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MASSIMO ORLANDO Veneto di San Donato di Piave, dove nasce il 26 maggio del 1971, veste la maglia bianconera in sole due occasioni: «Ho fatto la prima esperienza da calciatore nel Conegliano Veneto, campionato Interregionale. Avevo diciassette anni quando fui acquistato, insieme a tredici compagni dì squadra, dalla Reggina, che doveva rinforzare il settore giovanile. Credo di essere stato uno dei pochi di tutta quella “covata” a proseguire la carriera nel professionismo. Fu Nevio Scala a farmi esordire in Serie B nell’ottobre del 1988, nel derby con il Cosenza. Rimasi titolare fisso, sia con Scala, sia con Bolchi nel campionato successivo. I due anni trascorsi a Reggio Calabria sono stati splendidi. Nell’estate del 1989 fui ingaggiato dalla Juventus, credo per sei miliardi, una grossa cifra almeno a quei tempi per un giocatore di Serie B. Allenatore era Maifredi. Aveva tanti campioni ai suoi ordini, non poteva perdere molto tempo con un ragazzino come me. Titolare nel mio ruolo era Roberto Baggio. Morale: il mio posto era in tribuna o, se andava bene, in panchina. In campionato non fui mai impiegato e giocai soltanto due spezzoni di partita in Coppa Italia a Taranto e in Coppa Uefa contro i bulgari dello Sliven. Quando alla riapertura delle liste la Juventus decise di darmi in prestito alla Fiorentina feci salti di gioia. Qualcuno scrisse che non volevo accettare il trasferimento a Firenze perché lo consideravo un passo indietro: una balla grossa come una casa. Nella Fiorentina mi trovai subito bene, anche se qualche tifoso contestava la mia provenienza bianconera. A più di un “Viola Club” dovetti spiegare che a Torino non avevo neppure disfatto la valigia, tanta era l’ansia di andarmene. Fu proprio Baggio, di cui dovevo indossare la maglia col numero dieci, a dirmi che a Firenze sarei stato benissimo. Roberto fu un buon profeta. Il primo anno nella Fiorentina, forse, è stato il migliore della mia carriera: venticinque partite, otto goal, il posto nell’Under 21, persino l’interessamento di Sacchi nei miei confronti. Lazaroni mi lasciava libero di giocare dove e come volevo. La Fiesole era tutta con me: fu creato un Fans Club Orlando con 400 iscritti. Il futuro era colorato di rosa. Mario Cecchi Gori mi riscattò per una cifra vicina ai dieci miliardi». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2017/02/massimo-orlando.html
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MASSIMO ORLANDO https://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Orlando Nazione: Italia Luogo di nascita: San Doná di Piave (Venezia) Data di nascita: 26.05.1971 Ruolo: Centrocampista Altezza 172 cm Peso 69 kg Nazionale Italiano Under-21 e Olimpico Soprannome: - Alla Juventus dal 1990 al 1991 Esordio: 12.09.1990 - Coppa Italia - Taranto-Juventus 2-1 Ultima partita: 03.10.1990 - Coppa delle coppe - Juventus-Sliven 6-1 2 presenze - 0 reti Massimo Orlando (San Donà di Piave, 26 maggio 1971) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. In carriera ha vestito le maglie di Juventus, Reggina, Fiorentina, Milan, Atalanta e Pistoiese. Massimo Orlando Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 69 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2001 - giocatore Carriera Giovanili Libertas Ceggia Fossalta Piave Conegliano Squadre di club 1987-1988 Conegliano 1 (0) 1988-1990 Reggina 67 (3) 1990 Juventus 2 (0) 1990-1994 Fiorentina 101 (17) 1994-1995 Milan 2 (0) 1995-1997 Fiorentina 27 (1) 1997-1999 Atalanta 12 (1) 1999-2001 Pistoiese 1 (0) Nazionale 1989-1992 Italia U-21 14 (1) 1993 Italia Olimpica 3 (1) Carriera da allenatore 2007 Fiorentina Esordienti Reg. Palmarès Europei di calcio Under-21 Oro 1992 Carriera Giocatore Di origini tarantine da parte di padre, inizia a muovere i primi passi nella Libertas Ceggia e in seguito viene prelevato dall'A.C. Fossalta Piave. Estroso fantasista all'età di 16 anni passa ed esordisce nel campionato Interregionale, nelle file del Conegliano. Nel 1988 si trasferisce alla Reggina allenata da Nevio Scala, dove trascorre due stagioni, con 3 gol in 67 presenze. Con i calabresi in Serie B ottiene il quarto posto nel 1988-1989, perdendo lo spareggio per la Serie A ai tiri di rigore contro la Cremonese, e il sesto posto nella stagione 1989-1990. Dopo un breve passaggio alla Juventus, che lo acquista dalla Reggina per 6 miliardi, si trasferisce alla Fiorentina, in cui milita per sei stagioni (la prima in prestito), dall'ottobre del 1990 al 1996-1997, con una parentesi al Milan nel 1994-1995 con 2 presenze. Con la Fiorentina conta in totale 17 gol in 126 presenze. Nel 1997 si trasferisce all'Atalanta, dove ottiene 12 presenze e un gol nelle due annate seguenti. La sua carriera si chiude nelle file della Pistoiese nella stagione 1999'-2000 in cui raccoglie solo una presenza a causa dell'ennesimo infortunio che lo costrinse allo stop definitivo nel 2001. Il bilancio totale della sua carriera calcistica è di 208 presenze e 21 gol. Dopo il ritiro Inizialmente abbandona il mondo del calcio, entrando nel mondo della ristorazione. Successivamente il richiamo è forte e accetta l'offerta come commentatore sportivo per i canali del digitale terrestre Dahlia TV, ed è per un periodo anche commentatore tecnico nei programmi calcisitici Rai. Inoltre dall'inizio della stagione 2007-2008 è stato allenatore degli Esordienti Regionali ('95) della Fiorentina, ruolo che condivideva con un altro ex viola, Moreno Torricelli. Dal gennaio 2015 è opinionista della Rai, inizialmente per le partite della Coppa Italia 2014-2015 e poi della Serie A. Da ottobre 2022 è conduttore con la figlia Vittoria del programma Casa Orlando su Radio Firenzeviola Palmarès Club Competizioni internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Milan: 1994 Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Fiorentina: 1995-1996 Supercoppa italiana: 2 - Milan: 1994 - Fiorentina: 1996 Campionato italiano di Serie B: 1 - Fiorentina: 1993-1994 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - 1992
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THOMAS HAESSLER Talvolta gli uomini piccoli, diceva Napoleone, lasciano una lunga ombra – sostiene Maurizio Crosetti su “Hurrà Juventus” del gennaio 1991 –. E lui di questa materia se ne intendeva... È certo il caso di Thomas Hässler, uomo-copertina del primo Hurrà ‘91, un metro e 65 centimetri di bravura mostruosa: un tedesco in miniatura che vuole proiettare la sua ombra bianconera sul campionato. Insieme a Baggio è la mente creativa della nuova Juve-champagne. Ma Thomas le bollicine preferisce farle solo in campo: non ama la vita troppo «frizzante», nonostante l’abbia frequentata negli anni di una tumultuosa adolescenza. Ora è un marito tranquillo, quasi casalingo, un uomo che ha raggiunto precisi equilibri e non vi rinuncia. Non è stato facile convincerlo a dire tutto, passato presente e futuro: Hässler per svelarsi ha ancora bisogno dell’interprete. Ma la ritrosia dura pochi minuti. Come con tutte le persone autentiche, il difficile è solo cominciare. «Niente di particolare. Sono nato il 30 maggio 1966 in un quartiere popolare di Berlino Ovest, Wedding. Non avevamo troppi soldi ma si tirava avanti dignitosamente. Il gioco, la scuola, gli amici, il pallone: tutte cose normali». – Ti piaceva studiare? «No, per nulla. Non sono riuscito ad andare avanti, non legavo con gli insegnanti, insomma non era una faccenda per me». – Per fortuna c’era il calcio... «Davvero. È stato un amore a prima vista, avevo appena cinque anni quando mio padre Klaus mi portò al primo provino della mia vita. Ricordo bene quel giorno anche se è trascorso tanto tempo. Non toccai neppure un pallone, ero emozionatissimo». – È vero che da ragazzo giocasti spesso accanto al Muro? «Sì, il quartiere di Wedding è a ridosso di quella zona. Si facevano partite interminabili e qualche volta la palla finiva dall’altra parte, nella DDR. Forse poi ci giocavano i Vopos...». – Cos’hai provato il 9 novembre ‘89, quando il Muro è... crollato? «Me ne stavo in ritiro con la Nazionale, avrei voluto essere anch’io là per vivere quella giornata storica. È stata una data importante, nessuno ci credeva e invece il mondo è cambiato in poche ore». – Dunque è giusto che la Germania sia una sola? «Certo, non potrebbe essere altrimenti». – La tua infanzia è stata toccata anche dal dramma: un fratello morì di leucemia a 16 anni. «La vita non è stata tenera con noi. Ma sono cose mie, vorrei non parlarne». – Il primo provino a 5 anni andò male: ma dopo... «A dieci mi ingaggio il Reinickendorfer Fuchse. Ci restai tre stagioni e imparai le cose essenziali del calcio». – Dicevano che eri piccolo, troppo piccolo... «Una storia che mi ha accompagnato nel tempo. Gli allenatori guardavano il mio fisico e scuotevano il capo, poi mi mandavano in campo e il giudizio cambiava». – Cos’è accaduto dopo quei tre anni? «Su consiglio di mio padre passai a un’altra società, il BFC Meteor 06. Lì riuscii a mettermi in evidenza, tanto che gli osservatori del Colonia cominciarono a seguirmi. Dopo cinque anni mi giunse la proposta definitiva dal club renano. Accettai con qualche preoccupazione: temevo che lasciare Berlino mi potesse creare non pochi problemi e in un certo senso avevo ragione». – Furono tanto difficili i primi tempi a Colonia? «Il periodo più buio della mia vita. Conobbi qualche amico non proprio raccomandabile, trascorsi molte sere in birreria o in discoteca: mi dividevo tra il biliardo e il flipper. Pensavo solo a svagarmi perché mi sentivo fuori posto. Chiaro che il mio rendimento in campo era quel che era». – Ricordi un giorno particolarmente triste di quegli anni? «Direi di sì. Stavo giocando la finale del campionato juniores tedesco, col risultato in parità a pochi minuti dal termine. C’è un rigore per noi: lo tiro io e lo sbaglio, una cosa terribile. Pensate che allora giurai di non calciare mai più da dischetto». – Promessa mantenuta? «Certo». – Quale fu la svolta della tua carriera? «Un giorno Udo Lattek, l’allenatore del Colonia, un mito in Germania, mi prese da parte e mi disse che se non mi fossi dato da fare mi avrebbe rispedito a Berlino a fare il tassista. A quel tempo avevo bisogno di discorsi duri, severi, e infatti mi diedi una mossa». – E poi conoscesti quella che sarebbe diventata tua moglie... «Ecco la data davvero importante. Capodanno ‘86, a una festa incontro Angela e in seguito ci fidanziamo. Poi il matrimonio. E lei che mi ha fatto maturare». – Dicono che abbia troppa influenza su di te. «Cattiverie Angela è una persona di carattere, ma le scelte le facciamo insieme. Non è il mio manager, è la mia donna: qualcosa in più, direi...». – Dopo la crisi, la notorietà in Europa e la Juventus. Ma non ti aveva seguito prima la Roma? «Sì, però scelsi i bianconeri perché pensavo mi potessero offrire più opportunità di successo. Ora so di non essermi sbagliato». – Prima di ingaggiarti, la Juve ti diede una grande delusione... «Sì, fu duro essere battuti in semifinale di Coppa Uefa. Una batosta, ma di breve durata: la rivincita nei confronti delle Coppe me la prenderò quest’anno. Possiamo e dobbiamo provare a vincere tutto». – Italia, cioè Torino ma anche Mondiali: Olimpico, trionfo... «È elettrizzante sentirsi campione del mondo, però del mese trascorso all’inseguimento di quella Coppa ricordo anche i momenti difficili. Il mio rapporto con la Nazionale ha sempre vissuto fasi alterne». – È vero che non andavi d’accordo con Beckenbauer? «Abbiamo avuto qualche scambio di opinioni non proprio convergenti, ma alla fine s’è chiarito tutto». – Col nuovo citi Vogts dovrebbe andare meglio... «Credo di sì. E lui che mi ha lanciato ai tempi della Under 21». – Eppure se la Germania è campione del mondo deve ringraziare soprattutto te per quel gol al Galles. «È vero, fui io a realizzare la rete decisiva nelle qualificazioni a Italia ‘90. Accadde proprio a Colonia, la mia città d’adozione». – La Juve: che impressione ti ha fatto? «Per prima cosa mi ha colpito la grande professionalità collettiva. In Germania il calcio è importante, per carità, ma questo è un altro pianeta. Nel bene e nel male, perché esistono esasperazioni superiori rispetto alle nostre. Da voi è tutto “più”: pubblico, soldi, giornali, squadre, problemi. Ma se hai alle spalle una società come la Juventus, questi ultimi li superi di slancio». – Hai impiegato qualche mese per dimostrare che i dirigenti bianconeri e Maifredi non si erano sbagliati sul tuo conto. Perché? «In Italia l’impatto è sempre difficile. Mi ha messo in crisi la vostra lingua, l’impossibilità iniziale di capire e di essere capito. Acqua passata». – Chi devi ringraziare? «Tutti. Dirigenti, allenatore e compagni. Specialmente Giancarlo Marocchi e sua moglie Barbara: lui parla inglese, lei sa un po’ di tedesco. Mi hanno fatto sentire meno solo». – A Torino come vivi? «In maniera molto riservata. Io e Angela non ci siamo ancora del tutto ambientati e la scelta degli amici va effettuata con cura. Sono un timido, non amo la vita mondana. Mia moglie è più estroversa». – Come trascorri il tempo libero? «Esco poco. Mi piace ascoltare la musica: specialmente i generi pop e melodico. Uso parecchio il videotape e mi appassionano i videogiochi. Leggo raramente e mai i libri, amo il cinema e gli attori che preferisco sono Sylvester Stallone e Julia Roberts». – È vero che spendi pochissimo? «Diciamo che non getto i soldi dalla finestra. Averne tanti non vuol dire sprecarli e neppure stravolgere esigenze e abitudini. Il calcio deve permettere a me e alla mia famiglia di vivere serenamente, e siccome si tratta di una carriera breve è meglio essere oculati». – Ti ritieni appassionato di sport in senso pieno? «Certo, non seguo solo il calcio. Ho praticato pallavolo, nuoto e tennis, mi piace molto l’hockey su ghiaccio e gioco a golf». – Dicono che il professionismo ti ha cambiato: non sei più una testa matta, d’accordo, ma saresti diventato triste. È vero? «Non esageriamo. Qualche anno fa scherzavo di più. Col tempo si cambia: comunque ridere mi piace sempre». – La Juve è da scudetto? «Io dico di sì. Nessuno ha il nostro attacco: io, Baggio e Schillaci formiamo un terzetto che può mettere in crisi chiunque. E anche centrocampo e difesa sono molto forti. Con un po’ di fortuna possiamo dimostrarci i migliori in Italia e in Europa». – Che tipo è Maifredi? «Un grande studioso di calcio, un tecnico nel senso pieno del termine ma con un’arma in più: il dialogo». – Ti ha definito il Baggio di Germania: che ne pensi? «Credo abbia fatto un complimento a entrambi. Perché Roberto è un talento eccezionale ed io, beh, sono pur sempre un campione del mondo». – Cosa pensi dell’avvocato Agnelli? «È uno degli italiani più conosciuti in Germania: ha una classe incredibile. Finora l’ho incontrato poco, tre o quattro volte, e abbiamo chiacchierato nella sua lingua. Anzi, più che altro parlava lui ed io ascoltavo, cercando di capire». – Ti piace la nostra cucina? «Prima di venire a Torino credevo esistessero solo le polpette di mia madre. Tra Germania e Italia, a tavola non c’è confronto. Chiaro che un atleta deve controllarsi, tuttavia ho già avuto modo di apprezzare qualche specialità piemontese». – È vero che nelle prime settimane bianconere soffrivi di solitudine e pensavi di tornare a Colonia? «No, sono state scritte e dette troppe cose sbagliate. Non mi sono pentito delle mie scelte neppure per un attimo». – Ma della Germania non ti manca proprio nulla? «Là ho lasciato tanti amici, tante persone che mi vogliono bene e che non mi dimenticano. Ci sentiamo spesso, va bene così». – Il calcio consente l’amicizia vera? «Certo. È in questo modo che ho trovato l’aiuto maggiore per superare le difficoltà. Ad esempio, con Pierre Littbarski siamo quasi fratelli». – Cosa apprezzi di più nel prossimo? «La sincerità e la capacità di ascoltare e comprendere». – Ti senti felice? «Mi succede spesso, anche se nessuna persona al mondo lo è sempre. Io comunque ho molto più di quanto sognassi». 〰.〰.〰 Hässler prende il posto di un portoghese ancor più piccolo di lui, Rui Barros, che aveva fatto in tempo a diventare un beniamino dei tifosi e a segnare gol rapinosi e inimmaginabili contro i corazzieri dell’Italia e dell’Europa. Il tedesco è completamente diverso dal lusitano, ha più tecnica, ma riesce a trovare solo a sprazzi i guizzi che lo rendevano unico nel calcio tedesco. Non è tutta colpa sua, beninteso: al Colonia faceva la mezzala, con libertà di accentrarsi e dettare l’assist o andare in porta con dribbling ubriacanti. Qui ci sono Baggio e Schillaci, per non parlare di Di Canio, ognuno abituato a portare palla più che smarcarsi per l’assist del compagno. Tommasino è relegato sulla fascia destra, da dove si schioda poche volte, stremato da rincorse avanti e indietro a cui non è abituato e che non fanno parte del suo bagaglio di calciatore. A conti fatti, 45 partite, appena 3e goal e l’impressione di non essere riuscito a esprimere tutto il suo indubbio talento. Farà la valigia, destinazione Roma. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/thomas-hassler.html
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THOMAS HAESSLER https://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Häßler Nazione: Germania (Ovest) Luogo di nascita: Berlino Ovest Data di nascita: 30.05.1966 Ruolo: Centrocampista Altezza: 166 cm Peso: 67 kg Nazionale Tedesco Soprannome: Tommasino - Pollicino - Icke Alla Juventus dal 1990 al 1991 Esordio: 01.09.1990 - Supercoppa italiana - Napoli-Juventus 5-1 Ultima partita: 26.05.1991 - Serie A - Genoa-Juventus 2-0 45 presenze - 3 reti Campione del mondo 1990 con la nazionale tedesca Campione d'Europa 1996 con la nazionale tedesca Thomas Jürgen Häßler (Berlino Ovest, 30 maggio 1966) è un allenatore di calcio, dirigente sportivo ed ex calciatore tedesco, di ruolo centrocampista. Campione del Mondo nel 1990 e campione europeo nel 1996 con la Nazionale tedesca. Oggi allena il Club Italia Berlino, formazione tedesca di ottava serie. Thomas Häßler Häßler nel 2015 Nazionalità Germania Ovest Germania (dal 1990) Altezza 166 cm Peso 67 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Club Italia Berlino Termine carriera 2004 - giocatore Carriera Giovanili 1979-1983 Reinickendorfer Füchse 1983-1985 Colonia Squadre di club 1984-1990 Colonia 149 (17) 1990-1991 Juventus 45 (3) 1991-1994 Roma 88 (11) 1994-1998 Karlsruhe 118 (28) 1998-1999 Borussia Dortmund 18 (2) 1999-2003 Monaco 1860 115 (21) 2003-2004 Salisburgo 19 (1) Nazionale 1988 Germania Ovest U-21 1 (0) 19?? Germania Ovest 17 (1) 1988-2000 Germania 84 (10) Carriera da allenatore 2006-2007 Colonia Giovanili 2007-2009 Colonia Vice 2007-2008 Nigeria Vice 2009-2010 Colonia Under-17/Vice 2009-2010 Colonia Unde-19/Vice 2009-2010 Colonia II Vice 2010-2011 Colonia Vice 2014-2015 Padideh Shandiz Vice 2016- Club Italia Berlino Palmarès Olimpiadi Bronzo Seul 1988 Mondiali di calcio Oro Italia 1990 Europei di calcio Argento Svezia 1992 Oro Inghilterra 1996 Carriera Giocatore Club Iniziò la sua carriera professionistica nel 1984 nel Colonia contribuendo al secondo posto del club in Bundesliga nel 1989 e nel 1990. Häßler (accosciato, terzo da destra) alla Juventus nell'estate 1990 Dopo aver vinto la Coppa del Mondo 1990 con la nazionale tedesca, Häßler si trasferì alla Juventus per la somma di 11 miliardi di lire. L'impatto con la Serie A non fu facile: i bianconeri di Maifredi vissero una stagione molto complicata, non qualificandosi per le coppe europee. Il rendimento del tedesco, schierato sulla fascia destra, non fu all'altezza delle aspettative. L’anno sotto la Mole, dopo 32 presenze e 1 rete, si concluse con un addio senza troppi rimpianti. Venne ingaggiato dalla Roma per 12 miliardi, diventando l’uomo cardine della mediana giallorossa. In poco tempo ottenne fiducia e consensi da parte del pubblico romanista, anche grazie al gol del pareggio nel derby del marzo ’92[5]. Nelle tre stagioni nella Roma totalizzò 88 presenze e 11 reti. Nel 1994 tornò in Germania al Karlsruhe, con cui vinse la Coppa UEFA Intertoto nel 1996 e si qualificò per la Coppa UEFA nel 1996-97 e nel 1997-98. Nell'andata del terzo turno, Häßler realizzò una doppietta nella vittoria 3-1 della sua squadra su Brøndby IF a Copenhagen. Alla fine della stagione 1997-98, nonostante le buone prestazioni di Häßler, il Karlsruhe retrocedette nella 2. Bundesliga. Häßler alla Roma nella stagione 1991-1992 Nella stagione seguente si trasferì al Borussia Dortmund, club che aveva vinto la UEFA Champions League nel 1997. Alla fine del campionato, dopo aver collezionato solo 18 presenze, si trasferì in Baviera al 1860 München. Nei quattro anni a Monaco divenne un pilastro della squadra. Nella prima stagione il club raggiunse un sensazionale quarto posto in Bundesliga. La squadra fu sconfitta dal Leeds United nei preliminari della UEFA Champions League e prese parte alla Coppa UEFA uscendo al terzo turno contro il Parma. Nei due anni successivi, il club partecipò alla Coppa UEFA Intertoto senza riuscire a qualificarsi per la Coppa Uefa. Alla fine della stagione 2002-03, Häßler lasciò Monaco per trasferirsi all'Austria Salisburgo, dove chiuderà la carriera nel 2004. Nazionale Con la Germania ha giocato 101 partite segnando 11 gol, prendendo parte ai Mondiali del 1990, 1994 e 1998 e agli Europei 1992, 1996 e 2000. Ha vinto anche la medaglia di bronzo ai Giochi olimpici di Seul 1988. Allenatore Dal 1º ottobre 2006 entra nello staff tecnico del Colonia come tecnico delle giovanili, rimanendovi fino al 30 giugno 2007 quando accetta la proposta di diventare allenatore in seconda della prima squadra, con decorrenza dal successivo 1º luglio. Dal 20 febbraio 2007 al 20 febbraio 2008 è stato il vice di Berti Vogts, commissario tecnico della Nigeria. Dal 1º luglio 2009 diventa vice della formazione Under-17 del Colonia, sotto la guida di Dirk Lottner, di quella Under-19 sotto la guida di Mandref Schadt, e del Colonia II sotto la guida di Frank Schaefer. Nel febbraio 2010 ritorna alla prima squadra del Colonia, dve rimane fino al 30 giugno 2011. Dal 5 giugno 2014 diventa vice allenatore del Padideh Shandiz. Palmarès Giocatore Club Coppa Intertoto UEFA: 1 - Karlsruher :1996 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Italia 1990 Campionato d'Europa: 1 - Inghilterra 1996 Individuale Calciatore tedesco dell'anno: 2 - 1989, 1992 Europei Top 11: 1 - Svezia 1992
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Angel Di Maria: in corso le visite mediche
Socrates ha risposto al topic di Morpheus © in Archivio Calciomercato
Meglio un Di Maria vecchio campione che alcuni giocatori piú o meno giovani scamorze che abbiamo sul groppone. E l'anno prossimo tornerá Ramsey. Alleluhia!- 1357 risposte
