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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. AMÁRO Acquistato nell’estate del 1962 dall’America di Rio, in Brasile, dove faceva il mediano di appoggio, alla Zito, per intendersi, ma senza avere la classe limpida di quest’ultimo. Nell’America il centrocampo era affidato a due uomini: Amàro di dietro e Juan Carlos davanti. Era una squadra, quella, veramente con i fiocchi. Una squadra che sovente giocava da pari a pari con il Santos. La chiamavano l’America del Miracolo. La coppia Amàro-Juan Carlos era veramente da Nazionale. Ma, singolarmente, i due giocatori valevano ben poco.«Dopo l’allenatore Amaral – scrive “La Stampa” del 27 luglio 1962 – è giunto ieri a Torino anche il secondo brasiliano della Juventus: il calciatore Amàro. Non è un nero, poiché il trainer non ritiene che sia possibile ambientare in Italia i più bravi atleti di colore che militano nelle squadre sudamericane, e non è neppure mulatto come il tanto discusso Amarildo: è bianco e addirittura biondo. È sceso dall’aereo alla Malpensa dopo dodici ore di volo con la figlioletta su un braccio e la graziosa signora al fianco. Ad attenderlo erano il segretario sportivo della Juventus Felice Borel, e Amaral cui era affidato il compito di tradurre nel suo ancora approssimativo italiano le dichiarazioni del nuovo arrivato. Amàro Viana Barbosa ha fatto un riassunto delle vicende che lo hanno portato in Italia. È nato l’11 aprile 1937 a Campos, una cittadina a circa 300 chilometri da Rio de Janeiro: il padre, proprietario di una fazenda, gli ha fatto seguire i corsi di studio nei vari gradi di college, seguendoli fino all’istituto superiore. Nel frattempo si era distinto come calciatore sino a essere ingaggiato, come titolare, dal F.C. America nel 1958. Quando dovette decidere per iscriversi all’Università optò per l’Istituto di Educazione Fisica che ha lasciato ora, al secondo anno di frequenza, per venire in Italia. Nel frattempo, quasi per celebrare la sua prima maglia gialloverde di Nazionale si è sposato con la signora Norma: dal matrimonio è nata Vaneska, che ha ora soltanto due mesi. Amàro ha giocato quattro volte in Nazionale nel 1961. Due incontri con il Cile e due con il Paraguay, nel ruolo di mediano di centrocampo, con il compito di affiancare Didi nella manovra di rilancio di Garrincha, Coutinho, Gérson e Zagallo. Amaral lo ha scoperto per conto della Juventus, prima avendolo come avversario della propria squadra il Botafogo, e poi quale allievo nei ranghi della Nazionale. La giornata di Amàro dopo il veloce viaggio fino a Torino, è stata piuttosto intensa: nel primo pomeriggio un lungo colloquio con Amaral (ripartito per Venezia ove terminerà le vacanze), poi la rituale presentazione in sede ai dirigenti e ai soci del circolo».Amaral è convinto che le sue caratteristiche si sposino perfettamente con Amarildo, stella del Botafogo, al quale la Juventus sta facendo una corte serratissima. Sfumato, però, l’acquisto del Garoto, Amàro viene provato in qualche amichevole e subito rimandato a casa. Si legge su “La Stampa” del 4 ottobre 1962: «Amàro Viana Barbosa lascerà questa sera o al più tardi domani mattina Torino per far ritorno in Sudamerica. La sua breve avventura italiana è terminata, prima ancora di poter entrare nel vivo; il brasiliano ha giocato soltanto qualche partita amichevole, poco più di un allenamento, senza poter dare un’esatta misura delle proprie capacità in gare di campionato. Ritornando in Brasile troverà un posto da titolare nel Corinthians, che a sua volta cede alla Juventus il centravanti Miranda». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/03/amaro.html
  2. AMÁRO https://it.wikipedia.org/wiki/Amaro_Viana_Barbosa Nazione: Brasile Luogo di nascita: Campos dos Goytacazes Data di nascita: 11.04.1937 Luogo di morte: Campos dos Goytacazes Data di morte: 21.09.2010 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Brasiliano Soprannome: - Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 26.08.1962 - Amichevole - Varese-Juventus 0-4 Ultima partita: 12.09.1962 - Amichevole - Juventus-Djurgarden 1-2 0 presenze - 0 reti Amaro Viana Barbosa, detto Amaro (Campos dos Goytacazes, 11 aprile 1937 – 21 settembre 2010), è stato un calciatore brasiliano, di ruolo centrocampista. Amaro Viana Barbosa Nazionalità Brasile Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 19?? Bonsucesso ? (?) 1957-1961 America-RJ ? (?) 1961-1962 Juventus 0 (0) 1961-1965 Corinthians 106 (6) 1965-1967 Portuguesa ? (?) 1969 Bonsucesso ? (?) Nazionale 1961 Brasile 4 (0) Carriera Vinse il campionato carioca nel 1960.
  3. ANGELO AMADORI Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 15.01.1949 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1968 al 1969 Esordio: 17.10.1968 - Amichevole - Astimacobí-Juventus 0-12 Ultima partita: 05.03.1969 - Amichevole - Juventus-Gais Goteborg 3-0 0 presenze - 0 reti
  4. DOMENICO MAROCCHINO Nella gara di ritorno con il Widzew Łódź, nella Coppa Campioni 1982-83, in cui sostituì Bettega, fu accolto all’aeroporto di Varsavia da uno stuolo di ragazzine polacche entusiaste che esibivano un’incredibile striscione con la scritta (in italiano) “Marocchino, vieni a ballare con noi in discoteca”, a testimonianza che Domenico ha spesso, inconsciamente, inteso il calcio come un hobby e non come una professione vera e propria. «Ho esordito a pochi passi da Torino, a Tronzano nella squadra locale, poi un provino fortunato alla Juventus ed ecco tutta la trafila, fino ala prima squadra. Sono stato Campione d’Italia Allievi, vice Campione nella Primavera, ho giocato con Rossi, Marangon e Zanoni, poi ho giocato trentacinque partite in C e altrettante in B alla Cremonese e una in A, a Bergamo. Nell’estate del 1979, finalmente nella Juventus. Penso che, per un giocatore, la Juventus rappresenti il culmine delle aspirazioni, nel senso che giocare nell’Inter, nel Milan, nel Torino, è bello, ma la Juventus ha un qualcosa di più, rappresentato da quel certo fascino che le deriva dal fatto che tutta l’Italia guarda a lei. Quindi, una grossa soddisfazione e nello stesso tempo un notevole sacrificio perché sulle spalle si porta un fardello che non tutti sono degni di sostenere». MASSIMO BURZIO, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1987 Poteva essere un grande della Juventus. Poteva, voleva e ne aveva i mezzi. Per mille e una ragione è rimasto una promessa, uno in cui molti avevano creduto e nulla più. Domenico Marocchino è stato l’uomo delle occasioni perdute e delle grandi illusioni. Ed è un peccato perché potenzialmente il Meco aveva tutti i mezzi per sfondare. Non seppe, invece, tenere fede alle speranze di quanti, in primis Boniperti e Trapattoni, credevano in lui. I motivi sono molti e sarebbe ingiusto e riduttivo, oggi, esprimere soltanto giudizi negativi. Anzi, la stima e la simpatia che ho per Marocchino mi spinge ad affermare, senza tema d’essere smentito, che il ragazzone di Tronzano poteva essere un titolare inamovibile se soltanto avesse temperato un poco il carattere e le circostanze generali fossero state più favorevoli. Ma a nessuno di noi è data la possibilità di ripetere le prove più importanti della nostra vita: siano esse legate agli affetti, al lavoro o allo sport. E tant’è. Si deve andare avanti facendo tesoro delle esperienze acquisite. Ma chi è stato Marocchino? Il cavallone discontinuo (e certe volte assente) che tante volte ha fatto penare Boniperti, Trapattoni e i tifosi oppure un ottimo calciatore che ha avuto soltanto la sfortuna di non capire che la Juve concede poche prove d’appello e non può permettersi d’attendere oltre il lecito l’esplosione di un giovane calciatore? «Ai ragazzi – mi disse un giorno Trapattoni dopo un allenamento, lontani da orecchie indiscrete – la Juve chiede una crescita graduale e costante. Non pretende e non cerca boom, né vuole meteore. Basta maturare giorno dopo giorno». Per Marocchino non è andata così e, lo ripeto, mi spiace così come dispiacque, ai tempi, a quanti nel calcio vedono un poco più in là del proprio naso e del risultato contingente. Con questo non voglio dire che Marocco non sia personaggio intelligente calcisticamente e umanamente preparato. Anzi. Mi preme, invece testimoniare la storia di un giocatore a cui la sorte ha concesso meno del dovuto. E chi conosce Marocchino, sa che l’uomo è valido, il calciatore è di buon livello e il contenitore è certamente diverso dal contenuto. Una cosa è certa: Beppe Furino è uno che di calcio se ne intende. Il Capataz era certo delle possibilità di Meco, avrebbe scommesso senza paura sulla carriera del buon Domenico e ancora oggi, come chi scrive, ricorda le belle intuizioni dell’allora giovane collega. Nato a Tronzano (Vercelli) il 5 maggio del 1957, Marocchino è cresciuto nelle minori bianconere. Poi la provincia con un’escalation: Casale in serie C, Cremonese in Serie B e Atalanta in Serie A. Dovunque attestazioni di merito e approvazioni del pubblico. Nel 1979 Marocco viene richiamato alla Juve: l’intendimento dei dirigenti è quello di farlo diventare prima o poi il vice Causio e quindi arrivare a rilevare il campione leccese. Con lui (seconda o meglio alternativa paritaria) c’è anche Fanna. Il colpo riesce in parte a tutti e due, anche se a nessuno, Fanna e Marocchino, sarà concessa la possibilità di diventare stabilmente il nuovo Causio. In ogni modo, Marocchino mette in carniere gli scudetti 1981 e 1982 e la Coppa Italia 1983. Un buon palmarès, illustrato nell’arco di un quadriennio da 137 presenze totali (novantanove in campionato, ventidue in Coppa Italia e sedici nelle coppe europee) e da dodici goal (nell’ordine nove, due e uno nelle tre manifestazioni). Dotato di un buon fisico, di un discreto dribbling e di una vivace intelligenza calcistica, Marocco ha sempre peccato nello scatto e nel tiro (arma, questa, spesso validissima ma sempre usata con inspiegabile parsimonia). Tra le soddisfazioni di Marocchino anche un gettone azzurro: contro il Lussemburgo a Napoli. Poco, troppo poco. Ragazzo simpatico e divertente, grande tombeur de femmes, amante dei begli abiti e delle buone automobili, Marocchino è stato il tipo giusto nell’epoca sbagliata anche alla Sampdoria dov’è approdato nel 1983 e poi al Bologna. Proprio in maglia rossoblu doveva esserci il grande rilancio. Invece oggi (ma scrivo con grande anticipo, sul finire dell’estate poiché l’amico Refrigeri è attento e preciso custode dei tempi di realizzazione di “Hurrà”) Domenico è rimasto addirittura senza contratto. La regola crudele dello svincolo e precise scelte tecniche del Bologna hanno fatto vivere al vercellese un’estate certamente non felice. Speriamo che quando queste righe saranno state stampate Marocchino abbia ritrovato una squadra. Ne ha tutte le possibilità e lo merita. E poi, se non accadesse, a Marocco resteranno occasioni extra calcistiche e un bagaglio di ricordi e vittorie targate Juve che nulla potrà cancellare. NICOLA CALZARETTA, “GS” DEL DICEMBRE 2010 A uno come Domenico Marocchino devi voler bene per forza. Impossibile fare diversamente. Divertente, estroverso, sveglio. Un portatore sano di genio, bambino dentro, senza scomodare l’immancabile Peter Pan, con le sindromi a lui associate. Perché il Marocco è una persona sana, anzi sanissima, imprenditore felice, opinionista acuto, con tanto di prole a carico. Non usa il computer, ma solo per pigrizia. Una persona intelligente, che non ha smesso di sorridere alla vita: un modo di essere, uno stile pregiato da quando quattordicenne entrò per la prima volta nel fantastico mondo della Juventus. Ricorda tutto, in special modo la sua prima maglia bianconera: «di lana, a mezze maniche e con il numero otto: bellissima». Il provino andato bene e Italo Allodi, all’epoca General Manager della società bianconera, che gli ordina di passare dalla sede per la firma sul cartellino. È l’inizio di una favola, che ha come protagonista un giocatore vero, un talentuoso del dribbling, un anarchico borghese. Dal cuore grande e dalla simpatia contagiosa che all’inizio degli anni Ottanta ha toccato il cielo con un dito, vincendo due scudetti con la Juventus. Com’è possibile? «Ti stupisci, né? Li ho vinti davvero. Ventiquattro partite e cinque goal nel 1980-81. ventinove gare e un golletto l’anno dopo. Ho segnato meno, solo un goal, ma ho giocato con più continuità. È stato il mio campionato perfetto. Non mi era mai successo prima di avere così tanta consapevolezza nei miei mezzi e la piena fiducia dell’ambiente». A quale dei due scudetti sei più legato? «Non c’è differenza. Quando vinci, e lo fai con la squadra che ami, tutti i successi sono belli. Il cuore ti batte forte, sei felicissimo. Piuttosto ci sono delle sfumature diverse tra l’uno e l’altro». Per esempio? «Il primo scudetto lo abbiamo vinto al Comunale all’ultima giornata contro la Fiorentina. Segnò Cabrini con un sinistro volante, ma il merito fu mio che gli feci un assist perfetto. Fu un’azione caparbia, la palla sembrava persa. La recuperai, la difesi e poi crossai al centro dell’area. Ma la cosa più bella la feci a fine partita». E cioè? «Fatta la doccia, me ne andai da solo nello spogliatoio del mio primo provino e mi fumai una fantastica Marlboro, con la mente leggera nel ricordo di quel giorno di dieci anni prima». Già, le sigarette: quante ne fumavi? «Fumavo! Potevano essere tre al giorno come quindici. Il Trap era una bestia. Zoff una volta mi disse: “Moderati”». Lo hai fatto? «Sì, proprio in quell’anno del primo scudetto. Quando Trapattoni iniziò a farmi giocare da titolare, ebbi l’illuminazione. Andavo a dormire un’oretta nel pomeriggio e iniziai a scalare le sigarette». A proposito: com’è che il Trap ti mise dentro? «Non andavamo bene all’inizio. Brady ancora non si era integrato. La squadra era un po’ leggerina in avanti e Trapattoni pensò a me. Ma non solo per una questione di peso e centimetri. Gli facevo comodo tatticamente». In che senso? «Nel senso che io ero in grado di fare tutti e tre i ruoli dell’attacco. Anche la punta centrale, perché ero capace di difendere il pallone. E poi c’è un’altra cosa: andavo a pressare. Mi venne così, d’istinto, fu una mia iniziativa. Ricordo che il Trap; tempo dopo, disse: “Il pressing lo abbiamo fatto per la prima volta con Marocchino”». E intanto Causio ribolliva in panchina: «Causio era un’istituzione e un professionista esemplare. Con me si comportò molto bene. Certo, l’aver perso il posto lo stizzì parecchio. Ma già l’anno prima avevo fatto diverse partite. Spesso giocavo a sinistra, con lo stesso Causio. Non ti dimenticare che c’era anche Fanna, uno che batteva i corner allo stesso modo, sia di destro che di sinistro, bravissimo ragazzo, oltretutto». Perché, tu invece come eri? «Hai un’altra domanda?» No: «Ero giovane, mica potevo pensare solo al pallone. Cercavo di divertirmi, ma l’ho passata liscia poche volte. Boniperti mi conosceva benissimo, da quando ero un ragazzino. Appena tornai, mi fece pedinare. Lui aveva una cerchia di persone, per lo più militari in pensione, che pagava per controllare i giocatori, soprattutto di notte. Ma questa cosa l’ho scoperta un po’ di tempo dopo». Come? «Una domenica, prima di una partita con il Napoli, chiesi a De Maria (il massaggiatore, ndr) dei laccetti per tener su i calzettoni. Lì vicino c’erano anche Boniperti e Giuliano. De Maria mi dà i laccetti e poi mi dice: “Vai a scaldarti”. E Boniperti: “Ma lui si scalda con le more”. Io spalanco gli occhi e gli dico: “Ma la mia fidanzata è bionda!”. Diavolo di un presidente, mi aveva beccato». Però non mi risulta che tu abbia smesso di uscire di notte: «Una volta mi videro in giro che erano le tre. Io dissi che era colpa del presidente. Era lui che voleva che i giocatori respirassero aria buona. Ed io lo avevo preso alla lettera. E giù multe». Quante ne hai pagate? «Tante, al punto che già nel contratto lo scrivevamo e mettevano la cifra, tanto era un evento sicuro». Quella più salata? «La volta che non mi sono svegliato ed ho dovuto inseguire il pullman della squadra». Racconto dettagliato, please: «Dovevamo andare a Verona a giocare. Appuntamento come al solito al Comunale. Succede che non mi suona la sveglia. Trapattoni non mi vede arrivare, smadonna, si incazza. È tardi, allora dice all’autista di passare da casa mia». Sapevano dove abitavi? «Di preciso, no. Mai dare indizi al nemico. Conoscevano il quartiere. Immagina la scena: il pullman della Juve che ciondola per Torino per recuperare un giocatore. Ma io stavo dormendo, quindi la comitiva prende l’autostrada per Verona». E tu? «Io intanto mi sveglio, mi rendo conto che sono in ritardo e mi fiondo allo stadio. Non trovo nessuno, solo il custode che mi fa: “Devi raggiungere Verona con ogni mezzo”. Prendo l’autostrada e dopo un po’ raggiungo il pullman. La cosa buffa è che i miei compagni che stavano in ultima fila (i vecchi erano doverosamente nei primi posti) mi facevano con le mani il gesto dei numeri». A indicare cosa? «I milioni della multa. Qualcuno faceva otto, altri cinque, altri tre. Alla fine sono stati cinque, senza fattura. Un salasso. Boniperti mi disse soltanto: “Non ti sei fatto la barba”. Mi voleva bene. Solo una volta mi sono arrabbiato un po’ con la società». In quale occasione? «Dopo la finale di Atene». Scusa la parentesi, ma perché la Juve perse quella partita? «Perché giocai soltanto mezzora (ride). Un po’ mi dispiace, perché credevo di partire titolare. A ogni modo i motivi veri sono tre. Primo: ci ha danneggiato il fatto di essere arrivati alla finale imbattuti. Non eravamo abituati alla sconfitta. Secondo: passarono troppi giorni tra l’ultima di campionato e la finale, ci ammosciammo. Terzo: facemmo una partita blanda, mentre quella era una gara da prendere a morsi. Ci voleva uno rabbioso, uno come Furino, che peraltro rimase fuori». Com’erano i tuoi rapporti con lui? (ride) «Lo so cosa dove vuoi andare a parare. Diciamolo: in allenamento non ero il massimo dell’impegno. Lui, invece, non mollava mai. Nelle partitelle, se poteva, mi voleva contro. Che momenti: prima della partita c’era una vera e propria campagna acquisti. La gestivano i vecchi: Bettega, Furino appunto, Zoff. C’era un po’ di nonnismo, ma sano, positivo. Noi giovani venivamo dopo». C’era anche Prandelli tra i più giovani, giusto? «Cesare era con me a Cremona e Bergamo. Ragazzo serio, riflessivo, ma anche un giocherellone. Una sera siamo in ritiro a mangiare. Accanto me e a lui, Roberto Tavola. Si parla di fantasmi. Tavola dopo un po’ preferisce cambiare argomento. Si va a dormire. Io e Roberto siamo in camera assieme. Durante la notte mi sveglia e mi fa: “Domenico, smetti di darmi i pizzicotti al braccio”. Ma io stavo dormendo. Lui non mi crede, allora gli faccio vedere le mie mani. In quell’attimo il suo braccio viene pizzicato un’altra volta. Urla, sbianca, si impaurisce, proprio mentre da sotto