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MARIO FERRARO Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1910 al 1911 Esordio: 30.04.1911 - Prima Categoria - Milanese-Juventus 4-1 1 presenza - 0 reti
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MALETTI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1920 al 1921 Esordio: 26.06.1921 - Amichevole - Saluzzo-Juventus 1-1 0 presenze - 0 reti
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TESTA https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1951-1952 Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1951 al 1952 Esordio: 24.04.1952 - Amichevole - Juventus-Biellese 7-2 0 presenze - 0 reti
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MIGUEL ALEXANDRE AREIAS LOPES Nazione: Portogallo Luogo di nascita: Vila Nova de Gaia Data di nascita: 02.06.1977 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2006 al 2007 Esordio: 04.09.2006 - Amichevole - Roma-Juventus 1-0 0 presenze - 0 reti
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GRIGORIS KASTANOS https://it.wikipedia.org/wiki/Grīgorīs_Kastanos Nazione: Cipro Luogo di nascita: Nicosia Data di nascita: 30.01.1998 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: 71 kg Nazionale Cipriota Soprannome: - Alla Juventus dal 2018 al 2019 Esordio: 13.04.2019 - Serie A - Spal-Juventus 2-1 1 presenza - 0 reti 1 scudetto Grīgorīs Kastanos (Nicosia, 30 gennaio 1998) è un calciatore cipriota, centrocampista della Salernitana in prestito dalla Juventus e della nazionale cipriota. Grīgorīs Kastanos Kastanos con la nazionale cipriota nel 2015 Nazionalità Cipro Altezza 176 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Centrocampista Squadra Salernitana Carriera Giovanili 2010-2014 EN Paralimni 2014-2017 Juventus Squadre di club 2017 → Pescara 8 (0) 2017-2018 → Zulte Waregem 1 (0) 2018-2019 Juventus U23 30 (3) 2018-2019 Juventus 1 (0) 2019-2020 → Pescara 24 (0) 2020-2021 → Frosinone 34 (2) 2021- → Salernitana 18 (1) Nazionale 2013 Cipro U-16 2 (1) 2014 Cipro U-17 6 (1) 2015 Cipro U-21 2 (0) 2015- Cipro 43 (3) Caratteristiche tecniche Trequartista e all'occorrenza seconda punta o mezzala, è ambidestro e possiede delle ottime qualità tecniche. Bravo nel verticalizzare l'azione, si distingue per la discreta visione di gioco che gli permette di calibrare precisi assist per i compagni e possiede una buona freddezza sotto porta. Ottimo battitore dei calci da fermo, che predilige battere con il piede destro, è un calciatore rapido negli inserimenti, abile nell'uno contro uno e nell'attaccare la profondità. Carriera Club Muove i suoi primi passi nelle giovanili dell'Enosis Paralimni, società di calcio cipriota. Il 31 gennaio 2014, dopo aver compiuto il sedicesimo anno di età, viene prelevato dalla Juventus in cambio di 60.000 euro (più bonus). Il 30 marzo 2016 vince il Torneo di Viareggio con la formazione Primavera. Sua è una delle tre reti con cui i bianconeri si impongono per 3-2 in finale contro il Palermo. Il 19 gennaio 2017 passa in prestito per sei mesi al Pescara. Esordisce con gli abruzzesi il 28 gennaio contro l'Inter a San Siro, diventando il primo calciatore cipriota a giocare in Serie A. Il 27 luglio 2017 passa in prestito allo Zulte Waregem in Belgio, insieme al compagno Nicola Leali. Il 14 settembre esordisce in Europa League contro il Nizza, subentrando al 74' al posto di Nill De Pauw. Non trovando spazio, il 31 gennaio 2018 torna alla Juventus. La stagione seguente viene aggregato alla Juventus U23, in Serie C. Il 13 aprile 2019 esordisce con la prima squadra contro la SPAL da titolare, diventando il primo giocatore cipriota a giocare con la Juventus. A fine stagione si laurea campione d'Italia. Il 22 agosto 2019 torna in prestito al Pescara, in Serie B. Il 12 settembre 2020 passa in prestito al Frosinone. Segna il primo gol con i ciociari il 4 gennaio 2021, nella sconfitta casalinga contro la SPAL per 2-1. Il 14 agosto 2021 approda, sempre in prestito con diritto di riscatto, alla Salernitana. Il 9 gennaio 2022, segna su punizione il suo primo gol con i campani, nonché primo gol in massima serie, nella vittoria per 1-2 in casa dell'Hellas Verona, diventando il primo cipriota a realizzare una rete in Serie A. Nazionale Il 5 marzo 2015 viene convocato - all'età di 17 anni - dal CT Pambos Christodoulou per l'incontro tra Cipro e Belgio valevole per le qualificazioni all'Europeo 2016. Esordisce quindi in nazionale maggiore il 28 marzo (il Belgio vincerà l'incontro 5-0), subentrando a 5' dal termine al posto di Kōnstantinos Makridīs. Palmarès Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 2016 Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 2018-2019
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MORENO TORRICELLI Nasce a Erba (CO) il 23 gennaio 1970. La sua storia ha dell’incredibile; si può dire che interpreta la fiaba di Cenerentola ambientata nel mondo del calcio. Torricelli, infatti, lavora come magazziniere in una fabbrica di mobili della Brianza ma, grazie a un’amichevole disputata dalla Juventus nel luglio del 1992 contro la squadra nella quale milita per hobby, la Caratese (Campionato Nazionale Dilettanti), la sua vita cambia.«Dai quindici ai ventidue anni ho lavorato fino alle sei del pomeriggio. Fare il falegname non mi dispiaceva, così come essere un calciatore solo per divertimento e qualche spicciolo. Avevo già allora una volontà di ferro. Ero uno di quelli che appena finito il turno preparava la borsa e volava al campo sportivo per l’allenamento. Fino a tardi, almeno tre volte a settimana. Sacrifici che oggi ricordo con grande piacere. Sarebbe stato bello farli anche se non fossi arrivato in Serie A. In origine ero un libero. Staccato, si diceva quando la marcatura era solo a uomo. Ho giocato così nei primi anni a Oggiono. Poi nel 1990 andai a Carate Brianza, dove arrivò un allenatore, Antonelli, che portò idee nuove. Il Sacchi dei campionati minori. Ci fece giocare in linea e mi spostò a giocare sulla fascia. Mi ha inventato come terzino, sono stato bravo ad adattarmi».Giovanni Trapattoni, impressionato dalla carica agonistica e dalla grinta del giocatore, lo convoca in prova nel ritiro precampionato bianconero e convince la Juventus ad acquistarlo per pochi milioni di lire: «All’improvviso è spuntata la Juventus e fino all’ultimo non ci ho creduto. Mi seguivano due società; avrei potuto andare alla Pro Vercelli, ho fatto un provino per il Verona, infine sembravo destinato al Lecce. Poi è arrivata la grande occasione, due amichevoli con la Juventus che aveva bisogno di prestiti per le gare di Vicenza e Ancona. La favola è cominciata lì. Con la Juventus, mica una squadra qualsiasi».Non fatica molto a diventare titolare fisso della squadra che in quella stagione si aggiudica la Coppa Uefa, battendo in finale i tedeschi del Borussia Dortmund: «Probabilmente non ho avuto nemmeno il tempo di rendermene conto che giocavo con la Juventus, mi sono subito sentito a mio agio. Ora mi sembra tutto normale, grazie all’aiuto dei miei compagni che, sin dal primo giorno, si sono comportati con me come se fossi uno di loro».Giocatore volitivo e dalla grande grinta, Torricelli occupa indifferentemente tutti i ruoli della difesa juventina, anche se preferisce giocare sulla fascia destra. Proprio per la sua generosità, per la sua voglia si lottare e per la sua determinazione, diventa immediatamente l’idolo dei tifosi juventini.Dal Trap si passa a Lippi, ma la musica non cambia; Moreno è sempre titolare fisso della squadra bianconera. Le due stagioni migliori per Torricelli sono la 1994-95 e la 1995-96. Conquista lo scudetto, la Coppa Italia, la Champions League, la Coppa Intercontinentale, la Supercoppa europea e la Supercoppa Italiana, disputando partite memorabili per intensità e grinta. Da incorniciare è la finale contro l’Ajax, nella quale sfiora il goal dopo una corsa di cinquanta metri verso la porta avversaria e viene eletto miglior giocatore in campo.Naturalmente, arriva anche la convocazione in Nazionale con la quale disputa dieci partite, partecipando al Campionato Europeo inglese: «La stagione del primo scudetto è stata unica, memorabile; siamo partiti senza i favori del pronostico poi, strada facendo, arrivano le vittorie. Un pomeriggio, allo stadio Tardini, prima di Parma-Juventus, Luca Vialli si mise a strillare: “Ragazzi, il treno passa una sola volta, non facciamolo scappare”. Detto e fatto; battemmo i rivali emiliani per 3-1 e ci avviammo trionfalmente verso il titolo. Secondo me, quella è stata la partita della nostra svolta».Nelle stagioni 1996-97 e 1997-98 Geppetto è ancora protagonista ed è determinante per la conquista due scudetti. Nell’estate del 1998, dopo 230 partite e tre goal in maglia bianconera, chiede e ottiene di essere ceduto alla Fiorentina, dove ad allenare la squadra c’è proprio Giovanni Trapattoni, l’uomo che lo aveva scoperto sei anni prima. Moreno lo ringrazia con un’ottima stagione che termina con la conquista da parte della squadra viola del terzo posto in campionato e con l’accesso ai preliminari di Champions League.Disputerà ancora tre stagioni con i viola, fino all’estate del 2002, anno del fallimento economico della società. Nel gennaio 2003 si trasferisce in Spagna, nell’Español, dove disputa due stagioni. Torna in Italia nel novembre 2004 giocando nelle file dell’Arezzo, nel campionato di Serie B.“G.S.” DEL FEBBRAIO 2010Cosa ricordi del primo incontro con Luciano Moggi alla Juventus? «Cambiava un’epoca. Dall’Avvocato si passava al Dottor Umberto. Da una dirigenza a gestione familiare a una più fredda e tecnica. Da Boniperti a Giraudo e Moggi. Non fu un passaggio indolore. Della vecchia gestione rimase solo il magazziniere. Per stare al passo con il Milan era l’unica strada da percorrere. E Moggi rappresentava il top, comprese le voci maligne».Voci legittime? «Di sicuro è che se la Juve voleva tornare a vincere, Moggi, per l’esperienza e le capacità, era il dirigente più adatto per costruire qualcosa di importante».Tu come hai vissuto il passaggio? «Non c’era più Francesco Morini come team manager, non c’era più Boniperti. Erano stati ceduti anche diversi compagni. E poi andò via Trapattoni, al quale ero molto legato. È stato grazie a lui che sono arrivato alla Juve direttamente dall’Interregionale».All’epoca si parlò di favola: è giusto dipingerla così? «L’incredibile sta nel salto mortale da una categoria dilettantistica alla società più titolata d’Italia nel giro di pochissimo tempo. Fin qui può anche essere una favola. Però c’erano delle basi importanti, altrimenti non avrei retto il colpo. E questa è tutta realtà».Che ricordi conservi? «Non ho dimenticato niente, come potrei? Era il 1992. La Juve doveva giocare alcune amichevoli di fine stagione ed io fui aggregato alla squadra come prestito. In quel periodo ero seguito da alcune società di C, insomma qualcosa si sarebbe mosso. Giocai bene, credo che Trapattoni abbia apprezzato la mia grinta, la determinazione, la fame che avevo. E così per l’anno dopo chiese alla società di acquistarmi».Il primo ingaggio a quanto ammontava? «Ottanta milioni, più i premi. Ma la cifra la mise Boniperti perché io firmai in bianco. Andai in sede con il mio procuratore, ma il presidente non lo fece neanche entrare».È vero che come prima cosa ordinasti una Lancia Thema? (ride) «Verissimo, d’altronde ero senza macchina. La BMW che mi ero comprato con tutti i risparmi che avevo, mi era stata rubata. Senza auto e senza denari, approfittai degli sconti Fiat. Mi è andata bene».Quanto ha inciso Trapattoni nella tua riuscita? «È stato determinante. Con me ha rischiato grosso. Non è da tutti puntare su un giovane che viene dai Dilettanti. Il nostro era un rapporto speciale, ci parlavamo in dialetto. E non sai quante volte sono rimasto a fine allenamento con lui per migliorare la tecnica».Dal Trap a Lippi. «Non fu un passaggio indolore. Inizialmente è stata durissima. Dico subito che Lippi è il miglior allenatore che ho avuto, il più completo. Però quando arrivò le distanze tra di noi erano notevoli. Dovevamo capirci, conoscerci, ma non è stato semplice. Al punto che stavo quasi per andare alla Roma».Davvero? «Un giorno durante la solita chiacchierata prima dell’allenamento, il Mister mi attacca davanti a tutti. Per me, un fulmine a ciel sereno. Ci fu un battibecco tra me e lui. Incredibile. Dalla rabbia, mi vennero le lacrime agli occhi».Motivo? «Non c’erano motivi specifici. Io avevo alle spalle due campionati tra i professionisti. Voleva qualcosa di più da me. Di sicuro non gli piaceva che io fumassi. Lì per lì l’ho odiato: perché attaccarmi di fronte ai compagni? Con il tempo ho capito che era il suo modo per spronare i giocatori, per tenerli sulla corda. Tutto in funzione del gruppo».A volte questa del gruppo sembra una storiella un po’ artificiosa. «Niente affatto. Per Lippi il gruppo è il fulcro di tutto, basta vedere quello che è successo ai Mondiali. La Juventus è stata per lui la prima grande occasione. Il rischio era grosso pure per lui e aveva bisogno che la squadra lo aiutasse».Chiese a Vialli di rimanere. «Luca era giù di corda. Lippi seppe ricaricarlo e rinacque. Vialli in allenamento era un rompiballe incredibile. Guai a sbagliare un passaggio: voleva il pallone preciso dove indicava lui. Ma in partita era il primo a darti una mano. Finiva un’azione di attacco ed era già vicino a noi difensori per aiutarci. Un vero leader, anche fuori dal campo. Quello che non è stato Baggio».In che senso? «Roby era uno tranquillo. Io credo che, per il grande giocatore che era, avrebbe potuto dare di più in termini di personalità, anche con i dirigenti. Per dirti: Vialli era uno che se avevi un problema se ne faceva carico con la società».Lippi quando svoltò davvero? «Dopo la sconfitta per 2-0 a Foggia, parlò al gruppo senza mezzi termini. Disse che si era stufato di vedere la squadra che rinculava e subiva. Se proprio dobbiamo rischiare, disse, allora andiamo avanti. Da lì nacque l’idea del tridente. Fu la scossa vincente».Con Del Piero sempre più spesso in campo al posto di Baggio. «Ma al di là dei singoli, la forza di quella Juve era nella voglia di sacrificarsi per arrivare alla vittoria. Vedere quei tre davanti che non si fermavamo mai, dava a tutti noi una carica eccezionale».Merito della cura Ventrone? «Mamma mia. Al confronto gli allenamenti con Trapattoni erano passeggiate. Ci ammazzava. Ogni giorno ci aspettavano 500 addominali».Ma nessuno lo ha mai mandato a quel paese? «A turno lo abbiamo fatto tutti, ma poi si vinceva e allora Ventrone era bravo. In campo andavi come una scheggia».Solo per merito della preparazione atletica? «No, anche della tua forza di volontà e della carica che ti dà il