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ADOLFO ZAMPICININI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1918 al 1919 Esordio: 13.04.1919 - Amichevole - Juventus-Arquata Scrivia 3-2 0 presenze - 0 reti
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RAMA Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1918 al 1919 Esordio: 25.05.1919 - Amichevole - Alessandria-Juventus 4-1 0 presenze - 0 reti
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ZBIGNIEW BONIEK «Zibì cavallo dell’Est – racconta Caminiti – apparve subito quello che effettivamente era, un alieno, un anarchico votato alle imprese impossibili, il Bello di notte per l’Avvocato, giacché in campionato denunziava strani tentennamenti e comunque tutti si erano follemente invaghiti di monsieur Platini. Arrivarono insieme, salvo che la permanenza del polacco fu più breve, si ruppe d’improvviso l’incanto, e dopo tre campionati, la Juventus lo cedeva alla Roma. Si deve dire che Boniek aveva intanto smantellato anche lo scherzoso riferimento dell’Avvocato. Non era solo bello di notte, forse non era bello nemmeno di giorno, col suo baffo rossiccio, quegli occhi azzurri furbi sornioni, il gran fisico longilineo che ne faceva scattista intemerato, il più veloce, il più decisivo, il più scardinatore: l’uomo delle sgroppate titaniche e dei goal entusiasmanti. Non è che segnasse tanti goal. Non è che partecipasse al gioco, rimanendo nel cuore del gioco. Stazionava in attesa di poter produrre il suo spunto esplosivo, galleggiava per così dire tra centrocampisti e attaccanti, in una Juventus che s’era votata allo spettacolo, sei mondiali e due fuoriclasse foresti, la squadra che finalmente corona il quasi secolare inseguimento di Madama agli scettri europei». MIMMO CARRATELLI, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 9-15 GIUGNO 1982 Zbigniew Boniek va alla bandierina del corner, in questo stadio «Bailados» di Vigo, nord-est della Spagna, vento persistente dell’Atlantico, e sento che dall’area di rigore il suo pupillo Wlodzimierz Smolarek, detto «Smolòsc», gli grida: «Murzyn! Murzyn» per chiamargli la palla. Che cosa significherà mai? Il diminutivo di Zbigniew è «Zbyszek», ma «Murzyn»? Si sta giocando da un’ora l’amichevole della Polonia contro il Celta di Vigo e non c’è niente di più interessante da chiedersi. Poi, nell’albergo sulla spiaggia con pineta di Samil, un po’ fuori città, Boniek mi spiega: «Murzyn in polacco significa N***o. Mi chiamano così perché sono terribilmente bianco». Zbigniew Boniek, polacco di un paese chiamato Bydgoszcz, 250 mila abitanti, a metà strada tra Varsavia e il confine con la Germania est, effettivamente è uno di quei rossi di capelli che il buon Dio immerge nel latte prima di affidarli alle cicogne perché sia molto evidente che la loro carnagione è chiara, anzi come dice la pubblicità degli angeli «che più chiara non si può». Capelli sempre spettinati, una pretenziosa linea di baffi di colore arancione che tendono a calargli agli angoli della bocca, portafortuna d’osso al collo e, per tutta la breve tournée spagnola, una maglia a strisce orizzontali nere e azzurre: così si è presentato Boniek, tra una partita e l’altra, sotto la pioggia di Bilbao e la luna piena di Vigo. Un ragazzo tranquillo, disponibile, con un programma ben preciso. Ventisei anni, sposato a una compagna di scuola (Wieslowa) oggi insegnante di lingue romanze, una figlia (Karolina) di cinque anni, Boniek proverà a giocarsi tre numeri sulla ruota di Torino: una coppa dei campioni, due bambine ancora per arricchire la famiglia, tre anni alla Juventus. Un, due, tre: quasi un gioco di prestigio. Tre numeri al lotto della vita di Zbigniew Boniek che ha sicurezze delicate. Mi dice: «Voglio ancora due bambine, le chiamerò Silvia e Monica, nasceranno a Torino». Rifiuta a Vigo l’interprete, che è la deliziosa Elvira Dominguez Alonso del Comitato organizzatore della Coppa del mondo, perché vuole sforzarsi di capire e parlare l’italiano, e assicura: «Imparerò la vostra lingua in due mesi e mi affiaterò coi giocatori della Juve in due giorni». Credo che di questo giocatore polacco possano essere ugualmente contenti Dante Alighieri e Giovanni Trapattoni. Una cosa che gradirà molto a Torino sarà il Po. «Oh, un fiume», dice. «Sarà buono per pescare. Mi piace molto». Al paese dove è nato, Bydgoszcz, c’è un lago. Zbigniew ci va spesso con la canna da pesca. «E, con me, viene Smolarek. Giochiamo insieme nella stessa squadra di Lodz e insieme andiamo a pescare». Ecco un bel quadretto. «Smolarek è un caro ragazzo», dice Boniek. «Ed è un attaccante molto forte. Chissà che non venga anche lui a giocare in Italia. Dovrà aspettare, ha venticinque anni». Così Boniek ci parla della sua fortuna. «Di solito, la federazione polacca dà il nullaosta per i trasferimenti all’estero dopo che i giocatori hanno compiuto i trent’anni. Così è stato per Lato, Szarmarch, Deyna. Hanno fatto un’eccezione per me. E anche per questo, per la mia età, che la Juventus ha speso quanto gli altri club hanno pagato per avere tutti insieme Lato, Szarmach e Deyna». Con la comitiva polacca c’è un giornalista di Varsavia. E Grlegorz Stànok che scrive per lo «Sport» di Katowice. Mi spiega: «Al tempo in cui Deyna era l’indiscusso campione della Polonia, si diceva che Boniek fosse il quinto giocatore polacco. Perché primo veniva Deyna, secondo era Deyna, terzo sempre Deyna, quarto naturalmente Deyna e solo quinto Boniek. Questa era la differenza». Oggi Deyna gioca negli Stati Uniti, è solo un ricordo o un rimpianto per la Polonia calcistica e Boniek ha preso il suo posto. Nessun rimpianto per il suo trasferimento in Italia? Nessun giornale ha protestato? «Mi sembra giusto che Boniek vada per la sua strada», dice Stànok. Anche per Platini, che lascia la Francia per trasferirsi alla Juve, un personaggio come Mitterand ha detto la stessa cosa, senza inutili sentimentalismi. La Juve è la vera grandeur. Gli piacerebbe avere questo numero sulla maglia della Juventus. «Ho giocato col nove da ragazzino», mi dice Boniek che ha le sue fisime e le sue scaramanzie come tutti i campioni. Mi racconta, per esempio: «Rimango affezionato a un indumento che ho messo proprio il giorno in cui mi è capitato di vincere una partita importante. Se sono andato allo stadio col parapioggia perché pioveva e poi ho fatto una grande partita e ho vinto, non ho vergogna a ritornare allo stadio con lo stesso parapioggia per la partita seguente anche se è una giornata di sole». Il leggero baffo arancione vibra attraversato da questa line corrente di humour. «Il numero nove è un bel numero. Mi piacerebbe molto averlo alla Juve. Ora lo ha Rossi? Gli chiederò se per lui è importante quanto lo è per me. Ho giocato numero quindici in nazionale contro la Germania, l’Argentina e la Tunisia. Non era un bel numero e non sono state buone partite. Potrei giocare col dieci nella Juve? Preferirei il nove. Lo dirò a Rossi». Ha avuto già un maestro per imparare Vitaliano. E Renato Rascel. «Con “Arrivederci Roma” ho imparato le prime vostre parole». Ecco una nuova versione del metodo Montessori, ma sembra anche una involontaria presa in giro per la Roma del presidente Viola che ha corteggiato inutilmente il fuoriclasse di Lodz. «Mi piacciono le vostre canzoni. Sono molto sentimentali. Non è solo per imparare l’italiano che le ascolto volentieri». E, così, tra i «libri di testo» di Zbigniew Boniek, studente di italiano, c’è anche Bobby Solo. Il doposcuola linguistico di Boniek si chiama Sanremo. Batte il piede destro, schiocca i pollici e i medi, e recita la lezione: «Tu stai tutto il giorno in piedi». Un motivetto che gli piace tanto. Formidabile. Zbigniew Boniek impara da Bobby Solo, Petrarca è un superato. Karolina, la figlia di cinque anni, avrà però una regolare scuola italiana, a Torino. «Lei imparerà molo seriamente la vostra lingua». Bobby Solo, evidentemente, ha dei limiti. Verrà via della Polonia a ciglio asciutto. Non c’è «saudade» per Zbigniew Boniek, solo i brasiliani hanno di queste debolezze. Lodz? «È un po’ come Manchester. Ci sono molte fabbriche di maglieria». E un ragazzo, Boniek, che non scrive libri «Cuore». Così, la storia del padre che giocava al calcio. «Non ci ho mai giocato contro. A trent’anni lui smise ed io cominciavo appena». Figlio attaccante contro padre difensore. Sarebbe stata una bella storia. E Roman, il fratello che giocava meglio di lui? «Roman, oggi, fa il rappresentante di articoli sanitari. Anche mio padre fa questo lavoro». Un’altra bella storia che va in fumo: il fratello più bravo e sfortunato, tolto di mezzo da un grave infortunio a un ginocchio, tutti questi Boniek calciatori, il vecchio Joseph difensore, Roman l’artista, Zbigniew quasi un Cenerentolo. Boniek scuote la testa. Non è per niente una gran storia. E la mamma, una sportiva anche lei? Macché. Mamma Jadwiga è una tranquilla massaia. Tutto qui. Però, se vogliamo, Zbigniew può dirci qual è il suo attore preferito, il cantante che più gli piace, il colore che ama, il cibo di cui è più goloso, la bevanda che gradisce. Ormai ha imparato a memoria questo ritornello. È quello che ricorre, puntuale e immutabile, da quando, apprestandosi a trasferirsi nell’Europa occidentale, ha capito che da noi non si gioca solo a pallone ma anche a fare le interviste. E così ecco le benevoli risposte. È John Wayne l’attore che preferisce. È Claudia Cardinale l’attrice. Ama i Bee Gees. Il colore: verde, l’azzurro. È ghiotto di capretto. Non beve né birra, né vino; un whisky è meglio. Zbigniew Boniek è un buon ragazzo all’antica. I suoi desideri non sono spinti, le sue moderate preferenze sono anche piuttosto superate, fuori moda. E, naturalmente, ha in serbo un mestiere dolce, da vecchi tempi, che avrebbe voluto fare se non avesse fatto il calciatore. «Avrei voluto fare il maestro», dice dopo averci pensato un po’. Il caro, mansueto maestro di Bydgoszcz che è diventato invece un campione di calcio. Rummenigge è il calciatore che più ammira. E come sarà la Juve con Boniek e Platini? «Si gioca in undici. Due giocatori non sono tutto. Certo, mi sembra una Juve forte. Sulla carta è forte. Sul campo vedremo. Brady era un grosso giocatore. Peccato che non ci sarà». Gira subito pagina. Arriva di fresco alla Juve e non vuole rilasciare sentenze. Si presta di più a fare la sua formazione ideale. Hellstroem o Zoff in porta. Difensori: Kaltz e Cabrini terzini, Pezzey stopper, Krol libero. Al centrocampo: Schuster, Breitner, Maradona. All’attacco: Rummenigge, Paolo Rossi e Blokhin. Ha pronto anche un uomo per la panchina: Zico, che diamine! Prende confidenza e mi dice: «Mi voleva anche il Barcellona. In febbraio, c’erano per me due richieste ufficiali. Una era della Juve, l’altra era del Barcellona. Ma avrebbero voluto avermi anche il Paris Saint Germain e il Wolverhampton». L’Italia ha vinto, forse anche per merito di Bobby Solo. «Giuliano è venuto fino a Lodz per concludere e Boniperti mi ha telefonato». Non c’è stato niente di grosso. La moglie, felice di venire in Italia? «Nessun problema. A lei devo molto. Andiamo dove è meglio per te, mi ha detto». Una coppia collaudata da sei anni di fidanzamento. Ma, poi, questo Boniek, che tipo di giocatore ritiene di essere? La risposta è tranquilla, il giudizio su se stesso è misurato. «Non mi considero molto speciale. Voglio dire che non sono un giocatore che ha una tecnica particolare. Io gioco per il collettivo, non sono un individualista, sono un giocatore utile, ecco. Sono rapido, questa forse à la mia dote. E tiro con tutti e due i piedi. E non ho bisogno di lavorare molto per essere in forma». Poi aggiunge, cambiando registro: «Se serve, mi piace molto il gioco degli scacchi». Che, poi, è un suo hobby risaputo. Un cartellino rosso quattro anni fa, due cartellini gialli in tutta la carriera. «L’espulsione c’è stata perché protestai vivacemente per un gol in fuorigioco segnato da un giocatore del Pogon contro il Lodz nel nostro campionato. Mi dettero sei giornate di squalifica. Ero il “capitano”. Poi ne feci solo quattro». Altre storie inquiete: rifiuta i giornalisti sul torpedone della nazionale durante una trasferta in Olanda, i giornalisti ne fanno un «caso», scoppia una incredibile bagarre, Boniek con Lato e Szarmach si becca quattro mesi di squalifica; il c.t. polacco Ryszard Kulesza, che non è più c.t., fa fuori dalla nazionale il portiere Mlynarczyk: ha bevuto un bicchiere, il reo, Boniek ne prende le difese, dodici mesi di squalifica, poi ridotti a otto. Alla Juve non beve nessuno e i giornalisti vanno per conto loro. Boniek, a Torino, sarà un irreprensibile professionista. Col Widzew Lodz ha vinto due campionati e una Coppa di Polonia, ma il suo stipendio a Lodz era di sole settecentomila lire al mese. Ora sarà di duecentomila dollari (260 milioni di lire) all’anno. Più di 50 partite in nazionale e 18 gol figurano nel suo carnet. Ricorda con piacere l’eliminazione della Juve in coppa Uefa ‘81 ad opera sua e del Widzew Lodz. Un souvenir che ora dovrà cancellare. «Col Saint Etienne di Platini, invece, fummo eliminati noi». Un ricordo spiacevole che non significa più nulla. Quando avrà fatto il suo, cioè tutto il suo possibile con la Juve, non ci sarà l’America come succede per molti campioni attratti da un viale del tramonto lastricato di dollari. Gli Stati Uniti? «Giammai», è stata la risposta. «Al calcio voglio giocare seriamente fino all’ultimo», è stata la spiegazione. Come giocherai nella Juve? «Io sono un centrocampista di attacco». Si presenta così. Il resto è mestiere di Trapattoni. Era il primo nella lista-acquisti della Juve, non ci saranno incomprensioni. Certo, una Juve così, con Boniek e Platini, dove non arriverà? Sulla terrazza dell’albergo davanti alla spiaggia di Samil, un po’ fuori Vigo, Boniek indossa la sua prima maglia bianconera e palleggia per il nostro fotografo. Boniek si è prestato al «provino» nelle prime ore del pomeriggio mentre il resto della nazionale polacca dormiva. Ha avuto questo pudore. «Si sta parlando troppo di me, e ci sono ancora i mondiali. Sono un nazionale della Polonia, non sono ancora un giocatore della Juve». Poi chiede per souvenir la maglia bianconera che ha appena indossato. «Ha il numero nove», dice. Ma Rossi non gliel’ha ancora data. «Me la darà», sorride accattivante. 〰.〰.