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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. PIERO PANZANARO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 12.02.1977 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1996 al 1997 Esordio: 14.06.1997 - Amichevole - Kosice-Juventus 0-1 0 presenze - 0 reti Allenatore Giovanili della Juventus dal 2014
  2. ALEN BOKSIC https://it.wikipedia.org/wiki/Alen_Bokšić Nazione: Croazia Luogo di nascita: Macarsca Data di nascita: 21.01.1970 Ruolo: Attaccante Altezza: 187 cm Peso: 80 kg Nazionale Croato e Jugoslavo Under-21 Soprannome: L'Airone Alla Juventus dal 1996 al 1997 Esordio: 28.08.1996 - Coppa Italia - Fidelis Andria-Juventus 0-2 Ultima partita: 28.05.1997 - Champions League - Borussia Dortmund-Juventus 3-1 33 presenze - 7 reti 1 scudetto 1 supercoppa UEFA 1 coppa Intercontinentale Alen Bokšić (Macarsca, 21 gennaio 1970) è un ex calciatore croato, di ruolo attaccante. Alen Bokšić Bokšić alla Lazio nel 1994 Nazionalità Jugoslavia Croazia (dal 1991) Altezza 187 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 2003 Carriera Giovanili 19??-19?? Zmaj Makarska 19??-19?? Hajduk Spalato Squadre di club 1987-1991 Hajduk Spalato 96 (27) 1991-1992 Cannes 1 (0) 1992-1993 Olympique Marsiglia 49 (26) 1993-1996 Lazio 67 (17) 1996-1997 Juventus 33 (7) 1997-2000 Lazio 48 (14) 2000-2003 Middlesbrough 68 (22) Nazionale 1988-1991 Jugoslavia U-21 11 (3) 1990 Jugoslavia 0 (0) 1993-2002 Croazia 40 (10) Carriera da allenatore 2012-2013 Croazia Assistente Palmarès Europei di calcio Under-21 Argento 1990 Biografia Nel 1999 acquistò l'isola di Mariaska, situata in Dalmazia, dove vive da allora. Caratteristiche tecniche Bokšić in azione in maglia laziale nel 1993 Definito dall'allora preparatore atletico della Juventus, Gian Piero Ventrone, «un quattrocentista rubato all'atletica», Bokšić era un attaccante dal repertorio completo, dotato di tecnica, velocità, resistenza e dinamismo; pregi che facevano da contraltare a una vena realizzativa altalenante, anche per via di una certa propensione agli infortuni che ne ha spesso frenato la carriera. Carriera Giocatore Club Hajduk Spalato, Cannes, Marsiglia Esordisce come professionista nel 1987 nell'Hajduk Spalato con cui conquista una coppa dell'ex Jugoslavia nel 1991. Nello stesso anno passa al Cannes, in Francia, dove colleziona una sola presenza. La stagione successiva (1992-1993) approda al Olympique Marsiglia con cui segna 23 reti in 37 presenze, laureandosi capocannoniere e campione di Francia (titolo poi revocato) nonché campione d'Europa, battendo nella finale di Monaco di Baviera il Milan. Le eccellenti prestazioni gli valgono una seria candidatura al Pallone d'oro 1993: nella classifica finale è preceduto solo da Roberto Baggio, Dennis Bergkamp ed Éric Cantona. Lazio, Juventus Nel novembre 1993 si trasferisce in Italia alla Lazio, acquistato per 15 miliardi di lire; esordisce contro il Napoli il 7 novembre. A Roma, pur esprimendosi su buoni livelli, mal digerisce i metodi di allenamento del tecnico Zdeněk Zeman – non ritenendoli adatti alle proprie caratteristiche – e non conferma il senso del gol mostrato in Francia, realizzando 19 reti in tre anni. Bokšić alla Juventus nel 1996 Nel 1996 passa alla Juventus per 14 miliardi di lire. Nella sua unica stagione a Torino vince la Coppa Intercontinentale, la Supercoppa UEFA e lo scudetto, raggiungendo inoltre la finale di Champions League persa contro il Borussia Dortmund. Poco lucido sotto porta, il croato segna 7 gol complessivi, 4 dei quali in Champions League, non convincendo appieno l'ambiente bianconero anche per via di numerosi guai fisici; contribuisce comunque alla vittoria del campionato con la rete che, alla 28ª giornata, consente alla Juventus di sconfiggere il Bologna e incrementare i punti di vantaggio sul Parma (secondo in classifica e contestualmente sconfitto dall'Udinese). Ritorno alla Lazio, Middlesbrough Nel 1997 viene quindi riacquistato dalla Lazio per 25 miliardi. Nell'annata del ritorno a Roma centra il suo record di realizzazioni in Serie A (10), ma sul finire della stagione subisce un serio infortunio al ginocchio che lo costringe a saltare l'imminente campionato del mondo 1998 con la propria nazionale. Sempre a causa di problemi fisici, è assente per buona parte del campionato 1998-1999. Nel suo secondo triennio in maglia biancoceleste vince due Coppe Italia, una Supercoppa italiana, una Supercoppa europea, una Coppa delle Coppe e uno scudetto. In totale le sue reti con la Lazio saranno 43. Nel 2000 si accasa al Middlesbrough, in Inghilterra, dove trascorre tre stagioni prima di concludere la sua carriera. Si ritira nel 2003, con un totale di 433 partite giocate e 134 reti. Nazionale Prima dell'indipendenza croata fu cittadino jugoslavo, venendo convocato diverse volte nella Jugoslavia e facendo parte della rosa che partecipò al Mondiale 1990. Tuttavia, nonostante le convocazioni ricevute, non giocò neanche una partita con la maglia della nazionale maggiore jugoslava, ma disputò diverse partite con la Jugoslavia Under-21. Con la Croazia prese parte all'Europeo 1996 e al Mondiale 2002; fu costretto a saltare il Mondiale 1998, chiuso dalla nazionale al terzo posto, a causa di un infortunio patito poco prima dell'inizio della competizione. Partecipò anche a un'amichevole che la Selezione Europea giocò nel 1997 contro il Resto del Mondo. Dopo il ritiro Nel luglio 2012, Bokšić viene nominato dal presidente della Federcalcio, l'ex calciatore e collega Davor Šuker, come assistente della Croazia, affiancando il commissario tecnico Igor Štimac. Palmarès Club Competizioni nazionali Kup Maršala Tita: 1 - Hajduk Spalato: 1990-1991 Campionato francese: 1 (revocato) - Marsiglia: 1992-1993 Campionato italiano: 2 - Juventus: 1996-1997 - Lazio: 1999-2000 Coppa Italia: 2 - Lazio: 1997-1998, 1999-2000 Supercoppa italiana: 2 - Lazio: 1998, 2000 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Marsiglia: 1992-1993 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 2 - Juventus: 1996 - Lazio: 1999 Coppa delle Coppe: 1 - Lazio: 1998-1999 Individuale Capocannoniere del campionato francese: 1 - 1992-1993 (23 gol) Calciatore croato dell'anno: 1 - 1993 Onze d'argent: 1 - 1993
  3. GIUSEPPE GIOVINCO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 26.09.1990 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2008 al 2010 Esordio: 23.08.2008 - Amichevole - Juventus-Juve Primavera 8-0 Ultima partita: 03.03.2010 - Amichevole - Juventus-Bra 8-1 0 presenze - 0 reti
  4. DIMAS TEIXEIRA Novembre 1996: la Juventus che ha appena vinto la sua seconda Coppa Intercontinentale, a spese del River Plate, si rituffa in campionato e scopre di avere da poco nella rosa un terzino portoghese, Manuel Teixeira Dimas, nato in Sud Africa il 16 febbraio 1969, magari non classicissimo nel tocco e nell’incedere ma capace di correre e inseguire l’avversario fin negli spogliatoi, se occorre!.«Un giorno – ricorda – il mio manager mi dice: “Ci sarebbe la possibilità di andare a giocare in una squadra italiana, la Juventus. Ti interessa?” E il giorno dopo mi sono ritrovato in bianconero, nella più grande squadra di calcio d’Europa».Nato a Johannesburg, come detto, ma la sua famiglia torna in Portogallo, quando Manuel ha diciassette anni. Prima di arrivare a Torino, gioca per tre stagioni nell’Academia di Coimbra, due anni nell’Estrema Amadora, altri due nel Vitoria Guimaraes e tre nel Benfica.Dimas debutta in bianconero il primo dicembre nella partita interna con il Bologna, partita molto sofferta e particolare, considerato che si gioca a pochissimi giorni dal tripudio giapponese, e contribuisce alla fondamentale vittoria con prestazione puntigliosa: «Eravamo reduci da due trionfi: a Manchester in Champions e a Tokio. Io non avevo giocato, per ragioni burocratiche, ma l’ingresso in quella squadra esaltata da quei risultati eccezionali, mi diede la carica giusta per superare l’emozione dell’esordio».La Juventus che ha sempre avuto grandissimi protagonisti in quel ruolo nevralgico, da Caligaris a Rava, da Cabrini a De Agostini, adesso deve inventarsi soluzioni meno eclatanti e Dimas, tre stagioni da protagonista nel Benfica, si adatta allo scopo. 18 volte presente, spezzoni inclusi, in quell’anno di debutto, e altri 35 gettoni l’anno dopo.Comunque sia, due stagioni e due scudetti. Non capita a tutti. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/dimas.html
  5. DIMAS TEIXEIRA https://it.wikipedia.org/wiki/Dimas_Teixeira Nazione: Portogallo Luogo di nascita: Johannesburg (Sudafrica) Data di nascita: 16.02.1969 Ruolo: Difensore Altezza: 185 cm Peso: 76 kg Nazionale Portoghese Soprannome: Termozeta - La Freccia - Il Bandolero Stanco Alla Juventus dal 1996 al 1998 Esordio: 01.12.1996 - Serie A - Juventus-Bologna 1-0 Ultima partita: 26.09.1998 - Serie A - Parma-Juventus 1-0 57 presenze - 0 reti 2 scudetti 1 supercoppa italiana 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Dimas Manuel Marques Teixeira, noto semplicemente come Dimas (Johannesburg, 16 febbraio 1969), è un ex calciatore portoghese, di ruolo difensore. Dimas Teixeira Dimas nel 2010 Nazionalità Portogallo Altezza 185 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2002 Carriera Squadre di club 1987-1990 Académica 56 (8) 1990-1992 Estrela Amadora 32 (2) 1992-1994 Vitória Guimarães 60 (2) 1994-1996 Benfica 68 (3) 1996-1998 Juventus 57 (0) 1998-2000 Fenerbahçe 24 (4) 2000 → Standard Liegi 13 (0) 2000-2002 Sporting Lisbona 10 (2) 2002 → Olympique Marsiglia 4 (0) Nazionale 1989 Portogallo U-21 2 (0) 1988 Portogallo olimpica 3 (0) 1995-2002 Portogallo 44 (0) Biografia Dimas è nato in Sudafrica da genitori portoghesi e lì ha vissuto fino a 17 anni, quando è andato a vivere in Portogallo. Caratteristiche tecniche Fu un terzino sinistro, mancino naturale con vocazione difensiva. Carriera Club Dimas debuttò nel campionato di calcio portoghese nel 1987 con l'Académica Coimbra. Successivamente vestì le maglie dell'Estrela Amadora e del Vitória Guimarães, prima di approdare al Benfica nella stagione 1994-1995. Dimas (in piedi, terzo da destra) alla Juventus nella stagione 1997-1998 Nell'ottobre 1996 Dimas fu acquistato dalla Juventus per 1,5 miliardi di lire, esordendo in Serie A il 1º dicembre di quell'anno contro il Bologna. La sua permanenza in bianconero non è positiva, così, dopo due stagioni da riserva, a Torino, nel settembre 1998 venne ceduto al Fenerbahçe, per poi trasferirsi allo Standard Liegi nel gennaio 2000. Nella stagione 2000-2001 ritornò in Portogallo, giocando con lo Sporting Lisbona, ma in quella successiva, dopo aver perso il posto da titolare nella squadra, passò all'Olympique Marsiglia, con cui concluse la carriera calcistica. Nazionale Nella Nazionale di calcio portoghese (con cui esordì il 15 agosto 1995 contro il Liechtenstein) Dimas ha collezionato 44 presenze, partecipando anche alla fase finale degli Europei nel 1996 e nel 2000, manifestazioni in cui ha giocato da titolare. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa del Portogallo: 1 - Benfica: 1995-1996 Campionato italiano: 2 - Juventus: 1996-1997, 1997-1998 Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 1997 Competizioni internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996
  6. SERGIO PETRELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Petrelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Ascoli Piceno Data di nascita: 27.07.1944 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Serie C Soprannome: - Alla Juventus dal 1964 al 1965 Esordio: 19.06.1965 - Amichevole - Pinerolo-Juventus 1-2 0 presenze - 0 reti Sergio Petrelli (Ascoli Piceno, 27 luglio 1944) è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Sergio Petrelli Petrelli alla Lazio nel 1973 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1982 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1964-1965 → Carrarese 22 (0) 1965-1966 → Pisa 24 (5) 1966-1969 Verona 90 (7) 1969-1972 Roma 64 (5) 1972-1976 Lazio 47 (9) 1976-1977 Juventus 0 (0) 1977-1978 Tortoreto ? (?) 1978-1982 L'Aquila 11 (0) Nazionale 19??-19?? Italia Serie C 1 (0) Carriera da allenatore 1977-1978 Tortoreto 1978-1979 L'Aquila 1996-1997 Lampedusa Carriera Giocatore Sergio Petrelli si mette in luce alla fine degli anni 1950 nella Del Duca Montedinove, squadra dilettantistica picena, che accede alle finali del campionato nazionale dilettanti che si svolsero a Torino nel 1960; in quell'occasione viene adocchiato da diverse squadre, ma è la Juventus ad aggiudicarsi le sue prestazioni. All'ombra della Mole compie tutta la trafila nelle giovanili, vincendo due campionati Juniores, poi, quando sembra prossimo al debutto in prima squadra, subisce un grave infortunio che lo porta, una volta ristabilito, in prestito alla Carrarese, in Serie C, nella stagione 1964-65 e l'anno successivo, sempre in prestito, passa al Pisa. Nella stagione 1966-67 poi viene ceduto, ancora con la formula del prestito, all'Hellas Verona in Serie B, dove conquista la promozione nella massima serie. La società scaligera punta fortemente sul giovane difensore marchigiano, strappandolo alla Juventus con un'offerta importante in fase di risoluzione delle comproprietà. In gialloblù, con Nils Liedholm allenatore, si mette in luce nel ruolo di terzino, tanto da essere messo in preallarme per i Mondiali di Messico '70 e attirare le attenzioni di club più blasonati, come la Roma, che lo acquista per la stagione 1969-70. In maglia giallorossa vive le stagioni più travagliate della sua carriera, non sboccia mai il feeling con l'allenatore Helenio Herrera, di qui il passaggio sul l'altra sponda del Tevere, alla Lazio del presidente Umberto Lenzini e del tecnico Tommaso Maestrelli, entrando così a far parte di una squadra che entrerà nella leggenda. Il primo anno lo vede conquistare faticosamente il posto da titolare, la stagione è però esaltante per la squadra: la neopromossa Lazio si gioca lo Scudetto fino all'ultima giornata che vede la Juventus avere la meglio, sul Milan e la stessa formazione romana. Ma l'appuntamento con la storia è solo rimandato: nella stagione 1973-74 la Lazio trionfa al termine di un campionato dominato, esaltandosi con le gesta di giocatori come Pulici, Wilson, Re Cecconi, Frustalupi e Chinaglia. Petrelli colleziona 22 presenze e 1 rete nel corso di quella annata e, come tutti gli altri componenti della rosa, entra a far parte di quell'aneddotica relativa alle imprese calcistiche ed extra di quel gruppo irripetibile; tra le varie si ricorda che prima del derby, alcuni tifosi romanisti andarono di fronte all'albergo dove alloggiavano i biancocelesti, e iniziarono a fare schiamazzi con l'intento di disturbare i giocatori avversari. Petrelli fu uno di quelli che, per scacciarli, sparò alcuni colpi di pistola contro i lampioni. Allenatore Nel 1976 Petrelli lascia la Lazio, chiudendo la propria carriera calcistica in squadre minori come il Tortoreto e L'Aquila in veste di giocatore-allenatore, per poi ritrovarlo nel 1996 sulla panchina del Lampedusa. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Trofeo Nazionale di Lega Armando Picchi: 1 - Roma: 1971 Campionato italiano: 1 - Lazio: 1973-1974 Competizioni internazionali Coppa Anglo-Italiana: 1 - Roma: 1972 Altre competizioni Campionato Under 23: 1 - Lazio: 1973-1974
  7. ROBERTO SALVALAJO Nazione: Italia Luogo di nascita: Camposampiero (Padova) Data di nascita: 11.01.1962 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1979 al 1980 Esordio: 16.04.1980 - Amichevole - Vado-Juventus 1-6 Ultima partita: 05.06.1980 - Amichevole - Selezione Asti-Juventus 0-4 0 presenze - 0 reti
  8. ALEX PEDERZOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Alex_Pederzoli Nazione: Italia Luogo di nascita: Piacenza Data di nascita: 06.03.1984 Ruolo: Centrocampista Altezza: 173 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Under-20 Soprannome: - Alla Juventus dal 2002 al 2003 Esordio: 05.02.2003 - Amichevole - Juventus-Thun 2-0 0 presenze - 0 reti Alex Pederzoli (Piacenza, 6 marzo 1984) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Alex Pederzoli Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 5 settembre 2018 Carriera Giovanili 1999-2000 Bologna 2000-2003 Juventus Squadre di club 2003-2004 Como 6 (0) 2004 → Rimini 2 (0) 2004 Juventus 0 (0) 2004-2005 → Reggiana 11 (0) 2005 → Lucchese 15 (0) 2005-2006 → Torres 12 (1) 2006 → Pro Sesto 7 (0) 2006-2007 → Pistoiese 9 (0) 2007 → Manfredonia 13 (2) 2007 Venezia 0 (0) 2007-2008 Crotone 31 (2) 2008-2009 Padova 28 (1) 2009-2010 Gallipoli 35 (2) 2010-2012 Ascoli 65 (0) 2013-2014 Südtirol 22 (3) 2014-2015 Pavia 27 (3) 2015-2016 Pordenone 28 (5) 2016-2017 Venezia 18 (3) 2017-2018 → Piacenza 11 (3) Nazionale 2000 Italia U-15 9 (1) 2000-2001 Italia U-16 12 (1) 2002 Italia U-18 5 (0) 2003 Italia U-19 1 (0) 2004 Italia U-20 3 (0) Biografia È figlio dell'ex calciatore professionista William Pederzoli. Coinvolto nel calcioscommesse, il 31 maggio 2012 patteggia una squalifica di un anno e quattro mesi più 10.000 euro di ammenda. Il 9 febbraio 2015 la procura di Cremona termina le indagini e formula per lui e altri indagati le accuse di associazione a delinquere e frode sportiva. Carriera Club Inizia la sua carriera nel Bologna nel 1999. Nell'estate del 2000 passa alla Juventus in un'operazione che comprendeva anche le compartecipazione di Giacomo Cipriani e Alessandro Gamberini, lasciati in prestito alla società rossoblu. Con la Juventus si laurea Campione d'Italia con la formazione Berretti e vince il Torneo di Viareggio, venendo anche premiato come miglior giocatore della manifestazione. Dopo una breve esperienza in Serie B con il Como in cui gioca sei partite, viene ceduto in prestito a varie squadre di Serie C1, tra cui Rimini, Reggiana, Venezia, Crotone e Padova. Dopo aver ottenuto la promozione in Serie B con la squadra padovana, viene ceduto al Gallipoli formazione neopromossa in Serie B. Nella stagione 2010-2011 approda all'Ascoli. Alla fine della stagione 2011-2012 rimane svincolato. Nel 2013 approda al Südtirol in Prima Divisione e segna proprio contro il Como, la squadra che lo lanciò, dando la vittoria alla sua squadra. Nel luglio 2014 passa al Pavia collezionando 28 presenze e 3 gol. L'anno seguente al Pordenone segna 6 gol in 30 partite compresi i play-off. L'8 luglio 2016 viene presentato come nuovo acquisto del Venezia neo-promosso in Lega Pro. Pur limitato da un serio infortunio al ginocchio, ottiene la promozione in Serie B e vince la Coppa Italia. Non riconfermato tra i cadetti, nel luglio 2017 passa in prestito al Piacenza, di nuovo in terza serie. Il 5 settembre 2018 decide di ritirarsi dall'attività agonistica per dedicarsi alla carriera di procuratore sportivo, entrando nell'agenzia di Luca Ariatti. Nazionale Conta presenze in quasi tutte le Nazionali giovanili dell'Italia, ad eccezione di quella Under-17 e Under-21. Palmarès Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 2003 Competizioni nazionali Lega Pro: 1 - Venezia: 2016-2017 Coppa Italia Lega Pro: 1 - Venezia: 2016-2017
