora sconfitta casalinga con il Parma. Si parla anche di un litigio fra l’allenatore e Di Livio; è un paradosso pensare che questa è stata la stagione che ha evidenziato maggiormente l’incredibile duttilità di Angelo. Tanto è vero che Lippi lo schiera in varie occasioni da terzino vero e proprio, sia sulla fascia destra che su quella sinistra: «L’avere cambiato spesso ruolo è stato importante per me ed è stato il risultato di una serie di fattori: sicuramente le mie qualità tecniche e tattiche, ma soprattutto la bravura di Marcello Lippi. Con lui avevamo parlato spesso della possibilità di giocare in zone diverse del campo. E quando all’occorrenza mi chiese di ricoprire il ruolo di terzino sinistro, mi disse che secondo lui sarei stato assolutamente in grado di farlo. Quindi i complimenti per la buona riuscita dell’esperimento vanno a entrambi».Nell’estate del 1999, dopo aver indossato per ben 269 volte la maglia bianconera e aver realizzato sei goal, si trasferisce a Firenze: «È stato un po’ traumatico perché mi auguravo un prolungamento del contratto che non arrivò, ma questo fa parte del calcio. Ringrazio questa squadra e sono orgoglioso di avere indossato questa maglia. Gli anni a Torino sono stati importantissimi per me. È stato un onore poter difendere i colori bianconeri. A Firenze non ci sono state contestazioni nei miei riguardi, ma all’inizio un po’ di freddezza sì. Poi pian piano, conoscendo il giocatore, l’uomo e il mio attaccamento alla maglia, è andato tutto per il verso giusto».NICOLA CALZARETTA, DAL “GS” DEL DICEMBRE 2012Al calcio che conta ci arriva con qualche anno di ritardo. Ha già ventisette anni compiuti quando debutta in Serie A. È uno dei misteri buffi del pallone: calciatori nati e cresciuti nei vivai delle grandi squadre che, a forza di maturare altrove, finiscono per inaridirsi, galleggiando nelle serie minori. A meno che uno non si chiami Angelo Di Livio. La tecnica c’è. Il fisico insomma, né alto, né grosso. Un normotipo con uno stile di corsa tutto suo e che, in un certo senso, ne farà la fortuna. Ha fiato. Soprattutto ha testa. La usa in campo, correndo e giocando per la squadra. La usa fuori, convincendosi che non deve mollare, che il treno passerà e bisognerà farsi trovare pronti. Il sogno è Roma, il giallorosso vestito fin da ragazzino, ad ammirare Bruno Conti, il punto di riferimento. Non sarà così, ma per uno di quegli incroci curiosi che solo il calcio sa offrire, la sua città entra nel tabellino dei ricordi perché proprio contro la Roma Di Livio debutta in A il 5 settembre 1993. Con la maglia numero sette della Juventus.Angelo, cosa ricordi di quel giorno? «Fu una domenica fantastica. C’erano tutti gli amici e i familiari all’Olimpico. L’unico dispiacere era per mio padre Amerigo, che non c’era più. Quella soddisfazione avrei voluto condividerla con lui».Non ci speravi più? «Gli anni stavano passando. La Roma aveva venduto il mio cartellino, in me non credeva più. La speranza in realtà non l’ho mai persa, ma non è stato semplice. Giravano voci di mercato, ma alla fine niente».Di quali squadre si parlava? «Del Parma, della Sampdoria, anche della stessa Roma che, forse, ci aveva ripensato. Giocavo in B, al Padova. Ci ero arrivato nel 1989 dopo una bella gavetta tra Reggiana, Nocerina e Perugia. Non ero messo poi tanto male e avevo già vinto molto. Il Padova puntava alla promozione ed io ero uno dei punti di forza».Insieme a un certo Alessandro Del Piero, all’epoca non ancora diciottenne. «Un fenomeno, soprattutto un bravo ragazzino. Educato, umile, sereno. Nelle partitelle del giovedì, quelle in cui Alex giocava con la Primavera, i dirigenti ci dicevano di andarci piano, evitando entrate dure: Del Piero era un patrimonio».E voi? «Non era semplice, perché lui ci faceva veramente diventare matti con le sue invenzioni e i suoi dribbling. Di stecche ne ha prese».La vostra amicizia è nata in quegli anni? «Sì. Lui non aveva la macchina, spesso lo portavo al pensionato. Nonostante la giovane età, era molto più avanti dei suoi coetanei. Ci siamo subito trovati, anche se il rapporto si è consolidato a Torino».Tra l’altro, nel tuo arrivo alla Juve, c’è anche il suo zampino, giusto? «Beh, sì, anche se indirettamente. Tutto è nato dopo l’amichevole Padova-Juventus dell’agosto 1993, una partita legata al trasferimento di Alex in bianconero. Il motore dell’operazione fu Piero Aggradi, il diesse del Padova, amico di Boniperti con cui aveva giocato negli anni Cinquanta nella Juve. Devo molto a lui: mi voleva bene, fin dai tempi comuni di Perugia, esperienza condivisa con Colautti e Sandreani, poi ritrovati tutti al Padova».Cosa fece Aggradi? «Sapeva che Trapattoni era alla ricerca di un’ala destra. Allora disse a Boniperti e al Trap: “Visto che ci siete, date un’occhiata a Di Livio”».Tu sapevi qualcosa? «Diciamo che Aggradi mi teneva sempre sulla corda. Quella volta mi disse chi c’era in tribuna a vedermi».E tu? «Io ho giocato con naturalezza, senza strafare. Feci una buona gara duellando con Andrea Fortunato che poi, quando sono andato a Torino, ho avuto come compagno di camera. Un ragazzo d’oro».La Juve all’improvviso e la tua carriera svolta. «In effetti, successe tutto molto in fretta. A Trapattoni ero piaciuto, così pochi giorni dopo l’amichevole andai a Torino per parlare con Boniperti. Ricordo il viaggio Padova-Torino: per me fu una passeggiata di salute».Andasti da solo? «Con me c’era Oscar Damiani, il mio procuratore. Boniperti ci accolse nel suo ufficio e la prima cosa che mi disse fu: “Ricordati che se arriviamo secondi, abbiamo perso”. Poi mi mandò subito dal barbiere. Effettivamente avevo dei capelli scandalosi, corti davanti e lunghi dietro, un tamarro stile Duran Duran. Dopo il taglio, tornai nel suo ufficio per firmare il contratto».Immagino un bel miglioramento economico. «Macché! Mi confermarono quello che avevo con il Padova. A gennaio mi fu ritoccato e allungato, ma niente di che. Il salto di qualità c’è stato solo dopo le prime apparizioni con la Nazionale».Cosa hai fatto con i primi soldi veri? «Ho investito in immobili e mi sono tolto anche qualche sfizio: auto, orologi. Ma il chiodo fisso era la casa. Vengo da una famiglia normale: mio padre operaio e mia madre Antonia casalinga, oltre a mio fratello che faceva il benzinaio. Vivevamo a Roma, quartiere Bufalotta, si faceva un po’ fatica ad arrivare a fine mese. Io ho smesso di studiare dopo la terza media e ho iniziato a lavorare in un negozio di casalinghi, poi in uno di scarpe. Mattina lavoro, pomeriggio allenamenti. Ho imparato il senso del sacrificio e il gusto per la conquista, mentre mi rode un po’ non aver studiato di più».Come sono stati i primi tempi a Torino? «Non facili. Mi sentivo molto bloccato, la testa era piena di dubbi. Sono sempre stato un tipo emotivo, la notte prima delle partite facevo fatica a dormire. Durante l’intervallo capitava di fumare di nascosto una sigaretta per smorzare la tensione. L’anno prima al mio posto c’era un big come Di Canio, adesso c’ero io, esordiente in A. Mi suonava male questo cambio».Poi cosa è successo? «È successo che Trapattoni mi ha tolto i freni. Aveva bisogno di un’ala desta che coprisse tutta la fascia e che sapesse sia attaccare che difendere. Cosa che Di Canio non gli garantiva, per esempio. Mi sono tolto la paura e, anche grazie ai consigli di Sergio Brio (il vice del Trap quell’anno, ndr) e con l’aiuto dei nuovi compagni, ho preso il volo. Dopo la prima gara non sono più uscito di squadra».Diventando il Soldatino preferito del Trap. «Devo molto a Trapattoni. Ha rischiato per me, si è preso una bella responsabilità nell’affidarsi a uno sconosciuto che veniva dalla B. Gli sarò sempre riconoscente, ma la storia del soldatino non sta così».E com’è, allora? «Il soprannome me lo diede Roberto Baggio per il mio modo di correre, spalle strette e braccia distese lungo i fianchi. Un giorno, durante un allenamento, si volta verso di me e mi fa: “Sembri un soldatino”. Da li è nato il nomignolo, al quale, lo dico con totale sincerità, sono molto affezionato».La storia con Trapattoni, però, dura solo un anno: nel 1994 alla Juve c’è il grande ribaltone.