〰 Il feeling con la Juventus nasce a Buenos Aires nel ‘79, quando Enzo Bearzot convoca il polacco nel Resto del Mondo, al posto dell’infortunato Bettega e di Rummenigge e Blochin, che avevano rinunciato, perché impegnati con le rispettive Nazionali. C’è anche Michel Platini e, alloggiati nella stessa camera, non possono certo immaginare che un giorno sarebbero stati compagni di squadra. Boniek, con un’ottima prestazione, non tradisce la fiducia del commissario tecnico azzurro, responsabile della rappresentativa mondiale che batte 2-1 l’Argentina “campeon” rinforzata dall’astro nascente Diego Maradona. Boniek entusiasma Tardelli, Cabrini, Causio, i tre juventini della formazione, con Rossi, bianconero in pectore e Giampiero Boniperti che lo vede in TV. «Sei fatto per la Juventus», gli dicono. Glielo ripete anche Gigi Peronace, il compianto “Public relations man” della Nazionale italiana. Boniek se ne convince, tanto da rimanere deluso quando la Juventus gli preferisce Liam Brady. Zibì, approda a Torino due anni dopo, con Platini che lo segue a ruota; insieme vincono tutto, o quasi. Per entrambi, però, i primi tempi sono difficili e l’amicizia, nata a Buenos Aires, si cementa fra i due, così diversi come carattere, ma complementari l’uno dell’altro, sul campo. Genio e sregolatezza si fondono sia in campo che nella vita privata, dove si frequentano spesso, quasi a proteggersi vicendevolmente. Un’intesa, una complicità, un’amicizia destinate a durare nel tempo, oltre la Juventus. In coppia regalano a se stessi, ai tifosi e alla Juventus, una serie di trionfi storici. «Giocare nel vostro campionato è l’esperienza più appassionante della mia vita. Mi figuravo molte difficoltà, ma lo sto trovando terribilmente difficile. Però, tutto ciò mi stuzzica, mentre mi esalta il giocare nella Juventus, cioè in una squadra di statura mondiale. Ho attraversato dei momenti in cui mi pareva di aver perso qualcosa, come il fatto di non essere più il numero uno incontrastato, come succedeva in Polonia, sia nella squadra di club che in Nazionale. Vorrei sempre vincere, ma ci sono anche gli avversari che, in Italia, non mollano nemmeno un metro di prato, davanti a te». Boniek è, soprattutto, l’uomo di Coppa. «Quello che gioca bene di notte», disse l’avvocato Gianni Agnelli presentandolo a Henry Kissinger. Esprime il meglio di sé nelle competizioni internazionali, dove, con marcamenti meno asfissianti, le qualità di Boniek esplodono: scatto, prontezza di riflessi, potenza, classe, insomma è spesso irresistibile. Se Platini è Le Roi del gol per come li realizza o li confeziona per i compagni, Boniek è un formidabile contropiedista, tanto che Maradona lo definisce il migliore al mondo, nel suo genere. In campionato, invece, Zibì fatica a essere protagonista: nel primo anno juventino è relegato sulla fascia destra e la manovra ne risente parecchio. Basta, infatti, che gli avversari stiano attenti a Cabrini sulla sinistra e la palla si infila in un imbuto, facilmente controllabile. Per qualche partita, complice un lieve infortunio di Tardelli, il Trap accarezza l’idea, purtroppo irrealizzabile, di far coesistere Marocchino come tornante destro con Platini e Boniek mezzali, Rossi e Bettega in attacco. «La Juve non può avere tre registi. Non deve averne nessuno. Però la Juve ha Platini e indubbiamente Michel fa meglio di me certe cose. Il mio compito è di partecipare all’azione dal suo inizio alla sua conclusione, e di ripiegare quando essa si è conclusa. Io sono ben disposto, ho capito le difficoltà del calcio italiano e conto di non sentirmi più estraneo, come successo in certe partite». L’inghippo è felicemente risolto riportando Tardelli a esterno destro, mettendo in mezzo Bonini al servizio, letteralmente, di Zibì e Michel, con Rossi e Bettega davanti. Ma il polacco è troppo anarchico tatticamente, troppo discontinuo nell’arco della stessa partita per fare il trequartista. Tutti i dotti ricordano il numero migliore: lancio di Michel e volata di Zibì, ma non sempre questo schema è possibile, nonostante l’innegabile valore di entrambi. È devastante, invece, l’anno dopo quando, riconosciuta l’inadeguatezza di Penzo ad alti livelli, gioca Beniamino Vignola e Zibì può giostrare da punta atipica, libero di correre secondo il proprio genio. Il terzo anno, arriva Briaschi che ruba spazio a Vignola e costringe Zibì a tornare in quella posizione ibrida di mezza punta che non gli si confaceva proprio. In definitiva: in un campionato evoluto tatticamente come quello italiano Boniek non poteva fare il rifinitore, per limiti tattici e di continuità evidenti. Privato del suo numero migliore, che necessita di grandi spazi, diventa, quasi, uno qualunque. Nessuno in Polonia ha vinto quanto Boniek, che ha oscurato perfino la fama di Kazimierz Deyna, l’eroe della Coppa del Mondo di Monaco 1974 con lo storico terzo posto, poi eguagliato nel 1982. Nei Mondiali spagnoli, già acquistato dalla Juventus per oltre tre miliardi di lire, Boniek tocca livelli incredibili contro il Belgio segnando tre gol e incantando la raffinata platea del Nou Camp di Barcellona. L’unico rimpianto di quella magnifica avventura, è la squalifica che gli impedisce di affrontare l’Italia in semifinale. Gli azzurri vanno a Madrid, dove si laureano Campioni del Mondo, Boniek si consola battendo la Francia, priva di Platini, per il terzo posto. Lui e Michel, insieme ai Campioni del Mondo Zoff, Cabrini, Scirea, Tardelli, Gentile e Rossi, non bastano per dare alla Juventus scudetto e Coppa dei Campioni. Secondi, dietro la Roma in campionato, battuti nella finalissima di Atene dall’Amburgo di Magath. Ma sulla rabbia di quei traguardi falliti di un soffio, Boniek e i suoi compagni costruiscono le loro rivincite. Intelligente, colto, estroverso, il Boniek giocatore lascia una traccia indelebile nel cuore dei tifosi juventini. “Boniek forever” è scritto su uno striscione. Il polacco spera che la Juventus lo convinca a firmare il contratto ma Boniperti, avendo grande stima del giovane asso danese Michael Laudrup, non può offrirgli quanto la Roma e Zibì si trasferisce nella capitale. Smesso di giocare, intraprende, con risultati pessimi, la carriera di allenatore, prima di diventare opinionista, dove, purtroppo, comincia a spargere veleno sulla Juventus, non perdendo occasione per accusarla e criticarla, attirandosi, inevitabilmente, tutta la rabbia dei tifosi juventini. Tifosi che insorgono letteralmente quando la società bianconera decide di intitolare a Boniek una delle “50 stelle” del nuovo stadio juventino. «Ho sentito questi malumori e mi è dispiaciuto molto soprattutto poi perché la motivazione la reputo ridicola: “per poca gratitudine”, ma a chi? In campo con la Juventus ho sempre dato tutto, non risparmiandomi mai. Il presidente Agnelli mi ha mandato una lettera per far parte delle stelle nel nuovo stadio ed io ne sono onorato. Non è che tutti quelli che hanno giocato per la Juventus debbono per forza essere anche tifosi juventini. È bello anche confrontarsi con opinioni differenti. So quello che ho fatto per la Juventus e, se i tifosi non mi vogliono nel nuovo stadio, dico che la storia non si può cancellare. Non ho mai parlato male della Juventus. Se io critico qualcuno che in passato si è comportato male sono affari miei. Se poi i tifosi non vogliono che vi sia la mia stella nel nuovo stadio io non morirò mica, ma in campo ho fatto la storia della Juventus ed ho sempre onorato la maglia dando tutto quello che potevo dare. Ricordo che ero un beniamino dei tifosi, che esponevano striscioni come “Zibì forever”. Ce l’ho solo con chi ha rovinato l’immagine della Juventus. Sono certo che un domani quando andranno via Marotta & C. nessuno dovrà ripulire l’immagine della squadra». E la stella viene tolta al polacco e consegnata a Edgar Davids... ENRICO VINCENTI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 2010 Il miglior giocatore della storia polacca. Il bello di notte, come lo chiamava l’Avvocato Agnelli, per la sua propensione a segnare nelle gare notturne in Europa. I lanci millimetrici di Michel Platini trovavano sempre lui come terminale ultimo dell’azione. Tre stagioni alla Juventus, con cui vinse uno scudetto, una Coppa Italia, una Coppa Coppe, una Supercoppa Europea e una Coppa Campioni. Poi tre anni alla Roma: l’avversaria numero uno dei bianconeri proprio in quegli anni ‘80. Il secondo polacco, dopo Zmuda, giunto in Italia alla riapertura delle frontiere nel 1980. Un calcio, quello dell’Europa dell’Est, per lo più sconosciuto a chi stava da questa parte del muro di Berlino, come ci racconta lui stesso in questa intervista. – Cosa voleva dire per un calciatore nato e cresciuto al di là della cortina di ferro giocare in Italia? «Io non ho avvertito questo grande salto arrivando a giocare nell’Europa occidentale, anche perché chi gioca a calcio a certi livelli frequenta tutta Europa. Con il Widzew Lódz già da sei o sette anni stavo giocando le coppe europee. Avevamo incontrato squadre importanti tra cui il Manchester United e abbiamo eliminato anche la Juventus nel 1980 in Coppa Uefa. Per me all’epoca la cosa importante era poter fare una scelta giusta: a 26 anni avevo la possibilità di finire in una squadra forte e in un calcio più quotato di quello polacco, ma non potevo sbagliare la mia decisione. La Juventus rappresentava una vera e propria garanzia sotto tutti i punti di vista. Sono contento di non avere affatto sbagliato scelta. Sono stato felicissimo di avere giocato in bianconero». – Sei Campioni del Mondo più Platini e Boniek. Una delle Juventus più forti della storia? «All’epoca per tre anni siamo stati una delle squadre più quotate, se non la più quotata, al mondo. C’erano pochi club che avevano così tanti campioni in rosa. Però, pur avendo vinto tantissimo in Italia e in Europa, ancora provo rammarico per quella partita persa ad Atene. Avessimo vinto quella sera contro l’Amburgo, l’anno successivo avremmo potuto giocare la Coppa Intercontinentale e magari rivincere la Coppa Campioni invece della Coppa Coppe. Insomma, pur essendo ricordati come la squadra che ha vinto tutto, se avessimo battuto l’Amburgo avremmo vinto tre volte di più». – In quegli anni per lo scudetto era una lotta a due, Juventus e Roma. Che sapore aveva quella sfida? «Nei primi anni ‘80 Juventus e Roma erano in assoluto le due squadre più forti in Italia. In più avevano entrambe due grandi personaggi al comando: Giampiero Boniperti e Dino Viola. Due presidenti che non si risparmiavano battute o frecciate e contribuivano ad accrescere la rivalità fra le due squadre. A “complicare” la situazione c’era poi Andreotti, il politico numero uno, tifoso della Roma, e il nostro proprietario, l’Avvocato Agnelli. Due squadre agli antipodi quindi da tutti i punti di vista, in particolare da quello mediatico. Ma quel che più conta è che in fondo erano le due squadre che giocavano meglio in Italia, si contendevano i titoli e per questo le sfide dirette non potevano non essere partite importantissime». – Come viveva queste gare? «Personalmente vivevo le partite tutte allo stesso modo. Potevo giocare contro l’Ascoli o contro la Roma, ma la sera prima non riuscivo comunque a dormire. Qualunque fosse l’avversario io ero sempre concentrato e teso. È ovvio che sapevo che la partita contro la Roma era particolare. Un risultato positivo poteva aprire la strada verso lo scudetto, una sconfitta poteva pregiudicare l’intera stagione». – Cosa mancò alla Juventus 82/83 per vincere il campionato? «Pagammo dazio per i sei Campioni del Mondo che avevano fatto un gran Mondiale. Michel Platini ed io avevamo giocato il Mondiale spagnolo fino in fondo (finale per il terzo e quarto posto), quindi a metà stagione eravamo un po’ affaticati, anche perché all’epoca la parola turn over ancora non esisteva nel vocabolario del calcio italiano. Nell’arco del campionato commettemmo qualche passo falso. Però in quella stagione battemmo la Roma ben quattro volte, due in campionato e due in Coppa Italia, anche se alla fine loro vinsero lo scudetto meritatamente. Avevamo nei singoli qualcosa in più, ma i giallorossi forse erano più squadra, avevano maggiore continuità di risultati e per questo riuscirono ad aggiudicarsi il tricolore». – Quanto le piaceva il soprannome “bello di notte”? «Nei tre anni in cui ho giocato alla Juventus sono sempre stato eletto a fine stagione tra i top 11. Questa graduatoria riguarda il campionato. E il campionato si giocava al pomeriggio della domenica o di notte? Credo che l’Avvocato mi chiamasse così, perché in tre anni la Juventus con me ha giocato quattro finali europee vincendone tre. Ha segnato in totale 5 gol. Di questi 5 io ne ho realizzati 3. Il quarto era un rigore per fallo su di me nella tragica finale di Bruxelles. Bello di notte lo diventai definitivamente dopo la vittoria in Supercoppa Europea contro il Liverpool, partita in cui correvo il doppio degli altri e segnai una doppietta. Nessun rimprovero e nessuna battuta dell’Avvocato Agnelli mi ha mai dato fastidio: tanto meno questa, che evidenziava le mie belle prestazioni nelle partite serali». – Il suo arrivo a Roma? «Chiaramente ero considerato un soggetto un po’ da studiare. Mi ricordo che nei primi allenamenti mi guardavano come per cercare di capire se sotto la tuta avessi ancora la maglia della Juventus. Nella prima gara di campionato dopo dieci minuti avevo fatto già tre o quattro azioni di un certo livello, ma i tifosi rimanevano ancora freddi e in silenzio. A un certo punto della gara partì il solito coro: “Juve, Juve vaff...” e subito dopo “Zibì Boniek, Zibì Boniek”: praticamente in quel momento capii che mi avevano adottato». – Idolo a Roma, ma senza criticare la Juve. Si può? «Certo, per conquistare i tifosi avrei potuto scegliere la strada più facile, parlare male della Juventus. Ma non sono fatto così. Ho sempre detto che giocando a Roma e trovandomi bene in questa città avrei fatto di tutto per i colori giallorossi, senza mai rinnegare un passato (quello bianconero) che posso descrivere con una sola parola: meraviglioso. E la situazione è rimasta così: vivo a Roma, dove mi trovo benissimo, mi piace la squadra della Roma ed ho molti più contatti, ovviamente, con la realtà giallorossa che con quella bianconera. Però sono rimasto sempre un grande estimatore e tifoso della Juventus, conosco molti giocatori e sono molto contento quando vince e gioca bene. Sono stato solo un po’ critico anni fa, ma preferisco non parlarne». – Affrontare la Juventus con la maglia giallorossa cosa significava? «Nella prima partita che giocai contro la Juventus all’Olimpico, dopo 10’ presi un cartellino giallo per un intervento duro su Platini. Alla nostra epoca era diverso. Adesso i giocatori piangono e si lamentano sempre. Ai miei tempi esisteva il fallo di intimidazione. Gli allenatori, tutti, consigliavano ai giocatori di farsi “sentire” subito alla prima entrata. Oggi non puoi più farlo. I giocatori si graffiano. Al primo intervento a gamba tesa rischi l’espulsione. Essendo quindi Platini l’avversario che in quella gara poteva fare la differenza, decisi subito di farmi “sentire”. Non è ovviamente cambiato nulla nel rapporto fra di noi: eravamo amici e lo siamo ancora oggi, ma in campo è un’altra cosa. Amicizia oltretutto è anche questo: non essere ruffiano, ma rispettare i ruoli. Io giocavo nella Roma e lui nella Juventus e quel giorno eravamo avversari». – Erano comunque sempre partite dure e tese fra Juventus e Roma? «Una volta nel tunnel che conduce agli spogliatoi mi ricordo che accaddero cose turche. All’epoca giocavo con la Juventus e difesi i miei colori. Era la famosa partita in cui un cane lupo della Polizia morse Brio e a Roma il giorno dopo girava la battuta che il cane era morto di rabbia». – Perché dice che sotto il tunnel succedeva di tutto? «Perché una volta era proprio lì che si dettava legge. Oggi vedi dei ragazzi che prima ancora di sapere calciare già si comportano in maniera arrogante. Credo che la lezione più giusta che possono ricevere siano quattro parole ben dette nel sottopassaggio, ma con le telecamere che ti seguono ovunque non è più possibile. Tengo a precisare che in quelle occasioni non accadevano cose violente, ma ci si spiegava tra giocatori e tutto finiva lì». Sempre chiaro e diretto Zibì Boniek, come quando correva verso l’area di rigore avversaria: puntava dritto al cuore e segnava… meglio se di notte. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/zbigniew-boniek.html