il letto compare Prandelli che si era nascosto lì per fargli paura. Grande Cesare, si vedeva che avrebbe fatto l’allenatore. Era attento, assimilava, imparava». E nelle partitelle scommetto che Furino lo voleva con sé: «Sicuramente. Ma sappi che la cosa più bella delle partite, che erano tiratissime, era ciò che succedeva dopo». E cioè? «Le pagelle con i voti di Carlo Osti. Erano temute. Nello spogliatoio c’era una bacheca. Lui con il pennarello scriveva i voti. Era severissimo. Alcuni andavano e li correggevano, altri li cancellavano». Tu che facevi? «Niente, avevo sempre voti alti. Osti era il mio compagno di camera». Vabbeh, torniamo all’arrabbiatura dopo Atene: «Succede che sul volo di ritorno, mi capita una copia di un giornale. In prima pagina c’erano delle foto, tra cui la mia, con una croce sopra. Come dire: questi saranno ceduti. Vado dal dottor Giuliano. “Sono tutte illazioni”, fa lui. Bugia: mi avevano già venduto». Ma c’era ancora la Coppa Italia da giocare: «Che a quel punto era diventata l’unico traguardo rimasto. Mi feci male, un risentimento muscolare. Boniperti mi lasciò andare in vacanza in anticipo. Me ne stavo bello per i fatti miei, quando arrivò una telefonata dalla sede. “Torna che devi giocare la finale”». E tu? «Pensai che fossero tutti impazziti. Ero fermo, malandato, non stavo in piedi e dovevo giocare? Oltretutto, dopo che all’andata il Verona aveva vinto 2-0». Come si è risolta la faccenda? «Boniperti mi disse di non preoccuparmi. “Ti marcherà Marangon, lo conosci. Lui ti viene addosso, tu lo scansi con un braccio e parti”. Feci una scommessa con il presidente. Il doppio del prezzo in caso di vittoria. L’accordo era che avrei giocato il primo tempo. Per cui, nell’intervallo, io mi metto una sigaretta in bocca e inizio a spogliarmi. Arriva Trapattoni e mi tratta malissimo: “Devi tornare in campo”. “Non ci penso nemmeno”, dico io. Mi convinse Cabrini. E vincemmo la Coppa». Ma nel frattempo avevi fatto arrabbiare il Trap: «Sai che novità. Lo facevo arrabbiare dal primo giorno di ritiro all’ultimo. Arrivavo a Villar Perosa per la preparazione in condizioni disperate. Per le vacanze ci lasciava un biglietto con il lavoro da fare. Non ho mai fatto niente. La prima settimana non parlavo con nessuno, soffrivo in silenzio, non avevo la forza di fare nulla». Nemmeno un gavettone? «Per quelli la forza c’era sempre. Peccato che una volta presi proprio la moglie del Trap. Ma il Mister per me aveva un debole. La sera prima della partita saliva in camera, mostrava una pallina da tennis e diceva: “La vedi questa cosa qui? Va presa al volo”. La faceva rimbalzare e la riprendeva subito. E poi, prima di uscire, minaccioso: “E quella cosa là, invece, morde”». Morde davvero? «Ti racconto questa: dopo la fine del campionato 1980-81, c’era ancora la Coppa Italia da giocare. Feci un esperimento: fare l’amore tutti i giorni. All’ultima partita, dopo settanta minuti, stramazzai al suolo dalla fatica». Aveva ragione il Trap, allora: «Trapattoni è un grande, lo dico davvero. Un maestro, soprattutto di tecnica. Era più allenato lui di tanti di noi. Credeva in quel che faceva. La Juve dei miei due scudetti gli somiglia molto. C’è una partita che secondo me è l’emblema della forza e della capacità di non arrendersi di quella squadra: Juventus-Perugia del 1981. A dieci minuti dalla fine stavamo perdendo 1-0. Alla fine si vinse per 2-1, il goal decisivo lo feci io di stinco, all’89’». Ma fu una partita con molte polemiche: Bettega venne anche squalificato per le frasi a Pin. Cosa ricordi? «Bettega era uno che, se lo provocavi, diventava una belva. Non so se ha mai detto a Pin di lasciarlo segnare. So che quella Juve aveva una tale voglia di vincere e tali e tanti campioni che riusciva a superare ogni difficoltà. Anche in questo Trapattoni è stato bravo, soprattutto con i giovani. Ti stava sempre addosso. Anche se a volte sfiorava la paranoia». A cosa ti riferisci? «Prima di ogni partita mi mettevo le scarpette senza i calzettoni. Era un mio rito, un tic, era il mio modo di concentrarmi. Lo facevo tutte le volte. E lui mi urlava di mettermi subito i calzettoni perché temeva potessi giocare senza». È mai successo? «No, però è successo che abbia giocato per un campionato intero con una scarpetta rotta in punta dalla quale usciva il calzettone bianco. Così, ogni tanto, dovevo chinarmi per rimetterlo a posto. Un modo come un altro per tirare il fiato. La verità è che sono un pigro. A Cremona ho dormito per un anno con una cassetta di acqua minerale sotto il letto che si era rotto in due». Mi ricordavo delle scarpe nel frigorifero: «Vero anche quello, ma a scoprirle fu un mio compagno al quale avevo prestato la casa. Disse, questo qua avrà sicuramente qualcosa di fresco da bere. Ci trovò due mocassini». Stranezze in campo ne hai mai combinate? «In ordine sparso: una volta ho calciato fortissimo verso la porta, il pallone è andato fuori, mentre la scarpa ha centrato l’incrocio dei pali; ho fatto un goal di testa in tuffo al Catanzaro (mi marcava Ranieri), io che di testa ho sempre preso pochi palloni; ho fatto diciassette palleggi consecutivi a San Siro contro il Milan e sono finito dentro il film “Eccezziunale veramente”». Hai qualche rimpianto? «Ho fatto quattro anni alla Juve. Con la testa di oggi, ne avrei fatto come minimo il doppio. Mi è mancata la costanza. Quando scali la montagna, devi avere il coraggio di scendere. Ma io ho vissuto il calcio come uno sport, non come un lavoro. E sono un uomo felice». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/domenico-marocchino.html
  5. DOMENICO MAROCCHINO https://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Marocchino Nazione: Italia Luogo di nascita: Vercelli Data di nascita: 05.05.1957 Ruolo: Centrocampista Altezza: 186 cm Peso: 80 kg Nazionale Italiano Soprannome: Marocco Alla Juventus dal 1979 al 1983 Esordio: 19.09.1979 - Coppa delle coppe - Juventus-Raba Vasas Eto 2-0 Ultima partita: 22.06.1983 - Coppa Italia - Juventus-Verona 3-0 137 presenze - 12 reti 2 scudetti 1 coppa Italia Domenico Marocchino (Vercelli, 5 maggio 1957) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. Domenico Marocchino Marocchino alla Juventus nel 1981 Nazionalità Italia Altezza 186 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Termine carriera 1º luglio 1992 - giocatore 30 giugno 1999 - allenatore Carriera Giovanili 1974-1976 Juventus Squadre di club 1976-1977 Juniorcasale 35 (2) 1977-1978 Cremonese 34 (2) 1978-1979 Atalanta 18 (1) 1979-1983 Juventus 137 (12) 1983-1984 Sampdoria 14 (1) 1984-1987 Bologna 70 (14) 1987-1988 Casale 13 (1) 1988-1992 Valenzana 64 (3) Nazionale 1981 Italia 1 (0) Carriera da allenatore 1998-1999 La Chivasso Carriera Giocatore Club Marocchino al Bologna nel 1984, tra Frutti e il tecnico Pace. Cresciuto nel vivaio della Juventus, vestì le maglie di Juniorcasale e Cremonese prima di esordire in Serie A con la maglia dell'Atalanta, il 17 dicembre 1978, in occasione della gara contro la Fiorentina terminata 0-0. Nel 1979 fece ritorno alla Juventus, nelle cui file militò per quattro stagioni, vincendo due scudetti e una Coppa Italia. Chiamato inizialmente a succedere all'ala destra a un decano della squadra quale Franco Causio, tuttavia Marocchino non riuscì a raccogliere appieno la pesante eredità. La sua migliore stagione in bianconero rimase quella del 1981-1982: è in tale annata che venne chiamato dall'allora tecnico della nazionale italiana, Enzo Bearzot, in quella che rimarrà l'unica apparizione con la maglia azzurra. Vestì quindi le maglie di Sampdoria e Bologna, prima di chiudere la carriera nei professionisti dopo un fugace ritorno a Casale Monferrato, nel 1988. Continua quindi in Interregionale con la maglia della Valenzana fino al 1992. In carriera ha totalizzato complessivamente 131 presenze e 11 reti in Serie A, e 104 presenze e 6 reti in Serie B. Nazionale Il 5 dicembre 1981, a Napoli, esordì in nazionale per quella che rimase l'unica sua presenza in maglia azzurra, nella gara conclusiva delle qualificazioni UEFA al campionato del mondo 1982, vinta 1-0 contro il Lussemburgo. Dopo il ritiro Nella stagione 1996-1997 ha intrapreso una breve carriera di allenatore, in Serie C2, concludendola due stagioni dopo a Chivasso nel campionato piemontese di Eccellenza. Dopodiché dagli anni 2000 diventa opinionista televisivo su canali sia nazionali sia locali, lavorando dapprima per Sport Mediaset, dov'è nel cast fisso di Guida al campionato, e poi per vari programmi calcistici di Rai Sport; è inoltre opinionista ricorrente, assieme a Francesco Graziani, del programma di Rai Radio 2 Campioni del mondo, condotto da Marco Lollobrigida, oltreché per altre emittenti radiofoniche minori. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 2 - Juventus: 1980-1981, 1981-1982 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1982-1983
  6. FABIO MARANGON https://it.wikipedia.org/wiki/Fabio_Marangon Nazione: Italia Luogo di nascita: Quinto di Treviso (Treviso) Data di nascita: 04.01.1962 Ruolo: Difensore Altezza: 170 cm Peso: 65 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1979 al 1980 Esordio: 11.05.1980 - Serie A - Juventus-Fiorentina 3-0 1 presenza - 0 reti Fabio Marangon (Quinto di Treviso, 4 gennaio 1962) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Fabio Marangon Marangon al Verona a metà degli anni 1980 Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 65 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1990 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1979-1980 Juventus 1 (0) 1980-1981 Prato 18 (2) 1981-1982 Lanerossi Vicenza 25 (0) 1982-1983 Sanremese 26 (2) 1983-1984 Alessandria 26 (1) 1984-1987 Verona 36 (0) 1987-1988 → Sambenedettese 35 (2) 1988-1989 Verona 22 (0) 1989-1990 Triestina 2 (0) Carriera Fratello minore di Luciano, anche lui calciatore, crebbe nelle giovanili della Juventus, con la cui maglia esordì in Serie A l'11 maggio 1980; successivamente giocò con Prato, Lanerossi Vicenza, Sanremese e Alessandria in Serie C. Tra il 1984 e il 1990, con l'eccezione di un campionato alla Sambenedettese, giocò nel Verona, con cui vinse lo storico scudetto della stagione 1984-1985. Chiuse la sua carriera con la Triestina nel 1990. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Verona: 1984-1985 Coppa Italia Serie C: 1 - L.R. Vicenza: 1981-1982
  7. LUCIANO MARANGON Ha lasciato il calcio giocato nel 1987 – si legge sulla pagina Facebook de La Maglia della Juve l’8 febbraio 2020 – a nemmeno trentun anni compiuti. Terminata la carriera agonistica ha lavorato come procuratore ed ha anche scritto un libro sulla sua vita (“Luna Tonda”, realizzato in collaborazione con Argia Di Donato) ma pare aver trovato la sua dimensione professionale solo da quando si è trasferito a Ibiza, dove ha aperto un locale molto frequentato durante la stagione turistica. Quando non è occupato al Soul Beach Café, Luciano Marangon si riposa e si diverte. A Luciano Marangon è sempre piaciuto divertirsi: quando giocava era uno che faceva parlare di se’ sia le riviste di cronaca rosa quanto quelle sportive. Di quei giorni, non rinnega nulla: più che comprensibile. «Mi è sempre piaciuto divertirmi, vivere bene; del resto, non ho mai fatto nulla di male a nessuno, non si può incolpare qualcuno soltanto perché cerca di stare il meglio possibile. L’Italia non mi offriva più quello che cercavo: è un paese splendido, ma la classe dirigente, pian piano, lo sta portando alla rovina. Ho avuto un migliaio di donne, ma non ne ho amate che due: una di queste è la madre di mio figlio Diego. Andavo in vacanza in Costa Azzurra quando i miei colleghi non sapevano nemmeno dove fosse. Fuori dal campo non mi sono mai risparmiato, ma nemmeno in campo: da calciatore, ho sempre dato il massimo, ovunque ho militato. Nel cuore porto soprattutto il Napoli, il Vicenza, con il quale ho ottenuto un sorprendente secondo posto in Serie A e, ovviamente, il Verona; in gialloblu ho vinto da protagonista uno storico scudetto. Ma non posso dimenticare gli anni trascorsi nel settore giovanile della Juventus, nel 1972 ci aggiudicammo il Campionato Primavera. Conservo ricordi carichi d’affetto nei confronti di quei tempi, ma soprattutto devo ringraziare la Signora per avermi formato come uomo: a Torino ti insegnano a vivere, ti fanno crescere sotto tutti i profili. Con la prima squadra bianconera non son riuscito a giocare una sola partita ufficiale; al contrario di mio fratello Fabio, formatosi anch’egli nel vivaio zebrato. Il Trap lo mandò in campo l’11 maggio del 1980 in occasione dell’ultima di campionato contro la Fiorentina. In ogni caso, con la maglia della Juve non avrei mai potuto diventare titolare: ero chiuso da Cabrini. Anche in Nazionale, dove ho disputato unicamente un incontro, avevo la strada sbarrata da Antonio. Ma non ho alcun rimpianto: “Cabro”, nel nostro ruolo, era il migliore al mondo. Davanti a un giocatore simile, potevo solo togliermi il cappello». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/10/luciano-marangon.html
  8. LUCIANO MARANGON https://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Marangon Nazione: Italia Luogo di nascita: Quinto di Treviso (Treviso) Data di nascita: 21.10.1956 Ruolo: Difensore Altezza: 174 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1971 al 1972 e dal 1973 al 1975 Esordio: 11.05.1972 - Amichevole - Susa-Juventus 1-2 Ultima partita: 28.12.1974 - Amichevole - Lecco-Juventus 2-2 0 presenze - 0 reti Luciano Marangon (Quinto di Treviso, 21 ottobre 1956) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Luciano Marangon Marangon al Verona nei primi anni 1980 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1987 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1974-1975 Juventus 0 (0) 1975-1980 Lanerossi Vicenza 128 (5) 1980-1981 Napoli 26 (0) 1981-1982 Roma 26 (0) 1982-1985 Verona 82 (2) 1985-1987 Inter 22 (0) Nazionale 1982 Italia 1 (0) Carriera Club Un giovane Marangon (a sinistra) nel 1972, nella sfida di Villar Perosa tra prima squadra e giovanili della Juventus, mentre insegue Anastasi. Dopo essere cresciuto nelle giovanili della Juventus passò nel 1975 al Lanerossi Vicenza, giocando da titolare, diciannovenne, il campionato di Serie B conclusosi con una salvezza di misura. L'anno seguente continuò a essere titolare e conquistò la promozione in Serie A nel primo anno di Giovan Battista Fabbri e di Paolo Rossi a Vicenza. Esordì in massima serie il 23 ottobre 1977, due giorni dopo il suo ventunesimo compleanno, ma nella stagione del secondo posto del Lanerossi giocò solo 12 partite, sostituito nel ruolo dal più esperto Vito Callioni. Torna a essere titolare nella stagione seguente, giocando anche in Coppa UEFA. Dopo la retrocessione tra i cadetti dei biancorossi rimase per un anno a Vicenza, per passare poi al Napoli dove ritrovò Mario Guidetti. Con i partenopei conquistò il terzo posto in classifica, bissato l'anno successivo con la maglia della Roma. Marangon al L.R. Vicenza a fine anni 1970, assieme a Paolo Rossi. Passato al Verona quella stessa estate, lasciò gli ex compagni giallorossi che vinsero lo scudetto che mancava al club romanista da oltre quarant'anni. Ritrovato per la terza volta come compagno Guidetti, dopo un quarto e un sesto posto centrò, alla terza stagione con gli scaligeri guidati da Osvaldo Bagnoli, uno storico titolo di campione d'Italia; in quella formazione militò anche suo fratello minore Fabio, di sei anni più giovane. In seguito passò nel 1985 all'Inter , per 3 miliardi di lire, dove non trovò molto spazio. Proprio con i nerazzurri, dopo il campionato 1986-1987 chiuso con appena 3 presenze, lasciò il calcio. Nazionale Alla vigilia del campionato del mondo 1982, è chiamato in Nazionale: esordì in azzurro il 14 aprile 1982 contro la Germania Est, tuttavia rimase quella l'unica sua presenza poiché il commissario tecnico Enzo Bearzot non lo incluse nella lista dei 22 partenti per la Spagna. Dopo il ritiro In seguito si cimentò nelle attività di procuratore di calciatori; inoltre è proprietario di un beach club a Ibiza. Nel 2011 ha pubblicato l'autobiografia Luna tonda. Palmarès Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1971-1972 Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - L.R. Vicenza: 1976-1977 Campionato italiano: 1 - Verona: 1984-1985
