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JUAN MAGLIO https://it.wikipedia.org/wiki/Juan_Maglio Nazione: Argentina Luogo di nascita: Buenos Aires Data di nascita: 22.02.1904 Luogo di morte: Buenos Aires Data di morte: 06.05.1964 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale Argentino Soprannome: Juancito Alla Juventus dal 1931 al 1932 Esordio: 02.09.1931 - Coppa Europa Centrale - Sparta Praga-Juventus 3-2 Ultima partita: 28.02.1932 - Serie A - Milan-Juventus 0-0 18 presenze - 6 reti 1 scudetto Juan Félix Maglio (Buenos Aires, 22 febbraio 1904 – Buenos Aires, 6 maggio 1964) è stato un calciatore argentino, di ruolo attaccante. In Italia divenne conosciuto come Juan José Maglio. Juan Maglio Maglio al San Lorenzo negli anni 1920 Nazionalità Argentina Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1935 Carriera Squadre di club 1922 Almagro ? (?) 1923-1925 San Lorenzo 1925 Nueva Chicago ? (?) 1926-1930 San Lorenzo 173 (75) 1931 Gimnasia La Plata 6 (1) 1931 F. del Estado ? (?) 1931-1932 Juventus 17 (6) 1933 Chacarita Juniors 10 (4) 1934 Ferro Carril Oeste 1 (1) 1935 Vélez Sarsfield 2 (0) Nazionale 1925-1931 Argentina 9 (6) Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1931-1932
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Giovanni Ferrari - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
GIOVANNI FERRARI Detto Gioanin o Giovannin, esordì in Prima Divisione (come si chiamava allora la Serie A) quando non aveva ancora sedici anni, nella stagione 1923-24, nella file dell’Alessandria, allenata dall’ungherese Béela Révéezs. Le stagioni seguenti, visse in simbiosi calcistica con il grandissimo allenatore Carlo Carcano, tanto da seguirlo a Napoli nell’Internaples, la più forte squadra campana che contese all’Alba di Roma l’onore di rappresentare la Lega Sud nella finale contro la Lega Nord per il titolo italiano nel 1925-26.L’Alba ebbe la meglio sull’lnternaples, ma i romani furono poi battuti nettamente (7-1 e 5-0) dalla Juventus che schierava: Combi; Rosetta e Allemandi; Grabbi, Viola e Bigatto; Munerati, Vojak I, Pastore, Hirzer e Torriani.Tornato da Napoli per il campionato 1926-27, Ferrari rimase nell’Alessandria, allenata da Carcano, sino al giugno 1930. L’ultima partita in grigio di Giovannin fu a Udine il primo giugno di quell’anno, contro la Triestina. L’anno seguente emigrò a Torino chiamato, nella Juventus, dallo stesso Carcano diventato allenatore dei bianconeri.Modesto, serio, laborioso, Giovannin si trovò a suo agio nel grande club di Edoardo Agnelli ma diretto dal barone Mazzonis che, fra gli altri, poteva schierare il divo Orsi per un premio di 100.000 lire, una Fiat 509 e 8.000 lire mensili di stipendio, e Renato Cesarini, nato a Senigallia però emigrato a Buenos Aires da bambino. Il bizzarro, allegro, mattacchione Cesarini, era una magnifica mezzala destra capace di tutto e, con l’austero Ferrari, formò una strana, straordinaria coppia in bianconero come nella Nazionale. Renato l’impenitente, ascoltava i consigli di Giovanni e la Juventus vinse cinque scudetti consecutivi.Nel campionato 1935-36 Giovanni Ferrari emigrò a Milano, sponda neroazzurra, chiamato dal presidente Pozzani, il popolare Generale Po. Giocando a fianco di Meazza, Ferraris II, Frossi, Attilio Demaria, Ferrara I e Ferrara II (questi tre ultimi di scuola argentina), Giovannin si aggiudicò altri due scudetti con il suo gioco infaticabile, altruista, tecnico, potente e i suoi tanti goal: trentadue nell’Ambrosiana in cinque stagioni come ne aveva fatti sessantasette nella Juventus. Scaricato a Bologna, come giocatore alla fine della carriera, Ferrari andò a raccogliere l’ottavo scudetto nel 1940-41 in tempo di guerra.Lo scorbutico piemontese Vittorio Pozzo, giornalista e Commissario Unico degli azzurri due volte Campioni del Mondo, selezionò per la prima volta Giovanni Ferrari il 9 febbraio 1930 a Roma contro la Svizzera superata (4-2) con le reti di Magnozzi, Orsi e Meazza (due): l’alessandrino giocò mezzala destra a fianco del barese Costantino. Nella Coppa del Mondo 1934, Giovanni Ferrari formò uno straordinario attacco con Guaita, Meazza, Schiavio e Orsi all’ala sinistra, invece a Parigi nel 1938 i suoi compagni di prima linea furono Biavati, ancora Meazza, Piola e Colaussi, il triestino.Confessò: «Ho battuto Zamora nel Mondiale del 1934 a Firenze, però la maggiore soddisfazione la provai l’anno precedente, a Roma, contro gli inglesi. Erano i maestri. Con un lungo tiro ingannai il portiere Hibbs; peccato che, poco dopo, Bastin ottenne il pareggio che, tuttavia, ci fece onore. Il mistero sugli inglesi, ritenuti invincibili, incominciò a svelarsi».Quindi la lunga attività come tecnico. Giocatore-allenatore nella Juventus, poi trainer dell’Inter, e infine l’arrivo alla Nazionale, con la quale, non riuscì a evitare il fallimento della spedizione Mondiale in Cile, patendo molto la totale mancanza di fiducia nei suoi confronti, tanto che fu affiancato da Mazza e Spadaccini, con Pasquale a tirare i fili. Ha sempre amato insegnare ai giovani, insegnava calcio, non tecniche raffinate, lui così antico e così semplice.ALBERTO FASANO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1983La scomparsa di Giovanni Ferrari ha addolorato tutti gli sportivi che seguono le vicende del calcio nazionale ed ha lascito addirittura sgomenti quanti ebbero la ventura di conoscere da vicino il grande campione alessandrino.Fu nel periodo della permanenza alla Juventus di Giovanni Ferrari che ebbi modo di conoscere dalla viva voce del protagonista molti particolari della sua vita, specie di quella parte che riguarda il modo con il quale Gioanin fece il suo ingresso nel mondo della palla rotonda.Forse la passionaccia per il calcio gli entrò nel sangue non appena fu capace di camminare. Da ragazzino, insieme agli inseparabili amici Avalle, Rapetti e Scagliotti, percorse migliaia di volte le strade adiacenti il suo domicilio, specialmente Piazza Valfrè, prendendo a calci piccole palle di gomma o fatte di stracci. Quei ragazzi disputavano partite di incommensurabile durata: iniziavano alla luce del sole e finivano sotto la flebile luce dei lampioni.Quando aveva quattordici anni, afferrò al volo qualche frase pronunciata da gente che conosceva il calcio, gente che aveva constatato con quale arte il giovane Ferrari sapeva trattare la palla. Era un timido, il caro Gioanin, e non avrebbe mai osato presentarsi ai dirigenti delle squadre minori dell’Alessandria se non fosse stato spinto dagli amici Avalle e Rapetti.Fu il destino a dargli una mano. Un pomeriggio, insieme agli amici, stava giocando a palla per le strade cittadine quando, urtato da un compagno, cadde a terra e andò a sbattere il mento contro una delle rotaie del tram a vapore che faceva servizio per Spinetta Marengo. Si procurò una lussazione mascellare e una larga ferita al mento. L’incidente, oltre a renderlo inabile al gioco, lo aveva anche liberato dagli impegni di bottega (era aiuto commesso in un negozio di tessuti).Appena le sue condizioni migliorarono, sebbene ancora incerottato, un giorno se ne andò insieme all’amico Rapetti al campo dei grigi che dovevano sostenere un allenamento. Giunto allo stadio con largo anticipo sull’orario fissato per l’allenamento stesso, si mise a palleggiare (lui in borghese) con il Rapetti (in tenuta da gioco). Ferrari non sapeva di essere attentamente osservato dall’allenatore Carcano: il palleggio morbido e sicuro impressionò il tecnico a tal punto da indurlo a invitare Ferrari la sera stessa in sede per firmare il cartellino che lo legava all’Alessandria.Fu proprio in quella squadra che il giocatore alessandrino ebbe le prime soddisfazioni, raccolse generali consensi, disputò il suo primo campionato di Serie A e fu addirittura convocato in Nazionale. Ad Alessandria, ultima venuta nell’arengo provinciale, aveva portato una nota stilistica nuova, trasformando in una scuola tecnica quella che era stata prevalentemente una scuola di ardimento e di sacrificio.Di questa scuola Baloncieri e Ferrari possono essere considerati gli alunni migliori (come lo furono Rosetta per la Pro Vercelli e Caligaris per il Casale), cioè due atleti che riassunsero le caratteristiche di intelligenza, di intuizione, di volontà di tutta una generazione di calciatori. Cevenini III, tanto per fare un esempio, si isolava in un certo modo dalla squadra, faceva numero a sé; Ferrari, invece, vi si immergeva tutto: un giocatore che rappresentava l’ordine, la continuità, con metodicità del gioco, una macchina che pulsava continuamente, che dava al gioco un’andatura, un ritmo, una cadenza.Posso dire, per averli visti giocare tutti e due, che Ferrari è stato il continuatore dello stile, della tecnica dell’idea di gioco del formidabile Adolfo Baloncieri. Purtroppo con la partenza di Ferrari dall’Alessandria verso la Juventus, la scuola alessandrina doveva chiudere il suo meraviglioso ciclo. Il gioco perse allora quel tanto che gli era rimasto di ispirazione provinciale e andò sempre più acquistando un netto carattere nazionale, cioè una fusione di tendenze diverse, armonizzate da un concetto tecnico più generale.Non mi è nemmeno difficile tracciare un profilo tecnico del vecchio amico scomparso. Tante e tante volte l’ho visto giocare, ho analizzato la sua tecnica di gioco, l’intelligenza con la quale partecipava agli incontri, sia nelle squadre di club che in Nazionale. Giovanni Ferrari: il calcolo applicato al gioco del calcio. Un giocatore freddo, positivo, il buon senso fatto persona. Gli sportivi lo ricordano come la tipica mezzala del metodo, cioè mezzala di manovra, da tessitura.Era una macchina che lavorava e funzionava a regolari colpi di stantuffo, uno dopo l’altro, continui, implacabili. Giocatore di una tecnica sobria, poco portato a osare, ma che costruiva la partita un’azione sull’altra, come le pietre di un edificio, le imbeccate pronte per tutti, gli occhi attenti a misurare l’ostacolo e a valutare una situazione tattica, un uomo metodico che sembrava possedere un misterioso senso del ritmo; giocava con una cadenza sempre uguale, apparentemente un po’ lenta, ma che faceva forse più strada di ogni altra; quello sfornare continuo di palloni scoccati per ogni direzione, quel senno di gioco che dava l’impressione di un saggio fra tanti scavezzacolli. Tutto, insomma, ha contribuito a fare di Ferrari un elemento di grandissima classe.Gioanin Ferrari, giudicato a posteriori, è stato proprio il giocatore sorto nell’epoca sua, cresciuto nel suo più conveniente clima di gioco. Posso senz’altro affermare (confortato in ciò dall’opinione di illustrissimi competenti, quali Ugo Locatelli, Piero Rava, Baldo Depetrini e Silvio Piola) che egli è stato, nel corso di un decennio, la migliore mezzala sinistra europea. Ed è l’elogio più alto che il critico può scrivere dell’indimenticabile giocatore alessandrino.Maestro sommo sul terreno di gioco, per gli avversari e per i compagni: una vera scienza calcistica, quella scienza che Ferrari per lunghi anni elargì poi a tutti i suoi allievi, attenti ascoltatori delle sue lezioni al Centro Tecnico di Coverciano. Per questo sono convinto che la morte di Giovanni Ferrari sia stata una grave perdita per il mondo del calcio nazionale.RENATO TAVELLA, DA “IL ROMANZO DELLA GRANDE JUVENTUS”Ventenne dall’aria già matura, stempiato e serafico, l’alessandrino Gioanin Ferrari quando scende dal treno a Porta Nuova e infila i portici che conducono alla vicina sede juventina, forse, per la prima volta in vita sua si sente investito da un senso di particolare nervosismo. Non è da lui, in genere così flemmatico e pacato, riflessivo. Per questo la cosa lo mette in gran sospetto e gli fa pensare che, “stavolta”, il momento è per davvero molto particolare.E pensare che credeva di essere inattaccabile in tal senso. Vaccinato, come si usa dire. Di situazioni emotive ne aveva dovute affrontare eccome nella sua carriera, malgrado fosse pur sempre un novizio alle prime prove sui grandi palcoscenici. Gli venne in mente, ad esempio, la fuga da Napoli in piena notte. Lui e Carcano, dopo quella sconfitta che aveva mandato in bestia i tifosi partenopei al punto di promettere certi «ti aspetto fuori» da far paura. «Basta con lo stare a Napoli e basta con l’Internapoli. Mai più», avevano seguitato a ripetersi, mentre il treno dal Meridione, caldo e agitato, li riportava nella più fredda, ma assai più tranquilla Alessandria. Già, Alessandria, la sua cittadina. Dove aveva scoperto il calcio e da dove era stato pescato da Vittorio Pozzo per la Nazionale. Giusto l’altro ieri. E adesso la Juventus, la squadra di Agnelli.«Gioanin, son qui». Come risvegliato dai suoi pensieri, Ferrari vede all’improvviso Carcano pararglisi in faccia. «Sì, sì – balbetta – buongiorno». «Dai, che il barone Mazzonis ti aspetta».VLADIMIRO CAMINITIChe fosse il pupillo di Carcano, è accertato. Che le cronache di calcio dei nostri nonni, e per questo, anche quelle dei nostri padri, sorvolassero beatamente su tutto ciò che non fosse pallone, nei giorni di un’Italia massimamente ipocrita, nei giornali non si leggeva di suicidi, e la cronaca nera, era ridotta all’essenziale anche questo è risaputo. Nei giorni di guerra, Emilio De Martino continuava a scrivere i suoi edulcorati romanzi sportivi, quando è evidente che, fin dal suo sorgere e poi irrobustirsi, la Juventus con Edoardo Agnelli il magnate, presidente con Giovanni Mazzonis factotum, e dirigenti ammanicati col fatto economico e quasi spilorci perché solo gli assi godevano dei loro favori, per tutti gli anni Trenta della gloria totale e della conquista della popolarità nazionale, ebbe i suoi problemi e pure problemacci, che sapeva risolvere con discrezione, perché i panni sporchi si lavano in famiglia.Che Carcano avesse il vizietto dunque è risaputo, ma ciò non toglie che sia stato un grandissimo lavoratore, e un professionista serio, anche molto dotato sotto il profilo psicologico, come dimostrano cento episodi, e specialmente uno raccontato da Luigi Cavallero papà di Ferruccio, e ambedue diversamente sventurati (il padre morì nella fiammata di Superga col Grande Torino, il secondo si sarebbe spento a trent’anni sulla soglia di una luminosa carriera giornalistica) a proposito di Combi.Giovanni Ferrari, in sostanza uno dei grandi meriti di Carcano allenatore della Juventus, (Carcano godeva anche l’alta stima di Pozzo tanto che ne faceva l’allenatore della Nazionale), alessandrino puro sangue, insieme a Baloncieri e a Rivera costituisce la triade delle grandi mezzeali che dopo aver rivestito la maglia dell’Alessandria, attinsero alla gloria.Ferrari è stato il regista di centrocampo più completo, se si vuole, dell’intera storia del calcio italiano; due Campionati del Mondo (1934 e 1938), otto scudetti, ne documentano le infinite risorse. Non veloce, velocizzava il gioco con il pallone passato di prima, spesso verticalmente, con lanci di cinquanta metri, e aveva moltissimo nerbo nel contrasto. Era un grande atleta, nonché un cursore sorvegliato stilisticamente e abilissimo nel piazzamento; vince con la Juve cinque scudetti consecutivi, prima di passare a Milano, all’Ambrosiana di Meazza, per continuare a vincere; senza tricolore sul petto non viveva; la tattica che si fa strategia, lo ebbe principe della Juventus di Carcano dal 1930 al 1935, sia che si trattasse di lanciare Vecchina e Orsi o Borel II e Orsi, o di risolvere personalmente.Monti e Ferrari furono la spina dorsale di quella squadra inimitabile, cattivissima quanto leale nel gioco, che sapeva speculare sul goal senza concedere all’avversario un’unghia di terreno, che aveva un portiere quasi eroico nelle mischie, e cominciò a declinare soltanto quando sulla diga foranea del porto di Genova, ammarando nell’idrovolante guidato da Arturo Ferrarin, il presidente Edoardo andò a incontrare un’atroce assurda morte.«L’impasto di squadra meglio riuscita dall’epoca d’oro della Pro Vercelli». «La bella creazione dei dirigenti affidata alle sapienti mani di Carcano». «Modello ed esempio di organizzazione e di educazione calcistica». Roggi, il mancato pianista veronese, Casalbore che avrebbe poi fondato “Tuttosport”, quell’arguto umorista di Carlin, la cui matita “parlava” assai più e meglio della penna, il sentimentalismo di De Martino, la sincera retorica di Pozzo. E insieme a tutto questo, la regia equidistante e virile di Gioann Ferrari, l’alessandrino pupillo di Carcano, che pilota anche la Nazionale come la Juventus (e poi l’Ambrosiana) ai massimi traguardi. Come dire uno dei più grandi centrocampisti della storia mondiale, e forse è più giusto definirlo mezzala, la mezzala tessitrice del gioco, continuo, mai trafelato, sempre puntuale, dal tiro potente, un trascinatore e un creatore di gioco divenuto leggenda. Quanto all’uomo, e alla sua scorbutica natura (uomo di poche parole e di tanto pragmatismo) chi sa veramente sviscerare l’animo umano? https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/giovanni-ferrari.html -
Giovanni Ferrari - Calciatore E Allenatore
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GIOVANNI FERRARI https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Ferrari Nazione: Italia Luogo di nascita: Alessandria Data di nascita: 06.12.1907 Luogo di morte: Milano Data di morte: 02.12.1982 Ruolo: Centrocampista Altezza: 172 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Gioanin Alla Juventus dal 1930 al 1935 e 1941-1942 Esordio: 28.09.1930 - Serie A - Juventus-Pro Patria 4-1 Ultima partita: 08.02.1942 - Coppa Italia - Juventus-Padova 1-0 193 presenze - 79 reti 5 scudetti 1 coppa Italia Campione del mondo 1934 e 1938 con la nazionale italiana Allenatore della Juventus dal 1941 al 1942 16 panchine - 7 vittorie - 4 pareggi - 5 sconfitte Giovanni Ferrari (Alessandria, 6 dicembre 1907 – Milano, 2 dicembre 1982) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo mezzala. Annoverato tra i migliori giocatori della sua generazione (Carlo Felice Chiesa lo ha definito «una della più complete mezzali sinistre della storia») e considerato come il prototipo dell'interno sinistro nel Metodo, è uno dei calciatori italiani più vincenti, potendo vantare nel palmarès personale due Coppe del Mondo e una Coppa Internazionale conquistate negli anni 1930 con la nazionale di Vittorio Pozzo, e otto campionati nazionali, di cui cinque consecutivi con la Juventus. È uno dei sei calciatori italiani (con Filippo Cavalli, Sergio Gori, Pierino Fanna, Aldo Serena e Attilio Lombardo) che sono riusciti a vincere lo scudetto in tre diverse squadre, nel suo caso con Juventus, Ambrosiana-Inter e Bologna. È inoltre l'unico atleta, assieme a Cesare Maldini, ad aver partecipato al mondiale sia nelle vesti di giocatore che in quelle di allenatore della nazionale azzurra. Giovanni Ferrari Ferrari alla Juventus nei primi anni 1930 Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Mezzala Termine carriera 1942 - giocatore 1962 - allenatore Carriera Giovanili 1922-1925 Alessandria Squadre di club 1923-1925 Alessandria 15 (1) 1925-1926 Internaples 15 (16) 1926-1930 Alessandria 104 (64) 1930-1935 Juventus 187 (78) 1935-1940 Ambrosiana-Inter 108 (24) 1940-1941 Bologna 16 (2) 1941-1942 Juventus 6 (1) Nazionale 1930-1938 Italia 44 (14) Carriera da allenatore 1941-1942 Juventus 1942-1943 Ambrosiana-Inter 1944-1945 Pavia 1945 Brescia 1947-1948 Cantonal Neuchâtel 1948-1950 Prato 1950-1951 Padova 1958-1959 Italia 1960-1962 Italia Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Oro Francia 1938 Coppa Internazionale Argento 1931-1932 Oro 1933-35 Biografia La casa natale di Giovanni Ferrari in via Tripoli, ad Alessandria. Crebbe nel popolare quartiere della Cararola, uno dei più poveri d'Alessandria, che prendeva il nome da un canale di scolo che l'attraversava; sin da giovanissimo mostrò interesse per il pallone, tanto che dichiarò: «la "passionaccia" per il gioco del calcio è entrata in me non appena sono stato capace di camminare». Precoce talento, diventò popolare tra i giovani della città e attirò l'interesse della squadra cittadina, da cui venne tesserato nel 1921; in quel momento lavorava come aiuto-commesso in un negozio di tessuti. Convinse subito l'allenatore Carlo Carcano, che seguì in varie squadre tra gli anni 1920 e 1930; fu tra gli uomini-simbolo della Juventus del Quinquennio d'oro e della nazionale italiana di Vittorio Pozzo. Smise di giocare nel 1942, per dedicarsi all'allenamento, attività nella quale non eguagliò gli stessi risultati conseguiti da calciatore. Fu per lungo tempo istruttore presso il Centro Tecnico Federale di Coverciano, rivestendo peraltro assieme a Paolo Mazza il ruolo di commissario tecnico dell'Italia durante il campionato del mondo 1962. Tra le sue ultime apparizioni pubbliche vi fu la sfilata al Camp Nou di Barcellona, nella cerimonia inaugurale del campionato del mondo 1982; nell'occasione volle portare con sé la prima tessera della Federazione, datata 1921. Morì pochi mesi dopo all'ospedale San Carlo Borromeo di Milano per un collasso cardiocircolatorio, conseguenza di un'emorragia esofagea e gastrica che lo aveva colpito alcuni giorni prima; lasciò la moglie e una figlia. Gli sono stati intitolati il campo sportivo di via Alessandro Tonso, ad Alessandria, e l'Aula Magna del Centro Tecnico di Coverciano. Caratteristiche tecniche Giocatore Ettore Berra considerava Ferrari un modello per gli attaccanti della sua epoca; scrisse su Il Calcio Illustrato nel 1938: «è non solo il miglior giuocatore della sua generazione, ma è l'uomo che insegna a tutti come si giuochi per la squadra e non solo per il proprio tornaconto, come s'inizi un'azione, come ci si comporta negli sviluppi di quest'azione. Si può dire che tale ruolo è, dal punto di vista tecnico una creazione sua. Prima di Ferrari, il mezzo-sinistro era un giuocatore qualunque [...]. Quando darà un addio allo sport porterà con sé il segreto del suo giuoco. Nessuno finora l'ha eguagliato, nessuno lo vale». Nello stesso anno, l'ex-calciatore e giornalista francese Lucien Gamblin lo definì su L'Auto «probabilmente il miglior calciatore italiano da dieci anni a questa parte [...]. Degno successore di Baloncieri, stratega notevole e fine tecnico, il cui giuoco resta sobrio e impersonale [...]», concludendo «nessuno sa meglio di lui iniziare o condurre un attacco nelle migliori condizioni, e, se il suo tiro a rete non ha niente di speciale come potenza, non pecca certo di imprecisione». Il gol-scudetto di Ferrari alla Fiorentina il 2 giugno 1935, che permise alla Juventus di stabilire il suo Quinquennio d'oro. Il paragone con Baloncieri, altro prodotto della «scuola alessandrina» fu approfondito da Gianni Brera: «normotipo di larga cassetta e solide gambe, è di gran lunga il più specializzato e dotato dei centrocampisti italiani. Non ha la nevrile eleganza di Baloncieri, ma lo supera per fondo atletico e impegno. Possiede minor senso del gol, ma è largamente più assiduo nei recuperi difensivi [...]