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ZBIGNIEW BONIEK https://it.wikipedia.org/wiki/Zbigniew_Boniek Nazione: Polonia Luogo di nascita: Bydgoszcz Data di nascita: 03.03.1956 Ruolo: Centrocampista/Attaccante Altezza: 180 cm Peso: 76 kg Nazionale Polacco Soprannome: Zibí - Bello di notte Alla Juventus dal 1982 al 1985 Esordio: 18.08.1982 - Coppa Italia - Catania-Juventus 1-1 Ultima partita: 29.05.1985 - Coppa dei campioni - Liverpool-Juventus 0-1 133 presenze - 31 reti 1 scudetto 1 coppa Italia 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 1 supercoppa Uefa Zbigniew Kazimierz Boniek (IPA: [ˌzbʲignʲɛf kaˌʑiːmʲɛɹ̠ ˈbɔːnʲɛk]), detto Zibì (Bydgoszcz, 3 marzo 1956) è un dirigente sportivo, ex allenatore di calcio ed ex calciatore polacco, di ruolo centrocampista o attaccante, vicepresidente della UEFA. Giocatore polifunzionale capace di svolgere ruoli principalmente sia da ala destra che da seconda punta, crebbe nel settore giovanile del Zawisza Bydgoszcz, squadra con cui debuttò nel calcio professionistico nel 1973, militando poi nel Widzew Łódź (1975-1982) con cui vinse i suoi primi trofei, i campionati nazionali nel 1981 e nel 1982. Nell'estate 1982 venne ingaggiato dalla Juventus, club dove andrà a comporre una coppia d'attacco di primo livello con Michel Platini, e dove otterrà i maggiori successi della propria carriera con un campionato di Serie A, una Coppa Italia, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa UEFA e una Coppa dei Campioni vinti tra il 1983 e il 1985; divenne il primo calciatore polacco a vincere una competizione confederale nonché uno dei primi provenienti dell'Europa orientale a farlo con una squadra non del proprio Paese d'origine. Nel 1985 si trasferì alla Roma dove rivinse una Coppa Italia e, infine, concluse l'attività agonistica due anni più tardi. Con la nazionale polacca disputò 80 incontri tra il 1976 e il 1988, compresi 6 nel campionato del mondo 1982, torneo in cui giunse al terzo posto e venne ulteriormente inserito nella squadra ideale; segnando 24 reti. Premiato due volte quale calciatore polacco dell'anno (1978 e 1982) e terzo classificato al Pallone d'oro 1982 — all'epoca la massima posizione raggiunta da un calciatore polacco nella manifestazione, che resistette per i successivi trentanove anni —, Boniek fu inserito dalla Federazione Internazionale di Storia e Statistica del calcio (IFFHS) e da diversi messi di comunicazione specializzata quali i britannici World Soccer e The Guardian, il brasiliano Placar e il francese France Football tra i migliori giocatori della storia dei mondiali e, più in generale, del calcio nel XX secolo; essendo ulteriormente inserito sia nel FIFA 100 nel 2004, unico polacco, che nella Hall of Fame FIGC nel 2019. Allenò quattro club in Italia in diversi periodi tra il 1990 e il 1995 e la propria nazionale nel 2002 durante le qualificazioni al campionato europeo 2004, senza ottenere risultati di rilievo. Conclusa tale attività ha ricoperto diverse cariche dirigenziali nel proprio Paese, inclusa la presidenza della Federazione calcistica della Polonia (PZPN) dal 2012 al 2021. Zbigniew Boniek Boniek in nazionale nel 1986 Nazionalità Polonia Altezza 180 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1988 - giocatore 2002 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Zawisza Bydgoszcz Squadre di club 1973-1975 Zawisza Bydgoszcz 11+ (10) 1975-1982 Widzew Łódź 172 (50) 1982-1985 Juventus 133 (31) 1985-1988 Roma 76 (17) Nazionale 1976-1988 Polonia 80 (24) Carriera da allenatore 1990-1991 Lecce 1991-1992 Bari 1993 Sambenedettese 1995 Avellino 2002 Polonia Palmarès Mondiali di calcio Bronzo Spagna 1982 Biografia Fu soprannominato Bello di notte, appellativo attribuitogli dall'Avvocato Gianni Agnelli durante la sua militanza nella Juventus, in riferimento alle sue buone prestazioni in occasione delle partite di coppa dopo il calar del sole. Stabilitosi prevalentemente in Italia al termine dell'attività agonistica, è suocero del tennista Vincenzo Santopadre. Carriera Giocatore Club[ Boniek capitano del Widzew Łódź nel 1980. Considerato uno dei più rappresentativi calciatori polacchi nonché uno dei migliori dell'Europa Orientale nella storia dello sport, in patria giocò prima nel Zawisza Bydgoszcz, poi col Widzew Łódź. Arrivò in Italia nel 1982, diventando il primo giocatore polacco a giocare nel campionato di Serie A insieme al compagno di nazionale Władysław Żmuda (il quale nella stessa stagione venne tesserato dal Verona). Le strade di Boniek e della Juventus si incrociano due volte prima del suo approdo in Italia. La prima a Buenos Aires nel 1979 quando Enzo Bearzot convoca il polacco nel “Resto del Mondo” per l'amichevole contro l'Argentina campione del mondo, al posto dell'infortunato Bettega e di Rummenigge e Blochin, che avevano rinunciato perché impegnati con le rispettive Nazionali. In questa occasione gioca con Tardelli, Cabrini, Causio, Paolo Rossi e Platini, col quale condivide la stanza. La seconda il 5 novembre 1980, quando la Juventus viene eliminata ai tiri di rigore nei sedicesimi di finale di Coppa UEFA dal Widzew Łódź, e proprio Boniek realizza il tiro decisivo. Approda a Torino due anni più tardi, dopo il campionato del mondo 1982. Il suo arrivo alla Juventus è preceduto da un intrigo: infatti il calciatore aveva raggiunto un accordo con la Roma di Dino Viola, che non andò a buon fine per motivi economici, sicché il 30 aprile 1982 Zibì firmò a Varsavia il contratto per i bianconeri di Giampiero Boniperti. Per anni non aveva potuto lasciare il suo Paese perché il regolamento della Federazione non consentiva ai giocatori di espatriare, se non dopo una certa età, ma il patron juventino Gianni Agnelli riuscì a farlo arrivare in Italia prima del tempo grazie agli investimenti della sua FIAT in Polonia, anticipando così la Roma. Arriva a Torino e trova, oltre a sei campioni del mondo, anche Platini con il quale si consolida l'intesa nata tre anni prima. Boniek, pur non essendo un realizzatore prolifico come il francese (realizzò comunque 31 reti in 156 presenze in Serie A, delle quali 14 in 80 partite con la maglia bianconera), risultò sistematicamente decisivo nei grandi appuntamenti europei della formazione piemontese, tanto da guadagnarsi l'appellativo di Bello di notte pronunciato da Agnelli all'atto di presentarlo a Henry Kissinger. Boniek esultante alla Juventus, dopo la sua doppietta al Liverpool che decise la Supercoppa UEFA 1984. Il 16 maggio 1984 a Basilea segna al 41' il gol-vittoria che consentì alla Juventus di battere il Porto e vincere la sua prima e unica Coppa delle Coppe. Il 16 gennaio 1985, a Torino contro il Liverpool campione d'Europa in carica, su di un campo ai limiti della praticabilità a causa della neve, segnò una doppietta che consentì ai padroni di casa di conquistare la loro prima Supercoppa UEFA. Durante la finale di Coppa dei Campioni 1984-1985 contro i Reds, macchiata dalla strage dell'Heysel, Boniek, indirizzato verso la porta custodita da Grobbelaar, subì un fallo da Gillespie poco fuori dall'area, ma valutato dal direttore di gara – che si trovava a circa 22 metri dal luogo dell'azione – come dentro l'area, procurandosi così il calcio di rigore poi trasformato da Platini, che portò i bianconeri alla prima vittoria nel torneo. In seguito ai tragici fatti della serata, il polacco non ha mai sentito suo quel successo, e all'indomani della partita annunciò di voler devolvere il premio partita (circa 100 milioni di lire lordi) alle famiglie delle vittime. Boniek in azione alla Roma nella stagione 1985-1986 Nell'estate 1985 lascia la Juventus dopo tre anni per trasferirsi alla Roma, pagato 3 miliardi di lire. La prima stagione con la maglia giallorossa, 1985-1986, è caratterizzata dalla grande rincorsa ai danni proprio dei bianconeri; la squadra di Sven-Göran Eriksson recupera nove punti ai torinesi e Boniek è tra i protagonisti della stagione, giocando a suo dire «il calcio più bello e spettacolare della mia carriera». La rincorsa giallorossa si concluse il 20 aprile 1986, con la clamorosa sconfitta in casa per 2-3 con il già retrocesso Lecce, che preclude definitivamente ai capitolini il sogno tricolore; concluderà la stagione con 8 reti e la conquista della Coppa Italia. Lascerà la Roma, e soprattutto il calcio giocato, dopo altre due stagioni, nelle quali viene impiegato anche a centrocampo nonché da libero. Nazionale Ha esordito nella Polonia nel 1976; in totale ha segnato 24 reti su 80 presenze. Ha partecipato ai mondiali di Argentina 1978, di Spagna 1982 e di Messico 1986. Boniek (a sinistra) in maglia polacca nel 1984, in azione sotto lo sguardo dell'italiano Di Gennaro. Tra di essi, l'edizione 1982 vede il centrocampista come uno dei "protagonisti" sul campo: infatti realizza quattro reti (delle quali una contro il Perù il 22 giugno, e tre nel solo match contro il Belgio del 28 giugno), che spingono la sua nazionale fino alla semifinale persa 0-2 contro l'Italia futura campione del mondo (8 luglio); a quest'ultima partita però il centrocampista non partecipa, per una squalifica cumulativa rimediata nei turni precedenti: infatti era stato ammonito sia nel precedente incontro con l'Italia nella prima fase a gironi, conclusosi sullo 0-0 (14 giugno), sia nella sfida contro l'Unione Sovietica (0-0) del 4 luglio. Allenatore e dirigente Dopo aver smesso l'attività da calciatore, Boniek tenta quella da allenatore, ma con scarsi risultati, iscrivendosi nella stagione 1989-1990 al supercorso di allenatori di Coverciano. Nel 1990-1991 è alla guida del Lecce in Serie A; la stagione si chiude con la retrocessione dei giallorossi in Serie B. Nella stagione 1991-1992 è alla guida del Bari, ancora in massima serie; anche in questo caso l'annata di Boniek si conclude con la retrocessione tra i cadetti. Nell'annata 1992-1993 è chiamato a guidare la Sambenedettese, in Serie C1, ma è esonerato prima della fine del campionato. Boniek (a destra), vicepresidente della federcalcio polacca, e il segretario generale dell'UEFA Gianni Infantino nel 2011, al sorteggio del campionato d'Europa 2012. Nell'annata 1994-1995 viene chiamato in corsa alla guida dell'Avellino, ancora in Serie C1; la stagione si risolve positivamente: dopo la finale play-off con il Gualdo vinta ai tiri di rigore, la squadra irpina è promossa in Serie B. L'annata successiva è, tuttavia, amara: Boniek è esonerato dopo poche partite. Nel luglio del 2002 Boniek assume l'incarico di allenatore della Polonia, ma dopo appena 5 gare (di cui 2 vinte, 1 pareggiata e 2 perse) nel dicembre dello stesso anno rassegna le dimissioni. Dopo essere stato per un lungo periodo vicepresidente della Federazione calcistica della Polonia, il 26 ottobre 2012 diviene presidente della stessa. Lascia questo incarico il 20 aprile 2021, quando viene eletto alla vicepresidenza della UEFA, su indicazione del presidente Aleksander Čeferin, entrando contestualmente a fare parte del Comitato Esecutivo della stessa. Dopo il ritiro Nel 2004 fu inserito nella lista FIFA 100, che raccoglie i migliori calciatori viventi: è l'unico calciatore polacco a essere stato inserito in tale elenco. In Polonia è ancora molto noto al grande pubblico. È stato opinionista nelle partite della Confederations Cup 2009 assieme a Jacopo Volpi e Giampiero Galeazzi; assieme a questo ultimo, per la stagione 2009-2010 è stato commentatore calcistico nella trasmissione Replay. Nel 2010 è stato assieme a Paola Ferrari, Maurizio Costanzo e Giampiero Galeazzi a Notti Mondiali, in diretta da Piazza di Siena a Roma. È opinionista televisivo per 90º minuto su Rai 2, dopo esserlo già stato nell'annata 2004-2005. Periodicamente è ospite, nelle vesti di opinionista, nella trasmissione di calcio La Signora in Giallorosso, condotta da Massimo Ruggeri, in onda sull'emittente locale T9. Nell'estate del 2012 è ospite delle varie trasmissioni tematiche della Rai per il campionato d'Europa 2012. Inizialmente inserito tra i 50 giocatori omaggiati di una stella nella Walk of Fame bianconera allo Juventus Stadium, successivamente Boniek si è visto negare il riconoscimento: i tifosi della squadra piemontese non hanno gradito varie dichiarazioni del polacco sulla sua ex squadra, riassegnando la posizione di Boniek a Edgar Davids dopo una nuova votazione online. Palmarès La Boniek Star a Władysławowo Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato polacco: 2 - Widzew Łódź: 1980-1981, 1981-1982 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1982-1983 - Roma: 1985-1986 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1983-1984 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Individuale Calciatore polacco dell'anno: 2 - 1978, 1982 All-Star Team dei Mondiali: 1 - Spagna 1982 FIFA 100 - 2004 UEFA Golden Jubilee Poll Top 250: 1 - 2004 (Periodo 1974-1983) Golden Foot Legends Award: 1 - 2009 FAI International Football Awards: 1 - 2012 Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria Giocatore straniero - 2019 Onorificenze Croce di Cavaliere dell'Ordine della Polonia Restituta — Varsavia, 1982. Commendatore dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana — Roma, 1997
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GIOVANNI KOETTING Nella cartolina ufficiale della Juve 84-85, una di quelle foto di classe dove si fa “cheese” strizzando gli occhi controsole, Giovanni Koetting sta dritto in seconda fila. Il caschetto di capelli biondi e l’aria vagamente fiera spuntano all’incirca fra le costole di Platini e il gomito di Cabrini, più alti di lui, in terza fila. «Adesso sono ancora biondo, ho qualche capello in meno e qualche chilo in più» sorride Giovanni e lo fa per cortesia. «Se pensa all’attacco della Juve nei primi anni ‘80, si rende conto anche lei che era difficile trovare spazio. Adesso magari, con tutte le partite che ci sono da giocare, sarebbe più facile». Era in assoluto il più biondo della squadra bianconero. Quando andava via in velocità tra il solito nugolo di avversari che cercavano in tutti i modi di fermarlo, ci si poteva rendere conto che quel ragazzino, che prometteva bene, non poteva che essere lui, Giovanni Koetting, detto Gianni, forse per addolcire, almeno in parte, quel cognome così duro e difficile da pronunciare. Già nelle primissime stagioni nel settore giovanile bianconero, dov’era approdato nel 1972 a soli dieci anni, il Tedesco (suo padre è germanico ma Giovanni è nato a Ivrea ed è, quindi, piemontese purosangue) emergeva per tecnica, sagacia tattica e progressione. I suoi allenatori, da Pedrale a Grosso passando per Sentimenti IV e Bussone, non facevano fatica a intravedere in quel centrocampista, che veniva preferibilmente impiegato sulla fascia, il giusto mix di tutte le doti che fanno di un giovane promettente un potenziale campioncino: «Nel vivaio della Juventus ho fatto tutta la trafila sino alla Primavera, dove ho giocato con Pin, Storgato e Galderisi. A 16 anni ho iniziato a entrare nel giro delle Nazionali giovanili: soltanto allora mi sono reso conto che forse sarei potuto diventare qualcuno». Così, infatti, è stato. Dopo una stagione da riserva in A con l’Udinese a soli 18 anni e il successivo torneo in B con la Spal, nel 1982 Koetting ritorna alla base, dove diventa il pupillo di Trapattoni: «Purtroppo non è andata proprio così, altrimenti avrei giocato ben di più. In ogni caso durante le tre stagioni in bianconero mi sono tolto le mie soddisfazioni: nel 1984-85, ad esempio, realizzai, contro l’Udinese, la rete decisiva quando ero entrato da appena dieci minuti. Dopo quella partita ho pensato che fosse finalmente giunto il mio momento e difatti, nel prosieguo della stagione, ho fatto piuttosto bene. Ma, purtroppo, nel calcio ci vuole sempre un po’ di fortuna. Nella prima stagione con la Juventus, ad esempio, pur di giocare una volta sono sceso in campo con trentotto e mezzo di febbre tenendo il medico all’oscuro di tutto. E, ovviamente, in quel frangente non ho certo dato il meglio di me. La verità è che quando si è impiegati con il contagocce, come mi capitava in quella compagine ricca di grandissimi campioni, risulta assai difficile dimostrare quello che si vale davvero». In ogni caso, pur assommando soltanto 17 gettoni di presenza, tra campionato e coppe, Koetting è a tutti gli effetti da considerarsi un giocatore pluridecorato: «In un triennio abbiamo vinto uno scudetto, una Coppa Italia, una Coppa delle Coppe e la Coppa dei Campioni. Certo, io ho giocato poco, ma non mi trovavo lì per caso: se ho dato poco in campo, nel gruppo ho sicuramente fatto la mia parte mantenendo un atteggiamento sempre positivo. Non ho mai creato alcun problema». Nell’estate del 1985, Koetting fu ceduto per una cifra record all’Ancona in Serie C. Poteva essere l’anno della svolta e della definitiva consacrazione: «Andò diversamente: lo dicevo che nel calcio ci vuole fortuna. Nella Juventus ero chiuso e, pur avendo ancora tre anni di contratto, preferii andar via per giocare. All’inizio sembravo destinato al Bologna in B, poi invece fui venduto all’Ancona. In conseguenza di quanto era stato pagato, tutti si aspettavano da me sfracelli. Ma in quella stagione, se cadeva un sasso, non poteva che beccare me. Sono stato fermo per due mesi e poi ho accusato diversi altri problemi fisici: e il pubblico si sentiva in dovere di fischiare Mister Miliardo. Il secondo anno invece è andato molto meglio, ma alla fine ho avuto un grave problema familiare che mi ha spinto a chiedere di riavvicinarmi a casa. Così sono stato contattato dalla Pro Vercelli che mi voleva a ogni costo e a me quella sistemazione andava benissimo; purtroppo però mi sono scontrato con le esigenze della società, che, per recuperare il più possibile dalla cessione del sottoscritto, voleva vendermi in una serie superiore. Allora mi sono impuntato e, pur di stare vicino a Torino, sono andato a giocare tra i dilettanti dell’Ivrea. L’anno successivo l’Ancona, che voleva girarmi in C1 a La Spezia, dove mi offrivano un contratto annuale, mi ha richiamato: a quel punto, avendo già una famiglia sulle spalle, ho preferito chiudere con il professionismo». Ma non con il calcio, in ogni caso. Per diversi anni Koetting ha, infatti, calcato ancora i campi piemontesi proprio con l’Ivrea e in seguito con la Rivarolese: «Grazie al cielo, avevo conseguito il diploma di ragioniere, cosicché, pur continuando a giocare, sono riuscito a trovare un posto in banca a Ivrea dopo aver superato un concorso. Se mi sono mai pentito della scelta fatta a soli 26 anni? Assolutamente no; continuando in Serie C avrei forse guadagnato di più, ma poi avrei fatto fatica a sistemarmi per la vita. L’unico rimpianto consiste nel fatto che, pur avendo buone potenzialità, ho raccolto meno del dovuto nonostante le 26 partite nelle rappresentative azzurre. Tutto il resto appartiene ormai al passato. Nostalgia? Tutte le mie scelte le ho portate avanti convinto e nella vita sono realizzato. Certo, potevo fare di più… Nelle Nazionali giovanili c’ero sempre, ero quotato, ho vinto il campionato Primavera con l’Udinese: contro la Roma ho segnato il gol decisivo in finale e mi hanno scritto anni dopo da Udine per ringraziarmi. Sono emozioni bellissime. Come quando ho esordito in Serie A». 14 settembre 1980, Udinese-Inter 0-4. «A 18 anni. O quella volta che siamo andati in trasferta in Austria con la Nazionale Juniores e uno del mio paese, che era emigrato lì e aveva aperto una gelateria a Vienna, a fine partita mi ha chiesto la maglia. Nel ‘79 con la Juniores abbiamo incontrato l’Olanda di Koeman, Rijkaard, Kieft e abbiamo vinto 3-0. Ho fatto gol. In quel tempo ero felice al 100%. Dopo, nella Juve, lo ero solo al 30%. Eppure avevo dimostrato di essere forte, a centrocampo. Mai cambiato ruolo, non mi piaceva giocare con le spalle alla porta». Giovanni dalle bande bianconere. Un nome rimasto caro ai malati di Vecchia Signora. «Ho vinto nell’84 la Coppa delle Coppe, ho giocato in Coppa Campioni. In Coppa Italia col Milan sono andato alla grande. Nell’85 con me la Juve ci ha guadagnato. E sono rimasto juventino». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/giovanni-koetting.html