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EUGENIO CORINI Un centrocampista di ragionamento, si diceva ai tempi, dalle grandi possibilità. Il ragazzo, in effetti, aveva talento e, nelle due stagioni sotto la Mole, riuscì a mettere insieme tra campionato e coppe 64 presenze e 4 gol. «Fu un’esperienza non solo unica, straordinaria direi. Arrivai alla Juventus giovanissimo, a 20 anni. Ricordo bene il giorno della presentazione in sede, che allora era in Piazza Crimea. C’era un grande fermento: era la stagione ‘90–91, si veniva dai Mondiali, dove Baggio e Schillaci avevano lasciato il segno e inoltre la Juventus si stava rinnovando. Era arrivato Montezemolo e la squadra era stata affidata a Maifredi, per cercare di darle un gioco spumeggiante, spettacolare, sull’esempio del Milan di Sacchi. Il gioco che voleva non era semplice, richiedeva tempo e purtroppo noi commettemmo l’errore di… partire troppo bene. Poi perdemmo con la Samp, ci sentimmo fuori dalla lotta scudetto e probabilmente ci rilassammo, provocando il crollo. Tra l’altro tre giorni dopo quella partita uscimmo dalla Coppa Italia con la Roma, Maifredi disse alla dirigenza che se era desiderio della società lui era pronto ad andarsene, e tutto l’ambiente non fu più quello di prima. Peccato». A livello personale però le soddisfazioni non mancarono: «In effetti, non posso che essere contento dei miei due anni alla Juventus. Venivo dal Brescia, ero molto giovane e per di più il mio ruolo, quello del regista, è particolarmente delicato; eppure giocai un buon numero di partite, molte da titolare. Ancora oggi qualcuno quando ricorda la mia esperienza alla Juventus, ne parla in termini poco positivi, mentre in realtà sono molto soddisfatto di come andò. Può darsi che non abbia avuto troppa fortuna, perché capitai in un periodo nel quale non si vinceva; prendiamo come esempio Tacchinardi, giusto per parare di un altro regista: lui ha avuto il tempo di ambientarsi e ha giocato in una squadra che ha collezionato scudetti e coppe, io no. Questo però non significa che non ricordi quegli anni con grande piacere». Dopo la Juventus ha viaggiato parecchio: Sampdoria, Napoli, Brescia, Piacenza, Chievo, Palermo, Torino, un giramondo insomma: «Beh, ho vissuto un periodo particolare. Ero ritenuto un’eterna promessa ed è stato duro scrollarsi di dosso quell’etichetta, soprattutto perché sono incappato in diversi infortuni. Dai 23 ai 28 anni, in effetti, ho attraversato degli anni difficili. Poi fortunatamente mi sono ripreso e sono riuscito a togliermi grandi soddisfazioni». Non è stato facile, però: «Certo, ma il lavoro, alla lunga, è quel che paga; il resto, per me, conta poco. Mi hanno insegnato così i miei genitori e sarò sempre grato a loro per questo. Sono contento di essere come sono, non vorrei essere nient’altro. Sono cresciuto in una famiglia di paese, gente abituata a lavorare sodo, sempre. Mi hanno insegnato che cosa è il sacrificio, che cosa significhi guadagnarsi il pane». È arrivato alla Juventus 20 anni, se n’è andato dopo appena due stagioni; Trapattoni lo utilizzava come vice Baggio e le occasioni per scendere in campo, non furono tante. Fu ceduto alla Sampdoria, in cambio di Gianluca Vialli. Peccato, perché Eugenio era uno da Juventus. MATTEO DELLA VITE, “GUERIN SPORTIVO” DELL’11-17 MARZO 1992 Giocano e vincono. Insieme. Dice: ma in che film? Non c’è trucco non c`è inganno. Lui e Baggio s’intendono a meraviglia quando, in coppia, sfidano i compagni. A carte... «In questa ottica è l’unica soddisfazione che mi rimane. Io e Roby siamo imbattibili a pinnnacolo. Ma poi, finisce lì: altre occasioni, spezzoni di venti minuti a parte, purtroppo non esistono...». Parole e «singhiozzi» di Eugenio Corini, talento in naftalina che tanto si spiega e che poco si spezza. In un campionato vissuto a inseguire, l’Eugenio incompreso se la passa fra panchine tutte uguali, domande senza risposta e un cruccio grande come il mare. «Ripeto per l’ennesima volta: Trapattoni mi vede come alternativa a Roberto, ma io non sono da panchina. Credo di essere completamente diverso da Baggio, e credo anche di poter trovare posto alle sue spalle, come regista difensivo pronto all’interdizione. Non avrò il fisicaccio, ma se guardate bene la gamba non la risparmio mai…». Simpatico, posato, con tanta amarezza in fondo agli occhi. La sua storia di «prigioniero di Baggio» ha fatto il giro dello stivale pallonaro, scatenando domande e proposte. Ma niente da fare. Trap tira avanti e risolve il Grande Dubbio... senza risolverlo: fuori uno, dentro l’altro e tanti saluti alla possibile coesistenza. A lui non resta che scherzarci sopra, parlando di sfide epiche con Luppi e Carrera seduti a un tavolo verde. Troppo furbo ed educato per cadere nella trappola di un attacco frontale al Trap; troppo sincero e pulito, però, per poter sopportare in silenzio una situazione del genere, così frustrante. Corini ha la faccia di tutti i giorni, ma anche gli stessi pensieri, le stesse angosce, le solite domande. Assieme alla bella moglie Caterina, sposata lo scorso dicembre, coccola la piccolissima Alessandra, sei mesi e tanta vivacità. «Molte volte mi è venuta la voglia di esplodere, di dire basta. Ma poi ho riflettuto trenta secondi in più e ho deciso di lasciar perdere. Avere una famiglia, una figlia, tante responsabilità tutte in una volta: devi saperti gestire, magari dissentire ma con garbo e correttezza. E allora, tanti saluti alla polemica. Non fa e non ha mai fatto per me». Già, polemica mai, ma spazio per qualche chiarimento c’è sempre stato. Eugenio gioca, convince e stupisce nell’Under 21 di Cesare Maldini, poi... Poi, buonanotte talento e riecco le angosce. Momenti strani e di difficile interpretazione, momenti da non augurare a nessuno. «Beh, oddio: non è che non dorma alla notte, mi scoccia solo non calpestare mai il campo. Lo sfioro? Sì, lo tocco per venti minuti, ma dica lei quanto un uomo d’ordine come me possa cambiare la faccia a una partita. Non sono né un difensore, né un attaccante da impiegare secondo certi stravolgimenti tattici, il mio ruolo è ben definito, un ruolo che offre continuità, non scossoni sismici. Rimango dell’idea che io e Roberto possiamo coesistere, ma, per motivi tattici, Trapattoni non la pensa allo stesso modo. Peccato...». – Solo «peccato»? «Cosa devo dire, se non altro ho la possibilità di sentire e leggere tanti attestati di stima. Ma c’è poca consolazione in questo…». – Ecco: non la infastidisce il fatto che si parli più per quel che non fa che per ciò che potrebbe fare? «Già, in effetti parlano tanto di uno che non gioca: e non è roba da tutti. Ma mi creda: preferirei giocare dall’inizio e ricevere qualche critica in più. Sarebbe per lo meno istruttivo». – Dentro di sé cova incertezze? «Sul mio futuro sicuramente, perché una volta mi danno come pedina di scambio, l’altra parlano di Juventus e l’altra ancora mi vedono già al Genoa, all’Atalanta o al Parma. Fa piacere, certo, ma puoi essere tranquillo pensando che domani sarai chissà dove? No, non puoi...». – Qualcuno dice che non ha le qualità opportune per fare l’incontrista. Vero o falso? «Falsissimo. Perché una delle mie caratteristiche migliori è quella di andare sempre in contrasto e in pressing con decisione e magari cattiveria. Quindi, osservazione ingiusta...». – Adesso preferirebbe giocare in un’altra squadra? «È una delle tante domande che mi faccio spesso. Ci sono domeniche in cui vorrei essere nella squadrina del mio paese; così, giusto per giocare una partita. Poi penso che sono nella Juve, che la società è formidabile e che ho a fianco un campione come Baggio...». – A fianco? «Beh, sì, insomma: quasi...». – Ma Baggio che cosa le dice? «Mi dice e non mi dice. Non sarebbe corretto se prendesse la parte di qualcuno...». – E il Trap? «Capita spesso che mi dica “una partita è una battaglia”, ma io gli rispondo che non mi sento un giocatore inadatto alle battaglie. Lui ha le sue idee, deve rispondere alla società e alla tifoseria. Tutto qui». – Proprio tutto qui? «Un giorno lo avvicinai, perché passavo un periodo veramente nero. Vedendo che non entravo più gli chiesi se mi ero comportato male, se avevo fatto qualcosa che lo avesse disturbato, irritato. Beh, lui fu stupendo: mi prese da parte e ci spiegammo alla perfezione. Che cosa mi disse? Niente di speciale, ma abbastanza perché ritrovassi la fiducia in me stesso». – Invidia Orlando? «In che senso?». – Nel senso che lui gioca ed è andato via anche perché c’era Corini... «Non lo invidio, ma sono solamente contento che faccia tante belle cose. Se Batistuta ha preso a far gol è anche merito suo». – E allora, invidia qualcuno? «Assolutamente no». – Che cosa non riesce a dimostrare Corini? «A ventun anni devo dimostrare ancora tantissimo. Il mio valore non voglio che lo sottolineino gli altri, vorrei dimostrarlo sul campo, magari per novanta minuti. E soprattutto vorrei dimostrarlo a me stesso: a forza di giocare poco, finisce che mi metto anche in discussione». – Da uno a dieci, quanto crede che abbia fiducia in lei Trapattoni? «Se lo sapessi mi deciderei in un senso o nell’altro. Mi dice spesso che crede nelle mie qualità, ma alla luce dei fatti vedo solamente la panchina...». – Che cosa le dà la forza di non abbattersi? «La solita voglia di non mollare». – E l’idea di essere nella Juve? «Sì, anche quella. Non posso nasconderlo. Ma se dovesse continuare così, vorrei andarmene. Ho ancora un anno di contratto e non mi va affatto di bruciarmi guardando gli altri». – Che cosa darebbe per essere in un’altra squadra? «Niente. Vede, nella mia brevissima carriera sono sempre stato abituato a giocare con allenatori che credevano ciecamente in me. Varrella a Brescia, Maifredi che si è rivelato come un padre l’anno scorso. Questo per dire cosa? Che per la prima volta ho capito che cosa significa lottare, soffrire per un posto in squadra. Fa parte dell’esperienza anche questo. Se non altro…». – Con tutto questo bailamme non dica che non sarebbe favorevole al mercato open... «E invece non la vedo come soluzione opportuna. La nostra mentalità, la mentalità italiana per intenderci, non è adatta a questo tipo di cambiamento». – Che cosa manca a Corini per essere felice? «Solo il campo, una maglia da titolare. Per il resto ho una famiglia stupenda e mi basta». – Si sente più ignorato o incompreso? «Incompreso». – Un anno vissuto così è un anno buttato via? «Quasi, ma non del tutto. Perché si cresce anche grazie alle difficoltà». – Che cosa cambierebbe di sé? «A volte penso che se avessi qualche centimetro e qualche chilo in più, tutti i problemi si risolverebbero in un attimo. Una volta l’Avvocato venne da me e mi chiese: “E allora, Corini: come andiamo col peso? Cresce? Cresce?”. È fantastico, Agnelli, infonde una simpatia incredibile. Ma anche tanto timore. Nel frattempo, però, sto lavorando moltissimo in palestra. Ma la gente non pensi che io possa diventare un armadio. Magari...». – Che cosa deve capire di se stesso come giocatore? «Ho la convinzione di poter diventare un giocatore da Juventus, ma devo dimostrarlo anche a me stesso. E questo è fondamentale». – E l’Under 21 non basta... «L’azzurro rappresenta una valvola di sfogo importantissima. Ma anche qui ho dovuto penare. Albertini stava facendo grandi cose e quando arrivò, visto che abbiamo una posizione simile, pensai che anche qui sarebbe stato difficile trovare spazio. Poi Maldini mi ha provato e tutto è andato alla perfezione. Se ho paura, non giocando con la Juve, di perdere il posto nell’Under? Beh, spero di no, credo di aver dato abbastanza garanzie». – Una critica e un elogio... «Mi dico bravo per gli spezzoni di partita giocati». – La critica? «Lungi da me l’idea di essere presuntuoso, ma non ho critiche da farmi». – Che cosa farà e che cosa sarà da grande? «Farò il papà, il marito e un campionato intero. Vincendo lo scudetto...». – Con la Juve? «Se Dio... Anzi: se Trap vuole, sì». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/eugenio-corini.html
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EUGENIO CORINI https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Corini Nazione: Italia Luogo di nascita: Bagnolo Mella (Brescia) Data di nascita: 30.07.1970 Ruolo: Centrocampista Altezza: 175 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Il Genio Alla Juventus dal 1990 al 1992 Esordio: 12.09.1990 - Coppa Italia - Taranto-Juventus 2-1 Ultima partita: 24.05.1992 - Serie A - Verona-Juventus 3-3 64 presenze - 4 reti Eugenio Corini (Bagnolo Mella, 30 luglio 1970) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, tecnico del Brescia. Nella sua ultraventennale carriera da giocatore ha vestito le maglie di Brescia, Juventus, Napoli, Sampdoria, Piacenza, Verona, Chievo, Palermo e Torino, totalizzando quasi 600 presenze tra i professionisti. Con Chievo e Palermo ha giocato anche in Coppa UEFA, mentre con la Juve ha disputato un'edizione della Coppa delle Coppe. Con la nazionale italiana Under-21 ha disputato 29 partite, vincendo il campionato europeo di categoria del 1992; conta anche 7 presenze nella nazionale olimpica. Pur ricevendo quattro convocazioni, non ha mai giocato nella nazionale maggiore. Da allenatore ha guidato il Chievo alla permanenza in Serie A per due stagioni e ha vinto il campionato di Serie B alla guida del Brescia. Eugenio Corini Corini nel 2010 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Brescia Termine carriera 2009 - giocatore Carriera Giovanili 1980-1981 Fionda Bagnolo 1982-1984 Voluntas Brescia 1984-1987 Brescia Squadre di club 1987-1990 Brescia 77 (9) 1990-1992 Juventus 64 (4) 1992-1993 Sampdoria 24 (4) 1993-1994 → Napoli 17 (0) 1994-1995 → Brescia 24 (2) 1995-1996 → Piacenza 32 (1) 1996-1998 Verona 46 (4) 1998-2003 Chievo 134 (27) 2003-2007 Palermo 129 (25) 2007-2009 Torino 44 (1) Nazionale 1988-1993 Italia U-21 29 (1) Carriera da allenatore 2010 Portogruaro-Summaga 2010-2011 Crotone 2011-2012 Frosinone 2012-2013 Chievo 2013-2014 Chievo 2016-2017 Palermo 2017-2018 Novara 2018-2019 Brescia 2019-2020 Brescia 2020-2021 Lecce 2022- Brescia Palmarès Europei di calcio Under-21 Oro 1992 Biografia È stato sposato con Caterina, che gli ha dato due figli: Alessandra e Filippo. Dopo la separazione dalla prima moglie si è risposato con l'attuale moglie conosciuta a Palermo, Aurelia, dalla quale ha avuto due figlie, Sofia e Carlotta. Da giocatore era soprannominato il Genio, in assonanza con il suo nome. Ha collaborato con SKY Sport in qualità di commentatore tecnico nella stagione in cui è stato inattivo (2009-2010). All'inizio della stagione 2012-2013 ha svolto il ruolo di commentatore sportivo seguendo la Sampdoria. Caratteristiche tecniche Giocatore Centrocampista centrale dal repertorio completo, era un ottimo costruttore di gioco, abile nel distribuire i palloni nonché prolifico realizzatore su tiri di punizione e dal dischetto. Era efficace anche nelle fasi di interdizione e di incursione a rete. Allenatore Da allenatore predilige come modulo tattico il 4-3-3, anche se negli incontri con squadre di caratura superiore utilizza il modulo 5-3-2. Carriera Giocatore Club Fionda e Voluntas Inizia a giocare nella squadra dell'oratorio della Fionda Bagnolo. A sette anni, la squadra era iscritta al Campionato Pulcini ma Corini non poteva giocare in quanto gli mancava un anno all'età minima, prendendo parte quindi solo alle amichevoli. Il suo primo allenatore è stato Giuseppe Catina. Passa poi alla Voluntas, voluto dall'allenatore Roberto Clerici che lo nota in un'amichevole fra le due squadre. Nel 1981 la Voluntas gioca il Torneo di Göteborg; per regolamento, potevano giocare i nati dopo il 1º agosto 1970, ed a Corini, nato il 30 luglio, viene negato di disputare la finale nonostante fosse stato schierato in tutte le partite precedenti e premiato come miglior giocatore del torneo. Impressionò anche l'ex giocatore Gunnar Gren, e su di lui venne scritto un articolo su un giornale svedese. Dal Brescia al Chievo Corini in azione al Brescia nel campionato di Serie B 1988-1989 Nel 1984 passa nelle giovanili del Brescia insieme ad altri ragazzi della Voluntas; le due società erano in collaborazione. All'inizio dell'esperienza con le rondinelle ha dei problemi di ambientamento. Gioca la sua prima stagione da professionista nel 1987-1988 in Serie B, collezionando 14 presenze; l'anno seguente gioca 29 partite mentre nel 1989-1990 segna 9 reti su 34 partite giocate e a fine anno si trasferisce alla Juventus che lo acquista per 5 miliardi di lire. Esordisce in Serie A il 21 ottobre 1990 in Juventus-Lazio (0-0); quell'anno gioca 25 partite segnando una rete, la prima in Serie A, il 30 marzo 1991 in Juventus-Bari 3-1. L'anno dopo gioca 22 incontri segnando una rete. Nel 1992-1993 si trasferisce alla Sampdoria dove in 24 partite segna 4 reti; l'anno seguente passa in prestito al Napoli: gioca 14 partite nella sua prima stagione, mentre nel campionato 1994-1995 disputa 3 partite in maglia azzurra prima di essere escluso dalla rosa per motivi disciplinari. Nel mercato autunnale si trasferisce nuovamente al Brescia che nel frattempo è risalito in Serie A, giocandovi 24 partite segnando 2 reti. Il ritorno alle origini dura poco, poiché nel 1995-1996 la Sampdoria lo presta al Piacenza, dove gioca 32 partite segnando una rete. Nel 1996-1997 cambia nuovamente maglia andando a giocare per il Verona, giocando solo 9 partite (segnando una rete) a causa della rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio destro, restando fermo per cinque mesi e mezzo. A fine anno il Verona retrocede in Serie B, e nel 1997-1998 colleziona 35 presenze e 3 reti; l'anno seguente invece gioca solo 2 partite con la maglia del Verona, prima di trasferirsi all'altra squadra della città, il Chievo. Corini in azione alla Juventus nel corso della stagione 1990-1991 Nella squadra della Diga giocherà 7 partite nella prima stagione (complice una nuova rottura del legamento del ginocchio destro, sei mesi di stop), nel 1999-2000 gioca 31 partite segnando 6 reti, nel 2000-2001 gioca 36 partite e segna 7 reti, contribuendo in maniera importante alla promozione in Serie A della squadra, e nel 2001-2002 in 30 partite mette a segno 9 reti, risultando il miglior regista del campionato. L'anno seguente segna 5 volte sempre su 30 partite giocate e a fine anno lascia il Chievo, dopo cinque stagioni; è uno degli autori principali (insieme a Perrotta, Marazzina, Manfredini, Luciano, Lanna, Corradi e tanti altri) del cosiddetto Miracolo Chievo. Palermo Nella stagione 2003-2004 è approdato al Palermo, in Serie B, in cambio dei prestiti al Chievo di Mario Santana e Stefano Morrone più un conguaglio economico. Realizza 12 reti in 40 partite giocate. Successivamente diventa il capitano dei rosanero, ottenendo una promozione che mancava ai siciliani da trentun'anni. Nella stagione 2004-2005 – nella quale è uno dei migliori giocatori dei rosanero – gioca 35 partite conquistando la prima qualificazione in Coppa UEFA della storia del Palermo; l'anno seguente ottiene 27 presenze, segnando 3 reti, mentre nell'ultima stagione in rosanero segna 10 reti (capocannoniere delle squadra) in 27 partite. Dopo la morte di Papa Giovanni Paolo II, fu uno dei pochi giocatori a dichiararsi contrari alla sospensione del campionato – per una settimana – decisa dal CONI, affermando che «scendendo in campo si sarebbe potuto lanciare un messaggio importante per commemorare il Pontefice.» L'8 giugno 2007 annuncia in una conferenza stampa la decisione di lasciare il Palermo per incomprensioni con la società, terminando quindi l'esperienza con la squadra siciliana, della quale era capitano. Per tutta risposta, l'11 giugno 2007 alcuni tifosi del Palermo organizzano una manifestazione davanti allo stadio Renzo Barbera in favore di Corini. Negli anni della militanza in rosanero, è stato uno dei giocatori più importanti del Palermo. Il tecnico Francesco Guidolin, che lo ha allenato nel capoluogo siciliano, lo ha definito «un giocatore eccellente, uomo guida. [...] Si capiva che aveva le doti per essere leader, al Palermo lo era anche se avevamo altri grandi giocatori.». Torino Dopo aver rifiutato il rinnovo del contratto con il Palermo anche a causa di divergenze con la società, gioca la stagione 2007-2008 con la maglia del Torino, colleziona 32 presenze e una rete. Il 7 giugno 2008 rinnova il contratto per un'altra stagione, che lui ha dichiarato essere l'ultima. Anche a causa di una tendinite, in questa ultima stagione colleziona soltanto 12 presenze, chiudendo male la carriera data la retrocessione dei granata in Serie B. La sua ultima apparizione è stata la trasferta di Palermo (vittoria per 1-0 dei rosanero) il 5 aprile 2009. Nazionale Nel 1988 esordisce nella nazionale italiana Under-21, con cui colleziona 29 presenze fino al 1992, anno in cui vince il campionato europeo di categoria. Disputa anche 7 partite con la nazionale olimpica, di cui 4 ai Giochi olimpici del 1992 e 3 ai Giochi del Mediterraneo del 1993 (la squadra arrivò al quarto posto). Durante la sua militanza nella Sampdoria viene convocato per tre volte nella nazionale maggiore guidata da Arrigo Sacchi, senza debuttare. Nel 2002, giocando nel Chievo, riceve un'ultima convocazione da Giovanni Trapattoni, ma anche in questa occasione non scende in campo. Allenatore Portogruaro, Crotone e Frosinone Nella stagione agonistica 2009-2010 studia per divenire allenatore professionista e il 5 luglio 2010 viene ufficializzato il suo nuovo incarico alla guida del Portogruaro, squadra neopromossa in Serie B; l'intesa tra le parti giunge dopo pochi giorni di trattativa, ma, come da accordi, non appena Salvatore Giunta (suo ex compagno di squadra al Brescia e al Verona) consegue il patentino di Prima Categoria, Corini va a rivestirne il ruolo di vice. Pochi giorni dopo si dimette dal suddetto incarico per divergenze con la società circa il calciomercato in entrata, venendo sostituito con Fabio Viviani. Il 27 novembre 2010 viene nominato allenatore del Crotone, in Serie B, subentrando all'esonerato Leonardo Menichini e firmando un contratto fino al termine della stagione 2010-2011, con opzione per quella successiva; Salvatore Giunta resta il suo vice. Esordisce sulla panchina crotonese il 4 dicembre nella trasferta della 18ª giornata in casa della capolista Novara, incappando in una sconfitta per 3-0. Il 20 febbraio 2011 viene esonerato dalla società calabrese dopo la sconfitta per 2-0 a Modena contro il Sassuolo, per fare posto al ritorno di Menichini. Il suo ruolino di marcia è stato di una vittoria, cinque pareggi e cinque sconfitte, per un totale di 8 punti ottenuti in 11 partite. Il 30 novembre 2011 viene nominato allenatore del