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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. GIANFRANCO BOZZAO https://it.wikipedia.org/wiki/Gianfranco_Bozzao Nazione: Italia Luogo di nascita: Venezia Data di nascita: 03.08.1936 Luogo di morte: Ferrara Data di morte: 24.05.2019 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 76 kg Soprannome: Tigre Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 27.08.1961 - Serie A - Juventus-Mantova 1-1 Ultima partita: 20.05.1962 - Mitropa Cup - Dinamo Zagabria-Juventus 2-1 13 presenze - 0 reti Gianfranco Bozzao (Venezia, 3 agosto 1936 – Ferrara, 24 maggio 2019) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo difensore. Gianfranco Bozzao Bozzao con la maglia della SPAL Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1969 - giocatore Carriera Giovanili Fiorentina Squadre di club 1956-1957 → Salernitana 6 (0) 1957-1958 Arezzo 29 (0) 1958-1961 SPAL 70 (0) 1961-1962 Juventus 13 (0) 1962-1968 SPAL 158 (1) 1968-1969 Piacenza 28 (0) Carriera da allenatore 1977-1978 Suzzara 1978-1979 San Felice 1979-1980 Manfredonia 1980-1981 SPAL Vice 1986-1987 Modena Giovanili 1987-1988 Padova Giovanili 1988-1990 Parma Giovanili Carriera Club Giocava nel ruolo di terzino sinistro essendo un mancino naturale. Inizia la sua carriera professionistica nella Salernitana che nel 1956 l'aveva prelevato in prestito dalle giovanili della Fiorentina. Dopo un anno a Salerno la Fiorentina lo cede definitivamente all'Arezzo (Interregionale Prima Categoria), con cui disputa 29 partite. Nel 1958 viene premiato con il primo Cavallino d'oro, ambito premio per il miglior calciatore dell'Arezzo messo in palio dal Quartiere di Santo Spirito. Dal 1958 al 1961 gioca nella SPAL di Paolo Mazza che lo valorizza, mettendolo poi sul mercato dopo tre campionati di Serie A giocati da titolare. Nella stagione 1961-1962 passa alla Juventus, che per averne la comproprietà cede alla SPAL Cervato e la comproprietà di Carlo Dell'Omodarme. Alla Juve però Bozzao non decolla e Parola, succeduto a Korostelev, gli preferisce il coetaneo Sarti più vecchio di lui di soli 10 giorni. In quella stagione a Torino, infatti, Bozzao totalizza 13 presenze, di cui 7 in campionato e ben 6 in Coppa dei Campioni, competizione in cui la formazione bianconera schierava abitualmente i rincalzi. A fine stagione Mazza è pronto a riprenderselo e nel 1962 Bozzao torna a Ferrara, dove diventa una bandiera della formazione spallina venendo soprannominato Tigre. Rimane alla SPAL sino al 1968 giocando 204 partite in Serie A e segnando un gol nella sconfitta esterna contro il Milan nella stagione 1967-68, ultima stagione di Bozzao a Ferrara conclusasi con la retrocessione fra i cadetti. L'anno successivo gioca nel Piacenza, contribuendo alla promozione in Serie B degli emiliani. Allenatore Continua poi a giocare fra i dilettanti facendo anche l'allenatore, attività che prosegue in seguito allenando in Serie D il Suzzara (da cui viene esonerato nel gennaio 1978), il San Felice e il Manfredonia. Nella stagione 1980-1981 è il vice di Battista Rota sulla panchina della SPAL. Nella stagione 1986-1987 ha guidato le giovanili del Modena, e in seguito allena nelle giovanili di Padova tra le cui file milita Alessandro Del Piero, e del Parma, dove segnala a Nevio Scala lo sconosciuto Faustino Asprilla. Ha vissuto a Ferrara divenuta sua città di adozione con la sua famiglia fino alla morte avvenuta nel 2019 all'età di 82 anni. Palmarès Giocatore Campionato italiano Serie C: 1 - Piacenza: 1968-1969 (girone A)
  2. GIANCARLO BERCELLINO Aveva 15 anni – scrive Emilio Fede su “Hurrà Juventus” dell’aprile 1965 – gli dissero che sarebbe divenuto un forte attaccante se avesse continuato ad allenarsi con serietà, senza grilli per la testa. Così fu. Esordì nel ruolo di centravanti contro la squadra ragazzi della Juventus. L’anno dono la società bianconera lo acquistò per un milione e mezzo. Giancarlo Bercellino, ragazzo senza grilli, aveva realizzato il grande sogno. «Mi ricorderò sempre quel giorno. Battersi contro la Juventus, anche se si trattava dei giovani, era una vera emozione. La notte prima non aveva chiuso occhio, mi rigiravo nel letto in preda agli incubi. E in quel dormiveglia correvo come un forsennato su e giù per il campo, dribblavo mediani e terzini segnando stupendi goal. Invece non ho segnato, ma ce l’ho messa tutta per fare bella figura», racconta Bercellino. Quella domenica di otto anni fa è viva nella sua memoria come fosse ieri. Una bella giornata di sole con tanta gente che affollava lo stadio del Borgosesia. L’allenatore della squadra locale era il papà di Bercellino, Teresio, un uomo che al di sopra degli affetti credeva, a ragione, nelle capacità del figlio. Alla fine dell’incontro un dirigente avvicinò Giancarlo e gli disse «Sei forte, chissà che non ti debba trasferire a Torino molto presto». E per Giancarlo fu la seconda notte bianca. Invece passarono alcuni mesi e quando il ragazzo del Borgosesia aveva ormai dimenticato quel grande sogno, arrivò la notizia: «Giancarlo va alla Juventus». Gliela comunicò papà Teresio che aveva trattato il passaggio. Lasciò i compagni a malincuore, perché in quella squadra aveva provato le prime emozioni, il batticuore della vigilia. Gattinara, la cittadina del vercellese dove Giancarlo Bercellino è nato il 10 ottobre del 1941, gli tributò una bella festa con brindisi e applausi. Poi il ragazzo con la sua grande valigia salì sulla corriera per Torino, verso un avvenire che già allora si profilava splendido. «Avevo le lacrime agli occhi, mi sentivo troppo ragazzo per osare tanto. Cosa poteva succedere? Sarei stato in grado di rispondere alle esigenze di una squadra come la Juventus? Mille domande mi sono fatto durante quel viaggio fino a Torino. E molte di quelle domande restavano senza risposta», racconta Bercellino. Cominciò nella capitale piemontese la sua nuova vita. Gli allenamenti, i nuovi amici, i compagni di squadra, le speranze. I tecnici lo seguivano con interesse, si informavano spesso di lui, sapevano che prima o poi sarebbe passato alla squadra A. Non era più il forte attaccante, scoprivano in lui le doti del difensore, sicuro, tenace nei duelli, potente nel tiro. «Faticavo all’inizio, ero quasi deluso di dover rinunciare ai compiti di centravanti, ma fu solo una questione di tempo. Ben presto mi resi conto che dietro, giocare in difesa, l’emozione è più forte, la responsabilità maggiore». Quattro anni fa l’esordio in Serie A. Era la gara col Mantova. Come in quella vigilia di Borgosesia-Juventus, Giancarlo si trovò in preda agli incubi, come se quelle ore che precedevano l’incontro fossero le più lunghe della sua vita. Il ritiro con i compagni celebri, i discorsi sulla tattica, erano come un’eco ossessiva che gli martellava la testa mentre l’alba della domenica tardava ad arrivare. «In campo di colpo è passato tutto. Alla paura è subentrata la volontà, il coraggio di lottare. Non sentivo neppure più il pubblico. Capivo, però che avevo superato il momento più terribile». Negli spogliatoi i giornalisti si occuparono subito di lui, gli fecero tante domande e volevano sapere ogni cosa. Bercellino, l’esordiente, occupò buona parte della cronaca sportiva dei giornali del lunedì. «Sicuro nel dribbling... formidabile nell’anticipo... saettante nei colpi di testa», scrissero. Fino a oggi Giancarlo Bercellino ha disputato oltre 70 partite nella Juventus, senza contare gli incontri amichevoli e di coppa. La sua tecnica cresce di partita in partita. Assieme a Castano costituiscono un duo insuperabile. «Con Castano e Leoncini andiamo molto d’accordo. Anche con gli altri, ma loro sono gli amici con i quali divido spesso le ore libere, per andare al cinema o per fare una gita o una battuta di caccia», dice. La caccia è il suo hobby. Un fucile a ripetizione, una doppietta, carnieri e cartucce sono fra gli oggetti preziosi nella camera che lo ospita in una pensione vicina allo stadio. È rimasto ragazzo, semplice, senza presunzioni. Legge “Topolino”, i romanzi della serie “Segretissimo”, perché lo distraggono, lo aiutano a non pensare specie durante la vigilia degli incontri più accesi. «Preferisco stare in pensione e non prendermi un alloggio, perché così mi sento legato al mio paese. Difatti quando ho una giornata libera vado a Gattinara a trovare i miei genitori e Marisa», dice. Marisa, una graziosa ragazza di vent’anni, che Bercellino sposerà il prossimo anno. Si conoscono da ragazzi. Lei è di Gattinara, gli è stata vicina sempre, aiutandolo moralmente nei momenti più difficili. Qualche volta, la domenica, viene a Torino per vederlo giocare, poi si incontrano per passeggiare e parlano del loro domani. «Mi comprerò un negozio per avere di che vivere quando non potrò più giocare. Penso che sarà un negozio di articoli di caccia e pesca. Non ho grandi ambizioni, risparmio più che posso; so benissimo che questa professione non dura tutta la vita. A trent’anni siamo finiti, la gente ci dimentica», confessa con tono triste. Mentre ci parla gli consegnano una lettera che viene da Potenza. La guarda felice «È di Silvino», dice aprendola in fretta. Da Potenza il fratello di Giancarlo gli scrive tutte le settimane. «Va davvero forte, diventerà quello che avrei dovuto diventare io, un centravanti», dice. Silvino ha segnato 14 reti diventando l’idolo della città. Anche lui è del vivaio bianconero, un altro dei tanti giovani che nelle file della Juventus hanno imparato molte cose, importanti. «Spero che torni presto per giocare assieme. La Serie B gli servirà per farsi le ossa, ma il suo sogno è di stare a Torino e di giocare con la maglia bianconera», dice. Lui, Giancarlo Cesare Bercellino, il sogno lo ha realizzato. E i suoi momenti più belli sono quelli della domenica calcistica, quando sente il fischio d’inizio e comincia la grande battaglia dei muscoli e della volontà. I suoi segreti tecnici? Dice di non averne. Ha segnato contro la Roma su azione, contro il Bologna e la Sampdoria su punizione, ma non si è esaltato. È tornato di corsa alla sua posizione di difensore, ligio agli ordini di mister HH2. «Lui sa come deve funzionare la squadra. Noi cerchiamo di fare del nostro meglio». Una confessione di modestia che ci conferma ancora una volta la semplicità di questo forte giocatore del vivaio juventino. Nella Juventus gioca dal 1961 al 1969 e mette insieme, tra campionato e Coppe, 203 partite e realizza 14 goal. Tra i ricordi di questo ragazzone dal sorriso folgorante e genuino, c’è quello che coinvolge John Charles. Atene, autunno del 1961: la Juventus gioca in Coppa Campioni con il Panathinaikos. Castano è indisponibile, la difesa ha bisogno di una cerniera supplementare. Davanti ad Anzolin, di fianco a Bozzao, Bercellino e Caroli, e dietro a Mazzia, Rosa e Leoncini si piazza il gallese che nel Leeds ha già avuto esperienze difensive. Quel giorno i greci ronzano nell’area bianconera come zanzare moleste. Se non che il muro Charles-Bercellino si alza e non c’è gloria per gli insetti in maglia verde. La folla straripa e applaude, uno spettacolo di colore e folklore. Ed è uno spettacolo vedere quelle due torri frantumare le palle alte con zuccate impietose. I terzini sono al sicuro e possono occuparsi con serenità delle ali e Anzolin può sorridere disteso. Prende un solo goal ed è 1-1. Mora ha firmato il goal del vantaggio bianconero, sufficiente ad accedere al turno in Coppa Campioni. Dopo la maglia bianconera, indossa quelle del Brescia e della Lazio. Poi, affronta il mestiere non facile dell’allenatore occupandosi in prevalenza di categorie interregionali, senza successo. GIANNI GIACONE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1974 Un tempo, neanche poi troppo lontano in verità, il centromediano era pure chiamato centrosostegno, e il termine subito rievoca eroismo e abnegazione applicata al duro mestiere del difensore. Nel senso che veramente il centromediano era qualcosa di epico, il centro dell’universo pallonieristico, la calamita di tutte le azioni di attacco, di tutti gli arieti da goal in circolazione. Centromediano contro centrattacco, l’uno contro l’altro e via, duelli fatti di estro e di grinta, spesso di classe; chi ha mai detto che il vigore atletico è disdicevole al “professional” dai piedi vellutati e dalla limpida impostazione del gioco? Certo, in chi difende e funge da ultimo baluardo davanti al portiere è assai più difficile intravedere il lampeggiare di classe paradisiaca, la calma olimpica dei forti. Il guizzo che ammutolisce ed esalta le folle è prerogativa dell’attaccante, ma sono sottigliezze, cose da superficie. C’era Luisito Monti, centromediano e più che mai centrosostegno, che sciabolava con memorabili entrate spazzando via l’area che era di Combi, rarissime le indulgenze per la platea, e però classe enorme applicata a un coraggio da gladiatore: i suoi duelli con Peppino Meazza o Sindelar Cartavelina sono epopea. E c’è stato Giancarlo Bercellino, paragone assurdo ma non impertinente, tanto diverse essendo le epoche a raffronto ma tanto vicini nello spirito i due tipi. Bercellino esemplifica una delle ultime versioni del centromediano-sostegno, certamente la più vicina al ricordo e al cuore del supporter bianconero. Gli anni Sessanta di Bercellino sono altra cosa dagli anni Trenta di Monti, ma l’evoluzione del gioco, che travolge concezioni, schemi e perfino mentalità, lascia intatto nella sostanza il significato del ruolo, anche se gli toglie in parte drammaticità e poesia: lo stopper, adesso, può anche sbagliare, essendo che alle sue spalle è stato inventato il libero. Ma attenzione: c’è il cambiamento radicale di mentalità, si diceva, e il dramma del duello risolutivo cede il posto alla psicosi del goal preso. Sicché lo stopper, chiamato a contrare l’attaccante, resta più che mai protagonista. L’avventura bianconera di Giancarlo Bercellino inizia un caldo pomeriggio di fine agosto del 1961. Ci sarebbero i presupposti per un debutto felice: a vent’anni, già un posto da titolare in Serie A, e per di più con la maglia scudettata e a fianco dei campioni della leggenda moderna, Sivori e Charles vale a dire. Ma non sarà così: il debutto casalingo della Juve contro la matricola Mantova anticipa i malumori e le insoddisfazioni dell’annata bianconera, finisce 1-1 la partita da vincere nettamente, Longhi e Giagnoni annichiliscono Omar il Cabezon, neppure Charles sembra più lui, e Bercellino trova durissimo limitare i danni contro un giovincello al pari di lui, tale Sormani ancora fresco di Brasile. E allora un esordio prematuro per un ragazzo ventenne, un anno sprecato? No, assolutamente. Berce è iellato, si fa male in più di un’occasione, ma alla fine raccoglie comunque ventuno presenze in Campionato e gettoni preziosi in Coppa dei Campioni. È una stagione di alti e bassi, per lui: momenti di vera gloria sono certamente quelli della partita di ritorno con il Real Madrid, allo stadio Bernabéu della capitale spagnola, dove lotta e vince da gladiatore sugli spagnoli furenti per aver subito da Sivori il goal dell’inattesa sconfitta. E, viceversa, sconfortanti sono i novanta minuti di San Siro, 12 novembre 1961, Milan-Juve 5-1, con Bercellino che è opposto ad Altafini il quale fa in pratica quello che vuole, e alla fine saranno quattro reti di José nella porta di Anzolin. No, questo Bercellino non è ancora il Berceroccia della Juve nuovamente ai vertici del calcio nazionale: il 1962-63 sarà anno di transizione, in prestito per farsi le ossa, ed anche il 1963-64 del suo ritorno alla base rappresenterà per lui un campionato di passaggio, con sole nove presenze. Il grande balzo Berce lo spicca l’anno dopo: annata chiave per lui e per molti altri, il 1964-65. È arrivato Heriberto Herrera, i tempi invitano a un cauto ottimismo, nel senso che la Juve si sta ritrovando pian piano dopo annate balorde, ma non è ancora pronta a diventare protagonista, netto essendo ancora il divario di forze e di esperienza che separa la squadra bianconera dall’Inter. Bercellino convince subito tutti, tecnici e tifosi, sin dai primi galoppi in famiglia: è maturato tecnicamente, e questo è importante, visto che la stazza fisica ragguardevole già garantisce più che a sufficienza. Insomma, è oramai difensore completo, stopper fatto apposta per chiudere a cerniera una difesa imperniata inoltre sul classico Castano libero e sul dinamismo di Gori, Salvadore e Leoncini. Il campionalo conferma appieno le prime risultanze: la difesa bianconera è tra le più solide, forse la più solida in assoluto, e Bercellino assomma trenta presenze. E due goal, particolare tra i più significativi, perché foriero di sviluppi futuri interessanti. Berce, oramai detto roccia per le sue doti di inesorabile francobollatore, si ritrova, infatti, nei piedi una carica di primissimo ordine, che di tanto in tanto fa esplodere nei calci piazzati. Punizioni, per il momento, come quella che piega il Bologna Campione d’Italia il 18 ottobre 1964, o quella che apre le marcature contro la Sampdoria, un mese dopo e sempre al Comunale torinese. Ma verranno anche i tempi del penalty. Soltanto un po’ di pazienza. L’anno dopo, 1965-66, le presenze scendono a ventitré, ci sono di mezzo infortuni non gravi ma fastidiosi, ma la tempra da lottatore c’è, e Berce si riprende benissimo. Adesso i Bercellino bianconeri sono due, con la felice parentesi di Silvino detto Bercedue, acerbo talento gollereccio capace di schiodare parecchie partite destinate al doppio zero; lo stopper chiude la stagione crescendo, ricostituendo il tandem di ferro con Tino Castano, e insomma Berceroccia è stato pari al nome pure nella sventura di un’annata balorda. Si rifarà, con tanto di interessi, l’anno dopo. Comincia l’annata di grazia 1966-67, esultano stuoli di tifosi della Juve tornata primattrice o almeno comprimaria, stante l’acquisita nobiltà dell’Inter europea. Bercellino è lo stopper, Castano è il libero, mai accoppiata è maggiormente sinonimo di garanzia, di sicuro affidamento. Mancano i fuoriclasse capaci di risolvere funambolicamente le partite? Pace; ci si arrangia con la difesa imperforabile, goal presi pochi e più spesso nessuno, certo che Berceroccia la fa da padrone su qualsiasi centravanti, è l’annata sì per molti bianconeri di buona volontà, ma per lui è addirittura l’annata monstre. Il 20 novembre, nel pantano di Napoli, Berce lotta e trascina i compagni verso l’impresa numero uno della stagione, il successo esterno contro il forte Napoli del fortissimo Altafini, e il duello Berce-José è episodio sintomatico della grande stagione dello stopper bianconero. Il 15 gennaio, con una Juve decimata dagli infortuni che arranca contro il bunker vicentino e non passa, Bercellino emula addirittura John Charles, segnando con memorabile capocciata il goal del rompighiaccio. Si scopre che i goal di Berce sono preziosi almeno come i suoi imperiosi anticipi difensivi: la verifica dello stopper edizione goal si ha nell’arroventato finale di stagione, quando la squadra accusa qualche battuta a vuoto proprio nel momento in cui si intravede la possibilità di aggancio alla vetta. 