  9. PAOLO MONTERO Debutta a diciannove anni in serie A con il Peñarol, dopo aver praticato romantiche pedate con la classica Pelota de trapo, la palla di stracci, primo amore di ogni campione sudamericano: «Mio padre, Julio, è stato un asso del Nacional di Montevideo e della “Celeste”, la nazionale uruguagia. Nel mio destino c’era scritto che avrei ripercorso il cammino di papà; questione di cromosomi, di fatalità e di sangue. Al Peñarol sono arrivato che non avevo ancora diciotto anni; Menotti mi disse che sarei diventato come Passerella e toccai il cielo con un dito».Rimane nella squadra che è stata del leggendario Pepe Schiaffino fino al 1991, totalizzando 34 presenze con la ciliegina di un goal. Lo scopre l’Atalanta. Arriva in Italia nell’estate del 1992. Marcello Lippi, allora allenatore dei nerazzurri, il 6 settembre lo fa esordire a Bergamo contro il Parma: l’Atalanta vince per 2-1 e Montero è fra i migliori in campo. La squadra, con l’inserimento del giovane uruguagio, diventa più solida e l’ottavo posto in classifica ha il sapore di un piccolo successo.Ma a Bergamo devono innanzi tutto far quadrare i conti: i pochi acquisti e le molte cessioni provocano la caduta dell’Atalanta in Serie B. Siamo nel 1994-95. Nonostante l’immediata promozione ed un Montero ormai assurto a pilastro della difesa, i grandi club diffidano di questo giocatore che la critica ha definito grezzo, falloso e con un carattere impossibile, sempre nel mirino degli arbitri: «Sono fatto così, ma non dite che sono cattivo, questo lo possono dire solamente i miei genitori. Il fatto è che gioco sempre per vincere; negli spogliatoi stringo la mano agli avversari, certo, ma in campo nessuna concessione».Non ha dubbi, invece, Lippi, allenatore della Juventus, che alla vigilia del campionato 1996-97, ne suggerisce l’acquisto. Lippi deve mettere a punto il reparto arretrato e la presenza di Montero è indispensabile. Se la Juventus vuole continuare a vincere deve assolutamente affidarsi a questo difensore tempestivo in fase di chiusura ed anche tecnicamente dotato: «Sono stato fortunato, perché ho sempre trovato gruppi eccezionali; ho sempre avuto a che fare con grandi rose e, soprattutto, con grandi compagni. Quando sono arrivato qui, nel 1996, ero fiducioso che questo legame sarebbe durato a lungo. Quando firmi per una squadra importante come la Juventus, è ovvio che speri di rimanere fino alla scadenza del contratto ed io ho anche avuto la fortuna di rinnovarlo. Per questo non posso che essere contento per la fiducia che tutti mi hanno sempre dato».L’allenatore bianconero non si sbaglia; dopo il secondo posto del 1996, i bianconeri vincono subito lo scudetto e concedono il bis l’anno dopo: «Alla Juventus devo essere più pratico, evitare giocare inutili e cercare di ribaltare l’azione il più velocemente possibile. Alla Juventus il risultato arriva prima di ogni altra cosa; l’obiettivo è quello di vincere, sempre!»Le vicende, purtroppo, portano Lippi lontano da Torino. Problemi di gruppo, campagne acquisti discutibili ed un po’ di sfortuna impediscono alla Juventus di vincere ancora. L’attacco produce pochi goal, almeno rispetto a Milan, Roma e Lazio, ma la difesa rimane la meno battuta. Nel 2000, anno del sorpasso laziale e del diluvio di Perugia, i bianconeri incassano appena 20 goal, 13 in meno dei Campioni d’Italia. Il segreto? La grinta di Montero, naturalmente. Un vero duro; Tudor ed Iuliano sono concorrenti temibili, ma Montero è sempre lì, a difendere il forte: «Ferrara è stato importantissimo; quando sono arrivato a Torino, era già un giocatore molto esperto e che aveva vinto tutto. Mi ha aiutato tanto. Con Mark Iuliano, invece, è un discorso a parte. Lui è un grandissimo difensore, ma il rapporto che c’è con lui va oltre tutto questo. Quando parlo di lui, non lo faccio mai come calciatore, ma come uomo; io Mark lo considero come un membro della mia famiglia».Secondo posto nel 2001, poi tornano i tempi gloriosi. Tra un acciacco e l’altro, è ancora suo lo scudetto del 2002 e quello del 2003, e c’è lo zampino di Paolo anche nello scudetto numero 28, nel maggio 2005.Il rimpianto per non aver mai vinto la Coppa dei Campioni: «Sarà stato il destino. Anche perché soprattutto nella finale contro il Borussia Dortmund dominammo quasi per tutta la gara. Anche la sconfitta con il Real avvenne solo per una serie di eventi sfortunati. Di certo nessuno ci ha mai messo sotto davvero. La finale contro il Milan invece merita un capitolo a parte. Come diciamo noi in Uruguay, la lotteria dei calci di rigori è una Roulette russa».Ha sempre odiato giocare terzino sinistro e, quando era all’Atalanta, litigò proprio per questo con Lippi; quella sera, invece, non si rifiutò di giocare in quel ruolo: «Non mi sarei mai potuto tirare indietro in una gara di simile importanza. Giocare terzino sinistro non mi è mai piaciuto e quella sera, finché non si fece male Tudor, giocai un vero schifo sulla sinistra, ma dovevo dare tutto per provare a vincere quella Coppa. Non me lo sarei mai perdonato altrimenti. Pensa, per farti capire meglio, da bambino preferivo giocare in porta piuttosto che terzino sinistro. Penso tanto a quel rigore. In gare ufficiali non ne avevo mai tirati prima in vita mia. Ma a fine gara Mister Lippi viene da me e mi dice “Paolo te la senti?” Cosa avrei potuto rispondergli? Avrei fatto di tutto pur di vincere quella sera. Di tutto».Il ricordo del 5 maggio 2002: «Quel pomeriggio fu fantastico. Da impazzire. Una gioia immensa. Non ci credevamo quasi più. Ma l’Inter di cosa si lamenta poi? Se era davvero la più forte andava a Roma e rifilava quattro pigne alla Lazio. Altro che scuse. Ed allora noi di Perugia cosa avremmo dovuto dire? 64 minuti dentro lo spogliatoio ad aspettare di rientrare in campo. 64! Li ho cronometrati. Una roba pazzesca. Però io ho il mio codice d’onore personale e per me conta solo e sempre il verdetto del campo. Per questo ho sempre rispettato le decisioni arbitrali. Durante la partita tutto è lecito pur di vincere».Poi il divorzio, dopo 279 presenze e 7 reti, per andare a giocare in Argentina; ma quanti rimpianti lascia!CARLO ANCELOTTI, DAL SUO LIBRO “PREFERISCO LA COPPA”Una mattina alle quattro, all’aeroporto di Caselle. Tornavamo da Atene, avevamo appena fatto una figuraccia in Champions League contro il Panathinaikos ed abbiamo trovato ad aspettarci un gruppetto di ragazzi che non ci volevano esattamente rendere omaggio. Al passaggio di Zidane l’hanno spintonato ed è stata la loro condanna. Non a morte, ma quasi. Montero ha visto la scena da lontano, si è tolto gli occhiali con un’eleganza che pensavo non gli appartenesse e li ha messi in una custodia. Bel gesto, ma pessimo segnale, perché nel giro di pochi secondi si è messo a correre verso quei disgraziati e li ha riempiti di botte. Aiutato da Daniel Fonseca, un altro che non si faceva certo pregare. Paolo adorava Zizou, io adoravo anche Paolo, puro di cuore e di spirito. Un galeotto mancato, ma con un suo codice d’onore. ENRICO VINCENTI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 2010Pochi giocatori sono rimasti nel cuore dei tifosi juventini come Paolo Montero, Quel suo sguardo tutto sudamericano, un misto di rabbia e compassione, determinazione e fatalismo. Cattivo lo hanno dipinto in molti, ma per i tifosi era solo colui che buttava il cuore al di là dell’ostacolo, si immolava per la causa e dava tutto sé stesso. Quante volte avremmo voluto essere in campo e magari anche noi dare un calcetto a quel giocatore che faceva troppo il furbo. Bene Paolo era lì per noi. E quel “Vamos vamos” urlato a squarciagola sotto il tunnel prima di entrare in campo, che paura suscitava negli avversari e che grinta dava ai suoi. Fortissimo piazzato lì al centro della difesa, era spesso insuperabile. Non un Superman fisicamente, ma tosto, molto tosto, forse troppo per gli arbitri italiani: Montero era l’incarnazione della voglia di vincere. E questo un tifoso lo percepisce subito e non smette più di amarti.Paolo Montero é stato, a tutti gli effetti, uno dei centrali più forti al mondo degli ultimi anni. Nazionale uruguaiano, ha giocato alla Juventus dal 1996 al 2005. Nove anni indimenticabili per lui ed i suoi tifosi. Il Peñarol, la squadra in cui hai incominciato a giocare ed in cui hai finito la tua carriera, é stata fondata da un gruppo di italiani emigrati in Uruguay e provenienti da un piccolo paese alle porte di Torino, Pinerolo. Un segno del destino: «Il Peñarol è stata una delle più famose e forti squadre del Sudamerica ed anche del Mondo: In passato, oltre che in Uruguay; ha vinto anche tanti trofei internazionali; come la Coppa Libertadores o l’Intercontinentale: Oltretutto, io sono sempre stato un sostenitore dei Peñarol: giocare con la maglia della squadra per cui hai fatto il tifo sin da bambino è una soddisfazione particolare».Nel 1992 arrivi in Italia, nell’Atalanta. Perché hai scelto la squadra bergamasca? «Perché sono stati i primi a contattarmi. All’epoca giocavo nel Peñarol il cui allenatore era Menotti; che aveva ottimi rapporti con Franco Previtali, Direttore Sportivo dell’Atalanta. In quel periodo avevo anche disputato una tournée in Europa ed avevamo giocato un’amichevole proprio contro di loro. Mi avevano visto giocare già tre o quattro volte. Sono piaciuto e, per mia fortuna, hanno deciso di portarmi in Italia».Felice di arrivare nel “Bel Paese”? «Ero felicissimo. All’epoca poter giocare nel campionato italiano era il sogno di qualsiasi giocatore, campioni e non, d’Europa e del Mondo. Soprattutto per noi sudamericani il vostro paese era la massima aspirazione, esattamente quello che succede adesso con la Spagna o l’Inghilterra: ora tutti vogliano giocare lì. Ma nel 1992 il centro del Mondo calcistico era l’Italia».Quattro anni con buoni risultati quelli che hai vissuto a Bergamo: «Con l’Atalanta ho il rammarico di avere perso una finale di Coppa Italia. È stato un grande traguardo, ma abbiamo incontrato la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa, troppo forti per noi. Comunque, sono stati anni molto positivi, soprattutto per il rapporto avuto con gli allenatori. Il primo è stato proprio Marcello Lippi, che avrei poi trovato alla Juventus. Uno dei più grandi. Ma mi sono trovato bene anche con Emiliano Mondonico, che mi ha difeso quando avevo avuto problemi con la tifoseria bergamasca. Il primo anno con Lippi è stato straordinario. Per un solo punto non siamo andati in Coppa Uefa. Lo ringrazierò sempre per quello che mi ha insegnato e perché mi ha voluto alla Juventus. Grazie a lui che ho vestito il bianconero».Cosa voleva dire affrontare la Juventus con la maglia dell’Atalanta? «Era una partita che dava sempre una sensazione particolare. Ovviamente quando giochi in provincia partite come quelle le aspetti tutto l’anno. Fai di tutto per essere in campo e non vedi l’ora di giocarle: Questo vale anche quando affronti Milan o Inter».E l’arrivo alla Juventus? «La cosa che più mi ha sorpreso al mio arrivo a Torino è stata l’organizzazione e la serietà della società. Sono diventato un vero e proprio tifoso della Juventus. I ricordi più belli sono comunque legati al gruppo, fantastico. Non mi interessa parlare dei fuoriclasse, parlo degli uomini. Sono stati in assoluto i nove anni più belli della mia carriera. La Juventus per me era diventata una vera e propria famiglia».Una squadra ricordata sempre per la sua determinazione e lo spirito di gruppo: «Era proprio il segreto di quella Juventus: Se andiamo a vedere le altre squadre dell’epoca,ti accorgi di quanti giocatori forti avevano e compravano ogni estate. Ad inizio stagione partivano tutte come favorite, alle volte anche più di noi: il Milan, l’Inter, la Lazio, la Roma, la Fiorentina, il Parma. Ma alla fine vincevamo noi. Perché avevamo il gruppo più forte. Ancora oggi, tutte le volte che torno in Italia non perdo occasione per rivedere molti miei ex compagni e ricordiamo assieme tante cose, dalle stupende partite che ci hanno portato a vincere tanto agli episodi legati al nastro gruppo».Sei diventato famoso in Italia anche perché considerato cattivo: «Io giocavo sempre al limite e se giochi cosi è normale essere ritenuto un giocatore falloso e subire molte ammonizioni od espulsioni. Questo non mi dava nessuna preoccupazione: Facevo quello che mi chiedeva il Mister, Ero un difensore e dovevo difendere. Mi interessava solo far vincere la mia squadra. Giocavo sempre al massimo; davo tutto. Se ti butti con gran foga su ogni pallone lo scontro fisico con l’avversario è assolutamente inevitabile: Il calcio è comunque uno sport fisico ed è normale che vi siano falli. lo comunque non ho mai fatto male a nessuno, anche se la cattiveria agonistica faceva parte del mio repertorio. Credo che si nasca con quell’indole. Non è certo una cosa che ti possono insegnare nelle scuole di calcio».Non solo tu, ma tutta quel gruppo aveva una cattiveria agonistica fuori dal comune. Alcuni dicono che questo manca alla Juve di oggi: «Allora si vinceva già negli spogliatoi. Non posso parlare di questa Juventus perché non sono dentro. Nella mia si vinceva prima ancora di scendere in campo, perché c’era una convinzione nel gruppo che era incredibile. Ci credevamo sempre e comunque: i giocatori, il tecnico, i dirigenti, i massaggiatori. Tutti erano convinti di poter vincere; determinati a farlo e questo gli avversari lo percepivano già nel tunnel. Entravamo in campo con la convinzione che se subivamo due goal non era un problema. Si rimontava e si vinceva. Questa convinzione non puoi averla se dietro non c’è una grande gruppo. E non mi stuferò mai di dirlo: il nostro era straordinario».Cosa ti manca del calcio giocato? «Da quando ho smesso, sono diventato procuratore. Il calcio grazie a Dio quindi non mi manca molto perché sono ancora dentro l’ambiente. Quello che m manca é il gruppo, la vita dello spogliatoio. Era la cosa che più amavo del mio lavoro e quella che adesso rimpiango di più».E noi rimpiangiamo il fatto che Montero non giochi più. Nel caso di molti altri si è soliti dire: dispiace non vederlo più giocare, anche con altre squadre. Nel caso di Montero dispiace solo non vederlo con la maglia della Juventus. Averlo come avversario non é mai piaciuto a nessuno. “LA giornalaccio rosa DELLO SPORT” DEL MARZO 2011Paolo Montero è un idolo dei tifosi juventini. Leader in campo, muro difensivo insuperabile, ha sempre messo in campo anima e cuore. L'ex difensore bianconero ricorda con nostalgia il suo periodo bianconero svelando qualche aneddoto: «Ho amato Torino, dove ho vissuto mille aneddoti ed ho ancora oggi tanti amici. Ricordo soprattutto le serate ai Murazzi, il mio posto preferito, perché potevo bermi una birra tranquillamente e farmi due chiacchiere come una persona qualunque. Un giorno portai anche Zidane e tutti gli immigrati nordafricani del posto iniziarono a tifare Juve. Ogni volta che si vinceva, partiva subito la macchina per Milano. Di feste ne ho vissute parecchie, però oggi sono sposato e non si possono raccontare. Quante serate con il mio amico Mark (Iuliano, ndr). Era un vero conquistatore, ed io gli facevo da spalla. Quando andavamo a ballare ed incontravamo tifosi della Fiorentina o del Torino era facile che succedesse qualcosa. Una volta a Viareggio è finita a cazzotti e ci hanno sbattuto fuori dalla discoteca, ma per fortuna ho convinto Mark a lasciar perdere perché erano una decina e ci avrebbero ammazzato di botte. Se in campo succedeva qualcosa, spesso negli spogliatoi andavamo a cercare rissa con gli avversari, soprattutto quando giocavamo con l’Inter. Una volta ho litigato con Toldo, ma era così alto che quando gli ho tirato un pugno non sono riuscito a prenderlo. Poi i compagni ci hanno fermato subito».Montero rivela anche un curioso episodio sotto l'era Ancelotti: «Una volta durante il precampionato Ancelotti ci lasciò una serata libera. Io esagerai ed il giorno successivo mi presentai agli allenamenti in condizioni pietose, tanto che la società disse ai giornalisti che ero influenzato. Mi volevano cacciare, ma per fortuna il mister insistette perché restassi e mi salvò».Ora idolo indiscusso dei tifosi, ma una volta «mi volevano picchiare dopo aver scoperto che uscivo con due tifosi del Torino. Mi sono venuti a prendere al Comunale, ma abbiamo parlato e ci siamo chiariti in fretta. Gli ho spiegato che le amicizie me le scelgo da solo».Capitolo allenatori: «Sono stato fortunato, ho conosciuto grandi uomini. Ho litigato con tutti, ma ancora oggi ci sentiamo, segno che ci sono sempre stati stima e rispetto reciproci. Il più importante è stato Ancelotti, che quando lasciò la Juve mi confidò di volermi bene come ad un fratello». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/paolo-montero.html