successo».La cosa più bella che ti ha dato la Juventus? «La Coppa dei Campioni a Roma nel 1996. Ricordo tutto: la notte insonne, il viaggio in pullman fino allo stadio, la formazione letta dal Mister due ore prima, l’adrenalina che ti scuote. E poi il campo. La vittoria. La Coppa e il palco. E gli occhi di Vialli che brillano, perché il treno stavolta si è fermato. La gioia per aver giocato una delle più belle partite della mia vita, correndo per due ore. E alla fine, sorteggiato per il controllo antidoping con Kluivert, la battuta dell’avversario sconfitto: “Ti hanno beccato, eh?”».NICOLA CALZARETTA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 2012Moreno Torricelli. Nella storia bianconera nessuno come lui. Non solo e non tanto per il doppio salto mortale dall’Interregionale alla Juventus, cinque categorie in un colpo solo. Quanto perché, a quelle altezze, lui ci si è abituato da subito, senza bombole di ossigeno. Correva l’anno 1992. E per il giovane difensore nato a Erba il 23 gennaio 1970 cambiava la vita. Da magazziniere in un mobilificio, alla maglia bianconera. Da terzino nella Caratese a compagno di Baggio e Vialli. Senza timori, né paure. Anzi. Il primo trofeo è la Coppa Uefa nel 1993, quindi il campionato e la Coppa Italia con Lippi due anni dopo. Ed è con lo scudetto e la coccarda tricolore cuciti sul petto che Torricelli, maglia bianconera numero due, affronta il ritorno contro il Real Madrid il 20 marzo 1996. In palio la semifinale di Champions League: «Il Delle Alpi era pieno, una delle poche volte in cui ho visto lo stadio esaurito. L’atmosfera era quella giusta. Grande tensione, anche perché in campionato eravamo messi male e la Champions era l’unico obiettivo della stagione».Faceva paura il Real Madrid? «Quello del Real è sempre stato un nome ingombrante. Poi c’erano dei veri ossi duri come Hierro, Michel e Luis Enrique. Al Bernabéu d avevano messo seriamente in difficoltà. Merito di San Peruzzi se finì solo 1-0 per loro».Come fu preparata la gara di ritorno? «Non ci furono novità particolari. Piuttosto non erano disponibili Ferrara, Paulo Sousa e Ravanelli. Ma quella squadra lì poteva contare su un gruppo veramente di qualità. Il resto lo fece la sfida in sé, un vero e proprio duello: dentro o fuori, tutto di un fiato».L’inizio è promettente: al 16’ Del Piero segna su punizione. «Ed eravamo in parità. Lì è cominciata la vera partita. Grandissimo Ale, uno dei giocatori più forti che abbia mai incontrato. Mi sono fermato mille volte ad ammirarlo in allenamento mentre tirava le punizioni».Per rubargli i segreti? «Con i miei piedi? (ride) No. Semmai era bello vedere la sua dedizione, il suo impegno, la volontà che ci metteva per migliorarsi ogni giorno sempre di più: un esempio, mi creda».Era lui il leader di quella Juve? «No, era ancora troppo giovane. Il leader era Luca Vialli, un perfezionista. Negli allenamenti era un rompiscatole incredibile, ma in partita era il primo a darti una mano. Un vero capitano, anche fuori dal campo. Vialli era uno che se avevi un problema, se ne faceva carico anche nei confronti della società. Comunque in quella squadra, ognuno di noi aveva una caratteristica che lo rendeva leader».Per esempio? «La calma di Pessotto, la classe di Del Piero, la sicurezza di Peruzzi, la capacità di sdrammatizzare di Ferrara, la generosità e la cura dei dettagli di Conte. Su tutti, poi Marcello Lippi a gestire in maniera eccezionale. E pensare che il primo incontro con il Mister fu quasi uno scontro».Come mai? «Alla Juventus era cambiato tutto. Dalla dirigenza al team manager. E al posto di Trapattoni, ecco Lippi».Trapattoni la coccolava di più? «Devo tutto al Trap. Il Mister è stato determinante. Puntando su di me ha rischiato grosso. Il nostro, poi, era un rapporto speciale, ci parlavamo in dialetto. Lippi era semplicemente diverso, c’era più distanza. Confesso che pensai davvero di andare alla Roma che mi stava cercando».Meno male che la storia è andata in altro modo. «Dovevamo solo conoscerci e apprezzarci a vicenda. Lippi è il miglior allenatore che ho avuto perché il più completo. E poi con lui ho vinto tutto quel che c’era da vincere».Torniamo al Real. Finisce il primo tempo e il risultato è sempre di 1-0. «Nella ripresa entra Di Livio al posto di Jugović. Per il resto, tutto uguale, compresa l’aumentata convinzione di poter passare il turno».Passano otto minuti e Padovano realizza il 2-0. «Il Delle Alpi venne giù. Ma il goal era nell’aria. Già nel primo tempo avevamo sfiorato il raddoppio. Dopo la gioia, però, ci fu la presa di coscienza che da lì in avanti sarebbe stata ancora più dura».II Real attacca, ma nel frattempo Alkorta viene espulso. «Il guaio è che proprio io beccai un rosso pochi minuti dopo. Ricordo che guardai la partita dal sottopassaggio in compagnia di Zamorano che era squalificato. Lì vidi il pallone calciato da Rincon che sfiorò il palo. Era quasi il novantesimo. Sarebbe stato il goal del sorpasso del Real. Un po’ di fortuna non guasta mai».L’arbitro Van der Ende finalmente fischia la fine e la Juve è in semifinale di Champions. «Una gioia immensa, adesso c’era soltanto un altro ostacolo da superare prima di arrivare alla finale di Roma. Che avremmo vinto».Che ricordi ha della notte romana? «Per me è stata la vittoria più esaltante, quella che mi ha dato una scossa di adrenalina incredibile. Ma anche il campionato e l’Intercontinentale sono conquiste eccezionali. Lo scudetto è una vittoria particolare, la assapori un po’ alla volta mentre prende forma. A Tokyo fu tutto strano. Solo dopo il ritorno in Italia mi sono realmente reso conto di cosa avevamo fatto».Anche del suo modo di esultare con la maglia al contrario? «Erano i primi tempi che il nome veniva stampato dietro. Mi venne così, senza pensarci troppo, di girarmi la maglia in modo che nome e numero fossero sul davanti. Credo di essere stato il primo».Che sta facendo adesso? «Mi sto dedicando alla famiglia. Ho avuto anche qualche proposta per allenare in Serie B ma credo che, dopo la scomparsa di mia moglie, sia più giusto adesso pensare ai figli».Come si reagisce a queste entrate dure del destino? «Pensando alle cose veramente importanti. Devo dire che lo sport insegna molto. Soprattutto a trovare la forza per superare gli ostacoli e a mantenere l’equilibrio». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/moreno-torricelli.html
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MORENO TORRICELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Moreno_Torricelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Erba (Como) Data di nascita: 23.01.1970 Ruolo: Difensore Altezza: 184 cm Peso: 82 kg Nazionale Italiano Soprannome: Cenerentolo - Geppetto Alla Juventus dal 1992 al 1998 Esordio: 27.08.1992 - Coppa Italia - Juventus-Fidelis Andria 4-0 Ultima partita: 20.05.1998 - Champions League - Juventus-Real Madrid 0-1 230 presenze - 3 reti 3 scudetti 1 coppa Italia 2 supercoppe italiane 1 champions league 1 coppa Uefa 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Moreno Torricelli (Erba, 23 gennaio 1970) è un ex calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo difensore. Moreno Torricelli Torricelli alla Juventus nel 1996 Nazionalità Italia Altezza 184 cm Peso 82 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1º luglio 2006 - giocatore 30 giugno 2010 - allenatore Carriera Giovanili 19??- 19?? Folgore Verano 19??- 19?? Como 19??- 19?? Folgore Verano Squadre di club 19??-1988 Folgore Verano ? (?) 1988-1990 Oggiono 49 (0) 1990-1992 Caratese 57 (3) 1992-1998 Juventus 230 (3) 1998-2002 Fiorentina 99 (2) 2003-2004 Espanyol 33 (0) 2004-2005 Arezzo 26 (2) Nazionale 1996-1999 Italia 10 (0) Carriera da allenatore 2007-2008 Fiorentina Esordienti 2009 Pistoiese 2009-2010 Figline Biografia All'epoca della sua militanza nella Juventus, Roberto Baggio lo soprannominò Geppetto, nomignolo che lo accompagnò per tutta la carriera. La prima moglie Barbara, sposata nel 1995 e morta nel 2010 di leucemia, gli ha dato tre figli. Dopo essere rimasto vedovo, lascia la carriera di allenatore e si ritira con i figli a Lillianes, nella terra d'origine della compagna. Da metà anni 2010 è occasionalmente opinionista per il canale tematico Juventus TV e per Rai Sport. Giocatore Club Gli inizi Terzino volitivo e dalla grande grinta, inizia a giocare nella formazione Pulcini della Folgore Verano. Visionato dal Como, disputa in prestito con gli azzurri il campionato Allievi Regionali, ma non riesce a convincere tornando così alla base. Con la formazione di Verano Brianza arriva a giocare in prima squadra fino al campionato 1987-1988. A fine stagione viene ceduto all'Oggiono, appena approdato nel campionato lombardo di Promozione. Rimane con i rossoblù per due annate prima di essere ceduto alla Caratese, in Serie D. Juventus Torricelli interviene in scivolata sull'interista Bergkamp nel derby d'Italia del 28 novembre 1993. All'inizio degli anni 1990 lavora come falegname in una fabbrica di mobili della Brianza e gioca a calcio solo a livello dilettantistico, ma grazie a un'amichevole disputata proprio dalla Caratese contro la Juventus, la sua vita cambia: nella primavera 1992 viene aggregato ai bianconeri per un periodo di prova, impressionando positivamente l'allenatore Giovanni Trapattoni, sicché l'estate seguente viene acquistato per 50 milioni di lire. Esordisce in Serie A il 13 settembre 1992 nella partita contro l'Atalanta, vinta per 4-1. Non patisce il grande salto di categoria e diviene subito un titolare inamovibile dei bianconeri, che in quella stagione si aggiudicano la Coppa UEFA battendo in finale i tedeschi del Borussia Dortmund. Gli juventini Peruzzi, Lombardo e Torricelli a Palermo nel febbraio 1997, alla vigilia della vittoriosa finale di ritorno della Supercoppa UEFA 1996. Le due annate migliori per il giocatore sono quelle 1994-1995 e 1995-1996: in tale biennio vince infatti lo scudetto, la Coppa Italia, la Champions League, la Coppa Intercontinentale, la Supercoppa italiana e la Supercoppa UEFA. In questo periodo, il 10 settembre 1995 realizza il suo primo gol nel massimo campionato italiano, siglando il momentaneo raddoppio nel 4-0 al Piacenza. Nelle stagioni 1996-1997 e 1997-1998 è ancora protagonista, conquistando due nuovi titoli nazionali e un'altra Supercoppa italiana, raggiungendo in più altre due finali di Champions League. Fiorentina e ultimi anni Nell'estate 1998, finito nel frattempo ai margini della rosa juventina, chiede e ottiene di essere ceduto alla Fiorentina; tra le ragioni principali della scelta c'è il sopravvenuto arrivo a Firenze di Trapattoni, l'allenatore che lo aveva scoperto e valorizzato sei anni prima. Disputa quattro stagioni con i viola, vincendo la Coppa Italia 2000-2001. Da sinistra: Edmundo, Batistuta, Torricelli e Rui Costa alla Fiorentina durante la finale di andata della Coppa Italia 1998-1999. Nell'estate 2002, dopo una retrocessione sul campo in Serie B, sopraggiunge il fallimento economico per la società toscana, che svincola così tutta la sua rosa. Dopo un semestre senza contratto, nel gennaio 2003 il difensore si trasferisce in Spagna nelle file dell'Espanyol, dove milita per due campionati. Torna in Italia nel novembre 2004, dopo alcuni mesi da svincolato, accasandosi all'Arezzo, in Serie B; lo stesso mese fa il suo esordio con la squadra allenata da Pasquale Marino e contestualmente nel campionato cadetto, contro il Catanzaro. Chiude l'esperienza aretina dopo avere totalizzato 26 presenze, contribuendo alla permanenza in categoria del club. Nell'estate 2006 si allena brevemente con i giocatori senza contratto, prima di ritirarsi definitivamente dal calcio giocato. Nazionale Tra il 1996 e il 1999 ricevette 21 convocazioni nella nazionale italiana, totalizzando 10 presenze. Dopo aver esordito il 24 gennaio 1996 nell'amichevole contro il Galles vinta 3-0, disputò il campionato d'Europa 1996 agli ordini del commissario tecnico Arrigo Sacchi, scendendo in campo nell'ultima gara della fase a gironi (Germania-Italia 0-0), che sancì l'eliminazione degli Azzurri. In seguito prese parte, senza giocare alcun incontro, al campionato del mondo 1998, chiamato dal CT Cesare Maldini. Restò nel giro della nazionale anche nei primi mesi della gestione di Dino Zoff, disputando la sua ultima gara il 10 febbraio 1999 (Italia-Norvegia 0-0). Dopo il ritiro Torricelli nel 2020 Nel 2007-2008 è alla guida degli "Esordienti Regionali" della Fiorentina, ruolo che condivide con un altro ex viola, Massimo Orlando. Il 17 febbraio 2009 diventa l'allenatore della Pistoiese, ma l'esordio non è molto felice: nonostante il punto guadagnato (1-1) sul campo del Foggia, Torricelli si fa espellere dopo soli 19' per proteste. Con la compagine arancione non riesce a centrare la salvezza, svanita per via della sconfitta subìta nei play-out contro il Foligno. Il 23 giugno 2009 viene nominato allenatore del Figline, neopromosso in Prima Divisione; si avvale della collaborazione di Gianmatteo Mareggini come preparatore dei portieri e di Anselmo Robbiati come allenatore in seconda. Al termine della stagione, in cui sfiora l'accesso alla zona play-off, si dimette dall'incarico. Nell'estate 2014 viene ingaggiato dal Pont Donnaz Hône Arnad, club sovracomunale valdostano, come supervisore delle formazioni giovanili. Palmarès Giocatore In alto, Torricelli e Vialli sollevano la Coppa UEFA 1992-1993 vinta in bianconero. In basso, Torricelli, Padovano e Del Piero festeggiano la vittoria juventina nella Champions League 1995-1996. Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1994-1995, 1996-1997, 1997-1998 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1994-1995 - Fiorentina: 2000-2001 Supercoppa italiana: 2 - Juventus: 1995, 1997 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996