23 aprile, Comunale che pare tutto un unico fischio impietoso all’indirizzo della squadra che lotta ma non morde contro il Venezia catenacciaro e contropiedista. Le radioline, beffardamente, raccontano dell’Inter che non ce la fa a superare la Lazio proprio mentre i veneziani stanno per portare a compimento l’impresa di espugnare il Comunale. A otto minuti dalla fine, la svolta. Rigore pro Juve, netto: tira tu, io no, la solita storia, i bianconeri sono senza un rigorista, e già diverse volte hanno pagato caro questo limite, fallendo penalty decisivi. Prova Bercellino: botta centrale ma micidiale, goal. 1-1, ma non è finita. 40’: crossa Favalli dal fondo, palla altissima per tutti, ma no, arriva Bercellino al vertice opposto dell’area, e sbatte dentro. È il goal vittoria che elettrizza l’ambiente e propizia il sorpasso finale. Ma Berce sarà ancora decisivo, e proprio in extremis. Primo giugno, ultima di campionato, Juve-Lazio 0-0 a metà gara, anche l’Inter fa 0-0 e sarà decisivo l’ultimo spezzone di partita per assegnare lo scudetto. Berce, contuso, passa all’attacco e, dopo una manciata di minuti, la sua capocciata fa saltare l’ultra difesa laziale. Superfluo commentare. L’annata del tredicesimo scudetto non resta un fatto episodico: Bercellino la fa seguire da un’altra pure ad altissimo livello, anche più ricca di soddisfazioni personali. Il 1967-68 è l’anno della Coppa Campioni e della Nazionale: appuntamenti che lo stopper bianconero onora nel migliore dei modi. La Juve di Coppa, che fa dimenticare certe distrazioni concesse in campionato, rispolvera il miglior Bercellino: la sua vena lo addita come difensore di livello internazionale, il rigore che trasforma in “Zona Cesarini” contro l’Eintracht schiude alla Juve le porte dello spareggio per accedere alle semifinali. Ed è naturale che anche la Nazionale finisca per accorgersi di lui. Per la verità, Bercellino già aveva giocato in maglia azzurra a Firenze, nel 1964, contro il Galles (4-1), ma era stata una presenza sporadica, da rimpiazzo del titolare Guarneri impegnato con l’Inter in Coppa. Adesso, la musica è diversa: Bercellino contribuisce in misura notevole alla conquista della Coppa Europa per Nazioni, con quattro presenze (Cipro, Svizzera, Bulgaria e URSS), e sarebbe stopper pure nella finalissima se non fosse fermato proprio contro i sovietici, nella semifinale, dall’ennesimo infortunio. Quella stessa iella che impedisce a Berceroccia di ricoprire per parecchio il ruolo di stopper bianconero: il 1968-69 segna per lui il canto del cigno. Dopo un eccellente inizio, infortuni a catena bloccano la sua stagione, e rendono indispensabile l’avvicendamento. Con 154 presenze in campionato, nove reti e una manciata di gettoni di presenza in campo internazionale, Berceroccia da Gattinara non si dimentica. Squadra da sempre ricca di grandissimi centromediani, la Juve non smentisce la tradizione con Giancarlo Bercellino: un posto di primo piano, tra i grandi specialisti del ruolo, gli spetta di diritto. NICOLA CALZARETTA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 2011 Settant’anni. Li ha raggiunti Giancarlo Bercellino da Gattinara. Data di nascita 9 ottobre 1941. Otto le stagioni alla Juve per questo poderoso stopper prodotto del vivaio, che ha attraversato in maglia bianconera tutti gli anni Sessanta. Per l’almanacco Panini è Bercellino I, per distinguerlo dal fratello minore Silvino, centravanti che a Torino ha avuto poca gloria. Per il resto del mondo, invece, è Berceroccia, sintesi perfetta per un difensore ruvido e spigoloso, difficilissimo da scalfire.A quindici anni, complice una prestazione super con gli Allievi del Borgosesia, entra nelle giovanili bianconere. Il lancio in prima squadra è mediato dalla classica stagione di tirocinio in B, nella vicina Alessandria. Quindi il ritorno, con le ossa fatte, titolare della maglia numero cinque in una Juve che in attacco è rappresentata dalla coppia Charles-Sivori. Poco più di duecento le maglie bianconere indossate, con il corredo di quattordici goal, tra i quali quello decisivo per lo scudetto del 1967 scippato sul traguardo all’Inter. Partiamo da qui con Berceroccia, dal momento più alto della sua carriera juventina. Primo giugno 1967, è un giovedì, ultima giornata di campionato. Novanta minuti per decidere una stagione. «Proprio così. L’Inter aveva un punto più di noi, ma aveva appena perso la finale di Coppa Campioni contro il Celtic. Noi stavamo abbastanza bene, ma dovevamo vincere per forza e sperare in un passo falso dei neroazzurri».Il bello è che andò proprio così. «Loro persero a Mantova e noi vincemmo contro la Lazio, grazie anche a un mio goal a inizio secondo tempo».Ma, mi scusi, che ci faceva in attacco? «Premetto che sui corner andavo spesso in avanti. Ma qui la storia è curiosa. Nel primo tempo, dopo uno scontro con Carosi, la caviglia mi si è gonfiata e facevo fatica a correre. Solo che a quell’epoca non c’erano le sostituzioni e allora, per non lasciare la squadra in dieci, di solito chi si faceva male veniva spostato all’ala. Così feci anch’io».E alla prima occasione ecco il goal dello zoppo. «Era un modo di dire proprio per indicare la rete segnata dall’infortunato rimasto in campo. Feci goal sugli sviluppi di un calcio d’angolo. Dopo raddoppiò Zigoni. Sul finale la Lazio segnò su rigore, ma la cosa più importante fu la sconfitta dell’Inter».Ci sedevate davvero nel sorpasso? «Sì. È stato il nostro merito maggiore in quella stagione. Tecnicamente l’Inter era più forte. Ma noi non abbiamo mai mollato, ci abbiamo creduto sempre. Grazie al Mister Heriberto Herrera che ci ha sempre tenuti sulla corda».Che tipo era Heriberto? «Un allenatore moderno, avanti rispetto alla media. Predicava il “movimiento” ed era molto democratico. Tutti uguali, nessun privilegio. Neanche per Sivori».Che difatti nel 1965 lascia la Juve per andare al Napoli. «Una perdita immensa. Anche se fuori dal campo aveva una vita tutta sua, la domenica con lui era uno spettacolo. Si partiva sempre dall’1-0 per noi, perché tanto qualcosa avrebbe inventato. Era geniale e perfido, si prendeva gioco dei difensori e dei portieri».Anche in allenamento? «Quella era la sua indole. Nelle partitelle erano sfide tiratissime».Dica la verità: qualche stecca gliel’ha rifilata? «Nemmeno per scherzo: per noi era troppo prezioso!»E di Charles che mi dice? «Tutto il bene possibile. John mi ha insegnato molto da un punto di vista tecnico. E poi era attento, aveva occhio: se ti vedeva teso, ti tranquillizzava, ti consentiva di tirare fuori il meglio. Come accadde nella magica notte contro il Real Madrid».Ce la può raccontare? «Ritorno dei quarti di finale di Coppa dei Campioni. Si giocava in Spagna e dovevamo vincere. Di là c’erano Puskás, Gento e Di Stéfano, il meglio dell’Europa. Io, invece, ero alle prime esperienze internazionali. Mi tremavano le gambe. Fu Charles che mi aiutò a mantenere la calma».E come andò a finire? «Vincemmo 1-0, con goal di Sivori. Quella sera giocammo con una divisa tutta nera. Ancora oggi le emozioni di quella serata sono fortissime, superiori anche a quelle provate per lo scudetto. L’unico rammarico è che, nella bella, perdemmo e uscimmo alle soglie della finale in Coppa Campioni».La stessa cosa che capitò nel 1968. «Proprio così, una maledizione. Tra l’altro nella partita di ritorno contro l’Eintracht di Braunchvveig segnai proprio io il goal della vittoria con un rigore all’ultimo minuto».Com’è questa storia dello stopper rigorista in una squadra dove c’era gente come Zigoni e Cinesinho? «Riuscivo a mantenere freddezza e tranquillità. Tiravo forte e centrale, mai rasoterra. Avevo un bel destro e molto mi ha insegnato Ugo Locatelli, mio maestro nelle giovanili della Juventus».A che età è entrato a far parte del vivaio bianconero? «A quindici anni e sono rimasto juventino fino ai ventinove anni, con l’unica parentesi ad Alessandria nel 1960. La Juventus mi ha dato tanto e andare via mi è pesato molto. La Juve uno non vorrebbe lasciarla mai».Ha qualche rimpianto dei suoi otto anni in bianconero? «Nessuno, davvero. Abbiamo vinto poco, questo sì».Perché? «Perché Inter, Bologna e Milan erano più forti. A noi è sempre mancato il giocatore che facesse la differenza. Purtroppo qualche acquisto si è rivelato non all’altezza e qualche altro ha sofferto per problemi extra calcio, come Combin».Chi vi avrebbe fatto comodo? «Dei giocatori allora in attività, uno come Sandro Mazzola, per esempio. In generale, c’è mancato un Platini. Ecco con Michel saremmo stati competitivi al massimo».Ultima domanda: chi le ha dato il soprannome Berceroccia? «Credo l’ex direttore di “Tuttosport”, Giglio Panza. Non è che mi abbia fatto mai impazzire questo nomignolo. Ma quando sei alla Juve, va bene tutto». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/giancarlo-bercellino.html
  3. GIANCARLO BERCELLINO https://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Bercellino Nazione: Italia Luogo di nascita: Gattinara (Vercelli) Data di nascita: 09.10.1941 Ruolo: Difensore Altezza: 183 cm Peso: 81 kg Nazionale Italiano Soprannome: Berceroccia Alla Juventus dal 1961 al 1969 Esordio: 27.08.1961 - Serie A - Juventus-Mantova 1-1 Ultima partita: 18.05.1969 - Serie A - Sampdoria-Juventus 1-1 209 presenze - 14 reti 1 scudetto 1 coppa Italia 1 coppa delle Alpi Campione d'Europa 1968 con la nazionale italiana Giancarlo Bercellino (Gattinara, 9 ottobre 1941) è un ex allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo difensore. Campione europeo con la nazionale italiana nel 1968. Sugli almanacchi è spesso indicato come Bercellino I per distinguerlo dal fratello Silvino. Giancarlo Bercellino Bercellino in nazionale Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 81 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1970 - giocatore 1982 - allenatore Carriera Giovanili 1951-1954 Borgosesia 1954-1960 Juventus Squadre di club 1960-1961 → Alessandria 36 (2) 1961-1969 Juventus 209 (14) 1969-1970 Brescia 22 (0) Nazionale 1963 Italia U-21 6 (1) 1965-1968 Italia 6 (0) Carriera da allenatore 19??-1978 Gattinara 1978 Juventus Domo 1978-1980 Borgosesia 1980-1982 Cossatese Palmarès Europei di calcio Oro Italia 1968 Giochi del Mediterraneo Oro Italia 1963 Carriera Bercellino alla Juventus Iniziò sotto la guida del padre Teresio, allenatore del Borgosesia. Notato dagli osservatori della Juventus, fu ingaggiato dalla squadra torinese. Iniziò la sua carriera in prestito all'Alessandria, in Serie B, nella stagione 1960-1961, mentre l'anno successivo fu titolare nella Juve in Serie A, esordendo il 27 agosto 1961 nel pareggio 1-1 con il Mantova. Rimase in bianconero fino al 1969, facendo coppia al centro della difesa con Ernesto Castano. Nel 1965 vinse la Coppa Italia e il 1º maggio debuttò in nazionale, nella gara amichevole vinta per 4-1 a Firenze contro il Galles. Al termine della stagione 1966-1967 vinse il suo primo e unico scudetto. L'anno successivo fu tra i giocatori convocati dal commissario tecnico Valcareggi per il vittorioso Campionato europeo del 1968. Nel 1969 passò al Brescia; nel novembre del 1970 le Rondinelle si accordarono con la Lazio per il prestito del giocatore, che però non vestì mai la casacca biancoceleste per vari problemi di natura contrattuale e di tesseramento; si dedicò così all'azienda di famiglia, ponendo fine alla sua carriera calcistica. Ha poi allenato alcune squadre dilettantistiche piemontesi. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Juventus: 1963 Nazionale Campionato d'Europa: 1 - Italia 1968 Giochi del Mediterraneo: 1 - Italia 1963 Onorificenze Medaglia di bronzo al valore atletico «Campione italiano professionisti» — Roma, 1967. Medaglia d'argento al valore atletico «Campione europeo» — Roma, 1968.
  4. GIUSEPPE GASPARI Il primo dei portieri marchigiani della Juve è Giuseppe Gaspari da Ascoli Piceno, classe 1932. Tra i protagonisti della promozione del Catania in Serie A nel 1961, viene acquistato dalla Juve che vuole farne l’alternativa al più giovane Anzolin, appena prelevato dal Palermo.Gaspari non ha, però, il talento del giovane compagno veneto, e finisce stabilmente tra le riserve. Gioca appena quattro partite in prima squadra, in una stagione incredibilmente negativa per tutta la formazione juventina. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/01/giuseppe-gaspari.html
  5. GIUSEPPE GASPARI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Gaspari Nazione: Italia Luogo di nascita: Ascoli Piceno Data di nascita: 06.09.1932 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 10.09.1961 - Serie A - Juventus-Lecco 2-2 Ultima partita: 27.05.1962 - Mitropa Cup - Juventus- Spartak Hradec 3-2 5 presenze - 13 reti subite Giuseppe Gaspari (Ascoli Piceno, 6 settembre 1932) è un ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Giuseppe Gaspari Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1966 - giocatore 1988 - allenatore Carriera Squadre di club 1949-1954 Del Duca Ascoli 125 (-?) 1955-1959 Livorno 63 (-?) 1959-1961 Catania 64 (-81) 1961-1962 Juventus 5 (-13) 1962-1965 Modena 41 (-?) 1965-1966 Anconitana 11 (-13) Carriera da allenatore 1987-1988 Ancona Vice Carriera Cresce nel Livorno e passa al Catania in Serie B nel 1959, conquistando la Serie A con gli etnei allenati da Carmelo Di Bella. I giocatori del Catania alzano in cielo il loro portiere dopo la vittoria contro l'Inter Nella stagione 1961-1962, dopo un buon campionato con i rossoazzurri, passa alla Juventus in cambio di Giuseppe Vavassori ma essendo chiuso da Anzolin, gioca solamente 4 gare subendo 11 gol. Passa poi, nel 1962, al Modena per chiudere in Serie C nell'Anconitana. In carriera ha collezionato complessivamente 71 presenze in Serie A. Conclusa la carriera agonistica, è rimasto nel mondo del calcio come preparatore dei portieri, lavorando per varie società, fra le quali Ascoli e Ancona.
  6. ROBERTO ANZOLIN «Avevo diciotto anni, stavo attraversando le 52 Gallerie del Pasubio, quelle famose del 1915-18 sulle Piccole Dolomiti. Era buio. Presi una capocciata tremenda. Qualcuno mi toccò la mano: “Ti aiuto io”. Era una ragazza. L’ho sposata». Si chiama Gabriella e mezzo secolo dopo, in salotto, precisa sorridendo: «Ma non subito. L’ho sposato al suo secondo anno di Juventus, perché se fosse andato male, avrebbero dato la colpa a me. Infatti prese 50 goal, la Juventus finì quart’ultima. Peggio di così non poteva andare. Allora l’ho sposato». Il reduce dalla capocciata è Roberto Anzolin; nato a Valdagno (Vicenza) il 18 aprile 1938, inizia la carriera nel Marzotto, due anni nel Palermo, i primi, quelli della consacrazione, poi una vita intera nella Juventus. Tutta qui la storia sportiva di Roberto Anzolin, veneto di quelli buoni, poche parole e un’infinità di fatti importanti. «Mio padre era pettinatore alla Marzotto. Io iniziai a parare nel Valdagno Marzotto, in B. Sapevo che mi cercava il Milan. Invece mi dissero: “Roberto, per 5 milioni in più l’ha spuntata il Palermo”. Per un veneto di 19 anni andare in Sicilia, nel 1959, non era uno scherzo. Partii con mio padre. Piansi in treno da Padova a Roma, dove un dirigente del Palermo, venne a prenderci con un’Aprilia da corsa che ci portò a Napoli. Viaggiava come un matto, lo pregai: “Piano, ho una carriera davanti!”. Sbarcato a Palermo, mi portarono a mangiare la pasta con le melanzane a Mondello. Non l’avevo mai assaggiata, Gabriella me la fa ancora adesso. Vivevo allo stadio, nelle stanze che avevano ricavato per gli scapoli vicino alla tribuna della Favorita. Ero in stanza con Carpanesi. Toros mi faceva da fratello maggiore, mi portava al mare e a messa. All’esordio a Bari mi fregò un autogoal di Bernini. A Torino, contro la Juventus, parai tutto, anche un rigore di Cervato. Mi arresi solo a Sivori, in fuorigioco di 5 metri». Il Palermo era stato appena promosso in Serie A: era una squadra forte, autoritaria, guidata da Totò Vilardo, sulla carta semplice segretario della società rosanero, nei fatti anima e corpo del Palermo. «Dai, Cesto – disse all’allora allenatore Cestmír Vycpálek, altra grande anima bianco-rosanero – vieni con me a Valdagno, che c’è un portierino che ci farà subito dimenticare Pontel». Vycpálek ricorda perfettamente musica e parole di quel Palermo: «E sì, era un fior di dirigente quel Vilardo. Magari procedeva oltre le righe, ma che fantasia, ragazzi. Fiutava i campioni come i cani fiutano i tartufi. Il Palermo aveva conquistato la A, però dovevano rifare la squadra, a cominciare dal portiere. Pontel dovette tornare all’Inter che ce l’aveva prestato: un’impresa non farlo rimpiangere. Quando Vilardo mi parlò di un ragazzino che stava spopolando in C nel Marzotto, decisi di partire subito. Quel ragazzino era Anzolin e aveva appena vent’anni! Era forte, Roberto, come giocatore e come uomo, una pasta di ragazzo, socievole, modesto, sempre disponibile. Si lavorava bene con lui, perché era sempre lì, pronto a prolungare l’allenamento, mai un lamento, mai una smorfia. Fra i pali era agile come un gatto, praticamente imbattibile, schizzava da un palo all’altro con guizzi felini. Nelle uscite basse era impeccabile, non altrettanto nelle mischie e in quelle alte, nei mucchi selvaggi che erano le aree di rigore di quegli anni di calcio giocato a viso aperto, quando un calcio in faccia non bastava per uscire dal campo: non si poteva mica restare in 10». La seconda stagione in Sicilia, Anzolin la giocò con un altro allenatore, Fioravante Baldi. Fu determinante tante volte e la Juventus, che lo seguiva da tempo, alla fine del campionato lo volle a tutti i costi. Vilardo, fiutò bene l’affare e volle in cambio Mattrel, Burgnich e una barca di milioni. Alberto Malavasi, mediano di quello e di tanti altri Palermo, un vero gentleman in campo e fuori diceva: «Roberto era l’ultimo baluardo, l’uomo dei miracoli, il gatto volante. Un’agilità incredibile gli permetteva di sventare goal già fatti. Sembrava piccolo, ma era nella media, solo che schizzava rapido come un proiettile. Certo, aveva qual che difetto, come tutti. Era leggero nelle uscite e spesso nelle mischie veniva spazzato via. Ma era un difetto, questo, o piuttosto un piccolo neo? Lui prevedeva lo sviluppo dell’azione ed era già sotto l’incrocio dei pali a fermare il pallone». Racconta Roberto: «Ricordo le mie due stagioni nel Palermo con tenerezza e gratitudine: ricordo la Topolino che mi prestava Malavasi per spostarmi in città, ricordo l’amico fraterno Giorgio Sereni, che arrivò con me nel Palermo e che, come me, fece il militare a Viterbo. Ricordo soprattutto un campione, Ghito Vernazza, un vero trascinatore, un leader come si dice oggi. Poi ricordo la città, la Curva Nord, il suo calore straordinario, quel suo spiovere quasi sul campo con la sua passione scatenata. Non dimentico, soprattutto, che senza quel Palermo non ci sarebbero stati la Juventus e i miei 10 anni bianconeri. Con allenatori strepitosi come Amaral, che era un padre per tutti noi, oppure Heriberto che, al contrario, era un generale, duro, diritto come un fusto, si spezzava ma non si piegava. Ci faceva lavorare duro, Heriberto. Ma che soddisfazioni, come riuscì a potenziarmi con i suoi allenamenti, come mi migliorò anche nelle mischie e nelle uscite! Gli debbo molto. Ho giocato con compagni grandi, grandissimi, i più forti del mondo, come Sivori e Charles fuoriclasse inarrivabili, anche oggi sarebbero i migliori, parola mia. Forse un asso solo li superava, perché era anche un genio: Schiaffino, uno che difendeva e subito dopo piazzava l’assist vincente. No, non mi lamento della mia carriera, mi ha dato tutto, la possibilità di conoscere il mondo, di vestire l’azzurro. La Nazionale, forse l’unico cruccio: 34 gettoni fra Under e Nazionale B, ma una sola presenza, contro il Messico, nella rappresentativa maggiore. Prima ero troppo giovane, poi troppo vecchio. Ma è solo un piccolo neo». In bianconero si ferma per 9 stagioni mettendo insieme 305 gettoni di presenza (230 in campionato, 29 in Coppa Italia e 46 nelle competizioni europee). Con la Juventus lega il suo nome alla Coppa Italia 1965 e allo scudetto 1967: «Un giorno, un dirigente palermitano mi sussurrò: “Ti abbiamo venduto alla Juventus, ma non dirlo, se no scoppia la rivoluzione”. La gente mi amava. A Torino mi sedetti in uno stanzone davanti a Boniperti e altri quattro dirigenti. Mi chiesero: “Quanti goal pensa di pendere?” Risposi: “Non so, 20/25...” Ne avrei presi il doppio: quart’ultimi. Poi parlammo di soldi. A Palermo prendevo 5 milioni, ne chiesi 14. Si alzarono in piedi tutti e cinque: “Lei è pazzo!” Poi, tra una clausola e l’altra, ne presi anche di più. Charles si affezionò subito a me. Ci cambiavamo al Comunale, poi attraversavamo la strada per allenarci al Combi. Charles mi sollevava con un braccio solo e mi portava dal Comunale al Combi così, parallelo al terreno, come fossi un tronco. “John, mettimi giù che mi spezzi tutto!”, gli dicevo. E lui: “Anzolino, tu vieni con me”. Ai quarti di Coppa dei Campioni trovai il Real Madrid. Febbraio 1962. A Torino presi goal da Di Stéfano. A Madrid vincemmo noi con Sivori. Nicolè sbagliò un goal al 90’, così ci toccò lo spareggio di Parigi, che perdemmo. Ma al Bernabéu avevo parato tutto, anche una cannonata di Puskás che mi arrivò al mento e mi stese. Nessuno, prima di noi, aveva sconfitto il Real in quella coppa. O come quando ci giocai con l’Under 21 e tutto lo stadio mi salutò con i fazzoletti bianchi perché avevo parato anche i microbi: 0-0». Incorniciata c’è la pagina di quella partita. Titolo: «Anzolin meglio di Zamora». In un altro quadretto: «Anzolin come Yashin». E poi, sulla parete, tutte le formazioni di Roberto, dal Marzotto in su. La Juventus 1966-67 è la filastrocca rimasta nella memoria di tanti juventini: Anzolin, Gori, Leoncini... la formazione del 13° scudetto. Heriberto Herrera e il movimiento. «Sulla carta non eravamo i più forti, ma i nostri punti ce li siamo guadagnati tutti ed io presi solo 19 goal. All’ultima giornata, Sarti fece la famosa papera a Mantova, noi battemmo la Lazio e scavalcammo l’Inter. Uno dei due raccattapalle dietro la mia porta aveva la radiolina: “Signor Anzolin, l’Inter sta perdendo!”