. È il tipico mediano di spola: dove arriva lui, l'equilibrio di squadra è assicurato». Angelo Rovelli lo descrisse come «calciatore solido, pragmatico, lineare [...], stantuffo di centrocampo ma pure abile nel puntare a rete». Agli esordi ebbe compiti offensivi che, a partire dal passaggio alla Juventus (1930) andarono limitandosi: in nazionale, date le presenze di Schiavio e di Piola come centravanti, Vittorio Pozzo gli affiancò Meazza per creare «una coppia costruttrice di giuoco, come poche altre in Europa». Le doti di regista di Ferrari furono evidenziate da Antonio Ghirelli: «giuocatore d'una tecnica sobria, poco portato ad osare, costruiva la partita un'azione sull'altra [...], le imbeccate pronte per tutti, gli occhi attenti a mirare l'ostacolo e a valutare una situazione tattica, un metodico che sembrava avesse un misterioso senso del ritmo». Calciatore disciplinato e corretto, nel 1931 ricevette un encomio dalla dirigenza della Juventus per non aver reagito, durante una gara di campionato, allo schiaffo di un avversario. Allenatore Fautore di un gioco offensivo, Ferrari era ricordato da Enzo Bearzot come «un buon maestro»; infatti, pur non raccogliendo particolari successi nell'allenamento, fu a lungo istruttore dei corsi per allenatori del centro tecnico di Coverciano. Raccontò Fino Fini: «Giovanni era fatto per insegnare [...]. Ricordo il primo corso per allenatori. Spiegava la tecnica e agli esami era severo». Carriera Giocatore Club L'Alessandria e la parentesi a Napoli Ferrari (in prima fila, secondo da destra) nell'Alessandria della stagione 1927-1928. Entrò nelle giovanili dell'Alessandria nel 1921, a quattordici anni non ancora compiuti; tre amici calciatori, Giuseppe Rapetti, Edoardo Avalle e Cinzio Scagliotti, lo segnalarono al giocatore-allenatore Carcano, che ne apprezzò particolarmente il palleggio morbido e sicuro. Poco tempo dopo giocò per la prima volta con la squadra riserve, a Torino, mentre il debutto in prima squadra avvenne il 7 ottobre 1923, a 15 anni e 10 mesi, sul campo della Sampierdarenese (vittoria dei grigi per 2-1). Nelle prime due stagioni giocò saltuariamente, segnando la sua prima rete il 1º febbraio 1925, nel 6-1 al Mantova. Nel 1925 fu segnalato da Carcano, neo-allenatore dell'Internaples, ai dirigenti, che lo acquistarono per 5 000 lire. L'interno fu decisivo nella stagione 1925-1926, in cui l'ancora inesperta squadra campana raggiunse per la prima volta nella sua storia le finali di Lega Sud, poi perse contro l'Alba Audace di Roma. Considerato il successo della coppia, i dirigenti alessandrini, che uscivano da una difficile stagione in cui la squadra aveva rischiato la retrocessione, si convinsero a ingaggiare Carcano come allenatore per la stagione 1926-1927 e a riacquistare il diciottenne Ferrari sborsando 12 000 lire, più del doppio di quando avevano ricavato l'anno prima dalla sua cessione. Lo sforzo economico fu ricompensato da ottime prestazioni in campionato e dalla vittoria dell'Alessandria in Coppa CONI (Ferrari segnò un gol nella finale di ritorno, contro il Casale); a dargli sicurezza durante gli spunti offensivi fu l'innesto di Luigi Bertolini, chiamato da Carcano a coprirgli le spalle in mediana. Parte, scrisse Mario Ferretti, «di quella famosa linea attaccante che fu spauracchio – a quei tempi – d'ogni difesa: Cattaneo, Avalle, Banchero, Ferrari, Chierico», nella stagione 1927-1928 Ferrari segnò 24 reti in 32 gare, sospingendo l'Alessandria verso la vittoria dello scudetto, mancata per questione di pochi punti. Sempre più frequentemente richiesto da grandi squadre, nel 1929 Ferrari rimase all'Alessandria poiché questa, non potendogli offrire un ingaggio migliore, scelse di promettergli la cessione gratuita per l'anno successivo, a patto di rimanere ancora per un campionato. Il torneo 1929-1930 fu positivo per il club e grazie alla prolificità dell'interno, che segnò 19 reti e nel corso della stagione debuttò in nazionale, si mantenne a lungo al vertice della classifica, per poi cedere posizioni nel corso del girone di ritorno. A quel punto la società fece un estremo tentativo per non svincolare il giocatore, escludendolo dai titolari delle ultime gare per scarso impegno e sperando così di poter venir meno ai patti; Ferrari giocò la sua ultima partita in maglia cinerina il 1º giugno 1930, a Udine (Triestina-Alessandria 1-0); è a oggi il terzo marcatore nella storia dell'Alessandria. La Juventus del Quinquennio Ferrari (secondo da destra) con la Juve del Quinquennio nella stagione 1933-1934. Ferrari fu espressamente richiesto alla Juventus da Carcano, nel momento in cui fu offerta a questi la guida della prima squadra; essendo a conoscenza degli accordi tra il calciatore e l'Alessandria, era cosciente che il suo ingaggio per la società non avrebbe rappresentato un pesante esborso. Ferrari ne ebbe 22 000 lire annue più bonus. Alla Juventus, dove già erano presenti centravanti prolifici (Vecchina e poi Borel) Carcano poté sfruttare le doti di manovra di Ferrari, che andò dunque a infoltire il roccioso centrocampo della squadra fungendo da «motore». Il calciatore stesso, negli anni della maturità, raccontò: «I cannonieri c'erano già, non era necessario avvicinarsi troppo all'area. Piuttosto, bisognava servire le ali, specie Orsi, perché Cesarini si dimenticava troppo spesso di farlo». Con i bianconeri vinse cinque scudetti in altrettante stagioni e fu, in tutti i cinque campionati, il secondo cannoniere della squadra, malgrado la riduzione degli obblighi d'attacco; disputò 160 partite su 166. Particolarmente importante fu la rete segnata all'81' di Fiorentina-Juventus del 2 giugno 1935 che, in virtù della contemporanea sconfitta dell'Ambrosiana-Inter sul campo della Lazio, assegnò lo scudetto ai bianconeri. Fu quella anche l'ultima gara di Ferrari con la Juventus; alla fine dell'anno fu inserito in lista di trasferimento. Il passaggio all'Ambrosiana-Inter Nel 1935 l'improvvisa morte di Edoardo Agnelli portò novità dirigenziali in seno alla società bianconera. Questa optò per una politica d'austerità, e quando a Ferrari fu negato un lieve aumento di stipendio, questi, che già aveva assistito all'allontanamento del mentore Carcano nel corso della stagione precedente, scelse di cambiare squadra. Rifiutò le offerte della Lazio prefendo quelle dell'Ambrosiana-Inter, determinata a ricomporre l'accoppiata con Meazza già vista in nazionale. Ferrari (in piedi, terzo da destra) nell'Ambrosiana-Inter campione d'Italia 1937-1938. Durante quest'esperienza, Ferrari diede prova di «magistero e continuità atletica», dimostrandosi «aduso a giocare allo stesso (sfiancante) ritmo dal primo all'ultimo minuto, impegnato nel lavoro di cucitura al servizio della squadra». Con Ferrari titolare, Meazza si laureò per due volte capocannoniere, e l'Ambrosiana vinse il campionato del 1937-1938, il primo della gestione di Ferdinando Pozzani. Nel 1938 gli giunse una ricca offerta dell'Arsenal; risulta essere questa una delle prime richieste di giocatori stranieri da parte di un club inglese: Ferrari rifiutò (Chiesa scrive che «non se la sentì»). A partire dalla stagione 1938-1939, nonostante la vittoria del precedente campionato e il successo al mondiale francese, Ferrari (così come Meazza, bloccato da un embolo a un piede) fu gradualmente accantonato dal nuovo allenatore nerazzurro Tony Cargnelli, che gli preferiva il giovane Candiani. Nella stagione 1939-1940 Ferrari era ormai relegato tra le riserve, e vinse il suo settimo scudetto personale collezionando appena otto presenze. Il Bologna dei veterani All'inizio della stagione 1940-1941 Hermann Felsner, allenatore del Bologna, chiese alla società l'ingaggio di Ferrari, trentatreenne e ormai ai margini nell'Ambrosiana. Lo impiegò alternandolo, a turno e a seconda dello stato di forma, ai due interni della squadra, i trentenni Andreoli e Sansone; il Bologna andò a vincere così, con largo anticipo, il sesto scudetto della sua storia, l'ultimo del ciclo dello «squadrone che tremare il mondo fa». Per Ferrari fu anche l'ottavo e ultimo scudetto in carriera; nella stagione successiva ritornò alla Juventus come calciatore-allenatore. Disputò la sua ultima partita di campionato il 1º febbraio 1942, in Bologna-Juventus 2-0, prima di giocare ancora una volta, la settimana dopo, nel quarto di finale di Coppa Italia vinto per 1-0 contro il Padova. Nazionale Ferrari (sesto da sinistra) nell'Italia campione del mondo 1934 Il debutto con l'Italia avvenne a 22 anni, allo stadio del PNF, in Italia-Svizzera 4-2; nella stessa partita debuttò Giuseppe Meazza, che sotto la guida di Vittorio Pozzo andò a formare con Ferrari una celebre coppia di mezzali definita, nel 1938, «il duo più straordinario del mondo». Nell'aprile di quell'anno esordì anche in nazionale B, con cui collezionò 7 reti in 4 presenze. Ferrari giocò cinque partite su sei del vittorioso campionato del mondo 1934 ospitato dall'Italia, segnando una rete nell'ottavo di finale, contro gli Stati Uniti, e un'altra a Zamora, nel quarto contro la Spagna. Il 14 novembre dello stesso anno fu tra i protagonisti della gara contro l'Inghilterra ricordata come "Battaglia di Highbury"; su Lo Sport Fascista scrisse: «Li abbiamo battuti moralmente a casa loro, nel cuore, e siamo stati più che alla pari per tecnica di gioco». Il 13 maggio 1933 era stato il primo italiano a segnare un gol alla nazionale inglese, che ricordò come uno dei momenti più appaganti della sua carriera: «Ho battuto Zamora nel mondiale del 1934 a Firenze, però la maggiore soddisfazione la provai l'anno precedente, a Roma, contro gli inglesi. Erano i maestri. Con un lungo tiro ingannai il portiere Hibbs; peccato che, poco dopo, Bastin abbia ottenuto il pareggio che, tuttavia, ci fece onore. Il mistero sugli inglesi, ritenuti invincibili, incominciò a svelarsi». Soprattutto, Ferrari è ritenuto uno dei calciatori più importanti nella vittoria del campionato del mondo 1938 in Francia. Su Il Calcio Illustrato l'inviato Renzo De Vecchi spiegò che le due mezzali «stavano, generalmente, più arretrate, e talvolta si videro anche sulla linea dei terzini, ciò che invece non si verificò in campo francese, brasiliano e ungherese». L'Auto, uno dei principali giornali sportivi dell'epoca, scrisse: «Ferrari e Meazza, artefici della vittoria per il modo abile, chiaro, intelligente impiegato nella costruzione del gioco offensivo della loro squadra»; il corrispondente di Paris-Soir Jean Eskenazi inserì il mezzo sinistro nella formazione ideale del torneo. Con gli azzurri Ferrari vinse anche la Coppa Internazionale 1933-1935. Disputò l'ultima gara il 4 dicembre 1938, a Napoli, in Italia-Francia 1-0; aveva collezionato 44 presenze (2 da capitano) e 14 reti. Allenatore Club Juventus e Ambrosiana-Inter Nel 1941-1942 Ferrari fece ritorno alla Juventus dopo sei anni per ricoprire il ruolo di giocatore e allenatore; in quella stagione, spiegò Paolo Facchinetti, «esigenze di rinnovamento» comportarono una «strana campagna acquisti, che vide la cessione fra gli altri di Borel II, di Gabetto e del portiere Bodoira». Ferrari diede le dimissioni dall'incarico dopo quattordici gare, con la squadra quinta, già nettamente distanziata dal gruppo di testa; fu sostituito da Luis Monti, rimanendo in rosa come giocatore. Al termine della stagione la Juventus si aggiudicò la Coppa Italia, l'unica della carriera per Ferrari. Nella stagione successiva si legò invece all'Ambrosiana, reduce da un campionato deludente e dalle dimissioni del presidente Pozzani. La squadra rimase a lungo a contatto con le prime posizioni, per poi cedere nelle battute finali del torneo; durante le partite dell'ultima giornata contro il pericolante Venezia, i giocatori nerazzurri assunsero un atteggiamento passivo e Ferrari scelse di espellere un proprio giocatore, Ubaldo Passalacqua, «per scarso impegno». La Commissione di Controllo della Federazione multò Ferrari per questo gesto, poiché anch'esso avrebbe favorito il Venezia. La sospensione dei campionati e il dopoguerra Ferrari (a sinistra) allenatore del Brescia nella stagione 1945-1946 Nel 1944, durante la sospensione dei campionati dovuta all'evolversi della seconda guerra mondiale, Ferrari fu ingaggiato dal Pavia in un'ottica di rafforzamento della squadra voluta dal presidente Giovanni Valsecchi per la partecipazione al Torneo Benefico Lombardo 1944-1945; la squadra chiuse il torneo al terzo posto. Allenò poi il Brescia durante la Divisione Nazionale 1945-1946. Nella stagione 1947-1948 seguì la prima squadra del Cantonal Neuchâtel nella massima serie svizzera; la squadra retrocesse al termine del torneo, ma l'opera di Ferrari, scrisse La Stampa in quell'anno, «fu apprezzata dai dirigenti elvetici». Nella stagione successiva vinse la Serie C 1948-1949 con il Prato; allenò anche il Padova, in A, nel 1950-1951: chiamato a campionato in corso a sostituire Pietro Serantoni, venne sollevato dall'incarico prima del termine della stagione, e rimpiazzato da Frank Soo. Seguì inoltre diverse squadre giovanili (Alessandria, Inter) e fu osservatore per la FIGC, notando tra gli altri Giacomo Losi. Nazionale Dal 1950 entrò nei ranghi federali e divenne istruttore tecnico nei corsi per allenatori. Fu dapprima aiutante di campo per la nazionale, poi nel 1958 fu chiamato a sostituire Giuseppe Viani con una commissione tecnica formata dai dirigenti Pino Mocchetti e Vincenzo Biancone. Dopo un breve ritorno di Viani, Ferrari gli subentrò in solitaria, ottenendo la qualificazione al campionato del mondo 1962 in Cile. Sotto la guida dell'ex mezzala, «la massima rappresentativa italiana conobbe tra l'autunno del 1960 e la primavera del 1962 una stagione complessivamente positiva», anche se il gioco offensivo da lui proposto poiché congeniale ai vari oriundi venne criticato dal giornalista Gianni Brera, in particolare dopo la sconfitta contro l'Inghilterra del maggio 1961. Per la fase finale, in Cile, gli furono affiancati Helenio Herrera, che rinunciò dopo poco tempo, e il presidente della SPAL Paolo Mazza. A partire dall'esclusione dal novero dei convocati di Mario Corso, dopo un litigio con lo stesso Ferrari, la spedizione cilena fu travagliata sin dal principio, anche per i contrasti tra i due componenti della commissione tecnica, a causa delle diverse visioni di gioco (Mazza era un difensivista). Ferrari ricordò l'esperienza declinando le responsabilità per l'esito negativo del mondiale: «se l'Italia fu eliminata in Cile, non è colpa mia. Lo dissi allora e lo ripeto oggi. Io non contavo niente. Quando mi venne comunicata la decisione di affiancarmi Mazza, risposi che con me Mazza non avrebbe litigato. In parole povere avrei fatto decidere a lui». L'Italia, considerata tra le favorite, uscì al primo turno, principalmente a causa del caotico esito della partita contro i padroni di casa del Cile, nella partita ricordata come "Battaglia di Santiago". Omar Sívori denunciò poi il pesante condizionamento della stampa, dichiarando di essere stato testimone di una conversazione in cui i due commissari si erano fatti influenzare, nella scelta dei titolari da schierare contro il Cile, da alcuni importanti cronisti fautori del difensivismo (tra i quali pare vi fosse lo stesso Brera). Al ritorno Ferrari lasciò dunque la guida nella nazionale; per il giornalista Giuseppe Signori «ebbe il torto in Cile e prima di Santiago di non opporsi a troppe cose, come a persone sbagliate. Passivamente accettò in silenzio il peggio, limitandosi a parlare dopo», come ammise lui stesso, rammaricandosene, nella lettera di dimissioni inviata alla Federazione. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 8 - Juventus: 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Ambrosiana-Inter: 1937-1938, 1939-1940 Bologna: 1940-1941 Coppa Italia: 2 Ambrosiana-Inter: 1938-1939 - Juventus: 1941-1942 Coppa CONI: 1 - Alessandria: 1927 Nazionale Campionato mondiale: 2 - Italia 1934, Francia 1938 Coppa Internazionale: 1 - 1933-1935 Individuale Inserito nella Hall of Fame - I Magnifici del calcio italiano - 2000 Inserito nella Hall of fame del calcio italiano - 2011 (riconoscimento alla memoria) Allenatore Club Campionato italiano Serie C: 1 - Prato: 1948-1949 (girone C) -
ALDO VOLLONO https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Vollono Nazione: Italia Luogo di nascita: Genova Data di nascita: 03.08.1906 Luogo di morte: Brunate (Como) Data di morte: 05.06.1946 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1930 al 1931 Esordio: 18.01.1931 - Serie A - Inter-Juventus 2-3 Ultima partita: 26.04.1931 - Serie A - Legnano-Juventus 1-2 10 presenze - 3 reti 1 scudetto Aldo Vollono (Genova, 3 agosto 1906 – Brunate, 5 giugno 1946) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Aldo Vollono Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1934 Carriera Squadre di club 1928-1930 Triestina 20 (2) 1930-1931 Juventus 10 (0) 1931-1932 Triestina 11 (3) 1932-1933 Bari 2 (0) 1933-1934 Antibes ? (?) Palmarès Campionato italiano: 1 - Juventus: 1930-1931
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FRANCESCO RIER https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Rier Nazione: Italia Luogo di nascita: Rovereto (Trento) Data di nascita: 02.12.1908 Luogo di morte: Rovereto (Trento) Data di morte: 05.05.1991 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1930 al 1931 Esordio: 28.09.1930 - Serie A - Juventus-Pro Patria 4-1 Ultima partita: 14.06.1931 - Serie A - Brescia-Juventus 1-1 28 presenze - 2 reti 1 scudetto Francesco Rier, noto anche come Franco (Rovereto, 2 dicembre 1908 – Rovereto, 5 maggio 1991), è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Francesco Rier Rier alla Juventus nel 1930 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1940 Carriera Squadre di club 1926-1927 Rovereto ? (?) 1927-1928 Modena 19 (16) 1928-1930 Lazio 29 (8) 1930-1931 Juventus 28 (2) 1931-1932 Servette ? (?) 1932-1934 Nizza 11+ (0+) 1934-1936 Brescia 47 (9) 1936-1939 Palermo 56 (7) 1939-1940 Rovereto ? (?) Caratteristiche tecniche Alla Lazio giocava come interno, poi alla Juventus diventa un mediano. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1930-1931 Competizioni regionali Terza Divisione: 1 - Rovereto: 1926-1927 Prima Divisione: 1 - Rovereto: 1939-1940
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EUGENIO CASTELLUCCI SALVATORE LO PRESTI, DAL SUO LIBRO “TANGO BIANCONERO” Una pallida apparizione (2 sole presenze nel campionato 1930/31, quello del primo dei cinque scudetti consecutivi) fece Eugenio Castellucci, centrocampista e all’occorrenza anche difensore, di 27 anni, con una lunga carriera in Argentina. Nato a Cordoba il 21 aprile 1903, crebbe nelle giovanili del Defensor de Belgrano giocando in prima squadra fra il 1922 e il 1925 (con una parentesi all’Urquiza nel 1924). Passato nel 1926 al General San Martin, è stato successivamente alla Platense e quindi all’Atlanta (con la cui maglia prese parte a una storica vittoria contro il Baracas Central (4-1 nel 1927) prima di passare al Chacarita Juniors dove conobbe Renato Cesarini, che probabilmente ne favorì l’approdo alla Juventus. Eugenio Castellucci esordì nella Juve contro il Napoli il 3 maggio 1931 (2-1 in trasferta) e venne confermato la settimana dopo contro la Triestina (4-0). Malgrado non sia dispiaciuto, non ritrovò più posto nel prosieguo di stagione. Barale prese il suo posto e l’avventura juventina dell’argentino si concluse lì. Dopo la sua fugace apparizione in bianconero tornò in Argentina. Nel 1932 lo troviamo del Defensor del Belgrano e nel 1933 del General San Martin. Poi se ne perdono le tracce, almeno per quel che riguarda il calcio che conta. Nel Defensor de Belgrano dovrebbe aver giocato complessivamente 51 partite (49 fra il 1922/25 quando fece parte della formazione che vinse il torneo di 5ª divisione, successo che gli valse l’inserimento in prima squadra, e 2 nel 1932). https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/04/eugenio-castellucci.html
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EUGENIO CASTELLUCCI https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Castellucci Nazione: Argentina Luogo di nascita: - Data di nascita: 21.04.1903 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1930 al 1931 Esordio: 03.05.1931 - Serie A - Napoli-Juventus 1-2 Ultima partita: 10.05.1931 - Serie A - Juventus-Triestina 4-0 2 presenze - 0 reti 1 scudetto Eugenio Castellucci (21 aprile 1903 – ...) è stato un calciatore argentino, di ruolo centrocampista. Eugenio Castellucci Nazionalità Argentina Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1931 Carriera Squadre di club 1926 Gral. San Martín 16 (0) 1926 Platense 1 (0) 1927 Atlanta 17 (1) 1928-1929 Chacarita Juniors 40 (1) 1929 Argentino T.L. 4 (1) 1930 Chacarita Juniors 14 (0) 1930-1931 Juventus 2 (0) Caratteristiche tecniche In Argentina giocò come difensore destro e mediano destro. Carriera Nella stagione 1930-1931 vinse uno scudetto con la Juventus. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1930-1931
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Luigi Bertolini - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