Frosinone, subentrando al dimissionario Carlo Sabatini. Il 4 dicembre guida per la prima volta la squadra perdendo per 1-0 sul campo del Portogruaro, la prima società di cui è stato allenatore. Dopo aver concluso il campionato di Lega Pro Prima Divisione all'ottavo posto, il 7 giugno 2012 risolve consensualmente il contratto con la società laziale. Chievo Il 2 ottobre 2012 diventa l'allenatore del Chievo subentrando all'esonerato Domenico Di Carlo. Torna così a Verona dopo il quinquennio (1998-2003) da giocatore, firmando un contratto fino a fine stagione con opzione per l'annata successiva. Debutta sulla panchina dei clivensi quattro giorni dopo, ottenendo una vittoria casalinga per 2-1 contro la Sampdoria. Dopo aver portato la squadra scaligera all'obiettivo salvezza totalizzando 42 punti in 32 partite, il 29 maggio 2013 decide insieme alla società di non esercitare l'opzione per il rinnovo del contratto, lasciando così la panchina della società clivense. Il 12 novembre 2013 torna a ricoprire il ruolo di allenatore dei clivensi in seguito all'esonero di Giuseppe Sannino; con la società firma un contratto biennale con scadenza nel 2015. Ottiene la salvezza con un turno d'anticipo, battendo il Cagliari in trasferta per 1-0. Ha ottenuto 30 punti in 26 partite. Il 22 giugno, prolunga il suo contratto per altri 3 anni fino al 30 giugno 2017, ma il 19 ottobre 2014, a seguito della sconfitta all'Olimpico contro la Roma per 3-0 ed avendo collezionato con quest'ultima la quinta sconfitta in sette giornate, viene sollevato dall'incarico dalla società clivense. Gli subentra Rolando Maran. Palermo Il 30 novembre 2016 viene ingaggiato come nuovo allenatore del Palermo, in sostituzione dell'esonerato Roberto De Zerbi. Il debutto sulla panchina rosanero avviene il 4 dicembre seguente, nella trasferta persa per 2-1 contro la Fiorentina. Il 18 dicembre ottiene la prima vittoria sulla panchina rosanero, vincendo in trasferta per 3-4 contro il Genoa. Il 24 gennaio 2017 si dimette. Novara La notte del 13 giugno 2017 firma un contratto di un anno con opzione per il secondo con il Novara, prendendo il posto di Roberto Boscaglia, tornato al Brescia. Scende dunque in Serie B, con l'obiettivo di portare i piemontesi alla zona play-off per la promozione in Serie A, impresa fallita dal suo predecessore. Il suo ingaggio viene ufficializzato il giorno successivo. Il 4 febbraio 2018, dopo la sconfitta per 2-1 in casa contro l'Ascoli, viene esonerato assieme a tutto il suo staff e sostituito da Domenico Di Carlo, allenatore cui a sua volta Corini era subentrato ai tempi del Chievo. Brescia Il 18 settembre 2018 firma un contratto di un anno con opzione per il secondo con il Brescia, prendendo il posto dell'esonerato David Suazo. Il 16 dicembre, grazie al successo per 2-1 contro il Lecce, ottiene la sesta vittoria casalinga consecutiva. A febbraio raggiunge un momentaneo primo posto in Serie B che al Brescia mancava da anni, scavalcando il Palermo dopo la netta vittoria nello scontro diretto contro il Pescara, terzo in classifica, per 1-5. Il 1º maggio, con la vittoria interna per 1-0 contro l'Ascoli, il Brescia guadagna l'aritmetica promozione in Serie A; tre giorni più tardi, pareggiando in casa della Cremonese, ottiene anche la certezza del primo posto finale, che vale la prima Coppa Ali della Vittoria nella storia del club lombardo, consegnata l'11 maggio dopo l'ultima di campionato. Nella stagione successiva, in Serie A, viene esonerato il 3 novembre 2019 dopo aver raccolto 7 punti in 10 giornate. Dopo il breve intermezzo di Fabio Grosso, durato appena 3 partite con altrettante sconfitte, il 2 dicembre 2019 torna sulla panchina del club lombardo. Arrivano subito due vittorie consecutive contro le dirette concorrenti SPAL (0-1) e Lecce (3-0). Dopo un altro periodo negativo, il 5 febbraio 2020 viene nuovamente esonerato, nonostante tre giorni prima il club avesse smentito voci sul cambio di guida tecnica. Lecce Il 22 agosto 2020 si lega al Lecce con un contratto triennale. Dopo il girone d'andata chiuso al settimo posto con un rendimento discontinuo, nel girone di ritorno, tra marzo e aprile, la compagine salentina ottiene sei vittorie consecutive in serie cadetta, impresa senza precedenti nella storia del club, e raggiunge i vertici della classifica. In seguito la squadra subisce un calo, perdendo quattro delle ultime sei partite e scivolando dal secondo al quarto posto; ai play-off la squadra pugliese viene eliminata in semifinale dal Venezia (1-0 a Venezia e 1-1 a Lecce) e due giorni dopo l'ultima partita, il 22 maggio 2021, Corini viene esonerato. Ritorno al Brescia Il 23 marzo 2022 torna alla guida del Brescia, in quel momento quinto in Serie B, sostituendo l'esonerato Filippo Inzaghi. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano di Serie B: 1 - Palermo: 2003-2004 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - 1992 Allenatore Campionato italiano di Serie B: 1 - Brescia: 2018-2019
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GIANLUCA LUPPI Un bolognese atipico, come tutti (o quasi) – scrive Adalberto Scemma su “Hurrà Juventus” del maggio 1991 – quelli che l’anagrafe ha fatto nascere a Crevalcore. Gianluca Luppi è riservato, riflessivo, attento a non giocare troppo con le parole. Un freddo? Lui dice di no. Piuttosto un concreto, dietro l’apparente velo della timidezza. Ricorda in questo Gigi Simoni, pure lui di Crevalcore, persona di stile, educato, tranquillo e tuttavia maledettamente determinato, capace di centrare per cinque volte l’obiettivo-promozione con Brescia, Genoa e Pisa.«Di promozioni» dice Gianluca «ne ho centrata una pure io, importantissima, quella che ha cambiato il torso della mia carriera. Salendo in Serie A con il Bologna ho realizzato un sogno, però non mi sono fermato a... contemplarlo. Ho preso a inseguirne di nuovi. Se sono arrivato alla Juve il merito è anche del mio carattere. Non mi accontento mai, cerco sempre gli stimoli giusti. E gli stimoli, qui alla Juve, non mi mancano di certo».Non mancano, però, neppure le distrazioni. A Torino un giocatore della Juve è sempre in vetrina. Bologna sotto questo aspetto è più protettiva, più «casareccia»... «Tutto vero, ma non per un calciatore come me. Intanto a Bologna gira più gente di sera, mentre Torino è quasi deserta. La mondanità? Se devo misurarla dagli inviti che ricevo, è chiaro che lo spazio per le distrazioni esiste, ma resta il fatto che svolgo un lavoro tutto particolare, che richiede tranquillità e concentrazione. Ne tengo conto in ogni momento».E come ti regoli? «Esattamente come mi regolavo a Bologna. Sono casalingo, un tranquillo, uno che non vuole rogne. È per questo che non trovo differenze sostanziali tra la mia vita di prima e quella di oggi. L’unica differenza è quella che risulta all’anagrafe, nel senso che da quando ho messo su famiglia sono aumentate le responsabilità».Fino a che punto ti pesano? «Ho conosciuto mia moglie Elena sui banchi di scuola: il nostro è un rapporto consolidato, forte, molto bello. E poi adesso c’è anche Petra, che ha pochi mesi ma richiede già un sacco di attenzione. È chiaro che tutto il mio tempo libero lo passo in casa. Gioco con la bambina, faccio compagnia a mia moglie, mi realizzo attraverso poche importantissime cose...».Come marito e come padre sei al top. E come calciatore? «Spero di salire ancora, è ovvio. O comunque di attestarmi su un rendimento elevato. Sono ambizioso, non lo nascondo, e cerco di sfruttare al meglio le occasioni. A Torino ho avuto la fortuna di imbattermi subito in diverse circostanze favorevoli: l’ho interpretato come un segnale positivo».Quali circostanze? «Il fatto di conoscere anche nei dettagli i sistemi di Maifredi, per esempio. Non ho avuto problemi di ambientamento, mi sono sentito subito a mio agio».Parliamo di questi sistemi, allora... «Maifredi è diverso dagli altri allenatori che ho avuto occasione di conoscere. Ha idee personalissime che possono anche essere discusse, ma che a gioco lungo si rivelano molto più concrete di quanto non si immagini».Idee buone in assoluto? «Certamente. Dovessi raccontare Maifredi in sintesi, direi che come allenatore è molto bravo e come uomo è addirittura eccezionale».Un po’ istrione, dicono... «È uno che tende a sdrammatizzare molto le cose. Pretende da noi la massima concentrazione il giorno della partita, anche perché con il gioco a zona non è proprio possibile scendere in campo con la testa da un’altra parte, ma durante la settimana ride e scherza con tutti. È difficile non andare d’accordo con un tipo così».Maifredi a Bologna, Maifredi a Torino: in qualcosa sarà pure cambiato. «Direi proprio di no. E se è cambiato non lo dà a vedere. Con il calcio ha un rapporto... amichevole, non conflittuale. E si regola di conseguenza».E tu, con il calcio, che tipo di rapporto hai? «Sono un professionista che ha la fortuna di lavorare divertendosi. I sacrifici non mi pesano: non li considero tali. E comunque mi considero un privilegiato, visto che da ragazzo facevo un tifo d’inferno per la Juve e che adesso mi ritrovo con la maglia bianconera sulle spalle».La Juve ti aspettava da un anno, stando alle voci sulla campagna acquisti. «Ero stato richiesto anche alla fine della precedente stagione, è vero, ma avevo il Bologna nel cuore e non potevo rinunciare all’idea di affrontare la Serie A con i miei compagni. Eravamo un gruppo molto affiatato».Poi la Signora è tornata a bussare. «E stavolta non mi è passato neanche per la mente di rinunciare. C’erano altri presupposti: Maifredi e il mio amico De Marchi, per esempio. E non solo loro».E Marocchi che ha giocato con te fin dalle giovanili del Bologna... «Se è per questo noi “bolognesi” formiamo ormai una colonia. Maifredi, Marocchi, De Marchi, il sottoscritto, e poi Sorrentino e persino Governato. Ci metto anche Alessio, che ha giocato un anno in prestito a Bologna e che ha subito legato con tutti. Personalmente, poi, sono stato contentissimo di avere ritrovato Baggio. Abbiamo giocato assieme in maglia azzurra, nelle Giovanili under 15 e under 16. Tutto si può dire, del mio passaggio alla Juve, meno che si sia trattato di un viaggio verso l’ignoto».L’incognita riguarda invece il ruolo. Da marcatore esterno sei diventato centrale. «Neppure questa è una novità. All’inizio della carriera ho giocato spesso da libero. Quando Julio Cesar avanza mi trovo a coprire la zona scalando le marcature. È una situazione tattica che mi piace e che trovo congeniale alle mie caratteristiche, visto che non mi considero uno specialista: preferisco cambiare, anche per evitare di assuefarmi a un compito troppo specifico».A quale modello di calciatore ti ispiri? «Da ragazzo ero juventino e le mie scelte non sono state quindi casuali. Ho cominciato a fare il tifo per Tardelli: il mio sogno era quello di galoppare a centrocampo. Poi mi sono trovato ad apprezzare Scirea sino a farne una specie di idolo. Giocavo da libero e il mio punto di riferimento non poteva che essere Gaetano. Come terzino ho cominciato a giocare a Bologna: mi ci sono adattato, ma non nascondo che al centro della difesa mi diverto di più».E gli altri divertimenti, quelli extracalcistici? «Sono un tipo molto tranquillo, l’ho detto. Mi accontento di qualche buon film in videocassetta. Ne ho una bella collezione, ma anche in questo caso non ho gusti particolari: sono un eclettico, spazio dai film polizieschi a quelli comici senza crearmi troppi problemi. A scegliere è spesso mia moglie ma i nostri gusti si incontrano. Tra l’altro Elena si considera una predestinata. All’anagrafe risulta torinese, anche se a Torino ha vissuto soltanto i primi quattro giorni della sua vita prima di trasferirsi a Bologna».Anche per lei ambientamento facile, dunque... «Nessun problema, credo. Torino è una citta dove la gente vive e lascia vivere. Personalmente ho provato una certa emozione, e non lo nascondo, quando sono stato presentato ad Agnelli e a Montezemolo: li avevo sempre considerati personaggi mitici, inavvicinabili. Poi mi sono abituato. Tutti e due sono molto attaccati alla Juve, non perdono occasione per farci sentire che siamo seguiti con simpatia. È una sensazione rassicurante».Quali altre sicurezze ti ha dato la Juventus? «La Juve offre stimoli, non sicurezze. All’inizio ho avuto qualche problema perché andavo spesso in tribuna, poi il vento ha cominciato a soffiarmi alle spalle. Del resto siamo in diciotto, è una rosa molto qualificata, trovare spazio non è sempre facile».De Marchi ha dovuto affrontare gli stessi problemi. «Siamo come fratelli, abbiamo vite calcistiche in parallelo. È divertente il fatto che spesso la gente fa confusione: io vengo preso per De Marchi e viceversa, e qualche volta sbagliano persino i giornali quando pubblicano le nostre fotografie. Marco? È un ragazzo molto sensibile, un vero amico. Divido nei ritiri la stanza con lui a differenza di ciò che accadeva nel Bologna, quando facevo coppia con Stringara. Ma nella Juve capita spesso, dato l’ambiente amichevole che si è creato, di non trovarsi in un giro fisso. Esco anche con Corini, Di Canio e Baggio, giovani come me, mentre a carte Schillaci e Napoli sono i miei compagni preferiti».Chi vince? «Dipende. Per quanto mi riguarda so soltanto che... perdo sempre meno. Sono uno che non ama la fretta, uno che guarda lontano. E meno si perde...».VLADIMIRO CAMINITI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1991Gli estremi non si toccano, qualche volta si fanno reciproci omaggi e la gloria sembra riservata sempre ai soliti. I Media raccontano solo il fuoriclasse, e ignorano il calciatore schivo, il calciatore devoto, il difensore con la grinta e il cuore di un Gianluca Luppi. Gianluca Luppi ha disegnato un campionato di grossa utilità tattica e di grande risalto agonistico. Silenzioso, di poche parole, egli si riserva ai fatti. In realtà, Luppi, voluto da Maifredi, gli sta dando abbondantemente ragione, ed io l’ho visto giocare bene anche nelle giornate più avventurate dello squadrone bianconero. Alla Juventus, si dice terzino destro, si pensa involontariamente ai più straordinari prototipi. Cominciò il maestrino Rosetta, come difensore, e poi ci fu Foni; nel dopoguerra, ecco Manente, ed ecco Garzena, Burgnich, Sarti, Gori, Gentile; e si capisce che la compagnia è troppo importante, per un ragazzo del ‘66 che arriva da Crevalcore. Nessuna paura. Altri ce l’hanno. Altri non riescono a farsi luce, nonostante buone qualità di fondo; Gianluca fin dall’inizio della stagione s’è gettato nella mischia, ha profuso tutto il suo cuore, ha cercato di essere all’altezza della fiducia del suo maestro, e si può scrivere che è tra le note liete di una squadra forse incompiuta, certamente bellissima.Sul piano tecnico, arieggia un difensore come Claudio Gentile, e nessuno si meravigli. «Gento» aveva un tono più aspro, ma Luppi non gli è molto lontano. Gentile ventiquattrenne aveva qualità similari.Luppi è meno molosso del tripolino, ma ugualmente applicato. È altrettanto veloce e rabbioso nel recupero. La difesa juventina aveva bisogno di un giocatore con le sue caratteristiche. Sa trasformare immediatamente l’interdizione in tocco d’appoggio; è un terzino costruttivo, è un uomo disponibile al dialogo e dal fertile slancio. Il futuro dirà se il mio giudizio è obiettivo. Credo proprio di non sbagliarmi, pronosticando per Gianluca Luppi un lussuoso avvenire juventino.E voglio dire che Gianluca Luppi è stato un ottimo investimento, e lo si potrà valutare nel prossimo futuro, lo vedremo crescere insieme alla Juventus, lo vedremo proporsi e inserire il suo stacco, il suo decisionismo, in una squadra bianconera sempre più forte e perentoria. Infatti, questo ragazzo di Crevalcore esprime nel carattere e traduce nel gioco tutte le istanze volute da Maifredi. È un pugnace, un combattivo. È un difensore di ostruzione, che sa correre e sgroppare al servizio degli schemi. Guardatelo in viso: esprime la determinazione massima. Bruno, di guancia scavata, quei suoi occhi neri lampeggianti, lo muove l’ambizione del successo, in campo si prodiga senza egoismo, con un animo netto come il filo di una spada.Insomma, ci sono tutti i presupposti perché il campionato di Gianluca e della Juventus sia trionfale, come sperano i tifosi bianconeri. Tutti sanno, invece, come andrà a finire. Il calcio champagne di Maifredi fallisce miseramente e la Juventus, dopo ben 25 anni, non riesce a qualificarsi per le Coppe Europee.La triade Montezemolo, Maifredi e Governato è cacciata e si ritorna all’antico: Boniperti e Trapattoni, Trapattoni e Boniperti. Questa volta, però, non saranno rose e fiori, non saranno successi a ripetizione e la Vecchia Signora dovrà aspettare ancora del tempo prima di ritrovare l’antico splendore.E Luppi? Disputa da titolare, com’era prevedibile, il primo campionato, nel quale somma 34 presenze; l’anno successivo è più misero di soddisfazioni. Arriva il Trap e con lui un bel gruppo di difensori: Carrera, Kohler, Julio Cesar, Reuter. Chiaro che per Gianluca gli spazi si restringono notevolmente; il nostro, infatti, totalizzerà solamente 22 presenze e, a fine stagione, sarà ceduto alla Fiorentina. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/gianluca-luppi.html
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GIANLUCA LUPPI https://it.wikipedia.org/wiki/Gianluca_Luppi Nazione: Italia Luogo di nascita: Crevalcore (Bologna) Data di nascita: 23.08.1966 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 73 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1990 al 1992 Esordio: 05.09.1990 - Coppa Italia - Juventus-Taranto 2-0 Ultima partita: 24.05.1992 - Serie A - Verona-Juventus 3-3 56 presenze - 0 reti Gianluca Luppi (Crevalcore, 23 agosto 1966) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Gianluca Luppi Luppi al Bologna nella stagione 1987-1988 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 2006 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Crevalcore 19??-19?? Bologna Squadre di club 1984-1990 Bologna 180 (5) 1990-1992 Juventus 56 (0) 1992-1995 Fiorentina 84 (4) 1995-1996 Atalanta 19 (0) 1996-1997 Ravenna 24 (2) 1997-2001 Venezia 105 (4) 2001-2002 Napoli 28 (4) 2002-2003 Cesena 19 (2) 2003-2004 Ravenna 16 (0) 2004-2006 Crevalcore 42 (2) Carriera da allenatore 2007-2008 Bologna Vice 2011 Unione Venezia Caratteristiche tecniche Giocatore Giocava come terzino destro o difensore centrale. Carriera Giocatore Luppi (in piedi, secondo da destra) alla Juventus nell'estate 1990 È cresciuto calcisticamente nel Bologna, con il quale passa dalla Serie C1 alla Serie A. Viene ceduto alla Juventus per 4 miliardi di lire. Disputò una prima stagione da titolare sotto la guida di Luigi Maifredi, totalizzando 34 presenze; l’anno successivo fu più misero di soddisfazioni. Come tecnico arrivò Trapattoni e con lui un bel gruppo di difensori: Carrera, Kohler e Reuter e per lui gli spazi di restrinsero, infatti, totalizzerà solamente 22 presenze ed, a fine stagione, sarà ceduto alla Fiorentina per 5,5 miliardi di lire. In seguito comincia a girovagare in numerose società, militando per sedici anni consecutivi tra Serie A e Serie B. Con l'Unione Venezia gioca 120 partite ufficiali condite da 7 reti, ottenendo nel corso di quattro stagione due promozioni in Serie A. Allenatore È stato il vice allenatore del Bologna a fianco di Daniele Arrigoni per tutta la permanenza del tecnico sulla panchina felsinea. Ha conseguito il patentino di allenatore di prima categoria nel luglio 2008. Il 12 aprile 2011 ottiene la sua prima panchina da allenatore, quella dell'Unione Venezia in Serie D; Luppi fa così ritorno in laguna dieci anni dopo la sua ultima apparizione da giocatore arancioneroverde. Palmarès Giocatore Campionato italiano di Serie B: 2 - Bologna: 1987-1988 - Fiorentina: 1993-1994