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MICHELANGELO RAMPULLA Michelangelo Rampulla lega il suo destino all’anonimato di una panchina – scrive Angelo Caroli su “Hurrà Juventus” del novembre/dicembre 1998 –. E lo fa con atto volontario. “Un gesto romantico”, spiega lui con il tono di chi prende tutto terribilmente sul serio. E quando il destino lo fa riemergere dalle nebbie del dimenticatoio, ecco che i giornali si affrettano a chiedere aiuto alla memoria storica per rispolverare l`episodio del gol realizzato quando militava nella Cremonese. Con quel “colpo di testa”, è il caso di dirlo, Michelangelo diventa il primo portiere italiano a indossare il vestito del bomber. Un capolavoro degno di Michelangelo, è fin troppo facile il gioco di parole. Ma Rampulla, che nel singolare genere di imprese è un rivoluzionario, già nell’89 e sempre in zona Cesarini, tenta di profanare la porta altrui, a Monza, ma il guardiano brianzolo con un volo di arcangelo gli gela l’urlo in gola. E perfino nell’85 il nostro eroe tra i pali accarezza le ambizioni del cannoniere a Cesena, ancora contro il Monza. Stavolta è Torresin a negargli il gol, parandogli il tiro dagli undici metri. Già perché Eugenio Fascetti, nel Varese, gli insegna a calciare Coppe se fosse un attaccante. Dopo quello sbaglio su rigore, Michelangelo non fa che coltivare il culto della vendetta, che arriva nel febbraio del ‘92. Ma è evidente che il portiere nato 36 anni fa a Patti, paesino di 700 anime in provincia di Messina, in cuor suo alimenta fin da giovane il vizietto di fare il rivoluzionario. E quando la Cremonese sta perdendo ingiustamente con l’Atalanta di Ferron e Caniggia, Michelangelo getta un’occhiata frenetica verso la panchina dove siede Giagnoni, gli fa un segno e si vede rispondere con eloquente scuotimento del capo: “Vai e castiga, Miché”! Mancano briciole di secondi al termine del match, un velo sembra calare insieme con la sera sulle velleità dei cremonesi. Venti secondi e i giochi sono fatti, venti lunghissimi secondi «durante i quali anticipai con il cervello ciò che sarebbe successo. Io, proprio io, una variante impazzita che però, al massimo, avrebbe stornato l’attenzione dei difensori avversari sui miei compagni di squadra nell’affollatissima area di rigore. E pensai perfino a Pagliuca che qualche settimana prima aveva tentato di togliere la Samp dai guai in un match con il Toro. Prese il palo, e quell’ardire mi era rimasto nella testa. Ma torniamo a Cremonese-Atalanta. I secondi volavano e mi venne la folgorazione. Sentii dentro di me che sarebbe stato gol, e, anche questo un segno del destino, un impulso strano mi spinse sul secondo palo, mentre Chiorri batteva il corner. Arrivai quatto quatto, nessuno badò a me, i bergamaschi forse si chiedevano “ma che cosa vuole questo qua” e mi lasciarono pascolare tranquillamente. Colpii bene e fu uno a uno. Addio pace...». E già perché mentre il buio precipitava su Cremona, il nostro eroe finì presto ai tifosi che se lo mangiavano con un affetto immisurabile. E soltanto il giorno dopo, nella quiete verdeggiante di Gazzada, a 4 chilometri da Varese dove Rampulla aveva una casa di campagna, i giornalisti possono ascoltare il suo racconto, che sembra una favola per bambini. Ma Rampulla non è tutto qui. Michelangelo si guadagna le greche fra i pali con il suo repertorio vario, vicino alla completezza, tanto che squadre come l’Inter prima e la Lazio dopo lo corteggiano senza tregua. Ma ahimè, non si sa bene per quale stranezza della vita, la sua residenza calcistica resta Cremona. E a ogni estate si ripete il refrain della disillusione. Michelangelo pare rassegnarsi dopo una carriera sviluppatasi a Varese, Cesena, Cremona e dopo l’ennesimo sogno di fare le valigie destinazione Lazio. Invece spunta la Juve che lo inserisce nelle sue nobili schiere. È la classica palla da cogliere al balzo, un boccone prelibato. Michelangelo è alle soglie dei 30 anni, capisce che è il passo che deve fare poiché la Signora è la donna delle fantasticherie giovanili, delle arrampicate all’irreale. E firma. Ma le promesse di trovare una collocazione in prima squadra si spezzano di fronte ai diritti del più giovane e più forte (lo ammette Rampulla stesso), Angelo Peruzzi. E allora il popolo si domanda: caro Michelangelo, è possibile accettare il ruolo di panchinaro a vita invece che trovare luce sotto altri cieli della serie A? Lui non si scompone e ribatte: «A 30 anni non si può rifiutare un’offerta tanto prestigiosa, la Juve era ed è il top e ho accettato. Però la mia non è un’esistenza fatta solo di panchina. Ricordatevi che ho disputato 500 partite tra serie A e serie B. E che la richiesta di un club famoso, blasonato come la Juve, è anche un riconoscimento professionale alle mie qualità. Ed eccomi con la maglia bianconera e nel ruolo di rincalzo». Di lusso, aggiungiamo noi. 〰.〰.〰 «Quando sono stato ingaggiato dalla Juventus, ho fatto felice mio padre, Lui è sempre stato molto più tifoso di me, più tifoso di qualsiasi altro. Ai tempi di Paolo Rossi, Boniek e Platini, si presentò un giorno al lavoro, con la macchina dipinta di bianconero: a strisce, ovviamente. Dal 1969 al 1979 sono stato abbonato a “Hurrà Juventus”; ricordi da tifoso ne ho tantissimi, quasi tutti legati a grandi successi. Dal vivo, ho ammirato la Juventus due volte a Palermo e poi sempre in televisione. Lo stile bianconero mi ha sempre colpito, sia da tifoso che da avversario; alla Juventus, nulla viene lasciato al caso, persino i dettagli più insignificanti rivestono un’importanza determinante. Doveva essere un’esperienza fugace, invece a Torino mi sono fermato per dieci campionati, coprendo le spalle anche a Van der Sar, Buffon e Carini. Ho giocato più di quanto immaginassi e ho vinto davvero tutto». In effetti, Michelangelo, approfitta dei numerosi guai muscolari che affliggono Peruzzi e riesce a ritagliarsi un poco di gloria, poiché la Juventus di quegli anni vince tutto. Come nella Supercoppa Italiana del 1995-96, quando entra in campo causa l’espulsione di Peruzzi e contribuisce, con un paio di parate sicure, alla conquista del trofeo. Con l’arrivo del portiere olandese e di Buffon, lo spazio si riduce notevolmente e a Rampulla non restano che le briciole di qualche presenza in Coppa Italia. Nell’estate del 2002, Michelangelo decide di appendere gli scarpini al chiodo ma resta alla Juventus in veste di collaboratore. Un grande esempio di professionismo da parte di Rampulla che, con le sue enormi potenzialità, avrebbe potuto giocare titolare in qualsiasi squadra, ma che ha sempre preferito rimanere nella sua amata Juventus, anche se questo comportava l’essere costretto a guardare gli altri giocare dalla panchina. FRANCESCO DI CASTRI, DA JUVEATRESTELLE.IT DEL 18 MARZO 2019 Ci sono due modi di dire molto noti che, se portati nel mondo del calcio, hanno un significato diverso da quello universalmente accettato. Ad esempio, “l’ancora di salvezza”, detta anche “di riserva”, veniva gettata dalle imbarcazioni in caso di estrema necessità; se riferita al mondo degli uomini è l’ultima possibilità, il rimedio, l’espediente o la persona cui ricorrere in una situazione disperata. Oppure, la “ruota di scorta”, ruota supplementare di cui sono dotati i veicoli (anche se oggi come oggi non ci sono più); riferita alle persone, viene vista come una persona tenuta in scarsa considerazione cui si ricorre solo in mancanza di alternative migliori. Per noi calciofili non è così. Nel mondo del calcio siamo abituati al fatto che ci siano i “titolari” e le “riserve”, che in genere sono giocatori di un valore complessivo minore dei titolari (ma non sempre). Le riserve hanno molteplici funzioni. Far rifiatare i titolari, essere delle alternative tattiche, “spaccare” le partite. Tant’è vero che spesso i campionati e le coppe vengono vinte da chi, tra le “riserve”, ha i giocatori migliori. Al giorno d’oggi, dove gli impegni sono molti e ravvicinati, il “turnover” la fa da padrone, anche in ruoli che fino a poco tempo fa erano gestiti per tutta la stagione da un solo giocatore. Mi riferisco soprattutto al ruolo del portiere. Quando il campionato era a 16 squadre e i calciatori arrivavano, compresa la nazionale e le coppe, a giocare poco più di 40 partite a stagione, il turnover non era mai preso in considerazione se non a causa di infortuni e squalifiche. Ad esempio, nell’82 l’infortunio di Bettega aprì le porte della prima squadra a “Nanu” Galderisi, così come nel 2000, all’Europeo, Toldo diventò titolare per l’infortunio di Buffon. Ma se eri riserva di un “mostro”? Zoff, dal 1972 al 1983 alla Juve, giocò 330 partite consecutive in campionato, cioè tutte. E le sue riserve? Massimo Piloni (1969-75) solo una presenza in Coppa Italia; Giancarlo Alessandrelli (1975-1979), solo 26 minuti, all’ultima di campionato, con anche la beffa di tre gol subiti; Luciano Bodini (1979-89), zero presenze in campionato, almeno sino al ritiro di “Superdino”. Con i portieri successivi, Tacconi e Peruzzi, ci fu un po’ più di spazio per il cosiddetto “12”: specialmente con “cinghialone”, che aveva la tendenza a infortunarsi, il secondo portiere ebbe molte più chance che in precedenza. Michelangelo Rampulla, nato a Patti, in provincia di Messina, il 10 agosto 1962, iniziò nelle giovanili della Pattese. Dall’80 all’83 giocò nel Varese, poi, dall’83 all’85 nel Cesena e dall’85 al ‘92 nella Cremonese. Il 23 febbraio 1992 si giocava Atalanta-Cremonese, e i bergamaschi erano in vantaggio. Ultimi minuti. In area la mischia era furibonda, per la Cremonese era una delle ultime opportunità per poter riagguantare gli orobici. Sembrava un normale parapiglia quando all’improvviso sbucò Rampulla. Chiorri tirò nel mucchio la punizione, i difensori dell’Atalanta non riuscirono a organizzarsi per tempo e il portiere grigiorosso colpì di testa la sfera che si insaccò alle spalle di Ferron. Il gesto di Rampulla, oltre che dare ancora qualche speranza alla Cremonese (che a fine stagione, però, sarebbe retrocessa) fu fissato nell’immaginario collettivo calcistico per anni, poiché Rampulla fu il primo portiere a realizzare un gol su azione nel campionato di Serie A. «Quando giocavo alla Cremonese il mio motto era: non importa contro chi giochiamo, undici siamo noi e undici sono loro». Nell’estate 1992 venne ingaggiato dalla Juventus che, dopo la partenza del capitano Stefano Tacconi e la conseguente promozione a titolare del giovane Angelo Peruzzi, necessitava di un rimpiazzo di affidamento in panchina. Nonostante fosse stato preso come riserva, Rampulla giocò la doppia sfida di Coppa Italia contro la Fidelis Andria ed esordì in campionato alla prima giornata contro il Cagliari (per infortunio di Peruzzi). Anche in Coppa Uefa, sempre per infortunio del titolare, giocò entrambe le sfide di semifinale contro il PSG, risultando determinante per il passaggio del turno. Ricordo una parata eccezionale, da grande portiere: cross di Roche dalla sinistra, tiro al volo “spizzato” di Weah che riesce a indirizzare nell’angolino basso alla sinistra di Rampulla. Guizzo felino del portiere che devia in calcio d’angolo. Nel 1995 giocò entrambe le partite della finale di Coppa Italia contro il Parma mantenendo la porta inviolata in entrambe le partite. Restò imbattuto, sempre contro gli emiliani, anche l’anno dopo, in occasione della Supercoppa italiana, subentrando a Del Piero per rilevare l’espulso Peruzzi e contribuì all’1-0 finale. «Gli anni di Lippi dove abbiamo vinto tutto il primo anno e la Champions al secondo, mi ricorderò sempre che all’inizio di ogni stagione in ritiro parlavamo già della finale per capire solo contro chi l’avremmo giocata, quello era il nostro unico “problema”, pensate che mentalità». Della Champions ricordava: «È una bellissima sensazione, quella che ogni ragazzo quando inizia a giocare a pallone sogna. Sogna di vincere lo Scudetto, la Coppa Campioni e vabbè, la Coppa del Mondo con la Nazionale. In ordine ci sono il Mondiale poi la Champions e infine il Campionato. Quando tu la tocchi e pensi a chi l’ha vinta prima di te, ti rendi conto che tutti i sacrifici che hai fatto sono valsi a qualcosa». Con il cambio tecnico, prima Ancelotti, poi Lippi, cambiarono anche i portieri titolari, passando da Van der Sar a Buffon: Rampulla divenne così il “terzo” portiere. Al termine del campionato 2001-2002, ormai alle soglie dei quarant’anni, decise di ritirarsi. Ma la presenza in bianconero non terminò, perché dal 2002 Rampulla entrò nell’organico: prima come coordinatore degli allenatori dei portieri; poi come allenatore dei portieri della prima squadra; infine come allenatore dei portieri della squadra Primavera, rimanendo in squadra fino al 2010, per poi seguire Lippi nella sua avventura in Cina. Nonostante le poche presenze, vinse tanto in bianconero: quattro scudetti (1994/95, 1996/97, 1997/98, 2001/02), due Supercoppa Italiana (1995, 1997), una Coppa Italia (1994/95), una Coppa Uefa (1992/93), una Champions League (1995/96), una Supercoppa Uefa (1996), una Coppa Intercontinentale (1996) e un trofeo Intertoto (1999). E, per me, Michelangelo Rampulla da Patti, sarà per sempre la migliore ruota di scorta che una squadra possa mai avere, o, per rimanere nel linguaggio calcistico, uno dei migliori “dodicesimi” nella storia della Juventus. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/michelangelo-rampulla.html
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MICHELANGELO RAMPULLA https://it.wikipedia.org/wiki/Michelangelo_Rampulla Nazione: Italia Luogo di nascita: Patti (Messina) Data di nascita: 10.08.1962 Ruolo: Portiere Altezza: 187 cm Peso: 82 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Portiere Goleador Alla Juventus dal 1992 al 2002 Esordio: 27.08.1992 - Coppa Italia - Juventus-Fidelis Andria 4-0 Ultima partita: 12.12.2001 - Coppa Italia - Juventus-Sampdoria 5-2 99 presenze - 80 reti subite 4 scudetti 1 coppa Italia 2 supercoppe italiane 1 champions league 1 coppa Uefa 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale 1 trofeo intertoto Michelangelo Rampulla (Patti, 10 agosto 1962) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo portiere. È ricordato per essere stato il primo portiere a realizzare un gol su azione nel campionato italiano di Serie A: accadde nella stagione 1991-1992, contro l'Atalanta, all'epoca in cui Rampulla difendeva i pali della Cremonese. Michelangelo Rampulla Rampulla alla Juventus nel 1999 Nazionalità Italia Altezza 187 cm Peso 82 kg Calcio Ruolo Preparatore dei portieri (ex portiere) Termine carriera 1º luglio 2002 - giocatore Carriera Giovanili 19??-1980 Pattese Squadre di club 1979-1980 Pattese 19 (-?) 