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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. TIZIANO ASCAGNI https://it.wikipedia.org/wiki/Tiziano_Ascagni Nazione: Italia Luogo di nascita: Voghera (Pavia) Data di nascita: 08.06.1954 Ruolo: Attaccante Altezza: 182 cm Peso: 79 kg Soprannome: Zingaro del gol Alla Juventus dal 1972 al 1973 Esordio: 16.05.1973 - Coppa Italia - Juventus-Reggiana 1-1 1 presenza - 0 reti Tiziano Ascagni (Voghera, 8 giugno 1954) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Tiziano Ascagni Ascagni alla Triestina nella stagione 1981-1982 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 79 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1989 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Vogherese Squadre di club 1970-1972 Vogherese ? (20) 1972-1973 Juventus 1 (0) 1973 Latina 5 (0) 1973-1974 Legnano 8 (1) 1974-1975 Udinese 13 (2) 1975-1976 Carpi 28 (13) 1976-1978 Juniorcasale 62 (20) 1978-1979 Ternana 19 (1) 1979-1980 Varese 32 (10) 1980-1981 Cremonese 29 (5) 1981-1983 Triestina 68 (18) 1983-1984 Parma 21 (2) 1984-1986 Brescia 51 (5) 1986-1987 Spezia 29 (4) 1987-1988 Fiorenzuola ? (?) 1988-1989 Castelverde ? (?) Carriera da allenatore 1988-1992 Castelverde 1992-2014 Cremonese Giovanili Caratteristiche tecniche Giocatore tecnico e fantasioso, giocava come trequartista o seconda punta. Carriera Giocatore Cresce nella Vogherese, con cui debutta nel campionato di Promozione a 16 anni, nel 1970, realizzando 20 reti in due stagioni. Due anni dopo è nelle giovanili della Juventus, con cui non riesce a esordire in Serie A, scendendo in campo solo in Coppa Italia contro la Reggiana. A partire dal 1973 inizia a peregrinare in numerose squadre delle serie inferiori, guadagnandosi per questo il soprannome di Zingaro del gol. Dopo alcune annate con poche presenze con Latina, Legnano e Udinese, si mette in luce nel campionato di Serie D 1975-1976 con la maglia del Carpi, nel quale realizza 13 reti. Acquistato dal Juniorcasale, gioca stabilmente per due campionati di Serie C, realizzando 6 reti nel primo e 14 nel secondo, chiuso dai piemontesi al secondo posto. Le sue prestazioni in maglia nerostellata gli valgono il trasferimento in Serie B, alla Ternana: esordisce tra i cadetti il 24 settembre 1978, nel 2-2 interno contro il Palermo. In rossoverde non ripete le prestazioni degli anni precedenti, realizzando un solo gol in 19 partite, contro il Taranto. A fine stagione ridiscende in Serie C1, categoria nella quale diventa uno specialista in promozioni pur frenato da discontinuità caratteriali. Nella stagione 1979-1980 realizza 10 reti nel Varese che vince il campionato, mentre l'anno successivo contribuisce con 5 gol alla promozione della Cremonese. Anche in questo caso non segue la sua squadra tra i cadetti, accasandosi alla Triestina: vi rimane per due stagioni, formando la coppia d'attacco titolare con Franco De Falco e ottenendo una nuova promozione, nel 1983. In quell'anno realizza 6 reti, giocando come spalla e uomo-assist per Franco De Falco che va a segno 25 volte. Nell'ottobre 1983 lascia i giuliani dopo un avvio di stagione negativo tra i cadetti, e viene acquistato dal Parma: qui ottiene la sua quarta promozione in Serie B. Passa quindi al Brescia, dove colleziona 51 presenze in due annate che coincidono con altrettanti salti di categoria: dalla Serie C1 alla B (1985) e dalla B alla A (1986). Dopo un'annata allo Spezia, in Serie C1, su consiglio del dirigente della Cremonese Erminio Favalli va a chiudere la carriera nel Fiorenzuola, nel Campionato Interregionale, dove fa coppia in attacco con Hubert Pircher. In Valdarda Pircher e Ascagni non riescono a condurre la squadra alla promozione, e l'attaccante vogherese viene sospeso per motivi disciplinari dalla dirigenza. Chiude la carriera in Terza Categoria, nel Castelverde, come allenatore-giocatore. Ha totalizzato 49 presenze e 2 reti in Serie B, con Ternana, Triestina e Brescia; ha inoltre ottenuto cinque promozioni nella serie cadetta, record per la Serie C. Allenatore Terminata l'attività agonistica, resta al Castelverde come allenatore, prima di occuparsi del settore giovanile della Cremonese a partire dal 1992. Palmarès Giocatore Campionato Italiano Serie C1: 4 Varese: 1979-1980 (girone A) Triestina: 1982-1983 (girone A) Parma: 1983-1984 (girone A) Brescia: 1984-1985 (girone A)
  2. LELIO ANTONIOTTI Formatosi nello Sparta di Novara – ricorda Caminiti – aveva esordito in A nella Pro Patria di Busto Arsizio (1946-47), segnando e facendo segnare. Con leggiadre cadenze, quasi resuscitava il proverbiale Sindelar. Con un colpo di tosse e uno sbotto di sangue Lelio interrompeva una partita ed entrava in ospedale. Aveva sofferto la fame ragazzino e non erano bastati entusiasmi e bistecche della pace a rassodarne il fisico.Tornato a giocare si trasformava lentamente in un rifinitore (Lazio 1951-52), con cadenze eleganti, molto riflessive, un adattamento alle svolte tattiche suggerite nel Torino da Annibale Frossi (1953-54), spesso di strenua intelligenza pratica.Nella Juve di Sandro Puppo il sognatore (1955-57), avrebbe dovuto far da balia ai Puppanti del vivaio, realizzò due goal, era una Juventus abbandonata da Gianni Agnelli in un mare di guai, appena colpita nel grande cuore di Giampiero Combi, diretta da un trio di esperti: dottor Nino Cravetto, dottor Marcello Giustiniani, avvocato Enrico Craveri, i quali, in realtà, più che esperienza del ruolo avevano nobiltà juventina.Fallivano le impostazioni tecnico-teoriche di Sandro Puppo, anche lo svedesino Kurt Hamrin non si ambientava, in quel torneo 1956-57 i Viola, Corradi, Garzena, Emoli, Nay, Oppezzo, Hamrin, Conti, Antoniotti, Colombo, Stivanello, con altri come Aggradi, Donino, Romano, Stacchini, Caroli, Bartolini, Dell’Omodarme, Voltolina, riuscirono a toccare il fondo dell’umiliazione per la raffinata direzione, con il piazzamento finale a trentatré punti, cioè in zona retrocessione (la Triestina retrocedeva con ventinove punti).Bisognava riprendere quota. L’avvocato Gianni decideva per il fratello Umberto. Dal Galles arrivava quel gigante di Charles e dall’Argentina un cabezón di nome Sivori.BRUNO ROGHI, DA “IL CALCIO E IL CICLISMO ILLUSTRATO” DEL 22 NOVEMBRE 1956Si sente dire di Lelio Antoniotti che è il solo giocatore attuale che rappresenti una buona imitazione di Peppino Meazza. Se per un verso questo raffronto è positivo tornando a vantaggio di Antoniotti, per un altro verso il raffronto è limitativo, per non dire negativo, perché sottrae ad Antoniotti una parte della sua originalità d’artista del gioco in quanto imitatore di un atleta ritenuto dagli esperti inimitabile, appunto il «balilla».L’errore è di impostazione. L’originalità non consiste, a nostro parere, nel «non imitare» ma nel «non farsi imitare». Veniamo al caso nostro. Se è vero che Antoniotti è nella corrente stilistica che ha avuto in Meazza il massimo e insuperato esponente, è altrettanto vero che ben pochi sono i giocatori dei tempi nostri che sappiano modellare il gioco alla maniera del centravanti del novarese Sparta, già personaggio dei palcoscenici verdi all’età di diciott’anni allorché la sorte lo provvide degli unghioli del «tigrotto» bustese, lui che di felino aveva soltanto l’elasticità e la snellezza.Il suo curricolo di carriera elenca una serie cospicua di squadre alle quali ha dato il suo nome e i suoi servigi: Pro Patria. Lazio, Torino, Juventus. C’è da credere che Antoniotti abbia nel sangue l’inclinazione al nomadismo. Per quanto lo conosco, ciò non rientra nel suo temperamento. Lo provano i cinque anni da lui trascorsi nella maglia cerchiata della Pro Patria.La verità è forse diversa. Forse i passaggi di Antoniotti da una squadra all’altra, specie negli ultimi anni, si spiegano con la necessità di determinati allenatori di dotare i reparti di quell’accento dì gioco che un tipo alla Antoniotti possiede pressoché in esclusiva: il gioco intelligente.La natura si è fermata al m. 1,68 quando l’ha stirato in altezza. La natura non ha impiegato più di 60 chilogrammi quando l’ha messo sulla bilancia. Ha plasmato in lui un «leggero» dei rettangoli del calcio. Ne ha poi ravvivato le membra e l’estro con quello «spirito della leggerezza» che è la spiccata prerogativa del suo stile di calciatore, e diciamo pure il suo punto di debolezza, almeno all’occhio e alla scarpa dei suoi meno complimentosi avversari.Il giocatore leggero, ma fornito di tutti i numeri della tecnica raffinata, è un giocatore segnato a dito dagli atleti di rottura che montano la guardia alle zone proibite del campo. Per cavarsela, egli è costretto a giocare d’astuzia, là dove la forza non giova. Tutta la carriera di Antoniotti è idealmente condensata in una specie di manuale dell’astuzia: l’astuzia indispensabile per mantenere elevato lo standard del rendimento sui campi moderni dove, agente provocatore il catenaccio (o qualcosa di simile, è sempre più ridotto e periglioso il margine concesso alle manovre degli attaccanti leggeri.Visto sotto altro profilo, il gioco di Antoniotti è tutto ciò che resta e resiste, nel segno del «metodo», all’ondata vittoriosa delle nuove tattiche e delle nuove esperienze calcistiche. Si può parlar di lui come dell’ultimo dei Moicani in tema di fedeltà alle vecchie formule. Ciò non significa che Antoniotti sia giocatore negato al «sistema» e perciò isolato, disorientato ed estraneo alle imperiose concezioni del calcio moderno. Il suo inserimento nel gioco a sistema è perspicuo, ma indiretto. Antoniotti accetta il gioco moderno, e, tuttavia, non appena l’occasione propizia gli fa l’occhiolino, agilmente ne esce fuori per abbandonarsi all’invito seducente della palla antica, della palla, per tornare all’inizio del nostro profilo, che ebbe in Meazza il suo interprete geniale.Il ritorno di Antoniotti alle cifre e alle sequenze del gioco a metodo è palese nella sua arte della serpentina, nella sua attitudine a inventare l’azione inaspettata, nei suoi guizzi che sfiorano l’erba del prato, nel suo stesso modo di filtrare attraverso i reticolati delle munite difese avversarie.Un altro elemento che concorre a fissare la personalità di Lelio – un nome goldoniano, guarda un po’, che suggerisce l’idea della galanteria e della finezza, non senza un alito di svaporatezza – può essere riscontrato nel rapporto tra la sua età e la sua notorietà.Antoniotti è meno vecchio di quanto sia famoso. È d’un paio d’anni sotto la trentina, e nello stesso tempo è un «classico» del repertorio sportivo. La diffusione del suo nome nei testi del gioco è cominciata presto, prestissimo, e ciò non può essere spiegato se non alla luce nitida della sua bravura e della stessa immediatezza onde il suo nome è divenuto il simbolo di un particolare gergo del gioco. Fin da quando, non ancora ventenne, si imbrogliava e si sbrogliava dalle misure del pugnace gioco bustese – così poco rispondente alle sue attitudini naturali – Antoniotti era visto e ammirato alla guisa di un Mowgli, il famoso fanciullino di Kipling che era capitato nel branco dei lupi, nel profondo della giungla, e ne era divenuto, a un tempo, l’idolo e il capo. Calatelo ora nella tana dei tigrotti, e vedrete che il paragone, alla sua maniera spensierata, calza.Ma anche là, in casa bustese, il suo gioco non si è corrotto al morso della partita di combattimento. Anche nel calcio si diventa ciò che si è, pertanto la maturazione atletica di Lelio, nel senso rigorosamente tecnico delle sue prestazioni, ha potuto svilupparsi nei cinque anni della sua appartenenza alla Pro Patria, nonostante il diverso linguaggio che lui e la sua squadra parlavano. Infine non si deve escludere a priori che proprio nella squadra lombarda, sempre alle prese con gli spettri della retrocessione, Antoniotti abbia acquistato quella punta di mordente che oggi gli permette di battersi, senza battersela, contro avversari di lui più massicci e spericolati.La fedina calcistica di Antoniotti è pulita. Il suo gioco ha nella correttezza e nella cavalleria i suoi specchi. Ciò lo onora in tempo, come i nostri, di fedine sporche. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/04/lelio-antoniotti.html#more
  3. LELIO ANTONIOTTI https://it.wikipedia.org/wiki/Lelio_Antoniotti Nazione: Italia Luogo di nascita: Bard (Aosta) Data di nascita: 17.01.1928 Luogo di morte: Novara Data di morte: 29.03.2014 Ruolo: Attaccante Altezza: 168 cm Peso: 58 kg Soprannome: Lello Alla Juventus dal 1956 al 1957 Esordio: 16.09.1956 - Serie A - Lazio-Juventus 0-3 Ultima partita: 31.03.1957 - Serie A - Milan-Juventus 4-1 18 presenze - 2 reti Lelio Antoniotti, detto Lello (Bard, 17 gennaio 1928 – Novara, 29 marzo 2014), è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Lelio Antoniotti Nazionalità Italia Altezza 168 cm Peso 58 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1959 Carriera Giovanili Sparta Novara Squadre di club 1945-1946 Sparta Novara ? (?) 1946-1951 Pro Patria 119 (48) 1951-1953 Lazio 53 (10) 1953-1956 Torino 78 (13) 1956-1957 Juventus 18 (2) 1957-1958 Lanerossi Vicenza 16 (1) 1958-1959 Novara 7 (0) Carriera Club Gli inizi e gli anni alla Pro Patria Nativo di Bard, piccolo centro della Valle d'Aosta, Antoniotti iniziò a giocare a calcio nei primi anni quaranta nelle giovanili dello Sparta Novara, società con la quale esordì nel campionato di Serie C 1945-1946 e che arrivò ultima nel suo girone. Nella stagione successiva venne ingaggiato dalla Pro Patria, militante in Serie B, con la quale mise a segno ventidue reti in 35 presenze e conquistò la promozione in Serie A. Antoniotti (accosciato, secondo da sinistra) nella Pro Patria del 1950-51 Esordì nella sua prima annata in Serie A il 28 settembre 1947 nella gara Pro Patria - Sampdoria (1-0), mentre la prima rete arrivò nella giornata successiva, il 5 ottobre, nella vittoria per 1-0 contro la Fiorentina. In totale collezionò undici marcature in 33 gare, con la squadra che conquistò la salvezza terminando all'ottavo posto. Nel 1948-1949, campionato noto per la tragedia di Superga, la stagione sembrò iniziare benissimo per Antoniotti, a segno otto volte in 15 gare, tra cui una tripletta alla Sampdoria. Fu colpito però da una grave pleurite e costretto a saltare buona parte del campionato (con la squadra che terminò diciassettesima, ad un punto dalla retrocessione) e quasi totalmente la stagione successiva, nella quale scese in campo solo in quattro occasioni mettendo comunque a segno una rete, in Pro Patria-Fiorentina 3-0 del 28 maggio 1950 (la Pro Patria terminò il campionato all'undicesimo posto). Tornato titolare nel 1950-1951, in 32 presenze mise a segno solo sei reti, con la squadra che terminò al decimo posto. Al termine della stagione, l'attaccante valdostano fu ceduto alla Lazio, quarta nel campionato appena trascorso e qualificata per la Zentropa Cup (edizione non ufficiale della Coppa Mitropa). Lazio, Torino e Juventus Antoniotti con la maglia della Lazio. La prima stagione di Antoniotti con la maglia della Lazio non fu all'altezza delle aspettative: l'attaccante mise infatti a segno solo sei reti in 29 gare. La squadra terminò comunque al quinto posto, spinta dai gol del turco Şükrü Gülesin: nella Zentropa Cup invece i biancocelesti subirono due sconfitte, perdendo la semifinale per 5-0 contro il Rapid Vienna e la finale 3º-4º posto contro la Dinamo Zagabria per 2-0. Anche nella stagione successiva il giocatore valdostano si mette su bassi livelli, siglando solo quattro reti in 24 presenze: la squadra laziale concluse al decimo posto in classifica e Antoniotti venne ceduto al Torino. Arrivato tra i granata, che ancora dovevano recuperare dall'incidente di Superga, Antoniotti si mantenne sui livelli già visti alla Lazio: in tre stagioni (dal 1953 al 1956) segnò tredici reti in 78 presenze con la squadra che si mantenne nelle posizioni centrali della classifica. Al termine della stagione 1955-1956 fu ceduto alla Juventus: con i bianconeri, che terminarono al nono posto in quell'annata, mise a segno solo due reti in 18 partite. Rimase solo una stagione nella Juventus, prima di passare al Lanerossi Vicenza. Vicenza, Novara e il ritiro Anche nella squadra vicentina, così come alla Juventus, Antoniotti si trattenne solo una stagione, siglando solo una rete in 16 partite nel 1957-1958. La squadra si classificò settima e il valdostano fu lasciato libero di trovarsi una nuova squadra per la stagione successiva. Antoniotti giocò la stagione 1958-1959 nel Novara, militante in Serie B, giocando solo sei partite senza segnare alcuna rete, dopodiché si ritirò dal calcio giocato. Al termine della carriera, contò 249 presenze e 52 reti in Serie A e 41 presenze e 22 reti in Serie B. Nazionale Antoniotti non fu mai convocato in Nazionale Maggiore: ottenne solo una convocazione nell'allora Nazionale Giovanile il 6 maggio 1951, quando ancora militava nella Pro Patria. Dopo il ritiro Terminata la carriera da calciatore, entrò a far parte dello staff della FIGC, come docente di tecnica calcistica prima e come responsabile del NAGC (Nucleo Addestramento Giovani Calciatori) poi, direttamente al Centro di Coverciano. Fece inoltre parte degli esaminatori del Supercorso degli allenatori per quello che riguardava l'area tecnica.
  4. JOSÉ ALTAFINI «È un fanciullo mai cresciuto, ha il cuore ovunque e una valigia sempre pronta con camicie e pigiama, un giramondo che vive alla giornata, ma che costruisce il futuro con astuzia. Interpreta il calcio come un pioniere romantico, il professionismo gli dà quasi un senso di noia. Ma davanti a un pallone si diverte un mondo, in allenamento come in partita. E l’obiettivo è soltanto uno: trafiggere i portieri, in che modo non importa, basta che il pallone gonfi la rete». Dunque sono nato… Quando non lo ricordo, ma mia madre ha sempre detto che erano le nove e mezzo di sera del 24 luglio 1938: ed io, a quello che dice Mamma Maria ho sempre creduto. Mamma Maria è originaria di Lendinara in provincia di Rovigo come mio nonno Luigi. Mio padre Giaoacchino, invece, è nato a Caldomezzo. Ho passato l’infanzia come tutti i bambini brasiliani poveri: studiando il mattino e lavorando – quanti lavori ho fatto pur se a metà – il pomeriggio. Ho parlato prima di povertà: per tirare avanti, mamma e papà dovevano lavorare dalla mattina alla sera: la mamma in casa a tirare su noi piccoli e papà nelle piantagioni di canna da zucchero che crescono attorno a Piracicaba. Piracicaba è un paesone (o meglio una cittadina) nello stato di San Paolo: da quelle parti, ci sono due cose che accomunano tutti quanti i bambini: la passione per il calcio e il cibo. Che è sempre o quasi quello: una bella scodella di «feijaos e arroz» ovvero riso e fagioli. Quando ero bambino, la mamma aveva adottato per me un soprannome un po’ strano: mi chiamava «Quica», come il tamburello che serve, a Rio, ad accompagnare il samba durante il carnevale. Perché «Quica»? Forse perché ero duro com’è dura la pelle del tamburo o forse perché volevo sfondare a ogni costo come sognano tutti i poveri in ogni parte del mondo. Sì, volevo sfondare, perché non mi andava di continuare a mangiare riso e fagioli; perché non mi andava di continuare a fare i conti con il soldino da risparmiare. E speravo di sfondare quando studiavo; quando facevo il garzone da barbiere; quando scaricavo camion di saggina; quando lucidavo mobili. E volevo sfondare perché non mi volevo trovare, vecchio, a lavorare ancora nelle piantagioni di canna da zucchero, i «canaviais». Con tutta la rabbia che avevo in corpo, quindi, appena potevo prendevo a calci una palla quasi sempre fatta di stracci: e lo facevo a piedi nudi perché di scarpe, ognuno di noi, ne aveva un solo paio che serviva quando mettevamo il vestito buono la domenica. Giocavamo dappertutto: anche perché lo spazio non era certo un problema: attorno a Piracicaba c’erano prati e campi che la nostra fantasia trasformava in altrettanti Maracanà. La mia prima squadra fu il Club Atletico Piracicabano, serie B, del quale entrai a far parte che ero un bambino o poco più. In quella squadra eravamo dilettanti per cui quando – era il ‘55 – Idillio Gianotti, un commerciante di Piracicaba, mi propose di andare a San Paolo a provare per il Palmeiras, non lo feci nemmeno finire di parlare: gli dissi sì e il giorno dopo partimmo. Il provino fu tutt’altro che entusiasmante: forse perché Gianotti aveva parlato tanto bene di me, chi mi vide quel giorno rimase un po’ deluso. Ma anch’io avevo le mie buone ragioni: mi avevano schierato mezz’ala che non era il mio ruolo. L’affare, a ogni modo, andò in porto e, come primo ingaggio, ebbi due vestiti, uno grigio e uno blu, e due camicie bianche: forse le prime della mia vita. Alla mia squadra andarono 75.000 lire. Allenatore della squadra ragazzi del Palmeiras era Alfredo Gonzales il quale, dopo avermi visto giocare un paio di volte, mi prese da parte e mi disse: «Ragazzo, tu non sei una mezz’ala; tu sei un centravanti. Il tuo mestiere non è giocare per gli altri ma fare gol. Impara e diventerai grande». Io seguii a puntino i suoi consigli e, nel giro di un anno, passai dalla squadra ragazzi alla serie A. Nel Palmeiras ero il terzo centravanti: ero chiuso, quindi. Solo che io non ci stavo, tanto è vero che trasformavo ogni occasione che mi si presentava come l’ultima che avevo a disposizione. E mi avventavo come una furia su tutti i palloni. Come feci a Catanduva, durante la mia prima partita, quando, messo in campo col Palmeiras sotto di 4 gol, in 20 minuti segnai due reti e colpii due pali! Quello che feci in quella partita mi procurò la promozione in prima squadra per cui a vent’anni mi trovai titolare del Palmeiras e della nazionale Paulista. E a vent’anni diventai anche… Mazola. A chiamarmi così per la prima volta fu Claudio Cardoso, allenatore del Palmeiras quando mi volle con sé. Perché Mazola? Perché somigliavo al grande Valentino Mazzola e perché in Brasile si usa dare un soprannome a tutti i giocatori. E fu appunto come Mazola che arrivai, con la Seleçao in Italia. Era il ‘58 e noi ci preparavamo ai mondiali che si dovevano giocare in Svezia. Allenatore era Vicente Feola e di quella squadra, ricordo, facevano parte i due Santos, Gilmar e Pelé. Che era poco più che un ragazzino. In nazionale, esordii contro il Portogallo: il Brasile vinceva 1-0 quando Feola mi mandò in campo a sostituire Pagao. Poco dopo segnai il secondo gol per la mia squadra e diedi a Del Vecchio il pallone del 3-0. Prima della Svezia, giocai due partite in Italia contro Fiorentina e Milan: identico risultato: 4-0 per noi. Nel Milan ricordo che giocava Ghezzi e ricordo anche che mi raccontò in seguito che non sapeva darsi pace per un gol che gli segnai «em bycicleta». La mia partita contro i rossoneri segnò una svolta importantissima nella mia vita: il presidente Rizzoli, infatti, il giorno successivo mi acquistò per 242 milioni. In Svezia giocai poco: solo due partite e due gol. Ma d’altro canto, centravanti titolare era il grande Vavà e come potevo io, un «Mazola» qualunque, sperare di togliergli il posto? Rientrati in patria campioni del mondo, trovammo Rio come se ci fosse il carnevale: tutti ci trattavano da trionfatori e tutti ballavano samba. La sera dopo andai a Piracicaba dove mio zio Marchesoni mi comunicò che il Milan mi aveva comperato. Fissata la data di partenza attorno al ferragosto, mi restavano da fare ancora parecchie cose prima di partire, tra le quali sposare la mia ragazza, Eliana D’Addio: il matrimonio fu celebrato nella cattedrale di Praça da Sé. Dopo un breve viaggio di nozze, via in aereo con destinazione Milano dove trovai ad attendermi il ragionier Carlo Montanari, allora general manager del Milan, che non mi ha più perdonato di averlo costretto a restare in città in uno dei più caldi agosti degli ultimi trent’anni. Era il 18 agosto 1958: avevo vent’anni, tanta voglia di sfondare ma anche, debbo confessarlo, un bel po’ di paura perché sapevo di trovarvi il signor Viani: un orco o poco meno, mi avevano detto quelli che lo avevano conosciuto; un orco che da me si aspettava moltissimo e che, quindi, era ansioso di incontrarmi. Allora il signor Viani era il vero padrone: al Milan non si faceva nulla senza prima chiederglielo. E le sue parole erano vangelo! In questo campo, Viani è stato assolutamente inimitabile: tutta la squadra dipendeva da lui ed era lui che faceva il bello e il brutto tempo. Quando arrivai al ritiro precampionato, ero completamente spaesato, ma credo che mi si possa capire: il trasferimento in Italia, il matrimonio, il viaggio, il cambio di abitudini, tutto conferiva a fare di me una specie di disadattato. La prima partita che disputai, con la mia nuova maglia, fu un’amichevole a Monza. Che disastro fu! La gente mi fischiò, ma d’altro canto penso di aver diritto a qualche attenuante. Io, in Brasile, ero abituato a giocare in un determinato modo perché là si giocava così: in Brasile quando uno prendeva la palla cercava di risolvere il problema da solo; in Italia, invece, era tutto diverso; c’erano degli schemi da rispettare; c’era un certo gioco da fare. Ed io, a tutto questo, non ero abituato né tecnicamente né psicologicamente. Alla fine della partita, Viani mi prese da parte e cercò di farmi capire che in Italia bisognava agire in un modo diverso e che, anche se ero campione del mondo, non è che quelli vicino a me fossero, pellegrini o quasi. Quello di Viani fu senza dubbio un rimprovero giusto; un rimprovero che mi fece bene tanto è vero che la volta dopo, a Lugano, segnai 4 gol. La lezione l’avevo imparata subito e poi mi ero accorto che, con Liedholm e Schiaffino a fianco, strafare non aveva senso: bastava aspettare la loro imbeccata per fare gol. E in quel campionato, debbo dirlo, «Liddas» e «Pepe», di imbeccate me ne diedero a non finire tanto è vero che, in 32 partite, segnai 28 gol! Che Milan era quello! Oltre a me, Schiaffino e Liedholm; c’erano Radice e Grillo; Buffon e Salvadore e Maldini e Galli! In tutto un campionato, la squadra non perse un incontro! Ma se il Milan non perse, quell’anno, nemmeno una partita, io ne persi due. Per malinconia; per quella maledetta «saudade» che a noi brasiliani, prima o poi, ci prende. Era, la mia, una «saudade» di Piracicaba; di casa mia e di mia moglie; del mio mondo, insomma. Lo so benissimo che un professionista serio non dovrebbe soffrire di questi mali: io però, ero un professionista di vent’anni sbattuto lontano migliaia di chilometri dai suoi affetti e anche se al Milan avevo trovato amici più che colleghi, pure, non ce la facevo e soffrivo. E soffrendo non riuscivo a dare, in campo, quello che avrei voluto. Ma c’è di più: per dimenticare la nostalgia; per affogare la «saudade», cercavo di distrarmi nel modo sbagliato, uscendo per night. E fu qui che una sera Viani, informato non ho mai saputo da chi, mi scovò. Io lo scorsi appena entrato e per cercare di sfuggirgli mi buttai a pesce dietro un divano. Ma inutilmente: lui vide la mia mossa e si fece un’idea sbagliata sul mio conto. L’incontro che ebbi il giorno dopo con Viani me lo ricorda ancora: lui mi diede del «coniglio»; mi disse che non avevo il coraggio delle mie azioni e che, così come tiravo indietro la gamba in campo, lo stesso facevo nella vita privata. Ma che coniglio e coniglio! Io ero malato! Malato di dentro dove nessuno può vederti; dove non c’è medico che ti possa fare la radiografia. Come Dio volle, ad ogni modo, guarii, anche perché dal Brasile arrivò mio zio Marchesoni ed io bagnai la mia prima stagione italiana con lo scudetto. Con Viani non è che io ci sia mai andato molto d’accordo: ma d’altra parte, tra il suo carattere e il mio le distanze erano incolmabili. E poi, sembra impossibile, tutte le volte che io parlavo, lui non mi capiva. Come quando, l’anno dopo il mio arrivo, ad Alessandria, mi trovai di fronte Rivera per la prima volta e, alla fine della partita, dissi a Viani: «Mi metta accanto quel ragazzino e vedrà i gol che faccio». Nel Milan, con me, giocavano Liedholm e Schiaffino, due signori giocatori, ma quel ragazzino magro con i capelli tagliati a spazzola e gli occhi impauriti era sin da allora migliore di tutti e due messi assieme. Viani non mi diede ragione ma si informò su Rivera