LUIGI BERTOLINI \ «Sono nato a Busalla, nel 1904, per caso. La mamma, prossima all’evento, abitava ad Alessandria, dov’era nata. Mio padre, Aristide, era di Caprino Veronese; un tipo strambo, per come posso rammentarlo. S’imbarcò per l’America che ero ancora bambino. Faceva il pittore e si aggiustava a suonare la chitarra. Un fratello di mamma aveva un negozio di frutta e verdura. Come ebbi l’età e la forza di lavorare mi volle con sé. Vita dura, mica scherzi. Mi alzavo di mattino presto, verso le 4, per andare al mercato generale, con il carretto. Ne tornavo tre ore dopo e facevo il garzone di bottega. Dopo la sfaticata giornaliera, a sera, andava a scuola. Diploma di Arti e mestieri, licenza commerciale, medaglia d’oro per il disegno meccanico. Nei pochi momenti di svago, via in piazzetta a giocare alla palla. Di stracci, mica con il pallone vero. Ci davo dentro un paio di ore, poi la fame e il sonno mi inducevano a smetterla.Mi ero fatto, con gli anni, lungo e secco. Abile comunque per il servizio di leva nel 22° Fanteria. Si era nel 1924 e il football cominciava davvero a fare strada. Si disputò persino un torneo militare ed ebbi, con la squadra reggimentale, il mio primo titolo italiano: campione militare di calcio. Da notare che giocavo centravanti, segnando fior di goal con la testa, già ricoperta dalla benda bianca che poi mi fu quasi d’emblema per il resto della carriera.Finito il servizio di leva raggiunsi a Savona un amico dei tempi passati. Faceva il manovale in ferrovia lavorando di notte. Dividemmo in due il lavoro e in due la sua paga settimanale. Faticavamo a turni di due ore, dormendo con lo stesso ritmo.Un giorno l’amico mi avvertì di aver parlato di me ai dirigenti del Savona, che a quel tempo militava in Serie B. Gli chiesi se era impazzito. Mi rispose di non preoccuparmi. Sapeva il fatto suo, mi aveva visto tante volte giocare ad Alessandria sulle piazze o nella Borsalino che era convinto di non sbagliare.Piuttosto incerto mi recai alla prova. Un’ora dopo firmavo un contratto per giocare nel Savona. Stipendio di calciatore: 25 lire al mese, oltre ad un lavoro all’Ilva acciaierie d’Italia. Finii il torneo come capocannoniere».Proprio i suoi goal lo resero famoso e i dirigenti dell’Alessandria, che se lo erano lasciato scappare nel 1925, lo riebbero per la cifra di 1.000 lire, con l’intenzione di farne il centravanti di riserva.Gli avevano anche promesso un lavoro, ma questa promessa non fu mai mantenuta; così, per tirare avanti, il nostro Luigi si adattò a molti umili espedienti di modestissimo guadagno, come vendere giornali o aggiustare biciclette. Una vita di sacrifici.Numerose volte, forse per dare una dimostrazione non necessaria della sua forza d’animo, Bertolini raccontò incredibili avventure legate al tempo della sua giovinezza.«Allenatore dell’Alessandria era Carcano. Vedendomi all’opera nelle riserve si chiedeva perché mai giocassi bene il primo tempo e nel secondo non facessi altro che cadere a terra. Venne finalmente a domandarmelo e gli risposi che con 25 lire alla settimana non riuscivo a mangiare altro che caffelatte e brioche.Il giorno dopo venivo messo a pensione all’albergo Croce Verde dove iniziai un duello (che mi vide sempre vittorioso) contro le più grosse bistecche che mi fosse dato di vedere. Con il nutrimento giusto ripresi vigore e in pochi mesi passai alla prima squadra».Non avendo il posto di titolare in prima squadra, Bertolini doveva provvedere alla propria attrezzatura di gioco; lo faceva abitualmente, acquistando scarponi militari alla Cittadella e sostituendo i bulloni ai chiodi, in modo da essere a posto con il regolamento calcistico.Ma quando, imponendosi con le armi della tecnica e del coraggio, conquistò il posto in prima squadra, le scarpe cominciò a riceverle dal magazziniere.L’esordio avvenne presto. «Era di scena ad Alessandria il fortissimo Torino, quando si ammalò il mediano Papa. Carcano mi cercò (era di sabato) e mi avvertì che il giorno seguente avrei esordito in serie A. “Giocherai mediano” mi disse svelto e se ne andò.Gli corsi appresso: “Come mediano? Ma se sono il centravanti delle riserve. Il mediano non lo so fare. E poi, proprio contro il Torino”.“Non ti preoccupare” fu la risposta “gioca come sai e andrà tutto bene”. Vincemmo per 3–1 su di un campo più fango che prato.Feci una gara spettacolosa. Vezzani e Baloncieri toccarono pochi palloni e impararono a conoscermi. Divenni, in un’ora e mezzo, l’idolo di Alessandria.Mi pareva di sognare. Un anno prima dormivo d’estate sotto il ponte del Tanaro, in una specie di capanna con un letto di paglia e di fieno».In campo, Bertolini, dava l’impressione di spendere all’inizio tutte le energie che aveva in corpo. Spesso, a metà partita, sembrava già in riserva sfiancato e sfiatato; ma non era che un’impressione. Il giocatore alessandrino era come un motore con il compressore che gira più del suo regime normale e Bertolini recuperava sempre.All’ultimo minuto era ancora quello del primo tempo, sempre con l’aspetto di un atleta sfinito che, miracolosamente, era arrivato alla fine della partita. Dove giocava lui, la zona risultava effettivamente coperta, lì non c’erano falle o buchi, né vuoti improvvisi. Sembrava che catturasse palloni facendoseli calamitare sulla fascia bianca che gli legava la fronte.Quando si trasferì alla Juventus, l’Alessandria mise nelle casse sociali la bellezza di 150.000 lire. A Bertolini non andò neppure una lira. Ma il barone Mazzonis, con esemplare magnanimità, gli pagò in anticipo lo stipendio di agosto, mese che di norma restava fuori dal contratto, poiché la paga correva da settembre a luglio, quando, cioè, si giocava.E Bertolini, nell’euforia del recentissimo ingaggio, si precipitò ad Alassio, a quei tempi rinomatissimo luogo di villeggiatura, spiaggia mondana e tentatrice, dove pullulavano le belle donne.Il neo bianconero ad Alassio dovette folleggiare non poco, perché era giovane, bello e felice. Ma il vice presidente Mazzonis, inevitabilmente, lo venne a sapere e nel giro di pochi giorni lo richiamò in sede con un telegramma, per rispedirlo di volata a finire le ferie a Forte dei Marmi, dove già c’erano Carlo Carcano e Giovanni Ferrari: al riparo, dunque, da ogni follia.E il buon Bertolini sorrideva, nostalgicamente, ogni qual volta rievocava queste cose.INTERVISTATO NEL 1966L’anno 1928 mi portò davvero fortuna. Fu per me una stagione meravigliosa che coronai con l’esordio in maglia azzurra contro il Portogallo. Vincemmo per 6–1, grazie anche all’apporto superbo della prima linea che contava sul fantastico Orsi, oltre che sul centravanti Sallustro.In due anni ero passato dai prati di Piazza d’Armi agli stadi che ospitavano le vedette del calcio mondiale.Nel 1929 affrontai vittorioso la Juventus. Una gara memorabile. L’Alessandria schierò: Curti; Viviano e Casta; Lauro, Gandini e Bertolini; Cattaneo, Avalle, Canchero, Ferrari e Chierico. Vincemmo 1-0 con un goal di Chierico.Al termine del campionato l’Alessandria iniziò la smobilitazione. Se ne andò l’allenatore Carcano (alla Juventus) portandosi appresso Ferrari. E fu proprio Gioanin a caldeggiare con Carcano il mio acquisto l’anno successiva. La cifra di cessione fu di 150.000 lire. Il mio stipendio passò di colpo da 100 lire a 5.000 lire mensili.Quando lessi il contratto mi parve di diventare matto. Di, cifre del genere ne avevo, fino a quel momento, solo sentito parlare. E poi c’erano i premi di partita: 500 lire per ogni confronto vinto, 250 per i pareggi.Nelle file bianconere assaporai davvero l’ebbrezza della fama. Fu una specie di girotondo quasi fiabesco. Alberghi di lusso, viaggi in vagone letto, schiere di tifosi in ogni parte d’Italia. Erano anni dorati. Vinsi in bianconero quattro scudetti consecutivi, dal 1931 al 1935.Ricordo con particolare emozione un campionato conquistato allo spasimo, dopo un estenuante inseguimento all’Ambrosiana che pareva irraggiungibile. A sette domeniche dalla conclusione eravamo 5 punti dietro i nerazzurri. All’ultima giornata il vantaggio dei milanesi era ridotto a un solo punto. Entrambe le squadre giocavano in trasferta: la Juventus a Firenze, l’Inter a Roma contro la Lazio. I nerazzurri furono sconfitti, noi vincemmo per 1–0 con un goal di Giovanni Ferrari.Due incidenti piuttosto seri mi capitarono nel periodo juventino. La frattura di una tibia contro la Triestina per un violento colpo subito ad opera dell’ala giuliana Mian.La frattura di due costole in un match internazionale contro l’Ungheria, da noi vinto. L’ala magiara Markos, un tracagnotto veloce e grintoso, per difendersi da una mia carica mi piazzò il gomito dritto nel petto. Sentii un dolore acutissimo, credetti di svenire. Mi ripresi subito, ma finii la gara piegato in due per il dolore.Tra i miei ricordi più belli, la gara ormai famosa di Londra, quando l’Inghilterra ci sconfisse per 3-2 dopo averci inflitto tre reti (a zero) nel primo tempo.Lo stadio di Highbury ribolliva come un vulcano. Poco prima dell’inizio Pozzo mi ordinò di togliermi la benda bianca che mi cingeva la fronte, alla quale era abituato oramai da anni. Gli inglesi, mi spiegò Pozzo, non accettavano quella piccola mania, definendola esibizionistica. Me la tolsi a malincuore. Senza quella benda candida sulla fronte mi pareva d’esser nudo di fronte a 100.000 spettatori.Nel clima rovente della battaglia di Highbury scordai benda e ogni altra cosa. Monti si fece male, frattura a un piede, dopo pochi minuti. Gli inglesi, che volevano ad ogni costo travolgere gli azzurri appena reduci dall’alloro mondiale di Roma, attaccarono con una violenza impressionante.Ridotti in 10 replicammo colpo su colpo e nella ripresa, con il pubblico che man mano si azzittiva, cominciammo la rimonta. Due volte Meazza fece centro e a 30 secondi dalla fine Guaita, solo davanti al portiere britannico, colpì il palo con un tiro irresistibile.Persi una sola partita, in maglia azzurra, e la triste storia mi toccò proprio a Torino, davanti al mio pubblico. Si giocava contro l’Austria dei Sindelar e dei Jenisalem. Andai completamente in barca, assieme a Combi e Caligaris. Perdemmo per 3–4 e il mio diretto rivale, l’ala destra Svoboda, fece centro due volte.Promisi solennemente ai miei compagni di squadra che se avessi incontrato altre volte Svoboda e quegli fosse riuscito ancora a segnare, io avrei abbandonato il football. Il duello si ripeté altre due volte, a Milano e a Roma nei mondiali. Svoboda non riuscì più a segnare. Io, continuai a giocare.Nel 1938 (avevo 34 anni) un dirigente juventino che aveva grossi interessi in riviera mi fece una proposta allettante: alle stesse condizioni della Juventus, dove ormai mi veniva rinnovato il contratto di anno in anno, mi avrebbe assunto come giocatore-allenatore del Rapallo per tre anni.Restai in Liguria anche dopo lo scoppio della guerra e ripresi l’attività sportiva come allenatore dell’Acireale nel 1946. L’anno seguente passai alla Reggina quindi, ritornai a Torino, anzi a Torre Pellice, dove avevo acquistato, a rate, un albergo.Con la Juventus ripresi i rapporti accettando di dirigere la preparazione delle squadre minori e vidi crescere sotto i miei occhi atleti notevoli come Umberto Colombo, Flavio Emoli, Tortonese, Bruno Garzena.Nel 1952 divenni, assieme a Combi, responsabile della prima squadra dopo l’allontanamento di Carver.Nel 1953 Pietro Beretta mi volle a Brescia, ma fu un esperimento non troppo fortunato che m’indusse a piantarla definitivamente con lo sport attivo.Inizia così, ancora una volta, una carriera. Assunsi una rappresentanza di sofà-letto, poi un’altra di mobili svedesi e danesi. Il giro seguì la corrente giusta e ora la mia azienda commerciale di Corso Giulio Cesare è solida ed efficiente.La mia vita scorre quieta, serena. Ho una figlia di 14 anni che pratica tutti gli sport. Per me c’è ogni tanto un tuffo nel passato quando corro ai raduni degli ex azzurri.Mi resta in fondo al cuore un desiderio grande e struggente. Vorrei riabbracciare Luisito Monti, l’uomo tutto di un pezzo che tanta parte ebbe nelle glorie juventine e della Nazionale. Di lui serbo un ricordo incancellabile. Forse in quegli anni ruggenti ero l’unico che fosse riuscito a conquistarne l’amicizia.Monti era un tipo speciale: da una parte l’attività professionale come calciatore (e alla società, come alla Nazionale dava il meglio di sé), dall’altra la vita privata, dove non tollerava intrusioni. Io gli fui amico, nel senso più profondo della parola.Ora lo so lontano, sempre arcigno come un tempo, sempre Uomo Roccia, come se gli anni non fossero passati anche per lui. A Luisito Monti dedico queste mie brevi note di vita vissuta, i miei ricordi di calciatore. A Luisito Monti, tenace come la mia Juventus.VLADIMIRO CAMINITINasce centravanti quest’half “anema e core”, amicissimo di Luisito Monti, e bello per destinazione. Nasce a Busalla, ed ha per destino di sgobbare, anche all’attacco. L’Alessandria l’acquistò per 1.000 lire, che in quei giorni erano quasi mille milioni di oggi, e insomma rappresentavano una fortuna.La Juventus che andava a svecchiarsi, vinto già il primo scudetto, assoldò così quest’alessandrino lungo e biondo, dagli occhi azzurrissimi, e non se ne dovette mai pentire. Lo squadrone assoluto diveniva realtà con Luisito Monti, Varglien II e lui, al posto di Barale II, Rier e Vollono, e gli scudetti fioccarono.Due, tre, quattro, cinque, e Bertolini spicca nella mischia con il suo fazzoletto imbrattato di sudore attorno alla fronte, sempre in procinto di cedere e di nuovo alla rincorsa con “anema e core”, nonostante da centrocampista sia stato proprio inventato da un giorno all’altro, in un’amichevole contro il Torino, nei giorni in cui giocava nell’Alessandria, chiamato all’ultimo momento a sostituire Papa II che si era acciaccato.La Juventus degli anni ‘30, grande programmatrice, non lasciava nulla al caso. Non era un caso che Bertolini colpisse i palloni sui traversoni anche al posto di Viri Rosetta e Caligaris, e di dovere spaziare e battersi là dove cuoce la frittata, nella padella ardente del centrocampo, era il suo compito, quasi la sua missione.Anche in Nazionale per questo, dentro gare di proverbiale rudezza, che ne tramandarono la scorza di podista eccezionale, sempre in procinto di cedere e indistruttibile.Aveva esordito il primo dicembre 1929, ancora alessandrino, in Nazionale, nell’amichevole giocata a San Siro contro il Portogallo, con quell’altro alessandrino doc di Baloncieri capitano, Combi, Rosetta e Caligaris trio difensivo, e all’ala sinistra un altro juventino, il prodigioso oriundo Orsi.Dire che avrebbe giocato il suo capolavoro, il 10 giugno 1934 a Roma, stadio nazionale del PNF, contro la Cecoslovacchia di Plánicka e Puc, è sommamente restrittivo. Certo, non si tirava indietro nemmeno nella vita quotidiana, lui il bello per antonomasia.Monti camminava, Rosetta intercettava con eleganza, Caligaris irrompeva bersaglieresco, Varglien I eseguiva in velocità, Sernagiotto si faceva fotografare accanto ad arbitri e guardalinee tre volte più grossi del mollichino che era, Cesarini dribblava facendo arrabbiare Orsi, ma nelle fasi stracche toccava a Bertolini togliere le castagne dal fuoco, come si suol dire, correndo per tutti, a costo di arrancare, salvando situazioni disperate. E quei suoi colpi di testa che sfioravano il sole!«La mia Juventus era maestra del contrattacco», mi raccontò pochi mesi prima di morire.Io lo avevo scovato in un’angusta stanzetta, l’ufficio di segreteria nel mobilificio di Corso Giulio Cesare a Torino gestito dalla moglie giunonica e severa, e lo pensavo, ascoltando quel vecchio dalle occhiaie grinzose e la testa bianca, col fazzoletto attorno alla fronte, fulgente come un dio vichingo, nei giorni fugaci della gloria.Non è che anche lui avesse guadagnato tanto da una carriera di sovrumane rincorse. E mi parve ne avesse ereditato stanchezze e nevrastenie, lo rivedo ciondolare per Corso Giulio Cesare, le guance rubizze e cascanti, gli occhi azzurri smemorati. Nessuno lo riconosceva più, nessuno si ricordava in quell’amaro tramonto di Bertolini il bello. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/luigi-bertolini.html -
Luigi Bertolini - Calciatore E Allenatore
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LUIGI BERTOLINI https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Bertolini Nazione: Italia Luogo di nascita: Busalla (Genova) Data di nascita: 13.11.1904 Luogo di morte: Torino Data di morte: 11.02.1977 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1931 al 1937 Esordio: 12.07.1931 - Coppa Europa Centrale - Juventus-Sparta Praga 2-1 Ultima partita: 14.03.1937 - Serie A - Roma-Juventus 3-1 161 presenze - 5 reti 4 scudetti Campione del mondo 1934 con la nazionale italiana Allenatore della Juventus dal 1951 al 1952 Luigi Bertolini (Busalla, 13 novembre 1904 – Torino, 11 febbraio 1977) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Carlo Felice Chiesa lo ha definito «uno degli uomini chiave della leggenda del quinquennio juventino e del periodo d'oro della nazionale di Pozzo», con cui ha vinto il campionato del mondo 1934. Luigi Bertolini Bertolini con la maglia dell'Italia Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1940 - giocatore 1955 - allenatore Carriera Squadre di club 1924-1925 Borsalino Alessandria ? (?) 1925-1926 Savona 19 (9) 1926-1931 Alessandria 119 (6) 1931-1937 Juventus 161 (5) 1937-1940 Tigullia 36+ (8+) Nazionale 1929-1935 Italia 26 (0) 1930 Italia B 3 (0) Carriera da allenatore 1937-1940 Tigullia 1946-1947 Acireale 1947-1948 Reggina 1951 Juventus 1952 Brescia 1952-1953 Cuneo 1953-1955 Cenisia 1965-1966 Chieri Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Biografia Nato in Liguria da madre originaria di Bardonecchia e padre veronese, crebbe ad Alessandria e iniziò a giocare a calcio con la squadra dilettantistica del quartiere San Michele; si diplomò in arti e mestieri. Lavorò dapprima come fruttivendolo nel negozio di uno zio, poi come meccanico specializzato presso la fabbrica di cappelli G.B. Borsalino fu Lazzaro. Nel 1924 si trasferì a Savona, dove venne ingaggiato dalla squadra di calcio locale che gli garantì anche un lavoro all'Ilva. Tornò due anni dopo nella sua città, tra le riserve dell'Alessandria, e scalò le gerarchie, passando infine a giocare ai più alti livelli con Juventus e nazionale. Dopo alcune esperienze da allenatore (una con la Juventus campione d'Italia nel 1952), si ritirò a vita privata e si dedicò al commercio di mobili. Morì a 72 anni per un aneurisma aortico, all'ospedale Martini di Torino; lasciò la moglie e una figlia. Bertolini oggi riposa nel cimitero Parco di Torino. Caratteristiche tecniche Giocatore Disse di lui il compagno di squadra Felice Borel: «Era idolatrato dagli inglesi: era il calciatore inglese, forte, deciso, generoso». Abile soprattutto nel colpo di testa, salì alla ribalta come prolifico centravanti, e fu per ricoprire questo ruolo che l'Alessandria lo ingaggiò dal Savona; osservandolo, l'allenatore dei grigi Carlo Carcano pensò invece di utilizzare la sua peculiarità in fase difensiva e lo schierò dunque in mediana, sulla sinistra, ruolo in cui raggiunse la fama. Era riconoscibile poiché, per proteggersi dai colpi del pallone, indossava un fazzoletto bianco sulla fronte. Carlo Felice Chiesa lo descrive come un «formidabile difensore, dalla tipica benda sulla fronte, con la quale pareva calamitare i palloni, tanto facile e perentorio gli riusciva il colpo di testa», e ne ricorda la «grande pulizia negli interventi in chiusura» e l'abilità «nella fase di rilancio». Carlo Moriondo lo ricorda «lungo, dinoccolato, il fazzoletto bianco attorno ai capelli ricciuti, imbattibile nei colpi di testa, con un eccezionale compasso di gambe che gli permetteva di garantire spazi enormi; un compendio di volontà e di tecnica [...] meno forte sulla struttura fisica». Carriera Giocatore Club Gli esordi ad Alessandria e Savona Tra le prime formazioni dilettantistiche alessandrine in cui militò sono annoverati il San Michele e il G.S.O. G.B. Borsalino. Nel 1924, dopo il servizio di leva, fu segnalato ai dirigenti del Savona da un amico; passò le selezioni e giocò tra gli striscioni biancoblù come centravanti, per una stagione. Carlo Felice Chiesa indica anche una sua temporanea militanza nel Vado. Ritorno ad Alessandria La sua prolificità attirò l'attenzione dei dirigenti dell'Alessandria, che lo acquistarono dal Savona per 1 000 lire, assicurandogli inizialmente anche un lavoro che tuttavia non arrivò; all'attività di calciatore, tra le riserve dei grigi, affiancò quelle precarie e mal retribuite di riparatore di biciclette e di venditore di giornali. Bertolini (al centro, primo da destra) all'Alessandria nella stagione 1927-1928. Fu notato dal tecnico Carlo Carcano, il quale segnalò ai vertici della squadra i problemi di malnutrizione del calciatore — il quale, per ragioni economiche, si limitava a dei «robusti caffelatte» — e chiese di garantirgli il vitto; ristabilitosi, il 13 febbraio 1927 debuttò in prima squadra, a Genova, nella gara persa contro la Sampierdarenese (1-2). A partire da quel momento fu schierato con regolarità nel ruolo di mediano sinistro, e contribuì nel 1927 alla vittoria della Coppa CONI. Ricordò come momento di svolta per la sua carriera la gara contro il Torino del 30 ottobre 1927: «Vincemmo per 3-1 su di un campo più fango che prato. Feci una gara spettacolosa. Vezzani e Baloncieri toccarono pochi palloni ed impararono a conoscermi. Divenni, in un'ora e mezzo, l'idolo di Alessandria. Mi pareva di sognare. Un anno prima dormivo d'estate sotto il ponte del Tanaro, in una specie di capanna con un letto di paglia e di fieno». Sotto la guida di Carcano andò a comporre una robusta mediana al fianco di Avalle e Gandini, dando un importante contribuito ad alcuni dei migliori campionati tra quelli disputati dalla squadra cinerina in massima serie. Giocò la sua ultima partita in maglia grigia il 14 giugno 1931, contro il Bologna: la gara terminò con una pesante sconfitta (1-6) e Bertolini, già in trattative con la Juventus, venne escluso dal direttore tecnico Amilcare Savojardo per le ultime due gare. La Juventus e gli ultimi anni Bertolini con la maglia della Juventus negli anni 1930. Secondo Mario Pennacchia, Bertolini era già da tempo affascinato dalla prospettiva di giocare nella Juventus, ed era rimasto amareggiato quando Carcano, passato ad allenare i bianconeri nel 1930, aveva portato con sé il solo Giovanni Ferrari; fu però proprio l'interno a richiedere, nell'estate 1931, l'acquisto di Bertolini, il quale gli avrebbe così garantito più copertura, considerata anche una scarsa attitudine di Virginio Rosetta al gioco aereo. Intervenne dunque il dirigente Giovanni Mazzonis il quale, forte della sua volontà, si assicurò il giocatore offrendo ai dirigenti grigi 180 000 lire. Con la squadra bianconera vinse da titolare quattro dei cinque scudetti del Quinquennio d'oro, andando a comporre la cosiddetta «mediana d'acciaio» con Luis Monti e Mario Varglien. Rimase alla Juventus per sei campionati, fino al 1937, quando divenne per tre stagioni giocatore e allenatore del Tigullia, compagine appena nata dalla fusione tra il Rapallo e il locale Gruppo Sportivo Littorio; con la squadra ligure vinse la Prima Divisione 1937-1938. Nazionale Debuttò in nazionale il 1º dicembre 1929, a San Siro, in Italia-Portogallo (6-1), nella prima da commissario unico di Vittorio Pozzo; inizialmente non fu confermato tra i titolari, andando a figurarvi stabilmente solo a partire dal febbraio 1931. Andò a formare una celebre linea mediana con Monti, già suo compagno di squadra alla Juventus, e Attilio Ferraris. I festeggiamenti della nazionale italiana dopo la vittoria al Mondiale 1934: Bertolini è riconoscibile per il fazzoletto legato in fronte. Con gli azzurri vinse nel 1934 la Coppa Rimet disputando da titolare quattro gare su cinque (mancò il primo quarto di finale). Fu inoltre tra i protagonisti della cosiddetta Battaglia di Highbury, nella quale raddoppiò i suoi sforzi in difesa per sopperire all'infortunio che aveva neutralizzato il compagno di reparto Monti all'inizio della partita, del quale peraltro, nella foga, non si era accorto (secondo le testimonianze, nella frenetica opera di contenimento, chiedeva insistentemente al terzino Luigi Allemandi: «Dov'è Luis?»). In totale ha disputato 26 gare indossando la maglia azzurra della nazionale A, e 3 con quella della nazionale B. Allenatore Giocatore-allenatore del Tigullia di Rapallo, con cui ottenne una promozione in Serie C nel 1938, proseguì nel secondo dopoguerra guidando ancora compagini di serie minori: nel 1946 divenne il primo allenatore nella storia dell'Acireale, mentre nell'annata 1947-1948 passò alla Reggina, in Serie C, venendo sostituito a campionato in corso da Guido Dossena. Divenuto osservatore della Juventus, fu promosso allenatore da Gianni Agnelli all'inizio della stagione 1951-1952, in seguito alle dimissioni che Jesse Carver presentò in polemica con la dirigenza. Nell'impossibilità d'ingaggiare subito György Sárosi per ragioni burocratiche, Bertolini, coadiuvato da Gianpiero Combi, guidò la squadra per dieci giornate, fino al mese di dicembre. Il campionato si chiuse con la vittoria dello scudetto, il nono nella storia della squadra torinese. Nella stagione successiva venne ingaggiato dal Brescia, in Serie B; fu sollevato dall'incarico dopo le prime otto giornate e negli anni a venire proseguì l'attività a livello dilettantistico con il Cuneo e il Cenisia di Torino. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 4 - Juventus: 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Prima Divisione: 1 - Tigullia: 1937-1938 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Italia 1934 -
Luis Monti - Calciatore E Allenatore