1980-1983 Varese 96 (-82) 1983-1985 Cesena 73 (-61) 1985-1992 Cremonese 241 (-214; 1) 1992-2002 Juventus 99 (-80) Nazionale 1982-1984 Italia U-21 10 (-6) Carriera da allenatore 2006-2007 Juventus Portieri 2007-2009 Juventus Primavera (Portieri) 2009-2010 Juventus Portieri 2011 Derthona 2012-2015 Guangzhou E. Portieri 2016-2019 Cina Portieri 2021 Siena Vice 2022-2023 Salernitana Portieri Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1984 Caratteristiche tecniche Giocatore Era un portiere piuttosto abile nel gioco coi piedi ed efficace, a suo giudizio, nell'opporsi ai calci di rigore. Carriera Giocatore Club Pattese, Varese e Cesena Un giovane Rampulla al Varese nella stagione 1982-1983 Nato a Patti, nel messinese, figlio di un commerciante di alimentari e tifoso juventino, Rampulla ebbe le prime esperienze calcistiche nella Pattese, squadra della sua città; nonostante si sentisse attaccante, suo padre lo convinse a cimentarsi da portiere, ruolo nel quale emerse immediatamente. Con la Pattese ebbe tempo di raggiungere la promozione in Serie D prima che un giovane Giuseppe Marotta, all'epoca direttore sportivo del Varese, lo convincesse nel 1980 a trasferirsi al club lombardo, in Serie B. A Varese, complice un infortunio del primo portiere e un momento di forma negativa del suo sostituto, Rampulla si ritrovò, da terzo portiere qual era nelle gerarchie d'inizio campionato, a titolare dopo soli due incontri; esordì in campionato il 21 settembre 1980 contro il Milan (0-0). Dopo tre anni in Lombardia, Rampulla venne ceduto al Cesena, squadra nella quale riuscì a imporsi spesso come titolare e a disputare 73 incontri in tre stagioni di campionato, tutte in Serie B. Cremonese Nel 1985, dopo aver sfiorato l'opportunità di rimpiazzare Luciano Castellini, appena ritiratosi, nella porta del Napoli, Rampulla si accasò alla Cremonese, reduce da una stagione di Serie A, conclusasi con un'immediata retrocessione. Con il club grigiorosso Rampulla rimase sette stagioni, guadagnando una prima promozione nell'annata 1988-1989, grazie alla quale esordì in massima categoria nella stagione seguente. All'immediata retrocessione tra i cadetti, fece seguito un altrettanto immediato ritorno in Serie A per la stagione 1991-1992, a cui è legata la sua più statisticamente rilevante performance. Nel corso dell'incontro disputatosi il 23 febbraio 1992 a Bergamo contro l'Atalanta, Rampulla segnò di testa al 92', sugli sviluppi di un calcio di punizione, il gol che pareggiò quello dell'orobico Bianchezi: fu la prima volta, nella storia del campionato italiano, in cui un portiere realizzò una rete durante un'azione di gioco e non in situazioni di palla ferma. Lo storico gol di Rampulla in Atalanta-Cremonese del 23 febbraio 1992 Il gol di Rampulla rimase un unicum in Serie A per i successivi nove anni, ed eguagliato nei decenni seguenti solo dai colleghi Massimo Taibi della Reggina nel 2001 (contro l'Udinese) e Alberto Brignoli del Benevento nel 2017 (contro il Milan). Quanto a Rampulla, la sua storica rete non bastò a fine stagione ai grigiorossi per raggiungere la salvezza. Juventus Nonostante la sopravvenuta retrocessione con la Cremonese, Rampulla ebbe modo di continuare a calcare i campi della massima divisione: nell'estate 1992 venne infatti ingaggiato dalla Juventus che, dopo la partenza del capitano Stefano Tacconi e la conseguente promozione a titolare del giovane Angelo Peruzzi, necessitava di un rimpiazzo di affidamento in panchina. Il portiere siciliano si mostrò all'altezza del compito, rimanendo stabilmente a Torino per il successivo decennio ed entrando a posteriori nel novero dei migliori dodicesimi nella storia del club. Da destra: Rampulla alla Juventus nel campionato 1995-1996, intento a spronare i compagni di reparto Ferrara, Pessotto e Porrini. Benché fosse chiaro fin dall'inizio il suo ruolo di seconda scelta, fu schierato a Cagliari nella prima giornata di campionato stante il forfait di Peruzzi per infortunio. Quell'annata in Coppa UEFA la Juventus era giunta fino ai quarti di finale con Peruzzi tra i pali; a causa di una sfortunata congiuntura di problemi fisici occorsa alla rosa bianconera, che non risparmiò neppure lo stesso numero uno, l'allenatore Giovanni Trapattoni fu costretto a schierare una squadra d'emergenza in vista della semifinale di coppa contro il Paris Saint-Germain: l'occasione segnò il debutto europeo per Rampulla, alla sua quarta presenza assoluta coi piemontesi dopo tre incontri di campionato. La Juventus vinse 2-1 l'incontro di andata a Torino e, persistendo l'indisponibilità di Peruzzi, Rampulla fu schierato anche nella sfida di ritorno al Parco dei Principi di Parigi, nel corso del quale fu determinante, con alcune importanti parate (in particolare su Weah e Roche), nel mantenere il risultato aperto sullo 0-0 finché Roberto Baggio, a meno di un quarto d'ora dalla fine, realizzò l'1-0 che assicurò ai piemontesi la finale e la successiva conquista del trofeo. Nel 1995 disputò da titolare entrambe le partite della finale di Coppa Italia vinta dalla Juventus contro il Parma (vittoria per 1-0 nell'andata a Torino, dove a metà del secondo tempo fu sostituito per infortunio dal giovane Lorenzo Squizzi, e poi per 2-0 nel ritorno a Parma), mantenendo così la propria porta inviolata per l'intero doppio confronto. Restò imbattuto, sempre contro gli emiliani, anche l'anno dopo in occasione della Supercoppa italiana, in cui subentrò ad Alessandro Del Piero per rilevare l'espulso Peruzzi e contribuì all'1-0 finale. Rampulla (in piedi, secondo da destra) con la Juventus 1997-1998 Fino a tutto il 1999, in ragione dei frequenti malanni fisici cui era soggetto Peruzzi, Rampulla fu sovente schierato in campo (delle sue 49 presenze in campionato con la Juventus, 46 sono a tutto il campionato 1998-1999, e le ultime 3 non vanno oltre il 2000); inoltre, dall'edizione 1995-1996 a quella del 2000-2001 fu sempre schierato almeno in un incontro di Champions League, segnalandosi anche per un rigore parato al norvegese Skammelsrud nei minuti finali della gara contro il Rosenborg del 30 settembre 1998, terminata 1-1. Con l'arrivo dei nuovi titolari Edwin van der Sar nel biennio 1999-2001 e Gianluigi Buffon a seguire, nonché per l'avanzare dell'età, Rampulla trovò via via minore impiego; nella parte finale della sua decennale esperienza torinese, venne inoltre scavalcato come prima riserva nel ruolo dal giovane Fabián Carini. Al termine del campionato 2001-2002, conclusosi con il suo quarto scudetto personale, decise di ritirarsi alle soglie dei quarant'anni. È rimasto popolare tra i tifosi bianconeri, nonostante il ruolo da comprimario: sono a lui intitolati due fan club juventini, rispettivamente a Massa e a Caltanissetta. Nazionale Rampulla (in piedi, primo da destra) in nazionale per la fase finale del campionato europeo Under-21 1984 Durante gli anni a Varese si mise anche in luce a livello internazionale, venendo chiamato nell'Italia Under-21 dall'allora commissario tecnico, Azeglio Vicini, e debuttando con gli Azzurrini il 20 aprile 1983; prima di lasciare il club lombardo, Rampulla ebbe modo di disputare un secondo incontro per la selezione giovanile. Dopo il trasferimento a Cesena il portiere mise a referto ulteriori 8 incontri internazionali con gli Azzurrini, sempre agli ordini di Vicini, per un totale di 10 gare. Dopo il ritiro A partire dal 2002 Rampulla rimase nella Juventus ricoprendovi vari incarichi: all'inizio di organizzazione (coordinamento allenatori portieri) poi, nel 2006, sotto la gestione di Didier Deschamps, di allenatore dei portieri della prima squadra. Tornato, con Claudio Ranieri, ad allenare i portieri della squadra Primavera, con l'arrivo di Ciro Ferrara sulla panchina della Juventus (2009) Rampulla riprese ad allenare in prima squadra. Con l'arrivo di Alberto Zaccheroni, venne sostituito da Alessandro Nista; quindi il 1º ottobre 2010 Rampulla e la Juventus rescissero ogni contratto. Rampulla (a destra) e Marcello Lippi sulla panchina della nazionale cinese durante la Coppa d'Asia 2019 Nell'estate 2011 divenne l'allenatore del Derthona, squadra militante in Serie D. Il 5 dicembre seguente, pur stazionando al secondo posto della classifica con la squadra tortonese, venne annunciata la separazione consensuale. Nel 2012 si recò in Cina con Marcello Lippi per allenare i portieri del Guangzhou E., dove rimase fino al 2015. Il 2 giugno 2016 divenne presidente della Cremonese, subentrando nella carica a Luigi Simoni; si dimise il 20 ottobre seguente. Quindi dallo stesso anno tornò al seguito di Lippi, nel frattempo chiamato alla guida della nazionale cinese. Lasciò la squadra nel novembre 2019, contestualmente alle dimissioni di Lippi. Il 25 ottobre 2021 entrò nello staff tecnico del Siena, compagine di Serie C, in qualità di vice dell'allenatore Massimiliano Maddaloni, rimanendo in carica fino al successivo 15 dicembre quando, dopo una serie negativa di risultati, lui e il tecnico campano vennero esonerati. Nel febbraio 2022 passò a ricopre il ruolo di preparatore dei portieri nello staff tecnico della Salernitana, in Serie A, agli ordini dapprima di Davide Nicola e poi dell'ex compagno di spogliatoio juventino Paulo Sousa. Venne sollevato dall'incarico nell'ottobre 2023, contestualmente all'esonero di Sousa. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Peruzzi, Iuliano e Rampulla festeggiano il trionfo della Juventus nella Supercoppa di Lega 1997 Campionato italiano: 4 - Juventus: 1994-1995, 1996-1997, 1997-1998, 2001-2002 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Supercoppa italiana: 2 - Juventus: 1995, 1997 Competizioni internazionali Ravanelli, Peruzzi, Rampulla e Sousa festeggiano il trionfo della Juventus nella Champions League 1995-1996 Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Coppa Intertoto UEFA: 1 - Juventus: 1999
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Antonio Conte - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
ANTONIO CONTE NICOLA CALZARETTA, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 2011 Antonio Conte il capitano, adesso mister, suo padre, Cosimino, lo ha sempre detto: «Diventerà un grande allenatore». Più che una profezia, una certezza. Il modo indicativo è lì a certificarlo. Non sogni di babbo, pur consentiti, ci mancherebbe. Ma previsioni fondate di chi è del mestiere. Di chi al pallone ha dedicato una vita intera, presidente-allenatore-segretario della Juventina di Lecce per oltre trent’anni. Lì (e poteva essere diversamente?) ha mosso i primi passi Antonio. A tre anni già seduto in panchina accanto al babbo, a nove ufficialmente tesserato nel settore giovanile della Juventina. Maglia bianconera, pantaloncini e calzettoni bianchi: la perfetta copia della Juventus vera, la squadra del cuore del biondissimo Antonio. Un amore senza se e senza ma. La riprova quando un giornale lancia un concorso, chiedendo ai partecipanti di inviare il disegno del proprio calciatore preferito: il piccolo Conte manda quello di Roberto Bettega, il suo idolo. Anno Domini 1979. Non è dato conoscere se e quanti poster bianconeri abbia nella sua camera. Di certo si sa che cresce bene e che gioca ancora meglio. Inevitabile e meritato, arriva il passaggio al Lecce. La testa rimane saldata al collo e i piedi alla terra. Unica concessione, a quattordici anni, una Vespa usata. Ma a correre in campo è lui. Due anni dopo arriva addirittura il debutto in A. È il 6 aprile 1986, Antonio non ha ancora 17 anni. Scommette su di lui mister Fascetti, uno che vede lontano. Gioca gli ultimi dieci minuti al posto di Vanoli. La gioia per il debutto, però, non dura molto. La sfortuna, che con lui sarà particolarmente accanita, si presenta subito sotto forma di una tibia rotta dopo uno scontro con un compagno. Stop forzato ai box. Tempra e carattere che si rafforzano ulteriormente. Torna più forte e sicuro di prima. Impressiona la sua grinta e la voglia di arrivare. Nel mezzo ecco pure il diploma di ragioniere, dopo cinque anni di superiori senza mai andare a settembre. Accidenti che tipo! Gli anni ‘80 stanno per chiudersi. Per Conte si aprono sempre di più le porte della Prima Squadra. È Carlo Mazzone che gli mette le ali. Lui prende al volo l’occasione e non molla più la maglia da titolare. È una bella squadra quel Lecce: Pasculli, Virdis, Barbas, Giacomo Ferri. C’è anche Checco Moriero, anche lui classe 1969, quello che da piccoli lo batteva nelle gare di atletica, ma poi Antonio si rifaceva con le ragazze, confidando sul gentile aspetto e sull’azzurro dei suoi occhi. La consacrazione arriva con il campionato 1989-90: 28 presenze e un gol, il primo in A, contro il Napoli, davanti a Maradona. Compimenti e successi. I primi soldi veri. Una parte destinati all’acquisto della Golf usata che gli vende Giuliano Terraneo, il portiere-poeta che chiude la sua lunga carriera proprio a Lecce nel 1990. Il nome di Conte inizia a circolare. Debutta anche con l’Under 21, si fa un altro buon campionato con i giallorossi fino all’improvvisa chiamata della Juventus. Novembre 1991. A dire il vero il suo arrivo a Torino passa un po’ sottotraccia. È il mercato d’autunno, quello di “riparazione”; ultimo appello. In quei primi anni ‘90 è ancora così. Le sessioni di mercato sono due e molto contenute. Estate e autunno, per gli ultimi e definitivi ritocchi. È Giovanni Trapattoni, alla sua seconda tornata sulla panchina bianconera, che chiede l’acquisto di Conte. Al Trap, si sa, i mediani tutto cuore e grinta piacciono da matti, forse perché ci si specchia un po’ dentro. Boniperti lo accontenta. E chiama casa Conte. Dall’altro capo del telefono mamma Ada: «Immagino quanto le costerà rinunciare a un figlio che si trasferisce a 1.000 chilometri – sono le parole del presidente –. Ma voglio tranquillizzarla, alla Juve troverà un’altra famiglia che saprà crescerlo e aiutarlo nei momenti difficili». Sarà così. Intanto l’acquisto è concluso facilmente. Antonio arriva a Torino. La nebbia gli mette un po’ di ansia. Le labbra sono cucite dall’emozione. Il cuore è in tumulto. Boniperti gli mostra le scarpette con cui ha giocato a Wembley e i trofei della Juve. «Ricordo bene il giorno che arrivai a Torino. Per l’emozione non spiaccicai una parola. C’erano campioni come Roberto Baggio, mi venne istintivo dare del “lei” a tutti. Anzi, del “voi”, perché sono leccese e dalle mie parti si usa così. Pensai: “Qui non duro a lungo, sono di passaggio, non posso permettermi un salto così lungo, dalla B in Puglia alla squadra più forte d’Italia”». Ma per fortuna il vento che scaccia la nebbia, si porta via anche i timori del giovanotto pugliese. Le foto, la figurina Panini stampata in extremis per inserirla nell’album e Antonio Conte si trova in mezzo a Schillaci e Baggio, Tacconi e Marocchi, Julio Cesar e Kohler. Inutile dire che lui è felicissimo, bianconero nel sangue com’è. L’inizio è in salita. Nella prima amichevole che gioca, con un maldestro passaggio indietro al portiere, favorisce il gol avversario. Lui ci rimane malissimo, ma sono peccati veniali. Trapattoni lo tiene sulla corda e gli offre supplementi di lezioni tecniche e tattiche. Lui risponde presente e alla fine gioca 14 partite e cosa più importante, si conquista un posto da titolare per l’anno successivo. È già maturato tantissimo, dopo soltanto pochi mesi di cura Trap. Di lui si parla come il mediano del futuro, erede di Furino e Bonini. Antonio ci sta, non si spaventa. Brillano sul suo viso gli occhi azzurri chiarissimi. La stagione ‘92-93 è trionfale per la Juve e per lui. Arriva la Coppa Uefa. Conte si tiene ben stretto il posto in squadra, né il Trap è intenzionato a dare la sua maglia ad altri. È cresciuto ancora. Non solo mediano. Centrocampista