Premetto che non è farina del mio sacco... ma rispecchia in toto ciò che penso.
Caro Elkann, c’è una domanda che aleggia su Torino più fitta della nebbia d’autunno: perché non vendi la Juve?
Non è una provocazione. È un sospiro collettivo. È il rumore di fondo di uno stadio che non sa più se deve fischiare l’arbitro, l’allenatore o direttamente il consiglio d’amministrazione.
Perché vedi, il problema non è perdere. La Juventus ha perso altre volte nella sua storia. Il problema è non sembrare più la Juventus nemmeno quando vince. E questa, più che una crisi sportiva, è una crisi d’identità. Una specie di spa emotiva dove il club entra “per ristrutturarsi” e ne esce con un logo moderno, una comunicazione patinata… e un’anima in meno.
Tu non sei un presidente. Non sei un dirigente. Non sei nemmeno un tifoso. Sei, nel migliore dei casi, un azionista silenzioso con delega al distacco emotivo. E va benissimo: il capitalismo funziona così. Ma allora perché continuare a tenere la Juve come un vecchio soprammobile di famiglia? Bello, storico, ma fuori contesto nel salotto di chi oggi vive solo di numeri, dividendi e storytelling.
Perché tenerla? Per prestigio? Per tradizione? Per affetto?
No, per favore. Nessuno ci crede più.
La Juve oggi sembra gestita come una start-up che però deve fingere di essere ancora un impero. Un club che parla il linguaggio della modernità ma prende decisioni con l’inerzia del passato. Un progetto che ogni estate riparte da zero, ma sempre con la stessa identica confusione.
La verità è che non la guidi. La sopporti.
La Juve, sotto la tua proprietà, è diventata una società che ha paura di scegliere. Paura di rompere davvero. Paura di rischiare sul serio. Paura di dichiarare una direzione chiara. Così si resta a metà: né grandi investimenti, né vera austerità. Né progetto sportivo, né semplice gestione prudente. Un limbo perfetto… per non disturbare i conti.
E mentre fuori l’Europa corre, si struttura, si specializza, si evolve, qui si continua a confondere la parola “sostenibilità” con “ridimensionamento silenzioso”. Che è una cosa diversa. Molto diversa.
Sostenibile è un club che sa cosa vuole diventare.
Ridimensionato è un club che non osa più esserlo.
E no, non è colpa solo dell’allenatore di turno. Non è colpa del mercato sbagliato. Non è colpa della sfortuna. È colpa di una filosofia aziendale applicata a un organismo emotivo come se fosse una fabbrica di componenti.
Il calcio non è una holding. Il tifo non è una call trimestrale.
La storia non è una voce di bilancio.
Tu, invece, la Juve la tratti come una riga dentro un portafoglio industriale. Una partecipazione strategica. Una leva reputazionale. Un brand da proteggere, non una squadra da far esplodere di ambizione.
Ed è qui che nasce la domanda: perché non vendi?
Non per rabbia. Per logica.
Vendere non sarebbe una sconfitta. Sarebbe un atto di onestà. Vorrebbe dire ammettere che questo club, così com’è, non è più coerente con il tuo modo di stare nel mondo. Tu sei il manager del sistema. La Juve ha bisogno di un proprietario. Uno che si sporchi. Uno che sbagli rumorosamente. Uno che dica: “questa è la mia idea di calcio”, e se ne prenda la responsabilità.
Invece qui abbiamo una proprietà che delega tutto, ma pretende stabilità emotiva da una tifoseria che vive di passione irrazionale. Una proprietà che scompare quando c’è da spiegare, e riappare solo quando c’è da rassicurare i mercati.
Il risultato? Una squadra senza rabbia.
Una dirigenza senza visione riconoscibile.
Una tifoseria stanca di sentirsi dire che “serve tempo”.
Tempo per cosa, esattamente? Per tornare competitivi? O per rendere indolore il fatto che non lo siamo più?
La Juve non ha bisogno di un custode.
Ha bisogno di un padrone nel senso sportivo del termine. Uno che senta la sconfitta come un problema personale, non come una fluttuazione accettabile.
Tu, Elkann, non sei il problema in quanto persona.
Sei il problema in quanto assenza di coinvolgimento reale.
E allora sì, la domanda resta lì, semplice e brutale:
se questa squadra non è più parte della tua visione,
se questo club è solo una controllata ingombrante,
se il calcio è diventato un fastidio gestionale…
perché non vendi la Juve?
Forse non la perderesti tu.
Forse, finalmente, la ritroveremmo noi.