«In realtà non ci colse di sorpresa. Già durante l’anno Bettega aveva affiancato Boniperti. Poi a fine stagione nelle amichevoli, ci guidò Narciso Pezzotti, il vice di Lippi che sarebbe stato il nostro nuovo allenatore. In quelle partite io fui provato come mediano».Com’è stato il passaggio da Trapattoni a Lippi? «L’impatto fu positivo. Non c’erano poi così tante differenze di impostazione. Tutti e due lavoravano parecchio sulla testa dei giocatori. Diciamo che Lippi era molto bravo a preparare le partite. Cosi come sapeva leggere benissimo la gara e modificare sistema di gioco e uomini. È stato il vero artefice del giocattolo bianconero che ha dominato in Italia e nel mondo».E la triade? «Bettega era l’uomo Juve, il primo tifoso. Con Giraudo scommettevamo bottiglie di champagne sui miei goal, con un accorgimento: lui pagava tre volte la posta. Moggi era il punto di riferimento. Un uomo scaltro e abile che ha dato lavoro a tanti. Ha sbagliato, sicuramente, e ha pagato, ma era in buona compagnia. A Roma si dice: “Il più pulito ha la rogna”: questa frase sintetizza al meglio Calciopoli, che non era solo Moggi. Il quale, in realtà, aveva altri e più gravi difetti».Ossia? «I vestiti! Inguardabili! E noi gli dicevamo: “Direttore, ti sei vestito al buio stamani?” Oppure gli consigliavamo l’acquisto di qualche rivista di moda per limitare i danni. Ma con scarsi successi. Con lui, comunque, ho discusso molto, specie per l’addio nel 1999».Cosa successe? «Mi aveva promesso la conferma, poi iniziò a dirmi che c’erano alcune squadre che mi volevano. Tutto questo mentre si parlava degli arrivi di Bachini e Zambrotta. E chi sono, dissi io? Già un’altra volta avevo ingoiato amaro, quando arrivò Lombardo. Ma poi la storia lì era stata diversa. Stavolta era il chiaro segnale che me ne dovevo andare. La presi male, per fortuna che scelsi Firenze, fortemente voluto dal Trap. Però uno scherzetto a Moggi poi lo feci».A cosa ti riferisci? «Quando spostai la barriera e feci segnare Chiesa durante un Fiorentina-Juventus da avversario. A fine partita mi fa: “Questa non ce la dovevi fare”. Ed io: “Ma quando lo facevo prima, non ti lamentavi, però”».Torniamo al campo e all’altra novità stagionale dell’estate 1994: Gianpiero Ventrone. «Non avevo mai lavorato tanto prima di Ventrone. Pesi, corsa, palestra, addominali: un massacro. Di tutte le diavolerie inventate, ricorderò sempre la rampa fatta montare sulla pista d’atletica del Comunale, dove ci allenavamo. Due tavole, a capanna: salita e discesa. Le ripetute si facevano lì. Una fatica pazzesca».E la famosa campanella della vergogna? «Era il simbolo della resa, e quindi il nostro nemico, ma in pochi l’hanno suonata. Quello era un gruppo di gente unita e, soprattutto, affamata di vittorie. Lo si vedeva nelle partitelle. Non sai quante volte siamo venuti alle mani. È successo tra Vialli e Ravanelli, per esempio. Io più di una volta mi sono preso con Montero, un altro sanguigno. E volavano pizze per davvero».Allora non eravate un gruppo così unito? «Ti sbagli! Il gruppo era veramente un muro. E non sono frasi fatte. Era la realtà. Ti dico che noi ci sentivamo una famiglia, che ha pure i suoi scazzi e le sue giornate storte, ma che è unita e salda. C’era molto rispetto tra noi, soprattutto verso l’errore del compagno. Grande merito in questa prima fase lo ebbe Gianluca Vialli. Ricordo sempre il primo anno di Lippi, dopo le partite di Coppa Uefa. Ci invitava a casa sua a mangiare. Spaghetti cucinati da lui e spirito di squadra che cresce. Ci è dispiaciuto molto quando è andato al Chelsea. E so che è dispiaciuto anche a lui».Oltre a Vialli, chi aveva peso nello spogliatoio? «Francamente un po’ tutti, se vai a leggerti le formazioni vedrai nomi di giocatori di grande personalità. Di altissima considerazione ha sempre goduto Del Piero che, in quei primi tempi, era veramente un ragazzino. Eppure se c’era da parlare con il mister per togliere una multa a un compagno o per discutere di scelte tattiche, Alex faceva parte del “senato” bianconero».C’era anche lui nel dopo Foggia, autunno 1994, a discutere con Lippi? «Lì, in pratica, c’eravamo tutti. E fu la svolta della stagione. Dopo la sconfitta per 2-0 a Foggia, Lippi ci disse chiaro e tondo che si era stufato di vedere la squadra che rinculava e subiva. Se proprio dobbiamo rischiare, disse, allora andiamo avanti. Da lì nacque l’idea del tridente, una mossa vincente anche perla fase difensiva, visto il lavoro che facevano i tre là davanti».Di lì in poi è un’altra Juve, arrivano i risultati e la classifica si fa sempre più interessante. «Tatticamente eravamo perfetti, con Paulo Sousa regista e i tre attaccanti, con Del Piero spesso al posto di Baggio. La cosa fantastica è che fisicamente eravamo straripanti. Andavo in campo e avevo sempre “la gamba”. Non mi era mai successo prima».Nessun aiutino? «Ma non scherziamo, per favore. Si lavorava tantissimo durante la settimana. In campo e in palestra. Eravamo una squadra composta da grandi professionisti, con voglia di vincere. E se vinci, ti alleni più volentieri e senti meno la fatica. Io, come i miei compagni, difenderò sempre quello che abbiamo fatto, contro tutto e tutti».Zeman compreso? «Non abbiamo mai capito, né condiviso le sue dichiarazioni. Dispiace che ne parli ancora adesso».Torniamo al campo e a uno dei tuoi marchi di fabbrica: la frenata. «Era la mia arma, carpita al mio idolo Bruno Conti. Tutti la conoscevano, eppure in pochi riuscivano ad arginarmi. L’episodio più bello con Panucci che, prima di Juventus-Milan del 30 ottobre 1994, mi dice: “Non la fare quella finta, tanto io non ci casco”. Io la feci, lui abboccò e Baggio segnò il goal partita. A fine gara, mi avvicino e gli dico: “Meno male che c’erano i cartelloni pubblicitari, sennò chissà dove finivi”».Ottima battuta, altro elemento del tuo repertorio di animatore da spogliatoio. «Non si può lavorare senza scherzare, per me il binomio è inscindibile. La sera pensavo a cosa fare il giorno dopo ai miei compagni. E ne ho combinate diverse».Facciamo una lista. «Oltre ai classici gavettoni, ci sono le scarpe incollate alla tavoletta di legno, quella che una volta c’era negli spogliatoi, in alto. A qualcuno spostavo la macchina dal parcheggio, ad altri la facevo trovare sporca di fango. Poi c’era tutta la gamma dei tagli: dalle cravatte alle mutande, specie quelle orribili che qualcuno riusciva a portare. Uno degli scherzi più belli lo feci a Ferrara, quando gli tagliai le punte dei calzini. Non si accorse di nulla, dovevi vedere la faccia che fece quando arrivò a infilarseli».Chi era la tua vittima preferita? «Posso dirti a chi non ho mai fatto uno scherzo: Julio Cesar. Si vestiva in