che, infatti, nel ‘60 arrivò al Milan. Nel frattempo io diventai… oriundo, nel senso che si scoprì, in un vecchio baule che mio padre e mia madre conservavano a Piracicaba, il passaporto di mio nonno Luigi. E diventando oriundo divenni anche nazionale e giocai contro Israele a Tel Aviv assieme a Mora, Lojacono, Sivori e Corso. In Israele feci due gol e quando tornai a Milano misi la maglia azzurra assieme a quella gialloverde del Brasile: per me, quelle due maglie, valgono uguale e di più di qualunque altra! Arrivato alla Nazionale contro Israele, continuai a indossare la maglia azzurra per altre cinque volte e feci parte anche della spedizione ai mondiali del Cile. Ero reduce da un altro scudetto e speravo proprio di fare bella figura: sapevo che il calcio italiano si attendeva molto da me. Appena arrivai in Cile, andai a trovare Pelé e gli diedi appuntamento per la finale che, secondo me, poteva essere soltanto Italia-Brasile. Ma una cosa sono le speranze e un’altra tutta diversa è la realtà fu quanto di più amaro ci potesse essere: facemmo 0-0 con la Germania e perdemmo con il Cile. E così tornammo a casa bastonati. Bisognava cambiare tutto e la prima decisione fu di precludere, alla gente come me, l’azzurro. Io, quindi, mi trovai impossibilitato a essere ancora italiano e con la certezza di non poter mai più giocare nemmeno come brasiliano! Mica male in verità! Al Milan, nel frattempo, era arrivato Rivera che mi aveva dato ragione in pieno tanto è vero che il campionato ‘61-‘62 lo rivincemmo noi dopo due anni di Juve: quella di Boniperti, Charles e Sivori. Rientrato dal Cile, come allenatore trovai Rocco: Viani era ancora general manager e tra lui e il «paron» le liti erano all’ordine del giorno. E volete sapere a causa di chi? Ma di Altafini perbacco! Per Viani, infatti, io ero quel coniglio e quel vigliacco che lui aveva sempre predicato mentre per Rocco ero un grande giocatore. E siccome Viani e Rocco erano veneti, quando litigavano lo facevano nel loro dialetto a base di parole come «zocador», «monade» e così via. Avendo vinto il campionato, il Milan aveva acquisito il diritto di fare la Coppa dei Campioni: il 22 maggio 1963, alla finale di Wembley ci trovammo contro il Benfica di Eusebio. La partita, per noi, cominciò che peggio non si sarebbe potuto: in campo c’erano solo i portoghesi che infatti andavano al riposo in vantaggio di un gol. Nell’intervallo, Rocco mi aggredì e in veneto come fa sempre quando è arrabbiato mi urlò: «Ciò Iòse g’ha razon Gipo: ti sé un coniglio». La sgridata di Rocco fece effetto: nella ripresa mi sentii trasformato e segnai due gol: il Milan divenne campione d’Europa e Rocco mi abbracciò dicendo: «Ciò, Iòse, ti sè un gran zocadòr». Purtroppo, quella di Londra fu l’ultima partita di Rocco al Milan: il «paron» aveva accettato le offerte del Torino e se ne andava: al suo posto arrivava Carniglia e a quello di Rizzoli, Felice Riva. Per me invece arrivò… l’inferno. Andammo a giocare la Coppa Intercontinentale in Brasile contro il Santos e rimediammo botte e gol: tutti tornammo a casa letteralmente pestati con la sola eccezione rappresentata dal sottoscritto. E questo diede l’opportunità a Viani per accusarmi ancora una volta di vigliaccheria. La prima reazione fu di andarmene ma restai: il Milan però finì a pezzi e la cosa fece ancora più impressione perché il suo posto lo prese l’Inter di H.H. Come Dio volle, a ogni modo, il campionato finì e quando arrivò il momento di firmare il contratto per il ‘64, il presidente continuò a rimandare giorno dopo giorno di incontrarsi con me. E siccome io, se non ho il contratto non mi alleno perché non voglio rischiare, ecco che rispuntò Viani con il solito discorso del coniglio. Io, a queste parole, avevo ormai fatto l’abitudine per cui non gli davo peso: non sopportai però l’affermazione di Riva che mi diede del ricattatore perché non avevo voluto accettare un contratto a rendimento: chi mi avrebbe, infatti, valutato? Il 15 settembre 1964, quindi presi la nave e tornai in Brasile deciso a smettere di giocare piuttosto di tornare al Milan. In verità, speravo di riprendere là a giocare tanto più che pensavo di poter contare sull’amicizia di Pelé. Andai da lui perché mi raccomandasse al Santos e lui, a parole mi diede le più ampie garanzie. In pratica, però, mi tirò alle gambe dicendo a tutti che non ero più un giocatore ma solo un piantagrane. Nel frattempo, però, il Milan aveva perso la sua lucentezza ed io, che oltre tutto non ero allenato, non potevo fare miracoli: arrivato a Milano il 31 gennaio 1965, il 7 febbraio rientrai in squadra. Ma il Milan perse. E tornò a perdere la domenica dopo e dopo ancora: in poche parole, la squadra si sfasciò di colpo e la responsabilità di tutto la buttarono su di me. Dietro di noi, quando io arrivai, c’era l’Inter a 7 punti: alla fine del campionato, saranno i nerazzurri i campioni d’Italia. Viani – che forse non aspettava altro – mi fece pagare la sua… sconfitta di alcuni mesi prima e me la fece pagare con gli interessi. Appena fu sicuro della vittoria dei nerazzurri, con me presente urlò a Riva: «Ha visto presidente il suo Altafini? Glielo dicevo io: quello non è un giocatore, è un coniglio!». E fu questa immagine che mi restò scolpita nel cervello; fu quest’offesa che rifiuto perché non merito che mi fece giurare davanti a Dio e davanti agli uomini che nel Milan non ci sarei rimasto. Nemmeno dipinto. Lasciato il Milan passai al Napoli di Fiore. Dopo anni che il Napoli aveva, nella migliore delle ipotesi, vegetato, i suoi dirigenti volevano che «vivesse»: e per questo si erano dati da fare per allestire una squadra molto forte. Assieme a me comprarono anche uno dei più grandi giocatori mai esistiti: quel Sivori che, dopo esser stato uno dei punti di forza della Juve, giungeva carico di fama (e di pettegolezzi) all’ombra del Vesuvio. Sui rapporti – e sulle liti – tra me e Omar si sono scritti romanzi: niente di vero però. Non è vero che tra brasiliani e argentini non corra buon sangue; non è vero che gli argentini considerino i brasiliani dei sottosviluppati. O per lo meno non lo è mai stato per me, tanto è vero che mi sono sempre trovato benissimo con gli argentini: oltre a Sivori, infatti, sono stato a fianco di Grillo, di Vernazza e sempre con ottimi risultati. Quando fui ceduto al Napoli e quando seppi che avrei trovato Sivori, feci l’impossibile per fare con lui il viaggio da Milano a Napoli. Fu un viaggio lunghissimo nel corso del quale gli dissi: «Omar, con la tua classe e i miei gol possiamo fare quello che vogliamo. E se facciamo buona figura, oltre a guadagnare un mucchio di soldi, possiamo vivere in una delle città più belle e affettuose del mondo». El cabezon – Omar l’ho sempre chiamato così – mi disse che era d’accordo e infatti all’inizio tutto andò al meglio. Era l’estate del ‘58, avevo 26 anni e tanta amarezza dentro per cui quando mi trovai in una città dove la gente mi osannava, mi sentii di nuovo a casa mia. Mi pareva di essere a Rio quando tornai in Brasile campione del mondo. E anche se Pesaola ci faceva lavorare come dei forzati ero felice come una pasqua tanto più che il raccordo tra me e Sivori era perfetto e in campo filavamo in perfetto amore. Il primo anno, grazie ai suoi suggerimenti, segnai 14 gol in 34 partite: il Napoli finì terzo a cinque punti dalla grande Inter di Herrera. L’anno successivo andò addirittura meglio: il Napoli finì secondo ed io segnai 16 gol in 27 partite diventando una specie di re di Napoli. Purtroppo però a Sivori, che era un ipersensibile, non andava giù che tutti parlassero solo di me perché facevo i gol e non di lui che li suggeriva: rinacquero quindi gli screzi che già mi avevano addolorato a Milano e diminuirono di conseguenza i gol. La gente cominciò a parlare di incompatibilità tra me e Sivori, di liti che finivano a sberle, ma non è vero: diciamo che Omar non se la sentiva più di farmi da gregario e che io, senza i suoi suggerimenti, non riuscivo più a trovare con la necessaria frequenza la via della rete. Malgrado tutto, di tanto in tanto riuscivo ancora a inventare reti da manuale, da «esagerato» come diciamo in Brasile. Una la segnai al Bologna in una partita che i rossoblù dovevano vincere a ogni costo. Mancavano pochi minuti alla fine quando feci gol: la gente rimase come ammutolita e poi si alzò ad applaudirmi per la bellezza di tre minuti: una cosa da non credere! Io piansi in mezzo al campo come un bambino perché come un bambino mi trovai pieno di gioia. Ma i momenti di grande gioia erano sempre meno: sentivo che attorno a me aumentava la gente che non aveva più fiducia nelle mie possibilità tanto è vero che, alla vigilia del campionato ‘71-‘72, l’ingegner Ferlaino mi propose un contratto a rendimento: per tanto che fai, tanto ti paghiamo. A fine stagione sei libero di andare dove ti pare. Il Napoli voleva fare l’affare ma la stessa cosa la volevo anch’io: e alla fine mi trovai libero di scegliere la società dove andare con un mucchio di gente che mi voleva. Scaduto il contratto con il Napoli, mi trovai… disoccupato. Ma senza problemi in quanto sapevo che un posto lo avrei comunque trovato. Mentre ero ancora in azzurro, infatti, Herrera, che allora allenava la Roma, mi invitò a casa sua. Era l’aprile del ‘72 e il «Mago», molto gentilmente, mi disse che, se avessi voluto, il centravanti della Roma, l’anno successivo, sarei stato io. «Di lei – aggiunse – farò un nuovo Di Stefano». Quando uscii dall’abitazione di Herrera era tutto praticamente fatto. Qualche giorno più tardi parlai con Anzalone col quale discussi il mio contratto: l’accordo fu trovato sulla base di 50 milioni più un milione a gol. Tutto a posto, quindi, niente da ridire senonché io, alla Roma, avrei dovuto andarci tanti anni prima; prima ancora che al Milan. Allora giocavo nel Palmeiras e su di me erano puntati gli occhi della società giallorossa che, anzi, mandò un suo osservatore a seguire Vasco De Gama-Palmeiras. Alla fine del tempo, eravamo in vantaggio per 2-0. Nell’intervallo, però ci fu detto chiaro e tondo che, se non avessimo perso, non saremmo usciti vivi dal campo. Io non sono mai stato un coniglio ma nemmeno un kamikaze: io, alla vita, ci tenevo e ci tengo per cui, ogni volta che il pallone mi arrivava tra i piedi, mi buttavo a terra, mi contorcevo, gridavo come un ossesso. O come un epilettico: e fu proprio a causa di questa «epilessia» che la Roma, nel ‘58, non mi prese. Per la verità non mi prese nemmeno nel 1972 ma per una ragione tutta diversa: Ferlaino, visto il mio ultimo campionato, aveva deciso di guadagnare sul mio trasferimento e, grazie a un cavillo, non mi concesse più la lista gratuita. Come tesserato del Napoli, quindi, mi mise sul mercato: il mio cartellino costava dei soldi e se lo assicurò la Juve. Io non centravo per niente, ma una volta di più fui io a farne le spese: Herrera, infatti, mi definì «donna da marciapiede» perché – secondo lui – a me interessavano solo i soldi. E così, sfumato per la seconda volta il mio passaggio alla Roma, mi trovai alla Juve allora diretta da Boniperti – mio nemico ai tempi in cui giocava con Sivori e Charles – e Allodi, altro nemico ai tempi in cui, con Moratti e H.H., era uno dei tre artefici del «miracolo nerazzurro». Perché Boniperti e Allodi mi acquistarono? Probabilmente perché la Juve aveva bisogno di una balia per i suoi molti giovani che, vincitori del campionato, erano attesi alla Coppa dei Campioni. Quando arrivai al ritiro di Villar, scoprii che qualche mio compagno di squadra imparava a leggere a scrivere quando io diventavo campione del mondo con il Brasile. Vycpalek — che allora allenava la Juve — era un acceso fautore della linea verde per cui, per me, tante possibilità di giocare non ce n’erano. A me però, anche così, andava bene lo stesso tanto più che ogni volta che mi veniva concessa la fiducia, trovavo modo di ripagarla a suon di gol. L’inizio non è stato dei più promettenti a causa di un eccesso di zelo da parte mia. Ci tenevo ad arrivare a Torino tirato il giusto e per questo, durante l’estate, seguii una dieta alimentare che poi, però, si rivelò eccessiva. I tre chili persi, penalizzavano oltre misura muscoli e gambe sicché, le mie prime apparizioni delusero i tifosi, anche perché dovevo sostituire Bettega. Finii presto in panchina, finché mi sbloccai definitivamente. E da lì, furono rose e fiori. E gol pesanti, come il 3 dicembre ‘72, con la Juve che rimonta e batte 2-1 la Fiorentina o il 21 gennaio ‘73, rete che schioda lo 0-0 con la Roma e ci fa restare in corsa per la conferma tricolore. Per non parlare poi del gol all’Olimpico, il 20 maggio ‘73: noi che all’ultima di campionato inseguiamo il Milan a un punto, noi che perdiamo al riposo, ma anche il Milan perde a Verona, ed ecco il mio golletto di testa per l’ 1-1. Poi ci penserà Cuccu al 2-1 che entra nella leggenda. Mi trasformo anche in re di coppa: salvo la squadra dall’eliminazione a Budapest, nei quarti di finale, segnando all’Ujpest il gol della speranza. Poi travolgo i britanni del Derby County del presuntuoso Clough in semifinale, con due reti e una partita monumentale. Le speranze di vincere la Coppa dei Campioni si infrangono purtroppo in finale, contro la grande Ajax di Cruijff. L’anno dopo non vinciamo nulla, ma le 21 presenze e i 7 gol si ripetono puntuali. E nel ‘74-‘75 torno a frequentare la leggenda: a 37 anni, segno 8 volte in 20 partite e, soprattutto, gonfio la rete nella partita-scudetto contro il “mio” Napoli, regalando l’ennesimo triangolino tricolore alla squadra bianconera. «Josè è un fenomeno di longevità e, per certi versi, ricorda Matthews, l’ala britannica che fu nominato baronetto dalla regina di Inghilterra per meriti sportivi. Ma Josè si risparmia, ha il senso della parsimonia anche sul campo; entra per sostituire un compagno ed ha già i muscoli caldi. Tocca quattro palloni e al quinto fa piangere il portiere. Porta via il piede dai tackle dolorosi, ma lo mette nel momento della verità, come i grandi toreri», dicono. Smetto a 38 anni. Anzi no: dalla Svizzera chiama il Chiasso che lotta in serie B, ed io vado per dare una mano anche ai cugini elvetici. Mi richiamano nuovamente nel ‘79, due anni dopo: stavolta in palio c’è la permanenza in A, centrata regolarmente grazie ai miei gol. L’ultima recita di un’avventura stellare. Sono del segno del leone, come Napoleone; tutti i leoni sono grandi, intelligenti e buoni. Sono allegro, bonaccione, spensierato, giocherellone, pronto a dare un sacco di vivacità alla mia vita e a quelle persone a cui questa vivacità manca; io voglio bene alla gente, sono sempre disposto ad assecondare i loro pensieri e le loro idee, difficilmente contraddico qualcuno. Nella mia vita, non credo di aver mai fatto male a qualcuno; la mia fede è questa, siamo tutti uguali: il ricco, il povero, il bravo, l’onesto e il cattivo. A volte, penso che l’unico torto della mia vita è stato quello di non aver avuto tanta grinta. Ora, a distanza di tanti anni, posso assicurare che un coniglio non lo sono mai stato; resto sempre un leone, con tutti i miei difetti e i miei pregi. Quando arrivai alla Juve, sapevo benissimo qual era il mio compito: in una squadra di ragazzi avrei dovuto fare la «balia». Bene: io, certe cose le capisco ma non dimentichiamo mai che sono nato in Brasile e che l’entusiasmo è parte importantissima del mio carattere. Ecco quindi perché, pur riconoscendo tutto, quando l’allenatore mi diceva di star fuori io ci soffrivo. E ne contestavo le decisioni. Tanto più che mi sentivo bene; che mi accorgevo, in campo, di rendere secondo le mie possibilità e di non essere per niente quel vecchione» che la carta d’identità denunciava. Quando uno sceglie il mio mestiere, non può non tenere sempre presente la disciplina; non può essere un anarchico o un protestatario: deve, al contrario, accettare in silenzio le decisioni dell’allenatore e, proprio per dimostrargli che ha avuto… torto, deve lavorare per essere sempre al meglio e per poter sempre rispondere in modo positivo alle sue chiamate. Chiuso. ANDREA PASQUALETTO, CORRIERE.IT DEL 9 GIUGNO 2018 «... io non ho la pensione da calciatore, non sono riuscito a farla. Ho versato solo tre anni di contributi. Quando ero andato a chiedere il riscatto mi avevano chiesto 70 milioni di lire di arretrati e ho detto ciao amici». – E quindi niente pensione? «Ho quella sociale: 700 euro al mese. Diciamo che sono tornato un po’ alle origini. Ma le scarpe ce le ho ancora eh». – Uno pensa che il campione del mondo Altafini, dopo aver giocato con Milan, Napoli e Juve, e dopo i successi televisivi, non debba fare i conti con la fine del mese. «Ascoltami, quando un uomo vive senza mai pensare ai soldi, i soldi non li fa. Ed io ho vissuto così. Non ho mai cercato il denaro. Pensavo solo a divertirmi, in campo e fuori, senza tanti calcoli. Ho molti difetti ma non sono tirchio e nemmeno invidioso dei miliardari. Tra l’altro, non riesco a chiedere i soldi, non l’ho mai fatto. Anche adesso, faccio fatica a dire quanto voglio di cachet per partecipare a un evento. E così ho un cachet bassissimo». – Com’era lo stipendio da calciatore? «Guarda, quello più alto lo prendevo alla Juventus. L’ultimo anno 67 milioni di lire lorde, 42 per cento di tasse, una casa ne costava 100. In Brasile al Palmeiras erano 400 cruzeiro al mese, circa 100 euro». – Altri tempi. «I calciatori non facevano i miliardi e nel mio caso ancora meno perché non avevo quel tipo di testa. Per esempio, quando sono andato a Napoli avevo dimezzato la paga per essere libero di andarmene quando volevo. Per me il calcio è poesia, è Pelé, è Messi, è Garrincha, è Zizinho. Poeti. E quando uno è poeta non pensa al denaro. Se poi è come me, fa anche delle sciocchezze». – Cioè? «Quando sono venuto in Italia a vent’anni chiamato dal Milan, mio zio Angelo ed io abbiamo commesso un errore grandissimo: contratto in cruzeiro brasiliani. Una moneta che in quegli anni si è svalutata tantissimo e così io guadagnavo sempre meno». – Insomma, Altafini è costretto a correre più di prima. «Diciamo che devo lavorare per vivere ma sono contento». – Però l’umore sembra alto, o no? «Io ho un angelo custode, uno spirito guida che mi protegge. Non scherzo eh... É sempre stato così. Fin da piccolo. Mi ha salvato un sacco di volte. Lui mi sveglia tutte le mattine, perché quando dormiamo siamo come morti, ed io lo ringrazio». – Spiritismo? «Io sono cattolico ma credo anche nello spiritismo. In Brasile c’è questo sincretismo. Credo nello spirito guida e nei medium». – Ottant’anni, tempo di bilanci... «Per prima cosa saranno 80 il 24 luglio. E poi io non me ne rendo conto, anzi, me ne sento 40. Non fumo, non bevo, non ho brutti vizi. Prendo ogni tanto un Gratta e vinci, faccio una puntatina a Dieci e lotto. Le emozioni della vita sono amore e gioco». – Donne? «Non mi guardano più». – É stata la vita che voleva? «Sì, una vita bellissima, tutto quello che sognavo mi è capitato. Ho sposato la donna che amavo e fatto il lavoro che desideravo. Anzi, sono andato oltre perché io sognavo di giocare nel Piracicaba in serie A. Mi sembrava tutto facile, tutto regalato. E non stavo tanto lì a guardare orari e diete come fanno adesso. Io ingrassavo ma mi divertivo, soprattutto al Napoli quando lo allenava Pesaola. Con lui in campo si entrava e si usciva ridendo. “E non rientrare prima delle tre di notte”, diceva. Con Rocco il coprifuoco era alle 22. Non mi sono mai piaciuti quelli che ti stanno col fiato sul collo. Tipo Conte adesso, io con lui sarei scappato». – Mai preso pilloline? «Come no. Prima dell’antidoping le squadre davano le pastigliette. Roba leggera però, tipo quelle per stare svegli e aumentare le prestazioni. Come prendere 5 o 6 caffè». – Il più grande rimpianto? «Il soprannome Mazola, mi ha segnato la vita. Perché quando sono venuto in Italia chiaramente non potevo essere Mazola e sono diventato Altafini e la gente faceva confusione. Non dovevo accettare quel nome». – La tivù ha deciso di metterla in panchina. Come mai? «Eh! Sono arrivati in Sky dei personaggi che mi facevano la guerra per prendere il mio posto ed io ho detto tanti saluti, amici. In Italia a volte viene premiata la raccomandazione e non la competenza. E poi mettono i giovani che urlano senza fantasia. Quando li sento abbasso il volume. Io ho inventato il manuale del calcio, il golasso...». – La gioia e il dolore più grandi della sua vita? «Gioie tante, non saprei, i Mondiali, le coppe, i figli, mia moglie... Il dolore quando è morto il mio cane 2-3 anni fa. Una tristezza e un dolore incredibile...». – Per moglie intende la seconda, Annamaria, con cui vive, giusto? Che era sposata con il suo compagno di squadra Barison. Un po’ come Icardi con Wanda Nara... «Questa storia di Barison la devo raccontare bene una volta per tutte. Eravamo compagni di squadra e amici al Milan e poi al Napoli. Quando è scoccata la scintilla, i nostri matrimoni, che già traballavano all’epoca del Milan, erano praticamente finiti. Io stavo ancora con Eleana, che avevo sposato a 17 anni in Brasile e mi ha dato due figlie. Con Anna siamo ancora insieme. Voglio dire, è stata una cosa seria, non un tradimento. Come Icardi, lui l’ha sposata e hanno pure dei figli, cavolo». – Se non avesse avuto i piedi buoni cosa avrebbe fatto? «Forse il meccanico. Quando ho iniziato a giocare con il Club Atletico Piracicaba stavo ancora studiando in una scuola di avviamento professionale. Odiavo la scuola. E comunque anche quando ci andavo ho sempre un po’ lavorato: dal barbiere, in una fabbrica di bibite, di mobili, dal macellaio, in una lavanderia e aiutante meccanico. Dai sette anni ho sempre lavorato perché così chiedeva mio papà Gioacchino, operaio in uno zuccherificio. Lui non voleva che giocassi a pallone. Però devo dire che poi ha cambiato idea». – Quando? «Quando ho avuto un po’ di soldi, a 18 anni, e ho comprato una casa dove ho fatto entrare anche lui e mia mamma». – Torna mai in Brasile? «Sì, ho lì due figlie e sei nipoti. L’ultima volta che sono andato ho organizzato anche una rimpatriata di vecchi amici. Non lo farò mai più: una tristezza, una cosa incredibile: uno senza denti, un altro storto, non riuscivano a parlare, a comunicare. Ho detto basta, chiuso». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/jose-altafini.html
  5. JOSÉ ALTAFINI https://it.wikipedia.org/wiki/José_Altafini Nazione: Brasile Italia Luogo di nascita: Piracicaba Data di nascita: 24.07.1938 Ruolo: Attaccante Altezza: 176 cm Peso: 77 kg Nazionale Brasiliano e Italiano Soprannome: Mazola - Mazzola Alla Juventus dal 1972 al 1976 Esordio: 30.08.1972 - Coppa Italia - Novara-Juventus 0-1 Ultima partita: 16.05.1976 - Serie A - Perugia-Juventus 1-0 119 presenze - 37 reti 2 scudetti José João Altafini, noto in Brasile anche come Mazola per la somiglianza con Valentino Mazzola (Piracicaba, 24 luglio 1938), è un ex calciatore brasiliano naturalizzato italiano, di ruolo attaccante. Ha fatto parte della nazionale brasiliana, con cui si è laureato campione del mondo nel 1958 e, dal 1961, di quella italiana. Al termine dell'attività agonistica è divenuto commentatore televisivo. José Altafini Altafini nel 2008 Nazionalità Brasile Italia (dal 1961) Altezza 176 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1980 Carriera Squadre di club 1954-1956 XV de Piracicaba 30 (2) 1956-1958 Palmeiras 114 (85) 1958-1965 Milan 205 (120) 1965-1972 Napoli 180 (71) 1972-1976 Juventus 119 (37) 1976 Toronto Italia ? (?) 1976-1979 Chiasso 33 (16) 1979-1980 Mendrisiostar 28 (11) Nazionale 1957-1958 Brasile 8 (4) 1961-1962 Italia 6 (5) Palmarès Mondiali di calcio Oro Svezia 1958 Biografia Nasce in una famiglia molto povera, da Gioacchino Altafini e Maria Marchesoni, entrambi italiani emigrati in Brasile. Già a nove anni si divide tra scuola e lavoro sino a conseguire un diploma di meccanico in un istituto professionale. Alla fine degli anni 1960 Altafini è protagonista di una traversìa familiare che ha una vasta eco sulla stampa rosa. Infatti il giocatore, al tempo già sposato con una ragazza brasiliana, si era innamorato di Annamaria Galli, moglie del suo compagno di squadra Paolo Barison. La donna, madre dei tre figli dell'ala sinistra milanista, andò a vivere con Altafini lasciando il marito: fu grande il clamore generato da questa situazione, considerati anche i tempi in cui accadde, in un'Italia che ancora non prevedeva l'istituto del divorzio. Altafini e Galli convolarono poi a nozze nel 1973. Carriera Giocatore Club Gli inizi in Brasile Dà i primi calci nell'XV de Piracicaba, una squadra minore della sua città natale. Nella sede del club è affissa una foto del Grande Torino e, notando la somiglianza del ragazzo con il compianto Valentino Mazzola, gli si attribuisce il nome d'arte di Mazzola. Nel luglio 1955 entra a far parte delle giovanili del Palmeiras di San Paolo, la squadra degli italo-brasiliani. Il 29 gennaio 1956 esordisce in prima squadra, entrando nel secondo tempo di un'amichevole contro il Catanduva e, con una doppietta, stabilisce il record (tuttora imbattuto) del più giovane marcatore della storia del club biancoverde (17 anni, 6 mesi e 5 giorni). Con la maglia del Palmeiras gioca due campionati dello Stato di São Paulo (1956 e 1957), segnando 32 reti in 63 partite; 85 gol in 114 partite, conteggiando anche le partite amichevoli e semiufficiali, con una media di 0,74, che è tuttora la quinta di sempre nella storia del Palmeiras. Il 9 giugno 1957 sigla una cinquina in Palmeiras-Noroeste (5-0), altro primato (sia pure a pari merito). Il 6 marzo 1958, segnando due reti al Santos di Pelè, Pepe e Zito, è uno dei protagonisti della storica partita Santos-Palmeiras 7-6 nel Torneo Rio-San Paolo. L'esperienza italiana Milan Altafini al Milan In vista dei Mondiali di Svezia, gioca e segna in alcune amichevoli di preparazione organizzate dalla nazionale brasiliana in Italia, contro Fiorentina e Inter; in quest'occasione è visionato dai dirigenti del Milan, che lo acquistano per 135 milioni di lire dell'epoca. Approdato ai rossoneri ad appena vent'anni, conferma anche in Serie A le sue doti di cannoniere. Il 27 marzo 1960, segna una quaterna (record tuttora imbattuto) in un derby di Milano che si conclude 5-3 a favore dei rossoneri; il 12 novembre 1961 riserva lo stesso trattamento sottorete alla Juventus. Nel campionato 1961-1962, vince la classifica dei marcatori a pari merito con Aurelio Milani. In sette stagioni a Milano vince due scudetti (1958-1959 e 1961-1962) e la Coppa dei Campioni 1962-1963, quest'ultima la prima nella storia dei rossoneri nonché per un club italiano, che rompe la fin lì egemonia iberica nell'albo d'oro della manifestazione. Altafini realizza in quell'edizione di Coppa dei Campioni ben 14 reti, un primato che resisterà fino all'edizione 2013-2014 (quando verrà superato da Cristiano Ronaldo autore di 17 gol); inoltre, nella partita con l'Union Luxembourg vinta per 8-0, sigla cinque reti stabilendo un altro record che tuttora divide con otto atleti. Soprattutto, è sua la doppietta con la quale il Milan supera in rimonta per 2-1, nella finale al Wembley Stadium di Londra, i portoghesi del Benfica. Napoli Altafini al Napoli Nel 1965, per polemiche con Amarildo e Paolo Ferrario, lascia il Milan per trasferirsi al Napoli dove rimane per sette anni, formando fino al 1968 un "duo delle meraviglie" con il fantasista italo-argentino Omar Sívori. Il 31 dicembre 1967, in Napoli-Torino 2-2, realizza, in rovesciata acrobatica, un golaço che manda in visibilio la tifoseria. Nell'annata 1967-1968 contribuisce inoltre con le sue reti al secondo posto finale in classifica della squadra partenopea, al tempo il miglior piazzamento degli azzurri nel campionato italiano. Juventus Nell'estate 1972, trentaquattrenne, approda alla Juventus insieme al compagno di squadra Dino Zoff. Nonostante la non più giovane età (rapportata alle carriere agonistiche del tempo), e pur partendo dietro ai titolari Pietro Anastasi e Roberto Bettega nelle gerarchie dell'attacco bianconero, a Torino vince da protagonista due scudetti, nelle stagioni 1972-1973 e 1974-1975, risultando spesso risolutivo subentrando dalla panchina: proprio tale situazione farà nascere nel