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LUIS MONTI È stato grande fra i grandi; non c’era juventino che non lo ricordasse, che non avesse negli occhi le imprese di quel gigante, che non avesse apprezzato gli enormi sacrifici ai quali si sottopose per poter dimostrare anche alle platee italiane il valore mostrato prima in Argentina, in Uruguay e ad Amsterdam, nel torneo olimpico del 1928. Ma è bene dire subito che Luis giocò senz’altro meglio in Italia di quanto non avesse fatto negli anni giovanili in Sud America. Forse anche perché nella Juventus era circondato da grandissimi campioni. Quando fu creato il campionato a girone unico, i dirigenti della Juventus decisero di costruire una squadra favolosa, destinata a dettare legge per un lungo periodo. Gli anni Trenta in casa bianconera sarebbero stati il frutto di un’accorta e tenace fase preparatoria, avviata con la presidenza di Edoardo Agnelli, magnate di molti splendori. Luisito Monti aveva colpito tutti alle Olimpiadi di Amsterdam nel 1928 e la Juventus, di buona memoria e già fortunata con altri oriundi, pensò proprio a lui quando decise di completare la squadra. Monti, nel frattempo, aveva già interrotto l’attività agonistica: faceva il pastaio a Tigre, sobborgo di Buenos Aires, produceva (e mangiava) ravioli e tagliatelle. Aveva già compiuto i trent’anni e non era affatto allenato. Ma si lasciò convincere, anche per le insistenze di Orsi e Cesarini. Dopo essere sbarcato a Genova il primo agosto 1931, era atteso a Torino dalla curiosità dei giornalisti e dall’altra, ben più motivata, dei dirigenti bianconeri. Rimasero tutti di stucco quando lo videro scendere dal treno a Porta Nuova, perché il nuovo centromediano pesava la bellezza di novantadue chili e dimostrava assai più dei trent’anni dichiarati. Rendendosi conto della sbalordita delusione di tutti e colpito a fondo dall’ironia dei commenti che gli si rovesciarono addosso, Monti chiese fiducia e qualche mese di tempo. Glieli concessero, anche se erano in pochi a credere che quell’omaccione, appesantito dalla pinguedine, potesse far riaffiorare i muscoli e renderli di nuovo scattanti. Ma pochi conoscevano che razza di uomo fosse Luis. Per tutto il mese di agosto, lavorando da solo sotto il sole cocente, implacabile, deciso a spuntarla, raggiungeva il campo la mattina alle sei, correva, sudava, saltava, il torace coperto da tre maglioni, concedendosi il minimo apporto di calorie per ottenere ogni giorno una riduzione di peso. Spingeva avanti sull’erba un pallone medicinale (quelli pesanti tre o quattro chili) e stringeva i denti, sempre tornando a correre, a saltare, a sudare, perché i maligni si rimangiassero le cattiverie e i dubbi sulle sue possibilità di recupero e di rinascita. Quando la squadra si ricompose dopo le ferie per iniziare gli allenamenti in vista della nuova stagione agonistica, Monti era riuscito a perdere qualcosa come dodici chilogrammi. E la forma era già buona. Ma sulle capacità tecniche del giocatore nessuno aveva mai nutrito dubbi di sorta. Il primo allenamento con partita fu effettuato il 22 settembre e in quell’occasione Luis segnò la sua prima rete in bianconero: una bordata dal limite di inaudita potenza. Ancora un paio di settimane di duro lavoro, poi Monti si insediò al centro della mediana, miracoloso nel recupero fisico e nella straordinaria potenza di gioco. La sua carriera cominciava a trent’anni suonati, la Nazionale italiana l’avrebbe richiesto a trentadue, a trentatré avrebbe conquistato il titolo mondiale a Roma contro la Cecoslovacchia, dopo essere stato finalista con l’Argentina nel 1930 a Montevideo contro l’Uruguay. Infine il posto di titolare nella Juventus sarebbe stato suo sino al campionato 1938-39, quando oramai trentasettenne, totalizzò ventiquattro presenze su trenta partite. Luisito Monti era tutto casa e famiglia, gelosissimo della propria privacy. Probabilmente, Monti è stato l’inventore del silenzio stampa, in quanto, dopo la tormentata vicenda del suo arrivo a Torino, gli rimase una diffidenza invincibile verso i giornalisti, che giudicava, nel suo risentimento, gente capace di esaltare o di distruggere un giocatore, senza tanto pensarci, ma è stato ed è rimasto un uomo di grandissima dignità. È stato, senza dubbio, il più forte centromediano metodista apparso in Italia, dove non si era mai visto un atleta dotato di un tiro così forte con i due piedi, un bestione così grosso e pur così pulito e delicato nel tocco, incontrista feroce e praticamente insuperabile, acrobatico, sicuro negli stacchi e nelle incornate difensive. Poiché non amava correre (e con quella mole non era nemmeno facile!), Luisito veniva chiamato l’Uomo che cammina. In effetti, faceva correre la palla e sapeva lanciarla, come nessuno, in perfette proiezioni sugli esterni. Non fu facile per nessuno superarlo, assolutamente impossibile prenderlo in giro sul terreno di gioco. Ne sanno qualcosa Schiavio e Sindelar, un italiano e un austriaco, che, con la forza o con l’astuzia, cercarono di umiliare l’erculeo Luis. E accadde che entrambi, in diverse occasioni, lasciassero il campo in barella. Era nato a Buenos Aires il 15 maggio 1901 e aveva iniziato a giocare a calcio nelle formazioni giovanili del San Lorenzo de Almagro. Ben presto conquistò la maglia di titolare e in seguito fu acquistato dal Boca Juniors. Nazionale argentino alle Olimpiadi di Amsterdam (1928) e al primo campionato del mondo disputato in Uruguay (1930), Monti passò poi alla Juventus grazie alla sua doppia nazionalità. Luis, infatti, era figlio di genitori italiani emigrati in Argentina. Monti è stato l’unico giocatore ad aver giocato finali di Campionato del mondo per due nazionali diverse: nel 1930 con l’Argentina contro l’Uruguay (fu sconfitta per 1-2) e nel 1934 con l’Italia contro la Cecoslovacchia (fu vittoria per 2-1). «Con Monti forse sono l’unico della squadra – diceva Bertolini – a intendermi profondamente. Sono entrato a casa sua e nelle sue grazie. Odiava i giornalisti e i fotografi. Oggi ti esaltano, domani ti buttano in cantina, si lamentava. È stato uno dei più grandi centromediano che abbia visto. Era un uomo strano, si allenava in modo particolare. Al giovedì giocava la partitella con noi. Gli altri giorni, dalle cinque alle sei del mattino, tutto solo andava in Corso Marsiglia, ci fosse sole o ci fosse neve, finché fu in Italia si allenò sempre dalle cinque alle sei del mattino». VLADIMIRO CAMINITI Lo conobbi nell’estate 1978, all’Hindu Club di Baires; Gigi Peronace mi condusse attraverso un giro di quiete stanze fino a una camerata, in fondo a un tavolo era seduto un vecchione grifagno, con rughe nodose attorno agli occhi azzurri splendenti di un sorriso intenerito davanti all’ospite italiano. Gigi mi aveva fatto un piacere personale, ma prima era come se lo conoscessi da mezzo secolo quel vecchione. Me ne avevano parlato a lungo i suoi compagni di squadra Mario Varglien, Luigi Bertolini e Felice Placido Borel. Fu per il calcio italiano, dal campionato 1931-32, una leggenda vivente e scalciante in modo cinico: fu il centromediano che cammina. Aveva possanza, aveva stacco aereo, ma soprattutto un senso della posizione perfetto e si inizia con lui la Juventus più sagace e rapace, che non spreca un respiro. Il 5-3 della seconda di campionato con il Napoli è sintomatico, insegna un sacco di cose alla Juve che indossa già divise modernissime, la mutanda è come oggi, la maglia già ornata dal terzo triangolino. Il fatto è che Monti deve snellirsi, dall’Argentina era arrivato un bue, oltre ad allenarsi con lo zufolante Carcano, faceva footing di due ore all’alba per le silenziose strade di Torino. Stabilmente centromediano lo diventa dopo una partita da mezzala contro il Genova 1893 (il fascismo imponeva l’autarchia anche nei nomi delle società). Eccolo nella Juve tipo che andrà a conquistare il secondo scudetto consecutivo: Combi; Rosetta, Caligaris; Varglien I, Monti, Bertolini; Munerati, Cesarini, Vecchina, Ferrari, Orsi. Un lungo infortunio di Cesarini consente a Ferrero di giocare ventuno volte; le presenze di Monti in quel torneo a diciotto sono ventinove. Giocherà fino a trentotto anni, assommando 225 presenze. Saranno complessivamente 263, con quelle in Coppa Italia e nella Coppa dell’Europa Centrale. Vincerà quattro scudetti e una Coppa Italia. Ventidue goal, oltre a uno nelle diciotto presenze in Nazionale. La sua durezza, anzi la sua implacabilità nella lotta, lo fece apprezzare, ma anche redarguire in più di una circostanza da Pozzo, mentre era Viri Rosetta, con la sua calma filosofica, a consigliarlo per il meglio nel campionato. In realtà, al Mondiale 1934 fu protagonista negativo e bollato dalla stampa estera come un giocatore brutale. «Tutti i giornalisti stranieri che assistettero alle Olimpiadi del 1928 e ai due Mondiali cui prese parte, lo misero in evidenza», ha scritto Luciano Serra. «Carica troppo violenta di Monti», si legge sul “Corriere della Sera”, a firma di Emilio De Martino, in occasione del match mondiale con la Cecoslovacchia del 10 giugno 1934. Intendiamoci, non mi scandalizzo. Grande difensore centrale, dava del calcio un’interpretazione in tutto moderna, che sveltiva il gioco, con lanci alle ali di perfetta esecuzione. Coriaceo nella lotta, fu un acquisto medianico per dare alla Juventus quella solidità sprezzante che il suo gioco esigeva. Che poi legasse umanamente solo con Bertolini, è un altro discorso. Giocò fino a trentotto anni, e lamentò un unico infortunio: la frattura del piede destro il 14 novembre 1934 a Highbury, quando i leoni inglesi ci piegarono per 3-2, e non ci bastarono né le prodezze di Ceresoli né due goal del Balilla Meazza. Quella battaglia Mussolini non la vinse mai. ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1983 La notizia della scomparsa di Luisito Monti non mi ha colto di sorpresa. Sapevo da alcuni amici di Avellaneda che vecchio Luis non stava affatto bene; anche l’età avanzata (aveva ottantadue anni!) rappresentava un fattore negativo e già una volta (cinque anni fa) era riuscito a superare una crisi grazie alla sua tempra eccezionale. L’ultima volta che ci eravamo visti, era stato a Torino, in occasione della premiazione dei Nazionali bianconeri e granata effettuata a Palazzo Madama. Era ancora un uomo eccezionalmente in gamba. Sarebbe stata mia intenzione rivederlo in Argentina in occasione dei Campionati del Mondo organizzati in quel paese. Ma impegni di lavoro mi impedirono la trasferta a Buenos Aires: grazie all’affettuoso interessamento dell’amico Giglio Panza, ricevetti da Baires una cartolina con le firme e il saluto di due vecchi giocatori della Juve di altri tempi: Mumo Orsi e Luisito Monti. Fu quello l’ultimo messaggio da parte di un uomo che ebbi la fortuna di conoscere e di apprezzare in un’epoca in cui la Juventus dettava legge in campo nazionale, l’epoca dei cinque scudetti consecutivi. Quando, il primo agosto 1931, Luisito Monti arrivò in Italia, io avevo solo dodici anni, ma giocavo già nelle file dei giovanissimi bianconeri. Ebbi modo pertanto di seguire da vicino le vicende di questo grandissimo campione, nutrendo immediatamente sincera ammirazione verso un uomo che, a prezzo di incredibili sacrifici, doveva conquistare il podio sul quale salgono solo i superman più famosi. Quando l’allenatore Carcano ordinò le convocazioni per la ripresa del campionato, Monti appariva già abbastanza tirato, aveva perso oltre dodici chili. Ma aveva sempre paura di ingrassare e per quasi tutti gli anni in cui rimase a Torino, non fece altro che percorrere i lunghi viali cittadini a piedi, senza mai acquistare un’auto. Partiva dal campo di Corso Marsiglia e arrivava a mezzogiorno alla pasticceria Stratta di Piazza San Carlo per fare quattro chiacchiere con il cavalier Capello, titolare del negozio e suo sincero amico. Con noi ragazzini (e specialmente con il sottoscritto, che più degli altri gli gironzolava attorno) era paternamente affettuoso, ma non diceva più di tre parole: una ruvida carezza e via di corsa in campo. Luisito Monti era tutto casa e famiglia, gelosissimo della propria intimità familiare. Non si concedeva svaghi, raramente andava al cinema, mai i piedi in una sala da ballo o al night, come facevano i suoi connazionali Cesarini e Orsi. Strinse amicizia con Bertolini e aveva una predilezione per il più giovane dei campioni della Juve, per Farfallino Borel, che Luis giudicava addirittura più forte di Peppino Meazza. Per quanto posso dire, sfruttando un’opinione fattami in età giovanile, Monti è stato non solo un grande campione di calcio, ma anche un grand’uomo, ricco di umiltà e di dignità. La Nazionale e la Juve gli devono molto. FILIPPO FIORINI, “GS” DEL MARZO 2014 La memoria storica di uno dei più grandi campioni che abbiano mai pestato i campi di calcio dorme oggi nella penombra di una casa coloniale della cittadina di Escobar. Una casa bianca con gli scuri chiusi, nata sperduta a settanta chilometri da Buenos Aires e finita in mezzo al bolero dei palazzi nuovi, dei camion smarmittati e degli studenti in ricreazione che condiscono la lenta periferia argentina. «Non viene mai nessuno a trovarci, né dalla Federazione, né dalla FIFA. Il calcio si è dimenticato di mio padre e forse lui ne sarebbe contento, visto che odiava i giornalisti e scelse questo posto perché amava la campagna». Eduardo Monti ha settantadue anni, qualche rancore in groppa e un tempio di cimeli del suo vecchio, raccolti in comici eleganti e album di cuoio. Luisito Monti, il fantastico eroe dei due mondi, vive nei suoi ricordi come un mito di bontà: «Era un tipo taciturno ma buono. Un pane di Dio, diciamo da queste parti». Nato da genitori emiliani nell’Argentina dei primi del secolo, Luis si fece grande nella tradizione di famiglia, il calcio, e in questo superò ampiamente i risultati del fratello, dello zio e dei suoi due cugini, tutti passati con sorti alterne per la Serie A del loro paese. Dei molti traguardi tagliati da Monti, due spiccano senza dubbio sugli altri: fu il primo calciatore della storia a segnare un goal con la maglia dell’Argentina e sarà per sempre l’unico ad aver giocato due finali mondiali con due squadre diverse. Luigi perse, infatti, nel 1930 la prima mitica Coppa del Mondo in Uruguay, dove l’Albiceleste cadde per 4-2 contro i padroni di casa, e vinse invece la finale di Roma nel 1934, quando la squadra messa assieme da Pozzo, ampliata dalla presenza di alcuni oriundi, appuntò la prima stella sulla casacca azzurra, rimandando a casa i cecoslovacchi e inaugurando la lunga stagione vittoriosa del calcio italiano. Tutto nella vita di Monti ha a che fare con il numero due, con ciò che è doppio e ha due interpretazioni. Nacque con una doppia nazionalità e lo soprannominarono Doble Ancho, che vuol dire in primo luogo armadio a due ante (ironizzando sulla sua prestanza fisica), ma che può significare anche doppio asso nel gergo delle osterie di Buenos Aires e delle loro briscole malandrine. Centromediano metodista del vecchio calcio anni Trenta, Luisito era il punto centrale della “Doppia W” che disegnava la formazione in campo. Una carta vincente avanti e in copertura, che faceva goal e rubava palla. Agli inizi dell’attività, quando già era stato chiamato in quel San Lorenzo di Almagro che oggi vede in Papa Francesco il tifoso più famoso, Monti passava le mattine allenandosi e giocando per il Club Atletico Palermo, una squadretta di quartiere a cui doveva un voto di riconoscenza, come cittadino del barrio di Buenos Aires dov’era nato. Così, pure la sua carriera fu sempre doppia: arrivò alle stelle, le accarezzò e cadde senza poterle afferrare. Poi ebbe una seconda possibilità. Molti sostengono che la dura sconfitta incassata dall’Argentina nella finale della Coppa Rimet 1930, la prima della storia, fosse già cominciata alle Olimpiadi di Amsterdam nel 1928, dove la finale era stata vinta anche quella volta dall’Uruguay sui cugini. In realtà, il dualismo era iniziato il 30 ottobre del 1927, nell’undicesima edizione della Coppa America in Perù, che all’epoca si chiamava Campeonato Sudamericano. Delle quattro squadre iscritte, Argentina e Uruguay erano di gran lunga le più forti e si disputarono il torneo in una partita senza esclusione di colpi al Nacional di Lima. «Mio padre mi ha sempre raccontato che gli uruguaiani picchiarono duro per novanta minuti», ricorda l’unico erede maschio di Luis, che conserva una foto del momento in cui (quando il risultato era già arrivato su quel 3-2 per gli argentini che sarebbe poi diventato definitivo) il padre scatenò una rissa, prendendo a pugni diversi avversari. L’arbitro inglese David Thurner fece finta di non vedere, i tifosi uruguaiani invece no. L’anno dopo, i Charrua ebbero la loro rivincita battendo 2-1 l’Argentina nella famosa finale olimpica olandese. Avevano pareggiato 1-1 nel primo incontro e, come da regolamento dell’epoca, si rigiocò tre giorni dopo per decretare un vincitore. La rivalità storica era così inaugurata e quando, nel 1930, l’Uruguay ospitò la prima Coppa del Mondo, la sorte volle che la finale offrisse l’opportunità di uno spareggio agli arci nemici del Rio de la Plata. Si scese in campo il 30 luglio, mezzora dopo le tre di pomeriggio, sotto una neve mai vista a Montevideo. L’afflusso di pubblico fu sbalorditivo e le ore immediatamente precedenti la partita segnarono la portata di un evento che superava qualsiasi aspettativa. Gli argentini erano arrivati in massa, ma gli uruguagi riempivano il grosso degli spalti dello stadio Centenario appena costruito. Giocatori e arbitro avevano tutti subito minacce e intimidazioni di ogni genere. Monti, che nel corso del torneo aveva segnato due reti e commesso qualche fallo ai limiti del codice penale, vide una busta scivolare sotto la porta della sua camera d’albergo attorno a mezzogiorno. «Era una minaccia di morte per mia madre e mia sorella – racconta Eduardo – mio padre si spaventò molto. Chiese al tecnico di non scendere in campo, ma non ci fu verso e allora si mise la maglia». Fu la sua peggior partita. L’Uruguay andò in vantaggio, ma l’Argentina si rifece sotto e riuscì addirittura a rovesciare il tabellino sull’1-2 prima di andare negli spogliatoi. Nel secondo tempo, Monti si trovò tra i piedi il pallone della vittoria. Un peso secolare da prendersi nell’anima e riporre nella bacheca della storia, che però era più lontana del previsto: Doble Ancho sbagliò lo specchio e con quel tiro alto innescò l’inizio della sua prima fine. Dopo la rimessa dal fondo, vennero le due reti di Iriarte e del monco Castro, a cui mancava una mano. Venne la Coppa Rimet alzata dagli uruguagi, mentre lui fuggiva su una barca a remi salpata da un molo desolato, perché si sentiva ancora braccato dai suoi stalker. Venne il risentimento dei connazionali, la stampa che lo incolpava e la voglia di cambiare mestiere. «Allora non esistevano i veri professionisti», avrebbe ricordato molti anni dopo Francisco Varallo, che era in squadra con lui in quei primi Mondiali del 1930 e fu poi a lungo il più grande goleador del Boca Juniors. «In tutta la mia carriera non mi hanno mai fatto una visita medica e ci allenavamo sì e no tre volte a settimana». «Quando giocava al San Lorenzo, con cui vinse tre scudetti e fece quaranta goal in duecento partite, mio padre riceveva la paga di mezzo panino e mezza birra al giorno e dovette insistere per avere un pasto completo». Si ritirò a Tigre, una località a nord di Buenos Aires in cui nelle sere limpide poteva vedere quell’Uruguay che gli era stato fatale. Ma in quel 1930 sabbatico che si prese, in Italia qualcuno si ricordò di lui. La Juventus di Edoardo Agnelli aveva vinto solo due scudetti e pensava a una grande squadra per il futuro, partendo anche dalla base degli oriundi. Alcuni hanno addirittura sostenuto che le minacce subite da Luisito poco prima della finale di Montevideo, gli fossero arrivate per ordine di Benito Mussolini, che avrebbe inviato sul posto due delle sue spie più fidate per distruggere il morale del campione, gettarlo sul lastrico e portarlo in Italia a un prezzo d’occasione. Mentre questo capitolo della sua vita resta ancora oscuro, di certo c’è che il 22 settembre del 1931 Monti esordì allo stadio di Corso Marsiglia, segnando il suo primo goal in bianconero. Poco più di due mesi prima, era stato visitato a Buenos Aires dai dirigenti juventini, che l’avevano messo sotto contratto, nonostante il forte sovrappeso che avrebbe poi scandalizzato Torino il giorno del suo arrivo. «Per lui fu il periodo più bello», racconta Eduardo, che deve il suo nome allo storico presidente della Signora. «Si mise a lavorare sodo e perse tutti i chili di troppo in poche settimane». Avrebbe vinto quattro scudetti, segnato ventidue goal e lasciato la squadra dopo il suo trentasettesimo compleanno. La sua impresa più grande resta il primo Mondiale conquistato con la Nazionale azzurra. I giocatori dovevano fare dell’Italia fascista un mito grande come quello di Roma e in cui l’ex impiegato della Pirelli, giornalista e capitano degli alpini, Vittorio Pozzo, volle addirittura tre oriundi: Monti, Guaita e Orsi. Nella coppa, i nostri esordirono a Roma travolgendo per 7-1 gli Stati Uniti negli ottavi. Poi venne il primo stop contro la Spagna: 1-1 a Firenze e ripetizione il giorno dopo alla stessa ora, che spuntammo 1-0 con goal di Meazza. Stesso risultato due giorni dopo a San Siro contro l’Austria e poi la finale con la Cecoslovacchia. La partita iniziò nella tensione generale del gremito Stadio Nazionale di Roma. I tabellini restarono a lungo senza reti. Gli avversari segnarono il vantaggio al 76’ con Puč, in una gara in cui colpirono il palo addirittura tre volte. Ma nel calcio la palla deve entrare e Orsi, all’80’, e poi il bolognese Schiavio, al quinto minuto dei supplementari, mostrarono agli avversari come fare, portando l’Italia sul tetto del mondo. Monti non fu tra i marcatori del torneo, ma si tolse quel peso che gli era rimasto dalla finale di Montevideo e finalmente baciò la coppa. «Per lui il Mondiale fu il massimo, il momento più alto», sostiene il figlio, che racconta come da allora portò sempre in tasca lo scudo italiano che aveva sulla maglia. Anche quando nel 1935 Mussolini invase l’Etiopia e gli oriundi Guaita e Orsi abbandonarono il paese per protesta contro il regime, Monti restò. Finì per la seconda volta in vita sua la carriera da calciatore e si sedette in panchina, allenando la Juve, la Triestina, l’Atalanta e molte altre squadre. «Abbandonammo l’Italia nel 1947 solo per colpa della guerra. La nostra casa era stata bombardata e distrutta, facevamo la fame». In Argentina suo padre tentò ancora la strada del Commissario tecnico, ma si ritirò quasi subito. Stavolta il Doble Ancho era davvero andato in pensione e restò a coltivar l’orto finché il creatore non si ricordò di lui una mattina di settembre del 1983 e lo chiamò a rapporto. In tutti quegli anni, solo una volta il calcio era tornato a bussare alla sua porta. Fu quando gli azzurri di Bearzot arrivarono in Argentina per i Mondiali del 1978 e lo vollero in ritiro ogni giorno del torneo. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/luis-monti.html -
Luis Monti - Calciatore E Allenatore