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JULIO CESAR Classe 1963, da Bauru, Júlio César rinverdisce, tre lustri dopo l’addio di Altafini, la tradizione dei brasiliani importanti della Juventus. Esploso con la maglia verdeoro ai Mondiali messicani del 1986, Júlio César strappa un buon contratto in Europa ai francesi del Montpellier e non si capisce come italiani, tedeschi e spagnoli se lo facciano scappare. In Francia, il ragazzo inizialmente patisce il clima e solo dopo un paio di stagioni torna ai livelli del 1986.Quanto basta per richiamare l’attenzione della Juventus appena affidata all’estroso Maifredi, che ha fatto man bassa di campioni all’attacco (Baggio, Hässler, Di Canio) ma che dietro appare piuttosto fragile. In extremis, dunque, arriva il difensore brasiliano: passo felpato, buona visione di gioco, lancio lungo all’occorrenza e un tiro portentoso.È decisivo in Coppa delle Coppe quando, nella partita di ritorno della semifinale, incontra il Barcellona in un Delle Alpi stracolmo: annulla da solo le folate dei catalani e propizia l’episodio decisivo, la punizione di Roberto Baggio per il goal dell’1–0 che, peraltro, non basta a proiettare la Juventus verso la finalissima. Tornato al timone bianconero Giovanni Trapattoni, Júlio César è confermato e inizia una nuova vita: in una squadra più bloccata, con uno stopper vero (Carrera), diventa un libero molto elegante e la Juventus riprende immediatamente quota, arrivando seconda alle spalle del Milan e sfiorando la vittoria in Coppa Italia.«A Torino mi sono ambientato subito – confessa – la città la sento oramai mia; bella e storica, praticamente unica. La Juventus? Nessuno ha il fascino di questo club. Per non parlare, poi, dei nostri tifosi; in qualsiasi città o stadio d’Europa, anche il più piccolo e impensabile, non siamo mai soli. Ho modificato il mio modo di giocare, adattandomi al campionato italiano. Prima cercavo di uscire dall’area di rigore con il pallone tra i piedi e di impostare una nuova azione, anche quando mi trovavo in una posizione difficile; adesso gioco sempre di prima, ma quando vengo assalito dagli avversari e la mia area di rigore è piena di giocatori, non ci penso due volte e lancio via il pallone».È il preludio alla miglior stagione del brasiliano, il 1992–93, l’anno della conquista della Coppa Uefa. Júlio César forma, con Kohler Eisenfuss (piede d’acciaio), la miglior coppia difensiva del nostro campionato, nonostante la frattura di una gamba, che lo tiene fermo per ben quattro mesi. Era l’inizio di ottobre, a Napoli, il giorno del primo successo esterno bianconero del campionato: «Rompersi una gamba è scioccante, ma lo è ancora di più rimanere fuori dal giro, camminare con le stampelle, vedere gli altri che giocano e non poter fare nulla per contribuire. Nella disgrazia, mi ha aiutato molto stare in famiglia a Campinas. Lì, con i miei amici, ho accelerato i tempi di recupero; ho svolto decine di sedute fisioterapiche, mi sono dannato l’anima per recuperare. Posso garantire che il primo allenamento a Torino, con i compagni e Trapattoni, è stato emozionante».A trentun anni, nel 1994, è ceduto al Borussia Dortmund, dove raccoglierà altra gloria. In bianconero, comunque, si fa ricordare assai bene, con 125 partite e sei reti, di cui due nelle coppe europee.VLADIMIRO CAMINITI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 1991Non ho mai avuto dubbi nell’indicare in Júlio César un autentico asso. Perché scarpinando si impara e Mexico City non poteva mentire. Sull’altura avevo visto all’opera quel fortissimo, altero “centre half”, quel formidabile autentico artista della difesa, che sa tramutare in offesa, con un piede calibrato e potente, all’altezza di un piazzamento sempre magico. Non sto ingannando il lettore. Sto piuttosto narrando uno dei più grandi difensori naturali del calcio mondiale. Se il lettore consente, Júlio César attinge al piazzamento ed esprime nel campo una lievitante forza fisica. Che ha qualcosa di belluino, di magnetico, ma sempre su piani di euclidea espressività.Il suo apparire nella Juventus è stato accompagnato da critiche che definire cattive è davvero poco. C’era una punta, e comunque un’ombra di razzismo, in quei giudizi estivi, ed anche successivi alle prime partite in coppa e campionato. Era vero, invece, che Júlio César stava ancora guardandosi in giro, si ambientava nella nuova maglia, cominciava appena a conoscere i nuovi compagni, era tutto nuovo per lui dopo gli anni, diciamolo pure, romanzeschi e pionieristici di Francia. Parma–Juventus gli do sette. Cesena–Juventus, io lo trovo fortissimo. È troppo lento per giocare in Italia, è il refrain dei media. Una colossale balla.Júlio César, classe 1963, di Baurù, ex asso del Guarani, già del Brest e del Montpellier, può iscriversi ai ruoli dei grandissimi difensori brasiliani di ogni tempo, uno come i magici Nílton e Djalma Santos, uno con tutte le stimmate della classe. Non vedete l’eleganza sontuosa della sua corsa, la sicurezza luciferina del suo anticipo, la cattiveria leale del suo tackle? V’è forse in Italia, a parte Franz Baresi, un difensore con il suo stacco, con la sua belluinità e la sua eleganza? Eppure il trapianto di Júlio César nella Juventus non è stato facile visto che, molto superficialmente, certi commentatori (ad esempio Sivori, e lo scrivo con malinconia) sostenevano che mai il Brasile ha avuto grossi difensori. Si tratta di un’affermazione un po’ settaria, se ci è consentito scriverlo, a proposito di un giocatore che abbiamo molto amato, ma non il commentatore televisivo. Non è vero, poi, che il Brasile mai abbia avuto grandi difensori. La storia bisogna conoscerla, e Sivori non la conosce. Io me la coccolo, la storia, me la bevo nelle mie letture lunghe e interminabili. Io penso che la storia sia tutto per uno scrivano di calcio.E so che Júlio César ha avuto un antenato in Domingos da Guia, il quale senza essere insuperabile come difensore puro, era insuperabile come artista, fu il più pagato dell’America ai suoi tempi, era alto e agilissimo, era un pennello come tocco di palla, era un virtuoso. Ecco, per me Júlio César è ancora meglio. Domingos giocava nei giorni del nostro Mondiale in Francia, rimane agli archivi come proverebbe la grande partita che nel 1938 Domingos giocò contro la Cecoslovacchia. Il Brasile vinse 2–1, e stiamo parlando della Cecoslovacchia dei Plánička. Non si improvvisa nulla.Júlio César è arrivato nella Juventus nel momento giusto. Egli ha maturato in Francia esperienze composite che non gli hanno poi dato nulla. Gli hanno invece tolto. Lo hanno fuorviato sul piano tattico e dell’impegno professionale e quel certo dilettantismo, o goliardismo tattico, che oggi cerca di curare Platini commissario unico, lo aveva un tantino sminuito, e tutto considerato emarginato dal novero dei grandi giocatori mondiali, quale sacrosantemente è.C’è tanta spocchia in giro, ed anche i tanti procuratori mica sanno vedere e capire. Doveva intervenire la Juventus. Vedete? La Juventus non si smentisce. E oggi con Luca Cordero di Montezemolo e Bendoni procede per la stessa strada seguita da Boniperti. Serietà, professionalità, capacità di scelta fuori dagli schemi seguiti da chi non ha idee nuove. La Juventus nuova è anche splendidamente Júlio César, l’erede, con qualcosa di più, di Domingos da Guia. ERNESTO CONSOLO, DA SOCCERNEWS24.IT DEL 26 MAGGIO 2017Diceva Giovanni Arpino che il dialogo alla Juve l’ha insegnato a tutti Giampiero Boniperti, coi suoi silenzi e gli sguardi. Bisogna star zitti e tener duro per partire da un lavoro come lustrascarpe di Bauru e arrivare alla Seleçao. E poi alla Juventus. Soprattutto se la tua famiglia è ferita. Da un padre che ti ha dato il nome di un imperatore romano, ma poi svanisce. Se tua madre fa la donna di servizio e tira su anche l’altro figlio. Che si chiama Cassius Clay. Già, perché prima di affogare in una bottiglia, il padre stravedeva per la boxe e la storia romana. E dunque Júlio César da Silva. Prima della rapida esperienza come aiutante muratore, è intento a togliere la segatura dai mobilifici, a racimolare l’essenziale come custode di automobili (annesso lavaggio) e portaborse al mercato. Anche se sogna Zico e Ademir da Guia, Júlio César è soltanto il raccattapalle del Noroeste, la squadra di Bauru. Da queste parti è cresciuto calcisticamente un certo Pelé. Ma, quando si presenta l’occasione, Júlio César sbatte contro l’ostacolo più grande: Dona Leny, sua madre. Per tre volte gli fa saltare infatti il provino coi campioni del Brasile del Guarani di Campinas, finché Júlio César scappa di casa: prontamente arruolato. A tredici anni giocava con quelli di venti, figuriamoci a quindici. «Nel calcio, come nella vita, bisogna adeguarsi a ogni situazione». A testa alta, fa il mediano. Arriva il primo contratto professionistico e il dirottamento in mezzo alla difesa. Incrocia i guantoni con un attaccante abbastanza promettente: si chiama Antonio Careca, che diventa subito suo amico. Passano pochi mesi e Dona Leny si trasferisce a Campinas, perché, a sedici anni, Júlio César è in prima squadra. E coi biancoverdi del Guarani ci prova anche il fratello Cassius. Ma Dona Leny preferisce continuare a lavorare. Rimarrà, tra l’altro, presto vedova.Il tecnico del Guarani si chiama Zè Duarte e dispensa professionalità. Sarà come un nuovo padre per Júlio César. Che diventa il Tedesco. Dieci anni al Guarani e arriva la Nazionale. Ma davanti trova un monumento come Oscar. L’esordio nella Seleçao del richiamato Telê Santana, l’8 aprile 1986 a Goiania, è una partita che non vedremo più: Brasile–Germania Est 3–0. Poi alla vigilia di Messico 1986, Oscar viene messo da parte. E Júlio César viene universalmente eletto il miglior difensore centrale della competizione. Un esordiente veterano con la forza fisica e quella dei nervi distesi. E si becca un altro soprannome, sinistro e puntuale come un temporale messicano: La Muraglia Nera. Al Jalisco di Guadalajara il quarto di finale è Brasile–Francia, ma per Platini e soci è come se fosse in trasferta: sulle tribune una grande onda gialla. Una bandiera verdeoro costa il doppio di una francese e una maglia di Zico costa il triplo della maglia di Platini. «È meglio di una porta blindata», prova a smontare Júlio César il tecnico francese. A disturbare il tedesco anche Marzia, una splendida ragazza messicana che, pur di avvicinarlo, s’intrufola dappertutto, anche nelle conferenze stampa. Nessun riscontro. È una partita stupenda. Macchiata solo dal protocollo dei calci di rigore. La Seleçao esce di scena e il Tedesco sbaglia un penalty (in ottima compagnia). Il portiere francese Bats, che ha già parato un rigore a Zico, dice a Socrates «Scommettiamo che me lo tiri a destra?». E proprio lì lo prende. Júlio César è stato il migliore in campo del Brasile e giocando tutti i supplementari con un infortunio. Si carica sulle spalle non solo la sconfitta, ma il peso della Nazione: «Sono andato sulla palla tranquillo e quando l’ho vista finire sul palo, volevo sprofondare. Mi vergogno di questo errore e non mi sento più degno di indossare la maglia della Nazionale, perché l’ho fatta troppo grossa. Credetemi non ho il coraggio di tornare a casa. Mai in vita mia ho provato una delusione così forte». La Francia concede l’onore delle armi. Platini promette che, quando tornerà nella sua scuola calcio di Perpignano, dirà ai suoi allievi di ricordare il goal di Careca.Le grinfie del calcio europeo arrivano e Júlio César va al Brest, dove fa coppia centrale col Campione del Mondo Brown. In Francia avevano fallito Jairzinho e Paulo Cesar e il tedesco riesce a riscattarli. E vince una Coppa di Francia al Montpellier. Anche se si adatta in fretta al gioco a uomo, la Nazionale abbottonata di Lazaroni non lo vede più. C’è una florida generazione di difensori centrali: Mauro Galvão, Mozer e Ricardo Rocha, i tre presunti titolari. Poi Aldair, Ricardo Gomes e André Cruz. Che rifila una gran punizione a Zenga in amichevole, ma non giocherà nemmeno lui. Per qualcuno, Ricardo Gomes al posto di Júlio César è una bestemmia. «La convocazione dei ventidue ha tenuto conto prima degli aspetti politici che di quelli tecnici. Non ho pagato solo io, ma anche gente come Neto e João Paulo». In compenso a Italia 1990 Lazaroni porta Renato Portaluppi. Forse Júlio César paga la scarsa intesa con Geraldão nel sonoro 0–4 in Coppa America contro il Cile. Lazaroni gli concede un’altra chance contro l’Olanda in amichevole, ma la porta è chiusa. E Pelé s’infuria. Il paese resta freddo per una squadra che non capisce. Non capisce perché cinque difensori, perché Dunga giochi sdraiato. Che è un modo brasiliano per disprezzare il tackle. Si esce agli ottavi contro l’Argentina. Mentre Careca scarica addosso al tecnico tutte le colpe e se ne va in vacanza nella sua fattoria di Campinas, la stampa brasiliana di Lazaroni dice: «Deu burro (è uscito l’asino)».Dopo un mese di report positivi dalla Francia e in assoluto silenzio, il 13 maggio 1990 Júlio César è intanto atterrato all’aeroporto di Torino–Caselle: è il nuovo difensore centrale della Juventus di Maifredi. La stampa locale, solitamente attenta, non se ne accorge nemmeno. E al Tedesco va bene così. «Sinceramente non è che mi dispiaccia leggere un articolo su di me o pubblicata una mia foto. Soltanto vorrei non accadesse tutti i giorni». Viene accontentato e qualcuno, come Vladimiro Caminiti, avvisterà sintomi di razzismo. Che merita ancor meno spazio. «Forse qui molti pensano che tutti i brasiliani vivano ballando samba e bevendo Caipirinha. Mica è vero. Come non è vero che tutti gli italiani suonano il mandolino o mangiano la pizza. Del Carnevale di Rio so quanto voi, l’ho visto in televisione». La Nazionale di Bearzot, dopo la “tragedia” del Sarriá, la conosce invece quasi a memoria. Porta a Torino la fidanzata e Dona Leny. Gioca ogni tanto a biliardo, che è l’unico filo che lo tiene legato al padre. Anche se Boniperti non c’è, si prova a perpetuarne i successi. E i silenzi. Júlio César parla poco ed è titolare inamovibile. Non lo smuove nemmeno Galia che, anzi, ci rimette una caviglia in allenamento. Finché Gianni Agnelli benedice l’ossimoro: «Sembra un tedesco, non un brasiliano. Eppure l’abbiamo comprato per un pezzo di pane». Appena 250 milioni di lire. Un giocatore con la muscolatura tipica dei giocatori di colore dà molto lavoro ai massaggiatori. Ma non teme gl’infortuni. Semplicemente perché nelle mutandine tiene un “patuà”, un amuleto fatto di osso di gatto.Dai tempi di Josè Altafini, quasi vent’anni, non arriva un sudamericano alla Juve. Guai a provare a risalire all’ultimo difensore. La Juve maifrediana ne prende cinque dal Napoli in Supercoppa, ma viene presto assorbito come calcio d’agosto. A Taranto lo snodo dell’ottimo avvio di stagione, dove la Juve perde inopinatamente: Maifredi sacramenta e promette: «Qualcuno a novembre va via. In ritiro da domani». Il Taranto ha vinto proprio grazie a un clamoroso buco di Júlio César, ma la partita conta poco. Non partirà nessuno e a un certo punto la Juve è in testa alla classifica, imbattuta. Perde solo a Bari, dove Júlio César è assente. Poi si fa cacciare per proteste nel derby, ma anche il Torino è in dieci. Assente anche col Cagliari che, incredibilmente, rimonta due goal al Delle Alpi. E a San Siro dove il Milan di Sacchi imperversa. Rientra contro il Napoli in casa e spacca in due la partita. Quando attraversa il campo lanciatissimo, costringe il portiere Galli al cartellino rosso. La Juve vince e Júlio César chiude in attacco. Ma col Genoa presta il fianco a Skuhravý e Maifredi non ci gira intorno: «Abbiamo preso un goal che non puoi vedere in Serie A». Júlio César apprezza la (nuova) juventinità ed è strutturato per reggere l’urto. È lui che prova a convincere Baggio a tirare il rigore di Firenze. Le goleade contro Roma, Inter e Parma sono i fuochi fatui di una Juve che, dopo svariati lustri, scende dall’ottovolante fuori dall’Europa. È il momento del Trap, che esalta la visione di gioco e il tempismo nelle chiusure della Muraglia Nera. Si afferma adesso come libero naturale, disimpegni in guanti gialli e prepotenti avanzate. Ma stare accanto a Kohler e Reuter per un tedesco (nero) deve aver avuto un effetto balsamico. Coi tre (e non solo) il Trap cementa la “sua” Juve. Che è l’unica a tenere il passo del Milan di Capello. Júlio César segna contro la Cremonese con una sassata su punizione. Identica a quella che aveva sedato il Parma. Quella di Cremona è la partita numero 1.000 della Vecchia Signora in Campionato. Intanto è tornato anche Boniperti. Proprio nella peggiore partita di Júlio César, la scia del Milan svanisce. Tre svarioni nel derby contro il Torino, come se, ogni tanto, si avvalesse della facoltà di non difendere. In quel 5 aprile 1992, giornata elettorale decisiva, il Milan dà spettacolo contro la Samp per l’allungo che significa scudetto. Agnelli disegna così la curva dell’attenzione: «Ogni tanto Júlio César si sente come sulla spiaggia di Copacabana». Ma nella finale in cui sfuma la Coppa Italia, Júlio César è fuori per squalifica. La muraglia tiene anche se Trapattoni prova quella zona che Maifredi aveva abiurato. Nessun patuà può invece resistere a un contrasto con Thern: salta cinque mesi di una squadra anonima. Non va più allo stadio nemmeno Agnelli. Per alleviare la sofferenza, Júlio César se ne torna a Campinas. Rientra e, durante un’altra pennichella, regala il goal all’Inter. Si riscatta subito segnando il goal vittoria ad Ancona. Che è una piccola svolta. La Juve travolge Torino, Milan, Lazio e Fiorentina. Sprinta e vince la Coppa Uefa. Intanto c’è un nuovo tedesco, Andy Möller.Quando Júlio César va via, stavolta va proprio in Germania. Anzi nella grigia Ruhr. In quel Dortmund, per qualcuno, manierato, quasi un cimitero di elefanti che corrispondono agli scarti della Serie A italiana. Ma che vince due campionati su quattro, diventa Campione d’Europa e del Mondo. È il finale col botto dei trentaquattro anni. Il passaggio al Botafogo non lascia tracce. C’è un proverbio brasiliano che dice che “si torna a casa per raccontare la storia, non per continuarla”. Qualcuno ricorda un suo tiro che, timbrando la traversa, rimbalza quasi a centrocampo. Molti invece hanno proprio dimenticato Júlio César. E a lui va bene così. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/julio-cesar.html
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JULIO CESAR https://it.wikipedia.org/wiki/Júlio_César_da_Silva Nazione: Brasile Luogo di nascita: Bauru Data di nascita: 08.03.1963 Ruolo: Difensore Altezza: 185 cm Peso: 78 kg Nazionale Brasiliano Soprannome: L'Imperatore Alla Juventus dal 1990 al 1994 Esordio: 01.09.1990 - Supercoppa italiana - Napoli-Juventus 5-1 Ultima partita: 01.05.1994 - Serie A - Juventus-Udinese 1-0 125 presenze - 6 reti 1 coppa Uefa Júlio César da Silva, meglio noto solo come Júlio César (Bauru, 8 marzo 1963), è un procuratore sportivo ed ex calciatore brasiliano, di ruolo difensore. Júlio César Júlio César alla Juventus nel 1990-1991 Nazionalità Brasile Altezza 185 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2001 Carriera Giovanili 197? Noroeste 1979 Guarani Squadre di club 1979-1986 Guarani 63+ (3+) 1986-1987 Brest 32 (1) 1987-1990 Montpellier 93 (10) 1990-1994 Juventus 125 (6) 1994-1998 Borussia Dortmund 75 (7) 1998 → Botafogo 16 (0) 1998-1999 Borussia Dortmund 5 (0) 1999 → Panathīnaïkos 3 (0) 1999-2000 Werder Brema 12 (0) 2001 Rio Branco-SP ? (?) Nazionale 1981 Brasile U-20 4 (0) 1984-1993 Brasile 13 (0) Biografia Prima di fare il calciatore lavorò, da ragazzo, come manovale, lustrascarpe e rivenditore di orologi, nonché come lavamacchine. Caratteristiche tecniche Giocava come difensore centrale o come libero. Secondo Giovane Élber, Júlio César aveva un buon senso della posizione ed era abile nei contrasti. Stopper forte di testa e bravo coi piedi, era dotato di una grande potenza fisica, che derivava dalle sue robuste fasce muscolari, consolidatesi dopo anni di lavori di fatica svolti nell'adolescenza. Carriera Club Iniziò a giocare a calcio nel Noroeste, squadra della sua cittadina natale, per poi passare al Guarani di Campinas, sempre all'interno dello Stato di San Paolo. Entrò nella prima squadra del club nel 1979, ma non debuttò in massima serie nazionale fino al 1982: in tale anno disputò 17 partite, segnando 2 gol: si mise in luce quale uno dei migliori elementi della linea difensiva del Guarani, giocando insieme a Gilson Jáder, Fernando Narigudo e Wilson Gottardo. Partecipò alla prima divisione brasiliana anche nel 1983 e nel 1985. Júlio César in azione in bianconero nel 1991, in marcatura sul blaugrana Michael Laudrup della semifinale di ritorno della Coppa delle Coppe. Dopo il Mondiale in Messico fu acquistato da una squadra francese, il Brest, militante in Division 1, la massima serie francese. Alla sua prima stagione in Francia e in Europa, Júlio César giocò 32 partite su 38, segnando anche un gol. Per la Division 1 1987-1988 passò al Montpellier; con la formazione neopromossa giunse al terzo posto. Al Montpellier rimase per tre stagioni, e vinse una Coppa di Francia nel 1990. Nell'estate del 1990 fu acquistato dalla Juventus per 850 milioni di lire, e con la compagine bianconera torinese giocò per quattro anni, vincendo la Coppa UEFA 1992-1993. Lasciò la Juventus nel 1994, e si trasferì in Germania, al Borussia Dortmund. Dopo 4 campionati in Germania, 2 dei quali vinti, Júlio César tornò in Brasile per una breve esperienza al Botafogo di Rio de Janeiro: giocò 16 gare nel Campeonato Brasileiro Série A 1998. Tornato al Borussia, scese in campo per cinque volte nel torneo tedesco, prima di passare al Panathinaikos, con cui giocò 3 incontri in massima serie greca. Nel 1999 tornò nuovamente in Germania, questa volta firmando un contratto con il Werder Brema. Nel 2001 si ritirò dopo aver giocato per il Rio Branco. Nazionale Nel 1981 partecipò al campionato del mondo Under-20 1981, giocandovi 4 partite. Júlio César debuttò in Nazionale maggiore il 19 gennaio 1984 contro il Paraguay; fu quella la sua unica presenza nell'anno 1984. Tornò in Nazionale nel 1986, giocando il 6 aprile contro la Germania Ovest: fu poi convocato per il campionato del mondo 1986. Nel massimo torneo mondiale fu titolare al centro della difesa brasiliana, a fianco di Edinho: giocò 5 incontri, contro Spagna, Algeria, Irlanda del Nord, Polonia e Francia; in quell'edizione il Brasile si fermò ai quarti di finale, perdendo ai rigori contro la Francia, e fu Júlio César, in quella gara uno dei migliori in campo, a sbagliare l'ultimo tiro per i verdeoro cogliendo il palo. Il difensore brasiliano fu anche selezionato quale migliore del Mondiale nel suo ruolo. Nel 1987 prese poi parte alla Coppa America 1987, scendendo in campo contro Ecuador, Paraguay e Cile. Nel 1989 giocò contro i Paesi Bassi (20 dicembre), mentre nel 1991 fu impiegato contro la Bulgaria (28 maggio). Nel 1993 disputò le sue ultime due gare in Nazionale, il 6 giugno contro gli Stati Uniti e il 10 giugno contro la Germania. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa di Francia: 1 - Montpellier: 1989-1990 Campionato tedesco: 2 - Borussia Dortmund: 1994-1995, 1995-1996 Supercoppa di Germania: 2 - Borussia Dortmund: 1995, 1996 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Borussia Dortmund: 1996-1997 Coppa Intercontinentale: 1 - Borussia Dortmund: 1997
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TIMOTHY NOCCHI Nazione: Italia Luogo di nascita: Cecina (Livorno) Data di nascita: 07.07.1990 Ruolo: Portiere Altezza: 190 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 2008 al 2009 Esordio: 11.07.2008 - Amichevole - Mezzocorona-Juventus 1-7 Ultima partita: 15.07.2008 - Amichevole - Juventus-Piacenza 0-1 0 presenze - 0 reti Club career 01/2023 - 06/2023 Piacenza Calcio Goalkeeper 09/2022 - 01/2023 SS Monopoli 1966 Goalkeeper 09/2021 - 06/2022 US Catanzaro Goalkeeper 07/2018 - 06/2021 Juventus II Goalkeeper 08/2017 - 06/2018 AC Perugia Calcio Goalkeeper 07/2017 - 08/2017 Juventus Goalkeeper 07/2016 - 06/2017 Tuttocuoio Goalkeeper 08/2015 - 06/2016 Carrarese Calcio Goalkeeper 07/2015 - 08/2015 Pro Vercelli Goalkeeper 07/2015 - 07/2015 Juventus Goalkeeper 07/2014 - 06/2015 Spezia Calcio Goalkeeper 07/2014 - 07/2014 Juventus Goalkeeper 01/2014 - 06/2014 Calcio Padova Goalkeeper 01/2014 - 01/2014 Juventus Goalkeeper 07/2013 - 01/2014 Carpi FC Goalkeeper 07/2013 - 07/2013 Juventus Goalkeeper 07/2012 - 06/2013 SS Juve Stabia Goalkeeper 07/2012 - 07/2012 Juventus Goalkeeper 07/2011 - 06/2012 Carrarese Calcio Goalkeeper 07/2011 - 07/2011 Juventus Goalkeeper 07/2010 - 06/2011 US Poggibonsi Goalkeeper 07/2008 - 06/2009 Juventus [Youth] Goalkeeper https://www.worldfootball.net/player_summary/timothy-nocchi/
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DANIELE BAGLIONI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: 26.03.1987 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2004 al 2005 Esordio: 21.08.2004 - Amichevole - Juventus-Juve Berretti 5-0 0 presenze - 0 reti