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GIOVANNI KOETTING https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Koetting Nazione: Italia Luogo di nascita: Ivrea (Torino) Data di nascita: 10.03.1962 Ruolo: Centrocampista Altezza: 175 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Under-20 Soprannome: - Alla Juventus dal 1979 al 1980 e dal 1982 al 1985 Esordio: 09.02.1983 - Coppa Italia - Juventus-Bari 1-0 Ultima partita: 19.06.1985 - Coppa Italia - Juventus-Milan 0-1 17 presenze - 1 rete 1 scudetto 1 coppa Italia 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 1 supercoppa Uefa Giovanni Koetting (Ivrea, 10 marzo 1962) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Giovanni Koetting Koetting all'Udinese nella stagione 1980-1981 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1993 - giocatore Carriera Giovanili 1972-1979 Juventus Squadre di club 1979-1980 Juventus 0 (0) 1980-1981 → Udinese 2 (0) 1980 Juventus 0 (0) 1981-1982 → SPAL 10 (0) 1982-1985 Juventus 17 (1) 1985-1987 Ancona 48 (3) 1987-1988 Ivrea 1 (0) 1988-1993 Rivarolese ? (?) Nazionale 1981 Italia U-20 2 (0) Carriera da allenatore 2009-2013 Santhià 2013-2015 Sporting Bellinzago Carriera Giocatore Koetting, assieme a Tardelli, Gentile e Cabrini, festeggia la vittoria della Juventus nella Coppa Italia 1982-1983. Di origini fiamminghe (il nonno emigrò nel Canavese dal Belgio) ma italiano di nascita, Koetting entrò giovanissimo nelle giovanili della Juventus, riuscendo ad entrare a 16 anni nel giro delle Nazionali Giovanili. Il battesimo nella massima serie avvenne a 18 anni, precisamente il 14 settembre 1980, alla prima giornata del campionato 1980-81, entrando in campo al 60' nelle file dell'Udinese, sconfitta in casa dall'Inter per 4-0. Collezionò la seconda presenza il successivo 30 novembre, subentrando al 78' della gara in trasferta contro la Roma, vittoriosa per 3-1. In quello stesso anno vinse con la squadra friulana il Campionato Primavera realizzando la rete decisiva nella finale contro la stessa Roma. L'anno dopo iniziò la stagione con la Juventus che ad ottobre lo girò in prestito alla SPAL per riprenderlo la stagione successiva. Koetting rimase a Torino per tre anni (dal 1982-1983 al 1984-1985) ma non riuscì ad esprimere le sue potenzialità nella Juventus, irrimediabilmente chiuso dai grandi nomi della squadra. Ebbe però la soddisfazione di partecipare, sebbene in qualità di rincalzo, al triennio della grande Juve targata Platini e Boniek ritagliandosi 17 presenze tra campionati e Coppe con una rete all'attivo realizzata contro l'Udinese, sua ex squadra. Partecipò alla conquista del Campionato 1983-84, della Coppa delle Coppe 1983-1984 e della Coppa dei Campioni 1984-1985. Vista l'impossibilità di dargli spazio, la Juventus lo cedette in via definitiva all'Ancona ove disputò da titolare due campionati di Serie C1. Al termine del contratto con i marchigiani richiese di essere ceduto a una società piemontese per riavvicinarsi a casa. Sfumato l'ingaggio con la Pro Vercelli per questioni contrattuali, alla prospettiva di tornare ad Ancona preferì l'abbandono della carriera professionistica, a soli venticinque anni. Proseguì l'attività agonistica ancora per alcuni anni, tra i dilettanti, giocando nell'Ivrea e nella Rivarolese. In carriera ha totalizzato complessivamente 11 presenze e una rete in Serie A e 10 presenze in Serie B. Allenatore Ritiratosi dal calcio giocato è divenuto allenatore, sedendo sulle panchine di realtà dilettantistiche piemontesi quali Santhià e Sporting Bellinzago. Palmarès Giocatore Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Udinese: 1980-1981 Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1982-1983 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1983-1984 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985
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GIULIO DRAGO 6 aprile 1994, la Nazionale di Arrigo Sacchi sta preparandosi per affrontare il Mondiale americano. A Coverciano quel giorno, affronta in amichevole il Pontedera allenata da tal Francesco D’Arrigo, convinto sacchiano. Il risultato è clamoroso: gli azzurri vengono sconfitti per 2-1, con i toscani addirittura in vantaggio per 2-0 grazie alle reti di Matteo Rossi e Aglietti. Massaro mitiga (si fa per dire) la figuraccia della Nazionale. «Sacchi mi chiese di giocare come la Norvegia, avversario che avrebbero trovato al mondiale: pressing asfissiante e raddoppi continui. Non era un problema: giocavamo sempre così – la voce di Francesco D’Arrigo brilla d’orgoglio – un evento forse irripetibile: una squadra di C2 che vince contro la Nazionale. Meritatamente, aggiungerei». A difendere la porta della compagine toscana c’era Giulio Drago, classe 1962, con un passato juventino. Infatti, pur non avendo mai avuto la soddisfazione di scendere in campo, crescerà alla scuola di Zoff dal 1980 al 1983 prima di essere ceduto alla Cremonese. Dopo i grigiorossi, un veloce passaggio nell’Atalanta di Mondonico. Quindi Empoli (con i toscani esordirà in serie A), Bari, Triestina. E infine Pontedera, dove terminerà la sua carriera nel 1999. MASSIMO BURZIO, “HURRÀ JUVENTUS” MARZO 1982 Senz’altro tutti coloro che amano il calcio avranno ben chiaro nella mente il ricordo delle partite giocate, nell’infanzia o nell’adolescenza, magari in un prato vicino a casa, con le porte fatte con i cappotti ammonticchiati l’uno sull’altro. E senza dubbio ognuno di noi rammenterà il volto di colui che, pur recalcitrante, veniva obbligato a stare in porta, perché meno dotato, tra tutti, a livello tecnico. In quel caso, dunque, portieri si diveniva forzatamente. Ma non per tutti valeva e vale questa regola: difatti, per loro e nostra fortuna, esistono uomini che nascono portieri. Personaggi che vivono e scelgono, con amore e passione, il ruolo più difficile, più scomodo, tra tutti gli undici d’una squadra. Quindi vi sono alcuni che per predestinazione, qualità e caratteristiche, hanno la maglia numero uno già incisa nell’epidermide e nel cuore. Giulio Drago, aitante portiere della Primavera, è uno di questi «homines portieres». Esponenti, «i portieri costituzionali», d’una razza che va estinguendosi, ma che vive ancora nella speranza che da un Drago nasca uno Zoff. Giulio, come giudichi te stesso, calcisticamente parlando? «Credo che nonostante certi problemi dell’anno scorso, la riconferma avuta da parte della Juventus, quale portiere della Primavera, risponda già in parte alla domanda. Non mi sento comunque un arrivato, o troppo sicuro di me stesso. Nel ruolo che rivesto in campo è pericolosissimo sopravvalutarsi, «montarsi la testa». Bisogna saper soffrire, aver voglia di imparare e di ascoltare i consigli dei tecnici. E dato che l‘anno passato ero un poco incerto nelle «uscite», oggi, pur essendo militare e mancando da Torino per cinque giorni su sette, sto curando molto gli esercizi necessari a migliorare questo mio punto debole». Ti ispiri a qualcuno in particolare? Cosa rappresenta Dino Zoff, per te? «Chiaramente è a lui che guardo, cercando di conoscere sempre meglio la sua splendida arte. Come dicevo prima, sto prestando servizio militare e quindi mi alleno al «Combi» soltanto il venerdì, con la prima squadra. Così ho modo di lavorare accanto a Dino, sotto la guida del signor Bizzotto, e di osservare da vicino la naturalezza di questo campione. Credimi – aggiunge Drago – su Zoff, sul suo modo di intendere il ruolo, dovrebbero scrivere un libro! Servirebbe a tutti, portieri o aspiranti tali». Ma non ti spaventa la mole d’un personaggio leggendario, qual’è il portiere della Nazionale? Non temi che la gente faccia dei confronti tra te e lui? «Non si può paragonare nessuno a Zoff – s’accalora il buon Giulio – raffrontare uno come lui a uno come me, sarebbe irriverente. Però con Dino si può solo andare d’accordo, ha tante e tali qualità umane! E poi è dai grandi campioni che si impara, non dai mediocri. Quali sono le tue aspirazioni professionali? «Diciamo che a vent’anni devi cominciare a guardare al futuro e alle sue incognite. Non si può sempre e solo vivere spensieratamente. E in questo periodo che uno inizia a considerare il foot-ball come una professione. Anche se ho già giocato nell’Aosta, seppure nei campionati minori, i miei obiettivi, i miei desideri, vanno verso una meta ben precisa. Vorrei arrivare, come tutti del resto, alla serie A e possibilmente nella Juventus. Ma sarà una cosa durissima, in tutti i sensi». E se per caso non dovessi, come si dice, «sfondare»? «Avrei comunque vissuto, qui al settore giovanile, anni stupendi ed esperienze importanti. Quando vesti la maglia bianconera, non ti insegnano soltanto a giocare al calcio, ti fanno capire, anche, come devi comportarti nella vita». Sei molto giovane, non ti pesa la vita dello «sportivo»? «Avere regolarità negli orari, nell’alimentazione, nelle attività extra calcistiche, è per me una cosa normalissima. E poi, fa parte del gioco. Non puoi essere un atleta e contemporaneamente fare la vita del michelàccio. A parte il fatto che, nei limiti della norma, non sono affatto diverso dagli altri ragazzi della mia età. Pur essendo un calciatore, nessuno mi impedisce di avere degli amici, di uscire con loro, di ascoltare della buona musica. Tutto sta, poi, a sapersi fermare, gestire, nel momento e nel modo giusto». Quindi il giovane giocatore non è una specie di «recluso», costretto dagli eventi a mangiare pane e calcio? «Non direi assolutamente! Nella vita si deve scegliere, si deve capire, come e quando è necessario maturare». E davvero, Giulio Drago ci pare un ragazzo maturo e intelligente. Un personaggio dal carattere gioviale ma riflessivo, allegro ma responsabile. Augurargli una luminosa carriera sarebbe sin troppo facile; fargli invece notare come molto in lui già riveli doti e qualità di campione, ci pare doveroso. Allora, arrivederci in serie A! https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/05/giulio-drago.html
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GIULIO DRAGO https://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Drago Nazione: Italia Luogo di nascita: Caltagirone (Catania) Data di nascita: 25.06.1962 Luogo di morte: Empoli Data di morte: 18.04.2025 Ruolo: Portiere Altezza: 186 cm Peso: 79 kg Nazionale Italiano Under-20 Soprannome: - Alla Juventus dal 1980 al 1983 0 presenze - 0 reti subite 2 scudetti 1 coppa Italia Giulio Drago (Caltagirone, 25 giugno 1962 – Empoli, 18 aprile 2025) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Giulio Drago Giulio Drago all'Empoli nel 1988 Nazionalità Italia Altezza 186 cm Peso 79 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1º luglio 1999 Carriera Giovanili 19??-19?? Orbassano Squadre di club 1979-1980 Aosta 26 (-?) 1980-1982 Juventus 0 (0) 1982-1984 Cremonese 37 (-27) 1984 Atalanta 0 (0) 1984-1989 Empoli 165 (-144) 1989-1990 Bari 10 (-18) 1990-1991 Triestina 12 (-12) 1993-1994 Pontedera 33 (-18) 1994-1995 Empoli 19 (-16) 1995-1999 Pontedera 82 (-83) Nazionale 1981 Italia U-20 1 (0) 1984 Italia U-21 0 (0) Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1984 Carriera Cresciuto nel settore giovanile della Juventus, una volta divenuto professionista difende la porta di varie formazioni del calcio di provincia, tra cui Cremonese (che lo fece esordire in B nel 1983) Bari, Triestina, Empoli e Ascoli; con i toscani detiene il record di imbattibilità in Serie A (491'), stabilito nel campionato 1987-1988. La sua carriera termina nel Pontedera, con cui nell'aprile 1994 si toglie la soddisfazione di sconfiggere in amichevole l'Italia di Arrigo Sacchi. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1980-1981, 1981-1982 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1982-1983 Competizioni internazionali Coppa Mitropa: 1 - Bari: 1990
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VICTOR D'AGOSTINO Nazione: Argentina Luogo di nascita: - Data di nascita: 01.01.1966 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1988 Esordio: 11.06.1988 - Amichevole - Asti-Juventus 0-8 Ultima partita: 16.06.1988 - Amichevole - Venezia-Juventus 0-1 0 presenze - 0 reti
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FRANCO NANNI https://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Nanni_(1948) Nazione: Italia Luogo di nascita: Pisa Data di nascita: 11.05.1948 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Bombardino Alla Juventus dal 1967 al 1968 Esordio: 20.06.1967 - Amichevole - Ponzone-Juventus 0-8 Ultima partita: 22.01.1968 - Amichevole - Juventus-Lecco 1-1 0 presenze - 0 reti Franco Nanni (Pisa, 11 maggio 1948) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante o centrocampista. Soprannominato Bombardino per via dei suoi tiri da fuori area, tant'è vero che la sua rete decisiva messa a segno nel derby del 12 novembre 1972 viene ricordata dai tifosi laziali come “lo scaldabagno di Franco Nanni”, a testimonianza della potenza utilizzata per scagliare la sfera direttamente in porta dalla lunga distanza. Franco Nanni Nanni al Bologna Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante, centrocampista) Termine carriera 1983 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Pisa 19??-19?? Juventus Squadre di club 1967-1968 Juventus 0 (0) 1968-1969 Trapani 26 (4) 1969-1975 Lazio 115 (12) 1975-1978 Bologna 64 (8) 1978-1979 Brescia 15 (1) 1979-1983 Viterbese 71 (8) Carriera da allenatore 1985-19?? Lazio Giovanili 1989-1990 Lazio CF 1991-1993 Grosseto 199?-199? Guardia di Finanza ????-???? Tor di Quinto 2008-2014 Nuova Milvia 2014-2016 Accademia Calcio Franco Nanni Allievi Carriera Giocatore Nanni (a sinistra) in azione in maglia rossoblù, in lotta per il pallone con lo juventino Furino. Cresciuto nelle giovanili del Pisa per poi passare a quelle della Juventus in veste di attaccante e successivamente come centrocampista, inizia la sua carriera tra i professionisti nel Trapani; arrivato quindi in Serie A tardò a trovare una collocazione stabile prima nella Lazio di Juan Carlos Lorenzo e dopo in quella di Tommaso Maestrelli, che alla fine lo inquadrò nel ruolo di mediano, vincendo da titolare anche uno Scudetto nell'annata 1973-74. Nella stagione 1975-76 passa al Bologna dove rimane per tre stagioni segnando proprio alla Lazio all'Olimpico un goal che valse ai felsinei la vittoria all'ultima giornata che permise loro di raggiungere la salvezza. In carriera ha totalizzato 153 presenze e 20 reti in Serie A e 41 presenze e una rete in Serie B. Allenatore Nel 1985 viene chiamato dall'allora presidente della Lazio, il suo ex compagno di squadra Giorgio Chinaglia, a far parte dello staff di tecnici nel settore giovanile biancoceleste. Passa anche sulla panchina della Lazio Calcio femminile fino a collaborare col club capitolino in qualità di osservatore per circa dodici anni. Prende il patentino di allenatore di seconda categoria ed allena una dopo l'altra il Grosseto, la squadra della Guardia di Finanza, il Tor di Quinto e l'Olimpica. Dirigente Dal 2009 al 2013 ricopre l'incarico di responsabile tecnico nella Nuova Milvia. Nel 2014 ha creato l'Accademia Calcio Franco Nanni, della quale oltre che essere fondatore è anche allenatore della formazione "Juniores". Dal 2016 l'Accademia Calcio Franco Nanni e la società Saxa Flaminio Labaro creano un unico grande bacino di scuola calcio nell'area di Roma Nord. Palmarès Franco Nanni con la maglia scudettata della Lazio nella stagione 1974-75. Giocatore Competizioni giovanili Allievi Professionisti: 1 - Juventus: 1964-1965 Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Lazio: 1973-1974 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Lazio: 1971 Altre competizioni Campionato De Martino: 1 - Lazio: 1970-1971 Campionato Under 23: 1 - Lazio: 1973-1974