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LUIS MONTI https://it.wikipedia.org/wiki/Luis_Monti Nazione: Argentina Italia Luogo di nascita: Buenos Aires Data di nascita: 15.05.1901 Luogo di morte: Escobar Data di morte: 09.09.1983 Ruolo: Difensore Altezza: 167 cm Peso: 76 kg Nazionale Italiano Soprannome: Armadio a due ante - L'uomo che cammina Alla Juventus dal 1931 al 1938 Esordio: 02.09.1931 - Coppa Europa Centrale - Sparta Praga-Juventus 3-2 Ultima partita: 28.05.1939 - Serie A - Triestina-Juventus 1-1 263 presenze - 21 reti 4 scudetti 1 coppa Italia Campione del mondo 1934 con la nazionale italiana Allenatore della Juventus dal 1941 al 1942 20 panchine - 10 vittorie - 5 pareggi - 5 sconfitte 1 coppa Italia Luis Monti, all'anagrafe Luis Felipe Monti (Buenos Aires, 15 maggio 1901 – Escobar, 9 settembre 1983), è stato un calciatore e allenatore di calcio argentino naturalizzato italiano, di ruolo centromediano. Vicecampione del mondo nel 1930 con l'Argentina e campione del mondo nel 1934 con l'Italia. È stato l'unico calciatore ad avere disputato due finali di Coppa del mondo con due nazionali diverse. Ritenuto uno dei massimi esponenti della disciplina a livello mondiale durante il periodo interbellico, era soprannominato doble ancho, cioè "armadio a due ante" per via della sua robustezza e forza fisica. Luis Monti Monti con la maglia dell'Argentina Nazionalità Argentina Italia (dal 1932) Altezza 167 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1938 - giocatore 1950 - allenatore Carriera Squadre di club 1920 General Mitre 0 (0) 1921 Huracán 4 (0) 1922 C.A. Palermo ? (?) 1922-1930 San Lorenzo 202 (40) 1923 Alvear 1 (0) 1924 C.A. Palermo ? (?) 1931 Sportivo Palermo ? (?) 1931-1938 Juventus 263 (21) Nazionale 1924-1931 Argentina 16 (5) 1932-1936 Italia 18 (1) Carriera da allenatore 1939-1940 Triestina 1942 Juventus 1942-1943 Varese 1944 Varese 1945-1946 Fossanese 1946 Atalanta 1947 Vigevano 1947-1948 Huracán 1949-1950 Pisa Palmarès Argentina Giochi olimpici Argento Amsterdam 1928 Mondiali di calcio Argento Uruguay 1930 Copa América Oro Perù 1927 Italia Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Biografia La famiglia Monti Luis Monti nacque a Buenos Aires da genitori nati in Romagna. La sua era una famiglia di calciatori: il fratello Enrique ha giocato nell'Huracán, nel San Lorenzo e nel Porvenir, prima di ritirarsi nel 1929, e lo zio Juan ha militato tra le fila di San Lorenzo e General Mitre fino al 1920 e ha successivamente ricoperto ruoli dirigenziali nel club di Almagro. Altri parenti calciatori, seppur di minor rilevanza, sono i cugini Antonio, che ha militato in San Lorenzo e Colegiales, Eusebio, che ha giocato nel Banfield e nello Sportivo Palermo, Luis Pedro, che ha vestito le maglie di Alvear, Platense ed Estudiantes, e Mario, che ha giocato nel San Lorenzo e nel Nueva Chicago. ? Monti ? Monti I Lagomarzino Juan Monti ? Monti III ? Luis Monti Enrique Monti Antonio Monti Mario Monti Luis Pedro Monti Eusebio Monti Dopo il ritiro Nel 1950 tornò a vivere in Argentina, a Buenos Aires, collaborando con l'Hinduclub della città. Nel luglio 1953 fu protagonista di un fatto di cronaca: un truffatore di Rosario, specializzato in frodi ai danni di piccoli industriali, fu arrestato. Non avendo documenti d'identità, affermò di essere Luisito Monti, e a dimostrazione di ciò mostrò ai poliziotti una cicatrice che sarebbe il segno di un calcio dato da un giocatore inglese nella gara nota come battaglia di Highbury. Il vero Monti, chiamato a testimoniare, fu scagionato e il truffatore fu incarcerato. Nel giugno 1978 ricevette la visita della nazionale italiana, impegnata nel mondiale. Morì per un arresto cardiaco il 9 settembre 1983 nella sua casa a Escobar, sobborgo della capitale argentina. Caratteristiche tecniche Giocatore La rivalità tra Monti e Schiavio Monti e Angelo Schiavio furono protagonisti di numerosi episodi negativi nel corso delle rispettive carriere. Il primo duro contatto tra i due avvenne il 15 agosto 1929, a Buenos Aires, nel corso della tournée estiva del Bologna, il club di Schiavio. Nella gara Monti intervenne più volte sul centravanti felsineo e fu sfiorata la rissa in numerose occasioni. Il secondo fu il primo maggio 1932, nella gara di campionato tra il club rossoblu e la Juventus: Al 44' Monti colpì violentemente, stordendolo, Schiavio, che fu trasportato a braccia fuori dal campo. Ci volle oltre mezz'ora per rianimarlo del tutto. I due furono riappacificati anni dopo da Vittorio Pozzo. Monti provava antipatia anche nei confronti di Matthias Sindelar, che affrontò nel corso dei Mondiali del 1934, e da quel momento in poi si rifiutò di giocare una partita contro di lui. Giocava nel ruolo di difensore centrale o centromediano, capace di svariare sul fronte difensivo. Monti era un campione noto per giocare in modo molto duro, tanto da essere soprannominato "il macellaio" dopo il Mondiale 1930. Centrosostegno, rivelò negli anni argentini «la vocazione al doppio compito di spietato francobollatore del centravanti e primo motore del gioco». Carlo Felice Chiesa lo ha descritto «Fisicamente massiccio, dotato di una naturale predisposizione al tackle [...]. La durezza dei suoi interventi era proverbiale, come la sua resistenza al dolore». Vittorio Pozzo ne apprezzava «modo di servire le ali, in linea diretta, con traversoni di quaranta o più metri, bassi o a mezza altezza, che facevano aprire tanto d'occhi». Il Dizionario biografico enciclopedico ribadisce la sua funzione di «motore del gioco» nella descrizione dell'Italia campione mondiale del 1934 e 1938: «[Monti] accoppia terrificanti durezze nelle chiusure difensive alla qualità dei lunghi rilanci precisi al millimetro con cui arriva il gioco offensivo [...]; è il vertice arretrato di un triangolo con i due interni [Meazza e Ferrari], che collaborano alla costruzione più che far parte del quintetto offensivo». Carriera Giocatore Club Argentina Fu uno dei tanti giocatori oriundi che nel primo dopoguerra vestirono la maglia della nazionale italiana. Dopo aver svolto numerosi mestieri, tra cui il pastaio a Tigre, iniziò a giocare al General Mitre. Monti nel 1925 con la maglia del San Lorenzo Nel 1921, sollecitato dallo zio Juan, si trasferì all'Huracán, dove rimase per una sola stagione. L'anno dopo passò al CA Palermo e poi al San Lorenzo. Nel club di Almagro visse il periodo più florido della sua carriera in Argentina, segnando 40 gol in 202 partite di campionato nel corso di nove stagioni. Continuò però a giocare, parallelamente, anche in altre squadre, giacché la presenza di due federazioni, AAF e AAm, permetteva ai giocatori di partecipare a due campionati contemporaneamente. Juventus Si trasferì in Italia nel luglio 1931, voluto alla Juventus da Raimundo Orsi, grazie alla mediazione del procuratore Rava; si fece pagare cinquemila dollari americani al mese, più una casa nei pressi di Torino. In maglia bianconera vinse ben quattro scudetti consecutivi, divenendo uno dei maggiori artefici del cosiddetto Quinquennio d'oro vissuto dalla squadra piemontese nella prima metà degli anni 1930. Collezionò con la Vecchia Signora 263 presenze realizzando 21 gol, 19 dei quali in Serie A. La carriera italiana non era cominciata però bene: dopo aver debuttato con una rete nella gara contro la Pro Patria, a causa della sua mancanza di forma che lo portava a essere in sovrappeso di 15 chili decise autonomamente di restare fuori squadra per mettersi a dieta con esercizi fisici. Ogni giorno infatti correva con addosso tre maglioni di lana lungo il viale Stupinigi, seguendo una dieta sotto la guida del massaggiatore Guido Angeli. Conservò quest'abitudine anche dopo il dimagrimento, alzandosi presto e correndo sei giri di campo con il maglione allo stadio. Monti nella prima metà degli anni 1930 con la maglia della Juventus Dopo la fine del recupero, durato due settimane, divenne titolare sino alla fine del campionato, nel quale giocò 29 partite segnando due gol. Monti non volle aumenti salariali, nonostante le proposte della dirigenza, affermando che «Il contratto è quello e voglio rispettarlo». Durante una tournée con il club bianconero, fu protagonista di uno scandalo: per passatempo aveva rubato un antico veliero dalla hall dell'albergo parigino in cui alloggiava; fu costretto a restituire il maltolto giusto in tempo per evitare ulteriori polemiche. Si ritirò dal calcio professionistico nel 1938, a trentasette anni, dopo un grave infortunio. In seguito, tra il 1938 e il 1947 giocò amatorialmente in alcuni club francesi, spagnoli, svizzeri, tedeschi, austriaci e jugoslavi. Nazionale Argentina Centrosostegno massiccio ed efficace, esordì con la nazionale argentina nell'agosto 1924, disputando il torneo olimpico di Amsterdam 1928 e conquistando il secondo posto al campionato del mondo 1930 in Uruguay: qui, il gol su punizione che segnò all'81' della gara vinta 1-0 contro la Francia è passato alla storia come la prima marcatura di un calciatore argentino della storia dei campionati mondiali, nonché la prima in assoluto su calcio piazzato nella rassegna iridata. Monti (a destra), capitano dell'Argentina, assieme all'uruguaiano Nasazzi e alla terna arbitrale prima della finale del torneo olimpico di Amsterdam 1928 Nella fase a gironi del mondiale urugiaiano, nella sfida contro il Cile, fu continuamente strattonato da un avversario a tal punto che si rifiutò di giocare la successiva gara contro gli Stati Uniti; i compagni di squadra furono costretti a chiamare una delegazione da Buenos Aires, che dopo giorni di trattative lo convinse a tornare sui suoi passi. Secondo indiscrezioni, suffragate dalla testimonianza di Francisco Varallo, inizialmente Monti si rifiutò di giocare anche la finale contro i padroni di casa dell'Uruguay poiché minacciato di morte da due mafiosi siciliani, Marco Scaglia e Luciano Benetti, legati al regime fascista all'epoca al potere in Italia; alla fine fu convinto a scendere in campo ma, per il timore, rimase in ombra per tutta la gara. Italia Grazie ai suoi avi emiliani poté giocare, fin dal dicembre 1932, con la nazionale azzurra, con cui totalizzò diciotto presenze e un gol, conquistando il titolo mondiale del 1934 agli ordini di Vittorio Pozzo. Un'altra indiscrezione afferma che Monti fu ancora una volta minacciato di morte: si dice infatti che avesse ricevuto da Mussolini una lettera che diceva: «[...] siete gli artefici del vostro destino. Se vincete bene, se perdete, che Dio vi aiuti!». Monti nel corso degli anni 1930 con la divisa dell'Italia Monti divenne così il primo e, sinora, unico giocatore ad aver disputato due finali mondiali con due casacche differenti. Patì un pesante infortunio di gioco nella gara contro l'Inghilterra disputata il 14 novembre 1934 e passata alla storia come Battaglia di Highbury. Subì un duro pestone che gli fratturò l'alluce dal centravanti inglese Drake. Nonostante ciò Monti non volle abbandonare il campo, restando inutilizzabile all'ala. Nell'intervallo fu convinto da un medico ad andare all'ospedale, rimanendo a lontano dai campi da gioco per quasi un anno. Nonostante questo, la sua carriera continuò in nazionale sino al 1936. Allenatore Subito dopo il ritiro ottenne l'incarico di allenatore alla Triestina, ottenendo il dodicesimo posto in campionato. Il 28 gennaio 1942 diviene l'allenatore della Juventus al posto di Giovanni Ferrari, portando la società bianconera al sesto posto in Serie A e, soprattutto, alla vittoria della sua seconda Coppa Italia. Nello stesso anno approda al Varese in Serie C, riuscendo a ottenere la promozione in Serie B. Nell'agosto del 1945 approda alla neonata Fossanese, concludendo la Serie C al sesto posto. L'anno dopo è all'Atalanta, che conclude la stagione al nono posto. Rimarrà sulla panchina nerazzurra fino al 24 novembre, giorno del suo esonero. Nel 1947 allena il Vigevano in Serie B, ma alla fine della stagione la squadra viene retrocessa. Il 22 luglio dello stesso anno ritornò in Argentina, a bordo del piroscafo "Ravello", con l'intenzione di smettere di allenare. Pochi mesi dopo viene però ingaggiato dall'Huracán. Vive l'ultima esperienza da allenatore al Pisa, che conclude la Serie B al nono posto. Palmarès Giocatore Club Campionato argentino: 4 - Huracán: 1921 - San Lorenzo: 1923, 1924, 1927 Campionato italiano: 4 - Juventus: 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1937-1938 Nazionale Campeonato Sudamericano de Football: 1 - Argentina: Perù 1927 Argento olimpico: 1 - Argentina: Amsterdam 1928 Campionato mondiale: 1 - Italia: Italia 1934 Coppa Internazionale: 1 - Italia: 1933-1935 Individuale All-Star Team dei Mondiali: 2 - Uruguay 1930; Italia 1934 Allenatore Club Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Campionato italiano Serie C: 1 - Varese: 1942-1943 (girone D; girone finale A) -
UMBERTO GHIBAUDO https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Ghibaudo Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 21.07.1907 Luogo di morte: Venaria Reale (Torino) Data di morte: 13.10.1984 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1930 al 1932 Esordio: 04.01.1931 - Serie A - Modena-Juventus 1-2 Ultima partita: 21.06.1931 - Serie A - Juventus-Inter 1-0 4 presenze - 3 reti subite 2 scudetti Umberto Ghibaudo (Torino, 21 luglio 1907 – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Umberto Ghibaudo Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Carriera Squadre di club 1930-1932 Juventus 4 (-3) Carriera Nella stagione 1930-1931 vinse uno scudetto con la Juventus disputando in totale 4 partite e subendo 3 reti. Rimase in rosa anche nella stagione 1931-1932 Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1930-1931, 1931-1932
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ALFREDO BODOIRA Nato a Mathi Canavese, il 30 agosto del 1911. Chiamato affettuosamente e scherzosamente Pinza per le dimensioni e la robustezza delle sue mani, era arrivato alla Juventus addirittura prima di Valinasso: avendo giocato una partita nel vittorioso campionato del 1930-31, si era conquistato così il diritto di fregiare la maglia del titolo di Campione d’Italia.Di lui, come guardiano della rete bianconera, si parla con una certa continuità nel periodo che va dal campionato 1937-38 a quello 1940-41: inizialmente il buon Pinza si alterna con Amoretti e poi diventa titolare, avendo Goffi come rincalzo.Bodoira deve essere ricordato come atleta serio e puntiglioso, un giocatore dal fisico d’acciaio, cordiale e affettuoso con tutti. Con Borel e Gabetto, il buon Alfredo passa poi al Torino all’inizio della stagione 1941-42.In totale, riuscirà a collezionare 98 presenze.IL RICORDO DI CAMINITIA dir le sue virtù bastavano le mani, che lo presentavano e documentavano come portiere capace di ogni grandezza, mitico e mitologico.Parava con le mani, qualche volta anche aiutandosi con il corpo, la gente gli gridava: Pinza Pinza! e lui girava per il campo, la risata adolescenziale, la barba di venti giorni, le palme esposte come trofei delle sue mani immense, mani incallite di manovale semplicione e credulone.La Juventus lo mandò in prestito all’Anconetana, dove rimase dal 1° gennaio 1934 al luglio 1936 e si accreditò di virtù stregonesche, parando tutti i calci di rigore. In verità, avendo sofferto la fame da bambino non crebbe mai del tutto nella compagnia dei primi divi del calcio e senza essere preso sul serio fu serissimo, anche nel Torino, per quanto costretto all’inattività per grane fisiche ricorrenti. Era un temerario, risicando l’osso del collo nelle sue uscite con le mani avanti e giù in picchiata tra i piedi degli avversari lanciati.Finita la carriera, riprese a sgobbare duro, in fabbrica, da gruista, con il salvacondotto della simpatia di bianconeri mancati, come il sentimentale Ortolano.Non volendo andare in pensione a sessant’anni lavorava canticchiando, con le sue immense mani proletarie, tutte gobbe e pene e colpi, non rassegnandosi di non potersi più chinare in un campo di calcio, almeno con la mente ci rimane. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/alfredo-bodoira.html
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ALFREDO BODOIRA https://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Bodoira Nazione: Italia Luogo di nascita: Mathi Canavese (Torino) Data di nascita: 30.08.1911 Luogo di morte: Torino Data di morte: 03.08.1989 Ruolo: Portiere Altezza: 173 cm Peso: 74 kg Soprannome: Pinza Alla Juventus dal 1930 al 1933 e dal 1935 al 1941 Esordio: 28.06.1931 - Serie A - Livorno-Juventus 1-1 Ultima partita: 27.04.1941 - Serie A - Juventus-Milan 1-2 98 presenze - 107 reti subite 1 scudetto 1 coppa Italia Alfredo Bodoira (Mathi, 30 agosto 1911 – Torino, 3 agosto 1989) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Era chiamato affettuosamente e scherzosamente "Pinsa" ("pinza" in Piemontese) per le dimensioni e la robustezza delle sue mani. Il soprannome gli era stato dato dai compagni di squadra Rava e Depetrini. Insieme a Guglielmo Gabetto e a Filippo Cavalli, è stato uno dei soli tre calciatori ad aver vinto il campionato italiano con entrambe le maggiori squadre di Torino, prima con la Juventus e poi col Torino. Alfredo Bodoira Bodoira (in piedi, secondo da destra) nella Juventus della stagione 1940-1941 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1949 - giocatore 1958 - allenatore Carriera Giovanili 192?-1930 Juventus Squadre di club 1930-1933 Juventus 1 (-?) 1933-1935 Anconitana 30 (-28) 1935-1941 Juventus 98 (-107) 1941-1946 Torino 50 (-?) 1946-1947 Alessandria 30 (-?) 1947-1949 Cesena 58 (-?) Carriera da allenatore 1950-1951 Ravenna 1953-1954 Fossanese 1957-1958 Aosta Carriera Crebbe nelle giovanili della Juventus, partecipando da rincalzo ai primi successi della squadra del Quinquennio d'oro negli anni 1930, e vivendo poi le prime esperienze da titolare all'Anconitana, in Prima Divisione, dove militò dal 1933 al 1935. Tornato a Torino, a partire dal 1937 fu il portiere titolare dei bianconeri in Serie A, fino al 1941 quando passò ai concittadini del Torino con cui vinse gli scudetti 1942-1943 e, da riserva, 1945-1946. Alla ripresa del campionato a girone unico, nel 1946, fu ingaggiato dall'Alessandria. Terminò la sua carriera agonistica nel 1948, dopo due stagioni disputate in Serie C con il Cesena. In seguito, negli anni 1950 intraprese brevemente l'attività di allenatore, prettamente in formazioni dilettanti quali Ravenna, Fossanese e Aosta. Morì nel 1989, all'età di settantotto anni. Palmarès Giocatore Campionato italiano: 3 - Juventus: 1930-1931 - Torino: 1942-1943, 1945-1946 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1937-1938 - Torino: 1942-1943
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Carlo Carcano - Allenatore
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CARLO CARCANO Il 23 giugno si è spento a Sanremo – racconta Umberto Maggioli su “Hurrà Juventus” del luglio 1965 – dove si era ritirato da parecchi anni, Carlo Carcano. È un lutto per il calcio italiano e juventino. Lo sport e la vita provocano delle curiose antitesi, molto amare: Carlo Carcano, che era stato poderoso esempio di forza e vigore atletico, oltre che di chiara valentia calcistica, è stato fermato da una paralisi progressiva.Nella storia del calcio italiano Carcano ha avuto e sempre avrà un posto non infimo. Erroneamente tutti lo hanno sempre creduto alessandrino, in quanto proprio nella squadra grigia svolse buona parte della sua carriera di calciatore militante, invece era lombardo, nato il 26 febbraio del 1891 a Masnago, nel Varesotto; e aveva iniziato a giocare nell’undici famoso del «Nazionale Lombardia», dove si creò una solida fama di centromediano, di quelli tanto per ripetere un luogo comune che… usavano una volta.Nelle file alessandrine ebbe modo di perfezionare e potenziare il suo gioco, alla scuola del famoso inglese Smith, cui vanno molti meriti nella creazione della cosiddetta scuola calcistica alessandrina o «mandrogna», o «grigia», come normalmente la definiscono gli anziani sportivi.Il gioco di Carlo Carcano era talmente efficace nella sua Alessandria che presto le Commissioni Tecniche del tempo, che avevano l’incarico di scegliere gli elementi per la «nazionale», si accorsero di lui. Il suo debutto in «azzurro» avvenne il 31 gennaio del 1915, a Torino, contro la Svizzera, che risultò battuta per 3 a 1. Carcano era di una classe di leva cosiddetta disgraziata: infatti per i calciatori della sua età ebbe inizio, e durò molto a lungo come tutti sanno, un campionato molto più duro e pericoloso: quello della… grande guerra. In quegli anni molti giocatori che vestivano il grigio-verde formarono delle squadre famose come quelle degli aviatori di Cameri e di Cascina Costa, degli automobilisti.Terminato il grande conflitto, l’attività calcistica riprese, sia nel campionato che nelle prove internazionali e Carlo Carcano ebbe modo di essere selezionato per la squadra azzurra cinque volte, giocando l’ultima partita quale «nazionale» sul terreno di viale Lombardia a Milano dove, il 6 marzo 1921, la nostra rappresentativa si concesse una bella rivincita sugli svizzeri, battuti per 2 a 1.Carlo Carcano aveva ormai trent’anni e pensò bene di togliersi le scarpe a bulloni del calciatore per dedicarsi alla carriera di tecnico del calcio. Ed anche in tale nuova veste le soddisfazioni non dovevano mancargli. Dapprima venne assunto dall’Ambrosiana, poi passò al Napoli e più tardi non seppe resistere al richiamo alessandrino e, nella città dove si era affermato quale centromediano di classe, tornò quale tecnico di rara maestria. Nel frattempo aveva plasmato e affinato alla sua scuola giocatori che sono stati a lungo in testa alle cronache del calcio internazionale, in special modo Giovanni Ferrari, che considerava quasi come un figliolo, e Gino Bertolini.Dalla società grigia fu la Juventus che con fiuto finissimo seppe prelevare in blocco il terzetto per portarlo a Torino e inserirlo in quel meccanismo di gioco che, tra altri successi, ebbe anche quello di vincere i famosi cinque «scudetti» consecutivi. L’abilità di Carcano quale allenatore non aveva nulla di eccezionale, di sopraffino: era fatta soprattutto di pratica e… di buon senso. E magari anche, diciamolo pure, di qualche briciolo di malizia. Di malizia, intendiamoci bene, del tutto… regolamentare.Dal 1930 al 1934, e anche per quasi tutto il torneo del ‘34-’35 Carlo Carcano fu la Juventus e la Juventus fu Carlo Carcano. Anche Vittorio Pozzo, nella sua qualità di Commissario Unico per la «nazionale», si avvalse della sua opera di allenatore per la comitiva «azzurra»; e la vittoria dell’Italia nel Campionato mondiale del 1934 fu, non soltanto merito di Vittorio Pozzo e dei suoi «azzurri», ma parecchio anche di questo tecnico calcistico abile, avveduto, consumatissimo: un autentico mago «avanti lettera». Carcano non era soltanto un tecnico del calcio, ma anche un acuto psicologo che conosceva a fondo i caratteri dei suoi uomini ai quali sapeva chiedere, ottenendolo, il massimo rendimento.E non era soltanto un mago del calcio ma di qualsiasi gioco, sia sportivo che delle carte. Chi lo ha conosciuto a fondo e gli è stato amico ricorda come Carlo era imbattibile in qualsiasi gioco delle carte. Tutti noi che gli giocammo insieme avemmo sempre il convincimento che ci imbrogliasse ma, se lo faceva, vi riusciva tanto bene che nessuno avrebbe potuto muovergli il benché minimo rimprovero.Nella Juventus, specie negli ultimi tempi del suo… «consolato», aveva disposto le cose tanto bene che tutto funzionava a dovere con il minimo della sua sorveglianza. Negli allenamenti mattutini si preoccupava principalmente che… Cesarini giungesse in orario e che Bertolini seguisse le sue istruzioni in quanto, dato che lo aveva portato lui nella società, desiderava che il suo pupillo fosse sempre in forma e in condizioni fisiche perfette; di tutti gli altri quasi non si curava, tanto era sicuro che seguivano i suoi ordini e istruzioni. Aveva saputo far funzionare la macchina juventina con tale perfezione che tutto procedeva con facilità, quasi automaticamente: i giocatori stimavano e apprezzavano il loro tecnico e questi si fidava di loro: sia pure con qualche riserva mentale.Difficilmente Carcano puniva un suo giocatore. Essendo stato giocatore prima degli altri usava sempre la