  9. LUCIANO BODINI «Boniperti ci voleva bene come se fossimo suoi figli. Ma aveva anche imposto delle regole e non si doveva sgarrare, il famoso stile Juventus. Ci vestivamo sempre eleganti, con giacca e cravatta, dovevamo salutare tutti e firmare gli autografi. Guai se ci fossimo rifiutati di firmare qualche autografo ai tifosi. Venivano le scolaresche al campo Combi a vedere i nostri allenamenti, un ambiente da sogno nel quale ho vissuto benissimo e senza mai creare polemiche. Era come stare in famiglia». GIANNI GIACONE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL NOVEMBRE 1979 Andiamo alla scoperta, autentica scoperta, di Luciano Bodini, di professione portiere. Raramente siamo partiti alla volta di una intervista cosi sprovveduti, così privi di concetti e preconcetti. Bodini, venticinquenne bresciano, è in effetti da scoprire quasi tutto, è sufficientemente inedito per le grandi e grandissime platee ed è grande e smaliziato quanto basta per reggere paragoni impegnativi e per farsi raccontare al passato senza tema di esaurirsi in poche parole. Naturalmente, la chiacchierata cerca di approfondire un po’ più, di anticipare certo futuro prossimo e persino remoto. Ed è chiacchierata piacevole, svolazzante. Come doveva essere piacevole conversare con portieri grandi e meno grandi del passato. Il ruolo è mito, storia patria, eroismo talvolta, ardimento sempre. Il portiere pionieristico si bardava per la partita come il cavaliere prima di andare alla guerra, e finiva tutto rotto, sfasciato, gloriosamente ma immancabilmente sfasciato. Giocavano in porta tipi strani, magari niente affatto adatti al ruolo di temerario, ma che si stravolgevano nella pugna sino a diventare eroi. Oggi è cambiato tutto, quel calcio è morto per sempre; quegli ardimentosi, oggigiorno si darebbero al motocross. Forse. Ma non divaghiamo troppo. Il portiere Luciano Bodini, bresciano della provincia, anno di nascita il ‘54, mese di febbraio, reclama giuste attenzioni. Si parla a Villar Perosa, la squadra in ritiro, la valle del Chisone triste com’è triste la montagna quando piove e fa freddo. Ci sono brume autunnali più che incipienti. «Ho cominciato in una squadretta d’oratorio, a Brescia, ma a 13 anni ero già all’Atalanta, e a 17 finivo già in panchina con la prima squadra, in seguito ad un incidente che aveva tolto di mezzo per un bel po’ il secondo portiere Rigamonti. Poi, a vent’anni, vado a Cremona e gioco in 😄 108 partite, tante soddisfazioni, ed è già ora di tornare a Bergamo. Gioco solo 8 volte il primo anno, anche a causa di un serio infortunio. Ma mi rifaccio in pieno l’anno scorso, rivalutandomi, anche se la squadra va così e così e retrocediamo. E ora eccomi qua». – Raccontami di questo Pizzaballa eterno. «È un portiere fantastico, un uomo meraviglioso. Mi è stato molto amico, mi ha aiutato tantissimo, anche se, per colpa sua, ho fatto un sacco di panchina. Ma se si ha buona volontà, si impara molto anche stando fuori a guardare. E, modestamente, quanto a volontà, non mi sento secondo a nessuno». – Dalla padella alla brace: dal longevo e inossidabile Pizzaballa a Zoff, che promette gloria sino a cinquant’anni. «Qui, in effetti, è molto più difficile trovare spazio. A Bergamo, anche se c’era Pizzaballa in gran forma, ho trovato spesso posto, mentre qui, con Dino davanti, devo rassegnarmi a fare anticamera fissa, o quasi. Ma vedi, io ho le idee chiare in proposito. Zoff non si discute, ci mancherebbe; ma io osservo e scruto, e mi danno l’anima in allenamento come se stessi giocando la finale di Coppa dei Campioni. Così miglioro, e sono pronto per l’uso…». – Una volta si distingueva tra portieri da piazzamento e portieri spericolati nelle uscite. Adesso esiste il portiere e basta. O no? «Sì, sono distinzioni un po’ superate, anche se effettivamente ci sono dei portieri, che, appena possono, escono dalla porta per restringere lo specchio di tiro, e altri che si muovono soltanto quando è strettamente necessario. Personalmente, mi considero un portiere abbastanza scattante tra i pali, e ho lavorato sodo per migliorarmi tecnicamente nelle uscite, facendo allenamenti specifici. Infine, ho sempre curato molto il salto, l’elevazione, anche in considerazione del fatto che non sono molto alto». – Pensi di assomigliare a qualcuno, o almeno ti piacerebbe? «Sarebbe facile e comodo dirti che vorrei assomigliare a Zoff, ma non è vero: in realtà, non mi sono mai posto il problema di assomigliare a qualcuno. Faccio il mio lavoro, cerco di migliorare più che posso, e poi lascio agli altri giudicare». – Nella tradizione, i portieri sono tutti tipi un po’ speciali, strani o addirittura stravaganti di carattere. Ti consideri tale? «È un luogo comune, questo, ma ammetto che in molti casi c’è del vero, o almeno c’era. Si dice che noi portieri siamo gente un po’ matta, che giochiamo con spirito garibaldino, che ci buttiamo da incoscienti tra i piedi di avversari che magari non fanno neanche in tempo a tirare indietro la gamba. Oggi, è solo più in parte vero. I portieri di una volta erano davvero spericolati, e rischiavano a ogni partita l’osso del collo. Oggi, col calcio moderno, tutti rischiano allo stesso modo, il portiere come il centravanti. È dimostrato dalle statistiche – Al di fuori del calcio e della famiglia, di cui parleremo dopo, che fai? Hai qualche hobby sportivo e non calcistico? «Non è che mi avanzi molto tempo libero: comunque, gioco a tennis quando posso, e ammiro i grandi campioni di questo sport in televisione». – Il tuo idolo. «Borg Assolutamente fantastico». – Ti piacerebbe essere un campione in qualche sport diverso dal calcio? Provi mai invidia, chessò, per il campione di formula uno? «No, non mi è mai capitato. E poi la Formula uno non mi piace, sono un tipo tranquillo, io». – E al di fuori dello sport, c’è posto per qualche hobby? «Sì; mi piace molto dipingere. Faccio quadri, quando mi viene l’ispirazione. A me piacciono abbastanza, agli altri non so anche perché, sinora, li ho fatti vedere solo ad amici, che chiaramente non osavano criticarmeli». – Ascolti qualche volta della musica? Quale? «Ne ascolto spessissimo, e ho gusti intonati con il mio carattere: amo, cioè, la musica distensiva, non chiassosa, melodica. Quella che «andava» anni fa. Ebbene sì, sono pure abbastanza romantico, e per esempio Claudio Villa mi piace moltissimo, anche se so che molti rideranno, e mi diranno che sono un sorpassato. E poi, non mi dispiace nemmeno la musica classica. Non sopporto, invece, la musica da discoteca: è un rumore che non mi va proprio». – Ti sei sposato giovanissimo, e sei pure diventato padre recentemente: naturalmente, sei dell’idea che a un calciatore fa bene sistemarsi presto. «È così, e devo dire che ho avuto ragione. In effetti, in famiglia sto benone, e mi distende meglio che in qualsiasi altro posto. La famiglia ti aiuta a superare tutte le difficoltà piccole e grandi del lavoro di tutti i giorni. Sono diventato più uomo, e molto più in fretta». – Ti senti realizzato, ora che sei arrivato alla Juve, e ritieni di avere ancora molta strada da fare? «Arrivare alla Juve è una cosa che, credo, farebbe piacere a tutti calciatori d’Italia, figurarsi al sottoscritto. Il fatto di esserci come riserva non significa nulla: se ti hanno voluto, è perché servivi, mi sono detto. Tuttavia, penso di avere ancora davanti a me una strada lunga e difficile, e mi preoccupo di percorrerla bene, magari piano piano, ma senza commettere errori». – Quale era il tuo stato d’animo, a Bergamo, quando scendevi campo con l’Atalanta, sapendo che in tribuna c’era qualcuno mandato dalla Juventus apposta per tenerti d’occhio? «È una cosa a cui, sinceramente, non ho mai pensato in quei momenti. Per me, quando scendo in campo, conta la partita, e niente altro». – Non ti spaventa essere capitato a Torino, in una piazza difficilissima per i portieri? «Penso che, quando toccherà a me scendere in campo, quei problemi non mi sfioreranno nemmeno. Del resto, o dimostro di valere, e allora non ci saranno problemi, oppure non ce la faccio, e allora una piazza vale l’altra». – Pensi mai al futuro? Dico futuro vero, il dopo-calcio. «Qualche volta: ma poi mi convinco che per un dieci-quindici anni non dovrebbe esserci problema, e accantono la domanda. Recentemente, in famiglia, qualche progettino è comunque venuto fuori. Diciamo che mi starebbe bene aprire una agenzia di assicurazioni, oppure un negozio di articoli sportivi». – Hai dai rimpianti, ad esempio per aver dovuto interrompere gli studi? «Dopo la terza media ho provato a iscrivermi all’istituto tecnico per ragionieri, ma mi sono presto accorto che non avrei potuto conciliare calcio e studio, e ho dovuto scegliere. Certo che un po’ di rimpianto c’è: vedo di farmelo passare sforzandomi di leggere il più possibile». Ecco Luciano Bodini, bresciano venticinquenne con famiglia, tipo tranquillo, lineare come devono essere i suoi quadri, che non abbiamo visto ma è come se li avessimo sott’occhio. L’epoca dei portieri svolazzanti e sfarfalleggianti è finita, l’unica cosa che lega Bodini al pioniere primo portiere juventino della storia, Durante vale a dire, è l’amore per la pittura. Il resto è diversità. Si può essere assolutamente normali ed essere buoni, ottimi portieri. Magari campioni. Basta non avere fretta. Luciano dimostra, quelle rare volte che è chiamato in causa, di essere un portiere completo, tecnicamente ineccepibile, coraggioso il giusto. «La stagione 1982-83, per me, è finita in modo molto positivo. Ho dimostrato qualcosa, credo. E ho sfruttato l’occasione che mi è stata offerta. Sono diventato titolare in un momento molto delicato, all’indomani di Atene. Sentirmi incoraggiato e sostenuto dai tifosi mi ha dato una grossa spinta a fare bene. Voglio ringraziarli davvero». Ma la società teme che, dopo quattro anni di attesa, sia un po’ arrugginito e, da Avellino, arriva Tacconi e Bodini torna in panchina. La delusione è notevole. «L’arrivo di Tacconi rappresentò, per me, la fine di un sogno a lungo nutrito, quello di poter essere protagonista a tempo pieno con la maglia della Juventus. Ero nel pieno della maturità come calciatore, avevo appena vinto un Coppa Italia e un Mundialito, pensavo che la maglia da titolare fosse mia. Invece, non fu così ed è per questo che l’unica alternativa ipotizzabile era la cessione a un’altra società, nella quale avrei potuto esprimere tutto il mio valore. Una decisione vantaggiosa per Bodini atleta, ma i sentimenti che ho sempre nutrito per la maglia bianconera sono tali da prevalere sulla logica, cosicché ho optato per restare a Torino». «Ho subito visto che ci era rimasto chiaramente male – ammette la moglie Barbara – ma con me non si è mai sfogato, non mi ha mai detto cosa veramente pensava, cosa c’era dentro di lui; ho cercato di stuzzicarlo in tutte le maniere, di sotto, di sopra, niente! Lui aveva deciso di rimanere nella squadra del suo cuore, non tenendo in alcun conto i miei suggerimenti: almeno, gli dicevo, pensaci bene prima di decidere; macché, un macigno impenetrabile!». Trapattoni lo chiama una prima volta per sostituire il titolare che si è fratturato un dito, a metà stagione; la seconda volta, un anno dopo, gli offre addirittura la maglia di Tacconi (il quale accusa un preoccupante calo di condizione). Luciano risponde alla grande, protagonista in campionato (gioca perfino con una frattura al setto nasale), protagonista in Coppa dei Campioni: un suo splendido intervento su Tigana, sul finire di Bordeaux-Juventus, regala ai bianconeri la finalissima con il Liverpool. Peccato che il grande sogno finisca proprio alla vigilia del grande appuntamento: Trapattoni preferisce schierare Tacconi nella tragica partita dello stadio Heysel. Bodini ci resta male, però sa tornare nell’ombra, campione anche di stile. «Ho provato tanta amarezza nel momento in cui ho saputo di non poter disputare la finale. Ho ricevuto una fitta tremenda al cuore, ma col tempo il dolore è scematoe ho ripreso fiducia in me stesso e negli altri». La coppa tanto attesa è un po’ sua, proprio come la Supercoppa vinta da protagonista, in gennaio, nella prima sfida al terribile Liverpool. Resta quella, per il simpatico eterno secondo, la soddisfazione più grande. Insieme con la certezza che, la sua curiosa carriera da dodicesimo, non ha nulla da invidiare a quella di tanti celebrati numeri uno. «Nonostante una partecipazione attiva piuttosto occasionale, credo di avere svolto il mio ruolo nel modo più consono alle esigenze della Juventus e, quando le circostanze me lo hanno permesso, ho dato il meglio di me stesso. Una Coppa Italia, un Mundialito, una Supercoppa Europea e una qualificazione alla finale di Coppa dei Campioni, rappresentano il frutto di un duro lavoro fatto sempre con impegno, malgrado un destino ingrato mi abbia voluto solo comparsa nel circo dorato del pallone». FRANCO MONTORRO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 2002 A volte pensiamo che sarebbe più giusto se nel calcio ci fossero le sostituzioni “libere”, come in altri sport: giocatori che entrano e rientrano senza limitazioni, secondo la necessità o anche solo del desiderio di cambiare un atleta per fargli ricevere dal pubblico il doveroso applauso. Una regola del genere l’avrebbe meritata Luciano Bodini, portiere bianconero dal 1979 al 1989, sempre partendo dalla panchina e sempre rifiutando altre opportunità per essere titolare altrove pur di rimanere legato a una Juventus nella quale ha vinto molto e giocato poco. Non per colpa sua, perché di colpe non ne ha Luciano Bodini, che anzi va ricordato come atleta e uomo impeccabile, con una grande classe messa sempre a disposizione della squadra. Sempre e comunque; anche partendo spesso dalla panchina, impeccabile “secondo” di Zoff e Tacconi: straordinario nel restare in silenzio a lavorare e ancora di più a farsi trovare sempre pronto a offrire prestazioni di altissima qualità. Una sicurezza per tutti, perché quando capitava che toccasse a lui difendere la porta bianconera, nessuno si accorgeva della differenza, del fatto che non giocasse il titolare. Perché Luciano aveva la classe e il carisma del grande campione. E lo dimostrava sempre, in allenamento, come in panchina, come sul campo. Oggi Luciano è rimasto nel mondo del calcio, come allenatore, anche specifico dei portieri. «Ho il patentino. Ho gestito per anni una mia scuola calcio. Poi ho allenato diversi portieri, fra i quali Roccati, e sono stato anche in Scozia con i Bonetti, al Dundee e là mi sono reso conto di quanto il nostro campionato sia il più impegnativo di tutti. Altrove può esserci più agonismo, ma solo in Italia il livello di classe e di tecnica è così alto. Certo, il ruolo del portiere è molto cambiato nel corso degli anni, oggi deve saper fare anche il libero con queste difese a 3 o a 4 ma che poi prestano regolarmente un uomo a centrocampo durante la manovra di attacco. I portieri oggi devono sapersi muovere molto e bene fuori dai pali, ai miei tempi quasi non ci si spostava dalla riga. I miei tempi, già... Anni bellissimi alla Juventus. Ho giocato poco, ma ho fatto bene e ho vinto molto: quattro scudetti e poi, proprio dal campo, una Coppa Italia, una Supercoppa Europea, un Mundialito. Non ho rammarico per essere stato tanto in panchina con Zoff, grande uomo e grande portiere. Mentre con Tacconi il posto ce lo giocavamo». Il nastro dei ricordi di Bodini continua ad andare. «Ne ho affrontato di attaccanti fuoriclasse, fin dai tempi dell’Atalanta: Pulici, Graziani, Pruzzo, Savoldi e Maradona. Tutti furbi, svelti e forti. E quando giocavo a Bergamo, con l’Atalanta, più di una volta me li trovavo a tu per tu. Giocare nella Juventus, con tanti campioni in difesa, ti facilitava un po’ la vita, ma io comunque mi sono preso belle soddisfazioni personali, credo di aver sempre difeso bene la porta e di aver fatto bella figura in più di un’occasione. Tutti ricordano la semifinale di Coppa dei Campioni a Bordeaux. Certo, giocai molto bene, ma nell’archivio dei ricordi io conservo in prima posizione un 2-0 a Torino contro l’Inter e un 3-0 a Udine: sono state quelle le mie partite più belle». Il presente di Bodini, come detto, è ancora nel calcio, anche se al momento la sua esperienza e le sue qualità tecniche non sono a disposizione di nessuno. Il futuro più remoto, invece, potrebbe essere rappresentato da un passaggio di consegne. «Sono sposato, ho due figlie e un terzo bambino di sei anni. Gioca a calcio ma ancora solo per divertimento, naturalmente. Avrà tempo per decidere che cosa fare da grande». Se deciderà per il ruolo portiere, da grande avrà già un esempio, in casa. E un maestro insuperabile, il padre: che faceva parte, da campione, di un’indimenticabile Juventus. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/luciano-bodini.html
  10. LUCIANO BODINI https://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Bodini Nazione: Italia Luogo di nascita: Leno (Brescia) Data di nascita: 12.02.1954 Ruolo: Portiere Altezza: 184 cm Peso: 75 kg Soprannome: Il 12º Alla Juventus dal 1979 al 1989 Esordio: 09.02.1983 - Coppa Italia - Juventus-Bari 1-0 Ultima partita: 25.06.1989 - Serie A - Juventus-Verona 3-0 45 presenze - 35 reti subite 4 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 1 supercoppa Uefa 1 coppa Intercontinentale Luciano Bodini (Leno, 12 febbraio 1954) è un ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Storica riserva di Dino Zoff prima e Stefano Tacconi poi, è stato per questo appellato come il «12º per eccellenza» del calcio italiano. Luciano Bodini Bodini alla Juventus nel 1981 Nazionalità Italia Altezza 184 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1999 Carriera Giovanili 1973-1974 Atalanta Squadre di club 1974-1977 → Cremonese 108 (-75) 1977-1979 Atalanta 32 (-34) 1979-1989 Juventus 45 (-35) 1989-1990 Verona 6 (-6) 1990-1991 Inter 0 (0) 1996-1999 Versilia 1 (-1) Biografia Appassionato pittore dilettante, vive a Marina di Pietrasanta. Carriera Bodini all'Atalanta sul finire degli anni 1970 Cresciuto assieme al fratello nel settore giovanile dell'Atalanta, dov'è allievo di Carlo Ceresoli, nel 1974 viene mandato in prestito alla Cremonese con cui disputa tre campionati di Serie C, conquistando la promozione nella stagione 1976-1977. Tornato a Bergamo, esordisce in Serie A l'11 settembre 1977 in Atalanta-Perugia (1-1), parando nell'occasione un calcio di rigore a Renato Curi. Nel 1979 passa alla Juventus come secondo portiere, prima dietro a Dino Zoff — «sapevo che sarei stato il 12º, ma anche che Zoff non era più giovanissimo [...] Arrivai alla Juventus quando Zoff aveva 38 anni e io 25: pensai che avrei potuto trovare spazio, considerata la sua età [...] Doveva ritirarsi ed invece è andato avanti fino a 40 anni...», ricorda lo stesso Bodini — e quindi a Stefano Tacconi. Bodini e Stefano Tacconi alla Juventus negli anni 1980 Nell'annata 1982-1983, dopo la fine del campionato e l'avvenuto ritiro di Zoff, disputa da titolare le ultime partite della stagione, contribuendo alla conquista della Coppa Italia e del Mundialito per club. Nell'estate seguente la dirigenza bianconera decide però di acquistare dall'Avellino il promettente Tacconi, sicché Bodini, nonostante un iniziale ballottaggio tra i due per le chiavi della porta juventina, torna a vestire la maglia n. 12 e rifiutando altre destinazioni «perché ero orgoglioso di essere in quel club, in cui rimasi a lungo per Giampiero Boniperti, a cui non potevo dire di no perché mi trattava come un figlio, e per [l'allenatore, ndr] Trapattoni». La sua miglior stagione in bianconero è quella del 1984-1985, quando Giovanni Trapattoni lo preferisce spesso al titolare Tacconi, affidandogli la porta della Juventus anche nella vittoriosa finale di Supercoppa UEFA in cui la squadra torinese sconfigge gli inglesi del Liverpool, nonché nella semifinale di Coppa dei Campioni contro i francesi del Bordeaux; dopo aver condotto la squadra torinese alla finale della principale competizione continentale per club, però, si vede ancora una volta relegato in panchina da Tacconi nella tragica serata dell'Heysel: «Tacconi veniva da un periodo non esaltante, il Trap mi disse che l'avrebbe provato e poi avrebbe deciso. Alla fine giocò lui. Non era in forma ma era Tacconi...» Terminata l'esperienza in Piemonte, nel campionato 1989-1990 disputa 6 partite con la maglia del Verona. Chiude la carriera agonistica nella stagione 1990-1991 all'Inter, accettando il ruolo di terzo portiere dietro al titolare Walter Zenga e alla prima riserva Astutillo Malgioglio «perché sono sempre stato interista»; con i nerazzurri va in panchina alla 6ª, 16ª, 17ª, 18ª e 27ª giornata di campionato, senza collezionare nessuna presenza. In totale ha disputato 64 partite in Serie A, subendo 64 reti. Palmarès Bodini difende la porta della Juventus nella vittoriosa Supercoppa UEFA 1984 contro il Liverpool Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Cremonese: 1976-1977 (girone A) Campionato italiano: 4 - Juventus: 1980-1981, 1981-1982, 1983-1984, 1985-1986 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1982-1983 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985