maniera scandalosa, ma era una montagna».Ridendo e scherzando, la Juve vince lo scudetto dopo nove anni e torna in Coppa dei Campioni. «Il debutto in Champions lo ricordo benissimo anche perché per me ci fu un mezzo trauma. Due giorni prima della partita, Lippi mi dice che giocherò terzino sinistro. Terzino sinistro? In quel ruolo non ci avevo mai giocato. Ma ci pensò il mister a tranquillizzarmi: “Per me tu lì farai benissimo, fidati”. È andata veramente così, e in quel ruolo ho giocato tante altre volte».Mi sembra che da lì in poi tu abbia girato molti ruoli, segno di una grande disponibilità. «La generosità è sempre stata una mia prerogativa. Sono stato sostituito spesso, perché arrivavo a venti minuti dalla fine con la spia dell’olio accesa. Quanto alla duttilità, io credo che la voglia di adattarsi ti viene dalla tua storia. Marcello Lippi è stato bravo a capire questo di me e a darmi fiducia. Un grande».Senza difetti? «Era permaloso, questo sì. Ma sapeva anche perdonare. Ricordo una sostituzione contro la Fiorentina. Esco e lo mando platealmente a quel paese. Ero furibondo. Il martedì successivo, pentito, busso alla porta del suo spogliatoio per scusarmi. Lui apre, e prima ancora che io parli, mi offre il “cinque” con la mano, Ed è finita così».C’è stata qualche altra decisione del tecnico che ti ha fatto venire il mal di fegato? «Su tutte la sostituzione nell’intervallo della finale di Champions contro il Real Madrid. Eravamo sullo 0-0. A ruota l’esclusione dalla formazione titolare nella finale del 1996 all’Olimpico. La cosa buffa è che, pochi giorni prima della partita. Lippi ci riunisce per dare la formazione e fa al gruppo: “Di Livio sta meglio di tutti, ma per scelta tecnica non gioca”. Non l’ho capita ‘sta cosa che sto meglio di tutti, ma non gioco. Comunque sia, il nostro motto era: chi è in campo, gioca. Chi è fuori, fa il tifo».Ma all’Olimpico ti sei rifatto. «Davids stava crescendo in mezzo al campo. Conte era uscito per infortunio e il mister mi buttò dentro al posto di Paulo Sousa che faceva fatica. Ne avevo per due quella sera, nel mio stadio».Lo si è visto alla fine con la coppa conquistata. «È stato uno sfogo, una liberazione. Durante i rigori ero abbracciato a Torricelli e ci dicevamo: “Mamma mia com’è piccola la porta! E se dovesse toccare a noi?” Alla fine mi è partita la brocca. In mutande, urlavo e piangevo. Felicissimo come un bambino».E dopo la Champions, ecco Tokyo. «La mia partita perfetta. Giocai veramente bene. Quella volta Lippi non ebbe dubbi e mi schierò titolare. Avevamo rivoluzionato la squadra. Non c’erano più Vialli e Ravanelli. Al loro posto Bokšić, un carrarmato pazzesco, e Zinedine Zidane».Che ricordi hai di Zizou? «Arrivò in punta di piedi. Timidissimo, all’inizio fece fatica. Io, tanto per farlo sentire a suo agio, lo bersagliavo di scherzi. E lui si vendicava in partitella. Ti faceva ammattire, era meglio ignorarlo. Ma qualcuno andava giù duro. D’altronde lui si esaltava con il contatto fisico, se lo marcavi a uomo, tirava fuori il meglio del suo repertorio. Che era fantastico».Ma uno come lui, si allena anche nella tecnica? «Qui sta la grandezza dei campioni veri. Lui, ma anche Del Piero e Vialli, si allenavano tantissimo, stavano ore sul campo. Davano l’esempio, sempre. Anche perché vale il principio che uno come si allena, gioca».Come fu preparata la sfida contro il River Plate? «Nessuna situazione diversa dal solito. Solo la consapevolezza di giocarsi in una gara secca un traguardo importante che per noi significava completare un ciclo bellissimo dopo scudetto e Champions».Hai dormito la notte prima della gara? «Quella notte lì ho faticato a chiudere occhio, mentre il mio compagno di camera dormiva beatamente, russacchiando pure».Del Piero? «Sì. E pensare che i primi tempi era lui che se ne stava sveglio tra telefonini e play station. Era un bel cacacazzi. Io non vedevo l’ora di dormire, e lui a divertirsi. A Tokyo ci scambiammo i ruoli».Un cambio vincente, visto il risultato finale. «Fu una partita eccezionale, posso dire una delle più belle giocate con la Juve, insieme al 6-1 contro il Milan a San Siro. E se Bokšić non mi chiama la palla, faccio anche goal».Ne hai fatti pochini con la Juve. «Sì, ma tutti di qualità e legati ad alcuni aneddoti. Per esempio quello contro la Steaua, il mio primo e unico in Champions, dette il via all’esultanza in cerchio, tutti in ginocchio. Al pallonetto goal al Vicenza è legata una battuta dell’avvocato Agnelli che disse che in realtà avrei voluto crossare».Fischio finale e spazio libero alla gioia per l’ennesimo trionfo internazionale. «Un’altra scarica di adrenalina violentissima. Mi tolsi le scarpe e me le misi al collo. Ho sempre avuto l’abitudine di giocare con i sei tacchetti, a Tokyo il campo era durissimo, e i piedi mi facevano male. Non l’avessi mai fatto. Mi chiamò lo sponsor e mi fece il cazziatone: “Ma come, in un momento così ti togli le scarpe, ma sei impazzito?”. Poi iniziano a circolare le foto con me a mezzo busto con le scarpette in mano e al collo, visibili più che mai».Tutto questo è accaduto prima o dopo la scimmia post-partita? «Dopo, dopo. Quella sera molti di noi erano sdraiati per terra. Eravamo al quarantesimo piano dell’albergo, ma quella notte credo che non abbia dormito nessuno dal macello che facemmo. Poi, a un certo punto, crollammo. Ed io e Alex andammo a dormire con la coppa».Il ciclo virtuoso si chiude con l’ultimo trofeo del Grande Slam, la Supercoppa Europea. «Tra gennaio e febbraio 1997 vincemmo anche quella schiacciando il PSG: 6-1 a Parigi e 3-1 al ritorno».Ma è vero che avevi indovinato il risultato dell’andata, scrivendotelo sul braccio? (ride) «Così vuole la leggenda. In realtà quella era la sigla che indicava il premio promesso dalla Juve in caso di vittoria: sessanta milioni di lire per ognuno di noi!». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/angelo-di-livio.html
  13. ANGELO DI LIVIO https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Di_Livio Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 26.07.1966 Ruolo: Centrocampista Altezza: 173 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Soldatino Alla Juventus dal 1993 al 1999 Esordio: 05.09.1993 - Serie A - Roma-Juventus 2-1 Ultima partita: 31.05.1999 - Spareggio Uefa - Juventus-Udinese 1-1 269 presenze - 6 reti 3 scudetti 1 coppa Italia 2 supercoppe italiane 1 champions league 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Angelo Di Livio (Roma, 26 luglio 1966) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Cresciuto nel settore giovanile della Roma e poi emerso nelle categorie minori con le maglie di Perugia e Padova, col passaggio alla Juventus è assurto ai massimi livelli durante il vittorioso ciclo di Marcello Lippi, ottenendo in questa fase i maggiori successi della propria carriera grazie a tre campionati italiani, una Coppa Italia e due Supercoppe italiane in campo nazionale, e la UEFA Champions League, la Coppa Intercontinentale e la Supercoppa UEFA in ambito internazionale. Ha legato la seconda parte della carriera alla Fiorentina, con cui ha vinto un'altra Coppa Italia, diventandone poi capitano e fedelissimo in coincidenza con la ricostruzione societaria d'inizio anni Duemila. Con la nazionale italiana ha preso parte ai mondiali di Francia 1998 e Corea del Sud-Giappone 2002 e agli europei di Inghilterra 1996 e Belgio-Paesi Bassi 2000. Angelo Di Livio