persuasione, sapendo che era, comunque, il migliore sistema.Da tempo era sparito dalla scena calcistica. Ritiratosi a Sanremo, dove aveva acquistato con i suoi risparmi una ridente villetta, dedicava talvolta le sue cure ai vivai giovanili della Sanremese e dava anche vita alla conosciutissima contesa giovanile del torneo «Carlin Boys»; e «Carlin» non era altri che lui stesso.Non lo rivedremo più. Tutti certamente lo ricorderanno così come avevano avuto modo di notarlo sui campi di gioco negli ultimi anni della sua attività, indossante quel suo elegantissimo giubbotto in pelle di daino. Che ha una sua storia particolare: una storia che illustra anche il carattere bonario e cordiale dello scomparso.Una storia che vale la pena di essere raccontata. Quando nel torneo mondiale del 1934 si dovette disputare la partita con la Spagna, Carcano fu sollecitato a far giocare l’interista Castellazzi in luogo di Varglien I, e ciò lui fece, forse per dimostrare a tutti come nella sua qualità di allenatore azzurro e collaboratore di Vittorio Pozzo egli non avesse alcuna debolezza in favore degli elementi della sua squadra di società. Inutile dire che Mario Varglien ci rimase un po’ male. Poi, nell’incontro ridisputato, Castellazzi venne sostituito da Ferraris IV.Poco tempo appresso, in occasione d’una partita juventina col Genoa, a Marassi, la direzione rossoblu ebbe l’idea di acquistare dodici scatole dei famosi «canditi» genovesi Capurro per farne dono agli undici bianconeri ospiti e al loro allenatore. Quel giorno Mario Varglien era infortunato e quindi figurava soltanto quale riserva: perciò escluso dal dono. Carcano acquistò allora a sue spese una scatola identica alle altre e la donò a Varglien, il quale, logicamente, rimase colpito dalla finezza del suo allenatore e pensò bene di ripagarlo con altro gesto egualmente fine. Da qualche giorno aveva ricevuto a sua volta in dono dal cognato – marittimo che navigava allora col «Saturnia» sulla rotta di New York – quella famosa giacca di daino: oggetto che a quell’epoca rappresentava autentica rarità.Ci piace, oggi che Carlo Carcano non è più, ricordare questo simpaticissimo episodio che lumeggia ampiamente le doti del suo carattere generoso.Ed anche quello del carattere di Mario Varglien. VLADIMIRO CAMINITICinque volte azzurro, valente centr’half dell’Alessandria e poi valente allenatore psicologo ad Alessandria, riscosse la fiducia del dirigente factotum Mazzonis e nel ‘30 passò armi e bagagli a Torino.Amava i ragazzini e li assoldava anche per poter sorvegliare i giocatori più riottosi alla disciplina, gli Orsi e Cesarini. Amava sconfinatamente il mestiere ed ogni risvolto del vivere, si piegava alle situazioni ma sapeva uscirne vincitore. Ai Mondiali del ‘34 fu convocato allenatore della squadra azzurra. Luigi Cavallero, capo della pagina sportiva de «La Stampa» di Torino, in un articolo abbastanza datato ne riferì queste parole che documentano i suoi sistemi di lavoro:«Cura di spiriti, la mia. Non c’è giocatore che nel corso di un campionato non attraversi periodi più o meno lunghi di minorate condizioni fisiche aggravate spesso da una conseguente sfiducia nei propri mezzi. Basta che un uccello di malaugurio gridi il “giù di forma” perché si crei attorno al giuocatore un’atmosfera di diffidenza e, talvolta, anche di derisione. La folla dimentica spesso che l’uomo al quale grida il suo disappunto è quello stesso che poco tempo prima ha portato in trionfo. E parla, allora, senza nulla sapere di preciso, di vita sregolata, di scarso impegno, di progettata emigrazione in altro club e di cento altre stramberie del genere! Succede allora che il giuocatore, il quale avrebbe magari bisogno di riposo, di incoraggiamento, di fiducia, se non altro, nella sua lealtà, si stizzisce, fa peggio ancora e non si risolleva per molto tempo. Chi non ricorda quanto è successo a Combi allorquando riportò, in un duro scontro, una ferita al capo che lo costrinse per molti giorni in un letto di ospedale e che fece temere non poco per lui? Gli sportivi, prendendo lo spunto dalle voci messe in circolazione dai soliti bene informati, furono i primi a dire che sicuramente Combi non avrebbe giuocato più. Si parlava del povero infortunato come di un uomo rovinato per tutta la vita. “Non avrà più coraggio” diceva uno. “Non oserà più uscire di porta” soggiungeva un altro. “Mancherà di prontezza...”. “Avrà perso la sicurezza negli interventi...”. Conclusione: Combi era un giuocatore da abbandonare al suo destino. Tanti grazie per quanto aveva fatto durante lunghi anni, molta ammirazione per la sua carriera, ma, per il resto, basta, si doveva pensare a sostituirlo. Come campione era finito. Come il tenore sfiatato, il violinista cui trema l’archetto in mano, l’asso del volante che ha paura in curva. Così la pensavano anche quelli che erano stati fra i suoi più fervidi ammiratori. Combi avvertì questa sfiducia e pur lottando per tornare rapidamente nel pieno possesso dei suoi mezzi, non vi riuscì subito. Subì, in più di una partita, punti che prima avrebbe sicuramente evitato, ed i più pensarono di avere avuto ragione nel considerarlo definitivamente al tramonto. La verità, invece, era un’altra. La squadra tutta, stanca ancora per le fatiche della Coppa Europa, non era in forma. Gli stessi terzini non costituivano una barriera insormontabile. Nella massa vi fu chi ebbe fede. Io fui tra questi. Lo lasciai in squadra, incurante delle critiche. Ebbene, occorsero vari mesi prima che Combi tornasse ad essere il grande atleta che era stato per il passato e nessuno può immaginare la gioia di Gian Piero allorché Pozzo tornò a chiamarlo in Nazionale».Carcano fu psicologo alquanto capace. Aveva un cuore sentimentale. Aveva i suoi pupilli. In tempi televisivi e di giornalismo oltranzista, gli sarebbe riuscito più difficile confermare il Combi nonostante la grama vena. Ma non si può dubitare nemmeno della classe di Combi, uomo vero.Tutto considerato, una storia senza novità. Allenatori migliori nel genere di Carcano in Italia se ne avranno. Ad esempio Rocco. Né la figura dell’allenatore, nel frattempo, aveva assunto una sua dignità. Come nei tempi in cui il barbiere surrogava il medico, negli anni trenta ancora l’allenatore cercava una sua dimensione tecnica. Lo respingevano gelosi del loro ruolo, gli stessi calciatori; e soltanto a pochi stranieri aureolati di autentica gloria calcistica era consentito di interferire. Pur che fossero rispettosi delle usanze. Non come Giorgio Aitken che pretendeva di far correre i primi divi della Juve. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/03/carlo-carcano.html -
Carlo Carcano - Allenatore
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CARLO CARCANO https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Carcano Nazione: Italia Luogo di nascita: Masnago (Varese) Data di nascita: 26.02.1891 Luogo di morte: Sanremo (Imperia) Data di morte: 23.06.1965 Ruolo: Allenatore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Allenatore della Juventus dal 1930 al 1934 161 panchine - 111 vittorie - 27 pareggi - 23 sconfitte 4 scudetti Carlo Carcano (Varese, 26 febbraio 1891 – Sanremo, 23 giugno 1965) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo mediano. Fautore, assieme a Vittorio Pozzo, dello schema tattico del Metodo, è anche ricordato come uno dei principali teorici della «scuola alessandrina». Ha inoltre guidato la Juventus nel celebre periodo del Quinquennio d'oro — stabilendo l'allora record di 4 titoli consecutivi nel campionato italiano per un allenatore, superato da Massimiliano Allegri ottantacinque anni dopo, nonché quello per titoli vinti complessivamente, durato mezzo secolo — e affiancato il commissario tecnico Pozzo al timone dell'Italia in occasione del vittorioso campionato del mondo 1934. Per questi meriti sportivi, nel 2014 è stato inserito nella Hall of Fame del calcio italiano. Carlo Carcano Carcano negli anni 1920 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex mediano) Termine carriera 1926 - giocatore 1953 - allenatore Carriera Squadre di club 1912-1913 Nazionale Lombardia ? (?) 1913-1924 Alessandria 108 (18) 1925-1926 Internaples 8 (0) Nazionale 1915-1921 Italia 5 (1) Carriera da allenatore 1924-1925 Valenzana 1925-1926 Internaples 1926-1929 Alessandria 1928-1929 Italia 1929-1930 Alessandria 1930-1934 Juventus 1934 Italia Vice 1934-1935 Genova 1893 Vice 1941-1942 Sanremese 1945-1947 Inter 1948 Inter 1949 Atalanta 1949-1950 Alessandria D.T. 1952-1953 Sanremese D.T. Biografia Originario di Masnago, crebbe a Milano e si appassionò fortemente al gioco del calcio sin da giovane. Fu tra i fondatori di una squadra, la Nazionale Lombardia, e nel 1913 si trasferì ad Alessandria, dove inizialmente, raccontò, «grazie a qualche amico sportivo sbarcai il lunario e tirai avanti alla meno peggio», per poi diventare capitano della squadra e permettersi un alloggio nella stessa pensione in cui soggiornavano i colleghi Savojardo e Ticozzelli. Visse ad Alessandria tutta la sua carriera di calciatore, giocando anche diverse gare con la nazionale italiana a cavallo della prima guerra mondiale. Divenne poi allenatore, conquistando quattro scudetti consecutivi con la Juventus nei primi anni 1930, per poi venire improvvisamente allontanato dal club bianconero nel dicembre 1934 onde soffocare sul nascere uno scandalo omosessuale nel quale era stato coinvolto da elementi della società a lui ostili. Rimase ai margini del mondo del calcio per un decennio. Nel secondo dopoguerra entrò a far parte dello staff di alcune squadre come allenatore e direttore tecnico. Nel 1950 rimase ferito in un incidente d'auto a Merana, assieme a un allievo: riportò la rottura dello sterno. Morì nel 1965, a 74 anni, all'ospedale di Sanremo, per le conseguenze di un grave malore che lo aveva colpito un mese prima, durante un bagno in mare. Caratteristiche tecniche Giocatore Secondo le parole di Carlo F. Chiesa, dopo gli esordi da portiere Carcano, «fisicamente prestante, tecnicamente dotato, trovò la naturale collocazione al centro della mediana, abile a sradicare palloni come a rilanciare l'azione, grazie alla sua intelligenza tattica»; era un rigorista preciso e infallibile, nel 1913 La giornalaccio rosa dello Sport lo definiva «buon palleggiatore e buon distributore, vera spina dorsale della squadra [l'Alessandria]». Nel 1914 Il Football lo descriveva a sua volta «abilissimo nei passaggi, trascinatore irresistibile, intuisce i punti deboli degli avversari e ne sfrutta i momenti di incertezza e di abbandono, lanciando con i suoi "allez, allez" la muta all'attacco». Emilio Colombo rilevava una scarsa attitudine del centrosostegno al dribbling e qualche difficoltà nella marcatura. Allenatore Come allenatore raccolse già nei primi anni di carriera il plauso di Vittorio Pozzo, che scrisse nel 1928: «che fiducia si possa riporre pienamente in elementi nostrani per la disciplina, l'insegnamento e l'organizzazione del gioco è dimostrato da un esempio per tutti: Carcano dell'Alessandria». Oggi viene ricordato non come «un grande stratega o un eccellente maestro di tecnica, [...] come quasi tutti i suoi colleghi dell'epoca fu un bravo allenatore-psicologo» che, alla Juventus, «si limitò a non guastare una squadra che funzionava da sé». Chiesa lo ha descritto come «fine psicologo e allenatore tatticamente pragmatico». Precursore del Metodo, raccolse appieno la lezione di George Arthur Smith, allievo di William Garbutt e fondatore della «scuola alessandrina», presentando un gioco fortemente improntato sui ruoli del centromediano (Gandini all'Alessandria, Monti alla Juventus) e di un attaccante arretrato (Ferrari), registi in grado d'ispirare veloci manovre offensive; allo stesso tempo, ricercava solidità in copertura attraverso «blocchi difensivi». Attingeva al vivaio (oltre a Ferrari lanciò Elvio Banchero, Luigi Bertolini, Felice Borel), studiava assiduamente la disposizione tattica degli avversari da affrontare e dava grande importanza all'allenamento — esemplare il suo lavoro, assieme al preparatore atletico Guido Angeli, per riportare in forma Monti —, attuando anche un rigido regime di sorveglianza dei giocatori. Carriera Giocatore Club Gli esordi con la Nazionale Lombardia Si appassionò presto al gioco del calcio: inizialmente portiere, si spostò a centrocampo dopo la fondazione della Nazionale Lombardia, squadra milanese della quale divenne anche capitano. Nel 1913 la compagine, vincitrice del girone lombardo di Promozione e dunque promossa in Prima Categoria, fu invitata ad Alessandria dalla locale squadra per disputare gare amichevoli sul proprio campo in occasione delle feste pasquali. La Nazionale Lombardia vinse i match, Carcano risultò il migliore in campo e impressionò il dirigente dell'Alessandria Augusto Rangone, che si affrettò a ingaggiarlo. 1913-1923: la militanza nell'Alessandria I primi mesi dell'esperienza alessandrina di Carcano furono densi di avvenimenti; nel mese di giugno fu squalificato per tre mesi per aver accettato il trasferimento in cambio di un impiego lavorativo, principio contrario alla regola del severo dilettantismo prevista dalla Federazione. Giocò la prima gara coi grigi il 29 di quel mese, ad Acqui Terme contro i locali, segnando una rete. Debuttò in campionato il 1º novembre 1913, nella gara vinta 7-0 contro la Liguria. Affidato alle cure dell'allenatore George Arthur Smith, che ne fece il centrosostegno titolare e ne affinò la tecnica, Carcano guadagnò in breve tempo il consenso della critica (dopo la partita Genoa-Alessandria ricevette le lodi di William Garbutt) e dei tifosi; successe ad Amilcare Savojardo nel ruolo di capitano della squadra e iniziò a ricevere, di nascosto, un salario. Alla fine della stagione, malgrado la contrarietà della dirigenza alessandrina, partì assieme al compagno di squadra Grillo per il Brasile, dove disputò una tournée con la maglia della Pro Vercelli, prima trasferta oltreoceano di un club italiano. Allettato dalle offerte dell'allenatore dei bianchi Giuseppe Milano, suo estimatore, fu vicino al trasferimento, che non andò a buon fine. Carcano rimase dunque ad Alessandria e, nel corso della stagione 1914-1915, fu convocato per la prima volta in nazionale. L'ingresso del Regno d'Italia nella prima guerra mondiale e il conseguente stop dei campionati e dei lavori delle Nazionali gli impedirono però di mettersi appieno in luce come calciatore; durante la guerra militò brevemente, come molti suoi compagni, nell'Alessandrina, squadra amatoriale sorta in quel periodo in città come conseguenza della momentanea interruzione delle attività dell'Alessandria. Disputò la sua ultima partita con l'Alessandria il 28 ottobre 1923, contro la Virtus Bologna: nell'occasione subì un infortunio che lo indusse ad abbandonare il calcio giocato. Risulta che abbia disputato 63 gare ufficiali, segnando 10 reti tra il 1913 e il 1921, e altre 45 tra il 1921 e il 1923, con 8 reti, per un totale di 108 presenze e 18 segnature. Dichiarò di aver ottenuto ad Alessandria «le più belle soddisfazioni della mia vita sportiva». In realtà risultò disputare anche alcune partite con l'Internaples nella stagione 1925-1926 in qualità di giocatore-allenatore, collezionando complessivamente otto presenze e zero reti. Nazionale Fu il primo calciatore dell'Alessandria a essere convocato in nazionale. Fece il suo debutto in maglia azzurra a Torino il 31 gennaio 1915, schierato da Nino Resegotti nella vittoriosa amichevole contro la Svizzera (3-1). Chiuso da Milano I e da Fossati, collezionò altre quattro presenze nel primo dopoguerra, dopo la ripresa dell'attività internazionale; segnò un gol in Italia-Francia 9-4 del 18 gennaio 1920. Allenatore Gli esordi alla Valenzana e all'Internaples Nel 1924 iniziò la carriera di allenatore sulla panchina della Valenzana, che concluse il campionato di Seconda Divisione al secondo posto, mancando di un punto l'ammissione agli spareggi per la promozione in massima serie. Al termine del torneo passò un breve ma felice periodo all'Internaples, che arrivò a disputare le finali per la Lega Sud; con lui vi era Giovanni Ferrari, giovane attaccante da lui notato mentre palleggiava per le strade di Alessandria, e che rivolle con sé l'anno dopo, quando fu la squadra nella quale aveva militato da calciatore a chiamarlo in panchina. Le esperienze all'Alessandria e in nazionale Carcano (in piedi, sulla destra) e l'Alessandria dell'annata 1927-1928. Si dimostrò altamente capace; sotto la sua guida l'Alessandria, reduce da un campionato negativo, divenne una delle potenze calcistiche di primo piano dell'epoca. Vinse immediatamente la Coppa CONI e sfiorò la vittoria dello scudetto nel 1927-1928 con calciatori quasi tutti provenienti dal vivaio, tra cui il già citato Ferrari, l'attaccante Banchero, e Luigi Bertolini, che per una sua intuizione fu spostato da centravanti a mediano sinistro, ruolo nel quale si laureò poi campione del Mondo. Tra l'ottobre 1928 e l'aprile 1929 fu affidato a Carcano il ruolo di allenatore della nazionale, prima dell'avvento di Vittorio Pozzo; l'esperienza terminò dopo solamente sei gare, ma gli è riconosciuta l'introduzione dei primi schemi arretrati, con «l'esordio del gioco di copertura e dei blocchi difensivi» mantenuti negli anni a venire dal suo successore. La Juventus: il Quinquennio d'oro Lo stesso argomento in dettaglio: Quinquennio d'oro. Lasciò l'Alessandria nel 1930, quando fu ingaggiato dall'ambiziosa Juventus: sulla panchina dei torinesi vinse immediatamente i primi quattro dei cinque scudetti consecutivi che contrassegnarono il Quinquennio d'oro bianconero, una striscia che ne farà l'allenatore più vittorioso del calcio italiano per i seguenti cinquant'anni. Alla Juventus introdusse, oltre a una ferrea disciplina, l'innovativo Metodo; seppe sfruttare la classe degli oriundi e contribuì portando con sé vari elementi da lui eruditi all'Alessandria, lanciando tra gli altri il giovane cannoniere Felice Borel, divenendo una sorta di deus ex machina. Pozzo lo scelse come vicecommissario tecnico in occasione dei vittoriosi Mondiali del 1934. Carcano (in piedi, sulla destra) con la Juventus della stagione 1931-1932. Il proficuo rapporto con la Juventus e la nazionale azzurra, però, si chiuse bruscamente nel dicembre di quell'anno, quando Carcano venne licenziato, ufficialmente, per «motivi personali»; in realtà, le voci di una presunta omosessualità dell'allenatore si erano fatte troppo insistenti per essere tollerate in epoca fascista: alcuni dirigenti avevano infatti denunciato al presidente Edoardo Agnelli presunte ambiguità nel trattamento che l'allenatore riservava ad alcuni tra consiglieri e giocatori, tra cui Mario Varglien, Luis Monti e, in particolare, un giovane sudamericano. Agnelli, al termine di una riunione, optò per l'allontanamento di Carcano, sostituito dall'ex capitano bianconero Carlo Bigatto il quale traghettò la squadra verso il quinto titolo italiano consecutivo. L'oblio e il secondo dopoguerra Fino alla fine della seconda guerra mondiale, Carcano non allenò più ufficialmente: venne assunto per un periodo al Genova 1893, in Serie B, come secondo di Renzo De Vecchi e poi, nel 1941, visse un'esperienza alla Sanremese, in C. Dopo la Liberazione venne ingaggiato dall'Inter, che seguì durante il campionato 1945-1946, e sulla cui panchina si avvicendò, nelle due stagioni successive, con Giuseppe Meazza. Concluse la carriera allenando nel finale della stagione 1948-1949 l'Atalanta, sostituendo il dimissionario Ivo Fiorentini; rivestì poi il ruolo di direttore tecnico all'Alessandria, in B, nella stagione 1949-1950 (allenatore era Bert Flatley) e alla Sanremese, nel 1952-1953 (coaudiuvò Filippo Pascucci). Visse in Liguria fino alla morte, sopraggiunta nel 1965. Carlin's Boys A Sanremo, dove risiedeva dalla metà degli anni 1930, nel 1947 lavorò con l'ex calciatore Amilcare Gilardoni e col politico Luigi Napolitano alla fondazione della Carlin's Boys, società calcistica così chiamata per il suo stesso soprannome. Tale club ha anche istituito l'omonimo torneo internazionale giovanile cittadino, e nel 2015 ha rilevato la tradizione sportiva della principale squadra cittadina, la Sanremese. Palmarès Giocatore Club Promozione: 1 - Nazionale Lombardia: 1912-1913 Allenatore Club Campionato italiano: 4 - Juventus: 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934 Coppa CONI: 1 - Alessandria: 1927 Individuale Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano 2014 (riconoscimento alla memoria) -
GIOVANNI ZANNI https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Zanni Nazione: Italia Luogo di nascita: Casale Monferrato (Alessandria) Data di nascita: 19.02.1904 Luogo di morte: Omegna (Verbano-Cusio-Ossola) Data di morte: 09.02.1974 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1929 al 1930 Esordio: 06.07.1929 - Coppa Europa Centrale - Slavia Praga-Juventus 3-0 Ultima partita: 08.06.1930 - Serie A - Genoa-Juventus 2-0 24 presenze - 6 reti Giovanni Zanni (Casale Monferrato, 19 febbraio 1904 – ...) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano. Giovanni Zanni Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex-Attaccante) Carriera Squadre di club 1926-1929 Casale 78 (20) 1929-1930 Juventus 24 (6) 1930-1931 Lazio 4 (0) 1931-1932 Foligno ? (?) 1932-1935 Perugia ? (?) 1935-1936 Littorio Benevento ? (?) 1936-1937 Cusiana ? (?) 1939-1940 Omegna ? (?) Carriera da allenatore 1936-1937 Omegna 1940-1941 Omegna 1945-1946 Verbania Sportiva 1948 Verbania Sportiva 1949-1951 Omegna Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Prima Divisione: 1 - Perugia: 1932-1933 Allenatore Competizioni regionali Prima Divisione: 1 - Verbania: 1945-1946
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ALBERTO MERCIAI Nato a Livorno, disputa in bianconero solamente la stagione 1929-30, totalizzando sei presenze. Fa il suo esordio contro la Pro Vercelli il 3 novembre 1929 in una roboante vittoria per 6-1. «Spostato Munerati alla mezz’ala sinistra – scrive “La Stampa” inserito Varglien alla mezz’ala destra, e immesso nella linea Merciai, la prima linea prese un’andatura sciolta che la portò subito a farla da padrone sul campo. V’erano in questa linea la classe di Orsi, le buone doti di Merciai, l’impeto di Varglien e le eccezionali condizioni di forma di Munerati che influivano sul tono del giuoco: ma vi era principalmente il giuoco basso che faceva sentire il suo effetto».Gioca la sua ultima partita contro il Milan, il 4 maggio 1930, terminata 1-1: «Al secondo della ripresa – si legge sempre sulla testata torinese – la Juventus ebbe a portata di mano il secondo successo: un lungo rimando lanciò Merciai il quale traversò regolarmente; Orsi in piena corsa, alzò incredibilmente il pallone da un paio di metri In questa occasione fallita, la Juventus perse la vittoria». Così lo descrive Caminiti: «L’ala destra Alberto Merciai, di cui si ricordano le robustissime volate con cross altrettanto robusti e la giocondità del carattere, ma soprattutto che in campo si faceva precedere dal suo... naso». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/07/alberto-merciai.html