  11. SERGIO BRIO «A me nessuno ha mai regalato nulla. Ho sempre dovuto conquistarmi tutto soffrendo. Quando sono arrivato a Torino, non mi sono mai seduto sugli allori, sono cresciuto alla scuola di Adamo, il quale non smetteva mai di ripetere che la via del successo la si percorre solo con le maniche rimboccate».2 marzo 1983. La Juventus è di scena a Birmingham per l’andata dei quarti di Coppa dei Campioni. Fa freddo, tanto freddo. Durante il riscaldamento, si cerca di far fronte alle intemperie coprendosi il più possibile. A un certo punto, i bianconeri notano un calciatore dell’Aston Villa che scalda i muscoli in canottiera. È Peter White, colui che ha segnato il goal che ha steso il Bayern nella finale della Coppa dei Campioni, il 26 maggio 1982 a Rotterdam.Peter White è uno che non ha paura di nulla, è un armadio. Sfidare il clima in quel modo, è un messaggio chiaro, è un guanto di sfida nei confronti di Sergio Brio, l’uomo che dovrà prendersi cura di lui. I calciatori della Juve fanno notare al gigantesco stopper leccese che il suo avversario è uno tosto, lo canzonano un poco e ne provocano la reazione. Brio rientra negli spogliatoi, e ne esce a torso nudo, completando così la fase di preparazione alla battaglia.White capisce di aver trovato un osso più duro di lui. In campo, se le danno di santa ragione, l’inglese è anestetizzato con le buone e con le cattive dal trampoliere bianconero. La Juve vince per 2-1. A fine partita, senza tanti convenevoli, Sergio avvicina il centravanti: «Ci vediamo a Torino», sono le sue uniche parole.Nasce a Lecce, il 19 agosto 1956, alto 192 centimetri per 84 chili, è un generoso e un umile, per natura e per estrazione sociale. Ama definirsi un prodotto del Sud, per spiegare la sua vocazione al sacrificio, la sua grande dedizione al lavoro: «A 14 anni, ero già molto alto e in famiglia i miei si preoccupavano. Temevano fossi malato. Invece ero sanissimo e proprio i medici mi predissero un futuro nello sport, in qualsiasi tipo di disciplina sportiva».Scelse il calcio e fu la sua fortuna: «La malattia del calcio l’ho avuta fin da bambino, basta chiedere a mamma e a papà quanti vetri ho mandato in frantumi con le mie pallonate».La Juventus lo preleva dal Lecce nell’ottobre 1974 e lo manda a farsi le ossa nella Pistoiese. Appena rientrato a Torino, Brio conquista la maglia da titolare, con la quale debutta il 18 marzo 1979, Juventus-Napoli 1-0. All’esordio gli tocca marcare Beppe Savoldi, che a quei tempi è uno dei più forti attaccanti in circolazione; ma il giovane difensore se la cava egregiamente.Da quel giorno, Brio fornisce alla squadra bianconera un contributo fondamentale nella conquista di 4 scudetti, di 3 Coppa Italia e di tutte le coppe internazionali (Supercoppa Europea, Coppa Intercontinentale, Coppa dei Campioni, Coppa delle Coppe, Coppa Uefa), collezionando 379 presenze.Spesso, durante la partita, Brio diventa l’attaccante aggiunto della squadra bianconera: i suoi goal (24 in totale) sbloccano le situazioni più complicate: «Il mio debutto nel Lecce, non è stato come stopper ma come centravanti; fu poi Adamo a collocarmi in posizione difensiva. Ho segnato perfino di piede. Così chi sosteneva che so usare solo la testa ma con la palla a terra ci so fare poco, è stato smentito. Certo riconosco di non essere un piede fino, però mi sono ricordato che, da ragazzino, nelle giovanili del Lecce facevo il centravanti!».Nella sua carriera riceve spesso critiche pesantissime come quelle che lo indicano inadatto a indossare la maglia della Juventus: «Ho sempre avuto fiducia nelle mie forze, nel mio carattere, che non si piega facilmente».Sergio tira diritto per la sua strada e nemmeno tre infortuni gravissimi riescono a fermarlo, anzi ne rafforzano la tempra di combattente. Il primo serio incidente è datato 16 aprile 1980. A Vado Ligure, in amichevole, il gigante bianconero si procura una distorsione al ginocchio sinistro con interessamento dei legamenti. Deve rimanere un anno intero lontano dai campi di calcio.Dopo questa terribile avventura, la serie nera prosegue con una catena di impressionanti incidenti: l’11 novembre 1983, ad Alba, sempre in amichevole, si procura uno stiramento alla coscia sinistra: fuori un mese e mezzo.Il 19 agosto 1984, ancora in amichevole, a Parma, altro duro colpo: tentando un colpo di tacco, si procura una brutta distorsione al ginocchio destro. Fatica molto a guarire, ma dopo due mesi rientra e gioca contro l’Ilves in Coppa dei Campioni e contro il Milan in campionato. Ma il ginocchio non è guarito e il 15 ottobre Brio viene operato di menisco. Un altro mese di attesa, ma non è ancora finita: nel marzo 1985, lo stopper si scontra (a Praga, in Coppa dei Campioni) con il suo compagno Scirea. E rimedia, con una curiosa frattura frontale, tre settimane di sosta.Meriterebbe sicuramente un oscar della sfortuna e del coraggio, poiché torna in campo più forte e più determinato di prima: «Se mi fossi lasciato andare, se non avessi più combattuto, sarei finito in Serie C, a implorare una maglia. Mi ha salvato la grinta. Mi ha salvato anche, lasciatemelo dire, l’aver trovato una società come la Juventus. Boniperti e Trapattoni non mi hanno mai messo premura, mi hanno aiutato a guarire bene ogni volta, mi hanno aspettato. In questo, sono stato davvero fortunato. Ecco perché tutti i miei successi li dedico a chi ha avuto fiducia. Senza un simile appoggio morale, non si sarebbe parlato tanto di me».ANGELO CAROLI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1979Sergio Brio sta scoprendo i segreti della Serie A. Dopo aver debuttato felicemente contro il Napoli, ha meritato la conferma da parte di Giovanni Trapattoni che vede in lui il possibile sostituto di Francesco Morini per la prossima stagione. La sua presenza nei ranghi bianconeri si inquadra in un programma a medio termine che contempla un graduale rinnovamento di una rosa che in 8 anni ha vinto molto (5 scudetti e una Coppa Uefa) ma che ha necessità di rivitalizzanti.Sergio Brio è arrivato giovanissimo nella Juventus, dove ha mosso i primi importanti passi calcistici e dove ha trovato una collocazione nella Primavera. Nel 1975 fu dirottato in Serie C, a Pistoia, dove ebbe modo di confermare le buone doti tecniche e i grandi requisiti atletici. Giocò 59 partite in Serie C, conquistò la promozione in Serie B e, fra i cadetti, accumulò la non indifferente cifra di 37 partite. La Juventus lo fece visionare più di una volta. Le relazioni furono confortanti e Brio tornò alla casa madre.Nella lunghissima anticamera alle spalle di Francesco Morini (uno stopper oramai longevo che ha reso nella sua brillante carriera tantissimi servigi alla società di Galleria San Federico), Brio ha imparato molto. E ne è estimatore profondo e sincero: «È stato per me come un fratello, non mi ha mai risparmiato utili consigli. Io ho tifato spesso per lui e quando l’ho sostituito mi sono ritrovato come in una nuvola di sogni».Ma Sergio Brio non è un sognatore; piuttosto un giovane realista con le idee molto pratiche. Non ama svolazzi, non si lascia trascinare dagli entusiasmi ed è refrattario pure alle depressioni. Un modo perfetto di affrontare la vita, in perenne equilibrio psicologico: «Non sono il tipo che si monta la testa o che si illude. So che nel calcio non è particolarmente difficile arrivare a certi traguardi, ma capisco perfettamente che non è facile confermarsi. La Serie A presenta ogni domenica un problema diverso, questione di ambientamento, di assuefazione, di adattamento a diversi tipi di avversario. Ma non mi scoraggio. Anche elementi piccoli e scattanti non mi danno particolari affanni. Io mi preparo sempre con la massima cura e applicazione».Dopo Savoldi, a Brio sono toccati in rapida successione Graziani, Quadri, Paina, Altobelli e Pruzzo. Una serie di prove positive che hanno costretto Trapattoni a confermarlo. Brio è felice ma non si lascia vincere dall’euforia: «Sono contento, questo sì, e spero di continuare, ma non mi fido delle facili illusioni. Non credevo comunque di giungere alla prima squadra dopo sette mesi di anticamera. Il segreto delle mie buone prove è quello di essermi sempre preparato scrupolosamente, in modo che, quando Trapattoni ha avuto bisogno di me, ero pronto. Lavoro e ancora lavoro stanno alla base di questi miei successi parziali. Ma intendiamoci, non ho fatto nulla di eccezionale, sono ancora all’inizio, ai primi passi di una carriera che vorrei tanto continuare nella Juventus, che reputo la migliore d’Italia. Devo ringraziare particolarmente il dottor Giuliano, che nel 1975 mi convinse a trasferirmi a Pistoia. In Toscana ho imparato a vivere, a maturare, a comportarmi da uomo».Molti suoi colleghi sostengono che lei abbia sofferto nella sua giovane carriera e che queste sofferenze lo aiuteranno a sfondare nel calcio nazionale: «È vero, a Lecce avevo un allenatore che si chiamava Adamo. Un tipo deciso; mi diceva che dovevo rimboccarmi le maniche se volevo arrivare. Io ho obbedito e adesso comincio a raccogliere i primi frutti. Mi manca ancora molto per potermi dichiarare soddisfatto: innanzitutto c’è il colpo di testa da perfezionare, lo stacco voglio dire. E il sinistro, che devo imparare a usare meglio. Il signor Trapattoni mi ha già aiutato molto».Oggi è stopper in via transitoria; cioè il titolare è Francesco Morini. Lei ritiene di poterlo sostituire in pianta stabile a cominciare dalla prossima stagione? «Non mi pongo questo problema. È prematuro. Io so che davanti a me c’è un fior di giocatore come Morini. Se Trapattoni decidesse di farlo giocare non sarei certo io a creare problemi. Il posto è suo e a me sta bene fargli da rincalzo».Un po’ di vita privata. Come trascorre le sue giornate? «Nulla di particolare. Vivo vicino allo stadio, mi alleno al Marchi, vado a mangiare da Mauro, frequento qualche amico torinese. Mi sono ambientato abbastanza agevolmente. Quando venni a Torino la prima volta, era l’ottobre del 1974, non mi adattai. Ora vedo attorno a me meno diffidenza e più fiducia. E mi sono integrato. I miei hobby sono pochi e semplici: la pesca innanzitutto, che pratico con la canna nei fiumi e nei laghi. Poi leggo molti giornali sportivi e quotidiani di informazione politica. Amo la musica ma non frequento discoteche perché non so ballare. E vivo tranquillo. Se mi ritengo fortunato? Certo, nella vita ci vuole anche fortuna per potersi realizzare».A quali giocatori si ispira come uomo? «A Morini che mi ha dato tanti consigli, a Scirea, a Zoff, a Bettega e a Causio, i quali mi hanno offerto un particolare appoggio quando ne ho avuto bisogno. Le loro qualità mi hanno molto impressionato».Sergio Brio è uno stopper molto dotato fisicamente. È alto 1,90, cosa che gli consente di brillare nel gioco di testa. Ha un tiro forte date le leve molto lunghe. Deve perfezionarsi, come egli stesso ha ammesso, nel tocco con il piede sinistro. E deve acquisire una maggiore agilità di movimenti. Manca di esperienza. Con il trascorrere degli anni ovvierà anche a questo dettaglio e potrà affrontare tipi di giocatori piccoli e svelti con minore disagio. Una virtù fa spicco nel suo bagaglio umano: l’umiltà. Una dote rara, che gli schiuderà le porte del futuro.VLADIMIRO CAMINITIDal 1978 al 1986, il trampoliere Brio ha disegnato spesso nella Juventus prestazioni da potersi dire portentose, al centro della difesa epica in tante partite all’estero, ignorato per pura miopia da Bearzot che lo riteneva mediocre tecnicamente, alla stregua di Furino.La realtà, invece, era l’opposto, di un gladiatore anche nel breve, leale nella lotta quanto cipiglioso, insuperabile frontalmente e sulle parabole, un cliente ostico per qualunque centravanti, dal cerbiatto al molosso. Morini detto Morgan, lasciandogli il testimone, gli ha via via dato molti utili consigli e Brio ne ha fatto tesoro per sua stessa natura di uomo, congeniale ai silenzi e al pudore, un tipo di leccese più unico che raro, mai barocco né emotivo, di poche e sentite parole, amico degli amici, indifferente con i nemici.E ne ebbe. A cominciare dai critici detrattori, un paio, più accaniti di altri; il suo solo merito, per costoro, era che giocasse nella Juventus. Stopper di tipo inglese, pronto ad avanzare e irrompere per il goal anche decisivo, Brio passa alla storia come uno stopper dal cuore antico, emulo del sentimentale Guido Marchi, come atleta poderoso e persona rispettosa delle regole, calciatore tutto campo e casa, allenamento e pargoli.In conclusione, se la classe è rendimento, ecco un difensore poderoso che a differenza di altri, dall’illustre blasone, a lui preferiti in Nazionale, non ha forse mai sbagliato una partita. Giocando contro tutti, di anticipo e di volo, nei giorni del professionismo miliardario, al servizio dell’ideale.NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL SETTEMBRE 2016Bagno Lucia, a Forte dei Marmi. Mattino presto, il cielo è limpido, in spiaggia poca gente, ma arriverà. Sotto l’ombrellone si staglia la sagoma di Sergio Brio, quasi due metri di stopper vecchia maniera, colonna della difesa della Juventus per tutti gli anni ‘80. Vincendo tutto, in Italia e all’estero, uno dei primi a centrare il Grande Slam planetario.Dodici anni filati di bianconero, i primi periodi sulle montagne russe complici infortuni e pregiudizi malevoli, fino al ritiro nel 1990. Da vincitore. Ora è spalmato sulla sdraio in perfetto relax, dopo le fatiche dell’Europeo che ha commentato in radio per la RAI con la consueta competenza e sobrietà.Ha già tolto i vestiti, pronto per la giornata di sole e mare. Una giornata del tutto speciale, in vista dell’oramai imminente traguardo del sessantesimo compleanno essendo nato lui, a Lecce, il 19 agosto 1956. Certo non si direbbe guardandolo in costume. Tirato e lucido, forse ancora di più e meglio dei tempi lontani del calcio giocato. Non un filo di grasso, tartaruga ancora apprezzabile con carapace a favore di telecamera e solito sorriso sornione con gli incisivi che si nascondono sotto il labbro superiore a favore dei canini, quelli sì bene in vista.Ci avviciniamo, stretta di mano e abbraccio, l’amicizia con Brio è di vecchia data. Cappellino in testa, e una gran voglia di festeggiare con il Guerino le 60 primavere. E noi gli diamo il nostro regalo.Sergio, questa è la maglia della Nazionale A. (sorride) «Il Guerino mi ha sempre stimato. Ricordo le belle pagine di Vladimiro Caminiti, un poeta più che un giornalista. Mi voleva bene, come voleva bene a tutti quelli che manifestavano attaccamento alla maglia. Dunque il vostro pensiero della maglia azzurra mi fa felice, visto che nella mia carriera ho avuto l’onore di indossare solo quella della selezione Olimpica».Sinceramente, ti rode questa cosa? «No, veramente. La mia Nazionale è stata sempre la Juve con cui ho vinto quattro scudetti, tre Coppa Italia e tutte le competizioni internazionali. Cosa posso chiedere di più?».Però, almeno una partita avresti potuto farla. «Non conta. Davvero. E poi non sono l’unico bianconero che non ha avuto feeling con l’azzurro. Pensa a Beppe Furino: indispensabile da noi, credo abbia fatto due o tre partite con l’Italia. E anche Francesco Morini non ha avuto grandi chance. Per non parlare di gente come Beccalossi o Virdis, come me, zero presenze. Non dimentichiamo comunque che all’epoca la Nazionale giocava molto meno».E tu, perché non hai meritato nemmeno una convocazione? «Perché c’erano difensori più bravi di me. Negli anni in cui ho giocato c’era una concorrenza notevole. Oltre ai miei compagni alla Juve, con Gentile talvolta impiegato come stopper, c’erano Bellugi e Mozzini, poi Collovati, quindi Vierchowod. Tutta gente fortissima. Bearzot non mi vedeva. Punto e basta».Ma anche tu facevi poco per attirare l’attenzione. «Non sono mai stato uno di quelli che andava dai giornalisti a fare propaganda per se stesso. Ho sempre anteposto gli interessi della squadra ai miei. Il bene della società a quello del singolo. Una volta mi chiamò Cesare Maldini per una partita con l’Olimpica in vista dei Giochi del 1984. Andammo a Utrecht, in Olanda. Feci bene, tanti complimenti e la fondata speranza che ci sarebbe stato un seguito. Invece, fatta quella gara, non ho avuto più nessun cenno».Fino alla selezione guidata da Zoff e che andò poi a Seul nel 1988. «Dino mi conosceva bene. Ho fatto parte del gruppo fin dalla sua costituzione. Era una vera e propria nazionale maggiore per qualità e personalità. C’erano Tacconi, Virdis, Galla, Carnevale, De Agostini».Ma anche lì hai dovuto ingoiare un bel rospo, perché alle Olimpiadi tu non ci sei andato. «Zoff fu chiamato dalla Juventus. Il suo successore, Francesco Rocca, mi escluse dalla spedizione con motivazioni che non mi convinsero. Allora lo chiamai e la telefonata fu abbastanza infuocata. Comunque acqua passata anche in questo caso. Ripeto: la mia Nazionale è stata la Juventus. È la società a cui devo tutto e alla quale sono legatissimo. Non solo perché ho indossato con soddisfazione la maglia bianconera per 378 volte con tanto di ventiquattro goal in dodici anni, quanto perché ho avuto concrete dimostrazioni che alla Juve conta più l’uomo che l’atleta».Scendiamo nel merito: nomi. «Giampiero Boniperti e Giovanni Trapattoni».I fatti. Partiamo con il presidente. «Quando veniva su a Villar Perosa in una giornata chiudeva gli accordi con tutta la rosa. E di spine ce n’erano. Non io, né i giovani che spesso firmavano in bianco. Uomo di calcio, ci diceva che se non si riusciva a vincere la partita con la tecnica, allora si doveva usare la forza e alla nostra Juve non mancava né l’una nell’altra. Il 16 aprile 1980 in un’amichevole a Vado mi rompo il ginocchio sinistro. Uno scontro con un avversario e mi saltano i legamenti. È una cosa seria, a tal punto che il professor Pizzetti dopo l’operazione va da Boniperti e gli dice: “Trovagli un lavoro a questo ragazzo, perché non tornerà a giocare”. E non a caso iniziò a circolare la voce di richiamare Francesco Morini che si era appena trasferito in Canada. Boniperti viene da me, mi raddoppia il contratto da giocatore e mi mette a disposizione per tutta l’estate il massaggiatore Remino con cui lavoro senza soste per tornare in campo prima possibile. Il gesto del presidente mi dette una tale carica e una tale forza che, al di là delle previsioni del medico, superai qualunque ostacolo. E sono tornato in campo, anche se per il pieno recupero è servito un anno intero. L’unico handicap è che non riesco a piegare completamente il ginocchio, ma di questo non se ne è accorto mai nessuno».Ci sono stati anche altri gesti significativi di Boniperti? «Mi ha sempre difeso da tutto e da tutti. Specie i primi tempi, quando piovevano critiche dappertutto. Era la stagione 1979-80, il mio primo campionato come erede di Morini, una bandiera».Come hai vissuto quel periodo? «Molto male. Tutto quel livore nei miei confronti non me lo meritavo. In più sei giovane, non hai ancora gli anticorpi per assorbire o reagire. Mettici anche la mia permalosità. Sta di fatto che la squadra non andava. Facemmo un girone di andata pessimo. Per cui talvolta si colpiva il singolo, ma in realtà il vero obiettivo era la società».Tu non hai autocritiche da farti? «Se la squadra