globale, perno della manovra, cacciatore di palloni ed anche goleador. E che goleador. Reti spesso spettacolari, gol frutto dell’istinto e di una tecnica di base che Conte migliora giorno dopo giorno. Il popolo juventino, che già l’ha in simpatia, lo eleva agli onori della canonizzazione bianconera il 10 aprile 1993. È domenica di derby, la partita che mette i brividi. Il Torino e il suo furore, con quel tremendismo granata che alla Juventus temono. Ci pensa Antonio Conte a dare la giusta misura alle cose e, dunque, alla superiorità ancestrale dei bianconeri. A nove minuti dall’inizio porta in vantaggio la Juventus. A nove minuti dalla fine realizza il gol del definitivo 2-1, dopo il pareggio granata di Aguilera. La sua corsa, folle e gioiosa, dopo la marcatura decisiva, è la corsa, folle e gioiosa, di ogni tifoso vero della Juve. In soli due anni, Conte è una delle colonne della Juventus e uno dei nomi nuovi su cui punta Arrigo Sacchi per la sua Nazionale che nel 1994 arriva seconda dietro il Brasile. Antonio c’è, uno dei pochi bianconeri stimati e voluti dal Commissario Tecnico Sacchi. E non è cosa da poco. Anzi. Umile e generoso, educato e colto, quando arriva Marcello Lippi ha l’intelligenza di mettersi a disposizione, senza reclamare nulla. Conte è juventino. Aspetta il suo turno, con pazienza e dedizione. Che arriva, impreziosito da gol stupendi, come il colpo di testa in tuffo contro il Borussia Dortmund nella prima di Champions League. La fascia di capitano ben presto gli circonda il braccio sinistro. Gliela consegna Vialli, l’avallo Io appone mister Lippi. «È un grande onore, oltre che una responsabilità di cui vado fiero. Questa fascia è anche simbolica, in squadra ci sono, infatti, più capitani!». I tifosi, poi, gliene regaleranno una personalizzata: “Senza di te non andremo lontano. Antonio Conte è il nostro capitano”. «Penso che i tifosi apprezzino il mio modo di essere dentro e fuori dal campo. Con me sono sempre stati davvero fantastici. Nei momenti più difficili mi sono stati vicini, dimostrandomi calore e simpatia». Conte capitano e la Juve va lontanissimo. Champions, Intercontinentale e un’altra dozzina di trofei tra scudetti, coppe e supercoppe assortite, alla fine saranno 15 in totale. Lui c’è, anche quando la malasorte si diverte a rendergli più dura la giornata. Tre le stazioni della sua personale via crucis. La prima durante la finale dell’Olimpico il 22 maggio 1996, dopo uno scontro con Davids. La coscia gli si gonfia come un cocomero. Addio Europei. «Quella sera, provai la soddisfazione più grande e l’amarezza più intensa. Pochi giorni dopo, i miei compagni partivano per gli Europei ed io ero in un letto di ospedale con una coscia gonfia e dolorante». La seconda il 9 ottobre dello stesso anno, con la maglia della Nazionale. Salta il legamento crociato del ginocchio sinistro. Lungo stop e addio Tokyo. Terza stazione, il 24 giugno 2000, durante gli Europei che lui ha bagnato con una rovesciata-gol (sua specialità) di rara bellezza. Contro la Romania, un’entrata da codice penale di Hagi gli frantuma una caviglia e il torneo per lui finisce lì. Dolorose cadute e resurrezioni miracolose. Anzi no: resurrezioni figlie legittime della volontà di ferro e della tenacia di un ragazzino che con la maglia della Juve è diventato uomo. Dice di lui il Trap: «Era duttile e intelligente. Una forza della natura nella fase difensiva e in quella offensiva: non è un caso che sia diventato allenatore. Giocando in mezzo capisci meglio le dinamiche di tutti i reparti». “Voglio arrivare alla Juve”, lo dichiara subito, appena seduto sulla panchina dell’Arezzo, nel 2006: «L’idea di approdare alla Juventus prima o poi non è stata un’ossessione, semmai un pensiero piacevole e soprattutto inevitabile. Perché appena ho smesso di fare il calciatore e ho intrapreso un nuovo mestiere ho pensato subito che mi sarebbe piaciuto arrivare alla Juventus. Il motivo è molto semplice: questa è casa mia. Non si può stare lontani troppo a lungo». Tredici stagioni in bianconero. Dal 1991 al 2004. Prima capitano, adesso mister. Antonio Conte, il terzo leccese juventino in ordine di tempo, dopo Causio e Brio. Anche lui, come i suoi concittadini, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della Grande Juventus da calciatore. Ora, siamo sicuri, saprà farlo anche da mister. STEFANO DISCRETI, DAL LIBRO “I NOSTRI CAMPIONI” In una testimonianza scritta rivelata al sottoscritto, mi raccontò questo episodio: «Era un periodo in cui mister Lippi mi faceva giocare mediano sulla destra, ruolo che non gradivo troppo. Fui intervistato proprio in quei giorni ed evidentemente il giornalista fu bravo a estrapolare questo mio leggero malumore. Sai come fanno poi i giornali. Il giorno dopo il titolo fu: “Conte: vinco ma non mi diverto”. Successivamente, al mio ingresso negli spogliatoi trovai, attaccato al mio armadietto, questo messaggio: “Se vuoi divertirti, vai all’Una Park”. All apostrofo una! Ti rendi conto che cosa provocò in me quella frase scritta da quell’ignorantone di Angelo? (scrivi pure ignorantone, tanto è in senso affettuoso). Ancor oggi, quando rincontro Di Livio, lo prendo in giro». IL FRATELLO, DA “TUTTOSPORT” DEL 25 NOVEMBRE 2011 Antonio è un vincente, ha chiamato la figlia Vittoria perché non sa parlare di altro, sua moglie è una santa: prima o poi parlerà di tattica anche lei, Siamo una famiglia bianconera, papà fondò una squadra a Lecce e la chiamò Juventina. Antonio al tempo era già determinato, per lui non esistono ostacoli impossibili ma solo sfide da vincere e ora pensa a far vincere la Juve 24 ore al giorno. Cosa temiamo in famiglia? La prima sconfitta. Quando è capitato in passato da giocatore e da allenatore si nota il cambiamento di umore, diventa intrattabile, non esce di casa. Pensa e ripensa agli errori. Io reagii male quando nel 1991 Antonio andò alla Juve, A dieci anni mi veniva a mancare in casa il fratello maggiore. Mia madre? All’inizio era preoccupata ma poi ci pensò Boniperti che parlo anche con lei per velocizzare la trattativa visto che c’era anche la Roma su Antonio. Mio padre invece fu orgoglioso del passaggio in bianconero ma non se ne vantò mai, è sempre stato schivo. 〰.〰.〰 Comincia l’avventura di Antonio sulla panchina bianconera. Questa volta il mercato è basato sulla “qualità”: arrivano Pirlo, Vucinić, Lichtsteiner e un semisconosciuto cileno, Arturo Vidal. E proprio il dover utilizzare il cileno e mettere Pirlo in condizione di esprimersi al meglio, “costringe” Conte ad abbandonare il suo amato 4-2-4 per un più produttivo 3-5-2. «Abbiamo lavorato due mesi su quel sistema di gioco, secondo me il più difficili da adottare. Poi, col passare dei giorni e degli allenamenti, mi sono convinto sempre di più che sarebbe stato un delitto non utilizzare insieme Pirlo, Vidal e Marchisio. Da qui ho studiato nuove soluzioni, senza abbandonare mai la nostra proposta di gioco». Il trio difensivo è composto da Chiellini, Bonucci e Barzagli, la famosa BBC. Una specie di linea Maginot, quasi impossibile da superare. Gli attaccanti non segnano molto, ma ci pensano i centrocampisti (Marchisio in primis) e i difensori (lancio di Pirlo e gol di Lichtsteiner, vero leitmotiv della stagione) a riempire il tabellino delle realizzazioni. Ottimo anche il rendimento della panchina: Giaccherini, Padoin e il redivivo Cáceres non deludono mai quando chiamati in causa. La Zebra non perde mai, anche se i pareggi sono tanti. «L’imbattibilità è qualcosa di straordinario, di impensabile. Adesso sappiamo che al massimo ci potranno raggiungere, mai superare». Ma si batte due volte l’Inter, i campioni in carica del Milan allo Stadium e si rimonta in modo clamoroso la partita a Fuorigrotta. L’inseguimento al Diavolo è serrato ma i rossoneri cedono sul finale. E quando a Trieste, vincendo contro il Cagliari per 2-0, lo scudetto è cosa matematica, il pensiero dei tifosi non può non andare a chi ha provato ad affossare la Juve, all’anno in serie B e ai due settimi posti. «Ho avuto la fortuna di veder subito accettata la mia idea di calcio e la mia gestione del gruppo. Si trattava di tornare a giocare da grande squadra, non da provinciale. Dissi che, se proprio dovevamo perdere, era meglio che succedesse trafitti da un contropiede mentre attaccavamo, piuttosto che aspettare la fine difendendoci nella propria area. Ebbi la sensazione che i calciatori non aspettassero altro che sentire queste parole. La vittoria più importante è stata quella di Palermo, quando abbiamo sorpassato il Milan. Ho capito che potevamo arrivare fino alla fine, che avevamo rimesso l’osso in bocca. E che togliercelo sarebbe stata dura». Si arriva anche in finale di Coppa Italia contro il Napoli, ma gli azzurri sono molto più motivati dei bianconeri e la partita non ha storia. Conte, il condottiero, il martello, va all’assalto del bis e della Coppa dei Campioni. Per la prima volta, dopo 18 anni, in ritiro non c’è Ale Del Piero. Il capitano, infatti, non rientrando nei piani dell’allenatore leccese, emigra in Australia. Ritorna Giovinco dal prestito, arrivano dall’Udinese Isla e Asamoah. Ma il colpo grosso è costituito da un giovinotto francese, detto il Polpo. Paul Pogba è il suo nome e sarà lo spacca campionato. Si parte con la conquista della Supercoppa italiana a spese del Napoli, coi partenopei che non si presentano per la cerimonia di premiazione. Lo scudetto viene vinto in carrozza, mentre in Europa le cose non andranno così bene. Si battono i Blues allo Stadium, ma il Bayern elimina la Vecchia Signora con una doppia vittoria per 2-0. «Qualche problema all’inizio c’è stato. Anche se facevamo buoni risultati la squadra non esprimeva sempre i nostri concetti di gioco e abbiamo avuto anche fortuna in certi casi. Ma appena siamo rientrati nella giusta dimensione, abbiamo vinto uno scudetto a ritmi da record. In Champions abbiamo avuto la sfortuna di incontrare il Bayern nei quarti. In Europa è difficilissimo e alla vittoria finale devi arrivare per gradi, con pazienza, attraverso un progetto vincente e il nostro lo è». Estate 2013: con l’arrivo di Fernando Llorente e Carlos Tevez, Conte cambia nuovamente volto alla squadra. La BBC è sempre sugli scudi, ma questa volta c’è un attaccante di razza in mezzo all’area. Ma è Carlitos che farà la differenza con una stagione strepitosa condita da 21 reti. Continua la crescita di Vidal che metterà insieme ben 18 realizzazioni, le stesse di Fernando. Ancora una Supercoppa italiana, con un roboante 4-0 in casa della Lazio. Ancora uno scudetto vinto, con tanto di record di punti (102) per il campionato a 20 squadre. «Il nostro obiettivo era vincere lo scudetto, ma dopo la certezza matematica abbiamo fatto di tutto per raggiungere questo incredibile traguardo», dice un raggiante Conte. Purtroppo, le note dolenti arrivano dalla Coppa Campioni. La Juve non supera ai gironi anche a causa della sconfitta contro il Galatasaray, su un vergognoso campo arato dalle ruspe turche. Retrocessi in Europa League e sconfitti in semifinali contro il Benfica. L’impressione generale è che, per inseguire un effimero record, Conte abbia snobbato la competizione che avrebbe visto disputare la finale proprio allo Stadium. E si arriva al triste epilogo. Dopo due giorni di ritiro Conte abbandona il ritiro e la Vecchia Signora. «Non si può mangiare in un ristorante da 100 euro con soli 10 euro i tasca», solo le rabbiose parole di commiato, in netto contrasto con la società, rea (a suo parere) di non mettergli a disposizione una squadra competitiva. Peccato che Allegri, il suo successore, con la stessa squadra sfiorerà la vittoria in Coppa Campioni, perdendo immeritatamente la finale contro il Barcellona. Ma questa è tutta un’altra storia. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/antonio-conte.html -
Antonio Conte - Calciatore E Allenatore
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ANTONIO CONTE https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Conte Nazione: Italia Luogo di nascita: Lecce Data di nascita: 31.07.1969 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Capitano - Martello Alla Juventus dal 1991 al 2004 Esordio: 17.11.1991 - Serie A - Juventus-Torino 1-0 Ultima partita: 04.04.2004 - Serie A - Inter-Juventus 3-2 419 presenze - 44 reti 5 scudetti 1 coppa Italia 4 supercoppe italiane 1 champions league 1 coppa Uefa 1 trofeo intertoto Allenatore della Juventus dal 2011 al 2014 151 panchine - 102 vittorie 3 scudetti 2 supercoppe italiane Antonio Conte (Lecce, 31 luglio 1969) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, tecnico del Napoli. Giocatore combattivo e molto versatile tatticamente, è cresciuto nel settore giovanile del Lecce, con cui ha esordito in Serie A e in cui ha militato per nove annate, per poi assurgere ad alti livelli nella Juventus, club di cui ha vestito la maglia per tredici stagioni, a cavallo degli anni 1990 e 2000, diventandone capitano e simbolo in virtù della propria dedizione, tenacia e grinta. In bianconero ha vinto cinque campionati italiani di Serie A, oltre a trofei internazionali quali la Coppa UEFA 1992-1993, la UEFA Champions League 1995-1996 e la Coppa Intertoto UEFA 1999. Con la nazionale italiana è stato vicecampione del mondo nel 1994 e vicecampione d'Europa nel 2000. Considerato tra gli allenatori più capaci della sua generazione, ha iniziato la sua attività in panchina segnalandosi per le promozioni in Serie A con Bari (2008-2009) e Siena (2010-2011). Tornato alla Juventus, questa volta in veste tecnica, tra il 2011 e il 2014 si è confermato campione d'Italia per tre stagioni consecutive (una striscia in precedenza riuscita ai soli Carcano, Capello e Mancini e successivamente migliorata dal solo Allegri), oltre ad avere vinto due Supercoppe italiane (2012 e 2013). Tra il 2014 e il 2016 è stato commissario tecnico della nazionale italiana, che ha guidato nella fase finale del campionato d'Europa 2016, quindi tra il 2016 e il 2018 ha allenato il Chelsea, con cui ha trionfato nella Premier League 2016-2017 e nella FA Cup 2017-2018. Dal 2019 al 2021 ha guidato l'Inter, con cui ha raggiunto la finale della UEFA Europa League 2019-2020 e si è laureato campione d'Italia (quarto successo personale) nell'edizione 2020-2021. A livello individuale è stato eletto una volta Panchina d'argento (2009), quattro volte Panchina d'oro (2012, 2013, 2014 e 2021) e quattro volte migliore allenatore AIC (2012, 2013, 2014 e 2021), nonché miglior allenatore ai Globe Soccer Awards (2013). Nel 2022 è stato introdotto nella Hall of Fame del calcio italiano. Antonio Conte Conte nel 2015 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Napoli Termine carriera 1º luglio 2004 - giocatore Carriera Giovanili 1982-1985 Lecce