Di Livio alla Juventus nella stagione 1993-1994 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2005 - giocatore Carriera Giovanili 1981-1984 Roma Squadre di club 1984-1985 Roma 0 (0) 1985-1986 → Reggiana 13 (0) 1986-1987 → Nocerina 31 (1) 1987-1989 Perugia 72 (4) 1989-1993 Padova 138 (13) 1993-1999 Juventus 269 (6) 1999-2005 Fiorentina 169 (8) Nazionale 1995-2002 Italia 40 (0) Carriera da allenatore 2006-2008 Roma Giovanili 2008-2010 Italia Preparatore Palmarès Europei di calcio Argento Belgio-Paesi Bassi 2000 Biografia Ha due figli, tra cui Lorenzo, anche lui calciatore. Caratteristiche tecniche Giocatore Alla Juventus, durante la gestione di Marcello Lippi, ha giocato come ala tornante o terzino, sia a destra che a sinistra, mentre nella Fiorentina ha ricoperto anche il ruolo di centrocampista centrale. Abile in fase difensiva nonché dotato di scatto e resistenza, era noto come «il soldatino», soprannome originariamente coniato da Roberto Baggio per sottolineare la sua particolare andatura nella corsa, ma che divenne poi, nell'immaginario collettivo, un riconoscimento del suo spirito di sacrificio. Carriera Giocatore Club Gli inizi Di Livio (accosciato, secondo da sinistra) nella squadra Primavera della Roma 1983-1984 Inizia a giocare a calcio nella Polisportiva Bufalotta, che prende il nome dal quartiere omonimo di Roma in cui Di Livio è cresciuto. All'età di quindici anni passa nelle giovanili della Roma con cui vince nel 1983 il Torneo di Viareggio e l'anno seguente il Campionato Primavera. Successivamente passa in prestito prima alla Reggiana, in Serie C1, poi alla Nocerina, ancora nella medesima categoria. Approda infine nella stagione 1987-1988 al Perugia, in Serie C2, con cui vince il campionato mettendosi in evidenza assieme a un altro giovane prospetto, Fabrizio Ravanelli; al termine dell'annata la società umbra lo riscatta dalla Roma, e coi biancorossi gioca in C1 fino all'ottobre del 1989, quando nella sessione autunnale di mercato passa al Padova, in Serie B. Di Livio (a destra) e Del Piero in allenamento al Padova nei primi anni 1990 Milita nella squadra veneta fino al 1993, realizzando 13 marcature in 138 partite di campionato. Juventus Dopo questa lunga trafila nelle serie minori, arriva alla Juventus per volontà di Giovanni Trapattoni, acquistato per 4 miliardi di lire. Debutta così in Serie A all'età di ventisette anni, nella trasferta sul campo della Roma (2-1 per i padroni di casa) del 5 settembre 1993. Realizza il suo primo gol in bianconero il 27 ottobre seguente, nella partita di Coppa Italia persa per 4-3 contro il Venezia, mentre la prima marcatura in campionato arriva solo all'inizio della sua seconda stagione con la Vecchia Signora, il 25 settembre 1994, nell'1-0 ai danni della Sampdoria. È inoltre suo l'assist per il primo gol in bianconero di Alessandro Del Piero, già suo compagno di squadra a Padova. Segna anche una rete in Champions League, nel settembre del 1995 contro i rumeni della Steaua Bucarest, partita che vede i torinesi prevalere 3-0. Di Livio (accosciato, primo da destra) nella Juventus 1997-1998 È stato uno dei titolari inamovibili nella plurivittoriosa Juventus di Marcello Lippi, con cui nella seconda metà degli anni 1990 ha conquistato in ambito nazionale 3 scudetti, 1 Coppa Italia e 2 Supercoppe di Lega, e in campo internazionale 1 Champions League — entrando nel ristretto novero dei calciatori capaci di vincere il massimo trofeo europeo per club nella propria città di nascita (Roma), preceduto da Mateos e Muñoz (Madrid) e da Stepney (Londra), ed eguagliato da Anelka (Parigi) e Bale (Cardiff) —, 1 Supercoppa UEFA e 1 Coppa Intercontinentale. Fiorentina Nonostante il forte legame con la maglia bianconera, nell'estate del 1999 viene ceduto controvoglia dalla società torinese alla Fiorentina. Con i viola vince la Coppa Italia 2000-2001, la sua seconda dopo quella con i bianconeri; tuttavia l'anno dopo non può evitare la retrocessione in Serie B dei gigliati, nel frattempo caduti in una grave crisi societaria. Di Livio (accosciato, primo da destra) nella Fiorentina vincitrice della Coppa Italia 2000-2001 Diventato capitano della squadra, scende quindi in Serie C2 quando la Fiorentina scompare nel 2002 per fallimento; in questa categoria gioca con la nuova Florentia Viola, società che si fa portatrice della tradizione sportiva dello scomparso club viola, vincendo il torneo (e ottenendo al contempo la promozione d'ufficio in Serie B per meriti sportivi). Resta coi gigliati anche nelle due stagioni seguenti, la prima in serie cadetta e la seconda (dopo la vittoria nello spareggio interdivisionale contro il Perugia) in Serie A, categoria nella quale disputa la sua ultima gara nel 2005. A fine stagione la Fiorentina non gli rinnova il contratto, sicché Di Livio sceglie di chiudere l'attività agonistica. Nazionale Ha esordito in nazionale maggiore a 29 anni, il 6 settembre 1995, nella partita Italia-Slovenia (1-0). Convocato nelle gestioni di quattro diversi commissari tecnici, ha preso parte al campionato d'Europa 1996 in Inghilterra (con Arrigo Sacchi), al campionato del mondo 1998 in Francia (con Cesare Maldini), al campionato d'Europa 2000 in Belgio e nei Paesi Bassi (con Dino Zoff) e, a quasi trentasei anni, al campionato del mondo 2002 in Corea del Sud e Giappone (con Giovanni Trapattoni). Di Livio (a destra) in nazionale nel 1997, mentre festeggia con Ravanelli (a sinistra) un gol di Roberto Baggio (al centro). Il 18 giugno 2002 gioca la sua ultima partita in nazionale, negli ottavi di finale dei mondiali nippo-coreani, contro la Corea del Sud: memorabile, nell'occasione, lo sguardo rivolto all'arbitro Byron Moreno, a seguito dell'espulsione di Francesco Totti. Ha collezionato 40 presenze con gli Azzurri, di cui solo 12 per tutta la durata del match. Dopo il ritiro Dirigeva a Roma la Scuola Calcio "Polisportiva delle Vittorie", poi chiusa per fallimento. Dal 2006 al 2008 ha fatto parte dello staff tecnico delle giovanili della Roma in qualità di allenatore, mentre dal 28 giugno 2008 al 2010 ha fatto parte dello staff di Marcello Lippi in nazionale. Ha collaborato come inviato e commentatore con Dahlia TV. È commentatore tecnico e opinionista televisivo per i canali nazionali Rai Sport 1 e Sky Sport, oltre alla rete locale Teleroma 56. È inoltre opinionista per Tele Radio Stereo e per la web radio LiveRadio365, nonché per la web TV de La giornalaccio rosa dello Sport. Ha interpretato se stesso nel film La mia squadra del cuore di Domenico Costanzo e Giuseppe Ferlito. Palmarès Giocatore Club Da sinistra: gli juventini Carrera, Di Livio, Del Piero e Giancarlo Marocchi festeggiano la vittoria della Coppa Italia 1994-1995 Di Livio solleva il trofeo della Champions League 1995-1996, tra il compagno di squadra Conte (a sinistra) e il capitano juventino Vialli (a destra). Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Roma: 1983 Campionato Primavera: 1 - Roma: 1983-1984 Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C2: 2 - Perugia: 1987-1988 (girone C) - Florentia Viola: 2002-2003 (girone B) Campionato italiano: 3 - Juventus: 1994-1995, 1996-1997, 1997-1998 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1994-1995 - Fiorentina: 2000-2001 Supercoppa italiana: 2 - Juventus: 1995, 1997 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica Italiana — Roma, 12 luglio 2000. Di iniziativa del Presidente della repubblica.