  10. PAOLO MONTERO https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Montero Nazione: Uruguay Luogo di nascita: Montevideo Data di nascita: 03.09.1971 Ruolo: Difensore Altezza: 179 cm Peso: 75 kg Nazionale Uruguaiano Soprannome: Pigna - Terminator Alla Juventus dal 1996 al 2005 Esordio: 28.08.1996 - Coppa Italia - Fidelis Andria-Juventus 0-2 Ultima partita: 13.04.2005 - Champions League - Juventus-Liverpool 0-0 278 presenze - 6 reti 6 scudetti 3 supercoppe italiane 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale 1 trofeo intertoto Paolo Rónald Montero Iglesias (Montevideo, 3 settembre 1971) è un allenatore di calcio ed ex calciatore uruguaiano, di ruolo difensore. Ha iniziato e terminato la sua carriera agonistica in patria, nelle file del Peñarol, ma gran parte di essa si è svolta in Italia, con le maglie dell'Atalanta prima e della Juventus poi: con quest'ultima ha vinto sei campionati italiani, tre Supercoppe italiane, una Supercoppa UEFA e una Coppa Intercontinentale; con i bianconeri ha inoltre giocato tre finali di UEFA Champions League. Paolo Montero Montero alla Juventus nel 1996 Nazionalità Uruguay Altezza 179 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 17 maggio 2007 - giocatore Carriera Giovanili 1990 Peñarol Squadre di club 1990-1992 Peñarol 34 (1) 1992-1996 Atalanta 114 (4) 1996-2005 Juventus 186 (1) 2005-2006 San Lorenzo 14 (1) 2006-2007 Peñarol 21 (1) Nazionale 1991-2005 Uruguay 61 (5) Carriera da allenatore 2014 Peñarol Giovanili 2014 Peñarol Interim 2016 Boca Unidos 2016 Colón (SF) 2017 Rosario Central 2019-2020 Sambenedettese 2021 Sambenedettese 2021 San Lorenzo 2022-2024 Juventus Under-19 2024 Juventus Interim 2024 Juventus Next Gen Palmarès Copa América Bronzo Perù 2004 Biografia È nato in una famiglia benestante, seguendo le orme paterne: il padre Julio Montero Castillo era stato a sua volta un calciatore, sempre nel ruolo di difensore. Anche il figlio Alfonso (nato nel 2007) ha intrapreso una carriera da calciatore: ha giocato nei settori giovanili di Defensor Sporting e Juventus, oltre a rappresentare le nazionali giovanili uruguaiane. Caratteristiche tecniche Giocatore «Io non ho mai commesso falli cattivi, le mie reazioni sono istintive. Del resto sono latino [...]. E per i latini il calcio è anche furbizia.» (Paolo Montero, 2000) Montero (a sinistra) in azione in maglia juventina nel campionato di Serie A 1996-1997, in marcatura sull'attaccante fiorentino Batistuta. Difensore tecnicamente dotato, era in grado di dirigere la retroguardia con personalità e lucidità. Solitamente schierato come stopper o libero, all'occorrenza ha ricoperto — seppur molto controvoglia, arrivando financo a litigare coi suoi allenatori per la cosa — anche il ruolo di terzino sinistro. Dal carattere deciso, non lesinava le maniere forti, anche eccedendo il regolamento: nel corso della sua carriera in Serie A ha ricevuto 16 cartellini rossi, cifra che lo rende il primatista assoluto in questa particolare graduatoria. Carriera Giocatore Club Peñarol e Atalanta Inizia a giocare nel Peñarol, dove approda all'età di 17 anni, sotto la guida di César Luis Menotti il quale paragona immediatamente il giovane difensore all'allora più noto Daniel Passarella. Rimane a Montevideo fino al 1992, quando viene notato dall'Atalanta che lo acquista e lo porta in Italia. Montero in azione all'Atalanta nella stagione 1995-1996 Debutta in Serie A il successivo 6 settembre, nel successo interno 2-1 sul Parma, e alla sua prima stagione emerge tra i protagonisti degli orobici di Marcello Lippi, che chiudono il campionato a un lusinghiero settimo posto in classifica; rimane a Bergamo anche dopo la retrocessione in Serie B del 1994, e anzi diventa un «pilastro della difesa» dei lombardi, che riconquistano immediatamente la massima categoria. Lascia l'Atalanta nel 1996, dopo un quadriennio fatto di 114 partite e 4 gol nei campionati. Juventus Nella stessa estate passa alla Juventus campione d'Europa in carica, voluto proprio da Lippi nel frattempo sedutosi sulla panchina bianconera; inizialmente il difensore pare destinato all'Inter, tuttavia il desiderio dello stesso Montero di tornare a lavorare con il tecnico viareggino fa sì che la trattativa con il club nerazzurro s'interrompa in dirittura d'arrivo, dirottando l'uruguaiano verso Torino. Fino al 2005 è un perno insostituibile della difesa juventina, facendo coppia al centro della retroguardia bianconera con Ciro Ferrara, e vincendo nel corso degli anni la concorrenza interna sia di Mark Iuliano sia di Igor Tudor. in Piemonte conquista una Coppa Intercontinentale (1996), una Supercoppa UEFA (1996), tre Supercoppe di Lega (1997, 2002 e 2003) e sei campionati italiani (1996-1997, 1997-1998, 2001-2002, 2002-2003, 2003-2004 e 2004-2005. Montero (in piedi, primo da destra) alla Juventus nella stagione 1999-2000 In maglia bianconera più che altrove, Montero fa valere le sue maniere forti. Al termine della partita Vicenza-Juventus (2-1) del 13 ottobre 1996, durante un diverbio tra Angelo Di Livio e il fotografo ufficiale della squadra berica, colpisce quest'ultimo; nei giorni seguenti il giocatore dichiara pubblicamente di non sentirsi pentito del gesto — «ho visto un compagno in difficoltà e sono intervenuto: mi è sembrato normale farlo» —, mentre il fotografo denuncia il difensore e avvia una causa civile. Il 9 marzo 2000, durante il retour match degli ottavi di Coppa UEFA tra Celta Vigo e Juventus (4-0), Montero colpisce al volto con una gomitata Valerij Karpin: espulso, esce dal campo schernendo platealmente il pubblico galiziano. Il 3 dicembre 2000, durante la classica Inter-Juventus (2-2) sferra un pugno al volto di Luigi Di Biagio: tramite l'applicazione della prova televisiva, il gesto gli costa tre turni di squalifica. Affermatosi come uno dei migliori difensori nella storia del club, sveste la maglia bianconera dopo 9 stagioni, 278 presenze e 6 reti totali, comprensive di 186 gare e 1 gol (il 29 novembre 2003 in un derby d'Italia casalingo perso 1-3) in Serie A. San Lorenzo e ritorno al Peñarol Conclude la carriera in Sudamerica, giocando nella stagione 2005-2006 con la squadra argentina del San Lorenzo, e nella successiva ritornando al Peñarol, disputando l'ultima sua gara il 17 maggio 2007 a Montevideo contro il Danubio. Nazionale Debutta con la nazionale uruguaiana il 5 maggio 1991, in un'amichevole persa 1-0 contro gli Stati Uniti. Con la Celeste disputa negli anni seguenti la Confederations Cup 1997, il campionato del mondo 2002 e la Copa América 2004; in quest'ultima competizione va in gol in occasione della gara inaugurale col Messico, pareggiata per 2-2. A seguito della mancata qualificazione uruguaiana al campionato del mondo 2006, dopo la sconfitta nel play-off intercontinentale contro l'Australia, lascia la nazionale con un bottino di 61 partite e 5 gol. Allenatore Montero nel 2010 Gli inizi al Peñarol Una volta appesi gli scarpini al chiodo, dopo aver brevemente svolto la professione di procuratore sportivo in Uruguay, nel novembre 2014 viene chiamato a sostituire il dimissionario Jorge Fossati, all'indomani della sconfitta contro il Nacional, sulla panchina del Peñarol, mantenendo l'incarico fino all'ingaggio di Pablo Bengoechea il 23 dicembre dello stesso anno. Boca Unidos e Rosario Central Nel marzo 2016 viene ingaggiato dal Boca Unidos, club militante nella Primera B Nacional, la seconda divisione argentina. Nella seconda parte del 2016 allena il Colón (SF), che lascia a fine dicembre per diventare, il 3 gennaio 2017, il tecnico del Rosario Central al posto del dimissionario Eduardo Coudet. Il 27 settembre 2018 ottiene a Coverciano la qualifica UEFA A, abilitandolo in Europa all'allenamento di tutte le formazioni giovanili e delle prime squadre fino alla Serie C, e alla posizione di allenatore in seconda in Serie B e Serie A. Sambenedettese e San Lorenzo Il 6 giugno 2019 viene chiamato alla guida della Sambenedettese, in Serie C. Nel campionato seguente conduce i rossoblù ai play-off, dov'è eliminato al primo turno dal Padova (0-0) solo per via del peggiore piazzamento conseguito nella stagione regolare. Nel settembre 2020, frattanto, ottiene l'abilitazione come allenatore di Prima Categoria - UEFA Pro. Confermato sulla panchina marchigiana per la stagione seguente, un avvio di campionato altalenante lo porta a essere sollevato dall'incarico il 27 ottobre 2020; viene richiamato sulla panchina adriatica l'11 febbraio 2021, subentrando al dimissionario Mauro Zironelli. Riesce nuovamente a portare i rossoblù, peraltro afflitti da un grave dissesto societario, ai play-off: il percorso termina però già al primo turno a seguito della sconfitta esterna per 3-1 contro il Matelica. Dopo la fine dell'esperienza nelle Marche, il 17 giugno 2021 Montero torna in Argentina per andare a sedersi sulla panchina del San Lorenzo. L'incarico nel club bonaerense dura fino al successivo 21 ottobre, quando, dopo una serie di risultati deludenti, viene esonerato. Juventus Il 28 giugno 2022, l'ex difensore torna dopo diciassette anni alla Juventus, chiamato ad allenare la squadra Under-19 bianconera. Il 19 maggio 2024, viene ufficialmente promosso all'incarico di allenatore ad interim della prima squadra juventina per le ultime due giornate di campionato, in sostituzione dell'esonerato Massimiliano Allegri. Debutta sulla panchina della prima squadra e contestualmente in Serie A il giorno seguente, nel pareggio per 3-3 sul campo del Bologna; quindi il 25 maggio ottiene una vittoria interna per 2-0 sul Monza, traghettando la Juventus al terzo posto e lasciando la panchina per la stagione seguente al già designato Thiago Motta. Tornato a disposizione del club, il 4 luglio 2024 assume la guida della Juventus Next Gen, la seconda squadra bianconera militante nel campionato di Serie C, prendendo il posto di Massimo Brambilla. Debutta il successivo 11 agosto, nella sconfitta esterna 2-1 contro la Giana Erminio valevole per la Coppa Italia Serie C. Dopo un avvio di stagione difficoltoso e con la squadra all'ultimo posto in classifica, il 12 novembre dello stesso anno viene esonerato dalla società torinese. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 6 - Juventus: 1996-1997, 1997-1998, 2001-2002, 2002-2003, 2003-2004 e 2004-2005 Supercoppa italiana: 3 - Juventus: 1997, 2002, 2003 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Coppa Intertoto UEFA: 1 - Juventus: 1999
  11. DAVIDE FALCIONI Esistono storie nel mondo del calcio – scrive Davide Lazzarini su Tuttojuve.com – che spesso sembrano delle vere e proprie favole: arriva una chiamata, inaspettata quanto desiderata, una risposta che dura il tempo di un secondo e in un attimo la tua vita si trasforma assumendo contorni mai immaginati in precedenza. In pratica quello che è successo a Davide Falcioni, portiere di 188 centimetri per ottantacinque chili, arrivato alla corte della “Vecchia Signora” nell’estate del 1996 all’età di ventuno anni. Davanti a lui mostri sacri del calibro di Angelo Peruzzi e Michelangelo Rampulla. Cresciuto nelle giovanili della Fiorentina, squadra nella quale arriva da bambino, all’età di diciassette anni è acquistato dal Fano, compagine calcistica militante nel campionato di Serie C2. Con i colori della squadra della sua città natale disputa tre campionati, dalla stagione 1992-93 alla stagione 1994-95, per un totale di ventotto presenze complessive. Nell’estate del 1995 è acquistato dall’Olbia, compagine sarda militante nella stessa categoria, ed è protagonista di un ottimo campionato: il suo nome comincia a circolare tra gli addetti ai lavori delle più importanti squadre nazionali. Tra di esse la spunta la Juventus: nell’estate del 1996 arriva per Davide l’occasione della vita, il coronamento di un sogno cominciato in tenera età. L’approdo nella squadra bianconera consente all’estremo difensore di entrare a far parte di un gruppo di giocatori invincibili, capaci di dominare in Italia e nel mondo, guidati da un tecnico destinato a scrivere le pagine più importanti della storia bianconera e non solo: Marcello Lippi. In questa escalation di trionfi Davide partecipa solo in minima parte, ma non per questo il suo contributo va dimenticato. Con i bianconeri esordisce in Serie A nel giugno del 1997, all’ultima giornata di campionato, nella gara Juventus-Lazio (2-2) che gli consente di potersi fregiare del titolo di Campione d’Italia. L’avventura juventina di Davide Falcioni termina qui: la stagione successiva è acquistato dal Livorno per poi continuare a difendere i pali tra le altre di Cosenza, Treviso, Vicenza e Vis Pesaro, squadra nella quale conclude la carriera. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/05/davide-falcioni.html
  12. DAVIDE FALCIONI https://it.wikipedia.org/wiki/Davide_Falcioni Nazione: Italia Luogo di nascita: Fano (Pesaro e Urbino) Data di nascita: 19.05.1975 Ruolo: Portiere Altezza: 188 cm Peso: 85 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1996 al 1997 Esordio: 01.06.1997 - Serie A - Juventus-Lazio 2-2 1 presenza - 1 rete subita 1 scudetto Davide Falcioni (Fano, 19 maggio 1975) è un ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Davide Falcioni Falcioni alla Juventus nel 1996 Nazionalità Italia Altezza 188 cm Peso 85 kg Calcio Ruolo Portiere Carriera Giovanili 19??-19?? Fano 19??-19?? Fiorentina 19??-1992 Parma Squadre di club 1992-1995 Fano 1 (0) 1995-1996 Olbia 33 (-27) 1996-1997 Juventus 1 (-1) 1997 Treviso 8 (-8) 1997-1998 Vicenza 3 (-6) 1998-1999 Livorno 27 (-25) 1999-2000 Cosenza 0 (0) 2000-2001 Juventus 0 (0) 2001-2002 Cosenza 3 (-8) 2002-2003 Catania 1 (-2) 2003-2004 Real Montecchio 4 (-6) 2004-2005 Fano 9 (-17) 2006-2007 Pergolese 33 (-42) 2007-2008 Vis Pesaro 21 (-?) Carriera Dopo gli esordi in gioventù nel Fano, squadra della sua città, cresce nel vivaio della Fiorentina. Torna a Fano nel 1992, debuttando in Serie C2 a 17 anni. Nel 1995 passa all'Olbia, con cui gioca da titolare nella stessa categoria, emergendo nel corso del campionato 1995-1996 tra i maggiori prospetti del ruolo. Le prestazioni offerte durante la stagione in Sardegna attirano l'interesse della Juventus, che lo ingaggia nell'estate 1996 affidandogli il ruolo di terzo portiere, alle spalle di Angelo Peruzzi e Michelangelo Rampulla. Pur chiuso nel ruolo dai succitati compagni di squadra, con i bianconeri esordisce in Serie A il 1º giugno 1997, a Torino contro la Lazio (2-2), presenza che gli consente di fregiarsi della vittoria dello scudetto. In seguito milita nel Treviso, in Serie B, prima di passare al Vicenza dove disputa 3 gare in massima categoria. Successivamente difende la porta del Livorno, in Serie C1, quella del Cosenza per un triennio e del Catania, entrambe tra i cadetti. Spende gli ultimi anni di carriera nelle categorie minori, prettamente tra i dilettanti: nel 2004 scende in Serie D al Real Montecchio, poi la stagione seguente un breve ritorno a Fano e tra i professionisti, per concludere l'attività nel 2007 in Eccellenza con la Vis Pesaro. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1996-1997
  13. PIETRO VIERCHOWOD Ha attraversato un ventennio del calcio italiano lasciando in tutti la sensazione di essere uno dei più grandi difensori dell’era moderna. Ha avuto l’onore e l’onere di confrontarsi con attaccanti fortissimi come Gullit, Van Basten, Völler, Careca e altri, con risultati sempre soddisfacenti. Noto a tutti gli appassionati di calcio come il Russo che, insieme al cognome, tradiscono le sue origini russe da parte di padre e come lo Zar, riconoscimento alla superiorità nell’arte del difendere.Proprio dai duelli con questi grandi campioni è nato il mito di Pietro Vierchowod, quello rimasto nella mente di molti grazie alla marcatura su Marco Van Basten che sempre poco ha potuto a causa delle grandi doti atletiche e fisiche che lo stesso Russo metteva negli scontri.A significarne anche l’ammirazione degli avversari, si può leggere la dichiarazione di Maradona che in un’intervista lo chiamò Hulk: «Una volta gli ero addosso, incollato. L’avevo, come si dice adesso, ingabbiato. Si è girato con una piroetta, un tunnel ed è volato via. Io allora sono scattato e l’ho raggiunto e chiuso in angolo e lui si è messo ridere: “Hanno ragione a dire che sei Hulk: ti manca solo il colore verde”. Ho affrontato attaccanti fortissimi: da Bettega a Pruzzo, da Graziani ad Altobelli. Spillo era completo; agile, potente, tecnicamente dotato, scattante e sgusciante, uno dei più difficili da marcare. Devo ammettere, però, che chi mi faceva impazzire era Selvaggi; alla fine mi faceva girare la testa, era imprendibile. Ma il numero uno era Van Basten; quando era in giornata diventava devastante, immarcabile. Anche per me, lo ammetto».Pietro è un vanto anche per la storia delle società in cui ha giocato: nel Como, perché unico giocatore convocato nella Nazionale maggiore di tutta la storia comasca. Nella Fiorentina, con la quale ha conquistato il secondo posto. Nella Roma, perché nell’unico anno di militanza, ha vinto uno scudetto formando un quartetto difensivo unico nella concezione tattica, con Di Bartolomei libero in fase difensiva e primo suggeritore nelle ripartenze, che godeva della copertura puntuale e veloce dello Zar.«Un’altra realtà, altra dimensione, altri giocatori: Ancelotti, Falçao, Prohaska, Bruno Conti. E il Barone… Ci affascinava con i suoi racconti surreali. Liedholm era molto superstizioso. Sulle maglie, ad esempio. Non potevamo prenderle, doveva consegnarle lui. Una volta, l’ho strappata dal mucchio, tanto sapevo il numero. Mi ha guardato malissimo: “Se succede qualcosa la colpa è tua. Non farlo più, capito?” Un’altra volta mi metto, per sbaglio, il suo cappotto: nelle tasche c’era di tutto. Ma proprio di tutto: sale, ciondoli, amuleti, boccettine, cornetti. Uomo fine e ironico ma credeva a queste cose».Nella Sampdoria, perché ha preso parte ai dodici anni più gloriosi della società, coincisi con la storica conquista dello scudetto. Nella Juventus, perché nella sua stagione disputata con la maglia bianconera, ha conquistato una storica Coppa dei Campioni.«Sono arrivato a Torino – dice con onestà – essenzialmente per vincere la Champions; non ho dimenticato la sconfitta di Wembley, contro il Barcellona, e ora vorrei prendermi la rivincita. Anche per questo, oltre al grande fascino che emana la Juventus, ho preferito un contratto annuale con i bianconeri, piuttosto che uno biennale propostomi da Roma e Fiorentina». Dirà in seguito: «L’allenamento cominciava alle dieci del mattino, io alle otto e mezzo ero già in campo. Spesso arrivava l’Avvocato. Non mi chiedeva di calcio, era curioso di tutto. Era stato in cavalleria e voleva sapere di mio padre soldato dell’armata sovietica. Della prigionia, del suo lavoro in Ucraina. Poi parlava anche della Juve… Nella Juve sono stato bene, c’era la struttura ideale per giocare al calcio. Tu devi pensare solo a fare il giocatore. Alla casa, all’affitto, al pediatra ci pensano loro».Il suo distacco dal calcio giocato avviene nella sua parentesi piacentina, durante la quale entra in conflitto con l’allenatore Simoni; il tecnico emiliano non credendo più in quell’atleta di quarant’anni, spinge il Piacenza a non rinnovare la fiducia a Vierchowod, che termina la sua carriera a sole nove presenze dal primato di presenze in Serie A.Pietro Vierchowod è stato sempre portato ad esempio da tutto il mondo del calcio, come modello di comportamento sia in campo che fuori; non si arriva a giocare titolare in Serie A fino a quasi quarant’anni senza tanta applicazione e dedizione. La sua decisione negli interventi, la velocità e il senso dell’anticipo, hanno consentito a Vierchowod di risultare lo stopper principe del campionato italiano in un periodo durante il quale i campi di calcio erano calcati da grandi campioni.«La Sampdoria è la squadra della mia vita, di Vialli, Mancini, Cerezo. Di tutti. Era la squadra degli amici e siamo stati un meraviglioso, irripetibile gruppo. Lì ho vinto, è stato fantastico. Ma è stato bello con tutte, perché tutte mi appartengono. Prima il Como: la prima famiglia. Poi la Fiorentina: la scoperta del grande calcio. Sono tornato a Firenze per questo, ho sbagliato. La Roma: il primo scudetto. La Juve: la Coppa dei Campioni. Il Milan: il momento sbagliato. Dovevo arrivare nel 1990, Il presidente Paolo Mantovani mi bloccò. E il Piacenza: la rinascita, in campo a quarant’anni. Sono stato fortunato, non ho mai avuto grandi infortuni e non mai avuto problemi muscolari. Cioè stiramenti, strappi. O menischi e altre cose di questo tipo. Solo alcuni buchi ai polmoni, solo pneumotorace… Il primo a Torino, nel 1991, Juve-Samp. Nell’intervallo dico a Boškov e al medico: “Mi fa male al petto e non riesco a respirare”. Boškov alza le spalle: “Non è niente, passa subito”. Torno in campo e dopo dieci minuti faccio segno alla panchina: “Non ce la faccio, non respiro”. Vujadin mostra l’orologio: “Dai, gioca mancano ancora cinque minuti”. Sono rimasto un’altra mezzora, sino alla fine”. Mi hanno visitato in diversi e liquidato con un sorriso: “Un po’ d’aria nello stomaco, la butti fuori e sei a posto”. Per fortuna poi sono stato visto da uno pneumologo che ha scoperto il buco. Così la seconda volta, una cosa simile. Dicevano di non preoccuparmi, che non era niente. La diagnosi me la sono fatta da solo, oramai ero pratico. Il terzo buco al polmone a trentasette anni Torino. Giocavo nella Juve. Robetta, sono tornato quindici giorni dopo». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/pietro-vierchowod.html#more