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RAFFAELE ALCIBIADE https://it.wikipedia.org/wiki/Raffaele_Alcibiade Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 23.05.1990 Ruolo: Difensore Altezza: 186 cm Peso: 82 kg Nazionale Italiano Under-20 Soprannome: - Alla Juventus dal 2009 al 2011 Esordio: 15.07.2009 - Amichevole - Juventus-Cisco Roma 4-1 Ultima partita: 15.07.2010 - Amichevole - Juventus-Al Nassr 5-0 0 presenze - 0 reti Raffaele Alcibiade (Torino, 23 maggio 1990) è un calciatore italiano, di ruolo difensore della Fidelis Andria. Raffaele Alcibiade Nazionalità Italia Altezza 186 cm Peso 82 kg Calcio Ruolo Difensore Squadra Fidelis Andria Carriera Giovanili ????-2007 Pozzomaina 2007-2010 Juventus Squadre di club 2010-2011 → Pescara 3 (1) 2011 → Gubbio 7 (0) 2011-2012 Nocerina 9 (0) 2012 → Carrarese 12 (0) 2013-2015 Honvéd 45 (2) 2015-2016 → Haladás 11 (0) 2016 Lecce 11 (1) 2016-2017 Paganese 33 (4) 2017-2018 Feralpisalò 13 (0) 2018 Pro Vercelli 11 (0) 2018-2021 Juventus U23 50 (3) 2021- Fidelis Andria 18 (0) Nazionale 2009-2010 Italia U-20 6 (0) 2011 B Italia 2 (0) Caratteristiche tecniche Difensore centrale, può giocare anche come terzino sinistro. Carriera Club Gli inizi Dopo esser cresciuto nelle giovanili della Juventus, nell'agosto del 2010 viene ceduto in prestito al Pescara, in Serie B. Debutta il 16 ottobre contro il Grosseto (4-2), giocando gli ultimi dieci minuti della sfida. Il 15 novembre dello stesso anno segna il suo primo gol da professionista, realizzando la rete dell'iniziale vantaggio dei padroni di casa contro l'Ascoli Calcio, incontro finito sul 2-1 per gli ospiti. Ritornato alla Juventus, il 31 gennaio del 2011 viene nuovamente ceduto in prestito, questa volta al Gubbio. Esordisce il 6 febbraio sul campo del Verona (1-2), contando 7 presenze a fine stagione. Nel luglio del 2011 la Nocerina ufficializza l'acquisto di Alcibiade dalla Juventus, che arriva in comproprietà. La prima partita con la Nocerina è datata 17 settembre 2011, contro il Bari (1-1). Dopo aver giocato 9 incontri in Serie B, la società rossonera risolve la comproprietà a favore della Juventus. I bianconeri riprendono Alcibiade per cederlo ancora una volta in prestito: il difensore finisce alla Carrarese, in Lega Pro Prima Divisione. Il 2 settembre debutta con la nuova maglia nella trasferta di Frosinone, sfida persa 1-0. Le esperienze ungheresi Nel mese di gennaio ritorna nuovamente a Torino e la società bianconera lo manda a fare ulteriore esperienza in Ungheria, all'Honvéd: Alcibiade esordisce nel campionato ungherese il 3 marzo 2013 contro il Videoton, partita persa 0-4. A fine stagione, dopo 9 incontri tra campionato e coppa nazionale, ritornato dal prestito, viene svincolato dalla Juventus e l'Honvéd lo acquista a costo zero. Con la società ungherese disputa l'Europa League, debuttando il 4 luglio contro il Čelik Zenica (1-4) e realizzando anche una rete nella settimana seguente contro la stessa squadra (9-0). Nel corso della stagione sotto la guida del mister Marco Rossi diviene un punto fermo nella difesa della squadra di Kispest, riuscendo a trovare il 6 ottobre 2013 anche la prima rete in campionato nel sentito derby cittadino contro i rivali del Ferencváros realizzando la rete del momentaneo 1-1 nella partita che verrà vinta in rimonta 2-1 grazie anche alla rete dell'ex compagno di squadra ai tempi della Juventus Ayub Daud, termina la sua seconda stagione ungherese con 25 presenze ed una rete. La stagione 2014-2015 inizia con la formazione rossonera. Ma a gennaio 2015 passa in prestito all'Haladás, altro club "italiano" in Ungheria, dove trova i connazionali Tommaso Rocchi, Andrea Mancini e Leandro Martínez già suoi ex compagni all'Honvéd, e dove debutta da titolare il 28 febbraio contro il DVTK nella sfida pareggiata 1-1. Ritorno in Italia Il 17 febbraio 2016 è stato ingaggiato a parametro zero dal Lecce, squadra di Lega Pro. Ritrovando in squadra Bálint Vécsei e il direttore sportivo Fabio Cordella suoi compagni ai tempi della Honvéd. Ha esordito con il club salentino il 20 febbraio seguente, nel match Lecce-Foggia (3-1), e segnato la sua prima rete in maglia giallorossa il successivo 13 marzo, decisiva nella vittoria contro il Monopoli. Dopo passa alla Feralpisalò, alla Pro Vercelli e, nel 2018, passa alla neonata Juventus U23, la seconda squadra juventina militante in Serie C, dove è capitano. Nazionale Dal 2009 al 2010 viene convocato in Nazionale Under-20 totalizzando 6 presenze, nel 2011 viene convocato dalla nazionale della B Italia di Massimo Piscedda giocando 2 partite. Palmarès Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 2 - Juventus: 2009, 2010 Competizioni nazionali Lega Pro Prima Divisione: 1 - Gubbio: 2010-2011 (girone A) Coppa Italia Serie C: 1 - Juventus U23: 2019-2020
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MASSIMO BONINI Al termine della trionfale stagione del ventiduesimo scudetto, Boniperti lo ha definito: «Il nostro fantastico terzo straniero». Più che all’origine anagrafica (è nato a San Marino), il presidente si riferiva al costante rendimento offerto da Massimo Bonini. Il biondo centrocampista è un mostro di continuità, infaticabile e prezioso. Quando si presenta, giovanissimo, lo battezzano in mille modi: il nuovo Netzer, il nuovo Benetti, l’erede di Furino. In realtà, Bonini è un azzeccato cocktail, ricco di personalità originale. Se la Juventus non ha dovuto rimpiangere un grosso campione come Furino, il merito è proprio del suo degno successore.Cursore dai mille polmoni, nelle ultime stagioni Bonini ha saputo farsi apprezzare anche per un miglioramento sostanziale sotto il profilo tecnico. La sua qualità è la capacità di corsa: il vero, classico uomo ovunque: difesa, attacco, grande recuperatore di palloni, grazie ad una mobilità da fondista. Questa dote, unitamente alla disponibilità al sacrificio, lo rende amatissimo dai compagni che sanno di poter contare sul suo apporto. «La scarsa vena realizzativa – puntualizza – non ha mai rappresentato un problema, perché la Juventus di allora era una squadra particolarmente sbilanciata in avanti, che si attendeva, da giocatori come me, la copertura e non le reti». Negli anni d’oro di Platini, le sue doti podistiche gli permettono di vincere il duello con Tardelli come centrale a sostegno del divino Michel con conseguente spostamento di Marco nel ruolo di esterno destro (e il buon Marco non gradì proprio). Fra il primo e il secondo tempo di un’importante sfida di campionato, l’Avvocato Agnelli entrò, come sempre senza farsi annunciare, nello stanzone degli spogliatoi. Michel Platini, seduto su una panca, fumava tranquillamente una sigaretta; non era una cosa rara, lo faceva quando era nervoso, per scaricare la tensione. L’Avvocato gli disse sorridendo divertito: «Platini, ma lei fuma nell’intervallo di una partita?» «Avvocato, non si preoccupi se fumo io», rispose pronto Michel, «l’importante è che non fumi Bonini, che deve correre anche per me!» Questo dialogo, diventato famoso, dimostra che Massimo non è un fenomeno ma neanche scarsissimo, molto solido mentalmente e tatticamente. Non un fuoriclasse, quindi, ma l’indispensabile supporto ai campioni. Massimo nel 1977 è in serie D, a Bellaria. Poi si mette in luce nel Cesena e la Juventus lo individua come ideale complemento al centrocampo, assicurandoselo nell’estate 1981 per 700 milioni (più Verza e la comproprietà di Storgato). Fu un affare. La consacrazione internazionale del giovane centrocampista risale al 16 settembre 1981, tre giorni dopo l’esordio in A (13 settembre: Juventus-Cesena); Trapattoni lo schiera contro il Celtic in Coppa Campioni e il ragazzo ottenne subito la promozione. Pier Luigi Cera, libero del Cagliari scudettato, lo ha avuto a Cesena: «Bonini è un Furino con i piedi buoni, è un mediano completo. È il seguito di Furia e vale molto di più anche come tiro. Lo cancellerà, presto, dalla faccia della terra. Quando arrivò a Cesena, gli dissero che sarebbe stato una riserva, essendo giovane. Ebbene, da riserva è diventato in fretta titolare ed ha finito per essere l’anima del Cesena, il trascinatore, il giocatore più amato dalla folla». La cittadinanza sammarinese gli ha creato anche qualche inconveniente curioso: dopo aver giocato nella Nazionale Under 21, infatti, Bonini è stato estromesso perché considerato straniero. «All’inizio degli anni Ottanta ho giocato sette partite con l’Under 21 di Vicini. In quel periodo c’era anche un altro giocatore di San Marino nel giro delle nazionali giovanili, il mio amico Marco Macina. Nel novembre 1982 con la Juniores prese parte al torneo di Montecarlo e, in quell’occasione, le avversarie degli azzurri fecero reclamo, perché l’Italia schierava un giocatore non di passaporto italiano. L’UEFA intervenne e da quel momento Macina non poté più vestire la maglia azzurra. Fu cambiato il regolamento e dalla stagione successiva anch’io, dopo aver disputato due partite nell’Under come fuori quota, dovetti dire addio alla Nazionale». Si è rifatto ampliamente con la maglia bianconera, evidenziando sempre più, particolarmente in Europa, le sue caratteristiche di gladiatore. Bonini si avvicinò allo sport molto presto, ma voleva fare il ciclista. Fu un incidente a suggerirgli di dedicarsi al calcio: «È stata la mia fortuna, come sono stato fortunato ad arrivare alla Juventus: pensate che era sempre stato il mio sogno. In camera, da ragazzino, avevo i poster appesi con l’immagine dei miei idoli bianconeri». MASSIMO BURZIO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1984 Massimo Bonini il maratoneta. Corre il sanmarinese, corre su e giù per il campo, la chioma bionda che pare gonfiarsi al vento e farlo diventare ancor più veloce. Ma Massimo non è soltanto un podista, anzi. Trapattoni e Furino (e loro di mediani se ne intendono!) lo stimano e lo considerano quasi indispensabile al gioco della Juventus. L’allenatore ha plasmato Bonini disciplinandolo tatticamente e tempestandolo con consigli e suggerimenti, in allenamento come in partita. Il Capataz (al quale, non scordiamolo, Bonini ha tolto il posto) è il primo tifoso del buon Massimo e spesso dice: «È un ragazzo d’oro, ha fiato, volontà ma anche tecnica e senso del gioco. La maglia numero quattro, che fu mia per tante stagioni, è indossata davvero da un giocatore meritevole». Bonini è stato spesso definito un Benetti giovane. Ma, probabilmente, del roccioso Romeo Bonini non ha il tiro. O meglio in una Juve dove sono così tanti i cecchini, il sanmarinese preferisce portare le munizioni piuttosto che sparare. Oramai Bonini è un titolare quasi inamovibile ma, giustamente, non si illude e dice: «Quando arrivai alla Juve sapevo di aver raggiunto il massimo. Ma il brutto, il difficile cominciava soltanto in quel momento. Si trattava di dimostrare ai dirigenti, a Trapattoni, ai compagni, quanto valevo e chi ero. I dubbi erano tanti, le emozioni e le paure parecchie. Ho fatto tutto quanto potevo e ora le cose stanno andando per il verso giusto. Ma il successo è più difficile da mantenere che da conquistare. Non posso sbagliare. È necessario ancora imparare, ancora combattere». Bonini è un ragazzo serio, lo si capisce da quanto dice, ma soprattutto è un professionista nel senso più largo del termine. Silenzioso ma non musone, misurato quando occorre, è tanto ermetico fuori dal campo (entra ed esce dallo spogliatoio e passa senza mai dar troppa confidenza) quanto vulcanico in partita. E come se i silenzi del pre-partita diventassero grida e urla durante il match. Bonini è capace di bruciare l’erba per due o tre volte da una porta all’altra senza mai fermarsi, senza mai commettere errori. Platini, dicono, sia incantato dal dinamismo di Massimo, dalla sua grandezza nella modestia e non possa fare a meno del suo apporto. E il transalpino non pensa d’avere accanto un gregario, un portatore d’acqua, ma un compagno che con il suo gioco copre e apre varchi nelle difese avversarie e velocizza il gioco juventino. Il generale coro di elogi che accompagna Bonini è stato ribadito e amplificato anche dalle molte presenze di Massimo con la maglia azzurra dell’Under 21. Presenze che non potranno, per ora, aumentare nel numero perché una singolare sentenza dell’UEFA ha sancito che chi, come Bonini, è cittadino della Repubblica di San Marino non può giocare con la Nazionale italiana. Così Massimo è diventato straniero per l’UEFA, ma resta calcisticamente italiano per la Federcalcio, visto che a tutti gli effetti può giocare nel nostro campionato: «È stata una cosa stranissima. Tutto subito m’è dispiaciuto, ci tenevo alla Nazionale. Ma tengo anche al mio stato di cittadino di San Marino e non cambierò certo nazionalità. Se, in futuro, l’UEFA rivedrà le proprie posizioni, allora tutto tornerà a posto. Diversamente va benissimo così. La mia Nazionale non esiste (San Marino non ha una federazione calcio e non ha giocatori, oltre a Bonini, in grado di giocare ad alti livelli) ma non mi preoccupo. Mi basta la Juve. E in bianconero che, ogni partita, io do il mio esame di laurea». NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL MARZO 2018 “Reliquosvos libero ab utroque homine” ossia: “Vi lascio liberi da ambedue gli uomini” che, all’epoca in cui la tradizione fa risalire i fatti, IV secolo dopo Cristo, erano l’Imperatore e il Papa. A pronunciare la solenne frase fu un tagliapietre dalmata chiamato Marino (poi diventato Santo) che si era rifugiato sul Monte Titano per sfuggire alle persecuzioni di Diocleziano e lì poi aveva dato vita a una comunità cristiana. Quelle parole, dette poco prima della morte avvenuta nel settembre del 301, sono a fondamento dell’indipendenza di San Marino. Uno stato autonomo, libero, neutrale. È qui, nella più antica Repubblica al mondo, posta a confine tra l’Emilia Romagna e le Marche che il 13 ottobre 1959 è nato Massimo Bonini, il biondo mediano della Juventus di Platini, attualmente direttore tecnico della nazionale sanmarinese. Ed è qui, nel suo ufficio di Serravalle, che ci incontriamo. Fisicamente è identico a quello delle figurine, compresi i capelli, sempre folti e biondi. Sulle pareti molte tracce fotografiche del suo passato da calciatore, soprattutto quello a tinte bianconere. Con la maglia numero quattro della Juventus ha speso la parte migliore della sua carriera, dal 1981 al 1988 vincendo quasi tutto. Prima c’era stato il Bellaria del primissimo Arrigo Sacchi, il Forlì e il Cesena (con promozione in A nel 1981). Dopo la Juve, il Bologna fino al 1993, prima del ritorno a “casa” con tanto di maglia della Nazionale di San Marino, nata ufficialmente nel 1990 e con cui ha collezionato diciannove presenze. Un giusto, ma tardivo, risarcimento dopo il divieto della Fifa nei primi anni Ottanta che gli aveva impedito di poter indossare la maglia azzurra della Nazionale italiana. Quanto ti è pesato tutto questo? «Un po’, anche perché ero nel giro dell’Under 21 e una mia convocazione da parte di Bearzot era pensabile. La decisione della Fifa fu cervellotica, anche perché San Marino all’epoca non aveva una sua rappresentativa. Di fatto voleva dire, per me, non avere alcuna chance di indossare la maglia di una nazionale maggiore». A meno che tu non rinunciassi a essere cittadino della Repubblica di San Marino. «E perché avrei dovuto farlo? Io sono nato qui, sono sanmarinese da sempre. Il legame con il nostro piccolo stato è forte. Non sai la soddisfazione e l’orgoglio che ho provato nell’indossare la maglia della Nazionale di San Marino. Anni fa sono stato a Detroit, dove c’è da tempo una comunità di sanmarinesi. Sono stati momenti bellissimi, dove il senso di appartenenza si è toccato con mano. Certo, mi è dispiaciuto non aver potuto giocare con la nazionale italiana, ma va bene lo stesso». Anche perché c’era la Juventus che compensava. «La dimensione internazionale me l’ha data ampiamente la Juve. Tra il 1983 e il 1985 ho disputato tre finali continentali e una mondiale. Senza contare le coppe ogni anno