calcio italiano il neologismo «alla Altafini», formula da allora usata per indicare l'impiego di calciatori ormai a fine carriera ma ancora decisivi in brevi spezzoni di partita. Contribuisce inoltre al raggiungimento della finale della Coppa dei Campioni 1972-1973, la prima nella storia della squadra juventina, segnando nell'arco della manifestazione un gol nei quarti ai magiari dell'Újpesti Dózsa, e una doppietta in semifinale agli inglesi del Derby County. Altafini e Dino Zoff alla Juventus Della sua militanza in maglia bianconera si ricorda, in particolare, la rete segnata in Juventus-Napoli del campionato 1974-1975, con la classifica che vedeva i padroni di casa in testa davanti ai campani, secondi a due lunghezze: entrato in campo come consuetudine a pochi minuti dalla fine, Altafini realizza all'88' il gol del 2-1, che consente alla Juventus di staccare i rivali e vincere lo scudetto. Pochi giorni dopo la partita, su di un cancello di accesso dello stadio San Paolo di Napoli appare la scritta «José core 'ngrato», ricordando i trascorsi azzurri dell'attaccante. Complessivamente nella sua carriera italiana ha segnato 216 reti in 459 gare di Serie A, quarto assoluto per realizzazioni (dopo Piola, Totti e Nordahl, e a pari merito con Meazza); è inoltre al secondo posto, dopo Javier Zanetti, per presenze in massima categoria, tra i calciatori non nati in Italia. Ultimi anni Chiusa la lunga parentesi italiana, si trasferisce in Canada per giocare nel Toronto Italia, squadra della National Soccer League. Con il club di Toronto vince la regular season del campionato 1976 ma perde la finale play-off contro il First Portuguese. Tornato in Europa, si accasa agli svizzeri del Chiasso, nel campionato svizzero di seconda divisione; anche grazie alle sue reti, la squadra consegue la promozione in Super League. Gioca poi un altro anno nella prima divisione elvetica con i chiassesi, prima di chiudere la carriera nel 1980, all'età di 42 anni e dopo un quarto di secolo di calcio professionistico, nel Mendrisiostar, squadra svizzera di seconda divisione. Nazionale Brasile Altafini con il presidente brasiliano Lula, in occasione del 50º anniversario del primo titolo mondiale della Seleção; sulla maglia che stringe tra le mani, il suo storico soprannome Mazzola. Il 16 giugno 1957, a 18 anni e 327 giorni, esordisce nel Brasile andando in gol contro il Portogallo. Il 7 e il 10 luglio successivo, contribuisce alla vittoria della sua nazionale nella Copa Roca, insieme all'esordiente Pelé, segnando ancora una rete. È quindi convocato per il campionato del mondo 1958 in Svezia, dov'è il più giovane dei brasiliani dopo Pelé. Qui è schierato nella prima partita contro l'Austria a cui segna una doppietta. Tre giorni dopo gioca ancora contro l'Inghilterra (0-0), ma si infortuna e viene lasciato a riposo per la partita successiva. Rientra nei quarti di finale contro il Galles, nella vittoriosa partita decisa da un gol di Pelé ma, per semifinale e finale, gli viene preferito Vavá, sicché assiste dalla panchina al trionfo dei suoi compagni, i quali conquistano la prima Coppa Rimet della Seleção. Trasferendosi in Italia subito dopo i Mondiali 1958, non poté più indossare la maglia verdeoro poiché, per le regole dell'epoca, venivano schierati in nazionale esclusivamente i giocatori che militavano nei campionati brasiliani. Italia Una volta riconosciuto cittadino italiano, in quanto oriundo, Altafini può indossare la maglia azzurra dell'Italia. In 6 gare complessivamente disputate realizza 5 reti, esordendo con gol il 15 ottobre 1961 contro Israele e partecipando poi al campionato del mondo 1962 in Cile. Qui è in campo il giorno della sfortunata partita Cile-Italia. Altafini con la maglia dell'Italia, in azione da oriundo nel 1962 durante un'amichevole contro la Francia La responsabilità dell'eliminazione della squadra azzurra viene indistintamente imputata agli oriundi, sicché l'italo-brasiliano Altafini (cui l'esito negativo della spedizione tricolore fa acquisire anche la reputazione di calciatore poco incline agli scontri fisici con i difensori avversari), pur non avendo ancora compiuto ventiquattro anni, non sarà più convocato. Dopo il ritiro «Che golaço!» (José Altafini durante le telecronache) A partire dagli anni 1980, Altafini lavora come commentatore televisivo e analista per emittenti quali TMC, TELE+, Sky Sport, Rai Sport e giornalaccio rosa TV. Dal 2001 al 2006, con Fabio Santini, conduce il programma Mai visto alla radio sull'emittente radiofonica RTL 102.5 e poi, per altri due anni, la trasmissione Cuore e batticuore in coppia con Valeria Benatti. Nel 1981, insieme a Luigi Colombo, lancia per la prima volta in Italia la telecronaca a due voci in occasione della finale di Football League Cup Liverpool-West Ham. Ha prestato la sua voce, insieme a quella di Pierluigi Pardo, per le telecronache dei videogiochi PES 2009, PES 2010 e PES 2011. Nel 2009, in collaborazione sempre con Pierluigi Pardo, ha pubblicato il libro Incredibile amici! — il cui titolo è un riferimento a un suo tormentone ricorrente durante le telecronache. Nel 2011 ha partecipato al doppiaggio della versione italiana del film di animazione Rio in cui interpreta la voce del bulldog Luiz, doppiato anche nel sequel Rio 2 - Missione Amazzonia, quest'ultima interpretazione gli ha valso il premio "Leggio d'oro come voce rivelazione cartoon". Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 4 - Milan: 1958-1959, 1961-1962 - Juventus: 1972-1973, 1974-1975 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 1 - Milan: 1962-1963 Coppa delle Alpi: 1 - Napoli: 1966 Nazionale Coppa Roca: 1 - Brasile: 1957 Campionato mondiale: 1 - Brasile: Svezia 1958 Individuale Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - Coppa Italia 1960-1961 (4 gol) Capocannoniere della Serie A - 1961-1962 (22 gol) Capocannoniere della Coppa dei Campioni - 1962-1963 (14 gol) Inserito tra le "Leggende del calcio" del Golden Foot - 2019
  6. ALBERTO MARCHETTI Era il rincalzo ideale che tutte le società avrebbero voluto avere: mai un muso lungo, una polemica o un mugugno, ma sempre la certezza di poter contare su un giocatore pronto per ogni evenienza. Non un giocatore qualsiasi, ma uno lineare, ordinato tatticamente, ottimo cursore dotato di buone doti tecniche, di un’eccellente visione di gioco e di un tiro particolarmente potente. «Sono nato a Montevarchi il 6 dicembre ‘54 – racconta a Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del dicembre 1974 –. Ho giocato con gli “allievi” nella squadra del mio paese sin dal ‘68. È stato proprio un dirigente di quella società a portarmi a provare per la Juve, nel ‘70. Mi hanno preso subito. Da allora, ho giocato per due anni in “Primavera”, agli ordini del signor Bizzotto, vincendo tra l’altro un titolo italiano, nel ‘71-‘72, superando in finale la Roma. L’anno scorso, sono andato in prestito a giocare dalle parti di casa, ad Arezzo. È stata una esperienza utilissima: un campionato di B non da titolare ma... quasi. Ho giocato infatti 10 partite intere e altre 7 come “tredicesimo”. Ho persino segnato un gol, a Brindisi. L’ esordio, lo ricordo bene, è stato a Como: ero anche un po’ emozionato, perdemmo uno a zero Un anno, comunque, positivo sotto ogni punto di vista, in un ambiente di amici, con due allenatori, Bassi prima e poi Rossi, che mi hanno aiutato entrambi parecchio. E adesso rieccomi qui, a fare la spola tra caserma e Juve: quest’anno, certo non sarà facile combinare qualcosa di buono, ma ci proverò con il massimo impegno. La mia esperienza in serie B è stata molto interessante. Mi ha, credo, insegnato parecchie cose che mi torneranno utilissime. Per esempio, ho imparato a marcare stretto, a non concedere tregua all’avversario diretto. Ho sempre giocato da mediano-mezz’ala; per la verità, l’anno scorso, per ragioni tattiche particolari, venivo anche impiegato come finta ala, ma la sostanza era sempre la stessa. Adesso che mi ricordo, mi hanno anche fatto giocare terzino. Insomma, non fa molta differenza: purché mi si diano compiti di marcatore. Devo moltissimo al signor Bizzotto: ho imparato da lui tutte le nozioni fondamentali per diventare un calciatore». Quell’anno “Marco” mette insieme 4 presenze (una in Coppa Uefa contro gli scozzesi dell’Hibernian e 3 in Coppa Italia) e poi viene dato in prestito al Novara. Dopo due ottimi campionati in azzurro, entra a far parte della rosa di quella meravigliosa squadra che, nel 1976-77, conquista lo scudetto con 51 punti e vince la Coppa Uefa. Quella Juventus è una compagine fortissima e completa in ogni reparto; è evidente che per Marchetti, non è facile emergere fra tutti quei campioni. Così, dopo le 16 presenze messe insieme in quella stagione, Alberto comincia una lunga carriera che lo vede sempre titolare inamovibile in qualsiasi squadra giochi. Marchetti, ha avuto la sfortuna di trovarsi alla Juventus nel momento sbagliato; si capiva che era un ottimo calciatore, ma in quella Juventus non avrebbe mai potuto giocare, perché Furino, Benetti e Tardelli erano fuori portata per il 99% dei centrocampisti del tempo (nel mondo, non solo in Italia). A Cagliari disputò diverse eccellenti stagioni, al punto che Riva, allora dirigente della squadra isolana, lo definì il nuovo Benetti; probabilmente un’esagerazione, ma sicuramente, nel suo ruolo, era uno dei primi cinque italiani. Centrocampista centrale, buon incontrista, senso tattico sviluppato, discreta visione di gioco, dinamico; tutte qualità che lo portarono, in ben 17 anni di onorata carriera, a disputare oltre 500 presenze da professionista. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/alberto-marchetti.html
  7. ALBERTO MARCHETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Marchetti_(1954) Nazione: Italia Luogo di nascita: Montevarchi (Arezzo) Data di nascita: 16.12.1954 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 78 kg Nazionale Italiano B Soprannome: - Alla Juventus dal 1973 al 1975 e dal 1976 al 1977 Esordio: 16.05.1973 - Coppa Italia - Juventus-Reggiana 1-1 Ultima partita: 26.06.1977 - Coppa Italia - Lecce-Juventus 1-1 21 presenze - 0 reti 2 scudetti 1 coppa Uefa Alberto Marchetti (Montevarchi, 16 dicembre 1954) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Alberto Marchetti Marchetti al Cagliari nel 1979 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1991 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1973-1974 → Arezzo 17 (1) 1974-1975 Juventus 0 (0) 1975-1976 → Novara 32 (7) 1976-1977 Juventus 21 (0) 1977-1983 Cagliari 185 (19) 1983-1984 Udinese 24 (1) 1984-1987 Ascoli 74 (1) 1987-1990 Novara 89 (14) 1990-1991 Corbetta 23 (0) Nazionale 1983-1984 Italia B 5 (0) Carriera da allenatore 1992-1993 Juventus Domo 1993-1994 Montevarchi 1995-1996 Corbetta 1999 Novara 2002-2004 Brindisi 2008-2009 Borgomanero Carriera Dopo due stagioni con la Primavera della Juventus, e due campionati in prestito in Serie B prima all'Arezzo (stagione 1973-1974) e poi al Novara (annata 1975-1976), entra a far parte della rosa dei bianconeri, squadra in cui esordisce in Serie A il 10 ottobre 1976 in Juventus-Genoa (1-0), e con cui nella stagione 1976-1977 partecipa da rincalzo alle vittorie dello scudetto-record dei 51 punti e della Coppa UEFA. Dopo le 6 presenze messe insieme in quell'annata, comincia una carriera che lo vede sempre titolare nelle squadre successive; sei stagioni al Cagliari durante le quali realizza complessivamente 19 reti, un anno all'Udinese e tre all'Ascoli, per un totale di 283 presenze nei soli incontri di campionato. In carriera ha centrato due promozioni in massima serie, con i sardi nella stagione 1978-1979 e con i marchigiani nell'annata 1985-1986. A trentatré anni ritorna a Novara, in Serie C2. In carriera ha totalizzato complessivamente 185 presenze e 10 reti in Serie A, e 153 presenze e 19 reti in Serie B. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1971-1972 Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1974-1975, 1976-1977 Campionato italiano di Serie B: 1 - Ascoli: 1985-1986 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Coppa Mitropa: 1 - Ascoli: 1986-1987
  8. DINO ZOFF https://it.wikipedia.org/wiki/Dino_Zoff Nazione: Italia Luogo di nascita: Mariano del Friuli (Gorizia) Data di nascita: 28.02.1942 Ruolo: Portiere Altezza: 182 cm Peso: 78 kg Nazionale Italiano Soprannome: SuperDino Alla Juventus dal 1972 al 1983 Esordio: 27.08.1972 - Coppa Italia - Juventus-Foggia 3-0 Ultima partita: 25.05.1983 - Coppa dei Campioni - Amburgo-Juventus 1-0 476 presenze - 348 reti subite 6 scudetti 2 coppe Italia 1 coppa Uefa Campione del mondo 1982 con la nazionale italiana Campione d'Europa 1968 con la nazionale italiana Allenatore della Juventus dal 1988 al 1990 104 panchine - 53 vittorie - 34 pareggi - 17 sconfitte 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Dino Zoff (Mariano del Friuli, 28 febbraio 1942) è un ex calciatore, allenatore di calcio e dirigente sportivo italiano, di ruolo portiere. È stato campione d'Europa nel 1968 e campione del mondo nel 1982 con la nazionale italiana, che ha anche allenato dal 1998 al 2000. Considerato uno dei più grandi portieri nella storia del calcio, ha legato la propria attività calcistica principalmente alla Juventus, militandovi per undici anni a cavallo degli anni 1970 e 1980, senza mai saltare una partita di campionato; con i bianconeri ha collezionato 476 presenze (330 in Serie A), vincendo sei campionati italiani, due Coppe Italia e una Coppa UEFA, e ha disputato due finali di Coppa dei Campioni e una di Coppa Intercontinentale. Insieme al libero Gaetano Scirea e ai terzini Claudio Gentile e Antonio Cabrini, suoi compagni alla Juventus e in nazionale, Zoff ha costituito uno dei migliori reparti difensivi nella storia della disciplina. Ritiratosi dall'attività agonistica, ha intrapreso la carriera di allenatore, divenendo nel 1990, alla guida della Juventus, il primo tecnico capace di conquistare la Coppa UEFA dopo averla vinta da calciatore. Con la nazionale italiana ha preso parte a due campionati d'Europa (Italia 1968 e Italia 1980) e a quattro campionati del mondo (Messico 1970, Germania Ovest 1974, Argentina 1978 e Spagna 1982), ottenendo inoltre, come commissario tecnico degli azzurri, il secondo posto al campionato d'Europa 2000. Il successo al campionato mondiale 1982, conseguito all'età di quarant'anni – peraltro come capitano dell'Italia –, lo ha reso il vincitore più anziano nella storia della competizione nonché l'unico giocatore italiano ad aver ottenuto, a livello di nazionale, sia il titolo di campione d'Europa sia di campione del mondo. Sempre in azzurro detiene il record mondiale d'imbattibilità per squadre nazionali, non avendo subito reti per 1142 minuti consecutivi. È stato a lungo il giocatore con più partite disputate in Serie A e nella nazionale italiana – avendo totalizzato rispettivamente 570 e 112 presenze –, prima di essere superato in entrambe le voci statistiche da Paolo Maldini (nel 2000 relativamente alle apparizioni in maglia azzurra, nel 2005 per quanto concerne il massimo campionato italiano). Più volte candidato al Pallone d'oro, sfiorò la vittoria nel 1973, classificandosi secondo alle spalle di Johan Cruijff. Occupa la 47ª posizione nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata dalla rivista World Soccer. Nel 2004 è stato incluso nel FIFA 100 e annoverato fra le Leggende del calcio del Golden Foot; nello stesso anno, in occasione dei UEFA Jubilee Awards, è stato indicato dalla FIGC quale miglior giocatore italiano del cinquantennio precedente, risultando inoltre 5º – primo fra gli italiani – nell'UEFA Golden Jubilee Poll. È entrato a far parte della Hall of Fame del calcio italiano tra i Veterani e della Walk of Fame dello sport italiano tra le Leggende, rispettivamente nel 2012 e nel 2015. Dino Zoff Zoff alla Juventus nel 1972 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 22 giugno 1983 - giocatore 29 maggio 2005 - allenatore Carriera Giovanili 19??-1956 Marianese 1956-1961 Udinese Squadre di club 1961-1963 Udinese 40 (-54) 1963-1967 Mantova 131 (-111) 1967-1972 Napoli 143 (-110) 1972-1983 Juventus 476 (-348) Nazionale 1963-1964 Italia U-21 3 (-2) 1968-1983 Italia 112 (-84) Carriera da allenatore 1983-1984 Juventus Portieri 1985-1986 Italia Coll. tecnico 1986-1988 Italia olimpica 1988-1990 Juventus 1990-1994 Lazio 1997 Lazio 1998-2000 Italia 2001 Lazio 2005 Fiorentina Palmarès Mondiali di calcio Argento Messico 1970 Oro Spagna 1982 Europei di calcio Oro Italia 1968 Argento Belgio-Paesi Bassi 2000 Giochi del Mediterraneo Oro Napoli 1963 Biografia Sposato con Annamaria, conosciuta a Mantova durante il periodo di militanza nella locale squadra virgiliana, la coppia ha un figlio, Marco (1973), e due nipoti; si professa cattolico. Caratteristiche tecniche Giocatore «Non mi sono mai considerato migliore di qualcuno. Sono arrivato a 41 anni giocando sempre ad alto livello perché ho badato solo a me stesso, a migliorarmi giorno per giorno.» (Dino Zoff, 1989) Zoff difende la porta della nazionale italiana al campionato d'Europa 1980: il senso del piazzamento tra i pali fu tra le sue migliori qualità. Estremo difensore di sicura affidabilità e freddezza, Zoff si distingueva per il notevole senso del piazzamento, la sicurezza nelle uscite – sia alte che basse – e la sobrietà negli interventi, finalizzati più all'efficacia che alla spettacolarità: significative in tal senso l'attitudine a bloccare il pallone quando possibile, anziché respingerlo, e la preferenza per uniformi da gioco scarsamente appariscenti, utili a non evidenziare la sua posizione tra i pali. Atleta dotato di grande personalità, considerato un leader silenzioso, ha mantenuto un'eccellente condizione fisica per tutta la carriera, confidando nella possibilità di migliorarsi costantemente: la vittoria del campionato del mondo 1982 all'età di 40 anni e i 332 incontri disputati consecutivamente in Serie A sono due imprese ineguagliate. Prima che Gianluigi Buffon iniziasse a godere di altrettanta considerazione, al punto da alimentare dibattiti su chi sia stato il migliore dei due, Zoff è stato ritenuto in modo pressoché unanime il più grande portiere della storia del calcio italiano. Allenatore «Moltissimi allenatori sono pronti a dichiarare "questa è la mia squadra" quando vince e a rinnegarla con altrettanta disinvoltura quando perde. Io no: è mia in entrambi i casi.» (Dino Zoff, 1989) Una volta sedutosi in panchina Zoff ha proposto un calcio affine alla cosiddetta zona mista, ovvero una miscela tra lo storico gioco all'italiana e le innovazioni zoniste introdotte a cavallo degli anni 1970 e 1980. In questo senso è stabilmente ricorso a difese basate su un tradizionale libero, al quale tuttavia chiedeva anche di impostare l'azione nonché comandare la retroguardia, variando all'occorrenza sul gioco a zona. In linea generale è stato un allenatore che rifuggiva da schemi e moduli predefiniti, poiché convinto che la tattica passasse in secondo piano davanti al rapporto umano tra un tecnico e i suoi calciatori. Carriera Giocatore Club Udinese Zoff (secondo da destra) con l'Udinese nel 1962, impegnato sul campo della Juventus: i torinesi giocarono in maglia nera sicché Zoff, per evitare confusione, si fece prestare dai colleghi juventini la loro maglia bianca dell'epoca. Cresciuto nella Marianese, dopo una prima bocciatura a 14 anni ai provini con Inter e Juventus a causa della bassa statura (1,60 m circa), fu accettato in seguito dall'Udinese dopo che, grazie allo sviluppo (e, secondo lo stesso Zoff, all'alimentazione impartitagli da sua nonna a base di uova), crebbe di ben 22 cm. Con la squadra friulana debuttò in Serie A il 24 settembre 1961, al Comunale di Firenze, battuto 2-5 dalla Fiorentina che si impose con due doppiette ciascuna di Milani e Hamrin e con una rete di Jonsson. L'anno successivo, dopo la retrocessione dell'Udinese in Serie B, Zoff divenne titolare della squadra, anche se le sue prestazioni giudicate non convincenti lo posero in lista d'uscita nonostante gli apprezzamenti dell'allora presidente del club, Dino Bruseschi, che lo difese sempre dalle critiche talora aspre ed era quindi restìo a cederlo. Mantova Zoff ritornò in Serie A nel 1963, anno in cui fu acquistato dal Mantova per una cifra intorno ai 20 milioni di lire. Inizialmente designato a riserva dell'altro neoacquisto, il più esperto e sulla carta più affidabile Attilio Santarelli, già nel suo primo campionato in Lombardia il più giovane Zoff riuscì ben presto a sovvertire le gerarchie, conquistando le chiavi della porta virgiliana, grazie anche a un infortunio occorso a Santarelli a inizio stagione. Zoff (in basso) a difesa della porta del Mantova, in anticipo sull'interista Mario Corso, nella famosa sfida del 1º giugno 1967 che a posteriori segnò la fine della Grande Inter. Disputò in biancorosso 131 partite nell'arco di quattro stagioni: l'ultima da lui giocata allo stadio Danilo Martelli fu quella del 1º giugno 1967, la famosa Mantova-Inter (1-0) che a posteriori sancì il tramonto della Grande Inter. Nell'estate seguente, per Zoff ci fu il passaggio al Napoli e il debutto in nazionale. Napoli Nell'estate 1967 Zoff sembrava destinato a trasferirsi al Milan, con cui aveva raggiunto un'intesa di massima; tuttavia, l'affare saltò in extremis, con la squadra milanese che finì per ingaggiare Fabio Cudicini. Alla mezzanotte dell'ultimo giorno di calciomercato, Zoff si trasferì quindi al Napoli per 120 milioni di lire più il cartellino di Claudio Bandoni, grazie all'aiuto di Alberto Giovannini, direttore del quotidiano Roma allora di proprietà di Achille Lauro, quest'ultimo patron anche del club azzurro; il giornalista, con l'aiuto di Bruno Pesaola e all'insaputa di Lauro, finse infatti di essere il presidente della squadra. Zoff (a destra) e Antonio Juliano in una pausa d'allenamento con il Napoli In Serie A difese la porta dei partenopei per 143 incontri, scendendo in campo ininterrottamente dal debutto del 24 settembre 1967 (Napoli-Atalanta 1-0, prima giornata del campionato 1967-1968), alla sconfitta del 12 marzo 1972 (0-2 contro l'Inter, ventunesima giornata del campionato 1971-1972); pochi giorni dopo quest'ultimo incontro subì un infortunio al malleolo in allenamento, che interruppe la sua striscia di partite consecutive tenendolo fuori per 7 incontri, fino alla penultima giornata. Durante la sua militanza nel club campano stabilì due record: nella stagione 1970-1971 concesse solo 18 gol in 30 partite, riuscendo inoltre a mantenere la porta inviolata per le prime sei giornate, capitolando solo dopo 590', alla settima giornata, contro l'interista Jair. Concluse la sua esperienza nel Napoli disputando la finale della Coppa Italia 1971-1972, persa 2-0 contro il Milan. Juventus Zoff (a sinistra) alla Juventus nel 1975, con il suo storico dodicesimo Massimo Piloni. Nell'estate 1972, in una fase storica in cui il club partenopeo necessitava di essere svecchiato a livello di rosa e riorganizzato a livello economico, il trentenne Zoff, ormai considerato tra gli estremi difensori più forti della sua generazione, venne ingaggiato dalla Juventus nell'ambito di un cospicuo scambio di cartellini sull'asse Napoli-Torino che coinvolse, tra gli altri, il più giovane ma anche più incostante Pietro Carmignani, da cui il friulano ereditò le chiavi della porta bianconera. Negli anni in Piemonte, Zoff si renderà protagonista di una notevole costanza di rendimento, tant'è che fino alla fine della stagione 1982-1983 non avrebbe più saltato una partita di campionato. Ai bianconeri sono legate tutte le sue vittorie con squadre di club, tanto come giocatore quanto, successivamente, come allenatore: in undici stagioni vinse per sei volte il titolo di campione d'Italia (1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981 e 1981-1982), due Coppe Italia (1978-1979 e 1982-1983) e una Coppa UEFA (1976-1977, primo successo europeo della società torinese). Zoff, tra Causio e Furino, festeggia la vittoria della Juventus nella Coppa Italia 1978-1979. La sua attività, al termine della stagione 1982-1983, si concluse di fatto con la finale di Coppa dei Campioni (cui la Juventus era giunta imbattuta), persa ad Atene contro i tedeschi dell'Amburgo, il 25 maggio 1983. Nei giorni seguenti il portiere friulano ufficializzò il suo prossimo ritiro, chiedendo e ottenendo che per l'ultimo impegno stagionale della squadra bianconera, la doppia finale di Coppa Italia contro il Verona che gli varrà l'ultimo trofeo della carriera agonistica, la maglia da titolare venisse affidata al suo secondo Luciano Bodini. Durante i suoi anni alla Juventus, Zoff stabilì alcuni primati degni di nota: nel corso della stagione 1972-1973 mantenne la propria porta inviolata per 903', superando i precedenti 792' di Mario Da Pozzo e stabilendo così l'allora record d'imbattibilità nella Serie A a girone unico – un primato poi superato dai 929' di Sebastiano Rossi nel campionato 1993-1994 –; nell'annata 1981-1982 subì solo 14 reti, record societario per i bianconeri; inoltre, nelle undici stagioni disputate in maglia juventina non saltò mai una partita di campionato, scendendo in campo per 330 incontri consecutivi. Da destra: Zoff nel 1981, insieme al tecnico Giovanni Trapattoni e al presidente Giampiero Boniperti, in una puntata della Domenica Sportiva celebrativa del 19º scudetto juventino. Complessivamente, toccò la soglia delle 570 presenze in Serie A, un traguardo che lo renderà il giocatore con più apparizioni nel massimo campionato italiano fino al 2005, quando verrà scavalcato da Paolo Maldini; limitatamente al proprio ruolo, manterrà il primato per un ulteriore anno, oltrepassato da Gianluca Pagliuca nel 2006. Nazionale Nazionali giovanili I primi approcci di Zoff con l'azzurro avvennero nelle rappresentative giovanili. Nel 1963, senza maturare presenze, fece da dodicesimo a Rino Rado nella nazionale «probabili olimpici» – una rappresentativa Under-21 ante litteram – che vinse la medaglia d'oro al torneo calcistico dei IV Giochi del Mediterraneo di Napoli. L'esordio in maglia azzurra arrivò il 20 novembre dello stesso anno ad Ankara, stavolta con la nazionale giovanile olimpica – una rappresentativa creata ad hoc onde eludere lo status dilettantistico all'epoca richiesto dal Comitato Olimpico Internazionale –, in occasione della sfida contro i pari età turchi (2-2) valevole per le qualificazioni al torneo di Tokyo 1964: pur ottenendo nei mesi seguenti l'accesso alla fase finale, l'anno dopo Zoff e i suoi compagni di nazionale si videro preclusa la partecipazione all'Olimpiade nipponica, una volta emerso il succitato problema di una carriera professionistica già in essere per parte di loro. In totale, con la rappresentativa giovanile raccolse 3 presenze nel biennio 1963-1964. Nazionale maggiore 1968-1974 Zoff (in piedi, secondo da sinistra) con l'Italia scesa in campo nella vittoriosa finale del campionato d'Europa 1968. Zoff ricevette la prima convocazione in nazionale maggiore a 26 anni, durante le qualificazioni al campionato d'Europa 1968. L'Italia, giunta agli spareggi che avrebbero designato le quattro partecipanti alla fase finale del torneo, doveva ribaltare il 3-2 con cui la Bulgaria si era imposta nella gara di andata a Sofia; fino a quel momento il commissario tecnico azzurro, Ferruccio Valcareggi, aveva puntato su Enrico Albertosi come portiere titolare e su Lido Vieri come vice, ma degli infortuni occorsi a entrambi in prossimità della partita di ritorno costrinsero il selezionatore a ripiegare su Zoff e Roberto Anzolin, quest'ultimo già riserva di Albertosi al campionato del mondo 1966. Indeciso fino a poche ore dal fischio d'inizio su chi schierare, alla fine Valcareggi optò per il friulano, a suo dire perché «mi convinse il suo entusiasmo da debuttante», anche se non mancò chi parlò di un «omaggio alla geopolitica», con Zoff ritrovatosi a giocare praticamente «in casa» per via della sua militanza a Napoli, città scelta come sede della gara. Fatto sta che, il 26 aprile 1968 allo stadio San Paolo, il portiere si mostrò affidabile pur senza compiere grandi interventi, anzi stupendo i veterani della squadra per freddezza e lucidità messe in campo, e l'Italia ottenne la qualificazione imponendosi per 2-0. Nel giugno dello stesso anno, Zoff disputò da titolare la fase finale della competizione, al termine della quale l'Italia conquistò il primo titolo europeo della sua storia, battendo 2-0 la Jugoslavia nella ripetizione della finale, che si era conclusa 1-1; il portiere, i cui interventi nel primo atto della finale furono decisivi per mantenere la parità, sarà poi inserito nella squadra ideale del torneo. Zoff al ritorno in Italia dopo il deludente campionato del mondo 1974 L'ottimo europeo disputato garantì a Zoff, nonostante le sole 4 presenze al suo attivo, un posto da titolare per buona parte delle qualificazioni al campionato del mondo 1970 in Messico, ma nella fase finale del torneo le chiavi della porta furono nuovamente affidate ad Albertosi, fresco vincitore dello scudetto con il Cagliari e membro – insieme a Pierluigi Cera e Comunardo Niccolai, anch'essi convocati per il mondiale – di una linea difensiva che nel campionato appena concluso aveva concesso solo 11 reti, stabilendo un record. Zoff fece dunque da dodicesimo, assistendo dalla panchina al secondo posto dell'Italia, sconfitta in finale dal Brasile; pur senza mai polemizzare, definirà la sua esclusione dall'undici titolare «una grande sconfitta personale». Terminato il mondiale, Albertosi mantenne il posto da titolare per tutto il 1970, finché Zoff non lo scavalcò a partire dall'amichevole contro la Spagna del 20 febbraio 1971, divenendo stabilmente il nuovo numero uno azzurro: di lì in avanti, infatti, la sua titolarità non verrà più messa in discussione. Mancato l'accesso alla fase finale del campionato d'Europa 1972 (Zoff, infortunato, non poté scendere in campo nel quarto di finale perso contro il Belgio), sul finire dello stesso anno il portiere diede inizio a una striscia di imbattibilità che lo porterà a mantenere la porta inviolata per 1142 minuti – record assoluto per le nazionali di calcio –, da Italia-Jugoslavia del 20 settembre 1972 ad Haiti-Italia del 15 giugno 1974: quest'ultima fu la gara d'esordio del campionato del mondo 1974 in Germania Ovest, dove un'Italia alla fine di un ciclo fu eliminata al primo turno. 