. Al fischio finale, tutti saltarono in campo. Io mi tolsi la maglia, la posai a terra con calma e m’incamminai verso lo spogliatoio, dove mi fumai una bella sigaretta». La signora Gabriella si illumina come le Dolomiti al sole: «Nessuno parava meglio di Roberto in quel periodo. Ai Mondiali del 1966 avrebbe dovuto giocare lui. Ma Albertosi giocava vicino a Coverciano ed era molto più diplomatico di Roberto. Se mio marito avesse avuto il mio carattere». Roberto raccoglie l’assist: «Quel diagonale del coreano io l’avrei parato. Sicuro. Ma è vero: io non mi vendevo molto bene. Per un errore di Zoff i giornali avevano sempre giustificazioni». Vince, nel 1968, il Premio Combi, attribuito da giornalisti e addetti ai lavori, al miglior portiere italiano. Lascia Torino nell’estate del 1970 e si accasa all’Atalanta con la quale, nella stagione 1970-71, in Serie B, stabilisce il record di imbattibilità, tenendo inviolata la propria rete per ben 792 minuti, contribuendo alla promozione in serie A della squadra orobica. Dopo Bergamo continua l’attività fino a quarant’anni al servizio di Vicenza, Monza, Riccione e Juniorcasale. Nell’ultimo quadretto Roberto Anzolin ha 42 anni: «Avevo smesso, però il Valdagno, in Promozione, mi pregò di sostituire il portiere malato. Presi 4 goal in 26 partite. Nel derby decisivo, contro il Malo, staccai una punizione dall’incrocio e la gente disse: “Però, il nonno!”. Poi, ho provato a fare l’allenatore, ma a Gorizia mi licenziarono mentre ero in testa con 6 punti sulla seconda. Così, ora alleno i Pulcini. Il mio fegato ci guadagna ed anche il mio cuore. Nel luglio del 1997, il giorno prima del Centenario della Juventus, eravamo in montagna. Sentii un dolore, un fastidio alle ascelle. Dissi: “Io di qui non mi muovo”. Misi a terra lo zaino con calma». Come aveva messo a terra la maglia il giorno dello scudetto. Un infarto a occhi aperti. La signora Gabriella ci mostra una montagna sul calendario: «L’elicottero del soccorso atterrò proprio qui». Nell’attesa, lei gli tenne la mano. Come allora. Stesse montagne. E lo ha accompagnato fuori un’altra volta. GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1976 Si può essere portieri come Combi oppure come Anzolin Roberto da Valdagno. La differenza è molta o poca, secondo i punti di vista. E non c’è dissacrazione o irriverenza di sorta all’indirizzo del leggendario Giampiero della gloria quinquennale e dei trionfi azzurri. Combi è modello di grandezza classica, di stile impeccabile. È retaggio di passato lontano e glorioso. Anzolin è concentrato di tempi moderni, di gloria poca e passeggera, di sudore domenicale molto e non sempre ricompensato da adeguate soddisfazioni sul campo. Sono anche due volti diversi dell’ottuagenaria storia juventina. Qui vi raccontiamo il più recente e meno classico, oltre che meno celebrato. Vi raccontiamo Anzolin e ve lo raccomandiamo. Nove stagioni con i colori bianconeri, 9 anni di servizio onorato, spesso incorniciati da prestazioni di tono araldico, quasi sempre conditi di piglio risorgimentale, come si conviene a chi è portiere di una squadra a caccia di grandezza e costretta a lungo a sopportare ruoli di comprimaria. L’arrivo di Roberto Anzolin da Valdagno in casa juventina coincide con eventi patetici e financo tristi. Si smonta (estate 1961) la squadra del 12° scudetto, lo scudetto del centenario nazionale, ed è come voltare di colpo una pagina dorata. Boniperti non gioca più, Cervato e Colombo non sono più il centromediano e il mediano sinistro, Sivori c’è ancora, ma da tante cose si intuisce che quell’anno non sarà più lui. Mattrel e Vavassori (e veniamo al dunque) non sono più i portieri. Arriva Anzolin da Palermo e si piglia la maglia numero 1. Ha 23 anni, ha bruciato praticamente le tappe. Lo attendono momenti autenticamente difficili, ma la tempra c’è e la classe pure. Purtroppo, nel marasma degli arrivi e delle partenze, non si ritrova più la Juve dell’anno prima. Il debutto di Anzolin, 27 agosto 1961, Comunale ancora vestito da estate per l’anticipatissima prima di campionato, coincide con una partita, cocente delusione per i tifosi della Zebra. Il Mantova, matricola assolutamente mai arrivata prima agli onori della A, impone senza troppo faticare un incredibile pareggio alla Juve. 1-1, e Anzolin non c’entra per niente, si capisce. Ma intanto alle difficoltà del debutto si assommano quelle della precaria condizione della squadra, che sette giorni più tardi affonda all’Appiani. Il campionato numero uno di Anzolin juventino segue gli alti (pochi) e i bassi (molti, ahimè) della squadra, che chiude inopinatamente dodicesima. Ci sono giornate dolorosissime per il blasone: a Milano, ad esempio, 12 novembre, 5-1 per i rossoneri che ripresentano per l’occasione quel sacripante di Ghiggia a fare coppia con lo scatenato Altafini. La difesa juventina è sotto accusa, becca un sacco di goal e non soltanto da attacchi titolati. Il Palermo va a segno 4 volte, violando il Comunale (18 febbraio 1962), e il Palermo non è il Real Madrid. Passa, fortunatamente, la bufera dell’anno nero. E resta Anzolin, che nessuno si è sognato di mettere in croce per i risultati deludenti raccolti dalla squadra. È una prova di fiducia che Anzolin ripaga subito. Adesso, col ritorno di Mattrel dal prestito palermitano, c’è un ballottaggio Mattrel-Anzolin per la maglia di titolare. Comincia Mattrel, ma alla fine la spunterà Anzolin. È un’annata molto diversa, lontana anni luce dalla precedente. Amaral, allenatore “brasilero” con pochissimi capelli e alcune buone idee, escogita formule arcane che sorprendono gli stessi giocatori juventini, ma che in definitiva riportano in alto la Juve. Anzolin si assesta su livelli di rendimento di assoluto riguardo. Para tutto ciò che è umanamente parabile, si fa apprezzare anche in uscite temerarie. Insomma, si capisce che con lui è risolto per un bel po’ di tempo il problema del portiere. La Juve che va a un soffio dallo scudetto inciampa al momento buono più per fatalità che per demeriti. Che ci può fare Anzolin se l’Inter ha qualcosa in più dei bianconeri e vince di stretta misura lo scontro diretto? Assolutamente nulla. Il secondo posto, con 19 presenze da titolare nonostante la rivalità di Mattrel, è successo autentico per Anzolin da Valdagno. Il primo successo. Seguono tempi di ripensamento, di altalenanti umori, di risultati spesso illogici e comunque raramente esaltanti. Il campionato 1963-64 vede improvvisamente alla guida della squadra un signore da ‘800 avanzato, il gentiluomo Eraldo Monzeglio, ma non servono maniere signorili per risollevare dalla pochezza del centro classifica una squadra talvolta spaesata. Anzolin, in quella Juve né carne né pesce, è uno dei pochissimi punti fermi. Gioca 29 volte, come dire che è lui l’indiscusso titolare, e pilota una difesa che va pian piano ritrovando quadratura e dignità. Poi viene il 1964-65, anno prima dell’era Heriberto Herrera, e la lenta marcia verso il ritmo della Juve alle posizioni di vertice prosegue regolare. La Juve finisce quarta, l‘Inter e il Milan sono ancora su un altro pianeta, ma è intanto è juventina la difesa più solida e meno perforata, ed è juventino, naturalmente Anzolin, il portiere dal rendimento più costante. Il pubblico raramente ha motivo di esultare per il gioco. Si pareggia spesso a reti bianche e la maggior parte delle vittorie sono striminzite, 1-0 quasi sempre, con zampate del Menichelli o del Da Costa di turno. Anzolin non si vede molto, ha stile ma non è un esibizionista, ha classe, ma preferisce l’essenzialità al volo plastico. È quasi sempre il migliore dei suoi. A Milano contro i nerazzurri (27 dicembre 1964), il portiere bianconero disputa una delle più belle partite della carriera juventina, contribuendo in maniera determinante al pareggio (1-1) che i bianconeri strappano all’Inter. Anche nel derby di andata, finito nettamente a vantaggio della Juve (3-0) le sue parate sono state determinanti. La stagione si chiude alla grande, con la conquista della Coppa Italia in una drammatica e avvincente finale con l’Inter. 1-0, goal vincente di Menichelli in apertura, strenua difesa e contropiede per il resto della gara, e decisivi interventi di Anzolin in serata normale, e cioè di vena autentica. C’è ancora una stagione di transizione e di gioie soffocate e diluite, prima dello scudetto. Il 1965-66 vede per la prima volta Anzolin collezionare tutti e 34 i gettoni di presenza in campionato. È la sua annata, sotto tutti i punti di vista. Albertosi è titolare fisso e inamovibile della Nazionale che va ai mondiali, ma tra i convocati di Fabbri c’è anche lui, Roberto Anzolin da Valdagno e la convocazione azzurra, anche se non si traduce in esordio effettivo tra i moschettieri, è pur sempre soddisfazione grandissima. E arriva, finalmente, lo scudetto a interrompere una lunga serie di piazzamenti a ridosso delle prime. Juve punti 49, Inter 48 sul filo di lana dell’ultima giornata. Ma il sorpasso, ottenuto a una manciata di minuti dalla fine della stagione, è preparato col meticoloso impegno di settimane, di mesi, in casa juventina. Anzolin, per la seconda volta consecutiva, assomma 34 presenze tonde. È l’unico bianconero a essere sempre presente, ed è dunque il più indicato a rappresentare l’immagine dello scudetto sofferto e fortemente cercato. L’immagine del portiere sicurezza, che para il parabile, tutto il parabile, tra l’altro, con una giornata grandiosa, il successo sui rivali neroazzurri nello scontro diretto del 7 maggio 1967 (1-0). Non c’è spiegazione razionale al crollo dell’Inter. Si spiega invece benissimo la tenacia della Juve, pronta ad approfittare dei passi falsi della rivale. È la tenacia di una squadra non trascendentale all’attacco, ma quanto mai quadrata nelle retrovie, con il tandem centrale Castano-Bercellino a fare da baluardo davanti alla porta di Anzolin nostro. Appena 19 reti subite in 34 partite rappresentano un risultato che non ha bisogno di commenti. L’annata scudetto non è l’ultima di Anzolin ad alto livello. Qualche infortunio impedisce al portiere veneto di realizzare il terzo en plein in fatto di presenze in campionato, ma con 24 gettoni Anzolin è ancora il titolare fisso di una Juve che fa pure parecchia strada in Coppa dei Campioni, approdando alle semifinali. E si ripeterà, puntuale, anche nel 1968-69, con alle spalle il vecchio e saggio Giuliano Sarti. Non è stagione esaltante, ma non ci sono rimproveri per il portiere che per l’ottava stagione consecutiva ha difeso con onore la rete juventina. Arriverà a 9, giocando ancora l’anno dopo, 1969-70, nella squadra che sta tornando grande e che contrasta sino all’ultimo lo scudetto al Cagliari. Nove stagioni, per 230 presenze in campionato. Sono cifre che impongono considerazione. È un autentico record. Un primato che soltanto due portieri sono riusciti a superare. Uno si chiama Combi. ANDREA NOCINI, PIANETA-CALCIO.IT DEL DICEMBRE 2010 Tra i più grandi portieri italiani, e, soprattutto, della Juventus, un posto di rilievo lo merita Roberto Anzolin. Nato a Valdagno, il 18 aprile 1938, “guardiano dei pali” dal fisico tutt’altro che stratosferico o ciclopico, “Ansoncin” sfoderava classe robusta e cuore autentico formatosi nel Marzotto prima e nel Palermo poi. Nella Vecchia Signora ha collezionato 305 presenze, vincendo una Coppa Italia e uno scudetto, quello che avrebbe dovuto, nel maggio del 1967, cucirsi sul petto delle maglie dell’Inter herreriana, e che invece finì per decorare di tricolore i giocatori in casacca a bande verticali bianche e nere guidati da Heriberto Herrera. Qualcuno, irridendo il suo fisico non potente (177 centimetri di altezza per 73 chili), ha scritto che a quarant’anni per pesare di più Anzolin si era fatto crescere il baffo. Qualcun altro, invece, che la sua presenza tra i pali era quella di colui che completava la difesa da perfetto portiere di rendimento. Ha collezionato una sola presenza nella Nazionale Maggiore, nel 1966, 4 in quella di Serie B, e 4 in quella giovanile, chiuso com’era da Lorenzo Buffon, Lido Vieri, Carburo Negri, Giuliano Sarti e Riccardo Albertosi. Dopo le 9 stagioni alla Juventus, ha militato nell’Atalanta, nel Lanerossi Vicenza (1971-73), nel Monza, nel Riccione e nel Casale. È stato anche sulla panchina del Valdagno (stagione 1996-97), ma, gli è sempre piaciuto curare le giovanili alto-vicentine, e oggi allena i Pulcini della Nuova Valdagno, la società del paese cui deve i natali e i primi tuffi da portiere. Mister, qual è stata la parata più significativa della sua carriera? «La più significativa e forse anche la più bella è stata quando militavo nel Marzotto Valdagno e abbiamo giocato a Venezia: c’è stata un’azione da parte dei lagunari, hanno tirato alla mia destra ed io ho sfoderato una grandissima parata, respingendo la palla, ritornata al limite dell’area; al volo, l’attaccante del Venezia ha calciato nuovamente il pallone, io l’ho abbrancato in presa diretta, in direzione opposta a dove mi trovavo. È quella che ricorderò sempre». Si ricorda un rigore importante parato? «È successo quando io giocavo nel Palermo, contro la Juventus. Ha tirato Cervato, lo stopper bianconero e della Nazionale, che aveva come tiro una bomba, e sono riuscito a pararlo con i pugni in tuffo e la palla è ritornata a centrocampo, per dire quanto potente era stata la conclusione del giocatore avversario». Com’è stata la sua prima volta alla Juventus? E chi era l’avvocato Gianni Agnelli? «Quando giocavo nel Palermo, ho disputato due campionati ad alto livello e questi mi hanno permesso di essere acquistato dalla Juventus. Allora, il presidente era Umberto Agnelli. Dopo sono subentrati Catella e Boniperti, e poi c’è stato l’ingresso di Gianni Agnelli. Tutte persone, gli Agnelli, eccezionali, nel vero senso della parola, perché queste persone le ricorderò finché scampo, in quanto persone intelligenti, modeste, anche se avevano alle spalle quello che tutti immaginiamo». Si ricorda un complimento particolare? «Complimenti ne ho ricevuti parecchi sia da Umberto che da Gianni Agnelli sia da Boniperti. Essendo stato a Torino quasi 10 anni, è vero, ho vinto poco, uno scudetto e una Coppa Italia, però, un giocatore che rimane tanti anni alla Juventus vuol dire che qualcosa di buono sicuramente ha fatto nella sua lunga carriera». Chi era Roberto Anzolin tra i pali? «Era un freddo, praticamente. È sempre stato un portiere cui non è mai piaciuto sfoderare parate plastiche, ma fare interventi semplici, cercando di ragionare sulle caratteristiche di questo o quest’altro giocatore avversario. Mi spiego: se l’atleta era in una data posizione, io mi mettevo nella sua traiettoria e per il novanta per cento ero sicuro che la palla mi sarebbe arrivata lì. Questo era Anzolin tra i pali. Ma, anche quando giocavo nel Marzotto Valdagno ero uno che usciva fino anche al limite dell’area, mentre oggi sono pochi i portieri che escono dai pali». Chi erano i suoi più fedeli “angeli custodi” della difesa bianconera? «Io ho cominciato che avevo Castano, Leoncini, Salvadore, Bercellino, Gori anche. Al primo anno, invece, avevo Garzena, Montico, Sarti: erano tutti giocatori che stavano raggiungendo la fine della loro carriera e devo dire che il mio primo anno alla Juventus non è stato molto brillante, in quanto siamo arrivati quint’ultimi. Eravamo una squadra “vecchia”. Di giovani, in linea di massima, c’eravamo io, Salvadore, Castano, Bercellino, Leoncini, Mazzia, mentre tutti gli altri, vedi Emoli, Montico, Charles, Sivori e Stivanello erano ormai in fase calante». Anche Gino Stacchini, la punta romagnola che flirtò con Raffaella Carrà? «Sì, c’era anche Gino Stacchini: era un’ala sinistra strepitosa. Io non ho mai visto uno andar via in quel modo lì». Qual è stato il portiere più forte del suo periodo? «In quel mio periodo alla Juventus, tra gli avversari mi avevano impressionato Ghezzi, Buffon, Sarti, Panetti, Cudicini. C’è n’erano parecchi di bravi portieri quando io ero giovane. Io assieme a Lido Vieri eravamo degli emergenti, all’inizio della loro carriera». Perché poche presenze in Nazionale? «Perché dicevo quello che pensavo, e, purtroppo, pagavo puntualmente la mia esclusione in azzurro. L’unico neo della mia carriera è stato il non essere titolare della Nazionale, qualifica che sicuramente avrei meritato. Ho giocato 25 partite in tutto. Sono stato convocato anche per i Mondiali del 1966 in Inghilterra, però, non ho mai avuto la fortuna di giocare. L’anno dopo, stagione 1966-67, avendo vinto il campionato con la Juventus, sono risultato uno dei portieri meno battuti e più in forma. Però, anche lì sono stato convocato per tappare un buco: c’era Negri del Bologna che aveva un forte risentimento a un ginocchio». Qual è stato il giocatore che le faceva sempre