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ALBERTO MERCIAI https://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Merciai Nazione: Italia Luogo di nascita: Livorno Data di nascita: 09.06.1900 Luogo di morte: Campiglia Marittima (Livorno) Data di morte: 28.02.1971 Ruolo: Ala Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1929 al 1930 Esordio: 03.11.1929 - Serie A - Juventus-Pro Vercelli 6-1 Ultima partita: 04.05.1930- Serie A - Milan-Juventus 1-1 6 presenze - 0 reti Alberto Merciai (Livorno, 9 giugno 1900 – Campiglia Marittima, 28 febbraio 1971) è stato un calciatore italiano, di ruolo ala. Alberto Merciai Nazionalità Italia Calcio Ruolo Ala Carriera Squadre di club 192?-1929 Pisa 114 (39) 1929-1930 Juventus 6 (0) 1930-1931 Fiorentina 1 (0) Carriera Pisa Una formazione del Pisa vicecampione d'Italia. Da sx: l'allenatore Ging, Giuntoli, Corsetti, Sbrana, Colombari, Bartoletti, Viale, Tornabuoni, Gianni, Merciai, Pera. Inizia la carriera nel Pisa, club con cui raggiunge la finale scudetto della Prima Categoria 1920-1921, persa per 2-1 il 24 luglio 1921 a Torino contro la Pro Vercelli; in quell'anno segnò 3 reti in 7 partite. Nella stagione seguente segnò fra l'altro due reti, una all'andata e una al ritorno, contro l'Inter. Nel 1929 lascia la compagine toscana, con cui totalizzò in totale 114 presenze e 39 reti, per trasferirsi alla Juventus. Juventus Fece il suo esordio con la Juventus contro la Pro Vercelli il 3 novembre 1929 in una vittoria per 6-1, mentre la sua ultima partita fu contro il Milan il 4 maggio 1930 in un pareggio per 1-1. Nella sua unica stagione bianconera totalizzò 6 presenze senza segnare. La squadra bianco nera chiude al terzo posto in Serie A con 45 punti. Fiorentina Nel 1930 passa alla Fiorentina, che militava nella Serie B 1930-1931. Con i viola gioca un solo incontro il 23 marzo 1931 nel successo per 1-0 contro il Palermo, che comunque gli varrà la vittoria della serie cadetta. Con la Fiorentina conquistò la vetta della classifica con 46 punti, giunse a pari merito con il Bari, proprio la squadra che tre anni prima aveva strappato il titolo cadetti ai gigliati. Con la squadra viola si guadagnò così la Serie A. Palmarès Campionato italiano di Serie B: 1 - Fiorentina: 1930-1931
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GIUSEPPE GOBETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Gobetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 06.05.1909 Luogo di morte: Avigliana (Torino) Data di morte: 13.03.1956 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1929 al 1931 Esordio: 06.07.1930 - Serie A - Juventus-Lazio 3-1 1 presenza - 1 rete Giuseppe Gobetti (Torino, 6 maggio 1909 – Avigliana, 13 marzo 1956) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Giuseppe Gobetti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1938 Carriera Squadre di club 1929-1931 Juventus 1 (1) 1931-1932 Juventus Trapani ? (?) 1932-1934 Cagliari 45 (2) 1937-1938 SNIA Viscosa Torino ? (?) 1939-1940 Tigullia ? (?) Biografia Nel 1940-1941 ha partecipato alle operazioni di guerra sul fronte albano-greco-jugoslavo, con i gradi di sergente maggiore nella funzione di addetto alle ambulanze di soccorso. Nel 1946, nel periodo del dopoguerra, ha lavorato nella Lancia Automobili di Torino come meccanico collaudatore. Ha fatto parte del reparto corse nella scuderia Lancia, nel periodo 1951-1954, partecipando alle seguenti gare automobilistiche di categorie gran turismo, sport e formula 1, in qualità di collaudatore e copilota: - Mille Miglia (1951-1952); - Giro delle Dolomiti, con funzione di copilota personale del corridore Felice Bonetto (1953); - Carrera Panamericana, con funzione di copilota personale del corridore Felice Bonetto (1953); - VII Stella Alpina, con funzione di copilota personale del corridore Salvatore Ammendola (1953); - XX Mille Miglia, con funzione di copilota personale del corridore Piero Taruffi (1953); Il 13 marzo del 1956, Giuseppe Gobetti muore in servizio nello scontro con un'autobotte ad Avigliana durante il collaudo di una Lancia Aurelia B20. Carriera Conta una presenza e una rete in Serie A nella Juventus, (partita Juventus-Lazio, il 19 giugno del 1930, con risultato 3-1) e 45 in Serie B con il Cagliari. Palmarès Club Competizioni regionali Seconda Divisione: 1 - Trapani: 1931-1932
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Renato Cesarini - Calciatore E Allenatore
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RENATO CESARINI Un giorno Edoardo Agnelli lo trova in un ristorante in orario di allenamento. Gli fa mandare una bottiglia di champagne dal cameriere per ricordargli chi è che comanda. Cesarini gliene fa arrivare cinque, con tanto di biglietto. «Domani vinciamo e segno». Andrà così.Il più matto, il più estroso giocatore che abbia vestito la maglia della Juventus, era venuto dall’Argentina senza incontrare quelle difficoltà che avevano ostacolato l’ingaggio del suo amicone Raimundo Orsi, perché era meno oriundo di lui: infatti, poteva essere considerato quasi italiano, essendo nativo di Senigallia. Soltanto dopo la sua nascita, i genitori avevano deciso di lasciare le Marche per trasferirsi in Sud America.L’estroverso Renato pareva costruito apposta, quasi fatto su misura per la disperazione del severissimo barone Mazzonis, che pure aveva caldeggiato la sua venuta in Italia, ma che era solito vigilare sulla buona condotta dei giocatori come un gendarme. Veniva diligentemente aiutato in quest’opera di vigilanza dall’allenatore Carcano, ancora più direttamente interessato di lui, com’era anche logico.Gli aneddoti sulle mattane di Cesarini si sprecano, nemmeno il tempo li ha cancellati o scoloriti. Perché il Cè (così lo chiamavano nella squadra in cui il solo Combi non tollerò deformazioni al proprio nome), adorava i locali notturni, l’eleganza, le carte da gioco, le donne di classe, lo champagne. Era assolutamente disinvolto con lo smoking come in tenuta di gioco. Pagava sovente per tutti, elargendo denaro in allegria e pagando senza scomporsi tutte le multe che Mazzonis e Carcano gli facevano piovere addosso. Era talmente simpatico che in più di un’occasione qualche dirigente (come l’avvocato Tapparone, suo grande ammiratore), finiva per pagare la multa.Alla Juventus la disciplina veniva osservata e fatta osservare secondo una prassi ben precisa. In generale Carlo Carcano non interveniva mai di persona, limitandosi, in caso di necessità, ad attizzare lo sdegno dei dirigenti o addirittura della presidenza, fornendo gli estremi dei misfatti compiuti e accertati. Queste notizie o queste prove, Carcano se le procurava attraverso una fitta rete di informatori reclutati tra i ragazzini che prezzolava alla somma di un paio di lire per prestazione. I piccoli stavano appostati per ore in vicinanza delle abitazioni dei calciatori, attentissimi a riferire ogni entrata o uscita fuori ordinanza. Era una bella lotta, perché Cesarini aveva saputo la faccenda dei ragazzini e riusciva sovente a neutralizzarne l’opera, offrendo più soldi di quanto non facesse Carcano!Una volta informato il barone Mazzonis delle marachelle del Cè, l’allenatore se ne lavava le mani ed entrava in funzione il vicepresidente con un primo avvertimento amichevole verso chi aveva mancato. Se tale avvertimento cadeva nel vuoto, Mazzonis spediva l’avviso ufficiale, gelidamente formulato sotto l’invito a presentarsi in sede in tal giorno, di solito alle ore diciotto, per comunicazioni «che La riguardano». Proprio con la elle maiuscola.Le multe per le infrazioni più gravi erano di mille lire. Cesarini le pagava senza battere ciglio, ma qualche volta riusciva a scendere a patti: «Se gioco da campione e segno almeno un goal nella prossima partita (e in genere sceglieva una gara difficile), la multa viene cancellata!» E quasi sempre Cesarini riusciva ad ottenere la cancellazione della punizione.Sul terreno di gioco, Cesarini sapeva essere protagonista. Innanzitutto non aveva paura di nessun avversario, perché era dotato di un fisico eccezionale: lo dimostrava anche in allenamento, durante la partita di metà settimana, dopo aver magari trascorso un paio di notti in bagordi. E poi Renato era in possesso di una tecnica personale e di un’intelligenza di gioco raramente riscontrabili. Aveva intuizioni tattiche tanto improvvise quanto felici; era, insomma, un campione completo. Era solito dire ai ragazzini: «Tu, ragasso, la pelota te la devi portare anche nel letto!».Esordisce in maglia azzurra nel 1931, ma la indossa solo undici volte, troppo ribelle per Pozzo, che gli preferisce gente più solida. Però arriva quel minuto lì, straordinario e unico. È inverno, a Torino, stadio Filadelfia, c’è pioggia e fango, è il 13 dicembre 1931, l’Italia gioca contro l’Ungheria. Gli azzurri chiudono il primo tempo in vantaggio, 1-0, goal di Libonatti. Avar fa l’uno pari, Orsi riporta l’Italia in vantaggio ma Avar segna di nuovo: 2-2 al novantesimo. Tutto o niente da rifare.Cesarini la racconterà così: «Mancavano pochi secondi alla fine, dirigeva lo svizzero signor Mercet. A un certo punto ebbi la palla. Avevo addosso il terzino Kocsis, un tipo che faceva paura. Non potendo avanzare passai alla mia ala, Costantino. Allora ebbi come un’ispirazione, mi buttai a corpo morto, tirai Costantino da una parte, caricandolo con la spalla, come fosse un avversario, e fintai, evitando Kocsis. Il portiere Ujvari mi guardava cercando di indovinare da quale parte avrei tirato. Accennai un passaggio all’ala dove stava arrivando Orsi, Ujvari si sbilanciò sulla sua destra, allora io tirai assai forte, sulla sinistra, il portiere si tuffò, toccò la palla, ma non riuscì a trattenerla. Vincemmo per 3-2. E non si fece nemmeno in tempo a rimettere il pallone al centro».Renato a venticinque anni entra nella storia, ma non se ne accorge subito. Dovrà passare una settimana. Eugenio Danese è il primo giornalista a parlare di Zona Cesarini, quando il 20 dicembre l’Ambrosiana batte 2-1 la Roma con un goal di Visentin all’ottantanovesimo. In Zona Cesarini, appunto. Così si dice da allora, così indica lo Zingarelli. Sono tanti i giocatori famosi, ma Renato Cesarini detto Cè, nato sulle colline di Senigallia nel 1906 e morto a Buenos Aires nel 1969 è l’unico calciatore diventato un modo di dire.PIERA CALLEGARI, DAL SUO LIBRO “LA JUVENTUS”Cesarini escogitava a getto continuo iniziative che parevano fatte apposta per togliere il sonno a Mazzonis. Giunse persino ad aprire un locale da ballo molto lussuoso in Piazza Castello, sopra il famoso Bar Combi, che apparteneva alla famiglia del portiere bianconero. Due orchestre vi si alternavano per buona parte della notte, offrendo al pubblico infinite serie di tanghi, la danza che a quei tempi furoreggiava. Facendosi interprete di tanto fervore per il ballo argentino, Cesarini vestiva gli orchestrali da gauchos.Naturalmente, dato che spesso viveva la notte sino in fondo, poteva succedere che il Cè in mattina fosse in ritardo agli allenamenti e lo vedessero arrivare quando già i compagni sgambavano in campo. Accadeva di scorgerlo che si buttava giù dal taxi con il cappotto di cammello a coprire il pigiama. Era generosissimo. Dava cinque lire di elemosina quando la gente elargiva venti o cinquanta centesimi, e nessuno che gli aveva chiesto denaro a prestito se ne andava a mani vuote. Poiché era felice di vivere, gli piaceva avere intorno gente felice, che è il segno della generosità più genuina.Un temperamento del genere, tanto estroverso, lo spingeva spesso a creare imbarazzi a se stesso e ai compagni di squadra e nelle occasioni più disparate. Una volta, capitati in visita a una piscina, dichiarò che si sarebbe buttato dal trampolino più alto, con vestito e cappotto, pur non sapendo nuotare. Non gli badarono, perché questo pareva troppo anche per uno come lui, che invece si buttò per davvero e dovettero intervenire in tre per tirarlo ai bordi della vasca mentre stava affogando!UN ANEDDOTO RACCONTATO DAL SUO COMPAGNO BERTOLINIIn Nazionale giocai con Renato Cesarini, il più imprevedibile degli uomini che ho conosciuto. Rammento un fatto, tutto particolare, che serve forse a illustrare il carattere di quel grande giocatore. Si doveva affrontare la Spagna a Bilbao, durante una tournée nella penisola iberica. Furoreggiava a quel tempo, nelle file spagnole, una mezzala di nome Cirri. Era una specie di Del Sol e Suárez messi insieme.Vittorio Pozzo, che era solito rifuggire dai ripieghi tattici e dagli accorgimenti difensivi, meditò la maniera di annullare la mente della squadra spagnola piazzandogli alle costole Cesarini con il compito di non perderlo mai di vista, di marcarlo a distanza ravvicinata. «Dove lui va, tu devi andare», disse il commissario tecnico a Renato.Cesarini rispettò le direttive, cancellando dalla gara il pur valido Cirri. Ma lo fece in un modo così deprimente per lo spagnolo che Cirri che, a un quarto d’ora dal termine, con i nervi a pezzi, lasciò volontariamente il terreno di gioco. E Cesarini gli andò appresso, fra lo stupore di tutti, seguendolo negli spogliatoi.Pozzo, annichilito, a fine gara tentò di rimproverare Cesarini con una certa durezza, ma ne venne disarmato da quel matto di Renato che replicò con angelico candore: «Quando una sentinella ha una consegna, deve rispettarla fino in fondo».ANGELO CAROLIUna figura uscita da una pagina de “Le Mille e una notte”. Aveva uno sguardo mobilissimo, non stava mai fermo e parlava, parlava, parlava. Era capace di un’ironia pungente, che non offendeva. Andava d’accordo con tutti. Con Sivori era legato da un vincolo fraterno. A volte se ne andavano a spasso per il prato a raccogliere il quadrifoglio. Era stato Sandro Zambelli, durante l’aureo quinquennio, a insegnare a Cesarini l’arte di quella ricerca botanica.Da giocatore il Cè era un funambolo capace di follie calcistiche e di atti generosi oltre l’immaginazione. Era un acrobata che sapeva colpire il pallone con la testa, lassù, ad un passo dal cielo. Come tecnico aveva intuizioni istintive e poco razionali. Preferiva lasciarsi accarezzare dal genio del solista pio che inseguire la logica di una strategia da applicare al collettivo. Con Parola costituì una coppia ben assortita. La prudenza subalpina si apparentava bene all’estro sudamericano. Renato aveva dolcezza pedagogica soprattutto nel curare i particolari. A me insegnò molte cose, come nessuno aveva fatto in precedenza. Gli volevamo tutti bene.«Dalle del tu alla palla – mi diceva – non maltrattarla, non vedi che è come una bambola meravigliosa?». E correva per il campo di Cuneo, con i gesti leggeri e coordinati di una ballerina, eseguiva i passi doppi con la posizione esatta del bacino: «È tutto questione di equilibrio», aggiungeva.Aveva cinquantaquattro anni e seguiva gli allenamenti scalzo e a torso nudo e con un paio di mutande bianche qualche numero più grandi della sua taglia. Era impossibile non volergli bene, e impossibile non volergliene ancora. Raccontava che un giorno, al termine di una partita movimentata della Nazionale all’estero, si vide circondato da un gruppo scalmanato di contestatori e da pochi tutori dell’ordine per difenderlo; strappo una sciabola, fodera compreso, a un poliziotto e comincio a rotearla nell’aria per farsi largo fra i tifosi e mettersi al sicuro. Un po’ di verità, tanta fantasia; ma noi, ad ascoltarlo, stavamo tutti assorti.Forse eravamo ingenui. Anche il calcio di quei tempi era ingenuo.Un giorno mi raccontò che negli anni 1930-35 si sedeva spesso in un caffè di Piazza San Carlo insieme con Orsi, altro artista ineguagliabile della colonia argentina, e scommettevano grosse somme sul colore del cavallo che sarebbe passato per primo davanti a loro. Bianco o nero? Questo il dilemma! Una volta bisticciarono perché il puledro era pezzato e non furono capaci di mettersi d’accordo. Romanticismi perduti e assurdi.ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 1967La prima volta che alla Juventus fu pronunciato il nome di Renato Cesarini fu un pomeriggio del novembre 1929. Il barone Mazzonis convocò nel suo ufficio l’ing. Gola e gli disse: «Domani mattina deve andare a Genova: arriverà dall’Argentina un giocatore che, con ogni probabilità, verrà tesserato per i nostri colori. La prima cosa che deve chiedere al giocatore è se egli è in possesso del Modulo-47, una specie di attestato relativo al servizio militare che comprova, a tutti gli effetti, che egli è di nazionalità italiana. Appena il nostro uomo sarà sbarcato, mi telefoni qualcosa in merito a questo Modulo-47. Siamo intesi?».Il giorno seguente, puntualmente, Renato Cesarini, vestito in modo piuttosto buffo (giacca e pantaloni molto stretti, camicia rosa carico, cravatta in technicolor e un piccolo cappello in testa) sbarcava a Genova. Aveva il Modulo-47 ed era italiano senza riserve, essendo nato a Senigallia. Il suo ambientamento in seno ai nuovi compagni di squadra fu immediato e totale: prima delle innegabili, ma non ancora conosciute, doti del giocatore, vennero alla ribalta le qualità dell’uomo: schietto, gioviale, arguto, generoso oltre ogni immaginazione. In pochi giorni divenne l’amico di tutti e il beniamino dell’allenatore juventino, lo scozzese mister Aitken, l’uomo che per primo aveva portato in Italia gli elementi tecnici del Sistema e che tentava di insegnarlo ai bianconeri.Nel giro di un paio di settimane la Juventus divenne per Cesarini una delle ragioni di vita e in breve lasso di tempo fu atleticamente pronto per esordire in maglia bianconera e disputò la prima partita a Napoli, giocando nel ruolo di interno sinistro, al posto di Cevenini, accanto al suo inseparabile amico Raimundo Orsi. Non fu un esordio proprio esaltante, ma in qualche azione offensiva si vide che il giocatore era qualcuno e ci sapeva fare. Molto meglio andò l’incontro successivo, giocato a Torino contro il Livorno. L’indimenticabile Renato Casalbore, pur così misurato nei suoi giudizi, dedicò tutta la prima parte del suo resoconto a descrivere le grandi qualità tecniche e atletiche del nuovo giocatore juventino.Il 19 marzo 1930 la Juventus doveva recuperare un incontro con l’Ambrosiana; la gara era stata rinviata qualche settimana prima a causa dell’impraticabilità del campo, in seguito ad una copiosa nevicata. La società milanese, a norma di regolamento, chiese e ottenne dalla Federazione che Cesarini non potesse essere utilizzato, poiché la domenica in cui la partita fu rinviata il giocatore non era stato ancora ufficialmente tesserato. E al buon Renato non rimase altra scelta che starsene in tribuna. La Juve perse per 2-1 la gara e da quel giorno Cesarini giurò che l’Ambrosiana non sarebbe più riuscita a battere la Juventus.Qualche stagione più tardi, successe che la squadra milanese si trovasse di un paio di punti in classifica davanti agli eterni rivali bianconeri. Cesarini e Orsi scommisero con gli altri compagni juventini che nel giro di tre settimane la Juventus avrebbe sopravanzato l’Ambrosiana e che, in quell’occasione, i due inseparabili amici si sarebbero fatti rapare a zero i capelli. Dopo tre settimane, un martedì verso mezzogiorno, Cesarini e Orsi si presentarono da un parrucchiere di Piazza Carlo Felice per mantenere fede all’impegno preso. Toccò a Renato sedere per primo sulla poltrona del barbiere, mentre Orsi attendeva il proprio turno. Quando Cesarini, rapato di tutto punto, si levò in piedi, Orsi rifiutò decisamente il taglio delle chiome, lasciando a Renato il buffo privilegio di una testa del tutto simile a una palla da biliardo.Si era d’estate e il termometro compiva frenetiche danze sui trentacinque gradi all’ombra. Il povero Cesarini, con il cranio lucido e non più riparato dalla folta zazzera bionda, avvertiva più degli altri l’offensiva della canicola: sta di fatto che durante la successiva gara di campionato, disputata sul campo del Brescia, rimase vittima di un leggero collasso dovuto a un classico colpo di calore.Nella vita privata l’estroso giocatore non era sempre un modello di ordine e di serietà. Era un giocatore di carte fenomenale e un appassionato ballerino: due attività che lo portavano spesso a passare le notti senza il necessario riposo. Andava a letto all’alba e poi non riusciva quasi mai a svegliarsi in tempo per presentarsi puntuale all’allenamento. Più di una volta arrivò al campo a bordo di un taxi: sotto all’impermeabile non aveva che il pigiama. Si era alzato da letto cinque minuti prima, e non aveva avuto tempo di vestirsi. Ma quando iniziava l’allenamento, si impegnava al massimo, senza mai dimostrare stanchezza di sorta.Nel 1935 volle partecipare, sebbene infermo, a una partita dei quarti di finale della Coppa Europa; si doveva andare a Budapest per affrontare l’Hungaria e al venerdì il medico praticò a Cesarini un’iniezione che lo fece dormire per due giorni; durante i quali, quasi, non toccò cibo. Si svegliò la domenica mattina verso le undici; mangiò un boccone e nel pomeriggio fu l’artefice della vittoria della Juventus sulla fortissima formazione magiara.Cesarini in vena era uno spettacolo a sé stante. Tra l’uomo e la palla si intesseva un dialogo polemico, dove l’uomo cercava di imporre alla palla la sua ragione: e il più delle volte vi riusciva, a mezzo di una serie entusiasmante di finte e serpentine. La sua azione sul verde rettangolo di gioco rifletteva quasi sempre gli aspetti del carattere: arguto, vivace, bizzarro, polemico, con certe esuberanze talora deplorevoli ma che, comunque, non appartenevano mai alla categoria delle cattiverie vere e proprie, bensì a quella delle impertinenze.La partita, per Cesarini, era una specie di film parlato; la battuta era per lui il naturale segno d’interpunzione e di coordinamento di una vita sportiva colorata e fantasiosa. Per la felicità di una battuta, Renato sarebbe stato capace di umiliare in un passaggio di palla l’azione che poteva portarlo direttamente e personalmente alla marcatura del goal. I suoi motti venivano citati, raccolti e diffusi come gli epigrammi di Shaw. Se non fosse stato un grande campione, sarebbe sceso all’ambiguo diminutivo di una macchietta.In una squadra che allineava un’ineguagliabile serie di campioni, Cesarini poteva essere citato come l’elemento più spiccato della compagine: intelligente ed estroso, creatore e divulgatore, irsuto e spigoloso, il motto e la sentenza erano sempre pronti sulle labbra, giudice caustico di tutto e di tutti, un compagno prezioso ma difficile per il suo comportamento insofferente alla disciplina. Durante la sua carriera di calciatore bianconero il biondo Renato fu protagonista di mille episodi, artefice di tante vittorie.Cesarini, al termine del famoso quinquennio, se ne tornò in Argentina con Orsi; ma undici anni dopo, nostalgico e innamorato della Juve, Renato tornò nelle vesti di allenatore. Non aveva gli uomini adatti per ricucire sulle maglie bianconere quello scudetto che egli aveva conquistato per cinque stagioni consecutive. Ma non era uomo da arrendersi facilmente quando si prefiggeva un traguardo di prestigio. E dopo un periodo di assenza, riprese il timone della squadra bianconera all’inizio del campionato 1959-60. Quella volta il presidente Umberto Agnelli gli mise a disposizione una formidabile raccolta di assi e i risultati non mancarono: undicesimo scudetto e Coppa Italia (terzo successo in questa competizione).Ora, ci dicono, ha abbandonato il mondo del calcio. Renato ha sessantuno anni, ma noi saremmo pronti a scommettere che un giorno potrebbe annunciare il suo arrivo a Torino: per ritrovarsi tra i vecchi amici, per parlare un po’ di football e per dirci che laggiù, a Buenos Aires, c’è un ragazzino che: «la pelota se la porta anche a letto e che si tratta di un campionino da acquistare a occhi chiusi».VLADIMIRO CAMINITIParlava con una voce arrochita e addolcita dalle stravaganze. Era tutto meno quello che avrebbe voluto essere. Aveva un cuore grande come una chiesa ma era crudele come un serpente. Sapeva piangere e ridere. Era angelo e diavolo, un clown del pallone, un ciuffo di capelli e un collo, occhi smagati sul precipizio. Era matto davvero e pure savio specialmente bevuto. La sua casa era di tutti e strimpellava dolcemente alla chitarra. Inventò un sacco di cose già inventate, meno una proprio tutta sua: il goal all’ultimissimo. Giocava quando ne aveva voglia e quando non ne poteva più dormiva. Perché dormire se c’è tanto da prendere? E prendeva prendeva. La primavera del 1969 gli fu fatale…Cesarini aveva abitato a lungo nella Juventus, ci era stato benissimo, ma la giovinezza passa. Era tornato l’ultima volta come allenatore dieci anni prima di morire. Lo ricordo al Campo Combi, imbottito di whisky ben assaporato e di rughe, la sua voce arrochita e addolcita dettava sentenze. Capì tutto di calcio capendo soprattutto di uomini. E la sua Juve dava spettacolo, come espressione del gioco del calcio. Ebbe un grande allievo: Ornar Sivori.Orsi aveva detto a Mazzonis: «Tiengo amigo muy bravo, mio amigo Cè…». Era l’estate 1930. Finalmente Orsi poteva giocare in bianconero. Era attesissimo quel rametto nasuto. Era giusto e doveroso accontentarlo. Così a Genova, dove era sbarcato Orsi, scese l’amico. Si fece largo con tre ragazze, con pacchi e roba strana tra le braccia, compresa una chitarra. La Juventus gli offriva quarantamila lire d’ingaggio e quattromila lire al mese. Era la ricchezza in terra. Combi, Rosetta, Caligaris, Barale, Varglien I, Rier, Munerati, Cesarini, Vecchina, Ferrari, Orsi. 28 settembre 1930, si comincia bene: 4-1 alla Pro Patria. E si continua meglio. C’è qualche burrasca. A Roma, in primavera, i prodi beccano 5-0. Lo stadio di Testaccio è una pernacchia unica. Bernardini se la prende comoda e palleggia sontuoso nello strazio degli ospiti arrivati dalla freddissima scomoda Torino. Non gli piacerà mai a Fuffo, Torino. Lui così smagato e pure educato alle licenze, questa città troppo fredda, sottile, troppo interiore.