  14. LORIS DEL NEVO https://it.wikipedia.org/wiki/Loris_Del_Nevo Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 31.05.1975 Ruolo: Centrocampista Altezza: 167 cm Peso: 73 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1993 al 1994 Esordio: 08.08.1993 - Amichevole - Pro Vercelli-Juventus 0-4 Ultima partita: 11.06.1994 - Amichevole - Venezia-Juventus 0-2 0 presenze - 0 reti Loris Del Nevo (Torino, 31 maggio 1975) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Loris Del Nevo Nazionalità Italia Altezza 167 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2009 - giocatore Carriera Giovanili 1992-1994 Juventus Squadre di club 1994 Ascoli 0 (0) 1994-1995 Palazzolo 18 (0) 1995 Montevarchi 5 (0) 1995-1996 Atletico Catania 21 (0) 1996 Nocerina 2 (0) 1996-1998 SPAL 16 (0) 1998 Gualdo 23 (1) 1998-2000 Messina 49 (3) 2000-2001 Reggiana 27 (3) 2001-2003 Triestina 50 (4) 2003-2005 Cagliari 43 (1) 2005-2006 Triestina 3 (0) 2006 Ternana 2 (0) 2007-2009 Perugia 19 (0) Carriera da allenatore 2009-2010 Taranto Vice Carriera Giocatore Cresce nelle giovanili della Juventus. Nel 1994 si trova ad Ascoli in Serie B che lo gira a novembre al Palazzolo, da qui inizierà una lunga carriera tra C1 e C2 che lo porterà a giocare con Montevarchi, Atletico Catania, Nocerina, SPAL (con cui retrocederà dalla C1 alla C2), Gualdo, Messina (con cui conquisterà la promozione in Serie C1), Reggiana e Triestina. Con gli alabardati conquista la promozione in Serie B nel 2001-2002 e la stagione successiva viene ceduto al Cagliari Calcio sempre in Serie B. Nel 2003-2004 (anno della Serie B a 24 squadre) viene dunque promosso con i sardi e la stagione successiva sempre con il Cagliari esordisce in Serie A: la stagione 2004-2005 sarà anche l'unica di Del Nevo nella massima serie e si concluderà con 12 presenze e nessuna rete. L'anno successivo torna in Serie B con la Triestina dove non trova spazio venendo dunque girato a gennaio nella Ternana sempre in cadetteria. Anche qui non trova molto spazio in quanto viene coinvolto in un caso di mobbing che lo vedrà vincitore insieme ad altri compagni di squadra nei confronti della società (che invece verrà penalizzata di un punto). A fine stagione si trasferisce al Perugia in Serie C dove concluderà la carriera nella stagione 2008-2009. Allenatore Terminata la carriera da giocatore, nel 2009-2010 è divenuto vice allenatore di Giuseppe Brucato al Taranto nella Lega Pro. Palmarès Giocatore Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1993-1994 Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1994 Competizioni nazionali Serie C2: 1 - Messina: 1999-2000
  15. GUIDO BONADIO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 08.07.1971 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1989 al 1991 e dal 1992 al 1994 Esordio: 15.11.1989 - Amichevole -Juventus-Nazionale italiana dilettanti 5-0 Ultima partita: 11.06.1994 - Amichevole - Venezia-Juventus 0-2 0 presenze - 0 reti
  16. JONATAN BINOTTO https://it.wikipedia.org/wiki/Jonatan_Binotto Nazione: Italia Luogo di nascita: Montebelluna (Treviso) Data di nascita: 22.01.1975 Ruolo: Centrocampista Altezza: 182 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Under-23 Soprannome: - Alla Juventus dal 1992 al 1994 Esordio: 14.10.1992 - Amichevole - Don Bosco-Juventus 0-14 Ultima partita: 21.05.1994 - Amichevole - Juventus-Camerun 4-1 0 presenze - 0 reti Jonatan Binotto (Montebelluna, 22 gennaio 1975) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Jonatan Binotto Da destra: Binotto al Bologna nel 1998, alle prese con il parmense Thuram in un derby d'Emilia. Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2007 - giocatore Carriera Giovanili 1987-1990 Pasianese 1991-1994 Juventus Squadre di club 1994-1995 → Ascoli 28 (4) 1995-1996 → Cesena 32 (4) 1996-1998 → Verona 38 (6) 1998-2001 Bologna 62 (4) 2001 Inter 0 (0) 2001 → Chievo 5 (0) 2002 → Brescia 11 (0) 2002-2003 → Como 28 (0) 2004-2005 Bologna 9 (0) 2005-2006 Pistoiese 14 (0) 2006 Triestina 1 (0) 2006-2007 Casalecchio 18 (1) Nazionale 1994-1996 Italia U-21 8 (2) 1997 Italia U-23 1 (0) Carriera da allenatore 2007-2008 Sasso Marconi 2008-2010 SPAL Giovanissimi 2010-2012 Bologna Giovanissimi 2012-2013 Bologna Allievi Giochi del Mediterraneo Oro Bari 1997 Carriera Giocatore Club Cresciuto nel settore giovanile della Pasianese, a 16 anni entra in quello della Juventus. Nella stagione 1994-1995 viene ceduto in prestito all'Ascoli, militante in Serie B. La stagione 1997-1998 è la migliore della sua carriera sotto il punto di vista delle realizzazioni: 5 reti in 33 presenze in campionato gli valgono il trasferimento al Bologna guidato da Carlo Mazzone nella successiva stagione 1998-1999, disputata in Serie A. In rossoblù rimane per tre stagioni, di cui le ultime due contraddistinte da continui problemi fisici, che però non gli impediscono di disputare alcune buone partite. L'Inter decide di acquistarlo scambiandolo alla pari con Fabio Macellari, ma proprio durante la preparazione dell'annata coi nerazzurri subisce un grave infortunio da cui non si riprenderà mai completamente, nelle stagioni seguenti giocherà soltanto una manciata di partite, se si eccettua l'annata 2002-2003 nella quale è titolare al Como disputando ben 28 partite su 34. Chiude la carriera tra i dilettanti del Casalecchio al termine della stagione 2006-2007. Nazionale Ha fatto parte dei 22 convocati da Cesare Maldini per il torneo olimpico di Atlanta 1996. Nel 1998 viene convocato per due partite con la nazionale maggiore, senza però scendere in campo. Allenatore Nella seconda parte della stagione 2007-2008 ha allenato il Sasso Marconi, nel campionato di Eccellenza dell'Emilia-Romagna. Successivamente allena la squadra dei Giovanissimi Nazionali Professionisti della SPAL per due campionati, per poi passare nella stagione 2010-2011 alla guida dei pari categoria del Bologna. Dal dicembre 2018 allena il Casalecchio fino al 2019 per poi ritornare ad allenare il Settore Giovanile della SPAL. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1993-1994 Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1994 Nazionale Giochi del Mediterraneo:1 - Bari 1997
  17. DANIEL TERRERA https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1993-1994 Nazione: Italia Luogo di nascita: Albenga (Savona) Data di nascita: 06.05.1974 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1992 al 1994 Esordio: 23.07.1992 - Amichevole - Bienne-Juventus 0-10 Ultima partita: 16.09.1993 - Amichevole - Borgotorre-Juventus 0-9 0 presenze - 0 reti
  18. GIUSEPPE NORSA https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Norsa Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 31.03.1898 Luogo di morte: Milano Data di morte: 25.12.1982 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1915 al 1917 Esordio: 16.04.1916 - Amichevole - Juventus-Inter 4-2 Ultima partita: 13.05.1917 - Amichevole - Juventus-Torino 3-1 0 presenze - 0 reti Giuseppe Norsa (Milano, 31 marzo 1898 – Milano, 25 dicembre 1982) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Giuseppe Norsa Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Carriera Squadre di club1 1920-1921 AC Libertas ? (-?) 1922-1923 Milan 8 (-15) Carriera Con il Milan disputa 8 gare subendo 15 gol nel campionato di Prima Divisione. È sepolto al Cimitero Monumentale di Milano, nel Riparto acattolici, nella tomba familiare.