e le amichevoli in giro per il mondo. E poi c’era quella definizione di Boniperti che mi faceva gonfiare il petto». “Bonini è il nostro terzo straniero”. «Proprio quella. Era un complimento, un riconoscimento, a sottolineare l’importanza del mio apporto alla causa. Eravamo ai primi anni di riapertura delle frontiere, il calciatore straniero era visto come un qualcosa in più. Non necessariamente un fenomeno tecnico, ma un giocatore capace di alzare comunque l’asticella della qualità e della personalità della squadra. E, con Platini e Boniek, il presidente metteva anche me». A proposito di Boniperti, cosa ti colpì di lui nei primi incontri? «Il carisma, la competenza, la fame di vittorie. E, ovviamente, il contratto già predisposto in tutto. “Firma qui, se vinciamo avrai dei buoni premi” Ed io firmai per tre anni». E dei capelli non ti disse nulla? «Come no. E non solo la prima volta. Ma io, che non volevo tagliarli, li bagnavo, così da farli apparire più corti. Poi per un certo periodo ho rinunciato al caschetto, pettinandoli all’indietro, ma lui sbuffava sempre». Come sei finito alla Juventus? «Dopo la promozione in A con il Cesena nel 1981 sembrava tutto fatto con la Sampdoria. Un giorno, però, mi telefona il nostro diesse, Pierluigi Cera: “Se ti chiamano quelli della Samp, tu digli che non ci vuoi andare. Stai tranquillo, c’è qualcosa di più grosso sotto”». Era la Juventus. «Durante la stagione era venuto a osservarmi Romolo Bizzotto, il vice di Trapattoni. Aveva amici a San Marino, io lo avevo conosciuto anni prima. Se ne è andato poco tempo fa, mi è dispiaciuto molto perché lui per me è stato un grandissimo maestro. Una persona dotata di enorme umanità che ha lavorato molto per i giovani, quasi sempre nell’ombra». Alla Juve con quale spirito vai? «Intanto ci fu una seconda telefonata di Cera: “Ti aspettano a Torino per la firma del contratto”: Presi la mia Fiat 131, da solo, non avevo agenti. Ero felicissimo, ho sempre tenuto per la Juventus, dalle nostre parti è abbastanza radicato il tifo per i bianconeri. Durante il viaggio, però, mi vennero a mente mille cose, compreso il fatto che era la prima volta che mi allontanavo veramente da casa. In più facevano capolino anche i timori. “Ma che ci vado a fare alla Juve?”». Da cosa erano mossi quei pensieri? «La Juve è la Juve. Vai a giocare, ma anche a competere con campioni veri. Io ho iniziato a fare sul serio col pallone a diciassette anni. Da piccolo ho fatto tutti gli sport dal baseball al ciclismo. Si giocava vicino casa a Serravalle, in via Ponte Mellini, per puro divertimento. A dirla tutta il mio sogno era diventare maestro di tennis, pensa un po’». E il calcio come ha prevalso? «Merito di Pietro Paolini, il mio primo mister, colui che più di tutti mi ha trasmesso la passione. Mi propose di giocare nella Juvenes, la squadra della parrocchia di Don Peppino Innocentini che lui allenava. Per problemi di tesseramento, però, dovettero falsificare il cartellino. Giocavo con un altro nome: Stefano Benedettini. E poi nel 1977 ci fu subito la Serie D per merito di Dante Maiani ed Ermanno Ferrari che mi segnalarono al Bellaria. Mi fecero fare un provino a Fusignano nel torneo “Sacchi; intitolato alla memoria del fratello di Arrigo. Test superato e a diciotto anni è iniziata la mia vera carriera da calciatore». Come Bonini o Benedettini? «Massimo Bonini di Alfredo detto Coppi, per la sua passione per il grande ciclista. Lo chiamavano tutti così. Quando sono andato a Detroit, la gente mi salutava: “O ma tu sei il figlio di Coppi”. Mio babbo era una persona speciale, di una simpatia incredibile. Diceva di aver giocato a calcio e anche bene. Lo vidi solo una volta in azione, in mutande, con noi ragazzini, in una partita per strada. Era tifoso della Juve, aveva una ditta di costruzioni. Arrivava a casa e diceva: “Ho comprato quel terreno”. E mia madre: “E con quali soldi?”. “Non ti preoccupare”: questa la risposta, accompagnata da un sorriso che diceva tutto. Ha dato lavoro a tantissimi sanmarinesi. Un uomo generoso e felice della felicità degli altri». Lavoravi anche tu? «Ce n’era per tutti. Sono stato spesso su cantieri. Mi capitava di comandare la gru per scaricare il materiale dal camion. Poi davo una mano al bar di famiglia, gestito da mia madre Annamaria. Era conosciuto come “Bar Coppi”, tanto per cambiare. Diventò poi una tavola calda e anche una balera, nei locali sottostanti. Ho dei ricordi bellissimi dei quegli anni. Per la musica c’era il giradischi. Le luci psichedeliche, invece, le facevamo mettendo della carta velina colorata sui neon che venivano spenti e accesi dal babbo». Torniamo al Bellaria. «Era allenato dal primissimo Arrigo Sacchi, che non poteva però sedersi in panchina. Andava in tribuna, ma non riusciva a stare seduto, correva più di noi. Era già molto avanti rispetto ai tempi. Non lo potevo dire io in quel momento, questo l’ho capito dopo. I suoi insegnamenti tattici sono stati utilissimi per me. Gli piacqui subito. A inizio stagione facemmo una prima partitella tra titolari e riserve, io ero tra queste. Dopo il primo tempo mi mise tra i titolari. E non sono più uscito. Quell’anno feci trentatré partite, quindi ci fu il salto di categoria in C con il Forlì e nel 1979 addirittura il Cesena in B. Giocare con la maglia del Cesena, a vent’anni, era già un sogno. Accanto al tifo per la Juve, c’è sempre stata la passione per l‘altro bianconero. Andavamo a vedere tutte le partite casalinghe, ricordo le tribune in tubi innocenti. L’anno delle targhe alterne, poi, facevamo delle vere e proprie “macchinate” da San Marino, visto che per noi il divieto non operava. In più il Cesena veniva spesso quassù da noi a fare le amichevoli. Io ero lì come raccattapalle. Mi è capitato qualche volta di fare dei tiri in porta a Boranga. L’ho ritrovato parecchi anni dopo a “Quelli che il calcio”, quando si ripetevano le azioni dei goal. Un fisico della madonna e un’elasticità da urlo, un fenomeno». Chi ti volle al Cesena? «Mi segnalò Arrigo Sacchi, che allenava la Primavera». Curiosità: ma Sacchi ti ha mai cercato dopo? «Una volta, quando era al Milan, sapeva che ero in scadenza. Io gli dissi che se la Juve non mi avesse rinnovato il contratto, ci avrei pensato. Ricordo che ne parlai con mio padre, che di solito mi ha sempre lasciato fare. Quella volta mi disse: “Se vai al Milan, perdi due tifosi: me e la mamma!”». Torniamo al Cesena. «Due anni bellissimi, era come stare in famiglia. La ciliegina sulla torta fu la promozione in A al termine della stagione 1980–81 con un centrocampo composto da giovanissimi: Piraccini, Lucchi e il sottoscritto, poco più di sessant’anni in tre. Grande merito va comunque al mister Osvaldo Bagnoli, altro maestro, con il suo stile e la sua personalità. Poche parole, molto fatti, la ricerca della semplicità. E poi una notevole libertà per noi giocatori che ci sentivamo così maggiormente responsabilizzati». Hai un’immagine simbolo dentro dite di quella fantastica annata? «Il mio goal di testa all’Atalanta nella penultima giornata di campionato, quella della matematica conquista della Serie A. Dopo arrivò anche il 2–0 di Garlini. Ricordo la grandissima gioia per il traguardo raggiunto in un campionato di B “anomalo”; con Milan e Lazio retrocesse per il calcioscommesse e dunque, ancora più difficile e competitivo». E arriviamo quindi alla Juventus e al misto di gioia e timori. «Ventidue anni, mai fatto il settore giovanile, e adesso mi ritrovo in mezzo a gente che fino a un minuto prima ho in visto in TV: Zoff, Scirea, Tardelli, Furino, Cabrini. Dall’altra parte c’era però una grande determinazione e un entusiasmo a prova di bomba. E poi se mi avevano voluto, significava che le qualità c’erano». Tra l’altro per il tuo acquisto, la Juve investì molto. «So che il Cesena incassò 700 milioni delle vecchie lire, oltre al cartellino di Verza e la metà di quello di Storgato. Una bella responsabilità anche quella, va detto». Il primo giorno da juventino lo passi interamente con Paolo Rossi. «Facemmo i fidanzatini per una giornata intera, dalle visite mediche alle prime foto ufficiali con la nuova maglia. Ovviamente gli occhi erano tutti per lui, il vero acquisto boom di quell’anno, anche se ancora sotto squalifica. Di me non si filava nessuno. Giusto così. Pablito era Pablito, un centravanti di un’intelligenza tattica unica. Avere davanti uno così è una manna per i centrocampisti». Il tuo primo anno alla Juve ti vede in campo ventotto volte, anche se molte come tredicesimo. «Non potevo chiedere di più. Trapattoni mi ha tenuto in grande considerazione fin da subito. Mi ha curato molto tecnicamente. Avevo bisogno di lezioni suppletive e lui mi ha insegnato tante cose, insieme a Bizzotto. Poi, quando si giocava, in un modo o nell’altro, mi metteva dentro. In questo mi ha molto aiutato il fatto che fin da ragazzo, abbia giocato in tutti i ruoli, anche di punta. Un eclettismo che, con i primi insegnamenti di Sacchi, mi ha dato una marcia in più». Stagione 1982–83, a metà anno ecco il sorpasso definitivo a Furino. «Dico subito che per me Beppe è stato uno dei compagni più belli che ho avuto. Da lui ho appreso molto e lui non si è mai stancato di darmi le giuste dritte. A un certo punto Trapattoni ha preso la decisione e mi ha affidato stabilmente la maglia numero quattro, centrocampista di sinistra. Dico subito che quella è stata la più bella Juve in cui ho giocato. In Coppa dei Campioni si dava spettacolo. Ed io a fine anno fui premiato proprio dal Guerino con il “Bravo” come miglior “under 24” delle competizioni europee». Tornando al tuo lancio, pare che qualcuno dei tuoi compagni si fosse lamentato per la presenza di Furino e che abbia richiesto la sua esclusione. «Quello che posso dire è che, rispetto all’anno prima, le dinamiche e gli equilibri della squadra erano cambiati. Erano arrivati Boniek e Platini. C’era Tardelli sul centro destra, Bettega e Rossi in avanti. C’era bisogno di qualcosa di diverso in mezzo al campo e forse di maggiore freschezza. Se poi vuoi sapere se si discutesse con il mister, anche animatamente, ti dico di sì. E a volte erano siparietti tutti da gustare. Boniek per esempio, quando il Trap gli chiedeva di fare certi movimenti, rispondeva: “Sono venuto in Italia per giocare con palla al piede” e il mister: “Ed io ho vinto scudetti con Farina e Marocchino”!». E Platini? «Michel era più furbo, lo faceva con sarcasmo e ironia. Anche se poi, quando è stato allenatore, ha dato più volte ragione al Trap». Come è stato il tuo rapporto con Platini? «Molto bello. Lui aveva una particolare attenzione per i più giovani. Quando aveva la casa libera, ci invitava lì a passare la serata. Con me poi, giocava a tennis. Era molto bravo, anche se abusava con le pallette sotto rete e i pallonetti. Mi faceva impazzire. E poi erano ironico e intelligentissimo». La battuta sulle sigarette è passata alla storia: cosa c’è di vero e di leggenda? «Di vero c’è tutto. L’avvocato Agnelli, altro personaggio straordinario, chiese a Michel di non fumare. E lui, rispose: “L’importante è che non fumi Bonini che deve correre”». Fumavi molto? «Pochissimo, quasi nulla. Ci avevo dato un po’ da ragazzo, mia sorella fumava. Io “rubavo” le sigarette dal bar di famiglia, le davo a lei e ai miei amici di nascosto, e qualcuna la tenevo per me. Una volta mi beccò mio babbo che mi rincorse per tutta la casa». Correvi tanto? «Correvo bene. Il mediano è un ruolo delicato. È come il batterista di una rock band: deve dare i tempi. E poi deve capire in anticipo come si sviluppa il gioco, saper dialogare con i compagni, preparare le linee di uscita della palla. In quella Juve lì, anche se mi sarebbe piaciuto, la metà campo l’ho superata poche volte. Perché era utile e funzionale che rimanessi dietro a dirigere». In campo come era Platini? «Era esigente, bofonchiava sempre, non gli andava mai bene nulla. Ma questo era uno stimolo forte. A dire il vero questa era la cifra di quella Juventus. La cura del dettaglio, la ricerca della perfezione. Ricordo Zoff che in allenamento, ti rincorreva fino a metà campo se avevi commesso un errore. Le partitelle erano partite vere e proprie, la domenica ci riposavamo (ride). E poi c’era un grande senso di appartenenza, la voglia di andare oltre l’ostacolo. Cabrini ha giocato una stagione intera con due stecche di ferro a protezione del ginocchio, incredibile». Alla Juve hai vinto molto, che bilancio fai? «La Coppa Intercontinentale va sopra tutto perché sancisce la fine di un percorso di successi precedenti. Non sento di aver vinto la Coppa dei Campioni del 1985. Non si può morire per andare a vedere una partita. Noi giocatori sapevamo pochissimo, quasi nulla. L’Heysel è una tragedia che ancora oggi fa malissimo». La delusione più cocente? «Atene 1983. Sbagliammo tutto. Quando l’arbitro fischiò la fine, ebbi la sensazione che la partita fosse durata dieci minuti». Una sola volta espulso, vero? «Per somma di ammonizioni; il secondo giallo per proteste al 90’ Ci tengo a questo dato. Non ero uno tenero in campo, ma ho sempre giocato nel rispetto delle regole». L’avversario più ostico? «Lo spagnolo Juan Lozano che giocava con l’Anderlecht, difficilissimo da marcare. A seguire Falçao, un fuoriclasse». E quello più cattivo? «(ride) Salvatore Bagni: una volta quando era al Napoli gli detti una gran stecca e lui mi cercò per il resto della partita per ricambiare la cortesia. Ma non mi beccò». Il goal da ricordare? «Il sinistro all’incrocio nel 2–0 all’Inter il 23 marzo 1986, su assist di Platini, beffando Zenga. Tardelli che era all’Inter, alla fine della partita mi fa: “Proprio qui dovevi fare goal, e di sinistro, poi!”». La sensazione più strana? «Quando sei sul pezzo ti godi poco le vittorie. Alla Juve poi è ancora più complicato. Si guarda subito al traguardo successivo. C’è più gusto adesso, rivivendo ricordi ed emozioni come in questa intervista». Nel1988 lasci la Juve, perché? «Non mi divertivo più. Con mister Marchesi non è andata come si sperava. Sbagliai anch’io a tirarmela un po’; può capitare: Dovevo andare alla Lazio, invece poi spuntò il Bologna. Cinque anni in rossoblù che ricordo con piacevolezza, nonostante le turbolenze societarie e le retrocessioni». Quale è la cosa più bella che ti ha lasciato lo sport? «L’amicizia, i legami nati al campo di allenamento che durano tuttora, il ritrovarsi dopo tanti anni e abbracciarsi. Perché alla base di tutto c’è stata la passione, il divertimento, la gioia di aver fatto parte di una squadra». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/massimo-bonini.html