andava male, ovvio che anch’io avessi delle responsabilità. Non era facile giocare con gli occhi puntati addosso e dove eri messo alla gogna al primo errore. Dopo il 4-0 subito dall’Inter nel novembre 1979 fui massacrato. Marcavo Altobelli che fece tre goal, di cui uno su rigore. Giorni dopo mi difese lo stesso Spillo dichiarando che io non avevo nessuna colpa. Ma oramai l’onda era passata e aveva travolto tutto».Però la tua assenza nella semifinale di ritorno della Coppa delle Coppe contro l’Arsenal il 23 aprile 1980 non passò inosservata. «È vero. Mi feci male tra l’andata e il ritorno. A Highbury giocai molto bene. Inutile dire che il calcio inglese era quello che meglio si combinava con le mie caratteristiche, compreso l’avanzamento sui corner o sulle punizioni. A Torino purtroppo non c’ero. Loro fecero goal a due minuti dalla fine, un colpo di testa ravvicinato e addio finale».Adesso tocca a Giovanni Trapattoni. «Un altro puntello fondamentale. Lui mi ha voluto. Mi ha lanciato. Mi ha sostenuto e incoraggiato. Mi ha insegnato a diventare un calciatore. Con le parole e con le famose sedute straordinarie post allenamento. Una mezzoretta di muro, palleggi, stacco di testa. Per mesi, molto spesso da solo, altre volte con Antonio Cabrini. Pensa che ho esordito a marzo in campionato contro il Napoli, ma prima di quella partita non avevo mai giocato un minuto neanche in Coppa Italia».Un parto dopo nove mesi di attesa, tutto in regola. Che ricordi conservi di quella tua prima volta? «Ricordo che seppi che avrei giocato un paio di giorni prima e che avrei marcato Beppe Savoldi, il centravanti napoletano. Non molto alto, fortissimo di testa. Ero concentrato al massimo. Il Trap mi aveva caricato a mille. Poi ci furono le parole di Causio, l’altro leccese della squadra. “Oggi tutte le punizioni e i corner li batto per te”, questo mi disse. Alla fine andò bene: 1-0 per noi, goal di Tardelli e Savoldi a bocca asciutta».Che allenatore è stato quel primo Trapattoni? «Un mister sempre presente sul campo. Un maestro capace di insegnare e che si divertiva a farlo. Credo che avrebbe fatto benissimo con i bambini. Un grande conoscitore del calcio. Degli avversari, anche stranieri, sapeva tutto. Ed erano tempi in cui per vedere una squadra dovevi andare sul posto e fidarti ciecamente degli osservatori».Trapattoni difensivista? «Macché! Non scherziamo. Ero uno dei pochi che non avanzava mai, perché erano tutti avanti. Gentile e Cabrini erano ali aggiunte, Scirea un centrocampista in più. Davanti a Zoff rimanevamo io e Furino che copriva le spalle a Gaetano. E basta».Facevate sedute di tattica durante la settimana? «Di solito il venerdì, quando si provavano anche schemi sulle punizioni e calci d’angolo. Comunque noi facevamo la zona mista. L’unico marcatore fisso ero io, ma quando il centravanti andava fuori zona, lo mollavo».Ma in campo non avete mai preso iniziative? «Certo. Chiunque abbia giocato a calcio, sa che tutto può succedere nei novanta minuti. Può capitare la giornata storta di un compagno o la difficoltà momentanea della squadra. Può esserci una lettura più immediata dei giocatori rispetto al mister. In campo si parla, ma è una cosa normale, che non va in contrasto con l’allenatore. Con Scirea, per esempio, in certe situazioni, si faceva il cosiddetto “sandwich”. Juve in fase offensiva, massiccia. L’unico attaccante che rimaneva lo coprivamo così: io mi mettevo davanti e Gaetano subito dietro. Così se la palla era corta o bassa, ci arrivavo io. In caso contrario, c’era lui. All’inizio non ti nascondo la mia titubanza: quando mai si è visto uno stopper stare davanti al centravanti? Ma di Scirea mi potevo fidare. Anche perché sono e saranno sempre i calciatori a far vincere le squadre e gli allenatori. E non viceversa».A proposito di vittorie, tu al primo anno vero alla Juve, fai subito centro e da protagonista. «20 giugno 1979, finale di Coppa Italia contro il Palermo che è in B. Si gioca a Napoli. Io sono in panchina, mi hanno appena tolto il gesso. Mi ero infortunato a una gamba nella semifinale contro il Catanzaro. Al primo minuto il Palermo passa in vantaggio. Al 50’ Trapattoni mi manda in campo. Io obbedisco. Mi urla: vai dentro e spacca tutto. Si fa male Bettega ed esce. Siamo uno in meno, ma io all’84’ segno il goal del pareggio. Supplementari. E quando oramai sembra arrivato il momento dei rigori, ecco la zampata di Causio. 2-1 per noi, i goal dei due leccesi in maglia bianconera».Quando hai avvertito di avere finalmente azzerato i pregiudizi? «Nella stagione 1981-82 conta conquista del ventesimo scudetto da titolare indiscusso. L’infortunio era alle spalle, ero sicuramente più forte, soprattutto a livello mentale. Avevo venticinque anni, l’età in cui si diventa calciatori, come diceva sempre il Trap».C’è un episodio che ti ha dato il segnale dello scollinamento? «Primo novembre 1981, partita in casa contro la Roma. Palla vagante in area di rigore, io faccio per spazzare, ma Zoff mi esce incontro. Rimpallo, arriva Falçao e fa goal a porta vuota. Zoff mi maledice, io mi prendo la colpa, anche in pubblico. Perdiamo. I tifosi all’uscita dello stadio mi fischiano. 4 novembre 1981, ritorno degli ottavi di finale di Coppa dei Campioni contro l’Anderlecht. Entro in campo e arrivano i fischi. Giochiamo, lottiamo, Bettega si rompe il ginocchio. Io segno il goal dell’1-1 che purtroppo non basta. Ma non mollo e do il massimo. All’uscita dal campo lo stadio mi applaude».Le lezioni del Trap sono servite. Chi è che, come te, è andato oltre i propri limiti con Il lavoro e la determinazione? «Beppe Furino sicuramente. Non mollava mai, era “feroce” in allenamento, così come lo era in campo. Anche Gentile direi e pure Marco Tardelli. C’è invece chi pur avendo qualità tecniche si è perso. Come Roberto Tavola o lo stesso Ian Rush. Peccato pure per Marino Magrin, ma sostituire Platini sarebbe stata dura per tutti».Come dire: arrivare può esser facile, starci a certi livelli è dura. «È una legge non scritta, ma è una verità. Nel mio caso è stato così. La maglia della Juventus pesa e non solo perché era realizzata artigianalmente con lana vera».Per questo ti arrotolavi le maniche anche d’inverno? «Mi sentivo più libero, questo il vero perché del gesto. Poi ci si può leggere qualunque altro significato. Di sicuro c’era che ero pronto alla battaglia. Ogni domenica me la dovevo vedere con il meglio dei centravanti degli anni Ottanta: Pruzzo, Altobelli, Savoldi, Giordano e poi Schachner, Diaz, Careca e Van Basten, il più forte di tutti».Come preparavi la tua singolare sfida? «Vedendo i filmati alla TV, più tardi con le videocassette. Poi c’erano i ricordi delle sfide precedenti e su tutto, i consigli del Trap che in materia di marcatura diretta non aveva rivali».Chi ti ha fatto penare di più? «Ho un brutto ricordo di Hrubesch dell’Amburgo. Ma anch’io facevo paura. C’era un giocatore dell’Inter che si rifiutava di venirmi a marcare quando avanzavo in attacco. E poi ci sono stati i corpo a corpo con Daniel Passarella: sui calci d’angolo facevamo coppia fissa ed era ammesso tutto».E i tuoi duelli con Pruzzo? «Ma lì c’era dentro anche la grande rivalità tra Juve e Roma. Roberto era un brontolone. Non stava mai zitto, anche con i suoi compagni era seccante. Abbiamo sempre fatto scintille. Ero uno duro, tosto, non mollavo mai, questo è vero. Ma in squadra i veri picchiatori erano altri. Uno aveva un bel viso. Un altro la testa argentata. E poi c’eravamo noi. Io comunque sono stato espulso solo una volta, peraltro senza motivo. Giocavamo contro il Napoli, Bagni mi dà una gomitata a tradimento, io lo inseguo, ma non riesco a rendere il colpo. Rosso per tutti e due, l’arbitro è Redini. Eravamo alla fine del primo tempo. Negli spogliatoi mi attaccano tutti, da Boniperti al Trap ed io a dire al mondo che non avevo fatto niente. La sera la moviola svela la verità. Delle due giornate di squalifica, me ne tolsero una».Hai parlato di moviola: ti si vedeva spesso al rallentatore alla “Domenica Sportiva”. «L’ho notato anch’io. Una volta rimasi allibito. Di una partita in cui successe di tutto, con tanto di sospensione della gara non fecero vedere nulla. Il mio presunto fallo all’avversario di turno, sì. Boniperti era furioso per questo trattamento».Tra i tanti episodi c’è anche quello dello scontro in area con Borghi del Catanzaro nell’ultima di campionato 1981-82, partita decisiva per lo scudetto. «Nessun fallo. E nessun rigore. Piuttosto hai detto Borghi ed io ho subito pensato ad altro».Claudio Borghi? Finale dell’Intercontinentale 1985 a Tokyo? «Borghi mi fece dannare veramente. Un ottimo centravanti, grande tecnica e movimenti rapidi. Ma alla fine la coppa la vincemmo noi. Per me è stata la gioia più profonda, la vittoria più gratificante, la soddisfazione sportiva che mi ha ripagato di tutto, infortuni compresi».Andiamo con ordine: da dove nasce quel successo? «Da Atene 1983. Dalla rabbia di quella notte greca. Molti di noi che erano a Tokyo, c’erano anche contro l’Amburgo. Nessuno aveva dimenticato l’enorme delusione provata e l’amarezza per avere fallito l’obiettivo che era alla nostra portata. L’essere favoriti non ci ha aiutato. Ma nessuno può smentire che eravamo i più forti. Sei Campioni del Mondo più Bettega, Platini e Boniek. In più Bonini, Furino e il sottoscritto. In tutto il torneo abbiamo dato spettacolo, non abbiamo mai perso. Siamo andati a Birmingham e abbiamo battuto in casa l’Aston Villa, detentore della coppa. Abbiamo sbagliato solo una partita, quella decisiva. C’era troppa sicurezza, tanto che non siamo stati in grado nemmeno di cogliere alcuni segnali preoccupanti, come la sconfitta per 2-1 nell’amichevole contro il Vicenza giocata nella settimana che ha preceduto Atene: giocammo male, svogliati, con la testa altrove. La lezione l’abbiamo capita tardi, ma ci è servita».Dopo Atene ci sono state altre tappe significative. «Intanto lo scudetto nel 1984 che ci ha consentito di tornare a giocare per la Coppa dei Campioni, visto che in quegli anni alla caccia al trofeo più prestigioso partecipava solo chi vinceva il campionato. Quindi la Coppa delle Coppe a Basilea, sempre nel 1984. Una novità assoluta per la Juve che era alla sua seconda finale europea consecutiva. A dimostrazione della grande forza di quella squadra. Decisiva è stata poi la Supercoppa Europea del gennaio 1985. Vinta su un campo ghiacciato, battendo il Liverpool che l’anno precedente aveva conquistato la Coppa dei Campioni. Io annullai Rush, in quel momento il più forte centravanti a livello internazionale».Tutto bello, tranne l’Heysel. «Una tragedia, una cosa sconvolgente. Giocammo per forza. Boniperti non voleva assolutamente, l’UEFA ci costrinse a farlo. Noi sapevamo poco, ma quel poco bastava. Una volta in campo è stata partita vera».La Coppa del Campioni è il viatico necessario per Tokyo. «La preparazione fu impostata per quel traguardo che cadeva ai primi di dicembre del 1985. La Juve aveva cambiato pelle. Tardelli, Boniek e Rossi ci avevano salutato ed erano stati acquistati molti giovani, tra cui Massimo Mauro e Aldo Serena. In campionato partimmo fortissimo con otto vittorie consecutive prima di partire per il Giappone. Giocavamo conto l’Argentinos Juniors, c’era gente scafata come Olguín, Campione del Mondo nel 1978. C’era Batista, che avrebbe vinto il Mondiale di lì a poco. Poi il talento di Borghi. Il Trap preparò benissimo la partita. Molto pragmatismo, come al solito. “Giocate con semplicità, non strafate”, questo il suo messaggio. E poi seppe dare massima fiducia ai giovani. Accanto a gente come me, Scirea, Cabrini e Platini, c’erano Mauro, Serena, Laudrup, alle prime vere esperienze internazionali di livello. Il mister dette sicurezza a tutti, anche a Pioli, vent’anni, che prese il posto di Scirea, infortunato».E della partita che cosa ti è rimasto? «I continui ribaltamenti di campo, la qualità di molte giocate. Il risultato sempre in bilico. Il mio duello con Borghi. La classe di Platini e la fantasia di Laudrup: il goal del 2-2 ha dell’incredibile. Ancora oggi quando rivedo le immagini temo che il pallone non entri in porta. Le uniche note stonate: le condizioni del terreno e le trombette dei giapponesi».E il goal annullato a Michel? «Un errore madornale dell’arbitro. Fischiò un mio fuorigioco, ma stavo rientrando dopo un calcio d’angolo e non c’entravo nulla con l’azione. Platini mi sta ancora maledicendo».Però senza quell’errore, non ci sarebbero stati i rigori. «Vero. Più si avvicinava la fine e più pensavo al dischetto. Tra i tiratori c’ero anch’io, con il Trap era stato già tutto deciso, compreso l’ordine. Ed io sarei stato il primo. Ero cotto dopo 120 minuti a correre dietro a Borghi. Bevo, poi mi sciacquo il viso per riprendermi un po’. Lo so che devo andare. Dentro di me penso solo: “Mamma mia tocca a me”. Fondamentale è stato incrociare lo sguardo di Trapattoni che mi fa: “Sei forte, tiralo come sai”. A volte bastano poche e semplici parole per cambiarti la vita. Vado, piazzo il pallone. Aspetto un po’, perché l’arbitro fa spostare Tacconi che aspettava il suo turno. E poi, collo piede. Destro a incrociare rasoterra. Il portiere si butta bene, ma non riesce nemmeno a toccare».E meno male che dicevano che tecnicamente eri scarso. «Non avevo i piedi fatati di Causio, ma neanche due ferri da stiro. Ho fatto anche goal di piede, uno bellissimo al Napoli, e lanci di quaranta metri a Boniek che mi ringrazia ancora».La coppa è ad un passo. «Beh sì. Tacconi fa il fenomeno e Platini completa l’opera! Siamo Campioni del Mondo. Sono Campione del Mondo».Da brutto anatroccolo a cigno: Sergio Brio. «Mi va bene tutto. Mi sono impegnato al massimo, ho dato sempre il 110%. Mi sono fatto male un sacco di volte. Naso rotto, fronte fratturata, le ginocchia, qualche stiramento. Non ho mai avuto vita facile. Sono partito dal basso, per raggiungere la vetta del mondo».Che cosa conservi dei tuoi primi anni da calciatore? «Ho ricordi molto nitidi, compresa la preoccupazione dei miei genitori che mi vedevano crescere a vista d’occhio e quasi temevano che fossi malato. Ricordo Lecce, il grande Adamo e la sua intuizione di spostarmi al centro della difesa dopo gli inizi da attaccante. Poi Losi e Chiricallo, il debutto precocissimo in Serie C e l’interessamento della Juventus».Ottobre 1974: sei un giocatore bianconero. «I primi mesi di Torino sono stati duri. Avevo diciotto anni, non mi ero mai mosso da casa. Stavo male. Giocavo con la Primavera, ma durante la settimana ero con la Prima Squadra. Mi misero anche nell’album delle figurine, foto intera, dalla testa ai piedi, ma avevo la maglietta della Primavera, senza stella. Una sofferenza, la palla non la vedevo mai».Meglio farsi un po’ le ossa altrove? «Sì. E Pistoia è stata il massimo. Lì ho conosciuto mia moglie e nei tre anni (due di C, uno di B) in maglia arancione ho fatto il primo salto di qualità. La Juve mi ha sempre seguito. Venivano a turno Parola e Vycpálek. Quando videro che me la cavavo bene anche con gli attaccanti piccoli, dissero a Boniperti di riportarmi a casa».Che cosa desideri per il tuo sessantesimo compleanno? «A parte la salute, vorrei poter progredire e migliorare nelle cose che faccio adesso, dal commentatore in radio al lavoro di agente immobiliare che non ho mai abbandonato. Poi ho in mente altri progetti».Quello di poter dare una mano a ex colleghi in difficoltà? «Quello fa parte delle cose normali. Io ci sono per tutti e se posso, una mano la do sempre».Qual è il ricordo più bello che ti rimane della tua vita da calciatore? «La mia partita di addio a Pistoia. Vennero tutti i miei compagni. Fu una festa, un momento di grande commozione: in quel momento ho avuto la sensazione di aver raccolto tutto quel che di buono avevo seminato».E la cosa più buffa che ti è capitata? «Essere morso da un cane lupo all’Olimpico dopo un Roma-Juve in diretta televisiva. Il nostro medico Dottor La Neve andò subito dal poliziotto consigliando di dare degli antibiotici al cane, perché io non avevo fatto l’anti-rabbia». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/sergio-brio.html