  14. PIETRO VIERCHOWOD https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Vierchowod Nazione: Italia Luogo di nascita: Calcinate (Bergamo) Data di nascita: 06.04.1959 Ruolo: Difensore Altezza: 179 cm Peso: 76 kg Nazionale Italiano Soprannome: Lo Zar - Il Russo - Orso Alla Juventus dal 1995 al 1996 Esordio: 27.08.1995 - Serie A - Juventus-Cremonese 4-1 Ultima partita: 22.05.1996 - Champions League - Ajax-Juventus 1-1 31 presenze - 2 reti 1 supercoppa italiana 1 champions league Campione del mondo 1982 con la nazionale italiana Pietro Vierchowod (Calcinate, 6 aprile 1959) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, campione del mondo nel 1982 con la nazionale italiana. Ritenuto uno dei migliori difensori italiani di sempre, è stato uno dei massimi interpreti del ruolo negli anni 1980 e 1990. Dopo gli esordi nella Romanese in Serie D, militò per un quinquennio nel Como, con cui vinse un campionato di Serie C1 (1978-1979) e uno di B (1979-1980), debuttando quindi nella massima serie. Acquistato dalla Sampdoria, fu girato in prestito prima alla Fiorentina e poi alla Roma, con cui vinse il suo primo scudetto nella stagione 1982-1983. Rientrato a Genova, divenne una bandiera della Sampdoria, legandovi la maggior parte della propria carriera e conquistando nell'arco di 12 stagioni quattro Coppe Italia (1984-1985, 1987-1988, 1988-1989 e 1993-1994), una Coppa delle Coppe (1989-1990), un altro scudetto (1990-1991) e una Supercoppa italiana (1991). Nel 1995 fu ceduto alla Juventus, dove rimase per una stagione vincendo una seconda Supercoppa italiana (1995) e una Champions League (1995-1996). Svincolatosi dal club torinese, si accasò per un anno al Milan per poi chiudere la carriera con un triennio al Piacenza, ritirandosi nel 2000, a 41 anni, dopo aver totalizzato 562 presenze in Serie A. Tra il 1981 e il 1993 ha fatto parte della nazionale italiana, con cui ha totalizzato 45 presenze, segnando 2 reti; ha disputato tre edizioni del campionato del mondo, vincendo l'edizione di Spagna 1982, senza scendere in campo a causa di un infortunio, e ottenendo un terzo posto a Italia 1990. Intrapresa la carriera di allenatore, nella prima metà degli anni 2000 ha guidato il Catania, la Florentia Viola e la Triestina; negli anni 2010 ha maturato due esperienze all'estero, prima all'Honvéd e poi al Kamza. Pietro Vierchowod Vierchowod alla Sampdoria nel 1990 Nazionalità Italia Altezza 179 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 2000 - giocatore Carriera Giovanili 1969-1973 Oratorio Spirano 1973-1975 Romanese Squadre di club 1975-1976 Romanese 3 (0) 1976-1981 Como 115 (6) 1981-1982 → Fiorentina 32 (2) 1982-1983 → Roma 30 (0) 1983-1995 Sampdoria 358 (25) 1995-1996 Juventus 31 (2) 1996 Perugia 0 (0) 1996-1997 Milan 16 (1) 1997-2000 Piacenza 79 (6) Nazionale 1981-1993 Italia 45 (2) Carriera da allenatore 2001-2002 Catania 2002 Florentia Viola 2005 Triestina 2014 Honvéd 2018 Kamza Palmarès Mondiali di calcio Oro Spagna 1982 Bronzo Italia 1990 Biografia Il padre Ivan Lukjanovič Verchovod era un soldato dell'Armata Rossa originario di Kiev, che fu prigioniero a Bolzano, Pisa e Modena; terminata la seconda guerra mondiale si rifiutò di tornare in patria e si stabilì a Spirano, in provincia di Bergamo. Le origini ucraine hanno valso al giocatore il soprannome di Zar, un appellativo che peraltro ben si adattava alle sue doti caratteriali. Caratteristiche tecniche Giocatore Vierchowod (a destra) in maglia sampdoriana nel 1990, mentre duella in velocità con il fiorentino Borgonovo. Stopper tenace e grintoso, Vierchowod aveva nella velocità in campo aperto, retaggio di un passato nell'atletica leggera, la propria caratteristica distintiva: infatti, pur non essendo fulmineo nello scatto breve, risultava difficilmente eguagliabile sulle lunghe distanze — «facevo i cento metri in meno di 11 secondi: ero un missile» —; Enzo Bearzot lo riteneva «il difensore più rapido del mondo». Le principali rivalità sportive Nel corso della sua lunga carriera, Vierchowod si confrontò con varie generazioni di attaccanti — «ho giocato contro Boninsegna e Ševčenko» —, alcuni dei quali, ad esempio Gabriel Batistuta, Gary Lineker e Fabrizio Ravanelli, espressero giudizi lusinghieri su di lui, descrivendolo come il marcatore più difficile da affrontare. Le maggiori rivalità sportive, caratterizzate da un acceso ma leale agonismo, furono però quelle vissute con Diego Armando Maradona e Marco van Basten: l'argentino restò impressionato dalla forza fisica del difensore, tanto da ribattezzarlo Hulk; l'olandese, dal canto suo, nel 1992 manifestò il proprio disappunto per non aver mai segnato su azione contro lo Zar, un tabù peraltro sfatato il giorno successivo. Oltre ai succitati Maradona e van Basten, considerati da Vierchowod i più forti avversari mai incontrati, il difensore annoverò Alessandro Altobelli e Franco Selvaggi tra i giocatori capaci di metterlo maggiormente in difficoltà: il secondo, in particolare, gli diede spesso del filo da torcere in virtù della sua agilità — «mi faceva girare la testa, era imprendibile» —, tanto da segnare diverse reti contro di lui. Degna di nota fu, inoltre, la menzione di Giampaolo Montesano, funambolico centrocampista che diede a Vierchowod numerosi grattacapi a inizio carriera, quando i due si affrontarono in Serie B. Tra gli attaccanti marcati in tarda età, Vierchowod spese parole d'elogio per Ronaldo, ritenendo che il brasiliano, potenzialmente, avrebbe potuto metterlo alle strette anche se l'avesse affrontato all'apice del suo vigore fisico. Ispiratosi a Tarcisio Burgnich, era uno specialista della marcatura a uomo, molto temuto in tal senso dagli attaccanti avversari, ma seppe adeguarsi anche alle sopravvenute innovazioni zoniste tanto da trovare posto, seppur a fasi alterne, nella nazionale di Arrigo Sacchi. Dapprima piuttosto grezzo nel tocco di palla, grazie a una spiccata etica del lavoro riuscì ad abbinare progressivi miglioramenti sul piano tecnico e tattico alle doti innate di personalità e prestanza fisica. Sebbene non fosse particolarmente alto, riusciva a vincere la maggior parte dei contrasti aerei in virtù di una notevole elevazione e di un grande senso dell'anticipo. Era inoltre avvezzo alle sortite offensive e al gol, soprattutto di testa: con 38 reti in Serie A, è nel novero dei difensori più prolifici nella storia del massimo campionato italiano. Di grande longevità sportiva, mantenne elevate prestazioni atletiche anche in età avanzata, ritirandosi a 41 anni senza aver mai accusato grossi problemi fisici, ad eccezione di tre casi di pneumotorace. Carriera Giocatore Club Gli inizi e Como Un giovane Vierchowod al Como Dopo le giovanili nello Spirano e un provino al Milan dove fu scartato, esordì nella Romanese, squadra bergamasca di Serie D, ma crebbe calcisticamente nel Como con cui disputò cinque campionati ottenendo una doppia promozione dalla Serie C1 alla Serie A. Esordì nella massima serie nella stagione 1980-1981, a 20 anni, nella sconfitta interna del 14 settembre contro la Roma (0-1); a fine campionato contribuì alla salvezza della formazione lariana. Fiorentina e Roma Vierchowod alla Fiorentina nella stagione 1981-1982 Acquistato nel 1981 dalla Sampdoria di Paolo Mantovani, che al tempo militava in Serie B, il 15 luglio venne prestato in Serie A alla Fiorentina, con la quale nel campionato seguente giunse secondo, battagliando fino all'ultima giornata con la Juventus per il titolo. Lasciò a malincuore Firenze a fine stagione, tuttavia il presidente doriano Mantovani, nel cederlo nuovamente in prestito, gli garantì l'approdo in una formazione con ambizioni da Scudetto: il 14 luglio 1982 diventò quindi un giocatore della Roma, un trasferimento di cui si sussurrava avesse dato il suo beneplacito persino Giulio Andreotti. Nella Capitale andò a fare parte di una linea difensiva composta da interpreti fortemente votati al gioco d'attacco e in cui il neoacquisto, di conseguenza, era chiamato a svolgere un importante ruolo equilibratore: in una squadra dall'accentuata vocazione zonista come da dettami del tecnico Nils Liedholm, un marcatore puro quale Vierchowod divenne immediatamente imprescindibile nelle dinamiche di gioco romaniste — «la vera mossa vincente di Liedholm, oltre a mettere il mancino Nela terzino destro, Maldera a sinistra e Di Bartolomei regista arretrato, fu piazzare Vierchowod al centro della difesa. Una pedina fondamentale. Marcava tutti lui da solo, era insuperabile», ricorderà il suo compagno di spogliatoio Roberto Pruzzo —, rivelandosi uno dei protagonisti del secondo Scudetto giallorosso nell'annata 1982-1983. Vierchowod alla Roma nell'annata 1982-1983 L'ottimo rendimento della stagione romana gli valse inoltre la vittoria del Guerin d'oro. Sampdoria Da Roma venne quindi richiamato definitivamente a Genova nell'estate 1983. Inizialmente restio ad abbandonare la squadra campione d'Italia, fu in breve convinto dal carisma e dalla personalità di Mantovani il quale, dopo avere riportato la Sampdoria in Serie A e avere ottenuto un'agevole salvezza da neopromossa, sotto la sua presidenza stava iniziando a palesare ambizioni ai massimi livelli attraverso la costruzione di una squadra in cui, tra gli altri, anche Vierchowod doveva avere un ruolo centrale. Confermatosi fin dal primo anno in Liguria tra i difensori più affidabili in circolazione (una giuria di esperti lo elesse miglior centrale della stagione 1983-1984), vestì la maglia blucerchiata per le successive dodici stagioni, in coincidenza con il periodo più glorioso del club. Nell'annata 1984-1985 partecipò alla vittoria della Coppa Italia, primo trofeo della storia sampdoriana, un successo replicato per altre due volte nella seconda metà del decennio. Frattanto nel 1986 l'arrivo di Vujadin Boškov in panchina aveva segnato un ulteriore punto di svolta: proprio il solido rapporto umano instauratosi con il tecnico jugoslavo nonché con Mantovani portò Vierchowod, insieme agli altri senatori dello spogliatoio come Roberto Mancini e Gianluca Vialli, a stringere un patto di ferro che li impegnò a non lasciare Genova finché non fosse arrivato lo Scudetto. Un successo che si materializzerà nel campionato 1990-1991, non prima di avere festeggiato anche il primo trionfo confederale del calcio genovese con la Coppa delle Coppe 1989-1990. Vierchowod (accosciato, primo da destra) con la maglia scudettata della Sampdoria 1991-1992, finalista di Coppa dei Campioni Nel nuovo decennio Vierchowod, ormai uno dei leader e bandiera della compagine doriana, rimpinguò il proprio palmarès con la Supercoppa italiana 1991 e un'altra Coppa Italia nell'edizione 1993-1994, quest'ultima sollevata nell'occasione da capitano blucerchiato. Era invece sfuggita nel 1992 la Coppa dei Campioni, persa in finale a Wembley contro gli spagnoli del Barcellona; un tarlo che il giocatore si trascinerà dietro per i quattro anni a venire. Juventus e Milan Il 16 giugno 1995, a 36 anni, si trasferì alla Juventus per 500 milioni di lire, insieme ai compagni di squadra Attilio Lombardo e Vladimir Jugović. Approdato a Torino con l'obiettivo dichiarato di vincere la Champions League, contribuì con ottime prestazioni alla conquista del trofeo, disputando da titolare, all'età di 37 anni, la finale vinta ai tiri di rigore contro gli olandesi dell'Ajax, detentori del trofeo. A fine stagione, chiuso dai nuovi arrivi Paolo Montero e Mark Iuliano, fu lasciato libero dal club piemontese per ragioni anagrafiche. Vierchowod in azione alla Juventus nella stagione 1995-1996 Vierchowod si accordò inizialmente col neopromosso e ambizioso Perugia di Luciano Gaucci; tuttavia, a causa di sopravvenuti dissidi con l'allenatore Giovanni Galeone, rescisse il contratto coi grifoni prima dell'inizio del campionato. Stante il sopraggiunto infortunio di Franco Baresi, il 3 settembre 1996 firmò quindi con il Milan dove rimase per una stagione, tuttavia avara di gioie. Piacenza Il 5 settembre 1997 si accasò al Piacenza, dove rimase tre stagioni, contribuendo alla salvezza nelle prime due annate. Degni di nota, nella stagione 1997-1998, furono i suoi duelli contro alcuni dei più temibili attaccanti della Serie A di allora: prossimo ai 39 anni, Vierchowod si prese la soddisfazione di negare il gol a molti di loro. Nel campionato 1998-1999 segnò il gol-salvezza nella sfida all'ultima giornata contro la Salernitana; rete che sancì la retrocessione della squadra campana. Vierchowod al Piacenza nel campionato 1997-1998 Si ritirò dall'attività agonistica nel 2000, a 41 anni, dopo la retrocessione dei piacentini in Serie B. Ha disputato 562 partite in Serie A, settimo assoluto dietro Gianluigi Buffon, Paolo Maldini, Francesco Totti, Javier Zanetti, Gianluca Pagliuca e Dino Zoff; al momento del suo ritiro, era secondo solo a Zoff per presenze nella massima serie. Avendo segnato un gol all'età di 40 anni e 47 giorni (il 23 maggio 1999 contro la Salernitana), è il quarto marcatore più anziano nella storia della Serie A, dopo Alessandro Costacurta, Silvio Piola e Zlatan Ibrahimović. Nazionale Convocato dal commissario tecnico Enzo Bearzot, esordì in nazionale maggiore il 6 gennaio 1981 a Montevideo, giocando titolare nella partita contro i Paesi Bassi (1-1) valevole per il Mundialito. Fece parte dei 22 convocati per il vittorioso campionato del mondo 1982 in Spagna in cui, tuttavia, non fu mai impiegato, anche a causa di un infortunio alla caviglia. A partire del 1983 entrò in pianta stabile tra gli Azzurri e fu titolare fino al campionato del mondo 1986 in Messico, dove prese parte a tutte le gare disputate dall'Italia che fu eliminata dalla Francia agli ottavi di finale. In seguito non fu confermato dal nuovo selezionatore Azeglio Vicini, che lo escluse dalle convocazioni. Vierchowod (in basso, a sinistra) in maglia azzurra, sul terzo gradino del podio al campionato del mondo 1990 Reduce da un periodo di ottima forma, ritornò in nazionale dopo quattro anni, il 21 febbraio 1990 per un'amichevole, e venne convocato per il campionato del mondo 1990 in Italia, dove venne impiegato in tre partite, compresa la finale per il 3º posto vinta 2-1 contro Inghilterra che giocò da titolare. Rimase nel gruppo anche con Arrigo Sacchi, che tuttavia gli preferì spesso Alessandro Costacurta, più avvezzo ai movimenti difensivi richiesti dal tecnico. Vierchowod ottenne la sua ultima presenza il 1º maggio 1993, in una partita contro la Svizzera valida per le qualificazioni al campionato del mondo 1994, al quale preferirà non prendere parte, visto il ruolo di riserva prospettatogli da Sacchi: «Dissi no, perché non mi andava di sperare negli infortuni dei compagni. E pensare che poi si fece male Baresi...». Con l'Italia conta 45 presenze e 2 reti, l'ultima delle quali, realizzata a 33 anni, 11 mesi e 18 giorni (il 24 marzo 1993 contro Malta), lo ha reso per diversi anni il marcatore più anziano nella storia della nazionale. Allenatore Il 19 dicembre 2001 ha esordito sulla panchina del Catania, in Serie C1; chiamato a sostituire Aldo Ammazzalorso, il 22 aprile 2002 viene esonerato a due giornate dal termine, con gli etnei in zona play-off. L'11 agosto viene ingaggiato dalla Florentia Viola, nata sulle ceneri del fallimento societario della Fiorentina, per il campionato di Serie C2; il 29 ottobre viene nuovamente esonerato, dopo nove giornate, a causa dei risultati negativi ottenuti dalla squadra toscana, e sostituito da Alberto Cavasin. Il 13 settembre 2005 è stato designato come nuovo allenatore della Triestina, in Serie B, incassando il terzo esonero consecutivo il 21 novembre dello stesso anno. Il 13 giugno 2014, a distanza di nove anni dalla precedente esperienza in panchina, viene assunto dai magiari dell'Honvéd in sostituzione del connazionale Marco Rossi, venendo poi esonerato il 6 ottobre. Il 31 maggio 2018 viene nominato allenatore della squadra albanese del Kamza. Dopo il ritiro Dal 2008 è opinionista Rai a Sabato Sprint. Nel 2012 si candida a sindaco nelle elezioni comunali di Como, alla guida di una lista civica, e ottiene 1017 voti (2,53% delle preferenze). Palmarès Vierchowod mostra la Coppa delle Coppe 1989-1990 vinta dalla Sampdoria (in alto), riceve da capitano blucerchiato la Coppa Italia 1993-1994 (al centro), e posa con Ravanelli dopo il trionfo della Juventus nella Champions League 1995-1996 (in basso). Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C1: 1 - Como: 1978-1979 (girone A) Campionato italiano di Serie B: 1 - Como: 1979-1980 Campionato italiano: 2 - Roma: 1982-1983 - Sampdoria: 1990-1991 Coppa Italia: 4 - Sampdoria: 1984-1985, 1987-1988, 1988-1989, 1993-1994 Supercoppa italiana: 2 - Sampdoria: 1991 - Juventus: 1995 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Sampdoria: 1989-1990 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Spagna 1982 Individuale Premio Nazionale Carriera Esemplare "Gaetano Scirea": 1995 Onorificenze Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana — 30 settembre 1991. Di iniziativa del Presidente della repubblica. Collare d'oro al Merito Sportivo — Roma, 19 dicembre 2017.