1974-1983 Zoff (in piedi, primo da sinistra) in una formazione azzurra del 1975 Terminata l'era Valcareggi, sostituito da Fulvio Bernardini il quale verrà poi affiancato da Enzo Bearzot, il 20 novembre 1974 Zoff indossò per la prima volta la fascia da capitano, in una partita contro i Paesi Bassi valida per le qualificazioni al campionato d'Europa 1976, cui l'Italia mancherà l'accesso come nell'edizione precedente; diverrà capitano a tutti gli effetti tre anni dopo, in seguito al ritiro dalla nazionale di Giacinto Facchetti. Con Bearzot promosso a unico CT, Zoff disputò quindi il campionato del mondo 1978 in Argentina, concluso al quarto posto; a seguito della sconfitta in semifinale per mano dei Paesi Bassi, che precluse agli azzurri l'accesso alla finale, Zoff fu duramente criticato da Gianni Brera a causa delle reti di Ernie Brandts e Arie Haan, realizzate con due tiri da lontano. Il campionato d'Europa 1980, con Zoff ancora titolare, vide l'Italia padrona di casa piazzarsi ancora al quarto posto, venendo sconfitta ai tiri di rigore dalla Cecoslovacchia nella finalina valida per la terza piazza; come già accaduto al termine dell'edizione 1968, Zoff verrà incluso nel team of the tournament. Il 17 ottobre 1981, nella gara contro la Jugoslavia valida per le qualificazioni al campionato del mondo 1982, eguagliò il record di presenze in nazionale, precedentemente stabilito da Facchetti con 94 incontri; lo supererà nel successivo impegno del 14 novembre contro la Grecia. Zoff (a destra), capitano degli azzurri, stringe la mano a Kevin Keegan prima della sfida contro l'Inghilterra a Euro 1980. L'ultima grande competizione disputata da Zoff con la maglia della nazionale fu il succitato mondiale 1982 in Spagna, una partecipazione che permise al portiere di stabilire alcuni primati: disputando il suo quarto torneo iridato eguagliò il record italiano di Enrico Albertosi e Gianni Rivera (poi pareggiato da altri giocatori e battuto nel 2014 da Gianluigi Buffon); nella partita d'esordio con la Polonia toccò inoltre la soglia delle 100 presenze in nazionale, risultando il primo italiano a riuscirci. Nel corso del torneo, il portiere azzurro offrì prestazioni di alto livello – che gli valsero la collocazione nell'All-Star Team del mondiale – e compì il suo intervento più famoso, da lui stesso considerato il più importante della propria carriera: nei concitati minuti finali della partita contro il Brasile, valida per l'accesso alla semifinale, Zoff fermò in presa sulla linea di porta un colpo di testa del difensore avversario Oscar, evitando una più rischiosa respinta e risultando decisivo per il successo italiano (3-2). Dopo la vittoriosa finale contro la Germania Ovest (3-1), l'11 luglio a Madrid, in qualità di capitano fu Zoff ad alzare il trofeo della Coppa del Mondo, stabilendo altri due record: divenne infatti, all'età di 40 anni, il più anziano vincitore della competizione nonché il primo e unico italiano ad aver vinto un mondiale e un europeo. Da sinistra: Zoff con Causio, il presidente della Repubblica Pertini e il selezionatore Bearzot al ritorno dal campionato del mondo 1982, con la Coppa del Mondo vinta. Il 29 maggio 1983, a 41 anni, Zoff scese in campo per l'ultima volta in azzurro, in Svezia-Italia (2-0) a Göteborg, sfida che coincise anche con l'ultima partita della sua carriera. Con 112 apparizioni (59 da capitano), Zoff è stato per 19 anni il detentore del record di presenze in nazionale, battuto da Paolo Maldini nel 2000. Allenatore e dirigente Gli inizi Alla fine della carriera agonistica Zoff rimase inizialmente alla Juventus, dove per la stagione 1983-1984 passò a ricoprire, all'interno dello staff tecnico di Giovanni Trapattoni, il ruolo di preparatore dei portieri: si occupò degli allenamenti della sua ex riserva Luciano Bodini e del neoacquisto Stefano Tacconi, quest'ultimo suo erede designato. Contemporaneamente, fuori dal campo prestò il suo nome per una linea di abbigliamento. Lasciò il club torinese nell'estate 1984, quando si vide precluso l'ingresso nello staff dirigenziale bianconero. Quindi nel gennaio 1985 entrò nei ranghi tecnici della FIGC, dapprima come collaboratore del commissario tecnico Bearzot, prendendo parte in questa veste al campionato del mondo 1986 in Messico, e dopodiché come selezionatore dell'Italia olimpica, che riuscì a qualificare nel 1988 ai Giochi della XXIV Olimpiade di Seul; qui gli azzurri, poi guidati in Corea del Sud da Francesco Rocca, chiuderanno il torneo olimpico al quarto posto. Juventus Zoff, tecnico della Juventus, posa con i trofei di Coppa UEFA e Coppa Italia dopo il double continentale della stagione 1989-1990. Zoff lasciò il ruolo di selezionatore della nazionale olimpica nel giugno 1988, nonostante il pass per Seul ottenuto, poiché già in predicato di dover cedere il ruolo a Rocca al termine del torneo a cinque cerchi; ciò per la mancata fiducia del presidente federale, Antonio Matarrese, intenzionato a demansionarlo a incarichi inerenti le nazionali giovanili, oltreché per alcuni dissapori con il successore di Bearzot sulla panchina della nazionale maggiore, Azeglio Vicini. Anticipata quindi la separazione dalla FIGC, venne richiamato dalla Juventus, ingaggiato stavolta come tecnico della prima squadra. Guidò i bianconeri per le successive due stagioni, entrambe terminate al quarto posto in campionato: mentre la prima annata si rivelò globalmente anonima, nella successiva Zoff riportò la squadra torinese ai vertici dopo alcuni anni altalenanti, centrando il double continentale Coppa Italia-Coppa UEFA, vinte rispettivamente contro il Milan di Sacchi e – nella prima finale europea tutta italiana – contro la Fiorentina. Il riassetto societario in atto ai vertici del club alla fine della stagione 1989-1990, già annunciato da alcuni mesi, portò tuttavia alla mancata conferma di Zoff in panchina nonostante le due coppe sollevate. Lazio In vista della stagione 1990-1991 il tecnico friulano assunse quindi la guida della Lazio dell'allora presidente Gianmarco Calleri, con la quale ottenne nei primi due campionati dei piazzamenti di metà classifica, per poi riportare al suo terzo anno biancoceleste la squadra romana nelle coppe europee, dopo quasi quindici anni, grazie al quinto posto ottenuto nella stagione 1992-1993. Zoff alla guida della Lazio nel 1992. Lasciata la panchina a Zdeněk Zeman al termine del campionato 1993-1994, rimase nell'organigramma biancoceleste passando contestualmente a ricoprire la carica di presidente, durante la gestione societaria del finanziere Sergio Cragnotti; mantenne la carica fino al 1998. Nel mezzo, nella seconda metà della stagione 1996-1997 assunse anche il doppio incarico di presidente e allenatore, dopo l'esonero di Zeman: i capitolini, che in quel momento occupavano la dodicesima piazza in classifica, sotto la conduzione di Zoff conclusero poi il campionato al quarto posto. Nazionale italiana A seguito dell'eliminazione dell'Italia ai quarti di finale del campionato del mondo 1998, nel luglio seguente Zoff fu chiamato a sostituire l'esonerato Cesare Maldini come commissario tecnico degli azzurri, con l'obiettivo di portare la nazionale al campionato d'Europa 2000. Pur con qualche passo falso nelle giornate conclusive, ottenne la qualificazione alla fase finale del torneo, promuovendo nel frattempo in pianta stabile in maglia azzurra elementi come Francesco Totti e Gianluca Zambrotta. Nell'estate 2000, sotto la guida di Zoff, all'europeo di Belgio e Paesi Bassi gli azzurri raggiunsero l'ultimo atto del torneo, dopo avere peraltro eliminato in semifinale gli Oranje padroni di casa ai tiri di rigore, in una stoica e sofferta partita rimasta da allora nell'immaginario del calcio italiano. Nella finale contro la Francia, dopo essere passati in vantaggio al 55', gli italiani furono raggiunti sul pari dai Bleus nei minuti di recupero, e poi battuti nei tempi supplementari al golden goal. Nei giorni seguenti la partita, Zoff fu apertamente criticato da Silvio Berlusconi, all'epoca leader di Forza Italia e presidente del Milan, il quale criticò pubblicamente il commissario tecnico per le sue scelte tattiche: in segno di protesta, Zoff reagì rassegnando le proprie dimissioni, «per dignità». Ritorno alla Lazio, Fiorentina Dopo essere tornato alla Lazio nel ruolo di vicepresidente, nel gennaio 2001 venne richiamato in panchina per subentrare al dimissionario Sven-Göran Eriksson: dopo una lunga serie di risultati utili consecutivi, a fine stagione ottenne un terzo posto, ma nella stagione seguente fu esonerato dopo poche settimane, causa un avvio sottotono, culminato nella sconfitta casalinga in Champions League contro i francesi del Nantes (1-3). Con 202 panchine, per i successivi diciannove anni è rimasto l'allenatore laziale con il maggior numero di presenze in competizioni ufficiali; tale record è stato superato nel 2020 da Simone Inzaghi. Quattro anni dopo, come sua ultima appendice della carriera di allenatore, nel campionato 2004-2005 ritornò in panchina con la neopromossa Fiorentina, subentrando in gennaio al posto dell'esonerato Sergio Buso: Zoff condusse la squadra viola alla salvezza, riuscendo ad avere la meglio nella volata finale su Bologna e Brescia. Al termine della stagione si ritirò definitivamente dal mondo del calcio. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 6 - Juventus: 1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1978-1979, 1982-1983 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Nazionale Giochi del Mediterraneo: 1 - Napoli 1963 Campionato d'Europa: 1 - Italia 1968 Campionato mondiale: 1 - Spagna 1982 Individuale Europeo Top 11: 2 - Italia 1968, Italia 1980 All-Star Team del mondiale: 1 - Spagna 1982 Nominato Golden Player per la FIGC (2004) Inserito nel FIFA 100 (2004) Inserito nelle "Leggende del calcio" del Golden Foot (2004) Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria Veterano italiano (2012) Inserito nella Walk of Fame dello sport italiano nella categoria Leggende (2015) Candidato al Dream Team del Pallone d'oro (2020) Allenatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Individuale Seminatore d'oro: 1 - 1990 Trofeo Maestrelli: 2 - 1992, 2001 World Manager of the Year: 1 - 2000 Onorificenze Grande Ufficiale Ordine al merito della Repubblica italiana «Di iniziativa del presidente della repubblica» — 2000 Commendatore Ordine al merito della Repubblica italiana «Di iniziativa del presidente della repubblica» — 1982 Collare d'oro al merito sportivo «Campione mondiale del 1982 (brevetto n. 719)» — 2017 Medaglia d'oro al valore atletico «Campione mondiale (brevetto n. 758)» — 1982 Medaglia d'argento al valore atletico «Campione europeo (brevetto n. 166)» — 1968 Riconoscimenti Il 2 ottobre 2003 ha ricevuto: Laurea Honoris Causa in Scienze motorie e sportive — Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale Nel maggio 2015, una targa a lui dedicata fu inserita nella Walk of Fame dello sport italiano a Roma, riservata agli ex atleti italiani che si sono distinti in campo internazionale.
  9. FERNANDO VIOLA Prodotto del vivaio bianconero, veste la maglia più importante a vent’anni e ci arriva in una giornata per concentrazione di eventi, anche atmosferici oltre che sportivi: il giorno nel quale la Juventus di Vycpálek capisce in pratica di potere e volere lo scudetto numero 14. 12 marzo ‘72, al Comunale contro il Bologna: Nando Viola, elemento di spicco della Primavera, è chiamato a rimpiazzare niente meno che Causio già detto Brazil, a sua volta investito dei panni di Haller. «Esordire in Serie A – dice Fernando – è il miglior modo per prepararsi alla maggiore età. Certo, entrare nella Juventus in questo momento decisivo del campionato, è un’impresa. Prometto comunque il massimo impegno. Ho un po’ di emozione, ma sono sicuro che in campo tutto passerà».Piove a dirotto su Torino, il campo è un vero acquitrino: la compagine bianconera gioca bene, crea occasioni ma sono i felsinei a portarsi in vantaggio con Perani. Sembra impossibile poter risalire la china, ma la Juventus è coriacea e non molla mai, proprio come il suo allenatore. Nel giro di due minuti, 71’ e 72’, Anastasi e Marchetti rovesciano la situazione e la “Vecchia Signora” conquista due punti preziosissimi per continuare a inseguire quel sogno chiamato scudetto.Così inizia la sua carriera juventina, non lunga ma nemmeno effimera e comincia in un modo che più bello non si potrebbe. Gran prova la sua, pur tra mille difficoltà contingenti. La grinta, il temperamento da veterano, abbinati a un tocco di palla che incanta la platea, definiscono l’atleta e il calciatore senza bisogno di altro. Il buon Vycpálek capisce immediatamente di avere a che fare con un cavallo di razza, ma non può né vuole bruciare il ragazzo, in un momento delicatissimo della stagione. Di Viola c’è bisogno, infortuni in serie costringono l’allenatore a rivoluzionare ogni domenica la formazione. Così, Viola torna in campo sette giorni dopo la vittoriosa, anche per merito suo, battaglia con il Bologna. Gioca a Napoli e conferma le cose buone intraviste la domenica prima.Nel derby che può essere decisivo per l’assegnazione dello scudetto, sostituisce nel corso della ripresa lo spento Novellini e sono altri applausi, anche se la squadra si fa superare dai granata, dopo essere passata in vantaggio. Torna a tempo pieno nella gara del rilancio, contro il Varese, poi Vycpálek estrae dal cilindro la soluzione vincente; avanza Cuccureddu a mezzala e Viola è costretto a guardare da semplice spettatore l’avvincente finale.C’è ancora qualche scampolo di calcio vero, con il girone finale di Coppa Italia e il buon Nando trova nuovamente spazio e consensi, giocando alla grande nella vittoriosa ancorché platonica gara interna con l’Inter.A luglio è destinato in prestito a Mantova, dove trova il modo di mettersi in bella evidenza, in un campionato duro e faticoso come la Serie B.«Non posso dire che l’anno passato a Mantova non mi sia servito a nulla. Certamente mi è stato utile per formarmi una personalità; credo anche di aver acquistato una capacità maggiore di reazione. Certo, tra la B e la A ho notato differenze davvero grandi, che in una certa misura non mi aspettavo. Il gran correre e l’alto grado di agonismo me li aspettavo, ma in misura minore: adattarsi alla nuova realtà è stato per me piuttosto duro, specialmente per via del clima infuocato e della durezza del gioco che ho ravvisato praticamente a ogni partita. Nel caso nostro, a Mantova ci si mise oltre tutto di mezzo la sfortuna, e le sconfitte in serie finirono per scuotere non soltanto la squadra, ma un po’ tutto l’ambiente, dai dirigenti ai tifosi. I rimedi non sempre portarono a dei progressi, e la retrocessione ne è stata la prova più evidente».Il ritorno in bianconero avviene nel 1973-74 e Viola ritrova un ambiente che praticamente non è mutato per niente: poche le facce nuove, immutati i traguardi, sempre i massimi. L’anticamera, stavolta, è più breve. Dopo un inizio incerto, la squadra trova la via del gioco e dei gol e, in quel momento, trova anche in Viola un’ottima soluzione alternativa a Cuccureddu e Capello.Nando debutta ai primi di dicembre e il suo arrivo coincide con la rotonda vittoria per 5-1 a spese del Verona; con la maglia di Capello, propizia almeno un paio dei 5 gol juventini e si distingue per la sua continuità di azione. In un’altalena di presenze e di ritorni in tribuna, Nando torna a far parlare di sé nel girone di ritorno; a Genova, contro i rossoblu, è tra i migliori in campo e nel big match di sette giorni dopo, contro il Milan, si rende pericoloso con conclusioni dalla distanza, che rivelano in lui doti niente affatto comuni.La migliore partita della stagione Nando la gioca a San Siro, contro l’Inter: in una giornata importantissima per la Juventus, costretta a vincere per non lasciare via libera alla Lazio capolista, Viola mette lo zampino in entrambe le reti con le quali Bettega dà la vittoria ai suoi e gioca a tutto campo, con il mestiere e la concretezza di un veterano.«È stato un 2-0 indimenticabile – racconta – in mezzo quel tripudio di bandiere bianconere, all’università del calcio italiano. Ma tutta la mia stagione è stata buona; dopo San Siro, credevo di aver chiuso, perché il titolare non ero io, ma l’indisponibilità di Capello prima e di Cuccureddu poi, mi hanno aperto le porte del campo».In chiusura di stagione, in Coppa Italia, c’è altra gloria per il ragazzo di Torrazza, che a Cesena gioca al fianco di un ragazzino, debuttante assoluto, di cui si sentirà più tardi parlare: un certo Paolo Rossi. Scontata, naturalmente, la conferma di Viola per la stagione successiva, il 1974-75. Un’annata ricca di impegni, che fatalmente darà ancor più spazio ai giovani valorosi che ruotano intorno all’undici di base.La duttilità di Nando non sfugge al nuovo allenatore Parola, che concede spesso fiducia a questo ragazzo dal fisico possente, dal passo di maratoneta, ma pure dotato di un controllo di palla invidiabile. Viola sa marcare e rifinire, è insomma quel prototipo di giocatore completo che la moda olandese di quei giorni non può che additare ad esempio.Il campionato e la Coppa Uefa esaltano spesso le doti di Viola, cui il clima infuocato dei mercoledì di coppa pare essere particolarmente adatto. Si rende protagonista assoluto e pure goleador, nella vittoriosa partita dei quarti di finale contro l’Amburgo; il suo gol è un capolavoro di tecnica e tempismo, con uno slalom inarrestabile concluso da una fiondata secca e irresistibile.«Il gol di Fernando Viola al dodicesimo minuto – scrive Franco Costa su “Stampa Sera” – è il gol della consacrazione per questo ragazzo che faceva sempre trenta e mai trentuno. Giocava bene ma non mordeva, non azzannava l’avversario e la palla, quindi, non arrivava neanche al gol. Ieri sera ha dato spettacolo, esibendosi nel primo tempo e sacrificandosi nella ripresa. Per Viola, piemontese purosangue di Torrazza, quella con l’Hamburger è una partita storica, perché può segnare l’inizio della sua carriera come grande calciatore. Viola in questi anni ha cercato di farsi strada fra centrocampisti come Capello, Causio, Furino, Cuccureddu. Chiuso in partenza. Gli restava qualche soddisfazione in allenamento, qualche sostituzione in coppa o in campionato. Alla gente piaceva, così pulito, ordinato ed estroso nel gioco, ma non poteva entusiasmarsi, perché inserito saltuariamente, quindi disadattato; e sembrava, a noi, che il ragazzo non sapesse soffrire L’avevamo visto una volta chiudere gli occhi per saltare di testa temendo di farsi male, forse, contro un avversario. Una brutta impressione, cancellata finalmente dalla vigorosa prova di ieri sera contro quei tedeschi che non perdonano la paura e i tentennamenti. Viola sembrava dovesse essere uno di quegli enfant-prodige che con il trascorrere degli anni si riducono a enfants. Invece il ragazzo si è fatto evidentemente uomo, è migliorato in silenzio, lontano dalle attenzioni di molta gente e la partita di ieri sera si spiega. Per giocare come ha giocato ieri sera Fernando bisogna essere campioni. Questo è scontato. Non si improvvisa, né si inventa nulla nel calcio. Proprio perché esaminato e criticato in passato, la prova contro l’Hamburger stabilisce dimensioni esatte per il centrocampista di Torrazza al punto che oggi qualche intoccabile centrocampista della Juventus si chiede se quel Viola non rappresenta un rischio per il posto di titolare. Fernando non si chiede niente. Va bene cosi e sostituirà lo squalificato Causio domenica prossima. Neppure ieri sera si chiedeva qualcosa. Soltanto teneva sottolineare che forse aveva dimostrato di non essere un bluff e che la fioritura di un Viola per la prossima primavera è anche una garanzia per lo scudetto della Juventus».In campionato, la sua giornata di maggior fulgore coincide con il risultato più eclatante conquistato dalla squadra bianconera, quel 6-2 inflitto al Napoli sul proprio terreno. Una delle 6 marcature porta la firma dì Viola e non per caso, perché Nando è uno dei migliori in campo. Con una quindicina di gettoni di presenza, complessivamente tra campionato e coppa europea, Viola si consegna agli archivi di quella stagione con un ruolo tutt’altro che di secondo piano.Purtroppo per lui, i piani di ristrutturazione della società, in vista di un nuovo tentativo di scalata ai massimi traguardi italiani ed europei, prevedono anche il suo sacrificio. L’avventura bianconera di Nando Viola termina qui, dopo tre stagioni in prima squadra e un bel po’ di soddisfazioni, culminate nel contributo dato alla conquista di due scudetti. Quanto basta per farsi ricordare con grande simpatia.VLADIMIRO CAMINITICome è duro per un torinese arrivare a giocare in prima squadra, anche fornito di tutto, quadrato come un lottatore, simpatico e coi riccioli, se non si possiede il concetto del gioco corale, ci si appassiona del pallone, si amano le sgroppate e i tiri impossibili, non si partecipa con l’ispirazione giusta. Viola studente in lingue, uscito dal vivaio e malviso al suo primo maestro per ragioni private, ebbe nella Juve uno sbocco e cercò di imporsi. Giocò una grandiosa partita in Coppa Uefa contro l’Amburgo con un gol da campione, ma per il campionato ‘75-76 fu ceduto al Cagliari.Nenè vecchio, Riva acciaccato, Niccolai declinante, Vecchi con una mano a pezzi, campionato rovinoso e per il sardo Tiddia, quel bianconero aveva poco nerbo e troppa lingua, meglio altri. Girovagare è il suo destino e viene ceduto alla Lazio allenata dal mister ombroso Vinicio. Subito dichiara di dover giocare per diritto di classe e Vinicio lo lascia fuori. In realtà, è difficile afferrare il nocciolo della personalità strategica di questo attaccante, che scatta a testa bassa, che ha momenti deliziosi, che alla fine ti lascia perplesso perché ha aspettato più di accorrere, ha eseguito più di intuire. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/fernando-viola.html
  10. FERNANDO VIOLA https://it.wikipedia.org/wiki/Fernando_Viola Nazione: Italia Luogo di nascita: Torrazza Piemonte (Torino) Data di nascita: 14.03.1951 Luogo di morte: Roma Data di morte: 05.02.2001 Ruolo: Centrocampista Altezza: 174 cm Peso: 77 kg Soprannome: Nando Alla Juventus dal 1971 al 1972 e dal 1973 al 1975 Esordio: 15.09.1971 - Coppa Uefa - Marsa-Juventus 0-6 Ultima partita: 22.06.1975 - Coppa Italia - Juventus-Milan 2-1 50 presenze - 7 reti 2 scudetti Ferdinando Viola – detto Fernando – (Torrazza Piemonte, 14 marzo 1951 – Roma, 5 febbraio 2001) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Ferdinando Viola Viola (a destra) alla Juventus nel 1974, in allenamento al Campo Combi assieme a Silvio Longobucco. Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1986 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1971-1972 Juventus 4 (0) 1972-1973 → Mantova 36 (2) 1973-1975 Juventus 46 (7) 1975-1976 Cagliari 28 (3) 1976-1977 Lazio 19 (2) 1977-1978 → Bologna 18 (1) 1978-1982 Lazio 102 (10) 1982-1984 Genoa 41 (1) 1984-1985 Barletta 32 (3) 1985-1986 Subiaco ? (?) Carriera Viola (sullo sfondo) alla Lazio, assieme al perugino Pierluigi Frosio, nella stagione 1981-1982. Cresciuto calcisticamente nella Juventus, vi milita per tre stagioni senza esser mai titolare; in mezzo, una stagione in prestito al Mantova in Serie B, conclusa con la retrocessione dei virgiliani in Serie C. Successivamente passa per un anno al Cagliari, prima di accasarsi alla Lazio nelle cui file gioca per cinque stagioni (tre in massima serie e due in cadetteria) e dove resta fino al 1982, con la parentesi di una stagione al Bologna. Inizialmente coinvolto nel 1980 nello scandalo del Totonero, Viola non subisce squalifiche come giocatore e segue la Lazio retrocessa d'ufficio in serie cadetta, restando con le Aquile altre due annate. Ritrova la massima serie nell'estate del 1982 trasferendosi al Genoa, dove rimane per due stagioni, la seconda delle quali conclusa con la retrocessionedella formazione ligure. Termina quindi la carriera professionistica tra le file del Barletta, scendendo in Serie C1. Successivamente disputa la sua ultima annata calcistica, quella 1985-1986, con la squadra dilettantistica dell'ASC Subiaco. Dopo il ritiro Muore a Roma all'etá di cinquant'anni, vittima di un incidente stradale nel quartiere dei Parioli mentre è alla guida del suo scooter. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1971-1972, 1974-1975
  11. ADDIO A SILVIO LONGOBUCCO. 2 aprile 2022