  12. SERGIO BRIO https://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Brio Nazione: Italia Luogo di nascita: Lecce Data di nascita: 19.08.1956 Ruolo: Difensore Altezza: 190 cm Peso: 84 kg Nazionale Italiano Olimpico Soprannome: Acciaio - 19 agosto Alla Juventus dal 1974 al 1975 e dal 1978 al 1990 Esordio: 18.03.1979 - Serie A - Juventus-Napoli 1-0 Ultima partita: 02.05.1990 - Coppa Uefa - Juventus-Fiorentina 3-1 378 presenze - 24 reti 4 scudetti 3 coppe Italia 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 1 coppa Uefa 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Vice-Allenatore della Juventus dal 1991 al 1994 1 coppa Uefa Sergio Brio (Lecce, 19 agosto 1956) è un ex calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo difensore. Legò il suo nome alla Juventus, squadra in cui militò per oltre un decennio in qualità di stopper, divenendo tra i pilastri di un blocco difensivo – ritenuto tra i migliori della storia dello sport – che lo vide affiancato, tra gli anni 70 e 80 del XX secolo, a compagni di reparto quali Gaetano Scirea, Claudio Gentile e Antonio Cabrini, davanti a portieri come Dino Zoff e Stefano Tacconi. Coi bianconeri, di cui fu anche capitano, vinse tra l'altro quattro titoli di campione d'Italia e tutte e cinque le competizioni UEFA per club, divenendo uno dei soli sei giocatori al mondo a raggiungere tale primato; in tredici stagioni disputò complessivamente con la squadra torinese 378 partite realizzando 24 reti. Sergio Brio Brio alla Juventus negli anni 80 Nazionalità Italia Altezza 190 cm Peso 84 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1º luglio 1990 - giocatore 4 ottobre 2004 - allenatore Carriera Giovanili 1964-1974 Lecce Squadre di club 1973-1974 Lecce 1 (0) 1974-1975 Juventus 0 (0) 1975-1978 → Pistoiese 96 (5) 1978-1990 Juventus 378 (24) Nazionale 1987-1988 Italia Olimpica 11 (0) Carriera da allenatore 1991-1994 Juventus Vice 1995-1996 Cagliari Vice 2003-2004 Mons Caratteristiche tecniche «Di me si vuol dare sempre l'idea del duro. Invece sono uno che di botte ne prende tante e sta zitto. Se mi lamentassi anch'io, come fanno tutti... Ma non è nel mio carattere. In campo bisogna saper accettare di tutto.» (Sergio Brio, 1987) Brio (a destra) in maglia bianconera nel 1979, assieme al compagno di reparto Scirea, in marcatura sulla punta romanista Pruzzo. È stato un giocatore dalle grandi doti fisiche e atletiche, che a una spiccata professionalità univa un notevole rendimento: «Trapattoni ordinava e io eseguivo. Con la massima concentrazione, un compito e quello restava per tutta la partita. Facevo il muratore in una squadra di architetti». È considerato, assieme a Francesco Morini di cui raccolse l'eredità in maglia juventina, tra i migliori interpreti del ruolo di stopper nella storia della società bianconera. Dal carattere spigliato e vivace – «tiene fede al suo nome, persona davvero divertente», ricorderà il suo avversario e poi compagno di squadra Ian Rush –, in campo si dimostrò inversamente un difensore molto grintoso (pur annoverando una sola espulsione in tutta la carriera agonistica) nonché avvezzo al gol per via dei frequenti sganciamenti in avanti su punizioni e calci d'angolo. Rimangono nella memoria gli «epici scontri» con l'attaccante giallorosso Roberto Pruzzo nel dualismo Juve-Roma che segnò alcuni campionati di Serie A degli anni 80 mentre, sul palcoscenico internazionale, pur non godendo del prestigio di altri suoi compagni di reparto in maglia bianconera come Scirea o Cabrini, nello stesso decennio riuscì a emergere grazie ai duelli sostenuti con successo coi maggiori campioni dell'epoca quali il tedesco Hrubesch, l'inglese Withe, l'irlandese Stapleton, il nordirlandese Whiteside e il succitato gallese Rush. Carriera Giocatore Club Lecce e Pistoiese Brio (in piedi, secondo da sinistra) nella Pistoiese con cui conquistò, nel 1976-1977, l'approdo tra i cadetti. Iniziò nel vivaio del Lecce di Attilio Adamo, formazione della sua città, con cui giocò nell'annata 1974-1975; il suo esordio in campionato con la maglia giallorossa avvenne grazie all'allenatore Nicola Chiricallo il 13 ottobre 1974, sul campo del Trapani (0-0), prendendo al 68' il posto di Montenegro. La stagione precedente aveva già avuto modo di collezionare qualche apparizione coi salentini in Coppa Italia. Notato dal presidente bianconero Giampiero Boniperti durante uno stage delle nazionali juniores, venne acquistato dalla Juventus, squadra per cui tifava da bambino. Dopo un anno di apprendistato nelle giovanili del club torinese, nel 1975 fu mandato in prestito alla Pistoiese. Qui rimase per tre stagioni, totalizzando 59 presenze e 5 gol nelle prime due annate in Serie C, dove contribuì alla vittoria del campionato 1976-1977 e al ritorno dei toscani in cadetteria dopo quasi trent'anni; seguirono poi 37 presenze nella suddetta Serie B in cui raggiunse la salvezza con la matricola arancione, emergendo tra i più validi elementi del torneo. Juventus Lo juventino Brio contende la palla al granata Graziani durante il derby di Torino del 21 ottobre 1979. Nell'estate 1978 fece ritorno in pianta stabile alla Juventus, inizialmente come promettente rincalzo del titolare Morini, debuttando in Serie A il 18 marzo 1979 nella partita interna contro il Napoli (1-0). Nonostante poche manciate di presenze, nell'annata d'esordio con la prima squadra bianconera ebbe subito modo di essere decisivo, contribuendo al successo in Coppa Italia dove, nella finale contro i cadetti del Palermo, subentrando nella ripresa trovò la rete del pareggio juventino a sette minuti dal termine; i piemontesi vinceranno poi ai supplementari una partita che vide Brio schierato, per via delle sue doti fisiche utili a scardinare il catenaccio messo in piedi dai rosanero, nell'insolita veste di centravanti. Nel campionato 1979-1980 conquistò il posto da titolare a spese del trentacinquenne Morini; tuttavia in aprile, durante un allenamento, fu vittima di una grave distorsione al ginocchio sinistro che lo tenne lontano dai campi per più di otto mesi. Una volta ristabilitosi, diventò un punto fermo della formazione piemontese per tutti i successivi anni 80 andando a completare, assieme ai compagni Scirea, Gentile (cui succedette poi Favero) e Cabrini, una delle migliori linee difensive mai ammirate nella storia del calcio internazionale. Tra i maggiori protagonisti del plurivittorioso decennio trapattoniano, nelle sue tredici stagioni sotto la Mole raccolse quattro campionati italiani, tre Coppe Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe, una Coppa UEFA, una Supercoppa UEFA e una Coppa Intercontinentale. A livello internazionale divenne uno dei nove calciatori in assoluto, di cui sei italiani, a conquistare le tre maggiori competizioni europee per club nonché uno dei sei calciatori, di cui quattro juventini, vincitori di tutte le manifestazioni calcistiche confederali all'epoca vigenti. Brio esulta dopo una sua rete nella stagione 1986-1987, assieme all'altro difensore bianconero Favero. Sul finire del decennio, con l'addio alla squadra di Cabrini, all'età di trentatré anni ereditò i gradi di capitano dei bianconeri, vestendo la fascia nella stagione 1989-1990 – pur se, a causa della perdita del posto da titolare, questa finì sovente al braccio di Tricella e Tacconi –; fu l'ultima annata di Brio da calciatore, prima del ritiro avvenuto nell'estate seguente. Conta in totale 243 presenze e 16 gol nella massima serie italiana, tutte messe a referto tra le file di una Juventus che, nel 2011, l'ha omaggiato di una stella celebrativa nella Walk of Fame bianconera allo Stadium di Torino. Nazionale Ha vestito la maglia della nazionale olimpica nella seconda metà degli anni 80, allenato dall'ex compagno di squadra Dino Zoff. Non ha invece mai raccolto presenze in nazionale maggiore, tatticamente inviso nei suoi anni migliori al commissario tecnico Enzo Bearzot il quale, nel suo ruolo, soleva preferirgli elementi quali Collovati e Vierchowod: «Fulvio era elegante, tecnico, Vierchowod invece mi assomigliava ma aveva una velocità pazzesca, utilissima per la zona della Roma, per recuperare i palloni persi dai suoi compagni. Entrambi hanno giocato in grandi club, io soltanto nella Juventus, fedele ma non andavo di moda [...] Bearzot aveva le sue idee e furono vincenti, io invece appartenevo a un altro tipo di football». Allenatore Una volta smessi i panni del calciatore, nella prima metà degli anni 90 fu il vice dell'allenatore Giovanni Trapattoni dapprima sempre alla Juventus, vincendo in questa veste la Coppa UEFA 1992-1993, e in seguito nel Cagliari. Nei primi anni 2000 ebbe poi un'esperienza da tecnico in prima nella Jupiler League, la massima serie del campionato belga, sulla panchina del Mons, subentrando nell'ottobre 2003 alla guida del club dopo un negativo inizio di stagione e portandolo alla salvezza con una giornata d'anticipo; nel torneo successivo venne sostituito dopo otto partite. Dopo il ritiro Dopo aver chiuso l'esperienza da allenatore, ha iniziato la carriera televisiva come opinionista e commentatore. Ha collaborato con canali nazionali quali Stream TV, Telecom Italia, LA7, Rai International e Rai Sport, e reti locali come Gold TV e T9, oltre al canale tematico Juventus Channel e a quello radiofonico Rai Radio 1. Ha partecipato come guest star, nel ruolo di se stesso, all'episodio Stopper della terza stagione della serie televisiva Boris. Nel 2024 torna in seno alla Juventus come Fan Ambassador, deputato a tenere i contatti tra società, tifosi affiliati e fan club. Palmarès Giocatore Club La Juventus al ritorno in Italia con la sua prima Coppa dei Campioni, vinta nella tragica finale dell'Heysel; da sinistra: il medico sociale La Neve, l'allenatore Trapattoni, lo stopper Brio, il diesse Morini e il portiere Tacconi. Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Pistoiese: 1976-1977 (girone B) Coppa Italia: 3 - Juventus: 1978-1979, 1982-1983, 1989-1990 Campionato italiano: 4 - Juventus: 1980-1981, 1981-1982, 1983-1984, 1985-1986 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Onorificenze Medaglia di bronzo al valore atletico «Campione italiano professionisti» — Roma, 1982.
  13. PIETRO OLDANI https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Oldani Nazione: Italia Luogo di nascita: Inveruno (Milano) Data di nascita: 22.07.1929 Luogo di morte: Busto Arsizio (Varese) Data di morte: 27.07.2012 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1951 al 1952 Esordio: 10.04.1952 - Amichevole - Juventus-Aosta 4-2 0 presenze - 0 reti Pietro Oldani (Inveruno, 22 luglio 1929 – Busto Arsizio, 27 luglio 2012) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Pietro Oldani Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Carriera Squadre di club 1951-1952 Aosta ? (-?) 1952-1953 Pro Patria 0 (0) 1953-1954 Malnatese ? (-?) 1954-1956 Pro Patria 26 (-48) 1956-1957 Bari 6 (-?) Carriera Giocò per due stagioni in Serie A nella Pro Patria (26 presenze complessive in massima serie, e per una in Serie B con il Bari (6 presenze fra i cadetti).
  14. ANTONIO LA ROCCA Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 30.07.1971 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1989 al 1990 Esordio: 15.11.1989 - Amichevole - Juventus-Nazionale italiana dilettanti 5-0 0 presenze - 0 reti
  15. LEGGENDE BIANCONERE: ROBERTO BETTEGA E ALESSANDRO DEL PIERO
  16. ALLODIO Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1981 al 1982 Esordio: 15.10.1981 - Amichevole - Canelli-Juventus 0-9 0 presenze - 0 reti subite
  17. HUBBLE Nazione: -Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1909 al 1910 Esordio: 19.09.1909 - Amichevole - Juventus-Piemonte 6-0 Ultima partita: 24.10.1909 - Amichevole - Torino-Juventus 3-2 0 presenze (4 amichevoli) - 0 reti (3)
  18. PIETRO ZAMMUTO https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Zammuto Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 23.12.1986 Ruolo: Difensore Altezza: 180 cm Peso: 77 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 2004 al 2006 Esordio: 03.09.2004 - Amichevole - Biellese-Juventus 0-5 0 presenze - 0 reti Pietro Zammuto (Torino, 23 dicembre 1986) è un calciatore italiano, difensore del Grugliasco. Pietro Zammuto Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Difensore Squadra Grugliasco Carriera Giovanili ????-2006 Juventus Squadre di club 2006-2007 → Sambenedettese 14 (0) 2007-2011 Piacenza 80 (4) 2011-2012 Avellino 15 (0) 2012-2013 Treviso 18 (2) 2013-2014 Martina 31 (0) 2014-2015 Barletta 28 (0) 2015-2016 Chieri 27 (0) 2016-2017 Gravina 20 (2) 2017-2018 Lecco 11 (0) 2018- Grugliasco 1+ (0) Caratteristiche tecniche Il ruolo naturale di Zammuto è il centrale di difesa, tuttavia può giocare anche da terzino sia a destra che a sinistra. Carriera Zammuto inizia la sua carriera alla Juventus, con la quale non arriva mai a debuttare in prima squadra; con la Primavera bianconera ottiene invece la vittoria nel Torneo di Viareggio 2005. Nell'estate 2006 si trasferisce alla Sambenedettese in Serie C1 in prestito con diritto di riscatto della compartecipazione per 80 000 euro. Nel luglio 2007 si trasferisce in compartecipazione al Piacenza, squadra militante in Serie B per 170 000 €. Fa il suo debutto con la maglia biancorossa nella prima giornata di campionato, nella sconfitta per 4-1 sul campo dell'Ascoli e segna il suo primo gol il 18 marzo nella partita casalinga vinta per 4-2 contro il Pisa. A fine stagione il Piacenza acquista anche la seconda metà del suo cartellino. Zammuto rimane al Piacenza per 4 stagioni nelle quali disputa complessivamente 80 partite di campionato più una nei play-out, segnando 4 reti. Al termine del campionato 2010-2011 terminato con la retrocessione in Lega Pro Prima Divsione del Piacenza rimane svincolato. Nel mese di ottobre 2011 si trasferisce all'Avellino, squadra militante in Prima Divisione. Fa il suo debutto con la maglia biancoverde il 23 ottobre nella sconfitta per 3-1 contro la Ternana. Chiude la stagione con 15 presenze, rimanendo poi svincolato alla scadenza del contratto. Il 10 novembre viene ufficializzato il suo passaggio al Treviso. Fa il suo debutto con i veneti il giorno successivo nella partita persa per 1-0 in casa del Carpi. Segna la sua prima rete trevigiana il 22 dicembre nella vittoria casalinga per 2-1 contro la Reggiana. Dopo 18 presenze e 2 gol in campionato culminate con la retrocessione dei veneti in Seconda Divisione resta svincolato in seguito alla mancata iscrizione dei veneti. Il 3 agosto viene aggregato al ritiro del Martina, squadra militante in Seconda Divisione. Dopo essere stato tesserato fa il suo debutto con la nuova maglia il 18 agosto successivo nella sconfitta per 3-1 in casa del Melfi valida per il primo turno di Coppa Italia Lega Pro. Chiude la stagione, nella quale il Martina retrocede in Serie D all'ultima giornata, con 31 presenze in campionato. La stagione successiva si trasferisce al Barletta, nella nuova Lega Pro unica. Fa il suo debutto con i pugliesi il 23 agosto 2014 nella partita di Coppa Italia Lega Pro vinta per 1-0 contro la Paganese. A fine stagione il Barletta ottiene la salvezza e Zammuto totalizza 28 presenze in campionato più 2 in Coppa Italia Lega Pro; tuttavia la squadra non si iscrive al campionato successivo, e il giocatore resta svincolato. Nel settembre 2015 scende in Serie D firmando per il Chieri. Fa il suo debutto con i piemontesi il 24 settembre nella sconfitta per 4-0 in casa della Lavagnese. Chiude la stagione con 27 presenze in campionato, due in Coppa Italia Serie D e una nei play-off nei quali il Chieri esce alle semifinali di girone contro la Lavagnese. La stagione successiva resta in Serie D trasferendosi al Gravina, dove ritrova l'ex compagno dei tempi del Piacenza Anaclerio. Fa il suo debutto con i pugliesi il 21 agosto nella vittoria 1-0 sul San Severo valida per il turno preliminare di Coppa Italia Serie D. Segna la sua prima rete con i pugliesi l'11 settembre successivo realizzando il gol decisivo nella vittoria per 1-0 sul campo del Francavilla. Termina la stagione con 20 presenze e 2 reti in campionato, 2 in Coppa Italia serie D ed 1 nei play-off nei quali il Gravina viene eliminato in semifinale dalla Nocerina. A giugno 2017 si trasferisce al Lecco sempre in Serie D. Fa il suo debutto con i lombardi il 20 agosto nella vittoria per 3-0 contro l'Arconatese valida per il turno preliminare di coppa Italia Serie D. Termina la stagione con i blucelesti con 11 presenze in campionato e 2 in Coppa Italia Serie D, senza segnare reti. Nella stagione 2018-2019 scende di due categorie, trasferendosi al Grugliasco, squadra militante nella promozione piemontese-valdostana. Palmarès Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 2005
  19. PIETRO LEONARDI https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Leonardi_(dirigente_sportivo) Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 29.12.1963 Ruolo: Dirigente Sportivo Dirigente del settore giovanile della Juventus dal 2000 al 2004 Pietro Leonardi (Roma, 29 dicembre 1963) è un dirigente sportivo italiano. Carriera Le esperienze in giro per l'Italia Inizia la carriera da Direttore Generale alla Polisportiva Monterotondo Calcio, presso cui trascorre tre stagioni in Serie D dalla stagione 1991-92 alla stagione 1994-95. Dalla stagione 1995-96 è Direttore Generale dell'Aquila. La stagione successiva passa all'Empoli, militante in Serie B come Direttore Sportivo, con il quale raggiunge la promozione nella massima serie, dove rimane fino alla stagione 1998-99. Approda per pochi mesi, dal luglio al dicembre 1999, al Savoia prima di passare alla Juventus nel 2000, nel ruolo di Responsabile del Settore Giovanile. Nel 2004 lascia la squadra di Torino per assumere il ruolo di Direttore Generale prima alla Reggiana dall'agosto 2004 al dicembre 2004. Dal gennaio 2005 al giugno 2006 è all'Udinese, come Direttore Generale. Nella stagione 2006-07 è Vice Presidente alla Cisco Roma. Torna all'Udinese nelle stagioni 2007-08 e 2008-09 come Direttore Generale. Gli anni al Parma I primi tempi e l'attivo di bilancio Nel giugno 2009 entra nell'organico del Parma. Inizialmente con il ruolo di Direttore Generale, poi nell'ottobre 2009 nominato dall'assemblea dei soci anche amministratore delegato del Parma Fc, con poteri di firma e gestione della liquidità. Nella stagione 2010-11 ottiene l'importante risultato di un attivo di Bilancio, primo utile dell'era Ghirardi, conseguito attraverso una gestione oculata delle risorse, riduzione dei costi, differenziazione dei ricavi e il realizzo di plusvalenze. Il 26 marzo 2012 firma un contratto che lo lega con la società Parma fino al 2017. Con il Parma nella stagione 2011-12 ottiene un 7º posto con 56 punti e un filotto record di 7 vittorie consecutive. Nel 2012-2013 arriva 10º in campionato e agli Ottavi di Coppa Italia. Il sogno svanito dell'Europa Nella stagione 2013-14, dopo aver portato Antonio Cassano al Parma, ottiene un 6º posto con 58 punti e record in serie A di 17 risultati utili consecutivi. L'accesso all'Europa League, tuttavia, viene vanificato dalla mancata concessione della Licenza UEFA, a causa di inadempienze nei versamenti Irpef da parte della società da lui amministrata. Il responso della prima commissione federale sarebbe poi stato confermato anche dalla seconda e dall'Alta Corte del Coni. Anche i successivi ricorsi alla Giustizia Ordinaria (Tar Lazio e Consiglio di Stato) non avrebbero restituito al club il diritto acquisito sul campo di partecipare alle coppe europee. La crisi societaria e le dimissioni Nella stagione 2014-2015 la squadra finisce in fondo alla classifica e, indebitata per quasi 100 milioni, nel gennaio 2015 viene ceduta dal presidente Ghirardi all'imprenditore albanese Rezart Taçi con Leonardi che mantiene il suo incarico e che il 25 gennaio 2015, in seguito alla contestazione della curva dopo Parma-Cesena 1-2, è colto da un malore a causa dello stress e viene ricoverato in ospedale. Il 13 febbraio viene deferito dalla FIGC per non aver documentato l'avvenuto pagamento delle ritenute IRPEF e contributi INPS per le mensilità di luglio, agosto e settembre 2014; lo stesso giorno si dimette dal CdA del club rimanendo come direttore generale nella dirigenza del nuovo presidente Giampietro Manenti. La settimana seguente viene ricoverato per problemi di ipertensione e il 21 febbraio viene trasferito nella clinica privata "Città di Parma" specializzata nella cura degli stati d'ansia e per quelli depressivi. Il giorno seguente circa mille tifosi protestano sotto casa sua insultandolo. Il 4 marzo si dimette dall'incarico di direttore generale per motivi di salute e per non essere d'impaccio alla nuova dirigenza visto il difficile momento. Intanto insieme all'ex presidente Ghirardi viene indagato per concorso in bancarotta fraudolenta nell'inchiesta della Procura di Parma sulla gestione della società. Il 14 marzo Leonardi e Ghirardi vengono inibiti per 4 mesi. Il passaggio al Latina Durante l'estate 2015, si diffonde la notizia di un possibile passaggio al Latina in Serie B, voce anche alimentata dalla sua presenza in campo al termine di una partita di inizio campionato. La società smentisce l'ingaggio di Leonardi. Tuttavia Leonardi figura nell'organigramma della squadra come Direttore Generale, cosa per altro confermata dalla sua presenza presso la panchina durante le partite del Latina. Il 21 ottobre viene ufficialmente nominato dg della squadra pontina. Il 23 settembre 2016, dopo essere stato squalificato in primo grado per 5 anni con preclusione in merito al fallimento del Parma, si dimette dall'incarico. Il Latina fallisce 6 mesi dopo.