gol: la sua “bestia nera”? «La mia “bestia nera” era Kurt Hamrin, che aveva giocato alla Juventus al primo anno, per poi passare alla Fiorentina. In quella Fiorentina giganteggiavano grossi nomi, quali Cervato, Hamrin, Segato, in porta c’era Sarti, poi è arrivato Albertosi. Hamrin era uno piccolino, che giocava ala destra, chiamato come ben ricorda lei Uccellino, ed anche quando dalla Fiorentina è passato al Padova, questo qua, quando lo incontravo mi faceva sempre gol. Era proprio la mia “bestia nera”». Ha mai calciato un rigore? «Sì, ma non in Serie A. Mi è capitato diverse volte quando giocavo a Casale Monferrato, ma sempre in Coppa Italia, mai in campionato. Negli spareggi ai calci di rigore sia con la maglia del Monza che con quella del Casale Monferrato ho sempre battuto l’ultimo calcio di rigore e ho sempre fatto goal». Di che cosa non dobbiamo dimenticarci nella vita di tutti i giorni? «Non bisogna mai dimenticarci la tranquillità, la serenità, che io ritengo siano le doti migliori, di cui una persona possa godere». La sofferenza di un’altra persona che cosa le trasmette? «Mi trasmette avvilimento e tristezza, perché stare male non è una cosa che fa piacere. In quest’ultimo periodo ho provato anch’io ad avere dei problemi di salute e so cosa si può provare. Perciò, io auguro a tutti di stare sempre in allegria e fare il possibile per non ammalarsi e per non avere problemi seri». Lei crede in Dio? «Sì». Lei cosa si immagina di trovare nell’Aldilà? «Mi auguro di trovare anche lì un po’ di tranquillità, di serenità, perché io penso che quando una persona lascia questa terra, avremo i nostri figli, i nostri nipoti che ci ricorderanno, anche se per loro sarà un dolore immenso. Ma, mi creda, sono cose che quando non ci sarò più, non posso sapere. No, no, no, non me lo immagino proprio». La morte? «Penso che sia un avvenimento, una cosa brutta, perché uno finché vive su questa terra, io mi auguro di stare bene, di avere degli amici e di avere la possibilità (come sto facendo adesso) di aiutare certa gente, ma, non più di tanto». Cos’è che le dà più fastidio e maggior rabbia in questo mondo? «Mi commuovo quando vedo per televisione tanti poveri bambini e tanta povera gente che soffre la fame, che soffre un po’ di tutto. Ecco, questa cosa qua mi fa veramente venire le lacrime agli occhi». E cos’è che non sopporta? «La gente che fa male ad altre persone». In lei ha vinto più il cuore o la ragione? «Beh, io penso che ha vinto più il cuore, perché io ero un ragazzo, un giocatore che sia in allenamento che nelle gare ufficiali (e sono state tantissime) ho sempre giocato, prima di tutto, per divertirmi. Poi, ho sempre profuso serietà e buona volontà per ottenere quello che potevo ottenere. E, di fatti, ho ottenuto tante soddisfazioni». Se lei non avesse fatto il portiere professionista, cosa le sarebbe piaciuto fare? «Eh, eh: io guardi ho studiato da tessile, e, se non avessi avuto la fortuna di giocare a pallone, andavo in fabbrica anch’io come mio padre e mia madre». La sua infanzia, com’è stata? «È stata anche un po’ di sacrificio, visto che da piccolino ho avuto il babbo Bruno che giocava a calcio anche lui ma è stato prigioniero in Germania, mi trovavo solo con altri due fratelli, un maschio (più vecchio) e una femmina (più piccola), Margherita, che oggi abita a Manerbio, nel bresciano. Mia mamma Lina lavorava come operaia nello stabilimento Marzotto. Noi veniamo da una famiglia di operai ed io sono stato il figlio più fortunato perché ho intrapreso la carriera di calciatore». Ha nipoti? «Sì, ho tre nipoti e sono uno più bello dell’altro. Il più piccolino è Riccardo, dopo c’è Chiara, una bellissima signorina quindicenne, e Giulio, un ragazzo di 17 anni, che è veramente un giovane formidabile». Giocava in porta anche suo padre Bruno? «No, mio padre giocava mediano. Mio fratello Bruno giocava mediano anche lui, e il io, il più matto di tutti, giocavo in porta». Come mai si è interrotta la tradizione degli Anzolin mediani? «È stato un dono di natura: sono nato portiere e ho sempre giocato da piccolino da portiere e ho chiuso la mia carriera giocando in porta». Si tuffava, allora, nei campi dell’operosa Valdagno? «No, nei campi, ma nei sassi, perché, in quel periodo in cui era appena finita la guerra e l’unico pallone era fatto di pezzi di carta di giornale arrotolati. Non avevamo le possibilità che hanno i giovani di oggi. Si giocava in cortile, in mezzo a dei sassi che se ci cadevi sopra, rischiavi veramente di farti del male. Una pallottola, la palla, di stracci di carta, legati tra di loro dallo spago». Quand’è stata l’ultima volta che ha pianto? «Quando è morto il mio maestro delle giovanili, che si chiamava Gianbattista Servidati, e giocava qua nel Valdagno come portiere. Mi ha seguito fin dalle prime armi, mi ha insegnato tutti i trucchi del mestiere e quando è morto, una decina di anni fa, veramente ho pianto molto, mi sono commosso tanto». Lei sta ancora insegnando alle giovanissime leve ad Arzignano vicentino: qual è il trucco su cui insiste maggiormente? «Io ho sempre insegnato la tranquillità, la posizione, imparare a tenere la palla, non respingerla sempre come stiamo vedendo oggi in televisione (sono pochi quelli che tengono il pallone), la posizione a seconda di come si sviluppa l’azione (o da sinistra o dalla parte centrale o dalla parte destra) e di non avere coraggio e di non avere paura. Anche perché quando ti tirano in porta da 4-5 metri di quelle botte che non finiscono più, ecco, in quel momento bisogna avere la forza di mettere la mano lo stesso. E insegnavo come dovevano distendere la mano: invece di prendere la palla, diciamo, quasi sulle dita, dovevano mettere il polso, in linea di massima, la giuntura della mano in modo che la palla schizzasse via. Altrimenti, tenere sempre la palla più che era possibile». È stato un coraggioso in campo: nella vita, invece? «Beh, anche nella vita un po’, direi. Perché? Perché facevo certe cose senza pensarci sopra». Tipo? «Quando andavo in macchina e da Torino dovevo arrivare a Valdagno, andavo via come un pazzo, correvo come un disgraziato. Comunque, quando passano gli anni, si diventa più tranquilli, più sereni, si ragiona di più. Mentre quando eri giovane, certe cose le facevi senza avere la possibilità di pensarci sopra». La ringraziamo, mister. «Grazie a lei e arrivederci!». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/roberto-anzolin.html
  7. ROBERTO ANZOLIN https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Anzolin Nazione: Italia Luogo di nascita: Valdagno (Vicenza) Data di nascita: 18.04.1938 Luogo di morte: Valdagno (Vicenza) Data di morte: 06.10.2017 Ruolo: Portiere Altezza: 177 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: La Zanzara Alla Juventus dal 1961 al 1970 Esordio: 27.08.1961 - Serie A - Juventus-Mantova 1-1 Ultima partita: 15.03.1970 - Serie A - Juventus-Cagliari 2-2 310 presenze - 262 reti subite 1 scudetto 1 coppa Italia 1 coppa delle Alpi Roberto Anzolin (Valdagno, 18 aprile 1938 – Valdagno, 6 ottobre 2017) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Roberto Anzolin Anzolin alla Juventus nella stagione 1961-1962 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1985 - giocatore Carriera Giovanili 19??-1959 Marzotto Valdagno Squadre di club 1956-1959 Marzotto Valdagno 86 (-84) 1959-1961 Palermo 71 (-66) 1961-1970 Juventus 310 (-262) 1970-1971 Atalanta 36 (-22) 1971-1973 Lanerossi Vicenza 13 (-14) 1973-1975 Monza 66 (-?) 1975-1976 Riccione 30 (-?) 1976-1978 Juniorcasale 58 (-?) 1984-1985 Valdagno ? (-?) Nazionale 1959 Italia U-21 4 (-?) 1960 Italia B 4 (-?) 1966 Italia 1 (0) Carriera da allenatore 1980-1981 Benacense Riva 1981-1982 Pro Gorizia 1982-1983 Belluno 19?? Chiampo Giovanili 1996-1997 Valdagno 1998-???? Valdagno Pulcini Biografia Suo padre Bruno giocò come centrocampista nel Vicenza, in Serie B, nel corso degli anni 1930. Negli anni di militanza alla Juventus sposò Gabriella, anche lei originaria di Valdagno, da cui ebbe due figli. Il 31 ottobre 1997, mentre era in vacanza in montagna, venne colpito da un principio di infarto: conseguenze più gravi furono evitate grazie al tempestivo intervento del medico personale. Morì nel 2017 all'età di 79 anni. Caratteristiche tecniche Giocatore Era un efficace portiere che si rendeva autore di interventi puntuali e concreti. Čestmír Vycpálek, suo allenatore al Palermo, lo ha descritto così: «Fra i pali era agile come un gatto, praticamente imbattibile, schizzava da un palo all'altro con guizzi felini. Nelle uscite basse era impeccabile, non altrettanto nelle mischie e in quelle alte». Era soprannominato La zanzara per via del suo fisico filiforme. Carriera Giocatore Club Anzolin con la maglia del Palermo nel 1960 Attivo nel ruolo di portiere tra la metà degli anni 1950 e la fine degli anni 1970, esordì nella natìa Valdagno tra le file del Marzotto Valdagno (1956-1959), per passare poi al Palermo in cui giocò per un biennio; la società rosanero lo acquistò per 40 milioni di lire, facendo un'offerta di 5 milioni superiore a quella del Milan. Prima di giocare l'ultima partita del campionato di Serie B 1960-1961 gli venne comunicata la cessione alla Juventus, cosa che non doveva sapersi prima della fine della stagione: dai piemontesi, i siciliani ottennero in cambio Tarcisio Burgnich, i prestiti di Carlo Mattrel e Rune Börjesson, più un conguaglio di 100 milioni. A Torino divenne uno dei punti fermi dei bianconeri per tutti gli anni 1960, perdendo la titolarità solo nella nona e ultima stagione in favore del più giovane Roberto Tancredi, e vincendo la Coppa Italia 1964-1965 e lo scudetto della stagione 1966-1967. Chiusa la lunga esperienza juventina, giocò per una stagione con l'Atalanta, in Serie B, contribuendo alla promozione in Serie A anche grazie all'imbattibilità durata per 792 minuti. Passò quindi al Lanerossi Vicenza come secondo portiere, per chiudere la carriera da professionista sulla soglia dei quarant'anni giocando in Serie C con Monza, Riccione e Juniorcasale. Dopo aver smesso di giocare, il Valdagno — il cui presidente era all'epoca suo cognato — lo volle in sostituzione del portiere malato per la stagione 1984-1985. Nazionale Roberto Anzolin con la maglia della Nazionale italiana Dopo 4 presenze in Under-21 e altrettante in nazionale B, difese anche la porta della nazionale maggiore nell'amichevole contro il Messico del 29 giugno 1966, subentrando a Enrico Albertosi nel secondo tempo. Pochi giorni dopo, fu tra i convocati per il campionato del mondo 1966 in Inghilterra. Allenatore Come allenatore guidò il Pro Gorizia, da cui fu esonerato con la squadra in testa al campionato 1981-1982, a +6 sulla seconda. In seguito allenò per sette stagioni le giovanili del Chiampo, la squadra di un paese vicino Valdagno. Successivamente ha allenato la formazione Pulcini del Valdagno; nella stagione 1996-1997 ha brevemente allenato la prima squadra valdagnese, in Serie C2, non riuscendo a evitare l'ultimo posto finale. Sempre a Valdagno ha poi aperto una scuola calcio. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967 Coppa Italia Semiprofessionisti: 2 - Monza: 1973-1974, 1974-1975 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Juventus: 1963 Allenatore Competizioni nazionali Campionato Interregionale: 1 - Pro Gorizia: 1981-1982 (girone C)
  8. DARIO CAVALLITO https://it.wikipedia.org/wiki/Dario_Cavallito Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 21.02.1942 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1960 al 1961 e dal 1962 al 1963 Esordio: 29.06.1961 - Coppa Italia - Juventus-Torino 2-2 Ultima partita: 09.09.1962 - Coppa Italia - Brescia-Juventus 2-5 2 presenze - 1 rete Dario Cavallito (Torino, 21 febbraio 1942) è un ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Dario Cavallito Nazionalità Italia Calcio Ruolo Interno Termine carriera 1978 Carriera Giovanili 1957-1961 Juventus Squadre di club 1960-1961 Juventus 1 (1) 1961-1962 → Como 19 (1) 1962-1963 Juventus 1 (0) 1963-1964 Parma 28 (8) 1964-1965 SPAL 25 (7) 1965-1966 Monza 16 (0) 1966-1968 Pescara 56 (10) 1968-1969 Prato 27 (5) 1969-1971 Lucchese 53 (18) 1971-1976 Viareggio 99+ (44) 1976-1978 Ivrea ? (?) Biografia Era figlio del gestore del bar-ristorante dello Stadio Filadelfia di Torino. Dopo il ritiro si è stabilito definitivamente a Pescara. Anche i figli Luca e Simone sono calciatori, avendo militato in diverse squadre abruzzesi. Caratteristiche tecniche Giocava come ala, mezzapunta o centravanti. Considerato simile a Omar Sívori, era reputato un abile tiratore di punizioni. Carriera La rosa della SPAL 1964-65, anno della promozione in Serie A, Cavallito è il primo accosciato da sinistra a fianco di Luigi Pasetti. Cresce nelle giovanili della Juventus, agli ordini di Renato Cesarini. Con le giovanili bianconere vince il "Trofeo Caligaris" nel 1962, il Torneo di Viareggio nel 1961 e il Campionato De Martino nel 1960, nel quale subisce un serio infortunio al menisco dopo un contrasto con Sandro Salvadore. Gioca in diverse amichevoli, ma il suo esordio in una gara ufficiale con la prima squadra della Juve avviene nella vittoriosa gara per il terzo posto di Coppa Italia giocata contro il Torino il 29 giugno 1961 e nella medesima gara segna anche una rete. Passa poi in prestito al Como in Serie B per poi tornare a Torino e giocare un'altra gara di Coppa Italia il 9 settembre 1962. Torna di nuovo in Serie B con il Parma nel 1963 e l'anno successivo è sempre nella serie cadetta con la SPAL, conquistando con i biancazzurri la promozione in Serie A. Passa poi al Monza sempre in Serie B e quindi al Pescara allenato dal suo ex compagno di squadra alla SPAL e alla Juve Sergio Cervato, in Serie C. Poi gioca nel Prato, nella Lucchese (con cui realizza 14 reti nel campionato di Serie C 1970-1971) e nel Viareggio, che lo acquista dai rivali rossoneri dopo un blitz di mercato al termine della sessione. Rimane al Viareggio per cinque stagioni, realizzando 44 reti che lo collocano ai primi posti tra i marcatori della società toscana. Chiude la carriera nell'Ivrea, con cui abbandona il calcio professionistico nel 1978. In Serie B Cavallito ha giocato complessivamente 88 gare. Palmarès Club Competizioni giovanili Campionato De Martino: 1 - Juventus: 1959-1960 Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1961
  9. BRUNO MORA Arrivò nella Juve che aveva Sivori – racconta Vladimiro Caminiti – e non voleva avere altro. Sivori rese difficile la vita anche a questo talento della scorribanda e del gol estroso, volendo servizi a puntino sul piede matricolato. Bruno lo mando spesso a quel paese e perciò la Juve lo tenne due campionati e poi lo scambiò utilmente con il Milan. Ala di un tempo quasi antico, magro spiritato e con gambette nerborute, aveva ogni qualità, scatto da fermo, furbizia a tonnellate, una qual certa potenza di tiro. Fu Spalazzi, mediocre portiere, a rompergli una gamba e ad accorciargli la carriera.GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” OTTOBRE 1972In questa sfilza di profili di bianconeri degli anni sessanta siamo andati (e stiamo andando) un tantino a casaccio, e l’ordine cronologico va spesso a farsi friggere. Del resto, non si tratta mica di articoli di storia, ci mancherebbe altro, ci basta ricordare nomi a volte prestigiosi a volte meno che negli ultimi anni sono stati più o meno a lungo bianconeri.Uno di questi, prestigioso assai, a dire il vero, è Bruno Mora; chi non si ricorda di lui, è l’ala destra dello scudetto numero dodici e della relativa Coppitalia, della Coppa dei Campioni dell’anno dopo e del quasi concomitante disastro della Nazionale «made in Cile» e poi subito dopo, ma guarda un po’ del Milan campione d’Europa. Basterebbe l’esposizione sommaria di un simile «curriculum» per spiegare il tipo: un fior di campione, che alla Juve, nei due anni in cui ci è stato, ha dato sempre ottime prove di sé, e che è stato ceduto esclusivamente per ragioni tecniche, vale a dire serviva il grosso nome in difesa e per questo si sacrificò il grosso nome dell’attacco: arrivò in cambio Salvadore, mica l’ultimo pivello della pelota, come dire che la Juve non ci perse proprio nulla, anzi. Ma abbiamo corso davvero troppo, per raccontare il Mora juventino bisogna andare con molta più calma. E tornare indietro, naturalmente, di quanto è sufficiente per trovarlo già campione affermato.Novembre ‘59, Bruno ha ventidue anni e gioca in blucerchiato, ma è già «sorvegliato» speciale dagli osservatori delle «grandi». Un grandissimo inizio di torneo gli vale il posto in Nazionale, all’ala destra: Italia-Ungheria, a Firenze, uno a uno, è una passerella di juventini e di futuri juventini. Già, perché di fronte ad un simile iradiddio la società bianconera decide immediatamente di passare all’offensiva per assicurarselo, nonostante la concorrenza sia numerosa e agguerrita.Così l’anno dopo, per Mora è già Juventus, anche se per vederlo in campo con i colori bianconeri bisogna aspettare un po’. Il debutto ufficiale è rinviato a novembre: a quel punto la Juve è già saldamente in vetta alla classifica, ma le cose non vanno poi tanto lisce come l’anno precedente, la concorrenza si è fatta più forte e anche più astuta, è milanese nelle due specie. L’Inter ha Suarez e il conducador H.H., entrambi freschi di Spagna, e ci ha pure un inglesino pepato e biondiccio al centro dell’attacco, Hitchens si chiama costui, e subito la platea di San Siro è per lui. Il Milan invece ha soffiato alla concorrenza il tesoro della provincia mandrogna, il baby Rivera che a diciassette anni già imperversa, anche se ancora parla poco e con strascichi dialettali.È proprio il Milan viene a guastare la festa di Mora alla «prima» in bianconero, il 6 novembre ‘60. Al Comunale infreddolito ma stracolmo finisce quattro a tre per il diavolo, primo tempo due a zero, non è vero che la Juve ha giocato male, men che mai è vero che Mora non c’è, il ragazzo fa una gran partita e subito conquista i tifosi, anche quelli dal palato più fino. È suo uno dei tre gol bianconeri, la Juve perde la partita ma non fa drammi, anche se era importantissimo vincere, perché trova un fuoriclasse in più da aggiungere alla lista. Che è lunga alquanto, e persino esaltante. Sono per l’ultima volta insieme Charles, Sivori e Boniperti, in difesa l’anziano e saggio Cervato comanda all’antica una difesa di pilastri, d’accordo che ci sono anche i ragazzini che scalpitano, ma la Juve scudettata sarà ancora quella dei vecchi o presunti tali.Mora, comunque, è arrivato proprio in tempo, la Juve d’ora innanzi avrà sempre bisogno di lui: a cominciare dai traversoni pennellati per la zucca in quota di John-il-buono o per il calzettone srotolato di Omar-il-cabezon, Bruno diventa subito protagonista. Intanto Cervato gli cede sempre più spesso l’incarico di tirare i rigori, la qual cosa si rivela quell’anno di non infima importanza: per fermare Sivori e soci le difese si catenacciano a più non possono e a volte pure picchiano sodo, si studiano trucchetti di ogni tipo, ma non sempre gli arbitri abboccano, e così i tiri dal dischetto fischiati a favore dei bianconeri diventano frequenti, e si fa cospicuo il gruzzolo di reti dell’ex-sampdoriano. Dieci reti segna quell’anno Mora, e non sono poche in assoluto, diventano addirittura tantissime se si pensa alla terribile concorrenza che Bruno si ritrova in casa. È un anno più che positivo, per la Juve, inizialmente timorosa di non potere fare il bis, e per la sua ala destra in cerca di consacrazione definitiva nel campionato del Centenario. Che è campionato ricco di cose da ricordare. Prendiamo a caso, sennò non la finiremmo più.5 febbraio ‘61, Juventus batte Udinese cinque a uno, gioco scintillante, grande Sivori autore di una succulenta tripletta, e bravissimo Mora, il miglior Mora dall’esordio di novembre, due gol e tantissimi spunti di classe cristallina. Sette giorni più tardi, all’Olimpico, i bianconeri liquidano la Lazio per quattro a uno; tra i marcatori l’ex-sampdoriano, la cui sventola chiude il conto con i biancazzurri. Bologna, 26 marzo: è la partita-sorpasso dei bianconeri, preceduti prima di un punto dall’Inter, che quel giorno si sfascia nel Derby della Madonnina. La Juve invece tira innanzi, i rossoblu vedono e non vedono Sivori mattatore, grandi applausi per la ritrovata protagonista del campionato che ha un Mora sempre più bravo, il suggello al quattro a due finale è ancora suo, dal dischetto. 