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MARCO ANTONIO DE MARCHI Cinque anni fa giocava riserva nell’Ospitaletto, in C2 – scrive Adalberto Scemma su “Hurrà Juventus” del febbraio 1991–. Dodici presenze in tutto, prospettive di carriera quasi nulle, un allenatore (l’herreriano Mauro Bicicli) che non lo filava proprio. Eppure basta un niente, nel calcio, a proiettare un giocatore nel vivo di una realtà mai sognata fino in fondo.Questione di fortuna, di occasioni, ma anche di feeling. Il feeling subito scattato con Gigi Maifredi, per esempio. Il feeling che ha proiettato Marco Antonio De Marchi al centro di una realtà scandita in bianco e nero ma filtrata (perdonateci l’evidente, persino troppo elementare paradosso) in technicolor.Gigi Maifredi uomo della provvidenza, hanno scritto i biografi frettolosi. Ma ai regali piovuti dal cielo sono in pochi a credere e tra i pochi c’è anche De Marchi, che la sua fetta di popolarità se l’è ritagliata a suon di sacrifici, e di rivincite consumate in fretta. Ma è fuori di dubbio che a propiziarle, queste rivincite, abbia contribuito in maniera determinante proprio Maifredi fornendo al momento giusto stimoli e occasioni. Non è vero, De Marchi? «Se penso a Maifredi penso a un padre, a un amico, o a tutte e due le cose insieme. Lui è davvero unico nel suo genere. Di mio ci ho messo invece la volontà, il desiderio di arrivare. Sono un tipo determinato, anche se non mi scaldo facilmente, anche se posso apparire un po’ freddino».Determinato in che senso? «Nel senso che so quello che voglio e so come ottenerlo. Credo che il mio piccolo segreto stia nella capacità di adattarmi alle situazioni. Accetto la realtà: non la subisco ma non cerco di cambiarla, visto che cambia da sola...».E la tua quando è cambiata? «A Ospitaletto. Ho sempre creduto in me stesso, anche nei momenti grigi, ma improvvisamente ho avuto la sensazione di avere imboccato la strada giusta. Mi riusciva tutto facile. Mi impegnavo al massimo ma arrivavano anche i risultati».Era arrivato anche Maifredi, in effetti. «È il quinto anno che sono con lui. Gli devo moltissimo. E pensare che a Ospitaletto non ci volevo proprio andare. Mi sembrava una scelta fuori luogo. Ero cresciuto nel Como, sognavo la Serie A e mi ritrovavo a fare la riserva in C2».Al Como non hai avuto spazio. Perché? «Da un lato la concorrenza, dall’altro l’età troppo verde. In compenso ho avuto ottimi maestri, da Pereni a Bianchi. Sono entrato anche nel giro della prima squadra senza andare però oltre la panchina. Era Bianchi, l’allenatore».Eppure Como sembrava la squadra del destino, non è così? «Sono nato a Milano, ma sono passato al Como che avevo ancora i calzoncini corti. Però ero troppo giovane per firmare un cartellino vero e proprio, così mi dirottarono alla Garibaldina, una squadra-satellite. Rimasi lì per sette stagioni prima di passare con Pereni e poi con Bianchi. Nel frattempo, naturalmente, continuavo a studiare. Sono arrivato al diploma magistrale e considero questo traguardo una mia piccola conquista».In famiglia hai trovato ostacoli? «Ho trovato un sacco di comprensione, invece. Mio padre Giovanni lavorava alle Poste, adesso è pensionato. Mia madre Albina faceva la cameriera alla mensa dell’Intendenza di Finanza. La logica mi suggeriva di pensare allo studio prima di tutto, poi al calcio. Ma non era facile: abitavo a Milano, mi allenavo a Como, si imponevano delle scelte e i miei, devo dire, mi hanno sempre lasciato libero di decidere senza condizionamenti».A Ospitaletto, invece, le prime delusioni... «Non è del tutto vero. Ero molto giovane, anche per questo mi facevano giocare poco. Ma siccome avevo un sacco di tempo libero mi è stato facile incontrare Katia, la donna della mia vita. Ci siamo spostati il 4 giugno scorso, pochi giorni prima di trasferirci a Torino. Il nostro rapporto però si era consolidato durante i tre anni di permanenza a Bologna, tre anni cominciati in salita, almeno sotto il profilo calcistico».Per via dell’infortunio? «Ero arrivato a Bologna con la patente di “cocco” di Maifredi, come Cusin e Monza del resto, e sapevo di dover sfruttare l’occasione fino in fondo, facendo leva sulle mie sole forze. Ma dopo sei o sette partite, ecco la mazzata: un crac al ginocchio e i legamenti crociati da ricostruire. Altri si sarebbero messi le mani nei capelli, io ho avuto invece la fortuna dalla mia parte».In che senso? «Mi si prospettavano due soluzioni: avrei potuto farmi operare dal professor Perugia a Roma, con tempi di recupero molto lunghi, dieci-dodici mesi, oppure dal professor Pizzetti a Torino, con tempi inferiori ma con qualche rischio in più. Però la proposta del professor Pizzetti mi era sembrata subito affascinante per gli elementi di novità che conteneva, e così mi sono affidato all’istinto».Di che cosa si trattava? «L’articolazione del ginocchio non sarebbe stata toccata. Più semplicemente, il professor Pizzetti mi avrebbe applicato dei supporti laterali senza ricostruire il legamento crociato anteriore. Una tecnica d’avanguardia che ha dato frutti eccezionali. Dopo quattro mesi soltanto tornavo in campo: un record, ma anche una necessità».Necessità per il Bologna? «Non ho detto questo. La necessità era soltanto mia, molto più egoisticamente. Mi sentivo sotto esame ma ancora non avevo avuto la possibilità di esprimermi al meglio. La società, peraltro, aspettava garanzie concrete prima di riconfermarmi. Insomma: in quei pochi mesi mi sono giocato la carriera. Mi è andata bene, per fortuna. L’anno successivo debuttavo addirittura in Serie A con Cusin e con il mio amico Luppi».Tu e Luppi avete storie parallele... «Siamo coetanei e ci conosciamo da quando avevamo 16 o 17 anni, prima da avversari e poi da compagni nelle varie “under”. A Bologna siamo diventati come fratelli, dividevamo la stessa camera, frequentavamo gli stessi amici. Bologna è una città stupenda, una città che ti consente di vivere in una dimensione speciale. Proprio a Bologna ho aperto anche un’attività commerciale, un negozio di articoli per telefonia che gestisco con il mio socio Jader Zuppiroli. È anche per seguire i miei affari che torno spesso a Bologna, dagli amici».E a Torino come sei stato accolto? «Splendidamente. Si è creato subito un rapporto eccezionale tra i giovani e i «vecchi». E a creare il clima giusto hanno contribuito di certo anche Baggio e Schillaci, due campioni nella vita, non solo nel calcio. La loro qualità migliore? La semplicità, l’umiltà. Sono giovani ma possono rappresentare ugualmente un esempio per tutti».Sia te che Luppi, però, avete avuto problemi di ambientamento. «Siamo stati costretti a lottare, ma questo è normale. Quando un giocatore arriva alla Juve è caricato a molla, però i galloni deve conquistarseli sul campo. È capitato a me ed è capitato anche a Luppi, che tra l’altro aspettava di diventare padre ed era un po’ scosso all’inizio della stagione...».La Juve ha cominciato un ciclo. Non credi che molte delle difficoltà siano nate proprio dall’esigenza di cambiare a tutti i costi? «Come per tutte le cose nuove, serve un po’ di tempo in più. Basta l’assenza di un giocatore e i meccanismi saltano».Julio Cesar? «Quando manca lo si avverte. È un grosso campione. Uno da Juve».Come chi, per esempio? «Come Montezemolo. L’avvocato ci è molto vicino, ci carica. È un personaggio assolutamente eccezionale, un vincente. Ha una grinta incredibile».E l’altro avvocato, Gianni Agnelli? «Lo abbiamo visto meno. È venuto a Lucerna in occasione della prima uscita: mi ha dato l’impressione di possedere un carisma davvero unico. Boniperti? Purtroppo non l’ho conosciuto. Ci siamo fermati al saluto».E la Juve, come squadra, non come società, che impressione ti fa? «Ha grosse potenzialità che deve ancora esprimere. Non siamo riusciti a ingranare del tutto, però ci stiamo sbloccando. È una questione di schemi: basta provare e riprovare…».Per molti di voi, soprattutto i giovani, la Juve rappresenta l’occasione della vita. Ne siete coscienti? «Io sì. E so anche di non aver dato ancora il meglio. In alcune occasioni mi esprimo su livelli discreti, in altre sono sotto la media».Che cosa ti manca? «La sicurezza che deriva dall’esperienza. Ma è una questione di tempo. Devo essere più continuo: tutto qui».In quale occasione pensi di aver dato il meglio di te? «Contro il Torino, nel secondo tempo. Lì mi sono piaciuto».E la tua prova peggiore? «Ogni tanto penso al pareggio interno con il Cagliari. Davvero assurdo. Ci siamo fatti rimontare con una punizione un po’ così e con un gol che avremmo dovuto e potuto evitare. Il tutto aggravato dal fatto che il Cagliari era sembrato quasi impotente...».Qual è il vostro difetto più evidente, dunque? «La mancanza di concentrazione. Ma è un difetto che stiamo perdendo per strada».E la virtù più rimarchevole? «Lo spirito di gruppo. E la voglia di vincere».Chi arriva a giocare nella Juve, di solito, fa un pensierino pure alla Nazionale. È così anche per te? «Non arrivo a tanto. Ci sono giocatori, nel mio ruolo, troppo forti. Mi basterebbe essere all’altezza della Juve: per ora la mia motivazione è questa. E mi basta».L’impressione che offri è quella di un grande equilibrio. È un’impressione fittizia? «È vicina alla realtà. Non sono il tipo da emozioni violente, né nel calcio, né nella vita».Un tipo rilassato e rilassante: è così? «Credo di sì. Ho gusti semplici persino nella musica. Non mi piace il rock duro, tanto per chiarire».Ma la vita di Torino ti costringerà a cambiare qualcosa, non pensi? «Per ora ho cambiato la macchina. Sono passato dalla Mercedes 250 diesel alla Thema 16 valvole. Una scelta naturale. In pieno stile Juve...». 〰.〰.〰 Quella Juventus sembrava avesse tutte le carte in regole per aprire un ciclo vincente; Maifredi e il suo calcio champagne, Schillaci e il suo titolo di capocannoniere del Mondiale, Roberto Baggio e la sua immensa classe. La stagione, invece, parte malissimo con la sconfitta per 1-5 contro il Napoli, nella Supercoppa Italiana; finisce peggio, con l’esclusione dalle Coppe Europee dopo 25 anni!In quel campionato, Marco Antonio disputa 25 incontri, ma le sue prestazioni non sono sufficienti a garantire la conferma; così, è prestato alla Roma. Una stagione in giallorosso e il ritorno a Torino.Campionato 1992-93, il secondo di Trapattoni bis; la Juventus, in campionato, è battuta ancora una volta dal Milan, ma riesce a conquistare la Coppa Uefa, grazie alle grandissime giocate di Roberto Baggio. De Marchi parte spesso dalla panchina, ma riesce a ritagliarsi una fetta di gloria; infatti, sono 29 le partite disputate, con la realizzazione di un goal, nel 5-1 casalingo contro l’Ancona.La storia bianconera di Marco Antonio De Marchi finisce qui; alla fine di quella stagione sarà ceduto definitivamente. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/marco-antonio-de-marchi.html
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MARCO ANTONIO DE MARCHI https://it.wikipedia.org/wiki/Marco_De_Marchi_(calciatore) Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 08.09.1966 Ruolo: Difensore Altezza: 182 cm Peso: 74 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1990 al 1991 e dal 1992-1993 Esordio: 01.09.1990 - Supercoppa italiana - Napoli-Juventus 5-1 Ultima partita: 06.06.1993 - Serie A - Juventus-Lazio 4-1 54 presenze - 1 rete 1 coppa Uefa Marco Antonio De Marchi (Milano, 8 settembre 1966) è un procuratore sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Marco De Marchi De Marchi capitano del Bologna nel 1996 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2002 Carriera Giovanili 19??-19?? Como Squadre di club 1984-1985 Como 0 (0) 1985-1987 Ospitaletto 45 (4) 1987-1990 Bologna 72 (4) 1990-1991 Juventus 26 (0) 1991-1992 → Roma 10 (0) 1992-1993 Juventus 28 (1) 1993-1997 Bologna 100 (4) 1997-2000 Vitesse 43 (3) 2000-2002 Dundee 18 (0) Caratteristiche tecniche Giocava nel ruolo di difensore centrale, all'occorrenza impiegabile anche come terzino. Carriera Giocatore De Marchi (a sinistra) e Roberto Baggio festeggiano la vittoria della Juventus nella Coppa UEFA 1992-1993 Inizia la sua carriera nell'Ospitaletto. Accasatosi al Bologna, fa parte della squadra che in tre anni vince dapprima il campionato di Serie B per poi arrivare alla qualificazione alle coppe europee. In seguito si trasferisce alla Juventus per 5 miliardi di lire, passando in prestito dopo un anno alla Roma. La stagione 1992-1993 lo vede ancora alla formazione bianconera, con cui vince la Coppa UEFA giocando entrambe le gare della doppia finale contro i tedeschi del Borussia Dortmund. Torna quindi a Bologna dove, con la fascia di capitano, guida i felsinei a due promozioni consecutive dalla Serie C alla Serie A, fino a un settimo posto in massima categoria per i neopromossi rossoblù. Non trovando l'accordo per il rinnovo decide di andare all'estero, prima in Eredivisie con la maglia del Vitesse Arnhem e poi in Scottish Premier League tra le file del Dundee. Dopo il ritiro Una volta chiusa l'attività agonistica, rimane nel mondo del calcio intraprendendo la professione di procuratore sportivo. Fra i suoi assistiti ci sono stati, tra gli altri, Luca Caldirola, Fabio Borini, Federico Casarini, Gianpaolo Bellini e Adam Masina. Palmarès Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C2: 1 - Ospitaletto: 1986-1987 (girone B) Campionato italiano di Serie B: 2 - Bologna: 1987-1988, 1995-1996 Campionato italiano Serie C1: 1 - Bologna: 1994-1995 (girone A)
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Roberto Sorrentino - Preparatore Portieri
Socrates ha creato un topic in Tutti Gli Uomini Della Signora
ROBERTO SORRENTINO https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Sorrentino Nazione: Italia Luogo di nascita: Napoli Data di nascita: 14.08.1955 Ruolo: Preparatore portieri Altezza: 180 cm Peso: 77 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1991 al 1995 Roberto Sorrentino (Napoli, 14 agosto 1955) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Anche suo figlio Stefano è un ex portiere. Roberto Sorrentino Sorrentino al Catania nella stagione 1980-1981 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1990 - giocatore Carriera Giovanili 1974-1976 Napoli Squadre di club1 1975-1976 Gladiator 32 (-20) 1976-1977 Nocerina 34 (-22) 1977-1979 Paganese 65 (-43) 1979-1984 Catania 163 (-171) 1984-1988 Cagliari 85 (-83) 1988-1990 Bologna 12 (-11) Carriera da allenatore 1991-1995 Juventus Portieri 1995-1996 Palazzolo 1996-1997 Fasano 1997-1998 Frosinone 1998-2002 Torino Giovanili 2002-2003 Taranto 2003-2004 Martina 2004-2005 Castellettese 2005-2007 Vigevano 2007-2008 Atletico Cagliari 2008-2009 Seregno 2009-2010 Derthona 2010-2011 Luco Canistro 2011-2012 Vigevano 2012-2013 Voghera 2013 Ragusa 2013-2014 Teuta 2016-2017 Gassino San Raffaele 2019-2020 Calcio Cervo 2020-2021 Torinese Carriera Giocatore Dopo due anni trascorsi nelle giovanili del Napoli, giocò nella Nocerina, nella Paganese e alcuni anni nel Catania (dal 1979 al 1984) di cui fu capitano e trascinatore nella promozione in Serie A. Sorrentino in uscita su Marco Tardelli durante Catania-Juventus (0-2) del 20 novembre 1983 Iniziò in Serie C1 con gli etnei che, allenati da Lino De Petrillo, raggiunsero la Serie B al termine del campionato di Serie C1 1979-1980; dopo due anni in Serie B, con il 13º e il 9º posto ottenuti, la squadra ottenne la promozione in Serie A nel campionato 1982-1983 dopo gli spareggi. In questi il Catania batté 1-0 il Como e pareggiò 0-0 con la Cremonese. Passò poi al Cagliari in Serie B e infine al Bologna in massima serie. Complessivamente conta 41 presenze in Serie A e 163 in Serie B. Allenatore Conclusa la carriera da calciatore, si è dedicato a quella di allenatore, arrivando alla Serie C1 con il Palazzolo ed alla Serie C2 con Fasano e Frosinone, ed ha lavorato come preparatore dei portieri e allenatore delle giovanili in Juventus e Torino. Dopo diversi anni in Serie D, continua la carriera di allenatore con il Luco Canistro dopo essere subentrato ad Angelo Pierleoni alla seconda giornata del campionato 2010-2011, venendo esonerato dopo la sesta giornata di ritorno. Il 28 luglio 2013 diventa il responsabile dell'area tecnica del Ragusa, quindi il 1º novembre seguente diventa l'allenatore della squadra a seguito dell'esonero di Simone Righetti. Aiutato dal suo vice Salvatore Utro, Sorrentino lascia la squadra dopo due partite rispondendo alla chiamata del Teuta, squadra della massima serie albanese. Il 30 maggio 2018 viene annunciato come allenatore e direttore sportivo dell'Argentina di Arma di Taggia, in Serie D. Nel 2019 ha incominciato ad allenare il Cervo F.C. in Seconda Categoria, dove lo raggiungerà poi il figlio come attaccante. Il 25 giugno 2020 viene annunciato come nuovo allenatore della FC Torinese in Promozione mentre il figlio sarà il direttore tecnico. Palmarès Giocatore Campionato italiano Serie C1: 1 - Catania: 1979-1980 (girone B) -
Luca Cordero Di Montezemolo - Dirigente
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LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO https://it.wikipedia.org/wiki/Luca_Cordero_di_Montezemolo Nazione: Italia Luogo di nascita: Bologna Data di nascita: 31.08.1947 Ruolo: Vice-Presidente esecutivo Dirigente della Juventus dal 1990 al 1991 Luca Cordero di Montezemolo (Bologna, 31 agosto 1947) è un imprenditore, dirigente d'azienda e politico italiano. È stato presidente della Ferrari S.p.A. dal 1991 al 2014 e della Ferrari N.V. dal 2013 al 2014, nonché amministratore delegato fino a settembre 2006, fondatore e presidente della società Nuovo Trasporto Viaggiatori e, dall'ottobre 2012, vicepresidente di Unicredit. È stato presidente della FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) dal 2001 al 2004, presidente della Confindustria dal 25 maggio 2004 al 13 marzo del 2008, presidente della Fiat dal 2004 al 2010, presidente di Maserati dal 1997 al 2005. È stato anche presidente di Alitalia, da novembre 2014 a marzo 2017. Dal 10 febbraio 2015 all'autunno 2017 è stato presidente del comitato promotore della candidatura di Roma a città organizzatrice dei Giochi estivi del 2024. Dall'aprile 2018 è presidente di Manifatture Sigaro Toscano S.p.A. È presidente del Consiglio di Amministrazione di Telethon. Luca Cordero di Montezemolo Luca Cordero di Montezemolo nel 2008 Presidente di Confindustria Durata mandato 25 maggio 2004 – 21 maggio 2008 Predecessore Antonio D'Amato Successore Emma Marcegaglia Dati generali Titolo di studio Laurea in giurisprudenza Università Università degli Studi di Roma "La Sapienza" Biografia Primogenito dei tre figli di Massimo Cordero di Montezemolo (Rosignano Marittimo, 23 dicembre 1920 - Roma, 14 maggio 2009) e di Clotilde Neri (Bologna, 26 agosto 1922 - 2017), Luca di Montezemolo appartiene a una famiglia nobile piemontese, della quale sono rappresentanti il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, vittima alle Fosse Ardeatine e il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, figlio del precedente, e Massimo Cordero di Montezemolo, politico che fu senatore del Regno di Sardegna. Gli studi e le attività sportive Montezemolo (a destra) e il suo navigatore Daniele Audetto, su Lancia Fulvia 1.6 Coupé HF, alla partenza del Rally Sanremo-Sestriere 1971. In età adolescenziale entra al Collegio Navale Francesco Morosini di Venezia, senza però terminare il triennio, concludendo invece gli studi al liceo classico dell'Istituto Massimiliano Massimo di Roma in classe con Giancarlo Magalli e Mario Draghi. Si laurea in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" nel 1971 e successivamente si specializza in Diritto Internazionale alla Columbia University di New York. Inizia la sua carriera lavorando presso lo studio legale Chiomenti di Roma e lo studio Bergreen & Bergreen di New York. In coppia con l'amico Cristiano Rattazzi (figlio di Susanna Agnelli), corre diverse gare sui circuiti italiani a bordo di una Fiat 500 Giannini. Inoltre viene registrata una sua partecipazione alla Marathon de la Route al Nürburgring nell'agosto del 1969, a bordo di una FIAT 125 S di serie. L'avventura nei rally internazionali lo vede a fianco di Pino Ceccato, oltre che del già citato Cristiano Rattazzi, alla guida di FIAT 124 S e 125 S. Viene quindi chiamato da Cesare Fiorio per correre con la squadra Lancia ufficiale, in coppia con Daniele Audetto. Il primo rally corso dai due è il Rally d'Italia del 1971, a bordo di una Fulvia 1.6 Coupé HF; seguono quello dell'isola d'Elba, quello dei 999 minuti e il Rally del Medio Adriatico. Ferrari e le esperienze internazionali Montezemolo (a sinistra), team manager della Scuderia Ferrari, incita con tutto il box il suo pilota Clay Regazzoni negli ultimi giri del Gran Premio d'Italia 1975. Nel 1973 entra in Ferrari come assistente di Enzo Ferrari e responsabile della Squadra Corse. Sotto la sua gestione la Ferrari vince il Campionato mondiale costruttori di Formula 1 per tre anni di seguito, dal 1975 al 1977, e due campionati mondiali piloti con Niki Lauda nel 1975 e 1977. Lascia la Ferrari nel 1977, per diventare responsabile delle relazioni esterne alla FIAT e presidente della Sisport Fiat. Ricoprirà questo incarico fino al 1981. In seguito, viene nominato Amministratore Delegato della Itedi - Italiana Edizioni, holding che controllava il quotidiano La Stampa e le altre attività del Gruppo FIAT nel settore editoriale. Nel 1983 Montezemolo esce improvvisamente dal gruppo FIAT, in seguito ad una vicenda di "vendita" di incontri con alti dirigenti del gruppo. Nel 1984 rientra nel gruppo FIAT e fino al 1986 è Amministratore Delegato della Cinzano International, società dell'Istituto Finanziario Industriale (IFI), ed è il responsabile dell'organizzazione della partecipazione all'America's Cup di vela con l'imbarcazione Azzurra. Italia '90 Gianni Agnelli, Jas Gawronski e Montezemolo assistono a una partita della Juventus nel 1990. Dal 1986 al 1990 Montezemolo assume l'incarico di direttore generale del comitato organizzatore del campionato mondiale di calcio 1990. Al termine dei Mondiali, assume la carica di vicepresidente esecutivo della Juventus e chiama ad allenare la squadra Gigi Maifredi, ma l'esito del campionato sarà deludente. Dal 1990 al 1992 ricopre il ruolo di amministratore delegato della RCS Video. Sotto la sua gestione la RCS acquisisce quote della Carolco Pictures: l'affare si concluderà con una perdita di diverse centinaia di miliardi. In seguito Montezemolo diventerà membro del consiglio di amministrazione di TF1, canale televisivo francese. Il ritorno alla Ferrari Montezemolo a Maranello nel 1998 per la presentazione della Ferrari F300 Torna alla Ferrari nel 1991 in qualità di Presidente (ruolo che ricoprirà fino al 2014) e di Amministratore Delegato (incarico che ricoprirà fino al 2006). Ingaggia Jean Todt e, sotto la guida del francese, la Ferrari, dopo 20 anni, nel 1999 vince il Campionato mondiale costruttori di Formula 1 e, nel 2000, anche il Campionato mondiale piloti con Michael Schumacher. Il successo si ripete anche negli anni successivi: dal 2001 al 2004 la Ferrari conquista il titolo Piloti e Costruttori in Formula 1. Nel 2007 la Scuderia Ferrari conquista, per la quindicesima volta, il Titolo Mondiale Piloti e quello Costruttori di Formula 1, nel 2008 vince per la sedicesima