Squadre di club 1985-1991 Lecce 89 (1) 1991-2004 Juventus 419 (44) Nazionale 1994-2000 Italia 20 (2) Carriera da allenatore 2005-2006 Siena Vice 2006 Arezzo 2007 Arezzo 2007-2009 Bari 2009-2010 Atalanta 2010-2011 Siena 2011-2014 Juventus 2014-2016 Italia 2016-2018 Chelsea 2019-2021 Inter 2021-2023 Tottenham 2024- Napoli Palmarès Mondiali di calcio Argento Stati Uniti 1994 Europei di calcio Argento Belgio-Paesi Bassi 2000 Biografia Sposato dal 2013 con Elisabetta, dalla loro unione è nata una figlia. Ha una laurea in scienze motorie, conseguita all'Università di Foggia nel 2008 con il voto di 110 e lode. Ha un fratello minore, Gianluca, che lo accompagna nello staff come match analyst e assistente tecnico. Caratteristiche tecniche Giocatore Conte in azione con la Juventus nella stagione 1992-1993. «Era duttile e intelligente. Una forza della natura nella fase difensiva e in quella offensiva: non è un caso che sia diventato allenatore. Giocando in mezzo capisci meglio le dinamiche di tutti i reparti.» (Giovanni Trapattoni, 2014) Conte era un giocatore combattivo e forte fisicamente, abile nell'inserirsi a sorpresa in area di rigore per concludere a rete, caratteristica che lo rendeva sovente decisivo in campo: centrocampista discretamente prolifico, si segnalò per marcature d'istinto e, talvolta, acrobatiche e spettacolari; pur non eccellendo sotto l'aspetto tecnico, col passare degli anni migliorò anche sul piano del palleggio. Il suo ruolo originale era quello di centrale di centrocampo, ma sotto la guida di Marcello Lippi ha ricoperto vari ruoli del reparto, come quello più difensivo di mediano; in virtù della sua duttilità, all'occorrenza è stato impiegato anche come esterno destro da vari allenatori. Allenatore Tecnico dotato di forte carisma e personalità, tra i cardini della sua metodologia di lavoro c'è un «senso di competitività esasperato» financo a livelli «instancabili e ossessivi». Proprio questa sua indole — che gli ha valso il soprannome di Martello — si è rivelata un'arma a doppio taglio nel corso della carriera in panchina: da una parte l'ha fatto salire alla ribalta per la capacità di ottenere risultati immediati, spesso ribaltando i pronostici della vigilia; dall'altra, gli strascichi di una condotta così totalizzante — «quando parli di calcio con Antonio Conte, o quando lo segui in televisione, lo vedi che è provato fisicamente, soprattutto quando perde», ha detto di lui il collega Slaven Bilić — l'hanno portato a logorare invariabilmente, repentinamente e bruscamente i rapporti con l'ambiente di turno. Conte (in primo piano) e il collega Arsène Wenger seguono da bordocampo l'evolversi della finale di FA Cup 2016-2017 Per quanto concerne i suoi principi di gioco, si era fatto notare agli esordi per l'avere abbracciato stabilmente un modulo spregiudicato come il 4-2-4, scelta che gli aveva fatto guadagnare l'iniziale fama di «integralista» tattico. Negli anni seguenti, in particolare nelle esperienze di Torino, Londra e Milano, ha parzialmente smentito tale nomea plasmando la sua idea di calcio in funzione degli elementi a disposizione in rosa, quindi optando anche per schieramenti similmente offensivi come il 4-3-3 e il 3-4-3, più bilanciati come il 3-4-1-2 o più coperti come il 3-5-1-1. A conti fatti, tuttavia, è il 3-5-2 che ha finito per assurgere a «marchio di fabbrica» della sua seconda parte di carriera. Un approccio a sua volta integralista, e tutt'altro che esente da critiche, nei confronti di uno schieramento in cui Conte riversa gran parte dei suoi dettami di gioco: un ampio possesso palla e una costruzione dell'azione che passa da un playmaker difensivo e da un regista di centrocampo, con la presenza di esterni chiamati ad agire lungo tutta la fascia, sia in ripiegamento sia in proiezione offensiva. In particolare, con il passare degli anni ha palesato una crescente e quasi dogmatica propensione per la difesa a tre, di cui è riconosciuto tra i massimi teorici della sua generazione. Carriera Giocatore Club Lecce Un giovane Conte con la maglia del Lecce Iniziato al calcio dal padre Cosimo, ex calciatore dilettante, titolare di un autonoleggio e presidente nonché factotum della Juventina Lecce, società calcistica del capoluogo salentino, Conte è ceduto al Lecce all'età di 13 anni in cambio di 200 000 lire e una fornitura di 8 palloni. Da piccolo è chierichetto e gioca a calcio al campo dell'oratorio della parrocchia di "Sant'Antonio a Fulgenzio", poi frequenta l'istituto tecnico commerciale "Francesco Calasso" di Lecce. Cresce calcisticamente nella principale squadra della propria città, il Lecce, con cui debutta in Serie A il 6 aprile 1986, a 16 anni e 8 mesi, mandato in campo da Eugenio Fascetti nei minuti finali di Lecce-Pisa (1-1). L'arrivo di Carlo Mazzone sulla panchina giallorossa è decisivo per la maturazione mentale e fisica di Conte, il quale, nonostante la giovane età, in breve tempo diventa un elemento imprescindibile per la squadra. Nel 1987 si frattura la tibia della gamba destra, infortunio che mette in pericolo la sua carriera agonistica e gli fa saltare quasi tutto il campionato 1987-1988, che vede i salentini ottenere la promozione in Serie A: le presenze stagionali di Conte in serie cadetta saranno solo 3. Tornato in campo nell'annata 1988-1989, segna il suo primo gol in Serie A, oltreché l'unico con la maglia leccese, in casa del Napoli, nella partita vinta al San Paolo per 3-2 dai partenopei, il 5 novembre 1989. Rimane l'unica rete nelle sue sette stagioni trascorse coi giallorossi, collezionando in totale 99 presenze, di cui 89 in campionato. Juventus 1991-1996: i primi successi Durante la carriera a Lecce, Conte attira le attenzioni di Giovanni Trapattoni, tecnico della Juventus; nella sessione di calciomercato dell'autunno 1991, dopo 9 presenze in Serie B con i salentini, è quindi acquistato dal club torinese per 7 miliardi di lire. Il 17 novembre, alla decima giornata di campionato, debutta con la nuova squadra nella vittoria per 1-0 nel derby di Torino, subentrando nel finale a Salvatore Schillaci. Il neoacquisto Conte accolto alla Juventus dall'allenatore Giovanni Trapattoni nell'autunno del 1991 Per la stagione 1992-1993 diventa una pedina inamovibile della squadra bianconera. Il 16 settembre 1992 bagna con una rete il proprio esordio in Coppa UEFA, nella vittoria per 6-1 dei bianconeri contro l'Anorthōsis. Il 10 aprile decide con una doppietta (primi gol in Serie A con la maglia bianconera) il derby di Torino, vinto dalla Juventus per 2-1; questa sarà la sua prima e unica doppietta in carriera. Conte conclude la sua seconda stagione alla Juve con 3 reti (2 in campionato e una in Coppa UEFA) e contribuendo alla vittoria della Coppa UEFA. Nella finale di andata contro il Borussia Dortmund gioca da titolare, mentre rimane in panchina nella decisiva finale di ritorno. Nella stagione 1993-1994 Conte si conferma sui livelli della precedente, mostrandosi inoltre più prolifico sottorete. Realizza 4 gol in campionato e due in Coppa UEFA e, al termine della stagione, convince il CT Arrigo Sacchi a convocarlo per il campionato del mondo 1994. Con l'arrivo di Marcello Lippi sulla panchina della Juve, Conte si trova a essere impiegato in più ruoli a centrocampo, molti di questi non sempre graditi dal giocatore. Gioca ottime partite e risulta decisivo in molte gare di Coppa UEFA. Conte conclude la sua stagione mettendo a segno 3 reti (una in campionato alla Sampdoria e due in Coppa UEFA) e contribuendo alla vittoria dello scudetto e della Coppa Italia da parte dei bianconeri. Conte (a destra) e il suo capitano Roberto Baggio in maglia bianconera nella stagione 1991-1992 Il 13 settembre 1995 realizza una rete nella gara d'esordio in UEFA Champions League, quella vinta per 1-3 dai bianconeri in casa del Borussia Dortmund; qualche settimana più tardi, il 18 ottobre, sigla la propria seconda rete in Champions nella vittoria per 4-1 dei bianconeri sui Rangers. Le fatiche europee si riverberano sul cammino in campionato, dove la Juventus non riesce a difendere il titolo, ma sul piano personale Conte è ormai tra i senatori della squadra bianconera: il 20 aprile 1996 scende in campo a San Siro nel derby d'Italia indossando per la prima volta la fascia di capitano, trovando nell'occasione anche la seconda e decisiva rete che vale il successo 2-1 dei suoi. Il successivo 22 maggio scende in campo da titolare nella finale di UEFA Champions League all'Olimpico di Roma contro l'Ajax, ma è costretto a uscire anzitempo al 44' per problemi fisici, sostituito da Vladimir Jugović; i torinesi vinceranno la competizione ai tiri di rigore mentre negli spogliatoi Conte scoprirà che l'infortunio è più grave del previsto, impedendogli di prendere parte con la nazionale al successivo campionato d'Europa 1996. 1996-2001: gli anni da capitano Nell'estate 1996, stante la partenza di Gianluca Vialli, Conte succede a quest'ultimo come nuovo capitano della squadra. La sua prima stagione con la fascia al braccio si rivela, tuttavia, molto sfortunata. Dopo avere recuperato dal problema fisico occorsogli nella finale contro l'Ajax, a novembre si infortuna nuovamente, stavolta in maniera ancora più grave, durante Italia-Georgia, riportando una rottura del legamento crociato anteriore sinistro. L'infortunio lo costringe all'operazione e a chiudere anzitempo l'annata, non consentendogli quindi di fregiarsi delle vittorie bianconere in Coppa Intercontinentale e Supercoppa UEFA e relegandolo a comprimario nel cammino verso il tricolore dei suoi compagni di squadra. Conte alla Juventus nella stagione 1996-1997, in cui divenne il capitano della plurivittoriosa squadra di Marcello Lippi. Torna a pieno regime per la stagione 1997-1998, che si apre con la vittoria della sua seconda Supercoppa nazionale, giocando la finale del 23 agosto 1997 vinta dalla Juventus per 3-0 sul Vicenza: nell'occasione Conte sigla la rete che fissa il risultato e che, a livello personale, pone simbolicamente fine all'annus horribilis da cui è reduce. Il successivo 31 agosto, alla prima di campionato, segna la rete del definitivo 2-0 in casa contro il Lecce, sua ex squadra; a fine stagione, con 44 presenze e 6 gol, Conte contribuisce alla vittoria dello scudetto, il suo terzo in carriera. La stagione 1998-1999 si apre in maniera negativa sia sul piano sportivo, con la sconfitta in Supercoppa italiana contro la Lazio, sia su quello personale; perde temporaneamente i gradi di capitano per scelta dello spogliatoio — che li affida a un convalescente Alessandro Del Piero — e soprattutto entra in rotta con il tecnico Lippi, uscendo per questo dal novero dei titolari. Nella seconda parte dell'annata, con le sopravvenute dimissioni dell'allenatore viareggino e l'arrivo sulla panchina juventina di Carlo Ancelotti, Conte ritrova immediatamente centralità nell'undici bianconero: il tecnico reggiolese lo riposiziona nel ruolo di centrocampista centrale, rendendolo un intoccabile nel suo 3-5-2. Rinfrancato e motivato dalla rinnovata leadership, Conte approfitta del nuovo modulo per cercare con più frequenza la porta. La sua verve sottorete si palesa in particolar modo nella fase a eliminazione diretta di UEFA Champions League, dove il capitano juventino è grande protagonista, ripagando la fiducia di Ancelotti siglando ben 3 gol: il 3 marzo 1999 realizza la seconda marcatura bianconera nell'andata dei quarti di finale contro l'Olympiakos; va in gol anche nella gara di ritorno, il 17 dello stesso mese, trovando nei minuti finali l'1-1 che permette ai suoi di superare il turno; infine il successivo 7 aprile porta in vantaggio la Juventus nella semifinale di andata pareggiata 1-1 in casa del Manchester Utd. Sarà proprio questa squadra, nella sfida di ritorno, a eliminare i torinesi con il risultato finale di 2-3. A fine anno, Conte eguaglia il suo record di marcature stagionali (7) stabilito l'annata precedente. Conte in azione in maglia juventina nel campionato 1999-2000: al braccio la fascia personalizzata donatagli dagli ultras bianconeri dell'epoca, e del quale il numero otto era uno dei massimi idoli. Nella stagione 1999-2000, nonostante l'arrivo di nuovi giocatori come Sunday Oliseh e Gianluca Zambrotta, Conte rimane titolare nel centrocampo juventino. Il 24 agosto 1999 realizza il suo primo gol stagionale nella finale di ritorno della Coppa Intertoto, conclusa con un pareggio 2-2 sul campo del Rennes e con la conseguente vittoria del trofeo da parte bianconera. A fine stagione segna in totale 6 gol in 38 presenze complessive tra campionato e coppe e, complice la positiva annata, riceve la convocazione del commissario tecnico Dino Zoff per il campionato d'Europa 2000. Nella stagione 2000-2001, chiusa al secondo posto, totalizza 28 presenze e 3 gol. 2001-2004: l'epilogo A partire dall'annata 2001-2002, ormai trentaduenne e alle prese con un fisico falcidiato da vari acciacchi, Conte entra nella fase calante della carriera agonistica. Il ritorno sulla panchina juventina di Lippi lo priva definitivamente dei gradi di capitano a vantaggio di Del Piero e, conseguentemente, di un posto tra i titolari. Pur scivolato tra le seconde linee, in questa stagione riuscirà comunque a dare ancora un importante contributo alla causa bianconera: ricucito man mano il rapporto col tecnico viareggino e, anche senza fascia, rimasto tra le voci più autorevoli dello spogliatoio, il centrocampista colleziona 28 presenze e 1 gol in un campionato che si conclude con la vittoria dello scudetto, quello del «5 maggio», passato agli annali per l'impronosticabile sorpasso all'ultima giornata sui rivali dell'Inter. Sarà questa, a posteriori, l'ultima stagione di Conte ad alti livelli. Nel campionato 2002-2003 è impiegato sporadicamente, pur potendosi fregiare nuovamente del titolo italiano; ha inoltre modo di giocare la finale di UEFA Champions League persa ai rigori contro il Milan dove, subentrato nel secondo tempo, colpisce di testa una clamorosa traversa della porta di Dida. Al termine della stagione 2003-2004 decide di ritirarsi dal calcio giocato, rifiutando un ulteriore rinnovo propostogli dalla società, sia per i sopraggiunti 35 anni d'età sia per l'ideale fine di un ciclo a Torino, con il contemporaneo e definitivo addio di Lippi alla panchina bianconera. Conte gioca la sua ultima partita in Serie A a San Siro il 4 aprile 2004, un derby d'Italia contro l'Inter (3-2), mentre l'ultima in Europa era stata il precedente 25 febbraio al Riazor di A Coruña, contro il Deportivo La Coruña (1-0). In 13 stagioni con la Juventus, ha collezionato in campionato 295 presenze e 29 gol, in totale 419 presenze e 44 gol. Nazionale Conte al suo esordio in nazionale, nel 1994, contro la Finlandia. Il suo esordio nella