  19. SERGIO PORRINI Sin dal primo impatto con l’ambiente bianconero – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del luglio 1993 – Sergio Porrini da Milano, 26 anni, reduce da una stagione a dir poco esemplare nell’Atalanta, dimostra di aver afferrato al volo come vanno le cose nel mondo del pallone. Anni di gavetta, di sacrifici, per meritare la grande squadra, ed ecco la Juve, cioè il massimo, il sogno di bambino, insomma tutto. «Sì» sono le sue prime parole ufficiali da juventino «ho proprio realizzato un sogno, e ancora non mi sembra vero. Da ragazzino, quando ho cominciato a prendere a calci un pallone, sognavo i grandi stadi e le grandi squadre, e allora, una dozzina di anni fa, la Juve era indiscutibilmente la più grande di tutte. Devo molto all’Atalanta e ai suoi tecnici che in questi ultimi anni mi hanno permesso di crescere, di maturare, fino a meritare il grande salto. È una occasione unica, irripetibile, e spero proprio di non sbagliare. La voglia c’è davvero tutta, ma non basta, perché mi trovo in una squadra che ha titolari numerosi e la concorrenza è dura. Sicché dovrò davvero dare tutto me stesso, e lottare». Determinazione e grinta che non appartengono soltanto al linguaggio di questo giovanotto, capace in maglia atalantina di francobollare con rabbiosa incisività i migliori bomber in circolazione senza mai esserne soggiogato, di più, imponendo il più delle volte il proprio stacco e l’anticipo, che è dote primaria del nostro. «Se la grinta fosse la dote più importante per un difensore» dice Porrini «sarei davvero... in una botte di ferro, visto che mi sono formato a una scuola eccellente e che, per una questione di carattere, sono uno che non si tira mai indietro. Purtroppo, la grinta da sola non basta. Ma credo, nella stagione appena conclusa, di aver dimostrato di saper stare discretamente in campo, tanto da meritare la fiducia del signor Sacchi, che mi ha chiamato in maglia azzurra». Già, perché come spesso accade nelle favole, Porrini tocca in una volta sola due traguardi al prezzo di uno, conquistando con la maglia bianconera anche quella della Nazionale, in cui gioca due partite valide per la qualificazione ai Mondiali statunitensi. Ma, nella personale «hit parade» dei traguardi, il neo juventino non ha il minimo dubbio: «Prima di tutto la maglia bianconera, la grande occasione per dimostrare se e quanto valgo. La Nazionale è stata una bellissima parentesi, ringrazio Sacchi per la fiducia, ma credo che il mio futuro si giochi soprattutto alla Juve. Dove potrò migliorare rubando qualche segreto del mestiere a grandi campioni come Kohler, Julio César e Carrera». Ma in che modo, e in quale posizione, preferirebbe giocare Porrini? La risposta toglie ogni residuo dubbio circa la prontezza del tipo: «Posso giocare in marcatura tanto al centro che sulla fascia destra. Insomma, l’importante è trovare spazio...». Dall’Atalanta alla Juventus: una strada che, nel passato più o meno recente è stata percorsa da campioni veri, un nome per tutti, quello del più grande: Scirea. «Non credo che si possano fare accostamenti con il passato» replica Porrini che evita abilmente il tranello «e penso che ogni calciatore faccia storia a sé. Spero solo di poter essere utile alla Juve». Finalino: che ne pensa, Porrini, della prossima annata bianconera, che tutti reclamano come quella del gran riscatto? «Creda che parlare di riscatto sia un po’ esagerato. La Juve deve crescere, migliorare, questo sì. Ma nel suo passato non ci sono vergogne da cancellare. Vi siete già dimenticati la Coppa Uefa?». 〰.〰.〰 Sergio non è un mostro di tecnica, ma supplisce a questa lacuna con una grinta notevole e disputa un buon campionato. «C’è stato un cambio d’ambiente per me piuttosto brusco. Sarà banale dirlo, ma l’Atalanta è una cosa e la Juve tutta un’altra. Ne ho risentito, anche perché la squadra all’inizio non girava al massimo, in parecchi non eravamo in forma e i tifosi con qualcuno dovevano pur prendersela: essendo nuovo, e per di più pagato una certa sommetta, era inevitabile che facessi un po’ da capro espiatorio. Poi, pian piano, sono entrato in forma ed è cresciuta la squadra, certe questioni si sono stemperate, non mi sono più sentito al centro dell’attenzione e ho cominciato a giocare abbastanza bene. Adesso sono in pace con me stesso e con gli altri. Le difficoltà iniziali sono superate, spero di continuare così». L’anno successivo arriva Lippi e, soprattutto, Ciro Ferrara: Lippi dopo qualche titubanza, complice la netta sconfitta a Foggia, decide di giocare con la difesa a tre in linea, promuovendo titolare Geppetto Torricelli accanto a Ciro e a Jürgen Kohler e Porrini deve giocarsi con Carrera, il ruolo di prima riserva difensiva. Sarà decisivo, però, nella doppia finale di Coppa Italia contro il Parma, segnando sia al Tardini sia al Delle Alpi; realizzerà anche un goal importantissimo a Dortmund, nella semifinale di Coppa Uefa, nella vittoriosa partita contro il Borussia. «Non mi sono mai rassegnato – afferma – conosco il mio valore e soprattutto il mio carattere. Ma forse non sarei arrivato a tanto senza il lavoro dell’allenatore e del nostro preparatore atletico. Hanno curato in particolare chi come me giocava di meno, con il risultato che, al momento buono, non ci siamo fatti cogliere impreparati. Non ci sono sorprese o casualità, è tutto frutto della programmazione. Non sono un giocatore da copertina, non mi piace apparire. Quando sono contento con me stesso non ho bisogno di altro». La stagione 1995-96 vede Porrini scendere in campo una ventina di volte e festeggiare da bordo campo, la grande vittoria in finale di Coppa Campioni, contro l’Ajax. Sarà protagonista, invece, nella sfortunata finale di Monaco di Baviera, contro il Borussia Dortmund e durante tutta la stagione, causa l’infortunio di Torricelli: le sue presenze saranno 40 con 2 goal, di cui uno nella finale di Supercoppa Europea a Parigi, vinta per 6-1 contro il Paris Saint Germain («È il terzo goal europeo, gli altri li ho segnati al Borussia Dortmund e al CSKA Sofia. Una bella rete da attaccante. Noi siamo stati bravi a sfruttare le situazioni da palle inattive. Non è stato un fatto casuale, fa parte dei nostri schemi») e sarà titolare a Tokyo nella Coppa Intercontinentale. Nel 1997-98 emigra in Scozia, nel Rangers Glasgow, dove resterà per quattro stagioni, prima di fare ritorno in Italia, all’Alessandria e quindi al Padova. Con la Juventus ha totalizzato 138 presenze e 5 goal, conquistando due scudetti, una Coppa Italia, una Coppa Campioni, una Coppa Intercontinentale e una Supercoppa Europea. Niente male per un “operaio”, come si è sempre definito: «Mi piace, perché vuol dire che si riconosce che metto in ogni partita la grinta, la voglia di farcela. Chi, come me, non è dotato di tecnica eccelsa, è importante che sia al massimo tutte le domeniche. Riuscirci mi riempie di gioia». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/sergio-porrini.html