14 maggio, l’Atalanta lotta e rincorre la Juve passata in vantaggio con capitan Boniperti, ma Bruno colpisce secco e due volte, un’altra doppietta, la seconda da quando è juventino.5 giugno, esultano i fans della Vecchia Signora, è il giorno dello scudetto matematico, manca ancora la partita-recupero con l’Inter, ma le radioline portano al Comunale le confortanti notizie di Catania, dove i nerazzurri staccati di due punti perdono secco dagli etnei, e la Juve, ormai campione, non infierisce sul pericolante Bari; è pareggio, il gol juventino, dal dischetto, non può essere che di Mora.Alleluja, dunque; ma l’anno dopo le cose non vanno poi così bene, mica sempre è festa, il ‘60-61 è stato addirittura magico per Mora, che è tornato in nazionale a Napoli contro l’Austria, nella partita d’addio di Boniperti. Il ‘61-62 andrà di gran lunga peggio, epperò di Mora sentiremo parlare ancora bene, talvolta benissimo, per almeno due terzi del torneo. A Genova, per esempio, Sampdoria-Juventus due a tre, Bruno si veste da «ex» terribile e fa la festa ai sampdoriani: sue tutte e tre le reti del successo bianconero. Il resto va avanti alla meno peggio, alla stracca talvolta.In campionato ci si distrae sovente, con la scusa che c’è di mezzo la Coppa dei Campioni, e magari ne vale la pena. Anche qui Mora fa cose egregie, segnando tra l’altro contro i greci del Panathinaikos e contro gli jugoslavi del Partizan Belgrado: contro questi ultimi, in quella che è stata forse la più bella prestazione bianconera in Coppa dei Campioni (clamoroso 5-0 inflitto a Soskic e compagni) Bruno realizza una doppietta. Ma la strada è sbarrata anche qui, contro l’ancora irraggiungibile Real Madrid si mette di mezzo anche la sfortuna, e l’avventura europea si conclude mestamente ai quarti di finale.Intanto, il campionato finisce a rotoli, la squadra si squaglia letteralmente al primo sole primaverile, a tutti viene meno la concentrazione, qualcuno perde anche il controllo dei nervi. Mora, in particolare, precipita dal suo piedistallo di campione: una pesante squalifica dopo gli incidenti di Juve-Sampdoria (squalifica che tocca anche a Sivori e Leoncini) gli impedisce pure di chiudere il torneo. Qualcuno lo definisce in crisi, e critica l’operato dei tecnici azzurri che lo convocano per l’avventura mondiale in Cile. Ma proprio qui Mora smentisce clamorosamente i suoi denigratori: l’Italia combina poco e si fa estromettere ingenuamente dai padroni di casa, ma nel disastro, tra i pochi che si salvano c’è senza dubbio lui. Lo riconoscono i giornalisti internazionali del mondiale cileno, chiamati a compilare le classifiche dei migliori per ogni ruolo; tra le ali destre Mora è piazzato al terzo posto, dopo il grandissimo Garrincha e il russo Metreveli.E allora perché venderlo, un simile campione? Giusta domanda, ma ci sono valutazioni tecniche precise, lo abbiamo detto in apertura; e poi i dirigenti juventini ottengono di avere in cambio Salvadore, che nelle stesse classifiche mondiali è tra i migliori tre centromediani, insieme al brasiliano Mauro e al cecoslovacco Populhar. E che volete di più, magari si rimpiange di non aver potuto far venire Salvadore riconfermando Mora.La storia di Bruno in rossonero è recente, sono cose di ieri: sarà ancora azzurro e campione d’Europa a Wembley, e se le sue imprese sembrano tanto lontane, questo, una volta tanto, non dipende assolutamente da lui, ma solo dalla sfortuna. Il gravissimo incidente al ginocchio, alla vigilia del ‘66, lo taglia fuori dal grande giro nel pieno della forma, e rende difficoltoso il pieno recupero sul piano fisico quanto su quello psicologico. Senza quel duro colpo i suoi gol sarebbero certo più vicini nel tempo, e non lo relegherebbero, forse, a campione dei soli anni sessanta...ANGELO CAROLIEra un gaudente che faceva bene il professionista, senza rinunce specifiche e giungendo al vertice della carriera attraverso la Sampdoria, la Juventus e il Milan, vincendo coppe e scudetti e arrivando alla Nazionale. Aveva la faccia sfrontata degli scugnizzi a cui si deve perdonare tutto, un muso simpatico che lo poneva al centro delle attenzioni femminili. Esprimeva quel modo inconfondibile di essere estroverso, tipico degli emiliani (era nato a Parma il 29 marzo del 1937), con un sorriso appena accennato, da regalare a tutti. Era la disperazione di Umberto Agnelli, il quale capiva le esigenze esistenziali di un giovane calciatore, ma pretendeva che allo svago si ponesse un limite. Bruno girava per la città illuminata dai lampioni alla guida di una spider rossa in cerca di avventure. Attribuiva quell’irrequietezza all’insonnia. Il dottor Umberto fingeva di credergli e sorrideva. Pare che in un periodo in cui la squadra non girava al massimo gli avesse messo alle costole una persona di fiducia, un controllore speciale. Bruno fu sorpreso, una notte, mentre usciva da un portone che non era quello di casa sua. Si giustificò chinando il capo e facendo saettare nel buio i suoi occhi volpini: «Ho ritrovato una vecchia parente», disse. La donna non era vecchia e nemmeno una parente. Fu multato. Ma Bruno si faceva perdonare poiché in campo era un generoso. In luglio venne con me a Viareggio, fu una vacanza divertente, dividemmo una camera molto grande, a Villa Ridosso. La sera uscivamo sempre con ragazze diverse. Rientravamo in albergo a notte fonda. Io ero stravolto dalla stanchezza, sentivo solo il bisogno di dormire. Lui cambiava camicia e si rituffava, allegro, nella notte, all’inseguimento costante di chimere. Aveva una spinta emotiva straordinaria, che distribuiva alla squadra con generosa partecipazione. Il giorno 10 novembre del 1986 mi arrivò la notizia della sua morte. Un male incurabile lo aveva strappato alla vita. Fui attanagliato da un’angoscia improvvisa. L’ho pianto a lungo, come lo hanno pianto gli amici bianconeri che avevano diviso con lui stagioni indimenticabili. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/bruno-mora.html
  10. BRUNO MORA https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Mora Nazione: Italia Luogo di nascita: Parma Data di nascita: 29.03.1937 Luogo di morte: Parma Data di morte: 10.12.1986 Ruolo: Attaccante Altezza: 175 cm Peso: 67 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1960 al 1962 Esordio: 06.11.1960 - Serie A - Juventus-Milan 3-4 Ultima partita: 25.03.1962 - Serie A - Juventus-Sampdoria 0-1 63 presenze - 21 reti 1 scudetto Bruno Mora (Parma, 29 marzo 1937 – Parma, 10 dicembre 1986) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo attaccante. Bruno Mora Mora alla Juventus nella stagione 1961-1962 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 67 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex ala destra) Termine carriera 1971 - giocatore 1983 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Sampdoria Squadre di club 1957-1960 Sampdoria 65 (19) 1960-1962 Juventus 63 (21) 1962-1968 Milan 116 (26) 1969-1971 Parma 24 (4) Nazionale 1959-1965 Italia 21 (4) Carriera da allenatore 1977-1978 Parma 1978-1979 Cassino 1982-1983 Parma Biografia È scomparso all'età di 49 anni a causa di un tumore allo stomaco. Caratteristiche tecniche Ala destra di grande estro e fantasia, abilissimo nel dribbling e con il vizio del gol grazie a un buon tiro. Carriera Bruno Mora con la maglia del Milan Club Cresciuto nella Giovane Italia, una rappresentativa della sua città natale, nel 1957, a quindici anni, si trasferì da solo a Genova, dove visse per alcuni anni presso una famiglia locale andando a giocare con la Sampdoria, che lo aveva visionato durante uno degli incontri disputati a Parma. Dei blucerchiati diventò ben presto titolare e vi giocò per tre stagioni, disputando 76 partite e segnando 21 gol. Nel 1960 la Juventus lo fece suo e per le successive due stagioni restò a Torino vincendo uno scudetto. Nell'estate del 1962, voluto fortemente da Rocco e Viani, fu protagonista di un discusso scambio con Sandro Salvadore ed andò a giocare al Milan. Con i rossoneri vinse subito la Coppa dei Campioni, nel 1963, superando il Benfica nella finale di Wembley. Nella successiva edizione di Coppa Intercontinentale fu uno dei protagonisti principali della triplice sfida contro il Santos di Pelé, segnando un gol sia nel primo incontro a San Siro che nella seconda partita al Maracanã. Furono i brasiliani però ad aggiudicarsi il trofeo. Nelle tre stagioni successive Mora si confermò titolare risultando un tassello fondamentale nel Milan di metà anni sessanta con cui raggiunse un terzo e un secondo posto in Serie A rispettivamente nel 1963-64 e 1964-65. La stagione 1965-66 fu segnata da un grave infortunio: la frattura scomposta di tibia e perone, causata da uno scontro di gioco con il portiere del Bologna Giuseppe Spalazzi, gli impedì infatti di prendere parte al campionato del mondo 1966 in Inghilterra, e gli compromise la prosecuzione della carriera ad alti livelli. Rientrò in campo dopo 10 mesi ma da quel momento, anche a causa dei nuovi acquisti di Hamrin e Prati, non riuscì a giocare con continuità e perse il posto di titolare. Nonostante ciò, Mora aggiunse 35 ulteriori presenze e 6 reti nelle ultime tre stagioni con i rossoneri dopo l'infortunio, nelle quali vinse una Coppa Italia nel 1966-67, uno scudetto e una Coppa delle Coppe nella stagione 1967-68 e una seconda Coppa dei Campioni nel 1968-69. Complessivamente, con il Milan disputò 148 partite segnando 33 gol. Ha concluso la sua carriera agonistica con il Parma nelle serie minori. In carriera ha totalizzato complessivamente 245 presenze e 62 reti in Serie A. Nazionale Giocò 21 partite nella nazionale italiana realizzando 4 gol e fece parte della squadra azzurra anche al campionato del mondo 1962 in Cile. Un grave infortunio (frattura scomposta di tibia e perone, causata da uno scontro di gioco con il portiere del Bologna, Giuseppe Spalazzi) gli impedì di prendere parte al campionato del mondo 1966 in Inghilterra, e gli compromise la prosecuzione della carriera ad alti livelli. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Sampdoria: 1958 Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1960-1961 - Milan: 1967-1968 Coppa Italia: 1 - Milan: 1966-1967 Campionato italiano Serie D: 1 - Parma: 1969-1970 (girone B) Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 1 - Milan: 1962-1963 Coppa delle Coppe: 1 - Milan: 1967-1968
  11. EUGENIO FASCETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Fascetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Viareggio (Lucca) Data di nascita: 23.10.1938 Ruolo: Centrocampista Altezza: 173 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1960 al 1961 Esordio: 20.11.1960 - Serie A - Juventus-Bologna 3-0 Ultima partita: 10.05.1961 - Coppa Italia - Fiorentina-Juventus 3-1 4 presenze - 0 reti 1 scudetto Eugenio Fascetti (Viareggio, 23 ottobre 1938) è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Come allenatore ha conseguito 5 promozioni in Serie A. Eugenio Fascetti Fascetti alla guida della Lazio nel 1986 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1971 - giocatore 2004 - allenatore Carriera Giovanili Pisa Squadre di club 1956-1960 Bologna 35 (2) 1960-1961 Juventus 4 (0) 1961-1964 Messina 66 (8) 1964-1965 Lazio 12 (0) 1965-1966 Messina 21 (2) 1966-1968 Savona 73 (5) 1968-1969 Lecco 0 (0) 1969-1970 Viareggio 30 (0) 1970-1971 Fulgorcavi Latina ? (?) Carriera da allenatore 1971-1977 Fulgorcavi Latina 1979-1983 Varese 1983-1986 Lecce 1986-1988 Lazio 1988-1989 Avellino 1989-1990 Torino 1990-1992 Verona 1993-1995 Lucchese 1995-2001 Bari 2001 Vicenza 2002 Fiorentina 2002-2004 Como Carriera Giocatore Da calciatore ha vestito le maglie di formazioni importanti come il Bologna, la Juventus (vincendo lo scudetto nel 1960-1961) e la Lazio, per poi chiudere la carriera da giocatore nella squadra della sua città, il Viareggio. Allenatore Da allenatore ha esordito nei primi anni 1970 guidando la Fulgorcavi Latina dalla Prima Categoria alla Serie D. Dopo aver frequentato il Supercorso di Coverciano nel 1977-1978, ha iniziato la sua carriera di allenatore guidando il Varese, club che nel 1979-1980 portò in Serie B, dove ottenne un quarto posto nei tre anni seguenti. Fascetti (a sinistra) sulla panchina del Varese nella stagione 1981-1982, assieme al DS Beppe Marotta. Passato al Lecce nel 1983, ottenne il quarto posto in cadetteria e poi guidò i salentini alla loro prima promozione in Serie A nel 1984-1985. Nel 1985-1986 era sulla panchina dei giallorossi quando questi, ormai retrocessi aritmeticamente, sconfissero la Roma all'Olimpico per 3-2, interrompendo la rincorsa allo scudetto dei capitolini, scavalcati poi dalla Juventus nel turno seguente, proprio contro il Lecce. Allenò la Lazio (1986-1987) in Serie B quando questa riuscì a salvarsi dalla retrocessione in C, dopo aver vinto dei drammatici spareggi, partendo all'inizio del campionato con una penalizzazione di 9 punti (all'epoca la vittoria valeva 2 punti), ottenendo poi l'anno successivo (1987-1988) la promozione in Serie A con la squadra romana. In seguito ha cambiato spesso panchina guidando Avellino, Torino, Verona e Lucchese fino ad approdare al Bari. Qui rimarrà per ben sei stagioni, fino alla stagione 2000-2001, lanciando Antonio Cassano ai grandi livelli. Ha quindi guidato L.R. Vicenza e Como, ultima formazione allenata (Serie A 2002-2003 e buona parte della Serie B 2003-2004). Ha allenato nell'estate del 2002 (anche se per poche settimane, fino al fallimento) la Fiorentina, retrocessa sul campo in Serie B e successivamente retrocessa a tavolino in C2 per inadempienze finanziarie che le impedirono l'iscrizione al campionato cadetto. In veste di allenatore ha ottenuto 5 promozioni in Serie A con Lecce (1984-1985), Lazio (1987-1988), Torino (1989-1990), Verona (1990-1991), Bari (1996-1997), una promozione in Serie B con il Varese (Serie C1 1979-1980 ) e due promozioni nei Dilettanti con la Fulgorcavi Latina, dalla prima categoria alla Promozione (1972/73) e dalla Promozione alla serie D (1974/75). Dopo il ritiro Dal 2008 partecipa come opinionista alla trasmissione sportiva 90º minuto Serie B, insieme all'ex calciatore Vincenzo D'Amico, ed è spesso ospite in alcune emittenti private toscane. È un dichiarato tifoso dell'Inter. Palmarès Giocatore Campionato italiano: 1 - Juventus: 1960-1961 Campionato italiano di Serie B: 1 - Messina: 1962-1963 Allenatore Club Competizioni regionali Promozione Lazio: 1 - Fulgorcavi Latina: 1974-1975 (girone B) Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Varese: 1979-1980 (girone A) Campionato italiano di Serie B: 1 - Torino: 1989-1990 Individuale Premio speciale del Settore Tecnico della FIGC: 1 - 2003
  12. TARCISIO BURGNICH Nasce a Ruda, in provincia di Udine, il 25 aprile 1939. Il pallone come svago e sogno. Che si realizza in una carriera lunghissima dal 1958 con l’Udinese, al 1977 con il Napoli. Quasi 500 partite in Serie A, una buona fetta come terzino destro, il resto come libero.Dopo due stagioni in Friuli, approda alla Juventus, su imbeccata (pare) di Boniperti. «Questo non lo so. Posso dire che per me fu un sogno indossare la maglia bianconera – racconta a Nicola Calzaretta sul “Guerin Sportivo” – era la Juve di Boniperti, Sivori e Charles. Stava dominando in Italia da alcuni anni tra scudetti e Coppa Italia. Avevo ventuno anni, mi ero appena affacciato alla Serie A con l’Udinese, non potevo chiedere di più. Gioco tredici partite poi venni mandato a Palermo. Ci rimasi malissimo, la sentii come una bocciatura. All’inizio rifiutai il trasferimento e fui anche deferito. Successivamente qualcuno mi spiegò che a Torino sarebbe rientrato dal prestito al Vicenza, il terzino Bruno Garzena, uno della vecchia guardia, al quale avrei dovuto lasciare il posto. Alla fine accettai Palermo. Rientrai nell’operazione che portò Anzolin alla Juve».La svolta della sua carriera avviene nell’estate del 1962, quando passa all’Inter; con la maglia neroazzurra, vince quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e rendendosi protagonista di tutte le imprese della Grande Inter degli anni Sessanta.Difensore solido e preciso, soprannominato la Roccia, in campionato realizza solo sei goal. In Nazionale vanta sessantasei presenze e due goal, di cui uno storico, nel Mondiale del 1970 in Messico; Tarcisio, infatti, realizza la rete del momentaneo 2-2 nella semifinale Italia-Germania Ovest. In finale, sarà poi sovrastato nello stacco da Pelé, che realizzerà il goal del vantaggio verdeoro, nella partita che il Brasile vincerà per 4-1.Chiude la carriera indossando la maglia del Napoli, offrendo ai tifosi partenopei tre stagioni nelle quali è sempre apprezzato sia per le sue doti di difensore che per le sue doti di umiltà e sobrietà. Appesi gli scarpini al chiodo intraprende l’attività di allenatore, con alterne fortune.ANGELO CAROLI, “HURRÀ JUVENTUS” MAGGIO 2000Lo vedo nelle vesti di un santo. Come quel giovane seminarista, il quale, piuttosto che lasciarsi strappare l’ostia difesa dietro mani giunte, affrontò il martirio pregando: «La morte, ma non il peccato». Si chiamava Tarcisio, e lo santificarono. L’eroe del pallone che ho scelto questa volta è Burgnich e ha lo stesso nome, Tarcisio. L’analogia può apparire dissacrante, ma non lo è. L’analogia non è reato religioso. E il terzino che conobbi nella Juventus 1960-61 era un uomo mite, accomodante e educato, discreto e timido. Si scontrava con l’avversario e non cedeva un centimetro. Proveniva dall’Udinese, aveva ventuno anni, era costruito con il granito, una corazza di muscoli e volontà, e un francobollo.Disputò tredici partite in quell’annata tricolore, non erano poche per un provinciale, ma non bastarono per convincere la dirigenza. A un dirigente, scomparso molti anni fa, non piaceva, lo trovava poco stiloso per una società stilosa come la Juve. E, addirittura, non gli profetizzò una carriera brillante perché «era un po’ strabico». E il friulano fu invitato a cercare gloria nel Palermo.Era il Palermo dell’irascibile Totò Vilardo. Tarcisio trovò gloria scavando nel sudore, insieme a Mattrel (anche lui in prestito al Palermo) si prese la rivincita segnando uno dei quattro goal che i rosanero rifilarono alla Juve al Comunale. La doppietta di Charles non consolò i tifosi bianconeri. Burgnich disputò una stagione eccellente, tanto che Moratti senior, l’anno successivo, ne fece uno dei pilastri su cui riedificare il palazzo. Tarcisio era immunizzato al peccato. La sua vita si snodava tra casa e stadio, stadio e casa. Chi, come il sottoscritto, ha affrontato il calcio più come passatempo che come mestiere, lo indusse spesso in tentazione. Gli presentò una baby-sitter londinese e lo convinse a cedere alle sue grazie sensuali. Da quel giorno e per qualche tempo, l’inglesina con il naso all’insù e un mare di efelidi disegnate sulle gote, lo prese in affidamento come i tanti cuccioli che le venivano consegnati quasi ogni sera. Tarcisio era talmente disponibile che quando il sottoscritto, insieme a colleghi di cui non rivelo il nome per rispetto della privacy, aveva bisogno di una garçonnière per accogliere bellezze subalpine, lasciava l’appartamentino per godersi un film al Reposi.Tramontata la baby-sitter, si innamorò perdutamente di una ragazza toscana che sposò e alla quale è tuttora fedele. Fedele com’è stato alla maglia interista. Gli alberi di alto fusto e di lunga vita sono fatti della sua scorza. E, è bene ricordarlo, di scorza friulana. Questi aneddoti hanno una morale che mi auguro serva a qualche giovane. Se si vuole estrarre oro dal calcio come da una miniera è bene rispettare le regole. Del gioco e della vita. Chi non lo fa, paga.C’è un’altra curiosità da raccontare su di lui. Dovevamo giocare a Marassi, contro la Samp. Al mattino attraversai il corridoio che conduceva agli ascensori. E captai una frase di Renato Morino, grande giornalista dalla penna caustica e ironica: «Chissà quanti goal beccherà la Juve oggi con Burgnich e Caroli terzini!» Presi e portai a casa. Ma prima di pranzo incrociai Renato, lo guardai probabilmente in modo strano, e lui mi chiese se c’erano problemi. Gli spiegai e lui sbiancò, imbarazzato.Al pomeriggio battemmo la Samp con due goal di Nicolè. Tarcisio ed io fummo i migliori in campo, io salvai un goal con una spaccata da ballerina. Il giorno dopo Morino scrisse: «Caroli e Burgnich hanno fatto ingoiare a un giornalista un’incauta dichiarazione della vigilia». Quando la classe non è acqua. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/tarcisio-burgnich.html