  12. SILVIO LONGOBUCCO «Difficile inquadrare questo giovinotto, persuaderlo che non avesse nemici come ostinatamente credette fin dal suo affacciarsi nella Juve scudettata del pacioso boemo. Quanto lungo il passo da Terni romita a Torino austera e crudele; e l’emulazione, lotta al coltello tra sorrisi e mugugni con i colleghi per il posto in squadra, lo vide sconfitto. Terzino con sinistro e scatto rapace, saprà recuperare moderando gli impulsi nativi. Curando il destro attingerà la completezza tecnica», così lo descriveva il sommo Vladimiro Caminiti.Nasce a Scalea, in provincia di Cosenza il 5 giugno del 1951: «Il pallone era il mio sogno, tanto che a 15 anni mi beccai una squalifica, perché non avevo l’età per giocare in Prima Categoria. Arrivare in Serie A era il mio desiderio, ma la verità è che ho fatto una fatica tremenda a stare lontano dalla mia terra. A 14 anni mi prese il Torino e mi mandò ad Asti. Dopo 9 giorni era già sul treno per la Calabria. La nostalgia mi ha divorato. Anche quando sono andato alla Ternana».Nella squadra umbra gioca ottime partite; schierato da terzino o da stopper, è implacabile a marcare l’attaccante di turno: «Mi ricordo ancora il primo provino, una mezza comica. Da bravo ragazzo del Sud mi ero portato le scarpette con la suola in gomma. Da noi si giocava su campi in terra battuta, erba nemmeno a parlarne. Invece a Terni il campo era verdissimo. Non stavo in piedi. Ogni volta che dovevo fare uno scatto lasciavo delle buche per terra. Dopo venti minuti qualche anima pia mi procurò un paio di scarpe con i tacchetti. Il provino andò bene. Ma nel primo mese tentai per tre volte di scappare. Poi mi sono rassegnato. Alla Ternana sono rimasto due stagioni. Ho giocato tantissimo tra De Martino e Prima Squadra. Ma il desiderio era sempre di tornare a casa».Poi, arriva la chiamata della Juventus: «Ed io lo seppi dalla radio! Sembra incredibile, ma è cosi. Stavo facendo il CAR (periodo di addestramento militare) a Orvieto, ma mi trovavo all’ospedale militare di Perugia. Dovevo andare al Vicenza. La Ternana aveva fatto tutto con Romeo Anconetani che a quel tempo faceva il mediatore. E invece ecco la Juventus! Gioia mista a tanta paura. Un po’ per tutto. Dal lato professionale, perché non mi sentivo ancora all’altezza della Juve. E poi perché andavo dalla parte opposta della Calabria. Il primo mese bianconero l’ho passato da imboscato. Sono stato l’oggetto misterioso della Juve per qualche settimana. Ho sfruttato una serie di coincidenze per ritardare il mio arrivo a Torino. Devi sapere che la Ternana non aveva detto nulla alla Juve che ero militare. Chissà, forse credevano che questo avrebbe potuto ostacolare il trasferimento. E allora si inventarono che stavo in villeggiatura in un imprecisato campeggio con amici. Ho saputo dopo che i dirigenti juventini mi hanno cercato dappertutto. E quando mi hanno trovato hanno scoperto la verità».È appena stata costituita la squadra che promette sfracelli, ci sono già i Bettega e i Furino, i Causio e i Morini, i Cuccureddu e i Capello. Non c’è ancora Zoff, ma sarà questione di poco. Longobucco deve fare anticamera ma non ci sono problemi; Vycpálek si accorge subito che c’è del talento in questo ragazzo dal cognome scorbutico come il suo destro, essendo, nel piede mancino, riposte tutte le velleità di successo. Carmignani portiere, Spinosi e Marchetti terzini, Morini stopper. Non c’è spazio, chiaramente, nell’undici di partenza, per Ossobuco – come lo chiama Haller non riuscendo a pronunciare il suo cognome – ma a Silvio la pazienza non manca. La Juventus va avanti per la sua strada, inanellando partite capolavoro e risultati da primato. Il campionato si gioca in volata e, nella volata, entra in scena anche Silvio Longobucco.Fatalità, un pizzico di fortuna, che quasi sempre è unita a un po’ di sfortuna altrui. Marchetti e Furino, dopo la vittoriosa partita con il Cagliari, sono squalificati; alla vigilia della delicatissima trasferta di Firenze, penultima giornata del torneo, Vycpálek si affida al ragazzo calabrese, che ha saputo attendere in silenzio, preparandosi con scrupolo in ogni allenamento come se fosse la finale di Coppa dei Campioni. È il 21 maggio 1972, data fatidica. La Fiorentina prima vince per un gol di Merlo e poi è raggiunta nella ripresa. Pareggio risicato, ma un punto d’oro. Longobucco non delude le attese; ci mette una grinta decisamente fuori dalla norma, conquista un po’ tutti, a cominciare dal mister più pacioso e ottimista che mai. Si merita la conferma, nella giornata di grande festa che si va preparando. 28 maggio 1972, Juventus-Vicenza: Longobucco esordisce di fronte al pubblico torinese, che è folla come da tempo non si vedeva. Migliaia di bandiere per lo scudetto numero 14, il Vicenza è liquidato e il nostro è ancora tra i migliori.Ossobuco è confermato nella Juventus, che tenta la grandiosa accoppiata campionato e Coppa Campioni: «C’era Zoff, un campione di serietà, anche troppo! Mentre noi avevamo già fatto la doccia, lui era ancora in campo ad allenarsi. Poi c’era Causio, la prima donna. Sempre impeccabile, da vero barone. Lui e Morini erano i protagonisti della sfida del pullman. Vinceva chi saliva per ultimo sul pullman. Il farsi attendere aumentava il prestigio! E poi c’era Haller, un gaudente. Si fece beccare durante una trasferta all’estero, perché lasciò le sue generalità all’ingresso di un night. I dirigenti lo presero quasi con le mani nel sacco. Ma che squadra, però. Tre scudetti in quattro anni!».Parte alla pari con gli altri titolari della difesa e, dunque, l’attesa sarà più breve e meno sofferta. 12 presenze al tirar delle somme, un discreto bottino. Ma c’è di più, c’è la Coppa dei Campioni, con le sue serate magiche. E il 7 marzo 1973, anche Silvio da Scalea trova un posticino, nella gara interna con l’Újpest Dósza. Altro esame superato a pieni voti, a conferma del talento e del temperamento del ragazzo. A Derby e nella finalissima di Belgrado contro l’Ajax ci sarà di nuovo spazio per lui. Purtroppo, per il buon Silvio, la sua immagine tramandata ai posteri è la tristemente e famosa capocciata di Rep che, dopo pochi minuti dall’inizio della finale, lo sovrasta, inventandosi una specie di pallonetto che beffa Zoff: «L’Ajax era fortissima, fu sbagliata la scelta di stare chiusi in ritiro per giorni interi dentro una vecchia fortezza. Rep ebbe grande fortuna, oltre ad essere stato scorretto. Mi tenne giù coni il braccio sinistro ed io non riuscì a saltare. Gol da annullare. Ma non andò così».Dopo la grande delusione, inizia la stagione 1973-74, sempre più difficile per la Juventus, incontrastata protagonista degli ultimi due scudetti e quindi osservata speciale dalla concorrenza. Longobucco trova spazio addirittura dalla prima giornata, che coincide con una stentata vittoria a spese del Foggia. Ormai, è pedina fondamentale nella retroguardia che ha in Zoff e nel tandem Morini e Salvadore i suoi cardini di classe ed esperienza. Giocando accanto a simili campioni, anche Longobucco migliora il suo bagaglio tecnico e affina il proprio senso tattico, rivelandosi difensore irriducibile nella marcatura stretta, ma anche capace di inventare divagazioni offensive, magari rifinite con il suo efficacissimo sinistro: «Difendevo e attaccavo. Coprivo tutta la fascia. E spingevo tantissimo. Ricordo sempre Oscar Damiani che mi implorava di non correre con la sua “R” moscia. Ho marcato anche Bettega. La prima volta che l’ho incontrato è stato in Ternana-Varese, campionato di B, stagione 1969-70. Era il giorno del mio esordio, arbitrava Concetto Lo Bello e la partita fu ripresa dalla TV. L’allenatore mi mise in marcatura su di lui. Dico solo una cosa: meglio averlo avuto come compagno Bettega. E l’ho apprezzato molto, sotto tutti i punti di vista, nonostante la sua fissa per Lucio Battisti. Ci faceva una testa così con le sue canzoni. Le sapeva tutte. Un martello».In una stagione meno prodiga di entusiasmi e soddisfazioni per l’ambiente bianconero, raggiunge ben 24 presenze in campionato, mentre il suo ruolino di marcia internazionale subisce forzatamente uno stop, per l’eliminazione patita dalla Juventus nel turno iniziale di Coppa Campioni.E siamo al 1974-75, nuovamente trionfante per la squadra affidata a Parola. Con l’arrivo di Gentile e Scirea, la retroguardia juventina aumenta il numero e la consistenza dei suoi uomini di talento e la concorrenza per il posto diventa agguerritissima. Longobucco non riesce, anche per questo motivo, a ripetere l’exploit della stagione precedente e deve accontentarsi di una decina di apparizioni.Quanto basta, comunque, per confermare appieno il suo valore, ormai confortato da un mestiere rifinito, occupando tutti i ruoli di marcatore, sia centrale sia di fascia: «Ufficialmente, andai via perché gli spazi in difesa si erano ridotti. Ma io, con il senno di poi, credo abbia inciso anche l’episodio del pugno dato a Gorin del Milan: Juve-Milan, marco Gorin che è il 7 dei rossoneri. Mi provoca per tutta la partita e mi dà un cazzotto non visto da nessuno. Io aspetto il momento giusto e mi vendico. Per sfortuna gli spaccai la faccia e dovette uscire in barella. In seguito mi scusai con lui, ma contro di me si scatenò una campagna di stampa dai toni vagamente antimeridionali o leghisti se preferite. Anche Gianni Brera non si risparmiò. La sera alla “Domenica Sportiva” ci fu un testa a testa con Bettega che prese le mie difese».La non breve vicenda bianconera di Silvio Longobucco si esaurisce qui. Oltre una sessantina di presenze in campionato, una manciata di gettoni in campo internazionale, E, soprattutto, tre scudetti. Un ritratto tutt’altro che sbiadito. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/silvio-longobucco.html
  13. SILVIO LONGOBUCCO https://it.wikipedia.org/wiki/Silvio_Longobucco Nazione: Italia Luogo di nascita: Scalea (Cosenza) Data di nascita: 05.06.1951 Luogo di morte: Scalea (Cosenza) Data di morte: 02.04-2022 Ruolo: Difensore Altezza: 175 cm Peso: 69 kg Nazionale Italiano B Soprannome: Ossobuco Alla Juventus dal 1971 al 1975 Esordio: 28.09.1971 - Coppa Uefa - Juventus-Marsa 5-0 Ultima partita: 29.05.1975 - Coppa Italia - Juventus-Inter 1-2 80 presenze - 1 rete 3 scudetti Silvio Longobucco (Scalea, 5 giugno 1951 – Scalea, 2 aprile 2022) è stato un calciatore italiano, di ruolo terzino. Silvio Longobucco Longobucco al Cagliari nel 1975 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 69 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1986 Carriera Squadre di club 1969-1971 Ternana 34 (0) 1971-1975 Juventus 80 (1) 1975-1982 Cagliari 172 (3) 1982-1983 Cosenza 24 (1) 1983-1986 Scalea ? (?) Nazionale 1973 Italia B 1 (?) Caratteristiche tecniche Attivo agonisticamente tra la fine degli anni 60 e l'inizio degli anni 80 del XX secolo, Longobucco si formò inizialmente come marcatore per poi trasformarsi in terzino sinistro, in grado di proporsi come cursore in appoggio al centrocampo. Il suo punto di forza era la velocità che gli permetteva di effettuare buoni recuperi. Carriera Giocatore Longobucco (a destra) entra in campo con la Juventus per la finale della Coppa dei Campioni 1972-1973 Cresciuto nella Ternana, nelle file dei rossoverdi Longobucco esordì da professionista in Serie B nel corso della stagione 1969-1970, al termine della quale collezionò 6 presenze. Dopo un'altra stagione a Terni in cui scese in campo in 28 occasioni, nell'annata 1971-1972 fu acquistato dalla Juventus. Con la squadra bianconera Longobucco esordì in Serie A il 21 maggio 1972, in occasione del pareggio esterno contro la Fiorentina (1-1); la settimana dopo scese in campo da titolare nel successo interno sul Lanerossi Vicenza (2-0) che vale ai piemontesi la vittoria dello scudetto. Nell'arco di quattro anni sotto la Mole totalizzò 80 presenze con la squadra torinese, realizzando un gol in Coppa Italia, vincendo tre scudetti (di cui due consecutivi) e partecipando fin dal primo minuto alla finale della Coppa dei Campioni 1972-1973 persa 0-1 a Belgrado contro gli olandesi dell'Ajax: il gol venne segnato da Johnny Rep che sovrastò in elevazione proprio lo stesso Longobucco. La stagione migliore sul piano personale rimase quella del 1973-1974, in cui l'allenatore Čestmír Vycpálek gli riservò spesso una maglia da titolare in campionato. Nell'estate del 1975 venne ceduto al Cagliari: una destinazione scelta dalla Juventus nonostante le richieste di piazze più blasonate, onde non favorire delle possibili rivali al titolo. Con i sardi giocò per quattro stagioni in A e tre in B, totalizzando 172 presenze e 3 reti, queste ultime tutte segnate in cadetteria. Chiuse la carriera professionistica in Serie C1 nella stagione 1982-1983 vestendo la maglia del Cosenza, con cui vinse una Coppa Anglo-Italiana, aprendo fra l'altro le marcature in occasione della vittoriosa finale contro il Padova disputata a Cosenza il 25 aprile 1983 (2-0). Seguì quindi un ulteriore triennio nella natìa Scalea, nelle file della locale squadra dilettantistica, prima del definitivo ritiro. Dopo il ritiro Al termine dell'attività agonistica tornò a vivere a Scalea, dove ricoprì anche l'incarico di assessore allo sport nella giunta comunale. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973, 1974-1975 Competizioni internazionali Coppa Anglo-Italiana: 1 - Cosenza: 1983
  14. VINCENZO CHIARENZA ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1971 A ogni partita della Juventus, e, appena può liberarsi dal lavoro, anche agli allenamenti settimanali, è sempre presente, in prima fila, il signor Settimo Chiarenza, un tifoso bianconero fra i più accesi, nonché papà di Vincenzo, un giocatorino che, a detta dei tecnici, ha tutti i numeri per diventare qualcuno. Lo portò sei anni fa, appena decenne, al signor Pedrale al Campo Combi: «Glielo affido; per quel poco che mi intendo di calcio credo proprio di non sbagliarmi: la stoffa c’è, veda lei di plasmarlo, di migliorargli i fondamentali, di tirarne fuori insomma tutto quanto c’è di buono; il ragazzo è modesto, ha una voglia matta di imparare e di riuscire, ma, se dovesse occorrere, non si faccia scrupoli e gli dia pure qualche sonora tirata d’orecchi…». «Non ve n’è stato bisogno – ci ricorda il buon Pedrale – perché Vincenzo si è subito dimostrato un allievo modello, intelligente, che ha imparato subito, dotato com’era, tutto ciò che gli si insegnava». E così Chiarenza, anno dopo anno, sta percorrendo le tappe di una carriera calcistica che stando alle previsioni dei tecnici che via via lo hanno avuto alle loro dipendenze, dovrebbe concludersi clamorosamente, fra non molto, in Prima Squadra. Lo scorso anno il ragazzo, schierato nella squadra Allievi, che, agli ordini di Grosso, ha conquistato il titolo di Campione d’Italia, ha segnato, in campionato, la bellezza di 40 reti. Attualmente, insieme ad altri della sua età, si trova a Villar Perosa, dove si prepara per i prossimi cimenti di categoria, in attesa, come già è stato fatto in occasione delle amichevoli di Empoli e Padova che Vycpalek abbia bisogno di lui. Chiarenza infatti, come i tifosi ricorderanno, esordì nella cittadina toscana in una delle amichevoli precampionato, segnando addirittura un gol e lasciando un’ottima impressione a tecnici, compagni di squadra e tifosi. Il suo ruolo è quello della punta, e precisamente ala destra di sfondamento: fisicamente perfetto, a chi lo vede giocare dà l’impressione di avere più di 17 anni: è dotato di uno scatto felino e di una progressione in velocità formidabile, nonché di un tiro che possiamo letteralmente definire al fulmicotone, una sberla di destro (ma anche il mancino non scherza), che ha fatto piegare le mani a più di un portiere: ma nel suo carniere vi sono anche parecchi gol segnati, sotto porta, di testa. Tetragono alle emozioni, corre per tutti i novanta minuti, si sacrifica anche in un oscuro gioco di spola quando occorre difendere il risultato e non è quello che si definisce un «piagnina»: come tutti gli attaccanti prende un sacco di botte, ma non si lamenta mai, anche quando il dolore è veramente forte stringe i denti e in qualche modo arriva al termine della partita senza che nessuno si accorga del suo disagio. Un ragazzo veramente prezioso per la squadra, che ascolta i consigli tattici dell’allenatore, ubbidiente, volonteroso negli allenamenti, e con una gran voglia di sfondare nel mondo del calcio. Anche nella vita Chiarenza è un ragazzo a posto, tranquillo, educato, senza grilli per il capo; attualmente frequenta, e con ottimi risultati, la terza Geometri, ed anche nella scuola si applica con volontà, intendendo prendere, nel giro di pochi anni, il sospirato diploma. Ma, naturalmente il suo sogno è quello di diventare un grosso giocatore, e proprio nella sua Juventus; e siamo certi di non sbagliarci prevedendo che tra qualche anno tutto questo si trasformerà nella più rosea delle realtà. Ho chiesto l’altro giorno a Bettega, che molto spesso si reca a vedere gli allenamenti dei giovani, un giudizio sul ragazzo: «Chiarenza l’ho visto una decina di volte e sempre mi ha impressionato per la lucidità e la concretezza del suo gioco, tutto ridotto all’essenziale, senza fronzoli, che va subito al sodo: deve naturalmente migliorare in esperienza, ma, come ripeto, il ragazzo mi è piaciuto molto, e gli auguro con tutto il cuore di averlo, fra non molto, come compagno nella nostra grande Juve». 〰.〰.〰 Palermitano di Termini Imerese, dov’è nato il 27 settembre 1954, disputa 2 partite nell’edizione della Coppa Italia 1971-72 e in quella dell’anno successivo, prima di passare alla Sampdoria con la quale esordisce in Serie A. Ritorna a Torino nelle vesti di allenatore giovanile negli anni ‘90, conquistando parecchi successi e coltivando parecchi giovinotti per la Prima Squadra, quali Marchisio, De Ceglie, Giovinco, Lanzafame, Mirante e Criscito. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/05/vincenzo-chiarenza.html
  15. VINCENZO CHIARENZA https://it.wikipedia.org/wiki/Vincenzo_Chiarenza Nazione: Italia Luogo di nascita: Termini Imerese (Palermo) Data di nascita: 27.09.1954 Ruolo: Centrocampista/Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1971 al 1973 Esordio: 25.06.1972 - Coppa Italia - Juventus-Inter 2-1 Ultima partita: 16.05.1973 - Coppa Italia - Juventus-Reggiana 1-1 2 presenze - 0 reti 2 scudetti Allenatore della Juventus Primavera dal 1991 al 2008 1 scudetto 2 coppe Italia 2 supercoppe italiane Vincenzo Chiarenza (Termini Imerese, 27 settembre 1954) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista o difensore. Vincenzo Chiarenza Chiarenza alla Lazio nel 1983 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, difensore) Termine carriera 1991 - giocatore Carriera Giovanili 196?-1972 Juventus Squadre di club 1971-1973 Juventus 2 (0) 1973-1974 Sampdoria 15 (1) 1974-1975 Brindisi 34 (4) 1975-1977 Atalanta 38 (6) 1977-1978 Avellino 31 (6) 1978-1979 Atalanta 10 (0) 1979-1980 Bari 37 (3) 1980-1981 Taranto 35 (1) 1981-1982 Lazio 42 (0) 1982-1983 → Udinese 16 (0) 1983 Lazio 3 (0) 1983-1986 Triestina 60 (0) 1985-1987 Taranto 22 (0) 1987-1988 Legnano 18 (0) 1988-1989 Novara 26 (1) 1989-1991 Pinerolo 43 (0) Carriera da allenatore 1991-2008 Juventus Giovanili 2008 Ascoli 2010 Sanremese 2012 Como Caratteristiche tecniche Giocatore Nella prima fase della carriera gioca come attaccante. Nella seconda parte della carriera gioca centrocampista prima e difensore poi. Carriera Giocatore Dopo essere cresciuto nelle giovanili della Juventus, passa alla Sampdoria, facendo il suo esordio in Serie A, a 19 anni, il 9 dicembre 1973 contro il Verona; nella stagione 1973-1974 colleziona complessivamente 15 presenze e realizza una rete, curiosamente proprio contro la Juventus. Chiarenza alla Sampdoria nella stagione 1973-1974 Nell'estate del 1974 viene ceduto al Brindisi fra i cadetti e proprio in Serie B Chiarenza trova la sua collocazione ideale, diventando un veterano della categoria vestendo anche le maglie di Avellino, Bari, Taranto, Triestina, Atalanta e Lazio. Con queste ultime due ritorna, seppur per poco, nel massimo campionato, riabbracciato anche con la maglia dell'Udinese. Conclude la propria carriera in Serie C2 tra le file di Legnano e Novara. Ha totalizzato complessivamente 44 presenze e 1 rete in Serie A con le maglie di Sampdoria, Atalanta, Udinese e Lazio, e 284 presenze e 20 reti in Serie B. Ha ottenuto due promozioni consecutive in Serie A, con l'Atalanta nella stagione 1976-1977 e con l'Avellino nella stagione 1977-1978, ed una promozione con il Taranto dalla Serie C1 alla Serie B nel 1985-1986. Allenatore Nel 1991 intraprende la carriera di allenatore nel settore giovanile della Juventus, dove guida prima gli Esordienti e in seguito i Giovanissimi e gli Allievi Regionali. Passa poi alla Berretti, categoria nella quale conquista lo scudetto nel campionato 2001-2002. Nel 2003 assume la guida della squadra Primavera con la quale conquista lo scudetto di categoria nel 2005-2006, due Coppe Italia Primavera (2003-2004 e 2006-2007), due Supercoppe Primavera (2006 e 2007) e due Tornei di Viareggio (2004 e 2005); sempre con la Primavera nell'estate del 2007 disputa la finalissima della Champions Youth Cup in Malaysia. Nel luglio 2008 lascia la guida della formazione Primavera della Juventus. Il 22 ottobre 2008 viene ingaggiato dall'Ascoli in sostituzione di Nello Di Costanzo; la sua esperienza nelle Marche termina con un esonero il successivo 7 dicembre, dopo la sconfitta per 3-0 contro il Modena, a seguito di soli 3 punti ottenuti in 8 partite. Viene ingaggiato dalla Sanremese il 28 settembre 2010, in seguito all'esonero di Carlo Calabria e viene a sua volta esonerato l'8 novembre 2010 dopo la sconfitta ottenuta contro il Feralpi Salò, per gli scarsi risultati ottenuti. Il 17 febbraio 2012 viene nominato allenatore del Como, ma viene esonerato il 14 marzo seguente dopo la partita casalinga persa contro il Viareggio a causa degli scarsi risultati (4 sconfitte consecutive) ottenuti fino a quel momento che avevano portato la compagine lariana ad occupare il 12º posto in classifica a soli 5 punti dalla zona play-out. Palmarès Giocatore Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1971-1972 Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973 Allenatore Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 3 - Juventus: 2003, 2004, 2005 Coppa Italia Primavera: 2 - Juventus: 2003-2004, 2006-2007 Campionato Primavera: 1 - Juventus: 2005-2006 Supercoppa Primavera: 2 - Juventus: 2006, 2007 Individuale Trofeo Maestrelli: 1 - 2005
  16. PIETRO CARMIGNANI https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Carmignani Nazione: Italia Luogo di nascita: Altopascio (Lucca) Data di nascita: 22.01.1945 Ruolo: Portiere Altezza: 185 cm Peso: 78 kg Soprannome: Gedeone Alla Juventus dal 1971 al 1972 Esordio: 29.08.1971 - Coppa Italia - Bari-Juventus 1-1 Ultima partita: 01.07.1972 - Coppa Italia - Milan-Juventus 3-2 37 presenze - 30 reti subite 1 scudetto Pietro Carmignani (Altopascio, 22 gennaio 1945) è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo portiere, preparatore dei portieri del settore giovanile del Varese. Pietro Carmignani Carmignani al Napoli nel 1973 Nazionalità Italia Altezza 185 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1980 - giocatore 2017 - allenatore Carriera Giovanili 19??-1964 Stella Rossa Viareggio Squadre di club 1964-1967 Como 47 (-30) 1967-1971 Varese 92 (-83) 1971-1972 Juventus 37 (-30) 1972-1977 Napoli 144 (-125) 1977-1979 Fiorentina 10 (-16) 1979-1980 Rhodense 20 (-19) Carriera da allenatore 1982-1985 Parma Vice 1985 Parma 1985-1987 Parma Vice 1987-1988 Parma 1988-1989 Parma Vice 1988-1989 Parma Primavera 1989-1991 Milan Portieri 1991-1996 Italia Vice 1996-1997 Milan Vice 1998-1999 Atlético Madrid Vice 1999 Livorno 2000-2001 Parma Vice 2001-2002 Parma 2002-2004 Parma Vice 2004-2005 Parma 2005-2007 Parma Primavera 2007-2008 Varese Vice 2008 Varese 2016-2017 Varese Giovanili (Portieri) Carriera Club Cresciuto nella Stella Rossa di Viareggio, iniziò la carriera professionistica nel Como, in Serie C, militando per un triennio nei lariani prima di passare nel 1967 al Varese, con cui esordì poi in Serie A l'anno seguente. In Lombardia si mise definitivamente in luce nella stagione 1970-1971, agli ordini del tecnico Nils Liedholm, emergendo come uno dei più promettenti estremi difensori del campionato. Nel luglio del 1971, ventiseienne, passò alla Juventus, chiamato a sostituire Roberto Tancredi nel frattempo accasatosi al Mantova. A Torino conquistò da titolare lo scudetto del 1971-1972, tuttavia non riuscì a convincere appieno l'ambiente bianconero anche per via di alcuni grossolani svarioni, tanto che, nelle ultime e decisive cinque partite di un torneo vinto dai piemontesi sul filo di lana, il tecnico Čestmír Vycpálek gli preferì la riserva Massimo Piloni. La sua esperienza juventina durò quindi lo spazio di una stagione, poiché nell'estate del 1972 venne ceduto al Napoli, inserito assieme ad altri giocatori nella trattativa che portò Dino Zoff in bianconero. Carmignani alla Juventus nel 1971 fra i colleghi Alessandrelli (a sinistra) e Piloni (a destra). In azzurro suscitò la simpatia dei tifosi partenopei che gli perdonarono alcune giocate non precise, affibbiandogli il soprannome "Gedeone". Con i campani disputò cinque stagioni a buon livello, vincendo la Coppa Italia 1975-1976 e sfiorando il titolo nazionale nel campionato del 1974-1975, chiuso dalla squadra di Luís Vinício al secondo posto; in questo ultimo frangente si affermò inoltre, ex aequo con Zoff, quale secondo portiere meno battuto del torneo con 19 reti, dietro solo al romanista Paolo Conti che ne concesse 15. In generale, a quasi parità di partite giocate subì una decina di gol in più del predecessore friulano e rimase imbattuto per 61 incontri. A Napoli, inoltre, si sposò con una ragazza del luogo. Nel 1977 viene ceduto alla Fiorentina dove divise il ruolo con il più giovane Giovanni Galli disputando le sue ultime partite in massima serie. Giocò quindi un ultimo campionato, 1979-1980, scendendo in Serie C2 con la Rhodense di Rho, squadra nella quale terminò la carriera agonistica all'età di trentacinque anni. Allenatore La carriera di allenatore iniziò negli anni 1980 al Parma, dove fu vice, tra gli altri, di Arrigo Sacchi con cui nel successivo decennio instaurò un saldo rapporto professionale, lavorando per il tecnico fusignanese dapprima come preparatore dei portieri al Milan, e poi come secondo in Nazionale, nuovamente in rossonero e infine all'Atlético Madrid. Successivamente, dopo un'esperienza da tecnico in prima al Livorno nel campionato 1999-2000, in Serie C1, negli anni 2000 tornò a Parma ricoprendo incarichi di secondo piano; ciò nonostante venne richiamato per due volte sulla panchina della prima squadra per traghettarla alla salvezza in altrettanti tornei iniziati in malo modo dagli emiliani, centrando, in entrambe le occasioni, l'obiettivo. Nella stagione 2001-2002, dopo essere subentrato in panchina a Daniel Passarella, guidò i gialloblù alla conquista della Coppa Italia, ottenuta battendo in finale la Juventus neoscudettata di Marcello Lippi. A fine stagione lasciò la panchina a Cesare Prandelli, salvo tornare alla guida dei ducali nella stagione 2004-2005, quando subentrò a Silvio Baldini raggiungendo la salvezza dopo il vittorioso doppio spareggio con il Bologna. Nelle due annate successive rimase in Emilia come allenatore della formazione giovanile parmense. Per la stagione 2007-2008 fu il secondo di Roberto Lorenzini al Varese. Nella stagione 2008-2009 venne scelto come primo allenatore dei biancorossi, ma a causa di un negativo avvio in campionato, con soli 2 punti raccolti in 5 partite, fu esonerato dopo la sconfitta 2-3 nel derby regionale con il Como. Nel 2016 torna nei quadri tecnici del Varese, assumendo l'incarico di preparatore dei portieri della scuola calcio. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Varese: 1969-1970 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1971-1972 Coppa Italia: 1 - Napoli: 1975-1976 Competizioni internazionali Coppa di Lega Italo-Inglese: 1 - Napoli: 1976 Allenatore Coppa Italia: 1 - Parma: 2001-2002