  20. PIETRO GIULIANO Una vita dentro la Juventus, per la Juventus. Grande passione e competenza, nessuna voglia di mettersi in mostra, secondo il carattere piemontese. Il dottor Pietro Giuliano, prima segretario, quindi General Manager e poi Direttore Generale della Juventus nasce a Caluso, il 9 novembre del 1936. Moglie, due figli, una famiglia serena, la maggior parte della giornata passata a fianco di Boniperti. Giuliano entra di diritto anche nella storia della Juventus, intesa come squadra.Qualche stagione fra i rincalzi («I primi contatti con Giampiero avvennero – ricorda – nelle settimanali partite titolari-riserve oramai passate di moda, ed erano battaglie feroci, noi non ci stavamo a farci mettere sotto e loro si arrabbiavano»), quindi l’esordio in Serie A il 19 febbraio 1956 a Torino, contro i rossoalabardati triestini.Giocò solamente quella partita: «A me è bastata, anche se è ovvio che quando si è giovani si fanno sogni più belli. Ma io sapevo capire la realtà, ci sono gradini difficili da salire nel calcio professionistico e poi avevo anche gli studi, parallelamente. Ho fatto le due cose insieme, ho un buonissimo ricordo di quel periodo».Pietro Giuliano, assorbito sempre più dallo studio, si staccò via via dallo sport per entrare sempre di più nella veste del dottore in scienze economiche. Lasciata la Juventus (squadra e ambiente), giocò ancora un poco tra amici e intanto iniziò quella che oramai credeva sarebbe stata la sua vita di lavoro. Impieghi alla Banca Ceriana, all’Azienda Elettrica Municipale, alle officine Savigliano, quindi il ruolo di Capodivisione all’ospedale Amedeo di Savoia: «Il calcio era oramai lontano dai miei pensieri, anche la Juventus la seguivo oramai con affetto, ma da lontano».Si riavvicinò alla Juventus, nella primavera del 1970, quando incontrò nuovamente Giampiero Boniperti: «Il mezzogiorno di una domenica, nella chiesa del Santo Natale si celebrava una messa in ricordo di mio padre. Sul portone, all’uscita, l’incontro con Giampiero e la sua famiglia, i soliti convenevoli. Poi Boniperti sbotta: “Vediamoci, sentiamoci, ho una cosa da dirti”. Confesso che non l’ho cercato, nelle giornate seguenti. Non per sfiducia, certo, ma perché conoscevo Giampiero come un uomo dalle cento idee, ma anche con molti impegni. Mi telefonò lui, con tono di rimprovero. Mi voleva alla Juventus, a lavorare per la società. Ho detto sì, e ne sono felice. Vedere il calcio la domenica e viverlo dal di dentro tutta la settimana è affascinante!».Rimane alla Juventus fino al 1990, quando si dimette Boniperti. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/pietro-giuliano.html
  21. PIETRO GIULIANO Nazione: Italia Luogo di nascita: Caluso (Torino) Data di nascita: 09.11.1936 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 19.02.1956 - Serie A - Juventus-Triestina 0-1 1 presenza - 0 reti Segretario, General Manager e Direttore Generale della Juventus dal 1970 al 1990
  22. PIETRO PAOLO VIRDIS È entrato nella storia juventina, più che per le sue gesta, per quel clamoroso (per quei tempi) rifiuto di vestire la maglia bianconera. Nell’estate 1977, infatti, Boniperti lo vuole a Torino. La valutazione è di oltre due miliardi: la Juventus che non era riuscita a raggiungere Riva non vuole lasciarsi scappare quello che è considerato, da tutti, il suo erede. Ma poche ore dopo la firma del contratto, il giocatore rifiuta il trasferimento, con motivazioni in gran parte personali.Dopo un colloquio con Boniperti e un ultimatum che non gli lascia scelta, Pietro Paolo raggiunge Villar Perosa il 25 luglio, il giorno fissato per il raduno. L’avvocato Agnelli avrebbe rinunciato a lui; dice, infatti, in quelle ore: «Inutile forzare una decisione, si rischia di compromettere sul nascere ogni rapporto».«Fu una storia davvero strana – ricorda Virdis – io non avevo alcuna intenzione di lasciare la mia terra e per questo puntavo i piedi, ma le pressioni, affinché cambiassi idea, si rivelarono insostenibili. Non so come, ma il massimo dirigente bianconero riuscì a trovarmi e, così, sottoscrivemmo l’accordo nello scantinato di un negozio di Santa Teresa di Gallura».Pietro nasce in provincia di Sassari il 26 giugno 1957 e si mette in evidenza con la maglia del Cagliari: buona tecnica, forte di testa, fisicamente adatto a combattere alla pari con i difensori più arcigni, grande determinazione, ma anche un caratterino niente facile. La Juventus ripone molta fiducia in quel baffuto ragazzo, in prospettiva futura, per sostituire Boninsegna.Gli inizi sono molto confortanti: alla prima giornata di campionato arriva il Foggia al Comunale: da 0-0 al riposo al clamoroso 6-0 finale, a cui contribuisce entrando all’inizio della ripresa. Poi, a Napoli, segna addirittura il goal della vittoria, candidandosi a giocare titolare ma, improvvisamente, si blocca. Prima si accampano scuse tecniche, si parla di incomprensioni con il Trap, di difficoltà di ambientamento nella grande città, poi la triste realtà; mononucleosi, campionato finito. La Juventus vince il diciottesimo scudetto e arriva in semifinale di Coppa dei Campioni ma Virdis colleziona poche presenze.Virdis ha, comunque, la fiducia dell’ambiente juventino e il 1978-79, è una stagione decisamente migliore: pur estraniandosi spesso dal gioco, contribuisce alla causa bianconera in modo importante, facendo da sponda a Bettega e segnando goal decisivi. È il secondo cannoniere della Juventus, dopo Bettega, e un suo goal al Catanzaro in semifinale spiana alla squadra la strada per la conquista della Coppa Italia.Purtroppo, il rendimento di Pietro non è costante, talvolta è anche poco concentrato in zona goal: la stagione successiva, le sue presenze tornano a scendere e il suo contributo ritorna marginale. La società decide che sia meglio trovargli un posto dove rigenerarsi: ritorna, in prestito a Cagliari per un anno, dove disputerà una stagione positiva, di chiaro rilancio.«Sono stato io a chiedere a Boniperti di ritornare alla Juventus, perché volevo riprendere contatto con le mie vere possibilità, rifacendo il cammino fin dai primi passi. E poi c’era un altro motivo importante; mi ero reso conto che ero partito con il piede sbagliato, quando arrivai a Torino la prima volta. Quel rifiuto al mio trasferimento condizionò immediatamente il rapporto tra me e l’opinione pubblica; non solo, ma addirittura fra me e i miei compagni. Ecco il motivo per cui non ebbi a rendere a sufficienza, ecco perché sorse quella barriera fra me e i tifosi bianconeri. Quando si è giovani, si crede e si pensa di essere maturi, però non lo si è mai abbastanza; a conti fatti, ci si accorge di navigare nel bel mezzo del mare dell’errore. È quanto è successo a me; per un anno ho vissuto fra così tanti errori da restarne distrutto moralmente».Il miglior Virdis di sempre si vede nel 1981-82, al ritorno dalla Sardegna. È lui uno dei protagonisti di una Juventus tosta e poco spettacolare, quando è chiamato a sostituire Bettega, infortunatosi seriamente e costretto a chiudere con largo anticipo la stagione e a rinunciare al Mondiale in Spagna. Virdis è capocannoniere juventino, con nove centri in campionato e tre nelle coppe, ma ha il torto e la sfortuna di dare il massimo quando la concorrenza nel ruolo si è fatta, in prospettiva, terribile. La Juventus recupera Paolo Rossi, dopo la squalifica, esplode Nanu Galderisi e stanno arrivando Platini e Boniek; per Pietro Paolo Virdis, non c’è più spazio.Lascia la Juventus per l’Udinese, dopo 110 partite e ventinove reti, molte in assoluto ma poche rispetto alle premesse. Virdis, tenacemente cercato a vent’anni, dieci anni più tardi, nel Milan di Gullit e Van Basten, si rivelerà davvero un ottimo giocatore.GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1982Ci sono personaggi difficili, nel ricco e variegato mondo del pallone. Difficili da capire, da inquadrare in schemi convenzionali. Decifrabili solo a patto di essere superficiali, di lasciare da parte certi dettagli che poi dettagli non sono, ma l’essenza stessa del personaggio. È difficile, tanto per scendere al concreto, essere Pietro Paolo Virdis, personaggio di una Juve presente eppure già sorpassata, viva eppure già irrimediabilmente dietro l’angolo.La vicenda bianconera di Pietro ha il sapore delle stagioni vivaldiane, compresa com’è tra estati rutilanti e spesso sfarzose e inverni di riflessione e talora di fatalismi. Sono anni importanti, per il personaggio e per la squadra, e al tirare delle somme riesce difficoltoso liberarsi da certi influssi sentimentali, di quel romanticismo che vive a fianco di personaggi del pallone, e più che mai aleggia intorno a Pietro Paolo Virdis.Non vogliamo ricostruire passo dopo passo la carriera juventina, ma certo non si può fare a meno di qualche riferimento storico. La storia, nel caso di Virdis, fornisce, in effetti, elementi preziosi per inquadrare, tecnicamente e anche umanamente, il personaggio.Il primo approccio di Pietro alla Juve è già emblematico: il personaggio è consistente, lineare nella sua complessità, per nulla comodo. C’era uno schema tradizionale dell’approdo ai colori bianconeri, fatto di entusiasmi incondizionati, di emozioni, di ringraziamenti a destra e a manca. Virdis se ne discosta apertamente e clamorosamente, soffrendoci per primo, perché è fuor di dubbio che certi rifiuti, meditati e rimeditati, costano più di qualunque assenso.L’immagine dell’attaccante è già ben delineata quando finalmente avviene il primo, festoso incontro con i tifosi. Un’immagine specialissima, perché ci si attende giustamente molto da un giovane sul cui talento non c’è da discutere. E il giovane sembra essere subito sulla diritta via. Il debutto in campionato è di quelli da ricordare, con prestazione araldica contro Foggia e goal di solare bellezza contro il Napoli a Fuorigrotta. Allora è fatta, abbiamo il nuovo Pietro, pensa affrettatamente qualcuno, che già avvicina Virdis al non dimenticato mito Anastasi. Non è fatta per niente.Il personaggio è difficile, e certi fattori ambientali lo rendono ancora più difficile. Solo, nella grande e fredda città che esalta i miti, e che lo attende una lotta dura e senza speranza. Subentra un fatalismo sottile che s’impossessa del ragazzo, troppo sensibile per poter fingere indifferenza.La Juve che arremba sui campi peninsulari preparando l’assalto all’Europa ha bisogno di Virdis soltanto in seconda battuta, potendo ancora contare sul più straordinario compare d’area di rigore dei tempi moderni, Boninsegna detto Bonimba. Per Pietro, briciole di gloria, come la notte del Glentoran, due reti stupende e una prestazione generosissima che passa in sostanza sotto silenzio. E poi, la malattia. Adesso, diventa difficile convincere il ragazzo che il suo fatalismo è fuori luogo. La stagione numero uno con la maglia bianconera è volata via senza soddisfazioni. E l’estate del Mundial argentino e dell’esplosione di Pablito Rossi anticipa per Virdis difficoltà ancora maggiore per l’anno seguente.Il 1978-79 sembra contraddire, almeno all’inizio, certi presagi poco favorevoli per il ragazzo sardo, che nel frattempo è militare. L’avvio è buono, con due reti di pregevole fattura segnate al Milan nella finale di un torneo di settembre. E contro i Rangers, nella prima partita di una nuova scalata alla Coppa Campioni, Pietro da un saggio delle sue doti di uomo goal realizzando una rete acrobatica che manda in visibilio lo stadio torinese. Sembra che non manchi nulla al definitivo decollo del sardo, che anche in campionato debutta con una doppietta a Verona.Virdis rimane Virdis, ossia il personaggio non facile, al quale nulla è regalato dal destino. E, infatti, le buone promesse non hanno un seguito adeguato. La Juve patisce momenti di autentico appannamento e proprio Virdis finisce coinvolto nel momento negativo della squadra, che ancora una volta è fuori dalle Coppe Europee e, per aggiunta della malasorte, è pure lontana dalle primissime posizioni in campionato.Gli alti e bassi della squadra e del centravanti continuano nella stagione successiva. Certi equivoci tecnici sulla funzione di Pietro nel contesto della squadra sono stati risolti felicemente, ma non basta per dare smalto ed entusiasmo a un atleta che ha urgente bisogno di ricaricarsi, sentendosi nel frattempo meno investito di responsabilità. Bettega pivot è il capocannoniere del campionato. Virdis torna al Cagliari in prestito. È la soluzione più saggia. Ritornerà diverso.È storia di ieri, il prosieguo di questo racconto. Pietro, che ha intanto trovato in Claudia l’ideale completamento della sua maturazione di uomo, torna in bianconero senza proclami e quasi in punta di piedi, ma si capisce subito che è cambiato profondamente, che ha tutto per essere davvero campione tra i campioni. La trasformazione è spiegata al mondo una sera di settembre, in occasione di Juve-Celtic di Coppa Campioni. Il suo goal di possesso, di rabbia ma anche di finezza, la dice lunga sulle sue doti mai del tutto espresse. E la svolta, tanto attesa e finalmente realizzata.Ora nessuno più si stupisce nel vedere Pietro risolvere da campione partite più delicate con acuti da cannoniere classico. Ad Avellino, a San Siro con il Milan e in tante altre circostanze i goal di Virdis spianano alla Juve la strada per conquistare la doppia stella. Alla fine, nove reti rappresentano il bilancio di un’annata senz’altro positiva.È stato l’attaccante juventino più assiduo con il goal, ha avuto momenti esaltanti, si è calato con umiltà e determinazione nei panni di Bettega assente per infortunio. Ma non bastano i goal, contro il destino. Ora la Juve, che recupera ed ha finalmente Pablito di tutti i sogni argentini, non può permettersi di sacrificare un personaggio della caratura di Virdis in panchina. Il controsenso tecnico emerge evidente, e non può che convenirne l’interessato. L’ultima delle stagioni vivaldiane di Pietro bianconero è finita in un crescendo di suoni e di immagini festose.Ma c’è da voltare pagina. Lineare, coerente con un destino certamente non favorevole, Virdis in versione Udinese deve già in partenza smorzare certi entusiasmi, per il noto, serio infortunio che lo costringe a saltare la parte iniziale della stagione. C’è solo da sperare, anzi da credere fermamente, che sia l’ultimo assalto della sorte. Lo merita il campione. Lo merita l’uomo.NICOLA CALZARETTA, “GS” DEL SETTEMBRE 2015Partirei dall’estate del 1977, quella del “gran rifiuto” alla Juve. Cosa c’è di vero? «Di vero c’era la delusione per aver fallito il pronto ritorno in A con il mio Cagliari. Arrivammo secondi a pari merito con Atalanta e Pescara. Lo spareggio a tre ci disse male e rimanemmo in B. Per cui io non volevo lasciare la squadra perché la volevo riportare in A».Tifavi Cagliari da piccolo? «Tenevo per la Juventus, ma andavo all’Amsicora con mio padre per vedere Riva e compagni. Nella stagione dello scudetto non abbiamo perso una partita in casa. E c’ero anch’io tra i tifosi che invasero il campo quando, a due giornate dalla fine, vincemmo lo scudetto. Lì è nato l’amore per la squadra della mia città».Ma tu non sei di Sassari? «Io sono di Sindia nel nuorese, a Sassari ci sono solo nato. Poi a sette anni, con tutta la famiglia, ci trasferimmo a Cagliari. Ho sempre avuto la passione per il pallone. Si giocava per strada, in spazi stretti o nei campetti, ore e ore. In quel modo ho messo a punto il mio talento. Mi presero nel settore giovanile della squadra dei Vigili Urbani di Cagliari. Ci allenavamo in un campo vicino all’Amsicora. Alcuni dirigenti del Cagliari mi notarono, ma poi decisero di lasciar perdere».Deluso? «Un po’ sì. Ma mi rifeci alla grande perché mi prese la Nuorese e a sedici anni ho esordito in Serie D. Fu duro staccarsi dalla famiglia. A Nuoro, dove abitavano ancora i miei nonni, stavo nella foresteria. Ogni tanto veniva mio nonno Sebastiano a controllare. Faceva di tutto per non farsi vedere. Fu una stagione molto positiva, segnai undici goal. Il Cagliari a quel punto fu costretto a ricredersi e mi comprò spendendo molti più soldi».1974. Dalla D alla Serie A e l’album Panini ti mette subito in figurina. Un bel salto mortale. «Non stavo nella pelle dalla gioia. Ero accanto al mio idolo Gigi Riva, c’erano altri reduci dello scudetto: Tomasini, Niccolai, Nené, Brugnera, Gori. In verità era un Cagliari in fase calante. Io feci il mio esordio alla prima giornata, 6 ottobre 1974, contro il Vicenza. Finì 0-0, giocai con il numero undici al posto di Riva».Quanto ha pesato l’eredità di Rombo di Tuono? «Non ci ho mai pensato, perché altrimenti il peso mi avrebbe schiacciato. Mi feci crescere anche i baffi, mi rendevano più uomo maturo. Mi sono messo a disposizione dei compagni. Ero l’ultimo arrivato, non potevo pretendere altro. Certo, il fatto che al pronti via mi abbiano dato la maglia di Riva è stato un segnale».In quel tuo primo campionato giochi diciannove volte, ma non segni mai. «Però, con me accanto, Bobo Gori fece dieci goal. Ho contribuito al suo successivo passaggio alla Juve (ride). Tendevo un po’ a deprimermi, anche se sapevo che il futuro era dalla mia. L’anno dopo, specie dopo l’ultimo gravissimo infortunio di Riva, giocai sempre più spesso titolare. Feci sei goal, ma non bastarono a salvare il Cagliari dalla retrocessione».E il quadro si complica. «Saltato Riva e con la squadra in Serie B, iniziarono a scarseggiare i finanziamenti. Gli stipendi venivano pagati con sempre maggiore ritardo. L’obiettivo dichiarato per la stagione 1976-77 era l’immediata promozione, ma il periodo d’oro era finito e i soldi andavano comunque trovati. Ergo, la mia futura cessione sarebbe diventata una dolorosa necessità».Perfetto, torniamo dunque all’estate 1977. Eravamo rimasti ai veri motivi del rifiuto e tra questi l’attaccamento alla maglia. Poi? «Non volevo lasciare la famiglia. Era morto da poco mio padre. C’erano mia madre e tre sorelle. Ero l’unico maschio, sentivo di dover fare l’uomo con i baffi. Questi sono i veri perché del rifiuto iniziale. Il resto è leggenda, comprese le fidanzate mai esistite».E intanto Boniperti viene in aereo a convincerti. «Boniperti era già in Sardegna, in vacanza a Santa Teresa di Gallura. Ci siamo incontrati due o tre volte, sempre di nascosto dai giornalisti. Parlammo a lungo, gli spiegai i miei motivi, lui mi tranquillizzò».E così si arriva alla scena finale della discesa dalla scaletta dell’aereo a Torino. «E poi si dice degli elicotteri di Berlusconi. Boniperti era già lì. Copione perfetto: lui sorridente con il giovane ribelle alla fine convinto e ricondotto alla ragione. Quel giorno si sprecarono i flash. E sorrisi anch’io, perché ero più che felice di indossare il bianconero».Cosa non ha funzionato a Torino? «Il primo anno mi ammalai, poi ci fu il servizio militare. Nel frattempo Boninsegna non mollava e giocava sempre meglio. Io accusai il colpo. Moralmente ero a terra. Mi aiutò molto Claudia, che conobbi lì a Torino e con la quale mi fidanzai. Lei, fin da quei primi momenti, ha avuto un ruolo fondamentale per me».Qualcuno ti ha mai fatto pesare il rifiuto? «Quando le cose non vanno bene, pesa tutto. Su di me c’erano enormi aspettative. In B l’anno prima avevo fatto diciotto goal, ero il nuovo Riva. I tifosi bianconeri non potevano essere contenti di me».E i compagni? «Mi accolsero bene, a partire da Gentile e Tardelli. Ma anche il Trap fu bravissimo con me: parlavamo molto, mi incoraggiava, sentivo la sua fiducia».Mai capitato di parlare con loro del rifiuto? «Qualche volta con Boniperti. Con i compagni mai. C’erano delle battute, tipo: “Ma che sei venuto a fare?”, “Ma perché non sei rimasto in Sardegna?”