  15. MICHELE PADOVANO «Ha dinamite nelle gambe – scrive di lui Renato Tavella – e cervello fino. Intuisce, scatta, sa smarcarsi. Tira e segna. Poi ha dalla sua un’altra molla decisiva che lo agita al meglio: il desiderio di imporsi, di non lasciarsi sfuggire la grande occasione arrivata. Giocare nella Juve, in una grande squadra, dopo una carriera dura e sempre combattuta nei ranghi di società minori. Onore al merito, quindi, alla valorosa grinta di Padovano, torinese cresciuto al calcio nel Barcanova, una delle più gloriose società dilettantistiche piemontesi. L’uomo è temprato e conosce il senso della fatica e dell’impegno. Niente di meglio per Lippi, sempre alla caccia, dentro l’animo dei suoi giocatori, di motivazioni forti e nuove». SILVIA GROSSO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1995 Nel primo giorno di ritiro, Michele Padovano e il ritratto della felicità, e non è difficile immaginare il perché. Sa che la Juventus rappresenta un punto di svolta nella sua carriera ed è onorato di vestire la gloriosa casacca bianconera. Avrà poi la possibilità di scendere in campo ogni domenica con il tricolore cucito addosso, per difenderlo dagli assalti delle inseguitrici e tenerlo ben stretto il più a lungo possibile. Per non parlare dell’opportunità di giocare in Champions League, competizione che non ha certo bisogno di presentazioni e che costituisce un traguardo per qualsiasi calciatore professionista. Ma c’è un ulteriore fattore che rende ancora più emozionante l’esperienza bianconera di Michele Padovano: la possibilità di giocare a Torino, la città dove è nato. E non è poco, se pensiamo a quante squadre ha dovuto cambiare, in giro per l’Italia. prima di riuscire a tornare a casa Ripercorrendo in breve la sua carriera scopriamo che ha incominciato come professionista nell’Asti T.S.C. in serie C2, nella stagione 1985/86; l’anno successivo è passato nelle fila del Cosenza, dove è rimasto per quattro stagioni, conquistando nel 1987/88 la promozione in serie B. Nel 1990/91 ha disputato ii primo campionato in serie A, con ii Pisa, mettendo a segno ben 11 reti, che costituiscono ii suo record personale. Dopo questa prima esperienza nella massima serie ha iniziato a girovagare per l’Italia, cambiando società ogni anno: Napoli, Genoa, Reggiana, di nuovo Genoa agli inizi del campionato 1994/95, poi ancora Reggiana nel novembre ‘94 e ora l’arrivo alla Juventus. Noi di “Hurrà Juventus” lo abbiamo incontrato nel giorno dell’inizio del ritiro estivo, che ha coinciso con la sua presentazione ufficiale in bianconero, e lo abbiamo trovato pieno di entusiasmo e di umiltà. Ecco i suoi primi pensieri targati Juve: «Sono felicissimo di essere qui, è ovvio. Queste è la più grossa occasione della mia carriera e spero di riuscire a sfruttarla al meglio. Il mio primo traguardo consiste nei farmi trovare pronto quando Lippi avrà bisogno di me. So di avere davanti attaccanti del calibro di Fabrizio Ravanelli e Luca Vialli, senza dimenticare Del Piero, che hanno disputato una stagione eccezionale ed è giusto che partano titolari. Starà a me riuscire a farmi valere e apprezzare quando sarò chiamato in causa. Questa situazione non mi penalizza, anzi mi fornisce una motivazione in più, da aggiungere alle tante legate al semplice fatto di giocare nella Juventus, la squadra campione d’Italia, dalla quale tutti si aspettano sempre il massimo e contro la quale tutti giocano sempre con il massimo accanimento. Comunque gli impegni non mancheranno e penso che ci sarà spazio anche per me. So che alla base dei successi della scorsa stagione c’è stata la forza e l’unità del gruppo; ritengo che anche in futuro l’armonia all’interno dello spogliatoio giocherà un ruolo fondamentale e per questo motivo farò il possibile per inserirmi nel migliore dei modi. Del resto mi sto già trovando benissimo con tutti quanti. In questo sono facilitato dal mio carattere socievole e dall’esperienza accumulata con gli anni: per me cambiare squadra e fare amicizia con nuovi compagni non è certo una novità». Nel tentativo di conoscere un po’ meglio l’ultimo arrivo di casa Juve, gli abbiamo domandato di presentarsi ai suoi nuovi tifosi, descrivendo le proprie caratteristiche di calciatore. «Io sono un attaccante, questo è sempre stato il mio ruolo. Posso giocare sia in appoggio a un altro attaccante. Comunque sono versatile e non credo che avrò difficoltà ad adattarmi agli schemi del mister. Per il resto non saprei cosa dire... preferisco farmi conoscere con i fatti, con le buone prestazioni e con i gol». Visto che non ama dilungarsi suite proprie doti tecniche, ricordiamo che i Padovano è un giocatore dotato di forza fisica, abile nel gioco a terra e, grazie all’ottima elevazione, anche in quello aereo; particolare non trascurabile è infine la sua costanza in fatto di marcature. Nel giro di pochi mesi la vita di questo calciatore è cambiata. Con la Juventus ha la possibilità di giocare ai massimi livelli e di vivere una realtà agonistica a lui ancora sconosciuta. Ecco le sue considerazioni: «La Juve è la più grande squadra in cui ho avuto occasione di giocare, una squadra sempre competitiva su tutti i fronti, con un’organizzazione di gioco che, nello scorso campionato, l’ha resa irresistibile. Basta pensare a quante occasioni-gol si creano in ogni partita: sono davvero tante e, per un attaccante, questo è fondamentale. In passato mi capitava di avere un’occasione-gol ogni due o tre partite e la preoccupazione principale era, di solito, la salvezza. Ora, con la Juve, la mia vita e il mio modo di vivere il calcio sono cambiati. Spero che la squadra continui a vincere e che lo faccia anche con il mio contributo. Sarà bellissimo doversi preoccupare di rimanere ai vertici, di vincere sempre. Penso che mi ci abituerò in fretta». D’altronde giocare nella Juve significa proprio questo: capire che conta solo vincere. E Padovano l’ha già capito. 〰.〰.〰 L’esordio è di quelli da incorniciare: prima partita della Coppa dei Campioni, la Juventus scende in campo a Dortmund, contro il Borussia. Mancano Vialli e Ravanelli, squalificati, e Lippi punta tutto su Michele. L’inizio è un incubo: dopo pochi secondi Möller beffa Peruzzi, 1-0 per il Borussia. La Juve reagisce alla grande e, su un cross dalla sinistra, Padovano sale in cielo per colpire di testa e infilare il pallone nella porta tedesca: 1-1 e palla al centro. Ci penseranno poi Del Piero, con un gol strepitoso, e Conte a dare la vittoria alla squadra bianconera. «Quando tornammo da Dortmund, alla ripresa degli allenamenti venne a complimentarsi con noi, come spesso accadeva, l’Avvocato. Si avvicinò a me e disse: “Caro Padovano, se ci fossi stato io in porta quel gol non l’avresti fatto”. Beh, all’Avvocato tutto era permesso. Ecco, a proposito di carisma una figura come quella dell’Avvocato mi manca tantissimo; lui si che era carismatico. Il più carismatico che abbia mai conosciuto». La stagione della Juventus è memorabile: in campionato il cammino è pieno di incertezze, ma in Coppa Campioni la squadra vola. Unica pecca, la sconfitta al Bernabéu, per 1-0, nei quarti di finale, contro il Real Madrid: per qualificarsi, la Juventus, dovrà giocare una partita perfetta a Torino. Manca Ravanelli, squalificato, e Michele lo sostituisce: non deluderà le aspettative, realizzando il gol del 2-0, quello della qualificazione. «Mi trovo tra i piedi una palla d’oro. La controllo, in una frazione di secondo alzo la testa e tiro a botta sicura. Sento un boato assordante. No, sono sicuro che non lo dimenticherò più». A Roma, nella finale contro l’Ajax, entra a partita iniziata, al posto di Ravanelli. Realizza il proprio rigore e può sollevare la Coppa dalle Grandi Orecchie con pieno merito. «Effettivamente non ero male a tirare i rigori. In Serie A ne ho sbagliato solamente uno. Quella sera a Roma, è vero che Van der Sar intuì il mio calcio di rigore, ma io ero talmente sicuro di fare gol che non mi sono preoccupato per niente, perché in quei momenti ciò che più conta è la sicurezza che hai sul viso e a me non mancava. A livello professionale è stata sicuramente la più importante della mia carriera, ma quando mi chiedono di descrivere cosa ho provato mi rendo conto che non riesco a esprimere le mie emozioni, perché sono sensazioni troppo personali per poterle raccontare». È soprannominato Harley Davidson per la sua passione per quel tipo di moto. «Ne possiede due e sono bellissime – afferma la moglie Adriana – ma per me sono molto scomode quando si tratta di affrontare un lungo viaggio, anche se mi piace andare in moto con mio marito. Michele ha molta personalità e un carattere incredibile; è espansivo con gli amici intimi, ma rimane diffidente verso le persone che conosce superficialmente». Il campionato successivo è quello della consacrazione: Vialli e Ravanelli emigrano in Inghilterra, arrivano Boksic e due giovani di belle speranze, Christian Vieri e Nick Amoruso. La concorrenza non spaventa Michele che conquista presto il posto da titolare, diventando protagonista assoluto nella conquista della Supercoppa Europea, con due reti a Parigi, nella favolosa vittoria per 6-1, contro il Paris Saint Germain. «La vita e il pallone mi hanno insegnato a crescere. Prima ero insofferente, mi arrabbiavo per nulla, adesso dico che quello che ho avuto è molto e naturalmente mi basta. Quest’anno la Juve ha comperato due attaccanti e due già ne aveva. In tutto fanno cinque, me compreso. E per tutti ero il quinto. La cosa non mi ha sconvolto, ho pensato ad allenarmi bene e adesso gioco. Quando uscirò, se uscirò, nessun problema. Lavorerò per rientrare». In campionato il suo apporto è sempre considerevole e la Vecchi Signora corre spedita verso lo scudetto, grazie anche alla preziosissima vittoria allo Stadio Olimpico, contro la Lazio, dove Padovano mette a segno una doppietta. «Cosa aveva di speciale quella Juve? Il gruppo! Io ho girato tantissimo ma il gruppo che ho trovato in quella Juventus non l’ho trovato mai da nessun’altra parte. L’allenamento era alle 15? Beh, alle 13 e 30 eravamo già tutti nello spogliatoio, con una voglia incredibile di migliorarci. Quando affrontavamo le partite, gli avversari perdevano già nel tunnel che portava al campo; leggevano nei nostri occhi la voglia di vincere e non ce n’era per nessuno». La Nazionale non può fare a meno di notare Michele e il commissario tecnico Maldini lo convoca per le due partite, valide per la qualificazione ai Mondiali in Francia, contro Moldavia e Polonia. Sembra l’inizio di un sogno, ma la sorte è in agguato: domenica 23 marzo 1997, la Juventus è impegnata al San Paolo contro il Napoli. La partita termina 0-0 e Padovano entra al 16’ della ripresa per sostituire Vieri; non può certamente immaginare che sarà l’ultima partita in campionato, per quella stagione. Sabato 29 marzo, l’Italia batte la Moldavia a Trieste per 3-0: alla festa partecipa anche Michele, entrato al 23’ della ripresa, sempre in cambio di Bobo. Nonostante i pochi minuti, Padovano impressiona Maldini che gli assicura il posto di titolare nella partita di Chorchow, in Polonia. Al termine di un normale allenamento, il commissario tecnico azzurro, chiede ai rigoristi di provare le loro esecuzioni. Padovano è il cecchino designato e si impegna più degli altri. Peruzzi, che è uno specialista, non ha mai scampo contro i tiri di Michele, ma all’ennesimo tentativo, anziché gli sberleffi del tiratore e le imprecazioni del portiere battuto, si sente solamente un terribile crack: il ginocchio di Padovano è saltato. Lui non lo sa ancora, ma in quel momento, la sua carriera di calciatore è praticamente finita. «Era la vigilia dei Mondiali del 1998 e il Mister Maldini mi teneva in grande considerazione. Dai, diciamo che sono stato la fortuna di Vieri. Perché, probabilmente, se ci fossi stato anch’io avrebbe giocato meno!». La convalescenza è lunga, ritorna in campo per la Supercoppa Italiana, in agosto, contro il Vicenza e in Coppa Italia, contro il Brescello, ma il ginocchio gli fa ancora male, troppo male e non gli permette quegli scatti brucianti che lo rendevano imprendibile. Domenica 14 settembre 1997, Stadio Olimpico di Roma: Padovano è sostituito al 26’ del secondo tempo da Amoruso e non vestirà mai più la maglia bianconera. Qualche settimana dopo, infatti, sarà ceduto al Crystal Palace, in Inghilterra. I suoi numeri in maglia bianconera: 63 presenze e 18 gol, due scudetti, una Coppa dei Campioni, una Supercoppa Europea e una Supercoppa Italiana. Numeri che non rendono giustizia a questo sfortunatissimo campione. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/michele-padovano.html
  16. MICHELE PADOVANO https://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Padovano Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 28.08.1966 Ruolo: Attaccante Altezza: 178 cm Peso: 71 kg Nazionale Italiano Soprannome: Harley Davidson Alla Juventus dal 1995 al 1997 Esordio: 27.08.1995 - Serie A - Juventus-Cremonese 4-1 Ultima partita: 24.09.1997 - Coppa Italia - Juventus-Brescello 4-0 63 presenze - 18 reti 1 scudetto 2 supercoppe italiane 1 champions league 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Michele Padovano (Torino, 28 agosto 1966) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Michele Padovano Padovano in nazionale nel 1997 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 2001 Carriera Giovanili 1979-1982 Barcanova 1982-1985 Asti TSC Squadre di club 1985-1986 Asti TSC 24 (5) 1986-1990 Cosenza 103 (22) 1990-1991 Pisa 30 (11) 1991-1992 Napoli 27 (7) 1992-1993 Genoa 27 (9) 1993-1994 Reggiana 29 (10) 1994 Genoa 2 (0) 1994-1995 Reggiana 19 (7) 1995-1997 Juventus 63 (18) 1997-1999 Crystal Palace 12 (1) 1999-2000 Metz 9 (4) 2000-2001 Como 12 (2) Nazionale 1997 Italia 1 (0) Caratteristiche tecniche Attaccante scattante e rapido nel calciare, mancino, possedeva un ottimo tiro; intuitivo, spesso risolutivo anche da subentrante, si mostrava abile nello smarcarsi nonché a suo agio anche come rigorista. Carriera Giocatore Club Primi anni, Cosenza Padovano con la maglia del Cosenza a una partita commemorativa del 2008 Padovano iniziò la sua carriera professionistica in Serie C2 con l'Asti TSC nella stagione 1985-1986. Nell'ottobre 1986 si trasferì al Cosenza, restandovi per quattro anni e ottenendo sotto la guida di Gianni Di Marzio una promozione dalla Serie C1 alla Serie B attesa da oltre vent'anni. Con la squadra calabrese sfiorò nell'annata successiva la promozione nella massima serie, mancata solo per la classifica avulsa. Pisa, Napoli, Genoa e Reggiana Nel 1990 l'attaccante fece il suo esordio in Serie A con il Pisa, mettendo a segno 11 reti in 30 partite. In seguito continuò a giocare nella massima serie calcistica italiana vestendo le blasonate maglie di Napoli e Genoa, oltreché quella della matricola Reggiana. Padovano in azione alla Reggiana nel 1994 Anche grazie ai 10 gol segnati nell'arco del primo campionato giocato con la maglia granata, la Reggiana riuscì a centrare la sua prima salvezza alla stagione d'esordio in Serie A, nonostante le lunghe discussioni con il tecnico dell'epoca, Giuseppe Marchioro. Al termine di questo campionato tornò inizialmente a Genova per 1,5 miliardi di lire, tuttavia fu richiamato a Reggio Emilia nel corso della sessione autunnale di mercato, segnando 7 gol in 19 partite che stavolta non bastarono a salvare la squadra dalla retrocessione in Serie B. Juventus Le prestazioni offerte a Reggio Emilia fecero convergere su Padovano le attenzioni della Juventus di Marcello Lippi, che nell'estate 1995 lo acquistò per 7 miliardi di lire. Nelle successive due stagioni in Piemonte, dove s'inserì nelle gerarchie quale prima riserva dell'attacco, diede il suo apporto nelle vittorie di uno scudetto, una Champions League, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa UEFA e due Supercoppe di Lega. Padovano con la maglia della Juventus nel 1996 In particolare, nella prima stagione contribuì al trionfo del club torinese nella Champions League 1995-1996, dapprima mettendo a segno il decisivo gol del 2-0 nel retour match dei quarti di finale contro il Real Madrid, che valse il passaggio alle semifinali, e poi trasformando uno dei tiri di rigore nella vittoriosa finale di Roma contro l'Ajax; nella seconda, realizzò una doppietta nella finale di andata della Supercoppa UEFA 1996 vinta in goleada a Parigi contro il Paris Saint-Germain. Esperienze all'estero, ultimi anni Infortunatosi in nazionale, nell'estate 1997 la Juventus decise di cedere Padovano al Crystal Palace di Attilio Lombardo per 5,5 miliardi di lire (1,7 milioni di sterline), con cui tuttavia giocò poche volte realizzando un unico gol in campionato. La sua avventura in Premier League è stata così negativa che in una classifica dei 50 peggiori attaccanti che abbiano mai calcato i campi del massimo livello inglese, è posto in ventottesima posizione. Nel 2001 l'attaccante terminò la sua carriera da calciatore, dopo aver disputato le ultime stagioni da professionista con il Metz e il Como. Nazionale Nel 1997 Padovano venne convocato per la prima volta nella nazionale italiana dall'allora commissario tecnico Cesare Maldini, in occasione delle gare di qualificazione al campionato del mondo 1998 contro Moldavia e Polonia. Dopo il debutto contro i moldavi, battuti 3-0 a Trieste il 29 marzo, durante un allenamento a Chorzów in vista della gara contro i polacchi, l'attaccante scivolò a terra mentre stava battendo un calcio di rigore, procurandosi uno strappo muscolare che non gli permise più di competere al massimo, concludendo quindi anche la sua esperienza in azzurro con una sola presenza. Dirigente Dopo aver appeso le scarpette al chiodo, rimase a lavorare nel mondo del calcio. La prima esperienza manageriale fu nei quadri della Reggiana nel 2002. Nel 2005 ricoprì il ruolo di direttore sportivo nel Torino guidato da Giovannone, fino alla cessione della società a Urbano Cairo. Dal febbraio al maggio del 2006 fu quindi dirigente sportivo dell'Alessandria. Nel 2010 venne assunto come consulente di mercato dalla Pro Patria, ma il 15 giugno dello stesso anno rassegnò le dimissioni. Nel luglio 2021 assume la carica di direttore generale del Casale, per poi terminare la sua esperienza col club monferrino nel marzo 2022. Procedimenti giudiziari Al termine dell'attività agonistica Padovano venne coinvolto in un procedimento giudiziario conclusosi, dopo diciassette anni, con una sentenza di assoluzione. Nel maggio 2006 venne arrestato nell'ambito di un'inchiesta della Procura di Torino su di un traffico di hashish, accusato di avere un ruolo nell'organizzazione a delinquere che gestiva lo spaccio. Nell'ottobre 2011 il pubblico ministero chiese per Padovano 24 anni di carcere: il successivo dicembre il tribunale lo condannò in primo grado alla pena di 8 anni e 8 mesi di reclusione, ridotti a 6 anni e 8 mesi in appello. Sempre professatosi innocente – «mi accusarono di avere finanziato un traffico di droga, invece ho solo prestato 40 mila euro a un amico d'infanzia che sarà stato pure un delinquente ma resta un amico. Mi aveva detto che gli servivano per un debito...» –, scontò 3 mesi in prigione e 8 ai domiciliari, in attesa di giudizio. Nel gennaio 2021 la Corte suprema di cassazione annullò le precedenti condanne e dispose un giudizio di rinvio affinché una nuova corte d'appello valutasse la sua posizione. Nel gennaio 2023 il processo d'appello bis assolse definitivamente Padovano da ogni accusa. Per tale vicenda giudiziaria non ha ricevuto nessun risarcimento dallo Stato italiano. Palmarès Club Padovano (in primo piano) festeggia con i compagni di squadra la vittoria della Juventus nella Champions League 1995-1996 Competizioni nazionali Supercoppa italiana: 2 - Juventus: 1995, 1997 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1996-1997 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996