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MASSIMO BONINI https://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Bonini Nazione: San Marino Luogo di nascita: Cittá di San Marino Data di nascita: 13.10.1959 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 68 kg Nazionale Sammarinese Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Maratoneta Alla Juventus dal 1981 al 1988 Esordio: 23.08.1981 - Coppa Italia - Rimini-Juventus 1-3 Ultima partita: 21.09.1988 - Coppa Italia - Juventus-Como 0-0 296 presenze - 6 reti 3 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Massimo Bonini (Città di San Marino, 13 ottobre 1959) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore sammarinese, di ruolo centrocampista. Cresciuto nel settore giovanile della Juvenes, legò il suo nome principalmente alla Juventus, squadra in cui esordì nel campionato italiano di Serie A militandovi poi per otto stagioni, disputando complessivamente in maglia bianconera 192 partite e realizzando cinque reti; impiegato nel ruolo di mediano, divenne tra i pilastri del ciclo di Giovanni Trapattoni nella prima metà degli anni 1980, che lo vide affiancato a centrocampisti come Marco Tardelli e Michel Platini. Coi piemontesi vinse tre titoli di campione d'Italia, una Coppa Italia e tutte le competizioni per club allora organizzate dall'Unione delle Associazioni Calcistiche Europee (UEFA) tranne la Coppa UEFA, manifestazione in cui raggiunse i quarti di finale nella stagione 1990-91 come capitano del Bologna. Inizialmente membro della nazionale italiana Under-21, Bonini divenne nazionale sammarinese durante i primi sei anni di attività della rappresentativa del Titano (1990-1995), disputando un totale di 19 incontri. Uno degli unici due atleti di San Marino, assieme al motociclista Manuel Poggiali, ad aver vinto un titolo mondiale, è ritenuto lo sportivo più rappresentativo del Paese in virtù del livello internazionale che la sua carriera agonistica raggiunse nel calcio, trattandosi anche dell'unico calciatore del Titano ad aver vinto una competizione confederale. Nel 2004 la Federazione Sammarinese Giuoco Calcio (FSGC) lo nominò miglior giocatore della propria storia mentre, nello stesso anno, la UEFA lo insignì del titolo di Golden Player (Giocatore d'oro). Massimo Bonini Bonini alla Juventus nella stagione 1986-1987 Nazionalità San Marino Altezza 178 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1997 - giocatore 2005 - allenatore Carriera Giovanili 1973-1977 Juvenes Squadre di club 1977-1978 Bellaria 33 (?) 1978-1979 Forlì 23 (1) 1979-1981 Cesena 60 (5) 1981-1988 Juventus 296 (6) 1988-1993 Bologna 96 (4) 1994 Juvenes ? (?) 1995 San Marino ? (?) 1995-1997 Juvenes ? (?) Nazionale 1980-1983 Italia U-21 9 (0) 1989 San Marino U-21 2 (0) 1990-1995 San Marino 19 (0) Carriera da allenatore 1996-1998 San Marino 1998-2000 Cesena Primavera 2000-2002 Cesena D.T. 2002-2005 Oakland University 2017-2020 San Marino D.T. Caratteristiche tecniche Giocatore «L'Avvocato entrò nello spogliatoio. [...] Quando si presentò sulla soglia, Michel stava allacciandosi una scarpa, la sigaretta accesa in bocca. "Ma come, Michel? Un atleta come lei fuma nell'intervallo?" Accanto a Platini si stava asciugando Massimo Bonini [...] Platini diede una gran pacca sulle spalle nude del compagno, poi, alzando lo sguardo verso Agnelli, dopo una lunga tirata alla sigaretta, disse semplicemente: "Avvocato, l'importante è che non fumi Bonini, è lui quello che deve correre".» (Fabio Caressa) Centrocampista di contenimento e sostegno, si distinse per la grande resistenza fisica che gli fece guadagnare il soprannome di Maratoneta, nonché per le notevoli abilità in fondamentali quali contrasto, recupero palla e ripartenze. Venne ritenuto decisivo nei successi della Juventus degli anni 1980 e, soprattutto, nell'economia di gioco di Michel Platini per conto del quale, durante le partite, si occupava di conquistare palloni in ogni zona del campo da recapitare poi sulla trequarti, a disposizione delle giocate del fantasista francese; compiti da stacanovista tuttofare che, agli occhi degli addetti ai lavori, ne fecero di fatto i «polmoni» di Platini. Carriera Giocatore Club Bonini esultante con la maglia del Cesena nell'annata 1980-1981 Si formò nelle giovanili della Juvenes, squadra del suo paese. A diciott'anni si trasferì nella Serie D italiana per giocare la stagione 1977-78 nelle file del Bellaria; l'annata successiva fu prelevato dal Forlì che lo fece esordire in Serie C. Passò poi nel 1979 al Cesena con cui, nel torneo 1980-81, ottenne la promozione in Serie A. L'estate seguente fu quindi ingaggiato dalla Juventus. Giovanni Trapattoni, allenatore dei piemontesi, lo fece esordire in massima serie contro la sua ex squadra, il 13 settembre 1981, e tre giorni dopo lo portò all’esordio in Coppa dei Campioni, nella sfida con gli scozzesi del Celtic. La prima stagione a Torino si concluse per Bonini con la conquista del suo primo scudetto, quello della seconda stella per la società juventina. Nell'annata seguente il sammarinese conquistò definitivamente un posto da titolare a scapito del capitano bianconero Giuseppe Furino (non senza polemiche da parte di quest'ultimo); al termine del campionato 1982-83 gli venne inoltre conferito il Trofeo Bravo, riconoscimento all'epoca destinato al miglior Under-24 d'Europa. Bonini in maglia juventina, pressato dal milanista Franco Baresi, nel corso del torneo 1981-1982 Il suo palmarès ne fa lo sportivo più decorato della Repubblica di San Marino. Nel corso degli anni 1980, con la Juventus, ha vinto tutti i trofei della sua carriera: 3 titoli di campione d'Italia (1981-82, 1983-84, 1985-86), 1 Coppa Italia (1982-83), 1 Coppa delle Coppe (1983-84), 1 Supercoppa UEFA (1984), 1 Coppa dei Campioni (1984-85) e 1 Coppa Intercontinentale (1985); quest'ultimo trionfo ha fatto di Bonini il primo sportivo sammarinese, in seguito eguagliato dal motociclista Manuel Poggiali, ad aver vinto una competizione mondiale. Nell'ottobre 1988, dopo 296 gare ufficiali (192 di campionato) coi bianconeri, Bonini si trasferì al Bologna, tornato in Serie A. La squadra ottenne la salvezza al termine della stagione e, in quella successiva, la qualificazione alla Coppa UEFA. In totale coi felsinei, di cui fu anche capitano, giocò quattro annate mettendo a referto 112 partite e 5 gol. Chiusa la parentesi professionistica, Bonini ritornò in patria per indossare le maglie della Juvenes, società che lo aveva lanciato, e del San Marino. Nazionale Bonini nei primi anni 1980 con l'Italia Under-21 Nonostante il passaporto sammarinese, nei primi anni 1980 Bonini ha vestito 9 volte la maglia azzurra dell'Italia Under-21 nel periodo in cui la Federcalcio del Titano non era ufficialmente affiliata all'UEFA, la quale considerava quindi i giocatori di San Marino assimilati agli italiani. Al contrario non giocò mai nella nazionale maggiore italiana, poiché il regolamento FIFA richiedeva che un calciatore difendesse i colori del paese di origine: per sua scelta personale, Bonini non volle mai rinunciare alla cittadinanza sammarinese. Dal 1990 vestì la maglia della neocostituita nazionale di San Marino, con la quale disputò 19 partite fino al 1995, anno del suo ritiro dal calcio giocato, precedute da 2 gare giocate nel 1989 da "fuori quota" nel San Marino Under-21, entrambe contro i pari età dell'Italia, nelle qualificazioni europee di categoria. Bonini (al centro) nel 1993, capitano della nazionale di San Marino, durante una sfida contro l'Inghilterra Ritenuto lo sportivo più rappresentativo nel Paese in virtù della caratura internazionale della sua carriera agonistica, nel 2004, per celebrare il proprio 50º anniversario, l'UEFA invitò ogni federazione nazionale a essa affiliata a indicare il loro miglior giocatore del precedente mezzo secolo: la scelta di San Marino ricadde su Bonini, designato Golden Player dalla confederazione calcistica europea. Allenatore e dirigente Dal 2 giugno 1996 al 10 settembre 1997 Bonini assunse l'incarico di selezionatore della nazionale di San Marino, guidandola in 8 partite durante le qualificazioni al campionato mondiale di calcio 1998. Nello stesso anno andò sulla panchina della formazione Primavera del Cesena, allenandola per due stagioni; dopodiché entrò nello staff tecnico del settore giovanile cesenate, nel ruolo di direttore tecnico, fino a giugno 2002. Successivamente, a dicembre dello stesso anno, diventò tecnico della formazione della Oakland University a Detroit. Il 28 febbraio 2017 fu nominato direttore tecnico della Federazione Sammarinese Giuoco Calcio, rassegnando le proprie dimissioni nel luglio 2020. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1981-1982, 1983-1984, 1985-1986 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1982-1983 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Individuale Trofeo Bravo: 1 - 1983 Nominato UEFA Golden Player per il FSGC - 2004 Onorificenze Medaglia di bronzo al valore atletico «Campione italiano professionisti» — Roma, 1982. Medaglia d'oro al valore atletico CONS — Città di San Marino, 1989 Medaglia d'oro del centenario della FIFA «Premio alla carriera sportiva» — Città di San Marino, 15 gennaio 2005.
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ENRICO SAVIO Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1926 al 1927 Esordio: 06.01.1927 - Coppa Italia - Cento-Juventus 0-15 1 presenza - 5 reti
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SILVIO CAGLIERIS Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 01.01.1902 Luogo di morte: Torino Data di morte: 18.01.1965 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1926 al 1927 Esordio: 27.02.1927 - Coppa Italia - Parma-Juventus 0-2 1 presenza - 0 reti subite
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DANIELE ZANNONI Nazione: Italia Luogo di nascita: Ravenna Data di nascita: 03.02.1954 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1971 al 1972 Esordio: 02.03.1972 - Amichevole - Novara-Juventus 1-1 Ultima partita: 11.05.1972 - Amichevole - Susa-Juventus 1-2 0 presenze - 0 reti
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UBERTI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 01.09.1955 - Amichevole - Juventus-Juventus De Martino 2-3 Ultima partita: 11.09.1955 - Amichevole - Padova-Juventus 3-0 0 presenze - 0 reti
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GIUSEPPE GALDERISI «Galderisi ebbe un momento di fortuna che oggi si potrebbe definire sfacciata – scrive la pungente penna di Caminiti – nell’esordio in Serie A dal 60’ in sostituzione di Marocchino, avvenuto a Perugia in un match senza gol, il 9 novembre 1980, le sue doti si erano potute appena intuire, doti di sveltezza innanzitutto. Poi il 14 febbraio 1982 giocò contro il Milan e segnò i tre gol della sua vita, e Boniperti, cioè il più silenzioso presidente dell’intera storia del pallone, gli dedicò una frase, anzi un pensiero, ricco di una grande virtù: la generosità. Boniperti disse testualmente: “Questo Galderisi fa gol come Zoff para”. Erano i giorni in cui Zoff lustrava la sua gloria sempiterna e parve una profezia per la carriera più luminosa. Così fu in effetti, anche se di gol nella Juventus, dopo quei tre, non ne avrebbe segnati molti: il marchio, direbbe Angelo Caroli, rimane». Per acquistarlo, ragazzino, dal Raito squadra di Vietri sul Mare, la Juventus aveva battuto la concorrenza di Napoli, Inter, Varese e Atalanta. L’avevano visto già a Parma, dove la sua famiglia ha vissuto 11 anni: «Da pochi mesi eravamo tornati al Sud, quando la Juventus venne a prendermi. Il mio destino era al Nord, evidentemente». Proprio in bianconero esordisce in Serie A, il 9 novembre 1980, che resterà l’unica presenza nella stagione. Galderisi è un uomo gol, ha tutte le caratteristiche da attaccante puro; sa sacrificarsi in ritorni utili alla squadra, ma il suo occhio svelto è sempre rivolto alla porta avversaria. «All’improvviso il mister mi fa dire di prepararmi dal massaggiatore De Maria. Corsetta, qualche esercizio, due o tre scatti, mentre la pioggia mi bagna i capelli. Trenta minuti tutti miei. Ma durati poco, troppo poco per uno come me che aspettava da sempre quel momento. Peccato non aver combinato molto in quella prima partita: un po’ come quando si scarta il cioccolatino nella speranza di leggere che hai vinto e invece trovi scritto “ritenta”». Grosso, che lo ebbe a lungo con sé nella Primavera bianconera, dive di lui: «Pochi minorenni nel nostro calcio hanno fatto capire subito che sarebbero diventati giocatori di primo piano. Agile, potente, capace di calciare indifferentemente di destro o di sinistro. Il suo tiro dai 16 metri è forte e preciso e, malgrado la statura, emerge in elevazione grazie alla sua scelta di tempo. Il suo ruolo iniziale era quello di mezza punta, ma è diventato uomo da area». «I primi tempi – racconta Nanu – sono stati molto duri. Sentivo terribilmente la nostalgia di casa e tante volte mi inventavo delle scuse per poter tornare in famiglia. Ma il solo fatto di potermi allenare con Bettega, Causio, Tardelli era come sognare a occhi aperti. Così come fantastica era la sensazione di tirare in porta a Zoff. Qualche volta l’ho fatto anche arrabbiare perché, magari, fintavo la botta e provavo a superarlo con un pallonetto. Ero giovane, carico e un po’ sfrontato. Sono stati anni meravigliosi ed io ho dato il massimo. Anche grazie a Beppe Furino con cui palleggiavo prima di iniziare ogni allenamento e al Trap che mi teneva ancora in campo quando gli altri avevano finito». Un metro e 70, 69 chili il suo peso forma, Galderisi non è certo piccolo, anche se il nomignolo affettuoso di Nanu se lo porta appresso come un’etichetta. La sua forza sono lo scatto, la grinta, la voglia di combattere su ogni pallone: conquistarlo, difenderlo, calciarlo, possibilmente dove il portiere non può arrivarci. Poi il gol contro l’Udinese: «Parto dalla panchina, ancora con il 16, ma Tardelli dopo mezzora si fa male. Tocca a me. Mi scaldo bene, fa freddo, la pista del Comunale è ricoperta di neve. Entro in campo, si cambia modulo, adesso si gioca con due punte: io e Virdis là davanti, mentre Bonini schierato con l’11 prende il posto di Tardelli». Nanu è in palla. Scatti, piroette, assist per i compagni: una meraviglia. Fino al fatidico minuto numero 52. «Cross in area, svetta Osti per l’occasione spostatosi in avanti. Borin, il portiere avversario riesce solo a respingere il pallone. Io sono lì, da solo, a due metri dalla porta. Basta un tocchetto. Gol, ho segnato. Dallo slancio finisco in porta anch’io, poi però, torno indietro e corro verso la curva a ringraziare i tifosi. Ricordo che mi venne incontro Cabrini e mi sollevò da terra. Con quel gol vincemmo la partita». E ancora la tripletta contro il Milan: «Stavo andando a Viareggio con la Primavera, per disputare il torneo di carnevale. Arrivato in Toscana arrivò la telefonata di Trapattoni che mi diceva di prendere il primo treno e tornare a Torino, perché l’indomani avrei giocato titolare. Quei tre gol furono uno dei momenti più belli della mia vita. Ma quanti calci nel sedere dal Trap! Mi controllava in tutto, che cosa mangiavo, se fumavo o meno. Lo faceva per il mio bene e per me è stato uno dei punti di riferimento più importanti della mia carriera». Ricorda ancora con amarezza quando Boniperti gli disse che in bianconero non c’era posto per lui: «Ci rimasi male, della Juventus mi resta comunque un bel ricordo, ma forse è stata la mia fortuna quella partenza. Ero chiuso da troppi campioni, avevo bisogno di libertà e soprattutto di giocare. Ma la Juventus è stato lo spaccato della mia vita. Quello stare insieme, quella disciplina, quella voglia di essere sempre i migliori, quella fame di voler sempre vincere. Solo chi è stato dentro può rendersi conto di cosa sia la Juventus, perché la Juventus non si può raccontare, la si deve vivere». Poi il Verona e lo scudetto da provinciale, quindi il passaggio dal ruolo di promessa a quello più impegnativo, ma senza dubbio più piacevole, di campione consacrato e appetito, tanto da finire alla corte di Berlusconi. Dopo il Milan, inizia il suo girovagare, che lo porta alla Lazio, di nuovo al Verona, sempre con pochissimo costrutto, anche a causa di numerosi infortuni che ne limitano il rendimento. Trova pace e tranquillità a Padova, dove inanella diverse buone stagioni in serie B. Nel 1986 Nanu è il centravanti titolare della Nazionale di Bearzot al Mondiale in Messico. Capitato in una dimensione troppo grande per lui, naufraga miseramente, non aiutato, certamente, da una squadra che è solo la brutta copia di quella trionfante al Bernabéu quattro anni prima. Ma la tripletta al Milan, soprattutto il gol su rimpallo con Collovati, ha la grandiosità dei classici: come Harpo che fuma la corda, il pasto di Chaplin ne “La febbre dell’oro” e l’inseguimento di “Ombre rosse” e autorizza l’ingresso di Galderisi nella storia bianconera. MASSIMO BURZIO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1988 Gli aficionados del Campo Combi lo sapevano. Quel ragazzino basso di statura, il fisico comunque ben costruito e due piedi magici, un giorno sarebbe arrivato in prima squadra. Era diventato il loro beniamino, lo chiamavano Nanu: una storpiatura in dialetto piemont-meridionale che voleva significare piccolo (e cioè nana) e giovane (e quindi gagnu) dal più stretto slang torinese. Era un soprannome che a seconda di come lo si intendesse poteva esser sia affettuoso, sia dispregiativo. Ebbene il ragazzino, il Nanu, diede ragione ai supporter più ottimisti e divenne Galderisi. L’avventura del giocatorino in bianconero durò, ad alto livello, soltanto un triennio: poco o forse tantissimo per uno che a tutto sembrava votato, ma certamente non al calcio. Almeno a quello di alto livello. E invece Beppe Galderisi rimarrà nella storia juventina come uno degli artefici di due vittorie in campionato e di un trionfo in Coppa Italia. C’è da dire, dunque, che per il Nanu la sorte ha voluto qualcosa in più di quello che normalmente è dato avere a molte giovani promesse e cioè veri e propri sfracelli nelle giovanili e poca fortuna nel calcio che conta. E poco importa se ora Galderisi non è più quello di un tempo, quasi che il risveglio dal sogno lo abbia reso più fragile e certamente meno bravo. Quand’anche la carriera del Nanu si chiudesse domani, gli resterebbe comunque la gioia di aver saputo vincere là dove voleva e cioè nella Juventus. Avere, insomma, conquistato i massimi