  13. TARCISIO BURGNICH https://it.wikipedia.org/wiki/Tarcisio_Burgnich Nazione: Italia Luogo di nascita: Ruda (Udine) Data di nascita: 25.04.1939 Luogo di morte: Forte dei Marmi (Lucca) Data di morte: 26.05.2021 Ruolo: Difensore Altezza: 175 cm Peso: 81 kg Nazionale Italiano Soprannome: La Roccia Alla Juventus dal 1960 al 1961 Esordio: 23.10.1960 - Serie A - Fiorentina-Juventus 3-0 Ultima partita: 04.06.1961 - Serie A - Juventus-Bari 1-1 16 presenze - 0 reti 1 scudetto Campione d'Europa 1968 con la nazionale italiana Tarcisio Burgnich (Ruda, 25 aprile 1939 – Forte dei Marmi, 26 maggio 2021) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo difensore, campione d'Europa nel 1968 e vicecampione del mondo nel 1970 con la nazionale italiana. È considerato uno dei migliori difensori della storia del calcio italiano. Tarcisio Burgnich Tarcisio Burgnich con la nazionale italiana al campionato del mondo 1970 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 81 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1977 - giocatore 2001 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Udinese Squadre di club 1958-1960 Udinese 8 (0) 1960-1961 Juventus 16 (0) 1961-1962 Palermo 31 (1) 1962-1974 Inter 358 (5) 1974-1977 Napoli 84 (0) Nazionale 1963-1974 Italia 66 (2) Carriera da allenatore 1978-1980 Livorno 1980-1981 Catanzaro 1981-1982 Bologna 1982-1984 Como 1984-1986 Genoa 1986-1987 Lanerossi Vicenza 1987-1988 Como 1988-1989 Catanzaro 1989-1991 Cremonese 1991-1992 Salernitana 1992-1993 Como 1994-1995 Livorno 1996-1997 Foggia 1997-1998 Genoa 1998 Lucchese 1999 Lucchese 2000 Ternana 2001 Pescara Palmarès Mondiali di calcio Argento Messico 1970 Europei di calcio Oro Italia 1968 Biografia Sposò Rosalba Pistoresi, donna toscana, figlia di ristoratori, dalla quale ebbe tre figli: Simonetta, Patrizia e Gualtiero. È morto il 26 maggio 2021 ad 82 anni presso la casa di cura San Camillo a Forte dei Marmi, dove era stato portato la sera precedente, dopo una degenza all'Ospedale Versilia per un grave malore. Caratteristiche tecniche Giocò come terzino destro, stopper e libero. Eccellente marcatore, era solito prendere in custodia l'attaccante avversario più temibile. È stato considerato un modello per la serietà e la correttezza. Le sue virtù principali erano il vigore agonistico, l'abilità nel tackle e la concentrazione, oltre alla prontezza nell'anticipo. Per via della sua prestanza fisica fu soprannominato Roccia, nomignolo coniato da Armando Picchi, compagno di reparto nell'Inter e in nazionale. A lui si sono ispirati futuri specialisti della marcatura a uomo come Claudio Gentile e Pietro Vierchowod. Carriera Giocatore Club Udinese Dopo aver giocato nelle giovanili dell'Udinese avendo come compagno di squadra Dino Zoff, debuttò ventenne con i friulani alla penultima giornata della stagione 1958-1959, il 2 giugno 1959, nella sconfitta contro il Milan per 7-0, già matematicamente campione d'Italia che schierava in campo giocatori come Lorenzo Buffon, Cesare Maldini e Nils Liedholm. Fu confermato per la stagione successiva, in cui giocò 7 gare su 34 in un'epoca in cui non erano permesse sostituzioni e nella quale le zebrette si salvarono dalla retrocessione dopo spareggi con Lecco e Bari; le sue prestazioni gli valsero la convocazione nella rappresentativa italiana ai Giochi olimpici del 1960. A Udine aveva uno stipendio da 50.000 lire al mese. Juventus e Palermo Dietro suggerimento di Giampiero Boniperti, venne acquistato dalla Juventus, con cui collezionò 13 presenze senza essere poi confermato per la stagione successiva, poiché ritenuto non adatto allo stile della squadra e con una carriera incerta per un presunto leggero strabismo. Passò poi al Palermo, nel frattempo neopromosso in quell'anno, in cui arriva nella trattativa che porta Roberto Anzolin a Torino: in un primo momento rifiuta il trasferimento, subendo quindi un deferimento, ma poi coi rosanero gioca ottimamente l'annata 1961-1962, durante il quale fa anche il servizio di leva a Roma: preso il posto dell'infortunato Giorgio Sereni, gli viene affidato il ruolo da titolare. Riesce anche a segnare un gol, il suo primo con il Palermo e in Serie A, su punizione, nella prestigiosa vittoria esterna per 2-4 contro la Juventus del 18 febbraio 1962, con un violento tiro in corsa. Al termine del campionato i siciliani si posizionano all'ottavo posto nella classifica finale, piazzandosi meglio degli stessi piemontesi. Il giocatore definì in termini molto positivi la sua esperienza nelle file del club rosanero. Inter Burgnich con la maglia dell'Inter nella prima metà degli anni 1960. Nel 1962, voluto da Helenio Herrera o da Italo Allodi secondo altre fonti, passa all'Inter in cambio di 100 milioni di lire. In nerazzurro rileva nel ruolo di terzino destro Armando Picchi, che da lì in poi agirà da libero. Come capitò durante la sua permanenza alla Juventus, vinse lo scudetto alla prima stagione con la nuova squadra, pur essendo penalizzato dal dover svolgere il servizio militare a Bologna, con il grado di caporale. Ciò lo costrinse a saltare durante il suo primo campionato diversi allenamenti con il club lombardo. Con i nerazzurri giocò in 467 gare ufficiali, vincendo in dodici anni quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali, uno dei calciatori più decisivi per i successi della squadra, dapprima come terzino destro e poi, con risultati altrettanto buoni, nel ruolo di libero. Al termine della stagione 1964-1965, il settimanale Il calcio e il ciclismo illustrato lo indicò, con Giacinto Facchetti, come miglior terzino d'ala del campionato. Napoli «Non mi sono mai divertito tanto a giocare a pallone» (Sua dichiarazione) Dopo dodici anni all'Inter, complice l'infortunio subito durante i mondiali tedeschi del 1974 i dirigenti della squadra lombarda credono che sia ormai un calciatore finito. Venne a sapere solo da Francesco Janich, all'epoca dirigente del Napoli, di essere stato trasferito alla squadra campana; chiuse quindi la carriera indossando la maglia azzurra. Qui, dopo un iniziale problema con le tattiche dell'allora suo allenatore Luís Vinício, è titolare inamovibile (nel ruolo di libero), disputando tutte le gare delle sue prime due stagioni e saltando solo sei gare nella sua ultima stagione di carriera, dalla tredicesima del 16 gennaio 1977 alla diciottesima del 27 febbraio 1977. Durante la sua permanenza con i partenopei la squadra sfiorò la conquista dello scudetto nella stagione 1974-1975, quando la squadra arrivò seconda a due punti dalla Juventus vincitrice del campionato. L'anno successivo i campani conquistarono la Coppa Italia, battendo con lui in campo il Verona allo Stadio Olimpico di Roma il 29 giugno 1976 per 4-0; in questo trofeo segnò la sua unica rete con gli azzurri, nell'edizione 1975-1976, nella vittoria contro la Fiorentina per 1-0. Vinse inoltre nella stagione 1976-1977 la Coppa di Lega Italo-Inglese, giocandovi entrambe le partite, a Southampton contro la squadra locale il 21 settembre 1976 dove i padroni di casa s'imposero per 1-0 e a Napoli il 14 novembre dello stesso anno, quando nella gara di ritorno i campani vinsero per 4-0. Lo stesso anno, il Napoli raggiunse per la prima volta la semifinale in una competizione europea, la Coppa delle Coppe, venendo eliminato dall'Anderlecht. Nazionale Burgnich (a sinistra) in azione in maglia azzurra al campionato del mondo 1974, nel corso della sfida tra Italia e Argentina. In nazionale, in cui ha giocato dal 1963 al 1974, vanta 66 presenze, debuttando il 10 novembre 1963 nella gara di ritorno valevole per la Coppa Europa contro la nazionale sovietica. Ritorna in nazionale un anno dopo, nella gara di qualificazione per i mondiali in Inghilterra del 1966 contro la nazionale finlandese del 4 novembre 1964. Viene convocato per la spedizione italiana ai successivi mondiali, quando ha già giocato dodici gare con la nazionale maggiore, disputando solo le prime due gare, la vittoria contro il Cile per 2-0 nella rivincita della battaglia di Santiago del 13 luglio 1966 al Roker Park di Sunderland e la sconfitta per 1-0 contro la nazionale sovietica del 16 luglio nello stesso stadio. Ai successivi vittoriosi campionati europei del 1968 fu invece sempre presente, il 20 aprile nella vittoria contro la Bulgaria per 2-0 a Napoli, sempre a Napoli nella semifinale contro la nazionale sovietica del 5 giugno decisa dal sorteggio e nelle due finali contro la nazionale jugoslava di Roma, dell'8 e del 10 giugno, quando gli azzurri prima pareggiarono 1-1 e poi vinsero per 2-0. Al successivo campionato mondiale 1970 in Messico realizza il suo secondo gol con gli Azzurri, il momentaneo pareggio per 2-2 della semifinale Italia-Germania Ovest (4-3, la "Partita del secolo"). Per la gara disputata, Gianni Brera gli diede nella pagella 9+. In finale, sarà poi sovrastato nello stacco da Pelé che realizzerà il gol del momentaneo 1-0 nella partita che il Brasile vincerà 4-1. Il 13 gennaio 1973 scese in campo da capitano degli azzurri nella gara contro la Turchia valida per le qualificazioni al campionato del mondo 1974; lasciò la nazionale dopo la sconfitta contro la Polonia che valse l'eliminazione dell'Italia dal Mondiale. In azzurro ha totalizzato 66 presenze e 2 reti. Indossava la maglia numero 5, che è tutt'ora conservata nel Museo del calcio. Allenatore 1978-1982 Appese le scarpette al chiodo, convinto da Italo Allodi ha intrapreso la carriera dell'allenatore, sedendo, fra le altre, sulle panchine di Catanzaro, Bologna, Como, Livorno, Foggia, Lucchese, Cremonese, Genoa sostituendo Claudio Maselli, Ternana, Salernitana, Pescara e L.R. Vicenza. Dopo aver lasciato il lavoro di allenatore è diventato osservatore dell'Inter. Esordì come allenatore del Livorno, dove subì una squalifica di sei mesi per alcune dichiarazioni sul Pisa; nello stadio intitolato al suo ex compagno di squadra Armando Picchi, dopo un primo anno tranquillo, al secondo grazie a dodici vittorie e sedici pareggi la squadra si piazzò terza in campionato, a quattro punti dal Foggia promosso in Serie B, potendo contare su una difesa che subì solo undici gol. Sarebbe tornato ad allenare la squadra sedici anni dopo. La sua seconda panchina lo vide in Calabria, dove iniziò la stagione di Serie A in maniera positiva, arrivando alla quinta giornata del girone d'andata a essere in testa alla classifica. La compagine, salvatasi dalla retrocessione avvenuta sul campo per lo scandalo delle scommesse che portarono successivamente al ripescaggio, senza molte strutture per allenarsi puntava alla salvezza, con una squadra dall'età media bassa e con elementi dalle categorie inferiori, raggiunta con un settimo posto finale, miglior piazzamento nel ventesimo secolo. Tornò ad allenare i calabresi nel campionato di Serie B 1988-1989, dove fu esonerato e sostituito da Gianni Di Marzio, con la squadra ottava in classifica generale, dopo la prima sconfitta in campionato, contro il Brescia. Nella stagione 1981-1982 è al Bologna, per la quale, avendo dato la sua parola è costretto in seguito a rifiutare la proposta di allenare l'Inter; pur dimostrando fiducia nella squadra non concluse la stagione, venendo esonerato il 15 marzo 1982 per contrasti con alcuni dirigenti della società, difeso solo dal presidente Fabbretti e facendosi sostituire dal suo allenatore in seconda, Franco Liguori. Durante questa stagione lanciò un diciassettenne Roberto Mancini. 1982-2001 Burgnich al Como nella stagione 1983-1984. Fu per tre periodi alla guida del Como, la prima volta dal 1982 al 1984; con la squadra allora militante in Serie B perse alla prima stagione gli spareggi, mentre nella seconda ottenne la promozione nella massima serie. Durante questo periodo, tra i giocatori da lui valorizzati vi fu il futuro giocatore della nazionale Moreno Mannini. Tornò la seconda volta nel 1988 al posto di Aldo Agroppi, con la squadra militante in Serie A con problemi di classifica e d'infortuni che portò alla salvezza. Nel 1992-1993 condusse la squadra nel campionato di Serie C1, inserendosi più volte nella zona promozione. Arrivò quindi sulla panchina del Genoa, dove sarebbe ritornato nel 1998 in una squadra reduce dal rischio di retrocedere nell'allora Serie C e con un nuovo presidente, il suo ex giocatore Massimo Mauro, che lo volle personalmente, al posto di Aldo Spinelli. Arrivato nell'estate 1986 al Vicenza, fu esonerato nel febbraio 1987: al suo successore Alfredo Magni le cose andarono peggio, sino alla retrocessione in Serie C1. Alla Cremonese non salvò la squadra dalla retrocessione, perdendo le ultime quattro partite. Confermato nel 1990-1991, Burgnich non andò oltre il centroclassifica e venne esonerato dopo 23 giornate: sarà il sostituto Gustavo Giagnoni a centrare la promozione. Il 4 marzo 1996 Burgnich divenne allenatore del Foggia, ultimo in classifica in Serie B, a sette punti dalla salvezza. Il tecnico di Ruda, con una notevole serie di risultati utili, riuscì ad evitare la retrocessione, conquistando l'undicesimo posto. La stagione seguente, con una formazione giovane, Burgnich conquistò un altro 11º posto, non venendo riconfermato per l'annata successiva. Subentrò nel Natale 1997 a Claudio Maselli sulla panchina del Genoa, ottenendo 20 punti nelle prime otto partite, con la squadra che passò dal penultimo posto a ridosso della zona promozione, classificandosi ottava a fine torneo. Nella stagione successiva fu chiamato alla 28ª giornata al posto di Giuseppe Papadopulo sulla panchina della Lucchese in Serie B. Non riuscì a salvare la squadra e non fu riconfermato. Il febbraio successivo prese il posto di Vincenzo Guerini alla guida della Ternana, di nuovo in Serie B, e chiuse il campionato al 10º posto. Sono del campionato di Serie B 2000-2001 le sue ultime cinque partite da allenatore, sulla panchina del Pescara al posto di Giovanni Galeone. Ottenne tre pareggi e due sconfitte e fu sostituito da Delio Rossi, che chiuse il campionato all'ultimo posto a 19 punti dalla quintultima. Conclusa la carriera di allenatore, restò nel mondo del calcio come osservatore dell'Inter. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 5 - Juventus: 1960-1961 Inter: 1962-1963, 1964-1965, 1965-1966, 1970-1971 Coppa Italia: 1 - Napoli: 1975-1976 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 2 - Inter: 1963-1964, 1964-1965 Coppa Intercontinentale: 2 - Inter: 1964, 1965 Coppa di Lega Italo-Inglese: 1 - Napoli: 1976 Nazionale Campionato d'Europa: 1 - Italia 1968
  14. GALEAZZO BELLO https://it.wikipedia.org/wiki/Galeazzo_Bello Nazione: Italia Luogo di nascita: Montbrun (Francia) Data di nascita: 22.03.1941 Ruolo: Difensore Altezza: 178 cm Peso: 74 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1960 al 1961 Esordio: 29.06.1961 - Coppa Italia - Juventus-Torino 2-2 1 presenza - 0 reti Galeazzo Bello (Monbrun, 22 marzo 1941) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Galeazzo Bello Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Difensore Carriera Giovanili 19??-1961 Juventus Squadre di club 1960-1961 Juventus 0 (0) 1964-1965 Cesena 20 (0) 1965-1970 Reggina 83 (0) 19??-1972 Ivrea 25+ (?) Carriera Debuttò con la maglia della Juventus in un derby di Coppa Italia 1960-1961 contro il Torino, terminato 2-2; in seguito si trasferì al Cesena, giocando per una stagione in Serie C, e dal 1965 alla Reggina, con cui disputò cinque campionati consecutivi di Serie B, totalizzando 83 presenze. Nel 1970 lasciò il professionismo, disputando campionati dilettantistici con l'Ivrea. Palmarès Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1961
  15. GIOVANNI ROMANO https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Romano_(calciatore_1931) Nazione: Italia Luogo di nascita: Basiliano (Udine) Data di nascita: 21.08.1931 Luogo di morte: Udine Data di morte: 24.08.2010 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: Giovannino - Gianni Alla Juventus dal 1960 al 1961 Esordio: 12.10.1960 - Coppa dei Campioni - CSKA Sofia-Juventus 4-1 Ultima partita: 16.10.1960 - Serie A - Juventus-Catania 4-1 2 presenze - 5 reti subite 1 scudetto Giovanni Romano, detto Gianni (Basiliano, 21 agosto 1931 – Udine, 24 agosto 2010), è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Giovanni Romano Romano con la maglia dell'Udinese Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1962 Carriera Squadre di club 1950-1952 Udinese 4 (-?) 1952-1953 Venezia 32 (-?) 1953-1960 Udinese 155 (-?) 1960-1961 Juventus 2 (-5) 1961-1962 Udinese 18 (-?) Nazionale 1955 Italia B 1 (0) Carriera Nella sua carriera ha difeso la porta di Udinese (in Serie A e B), del Venezia (in Serie C) e della Juventus (dove ha giocato una sola partita in massima serie). Il 29 maggio 1955 ha difeso la porta della formazione B della Nazionale di calcio dell'Italia nella gara disputata ad Atene contro l'omologa squadra della Grecia, valevole per la II edizione della Coppa del Mediterraneo e conclusasi sullo 0-0. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie B: 1 - Udinese: 1955-1956 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1960-1961