nazionale maggiore avviene sotto la guida di Arrigo Sacchi a 24 anni, il 27 maggio 1994, nell'amichevole premondiale contro la Finlandia; viene quindi convocato dallo stesso commissario tecnico per il campionato del mondo 1994 negli Stati Uniti d'America. Nel corso della manifestazione gioca titolare la sfida dei quarti di finale contro la Spagna e subentra nel secondo tempo nella semifinale contro la Bulgaria. Rimane in panchina nella decisiva sfida in finale contro il Brasile, persa ai tiri di rigore. Non partecipa al campionato d'Europa 1996 in Inghilterra, a causa di un infortunio patito poche settimane prima con la Juventus nella finale di UEFA Champions League. Convocato solo in due occasioni da Cesare Maldini, peraltro senza scendere in campo, non prende parte al campionato del mondo 1998 in Francia. Torna a giocare in nazionale il 27 marzo 1999, durante la gestione del nuovo CT Dino Zoff, nella trasferta contro la Danimarca valevole per le qualificazioni al campionato d'Europa 2000: nell'occasione realizza di testa il suo primo gol in azzurro, fissando il risultato sul definitivo 1-2 per l'Italia. Conte (accosciato, secondo da sinistra) in azzurro a Bologna nel 1999, per la gara contro il Galles valevole per le qualificazioni al campionato d'Europa 2000. Viene scelto da Zoff per la fase finale dell'Europeo in Belgio e nei Paesi Bassi. L'11 giugno, nella prima gara della fase a gironi contro la Turchia, Conte realizza in rovesciata il primo gol degli azzurri nel torneo, contribuendo alla vittoria dell'Italia per 2-1. Disputa anche l'altra partita della fase a gironi contro il Belgio e quella dei quarti di finale contro la Romania, dove, a causa di un fallo di Gheorghe Hagi che gli procura una lesione ai legamenti della caviglia destra, conclude in anticipo l'Europeo, poi perso dall'Italia in finale, al golden goal, contro la Francia. In maglia azzurra ha totalizzato 20 presenze e 2 reti. Allenatore Gli inizi con Siena e Arezzo Già sul finire della carriera agonistica, Conte aveva palesato l'intenzione di rimanere nel mondo del calcio come allenatore. Il desiderio di intraprendere questa nuova professione in seno allo staff juventino è, tuttavia, osteggiato dal neotecnico della prima squadra, Fabio Capello, così l'ex centrocampista comincia dalla panchina di un altro club bianconero, il Siena, dove nel campionato 2005-2006 va a ricoprire il ruolo di vice per Luigi De Canio. Della stagione successiva è la sua prima esperienza da capo allenatore, venendo chiamato a guidare l'Arezzo, che va a iniziare il campionato di Serie B con una penalizzazione di 6 punti in classifica, conseguenza di Calciopoli. Dopo un pessimo avvio che vede la formazione amaranto stagnare sul fondo della graduatoria, Conte viene esonerato il 31 ottobre 2006 e sostituito da Maurizio Sarri; viene richiamato il 13 marzo 2007, subentrando allo stesso Sarri e ritrovando la squadra ancora all'ultimo posto. Questa volta l'avvicendamento sortisce effetti e, con 24 punti nelle ultime 10 partite, Conte trascina gli aretini a sfiorare una salvezza che appariva insperata fino a poche settimane prima, ma infine sfuggita all'ultima giornata. Senza la succitata penalizzazione, l'Arezzo si sarebbe classificato undicesimo, evitando agevolmente il declassamento in Serie C1. Bari Il 28 dicembre 2007 diventa il nuovo allenatore del Bari, subentrando al dimissionario Giuseppe Materazzi; quella con i galletti pugliesi è per lui la seconda esperienza sulla panchina di una squadra di Serie B. Ottiene la salvezza anticipatamente piazzandosi a metà classifica, segnalandosi inoltre per la vittoria del derby pugliese contro il Lecce, fatto che porta a forti attriti con i suoi conterranei salentini. Per la stagione 2008-2009, conferma l'impegno con il Bari nella serie cadetta. In Puglia schiera un modulo che ha nelle fasce offensive il suo punto di forza, ispirato al modulo adottato da Gian Piero Ventura al Pisa nella stagione precedente; il Bari di Conte si proietta da solo in testa alla classifica e ottiene infine, dopo otto anni, la promozione in Serie A, matematicamente giunta l'8 maggio 2009, con quattro giornate di anticipo, a seguito della sconfitta del rivale Livorno con la Triestina. Il 2 giugno Conte accetta inizialmente il rinnovo del contratto con il club pugliese, tuttavia, dopo tre settimane, risolve consensualmente l'accordo con la società biancorossa. Atalanta, ritorno a Siena Conte nel 2009, durante la sua breve esperienza da tecnico dell'Atalanta. Dopo quasi tre mesi dall'addio al Bari, il 21 settembre 2009 è ingaggiato in Serie A dall'Atalanta, subentrando all'esonerato Angelo Gregucci. Alla prima panchina in massima categoria, in casa col Catania (0-0), Conte è espulso per proteste. La prima vittoria in A è il 18 ottobre, sul campo dell'Udinese. Dopo aver ottenuto 13 punti in 13 partite (3 vittorie, 4 pareggi, 6 sconfitte), si dimette il 7 gennaio 2010, in seguito alla sconfitta rimediata in casa col Napoli. Il successivo 1º febbraio, vince il premio Panchina d'argento della stagione 2008-2009 per avere riportato il Bari nella massima divisione; il premio è istituito dal settore tecnico della Federcalcio e riservato agli allenatori della Serie B che si siano particolarmente distinti durante il campionato. Il 23 maggio 2010 diventa allenatore del neoretrocesso Siena, ritornando sulla panchina dove, da vice di Luigi De Canio, aveva iniziato il percorso da tecnico. Con i toscani ottiene il secondo posto finale in campionato, che vale la promozione diretta in Serie A (seconda della sua carriera dopo quella con il Bari) con tre giornate di anticipo. Juventus Ormai considerato tra i migliori tecnici emergenti della sua generazione, il 31 maggio 2011 Conte ritorna dopo sette anni in seno alla squadra di cui era stato bandiera e capitano da calciatore, la Juventus: il presidente Andrea Agnelli gli affida il difficile compito di riportare la squadra bianconera, ancora a secco di successi nel post-Calciopoli e in uno dei momenti sportivamente più difficili della sua storia, ai vertici del calcio italiano. L'11 settembre ottiene la sua prima vittoria in campionato con la Juventus battendo 4-1 il Parma, inaugurando lo Juventus Stadium. Il successivo 25 ottobre, alla nona giornata del campionato, la squadra si impone per 2-1 contro la Fiorentina, portando la Juventus in solitaria alla testa della classifica, evento che non accadeva da cinque anni, dalla stagione calcistica 2005-2006. Con la vittoria esterna a Lecce dell'8 gennaio 2012, Conte entra nella storia della Juventus eguagliando il record della stagione 1949-1950 con 17 risultati utili consecutivi dalla prima di campionato. La settimana dopo supera il record stabilendone uno nuovo di 18 risultati utili consecutivi da inizio campionato, col pareggio interno col Cagliari (1-1). Una settimana dopo la Juve ottiene il titolo d'inverno dopo avere battuto 0-2 l'Atalanta. Chiude imbattuto il girone d'andata con 11 vittorie, 8 pareggi, 0 sconfitte. Conte nel 2012 alla guida della Juventus Il 12 marzo una giuria di esperti, giornalisti e dirigenti sportivi decreta Conte vincitore del Premio Maestrelli per la stagione in corso, precedendo Guidolin e Mazzarri. Il 6 maggio vince il suo primo campionato da allenatore battendo 2-0 il Cagliari a Trieste (campo neutro) alla 37ª giornata, grazie anche alla contemporanea sconfitta del rivale Milan nel derby milanese, portando il distacco a 4 punti. Conclude il campionato raccogliendo 23 vittorie e 15 pareggi, mantenendo l'imbattibilità. La striscia di risultati utili consecutivi termina il 20 maggio, quando la Juventus perde 2-0 col Napoli, finale di Coppa Italia. L'11 agosto 2012, a Pechino, vince la prima Supercoppa italiana da allenatore, battendo ancora il Napoli 4-2. Il 5 maggio 2013 vince il secondo scudetto consecutivo alla guida della Juventus con 3 giornate d'anticipo, diventando il quinto allenatore alla guida della squadra capace di vincere due scudetti nei primi due anni dopo Carcano (1930-1931 e 1931-1932), Parola (1959-1960 e 1960-1961), Vycpálek (1971-1972 e 1972-1973) e Trapattoni (1976-1977 e 1977-1978). Il 18 agosto 2013 vince la sua seconda Supercoppa italiana battendo 4-0 la Lazio all'Olimpico di Roma. Il 12 gennaio 2014 ottiene il record di 11 vittorie consecutive, superando il precedente primato del Quinquennio d'oro di Carcano. Il 4 maggio è campione d'Italia per il terzo anno di fila, in virtù della sconfitta della rivale Roma a Catania. Oltre a ciò, sul piano personale, il tecnico, al suo terzo scudetto in panchina, entra nel novero dei colleghi più titolati nel campionato italiano di calcio, appaiando colleghi quali Garbutt, Herrera, Mancini e Weisz. A fine torneo la Vecchia Signora taglia due traguardi storici: 102 punti in campionato (record europeo) e totale imbattibilità casalinga con 57 punti ottenuti su altrettanti disponibili. Nella stessa stagione porta la Juventus in semifinale di UEFA Europa League, dov'è estromessa dal Benfica: un'eliminazione cocente per i tifosi bianconeri che, per la prima volta in questo ciclo, non risparmiano critiche a Conte nella gestione del doppio confronto coi lusitani e, in generale, del doppio impegno campionato-coppa; fatto che a posteriori comincia a incrinare il fin lì saldo rapporto tra il tecnico e l'ambiente torinese. La situazione pare appianarsi nelle settimane seguenti, quando la società conferma il tecnico in panchina anche per la stagione seguente; tuttavia il 15 luglio 2014, a ritiro estivo iniziato, a sorpresa Conte, entrato definitivamente in rotta con la dirigenza juventina circa i piani futuri della squadra, si dimette risolvendo il proprio contratto. Nazionale italiana Conte (al centro) dà indicazioni ai suoi dalla panchina azzurra, durante la trasferta di Baku contro l'Azerbaigian valevole per le qualificazioni al campionato d'Europa 2016. Il 14 agosto 2014 si accorda con la FIGC per ricoprire, fino al campionato d'Europa 2016, il doppio incarico di commissario tecnico della nazionale italiana e di coordinatore delle squadre giovanili azzurre. Il 4 settembre esordisce sulla panchina dell'Italia con una vittoria, sconfiggendo 2-0 in amichevole i Paesi Bassi. Il 10 ottobre 2015, con la vittoria per 3-1 a Baku contro l'Azerbaigian, raggiunge la qualificazione all'Europeo. Alla fase finale in Francia, l'Italia vince il proprio girone con due vittorie contro il Belgio per 2-0 e contro la Svezia per 1-0 e subendo una sconfitta contro l'Irlanda per 1-0, qualificandosi per gli ottavi di finale, dove gli azzurri battono 2-0 i campioni in carica della Spagna. Nei quarti di finale l'Italia cede il passo alla Germania dopo i tiri di rigore, in una gara che mette la parola fine all'esperienza di Conte in azzurro: il club inglese del Chelsea aveva infatti ufficializzato, tre mesi prima, l'ingaggio di Conte come proprio allenatore a partire dalla stagione di Premier League 2016-2017. Chelsea Il 14 luglio 2016 s'insedia quale nuovo tecnico del Chelsea. Il 15 agosto ottiene la sua prima vittoria sulla panchina dei Blues durante il derby londinese contro il West Ham Utd, per 2-1. Il 12 maggio 2017, vincendo per 1-0 sul campo del West Bromwich, il tecnico si laurea campione d'Inghilterra alla stagione d'esordio e con due turni di anticipo; è il quarto allenatore italiano ad aggiudicarsi il titolo inglese dopo Carlo Ancelotti, Roberto Mancini e Claudio Ranieri. Arriva inoltre in finale di FA Cup, venendo però sconfitto dai concittadini dell'Arsenal. Conte (in primo piano) al Chelsea nel precampionato della stagione 2016-2017 Alla positiva annata d'esordio, tuttavia, fa seguito una più negativa sul piano sportivo e, ancor più, ambientale. Sconfitto ancora dai Gunners nella sfida di Community Shield, nel corso dell'annata il Chelsea, dopo aver superato come secondo classificato un difficile girone di UEFA Champions League comprendente Roma, Atlético Madrid e Qarabağ, viene eliminato agli ottavi di finale dal Barcellona; in campionato non riesce a difendere il titolo, chiudendo la classifica al quinto posto e fallendo l'obiettivo minimo della qualificazione in Champions. La vittoria a fine stagione dell'ottava FA Cup della storia Blues, raggiunta battendo in finale il Manchester Utd per 1-0, non riesce a ricucire i rapporti tra Conte e la società londinese, che il 13 luglio 2018 annuncia l'esonero dell'allenatore leccese. Inter Dopo un anno sabbatico e a distanza di cinque anni dalla sua precedente esperienza in Serie A, il 31 maggio 2019 diventa il nuovo allenatore dell'Inter, in sostituzione dell'esonerato Luciano Spalletti. Il debutto in nerazzurro è del 26 agosto seguente, in campionato, battendo per 4-0 a San Siro la squadra dei suoi esordi, il Lecce. L'arrivo sulla panchina interista di una storica ex bandiera juventina rinfocola immediatamente la più grande rivalità del calcio italiano e, nello specifico, divide nettamente gli animi della tifoseria nerazzurra; ciò nonostante, a Milano il tecnico è protagonista di un positivo avvio, rigenerando repentinamente un ambiente che, negli anni precedenti, raramente aveva saputo essere protagonista: vince le prime sei gare di campionato, stracittadina compresa, un filotto che in casa nerazzurra aveva l'unico precedente nella stagione 1966-1967 con Helenio Herrera in panchina. Il 6 gennaio 2020, con la vittoria per 3-1 al San Paolo sul Napoli, Conte raggiunge le 100 vittorie in Serie A da allenatore, il più veloce a tagliare questo traguardo nella storia del campionato italiano. Il successivo 9 febbraio, vincendo anche il derby di ritorno, diventa il primo tecnico interista a fare sue entrambe le stracittadine alla sua stagione di esordio, dopo Carlo Carcano nell'annata 1945-1946. Proprio dopo il derby, che aveva proiettato la squadra in testa alla classifica, questa accusa una flessione di risultati, lasciando definitivamente la vetta; il tecnico salentino porta comunque i lombardi al secondo posto finale — piazzamento che mancava dall'edizione 2010-2011 —, dietro alla sola Juventus campione con due turni di anticipo. Di rilievo anche il cammino stagionale nelle coppe europee, seppur a due facce: smaltita la delusione per la precoce eliminazione nella fase a gironi di UEFA Champions League, in UEFA Europa League gli uomini di Conte raggiungono l'atto conclusivo del torneo — a ventidue anni dall'ultima volta nella manifestazione e a dieci dall'ultima finale europea assoluta per i nerazzurri —, dove tuttavia non riescono a sollevare il trofeo, venendo sconfitti dal Siviglia. L'inizio del campionato successivo è contrassegnato da risultati altalenanti nei primi due mesi, che tuttavia tengono la squadra a contatto con le posizioni di vertice; al ritorno dalla sosta di novembre, l'Inter