  17. ROBERTO BETTEGA «Giocare nella Juventus è una grandissima soddisfazione, la più grande della mia vita. Penso che indossare la maglia bianconera sia il sogno di ogni giocatore, il sogno di tutta una carriera; questa mia soddisfazione acquista ancora maggior valore, poiché i miei primi passi li ho mossi, da ragazzino imberbe, proprio nella Juventus».Un regalo di Natale, per Raimondo e Orsola. Il piccolo Roberto, secondogenito di casa Bettega, si presenta al mondo il 27 dicembre 1950. Nasce in una casa della periferia torinese, non troppo lontano dal cuore di una città austera e orgogliosa, complessa e taciturna.Appena fuori dal centro, dove nasce Robertino, si respira un’altra vita. C’è l’anima proletaria, c’è il mestiere che sporca le mani e purifica i sentimenti. Papà Raimondo fa il carrozziere, mamma Orsola la maestra. Né stenti né stravizi, la vita scorre tranquilla. Fino all’illuminazione. Che arriva secca, precisa, nel cuore e nella mente di un ragazzino di appena 7 anni. E nel cuore del tifo, in mezzo alla curva Filadelfia del Comunale di Torino, in un pomeriggio da derby. Di qua la Juve, di là il Toro. La scelta non ammette compromessi, ed essendo la scelta di un bambino è dannatamente seria.Robertino dipinge di bianconero il sangue che gli scorre nelle vene, si innamora di quell’oggetto tondo che rotola sul campo e ne fa un pensiero fisso. Da lì in avanti, la vita è scuola e pallone. Papà Raimondo se ne rende conto, e non ostacola il suo ragazzo. Figurarsi: per lui la Juventus è fede cristallina, gli piace vedere quel figliolo consumato dalla stessa passione. Di più, Roberto gioca e ci dà dentro, e intanto sogna come tutti i ragazzi della sua età. Siccome il sogno è una maglia bianconera, papà non si fa pregare: lo infila in macchina e lo porta a casa Juve, alla scuola di avviamento per giovani calciatori. Se son rose, pensa, fioriranno.Il primo maestro, storico per tutti i marmocchi che si presentano in quegli anni ai cancelli bianconeri, si chiama Mario Pedrale. Robertino la prende di petto, si appassiona e s’impegna, e nel frattempo Madre Natura fa il resto: a 13 anni il diminutivo diventa fuori luogo, per un ragazzo che è cresciuto fino a toccare quota 170 centimetri, e che nelle foto di gruppo si riconosce sempre al volo.«È vero, pensavo soltanto a giocare al calcio. Per ore e ore avrei soltanto inseguito quella sfera di cuoio. Poi, da tifoso bianconero, ero ben felice di essere finito tra i Pulcini della Juve. Nel 1962 faccio la mia prima apparizione allo Stadio Comunale: prima di Juventus-Inter si affrontano due squadre del NAGG bianconero. C’era molta gente, ma non ero affatto emozionato, A proposito: agli inizi della mia carriera giocavo da mediano. La “svolta storica”, da centrocampista ad attaccante, avviene nel 1964-65, per merito dell’allenatore degli Allievi. Grosso. Il mio idolo giovanile? John Charles. Mi piaceva il suo modo di giocare, la sua bravura nel colpire di testa in perfetta elevazione... Degli anni giovanili, ricordo le partite con la Nazionale Juniores giocate insieme a gente come Bordon e Spinosi».Nel gruppo, appunto, si fa notare. Spazia tra centrocampo e attacco, e non si perde per strada come tanti coetanei. Quando Pedrale lo consegna a Ercole Rabitti, che lo aggrega alla prima squadra per la stagione 1968-69, spende le prime frasi profetiche: «Io dico che è nato attaccante. Se il fisico lo sorregge, può diventare una punta alla Charles».Rabitti, a parole, gli va a ruota. Ma, in effetti, cerca la prova del nove, e non gli sembra che buttarlo in campo subito sia la cosa migliore. Meglio parcheggiarlo in prestito per un anno, mandarlo, come si dice, a farsi le ossa.La stazione prescelta è quella di Varese, Serie B. Alla guida c’è un europeo del Nord che ha lasciato il segno del suo passaggio nel calcio italiano: una vita da mediano, ma di lusso, con i cromosomi del fuoriclasse. Si chiama Nils Liedholm, il timoniere del Varese. In rossonero la sua nuova carriera di tecnico non ha avuto un ritmo esaltante, la B è in fondo un trampolino di lancio anche per lui.Forse è per questo, anche per questo, che crede ai giovani. Forse è per questo che punta su Roberto Bettega, per il suo Varese che non può mettere in campo troppi talenti. Insomma, lo svedese getta nella mischia il neppure ventenne Bettega, e il ragazzo lo ripaga delle attenzioni. Prima stagione vera da professionista, 30 presenze e 13 reti in serie B.È lui il miglior realizzatore del torneo, insieme al compagno di squadra Ariedo Braida e ad Aquilino Bonfanti del Catania. In quel Varese, che vola sicuro verso la Serie A, Bettega trova compagni di viaggio indimenticabili: “Gedeone” Carmignani, lo stesso Braida, Ricky Sogliano, Dario Dolci, Angelo Rimbano. Tutti lasceranno un segno del loro passaggio sul calcio italiano, e lui più di ogni altro.Liedholm lo descrive così: «Possiede le qualità essenziali per una punta: piede e testa, cioè buon trattamento di palla ed elevazione. È un altruista e un opportunista secondo le circostanze e ciò, naturalmente, corrisponde al meglio per un uomo d’area di rigore».Intanto, lascia parecchi osservatori a bocca aperta. Compresi quelli della Juventus, Rabitti in testa, che si affrettano a richiamarlo alla base. Il ragazzo ha talento: a nemmeno vent’anni mette in mostra acume tattico e impressionante potenza.I suoi gol hanno già il marchio di fabbrica: Roberto segna di testa, tuffandosi col coraggio dell’incoscienza, e il suo piede, soprattutto quello destro, sa già dare alla sfera traiettorie uniche. «È un opportunista, sa farsi trovare pronto all’appuntamento col gol. Ma nello stesso tempo non è un freddo, un calcolatore, e va in cerca della palla e del gioco alla fonte». All’epoca, questo è il giudizio tecnico per il neo-cannoniere cadetto che approda alla massima serie dalla porta principale. Lusinghiero è dir poco, considerando che ha appena vent’anni.«Un successo non sperato ma che, dopo poche settimane dal mio debutto, iniziava a prendere consistenza, visto che continuavo a segnare e a convincere. Il goal più bello? Penso di averne fatti diversi. Ricordo la doppietta col Mantova, la rete con l’Arezzo, quella con l’Atalanta. Una curiosità: all’ultima di campionato batto un rigore contro il Piacenza realizzandolo. Dovranno passare dieci anni prima che, in campionato, prenda nuovamente la rincorsa dal dischetto. Io parto da un principio ben preciso: si può vincere la classifica cannonieri soltanto usufruendo dei calci di rigore».Il giovane figlio della scuola bianconera torna a casa ma casa non è più quella di una volta. È cambiata l’aria che si respira, sono cambiati idee e uomini.Giampiero Boniperti è di nuovo in famiglia, con addosso la veste di amministratore delegato. Il direttore generale è Italo Allodi, la guida della squadra è affidata ad Armando Picchi. È l’inizio di una rivoluzione tecnica che non si arresta neanche quando un destino maledetto si accanisce contro l’ex campione livornese. Picchi se ne va da questo mondo, trascinato via ad appena 36 anni da un male incurabile, e Boniperti sceglie (in disaccordo con Allodi) Cestmír Vycpálek per continuare il viaggio.È la stagione 1970-71, c’è già, in bozza, una Juventus da grande ciclo. Ci sono talenti prossimi a farsi gruppo vincente: i giovani come Capello, Causio, Spinosi, i “grandi vecchi” come Salvadore e Haller, dispensatori d’esperienza. E c’è, da subito, il giovane Bettega: debutto con gol-vittoria alla prima di campionato, a Catania.«Ero completamente concentrato sulla partita e ogni altro pensiero, compresa l’emozione, scomparve. Appena toccato il primo pallone, sparì anche la paura di sbagliare; andò bene il primo stop e il successivo passaggio, per cui, fortunatamente, tutto proseguì nei migliori dei modi, tanto che, verso la fine della partita, riuscii a segnare il goal della vittoria, con un bel colpo di testa. In porta c’era l’amico Tancredi, terzini Spinosi e Furino, stopper Morini, libero Salvadore e Cuccureddu mediano di appoggio. In attacco Haller ala tornante, Marchetti e Capello mezze ali, Anastasi al centro dell’attacco ed io, con la maglia numero 11, schierato all’ala sinistra. Arriviamo al 4° posto in classifica dietro l’Inter di Boninsegna, il Milan e il Napoli. 13 reti al primo anno non sono male; mi classifico al 4° posto dietro Boninsegna, Prati e Savoldi, cioè tutti cannonieri affermati. Purtroppo, da un punto di vista umano, subiamo un grave trauma: muore l’allenatore Armando Picchi, uomo buono, intelligente e sensibile. È un brutto colpo per tutti noi: eravamo legati da profonda amicizia e stima a quell’uomo generoso».È solo l’inizio: il bomber del nuovo corso parte con l’acceleratore a tavoletta anche nella stagione successiva. Il ragazzo-prodigio studia da idolo delle folle, infila una serie d’oro, suggella il momento magico il 31 ottobre del 1971 con un gol da antologia nella doppietta rifilata al Milan. Col grande Nereo Rocco che si toglie il cappello in segno d’ammirazione.«Certi goal non li potrò mai dimenticare. La prima rete la infilo di testa, in “schiacciata” su perfetto cross di Causio. La seconda, forse il mio “centro” più bello, lo realizzo di tacco beffando il portiere Cudicini».Dice John Charles: «Devo ringraziare Bettega; se in Italia si parla ancora di me è grazie a lui e mi fa piacere che qualcuno si ricordi del sottoscritto. Sinceramente, non sta a me dire se Roberto sia più bravo di com’ero io o se lo diventerà in futuro. Devo ammettere, però, che fra lui e me ci sono delle analogie: anch’egli è ottimo nel colpo di testa, anch’egli è abile nello smarcarsi, anch’egli, soprattutto, segna, e segna tanto. Dal vivo, l’ho visto all’opera cinque volte, fra le quali in occasioni di Milan-Juventus 1-4; in quella circostanza, il ragazzo è stato super. Mi ha entusiasmato. Non ha mostrato punti deboli, non saprei nemmeno cosa consigliargli di curare particolarmente per migliorare, perché è eccellente in tutto. È giovanissimo eppure è un giocatore già fatto. Pur essendo un uomo-gol di provata affidabilità, è bravissimo nel rendersi utile ai compagni, per i quali risulta alquanto prezioso. La sua verde età mi fa pensare che riuscirà a progredire ancora; fra un paio d’anni sarà un fenomeno. Ribadisco: son contentissimo che Bettega venga accostato a me, ma non è mio compito azzardare confronti fra noi. Il mio augurio più grande a Roberto è quello di continuare a confermarsi ogni domenica, senza soluzione di continuità: se ci riuscirà, allora la Juve diverrà la più forte squadra d’Europa. Nel processo di crescita della Signora, l’apporto del suo attaccante sarà fondamentale. In ogni caso, auguro ai bianconeri di vincere lo scudetto, io faccio sempre il tifo per loro. Il mio grande amico Boniperti è fortunato: quando giocava, poteva contare su di me; ora, può contare su Bettega!».14 partite, 10 gol, papà Raimondo è pieno d’orgoglio e i cuori bianconeri impazziscono di gioia: sembra la consacrazione, ma un pomeriggio di pioggia e gelo, dopo l’ennesima rete sparata in faccia alla Fiorentina al Comunale, la vita cambia all’improvviso.Gli piomba addosso una tosse fastidiosa, insistente. Entra in clinica il 1° gennaio del 1972, brutta maniera di iniziare l’anno. Lo visitano e la diagnosi è impietosa: affezione infiammatoria all’apparato respiratorio. È pleurite, per capirci: la stagione è finita.Roberto fa in tempo a unirsi ai compagni a primavera, nel pomeriggio felice in cui si brinda allo scudetto. Un tricolore a cui ha contribuito, con quei 10 gol pesanti come macigni.«Un brutto colpo, davvero... Ma ho saputo reagire alla malasorte con coraggio, senza perdermi d’animo, A vent’anni è giusto non demoralizzarsi. Recupero dopo otto mesi lunghi difficili».La malattia lascia, la determinazione (se possibile) raddoppia. Il 24 settembre del 1972, a Bologna, Roberto Bettega torna in campo accolto dagli applausi. Ha vinto una battaglia difficile, ne è uscito più forte dentro.A giugno Boniperti annuncia: «Sarà lui il migliore acquisto della stagione».Lo dimostra in campo, trascinando la Juve al secondo scudetto consecutivo. Diventando una bandiera: lui c’è sempre, là davanti, anche quando i compagni di reparto cambiano.Dopo Anastasi e Haller, dopo l’Altafini part-time di fine carriera, ecco Roberto “Bonimba” Boninsegna. La Juve si muove, si evolve, intorno al figlio del carrozziere diventato idolo della curva. E lui, tatticamente versatile, sa adattarsi a ogni situazione e a qualsiasi compagno di viaggio.«In effetti ritorno a giocare secondo una mia predisposizione naturale, facendo cioè la mezzapunta, tornando indietro a centrocampo oppure ritrovandomi in difesa. Più che fare i goal, mi piace giocare. Più che un successo personale, preferisco la vittoria della squadra. È il mio carattere. Sono comunque anni importanti per la Juventus, che vince lo scudetto nel 1972-73 e nel 1974-75; nel 1973-74, invece, terminiamo secondi alle spalle della Lazio-rivelazione di Maestrelli e Chinaglia. Ricordo bene la stagione del 16° scudetto. Siglo soltanto 6 goal, ma sono quasi tutti importanti: contro Milan, Napoli, Vicenza... Gli anni ‘70 parlano soltanto bianconero».Stagione di alti e bassi, diciamo pure a corrente alternata. Eppure importante, perché arriva finalmente il momento di giocare la carta Bettega anche in azzurro. A decidere in questo senso è il vecchio maestro Fulvio Bernardini, che apre un nuovo capitolo della carriera del campione. Un capitolo fatto di grandi gioie e segnato, oltre che dall’incontro decisivo con Enzo Bearzot, da un incredibile scherzo del destino. Il secondo, dopo la malattia del 1972. Quello che gli negherà, dieci anni più tardi, la gioia di partecipare a un’avventura mondiale da vincitore.Con la maglia bianconera, intanto, Bettega continua a togliersi soddisfazioni.Non è immediato il feeling con Vycpálek, non lo è quello con Carletto Parola. Ci si mettono anche certe situazioni difficili e fastidiose, come la volata-scudetto perduta contro il Torino nella stagione 1975-76, una sconfitta che il bottino personale di quindici gol non ripaga.Le reti salgono a quota 17 nel 1976-77, e questa volta a vincere il testa a testa sono Roberto e compagni. È il primo capolavoro di un tecnico giovane e vincente voluto da Boniperti: Giovanni Trapattoni presenta all’Italia la sua Juve da battaglia, fisicamente corazzata dagli innesti di Benetti e di un ancora vivacissimo Boninsegna, resa sicura tra i pali da Zoff, in difesa dalla coppia Cuccureddu-Gentile, da Morini e da un sempre più autoritario Scirea, illuminata da Causio che regala a Bettega e a Boninsegna mille occasioni da gol.È finalmente una Juve europea, e lo dimostra vincendo il suo primo trofeo internazionale, la Coppa Uefa, dopo aver buttato fuori Manchester City, Manchester United, Shakhtar Donetsk, Magdeburgo, AEK e, in finale, l’Athletic Bilbao. Nell’inferno della partita di ritorno, in Spagna, è proprio Bobby Gol ad aprire la strada verso la gloria, con una rete destinata a restare nella storia bianconera.Il 5° scudetto arriva l’anno successivo (1977-78). «In questa stagione inizio subito bene, realizzando una doppietta, nella prima di campionato, al Foggia; ricordo ancora la rete che infilo di sinistro al Perugia, il goal d’anticipo al Verona, la doppietta al Vicenza di Paolino Rossi all’ultima di campionato... Sono 18 scudetti: una felicità immensa per me e i miei compagni di squadra».Poi, stagione 1979-80, la vittoria nella classifica dei cannonieri. «Il gol che preferisco è quello contro l’Inter al Comunale, perché vinciamo per 2-0 contro i futuri Campioni d’Italia mostrando un gioco vivace e incisivo. Segno, sinceramente, un gran goal. 32’: Gentile crossa dalla sinistra, salto di testa anticipando alla perfezione Bordon e Mozzini, infilando sulla sinistra. Poi non dimenticherò mai l’ultimo sigillo, anche se segnato su rigore: è il goal che mi permette di vincere la classifica cannonieri, davanti a giocatori bravi come Altobelli, Rossi, Graziani e Selvaggi. Sono contento e ringrazio tutti i miei compagni, che mi sono stati vicini e, che mi hanno aiutato a compiere questa impresa».Il sesto, quello più difficile per il campione, nel 1980-81. Una stagione da 5 gol in 25 partite, praticamente in salita in una squadra priva di vere punte, con Fanna, Causio, Marocchino guidati dalla sapienza di Liam Brady. Stagione di stonature (la clamorosa litigata con l’arbitro Gigi Agnolin) e di sospetti (i difensori del Perugia accusano Bettega di aver fatto pressioni in campo perché lo lasciassero segnare: un mese di squalifica).Qualcuno parla già di viale del tramonto, non è il massimo per uno che appena un anno prima vinceva la classifica marcatori del campionato italiano. Lui tace, secondo l’antica scuola appresa da mamma Orsola, paziente e gozzaniana maestrina torinese.Tace e accetta, come chi sa capire la vita, come chi sa che oggi sei idolo e domani puoi finire nella polvere, come chi non si sorprende e non si spaventa di questa vita effimera da uomini di calcio.Tace e si prepara, con Bearzot, all’assalto mondiale di Spagna, che gli verrà negato, si diceva, dall’ennesimo brutto scherzo del destino. Il secondo in carriera.Rassegnato? Mai. Roberto Bettega, torinese duro e puro, testardo e taciturno, si riprende la vita: è ancora campione d’Italia (il 7° sigillo) nella stagione all’inferno 1981-82, e l’anno dopo agguanta la Coppa Italia e va all’attacco della Grande Illusione. È in dirittura d’arrivo, vorrebbe chiudere in bellezza.Dieci giorni dopo il commiato dal campionato italiano (15 maggio 1983, Juventus-Genoa 4-2), fa l’ultima apparizione ufficiale in maglia bianconera ad Atene: si gioca la finale di Coppa dei Campioni. Di fronte alla Juve del Trap c’è l’Amburgo, e i bianconeri sulla carta sono i favoriti d’obbligo. Bobby Gol è a un passo dal sogno, come tutto il popolo juventino. A svegliare tutti quanti sarà il maledetto, imprendibile tiro di Felix Magath.Il campione ha i capelli grigi, per l’ultima recita si è assicurato un ruolo nella Juve forse più bella degli ultimi vent’anni. Accanto ha gli uomini del futuro: Platini, Rossi, Boniek. Non bastano, per volare sull’Europa. Appuntamento rimandato, per la Vecchia Signora del calcio italiano.«Non c’è giornalista in Europa che, quella notte, avrebbe scommesso una Dracma sulla vittoria dell’Amburgo. Eppure, non so che cosa ci succede; non è stanchezza, né forma scadente, è solo questione di testa. Il Mondiale del 1982 non è cosa per me; a causa dell’infortunio non vengo convocato. Brontolo, però mi metto l’anima in pace. Ma ad Atene la Juventus la fa grossa. Se avessi la facoltà di rivivere un avvenimento nella mia carriera, tornerei a quel maggio maledetto e rigiocherei la finale con i tedeschi. Loro non demeritano, solo che noi siamo irriconoscibili. Lascio, perciò, il calcio senza realizzare un sogno meraviglioso».Roberto Bettega consegna la sua maglia alla storia bianconera, e a quella storia si consegna. Questione di numeri, di grandi numeri: in 13 anni, quella maglia l’ha indossata in 481 occasioni ufficiali, trovando la strada della rete in 178 occasioni. Ha vinto 7 scudetti, due volte la Coppa Italia, una Coppa Uefa, ha sfiorato due volte la Coppa dei Campioni (oltre alla finale dell1983 con l’Amburgo, quella lasciata nelle mani dell’Ajax il 30 maggio del 1973).A chiamare Roberto Bettega in Nazionale è nientemeno che Fulvio Bernardini, profeta del calcio dei “piedi buoni”. Un’incoronazione, insomma. Magari un po’ tardiva, perché la decisione il Dottore la prende il 5 giugno del 1975, facendo esordire il campione bianconero contro la Finlandia, in una squadra azzurro-juventina.Bettega ha 25 anni, e certamente a farlo arrivare in ritardo all’appuntamento con la Nazionale è stata la lunga malattia del 1972, quella che sembrava dovergli spezzare ambizioni e speranze. Il battesimo lo firma Bernardini, la consacrazione a opera di Enzo Bearzot, che del Bettega azzurro sarà il vero mentore.La nuova Italia, coraggiosa e allegramente sfacciata, sicura dei propri mezzi, nasce intorno a Bobby Gol, al suo ruolo di attaccante mai avulso dal gioco, naturalmente alle sue reti. Ci conta, il friulano Bearzot, e il giocatore risponde alle sollecitazioni.Inventando, tra l’altro, una perla da consegnare agli annali: il gol che il 17 novembre del 1976 regala all’Italia il successo sull’Inghilterra all’Olimpico, oltre a una certezza in più sulla strada verso il Mondiale d’Argentina. La fotografia è nella memoria: volo d’angelo, colpo di testa sublime, Clemence in ginocchio e con lui tutta l’Inghilterra.In Argentina, Bettega disputa l’unico Mondiale della sua carriera: brillante dal punto di vista del gioco, un po’ meno da quello del risultato. La squadra gira intorno a lui, sembra costruita apposta per lui. È bella e sfortunata.Il campione potrebbe rifarsi nell’anno del Grande Sogno, se soltanto la sorte non gli si mettesse contro. Per la Nazionale di Bearzot, che a Spagna ‘82 vuol giocare da protagonista, Bettega e sempre un punto fermo. Lui si mostra vivo, acceso, nella prima parte della stagione.Fino a quella serata maledetta di Coppa dei Campioni. È il 4 novembre del 1981, a Torino si gioca Juventus-Anderlecht: Bettega ha un terrificante impatto con Munaron, il portiere belga, e resta a terra. La diagnosi è impietosa, proprio come accadde nel 1972: distacco del legamento collaterale-mediale del ginocchio sinistro, stagione finita, viaggio in Spagna cancellato (anche se Bearzot, incredulo orfano del suo campione, prova a credere fino all’ultimo istante in un miracolo).«L’infezione polmonare, se ci penso adesso, mi dico che ero un incosciente ma, probabilmente, era la forza reattiva dei vent’anni. Ho giudicato la malattia un incidente di percorso, niente di più. È stato molto più difficile sopportare le conseguenze dell’infortunio al ginocchio e non solo per il dolore che mi ha torturato a lungo. La malattia si affaccia, invece, con strani sintomi, un po’ di tosse la settimana prima del match con la Fiorentina. Sì, ho un leggero mancamento prima della partita con l’Inter, a San Siro, quindici giorni prima, un malessere attribuito alla tensione nervosa, all’aver fatto un massaggio vicino a un calorifero: eravamo in pieno inverno. Comunque, la tosse suggerì ai medici di fare una radiografia; quando il male mi sbatte in un letto, ho già segnato 10 reti. Perdo nove mesi e praticamente l’anno successivo, poiché il fisico si è appesantito e non è facile eliminare sette chili per rientrare nei limiti abituali. Tant’è che l’estate seguente, invece che in vacanza, resto a Torino a sudare. Ritrovo il mio peso normale dopo diciotto mesi. L’incidente con Munaron, invece, è stato tutto più dolente e faticoso; è un infortunio che lascia il segno e modifica la mia struttura fisica».Perde l’azzurro più intenso, Bobby Gol. Nella sua storia di calciatore e simbolo azzurro manca quella trasferta spagnola iniziata tra i mugugni e finita in gloria. Brutta botta, ma lui non si perde d’animo e comunque la maglia azzurra riesce a riconquistarla.L’ultimo atto va in scena il 16 aprile del 1983, a Bucarest: Romania-Italia 1-0 è la recita numero 42. Con questo numero, e col 19 che resta scritto a caratteri indelebili sulla casella delle reti realizzate, il viaggio azzurro si chiude.Non senza rimpianti. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/nato-torino-il-27-dicembre-1950-bettega.html
  18. ROBERTO BETTEGA https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Bettega Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 27.12.1950 Ruolo: Attaccante Altezza: 184 cm Peso: 78 kg Nazionale Italiano Soprannome: BobbyGol - Penna Bianca Alla Juventus dal 1970 al 1983 Esordio: 30.08.1970 - Coppa Italia - Verona-Juventus 1-1 Ultima partita: 25.05.1983 - Coppa dei Campioni - Amburgo-Juventus 1-0 482 presenze - 178 reti 7 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Dirigente della Juventus dal 1994 al 2006 e dal 2009 al 2010 Roberto Bettega (Torino, 27 dicembre 1950) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Da sempre alla Juventus, società nelle cui giovanili entrò agli inizi degli anni 1960, con essa trascorse tredici stagioni da professionista vincendo sette campionati nazionali, una Coppa UEFA e una Coppa Italia. In nazionale fu impiegato per 42 volte tra il 1975 e il 1983, con 19 gol all'attivo, facendo parte delle rappresentative che si classificarono al quarto posto al campionato del mondo 1978 e al campionato d'Europa 1980. Durante l'attività agonistica è stato soprannominato Bobby gol per la prolificità sotto rete, e Penna bianca per la precoce canizie che caratterizzava la sua chioma. Dopo il ritiro divenne opinionista televisivo e dirigente sportivo: fu, dal 1994 al 2006, vicepresidente e, tra il 2009 e il 2010, vicedirettore generale della Juventus. Per volontà di Francisco Ocampo, presidente del Tacuary, a Bettega è stato intitolato, dal 2002 alla dismissione del 2015, l'Estadio Roberto Bettega di Asunción, in Paraguay. Roberto Bettega Bettega in nazionale nel 1979 Nazionalità Italia Altezza 184 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1984 Carriera Giovanili 1961-1969 Juventus Squadre di club 1969-1970 → Varese 30 (13) 1970-1983 Juventus 482 (178) 1983-1984 Toronto Blizzard 48 (11) Nazionale 1975-1983 Italia 42 (19) Caratteristiche tecniche Uno dei gol più famosi di Bettega, il colpo di tacco al Milan nella sfida di San Siro dell'annata 1971-1972: «una prodezza rara per quegli anni». Era considerato un attaccante molto moderno per la sua generazione oltreché un trascinatore della squadra, in grado sia di concludere sia di suggerire. Ambidestro, dotato di fisico atletico, intuito, tecnica individuale e visione di gioco, era uno specialista nel colpo di testa: in questo ultimo caso, rimane memorabile il suo gol in tuffo all'Inghilterra nella sfida di Roma del 17 novembre 1976, che fissò il 2-0 e contribuì alla qualificazione dell'Italia al campionato del mondo 1978 a spese degli inglesi. È stato definito uno dei più completi attaccanti italiani di sempre, grazie anche alla determinazione e alla professionalità che l'hanno contraddistinto. L'acrobatico gol di Bettega che fissò la vittoria 2-0 dell'Italia sull'Inghilterra, nelle qualificazioni al campionato del mondo 1978: il colpo di testa fu tra le principali abilità dell'attaccante. Affermatosi come attaccante puro, la sua ascesa fu frenata da un principio di tubercolosi che lo colpì nella stagione 1971-1972; Giampiero Mughini scrisse di lui che fu tale malattia a impedirgli di diventare il più grande calciatore dell'era moderna. In seguito arretrò la propria posizione in campo, agendo dapprima da centravanti di manovra e a fine carriera anche da centrocampista offensivo. Da rimarcare la sua capacità di assurgere ad alti livelli realizzativi pur senza l'apporto dei calci di rigore: rimangono appena 6 le massime punizioni tirate in carriera, tutte trasformate. Carriera Giocatore Club Juventus e Varese Un giovane Bettega (in piedi, secondo da destra) al debutto da professionista nel Varese vincitore della Serie B 1969-1970. Nato a Torino da una famiglia veneta emigrata da Villabruna, con il padre operaio alla FIAT, Bettega entrò da bambino nella Juventus compiendo tutta la trafila delle squadre giovanili. Qui crebbe sotto la guida dello storico tecnico del vivaio bianconero del tempo, Mario Pedrale, il quale lo paragonò agli esordi a John Charles. In vista della sua prima stagione da calciatore professionista, nell'estate 1969 il club piemontese decise di mandare il promettente attaccante, anche per evitare che potesse "bruciarsi" con un precoce salto nella prima squadra juventina, in prestito in Serie B nel Varese: venne infatti richiesto dall'allenatore dei lombardi, Nils Liedholm, dopo essere stato da questi notato durante una sfida tra le formazioni giovanili dei due club. Lanciato subito titolare, nella sua unica annata in maglia biancorossa il poco più che diciottenne Bettega emerse come la maggiore rivelazione di quel campionato cadetto, contribuendo al primo posto e annessa promozione in Serie A dei bosini, risultati a cui concorse segnando 13 gol che ne fecero, in coabitazione col compagno di squadra Ariedo Braida e col catanese Aquilino Bonfanti, il capocannoniere del torneo. Ritorno alla Juventus 1970-1976 Da destra: Anastasi e Bettega, coppia d'attacco della Juventus per gran parte degli anni 1970, insieme ai compagni di squadra durante il ritiro di Villar Perosa dell'estate 1971. Ritornò alla Juventus nella stagione 1970-1971, rimanendovi per tredici stagioni consecutive fino al 1983. Giocò in totale 482 partite con la maglia bianconera (326 in Serie A, 74 in Coppa Italia, 31 in Coppa dei Campioni, 8 in Coppa delle Coppe e 42 in Coppa UEFA), segnando 178 gol (129 in Serie A, 22 in Coppa Italia, 7 in Coppa dei Campioni, 1 in Coppa delle Coppe e 19 in Coppa UEFA, terzo dietro ad Alessandro Del Piero e Giampiero Boniperti nella classifica dei maggiori cannonieri della storia del club. Curiosamente, Bettega fece ritorno alla Juventus come unico giocatore torinese e cresciuto nel vivaio, proprio mentre la squadra già annoverava o stava per ingaggiare una leva di giovani originari del Mezzogiorno; tra questi anche colui che diventerà il suo partner d'attacco di riferimento, il catanese Pietro Anastasi, con cui nelle sei stagioni seguenti andrà a comporre uno dei migliori tandem offensivi che la storia bianconera ricordi. Debuttò in Serie A il 27 settembre 1970 in trasferta contro il Catania, segnando il gol decisivo. Giocò 42 partite (28 in Serie A, 11 in Coppa delle Fiere e 3 in Coppa Italia) e segnò 21 gol (rispettivamente 13, 6 e 2). Per la seconda volta, la Juventus raggiunse la finale in una competizione continentale, venendo sconfitta dagli inglesi del Leeds Utd nell'ultima edizione della Coppa delle Fiere: dopo il 2-2 casalingo, nel quale Bettega segnò la rete dell'1-0, la gara di ritorno si concluse 1-1 e il trofeo fu vinto dagli inglesi per la regola dei gol fuori casa. Bettega in azione nel campionato 1975-1976, mentre trova la rete sul terreno della Roma. Ebbe un ottimo avvio nel campionato 1971-1972, in cui spiccò la doppietta contro il Milan alla quarta giornata, segnando prima di testa e poi, su assist di Anastasi, con un pregevole colpo di tacco — un gesto tecnico all'epoca ancora raro a vedersi — rimasto negli annali. Tuttavia dopo 10 reti in 14 partite, l'ultima il 16 gennaio 1972 contro la Fiorentina, fu costretto a un lungo stop per un principio di tubercolosi: il disturbo lo affliggeva da inizio carriera, costringendolo a respirare con fatica e limitandone il rendimento. Rientrò in squadra solamente all'inizio del campionato successivo, aiutando la Juventus a vincere il secondo scudetto consecutivo e contribuendo al percorso che portò i bianconeri alla loro prima finale di Coppa dei Campioni, persa il 30 maggio 1973 contro l'Ajax. Malgrado che nei due anni successivi avesse segnato con minore frequenza, fu fatto esordire in nazionale dal CT Fulvio Bernardini nel giugno 1975, giocando l'intera gara esterna vinta contro la Finlandia. Superò di nuovo la soglia dei dieci gol nella stagione 1975-1976, annata in cui la Juventus perse lo scudetto a vantaggio dei concittadini e rivali del Torino, dopo aver dilapidato un vantaggio di 5 punti alla 21ª giornata. Contemporaneamente, in nazionale dovette accontentarsi di alcuni spezzoni di partita nella nuova gestione tecnica affidata al tandem Bernardini-Bearzot. 