  17. VANNI PESSOTTO https://it.wikipedia.org/wiki/Vanni_Pessotto Nazione: Italia Luogo di nascita: Latisana (Udine) Data di nascita: 04.06.1974 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 2004 al 2005 Esordio: 07.06.2005 - Amichevole - Tokyo-Juventus 1-4 0 presenze - 0 reti Vanni Pessotto (Latisana, 4 giugno 1974) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. È fratello minore di Gianluca Pessotto. Vanni Pessotto Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex-Centrocampista) Termine carriera 2009 - giocatore Carriera Squadre di club 1992-1995 Cremonese 1 (0) 1995-1996 Massese 30 (5) 1996-2000 Cremonese 102 (1) 2000-2004 Lucchese 118 (2) 2004-2005 Sanremese 31 (0) 2005-2006 Spezia 15 (0) 2006-2007 Reggiana 12 (0) 2007-2008 Pro Patria 42 (0) 2008-2009 Spezia 23 (0) Carriera da allenatore 2012-2014 Lucchese Allievi Carriera Giocatore Ha cominciato la carriera nella Cremonese, con cui ha giocato una partita in Serie B ottenendo la promozione in Serie A a fine campionato. Con questa stessa squadra ha giocato in seguito 46 partite in seconda serie in due annate differenti. Curiosamente, nel giugno 2005 ha disputato uno spezzone di partita con la Juventus durante la tournée in Giappone, subentrando al fratello Gianluca. Allenatore Dalla stagione 2012-2013 alla stagione 2013-2014 è allenatore presso il settore giovanile della Lucchese, dove allena gli Allievi provinciali. Dirigente Nella stagione 2014-2015 viene nominato, dal direttore generale Giovanni Galli, team manager sempre con i rossoneri, per la quale ricoprirà tale ruolo fino al termine della stagione 2018-2019. Successivamente all'esperienza conclusa con la Lucchese, entra a far parte dell'organico dirigenziale, sempre nel ruolo di team manager della Pistoiese dalla stagione 2019-2020. Nella stagione calcistica 2022/2023 diventa il team manager della Triestina. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Serie C1: 1 - Spezia: 2005-2006 Supercoppa di Lega di Serie C1: 1 - Spezia: 2006 Competizioni internazionali Coppa Anglo-Italiana: 1 - Cremonese: 1992-1993
  18. GIANLUCA PESSOTTO Pessottino per chi gli vuole bene. E sono in tanti che lo stimano e che gli vogliono bene. Vent’anni di calcio, comincia a quattordici nelle giovanili del Milan; vive in collegio e la solitudine, il freddo, la nostalgia di tanti bambini che crescono così, con il loro sogno sotto il cuscino sono i suoi compagni di camera. È stato un trauma lasciare il suo Friuli, poco più che ragazzo. Lontano da casa sente la mancanza della famiglia, degli affetti più cari, degli amici di infanzia. Stringe i denti, fa grossi sacrifici e studia da perito aziendale e corrispondente in lingue estere, sognando di diventare un calciatore famoso, come i neo Campioni d’Europa del Milan che, tra gli altri, allineano Carletto Ancelotti. A quel tempo, Pessotto, aveva già imparato cosa significa vivere in un collegio aperto a tutti, lavare la propria biancheria intima e mangiare cibi scotti. Gianluca ricorda che, quella del Milan, fu una scuola di vita importante e, se uno resiste a certe prove, nulla più lo spaventa. Pane duro, dunque, prima di pasteggiare a caviale e champagne, si fa per dire, grazie al calcio miliardario. Dalla gestione Farina, il Milan passa a quella di Berlusconi e la situazione, anche a livello giovanile, migliora notevolmente sotto il profilo economico: «Il mio rimpianto più grande è quello di non aver continuato gli studi, come desideravo. Mi ero sposato con Reana, conosciuta a Varese quando ero in prestito nella squadra lombarda, e stavo superando i test per l’ammissione alla facoltà di Psicologia, quando è nata Federica. Mia figlia ha assorbito completamente le mie attenzioni, dopo l’incredibile full immersion calcistica che ho fatto nella Juventus. Quando è venuta al mondo, ero in ritiro per un mese e riuscivo a vederla con il contagocce. Allora ho capito che, nelle vesti di papà, dovevo dedicarmi a lei e a Reana. Per questo ho messo da parte i libri, il mio cruccio. Ed anche gli hobby. Ma la famiglia è molto più importante. Quando ero giovane mi è mancata parecchio». Il sogno di una carriera normale che poi diventa grande: «Dai ragazzi del Milan al Varese, prima in C2 e poi in C1. Dal Varese alla Massese, ancora in C1 e, subito dopo, il passaggio di categoria, nel Bologna e nel Verona. Dalla B alla A con il Torino dove debuttai in prima squadra al Delle Alpi contro l’Inter, nel settembre 1994. Vinsero i neroazzurri 2-0, ma fu un ottimo campionato. Vincemmo entrambi i derby e avemmo la fortuna di essere l’unica squadra a battere due volte la Juventus. È stata una stagione importante, anzi inventandomi terzino sinistro, Sonetti fece la mia fortuna. Io sono destro naturale, anche se scrivo con la sinistra. E c’è carenza di mancini che giocano in difesa. Lo stesso Maldini è un destro che ha trovato la propria strada a sinistra. Naturalmente, Paolo è il più grande. Un problema, quello del fluidificante di sinistra, che aveva pure quel Torino. E Sonetti trovò la soluzione, cambiandomi la posizione che era originariamente quella di mediano destro, anche se, saltuariamente, mi ero cimentato sul versante opposto. Un segno del destino». Con la Juventus gioca 366 volte, vince sei scudetti e tutte le coppe, compresa la Champions League, nel 1996, contro l’Ajax ai rigori. Uno lo segna proprio lui come quell’altra volta, agli Europei 2000 in semifinale contro l’Olanda. È la partita del “cucchiaio” di Totti, ma un altro pallone lo mette in porta proprio Pessottino, ancora una volta contro Van der Sar, suo futuro compagno bianconero. Si rompe il ginocchio nell’amichevole prima dei Mondiali 2002: li avrebbe giocati da titolare, invece, sta fermo sette mesi. La sua carriera finisce con l’ennesimo scudetto, il ventinovesimo bianconero, quello più amaro. «La Juventus è il massimo. Tante le gioie. Poche, anche se bruciano ancora, le delusioni. Nel primo campionato ci piazzammo secondi, ma poi vincemmo la Champions League. Mi viene ancora la pelle d’oca se penso a quando ho tirato uno dei calci di rigore che ci diedero il trionfo. Era una coppa cui la società teneva moltissimo dopo quella dello stadio Heysel, insanguinata e piena di polemiche. L’anno successivo, purtroppo, mi infortunai al tendine d’Achille e dovetti dare forfait a Tokyo, un appuntamento con gli argentini del River Plate che ci tenevo tantissimo a non perdere. Partecipai comunque alla gioia dei miei compagni. Purtroppo, dietro l’angolo, per me, c’era stata la iella. Lo scudetto mi ripagò, con gli interessi, di quell’amarezza e dell’altra, a Monaco di Baviera, nella finalissima persa con il Borussia Dortmund. Quella sera mi toccò soffrire in panchina. Ma non la dimenticherò facilmente». Diventa Team Manager, prima di quel gesto difficile da spiegare, gesto che tutti vorrebbero dimenticare il più presto possibile: «Di quella mattina non ho un reale ricordo, ma tra le mani avevo un rosario. Prima provavo un forte senso di vuoto, un male nell’anima e una grande solitudine, nonostante le tante persone che ti stanno attorno. Quanto esci da una sofferenza ne trai sempre qualcosa di positivo, di costruttivo. Rivedi tutto, rivaluti tutto e ne esci più forte, con qualche cicatrice, ma sei più forte. L’affetto della gente mi ha aiutato moltissimo ed è una cosa bellissima, se dai amore ricevi amore. Se dovessi fermarmi a ringraziare tutti coloro che mi sono stati vicini nei mesi difficili, non finirei più. Così come la squadra che, addirittura, su decisione di Del Piero e dei vecchi dello spogliatoio, ha ritirato la maglia numero sette». Lo chiamano il Professore; ha l’aria dell’insegnante, quando inforca gli occhialini e si tuffa nella lettura di un libro: «Schopenauer e Dostoevskij sono i miei autori preferiti, ma è “Il piccolo principe” il libro che mi ha maggiormente affascinato; attraverso una favola per bambini, lo scrittore ha voluto trasmettere l’insegnamento di quei valori che vanno contro il materialismo imperante della nostra società. Penso di essere così anch’io; sin da piccolo ho sempre preferito l’essere dall’apparire». L’amore esasperato per la moglie «Reana è come la Juventus, la migliore che potessi mai sposare» e per le splendide figlie Federica e Benedetta. E poi il sorriso e la sua lealtà; come quella volta a Perugia. La Juventus sta perdendo lo scudetto; ultimi minuti, l’arbitro dà una rimessa ai bianconeri, ma lui dice che è un errore e restituisce la palla all’avversario. «Vivere, prima di tutto, E camminare, muovere i primi passi incerti, sentire di nuovo la terra sotto di te, procedere spediti verso l’indipendenza; una sensazione stupefacente, la cosa più bella in assoluto. Non parliamo, poi, della gioia che ho provato quando, per la prima volta, ho potuto guidare di nuovo la macchina. Non mi sarei più fermato, ho girato e rigirato per tutta Torino, libero e con la mente sgombra, senza più quegli incubi che mi avevano accompagnato nel mio girovagare, sconvolto, per le stesse strade, in quel lontano sabato di fine giugno. Mi sentivo come un bambino sulla giostra, così felice che non avrei mai voluto interrompere il divertimento ritrovato». Questo è Gianluca Pessotto. ANDREA NOCINI, DA PIANETA-CALCIO.IT DEL 12 OTTOBRE 2013 È uno dei pochi calciatori laureati; l’alloro gli fa conquistare l’appellativo di "professorino". Rimasto alla Juventus come dirigente (team manager), la mattina del 26 giugno 2006, in piena crisi, si lancia impugnando un rosario da un abbaino della sede bianco-nera a Torino, ma si salva miracolosamente, anche perché termina il volo sulla capotta dell’automobile di Roberto Bettega, allora vice-presidente della Juve. Vince il suo calvario di crisi spirituale e di dolore fisico, e continua la sua carriera di dirigente bianconero. Quando è, direttore, che le è venuta per la prima volta la pelle d’oca? «Quando ho giocato una partita vera, in uno stadio pieno; lì sentii veramente un’emozione unica. Quindi, ogni esordio, ma, soprattutto, quella partita che ti immagini da bambino, no, quando affronti grandi squadre, quando debutti in Champions League, quando debutti in campionato. Ma, più di tutti, l’esordio in Serie A è stato da pelle d’oca: con la maglia del Torino, al vecchio Comunale, contro l’Inter, anche se perdemmo 0-2». Cos’è che le manca nel suo ricco carnet? «A livello di trofei, qualche Champions League in più, poiché abbiamo conquistato quattro finali e ne abbiamo perse tre. Nella mia vita desideravo disputare un Mondiale con la Nazionale, desideravo vincere una Champions League, ma non ho rimpianti». Il goal più bello e quello più pesante? «Il goal più bello è quando Gianluca Pessotto si è sentito felice di quello che ha fatto, perché convinto di aver dato il meglio di sé. Il goal più bello è essere soddisfatti di se stessi. Poi, il riconoscimento da parte degli addetti ai lavori di essere stato un esempio positivo a livello di sportività. Per l’uomo Gianluca è una grande vittoria». “Schemi e Patemi”, questo il titolo del libro: quali sono le certezze e quali invece le sue paure quotidiane? «I patemi sono quelli di domandarmi se ogni giorno, lavorando con i giovani del vivaio della Juventus, riesco a trasmettere messaggi utili a livello di comportamento e di passione che ho dentro di me. Il mondo pazzo del calcio è bellissimo. Voglio mettermi alla prova nel cercare di riuscire ad aiutarli a raggiungere i loro sogni. E di realizzare gli obiettivi che la mia società si è posta: quello, in testa, di far crescere tutto il movimento giovanile: questa è la mia mission e anche il mio patema. Il mio schema, quello che ha contraddistinto la carriera di Pessotto calciatore, è stato il lavoro e l’attenzione a ogni particolare. Sopravvivo ai patemi attraverso il lavoro, lavoro, lavoro, continuando a rimboccarmi le maniche». Cos’è che le dà fastidio e cosa la riesce ancora a colpirla, a stupirla, a commuoverla? «Mi fa arrabbiare l’idea generale dell’opinione pubblica di un non futuro, la sensazione di un paese che non vuole crescere, che è convinto di non farcela a uscire dalla crisi, dalle difficoltà a ogni livello; anche nel mondo del calcio. Mi emoziona la semplicità e la fiducia della gente comune, quando si incontra per strada. Nel vedere come ci si emozioni per le piccole cose: io mi emoziono ogni volta che vedo un campo da calcio pieno di bambini che giocano e dentro di me dico che, nonostante tutte le difficoltà che si sentono in giro, economia, guerre e altro, però, alla fine un campo da calcio pieno di bambini vocianti e che rincorrono, spensierati e divertiti, la palla mi riempie di gioia e dà l’idea di una grande sollievo e di una palpabile distensione». Di che cosa non può fare a meno nella vita di tutti i giorni? «Del calcio, di sicuro, sotto tutti i suoi aspetti. Mi piace vederlo, mi piace trattarlo, mi piace condividerne le amarezze e le gioie che ti trasmette, ed è veramente la mia vita». Gianluca Pessotto juventino da sempre? «No, da piccolo ero milanista, ma, devo dire che poi ho trovato, nella Juventus, la società nella quale completarmi e realizzarmi. Anche caratterialmente, oltre che dal punto di vista calcistico. Ho avuto la fortuna di crescere in una società vincente come il Milan, che ti aiuta a creare la mentalità vincente, e poi sono riuscito a completare il mio percorso in una società come la Juventus, con più di cento anni di storia e vincente. Ed è il massimo dei miei sogni, delle mie ambizioni». Un Pessotto più forte, più limpido e più equilibrato da quel tragico mattino del 26 giugno 2006? «La sofferenza vissuta in quei mesi, prima e dopo, in quegli anni in cui il percorso della mia rinascita è durato del tempo, al di là delle cicatrici nel corpo rimaste e qualcuna nel cuore, sicuramente mi ha aiutato molto a ridefinire alcune cose. La sofferenza ti aiuta a crescere, io ho conosciuto un punto davvero basso della mia anima, di me stesso e della mia vita, dove ho avuto paura di morire, e oggi non ho smesso di avere paura ma la vivo meglio. E, quindi, sicuramente, da questo punto di vista, mi sento molto più sicuro, molto più forte e molto più semplice. Il grande insegnamento di tutto quello che ho vissuto è che la mia voglia di sentirmi perfetto è stato l’errore più grande che io potessi commettere, è stata la mia debolezza e la mia forza e viceversa». Quindi, il suo più grande, sommesso pianto è stato quando ha potuto, riaprendo gli occhi, rivedere la moglie e le sue due figlie? «Esattamente: il primo sorriso che ho riconosciuto è stato quello delle mie figlie, la prima parola che ho potuto pronunciare è stato il nome delle mie figlie, la prima parola che ho potuto dire di nuovo è stato il mio nome ed è come se fossi tornato bambino, quando ti insegnano a pronunciare il tuo nome. Ecco, il paragone mi sembra che calzi per quello che ho vissuto in quei momenti». Cos’è che l’ha aiutata a venirne fuori? «In quei giorni lì, di dolore, io mi sono portato nel cuore una poesia, un salmo che mi ha donato un’infermiera delle Molinelle, e che porto ancora oggi con me, nella testa, nel cuore, e che diceva: “Camminavo sulla spiaggia, a fianco di Dio, e a un certo punto mi guardo dietro e vedo solo due orme. Alzo gli occhi al cielo e chiedo ma perché Gesù mi hai abbandonato?” Lui mi guarda e mi dice: “Sciocco, non vedi che non ti ho abbandonato, ti sto solo tenendo in braccio!” Ed è una cosa che mi ha segnato e che mi guida tutt’ora in ogni mio percorso». È una frase tratta da un anonimo brasiliano. «Sì, è vero! Non sono uno abituato a esternare le mie emozioni, ma oggi dover riuscire a descrivere quello che ho vissuto, anche quelle di paura, è la più grande battaglia ed è anche la mia grande mission con i giovani. Sono convinto che non bisogna avere paura di emozionarsi, le emozioni non sono debolezze». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/gianluca-pessotto.html
  19. GIANLUCA PESSOTTO https://it.wikipedia.org/wiki/Gianluca_Pessotto Nazione: Italia Luogo di nascita: Latisana (Udine) Data di nascita: 11.08.1970 Ruolo: Difensore Altezza: 173 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: Professore - Gazza - Pesso Alla Juventus dal 1995 al 2006 Esordio: 27.08.1995 - Serie A - Juventus-Cremonese 4-1 Ultima partita: 18.03.2006 - Serie A - Livorno-Juventus 1-3 366 presenze - 3 reti 6 scudetti 4 supercoppe italiane 1 champions league 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale 1 trofeo intertoto Gianluca Pessotto (Latisana, 11 agosto 1970) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, Football Teams Staff Coordination Manager della Juventus. Gianluca Pessotto Pessotto in azione alla Juventus nel 1995 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2006 - giocatore Carriera Giovanili 1987-1989 Milan Squadre di club 1989-1991 Varese 64 (1) 1991-1992 Massese 22 (1) 1992-1993 Bologna 21 (1) 1993-1994 Verona 34 (3) 1994-1995 Torino 32 (1) 1995-2006 Juventus 366 (3) Nazionale 1987 Italia U-17 6 (1) 1996-2002 Italia 22 (0) Palmarès Europei di calcio Argento Belgio-Paesi Bassi 2000 Biografia Ha un fratello, Vanni, anch'egli ex calciatore professionista. Appassionato di letteratura, è laureato in giurisprudenza. La mattina del 27 giugno 2006 ha tentato il suicidio buttandosi da un abbaino dell'allora sede sociale della Juventus a Torino, nel quartiere Crocetta, tenendo tra le mani un rosario. Venuti a conoscenza dell'accaduto, Fabio Cannavaro, Gianluca Zambrotta, Ciro Ferrara e Alessandro Del Piero hanno lasciato momentaneamente il ritiro azzurro al campionato del mondo 2006 per raggiungerlo in ospedale. In suo onore, dopo la vittoria italiana 3-0 sull'Ucraina nei quarti di finale dei succitati mondiali, i suoi compagni hanno mostrato un tricolore con la scritta «Pessottino siamo con te». Dopo la vittoriosa finale, alcuni azzurri hanno portato la Coppa del Mondo nella stanza dell'ospedale in cui era ricoverato. Il 17 luglio seguente è stato dichiarato fuori pericolo di vita dai medici dell'Ospedale Molinette di Torino che lo avevano in cura. Il 5 settembre ha poi lasciato l'ospedale Le Molinette di Torino, per trasferirsi alla Clinica Fornaca di Sessant. Nel maggio 2008 ha pubblicato con i giornalisti Marco Franzelli e Donatella Scarnati il libro La partita più importante, nel quale racconta la sua vita di calciatore, la sua crisi personale, il drammatico evento, il risveglio dal coma, l'entusiasmo ritrovato giorno dopo giorno e la definitiva guarigione. Caratteristiche tecniche Terzino affidabile e dal rendimento costante, capace di giocare su entrambe le fasce, nel corso della sua carriera si è distinto per correttezza e sportività. Carriera Giocatore Club Pessotto (a sinistra) in maglia juventina nel 1998, alle prese con un avversario sampdoriano. Ha iniziato la sua carriera agonistica nelle giovanili del Milan, da cui poi è dirottato al Varese con cui disputa 3 stagioni segnando una rete in Serie C2 nella stagione 1989-1990. L'anno seguente sale di categoria passando alla Massese, con cui segna una rete in 47 presenze. Dopo alcune positive esperienze in Serie B con Bologna e Verona, nella stagione 1994-1995 fa il suo esordio in Serie A con il Torino il 4 settembre 1994 nella partita Torino-Inter, giocando complessivamente 32 partite e segnando un gol, per poi passare alla Juventus, club che lo acquista per 7 miliardi di lire e con cui vince tutto, a partire dalla Champions League 1995-1996: nella finale contro l'Ajax mette a segno uno dei cinque rigori nella serie conclusiva, dopo che i tempi regolamentari e supplementari si erano conclusi sul risultato di 1-1. Titolare fino alla stagione 2001-2002, ha subito un infortunio che lo ha costretto a tre mesi di inattività: questa sosta, unita all'età e all'affermazione di Gianluca Zambrotta nel ruolo di terzino sinistro, ha gradualmente spinto Pessotto in panchina. Ha concluso la sua carriera agonistica in maglia bianconera nel 2006. Nazionale Pessotto (n. 7) in nazionale nel 1997, nei play-off UEFA per la qualificazione al campionato del mondo 1998. Nel 1987 partecipò al campionato del mondo Under-16 in Canada con la rappresentativa di categoria guidata da Comunardo Niccolai. Nel torneo, in cui l'Italia arrivò quarta, disputò 6 gare realizzando una rete nella prima contro il Canada. Con la maglia della nazionale maggiore è sceso in campo 22 volte e con essa ha partecipato al campionato del mondo 1998 e al campionato d'Europa 2000: in quest'ultima competizione segna uno dei rigori in semifinale con l'Olanda; mentre nella finale contro la Francia, effettua il cross che permette a Marco Delvecchio di portare gli azzurri momentaneamente in vantaggio. La finale termina 2-1 per i Bleus grazie al golden goal di David Trezeguet futuro compagno di squadra alla Juventus. Non partecipa al campionato del mondo 2002 a causa di un infortunio patito durante l'ultima amichevole pre-mondiale giocata a Milano il 17 aprile 2002, contro l'Uruguay. Dirigente Dopo aver concluso la carriera agonistica, il 27 maggio 2006 viene nominato direttore sportivo della prima squadra della Juventus; in seguito passa a occuparsi del settore giovanile dei bianconeri, ricoprendo vari ruoli a livello dirigenziale. Attualmente é il Football Teams Staff Coordination Manager della Juventus. Palmarès Torricelli, Deschamps, Ravanelli, Sousa, Rampulla, Pessotto e Carrera festeggiano il trionfo della Juventus nella Champions League 1995-1996. Club Competizioni nazionali Serie C2: 1 - Varese: 1989-1990 Campionato italiano: 6 - Juventus: 1996-1997, 1997-1998, 2001-2002, 2002-2003, 2003-2004 e 2004-2005 Supercoppa italiana: 4 - Juventus: 1995, 1997, 2002, 2003 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Coppa Intertoto UEFA: 1 - Juventus: 1999 Individuale Premio Nazionale Carriera Esemplare "Gaetano Scirea" (2006) Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica Italiana — Roma, 12 luglio 2000. Di iniziativa del Presidente della repubblica.