  20. SERGIO PORRINI https://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Porrini Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 08.11.1968 Ruolo: Difensore Altezza: 180 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Inox Alla Juventus dal 1993 al 1997 Esordio: 29.08.1993 - Serie A - Juventus-Cremonese 1-0 Ultima partita: 01.06.1997 - Serie A - Juventus-Lazio 2-2 138 presenze - 6 reti 2 scudetti 1 coppa Italia 2 supercoppe italiane 1 champions league 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Sergio Porrini (Milano, 8 novembre 1968) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, vice allenatore dell'Ascoli. Sergio Porrini Porrini all'Atalanta nel 1991 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Squadra Ascoli (Vice) Termine carriera 1º luglio 2009 - giocatore Carriera Giovanili 1986-1989 Milan Squadre di club 1989-1993 Atalanta 100 (3) 1993-1997 Juventus 138 (6) 1997-2001 Rangers 85 (6) 2001-2002 Alessandria 34 (0) 2003-2004 Padova 44 (0) 2004-2009 Pizzighettone 126 (0) Nazionale 1993 Italia 2 (0) Carriera da allenatore 2009-2010 Pizzighettone Juniores Naz. 2010-2011 Pergocrema Berretti 2011-2012 Colognese 2012-2013 Pontisola 2013-2015 Atalanta Allievi Naz.A 2015 Atalanta Vice 2015-2016 Atalanta Coll. tecnico 2016-2017 Crema 2018-2019 Ciserano 2019-2022 Albania Vice 2023 Gorica Vice 2024- Ascoli Vice Caratteristiche tecniche Giocatore Ha ricoperto prettamente il ruolo di terzino destro e, più raramente, quello di difensore centrale. Carriera Giocatore Club Cresce nel vivaio del Milan, dove compie la trafila delle formazioni giovanili senza tuttavia arrivare a esordire in prima squadra. Nel 1989 la società rossonera lo cede infatti all'Atalanta, dove milita per le successive quattro stagioni, e con cui nel 1993 fa il suo debutto in nazionale. Considerato in questa fase tra i più promettenti elementi italiani, nell'estate dello stesso anno passa alla Juventus che, per assicurarselo, sborsa 11 miliardi di lire: una cifra considerevole per l'epoca, se rapportata al ruolo, e che per il difensore finirà per essere, a posteriori, «zavorra e macigno» nel prosieguo di carriera. Porrini (a sinistra) alla Juventus, in duello aereo col parmense Branca, nella vittoriosa finale di andata della Coppa Italia 1994-1995 di cui il terzino fu match winner. A Torino colleziona infatti 138 presenze e 6 gol in quattro anni, senza tuttavia riuscire ad affermarsi stabilmente nell'undici base — «ha giocato molto ma senza partire mai titolare, senza la sicurezza di chi ce l'ha fatta» —, anche per la concorrenza di più quotati elementi; in maglia bianconera contribuisce comunque alle vittorie di due scudetti nelle stagioni 1994-1995 e 1996-1997, della Coppa Italia 1994-1995 — dov'è protagonista nella doppia finale contro il Parma, segnando ai ducali sia nell'andata al Delle Alpi sia nel ritorno al Tardini —, di due Supercoppe di Lega e, in ambito internazionale, ai trionfi del 1996 in Champions League, Coppa Intercontinentale e Supercoppa UEFA — in quest'ultimo caso, aprendo le marcature nella sfida di andata vinta in goleada 6-1 sul Paris Saint-Germain al Parco dei Principi. Desideroso di un'esperienza all'estero, nel 1997 lascia l'Italia per la Scozia, accasandosi ai Rangers che lo acquistano per 8 miliardi di lire. Rimane a Glasgow per quattro stagioni, vincendo tutte le competizioni nazionali, per poi tornare nei campionati italiani nel 2001. Gioca quindi un anno nell'Alessandria e due nel Padova, prima di approdare nel 2004 al Pizzighettone, dove nel giugno 2009 conclude la propria carriera da calciatore. Nazionale Durante la sua militanza nell'Atalanta è stato convocato in nazionale dal commissario tecnico Arrigo Sacchi per tre partite di qualificazione al Mondiale 1994, scendendo in campo in due occasioni: dopo aver esordito il 24 marzo 1993 nel 6-1 contro Malta, nel mese successivo ha ottenuto la seconda e ultima presenza nel 2-0 sull'Estonia. Allenatore Dall'estate del 2009 ha iniziato la carriera di allenatore. Nella stagione 2009-2010 ha guidato la formazione Juniores Nazionali del Pizzighettone. Nell'agosto 2010 diventa il tecnico della formazione Berretti del Pergocrema, iscritta al campionato Berretti. A fine stagione, segue il corso indetto dal settore tecnico della FIGC conseguendo la qualifica di Allenatore Professionista di Seconda Categoria-UEFA A. Il 2 agosto 2011 ottiene la sua prima panchina in una prima squadra venendo nominato tecnico della Colognese, formazione militante in Serie D. Il 27 novembre dello stesso anno si dimette dalla carica, anche a seguito delle controverse vicende societarie che coinvolgono il club bergamasco; richiamato dalla vecchia proprietà, torna in panchina a partire dal gennaio del 2012, per cercare di raggiungere la salvezza: la squadra risale dall'ultimo posto, ma non riesce a evitare i play-out poi persi contro il Seregno. Il successivo 12 giugno viene ufficializzato il suo ingaggio come allenatore del Ponte San Pietro, ancora nella massima categoria dilettantistica. Il 10 dicembre 2012, intanto, inizia a frequentare a Coverciano il corso di abilitazione per il master di allenatori professionisti Prima Categoria-UEFA Pro. Il 7 giugno 2013 prende la guida la formazione Allievi dell'Atalanta. Il 4 marzo 2015 viene nominato vice di Edoardo Reja nella prima squadra orobica; nella stagione 2015-2016 rimane nello staff di Reja come collaboratore tecnico. Il 7 ottobre 2016 viene ingaggiato dal Crema come allenatore della prima squadra. A fine stagione, grazie alla vittoria del campionato lombardo di Eccellenza conquista la promozione in Serie D, categoria da cui i nerobianchi mancavano da 22 anni. Il 12 dicembre 2017 rassegna le dimissioni per motivi personali. L'8 dicembre 2018 torna su una panchina di Serie D, subentrando a stagione in corso alla guida del Ciserano; la sua permanenza nel club bergamasco dura tuttavia solo pochi mesi, dimettendosi il 17 marzo 2019. Pochi mesi dopo torna a lavorare con Reja, il quale lo chiama nel ruolo di suo vice sulla panchina della nazionale albanese. Il 2 marzo 2023 segue il tecnico friulano al Gorica, squadra ultima in classifica nel campionato di massima serie slovena; il successivo 17 aprile la società, ancora sul fondo della graduatoria, interrompe consensualmente il rapporto con l'allenatore e il suo staff. Nel marzo 2024 entra a far parte dello staff tecnico dell'Ascoli, assumendo il ruolo di vice del neoallenatore Massimo Carrera, con cui aveva giocato insieme ai tempi della Juventus. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1994-1995, 1996-1997 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Supercoppa italiana: 2 - Juventus: 1995, 1997 Coppa di Scozia: 2 - Rangers: 1997-1998, 1999-2000 Campionato scozzese: 2 - Rangers: 1998-1999, 1999-2000 Coppa di Lega scozzese: 1 - Rangers: 1998-1999 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Allenatore Club Competizioni regionali Eccellenza: 1 - Crema: 2016-2017 (girone B lombardo)
  21. MASSIMILIANO NOTARI Bisognerebbe vestirli i suoi panni per capire bene – sostiene Andrea Aloi sul “Guerin Sportivo” dell’11-17 dicembre 2001 –. Leggere in controluce l’allegria un filo nervosa, gli auto-attestati di spirito pratico e distinguerci i segni di una frenata secca. Righe scure sulla strada che sembrava dritta invece piega in curva. Massimiliano Notari nel ‘93-94 era schizzato a ventuno anni dal Saronno in Interregionale alla Juventus, un anno dopo Torricelli della Caratese. Stesse lande, Moreno di Erba, lui di Como, stessa scommessa della grande Casa sul perfetto difensore venuto dal nulla. Chi sa mai, quel metro e novanta. Bilancio: sei presenze da libero, cinque partite intere e un subentro, non schegge, perché Trapattoni non ha mai fatto gentili cadeaux. Oggi che gli anni sono ventinove, gioca nella Guanzatese, girone B dei Dilettanti, praticamente a casa, per colpa – anche – di un ginocchio destro rimasto in panne. E cause, effetti, righe scure precipitano in parole piombate. «Alla fine del campionato con la Juve mi hanno mandato in prestito all’Acireale in B. Era cambiata la società, come amministratore delegato era venuto Giraudo ed essendo io uomo di Trapattoni e Boniperti non rientravo nei piani di Moggi. Avessero puntato su di me, mi avrebbero dato a una società di B che puntava a salire in A: è diverso giocare per non retrocedere e giocare per vincere. Se sei un giocatore tecnico, in una squadra di qualità ti metti più in mostra. A ogni modo il ‘94-95 con Silipo, che ci metteva a zona, è stato un gran campionato, nonostante la retrocessione in C1. I dirigenti erano contentissimi e mi avevano sponsorizzato per l’Avellino, appena promosso in B». Dal Delle Alpi al “Tupparello” di Acireale. Se si deve, si fa. Notari passa a uomo nella Pistoiese ‘95-96, con Campolo e Pergolizzi, in panchina Clagluna e poi Vitali. Retrocesso di nuovo, ma i segni della frenata risalgono a qualche mese prima. «Alla 22ª mi sono infortunato in casa, contro