traguardi proprio nella squadra che da ragazzino lo aveva fatto sognare e gioire. In un calcio sempre più dominato dal business questo non è poco: forse potrebbe essere tutto quello che un professionista vero potrebbe chiedere alla sua carriera. Perché è importante l’ingaggio, il premio partita, ma lo è forse di più quell’intima soddisfazione che chiunque di chi non prova (e che Galderisi ha provato) quando riesce a fare le cose bene e nell’ambiente che più aggrada. Nato a Salerno il 22 marzo del 1963 e presto trasferitosi con la famiglia al Nord, Giuseppe Galderisi dopo l’intera trafila nelle squadre giovanili bianconere raggiunge la prima squadra nel campionato 1980-81. Al fisico brevilineo unisce un buon impianto muscolare e una rapidità che lo fanno apprezzare sia sulla fascia sia al centro dell’attacco. Quello che la natura non gli ha dato in centimetri, Galderisi lo ottiene in coraggio, grinta e inventiva. In più la simpatia, innata, immediatamente percepibile che si unisce a una pulizia di animo raramente riscontrabile in altri personaggi del pianeta calcio. Bravo nel dribbling e nel palleggio con un tiro secco e bruciante, Nanu contribuisce nei suoi tre anni juventini alla conquista di due scudetti: 1981 e 1982 oltre alla Coppa Italia del 1983. In totale le presenze sono 32 e le reti 7. Nell’estate del 1983 lascia la Juventus nell’ambito della trattativa che porterà in bianconero Penzo e Vignola e si accasa al Verona. Qui troverà in Osvaldo Bagnoli il tecnico più adatto alle sue caratteristiche così da raggiungere nuovamente e inaspettatamente il traguardo dello scudetto. Se le qualità sono molte, infatti, a Galderisi fa difetto ogni tanto il carattere: l’allenatore papà ma anche padre padrone Bagnoli riesce a far emergere il Nanu anche oltre ai limiti raggiunti nella Juve, quando con un Trapattoni super professionista le esitazioni e le malinconie personali avevano poco spazio sacrificate com’erano dalle necessità di un collettivo che doveva vincere a tutti i costi. Dopo il Verona, il Milan e infine la Lazio dove Galderisi non ha certamente raccolto quanto poteva e doveva ottenere. In mezzo a questo peregrinare anche il Mondiale messicano del 1986 con un totale di 2 presenze azzurre, che vanno sommate alla maglia dell’Under 23 e alle 11 partite e dai gol della Giovanile. A ben guardare e meditare le cifre della carriera di Galderisi quasi si rischia di non poter dare un giudizio completo sul giocatore: 3 scudetti non sono pochi, ma il resto? Il resto forse è un sogno: quello del ragazzino del Combi che un giorno volò in alto e ora continua, un po’ più in basso, a cercare di liberarsi dal peso di ricordi che per un giovane di soli 25 anni sono certamente troppo pesanti. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/giuseppe-galderisi.html
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GIUSEPPE GALDERISI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Galderisi Nazione: Italia Luogo di nascita: Salerno Data di nascita: 22.03.1963 Ruolo: Attaccante Altezza: 168 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Nanu Alla Juventus dal 1980 al 1983 Esordio: 20.08.1980 - Coppa Italia - Udinese-Juventus 2-2 Ultima partita: 19.06.1983 - Coppa Italia - Verona-Juventus 2-0 32 presenze - 7 reti 2 scudetti 1 coppa Italia Giuseppe Galderisi (Salerno, 22 marzo 1963) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Soprannominato Nanu dai tifosi della Juventus, è il miglior rigorista in Serie A nella storia dell'Hellas Verona insieme a Luca Toni (12). Giuseppe Galderisi Galderisi al Verona nel 1983 Nazionalità Italia Altezza 168 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1º luglio 1997 - giocatore Carriera Giovanili 1975-1977 Vietri-Raito 1977-1980 Juventus Squadre di club 1980-1983 Juventus 32 (7) 1983-1986 Verona 82 (25) 1986-1987 Milan 21 (3) 1987-1988 → Lazio 33 (1) 1988-1989 → Verona 28 (4) 1989-1995 Padova 180 (50) 1996 N.E. Revolution 4 (0) 1996-1997 Tampa Bay Mutiny 37 (12) 1997 N.E. Revolution 7 (0) Nazionale 1981 Italia U-20 ? (?) 1982-1987 Italia U-21 16 (2) 1985-1986 Italia 10 (0) Carriera da allenatore 1999-2000 N.E. Revolution Vice 2000-2001 Cremonese 2001-2002 Mestre 2002-2003 Giulianova 2004 Gubbio 2005 Viterbo 2005-2006 Sambenedettese 2006-2007 Avellino 2008 Foggia 2008-2009 Pescara 2009-2010 Arezzo 2010 Arezzo 2010-2011 Benevento 2011-2012 Triestina 2012 Salernitana 2014 Olhanense 2014-2015 Lucchese 2016-2017 Lucchese 2018-2019 Gubbio 2020 Vis Pesaro 2021-2022 Mantova 2023 Gelbison 2024 Gelbison Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1984 Caratteristiche tecniche Giocatore Attaccante rapido e agile, Galderisi è stato un cannoniere prolifico e reattivo, doti alle quali aggiungeva la predisposizione al movimento senza palla, la generosità e la tenacia. Era in grado di calciare con potenza e precisione anche dalla distanza e, a dispetto della bassa statura, era abile anche di testa, grazie alla precisione nello stacco e all’elevazione. Inizialmente schierato come seconda punta, si realizzò pienamente come centravanti, ruolo che ricopriva alla perfezione per merito della sua rapidità, del senso del gol e del suo stile da rapace d’area. Fu penalizzato dai frequenti infortuni e da una certa discontinuità durante la militanza in squadre di grande caratura, riuscendo d'altra parte a giocare con un buon rendimento in società di medio-bassa classifica. Carriera Giocatore Club Gli inizi Cresciuto a Trecasali, nel Parmense, gioca nelle giovanili della Vietri-Raito, nel salernitano. A quattordici anni e mezzo è acquistato dalla Juventus, entrando nel vivaio torinese. Juventus Galderisi alla Juventus, a fianco del bolognese Mancini, nel campionato 1981-1982 Il 20 agosto 1980 esordisce in prima squadra della Juventus, in occasione della gara di Coppa Italia in casa dell'Udinese (2-2). La prima presenza in Serie A arriva il successivo 9 novembre, con l'ingresso in campo al 60' di Perugia-Juventus (0-0). Coi piemontesi gioca altri due campionati: nella stagione 1981-1982, a diciott'anni, anche a causa di un grave infortunio occorso a Bettega, gioca 15 gare da titolare schierato da Giovanni Trapattoni ed è autore di 6 gol, tra cui tripletta in Juventus-Milan (3-2); l'anno successivo non trova spazio in squadra, causa la concorrenza di Paolo Rossi e l'arrivo degli stranieri Michel Platini e Zbigniew Boniek. Con la maglia bianconera Galderisi ha vinto due scudetti e una Coppa Italia. Verona, Milan e Lazio Galderisi in azione alla Lazio nella stagione 1987- 1988 Nel 1983 si trasferisce all'Hellas Verona, siglando 9 reti nell'annata 1983-1984. Nella stagione successiva, 1984-1985, è tra gli elementi determinanti per la vittoria dell'unico, storico scudetto della squadra scaligera, all'epoca allenata da Osvaldo Bagnoli, di cui è capocannoniere (11 gol in 29 presenze). Gioca un altro campionato a Verona prima di trasferirsi, per cinque miliardi di lire più il cartellino di Paolo Rossi,[6] al Milan. Nell'annata 1986-1987 colleziona coi rossoneri 21 presenze e 3 gol in campionato, vincendo un Mundialito per club. Per il torneo 1987-1988 scende in Serie B alla Lazio guidata da Eugenio Fascetti, centrando la promozione in Serie A. Nell'annata seguente torna in serie A a Verona segnando 4 gol. Padova ed esperienze nordamericane Galderisi (in primo piano) in azione per il Padova nel 1993, contrastato dal modenese Moz. Nell'estate del 1989 è riscattato dal Milan, che lo cede a campionato iniziato al Padova in Serie B, voluto fortemente dal direttore sportivo Piero Aggradi. Veste la divisa biancoscudata sette stagioni, di cui cinque nella serie cadetta (segnando 14 gol nel 1990-1991, 12 nel 1992-1993, 15 nel 1993-1994). Il ritorno in massima categoria è meno prolifico, con il solo gol segnato contro il Brescia nella stagione 1994-95, ma l'attaccante è in campo nello spareggio vinto ai rigori col Genoa, valido per la permanenza in Serie A. L'anno seguente, a stagione in corso, Galderisi lascia Padova per chiudere la carriera negli Stati Uniti, disputando un campionato a testa con New England Revolution e Tampa Bay Mutiny, in Major League Soccer, e conquistando una Supporters' Shield. Nazionale Subito dopo la vittoria dello scudetto con il Verona, viene convocato in nazionale dal commissario tecnico Enzo Bearzot ed esordisce il 2 giugno 1985, a 22 anni, entrando al posto di Bruno Giordano all'inizio del secondo tempo della partita amichevole contro il Messico (1-1) disputata allo Stadio Azteca di Città del Messico. Galderisi ottiene la fiducia del CT che lo convoca per il Mondiale 1986, dove viene preferito a Paolo Rossi come spalla di Altobelli in attacco; gioca da titolare tutte e quattro le partite disputate dall'Italia, che viene eliminata dalla Francia negli ottavi di finale. In seguito all'avvicendamento tra Bearzot e Azeglio Vicini non verrà più convocato e concluderà la sua esperienza in nazionale con 10 presenze, senza nessun gol. Allenatore Gli inizi Nel 2001 fonda a Padova la Galderisi Soccer Team, scuola calcio che si occupa della crescita di giovani calciatori fino alla categoria Giovanissimi. In seguito ha allenato Cremonese (Serie C2), Mestre (Serie C2 2001-2002 dalla quinta alla ventisettesima giornata, esordendo nella partita Trento-Mestre, esonerato), Giulianova (esonerato a novembre dopo la sconfitta 0-3 in casa col Crotone e contestazione della tifoseria), Gubbio (Serie C2, subentrato a 2 mesi dalla fine), Viterbo (serie C2, subentrato a fine dicembre ed esonerato dopo la sconfitta 4-0 con la Lodigiani e penultimo posto in classifica), Sambenedettese (esonerato dopo 8 gare). Avellino, Foggia, Pescara e Arezzo Nel 2006-2007 è allenatore dell'Avellino, in Serie C1. A quattro giornate da fine stagione regolare, con l'Avellino al secondo posto, Galderisi è esonerato dal presidente Massimo Pugliese, sostituito da Giovanni Vavassori. Da gennaio 2008 sostituisce Salvatore Campilongo sulla panchina del Foggia in Serie C1. Porta i pugliesi ai play-off, perdendo in semifinale con la Cremonese, venendo eliminato, restando in Serie C1. A giugno 2008 diventa allenatore del Pescara in Serie C1 e a marzo seguente è esonerato per via della pessima posizione in classifica della squadra adriatica (zona play-out). A novembre 2009 diventa allenatore dell'Arezzo. Il presidente Piero Mancini esonera Galderisi dopo il pareggio 1-1 col Viareggio, richiamando Leonardo Semplici, esonerato a novembre. Nella sua ultima conferenza stampa, Galderisi ha un alterco con il giornalista Romano Salvi del Corriere di Arezzo. Benevento, Triestina e Salernitana A dicembre 2010 diventa allenatore del Benevento subentrando a Agatino Cuttone. Coi sanniti sfiora la promozione in Serie B (persa alle seminfinali play-off con la Juve Stabia), lasciando successivamente l'incarico. Il 25 ottobre 2011 diventa allenatore della Triestina in Prima Divisione subentrando all'esonerato Gian Cesare Discepoli. Galderisi porta la Triestina al terz'ultimo posto finale in classifica e retrocede in Seconda Divisione dopo i playout persi. Il 13 luglio 2012 firma contratto biennale con la Salernitana, in Seconda Divisione. L'esperienza con la squadra della sua città dura pochi mesi: il 20 settembre, dopo aver raccolto appena un punto in tre gare, ultimo in classifica, è esonerato, sostituito da Carlo Perrone. Olhanense e Lucchese Il 7 gennaio 2014 diventa allenatore dei portoghesi dell'Olhanense (in quel momento all'ultimo posto in Primeira Liga), con l'obiettivo salvezza. Debutta il 12 gennaio col Vitória Setúbal, vinta dai rossoneri 2-1. A fine stagione, dopo la sconfitta 3-1 col Vitória Setúbal, l'Olhanense è all'ultimo posto in campionato retrocedendo in Segunda Liga. Il 18 novembre 2014 diventa allenatore della Lucchese in Lega Pro al posto dell'esonerato Guido Pagliuca. La squadra ottiene una tranquilla salvezza. Il 28 maggio 2015 la società comunica che il suo contratto non sarà rinnovato, annunciando quindi la sua partenza dal club toscano. Il 9 marzo 2016 torna ad allenare la squadra toscana. Viene esonerato il 27 marzo 2017, dopo un periodo negativo, che ha visto le Pantere conquistare sei punti nelle ultime otto partite giocate, culminato con dissidi insanabili con la società. Ritorno a Gubbio, Vis Pesaro, Mantova e Gelbison Il 26 novembre 2018 viene chiamato a sostituire l'esonerato Alessandro Sandreani sulla panchina del Gubbio, dove era già stato all'inizio carriera. Portato il team alla salvezza, a fine maggio si separa dal club. Il 18 febbraio 2020 viene nominato nuovo tecnico della Vis Pesaro. Rileva l'esonerato Simone Pavan con la squadra al quattordicesimo posto. Ottenuta la salvezza, dopo una sola gara disputata, causa il blocco del campionato per il covid, viene confermato per la stagione successiva ma il 3 novembre 2020, dopo una sola vittoria in campionato e col team al sedicesimo posto, viene esonerato. Il 14 dicembre 2021 assume la guida del Mantova, in Serie C, al posto dell'esonerato Maurizio Lauro. Rileva la squadra in zona play-out, al diciassettesimo posto. Il 12 aprile 2022, dopo un periodo negativo con cinque punti nelle ultime otto partite e la squadra al quindicesimo posto, un punto sopra la zona play-out, viene sollevato dall'incarico e richiamato il suo predecessore Lauro. Il 3 aprile 2023 assume l'incarico di allenatore della prima squadra della Gelbison, in quel momento sedicesima nel girone C con 36 punti a tre giornate dal termine, sottoscrivendo un accordo fino a giugno 2024. Termina la stagione regolare con tre sconfitte piazzandosi al diciottesimo posto e retrocedendo dopo che ai play-out il Messina ha la meglio in virtù del miglior piazzamento in classifica. L'8 agosto 2024, ritorna sulla panchina della Gelbison, in Serie D, al posto di Domenico Giampà. Il 24 ottobre seguente, dopo la sconfitta di Sassari contro il Latte Dolce e con la squadra a centro classifica, viene esonerato. Dopo il ritiro È stato commentatore televisivo per Mediaset, Sky e Rai. Il 21 gennaio 2004 è colpito da infarto, nel centro di Padova, ed è sottoposto ad un intervento in angioplastica. Il 1º aprile 2010 è votato dai tifosi del Padova, su iniziativa della società, da "Calciatore biancoscudato del Secolo", concorso per stabilire quale giocatore e quale allenatore avessero fatto maggiormente breccia nel cuore dei tifosi padovani. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 3 - Juventus: 1980-1981, 1981-1982 - Verona: 1984-1985 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1982-1983
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REYNERT https://it.wikipedia.org/wiki/Foot-Ball_Club_Juventus_1911-1912 Nazione: Svizzera Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1910 al 1912 Esordio: 08.10.1911 - Prima Categoria - Torino-Juventus 2-1 Ultima partita: 24.03.1912 - Prima Categoria - Juventus-Piemonte 5-2 17 presenze - 11 reti
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GIUSEPPE ANTOGNINI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1915 al 1917 Esordio: 09.04.1916 - Amichevole - Juventus-Genoa 2-1 Ultima partita: 14.01.1917 - Amichevole - Juventus-Torinese 6-1 0 presenze - 0 reti
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GIUSEPPE MOTTA https://it.wikipedia.org/wiki/Foot-Ball_Club_Juventus_1915-1916 Nazione: Italia Luogo di nascita: Biella Data di nascita: 03.01.1894 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1914 al 1916 Esordio: 18.04.1915 - Amichevole - Alessandria-Juventus 0-0 Ultima partita: 25.06.1916 - Amichevole - Torino-Juventus 0-1 0 presenze - 0 reti
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ALBINO MUSSO Nazione: Italia Luogo di nascita: Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1915 al 1917 e dal 1920 al 1921 Esordio: 21.11.1915 - Amichevole - Savona-Juventus 3-0 Ultimo incontro: 20.09.1920 - Amichevole - Losanna-Juventus 3-5 0 presenze - 0 reti
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GUSTAVO DE PETRO Nazione: Italia Luogo di nascita: Ivrea (Torino) Data di nascita: 19.04.1894 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1915 al 1916 Esordio: 02.01.1916 - Amichevole - Torinese-Juventus 1-2 0 presenze - 0 reti
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GIUSEPPE BERGANTE Nazione: Italia Luogo di nascita: Casale Monferrato (Alessandria) Data di nascita: 10.02.1896 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1915 al 1917 e dal 1918 al 1919 Esordio: 02.01.1916 - Amichevole - Torinese-Juventus 1-2 Ultima partita: 25.05.1919 - Amichevole - Alessandria-Juventus 4-1 0 presenze - 0 reti