  20. JUAN PABLO SORIN C’è anche una faccia da bambino dentro la nuova Juventus – racconta Maurizio Crosetti sul “Guerin Sportivo” del 2-8 agosto 1995 –. E la faccia di Pablo Sorin, 19 anni, argentino, semi-sconosciuto ma non turista per caso nel nostro calcio. Faccia da bimbo, però il cuore è forte e lo sguardo pure: due occhi che puntano lontano. Se gli chiedete chi è l’italiano che preferisce non dirà Baggio, non dirà Signori, non dirà Baresi. Dirà Cesare Pavese («Le poesie più dei romanzi»), dirà Pier Paolo Pasolini. Se lo chiamate per un’intervista risponderà «Vengo subito», poi appoggerà sul comodino la storia della letteratura italiana che usa per allenarsi con la nostra lingua e magari col nostro modo di pensare. Il suo preparatore atletico non è Ventrone; è Moravia. Perché lui fa la ginnastica del cervello. Ragazzo di buona famiglia (padre architetto, madre assistente sociale, promessa sposa quasi laureata in educazione fisica), Pablo Sorin non appartiene alla categoria dei giovani calciatori doberman, disposti ad azzannare pur di arrivare. È un tipo tranquillo, e al tempo stesso deciso: «Sono qui per giocare, spero di diventare un titolare della Juventus, la maglia bianconera è un grande onore ma da sola non basta». Non è vero che a 19 anni è più facile sedersi in tribuna. Non è vero che ci si consola meglio. «Un anno fa non avevo neppure esordito nella Serie A argentina. In dieci mesi ho vinto un campionato e un Mondiale Under 20, sono stato convocato in Nazionale da Passarella e ora sono un giocatore della Juve. Incredibile. Però non mi fermo qui, non ho ancora combinato niente». Lo manda Sivori, ultimo argentino in bianconero prima di lui. Ci scommettono in tanti, perché Pablo Sorin è un calciatore moderno, un jolly difensivo eclettico. Impostato originariamente come terzino sinistro (guarda caso il ruolo ancora scoperto nella Juve), sa far bene anche il centrale. Nelle prime uscite bianconere ha impressionato per tempismo e senso della posizione, ma anche per disinvoltura e carattere. Ha pure segnato, perché è un difensore che ama spingersi in avanti, soprattutto sui calci piazzati. «Daniel Passarella mi ha regalato molti consigli per avere successo in Italia, nel campionato più difficile del mondo. Mi ha detto di dare sempre il massimo, anche in allenamento, anche nelle partitelle. E mi ha detto di spedire il pallone in tribuna, se mi sembra giusto». C’è grande sincerità nelle parole del giovane argentino, proposte in un italiano già ricco di sfumature. Il piccolo sconosciuto ha personalità, e pure qualche sponsor. Lippi e Ravanelli sono stati i primi a parlar bene di lui: «Sarà una delle sorprese di quest’anno» dice l’attaccante, che con Sorin divide la camera. «Fabrizio è un personaggio positivo, mi sta insegnando un sacco di cose»: un corso intensivo di calcio, anche se Sorin sembra uno di quelli che imparano anche da soli. La sua carriera è una freccia, un lampo. A nove anni portava già addosso la maglietta dell’Argentinos Juniors, che si è tolto solo per indossare quella della Juve. Ha esordito in prima squadra nel settembre del ‘94 poi è stata un’ascesa continua. Esperienze, vittorie, sogni: tutto condensato in una manciata di mesi. Ha un fisico robusto ma abbastanza minuto per un difensore, per uno specialista del calcio iper-atletico di oggi. I suoi 65 chili di peso, distribuiti in un metro e 73 di altezza, invitano alla cautela che occorre usare con ogni giocatore in fase di sviluppo. «Non bisogna esagerare con i carichi» dice Ventrone, «perché si possono provocare danni anche seri. È invece molto importante insegnare la corretta impostazione di ogni esercizio, con un programma di lavoro quanto mai personalizzato». Nella full metal Juve, c’è chi tratta con riguardo un patrimonio non solo tecnico, un investimento per il futuro. O per il presente? Perché, in teoria, Pablo Sorin è il quarto straniero della Juventus, ma in pratica potrebbe scalare presto qualche posizione. Di intoccabile c’è soltanto Sousa, forse Jugovic. Per gli altri ruoli la lotta è apertissima, e l’argentino con la faccia da bimbo potrebbe sfruttare la sua duttilità. C’è da occupare la fascia sinistra, per esempio, quella che avrebbe dovuto essere presidiata da Andrea Fortunato: «Conosco la sua terribile storia, e se davvero prenderò il suo posto cercherò di farlo in modo speciale. Perché quel numero è un peso, un dovere». Sa usare anche parole importanti, il ragazzo di Baires. Come quelle che dedica a Diego Maradona: «Secondo qualcuno, lui è stato un esempio sbagliato, un male per i giovani. Io penso invece che bisogna perdonare gli errori e capire. Maradona è stato un genio, ha dato felicità a un popolo. Ha sbagliato, credo abbia pagato: ora la speranza di ogni argentino è rivederlo in campo. Senza rancore». Faccia da bimbo ha ottima memoria: «Ricordo quando la Juventus affrontò l’Argentinos Juniors in Coppa Intercontinentale. Guardai quella magnifica partita insieme a mio padre, ricordo i colpi di Borghi e le invenzioni di Michel Platini. Avevo appena nove anni. Se qualcuno, quel giorno, mi avesse detto che avrei giocato in entrambe le squadre impegnate a Tokyo, gli avrei dato del matto». Invece è successo, tutto alla velocità della luce. Sarà per questo senso di fretta, sarà per questa frenesia che Pablo Sorin adesso chiede una tregua, un time-out della carriera. Dov’è arrivato, vuole restare. E poi raccontare: «Dopo il liceo mi sono iscritto alla facoltà di giornalismo. E qualcosa di simile alla letteratura. Per questo mi piace». Alla stampa italiana il compito di non fargli cambiare idea. 〰.〰.〰 Juanpi per gli amici, sa che l’occasione offertagli dalla Juventus è importantissima: «Questo treno passa soltanto una volta nella vita, se a 19 o 30 anni non conta: l’importante è non lasciarlo sfilare via senza agganciarsi a un vagone... Ho parlato con Vialli e Ferrara, so che loro mi daranno una mano. Così tutto sarà più facile». Ma la sua avventura in bianconero non sarà fortunata; Juanpi, infatti, scenderà in campo solamente per 4 volte, senza disputare mai una partita intera. Deluso, ritornerà in patria, vestendo la mitica casacca del River Plate. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/juan-pablo-sorin.html
  21. JUAN PABLO SORIN https://it.wikipedia.org/wiki/Juan_Pablo_Sorín Nazione: Argentina Luogo di nascita: Buenos Aires Data di nascita: 05.05.1976 Ruolo: Difensore Altezza: 173 cm Peso: 68 kg Nazionale Argentino Soprannome: Juanpi Alla Juventus dal 1995 al 1996 Esordio: 30.08.1995 - Coppa Italia- Avellino-Juventus 1-4 Ultima partita: 22.11.1995 - Champions League - Juventus-Borussia Dortmund 1-2 5 presenze - 1 rete 1 champions league Juan Pablo Sorín (Buenos Aires, 5 maggio 1976) è un dirigente sportivo ed ex calciatore argentino, di ruolo difensore o centrocampista. È l'unico calciatore che può vantare la vittoria, nella medesima stagione, della principale coppa continentale per club con due diverse squadre: la UEFA Champions League con la Juventus (1995-1996) e la Coppa Libertadores con il River Plate (1996). Juan Pablo Sorín Sorín alla Juventus nel 1995 Nazionalità Argentina Altezza 173 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2009 - giocatore Carriera Giovanili 1985-1994 Argentinos Juniors Squadre di club 1994-1995 Argentinos Juniors 20 (1) 1995-1996 Juventus 5 (0) 1996-2000 River Plate 78 (11) 2000-2002 Cruzeiro 29 (3) 2002-2003 → Lazio 6 (0) 2003 → Barcellona 15 (1) 2003-2004 → Paris Saint-Germain 21 (1) 2004 Cruzeiro 6 (0) 2004-2006 Villarreal 40 (7) 2006-2008 Amburgo 24 (4) 2008-2009 Cruzeiro 6 (0) Nazionale 1995 Argentina U-20 6 (0) 1995-2006 Argentina 75 (11) Palmarès Mondiali di calcio Under-20 Oro Qatar 1995 Giochi panamericani Oro Mar del Plata 1995 Copa América Argento Perù 2004 Confederations Cup Argento Germania 2005 Biografia Ha scritto un libro, Grandes Chicos, per raccogliere fondi destinati alla costruzione di una scuola e di un ospedale per bambini in Argentina. Caratteristiche tecniche Sorín era un terzino sinistro versatile e laborioso, che poteva anche giocare dovunque sulla fascia sinistra, grazie alla sua abilità di passaggio. Aveva uno stile di gioco eccentrico e, nonostante abbia giocato prevalentemente in ruoli difensivi, spesso faceva discese in attacco, dove metteva a profitto la sua abilità tecnica. Carriera Club Inizia a giocare all'età di nove anni nelle giovanili dell'Argentinos Juniors, per poi debuttare in prima squadra nel 1994. Nella primavera del 1995 Omar Sívori, ambasciatore della Juventus in Sud America, segnala alla dirigenza bianconera il nome di Sorín allora capitano dell'Argentina Under-20 campione del mondo in Qatar. Acquistato per 1,6 miliardi di lire, colleziona 5 presenze complessive, senza mai giocare una partita intera. A fine stagione torna in Argentina per vestire la maglia del River Plate. Con la casacca bianco-rossa disputa tre stagioni vincendo una Coppa Libertadores, una Supercoppa Sudamericana, tre Tornei d'apertura e un Torneo di Clausura. Nel 2000 lascia l'Argentina e si trasferisce in Brasile, firmando un contratto con il Cruzeiro con il quale vincerà nello stesso anno la Coppa del Brasile. Il 7 febbraio 2002 viene annunciato il trasferimento, per la stagione 2002-2003, del giocatore alla Lazio di Sergio Cragnotti. Nel corso dell'estate 2002 il trasferimento di Sorín rischia però di saltare. La Lazio, a seguito del crack Cirio, è in grave crisi finanziaria e non riesce a pagare ai brasiliani la prima rata del trasferimento di circa 3,5 milioni di euro. Nel mentre il calciatore inizia ad allenarsi alle dipendenze del mister biancoceleste Roberto Mancini, in attesa del transfer della federazione brasiliana che, dopo aver rinegoziato l'accordo sulla base di un prestito, arriverà solo alla fine di agosto. Nel corso della stagione l'argentino non riesce a trovare spazio. Inoltre la crisi finanziaria che colpisce il club romano e il conseguente ritardo nel pagamento degli stipendi, spinge il giocatore a mettere in mora la società con conseguente richiesta di svincolo. Ma la richiesta viene respinta dal collegio arbitrale della Lega per un vizio di legittimità. Il 31 gennaio 2003 termina l'avventura laziale di Sorín che torna così al Cruzeiro per poi essere subito girato sempre in prestito, con diritto di riscatto, al Barça. Con la maglia blaugrana disputa 15 partite segnando una rete. Nell'estate del 2003, ancora in prestito, si trasferisce in Francia alle dipendenze del Paris Saint-Germain con il quale vincerà una Coppa di Francia. Nel 2004 si trasferisce al Villarreal dove diventa un elemento insostituibile del club spagnolo che riesce, alla sua prima storica partecipazione, a raggiungere la semifinale di Champions League. Ai quarti di finale di quella stessa edizione, Sorìn fu vittima di un violentissimo fallo di Marco Materazzi. In area di rigore il difensore dell'Inter colpì con una gomitata in pieno volto Sorìn, lasciandolo a terra sanguinante. Nell'agosto del 2006 viene acquistato dall'Amburgo per una cifra di 3 milioni di euro. Resta in Germania fino al 2008 per poi tornare al Cruzeiro. Il 28 luglio 2009, a causa dei numerosi infortuni che hanno accompagnato gli ultimi anni della sua carriera, si è ritirato dal calcio giocato. Nazionale Nel 1995 capitanò l'Argentina Under-20 vittoriosa nel campionato mondiale di categoria. Le sue prestazioni nella nazionale giovanile attirarono le attenzioni anche del selezionatore dell'albiceleste Daniel Passarella, che lo fece debuttare il 14 febbraio 1995 nell'amichevole vinta per 4-1 contro la Bulgaria. Diventa così un pilastro della Nazionale, restando per 7 anni il terzino sinistro titolare, a partire dal 1999. Ha disputato il mondiale del 2002 e quello del 2006 dove il commissario tecnico Pekerman gli affidò la fascia di capitano. In totale con la maglia dell'albiceleste ha disputato 75 partite segnando 11 gol. Viene ricordato anche per un curioso episodio avvenuto durante la partita tra Brasile e Argentina valida per le qualificazioni al mondiale: Sorìn tocca tre volte il pallone con il piede sinistro e con il destro fa passare la palla sotto le gambe di Ronaldinho (fantasista mondiale per eccellenza). Sorìn subito dopo riceve un buffetto al volto dal brasiliano, evidentemente stizzito per il tunnel subito. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato argentino: 4 - River Plate: Apertura 1996, Clausura 1997, Apertura 1997, Apertura 1999 Coppa del Brasile: 1 - Cruzeiro: 2000 Copa Sul-Minas: 2 - Cruzeiro: 1999, 2000 Coppa di Francia: 1 - Paris San-Germain: 2003-2004 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Libertadores: 1 - River Plate: 1996 Supercoppa Sudamericana: 1 - River Plate: 1997 Nazionale Giochi panamericani: 1 - 1995 Campionato mondiale Under-20: 1 - 1995 Individuale Equipo Ideal de América: 3 - 1996, 2000, 2001 Bola de Prata: 1 - 2000
  22. NICOLA VISENTIN Nazione: Italia Luogo di nascita: Asola (Mantova) Data di nascita: 23.08.1976 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1995 al 1996 Esordio: 23.07.1995 - Amichevole - Selezione Valle d'Aosta-Juventus 0-8 0 presenze - 0 reti
  23. SIMONE LORIA https://it.wikipedia.org/wiki/Simone_Loria Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 28.10.1976 Ruolo: Difensore Altezza: 186 cm Peso: 82 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1994 al 1995 0 presenze - 0 reti Simone Loria (Torino, 28 ottobre 1976) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Simone Loria Nazionalità Italia Altezza 186 cm Peso 82 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 6 luglio 2013 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Vanchiglia 19??-1996 Juventus Squadre di club 1994-1995 Juventus 0 (0) 1996-1997 Olbia 31 (1) 1997-1999 Battipagliese 43 (2) 1999-2000 Nocerina 28 (0) 2000-2002 Lecco 52 (6) 2002-2005 Cagliari 87 (11) 2005-2007 Atalanta 63 (11) 2007-2008 Siena 36 (5) 2008-2009 Roma 9 (1) 2009-2010 → Torino 33 (2) 2010-2011 Roma 6 (2) 2011-2012 Bologna 9 (1) 2013 Cuneo 8 (0) Biografia Loria è nato e cresciuto nel quartiere torinese di Barriera di Milano, nel cui territorio ha aperto nel 2013 la Scuola Calcio Virtus Mercadante con l'obiettivo di far giocare e divertire i bambini del quartiere in un luogo accogliente e sicuro. Caratteristiche tecniche Da calciatore è stato un difensore centrale dotato di grande fisicità, molto deciso nei suoi interventi e dotato di un senso del gol non comune per i giocatori del suo ruolo. Carriera Giocatore Si forma calcisticamente nelle giovanili del Vanchiglia per poi passare nelle file della Juventus; ceduto dal club bianconero all'Olbia, Loria inizia una lunghissima gavetta nelle serie inferiori, che lo porta a vestire le maglie di Battipagliese, Nocerina e Lecco. Dopo due anni in Lombardia viene acquistato dal Cagliari. In Sardegna gioca per tre anni, e nella seconda annata realizza 7 reti. Passa quindi all'Atalanta, dove rimane per due anni mantenendo la media di 6 realizzazioni annuali. Nell'estate del 2007 passa al Siena per una cifra di 750.000 euro, e gioca in coppia con Daniele Portanova. Contribuisce alla stagione senese realizzando 5 reti al termine della quale viene acquistato dalla Roma nell'ambito della trattativa che porta Artur Moraes in giallorosso e Ahmed Barusso (in prestito), Gianluca Curci (in comproprietà) e Daniele Galloppa (seconda metà del cartellino) al Siena. Realizza la sua prima rete in maglia giallorossa il 21 marzo 2009 (Roma-Juventus 1-4) su un'azione partita da calcio d'angolo. Il 6 luglio 2009 viene ufficializzato il passaggio al Torino, squadra di cui è anche tifoso, con la formula del prestito. Segna il suo primo gol in granata nella gara contro il Mantova (finita 1-1), il 5 gennaio 2010. Ritornato nei ranghi giallorossi (chiuso nel suo ruolo da Juan, Burdisso e Mexes), ritrova la panchina il 6 febbraio 2011 nella partita contro l'Inter, entra nel secondo tempo e segna il terzo ed ultimo gol dei giallorossi nella partita poi terminata 5-3 a favore dei neroazzurri. Realizza il suo ultimo gol in maglia giallorossa nella partita Catania-Roma 2-1, segnando la rete del momentaneo vantaggio romanista. Nel 2011 consegue il diploma da geometra. Il 24 agosto dello stesso anno viene acquistato dal Bologna a parametro zero con un contratto annuale. Il 30 ottobre segna la rete del definitivo 3-1 di testa su punizione contro la sua ex squadra, l'Atalanta. A fine stagione rimane svincolato. Dopo alcuni mesi di inattività, nel febbraio 2013 si accasa al Cuneo, squadra di Lega Pro Prima Divisione. Il 5 luglio 2013 rescinde il contratto con il Cuneo rimanendo così svincolato. Il giorno seguente si ritira dal calcio giocato. Allenatore Il 7 settembre 2017 supera con esito positivo l'esame da allenatore di seconda categoria UEFA A per poter allenare le giovanili, le prime squadre fino alla Serie C e per fare il vice in A e B. Palmarès Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1993-1994 Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 1994-1995 Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1994 Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Atalanta: 2005-2006