«Sivori ha avuto più stile di Cesarini, come giocoliere gli è stato superiore ma Cesarini era duro, formidabile nel gioco di testa, se c’era da picchiare era sempre il primo… Poi difendeva tutti i compagni… Era peggio di una carica di dinamite…». Vittorio Pozzo concepiva la vita come un marciare verso le immacolate vette, naturalmente alpine, del coraggio e dell’onestà. I suoi campioni arrossivano per una scappatella. Perfino Cesarini limitava i suoi estri per essere degno della Nazionale. Dovette aspettare prima di essere convocato. Sallustro, Baloncieri, Magnozzi, perfino Mihalic lo chiudevano.«Porci fascisti era il ritornello quando si giocava all’estero. Praga ad esempio per la Coppa Europa. Che spavento – ricorda Bertolini – hanno ammazzato Cesarini gridarono d’improvviso. Eravamo riusciti, difendendoci a pedate e pugni dalla folla, a rientrare nello spogliatoio. E Cesarini? Mancava solo lui. Avevamo perso 2-1, non vincevamo mica tanto all’estero. Lo Slavia ce le aveva suonate. Il campo era senza steccato, ci sputavano addosso da un metro. Il massaggiatore dello Slavia ebbe a ridire con Rosetta, gli scagliò qualcosa addosso. Come un lampo intervenne Cesarini e con un cazzotto regolò il massaggiatore. Fu una bolgia, pugilato generale. La folla è straripata in campo, ho preso un pugno e uno ne ho dato. Poi la Polizia a cavallo con le sciabolate che fendevano l’aria. Un ufficiale afferrò Cesarini per il collo, Cesarini mollò un cazzotto anche a lui spaccandogli un sopracciglio. Lo volevano sbranare in dieci, in cento. Lui indietreggiò, strappò la bandierina del corner e roteandola ottenne un varco cercando di filarsela nello spogliatoio. Ma non era riuscito a entrarci come noi. Che ne è stato di Cè, pensavamo. Ci spogliavamo mestamente. E d’improvviso il boato, è lui, Cè, che sta arrivando roteandola bandierina del corner, quando entra spingendosi la porta con le spalle, ci viene voglia di ammazzarlo noi questo rompiscatole, ma non ne abbiamo il tempo, la porta si riapre con violenza ed entra un manipolo di poliziotti infuriatissimi preceduti da quello col sopracciglio spaccato da Cè. Che si può fare? Minimo il nostro amico deve chiedere scusa in ginocchio. Cè si rifiuta, dice che se non se ne va gli spacca l’altro occhio. Ma era una cosa seria e lo convincemmo a chiedere scusa quel matto!».«Lo conobbi a un allenamento degli azzurri – rievoca Ferrari – e lo notai, perché faceva un salto mortale dietro l’altro. Era coraggiosissimo. Capace di buttarsi in piscina dal trampolino più alto senza saper nuotare… ».O i clown, che personaggi meravigliosi. Cesarini il clown. Parlò al cuore di tutti. In campo giocava da clown, faceva ridere e piangere. Chaplin ha fatto ridere e piangere nel cinema come lui nel calcio. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/renato-cesarini.html -
Renato Cesarini - Calciatore E Allenatore
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RENATO CESARINI https://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Cesarini Nazione: Argentina Italia Luogo di nascita: Senigallia (Ancona) Data di nascita: 11.04.1906 Luogo di morte: Buenos Aires Data di morte: 24.03.1969 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: Cé - Tano Alla Juventus dal 1929 al 1935 Esordio: 23.02.1930 - Serie A - Napoli-Juventus 2-2 Ultima partita: 28.07.1935 - Coppa Europa Centrale - Sparta Praga-Juventus 3-1 147 presenze - 53 reti 5 scudetti Allenatore della Juventus dal 1946 al 1948 e Direttore tecnico 1959-1960 1 scudetto 2 coppe Italia Renato Cesarini (Senigallia, 11 aprile 1906 – Buenos Aires, 24 marzo 1969) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano con cittadinanza argentina, di ruolo centrocampista o attaccante. Renato Cesarini Cesarini nel 1936 al Chacarita Juniors Nazionalità Italia Argentina Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1937 - giocatore 1968 - allenatore Carriera Giovanili 1921 Borgata Palermo 192? Alvear Squadre di club 1924-1928 Chacarita Juniors 82 (50) 1926 Ferro Carril Oeste[2] 1 (0) 1928 Alvear ? (?) 1929 Ferrocarril Midland ? (?) 1929 Chacarita Juniors 11 (7) 1929-1935 Juventus 147 (53) 1935-1936 Chacarita Juniors 8 (3) 1936-1937 River Plate 23 (7) Nazionale 1926 Argentina 2 (1) 1931-1934 Italia 11 (3) Carriera da allenatore 1939-1944 River Plate 1946-1948 Juventus 1949 Banfield 1950 Boca Juniors 1950-1958 River Plate Giovanili 1958-1959 Pordenone 1959-1960 Juventus D.T. 1961 Napoli D.T. 1962-1964 Pumas UNAM D.T. 1967-1968 Argentina Biografia Nato nella frazione senigalliese di Castellaro, dopo pochi mesi di vita emigra con la famiglia a Buenos Aires, città dove arriva nel 1908 e dove, più che al calcio, il giovane Cesarini pensava al divertimento e allo svago. È morto in Argentina nel 1969, all'età di sessantadue anni, a seguito di un'embolia dopo aver subito un'operazione chirurgica al cervello. Alla sua memoria è dedicato dal 2016 un omonimo premio riservato al calciatore autore del gol più tardivo nel precedente campionato di Serie A. Carriera Giocatore Cesarini alla Juventus nei primi anni 1930 Dopo alcune esperienze con squadre argentine, nel 1929 venne acquistato dalla Juventus con cui esordì in Serie A, il 23 marzo 1930, sul campo del Napoli (2-2): nel corso della stagione 1929-1930 scese in campo 16 volte, segnando 10 reti. Nella stagione 1930-1931 vinse il suo primo scudetto, contribuendo con 9 reti alla causa della Signora. Con i bianconeri vinse altri quattro scudetti (1931-1932, 1932-1933, 1933-1934 e 1934-1935) giocando sempre da titolare (fermandosi solo per un periodo alla fine del 1932, per un infortunio), e divenendo uno dei pilastri della cosiddetta Juve del Quinquennio che egemonizzò il calcio italiano nella prima metà degli anni 1930. In questo periodo disputò alcune partite con la nazionale italiana. Il 13 dicembre 1931 segnò una rete all'ultimo minuto di gioco dell'incontro di Coppa Internazionale Italia-Ungheria: già in campionato aveva realizzato un gol allo scadere, sicché i cronisti iniziarono a parlare di zona Cesarini per indicare le marcature arrivate nei minuti finali di una gara, se non oltre; la locuzione entrò da allora nell'immaginario collettivo italiano per gli anni a venire, a indicare in generale un avvenimento accaduto, o a cui si è posto rimedio, a pochi secondi dallo scadere del tempo massimo. «Cesarini, quello della zona Cesarini, proprio lui: quando dai il tuo nome a un pezzetto di Tempo — il quale è solo di Dio, dice la Bibbia — qualcosa nella vita lo hai fatto.» (Alessandro Baricco, 2015) Nell'estate 1935 tornò a giocare in Argentina, prima con il Chacarita Juniors e successivamente con il River Plate; con Peucelle, Bernabè Ferreyra, Moreno e Pedernera costituì un temibile gruppo offensivo. La sua permanenza in Sudamerica gli tolse la possibilità di essere convocato nella nazionale italiana, dove al momento del suo addìo al calcio giocato poteva vantare 11 presenze e 3 reti. Allenatore Nel 1939 si ritirò dal calcio giocato e diventò allenatore in Argentina, guadagnandosi immediata stima allenando la cosiddetta Máquina del River Plate. Tornato in Italia, divenne una prima volta allenatore della Juventus, che guidò dal 1946 al 1948, e che portò più volte al secondo posto in campionato negli anni del Grande Torino. In seguito, nella stagione 1956-1957 guidò le giovanili del River Plate dove fu pigmalione di Omar Sívori, attaccante argentino che volle con sé per il ritorno alla Juventus, nel 1959, stavolta come direttore tecnico a fianco del trainer Carlo Parola. Nella sua seconda e ultima esperienza in bianconero, conclusasi sul finire del 1960, l'italo-argentino conseguì nell'annata 1959-1960 il double composto da scudetto e Coppa Italia, il primo nella storia del club piemontese. Dal 1962 al 1964 è il direttore tecnico dei messicani del Pumas UNAM, ove si avvalse della collaborazione di Ángel Papadópulos. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 5 - Juventus: 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Individuale Capocannoniere della Coppa dell'Europa Centrale: 1 - 1932 (5 gol) Introdotto al Salón de la Fama del Fútbol - 2013 Allenatore Club Campionato argentino: 2 - River Plate: 1941, 1942 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1959-1960 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960 -
GIOVANNI VARGLIEN Anni Trenta: c’era una volta la Juventus e l’altra Italia, una 520 Torpedo può essere acquistata con 10.000 lire, le prime immagini sonore arrivano nei cinematografi, una copia di un quotidiano costa venticinque centesimi, un pasto al ristorante cinque lire. Mumo Orsi sale sul tram in corsa, ha un morbido Borsalino in testa, le scarpe lucide di vernice, il cappotto di panno blu. L’Italia freme per Mussolini e il ciclismo. Peppin Meazza sta riempiendo stadi, cuori e reti, l’Ambrosiana deve accettare il comando della Signora di Edoardo Agnelli e del barone Mazzonis.L’avventura comincia il 28 settembre dal 1930 alle quindici e trenta campo di Via Marsiglia, Juventus-Pro Patria con la prima partita di campionato.«Noi non andavamo in ritiro, sapevamo controllarci. Anche alla domenica ognuno di noi poteva pranzare a casa e raggiungere lo stadio. Eravamo organizzati, la Juventus era l’unico club che disponeva di un magazziniere con tre valigie piene di indumenti e di scarpe da gioco, nessuno di noi doveva fare il facchino nelle trasferte. Vincemmo otto partite consecutive senza accorgercene, i giornali di Torino scrivevano che stavamo confermando le attese, quelli di Milano ci snobbavano. Io ero giovane, presi il posto di Barale sul finire di stagione, per non mollarlo più. Quella Juventus era una famiglia, un gruppo compatto. Se non c’è spirito di corpo uno squadrone si trasforma presto in una squadretta. Eravamo amici, ci vedevamo spesso fuori dal campo».Giovanni Nini Varglien nasce a Fiume, il 16 maggio 1911. Giocatore dal fisico imponente, raggiunge i 183 centimetri (un vero colosso, per la sua epoca) e sa disimpegnarsi ottimamente sia in difesa che a centrocampo. Cresce nella squadra della sua città natale, la Fiumana, con la quale esordisce, il 6 gennaio 1929 contro il Napoli, nella Divisione Nazionale, nonostante non fosse ancora diciottenne. Nell’estate dello stesso anno passa alla Juventus.«Mumo Orsi è stato il più grande, poteva fare tutto e tutto faceva, come Platini. Combi fu un portento, Rosetta era fortissimo ma pelandrone, Caligaris lanciò la moda della fascia alla testa, per ripararsi dalle cuciture del pallone. Lo imitò immediatamente Bertolini. Barale era, come Rier, un modesto giocatore, Mosca ed io to¬gliemmo loro il posto in fretta. Cesarini incantava in una partita e faceva dannare in un’altra, non era tipo da campionato ma da gara. Vecchina era già anziano, Gioanin Ferrari era il maestro d’orchestra, bravo in difesa e a centrocampo, ma non segnava molti goal, Mumo lo ricordo in una partita a Brescia, quaranta gradi all’ombra, un milite svenne per la canicola, noi eravamo cotti. Mumo sembrava una rondine, volava nell’aria. Io? Bravo, più di mio fratello. Ho fatto di tutto, terzino, mediano, mezzo destro e interno sinistro. Edoardo Agnelli era il presidente e il barone Mazzonis l’uomo che decideva ogni affare. C’era una commissione tecnica che faceva la cernita dei migliori giocatori del campionato, poi i dirigenti e l’allenatore sceglievano i nomi. La spesa veniva ripartita in sedicesimi tra gli Agnelli, le famiglie Mazzonis, Levi, Tapparone e altri ancora. Costruirono una Juventus fortissima in difesa, che è stata poi la caratteristica di sempre, l’ambiente societario garantiva a noi tutti sicurezza anche finanziaria. Per lo scudetto prendemmo un premio di 5.000 lire, ne furono esentati Combi, Rosetta e Caligaris che avevano firmato un contratto particolare, 60.000 lire a testa all’anno, compresi gli eventuali premi».Rimane a Torino anche durante la seconda Guerra Mondiale, giocando il campionato bellico del 1944; lascia la Juventus nel 1947, dopo aver vestito per ben 389 partite la maglia bianconera e realizzati quarantatré reti. Nel suo palmares, figurano anche i cinque scudetti consecutivi e le due Coppa Italia del 1938 e del 1942.«È importante quello che succede nello spogliatoio, undici assi che non si parlano o che litigano formano una squadretta. In questo sì, la Juventus è sempre forte, è il suo stile».VLADIMIRO CAMINITIEnergico, spigoloso, sfrontato nel tackle, fortissimo di testa, belluino nella pugna audace e non sempre verace, amò riamato una graziosa atleta senza responsabilizzarsi. Dissipò, preferì vivere solitario spremendo inutili piaceri. Giocatore forte e duttile, anticipò i tempi di terzino mediano mezzala in egual modo formidabile.FRANCO BADOLATO, “LA STAMPA” DEL 17 OTTOBRE 1990Solo Boniperti ha indossato la maglia della Juventus per più partite di Varglien II, scomparso l’altra sera a Trieste. Già questo dato spiega che cosa ha rappresentato nella storia di questo glorioso club quel Nini che vinse con la divisa bianconera gli scudetti del quinquennio.Era giunto a Torino appena diciottenne dalla Fiumana, squadra della città dov’era nato il 16 maggio 1911. Avrebbe lasciato la Juventus solo nel 1947, a trentasei anni compiuti, per un’ultima stagione a Palermo prima di intraprendere l’attività di allenatore con Sestrese, Atalanta, Novara e Vicenza. È proprio Varglien II, che pure non fu mai titolare inamovibile, chiuso prima dal fratello Mario Varglien I, poi da Depetrini e Rava, il giocatore che ha idealmente collegato la Juventus di Combi Rosetta Caligaris a quella di Boniperti Hansen Præst, la Juve irresistibile degli anni Trenta a quella che avrebbe dominato agli inizi degli anni Cinquanta. Perciò dal ceppo bianconero, dai tifosi di un tempo era ricordato con molto affetto.Scapolo, aveva vissuto gli anni della vecchiaia dividendosi tra l’alloggio della centrale Via Po a Torino e un appartamento a Sanremo. All’inizio di giugno era stato colto da un ictus che l’aveva lasciato semiparalizzato. Dal Mauriziano di Torino era stato trasportato a Trieste nell’ospedale, dove lavora come medico il figlio della sorella. Il peggio sembrava passato, così ricordano gli ex compagni Rava e Depetrini che erano andati a trovarlo un paio di volte. L’altra sera l’arresto cardiaco.Strano destino quello di Varglien II, chiuso nella Juve da Depetrini, in Nazionale da Rava, i suoi più cari amici. «Quando venni a Torino, nel 1933 – ricorda Depetrini, settantasette anni – in mediana giocava ancora titolare il fratello, con Monti e Bertolini. Ma anche quando Varglien I smise, per Nini non cambiò molto. Oramai era diventato buono per tutte le occasioni. Un grande giocatore, s’intende, che in campo non tirava mai indietro le gambe. L’ho visto prendere il posto ora di Caligaris e Rosetta, ora di Cesarini e Giovanni Ferrari. Sì, si può dire che è stato un Furino di quegli anni, l’amico Bosco rammenta che una volta giocò perfino all’ala».Piero Rava è del 1916. Nel 1929, quando Varglien II cominciava la sua lunga stagione in bianconero, lui entrava a far parte delle squadre giovanili bianconere. Divennero amici. «Tra Giovanni e il fratello Mario c’erano forti differenze – sostiene Rava – anche strutturali. Nini era più eclettico mentre Mario ha sempre ricoperto il ruolo di mediano destro. Invece Giovanni cominciò da mezzala per trasformarsi in mediano e finire da terzino».Anche Ugo Locatelli, stessa classe di Rava, ha giocato con Varglien II: «Lui mediano sinistro ed io terzino sinistro. Molto forte fisicamente e tecnicamente discreto – spiega Locatelli – era anche veloce e abile nel gioco di testa. Un galantuomo. Sfortunato anche, chiuso in Nazionale da Rava. Innamorato della Juve, giocava sempre per vincere, non si fermava mai, correndo grossi rischi perché dai contrasti usciva sempre più malconcio dell’avversario. Ma con la forza della volontà si rialzava e vinceva, per la Juve, la sua unica squadra…». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/giovanni-varglien-ii.html
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GIOVANNI VARGLIEN https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Varglien Nazione: Italia Luogo di nascita: Fiume (ora Croazia) Data di nascita: 16.05.1911 Luogo di morte: Trieste Data di morte: 16.10.1990 Ruolo: Centrocampo Altezza: 183 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Niní Alla Juventus dal 1929 al 1947 Esordio: 29.05.1930 - Serie A - Juventus-Triestina 0-1 Ultima partita: 06.07.1947 - Serie A - Juventus-Lazio 3-3 411 presenze - 43 reti 5 scudetti 2 coppe Italia Giovanni Varglien – detto Nini o Varglien II – (Fiume, 16 maggio 1911 – Trieste, 16 ottobre 1990) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. Giovanni Varglien Varglien II alla Juventus nel 1937 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1948 - giocatore 1966 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Fiumana Squadre di club 1928-1929 Fiumana 10 (0) 1929-1947 Juventus 411 (43) 1932-1933 Juventus B ? (?) 1947-1948 Palermo 31 (2) Nazionale 1936-1939 Italia 3 (0) Carriera da allenatore 1948-1949 Palermo 1949-1951 Atalanta 1951-1953 Novara 1953 Palermo 1955-1956 Vefaspor 1956 Turchia 1956-1958 Lanerossi Vicenza 1958-1959 Salernitana 1959-1960 Pordenone 1960-1961 Salernitana 1961-1962 Casale 1962-1963 Biellese 1963-1964 Pordenone 1964-1966 Jesi Carriera Giocatore Ha giocato in vari ruoli, soprattutto però come mediano, vestendo la maglia della Juventus insieme al fratello maggiore Mario dal 1929 al 1947. Giocatore dal fisico imponente, raggiungeva i 183 centimetri (molto alto per la sua epoca) e sapeva giostrarsi sia in difesa sia a centrocampo. Mosse i primi passi nella squadra della sua città, la Fiumana, che giocava al tempo nei campionati nazionali italiani. In Divisione Nazionale esordì il 6 gennaio 1929 contro il Napoli, non ancora diciottenne, collezionando 10 presenze a fine campionato. Varglien II (secondo da sinistra) con alcuni compagni bianconeri durante i primi anni 1940 Passato alla Juventus, giocò la sua prima partita in Serie A nel primo campionato italiano a girone unico, quello della stagione 1929-1930, affermandosi poi negli anni a venire come titolare nella squadra bianconera capace di vincere cinque scudetti consecutivi nella prima metà degli anni 1930. Giocò la prima delle sue tre partite in nazionale il 15 novembre 1936 contro la Germania; non riuscì tuttavia ad affermarsi in maglia azzurra a differenza di quella bianconera, con cui vinse inoltre due Coppa Italia, le prime nella storia del club, nel 1938 e nel 1942. Rimase a Torino anche durante la seconda guerra mondiale, giocando nel campionato bellico del 1944 e vestendo per ulteriori due stagioni la casacca bianconera alla ripresa dei normali campionati. Lasciò la Juventus nel 1947 dopo 381 gare e 35 reti di campionato. Come presenze in campionato fra i giocatori bianconeri è secondo solo a Giampiero Boniperti nella speciale classifica; ad esse si aggiungono 19 partite in Coppa Italia e 12 nella Coppa dell'Europa Centrale, per un totale di 412 incontri ufficiali. Giocò la sua ultima stagione nel Palermo, in Serie B, contribuendo alla sua promozione e chiudendo la carriera da giocatore nel 1948. Allenatore Ritiratosi, iniziò subito ad allenare il Palermo neopromosso in Serie A, riuscendo a raggiungere l'undicesimo posto. Passato all'Atalanta, dopo l'ottavo posto del 1950, fu esonerato alla diciassettesima giornata del campionato 1950-1951. Raggiunse ancora un ottavo posto con il Novara e allenò poi ancora a Palermo, senza tuttavia molta fortuna. Dopo un anno di pausa si trasferì in Turchia, dove allenò nella stagione 1955-1956 la squadra del Vefaspor, passando l'anno successivo alla guida della nazionale turca; tornò in Italia in primavera per subentrare alla guida del Lanerossi Vicenza, che portò alla salvezza, salvo poi essere esonerato l'anno successivo. Fu questa la sua ultima esperienza in massima divisione. Guidò in seguito squadre di Serie C come Salernitana, Pordenone, Casale e Biellese. Smise di allenare nel 1965, dopo aver vinto il campionato di Serie D con lo Jesi. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 5 - Juventus: 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1937-1938, 1941-1942 Campionato italiano di Serie B: 1 - Palermo: 1947-1948 (girone C) Allenatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie D: 1 - Jesi: 1964-1965 (girone C)
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FERRUCCIO DIENA https://it.wikipedia.org/wiki/Ferruccio_Diena Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 26.08.1912 Luogo di morte: Torino Data di morte: 16.01.1996 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1929 al 1930 Esordio: 06.07.1930 - Serie A - Juventus-Lazio 3-1 1 presenza - 0 reti Ferruccio Diena (Torino, 26 agosto 1912 – 16 gennaio 1996) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Era noto come Diena I per distinguerlo dal fratello minore Armando o Diena II. Ferruccio Diena Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1929-1930 Juventus 1 (0) Carriera Meno dotato tecnicamente del fratello, rivestiva il ruolo di mezzala. Fu un giocatore della Juventus per una sola stagione nel primo campionato a girone unico italiano, in cui giocò una sola volta. L'unica partita tra i bianconeri fu contro la Lazio in una vittoria per 3-1, il 6 luglio 1930. Di professione perito agrario, venne espulso dal Partito Nazionale Fascista il 2 dicembre 1938 in quanto di famiglia ebraica .