  16. LUIGI FERRERO https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Ferrero_(1941) Nazione: Italia Luogo di nascita: Vinovo (Torino) Data di nascita: 02.02.1941 Luogo di morte: San Mauro Torinese (Torino) Data di morte: ?.?.1991 Ruolo: Portiere Altezza: 184 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1960 al 1961 e dal 1963-1964 Esordio: 29.06.1961 - Coppa Italia - Juventus-Torino 2-2 Ultima partita: 02.10.1963 - Coppa delle fiere - Juventus-OFK Belgrado 2-1 2 presenze - 3 reti subite 1 scudetto Luigi Ferrero (Vinovo, 2 febbraio 1941 – San Mauro Torinese, 1991) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Luigi Ferrero Ferrero al Savona nel 1966 Nazionalità Italia Altezza 184 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1968 Carriera Squadre di club 1960-1961 Juventus 1 (-2) 1963 Juventus 1 (-1) 1963-1964 Ivrea ? (-?) 1964-1965 Carrarese 21 (-?) 1965-1966 Palermo 15 (-?) 1966-1967 Savona 35 (-37) 1967-1968 Pescara ? (-?) Carriera Nella stagione 1960-1961 gioca una partita di Coppa Italia con la Juventus, precisamente il derby di Torino (2-2) del 29 giugno 1961 valevole per la finale per il terzo posto. Torna a vestire la maglia bianconera nell'annata 1963-1964, giocando in Juventus-OFK Belgrado (2-1) del 2 ottobre 1963, per l'andata dei sedicesimi di finale della Coppa delle Fiere. Durante il successivo mese di novembre passa all'Ivrea e, dopo la stagione 1964-1965 trascorsa alla Carrarese, nell'annata 1965-1966 gioca 15 partite in Serie B con il Palermo. Nella stagione 1966-1967 gioca altre 35 partite in seconda serie con il Savona. Conclusa la carriera di calciatore, si dedica ad altre attività, pur rimanendo nel mondo del calcio e diventando il primo presidente della Pro Settimo, squadra dilettantistica della provincia di Torino. Si spegne a 50 anni per un male incurabile. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1960-1961
  17. GUNNAR GREN https://it.wikipedia.org/wiki/Gunnar_Gren Nazione: Svezia Luogo di nascita: Göteborg Data di nascita: 31.10.1920 Luogo di morte: Göteborg Data di morte: 10.11.1991 Ruolo: Direttore Tecnico Soprannome: Il Professore Direttore Tecnico della Juventus dal 1960 al 1961 1 scudetto Johan Gunnar Gren (Göteborg, 31 ottobre 1920 – Göteborg, 10 novembre 1991) è stato un calciatore svedese, di ruolo centrocampista. Gunnar Gren Gren in Nazionale negli anni '50 Nazionalità Svezia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1976 - giocatore 1976 - allenatore Carriera Squadre di club 1937-1940 Gårda 54 (16) 1941-1949 IFK Göteborg 168 (79) 1949-1953 Milan 133 (38) 1953-1955 Fiorentina 55 (5) 1955-1956 Genoa 29 (2) 1956-1959 Örgryte ? (?) 1963-1964 GAIS 22 (2) 1965-1966 IFK Värnamo ? (?) 1970 Skogen ? (?) 1973 Fässbergs IF ? (?) 1976 Oddevold 1 (0) Nazionale 1940-1958 Svezia 57 (32) 1939-1956 Svezia B 2 (0) Carriera da allenatore 1953 Milan 1956-1959 Örgryte 1960 IFK Göteborg 1960-1961 Juventus D.T. 1963-1964 GAIS 1965-1966 IFK Värnamo 1967 Redbergslid 1968-1969 GAIS 1970 Skogen 1973 Fässbergs IF 1976 Oddevold Palmarès Olimpiadi Oro Londra 1948 Mondiali di calcio Argento Svezia 1958 Caratteristiche tecniche Annoverato tra i calciatori svedesi migliori di sempre, aveva il suo punto forte nella sagacia tattica. Abile nelle giocate più difficili, con grande precisione nei passaggi e grande senso della posizione. Carriera Giocatore Club Inizi e approdo all'IFK Göteborg Iniziò la sua carriera nel Gårda Bollklubb, altra squadra di Göteborg. Nel 1941, venne acquistato dall'IFK Göteborg, squadra principale della città scandinava. Con l'IFK vinse molti trofei, tra cui il titolo svedese e il Guldbollen (Pallone d'oro svedese) nel 1946. Milan Gren (a sinistra), Gunnar Nordahl e Nils Liedholm, il famoso trio Gre-No-Li del Milan negli anni '50 La sua storia è legata al Milan, che lo acquistò nel 1949 e con cui vinse un campionato italiano e una Coppa Latina. Da allora il suo nome ('Gre') entrò a far parte del trio Gre-No-Li insieme a quelli dei connazionali Gunnar Nordahl ('No') e Nils Liedholm ('Li'). In Italia venne soprannominato Il Professore. Nella sua avventura italiana lo svedese non vestì solo la maglia del Milan (133 presenze e 38 reti) bensì anche quella di Fiorentina (55 presenze 5 reti) e, prima di ritornare in patria, quella del Genoa (29 presenze e 2 reti). Fiorentina e Genoa Arrivò a Firenze nel 1953, chi dice per motivi economici del Milan chi per una lite con l'allenatore dei rossoneri. Con i viola giocò per 2 stagioni con discreto successo. Conclusa la sua esperienza toscana, giocò una stagione al Genoa prima di concludere la sua carriera in categorie minori. Con il Genoa fu protagonista tra l'altro proprio della partita con la Fiorentina, quando all'ultima giornata la squadra genovese batté i gigliati 3-1 impedendo loro di concludere il campionato imbattuti: Gren segnò il primo gol di quella storica rimonta genoana. Nazionale Gren esordì con la maglia della Svezia il 29 agosto 1940 (Svezia-Finlandia 3-2). Gren con la maglia della nazionale svedese durante i Mondiali del '58. Alle Olimpiadi del 1948 conquista la medaglia d'oro: al fianco si trova Nils Liedholm col quale in seguito giocherà nel Milan e, nel 1958, nelle partite di qualificazione per i Mondiali di Svezia (la sua ultima presenza in nazionale è datata 26 ottobre 1958 (Svezia-Danimarca 4-4). All'epoca Gren ha 37 anni e 360 giorni. Farà parte della rosa svedese classificatasi seconda ai predetti Mondiali svedesi del 1958 (assieme a Svensson e Liedholm è uno dei tre reduci dell'oro delle Olimpiadi 1948). È inoltre il secondo giocatore più anziano ad aver segnato in una fase finale dei mondiali, il 24 giugno 1958 a 37 anni e 238 giorni, preceduto solo dal primatista assoluto il camerunese Roger Milla. Il suo bilancio complessivo in nazionale è di 57 partite e 32 gol, quarto giocatore svedese per numero di gol nella storia della nazionale. Allenatore Gren cominciò la carriera di allenatore nel 1953 quando il Milan gli affidò il compito di allenatore-giocatore, che tuttavia gli fu riservato solo durante le partite di Coppa Latina. Gren guidò la squadra solo per due partite (nelle quali decise anche di scendere in campo), ma riuscì a portare i rossoneri in finale. Dopo questa esperienza tornò ad allenare solo nel 1956, quando lasciò l'Italia. Tornato in Svezia venne ingaggiato dall'Örgryte con il ruolo di allenatore-giocatore. Guidò la squadra per tre stagioni e riuscì a riportare il club in Allsvenskan, la massima divisione svedese. Successivamente divenne allenatore del Göteborg. Statua di Gren all'ingresso dello Gamla Ullevi di Göteborg Nel 1961 ottenne quello che probabilmente fu il suo incarico più importante, approdando alla Juventus. Chiamato a Torino in gennaio per affiancare l'allenatore Carlo Parola come direttore tecnico, in questa veste vinse con i bianconeri lo scudetto del 1960-1961. Mantenne inizialmente l'incarico anche per la stagione seguente, stavolta a fianco del nuovo trainer Július Korostelev; tuttavia in settembre, dopo appena due giornate del campionato 1961-1962, Gren si vide costretto a lasciare improvvisamente piemontesi per questioni personali, facendo ritorno in Svezia. Ristabilitosi definitivamente in patria, da allora allenò solo compagini locali. Nel 1963 venne ingaggiato dal GAIS come allenatore-giocatore, con il club ottenne la promozione in Allsvenskan. Guidò il club anche la stagione successiva, mentre nel 1965 il Värnamo, squadra di quarta divisione, lo ingaggiò come allenatore-giocatore, allenandolo poi anche nel 1966. Nel 1967 divenne il tecnico del Redbergslids. L'anno successivo invece tornò al GAIS, questa volta nelle vesti di allenatore, guidandolo per due stagioni. Finita la seconda e ultima esperienza al GAIS divenne allenatore-giocatore di tre squadre minori che militavano tutte nella quarta divisione svedese: nel 1970 venne ingaggiato dallo Skogens, nel 1973 dal Fässbergs e, infine, nel 1976 dall'Oddevold. Morì nel 1991, a 71 anni a causa di un ictus. È stato sepolto nel Cimitero Occidentale di Västra Kyrkogården a Göteborg, Västra Götaland. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 1 - Milan: 1950-1951 Coppa Latina: 1 - Milan: 1951 Campionato svedese: 1 - Göteborg: 1941-1942 Nazionale Oro olimpico: 1 - Londra 1948 Individuale Calciatore svedese dell'anno: 1 - 1946 Allenatore Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1960-1961
  18. GIORGIO ROSSANO Uno che aveva i mezzi tecnici per farcela – si legge sulla pagina Facebook de La Maglia della Juve del 9 dicembre 2019 – ma non riuscì a realizzarsi pienamente a causa di una mentalità non proprio ferrea è stato Giorgio Rossano. Il suo palmarès è degno di un campione: scudetto e Coppa Italia con la maglia della Juve, Coppa dei Campioni con quella del Milan. Eppure, la partecipazione a quelle imprese fu, da parte sua, del tutto trascurabile: il suo nome, accostato al calcio di altissimo livello, è ricordato dai meno giovani o dai più interessati alle meteore del passato, anche se sarebbe inesatto affermare che la sua parabola agonistica sia trascorsa senza lasciar segni tangibili: ha frequentato la nazionale giovanile con risultati più che degni, ha anche girovagato per la provincia italiana raccogliendo una quarantina di presenze complessive. Torinese, classe 1939, Rossano si fa notare nelle fila delle giovanili bianconere: per inciso, nel Pordenone, all’epoca militante in serie C. I neroverdi erano una sorta di succursale della Juventus, che soleva attingervi se vi scorgeva qualche talento capace di sedurla. Una sorta di giovanile a nostra disposizione, dove crebbe anche un certo Zigoni, che divenne un simbolo della nostra Serie A e non si arrese mai a chi lo voleva “normale”. Rossano debutta con la Vecchia il 20 marzo 1960: al Comunale, vinciamo 2-0 sulla Lazio in occasione della 20esima giornata di Serie A; segnano Nicolè e Charles. Quella presenza permette al ragazzo di far parte integrante della Juventus che fagocita, per prima nella storia, il primato nazionale, vincendo il tricolore e la Coppa Italia. Per il nostro, un’annata da incorniciare: del resto, era cominciata splendidamente, con brillanti prestazioni ai Giochi Olimpici romani. Era stato capocannoniere degli azzurri di Viani classificatisi quarti, aveva segnato due gol all’Inghilterra e due al Brasile (nel 3-1 che, oltre a lui, aveva visto andare in rete Gianni Rivera). Siamo ai nastri di partenza dell’annata 1960-61: Cesarini, tecnico della Vecchia, lo nota nel ritiro cuneense e lo battezza con una sentenza lapidaria: “È veramente un bravo ragazzo, in campo e fuori. Ma per diventare un giocatore vero dovrebbe girare un po’ il mondo e passare qualche notte in guardina”. Il paradosso del geniale Renato sottolineava inesorabilmente la scadenza temperamentale di Giorgio. Rossano si trasferisce momentaneamente al Bari, in prestito: I galletti retrocedono, ma il suo apporto non è affatto deludente. La stagione susseguente riapproda all’Ombra della Mole: Rossano gioca sedici incontri fra coppe e campionato, provando in due occasioni l’ebbrezza del gol. Nonostante si disimpegni con abilità tecniche non comuni in tutti i ruoli dell’attacco e sia in grado di farsi valere con entrambi i piedi non riesce a convincere pienamente lo stato maggiore bianconero. La Fidanzata d’Italia delude i suoi spasimanti, i grandi assi imboccano la parabola discendente o, come nel caso di Boniperti, hanno già appeso le scarpe al chiodo: Madama finisce dodicesima, anche se si toglie lo sfizio di divenire la prima squadra a imporsi in casa del Real Madrid in una gara valevole per una coppa europea: quella volta, a Omar, andava di segnare e far sognare, di risaltare davanti a Di Stefano e di far risaltare i compagni, di vincere. Altra estate, altro giro d’ombrellone per il buon Giorgio: finisce al Milan, nel complesso dell’operazione che porta Salvadore alla Juve e Mora in braccio al “Diavolo”. Anche in rossonero, non incide: sei partite, tre reti, sempre quando conta “meno”. Torna a Torino per l’ultima volta nel 1963, ma questa volta non strappa nemmeno un applauso: non gioca mai, e a fine anno viene ceduto al Varese; la sua avventura bianconera termina così. Se avesse avuto un po’ più di personalità e un po’ meno tecnica, forse ce l’avrebbe fatta. Già: se. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/02/giorgio-rossano.html
  19. GIORGIO ROSSANO https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Rossano Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 20.03.1939 Luogo di morte: Viareggio (Lucca) Data di morte: 13.02.2016 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Cino Alla Juventus dal 1959 al 1960 e dal 1961 al 1962 Esordio: 20.03.1960 - Serie A - Juventus-Lazio 2-0 Ultima partita: 21.06.1962 - Coppa Italia - Mantova-Juventus 1-0 17 presenze - 2 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Giorgio Rossano (Torino, 20 marzo 1939 – Viareggio, 13 febbraio 2016) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Giorgio Rossano Rossano alla Juventus nella stagione 1961-1962 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1966 Carriera Squadre di club 1958-1959 Pordenone 30 (3) 1959-1960 Juventus 1 (0) 1960-1961 → Bari 26 (4) 1961-1962 Juventus 16 (2) 1962-1963 Milan 3 (1) 1963-1964 Varese 4 (0) 1964-1965 Palermo 12 (4) 1965-1966 Chieri ? (?) Nazionale 1960-1961 Italia U-21 7 (5) Caratteristiche tecniche Ambidestro, poteva giocare sia da interno che da ala su entrambe le fasce. Era dotato di una buona tecnica. Carriera Club Dopo un'annata in IV Serie col Pordenone, nel 1959 approda alla Juventus, con cui esordisce in Serie A il 20 marzo 1960 in Juventus-Lazio (2-0), incontro che rimarrà l'unico disputato da Rossano in quel campionato, nel quale i bianconeri conquistano l'accoppiata scudetto-Coppa Italia. A fine stagione viene ceduto in prestito al Bari, dove disputa una buona stagione da titolare, con 4 reti all'attivo in 26 presenze, tuttavia non sufficienti ad evitare la retrocessione dei pugliesi, avvenuta dopo gli spareggi con Lecco e Udinese. Nel 1961 torna alla Juventus dove, in una delle peggiori stagioni della storia della Vecchia Signora (dodicesimo posto finale in campionato), totalizza 10 presenze in massima serie. Nell'estate 1962 passa al Milan, nello scambio che porta anche Bruno Mora in rossonero e Sandro Salvadore in bianconero. Tuttavia anche col Milan, che in quella stagione si aggiudica la Coppa dei Campioni, le apparizioni in prima squadra di Rossano sono estremamente limitate (6 presenze e 3 reti, di cui 3 con una rete in campionato). Torna brevemente alla Juventus, quindi viene ceduto al Varese, con cui, pur con sole 4 presenze in campionato, vince il campionato di Serie B 1963-1964. Resta in cadetteria anche nella stagione 1964-1965 con la maglia del Palermo (12 presenze e 4 reti), quindi prosegue la carriera nelle serie minori. In carriera ha totalizzato complessivamente 40 presenze e 5 reti in Serie A e 16 presenze e 4 reti in Serie B. Nazionale Con la Nazionale Olimpica italiana ha giocato 4 partite ai Giochi olimpici del 1960, dove gli azzurri arrivarono al quarto posto; con 4 reti messe a segno (due alla Gran Bretagna e due al Brasile durante il girone eliminatorio) fu il miglior goleador italiano nel torneo olimpico. Complessivamente ha totalizzato 7 presenze nella Nazionale Giovanile (ora Under-21). Palmarès Serie B: 1 - Varese: 1963-1964 Coppa dei Campioni: 1 - Milan: 1962-1963 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1959-1960 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1959-1960
  20. BRUNO MAZZIA Vero e proprio “jolly” di centrocampo, Bruno Mazzia da Vigliano Biellese, affronta le sue due avventure bianconere con il ruolo di prima riserva, vale a dire (in tempi durante i quali non erano consentite le sostituzioni) il calciatore valido per tutte le occasioni e per ricoprire tutti i ruoli. Così, piano piano, il buon Bruno mette insieme settantasei partite e sei goal. La sua annata migliore è senza ombra di dubbio, la 1961-62: ventisette presenze, due goal e, soprattutto, titolare nella triplice sfida contro il grandissimo Real Madrid di Puskás, Di Stéfano, Gento, Santamaría e Del Sol, terminata in modo nefasto nella “bella” di Parigi. Poi, in prestito al Venezia e alla Lazio, prima di tornare in riva al Po e disputare altre due stagioni alla corte di Heriberto Herrera, che lo utilizza sovente e volentieri. Mazzia disputa sempre partite a buon livello, non riuscendo però, a fare quel salto di qualità che gli avrebbe permesso di conquistare un posto al sole. Nell’estate del 1966, proprio alla vigilia del campionato del tredicesimo scudetto, Bruno è ceduto al Brescia. Al suo attivo uno scudetto, due Coppa Italia, un Torneo di Viareggio e una finale di Coppa delle Fiere contro il Ferencváros. “LA STAMPA” 20 MARZO 1961 Negli spogliatoi della Juventus si respira aria di festa, non tanto per la vittoria conseguita sul Torino quanto per le notizie che giungono da Milano. Il campionato entra nella fase cruciale, e converrà tenere la squadra a punto per le fatiche che verranno. Ora comunque bisogna parlare del derby, che ha rilanciato i bianconeri verso l’alto della classifica. Incontriamo per primo Mazzia, che ha fretta di togliersi l’ansia dell’intervista d’obbligo. Anzi è lui che parla senza bisogno di essere interrogato: «Vi dico tutto – esordisce il giovane mediano – ma per favore non chiedetemi nulla del rigore, Pensate che sino ad ora non ne avevo sbagliato neppure uno. Ho fallito questo, il più importante». Tutti si chiedono come mai Gren e Parola abbiano deciso di affidare all’esordiente un così impegnativo compito. Bisogna sapere che Mazzia viene considerato uno specialista nei calci dagli undici metri; ancora recentemente a Viareggio nel torneo ragazzi, il giovanotto aveva infilato i sei rigori di qualificazione nella porta del Milan difesa da Altieri. Ieri i tecnici bianconeri gli avevano dato l’incarico, anche considerando che tutti gli altri avevano in precedenza fallito qualche penalty. E Gren conclude l’argomento con la frase: «Quando si vince, un rigore sbagliato non può creare polemica». “HURRÀ JUVENTUS” AGOSTO 1964 Se è vero che i giocatori di classe sanno emergere in qualsiasi situazione anche quando, per circostanze d’emergenza o per disposizione dell’allenatore, sono costretti a mutare il loro ruolo, si può tranquillamente affermare che Bruno Mazzia è un atleta abituato a condire il proprio gioco con spunti di autentica classe. Il suo è senz’altro un ritorno gradito e interessante. Quando la Juventus Io aveva ceduto in prestito, si era sentito dire che il giocatore aveva l’azione appesantita da una lentezza esasperante. Forse il giudizio non era troppo errato, ma ricordiamo di aver sentito dire più volte da Ugo Locatelli (un tipo che sui calciatori, specialmente sui giovani, non la sbaglia quasi mai) che anche se Mazzia era piuttosto lento, il suo straordinario senso del piazzamento e della posizione lo portavano inesorabilmente sulla traiettoria del pallone: il che, per un mediano, per un uomo, cioè, che deve avere sempre a portata di mano la doppia chiave che chiude il passo agli attaccanti avversari e apre la via all’offensiva dei compagni, è dote di essenziale importanza. Nelle file della Lazio Bruno Mazzia ha avuto modo di farsi le ossa. Lo hanno utilizzato nei ruoli più svariati: lo si è visto con la maglia numero quattro, con quella numero sei, schierato all’ala, interno e persino terzino. Lo hanno quasi sempre ammirato per lo stile, per l’azione sobria, ma estremamente razionale. Il ragazzo biellese mette nella sua azione qualcosa del suo carattere serio, riservato, pratico, un carattere che lo fa immediatamente riconoscere per un autentico juventino. Se ne era andato un po’ di malavoglia e aveva lasciato non pochi rimpianti. Aveva lasciato la Juventus che era appena un ragazzo; in un paio di stagioni si è trasformato ed è diventato giocatore completo. Per tale ragione il suo ritorno è un fatto positivo, una notizia che forse, a prima vista, non desterà clamore; ma siamo certi che ogni qual volta, nel corso del nostro lungo e difficile campionato, l’allenatore avrà bisogno di Bruno Mazzia, il ragazzo dimostrerà di potersi rendere utile, di essere una pedina di valore sulla scacchiera bianconera. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/12/bruno-mazzia.html