1976-1983 Bettega esulta dopo il suo gol-scudetto alla Sampdoria nell'ultima giornata del campionato 1976-1977. Nell'estate 1976, con l'arrivo di Giovanni Trapattoni sulla panchina bianconera, cominciò un ciclo vincente destinato a durare un decennio. La Juventus vinse lo scudetto per una lunghezza sui campioni uscenti del Torino, totalizzando il punteggio record di 51 punti sui 60 disponibili (la Fiorentina, terza, giunse a 16 lunghezze di distacco). Bettega non saltò alcuna partita e mise a segno 17 gol, aggiungendone altri 5 nella Coppa UEFA vinta nella stessa stagione. Fu il primo trofeo internazionale conquistato dalla squadra, che ebbe la meglio nella doppia finale sui baschi dell'Athletic Bilbao: nel ritorno perso 2-1 in Spagna, nell'arena infuocata del San Mamés, fu la decisiva marcatura di testa di Bettega, su traversone di Marco Tardelli, a consegnare alla Juventus il trofeo grazie al maggior numero di gol segnati in trasferta. La Juventus bissò il titolo italiano nel 1977-1978, precedendo stavolta, assieme al Torino, anche il sorprendente Lanerossi Vicenza. Fu il preludio del grande mondiale che Bettega e l'Italia disputarono in Argentina nell'estate 1978. Affermatosi anche in campo internazionale, sia nel 1977 che nel 1978 Bettega giunse quarto nella classifica del Pallone d'oro di France Football. Bettega svetta sulla difesa del Cesena nel corso del campionato 1981-1982. Nelle due stagioni successive, la Juventus perse il titolo italiano prima a favore del Milan e poi dell'Inter, ma conquistò la Coppa Italia 1978-1979 sconfiggendo 2-1 ai tempi supplementari il Palermo nella finale di Napoli, durante la quale Bettega fu costretto a uscire per un infortunio alle costole. Nella stagione successiva realizzò 16 gol che gli valsero la conquista, per l'unica volta in carriera, del titolo di capocannoniere della Serie A; ciò anche aiutato dal fatto di avere derogato a una sua consuetudine, accettando di diventare, per lo spazio del finale di campionato, il rigorista della squadra. In quella stessa annata, la Juventus affrontò in semifinale di Coppa delle Coppe gli inglesi dell'Arsenal: nella gara di andata a Highbury un'autorete di Bettega fece terminare la partita 1-1 dopo il vantaggio dei bianconeri, che furono poi eliminati nel retour match di Torino. Nel 1980-1981 vinse nuovamente lo scudetto segnando 5 reti. Nella Coppa UEFA di quella stagione, le sue tre reti non consentirono alla Juventus di superare il secondo turno, eliminata dal Widzew Łódź: i polacchi si imposero all'andata in casa per 3-1 (con Bettega a rete per la Juventus), mentre al ritorno i supplementari finirono 3-1 per i bianconeri, che cedettero poi ai tiri di rigore per 5-4. Il 4 novembre 1981, dopo aver perso per 3-1 all'andata negli ottavi di finale della Coppa dei Campioni 1981-1982 contro l'Anderlecht a Bruxelles, uno scontro con il portiere belga Jacky Munaron nella gara di ritorno costò a Bettega un grave infortunio ai legamenti del ginocchio. La Juventus fu eliminata e Bettega perse l'intera stagione, dovendo rinunciare anche alla convocazione al campionato del mondo 1982. Nella stagione 1982-1983 cominciò a non essere più titolare inamovibile, alternandosi in campo con il giovane Domenico Marocchino; nel corso dell'annata non fu neanche particolarmente fortunato sottorete, colpendo undici legni tra pali e traverse. Nella semifinale di andata di Coppa dei Campioni contro il Widzew Łódź, Bettega segnò il gol del 2-0; la Juventus perse poi la coppa nella finale di Atene contro l'Amburgo, l'ultima partita di Bettega con la maglia bianconera che svestì anticipatamente a stagione ancora in corso, sul finire del maggio 1983. Toronto Blizzard Bettega (in piedi, primo da sinistra) al Toronto Blizzard nel 1984 Dopo aver dato l'addio alla Juventus, si trasferì nel giugno 1983 nella North American Soccer League (NASL) per militare nelle file della squadra canadese del Toronto Blizzard. Debuttò in maglia biancorossoblù il 6 dello stesso mese, in una sconfitta agli shootout contro il Vancouver Whitecaps nella regular season di campionato. Rimase a Toronto per due stagioni, raggiungendo in entrambe la finale play-off del campionato, il cosiddetto Soccer Bowl, perso dal Blizzard contro i Tulsa Roughnecks nel 1983 e il Chicago Sting nel 1984. Con voci sempre più insistenti circa un prossimo fallimento della NASL — che si concretizzeranno di lì a breve —, Bettega rientrò temporaneamente in Italia nell'autunno 1984. Qui in novembre rimase vittima di un grave incidente automobilistico sull'autostrada Torino-Milano e ricoverato per alcuni giorni in rianimazione: l'episodio de facto pose fine alla sua carriera agonistica. Nazionale Debuttò nella nazionale italiana nel 1975 contro la Finlandia, raggiungendo poi l'apice della propria carriera azzurra al campionato del mondo 1978 in Argentina, in cui fu schierato titolare dal CT Enzo Bearzot. Fu l'attaccante azzurro più prolifico dai tempi di Gigi Riva: nel triennio che si chiuse con la rassegna iridata del 1978, Bettega disputò 19 gare e segnò 16 volte. Siglò una quaterna che servì per superare la Finlandia 6-1 e, soprattutto, mettere al sicuro la differenza reti nei confronto dell'Inghilterra nel girone di qualificazione per i mondiali argentini. Da destra: Bettega in nazionale nel 1976, mentre festeggia con Tardelli e il commissario tecnico Bearzot la vittoria di Roma contro gli inglesi. In Sudamerica segnò una rete contro l'Ungheria e colse per tre volte la traversa della porta avversaria. Successivamente, nella partita che costò l'unica sconfitta ai futuri campioni del mondo, fu l'autore della marcatura con cui l'Italia batté i padroni di casa di César Luis Menotti. L'Italia arrivò quarta dopo la sconfitta nella finale per il terzo posto contro il Brasile, in cui gli azzurri colpirono tre pali, l'ultimo a opera di Bettega con un colpo di testa nei minuti finali. In virtù delle ottime prestazioni fornite, fu inserito dalla FIFA nella formazione ideale di quel mondiale. Due anni dopo prese parte al campionato d'Europa 1980 che si disputò in Italia e che vide la nazionale padrona di casa piazzarsi al quarto posto. Bettega fece parte dell'undici titolare, dopo che si era laureato capocannoniere del campionato italiano. Segnò il gol del pareggio nella trasferta in Jugoslavia valida per il girone di qualificazione al campionato del mondo 1982, che avrebbero visto nell'estate di quell'anno il trionfo degli azzurri. Bettega dovette tuttavia rinunciare alla rassegna iridata, a causa del serio infortunio patito in Coppa dei Campioni nel novembre 1981. Da sinistra: un duello aereo tra l'argentino Passarella e Bettega al campionato del mondo 1978; seguono l'azione Scirea e Cuccureddu. Dopo un biennio di mancate convocazioni, il 16 aprile 1983 disputò a Bucarest la gara valida per il girone di qualificazione al campionato d'Europa 1984, persa 1-0 contro la Romania. Fu l'ultima partita in maglia azzurra per Bettega, che fu sostituito al 69' da Alessandro Altobelli. In nazionale vanta un totale di 42 presenze e 19 gol. Dopo il ritiro Già al termine dell'attività agonistica si ipotizzò un futuro dirigenziale per Bettega in seno alla Juventus, tuttavia non concretizzatosi nell'immediato a causa di dissidi con l'allora presidente bianconero Giampiero Boniperti. Fu solo all'inizio del 1994 che Umberto Agnelli, nel frattempo tornato a impegnarsi concretamente nella squadra di famiglia, lo richiamò a Torino, dapprima affiancandolo a Boniperti come amministratore delegato ma ben presto affidandogli «pieni poteri» con la nomina a vicepresidente, facendone di fatto l'erede di Boniperti alla testa della società. Insieme al direttore generale Luciano Moggi e all'amministratore delegato Antonio Giraudo, Bettega andò a formare la cosiddetta "Triade" che a cavallo degli anni 1990 e 2000 diede vita a uno dei più vittoriosi cicli bianconeri; in particolare, Bettega assunse una posizione operativamente più «defilata» rispetto ai due colleghi, ricoprendo il ruolo di tramite tra la dirigenza e la squadra, e segnalandosi peraltro come uomo mercato sul calcio estero dove, tra gli altri, scoprì Zinédine Zidane. Bettega vicepresidente juventino nel 2001, tra il patron Gianni Agnelli (a sinistra) e il calciatore Zinédine Zidane (a destra). Lo scoppio dello scandalo del calcio italiano del 2006 coinvolse la dirigenza juventina ma non Bettega, uscito indenne dall'indagine. Pur costretto a lasciare la vicepresidenza nonché il posto nel consiglio di amministrazione, onde rompere a livello d'immagine con la precedente gestione della "Triade", nella stagione 2006-2007 rimase nella società bianconera (nel frattempo declassata d'ufficio in Serie B) come consulente di mercato. Al termine dell'annata, con la squadra torinese ritornata nel frattempo in Serie A, il 22 giugno 2007 si dimise dall'incarico, dopo che la procura torinese lo aveva nel frattempo iscritto tra gli indagati di un'inchiesta inerente all'ipotesi di falso in bilancio da parte della società bianconera. Una volta assolto con formula piena — «perché il fatto non sussiste» — dalla succitata accusa, il 23 dicembre 2009 tornò a pieno titolo nei quadri della Juventus venendo nominato vicedirettore generale con responsabilità sull'intera area sportiva, di fatto numero due della società dopo il presidente Jean-Claude Blanc. Tuttavia la sua seconda esperienza dirigenziale nel club terminò il 31 maggio 2010, dopo soli cinque mesi e senza conseguire risultati sportivi di rilievo, sostituito dal nuovo direttore generale Giuseppe Marotta nell'ambito del repulisti societario portato avanti dal neopresidente Andrea Agnelli. Al di fuori del calcio, dopo aver lasciato l'attività agonistica Bettega portò avanti alcune attività imprenditoriali, gestendo una fabbrica d'imballaggi e acquisendo un ristorante McDonald's in piazza Castello a Torino. Sul versante televisivo fu, negli anni 1980 e 1990, opinionista sportivo delle reti Fininvest. Nel 1985 commentò la finale della Coppa Intercontinentale tra Juventus e Argentinos Juniors affiancando il giornalista Giuseppe Albertini; quella fu la prima volta, per le telecronache italiane delle partite di calcio, in cui il telecronista era accompagnato da un ex calciatore o ex allenatore nelle vesti di commentatore tecnico. Successivamente affiancò Nando Martellini, al debutto sulla Fininvest dopo avere lasciato la Rai. Condusse anche la trasmissione Caccia al 13 e collaborò con Tele Capodistria. Negli anni 2010 fu opinionista per Controcampo e Speciale Champions League, programmi calcistici delle reti Mediaset, e per la syndication 7 Gold. Record Bettega in azione in maglia azzurra durante Italia-Finlandia (6-1) del 15 ottobre 1977, sfida nella quale realizzò una storica quaterna. Tra i pochi calciatori, insieme a Gigi Riva, Alberto Orlando, Francesco Pernigo, Omar Sívori e Carlo Biagi, ad avere segnato una quaterna con la maglia della nazionale italiana. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Varese: 1969-1970 Campionato italiano: 7 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1978-1979 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Individuale Bettega (al centro) premiato quale capocannoniere della Serie B 1969-1970 Capocannoniere della Serie B: 1 - 1969-1970 (13 gol) All-Star Team dei Mondiali: 1 - Argentina 1978 Capocannoniere della Serie A: 1 - 1979-1980 (16 gol) Onorificenze Medaglia di bronzo al valore atletico «Campione italiano professionisti (brevetto n. 2263)» — 1973
  19. FAUSTO LANDINI Per i più giovani, il nome di Fausto Landini può significare poco o nulla. Al contrario, i tifosi juventini di qualche anno più vecchi, ricorderanno sicuramente quello spilungone dinoccolato, quasi sgraziato, che approdò alla maglia bianconera nell’estate del 1970, proveniente dalla Roma, in compagnia di Fabio Capello e Luciano Spinosi. «Un infortunio alla caviglia capitato quasi all’inizio del campionato scorso mi ha costretto a un lungo riposo – racconta a Bruno Bernardi de “La Stampa” appena approdato in riva al Po – quando l’arto non era ancora perfettamente guarito sono tornato in campo. In queste condizioni non potevo rendere al massimo ed ho avuto una ricaduta. Ho ripreso a giocare ma non ero sicuro come prima. Anzi mi è capitato un fenomeno curioso che ha tratto molti in inganno. Mancandomi lo scatto ero costretto a iniziare lo spunto offensivo a una certa distanza dall’area di rigore, cosicché si è pensato che io fossi diventato la classica mezza punta che parte da lontano. Io sono una punta. A me piace giocare con l’avversario addosso, liberarmene e andare a rete. Centravanti o ala e indifferente; ma il più avanzato possibile. Mi sento attaccante vero, la mia metamorfosi è stata momentanea. Sia chiaro però che giocherò come vorrà l’allenatore, ho solo bisogno di ritrovare lo scatto, il morale e la fiducia in me stesso per tornare quello di due anni fa. La Juventus è l’ambiente adatto allo scopo. Sono molto giovane, non ho fretta. Arriverà la mia occasione, il tempo non mi manca». ALDO BISCARDI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1971 Due macchie rosse sulle gote, che accentuavano la tonalità quando gli facevi un apprezzamento o l’invitavi ad aprirsi in un’intervista; due gambe interminabili, coperte da pantaloni a larghi risvolti, che ricordavano vagamente quelle di James Stewart; lo sguardo sfuggente, chiaramente timido; i capelli rigati a sinistra. Così ricordo Fausto Landini, ai suoi primi esaltanti tempi giallorossi. Una struttura organica sottoposta a sforzi prematuri e sicuramente compressa. Una vitalità naturale prorompente ma contingentemente annullata nello stampo del calciatore professionista, in cui frettolosamente l’aveva calato Helenio Herrera, dopo la tragica scomparsa di Luciano Taccola e il suo brillante esordio contro il Bologna: tutto questo mi dava l’immagine del Landini II, ragazzo imberbe, adolescente in via di sviluppo, uomo fatto ancora no, di certo. Un tocco di palla eccezionale, una visione chiara di gioco, uno scatto lungo, come le sue leve da fenicottero gli imponevano, ma indigeste a qualunque avversario, una ancora scarsa potenza nel tiro e nel gol, una mezza punta non da rifinire nel gioco ma da irrobustire nella corteccia: ecco il Landini II calciatore, sempre rivedendolo ai tempi giallorossi. La mano esperta di Boniperti-Allodi, una volta passato il ragazzo in maglia juventina, l’ha progressivamente «rifatto», completando la sua maturazione fisica e atletica. I due dirigenti bianconeri hanno compreso subito – forse l’hanno acquistato proprio con questa finalità – di avere tra le mani un campione in bozza, che andava corretto e aiutato nella dimensione fisiologica, dopo gli sforzi tremendi e prematuri cui era stato sottoposto. Per questa ragione non gli hanno dato subito la maglia di titolare, per questa ragione lo hanno affidato ai medici, perché i suoi diciannove anni potessero esplodere compiutamente, ritrovando il ragazzo l’equilibrio dinamico e strutturale. Landini II, come Rivera, non ha una cassa toracica fortissima. Il suo sviluppo si era meglio localizzato nelle leve, difettando nella zona polmonare, per ragioni naturali e per sollecitazione agonistica improvvisa. C’era soltanto da irrobustirlo per farne un vero campione e un vero atleta. E le cure amorose hanno dato i frutti sperati. Ho rivisto Fausto Landini in Lazio-Juventus all’Olimpico, in quello stadio che l’aveva glorificato alle soglie della grande carriera. Mi è parso finalmente un giovane fisicamente a posto e psicologicamente più maturo. Niente più rossori da educanda, niente più sguardo evasivo, niente più stupore per essere stato illuminato improvvisamente dai riflettori della popolarità. Un ragazzo sicuro di sé, coltivato a giusta e graduale temperatura, un calciatore professionista, nell’aspetto fisico e temperamentale, al livello del suo vecchio e attuale compagno Spinosi. «Er lungo», lo chiamavano e lo chiamano ancora a Roma. Nato a San Giovanni Valdarno, il 29 luglio 1951, venti anni ancora incompiuti, fratello di Spartaco, ottimo difensore dell’Inter euro-mondiale, figlio di lavoratori toscani umili, un metro e ottantaquattro di altezza, deve ancora darci l’esatta misura dei suoi mezzi di giocatore di foot-ball. Gianni Brera, che gli ha dedicato una minuziosa attenzione da quando è passato sotto le insegne juventine, concorda nella mia tesi, sostenuta fin dai tempi giallorossi. È Faustino una grande mezza punta, un rifinitore eccezionale, un attaccante che prepara il tema offensivo, capace con i suoi dribblings lunghi e continuati di sbilanciare i difensori più esperti e validi, un forward che a fianco di uno sfondatore autentico, è capace di fare impazzire gli avversari e dare alla propria squadra il timbro di una pericolosità veramente travolgente. Ha un carattere veramente buono, nel fondo, ancorché ovviamente infantile. Non è portato all’invidia, alla gelosia, al rancore, come capita spesso nella viziata e rumorosa famiglia del calcio. Si allena, sente e assimila i consigli di chi comanda in società e guida la squadra. Ha le passioni della sua generazione: i vestiti moderni, le giacche di pelle alla Marlon Brando del «Selvaggio», i maxi cappotti e i maxi impermeabili, i revers larghi, i motori, il film western. Non ha completamente trascurato gli studi, non si è montata la testa, è convinto dentro di sé che deve ancora sudare e lottare per arrivare alla fase di completa maturazione e alla conquista della popolarità definitiva e stabile. Esteriormente è un ragazzo moderno, con le inquietudini e le contraddizioni della gioventù e del mondo calcistico d’oggi. Interiormente è solido e inattaccabile, portando sulle spalle il senso del lavoro e della responsabilità, peculiari del suo gruppo familiare e della sua razza toscana. È un calciatore, che per le sue virtù e il suo temperamento, tutti vorrebbero possedere. È, secondo me, già un sicuro pilastro della Juventus da scudetto ed europea che Boniperti e Allodi stanno costruendo, sgretolando poco a poco il mito della «vecchia signora» per farne una società e una squadra con le insegne nuove della giovinezza e della forza che occorrono nel calcio contemporaneo. 〰.〰.〰 Nonostante le grandi speranze del non ancora “Aldo nazionale”, Lando fallirà completamente la prova: un solo campionato sotto la Mole, 13 misere presenze (con una rete ai lussemburghesi del Rumelange in Coppa delle Fiere) e l’impressione di un’enorme fragilità psicologica che mai lo abbandonerà. NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 27 MAGGIO-2 GIUGNO 2003 Un caffe d’orzo in tazza grande per Fausto Landini, detto Cicino, 52 anni a luglio, dinoccolato attaccante di Roma, Bologna e Ascoli con una spruzzata di bianconero juventino agli albori degli anni Settanta. Sorsata e si parte con il rewind. «La mia camera di fatto si è conclusa il 27 aprile del ‘75, a neanche ventiquattro anni. Era la mia ultima stagione al Bologna e a tre giornate dalla fine ci aspettava la sfida con la Sampdoria, che doveva fare punti per salvarsi. Era fine stagione ma io ci misi l’impegno di sempre, la solita voglia di vincere. Purtroppo nel tentativo di recuperare un pallone impossibile, mi saltò un ginocchio». Il danno apparve subito molto serio. «In quegli anni non c’erano gli strumenti diagnostici di adesso. Subito dopo l’incidente mi operarono al menisco, ma non guarivo. Solo nel novembre del ‘76 i medici riuscirono a capire cosa era successo e mi ricostruirono i legamenti. Nel frattempo il Bologna mi aveva ceduto all’Ascoli, ma in quattro stagioni, fino al ‘79, giocai soltanto sette partite». Dopo un ultimo tentativo con il Benevento in C1 nell’80, si concretizza la svolta che significa ritorno alle origini. «Sono tomato a casa, a San Giovanni Valdarno. Durante le stagioni da professionista avevo sempre cullato due desideri: tornare al paese e rimanere nell’ambiente del calcio. Invece ho dovuto patire, specie i primi tempi da ex sono stati molto duri». Un attimo di sospensione. Serve a Fausto per scegliere le parole giuste, per spiegare qualcosa che sta dentro. «A poco più di trent’anni ho vissuto una vera crisi di identità. Intanto perché non mi riconoscevo più nel calcio, proprio io che ci avevo trascorso una vita. Pensa che nell’83 mi arrivò una buonissima offerta per allenare in C1. Feci la Coppa Italia, ma poi decisi di risolvere il contratto. Non faceva per me». Ma non basta: «Negli stessi anni ci fu la dolorosa scoperta che le amicizie di un tempo erano cambiate e ho reagito alla delusione chiudendomi in me stesso». Fino alla molla che finalmente scatta. «Era l’85, con mia moglie Maria si decise di aprire un negozio in paese, anche pensando alle figlie. In ballottaggio gli articoli sportivi e la cartoleria. Vinse la cartoleria». Per la famiglia Landini inizia una nuova esperienza tra quaderni, penne e righelli. «Il gioco di squadra funzionava bene. Io mi sono subito occupato degli acquisti, mentre il contatto con il pubblico lo curava Maria. Le aperture e le chiusure toccavano a me. Non che avessi abbandonato del tutto il pallone, ho sempre fatto qualcosa, ma solo a livello di dilettanti e settore giovanile alternati a incarichi come osservatore. Il tutto, comunque, senza dimenticare il lavoro vero». Fino a che non matura una seconda svolta. «Dopo quattordici anni di attività abbiamo preferito dare in gestione la cartoleria. Le figlie sono cresciute e hanno intrapreso altre strade. Il negozio non aveva grossi margini di crescita ed io cominciavo a battere i piedi. Il calcio mi aveva ripreso». Stavolta senza crisi di rigetto, «anche perché avevo fatto chiarezza con me stesso. Ciò che volevo era lavorare con i ragazzi. Niente di più». Da due anni Landini, dopo una bella esperienza alla guida della Rappresentativa Giovanissimi della Toscana nel ‘99, lavora per il Poggibonsi. «Oltre ad essere il vice di Tazzioli, che allena la prima squadra, guido la Berretti». Passione e sentimento, le sue parole d’ordine. Quelle che lo hanno accompagnato in tutti i passi della sua carriera. Iniziata prestissimo. «Sono stato molto precoce. A sedici anni ci fu il passaggio alla Roma, il tutto dopo una partita tra rappresentative di Toscana e Lazio. Fu Crociani della Tevere Roma che compro il mio cartellino e mi girò ai giallorossi insieme a Luciano Spinosi che in quella stessa gara fu il mio marcatore. A Roma sono stato due anni, dal ‘68 al ‘70. Ero giovanissimo e sono passato da 30.000 lire al mese a 1.200.000, dal pensionato all’appartamento tutto per me, dall’attesa di mangiare la bistecca portata da mia cugina a offrire io la cena». Più di una favola. «Due campionati stupendi, l’esordio con la Nazionale Giovanile, la Coppa Italia e la finale di Coppa delle Coppe sfuggita solo per la monetina che premio il Gornik». Sul campo neutro di Strasburgo il 22 aprile 1970 si consumò la beffa. Con aneddoto gustoso: «Succede che quella volpe di Peirò, un attimo prima che l’arbitro tiri la monetina, ci chiama a raccolta e ci dice: “Non appena la moneta tocca terra, noi esultiamo!”. Eseguiamo l’ordine alla perfezione, ma invano perché l’arbitro, un francese (Machin, ndr) non abbocca. Peirò lo guarda male e, rivolto a noi fa: “Se eravamo all’Inter, si passava”». Quella Roma, comunque, non era niente male, tanto che dalla Juventus arriva la chiamata per Capello, Spinosi e Landini. «Sinceramente non ero contento di andare. A Roma stavo benissimo e poi ero troppo giovane, non ancora ben formato fisicamente. Difatti per più di un mese mi mandarono in piscina. Per irrobustire le spalle, mi facevano nuotare con i piedi legati. Il fatto e che continuavo a non giocare e allora dissi basta alle fatiche in vasca. Fui subito convocato in sede da Boniperti per una multa». Abbonata grazie ad Armando Picchi «Mi voleva bene: mi chiamava Cicino perché Cice era mio fratello Spartaco che aveva giocato con lui nell’Inter». La fiammata juventina dura giusto un anno. «Avevo ottenuto la riconferma, ma io e Novellini dovevamo prestare servizio militare. Uno dei due doveva partire. Io ebbi richieste dal Bologna e ci andai». La città del tortellino, l’ideale per la risaputa voracità di Landini. «Avevo sempre fame e raccattavo un po’ da tutti. Una volta eravamo in ballottaggio per la maglia numero 11 io e Bruno Pace che a tavola era seduto davanti a me. Nel mio piatto, nascosti sotto gli spinaci c’erano due filetti. Guardai prima l’allenatore Pugliese che mi strizzo l’occhio, facendomi cenno di stare zitto e poi Pace che bofonchiò: “Quest’anno mi sa che gioco poco”». Con la maglia rossoblù Landini ha lasciato buoni ricordi, come la doppietta che rifilò al Torino in dieci minuti. «Il merito fu di... Radice che in vantaggio per 3-1 sostituì il mio marcatore con l’esordiente Pallavicini al quale disse di lasciarmi pure stare. Ma non aveva fatto i conti con il mio orgoglio». Torino-Bologna 3-3. Era il 16 marzo 1975. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/fausto-landini.html
  20. FAUSTO LANDINI https://it.wikipedia.org/wiki/Fausto_Landini Nazione: Italia Luogo di nascita: San Giovanni Valdarno (Arezzo) Data di nascita: 29.07.1951 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Lando Alla Juventus dal 1970 al 1971 Esordio: 30.08.1970 - Coppa Italia - Verona-Juventus 1-1 Ultima partita: 16.05.1971 - Serie A - Foggia-Juventus 0-0 10 presenze - 1 rete Fausto Landini (San Giovanni Valdarno, 29 luglio 1951) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. È il fratello minore di Spartaco Landini. Fausto Landini Landini al Bologna nel 1973 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1981 - giocatore Carriera Squadre di club 1968-1970 Roma 44 (6) 1970-1971 Juventus 10 (1) 1971-1975 Bologna 76 (13) 1975-1978 Ascoli 7 (0) 1979-1980 Benevento 23 (5) 1980-1981 Sangiovannese 12 (0) Nazionale 1969-1970 Italia U-21 4 (1) Carriera da allenatore 1994-1995 Colligiana 2004-2005 Siena Primavera 2006-2007 Sangiovannese Primavera Carriera Giocatore Club Landini (a destra) alla Roma con Capello e Spinosi Esordisce in Serie A, sotto la guida di Helenio Herrera, a 17 anni, il 1º dicembre 1968 in Roma-Bologna (2-1). Con la maglia della Roma ha disputato 44 partite con 6 gol in Serie A, 9 partite con 2 gol in Coppa Italia e 8 partite con un gol in Coppa delle Coppe. Passato alla Juventus, viene scarsamente utilizzato e resterà una sola stagione, prima di passare al Bologna; qui rimane per quattro stagioni dove gioca, in particolare sotto la guida di Bruno Pesaola, come spalla di Beppe Savoldi. Al termine di questo periodo viene ceduto all'Ascoli, dove, sotto la guida di Enzo Riccomini, disputa poche partite. Nazionale Ha totalizzato 4 presenze e un gol in Nazionale Under-21, esordendo a Mantova il 1º novembre 1969 in Italia-Ungheria (2-1). Allenatore Terminata la carriera di giocatore, intraprende quella di allenatore. Nella stagione 1994-1995 ha allenato la Colligiana nel Campionato Nazionale Dilettanti. Nel 2004-2005 ha allenato la Primavera del Siena, e dal 2006-2007 quella della Sangiovannese. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 2 - Roma: 1968-1969 - Bologna: 1973-1974 Campionato italiano di Serie B: 1 - Ascoli: 1977-1978