  24. DARIO BACCIN https://it.wikipedia.org/wiki/Dario_Baccin Nazione: Italia Luogo di nascita: Novara Data di nascita: 27.08.1976 Ruolo: Difensore Altezza: 183 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1995 al 1996 Esordio: 15.03.1996 - Amichevole - Carrarese-Juventus 3-2 Ultima partita: 02.06.1996 - Amichevole - Vietnam-Juventus 1-2 0 presenze - 0 reti Dario Baccin (Novara, 27 agosto 1976) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, vicedirettore sportivo dell'Inter. Dario Baccin Baccin alla Ternana nel 1998 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2010 - giocatore Carriera Giovanili 1994-1996 Juventus Squadre di club 1995-1996 Juventus 0 (0) 1996-1997 Cesena 28 (0) 1997-1998 Chievo 15 (1) 1998-2000 Ternana 55 (2) 2000-2002 Napoli 39 (2) 2002-2003 Al-Ittihad Tripoli 0 (0) 2003 Taranto 0 (0) 2003 Ancona 5 (0) 2004 Ascoli 7 (0) 2004-2007 Rimini 99 (3) 2007-2009 Treviso 57 (1) 2009-2010 Rimini 14 (0) Carriera Giocatore Cresce nelle giovanili della Juventus, talvolta allenandosi con la prima squadra senza disputarvi tuttavia alcuna partita ufficiale; nell'estate 1996 viene ceduto al Cesena, in Serie B, dove nella stagione 1996-1997 totalizza 28 presenze e nessuna rete. Nella stagione successiva rimane in Serie B passando al Chievo; qui segna anche la prima rete nella serie cadetta. Dopo una stagione si trasferisce alla Ternana dove rimane per un biennio. Nel settembre 2000 viene acquistato dal Napoli in compartecipazione con la Juventus: è proprio contro i bianconeri che debutta in Serie A il successivo 30 settembre, in occasione della partita Napoli-Juventus (1-2). I partenopei retrocedono in Serie B al termine della stagione e Baccin decide di rimanere un'altra stagione in maglia azzurra, dove ha l'occasione di indossare la fascia di capitano. Il suo campionato finisce all'ultima giornata del girone di andata, complice un infortunio al piede. Nella stagione 2002-2003 approda in Libia tra le file dell'Al-Ittihad: dopo aver firmato il contratto, la società libica gli propone una riduzione dell'ingaggio per problemi societari. L'esperienza termina senza presenze ufficiali, e nel gennaio 2003 torna in Italia per giocare nel Taranto, in Serie C1. Nella stagione 2003-2004 viene invece acquistato dall'Ancona in Serie A, dove gioca mezza stagione per poi venire acquistato dall'Ascoli a gennaio. Nell'estate 2004 passa al Rimini: con i romagnoli ottiene subito la promozione dalla Serie C1 alla Serie B. Dopo il quinto posto finale della stagione 2006-2007 si trasferisce al Treviso, rimanendo in Veneto per due anni. Nel luglio 2009 ritorna al Rimini, per quello che è il suo ultimo anno di calcio giocato, concluso con la semifinale play-off persa contro il Verona. Dirigente Ritiratosi dall'attività agonistica, Baccin rimane nel mondo del calcio e il 2 dicembre 2010 consegue a Coverciano il diploma per direttore sportivo con il voto di 110/110. Dal febbraio 2011 ricopre il ruolo di osservatore per il Siena, rimanendo con il club toscano fino alla stagione 2011-2012. Il 26 giugno 2012 assume gli incarichi di direttore dell'area tecnica e responsabile del settore giovanile del Palermo, agli ordini del direttore generale dell'area sportiva Giorgio Perinetti. Durante il periodo in questione sono emersi diversi giocatori divenuti professionisti: Accursio Bentivegna, Luca Fiordilino, Edoardo Goldaniga, Antonino La Gumina, Simone Lo Faso, Cephas Malele, Giuseppe Pezzella, Roberto Pirrello e Marco Toscano. Dal 2 luglio 2017 assume la carica di vicedirettore sportivo dell'Inter. Palmarès Competizioni giovanili Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 1994-1995 Competizioni nazionali e internazionali Campionato italiano Serie C1: 1 - Rimini: 2004-2005 (girone B) Supercoppa di Serie C: 1 - Rimini: 2005
  25. ATTILIO LOMBARDO Arriva a Torino nell’estate del 1995, dopo aver trascorso nella Sampdoria una parte importante della sua carriera; sei stagioni, dopo essere approdato a Genova dalla Cremonese; in pratica, lo stesso tragitto percorso da Vialli, il quale, come Attilio, si è prima imposto all’attenzione con i blucerchiati di Mantovani ed ha poi salutato il mare e il sole della Liguria, per tuffarsi in una nuova esperienza a Torino. Cammini paralleli, dunque, che si ricongiungono sotto la Mole Antonelliana.«È stupendo giocare nuovamente con Luca – dice il giorno della presentazione in bianconero – perché è un amico e perché, con la sua personalità, aiuta tutta la squadra. In passato, hanno provato a metterci l’uno contro l’altro con una polemica sulla Nazionale e sulla sua esclusione, ma non ci sono riusciti; io e Luca ci siamo spiegati e tutto si è sistemato».Come Vialli, Jugović e Vierchowod, anche Lombardo è reduce di quella bruttissima notte londinese, quando la Sampdoria fu sconfitta dal Barcellona di Cruijff in finale di Coppa dei Campioni, dopo essersi illusa di poterla conquistare: «È una sconfitta che brucia ancora, spero di riuscire a rimarginarla grazie alla Juventus».Giocatore molto eclettico, dotato di una progressione eccezionale e di una buona dose di freddezza sottorete, arriva alla Juventus con tantissimo entusiasmo: «Arrivo a Torino nel momento più bello, ma anche più impegnativo; non sarà facile migliorarsi, dopo tutto ciò che la squadra è riuscita a fare nell’ultima stagione, ma faremo di tutto per riuscirci».La stagione parte malissimo, Lombardo si infortuna nel precampionato, in un’amichevole contro il Borussia Dortmund, disputata a Cesena: «Il mio è stato un infortunio del tutto casuale e, forse, proprio per questo un pochino più complicato dei classici del genere. Infatti, oltre alla frattura del perone, c’è stata la distrazione ai legamenti della caviglia. Per me è una sensazione nuova. In tutta la carriera, non ho mai avuto un infortunio grave: era destino che mi capitasse proprio adesso».Lippi fa sfoggio di filosofia: «L’infortunio di Lombardo non ci voleva, ma questo è il calcio e non ci possiamo fare nulla. Anche lo scorso anno ce ne sono capitate di tutti i colori, ma non per questo la Juventus ha allentato la presa sugli obiettivi. Ho detto ad Attilio di non abbattersi e di stare tranquillo: i suoi compagni si impegneranno al massimo per fargli trovare, al suo rientro, una Juventus ben piazzata».Tre mesi dopo, è novembre inoltrato – scrive Emanuele Gamba sul “Guerin Sportivo” – incombe la nebbia e dalla nebbia sbuca un sorriso. Attilio Braccio di Ferro è pronto, è guarito, sta dimenticando. L’attesa è finita, il match con il destino è tornato in parità. «Toccando ferro, eccomi qui. Sono pronto». Pronto per riattivare quella serie da record: 144 partite consecutive in Serie A, senza una squalifica, senza un raffreddore. «A pensarci bene, in effetti, è pazzesco. Non ho mai avuto problemi in tutta la mia carriera, cambio squadra e crac, mi capita uno dei peggiori infortuni possibili. Pazzesco». Gira una storiella, tra Bogliasco e Torino. Si racconta che chi deve lasciare la famiglia-Samp per la ricca Juventus deve pagare una sorta di pedaggio, superare una specie di prova del fuoco. Capitò a Vialli (elenco dolorosamente lunghissimo di disavventure) e adesso, tutto in un colpo, a Vierchowod, Jugović e Lombardo. Un pneumotorace, uno strappo, una frattura. «Eh sì, non, facciamo giri di parole. Dicono che passare dalla Samp alla Juve porti sfiga. Non so se crederci oppure no. Ma di sfortuna ne ho avuta tanta, davvero». Perché adesso Lombardo deve ricominciare daccapo, da zero. «Ero qui da quindici giorni, avevo appena fatto in tempo ad assaggiare questa nuova dimensione quando è accaduto il fattaccio. Soffro ancora adesso che sono guarito». La sofferenza di Lombardo è stata (è) bipolare. Il dolore alla gamba e il dolore mentale, questo è il doppio tormento. E poi, quella vita senza raffreddori ha fatto in modo che tutto si concentrasse in un solo momento, amplificando gli effetti del male: «Verissimo. Ho visto tanti miei compagni fermarsi per gli infortuni più disparati, ma non ho mai colto in pieno i loro problemi. Finché capita agli altri, tu ti senti immune, non capisci, non ti preoccupi. Perciò per me, che non ero abituato a stare fuori, è stato ancora più difficile. Una questione psicologica, soprattutto: stare a vedere i compagni che lavorano sul campo mentre tu resti a guardare è davvero dura». Ora si tratta di capitalizzare l’esperienza vissuta, di trasformarla: «Sì, essendo stata un’esperienza completamente nuova è chiaro che mi lascerà il segno. Ho vissuto una dimensione diversa, mi servirà». Reinhardt, si chiama il destino. «Non provo rancore nei suoi confronti, non l’ho mai provato. E non sento istinto di vendetta: lo ritroverò in Champions League, ma me ne starò buono. Questo non annulla la mia convinzione, che coltivo da quella sera: quell’intervento poteva essere evitato, sicuramente, anche se non c’era l’intenzione premeditata di fare male». Tre mesi per meditare, per pensare. Per tracciare bilanci: «Ho perso molto, ne sono sicuro. Soprattutto, mi è mancata la possibilità di inserirmi immediatamente nel gruppo per cominciare nel modo migliore la nuova avventura. Anzi, visto l’infortunio posso dire che la nuova avventura non è nemmeno cominciata. Il fatto è che la grande forza della Juventus risiede proprio nello spirito di gruppo, nell’atmosfera che regna in ritiro, nello spogliatoio. Non poterla respirare è un vero handicap. Anche se, onestamente, tutti mi sono stati vicini. A cominciare da Lippi, che da toscano verace ha sempre una parola buona, utile. Lui ha grande esperienza, cura ogni dettaglio, cerca sempre di dare una mano a chi è in difficoltà». Buoni incontri, tipo Lippi. Oppure conoscenze terrificanti. Tipo Ventrone… «Eh sì, è davvero un aguzzino… Però è un lavoratore straordinario, preparatissimo. Praticamente sono stato sempre alle sue dipendenze, e mi ha fatto sudare come un matto. Ha davvero lo spirito del vecchio marine». E chissà quante volte Braccio di Ferro ha maledetto quel giorno in cui decise di lasciare casa–Samp, di abbandonare la famiglia Doria, di tuffarsi nel futuro. «No, non sono pentito della scelta che ho fiuto. Sono stato io a volere la Juventus. Quando Mantovani mi comunicò che aveva intenzione di cedermi per il bene della società, io ho chiesto di essere trasferito a Torino. Quindi non rinnego nulla. E chiaro che c’è un po’ di nostalgia, ma è normale quando si lasciano degli amici. Però non ho mai pensato nemmeno una volta di tornare indietro, anche se qui è tutto diverso: non c’è mai contatto con la dirigenza, il valore massimo è la professionalità. E poi quando apro la finestra non vedo più il mare di Nervi… Comunque anche la mia nuova città mi piace, pure mia moglie è soddisfatta. Abito in centro: alcuni non lo sanno, ma Torino ha degli angoli affascinanti». Tre mesi di solitudine, a confrontarsi coi propri problemi. Con i sogni. Con le angosce. «Cominciamo con i sogni: io spero di potere tornare in Nazionale. L’ho abbandonata a giugno, adesso che sono guarito mi ricandido. Non ho perso le speranze. Anche se è giusto che io faccia i complimenti a Di Livio, che ha preso il mio posto sia nella Juve sia in azzurro. Però chi dice che non possiamo giocare insieme?». E la solitudine, Attilio? «Quella non è stata un peso. Perché è vero quello che si dice: gli amici si scoprono nel momento del bisogno. Ho sentito i vecchi compagni della Samp, della Cremonese. E questo in fondo era normale. Le emozioni arrivano quando dall’Inghilterra telefonano Platt e Gullit, quando dal Giappone chiama Zenga, che allora era in tournée. Posso dire che per me si è mobilitato mezzo mondo… Purtroppo, con Walter ho dovuto ricambiare poco dopo». Quel che pesa, adesso, è l’angoscia: «Momenti brutti ne ho vissuti tanti, in questi mesi. Diciamo tutti e nessuno, anche se quando ho tolto il gesso credevo già di essere alla fine della convalescenza e invece si trattava soltanto dell’inizio della sofferenza. Una paura la coltivo, confesso. Temo di tornare in campo condizionato, portandomi addosso la fobia del contrasto, il terrore di rifarmi male. Mi dicono che sia normale e che passerà, ma purtroppo non potrò saperlo, fin quando non ricomincerò a giocare a tempo pieno». E allora in bocca al lupo, sfortunato Popeye, anche se il difficile viene adesso: bisogna trovare la forma, trovare il ritmo della partita, trovare un posto, trovare tutto. «Penso e ripenso all’esempio di Vialli, a tutte le volte che sembrava finito e invece è ripartito più forte di prima. Io ho una sola certezza: adesso non ho voglia di giocare, ma ho una super–voglia, una voglia doppia. Tanto Lippi adora il turn–over, no?».Attilio fatica a ritrovare il posto in una Juventus che sta volando a gonfie vele verso la conquista della Champions League. Qualche goal importante contro il Padova e l’Inter, ma nelle partite che contano, siede in panchina. E nella gloriosa serata dell’Olimpico, Lombardo guarda, dalla tribuna, i compagni sollevare la “Coppa dalle grandi orecchie”.L’anno successivo, riesce a ritagliarsi uno spazio importante nella squadra bianconera, partecipando al successo in campionato e alla sfortunata finale di Champions, a Monaco di Baviera, contro il Borussia Dortmund. Rimane negli occhi di tutti i tifosi della “Vecchia Signora” la grandissima partita di Lombardo e di tutta la Juve contro l’Ajax, in semifinale. Un 4-1 che non ammette discussioni, con le reti di Bobo Vieri, Nick Dinamite Amoruso e una perla di Zidane, che mette a sedere i difensori olandesi, Van der Sar compreso. Anche Attilio mette il timbro sulla vittoria con un bellissimo colpo di testa sottomisura.Scrive Repubblica.it: «Lombardo è convinto: “Una giornata bellissima, meritavamo la finale”. È stata un’altra notte di Juve alternativa, dopo mesi di giostre e carambole tra titolari e riserve, ex intoccabili e nuove proposte. Mancava solo Attilio Lombardo nella schiera dei risorti, sulla corsia dei miracolati. Lombardo che un anno fa credeva, temeva di essere un ex giocatore con una gamba rotta e qualcos’altro, dentro. Non riusciva a guarire, poi non riusciva a prendersi un po’ di spazio in una squadra intasatissima. Ha rifiutato di chiudere la carriera in Inghilterra, allo Sheffield, dando un dolore ai dirigenti e al cassiere bianconero, ma alla fine ha avuto ragione lui. Recuperato in formazione all’ultimo secondo, perché Porrini proprio non ce la faceva, Lombardo è finito in campo per scivolamento, per forza d’inerzia: Jugović squalificato, Di Livio a sinistra, Tacchinardi stopper e il vecchio Attilio a destra, nell’ultimo posto libero. E quando nella selva dell’area olandese è spuntata la sua capoccia lucida per correggere in rete il pallone di Zidane, forse l’ultimo a crederci è stato proprio Lombardo. Il quale, qualche minuto prima, avrà visto Conte scaldarsi a bordo campo, forse per sostituire lui. Destini, casi della vita. Altro che fuori, ben dentro la sua partita è rimasto Attilio braccio di ferro, e cuore di conseguenza. Un minuto dopo il goal, ecco l’assist a Vieri per chiudere la questione, per cancellare dalla geografia europea il calcio del modulo-totem, dello schema sovrano. Questo ha fatto Attilio Lombardo, insieme ad altri imprevedibili come lui: si è infilato di striscio nella serata giusta, si è fatto pilotare dall’istinto, è stato prima giocatore e poi strumento del gioco».Nell’estate del 1997 è ceduto al Crystal Palace, in Inghilterra, dopo aver indossato la maglia bianconera per 51 volte e aver realizzato 4 goal. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/attilio-lombardo.html
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