volta il Titolo Costruttori. Anche al vertice Fieg, Confindustria, Fiat, Maserati, Alitalia Vice presidente onorario dal 1993 al 2005 del Bologna calcio, per sei anni, fino al giugno 2002, presidente degli industriali della Provincia di Modena e fino al luglio 2004 presidente della FIEG, la Federazione Italiana Editori Giornali. nel maggio del 2004 Montezemolo viene nominato presidente del Gruppo Fiat e nello stesso mese è eletto presidente di Confindustria: guiderà l'associazione degli industriali per quattro anni, fino al 2008. Tra il 1997 e il 2005 assume anche il ruolo di presidente e amministratore delegato di Maserati S.p.A. Il 21 febbraio 2011 rifiuta la presidenza del comitato per Roma olimpica. Il 24 maggio 2013 in seguito all'incorporazione della Ferrari S.p.A. nella Ferrari N.V. diventa anche il presidente della holding. Il 13 ottobre 2014 ha lasciato la presidenza della Ferrari N.V. e della Ferrari S.p.A. a conclusione del festeggiamento dei 60 anni della Ferrari in America. La presidenza è stata assunta dall'amministratore delegato della FCA, Sergio Marchionne. Da novembre 2014 è presidente di Alitalia - SAI, incarico da cui si dimette il 14 marzo del 2017, pur rimanendo nel consiglio di amministrazione. Dal 10 febbraio 2015 fino al 2017 è stato presidente pro bono del comitato promotore della candidatura di Roma a sede dei Giochi estivi del 2024. Attività politica Montezemolo nel 2006 durante la visita a Torino di Giorgio Napolitano, nella sede de La Stampa, con John Elkann e il direttore Giulio Anselmi. Da anni si discute di un suo possibile ingresso in politica. Tuttavia nel 2003 la sua elezione a presidente di Confindustria smentisce una possibile discesa in campo; al termine del mandato presidenziale, si fanno sempre più insistenti le voci di un suo possibile ingresso in politica. Dal dicembre 2012 con il suo movimento politico, Italia Futura, entra a far parte della coalizione politica centrista Con Monti per l'Italia. Tale coalizione ha come leader nonché "candidato premier" Mario Monti. Il fondo Charme Con Diego Della Valle, Isabella Seragnoli, Nerio Alessandri, Giovanni Punzo, Lorenzo Gorgoni, le famiglie Marsiaj e Montanari, Montezemolo dà vita nel 2004 al fondo chiuso di diritto lussemburghese Charme Investments, con il quale acquisisce Poltrona Frau e Cassina e Ballantyne. Il fondo, che ha sede in Lussemburgo, viene liquidato nel gennaio 2019 ma Montezemolo continua ad operare nel settore con il fondo Charme Capital Fund (Luca ha il 51%, il figlio Matteo, che ne è l'amministratore delegato, il 49%). Vita privata Dopo essere stato marito di Sandra Monteleoni (matrimonio dichiarato nullo dalla Sacra rota), dalla quale ha avuto il figlio Matteo nato il 7 aprile 1977, è stato il compagno di Barbara Parodi Delfino, dalla quale ha avuto la figlia Clementina, nata il 5 marzo 1981, e poi dell'attrice Edwige Fenech; è sposato dal 7 luglio 2000 con Ludovica Andreoni, dalla quale ha avuto tre figli: Guia, nata il 23 aprile 2001, Maria, nata il 30 gennaio 2003, e Lupo, nato a Roma il 29 luglio 2010. Attività professionali Montezemolo nel 2007 ex Presidente della Ferrari S.p.A. (dal 1991 al 2014) di cui è stato anche Amministratore Delegato (fino a settembre 2006) ex Presidente della Ferrari N.V. (dal 2013 al 2014) ex Presidente della FIAT S.p.A. (dal 2004 al 2010) ex Presidente della Fiera Internazionale di Bologna ex Presidente di Alitalia - Società Aerea Italiana S.p.A.. Presidente del comitato d'onore dei Giochi invernali di Torino 2006 (dal 2004 al 2006).[21] Presidente del comitato promotore della candidatura della città di Roma ai Giochi estivi del 2024 (dal 2015 al 2017) ex Presidente e cofondatore dell'associazione Italia Futura[22] (Luglio 2009) ex Vicepresidente di Unicredit[23] (dall'Ottobre 2012). Di conseguenza il 24 ottobre 2012 lascia la presidenza della società di trasporto ferroviario NTV, che guidava sin dalla fondazione nel 2006[24] ex Presidente di Confindustria (dal 25 maggio 2004 al 13 marzo 2008) ex Presidente degli Industriali della Provincia di Modena ex Presidente della FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) ex Presidente della LUISS (dal 2003 al 2010) ex Presidente della Maserati (dal 1997 al 2005) Presidente di NTV (Nuovo Trasporto Viaggiatori) dal 2006 al 2012 e dal 2017 Presidente di Manifatture Sigaro Toscano S.p.A. dall'aprile 2018 Presidente di Telethon dal 20 giugno 2009, anche se la nomina del Consiglio di Amministrazione è del 7 luglio successivo Amministratore delegato della RCS Video Amministratore delegato della Cinzano International Consigliere di Amministrazione del quotidiano La Stampa Consigliere di Amministrazione del Gruppo francese PPR SA (Pinault/Printemps Redoute) Consigliere di Amministrazione di Tod's Consigliere di Amministrazione di Indesit Company Consigliere di Amministrazione di Campari Consigliere di Amministrazione di TF1 Consigliere di Amministrazione di Unicredit Banca d'Impresa Consigliere di Amministrazione di Poltrona Frau Fa parte del Consiglio Direttivo e della Giunta dell'Assonime. È membro dell'International Advisory Board di Citi Inc.. Nell'anno 2009 è stato il quarto manager italiano per stipendio. Nel 2012, con 5534000 €, è il terzo manager più pagato. Procedimenti giudiziari Il 7 maggio 2012 Montezemolo è stato condannato dal Tribunale di Napoli a un anno di reclusione (con pena sospesa) per abuso edilizio commesso presso la propria villa ad Anacapri. Nell'ambito dello stesso processo è stato assolto dall'accusa di falso ideologico. Riconoscimenti laurea honoris causa in Ingegneria meccanica dall’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia (2000) laurea honoris causa in Ingegneria gestionale dall'Università degli Studi di Genova (2004) laurea honoris causa in Ingegneria del design industriale dal Politecnico di Milano (2005) laurea honoris causa in Gestione integrata d'impresa dalla Fondazione CUOA di Vicenza Onorificenze Onorificenze italiane Commendatore dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana «Su proposta della Presidenza del Consiglio dei ministri» — 2 giugno 1988 Cavaliere del lavoro «È presidente e amministratore delegato delle società Ferrari e Maserati, gruppo automobilistico con circa 2300 dipendenti e un fatturato che nel 1997 ha superato i mille miliardi, di cui oltre 700 dall'export. Entrato nell'azienda di Modena nel 1973 come assistente di Enzo Ferrari, diventa direttore della gestione sportiva che sotto la sua guida si aggiudicava due titoli mondiali. Dopo una parentesi nel gruppo Fiat, nella multinazionale Cinzano e alla direzione della organizzazione del Campionato del Mondo di calcio 1990, rientrava nel 1991 in Ferrari. In questi anni l'azienda ha completamente rinnovato la gamma dei modelli apprezzati in tutto il mondo ed è tornata ai massimi vertici della Formula Uno.» — 1998 Grande Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana «Di iniziativa del Presidente della Repubblica» — 22 ottobre 2002 Collare d'oro al merito sportivo — 15 dicembre 2014 Onorificenze straniere Cavaliere della Legion d'Onore — 14 luglio 2005 Ufficiale della Legion d'Onore Commendatore della Legion d'onore — dicembre 2008 Il 14 luglio 2005 è stato nominato chevalier della Légion d'Honneur, su proposta del Presidente della Repubblica Francese Jacques Chirac. In seguito, è stato promosso officier e, nel dicembre del 2008, commandeur, delle cui insegne (la cravate) è stato insignito direttamente dal Presidente francese Nicolas Sarkozy in una cerimonia all'Eliseo a Parigi. È stato citato dal "Financial Times" tra i cinquanta migliori manager del mondo nel 2003, nel 2004 e nel 2005. Gli sono state conferite quattro lauree honoris causa: in Ingegneria Meccanica dall'Università degli Studi di Modena, in Gestione Integrata d'Impresa dalla Fondazione CUOA di Vicenza, in Ingegneria Gestionale dall'Università degli Studi di Genova, in Ingegneria del Design industriale dal Politecnico di Milano. Gli è stato conferito, inoltre, un dottorato honoris causa in Fisica dei Materiali della SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) di Trieste. Nel 2001 il mensile statunitense 'Automobile Magazine' consegna il premio 'Man of the Year 2001' al presidente della Ferrari. L'anno successivo la rivista inglese "Autocar" lo nomina "Uomo dell'Anno". Sempre nel 2002, riceve il premio "Leonardo" dall'Istituto per il commercio estero e da Confindustria. Nel 2017 gli è stato attribuito alla Camera dei deputati il Premio America della Fondazione Italia USA. -
Luigi Maifredi - Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
LUIGI MAIFREDI «Stavamo andando a Roma, sull’aereo di Agnelli. Eravamo io, lui, Cesare Romiti, il presidente Montezemolo, Henry Kissinger». – racconta Giuseppe Pastore su ultimouomo.com del 1° agosto 2019 – In un bel giorno di primavera del 1990, sui cieli limpidi della Capitale, l’ex rappresentante di panettoni e champagne Luigi Maifredi si ritrova a spiegare all’Avvocato perché sta rifiutando tre anni di contratto per allenare la Juventus. Il ragionamento pare sensato: gliene basta uno, se farà bene il rinnovo sarà automatico, altrimenti grazie e arrivederci. L’uomo sembra tranquillo, sicuro del fatto suo, con la serenità del venditore di successo. Ma dopo aver firmato secondo i desideri del suo nuovo tecnico, Agnelli lo guarda e gli dice: «Ma allora lei, Maifredi, è uno di quelli che abbandona la nave che affonda?». E Luigi da Lograto, 3mila abitanti a 16 chilometri da Brescia, per un istante smarrisce la sua proverbiale parlantina. «Il contadino in campagna porta gli zoccoli, ma quando entra nel palazzo si mette le scarpe pulite». Sarebbe potuta tranquillamente essere una frase a effetto con cui Maurizio Sarri avrebbe inteso ripulire l’immagine da buttero maremmano, appena messi i piedi sulla moquette della Continassa; invece fu il biglietto da visita di Maifredi, tolto il cappello e sfoderato il completo verdino al primo giorno di scuola nella novecentesca sede juventina di Piazza Crimea. In questi giorni in molti hanno spolverato i faldoni e rilucidato i file della disgraziata stagione 1990-1991 della Juventus, e uno scaramantico di platino come Sarri potrà senz’altro sistemare le mani dove meglio crede. Ma tra Maurizio e Luigi non ci sono troppi punti in comune: Maifredi non aveva secondi posti in serie A né trofei internazionali in curriculum, né cinque anni di abitudine ai grandi giocatori e agli spogliatoi problematici, né la pressione di dover vincere e basta in un ambiente dove non si fa altro da otto anni. Anzi, nel 1990 la Juventus ha smarrito da quasi un lustro la strada maestra che conduce agli scudetti, finiti due volte a Napoli e due volte a Milano, e ha potuto consolarsi solamente con le pur ottime Coppa UEFA e Coppa Italia. Uomo dell’ancient régime, legato a triplo filo al ventennio di Boniperti, Dino Zoff è stato sacrificato sull’altare della modernità e del calcio-champagne, inteso esso in senso letterale: il nuovo presidente Luca Cordero di Montezemolo affida le chiavi della rivoluzione al parvenu Maifredi, che ha un cursus honorum degno della tratta di un Regionale della Bassa Padana: Lumezzane, Orceana, Ospitaletto e poi la grande città, Bologna, «dove cantavo all’Osteria dei Poeti fino alle 3 di notte con Dalla, Morandi, Guccini, Luca Carboni… cavallo di battaglia, Sapore di Sale». Dopo un inizio di carriera da commesso viaggiatore in giro per la Lombardia, Maifredi era diventato il principe del Veuve Clicquot Ponsardin – marcando in questo una prima decisiva differenza con l’Avvocato Agnelli, che com’è noto andava matto per il Philipponnat millesimato. Ha scalato le gerarchie della Serie A trascinato dall’entusiasmo di fine decennio, che sconfina in una fiducia cieca verso il sistema di gioco più sexy e divertente che ci fosse, la Zona, che secondo una dottrina leggermente deviata di Casa Agnelli è alla base delle fortune del Milan di Berlusconi e del ribaltone rossonero sulla Juventus in chiave internazionale. All’inseguimento di Sacchi, allora, scegliendo un tecnico dal medesimo pedigree, ma con molta più joie de vivre rispetto all’Omino di Fusignano con tendenze da Savonarola (e uno dei più azzeccati soprannomi di Maifredi sarà, per contrasto, l’Omone). Contrariamente a tanti suoi colleghi che, smaniosi di diventare vittime consapevoli della seduzione degli squadroni, non hanno esitato a falsificare i diari dell’adolescenza, Maifredi da ragazzo era genuinamente tifoso juventino, uno di quelli che «aveva pianto per una foto di Sivori». La Juventus lo ha scelto su input dell’Avvocato prima ancora del cambio della guardia, tanto che un primo contatto risale addirittura al 1988. «Una mattina squilla il telefono, risponde Bruna, mia moglie. “Pronto, sono Giampiero Boniperti”. E lei: “Certo, ed io sono Grace Kelly”. E riappende. Il giorno dopo suonano alla porta, è il fiorista con un gigantesco mazzo di rose. C’è un biglietto: “Sono davvero Boniperti”. Ma Maifredi è un audace e la fortuna lo assiste: il treno bianconero ripassa due anni dopo, e questa volta non montarci sarebbe un delitto. Dopo due meravigliose stagioni in A col Bologna, coronate da un’indimenticabile qualificazione in UEFA, l’Omone è pronto al grande salto. Maifredi è il tassello più in vista di una rivoluzione culturale che a Piazza Crimea non ha risparmiato neanche i ficus benjamin: saluta dopo quasi un ventennio Giampiero Boniperti nei secoli fedele, escono di scena con lui collaboratori strettissimi come il direttore generale Pietro Giuliano e il ragionier Sergio Secco (padre di Alessio, futuro ds di un’altra Juve dimenticabile), fa le valigie in silenzio anche Dino Zoff nonostante una coppa UEFA e una coppa Italia (vinta proprio contro il Milan!), in una stagione segnata dalla terribile notizia della morte di Gaetano Scirea. L’homo novus si chiama Luca Cordero di Montezemolo e sta governando il Comitato Organizzatore dei Mondiali di Italia 90, in quei mesi felici in cui tutto il Paese è ancora convinto che i Mondiali di Italia 90 stiano andando alla grande. Nuovo lo stadio e nuovo il centro d’allenamento a Orbassano, che sostituisce il vecchio “Combi” in via Filadelfia. C’è un nuovo presidente, l’austero avvocato Vittorio Caissotti di Chiusano. Da Roma arrivano il direttore sportivo Nello Governato ed Enrico Bendoni, capoufficio stampa proprio a Italia 90, più l’outsider Maifredi che ha facoltà di scegliersi due cavallini di razza da portarsi da Bologna. Proprio come Sacchi si era portato da Parma a Milanello Roberto Mussi, Walter Bianchi e un’ampia scorta di VHS di movimenti difensivi di Gianluca Signorini da mostrare a Franco Baresi, la scelta di Maifredi cade sui difensori Gianluca Luppi e Marco De Marchi, tutto sommato gli acquisti meno in vista di un mercato estivo da oltre quaranta miliardi di lire che ha già sparato in primavera il colpo più pregiato. Dell’affaire che porta di sottecchi Roberto Baggio dalla Fiorentina alla Juventus si sa ormai tutto. Ai fini di questa storia, per meglio chiarire le cause che portarono al clamoroso naufragio del Maifredismo, è bene aggiungere che una trattativa così velenosa e malmostosa, in grado di portare gli ultras viola sull’orlo della guerra civile, guasta un’altra trattativa in piedi per tutta l’estate, quella che nei desideri di Maifredi porterebbe alla Juventus anche il brasiliano Dunga, mastino di centrocampo essenziale per rimpolpare un reparto mediano consistente come il famoso tonno che si taglia con il grissino. Invece i Cecchi Gori, appena arrivati alla presidenza della Fiorentina, non se la sentono di esacerbare gli animi, Dunga prova a tirare un po’ la corda (con l’aiuto, anche qui, del volpone Antonio Caliendo) ma alla fine deve rassegnarsi a restare a Firenze. La Juve rimane un po’ con il cerino in mano, se è vero che rimane vacante anche il posto del terzo straniero. Via i sovietici Alejnikov e Zavarov e il portoghese Rui Barros, ne arrivano solo in due: dal Colonia il nanerottolo tedesco Thomas Hassler, titolare della Germania di Beckenbauer campione del Mondo, e in difesa l’elegante brasiliano Julio Cesar, miglior difensore di Messico 1986 prima di un leggero rammollimento in Francia tra Brest e Montpellier. La campagna acquisti si completa con Di Canio, elettrica seconda punta della Lazio, il regista bresciano Eugenio Corini e il giovane Massimo Orlando dalla Reggina, che a novembre sarà girato in prestito alla Fiorentina e non tornerà mai più indietro. Arriva dunque Maifredi, con etichette e procedure che nel calcio di oggi, con allenatori abituati alla fluidità e all’adattamento come unica ragione di sopravvivenza, farebbero sorridere: «Sono un portatore di zona!», afferma con voce squillante durante la presentazione. Subito abiura il libero, per carità, tutti in linea e tutti all’attacco, con Baggio, Hassler e due punte: il giovane torello Casiraghi, che di testa incornerebbe senza paura anche dei frigobar, e naturalmente Totò Schillaci, sensazione planetaria nell’estate delle Notti Magiche. C’è entusiasmo, persino lo slogan della campagna abbonamenti ammicca alla rivoluzione tattica: «Scegliete la vostra zona». Cosa potrebbe andare storto? Beh, magari puntellare un centrocampo che vada oltre la coppia Galia-Marocchi, specialmente se la difesa Napoli-Bonetti-Julio Cesar-De Agostini, più che una linea, sembra un metro pieghevole da geometra. I nodi vengono tutti drammaticamente al pettine la sera della prima, al San Paolo per la Supercoppa Italiana, coppetta ancora “minore” di cui la stessa dirigenza minimizza l’importanza («È una competizione che è stata inventata come la festa del papà»). «E già qui avrebbe dovuto suonare un campanello», dirà Maifredi, «mi avevano insegnato che la Juventus lottava sempre e solo per vincere». E invece all’intervallo è il Napoli che vince, e 4-1, con capitan Tacconi costretto a esibirsi da libero e già colto da numerosi attacchi di labirintite che l’hanno condotto ben oltre la trequarti; finisce 5-1 e rimarrà per distacco, senza tema di essere smentiti, l’esordio più disastroso nella storia degli allenatori della Juventus. ADALBERTO BORTOLOTTI, “GUERIN SPORTIVO” DEL 29 MAGGIO – 4 GIUGNO 1991 Poche rivoluzioni si sono rivelate tanto funeste quanto quella che la Juventus ha programmato e ostinatamente realizzato nel sacro nome dell’immagine. Vi si può vedere, volendo, una nemesi del calcio, dei suoi valori antichi, tradizionali e probabilmente immutabili. Non è un discorso di retroguardia, ma una constatazione dettata dal buon senso: ogni settore va governato da specialisti e competenti. Diffidate dai «troppo bravi»: quelli che trasferiscono disinvoltamente il loro proteiforme talento da una branca all`altra, fra loro diversissime. Che si riempiono la bocca di paroloni, dietro i quali nascondere una desolante impreparazione. La stagione della Juventus, fallimentare oltre ogni limite di previsione, rappresenta un capolavoro alla rovescia. È stata ereditata da solide e patriarcali strutture, un bilancio sportivo invidiabile, due Coppe vinte e un terzo posto in campionato. La si è voluta rivoltare dalle fondamenta, recidendo il cordone ombelicale con un passato gloriosissimo. Vi si è investita una somma colossale, dai sessanta ai settanta miliardi, con maggiori attenzioni alla risonanza che all’attendibilità tecnica delle operazioni. La si è tolta a un collaudato e amatissimo uomo dell’apparato come Zoff, per affidarla a un’affascinante (quanto imprevedibile) incognita quale Maifredi. Per poi lasciare il prescelto solo, esposto a tutte le intemperie, offerto con scherno al ruolo di esclusivo capro espiatorio. La Juventus è stata eliminata dalla Coppa Italia, dalla Coppa delle Coppe, è arrivata settima in campionato, ha perduto il diritto a partecipare alle competizioni europee, che frequentava ininterrottamente da ventotto anni. I suoi giocatori si sono lacerati in polemiche, il tiratore scelto dei Mondiali ha perduto la quotazione e la Nazionale, il più costoso giocatore di ogni tempo, Baggio, è diventato un orpello da salotto. Il popolo bianconero è scorato e attonito. Credo che una giornata così, con la volatilizzazione dell`ultimo possibile traguardo di consolazione, abbia creato un contraccolpo pari a quello della Coppa dei Campioni perduta contro l’Amburgo, nel 1983 ad Atene. Ma allora, almeno, il senso della disfatta era attenuato dalla solida convinzione di avere, in ogni caso, una grande squadra prossima alla rivincita. Ora, ogni opinione affonda nelle sabbie mobili del dubbio. Quanto vale questa Juventus, che ha fatto quindici punti nelle diciassette partite del girone di ritorno (media da salvezza risicata)? Quali dei suoi molti presunti fuoriclasse sono ripresentabili? Come potrà muoversi un pur navigato stratega come Trapattoni in una società che non è più quella che ha lasciato cinque anni fa, che non ha il punto di riferimento di Boniperti, mai tanto rimpianto, che pare governata più dal capriccio che dalla razionalità? Forse soltanto oggi ci si accorge quali immensi meriti avesse accumulato il grande Giampiero. In grado di filtrare i desideri e le volubili smanie del suo potente padrone, di opporsi silenziosamente ma fermamente a operazioni suicide o azzardate, anche se ispirate dalla real casa. Quel filtro è caduto e la Juventus è diventata una società ricca di quadri, di nomine, di funzionari, ma irrimediabilmente lontana dal calcio vero. Viene istintivo e automatico, forse crudele e neppure inedito, un parallelo con la Ferrari, dalla stessa politica portata a uno dei punti più bassi della sua parabola. Li paga Fiorio, qui Maifredi: ma non è questo il punto, non sono questi i rimedi. Trapattoni è uso meditare attentamente le sue scelte. E infatti raramente le sbaglia. Al suo solido pragmatismo sono ora legate le speranze di rivedere la vera Juventus, dopo la caduta. MATTEO DALLA VITE, “GUERIN SPORTIVO” DEL 26 GIUGNO – 2 LUGLIO 1991 La quiete dopo la tempesta ha il sapore di una passeggiata a Casteldebole e di due risate in santa pace con gli amici del centro. La quiete dopo la tempesta parla di una Bologna da riabbracciare e di un’avventura a «rughe» bianconere da catalogare nella biblioteca dei sogni incompiuti. Gigi Maifredi torna a casa e lo fa con la voglia e la lucida consapevolezza di chi sa di poter dimostrare ancora tantissimo. Un ritorno annunciato? Annunciatissimo. Quando ha cominciato a frullarle in testa l’idea di poter tornare a Bologna? «Prestissimo, molto ma molto tempo addietro. Anche perché era abissale la differenza fra ciò che avevo lasciato e ciò a cui sono andato incontro fino a qualche settimana fa... Si sono poi concretizzati certi discorsi, ed eccomi qui, felice di esserci e di poterlo dire». Il primo impulso qual è stato, al pensiero del ritorno? «Mi son quasi sentito rinascere, ero felice. E non poteva essere altrimenti». In certi momenti a Torino le veniva di pensare a Bologna come a un’oasi felice? «È naturale fare paragoni e raffronti, ed è altrettanto automatico vedere in Bologna una città completamente diversa – o addirittura opposta – da Torino. Ho vissuto un’esperienza travagliata, amara ma anche formativa; sì, in certi momenti non vedevo l’ora di andarmene. E anche al più presto». Ma lassù, nel senso di Juventus, è poi tutto oro ciò che straluccica? «Che discorsi, è sempre una grande società. Tutto verte sul fatto che la stagione passata è stata una stagione cominciata male e finita peggio. Nient’altro». A mente fredda tornerebbe indietro? «Rifarei ogni cosa». Maifredi è cambiato? «Sono sempre lo stesso. E non cambierò mai». Cosa le è rimasto, di quella esperienza? «Ho capito che il calcio ha varie facce, tutte diverse e tutte imprevedibili...». E cosa le ha insegnato? «Che contro la fortuna non esiste nulla. Tutti hanno cercato di dare spiegazioni additando questo e quello come i principali responsabili. La verità è che già dal primo giorno si era messa male e che non ne girava una nel verso giusto. E in questo caso ci puoi mettere tutto l’impegno che vuoi…». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/05/luigi-maifredi.html -