  21. ROBERTO MONTORSI Ala destra, di quelle tradizionali – scrive Franco Costa su “Hurrà Juventus” dell'aprile 1971 –, piccolo e sgusciante come un pesce. Il suo dribbling e la sua corsa ricordano Muccinelli del quale, l’avrete intuito, ha anche la statura. Nel calcio i paragoni sono sempre imbarazzanti, anche perché chiamando in causa gli assi del passato, puntualmente si rischia di illudere ragazzi ancora in formazione fisica e mentale, ai quali invece gioverebbe maggiormente crescere in umiltà, senza tanto chiasso attorno. Ma c’è mentalità e mentalità. Già a diciotto anni si intuisce se il ragazzo è predisposto a montarsi la testa. Non ci sembra il caso di Montorsi il cui carattere riflette quello di Zaniboni, umile e coscienzioso insomma. L’ho visto nelle semifinali del Torneo di Viareggio, per la prima volta impegnato in un’occasione molto attesa. Le circostanze della partita contro la Fiorentina l’hanno portato spesso ad arretrare, anche fino ai limiti della propria area e in questo compito Montorsi ha confermato di essere oltre ad uno stilista e a uno scattista anche un giocatore di temperamento, sempre pronto a sacrificarsi per la sua squadra in un compito poco appariscente ma utile. I titolari della Juventus, intanto, a ogni trasferta chiedono che Montorsi faccia parte della comitiva perché porta buono, con lui al seguito i bianconeri non hanno mai perso. Sembra dunque predestinato al successo non soltanto dalla bravura che comunque, considerata l’età, è ancora da coltivare, ma anche nella simpatia. E quando un ragazzo porta impresso sul viso quel sorriso schietto come succede a Montorsi difficilmente la fortuna gli volta le spalle. Sempreché lui sappia amministrarla, naturalmente, questa fortuna. ANDREA ALOI, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 3-8 APRILE 2002 «Era l’inizio della preparazione. Il 30 agosto del 1974 ho preso il coraggio a due mani e ho comunicato la mia decisione ai dirigenti del Padova: “Smetto di giocare per motivi personali”. Mi fecero firmare un documento per chiarire la cosa e non avere fastidi in seguito. La mia vita di calciatore è finita quel giorno. Avevo ventitré anni». Motivi personali. Un mucchietto di sillabe buone per l’ultimo adempimento burocratico dell’ala destra Roberto Montorsi, incantatore di palloni e sensibile speranziella di Juve e Mantova, che se l’erano coltivato in A. Parole per dire tutto e niente mentre una porta si chiude piano, i passi si allontanano e appare la scritta “fine”. «Già, il famoso “perché”. È questo: ho inteso profondamente che la vera felicità è amare il mio prossimo come me stesso. Il calcio professionistico non mi lasciava questa possibilità: dovevo ficcare il gomito nello stomaco del terzino, essere in competizione, impegnarmi un’intera settimana fisicamente e psicologicamente per far perdere gli altri. Cosa potevo spiegare a quelli del Padova? Sentivo dentro che non avrebbero capito, i miei amici-tifosi del paese sono stupiti ancora adesso». Racconta preciso, convinto. La voce di un ragazzo. Un secolo dopo Roberto vive dove l’hanno riportato quei passi discreti, a Castellucchio, il suo paese a dieci chilometri da Mantova. Ha interrotto gli studi in medicina a nove esami dal traguardo, non si è sposato. E l’altro perché, in questo uomo semplice e onesto, ha il nome di una ragazza amata – e mai dimenticata – che non l’ha voluto. La chiameremo G., il punto dolente o forse l’ennesimo pretesto per restare fermi davanti al fiume che scorre: “Avrei preferenza di no”, come il mite scrivano Bartleby di Melville. Ha cinquant’anni. Sta in casa con la mamma, Angiola. Mario, il papà, è morto un anno fa. Fa volontariato, vede gli amici, il calcio non lo segue e le ultime uscite da praticante risalgono alla “Squadra della felicità”. Tanto tempo fa: «Avevamo scelto quel nome mica a caso. Ero tornato al paese, si organizzavano dei tornei notturni per divertimento. Ero fortissimo. Lo spiegavo a don Vito, il parroco, che finalmente potevo concepire la competizione come uno spasso, lo stesso di quando si è bambini. Un’eccezione giocosa al rifiuto della competizione. Per gioco sì, per lavoro no, perché mi condizionava la vita». I conti con Dio, con l’umana incarnazione in Gesù sono ultimativi se si vuole testimoniare il Vangelo. Talvolta lasciano intendere debiti difficili da saldare con se stessi. Chiedono rispetto sempre. Ascoltate Roberto, non è questo il posto per giudicare. «Al momento, il passaggio al Padova in C non mi era spiaciuto, almeno avevo mantenuto il livello, dato un freno alla caduta verticale: dalla Serie A con la Juve e il Mantova ero sceso in B col Monza e poi in C col Sorrento nel ‘73-74. Col Monza avevo giocato quattro partite, Allodi, il direttore sportivo della Juve, mi aveva dato in comproprietà ed era venuto fuori un campionato fallimentare. Sa com’è, a Mantova avevo giocato sei partite, mi si era visto poco e le quotazioni erano cadute, per cui squadre di Serie A non ne avevano trovate. Il Monza in B poteva essere la soluzione, ma fu un disastro. In fondo in fondo avevo gli occhi sui libri, studiavo anche il sabato sera e la domenica non rendevo». Sorrento e la C, in prestito per ritentare. «Il dottor Giuliano, stretto collaboratore di Boniperti mi aveva fatto questa promessa: “Vai a Sorrento, segni dieci gol e ti riprendiamo”. Ero innamorato di una ragazza di Castellucchio, (lei, G., ndr) e non mi andava tanto di allontanarmi, però decisi di impegnarmi: va bene, cerco di dedicarmi solo al calcio, se quest’anno non va finisco in quarta serie. Nel girone d’andata feci sei gol, sempre da ala destra, ma stavolta cercavo di concludere, di non limitarmi a dare bei passaggi al centravanti, che era Claudio Del Fabro, mio grande amico. Mi montai la testa: ora ne infilo altri sei e rientro a Torino. Invece segnai solo un altro gol al Siracusa. Che bella Sorrento, mi ricordo il golfo di Napoli, la ferrovia Circumvesuviana che prendevo per andare a Napoli all’Università. A fine campionato la Juve mi diede in comproprietà al Padova e lì ho avuto la crisi religiosa». Roberto è nato in una famiglia né ricca né povera. Il nonno – arrivato a Castellucchio da Maranello nel ‘41 – e il papa erano casari, producevano formaggio grana. Per un bambino della classe l951 il pallone era la giornata piena di partite, dall’oratorio al campo sportivo. Era il sogno di diventare calciatore riguardando con devozione quella foto: Lido di Jesolo, il piccolo Montorsi in posa accanto a Sivori. «Il mio idolo e, destino, sono riuscito a entrare proprio nella Juve. Ero chierichetto, logico che giocassi nella squadra del prete, la Juvenilia. Bisogna ricordare che erano gli anni della Guerra fredda: noi avevamo un campo, i comunisti dell’Us Castellucchio un altro e ognuno faceva il suo campionato distinto. Ala destra, sempre. Gran tocco di palla, scatto e velocità. A sedici anni, senza allenamento specifico, correvo i cento in 11 e 4. Nel dribbling ero bravo ma segnavo poco perché avevo paura di sbagliare, ero più da passaggi. Al tempo delle medie, a Mantova, un amico mi portò alla Fulgor, poi passai nel S. Andrea, la squadra della cattedrale, e mi notarono quelli del Mantova. I genitori erano contenti, andavo bene a scuola, e continuai fino alla Primavera, allenata da Giagnoni. Il campionato ‘68-69, in B, lo iniziò Mannocci, a gennaio subentrò Giagnoni e salvò la squadra dalla C. Mi conosceva, voleva farmi giocare e aspettò che la situazione fosse tranquilla per farmi esordire, a due giornate dalla fine. Avevo diciassette anni». Come andò? «Male. L’anno dopo ero titolare nella De Martino e Giagnoni mi buttò nella mischia a dicembre, contro il Foggia primo in classifica. Io, piccolino com’ero, segnai di testa passati dieci minuti e da allora rimasi in prima squadra». Sedici presenze, di nuovo in gol, ottime partite in casa. Buone credenziali per Sentimenti IV, osservatore bianconero, che lo richiede ufficialmente. «Io non sapevo niente, solo a fine campionato mi chiamò Giagnoni: “Roberto, fai il bravo, accetta quello che ti offrono senza fare storie”. Allodi mi chiese quanto prendevo al Mantova. Ed io: “Cinquantamila lire”. Sa, ero un debuttante, andavo ancora al liceo classico, la preside veniva a vedere le mie partite e il lunedì mi riprendeva: “Montorsi, tira di più”. Allodi mi fece la proposta: “Ti va bene mezzo milione al mese?”. Accidenti, sì. Erano soldi. Per dare l’idea, la benzina costava 145 lire al litro. Diedi l’esame di maturità e il 27 luglio del ‘70 ero a Tonno, agli ordini di Armando Picchi, che mi voleva bene. Ho sofferto quando è morto. C’era il fior fiore del calcio italiano, Bettega, Causio, Spinosi, Anastasi, Furino, Capello. Quelli che l’anno seguente avrebbero cominciato a vincere e non avrebbero più smesso». Con le stelle, molte promesse, da Montorsi ai fratelli d’arte Gianluigi Savoldi e Fausto Landini. Età media 23 anni. «Gli anziani erano Haller e Salvadore. E fu Picchi che cominciò a chiamarmi “il dottorino” e dopo lo fecero tutti. Nello stesso giorno andai a iscrivermi all’Università con Furino, io a Medicina, Beppe a Economia e Commercio. Ma lui pensava di più al calcio, aveva una incredibile forza di volontà, pensi che gli allenamenti partivano alle dieci di mattina e Beppe alle otto e mezza era al campo. In finale di Coppa delle Fiere, pareggiammo l’andata 2 a 2 a Torino col Leeds, al ritorno prima della partita entrò Boniperti nello spogliatoio e disse: “Ragazzi, stasera dovete giocare col cuore di Furino”». Montorsi dalle tribune di Elland Road assiste all’1 a 1 che non basta alla Juve. La sua stagione bianconera è decollata e atterrata in un giorno d’aprile, contro il Vicenza al Menti. Partita intera, ma una. «Non giocai granché bene. Il povero Picchi era già in ospedale, la squadra l’aveva presa Vycpalek. Ero talmente abituato all’idea che non avrei mai giocato titolare che non mi preoccupavo di tenermi sotto mano le scarpe bullonate, pure quella volta mi ero portato dietro soltanto quelle da allenamento, coi tacchetti di gomma. Salvadore mi diede una delle sue scarpe di riserva, l’altra non ricordo più. Si capisce anche da questo episodio che non ero molto concentrato sul calcio». Allodi constata il fallimento e comunica a Roberto una destinazione gradita: “Ti ridiamo in prestito al Mantova, è salito in A, c’è Giagnoni”. «Ero contento di ritrovarlo. Mi dava la carica, con me era psicologo: siccome ero timido, non alzava mai la voce. Un secondo padre. Invece andò al Torino e trovai Lucchi». Campionato ‘71-72. La Juve vince lo scudetto, il Mantova retrocede. Montorsi gioca sei partite, appena una intera, a fine stagione contro l’Inter, il resto sono gradini in discesa. «I miei amici juventini sono stupiti tuttora: ma Roberto, hai abbandonato la Juve, tutti i ragazzi d’Italia avrebbero voluto essere al tuo posto. A me non importa. Cè stata una fase della vita in cui mi ero abituato al successo, alle donne, ai soldi. Poi mi sono convertito al cristianesimo e ho raggiunto la conoscenza perfetta della verità, che è amare il prossimo come me stesso, sapendo che Gesù e Dio, accettando il rifiuto, un Dio sconfitto sul piano terreno, mentre prima mi illudevo di poter portare il paradiso in terra». Nel racconto di Roberto, il disamore per gli studi s’innesca nell’innamoramento per G. Una passione totale. La sua giovinezza, una volta ripresa la strada di Castellucchio, si arena su un “no” che lo porta per mano sull’altra riva: «Lei non mi voleva, io soffrivo e imparavo Fisiologia a memoria, senza capirla. La sera che non ha voluto ballare con me, in discoteca, ho preso la decisione: mai più sarei andato incontro ai dolori e alle delusioni. La filosofia indiana dice che dove c’è illusione non c’è Dio». Di qua o di là. Roberto adesso gioca in difesa, lontano dal mondo in corsa che contiene la maggior parte di noi. Non giudicatelo. Ma ascoltate il finale della storia: «Il prossimo agosto sono ventotto anni che ho smesso. Anni passati bene o male a seconda di come ero spiritualmente dentro. Faccio volontariato all’Istituto Geriatrico e al Patronato Acli di Mantova che si occupa di previdenza, assicurazioni, infortuni sul lavoro. No, un lavoro remunerativo non ce l’ho, però non credo di avere difficoltà in futuro. Ho consumi limitati, non ho moglie né figli, ho rinunciato alla macchina nel ‘77 e l’ho regalata a mia sorella Maria Rita. Vado a piedi, in bicicletta o in treno. Sono sempre innamorato di G., è l’unica cosa che non passa. Al bar Sociale di Mantova qualche tempo fa ho incontrato Giagnoni. Mi ha chiesto come andava e gliel’ho detto: “Eh mister, va male, sono innamorato di una sposata”. Mi ha risposto: “Roberto, sei fortunato, a te batte ancora il cuore”». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2013/08/roberto-montorsi.html
  22. ROBERTO MONTORSI https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Montorsi Nazione: Italia Luogo di nascita: Castellucchio (Mantova) Data di nascita: 22.08.1951 Ruolo: Attaccante Altezza: 169 cm Peso: 65 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1970 al 1971 Esordio: 06.09.1970 - Coppa Italia - Novara-Juventus 2-2 Ultima partita: 11.04.1971 - Serie A - Vicenza-Juventus 1-1 4 presenze - 0 reti Roberto Montorsi (Castellucchio, 22 agosto 1951) è un ex calciatore italiano, di ruolo centravanti. Roberto Montorsi Montorsi al Mantova nella stagione 1971-1972 Nazionalità Italia Altezza 169 cm Peso 65 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1975 Carriera Giovanili 19??-19?? Juvenilia 19??-19?? Fulgor Squadre di club 1969-1970 Mantova 17 (2) 1970-1971 Juventus 4 (0) 1971-1972 Mantova 6 (0) 1972-1973 Monza 1 (0) 1973-1974 Sorrento 33 (7) 1974-1975 Padova 0 (0) Carriera Montorsi (in primo piano) in allenamento con la Juventus nella stagione 1970-1971 Dopo aver dati i primi calci al pallone nella Juvenilia e nella Fulgor, formazioni minori della sua zona d'origine, approdò alle giovanili del Mantova dove compì tutta la trafila sino a esordire in Serie B, il 28 dicembre 1969, agli ordini del suo mentore Gustavo Giagnoni, trovando subito il gol dell'1-0 che decise la sfida interna contro il Foggia. Lasciò i virgiliani nel 1970, da promettente diciannovenne, per accasarsi alla Juventus dove andò a ricoprire, nelle gerarchie della squadra, il ruolo di riserva di Helmut Haller. Rimarrà tuttavia una meteora della storia bianconera, patendo eccessivamente la lontananza dal suo maestro Giagnoni e ritrovandosi spaesato dall'impatto con una diversa e più grande realtà: giocò un'unica partita di campionato l'11 aprile 1971, un pareggio 1-1 contro il Lanerossi Vicenza, disputando nell'unica stagione trascorsa a Torino anche una sfida in Coppa Italia contro il Novara terminata sul 2-2, il 6 novembre 1970, e due match internazionali di Coppa delle Fiere, senza mai trovare la rete. Dopo un solo anno in Piemonte tornò quindi a Mantova ma, senza più Giagnoni nel frattempo migrato al Torino, non riuscì a ripetere quanto di buono fatto in passato con i biancobandati finendo per collezionare sei sole presenze in campo. Nella prima parte degli anni 1970 seguirono quindi le esperienze al Monza, al Sorrento (l'unica destinazione dove riuscì a giocare con continuità) e al Padova, tutte conclusesi negativamente. A metà del decennio diede quindi il prematuro addio al calcio giocato, appena ventiquattrenne.
  23. Ciao Puma, Il tuo topic su Longobucco é a pagina 4. https://www.tifosibianconeri.com/forum/forum/92-tutti-gli-uomini-della-signora/page/4/ Nelle prime 3 pagine e mezza di questa sezione sono presenti i giocatori a cui sono dedicate le stelle dello Stadium e ai giocatori/staff attuali.
  24. GIANLUIGI SAVOLDI Nato a Gorlago (Bergamo) il 9 giugno 1949 fratello di Beppe “Mister Miliardo”, centravanti del Napoli e del Bologna, cresce nell’Atalanta. Dopo un paio di stagioni trascorse in prestito a Trevigliese e Viareggio, torna in nerazzurro, dove lo preleva la Juventus: «Ho saputo di essere bianconero mentre mi trovavo a Bologna, in caserma – racconta Titti Savoldi – era passata la mezzanotte e stavo dormendo, quando alcuni miei compagni di camerata, che avevano ascoltato poco prima la radio, mi svegliarono con una grande secchiata d’acqua sul viso, comunicandomi la grande notizia. Naturalmente quella notte non si è dormito; festeggiamenti, pacche sulle spalle, il tutto condito da parecchi brindisi a base di birra». GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1975 Uno che si chiama Savoldi, oggi, anno domini 1975, estate calcio mercato ancora fresco alla memoria, non può assolutamente essere uno qualunque. E difatti, Savoldi Gianluigi, numero d’ordine il due, e dunque Savoldi secondo, uno qualunque proprio non ci sta a essere. Intanto per questa faccenda del soprannome: Titti, e chissà mai che c’entra «Titti» con Gianluigi, era tanto più semplice soprannominarlo Giangi o Gigi o alla peggio Giangigi. E invece niente, Titti e così sia. E poi per il personaggio, che non sarà grande epperfino ingombrante quanto quello del fratellone Beppe, ma neppure passa inosservato. Titti, bene o male (e pensiamo che prevalga nettamente il bene) sta sulla breccia da 5 anni, e se non si può dire che abbia sfondato neppure è giusto dire che in tutto questo tempo sia passato inosservato. State un po’ a sentire il suo curriculum vitae. Arriva alla Juve nell’estate ‘70, l’estate dei grandi arrivi: viene dall’Atalanta, in compagnia di Novellini centravanti ma non troppo, e nessuno sa di preciso dove e come possa giocare nella Juve un tipo come lui. Mezz’ala, dicono, ma mezz’ala di scuola e gusti antichi, più mezza punta che uomo-faro, e poi per questa incombenza già c’è Capello, e dunque manco a parlarne. Eppure né il povero Picchi né il suo «continuatore» Vycpalek se la sentono di mettere in disparte uno come Titti. Non avrà forse, dicono, la stazza e la stoffa del regista, ma qualcosa di buono e di utile per la squadra lo sa pur fare. E anche bene, perdinci. Per esempio, nessuno meglio di lui si presta al ruolo di «jolly» in panca, pronto per l’uso per qualunque titolare in difficoltà. E a Catania, prima giornata del torneo ‘70-’71 di Savoldi c’è bisogno per la mezz’ora finale, al posto di Bettega affaticato dopo il gol vincente. Altre volte, tocca a Capello, o a Cuccureddu, o a Marchetti, segnare il passo; e allora sotto con Savoldi due. Qualche volta la mossa non è soltanto necessaria, è qualcosa di più, crea premesse di vittoria, manda a gambe all’aria le macchinazioni tattiche delle panchine avversarie. Già, perché sembra facile a parole, ma marcare un tipo come Savoldi che bel bello viene buttato nella mischia non è mica cosa da poco: Titti ha temperamento, è estroso il giusto e talvolta anche qualcosa di più, il suo rapporto col pallone di amicizia confidenziale, per farla breve non è niente facile toglierglielo dai piedi quando l’amico decide di portarlo un po’ a spasso per il campo, illustri difensori rischiano la figuraccia per voler fare i conti col suo dribbling sghembo. E allora, dirà qualcuno, com’è che un simile artista è sovente dimenticato, e di lui in pratica ci si ricorda soltanto per tappare qualche buco? Semplice, perfino elementare. Non basta dare del tu al pallone per essere professional al massimo grado: si può avere il dribbling di Praest e di Sivori e di Orsi messi assieme ed essere nonostante questo emarginati. Oggi è così. L’oggi del calcio è continuità, raziocinio, magari asetticità e dunque aridità; l’estro serve, per carità, e la mezz’ala dal piede vellutato può essere catalizzatore del gioco. Ma deve al momento buono saper mettere da parte il talento e sgobbare, marcare il terzino che avanza, in una parola lottare su ogni pallone, scordare i ghirigori. Titti Savoldi magari ha capito tutto questo, ma gli riesce difficile far capire a Vycpalek di aver capito, o mamma mia quant’è complicato partorire questa elementare verità. Undici volte Savoldi è in campo in quel ‘70-’71 di rosei presagi. Può essere molto a patto che l’immediato futuro offra qualcosa di più. Ma il domani, anno ‘71-’72, non fa che ribadire sostanzialmente la situazione tecnica preesistente: la Juve arremba e artiglia alfine lo scudetto numero quattordici, c’è gloria per tutti, sì, anche per Titti Savoldi, che aumenta a 13 i gettoni di presenza, ma è gloria, come dire, più riflessa che diretta. Titti entra nella mischia, forse, nei momenti meno adatti, in quelli più delicati e dunque difficili. Esempio. Super-derby di ritorno, 26 marzo ‘72, Juve con tre lunghezze sui cugini granata secondi e lanciatissimi; da tempo non si registrava un simile equilibrio al vertice fra le tue torinesi. In settimana, Coppa UEFA doppiamente amara per la Juve, che pareggia a Wolverhampton ed esce dalla scena; ma non basta. Haller, che in terra albionica ha riscoperto il gusto delle bevute notturne che contraddistinse più di un suo illustre predecessore bianconero, paga la scappatella con l’esclusione dalla squadra anti-Toro, e il suo posto, per nulla a furor di popolo, viene preso proprio da Savoldi. Vince il Toro, due a uno, è partita furente e al tempo stesso raziocinante quella dei granata, la meno indicata forse per i gusti raffinati e un po’ nostalgicamente demodè di Titti nostro, che difatti non fa sfracelli, e pur non steccando non riesce a sfruttare la grossa occasione offertagli. Haller può riprendere tranquillo il suo posto, e pilotare la squadra nel difficile cammino verso il titolo. Savoldi, comunque, rientra nel giro a distanza di qualche domenica, e contro l’Inter il suo secondo tempo è valido in assoluto, praticamente senza sbavature. E nel pareggio di Firenze, prologo allo scudetto, Titti veste i panni di Furino squalificato e si fa apprezzare anche per contributo dinamico, oltre che per gli orpelli di cui si impreziosisce la sua pedata. Suvvia, lo scudetto numero quattordici di Madama rende giustizia anche a Titti, che tra coppe e coppette ha messo insieme un più che discreto gruzzolo di presenze. La prima parentesi juventina di Savoldi si chiude l’anno dopo, ‘72-’73, con un altro scudetto, ma con una flessione di presenze che rendono poco più che episodica la sua milizia bianconera. Fortuna che c’è di mezzo una Coppa Italia ricca di soddisfazioni. Ricordiamo la più bella, la più raffinata. Comunale torinese, tardo pomeriggio di fine giugno, Juve-Bologna partita più di là che di qua, con gente sugli spalti a spellarsi le mani a forza di applausi. Gol come se piovesse, la gente cerca il Savoldi bolognese, già allora al centro del calcio-mercato, e infatti a un certo punto il panzer rossoblu trova un varco e fulmina Zoff. Ma la replica del Savoldi juventino è splendida e crudele. Tre a tre, una manciata di minuti al termine. Corner e mischia in area bolognese, Titti che improvvisamente stacca di testa e infila tra lo stupore generale. È il gol della vittoria juventina, ed è anche (se non andiamo errati) l’unico gol messo a segno da Titti in bianconero, almeno a livello di incontri ufficiali. Poi il commiato: Cesena, una annata buona e per certi versi ottima, sempre in bianconero e dunque con meno rimpianto per la lontananza. E infine Vicenza, tappa importante e forse determinante per la maturazione di questo professional. Dopodiché Titti è tornato in bianconero: è il Savoldi numero due, e magari non segnerà i gol del fratellone, ma non è un numero due. Ha già vinto due scudetti, da comprimario finché si vuole, ma li ha vinti. E quest’anno può, deve, mostrare il molto che vale. Ha ventisei anni, di tempo per affermarsi in pieno ce n’è d’avanzo. 〰.〰.〰 Nella sua seconda avventura in bianconero, non riesce a mettere insieme neppure uno spizzico di partita e, nell’estate 1976, è definitivamente ceduto alla Sampdoria. Ci lascia, improvvisamente, il 14 aprile 2008, dopo una lunga malattia. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/gianluigi-savoldi-ii.html
  25. GIANLUIGI SAVOLDI https://it.wikipedia.org/wiki/Gianluigi_Savoldi Nazione: Italia Luogo di nascita: Gorlago (Bergamo) Data di nascita: 09.06.1949 Luogo di morte: Bergamo Data di morte: 13.04.2008 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 71 kg Soprannome: Titti Alla Juventus dal 1970 al 1973 e dal 1975 al 1976 Esordio: 13.09.1970 - Coppa Italia - Juventus-Arezzo 3-1 Ultima partita: 01.07.1973 - Coppa Italia - Milan-Juventus 1-1 52 presenze - 1 rete 2 scudetti Gianluigi Savoldi, detto Titti (Gorlago, 9 giugno 1949 – Bergamo, 13 aprile 2008), è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Gianluigi Savoldi Savoldi alla Juventus nel 1970 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1981 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Atalanta Squadre di club 1967-1968 → Trevigliese 10 (4) 1968-1969 → Viareggio 32 (4) 1969-1970 Atalanta 11 (0) 1970-1973 Juventus 52 (1) 1973-1974 → Cesena 28 (3) 1974-1975 → Lanerossi Vicenza 30 (2) 1975-1976 Juventus 0 (0) 1976-1979 Sampdoria 62 (4) 1979-1980 Giulianova 33 (5) 1980-1981 Livorno 29 (2) Carriera da allenatore 1994-1995 Atalanta Giov.ssimi Naz. ????-???? Atalanta Esordienti Biografia Era fratello minore di Giuseppe e zio di Gianluca, anche loro calciatori. È morto nel 2008, all'età di 58 anni, dopo una lunga malattia. Caratteristiche tecniche Giocatore Centrocampista di buona tecnica, a metà fra una mezzala e una mezzapunta, aveva nella visione di gioco e nel dribbling le sue caratteristiche migliori. Carriera Giocatore Savoldi al Cesena nel campionato 1973-1974 Come il fratello Giuseppe, iniziò la sua trafila nelle giovanili dell'Atalanta, club che a fine anni 1960 lo cedette nelle serie minori per farsi le ossa. Dopo due esperienze in Serie C con le maglie di Trevigliese e Viareggio, tornò brevemente in terra orobica per una stagione poiché nell'estate del 1970, ritenuto un giocatore di buone prospettive, venne acquistato dalla Juventus assieme a un altro giovane bergamasco, Novellini. Pur facendo parte delle seconde linee bianconere — in particolare, finì chiuso nel suo ruolo principalmente da Capello —, a Torino riuscì al primo anno a mettere assieme il discreto bottino di 11 presenze. Queste diventarono 13 nel campionato 1971-1972, contribuendo da "prima riserva" (subentrando spesso al succitato Capello, a Bettega, a Cuccureddu o a Marchetti) alla vittoria di uno scudetto che alla Vecchia Signora mancava da un lustro, mentre furono solo 6 le apparizioni nel successivo torneo 1972-1973, che pure valsero a Savoldi il secondo tricolore consecutivo. Nel biennio seguente i piemontesi lo cedettero in prestito dapprima al Cesena e poi al Lanerossi Vicenza, prima di riprenderlo nei propri ranghi nell'annata 1975-1976 senza tuttavia utilizzarlo in gare ufficiali. L'anno dopo arrivò quindi la cessione definitiva alla Sampdoria dove disputò tre campionati sempre da titolare, senza riuscire a riconquistare la massima serie con la squadra blucerchiata dopo la retrocessione del 1976-1977. Nel 1979 scese di categoria militando nel Giulianova, con promozione in Serie C1 e, la stagione seguente, nel Livorno, club questo ultimo dove, nel 1981, chiuse la carriera agonistica. Allenatore Dopo il ritiro allenò per un ventennio nel vivaio dell'Atalanta, conquistando il titolo di campione d'Italia nel 1994-1995 nella categoria "Giovanissimi Nazionali". Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973 Campionato italiano Serie C2: 1 - Giulianova: 1979-1980 (girone C) Allenatore Competizioni giovanili Campionato Giovanissimi Nazionali: 1 - Atalanta: 1994-1995
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