. In quelle occasioni mi ha fregato la durezza caratteriale, invece avrei dovuto essere più diplomatico e stare un po’ più al gioco. Mi arrabbiavo e me la prendevo».Dopo tre anni in bianconero, torni al Cagliari. Come maturò quella decisione? «Ne parlai con Boniperti, che capì la situazione. Decidemmo che avrebbe fatto bene a tutti un anno a casa. Io avevo bisogno di ritrovare fiducia in me stesso. Il tecnico del Cagliari, Tiddia, fu molto bravo con me. All’inizio non ero tra i titolari, poi iniziai a giocare sempre più spesso, prima di tornare nelle retrovie».Ci fu un motivo particolare? «Sì. Ragioni di mercato. Me lo disse Gigi Riva, passato nei quadri dirigenziali. “Dobbiamo mettere in vetrina Selvaggi che ha molte richieste. Tu tornerai alla Juve a fine prestito. Dobbiamo monetizzare”».1981: torni alla Juve e vinci lo scudetto. «Fu la migliore stagione a Torino. L’anno sabbatico mi fece bene. L’attacco si poggiava su di me, specie dopo l’infortunio a Bettega. Credevo nella riconferma».Invece? «Ero in vacanza a Parigi, tranquillo. Poi leggo sui giornali notizie su una mia possibile cessione. Chiamo subito in sede. Il “Boss” (Boniperti, ndr) mi dice che sarò confermato al 99,9%. Invece no. Ci rimasi malissimo. Pensavo di essermi meritato una nuova stagione alla Juve. Ma la società aveva speso molto ed io ero uno di quelli che potevano essere sacrificati a un prezzo interessante. Fu così che mi accordai con l’Udinese».Lo vivesti come un declassamento? «No, c’era già Causio e c’era la voglia di investire e far crescere la squadra, come mi spiegò Franco Dal Cin, dirigente dei friulani. La conferma ci fu sia con il mio ingaggio che con quello di Zico l’anno dopo».Due anni e l’ennesima risurrezione di Virdis. «Il primo anno fu problematico per un incidente al ginocchio in allenamento. Mi scontrai con il nostro portiere di riserva. Nell’azione precedente mi ero trovato da solo davanti a lui, lo avevo superato in dribbling e avevo fatto goal. Il preparatore gli disse di uscire con più convinzione. Nell’azione dopo, boom».Ti sei rifatto nella stagione successiva. «Dieci reti, una bella squadra con Causio e Zico come compagni di reparto. All‘ultima giornata affrontammo il Milan. Feci goal e di fatto si crearono le premesse per il mio passaggio in rossonero. Ariedo Braida, all’epoca direttore sportivo dell’Udinese, tentò di convincermi a rimanere. Ma di là c’era Gianni Rivera che mi voleva. E poi Nils Liedholm, che mi aveva cercato già anni prima quando allenava la Roma».In rossonero rimani fino al 1989, in tempo anche per vincere una Coppa dei Campioni. «A Barcellona, 24 maggio 1989. Mi fecero un bel regalo Sacchi e Gullit. Entrai al posto dell’olandese al 60’, eravamo già sul 4-0. Una gioia immensa indossando per l’ultima volta la maglia del Milan prima di andare a Lecce e vivere due stagioni belle».Ultima domanda: è mancato un po’ di azzurro alla tua carriera? «C’è stato quelle delle Nazionali minori e soprattutto dell’Olimpica. Mi basta così». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/pietro-paolo-virdis.html
  23. PIETRO PAOLO VIRDIS https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Paolo_Virdis Nazione: Italia Luogo di nascita: Sassari Data di nascita: 26.06.1957 Ruolo: Attaccante Altezza: 182 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Tamburino Sardo Alla Juventus dal 1977 al 1980 e dal 1981 al 1982 Esordio: 21.08.1977 - Coppa Italia - Sambenedettese-Juventus 0-2 Ultima partita: 16.05.1982 - Serie A - Catanzaro-Juventus 0-1 110 presenze - 29 reti 2 scudetti 1 coppa Italia Pietro Paolo Virdis, nome completo Antonio Pietro Paolo Virdis (Sassari, 26 giugno 1957), è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Pietro Paolo Virdis Virdis al Milan nella stagione 1985-1986 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1991 - giocatore 2002 - allenatore Carriera Giovanili 1971-1973 Vigili Urbani Cagliari Squadre di club 1973-1974 Nuorese 25 (11) 1974-1977 Cagliari 75 (24) 1977-1980 Juventus 65 (14) 1980-1981 → Cagliari 22 (5) 1981-1982 Juventus 45 (15) 1982-1984 Udinese 45 (12) 1984-1989 Milan 135 (54) 1989-1991 Lecce 46 (8) Nazionale 1976-1978 Italia U-21 8 (1) 1987-1988 Italia Olimpica 15 (9) Carriera da allenatore 1998-1999 Atletico Catania 2001 Viterbese 2002 Nocerina Caratteristiche tecniche Centravanti, nel corso della sua carriera in massima serie fallì soltanto un calcio di rigore. Carriera Giocatore Club Virdis al Cagliari nel 1975 Attaccante, non ancora sedicenne gioca la sua prima stagione in prima squadra nella Serie D 1973-1974, segnando 11 gol con la maglia della Nuorese. L'anno successivo passa quindi al Cagliari di Gigi Riva, esordendo in Serie A il 6 ottobre 1974 in occasione del pareggio senza reti contro il L.R. Vicenza. I primi gol nel massimo campionato arrivano invece nella stagione 1975-1976 (6 in 23 partite), ma non riescono ad evitare la retrocessione in B dei sardi. Rimane in Sardegna anche nel successivo torneo cadetto, nel quale si mette in evidenza segnando 18 gol. Nell'estate del 1977, dopo una lunga trattativa alla quale inizialmente si oppone, viene ingaggiato dalla Juventus di Giovanni Trapattoni. Anche a causa di ciò fa fatica ad ambientarsi nei bianconeri, tuttavia conquista subito lo scudetto già nella prima stagione, quando ha per compagni di reparto Roberto Bettega e Roberto Boninsegna. Dopo aver vinto anche la Coppa Italia 1978-1979 ed aver passato la stagione 1980-1981 in prestito al Cagliari, vince infine un altro titolo nel 1982: in questa stagione disputa tutte le 30 gare di campionato segnando anche 9 gol, tuttavia viene ceduto all'Udinese per far posto a Paolo Rossi. In Friuli ritrova Franco Causio, già conosciuto a Torino, inoltre nel secondo anno arrivano anche Massimo Mauro e il fuoriclasse brasiliano Zico, che fa coppia con il connazionale Edinho: Virdis gioca con continuità in quel campionato e segna 10 reti. Virdis all'Udinese nel campionato 1983-1984, esultante con Gerolin. Nuovo trasferimento nel 1984, quando passa al Milan di Nils Liedholm. Viene generalmente schierato titolare e realizza 8 gol complessivi nelle tre edizioni della Coppa UEFA a cui partecipa; questi lo rendono il miglior marcatore del club nella competizione per quasi trent'anni (viene prima eguagliato da André Silva e poi superato da Patrick Cutrone nel 2018). Conquista poi, con 17 centri, il titolo di capocannoniere nella Serie A 1986-1987, mentre nella stagione 1987-1988 la squadra viene rinforzata con gli arrivi di Carlo Ancelotti, Ruud Gullit e Marco van Basten. Con i rossoneri, guidati da Arrigo Sacchi, vince quindi un altro scudetto, e la sua doppietta sul Napoli secondo a tre giornate dal termine è decisiva in questo senso. L'anno seguente, l'ultimo a Milano, partecipa anche alla Coppa dei Campioni nella quale segna 3 reti, ed è anche in campo nella ripresa della finale di Barcellona, che si conclude con il netto successo sulla Steaua Bucarest per 4-0. Nel 1989 viene ceduto al Lecce di Carlo Mazzone, che vince la concorrenza dell'Udinese. Si ritira dal calcio nel 1991, dopo due stagioni in Serie A, l'ultima delle quali terminata però con la retrocessione. Nazionale Con la Nazionale Under-21 conta 15 presenze e 9 gol, mentre con la selezione olimpica ha preso parte - come fuori quota - alle Olimpiadi di Seoul. Allenatore Abbandonata l'attività agonistica, ha conseguito la licenza per allenare. Ha guidato l'Atletico Catania e la Viterbese. Nel 2001 sostituisce Piero Cucchi alla guida della Nocerina, per la sua ultima esperienza in panchina. Dopo il ritiro In seguito ha lavorato come commentatore televisivo e gestisce un negozio di specialità enogastronomiche a Milano. Riconoscimenti Il Cagliari lo ha inserito nella sua Hall of Fame. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1977-1978, 1981-1982 - Milan: 1987-1988 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1978-1979 Supercoppa italiana: 1 - Milan: 1988 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 1 - Milan: 1988-1989 Individuale Capocannoniere della Serie A: 1 - 1986-1987 (17 gol)
  24. LUCIANO MIANI GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1976 È difficile sfondare venendo dal vivaio della medesima società, diceva qualcuno. Può essere. Ci sono casi clamorosi a favore di questa tesi, ma anche esempi emblematici dell’opposto. Una cosa è sicura: quando il giovin talento mandato a farsi le ossa, a corroborarsi in B o in C, viene richiamato in tutta fretta alla casa madre, ciò significa che il tipo ha un futuro, che le sue doti sono apprezzate, che insomma c’è posto per lui. È il caso di Luciano Miani, ventenne da Chieti (14 febbraio ‘56 la data di nascita), che torna in bianconero, dopo essersi formato calcisticamente nelle «minori» juventine, all’indomani di un’illuminata stagione in serie C, nelle file della Cremonese. Non si ipoteca il futuro, specie nel mondo del calcio. Ma il futuro di uno come Miani è quantomeno popolato di sviluppi interessanti, di prospettive pure rosee. Indispensabile cominciare da una breve carrellata sul passato. La parola all’interessato, che non si fa certo pregare. «Ho tirato i primi calci al pallone in una squadretta di Chieti, il River. Ho giocato lì in tornei giovanili sino al ‘72, l’anno del mio passaggio alle «minori» della Juventus. L’anno scorso sono stato ceduto in prestito alla Cremonese. È stato per me un fatto positivo sotto ogni punto di vista...». I conti tornano. 35 presenze su 38, alcune prestazioni di assoluto livello, il posto di titolare fisso nella Nazionale Semiprò. Il tutto per un ragazzo di vent’anni scarsi non può passare senza lasciare tracce. «È evidente che il salto per me non è stato roba da poco. Ho giocato quattro partite in nazionale C, credo di essermela cavata niente male...». Ma non parliamo soltanto del Miani calciatore e «libero» di avvenire in special modo. Anzi, per adesso, cerchiamo di non parlarne affatto. Inquadriamo il personaggio, contorni extracalcistici in primis. Luciano studia e ha un sacco di hobby. Approfondiamo una cosa per volta. «Ho fatto la quarta geometri, ho tutta l’intenzione di prendermi ‘sto benedetto diploma. Certo per un calciatore è un problema serio conciliare sport e studio. Comporta dei sacrifici, a volte vien da chiederti se ne vale davvero la pena. Mah, comunque ormai il più dovrebbe essere fatto». Miani non è propriamente un ottimista. «Guardo le cose cercando di starmene con i piedi per terra, non mi va di farmi delle illusioni. Più che pessimista, sono realista. Nel calcio come nella vita, s’intende». Domanda scontata, a questo punto: il carattere. «Sono un buono, non sarei capace di fare del male a una mosca. Mi piace la compagnia, la solitudine mi fa abbastanza paura. Non sono troppo estroverso, ma nemmeno timido. Insomma, ho un carattere normale, che devo dire...». Luciano Miani, «libero» di vent’anni, arriva alla Juve di Trapattoni e si ritrova immediatamente nelle condizioni ideali per esprimere le proprie doti. Nelle partitelle di preparazione, la sua tecnica e la grinta non comune lo mettono in mostra. Insomma, il Trap si accorge che dietro Scirea c’è un tipo che all’occorrenza può benissimo essere buttato nella mischia. Un «libero» che lascia intravedere le qualità di predecessori illustri, che in maglia bianconera hanno nobilitato il ruolo con araldica compostezza e risorgimentale impegno. Miani ricorda nello stile Salvadore, e vi preghiamo di non storcere il naso: il paragone non è irriverente. La grinta di «Bill», il suo incontrismo esemplare, si ritrovano pari pari in questo talento ventenne tornato in bianconero dopo una lucente parentesi in provincia. Il suo ritorno alla Juve dopo un anno di corroborante rodaggio tra i semiprò, potrà anche non coincidere con una immediata esplosione. Ci vuole fortuna e un concorso di circostanze. A volte non basta essere bravi. Ma sicuramente di Miani risentiremo parlare. Il piglio c’è. Si farà strada. CALCIOMERCATO.COM DEL 15 MAGGIO 2014 «La Juventus, il massimo per me che ero tifoso bianconero. In quel gruppo c’era Paolo Rossi, Brio, Marangon, Verza e altri ancora. Un sogno che si avvera. Alle medie, a Chieti Scalo, facevo la raccolta delle figurine Panini. Andavo pazzo per Pietro Anastasi. Dopo un paio di anni ero a Torino che mi allenavo con lui. All’epoca, il libero doveva difendere e impostare l’azione. Servivano piedi buoni. Poca gloria in prima squadra, solo qualche panchina in serie A e in coppa Uefa. Ero in stanza con Altafini. Era a fine carriera, ma ogni volta che entrava faceva gol. Poi la Juventus mi ha mandato un po’ in giro. Sono contento della mia carriera, ho giocato nel calcio degli anni ‘80 amato da tutti. Anche oggi. Era un calcio leader in Europa. Però, tornassi indietro… Di certo, da giovane non avrei fatto pressione sulla Juventus per andare a giocare. Mi sentivo chiuso da Scirea, non avevo grandi prospettive. E chiesi di andare via. Potessi tornare indietro, beh, non lo rifarei. Avrei fatto di tutto per restare nella Juventus. Quando sei in una grande squadra ci devi restare finché puoi». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/06/luciano-miani.html
  25. LUCIANO MIANI https://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Miani Nazione: Italia Luogo di nascita: Chieti Data di nascita: 14.02.1956 Ruolo: Difensore/Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 10.05.1978 - Coppa Italia - Taranto-Juventus 1-1 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 5 presenze - 0 reti Luciano Miani (Chieti, 14 febbraio 1956) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore e centrocampista. Luciano Miani Miani al L.R. Vicenza nel 1978. Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1990 - giocatore Carriera Giovanili 1972-1975 Juventus 5 (0) Squadre di club 1975-1976 Cremonese 35 (1) 1976-1977 Ternana 13 (0) 1977-1978 Pisa 24 (0) 1978-1980 Lanerossi Vicenza 53 (1) 1980-1981 Udinese 26 (2) 1981-1984 Fiorentina 36 (5) 1984-1985 Arezzo 23 (0) 1985-1987 Cagliari 47 (0) 1987-1988 Alessandria 9 (0) 1988-1989 Lanerossi Vicenza 19 (0) 1989-1990 Schio 25 (1) Carriera da allenatore 1990-1991 Schio 1991-1992 Venezia Primavera 1993-1994 Verona Primavera 1995-1998 Chievo Primavera 1999-2000 Chievo 2001 Alzano Virescit 2001-2003 Trento 2006 Legnano 2008-2010 Vicenza Primavera 2011-2012 R.C. Angolana Juniores 2012-2013 R.C. Angolana 2014-2015 R.C. Angolana Juniores 2016-2017 River Casale 2019 R.C. Angolana Carriera Giocatore Cresciuto nelle giovanili della Juventus, Miani mosse i primi passi della sua attività agonistica nella Cremonese, in Serie C. Nei successivi anni giocò nella Ternana e nel Pisa. Giovan Battista Fabbri, al L.R. Vicenza, lo fece esordire in Serie A nella stagione 1978-1979; nel 1980 passò all'Udinese. Miani (accosciato, al centro) alla Cremonese nel 1975-1976 In seguito passò alla Fiorentina; dopo l'infortunio che colpì Giancarlo Antognoni, a seguito di uno scontro di gioco con Silvano Martina, giocò di più e, schierato titolare da Giancarlo De Sisti con la maglia numero 10, collezionò 26 presenze e 4 gol nel torneo dello scudetto mancato dalla Fiorentina dopo il testa a testa con la Juventus. Miani rimase in viola fino alla stagione 1983-1984 e il suo rendimento fu condizionato da un infortunio in uno scontro di gioco con Michel Platini. Giocò poi con Arezzo, Cagliari, Alessandria e, infine, Vicenza. Pur essendo principalmente un centrocampista, si adattava in molti ruoli, sia a centrocampo, sia come difensore: in pratica coprì, secondo l'usanza dell'epoca, tutti i numeri dall'1 all'11, tranne il 9. Giocò infatti anche per qualche minuto in porta in Ascoli-Udinese del 1980-81, quando il portiere Della Corna subì un infortunio e la squadra aveva terminato le 2 sostituzioni ammesse, non potendo quindi fare entrare in campo il portiere di riserva Pazzagli. Allenatore e dirigente Conclusa la carriera agonistica, intraprese quella di allenatore. Ha guidato le giovanili di Venezia, Vicenza e R.C. Angolana. Ha allenato anche l'Alzano Virescit, il Trento ed il Legnano. Vanta anche una breve esperienza come allenatore del Chievo in serie B. Nel gennaio del 2012, mentre era alla guida della Juniores, è diventato l'allenatore dell'Angolana. Ha mantenuto l'incarico fino al novembre del 2013, quando è stato esonerato. Nella stagione 2014/15 è tornato alla guida della Juniores. Nel luglio del 2015 è diventato il responsabile dell'area tecnica del River Casale, società in cui è cresciuto calcisticamente prima di approdare alle giovanili della Juventus. Nella stagione 2016/17 ha anche ricoperto il ruolo di allenatore della prima squadra.
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