Luigi Maifredi - Allenatore
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LUIGI MAIFREDI https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Maifredi Nazione: Italia Luogo di nascita: Lograto (Brescia) Data di nascita: 20.04.1947 Ruolo: Allenatore Altezza: - Peso: - Soprannome: Gigi Allenatore della Juventus dal 1990 al 1991 49 panchine - 23 vittorie - 12 pareggi - 14 sconfitte Luigi Maifredi detto Gigi (Lograto, 20 aprile 1947) è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano. Luigi Maifredi Maifredi nei primi anni 1990 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex giocatore) Termine carriera 1984 - giocatore 2013 - allenatore Carriera Giovanili 1966 Brescia Squadre di club 1967 Rovereto 9 (1) 1968 Portogruaro 18 (4) Carriera da allenatore 1976-1977 Real Brescia 1977-1978 Crotone Vice 1978-1980 Lumezzane 1984-1986 Orceana 1986-1987 Ospitaletto 1987-1990 Bologna 1990-1991 Juventus 1991 Bologna 1992-1993 Genoa 1994 Venezia 1995 Brescia 1996 Pescara 1996 Espérance 1998-1999 Albacete 2000 Reggiana 2013 Brescia Interim Carriera Giocatore Dopo essersi formato nelle giovanili del Brescia, ha militato nel Rovereto e nel Portogruaro. Allenatore Gli inizi Il suo esordio da allenatore avviene nel 1976 con i dilettanti del Real Brescia. Nel 1977-1978, a 30 anni, si trasferisce al Crotone in Serie C come allenatore in seconda, poi dopo quattro anni a Lumezzane, nella stagione 1984-1985 conduce l'Orceana Calcio, squadra dilettantistica di Orzinuovi, dall'Interregionale alla C2. Nel 1986-87 approda all'Ospitaletto, che guida in C1. Il suo calcio, veloce e dinamico, venne definito calcio champagne (perché ritenuto "spumeggiante" e anche perché, prima di diventare allenatore professionista, Maifredi lavorava come rappresentante della Veuve Clicquot Ponsardin, azienda produttrice di champagne). Bologna e Juventus L'anno successivo approda al Bologna (il cui presidente all'epoca è Luigi Corioni: lo stesso che aveva all'Ospitaletto), e ottiene la promozione in Serie A con un gioco votato all'attacco. In due stagioni nella massima serie, ottiene col Bologna una salvezza e la qualificazione per la Coppa UEFA. Maifredi viene quindi scelto da Luca Cordero di Montezemolo come nuovo allenatore della Juventus per la stagione 1990-1991, al posto di Dino Zoff. L'inizio è subito negativo: al primo appuntamento ufficiale, la Supercoppa italiana, la squadra bianconera subisce una sconfitta per 5-1 al San Paolo di Napoli. In campionato, dopo un buon girone d'andata, chiuso a due punti di distacco dal primo posto, e le vittorie per 4-2 con l'Inter e 5-0 contro la Roma e il Parma, la Juventus cala sensibilmente nel girone di ritorno, concludendo il torneo al 7º posto, senza qualificarsi per le coppe europee, dopo ventotto anni di presenza continua. Le ultime esperienze Il fallimento juventino apre la strada al declino dell'allenatore bresciano: nel 91-92 Maifredi torna al Bologna, nel frattempo retrocesso in Serie B e con ambizioni di immediato ritorno nella massima serie, ma viene esonerato all'undicesima giornata dopo una sconfitta in casa per 0-2 contro la Reggiana e un bilancio di quattro vittorie, tre pareggi e quattro sconfitte. Nemmeno il sostituto Nedo Sonetti riesce comunque a migliorare la situazione e i felsinei chiudono all'undicesimo posto. Nel 92-93 ha una nuova occasione in Serie A con il Genoa che lo chiama alla nona giornata in sostituzione del dimissionario Bruno Giorgi: rimane in carica per dodici partite con un bilancio di tre vittorie, due pareggi e sette sconfitte, l'ultima delle quali, in casa per 2-3 contro la Lazio dopo aver sprecato un iniziale vantaggio per 2-0 porta la squadra in piena zona retrocessione e determina l'esonero di Maifredi: il sostituto Claudio Maselli riuscirà a portare il Grifone alla salvezza. Dopo un anno fermo, nella stagione 94-95 è uno dei pochi allenatori ad usufruire della possibilità, concessa solo quell'anno, di guidare due squadre italiane nella stessa stagione. Dapprima Maurizio Zamparini lo chiama al Venezia in Serie B alla terza giornata in sostituzione di Gian Piero Ventura: malgrado un promettente inizio con due vittorie consecutive, i risultati peggiorano rapidamente e alla dodicesima giornata la sconfitta per 1-3 in casa contro l'Udinese e un bilancio di tre vittorie, tre pareggi e cinque sconfitte ne determinano il licenziamento e la sostituzione con Gabriele Geretto, che si alternerà con Ventura sulla panchina lagunare fino a fine stagione. Successivamente il suo antico mentore Luigi Corioni lo chiama alla ventunesima giornata al capezzale del Brescia ultimo in Serie A: resta in carica solo sei partite - che saranno le ultime della sua carriera nella massima serie italiana - con altrettante sconfitte, prima di essere sostituito da Adelio Moro, già a libro paga della società come ex assistente di Mircea Lucescu con cui le Rondinelle avevano iniziato la stagione. Nel 1995-96 il Pescara in Serie B lo chiama alla ventiseiesima giornata in sostituzione di Francesco Oddo: gli abruzzesi, primi in classifica dopo il girone d'andata, avevano perso contatto con la vetta dopo una crisi di risultati e intendevano provare a riagganciare la zona promozione. L'arrivo di Maifredi non porta però i risultati sperati: con soli otto punti in dieci partite (frutto di due vittorie, due pareggi e sei sconfitte) il Pescara finisce a metà classifica e richiama Oddo in panchina per le ultime due giornate. In seguito prova per due volte l'avventura all'estero: all'Espérance (in Tunisia) nel 1997 e all'Albacete nella serie B spagnola, club in si era costituita una vera e propria colonia italiana con i calciatori Giuseppe Baronchelli, Salvatore Giunta ed Antonio Rizzolo, nel 98-99. Entrambe le esperienze si chiudono dopo poche settimane con scarse soddisfazioni. Nella stagione 2000-2001 viene chiamato in Serie C1 dalla Reggiana: dopo una promettente vittoria per 3-4 sul campo del Lecco all'esordio, la squadra non riesce più vincere e all'ottava giornata, il 23 ottobre 2000, dopo la sconfitta per 4-1 subita in casa dall'Arezzo di Antonio Cabrini, che Maifredi aveva allenato al Bologna, viene esonerato con un bilancio di una vittoria, tre pareggi e quattro sconfitte. Nel dicembre 2009 diventa direttore tecnico del Brescia. Il 25 settembre 2013 torna a sedere pro tempore sulla panchina del Brescia, in Serie B, dopo le improvvise dimissioni di Marco Giampaolo, a tredici anni di distanza dall'ultima esperienza diretta su una panchina. La squadra perde 2-0 sul campo del Latina e il 30 settembre viene ufficializzato l'arrivo del nuovo tecnico Cristiano Bergodi. Dopo il ritiro Dal 2003 al 2009, durante la trasmissione sportiva Quelli che il calcio, condotta da Simona Ventura, Maifredi guidava scherzosamente una piccola squadra di ex calciatori, il "Maifredi Team", che mostrava al pubblico a casa i gol della giornata, come una sorta di "moviola umana". Dopo questa esperienza, ha lavorato come opinionista televisivo su Mediaset Premium. Palmarès Allenatore Campionato italiano di Serie B: 1 - Bologna: 1987-1988 Campionato italiano Serie C2: 1 - Ospitaletto: 1986-1987 (girone B) -
LUIGI LAVECCHIA https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Lavecchia Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 25.08.1981 Ruolo: Centrocampista Altezza: 177 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1999 al 2000 Esordio: 08.07.1999 - Amichevole - Selezione Valle d'Aosta-Juventus 0-5 Ultima partita: 19.07.1999 - Amichevole - Selezione Valle d'Aosta-Juventus 0-2 0 presenze - 0 reti Luigi Lavecchia (Torino, 25 agosto 1981) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, vice-allenatore dell'Olbia. Luigi Lavecchia Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Olbia (vice) Termine carriera 2015 Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1999-2002 Juventus 0 (0) 2000 → Crotone 0 (0) 2000-2001 → Brescello 13 (0) 2001-2002 → Torres 32 (3) 2002-2003 Ascoli 27 (0) 2003-2004 Messina 39 (2) 2004-2005 → Arezzo 26 (0) 2005-2006 → Le Mans 1 (0) 2006-2007 Messina 31 (0) 2007-2010 Bologna 28 (0) 2011 Târgu Mureș 1 (0) 2011-2013 Torres ? (?) 2013-2015 Fertilia ? (?) Nazionale 1997 Italia U-16 1 (0) 2000 Italia U-18 6 (0) 2000-2002 Italia U-20 8 (1) 2002-2003 Italia U-21 3 (0) Carriera da allenatore 2014-2015 Fertilia 2017-2018 Cagliari Primav. (Vice) 2018-2019 Cagliari U16/U14 2020 Cagliari Primavera 2020- Olbia Vice Carriera Giocatore Club Cresciuto nelle giovanili della Juventus, venne ceduto in prestito nel 2000 al Crotone, ma la sua carriera ebbe veramente inizio solo nella stagione 2000-2001 in Serie C1 nel Brescello. L'anno dopo militò nella stessa serie con la Torres. Nel 2002-2003 fu ceduto all'Ascoli, squadra neopromossa in Serie B con la quale giocò 27 partite. L'anno seguente fu dato in comproprietà dalla Juventus al Messina, in Serie B. Con la squadra siciliana, Lavecchia giocò 39 partite, segnando 3 gol e contribuendo alla promozione in Serie A. L'anno seguente fu dato, pur rimanendo in comproprietà fra Juventus e Messina, in prestito prima all'Arezzo, con cui collezionò 26 presenze in serie B, e l'anno dopo al Le Mans nella Ligue 1 francese, collezionando una sola presenza. Nel 2006 venne completamente acquistato dal Messina: fece il suo esordio in Serie A nella partita vinta dal Messina al San Filippo contro l'Udinese per 1-0. Il 19 luglio 2007 è stato acquistato dal Bologna. Nella stagione 2007-2008 ha raggiunto la promozione in Serie A con la squadra rossoblù. Dopo tre anni in Emilia-Romagna, rimane svincolato alla fine della stagione 2009-2010. Il 16 febbraio 2011 firma un contratto fino a fine stagione con il Târgu Mureș, squadra rumena della Liga I. Il 9 settembre dello stesso anno rescinde il contratto per poi tornare alla Torres in Eccellenza. Il 2 febbraio 2013 firma per un'altra squadra sarda, il Fertilia, militante in Eccellenza sarda. Nazionale Con la maglia azzurra, nel periodo del settore giovanile juventino, ha militato in tutte le formazioni giovanili: disputò infatti una partita nel 1997 nell'Under-16 di Paolo Berrettini mentre nel biennio successivo venne confermato nell'Under-18, venendo però convocato anche nell'Under-20 di Francesco Rocca nel 2000. Con essa disputò 8 gare andando a segno una volta. Tra il 2002 e il 2003 disputò tre gare con la Nazionale Under-21. Allenatore Dopo un'esperienza con il Fertilia nel 2015, consegue il patentino da allenatore UEFA A e nel 2017 diventa vice-allenatore della Primavera del Cagliari di Max Canzi. Successivamente allena le formazioni U16 e U14 dei rossoblù prima di essere richiamato il 3 marzo 2020 in Primavera, questa volta da primo allenatore, in sostituzione dello stesso Canzi promosso come vice di Walter Zenga in prima squadra. Palmarès Giocatore Club Competizioni regionali Eccellenza: 1 - Torres: 2011-2012 Competizioni nazionali Campionato italiano Serie D: 1 - Torres: 2012-2013 (girone G) Nazionale Torneo Quattro Nazioni: 1 - 2001-2002
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GIUSEPPE RAMPINI Nazione: Italia Luogo di nascita: Garbagnate Milanese (Milano) Data di nascita: 16.10.1945 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: Il Rosso Alla Juventus dal 1964 al 1965 Esordio: 30.04.1965 - Amichevole - Pinerolo-Juventus 0-4 0 presenze - 0 reti
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LUIGI IMBERTI Nazione: Italia Luogo di nascita: Barge (Cuneo) Data di nascita: 28.10.1904 Luogo di morte: Torre Pellice (Torino) Data di morte: 10.12.1994 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1926 al 1927 Esordio: 06.01.1927 - Coppa Italia - Cento-Juventus 0-15 1 presenza - 0 reti
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MOURINHO WANTS DYBALA AT ROMA https://football-italia.net/mourinho-wants-dybala-at-roma/
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SALVATORE SCHILLACI Nasce a Palermo il primo dicembre del 1964 da una famiglia povera. Il calcio è la sua passione e dopo un campionato nella categoria Dilettanti, approda al Messina, dove gioca dal 1982 al 1989 segnando un’infinità di goal. La Juventus lo nota e lo acquista nel 1989 insieme con un altro attaccante semisconosciuto, Pierluigi Casiraghi, e lo fa esordire in Serie A il 27 agosto 1989. Da quel momento inizia la favola di Totò, che realizza il sogno da bambino, giocando nella squadra per la quale ha sempre fatto il tifo.Il primo anno con Casiraghi e Rui Barros fa faville, vincendo una Coppa Uefa e una Coppa Italia, facendolo entrare nel cuore dei tifosi che lo accostano a un altro idolo, Pietro Anastasi, anch’esso siciliano, anch’esso esploso in provincia.«Da quando ero ancora un moccioso, l’unica cosa che contava per me era segnare, a dispetto di tutti, compagni e avversari. Una voglia sfrenata, che non è mai finita. Ma io non potevo cambiare, perché se perdevo quella mia voglia matta di goal perdevo tutta la mia forza di calciatore. Da noi, per emergere, devi avere la fortuna che qualcuno venga a scovarti. Non ci sono scuole calcio, i club investono poco nel settore giovanile. Ho conosciuto tanti ragazzi che potenzialmente sarebbero stati dei talenti e che si sono scoraggiati. Io ce l'ho fatta, perché ho avuto il coraggio, magari l'incoscienza, di puntare tutto sul calcio: dopo un anno e mezzo che aggiustavo le gomme, e dopo, sfinito, mi andavo ad allenare, ho deciso che dovevo scegliere. E ho scelto il calcio, dandomi una scadenza. Se non avessi sfondato, mi sarei rimesso a bottega. Non sono uno sprovveduto. Gli anni che ho passato a Messina mi hanno insegnato qualcosa, anche perché ho avuto allenatori bravi a disciplinarmi. Ho sempre cercato di giocare per la squadra, almeno finché non vedo la porta. In quel momento scompare tutto. Siamo io, lei e il portiere. Se capisco che c'è il varco giusto, io ci provo. Un attaccante deve ragionare così e fidarsi del proprio istinto. Altrimenti quando segna?»Attaccante tutto istinto vive il suo momento di maggior fortuna con l’esordio nella Nazionale di Vicini per i Mondiali casalinghi del 1990. Parte in panchina come riserva di Gianluca Vialli, ma il suo ingresso in campo è un’esplosione. Chi non ricorda i suoi occhi spiritati in quel Mondiale che ci vide al terzo posto? Uno sguardo che è entrato nella storia. La capocciata contro l’Austria, ai Mondiali italiani, gli ha stravolto, esaltato e distrutto la vita; lo stato di forma assolutamente pietoso di Vialli e Carnevale impone il suo impiego e Totò risponde. Trascinato-trascinatore da-di un’intera nazione, vive il Mondiale con un’aggressività, un’intensità e una pressione disumane: a Mondiale finito è completamente svuotato, prosciugato.«Speravo di giocare qualche minuto, ero già al settimo cielo per la convocazione in Nazionale. Certo, in allenamento davo tutto me stesso per convincere l'allenatore, ma nemmeno un folle avrebbe mai potuto immaginare cosa mi stava per accadere. Ci sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto. Basta che respiri e la metti dentro. Per me questo stato di grazia è coinciso con quel Campionato del Mondo. Vuol dire che qualcuno, da lassù, ha deciso che Totò Schillaci dovesse diventare l'eroe di Italia '90. Peccato che poi si sia distratto durante la semifinale con l'Argentina. Una disdetta: abbiamo preso solo un goal in quell'edizione dei Mondiali, e quel goal ci ha condannati».I fiumi di inchiostro, i chilometri di pellicola e gli ettari di immagini a lui dedicate lo innalzano a livelli di popolarità da psicosi; facile pronosticare che avrebbe pagato tutto quel clamore per il quale era inadeguato sotto vari punti di vista. Alle largamente preventivabili difficoltà della stagione successiva i media, la critica e i tifosi avversari e non (Totò era diventato un personaggio nazional popolare, come si diceva allora) gli presentano il conto, ovviamente troppo salato per lui.Con la Juventus due lunghe stagioni d'ombra: undici reti in ventiquattro mesi, pochine. In crisi con la zona di Maifredi, in difficoltà persino negli schemi dell'italianista Trap. E le polemiche continue: le voci sul suo matrimonio in precario equilibrio; i cori razzisti in ogni stadio («Ed è triste che siano state le città del Sud, Bari e Napoli, ad avermi insultato di più»); il «Ti faccio sparare» rivolto al bolognese Poli («Era una frase detta così, nella foga del momento, ma non dovevo dirla: ne pagai a lungo le conseguenze»); il pugno contro Baggio («Nella Juventus e in Nazionale siamo diventati amici. Dividevamo la stessa camera, lui parlava poco, io niente. Eppure, nonostante questo, una volta facemmo a cazzotti. Anzi, fui io a rifilargli un pugno»), segni grandi e piccoli di un disagio, di una solitudine. Però, fiera. E tutto si può dire di Salvatore Schillaci fuorché dubitare della sua autenticità di animo persino esagerata. Per questo la fredda Torino non l'ha mai contestato né troppo fischiato, per questo le sue clamorose gaffe sintattiche suscitavano sorrisi ma non scherno.«Sono rimasto un bravo ragazzo e lascio la Juventus senza polemiche. L'arrivo di Vialli mi ha messo fuori gioco, comunque auguro ai bianconeri ogni fortuna. Oramai la Juve è solo un ricordo: saluto i tifosi, gli ex compagni, Boniperti e Agnelli, tuttavia mi sento già interista purosangue. Ho ottenuto il massimo, sognavo la maglia neroazzurra e avrei accettato di restare fermo se non fossi riuscito a raggiungerla. I soldi non sono tutto. Tra l'altro vado a guadagnare meno. L'Inter mi piace, ha programmi importanti. Riparto da zero a ventisette anni e cerco una rivincita».Gli anni seguenti occupano un posto marginale nelle cronache sportive e costituiscono argomento di dibattito per la stampa scandalistica e per il pattume televisivo. Nella sua vicenda umana e professionale c’è molto della società italiana che si apprestava a pagare il conto, salatissimo, dei fiammeggianti anni Ottanta. Un giocatore che ha dato tutto ed ha vinto poco, ma che ha saputo sfruttare la grande occasione che ha avuto.VLADIMIRO CAMINITI LO RACCONTA NEL 1991Prendiamo Schillaci, che la fantasia popolare ha soprannominato Totò, come il paradigma di una certa Sicilia, soprattutto di una certa Palermo, nuova e antica, ma non originale, semmai tormentata e dolorosa, la Palermo del quartiere CEP dove questo calciatore dalle straordinarie qualità istintive è nato, andando a farsi notare verso i sedici anni come scatenatissimo centrattacco dell’Amat.Il Messina lo acquistava quando aveva diciotto anni; nella squadra peloritana, Schillaci riusciva non senza fatica a mettere in chiaro le sue risorse di attaccante solista tanto egoista da apparire egotista, un pezzo d’autore, un calciatore di ruolo centravanti che si batte soprattutto alla luce del goal conquistato di forza, con lo scarto saraceno dei lombi, con l’orgoglio smisurato del povero.Gli attaccanti devono essere poveri, per risultare a conti fatti ricchi; e arricchirsi sul serio. Più Salvatore Schillaci sale di categoria, più si affina la sua azione di vertice rampante del gioco, in B con il Messina fa molto meglio che in C, tredici goal nel 1988, ventitré nel 1989 quando, in mezzo a mille titubanze, quel grande dirigente sgombro da pregiudizi che è Boniperti si decide a ingaggiarlo, e il picciotto del CEP corona il suo sogno lussurioso: giocare nella più bella e gloriosa squadra d’Italia per la quale ha sempre fatto il tifo, fin dall’età scolare. Che poi la scuola l’abbia spesso marinata per giocare a calcio, dopo avere inghiottito frettolosamente un pane con le panelle, è inevitabile; così nascono i grandi calciatori, quelli con la vocazione nel sangue.Grande attaccante, Schillaci è di sicuro. Osservatori superficiali si limitano all’aspetto dell’egoismo per bocciarlo. All’inizio della sua attività nella Juventus, Totò era visto male e mal giudicato anche dai migliori notisti torinesi, cito Salvatore Lo Presti e lo stesso Enzo D’Orsi (che personalmente metto un palmo su di altri); ma si sbagliavano, e lo avrebbero ammesso. Quanto al sottoscritto, il cammino inverso.Colgo subito la dote primaria del giocatore nelle sue partite agostane, lo saluto come il centravanti atteso dopo Anastasi, ma nei rapporti diretti trovo infinite difficoltà non dico dialettiche ma di intendimento, proprio per l’estrazione sociale diversa, il povero scrivano borghese, figlio di violoncellista, e il ragazzo povero del CEP, quartiere palermitano che è un risvolto di umanità anche andata. Che poi Schillaci ne sia risalito fino a conquistarsi il suo posto al sole, va tutto a suo onore, della sua fierezza, del suo coraggio, della sua tenacia, da calciatore provetto nell’istinto, capace di ogni più singolare prodezza tecnica nell’attimo fuggente, acrobatico e spettacolare.Vanno così a incasellarsi come gemme luminose i suoi sei goal al Mondiale, con i quali vince la concorrenza con lo stesso più completo Luca Vialli; sei goal ardimentosi e tecnicamente perfetti, che ne dipingono tutta la classe di solista egotista e lussurioso; che vive per il goal e insegue il goal nei pomeriggi di scarsa vena ignorando i compagni; che in quelli di botta felice, magari non lo segna, ma dà un contributo fondamentale agli stessi schemi tattici, come gli chiede Trapattoni.La sua intesa spesso felice e razziante con Baggio lo ha riproposto, anche nel campionato appena conclusosi, per alcune prodezze indimenticabili (ad esempio il goal al veronese Gregori), ma anche per il ricorrente egoismo che fa capire, meglio tardi che mai, perché Zeman, nipote di Cesto Vycpálek, e patrocinatore del calcio totale, non ci andasse d’accordo, mandandolo spesso in panchina.L’esperienza di uomini e cose della mia Sicilia bedda, e della mia rosazzurra e sventurata Palermo, mi inducono a voler bene a Schillaci, quanto a essere nei suoi confronti molto severo come critico. A fin di bene, perché trovi una maggiore continuità di esercizio nella coralità del gioco, al servizio non solo del goal ma delle esigenze tattiche della squadra.“HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 2002Si parlasse solo di Mondiali, juventini da ascoltare ne avremmo moltissimi. Si parlasse solo di Estremo Oriente, il numero si ridurrebbe, ma avremmo comunque una discreta schiera di protagonisti nelle due finali di Coppa Intercontinentale vinte a Tokyo. Volendo parlare di Mondiali e di calcio orientale vissuto per un periodo più lungo di una sola partita, la scelta è obbligata: il taccuino dei ricordi è quello di Totò Schillaci, l’uomo delle Notti Magiche di Italia ‘90 che poi collezionò anche un’indimenticabile esperienza nel campionato giapponese. Oggi Totò lavora per il futuro. È, infatti, presidente dell’U.S. Palermo e gestore del Centro Sportivo Ribolla, sede per i quasi seicento bambini e ragazzi dai cinque ai diciotto anni del club. «La maggior parte di loro non mi ha mai visto giocare, ma i loro genitori sì e spesso capita che quando mi vedono si mettano a spiegare ai loro figli chi ero, come giocatore, e quello che ho fatto in quell’indimenticabile stagione 1989-90. Quell’anno resta il più straordinario della mia vita. Già in estate il passaggio dal Messina alla Juventus rappresentava il massimo delle aspirazioni, ma si trattò solo di un punto di partenza. Quella Juventus era fortissima e, infatti, vincemmo Coppa Italia e Coppa Uefa. Io, Tacconi, De Agostini, ma tutti eravamo un gruppo straordinario. Poi, sembra ieri, un sogno bellissimo: la convocazione in Nazionale e per giocare i Mondiali nel tuo paese. Era uno stimolo in più e che emozione!»Emozione condivisa da milioni di italiani e, soprattutto, dagli juventini che vedevano il loro centravanti trascinarsi la squadra sulle spalle e condurla fino al podio iridato. Totò vinceva il titolo di capocannoniere di quel Mondiale, bissando l’impresa di un altro juventino, otto anni prima, Paolo Rossi. E il mondo intero si innamorava di quell’attaccante agile e opportunista, ma anche dotato di un bel tiro secco dalla distanza e capace di segnare in mille maniere disparate, testa compresa. Tutto il mondo sorride ammirata davanti a quegli occhioni sgranati, mentre la meraviglia è di chi scopre all’improvviso l’importanza di Totò per la Nazionale e per la Juventus.Anni dopo quell’estate di notti magiche, Totò si inventa in un certo senso pioniere e vola in Giappone per giocare nelle file dello Jubilo Iwata. E del paese del Gol Levante, Schillaci conserva ottimi ricordi. Come i giapponesi non si sono dimenticati di lui, se è vero che questa intervista per “Hurrà” è concessa in mezzo ad altre richieste da colleghi con gli occhi a mandorla, in avanscoperta europea prima del fischio di inizio della rassegna iridata in Giappone e Corea, il 31 maggio.Allora, Totò è proprio tutto un altro mondo? «Sicuramente e non lo si può raccontare più di tanto, bisogna viverle certe esperienze. Il livello tecnico del loro calcio, comunque, è buono ed è cresciuto di molto negli ultimi anni, anche se il football ha la concorrenza spietata del baseball e del sumo che sono un po’ gli sport nazionali. Curiosità? Beh, innanzi tutto il pubblico è straordinario: caldo, affettuoso, rispettoso. Al di là dei risultati, sia che la squadra del cuore vinca o perda. La gente compra il biglietto solo prima della partita, va ordinatamente al suo posto, con il suo bel pacchettino con lo spuntino e segue compostamente la partita. Il calcio italiano è molto conosciuto ed è anzi il più ammirato e seguito, dunque posso preannunciare che ai Mondiali sarà l’Italia la seconda squadra più amata, almeno in Giappone. Ma vedrete che il discorso sarà valido anche in Corea».E ripartenza per il futuro più remoto: «Ho scelto di tornare a vivere nella mia Palermo perché credo negli affetti e nei valori familiari e perché sono un sentimentale. Così, a chi mi chiede quale futuro auguro ai miei ragazzi io rispondo che siamo una società seria e organizzata come un club di Serie A e che investiamo ogni nostra risorsa per cercare di preparare nel miglior modo possibile i nostri ragazzi. E così, per ognuno di loro, io spero in un grande futuro e siccome sono un sentimentale e il mio cuore è rimasto, naturalmente, bianconero sarei la persona più felice di questo mondo se un giorno qualcuno dei miei ragazzi potesse vestire la maglia della Juventus».Non lo dice, ma lo aggiungiamo noi: e magari per regalare altri giorni da sogno e notti magiche ai sostenitori bianconeri e della Nazionale. Come seppe fare lui, il piccolo grande bomber della Juve e della Nazionale. Nelle notti magiche: inseguendo un goal e trovandone sei, arrivando sul trono dei cannonieri di Italia ‘90. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/salvatore-schillaci.html
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SALVATORE SCHILLACI https://it.wikipedia.org/wiki/Salvatore_Schillaci Nazione: Italia Luogo di nascita: Palermo Data di nascita: 01.12.1964 Luogo di morte: Palermo Data di morte: 18.09.2024 Ruolo: Attaccante Altezza: 173 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Totó Alla Juventus dal 1989 al 1992 Esordio: 23.08.1989 - Coppa Italia - Cagliari-Juventus 0-1 Ultima partita: 24.05.1992 - Serie A - Verona-Juventus 3-3 132 presenze - 36 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Salvatore Schillaci, detto Totò (Palermo, 1º dicembre 1964 – Palermo, 18 settembre 2024), è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Lo si ricorda principalmente per le sue prestazioni e reti nel campionato del mondo 1990, competizione chiusa dalla nazionale italiana al terzo posto, durante la quale Schillaci si è aggiudicato anche i titoli di capocannoniere e di migliore giocatore della competizione. Nello stesso anno è giunto secondo nella classifica del Pallone d'oro, alle spalle del tedesco Lothar Matthäus, vincitore con la sua nazionale del mondiale italiano. Salvatore Schillaci Schillaci in nazionale al campionato del mondo 1990 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1º luglio 1997 Carriera Giovanili 1980-1982 AMAT Palermo Squadre di club 1982-1989 Messina 219 (61) 1989-1992 Juventus 132 (36) 1992-1994 Inter 30 (11) 1994-1997 Júbilo Iwata 86 (58) Nazionale 1989 Italia U-21 1 (0) 1990-1991 Italia 16 (7) Palmarès Mondiali di calcio Bronzo Italia 1990 Biografia Murale dedicato a Schillaci nel quartiere CEP di Palermo Nato nel quartiere del Capo, situato nel centro storico di Palermo, Schillaci è poi cresciuto al CEP. Salvatore è il figlio di Mimmo, muratore, e di Giovanna Schillaci. Ha tre fratelli e una sorella. Il fratello Giuseppe ha giocato nella Fermana nella stagione 1990-1991, il fratello più giovane, Giovanni, da ragazzo ha sostenuto un provino per la Juventus. Hanno intrapreso la carriera da calciatore anche suo nipote, Francesco Di Mariano, e suo cugino, Antonio Maurizio Schillaci. Si era sposato due volte: la prima nel 1987 con Rita, da cui si era separato nel 1995, e la seconda nel 2012 con la modella Barbara Lombardo. Cattolico, aveva tre figli: Jessica, Mattia, nato durante il campionato del mondo 1990, e Nicole. Nel 2022 ha dovuto sottoporsi a operazioni chirurgiche e a chemioterapia a causa di un tumore al colon. Colpito da una recidiva, il 7 settembre 2024 è stato ricoverato nel reparto di pneumologia dell'ospedale Civico di Palermo, in seguito all'aggravarsi delle sue condizioni di salute: è morto il 18 dello stesso mese, all'età di 59 anni. La camera ardente è stata allestita allo stadio Renzo Barbera, mentre i funerali sono stati celebrati il 20 settembre nella Cattedrale; il feretro è stato poi portato al cimitero del comune di Delia per la cremazione. Nel giugno 2025 è stato inaugurato un grande murale dedicato a Schillaci presso il quartiere CEP, opera dell'artista Igor Scalisi Palminteri. Caratteristiche tecniche Attaccante molto rapido, «aveva una voglia di fare gol che non ho mai visto in nessuno», disse di lui il suo allenatore nel Messina, Franco Scoglio. Carriera Giocatore Club Gli inizi, Messina Schillaci, capitano del Messina, nella stagione 1987-1988 Iniziò a giocare nelle giovanili dell'AMAT Palermo, sezione calcio dell'omonima azienda municipalizzata palermitana. Schillaci ha ricordato così i tentativi del Palermo di acquistare sia lui che il compagno Carmelo Mancuso: «La società rosanero per entrambi offrì 28 milioni di lire; ma i dirigenti dell'AMAT sapevano che da noi due dovevano guadagnare il massimo per sopravvivere e giocarono al rialzo chiedendo 35 milioni. Così, per soli 7 milioni non andammo al Palermo». Nel 1982 fu ingaggiato dal Messina, in Serie C2. Nella stagione 1985-86 contribuì con 11 reti alla promozione in Serie B. Nel 1987 due interventi ai menischi ne compromisero la stagione, nella quale segnò solo 3 gol. Nella stagione seguente, sempre allenato da Franco Scoglio, segnò 13 reti. Il giocatore ha ricordato così il rapporto con il tecnico: «Mi diceva sempre un concetto base: fai quello che vuoi e gioca come ti senti. Questo mi caricava a mille proprio in virtù di questa libertà che mi concedeva sul campo di gioco. Ho imparato tantissimo dalla sua persona e non smetterò mai di ringraziarlo. Con lui e i compagni di allora abbiamo reso ai messinesi anni fantastici». Sotto la guida di Zdeněk Zeman, subentrato a Scoglio nel 1988-1989, Schillaci, con 23 gol, fu capocannoniere del campionato cadetto; a detta dell'attaccante, i metodi di allenamento portati da Zeman a Messina hanno contribuito alle sue ottime prestazioni. Questa fu l'ultima stagione di Schillaci al Messina. In sette campionati, tra Serie C2, C1 e B, aveva giocato 256 gare coi peloritani, delle quali 37 in Coppa Italia: è a tutt'oggi il secondo giocatore più presente per il Messina in campionato (219 presenze, dietro solo ad Angelo Stucchi con 235). Con i suoi 77 gol totali (61 in campionato, 16 in Coppa Italia), è il secondo cannoniere assoluto – preceduto solo da Renato Ferretti (89 reti) – nella storia del club giallorosso. Juventus Schillaci in azione coi colori della Juventus Nel 1989 venne ingaggiato dalla Juventus per 6 miliardi di lire. Esordì in Serie A il 27 agosto nella partita in casa col Bologna (1-1). Nella sua prima stagione in bianconero conquistò subito il posto da titolare e realizzò 15 gol in 30 partite di campionato, acquisendo il soprannome di Totò-Gol e contribuendo in maniera decisiva al double del club torinese nella Coppa Italia e nella Coppa UEFA, vinte superando in finale, rispettivamente, il Milan e – nella prima finale confederale tutta italiana – la Fiorentina. La sua ottima annata convinse Azeglio Vicini a convocarlo al successivo campionato del mondo 1990 da giocarsi proprio in Italia. Dopo la rassegna iridata, Schillaci giocò altre due stagioni con i bianconeri, andando tuttavia incontro a una pesante involuzione e trovando poche volte la rete. L'11 novembre 1990, al termine di Bologna-Juventus, Schillaci minacciò il giocatore rossoblù Fabio Poli (che durante la partita lo aveva provocato) al momento di uscire dal campo, dicendogli: «Ti faccio sparare». Il gesto, da cui scaturì una serie di polemiche, fu ricordato così da Schillaci: «Avrei dovuto contare fino a dieci. Ma lui mi aveva provocato con uno sputo e io non ci ho visto più. Ho sbagliato, ma mi hanno massacrato come fossi stato un killer». Schillaci stringe il trofeo della Coppa UEFA 1989- 1990 vinta in bianconero Ai cori discriminatori contro di lui si aggiunse la lite con Roberto Baggio. Schillaci ricordò così questo gesto: «Nella Juventus e in nazionale siamo diventati amici. Dividevamo la stessa camera, lui parlava poco, io niente. Eppure, nonostante questo, una volta facemmo a cazzotti: anzi, fui io a rifilargli un pugno. Si è trattato veramente di una stupidaggine. Eravamo nello spogliatoio della Juve. Roberto stava scherzando con me, ma si lasciò prendere la mano e lo scherzo divenne pesante. Io reagii in quel modo e me ne pentii subito. Per fortuna, la cosa si chiuse lì». Alla fine della stagione 1991-1992, con l'arrivo di Gianluca Vialli in bianconero, Schillaci lasciò il club torinese; una scelta, a detta dello stesso Schillaci, facilitata dal fatto che la dirigenza juventina non vide di buon occhio la contemporanea separazione dalla consorte: «La società non mi perdonò la decisione di separarmi da mia moglie. Non dovevo farlo, così, senza tanti riguardi, mi vendettero». Giampiero Boniperti lo considerava erede di un'altra «stella del Sud» juventina, Pietro Anastasi. Inter Nella stagione 1992-1993 passò per 8,5 miliardi di lire all'Inter. Schillaci ricordò con grande entusiasmo il suo trasferimento da Torino a Milano: «Ho ottenuto il massimo, sognavo la maglia nerazzurra e avrei accettato di restare fermo se non fossi riuscito a raggiungerla. I soldi non sono tutto. [...] Riparto da zero a 27 anni e cerco una rivincita». L'esordio con il club nerazzurro avvenne nella gara Inter-Reggiana (4-2) in Coppa Italia, in cui segnò il suo primo gol con la nuova maglia. Schillaci in azione all'Inter nell'annata 1992- 1993 Con l'Inter, in cui giocò per quasi due stagioni siglando in totale 11 gol in 30 partite, contribuì in parte al vittorioso cammino nella Coppa UEFA 1993-1994, pur non potendosi fregiare de iure del trofeo poiché lasciò Milano nell'aprile 1994, alcune settimane prima della disputa della doppia finale contro gli austriaci del Salisburgo. Riguardo a questa esperienza, il centravanti siciliano affermò che i suoi inizi in nerazzurro furono buoni e i rapporti con il presidente Ernesto Pellegrini perfino ottimi, ma che la mancanza di continuità e i problemi fisici gli impedirono di rendere al meglio. Júbilo Iwata Nell'aprile del 1994, messo ai margini dall'Inter ancora prima del termine della stagione e con gli altri campionati nazionali del continente che, nell'era immediatamente pre-Bosman, erano generalmente preclusi ai calciatori italiani, si trasferì in Giappone nelle file dello Júbilo Iwata, che gli aveva proposto un ottimo contratto dal punto di vista economico. Schillaci divenne il primo calciatore italiano a militare nel campionato giapponese; i nipponici gli fornirono un interprete, un autista personale 24 ore su 24 e una bella abitazione. Al suo esordio con il club giapponese, Schillaci segnò il suo primo gol nella vittoria per 2-0 contro il Verdy Kawasaki. Il 9 giugno 1994 venne squalificato per due giornate per aver insultato l'arbitro che aveva diretto l'incontro fra Júbilo Iwata e JEF United. Nel 1997 vinse con la sua squadra la J. League, ma subì anche un serio infortunio che lo relegò definitivamente lontano dai campi di gioco, fino al ritiro ufficializzato nel 1999. Con la maglia del Júbilo Iwata segnò in totale 56 gol in 78 partite. Il giocatore italiano ricordò così la sua esperienza giapponese: «Quando arrivai lì trovai un entusiasmo contagioso. Per loro lo Schillaci del mondiale non era mai finito e dimostrai con i miei gol quanto era forte il connubio: entusiasmo uguale impegno in campo e palla in fondo al sacco». In carriera ha totalizzato complessivamente 120 presenze e 37 reti in Serie A e 105 presenze e 39 reti in Serie B. Nazionale Schillaci in azione in maglia azzurra durante le «notti magiche» dell'estate 1990 Le buone prestazioni offerte alla sua prima stagione nella Juventus lo portarono nel 1990 a essere convocato per la prima volta nella nazionale maggiore, col commissario tecnico Azeglio Vicini che lo inserì nella rosa azzurra per il mondiale casalingo di Italia 1990. In precedenza, Cesare Maldini aveva fatto vestire per la prima volta all'attaccante siciliano la maglia azzurra, come fuoriquota, nell'Under-21. Ai campionati del mondo, Schillaci partì dalla panchina come riserva di Carnevale, al quale subentrò nella seconda metà del secondo tempo dell'incontro di apertura contro l'Austria, quando il punteggio era fermo sullo 0-0: dopo appena 4' dal suo ingresso in campo, l'attaccante siciliano segnò di testa il gol decisivo che permise agli azzurri di vincere la partita, anticipando i due difensori austriaci che lo pressavano da vicino al momento del cross di Vialli. Ad eccezione della seguente gara contro gli Stati Uniti, Schillaci diventò titolare dell'attacco italiano, insieme a Roberto Baggio, e segnò in tutte le successive gare giocate dagli azzurri contro Cecoslovacchia, Uruguay, Irlanda, nella semifinale persa ai tiri di rigore contro l'Argentina e nella finalina contro l'Inghilterra, che l'Italia vinse per 2-1; in quest'ultima partita, Baggio fece tirare a Schillaci un calcio di rigore, poi rivelatosi decisivo, in modo da fargli vincere la classifica dei marcatori del torneo. In semifinale, invece, Schillaci aveva preferito non rientrare fra i cinque giocatori designati per la sequenza dei tiri dal dischetto: «Avevo un problema muscolare ed ero stanco, ho preferito lasciare il compito a qualcuno più fresco di me. Non sono un grande tiratore di rigori: a volte li segno, a volte li sbaglio. Quando prendi la rincorsa, pensi a un sacco di cose e in un momento simile non puoi rischiare. È una grande responsabilità. Avrei voluto calciare, ma non ero al meglio». Schillaci (al centro) sorridente sul terzo gradino del podio, assieme ad alcuni suoi compagni di nazionale, al termine del mondiale 1990 A fine torneo vinse il Pallone d'oro adidas quale miglior giocatore della manifestazione e la Scarpa d'oro adidas in qualità di capocannoniere (6 reti); nello stesso anno solare si classificò secondo nella graduatoria del Pallone d'oro di France Football, dopo il tedesco Lothar Matthäus. I gol del mondiale 1990, ricordato come quello delle «notti magiche» per via del testo della canzone ufficiale della manifestazione interpretata dalla coppia Bennato-Nannini, rimasero nella memoria di tifosi e sportivi italiani. Schillaci ricordò così la sua avventura in quella rassegna iridata: «Nemmeno un folle avrebbe mai potuto immaginare cosa mi stava per accadere. Ci sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto. Basta che respiri e la metti dentro. Per me questo stato di grazia è coinciso con quel campionato del mondo. Vuol dire che qualcuno, da lassù, ha deciso che Totò Schillaci dovesse diventare l'eroe di Italia '90. Peccato che poi si sia distratto durante la semifinale con l'Argentina. Una disdetta: abbiamo preso solo un gol in quell'edizione dei mondiali, e quel gol ci ha condannati». In seguitò disputò altre otto partite in nazionale, l'ultima delle quali il 25 settembre 1991 contro la Bulgaria, partecipando anche alle qualificazioni per il campionato d'Europa 1992; segnò la sua ultima rete il 5 giugno, nella sconfitta contro la Norvegia. Dopo il ritiro Calcio Dal 2000 ha gestito a Palermo il centro sportivo "Louis Ribolla", una scuola calcio nella quale sono cresciuti diversi calciatori diventati professionisti come Antonio Di Gaudio e suo nipote Francesco Di Mariano. Era inoltre proprietario dell'U.S. Palermo, squadra giovanile palermitana. Nella stagione 2017-2018 ha seguito da direttore tecnico la nascita del progetto dell'Asante, club palermitano di Terza Categoria legato a un'omonima ONLUS e composto interamente da atleti migranti. Spettacolo Nel 2004 partecipò al reality show L'isola dei famosi, arrivando terzo con il 15% dei voti. Nel 2008 prese parte, assieme ad altri ex calciatori, al film Amore, bugie & calcetto. Nello stesso anno, nell'ambito del programma televisivo Quelli che il calcio, in cui era spesso ospite, tornò scherzosamente a vestire i panni di calciatore con la formazione dilettantistica dell'Altamura, disputando la partita conclusiva del campionato pugliese di Eccellenza; replicò l'esperienza nel 2017 con il Crocetta, squadra del campionato piemontese di Terza Categoria. Nel 2011 interpretò il ruolo di un boss mafioso nel quinto episodio della terza stagione della serie televisiva Squadra antimafia - Palermo oggi, mentre l'anno dopo partecipò in un cameo a un episodio della serie Benvenuti a tavola - Nord vs Sud. Nel 2016 pubblicò l'autobiografia Il gol è tutto, scritta assieme ad Andrea Mercurio. Nel 2019 partecipò al singolo Gli anni degli anni dei 78 Bit. Nel 2021 prese parte come concorrente al programma televisivo Back to School di Italia 1. Due anni dopo, assieme alla moglie Barbara, prese parte alla decima edizione del reality show Pechino Express, raggiungendo le semifinali. Politica Alle elezioni amministrative del 1997 si candidò come consigliere comunale della sua città tra le file di Forza Italia; venne eletto con circa 2 000 voti ma, non abituato all'agone politico, si dimise dalla carica dopo due anni. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C2: 1 - Messina: 1982-1983 (girone D) Campionato italiano Serie C1: 1 - Messina: 1985-1986 (girone B) Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Campionato giapponese: 1 - Júbilo Iwata: 1997 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Individuale Capocannoniere della Serie B: 1 - 1988-1989 (23 gol) Capocannoniere del campionato mondiale di calcio: 1 - Italia 1990 (6 gol) Pallone d'oro adidas del campionato mondiale di calcio: 1 - Italia 1990 Scarpa d'oro adidas del campionato mondiale di calcio: 1 - Italia 1990 (6 gol) All-Star Team del campionato mondiale di calcio: 1 - Italia 1990 Onze d'argent: 1 - 1990 Onorificenze Cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica italiana «Di iniziativa del Presidente della Repubblica» — 30 settembre 1991 Nella cultura di massa In ambito comico, a supportare la popolarità di Schillaci ha contribuito il trio Aldo Giovanni e Giacomo, in cui uno dei componenti, Aldo Baglio, aveva proprio nell'ex calciatore il suo idolo; in particolare si ricorda la citazione contenuta nel film Tre uomini e una gamba (1997), entrata a posteriori nell'immaginario collettivo dei fan, in cui Schillaci è definito «el gran visir de tücc i terun». Nel 2005 il rapper giamaicano Sean Paul ha menzionato Schillaci nella sua hit mondiale Temperature; nella canzone, infatti, Paul si autodefinisce «lo Schillaci delle ragazze». Lo stesso rapper ha spiegato il senso della menzione: «Tutti in Giamaica a quel tempo, negli anni '90, se eri bravo in qualcosa, dicevano: "Oh, sei uno Schillaci"». L'ex capitano della nazionale sudafricana, Steven Pienaar, è conosciuto sin da bambino con il soprannome di Schillo in onore di Schillaci.