il Perugia. Io mi ricordo una brutta entrata, l’assicurazione dice che il ginocchio si è rovinato non per un trauma, ma per usura. Intanto si era gonfiato. Dalle visite risultò un buchino nel condilo-femorale, poco alla volta si creò un baffetto nel menisco. Avevo un altro anno di contratto con la Juve e ci tornai. Non riuscivo a guarire. Per fortuna ho incrociato Aldo Esposito, l’attuale fisioterapista della Juve, che mi ha seguito tanto, e soprattutto Roberto Morosi, fisioterapista del Milan. Ci sono stati momenti che veniva con me in piscina tutte le mattine. Quando stai fermo un anno intero ti fai delle ragioni, però se cominci a ventiquattro anni coi guai è sicuro che vengono fuori problemi psicologici». Qui cominci e non vedi la fine, Massimiliano: «Visto che non miglioravo sono andato per i cavoli miei dal professor Martens, in Olanda, quello di Van Basten. Mi ha operato e rimesso in sesto, nel ‘97-98 quattordici partite con la Triestina in C2 le ho giocate. Così. Dalle stelle alle stalle in un minuto. Un conto è un presidente umano, che crede in te e ha voglia di aspettare, altrimenti non ti cagano più. Mi ha aiutato tanto avere una famiglia salda, papà Fulvio e mamma Lella. Il calcio è questo. Mio fratello Mattia, che ha ventidue anni e gioca in C2 a Novara, a inizio stagione doveva essere il vice- capitano e l’hanno lasciato fuori due mesi. Adesso va forte». Cosa manca fra Triestina e Guanzatese? «Con la Triestina mi sono lasciato male, mi rinnovavano il contratto solo se salivano in C1. Per altri sei mesi non ho fatto niente, avevo richieste dal Sud e le ho lasciate perdere. Poi mi sono preso due o tre rivincite. Nel gennaio del ‘99 mi ha preso l’Alzano e siamo saliti dalla C1 alla B, eravamo un bellissimo gruppo, col centravanti Ferrari, con Madonna. E cacchio, stavo talmente bene che non ho curato abbastanza la parte muscolare, saltavo senza starci attento. Un altro anno fermo. La stagione passata ero alla Guanzatese, ho vinto il campionato d’Eccellenza e quest’anno sono nei Dilettanti. Eravamo partiti per salvarci, siamo davanti». Il ruzzolo all’incontrario si è fermato. Notari è ragioniere, con la partita doppia non va a nozze, ma il dare e l’avere gli vengono facili. «Guadagno bene, come un direttore di banca o giù di lì e sono uno dei pochi. In proporzione a quello che avrei potuto prendere in B sono cifre irrisorie. Diciamo che ho fatto risparmiare quattro o cinque miliardi al calcio italiano». Oratorio, settore giovanile del Como percorso per intero dagli undici ai diciotto anni, una stagione con l’Oggiono in Promozione e due a Saronno nei Dilettanti. La partenza era stata decisa, il decollo normale, l’occasione favolosa. «Da bambino stavo a centrocampo, poi mi sono trovato arretrato di qualche metro, difendere mi è sempre piaciuto. Già non avevo problemi perché mio padre ha uno studio di disegni per tessuti, in più a Saronno guadagnavo due milioni al mese». Difensore fisico coi piedi buoni, da piazzare al centro. Discreto di testa, non veloce, ma con senso della posizione: un regista del reparto arretrato da tenere d’occhio. «Mi seguivano squadre di C, quell’anno pescarono Vanoli dal Corsico, Maltagliati dalla Solbiatese, c’era stata la storia di Torricelli e il suo procuratore era venuto a vedermi. Ero conveniente, in Interregionale il parametro massimo è molto inferiore a quello di C e al termine della stagione provai dieci giorni a Torino con Trapattoni. Pensavo mi girassero in prestito: mi portarono in ritiro. Sono belle sensazioni. Lontane ma belle. Io poi, juventino dalla nascita. Te ne accorgi dopo, quando sei lì non riesci a essere lucido, ti sembra una cosa irreale». Insieme a Notari, classe ‘72, la Juve del ‘93-94 mette alla prova altri difensori giovani, il libero Francesco Baldini, prelevato dalla Lucchese, e il terzino- mediano Gianluca Francesconi, chiamato dalla Reggiana. Destino in azione: Francesco in tutta la stagione subentrerà tre volte, Gianluca giocherà una partita ed entrerà a lavori in corso in tre occasioni. Massimiliano tra la l4ª e la 21ª si farà cinque match pieni. Eppure dei tre la meteora sarà lui. «Trapattoni adoperava il libero e in quel ruolo non puoi subentrare, o giochi dall’inizio o non giochi. Ero la riserva di Julio Cesar e di Carrera. Ha rischiato la prima volta e, visto che andava, ha continuato a rischiare». Contro Napoli, Piacenza, Roma, Samp e Foggia un gol soltanto al passivo: score per nulla sorprendente con una Juventus farcita di ottima crema, da Conte a Dino e Robi Baggio, da Kohler a Di Livio, Vialli, Marocchi, comunque pestare la cacchina in A è un attimo. Massimiliano la sfanga. «Si ricordi pure Andrea Fortunato, uno dei miei migliori amici, avevamo fatto la trafila insieme nelle giovanili del Como. Era bello stare dentro quella cosa, non vedevo l’ora di andare agli allenamenti. Da giovani, un anno con questi campioni ne vale cinque in situazioni diverse. Osservando, lavorandoci insieme, riesci a carpire segreti che nessun altro ti può insegnare. Come curare l’avversario, che distanza tenere. Möller, ad esempio, potevi solo anticiparlo, se ti puntava era un casino. E Baggio che batte le punizioni, indescrivibile. Del Piero, che faceva vedere di che stoffa era fatto. Uno nasce fuoriclasse». L’ultima scena bianconera è un secondo posto dietro al Milan, masticato con disagio da una Juve senza scudetto dall’86. Si cambia, via Trap per Lippi eccetera. «Se una grossa società ti fomenta l’interesse attorno, vengono dieci osservatori a vederti. È normale, non si può puntare su tutti, ci vuole fortuna e qualcuno che ti segnali. Poi quando firmi un contratto importante ti devono dare a una squadra che possa pagarti». Notari non è un ragazzo col portafogli vuoto, la sua è ostinazione profumata di stizza: «Ho le cause in corso per i soldi delle mie assicurazioni. Dicono che per il ginocchio si tratta di usura. E no, è un trauma. Da un miliardo vogliono darmi cinquanta milioni. Ma come? Potevo farmi dieci anni di B da trecento-seicento milioni l’anno e invece sono stato disoccupato tre anni e gioco in Interregionale. Ha presente Torbidoni, ex terzino della Roma? Ha smesso a ventuno anni e ha vinto la causa: aveva problemi di cartilagine e gli hanno riconosciuto il trauma. Sta aspettando l’appello, intanto fa il barista a Roma a un milione e quattro al mese. Aspetto anch’io. Un giorno sì e un giorno no chiamo il mio avvocato». Impressione: Massimiliano si aggrappa al motivo finanziario con una certa rabbia perché è l’unico risarcimento che il calcio può ancora dargli. E lo sente. «La gente si chiede: Notari sarà buono o no? Sto bene, sto bene, tengo pompata la gamba, coi muscoli a posto. Le ambizioni sono tramontate a livello di B e anche di C, e dire che il calcio di oggi è meno qualitativo sul piano tecnico e per me sarebbe un vantaggio. Ma in C il posto manca, puntano sui giovani. Spero di giocare fino a trentacinque-trentasei anni. Se venisse fuori qualcosa di economicamente importante qui in zona Como, ci starei». A Pistoia Notari aveva aperto un punto internet, si era buttato in Borsa ed era andata bene: «Ho rischiato denaro mio, non ho la stoffa del broker, serve un bel pelo sullo stomaco». Ora si è lanciato con un amico in un’altra avventura: «Ho investito in una discoteca qui a Como, l’Extreme. È la classica città provinciale, un po’ di movimento ci vuole. In prima fila rimane il calcio. Ho fatto l’allenatore in campo, nel futuro chi lo sa». In un’istantanea (mai nome fu più adatto) dell’anno juventino, Massimiliano corre coi capelli biondi appiccicati alla fronte dal sudore. È da solo sul “quadro” a sfondo verde. «Nei momenti difficili ho avuto vicino mio padre, mia madre e Daniela. Era la mia fidanzata ma è finito tutto, per colpa mia. Quando hai il chiodo fisso del calcio diventi egoista, pensi solo a quello. Io non riuscivo più a dormire». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/massimiliano-notari.html
×
×
  • Crea Nuovo...