  21. BRUNO MAZZIA https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Mazzia Nazione: Italia Luogo di nascita: Vigliano Biellese (Biella) Data di nascita: 14.03.1941 Ruolo: Centrocampista Altezza: 175 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Professore - Il Sivori della De Martino Alla Juventus dal 1959 al 1962 e dal 1964 al 1966 Esordio: 04.11.1959 - Coppa Italia - Juventus-Sampdoria 5-4 Ultima partita: 08.05.1966 - Serie A - Inter-Juventus 3-1 79 presenze - 5 reti 1 scudetto 2 coppe Italia Bruno Mazzia (Vigliano Biellese, 14 marzo 1941) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Bruno Mazzia Mazzia al Brescia nella stagione 1967-1968 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1977 - giocatore 1992 - allenatore Carriera Giovanili 1959-1961 Juventus Squadre di club 1957-1959 Biellese 26 (1) 1959-1962 Juventus 36 (3) 1962-1963 → Venezia 13 (0) 1963-1964 → Lazio 24 (0) 1964-1966 Juventus 43 (2) 1966-1968 Brescia 52 (9) 1968-1972 Perugia 128 (12) 1972-1973 Reggina 31 (0) 1973-1975 Alessandria 58 (10) 1975 Biellese 2 (0) 1975-1977 Pro Vercelli 57 (8) Nazionale 1959 Italia U-21 5 (0) Carriera da allenatore 1977 Pro Vercelli 1978-1979 Nocerina 1979-1980 Lecce 1981-1982 Forlì 1982-1983 Lanerossi Vicenza 1984 Mantova 1985-1986 Campobasso 1986-1989 Cremonese 1989 Udinese 1990 Brescia 1991-1992 Padova Palmarès Giochi del Mediterraneo Oro Libano 1959 Biografia Il figlio Lorenzo, scomparso nel 2010 all'età di quarantadue anni, è stato anch'egli calciatore (con la maglia della Biellese) e allenatore in diverse squadre dilettantistiche piemontesi. Caratteristiche tecniche Calciatore Ha giocato prevalentemente come mezzala, tuttavia nel corso della sua militanza nella Juventus ha ricoperto tutti i ruoli in campo, caratterizzandosi come jolly a disposizione dell'allenatore. In gioventù era considerato un abile rigorista. Allenatore Inizialmente è stato tra i fautori del gioco all'italiana, privilegiando l'equilibrio tra difesa e attacco e il raggiungimento del risultato, nel rispetto delle caratteristiche tecniche e tattiche dei giocatori. A partire dal 1987, tuttavia, ha iniziato a impostare le proprie squadre a zona, tattica che ha applicato alla Cremonese e all'Udinese, tanto da esserne annoverato come uno dei principali esponenti tra gli anni ottanta e novanta. Carriera Calciatore Club Cresciuto nella Biellese, vi esordisce nel Campionato Interregionale 1957-1958, e dopo due stagioni viene acquistato dalla Juventus, che precede l'interessamento del Torino. Inizialmente incluso nelle formazioni giovanili, vince il Torneo di Viareggio 1961 rendendosi protagonista nella semifinale contro il Milan: la sfida finisce ai calci di rigore, e Mazzia trasforma tutti i sei tiri dal dischetto della sua squadra. Il 19 marzo successivo esordisce in Serie A, nel Derby della Mole vinto per 1-0 sul Torino, e Mazzia fallisce un calcio di rigore tirando alto sopra la traversa; chiude la stagione con 4 presenze in campionato, fregiandosi del titolo di Campione d'Italia. Mazzia (a sinistra) in azione alla Juventus nel 1962, assieme ai compagni di maglia Leoncini e Charles, nel corso della sfida di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. Nell'annata successiva trova maggior spazio, alternandosi con Humberto Rosa nel ruolo di mezzala di regia che era stato di Giampiero Boniperti. A fine campionato viene ceduto in prestito, prima al Venezia e poi alla Lazio, prima di ritornare per un biennio alla Juventus: in tutti questi anni viene considerato come una riserva, disputando un massimo di 24 partite con la maglia della Lazio. Nel 1966 la Juventus lo cede definitivamente al Brescia, sempre nella massima serie, nella trattativa che porta Virginio De Paoli in bianconero. Con i lombardi Mazzia viene schierato titolare, e contribuisce con 6 reti in 32 partite alla salvezza della squadra. Riconfermato nella stagione 1967-1968, non evita la retrocessione in Serie B; al termine del campionato si trasferisce al Perugia, tra i cadetti, rimanendovi per quattro stagioni consecutive. Mazzia (a destra), capitano del Perugia, stringe la mano a Marinai della Ternana, prima del derby umbro del 28 marzo 1971. Dopo un'annata nella Reggina, nel 1973 torna in Piemonte ingaggiato dall'Alessandria; con i grigi vince il campionato di Serie C 1973-1974, con i galloni di capitano e collaborando con Mario Pietruzzi dopo l'esonero dell'allenatore Dino Ballacci. Nel successivo campionato di Serie B realizza 7 reti (record personale), non sufficienti tuttavia ad evitare la retrocessione dopo lo spareggio perso contro la Reggiana. Ormai trentaquattrenne, nel 1975 scende in Serie D tornando brevemente alla Biellese, ma nel mercato autunnale lascia la formazione bianconera per incomprensioni con l'allenatore. Viene acquistato dalla Pro Vercelli, militante in Serie C, con cui disputa le sue due ultime stagioni da calciatore, ritirandosi nel 1977 a 36 anni. Ha disputato 145 partite con 9 reti in Serie A, e 188 partite con 19 reti in Serie B. Nazionale Ha esordito nella Nazionale giovanile il 12 ottobre 1959, contro il Libano; con la maglia azzurra ha giocato 5 partite, prendendo parte ai vittoriosi Giochi del Mediterraneo a Beirut, nel 1959. Allenatore Dopo aver frequentato il primo corso per allenatori a Coverciano, voluto da Italo Allodi, ha iniziato la propria carriera di allenatore nel 1977, nella Pro Vercelli, laddove aveva interrotto quella da calciatore; l'esperienza tuttavia è breve, poiché viene esonerato a dicembre. L'anno successivo esordisce in Serie B subentrando a Bruno Giorgi sulla panchina della Nocerina, senza evitare la retrocessione dei molossi. Nella stagione 1979-1980 è sulla panchina del Lecce, in Serie B: ottiene un piazzamento di centroclassifica nella prima annata, e viene esonerato in autunno nella seconda, sostituito da Gianni Di Marzio. Nella stagione 1981-1982 allena il Forlì in Serie C1, venendo sostituito a campionato in corso da Giovanni Ragazzini. L'anno successivo subentra a Giancarlo Cadè sulla panchina del Lanerossi Vicenza, sempre in Serie C1, senza riuscire a centrare l'obiettivo della promozione. Sulla panchina berica, nell'ultima giornata del campionato 1982-1983, fa esordire da professionista il sedicenne Roberto Baggio. Nel gennaio 1984 viene chiamato a sostituire Dino Binacchi sulla panchina del Mantova, in Serie C2: anche in questo caso la squadra manca di poco la promozione, terminando il campionato al quarto posto. Dopo una stagione di pausa, nel 1985 siede sulla panchina del Campobasso, in Serie B: nonostante le difficoltà iniziali, che lo portano vicino all'esonero, conduce i molisani alla salvezza. Nell'estate 1986, dopo essere stato tra i papabili per la panchina della Juventus al posto di Giovanni Trapattoni, viene ingaggiato dalla Cremonese, sempre tra i cadetti, in sostituzione di Emiliano Mondonico. Con la formazione grigiorossa, partita senza ambizioni di promozione, sfiora la Serie A perdendo gli spareggi contro Lecce e Cesena. L'anno successivo Mazzia imposta la squadra secondo i dettami della zona, e ottiene di nuovo un piazzamento a ridosso della zona promozione; la Serie A arriverà al termine del campionato 1988-1989, vincendo lo spareggio contro la Reggina. Al termine del campionato lascia la Cremonese per trasferirsi ad un'altra neopromossa, l'Udinese, voluto da Giampaolo Pozzo al posto di Nedo Sonetti il cui gioco era giudicato poco spettacolare. L'avventura in Friuli dura fino a Natale, quando viene esonerato a causa dei risultati negativi ottenuti, e nonostante la squadra avesse espresso un buon gioco. Nel 1990 viene ingaggiato dal Brescia, in Serie B. L'avventura con le Rondinelle dura tre partite, nelle quali colleziona altrettante sconfitte, prima di essere avvicendato da Bruno Bolchi. Nella stagione successiva è sulla panchina del Padova: alla guida di una formazione indebolita dalle cessioni di Demetrio Albertini e Antonio Benarrivo, non riesce a dare alla squadra un gioco all'altezza delle ambizioni della società; nel corso della stagione, tuttavia, ha modo di far esordire in prima squadra il giovane Alessandro Del Piero. In aprile viene esonerato dopo la sconfitta interna con la Reggiana, al culmine di una crisi di gioco e risultati che aveva portato i veneti vicino alla zona retrocessione. In seguito entra nel settore tecnico della FIGC dove rimane fino al 2002, quando viene nominato responsabile del settore giovanile dell'Hellas Verona. Ricopre l'incarico fino al 2006, e dopo una parentesi alla Juventus come osservatore nel 2009 torna alla Cremonese, come collaboratore tecnico. Il rapporto con i grigiorossi dura per due stagioni, fino al 2011. Palmarès Calciatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1960-1961 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1959-1960, 1964-1965 Campionato italiano Serie C: 1 - Alessandria: 1973-1974 Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1961 Nazionale Giochi del Mediterraneo: 1 - Libano 1959
  22. SEVERINO LOJODICE https://it.wikipedia.org/wiki/Severino_Lojodice Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 25.10.1933 Luogo di morte: Milano Data di morte: 19.09.2023 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Under-23 Soprannome: - Alla Juventus dal 1959 al 1960 Esordio: 13.12.1959 - Serie A - Juventus-Inter 1-0 Ultima partita: 12.10.1960 - Coppa dei campioni - CSKA Sofia-Juventus 4-1 15 presenze - 3 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Severino Lojodice (Milano, 25 ottobre 1933 – 19 settembre 2023) è stato un calciatore italiano, di ruolo mezzala o ala. Severino Lojodice Lojodice con la maglia del Monza nel 1955 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mezzala, ala Carriera Giovanili Fanfulla Squadre di club 1953-1955 Cremonese 50 (17) 1955-1956 Simmenthal-Monza 24 (10) 1956-1959 Roma 87 (24) 1959-1960 Juventus 15 (3) 1960-1961 Sampdoria 22 (0) 1961-1963 Brescia 30 (4) 1963-1964 Simmenthal-Monza 15 (5) 1965-1966 Cinisello ? (?) 1966-1968 Pro Sesto 39 (1) Nazionale 1956-1957 Italia U-23 2 (0) Carriera Cresciuto nelle giovanili del Fanfulla, compie la trafila verso il calcio di vertice passando in rapida successione alla Cremonese in Serie C e al Monza in Serie B, dimostrando confidenza con la rete (8 reti a Cremona, 10 a Monza), per poi approdare nell'estate 1956 alla Roma. Lojodice (in piedi, al centro) nella Juventus del 1959-1960 Nella capitale, dove resta per tre stagioni, Lojodice si impone subito come titolare e, dopo una prima annata di ambientamento (3 reti all'attivo), aumenta notevolmente il suo bottino di reti, andando a segno in 10 occasioni nella stagione 1957-1958 e in 11 nella stagione 1958-1959, risultando in entrambi i casi il secondo marcatore stagionale dei giallorossi. Durante la sua militanza nella Roma, Lojodice ottiene due presenze nella Nazionale Under-23. Nel 1959 passa alla Juventus dove, pur in una stagione trionfale per i bianconeri che conquistano lo scudetto e la Coppa Italia, non riesce a ripetersi, con 8 presenze in campionato e una rete nel successo esterno contro il Bari. Nella stagione 1960-1961, dopo aver totalizzato ulteriori tre presenze in bianconero, nella sessione autunnale del calciomercato viene ceduto alla Sampdoria insieme ad un notevole conguaglio in denaro in cambio del promettente Bruno Mora. A Genova Lojodice disputa il resto della stagione, contribuendo pur senza andare a rete al quarto posto finale dei blucerchiati (miglior risultato della storia dei liguri fino ad allora), quindi torna in Serie B nelle file del Brescia, dove disputa due stagioni, per poi ritornare a Monza, disputando coi brianzoli il campionato di Serie B 1963-1964 e lasciando quindi il calcio ad alto livello. In carriera ha collezionato complessivamente 120 presenze e 25 reti in Serie A e 69 presenze e 19 reti in Serie B. Palmarès Campionato italiano: 1 - Juventus: 1959-1960 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1959-1960 IV Serie: 1 - Cremonese: 1953-1954
  23. GUGLIELMO BURELLI Non si può parlare di Bozzao – racconta Vladimiro Caminiti – senza parlare di Burelli, e viceversa. Bello da vedere e misteriosissimo, il mistero non fu mai chiarito. Aldo Bardelli, gran giornalista bolognese, chiese un giuri d’onore per spiegarsi e spiegare al volgo come mai il Bologna avesse potuto cascare nel tranello della Juventus acquistando un giocatore assolutamente inattuale per fragilità. Cresciuto nel Lanerossi, andò alla Juve (1960-61) giocandovi le prime partite, in cui marcò se stesso senza trovarsi mai. Allora fu passato al Bologna che la stagione seguente lo mandava all’Udinese. E qui trovò pace, giocò pure, si fece valere. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/06/guglielmo-burelli.html
  24. GUGLIELMO BURELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_Burelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Vicenza Data di nascita: 30.06.1936 Ruolo: Difensore Altezza: 182 cm Peso: 76 kg Soprannome: - Alla Juventus nel 1960 Esordio: 18.09.1960 - Coppa Italia - Juventus-Fiorentina 3-2 Ultima partita: 16.10.1960 - Serie A - Juventus-Catania 4-1 7 presenze - 0 reti Guglielmo Burelli (Vicenza, 30 giugno 1936) è un ex calciatore italiano, di ruolo terzino. Guglielmo Burelli Burelli (in piedi, terzo da destra) nel Bologna della stagione 1960-1961 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1967 Carriera Giovanili Lanerossi Vicenza Squadre di club 1956-1960 Lanerossi Vicenza 81 (0) 1960 Juventus 7 (0) 1960-1961 Bologna 16 (0) 1961-1964 Udinese 96 (0) 1964-1966 Varese 21 (0) 1967 Toronto Falcons 22 (0) Carriera Cresciuto nelle giovanili della formazione della sua città natale, l'allora L.R. Vicenza, esordisce in prima squadra il 16 settembre 1956 in occasione della sconfitta esterna col Palermo. Dopo due stagioni da rincalzo, a partire dalla stagione 1958-1959 si impone come titolare fisso della difesa berica. Nell'estate 1960 viene acquistato dalla Juventus in cambio di Bruno Garzena e del prestito di Bruno Siciliano, ma la permanenza in bianconero è molto breve: dopo soli 4 incontri disputati in campionato, nella sessione autunnale del calciomercato viene ceduto al Bologna con cui chiude la stagione. Nella stagione successiva si trasferisce all'Udinese, sempre in massima serie, dove disputa 32 incontri nel campionato che vede i friulani chiudere all'ultimo posto con conseguente retrocessione. Disputa con l'Udinese le due stagioni successive in Serie B (la seconda delle quali chiusa con un'altra retrocessione), quindi torna in massima serie passando al Varese, all'esordio in A. Coi lombardi disputa 2 stagioni di massima serie, la seconda chiusa all'ultimo posto, con 21 presenze complessive in campionato. Nel 1966 lascia quindi l'Italia per militare una stagione nei Toronto Falcons, che schieravano tra gli altri il grande László Kubala, per poi cessare l'attività agonistica. In carriera ha totalizzato complessivamente 153 presenze in Serie A e 64 in serie B.
  25. KARL ERIK PALMÉR «Languido magrolino con pochi peli biondi – dice di lui Camin – ebbe una parte breve ma singolare, surrogando Sivori il contestatore, in un’infelicissima partita a Vienna di Coppa Campioni che costò il posto a Broćić. Attaccante di fulgida tecnica, destinato a sparire tra i marcantoni delle nostre difese che facevano girare al largo i leggerini. Rinone Ferrario, per ischerzo, lo chiamava Bombolo».Esplode nel Legnano, piccola provinciale lombarda assurta agli onori della Serie A negli anni Cinquanta; forma con Eidefjäll-Augustsson e Filippini un buon trio di svedesi, certamente molto inferiore a quello consacrato del Milan, formato da Gren, Nordahl e Liedholm. Palmér è un discreto interno di fantasia, poco supportato dal fisico, ma con buone doti tecniche. Dopo essere sceso in Serie C con la compagine lilla, è acquistato dalla Juventus nell’estate del 1958. Ma il salto è troppo grande e la Juventus è tutta un’altra cosa. La squadra che ha appena conquistato lo scudetto della stella è chiamata all’impresa di fare il bis e deve pure cercare di fare bella figura in Europa, partecipando per la prima volta alla Coppa dei Campioni.Broćić, allenatore filosofo dei bianconeri, lo schiera titolare il 28 settembre 1958 nel comodo turno casalingo contro il Bari, e il ragazzo disputa una buona partita, meritandosi la riconferma. L’occasione arriva nel match di ritorno di Coppa dei Campioni sul campo del Wiener, il mitico Prater di Vienna. La Juventus, che all’andata ha vinto 3-1 con tre goal di Sivori, dà fiducia a Palmér. Una vera catastrofe, per lo svedese e soprattutto per la Juventus, bastonata dagli austriaci per 0-7 ed eliminata dalla coppa.Vittorio Pozzo, su “Stampa Sera” lancia accuse al tecnico bianconero: «Per consuetudini noi non interferiamo mai direttamente negli affari che riguardano la gestione interna d’una squadra di campionato. Perché siamo stati per troppo lungo tempo dall’altra parte della trincea per non conoscere con precisione cosa vogliano dire in tutti i sensi le interferenze dall’esterno. Ci limitiamo quindi a dire che in questo come in altri casi la formazione della compagina che è stata mandata in campo, conoscendo le condizioni fisiche e morali dei singoli giocatori, noi non l’abbiamo capita. In partenza. Il resto è venuto in seguito. Qualcuno degli uomini immessi nella formazione pareva già destinato al fallimento in precedenza, se si teneva conto dell’atmosfera che regnava attorno all’incontro e se si pensava alle possibilità d’ambiente che la partita presentava o per lo meno che era facile che essa giungesse a presentare. Si trattava di cose prevedibili. I dubbi, della vigilia diventarono conferma al momento del combattimento. Noi ci guardiamo bene dall’asserire che la squadra sia stata mandata allo sbaraglio per l’errata impostazione in cui essa fu composta per entrare in campo. Ma per eguale senso di coscienza noi andremmo molto cauti nell’affermare che la composizione stessa non abbia costituito, se on proprio un elemento determinante, certo una base positiva perché si giungesse a quello che si è verificato».Broćić sarà esonerato, Palmér non avrà altre opportunità e, a fine stagione ritorna in patria, al Malmö. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/karl-erik-palmer.html
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