inanella una striscia di otto vittorie consecutive che la proietta al secondo posto, a ridosso del Milan poi campione d'inverno. Dopo qualche passo falso sul finire del girone di andata, chiuso alle spalle dei concittadini, all'inizio della tornata conclusiva i nerazzurri ottengono undici successi consecutivi e ipotecano il tricolore. Il 2 maggio 2021, grazie alla vittoria sul Crotone e complice il pareggio della rivale Atalanta con il Sassuolo, l'Inter si laurea campione d'Italia con quattro giornate d'anticipo: per Conte, che riporta il titolo ai meneghini dopo undici anni, si tratta del quarto campionato italiano vinto da allenatore e del quinto in assoluto, contando anche quello con il Chelsea. Nuovamente deludenti, invece, sono i percorsi nelle coppe: in UEFA Champions League l'Inter viene eliminata già nella fase a gironi, mentre in Coppa Italia esce in semifinale. Nonostante il successo tricolore, il 26 maggio 2021 arriva la repentina risoluzione contrattuale tra l'allenatore e il club milanese, alla luce delle divergenze d'intenti sul futuro della squadra. Tottenham Il 2 novembre 2021 subentra a stagione in corso alla guida del Tottenham, in sostituzione dell'esonerato Nuno Espírito Santo. Due giorni dopo debutta sulla panchina dei londinesi, vincendo per 3-2 la gara interna a New White Hart Lane contro il Vitesse valevole per la fase a gironi di Europa Conference League. In Premier League, dopo lo 0-0 al debutto a Goodison Park con l'Everton, la prima vittoria arriva il 21 novembre grazie al 2-1 casalingo sul Leeds Utd. Il 29 dicembre seguente, a seguito del pareggio sul campo del Southampton diventa il primo allenatore degli Spurs ad essere imbattuto in campionato nelle prime sette gare disputate (4 vittorie e 3 pareggi), superando Jacques Santini e Tim Sherwood, entrambi fermi a sei con rispettivamente due vittorie e quattro pareggi il primo e cinque vittorie e un pareggio il secondo. Chiude il campionato al quarto posto, riportando il Tottenham in UEFA Champions League dopo un biennio. La stagione seguente si rivela difficile, sia sul piano sportivo sia personale. Dapprima, nell'ottobre 2022 muore improvvisamente, a causa di una leucemia mieloide acuta, il preparatore atletico della squadra londinese, Giampiero Ventrone, a cui Conte aveva legato gran parte dei suoi trascorsi da calciatore e poi da allenatore; quindi nel febbraio 2023 lo stesso tecnico salentino è costretto a lasciare temporaneamente la guida degli Spurs, per i postumi di un intervento di asportazione della cistifellea e successivo periodo di convalescenza, venendo sostituito in panchina dal suo vice Cristian Stellini. A fronte di cammini insoddisfacenti sia in campo nazionale sia internazionale, nelle settimane seguenti il rapporto tra Conte e l'ambiente entra definitivamente in crisi: il 26 marzo 2023 la società inglese ufficializza la risoluzione contrattuale col tecnico. Napoli Dopo un anno sabbatico, il 5 giugno 2024 viene nominato tecnico del Napoli, in Serie A. Debutta sulla panchina azzurra il successivo 10 agosto, in occasione dei trentaduesimi di Coppa Italia, nella gara interna contro il Modena pareggiata per 0-0, superando poi il turno ai tiri di rigore. Controversie Il 26 luglio 2012, Conte viene deferito dalla Procura Federale nell'ambito del terzo filone dell'inchiesta sportiva sul calcioscommesse, con l'accusa di omessa denuncia in relazione alle partite Novara-Siena 2-2 e AlbinoLeffe-Siena 1-0 del campionato di Serie B 2010-2011, quando sedeva sulla panchina senese. Il successivo 1º agosto la Commissione Disciplinare definisce «non congrua» l'istanza di patteggiamento a 3 mesi e 200 000 euro concordata tra il procuratore Palazzi e i legali del tecnico; caduta ogni possibilità di un nuovo accordo tra le parti, il giorno seguente viene resa nota la richiesta di 15 mesi di squalifica da parte della Procura Federale. Il 10 agosto 2012, l'allenatore viene squalificato per 10 mesi dalla Commissione Disciplinare della Federcalcio. Il 22 dello stesso mese, lo stop viene confermato dalla Corte Federale che riformula parzialmente la decisione della Disciplinare, prosciogliendo allenatore per Novara-Siena, ma ribadendo la squalifica di 10 mesi per l'omessa denuncia di Albinoleffe-Siena. Il 29 agosto il tecnico presenta ricorso al Tribunale Nazionale d'Arbitrato per lo Sport (TNAS) del CONI per ottenere la procedura d'urgenza e la sospensione cautelare della squalifica; il presidente del TNAS accoglie l'istanza di urgenza del ricorso, respingendo invece quella cautelare per neutralizzare la squalifica, con un rimando su questa decisione ai giudici dell'arbitrato competenti. Il 5 ottobre 2012, il TNAS riduce la squalifica inflitta in secondo grado a 4 mesi, consentendo al tecnico di tornare in panchina a partire dal successivo 8 dicembre. Sul fronte della giustizia ordinaria, il 7 luglio 2015 la Procura di Cremona chiede il rinvio a giudizio per Conte e altri 103 indagati con l'accusa di frode sportiva in relazione alla partita AlbinoLeffe-Siena, mentre per Novara-Siena il PM Di Martino chiede l'archiviazione così come per l'originaria accusa di associazione a delinquere. Il 5 aprile 2016 la procura cremonese chiede per Conte 6 mesi di reclusione con pena sospesa e 8 000 euro di multa, anziché 8 mesi, considerando lo sconto di un terzo previsto dal rito abbreviato: il 16 maggio seguente Conte viene assolto dal giudice dell'udienza preliminare «per non aver commesso il fatto». Palmarès Giocatore Conte solleva la Champions League 1995-1996 vinta in maglia juventina Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 5 - Juventus: 1994-1995, 1996-1997, 1997-1998, 2001-2002, 2002-2003 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Supercoppa italiana: 4 - Juventus: 1995, 1997, 2002, 2003 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intertoto UEFA: 1 - Juventus: 1999 Allenatore Conte premiato nel 2013 ai Globe Soccer Awards quale migliore allenatore dell'anno Club Campionato italiano di Serie B: 1 - Bari: 2008-2009 Campionato italiano: 4 - Juventus: 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014 - Inter: 2020-2021 Supercoppa italiana: 2 - Juventus: 2012, 2013 Campionato inglese: 1 - Chelsea: 2016-2017 Coppa d'Inghilterra: 1 - Chelsea: 2017-2018 Individuale Panchina d'argento: 1 - 2008-2009 Panchina d'oro: 4 - 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2020-2021 Gran Galà del calcio AIC: 4 - Miglior allenatore: 2012, 2013, 2014, 2021 L'allenatore dei sogni: 1 - 2012 Globe Soccer Awards: 1 - Miglior allenatore dell'anno: 2013 giornalaccio rosa Sports Awards: 2 - Miglior allenatore dell'anno: 2015, 2021 Premier League Manager of the Month: 3 - Ottobre 2016, Novembre 2016, Dicembre 2016 FA Premier League Manager of the Year: 1 - 2016-2017 Panchina d'oro speciale: 1 - 2016-2017 Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria Allenatore - 2021 Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica italiana — Roma, 12 luglio 2000 -
RUBENS PASINO https://it.wikipedia.org/wiki/Rubens_Pasino Nazione: Italia Luogo di nascita: Alessandria Data di nascita: 23.07.1971 Ruolo: Centrocampista Altezza: 167 cm Peso: 66 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1991 al 1992 Esordio: 28.11.1991 - Amichevole - Cuneo-Juventus 0-4 Ultima partita: 10.06.1992 - Amichevole - Ancona-Juventus 2-3 0 presenze - 0 reti Rubens Pasino (Alessandria, 23 luglio 1971) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Rubens Pasino Nazionalità Italia Altezza 167 cm Peso 66 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2010 - giocatore Carriera Giovanili 1986-1990 Juventus Squadre di club 1990 Juventus 0 (0) 1990-1991 → Novara 2 (0) 1991-1992 Juventus 0 (0) 1992-1993 Lecco 31 (7) 1993-1994 Pergocrema 24 (9) 1994-1995 Ascoli 8 (1) 1994-1999 Reggina 122 (11) 1999 Crotone 47 (10) 2000-2003 Modena 72 (16) 2003-2004 Napoli 41 (1) 2004-2005 Modena 12 (0) 2005-2006 Pisa 9 (2) 2006 Monza 11 (0) 2006-2007 Boca San Lazzaro 11 (2) 2007-2009 Virtus Castelfranco 28 (8) 2009-2010 Castellarano 9 (0) Carriera da allenatore 2010-2012 Sassuolo Giov. Naz. Carriera Giocatore Cresciuto nelle giovanili della Juventus nella seconda metà degli anni ottanta, nella stagione 1990-1991 viene ceduto in prestito dai bianconeri al Novara, in Serie C2, con la quale gioca 2 partite. L'anno dopo torna alla Juventus, dove non riesce a trovare spazio nella prima squadra allenata da Giovanni Trapattoni. Di conseguenza dalla stagione 1992-1993 comincia a girare per i campi della Serie C, prima al Lecco (31 presenze e 7 gol) e poi al Pergocrema (24 presenze e 9 reti) prima di approdare alla Reggina, dopo una breve parentesi in Serie B nell'Ascoli. Alla Reggina è tra i protagonisti e ottiene una promozione in Serie B nella squadra allenata da Giuliano Zoratti nella stagione 1994-1995. Dopo cinque stagioni lascia lo Stretto per approdare al Crotone. Nella stagione 1998-1999, autore di 10 gol in 32 partite, conquista con il Crotone allenato da Antonello Cuccureddu un'altra promozione in Serie B. Viene poi acquistato nel 2000 dal Modena. Sotto la guida di Gianni De Biasi il fantasista piemontese è autore di 16 gol in 64 partite e due promozioni consecutive, dalla Serie C1 alla Serie A, con l'aggiunta della Supercoppa di Serie C conquistata nella primavera del 2001. Nella stagione 2002-2003 debutta in Serie A in Modena-Milan (0-3) del 15 settembre 2002. Con i canarini disputa 8 partite nella massima serie segnando una rete proprio nel suo ex Stadio Oreste Granillo di Reggio Calabria nella gara vinta dai modenesi per 1-0, e nel gennaio del 2003 viene ceduto al Napoli, con il quale gioca anche nella stagione successiva. Quindi, in seguito al fallimento della società partenopea, torna al Modena dove resta per una stagione nella serie cadetta. Successivamente ha militato nel Pisa e nel Monza prima di trasferirsi al Boca San Lazzaro. A seguito della retrocessione a Pasino non viene rinnovato il contratto, così dal luglio 2007 partecipa al ritiro dei calciatori senza contratto tenutosi a Coverciano. Tuttavia nel 2007 trova un posto nella Virtus Castelfranco in serie D, dove rimarrà anche l'anno successivo, per poi passare al Castellarano dove concluderà la sua carriera da calciatore nel 2009-2010. Dopo il ritiro Nell'agosto 2010 viene ingaggiato dal Sassuolo come allenatore della squadra Giovanissimi Nazionali, guidandola per il successivo biennio e raggiungendo in ambedue le stagioni le fasi finali di categoria. Alla fine della carriera calcistica si appassiona al footvolley: si laurea vicecampione italiano nell'estate del 2011 e si classifica decimo al campionato mondiale di Dubai nel novembre dello stesso anno. Dal 2019 è uno dei primi praticanti del teqball in Italia, vincendo diversi tornei in ambito nazionale in coppia con Nicolò Consolini e classificandosi sesto al mondiale di Budapest nel dicembre 2019. Palmarès Giocatore Campionato italiano Serie C1: 3 Reggina: 1994-1995 (girone B) Crotone: 1999-2000 (girone B) Modena: 2000-2001 (girone A) Supercoppa di Lega di Serie C: 1 - Modena: 2001 Pasino in gol contro il Cuneo in amichevole
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FILIPPO SATRIANO Nazione: Italia Luogo di nascita: Gioiosa Jonica (Reggio Calabria) Data di nascita: 04.04.1961 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1978 al 1980 Esordio: 13.08.1978 - Amichevole - Casale-Juventus 0-2 Ultima partita: 22.05.1980 - Amichevole - Aosta-Juventus 2-4 0 presenze - 0 reti
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ABDOULAYE BAMBA https://it.wikipedia.org/wiki/Abdoulaye_Bamba Nazione: Costa d'Avorio Luogo di nascita: Abidjan Data di nascita: 25.04.1990 Ruolo: Difensore Altezza: 182 cm Peso: 68 kg Nazionale Ivoriano Soprannome: - Alla Juventus dal 2008 al 2010 Esordio: 11.07.2008 - Amichevole - Mezzocorona-Juventus 1-7 Ultima partita: 03.03.2010 - Amichevole - Juventus-Bra 8-1 0 presenze - 0 reti Abdoulaye Bamba (Abidjan, 25 aprile 1990) è un calciatore ivoriano, difensore dell'Angers. Abdoulaye Bamba Nazionalità Costa d'Avorio Altezza 182 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Difensore Squadra Angers Carriera Giovanili 2000-2001 Legnago 2001-2010 Juventus Squadre di club 2010-2017 Digione 150 (2) 2017- Angers 63 (0) Nazionale 2016- Costa d'Avorio 4 (0) Carriera Club La sua carriera da calciatore inizia in Italia, all'età di dieci anni, quando viene selezionato dal club di Legnago, il Football Club Legnago Salus Società Sportiva Dilettantistica. Messosi in mostra varie volte per le sue doti calcistiche in netto miglioramento, su richiesta di Lapo viene acquistato dalla Juventus per farlo crescere, calcisticamente, nelle proprie giovanili. Durante la sua esperienza in bianconero vince sia la Supercoppa Primavera nel 2007, sia il Torneo di Viareggio nelle edizioni 2009 e 2010. Dopo aver trascorso quasi un decennio con La vecchia signora, nel luglio del 2010, firma il suo primo contratto come calciatore professionista con il Dijon Football Côte-d'Or, club di Digione. Compie il suo debutto il 17 settembre 2010 nel match contro l'Evian. Palmarès Club Supercoppa Primavera: 1 - Juventus: 2007 Torneo di Viareggio: 2 - Juventus: 2009, 2010
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STEFAN REUTER Luca Cordero di Montezemolo ha finalmente ufficializzato il trasferimento in bianconero del ventiquattrenne campione del mondo Stefan Reuter – si legge su “Hurrà Juventus” del luglio/agosto 1991 a firma di Marco Franceschi –. Con la Juventus, Reuter ha sottoscritto un contratto triennale, scadenza giugno 1994. Le basi dell’accordo, comunque, erano state gettate fin dal marzo 1990. Il suo contratto con il Bayern Monaco è scaduto il 30 giugno; lo scorso inverno la dirigenza bavarese, per bocca del general manager Uli Hoeness, aveva fatto l’ultimo tentativo per trattenerlo in Germania, inutilmente. «Reuter doveva essere una colonna del Bayern degli Anni 90, l’erede naturale del libero Klaus Augenthaler, abbiamo fatto il possibile per trattenerlo, ma lui aveva già deciso diversamente» ha commentato, sconsolato, lo stesso Hoeness. Al Bayern, Stefan Reuter era arrivato nell’estate 1988, ma anche con la società bavarese l’accordo era stato perfezionato nel mese di marzo e più esattamente la sera del 7 marzo 1988, a Monaco di Baviera. E insieme a lui, per un totale di 5 milioni e 800 mila marchi (circa 4 miliardi e mezzo di lire), cifra fra le più alte mai pagate in Bundesliga per due difensori, il Bayern aveva prelevato anche il marcatore Roland Grahammer. In tre stagioni trascorse a difendere i colori della squadra che fu di Beckenbauer, di Gerd Müller e di Kalle Rummenigge, Reuter ha avuto la soddisfazione di dominare in campo nazionale e di arrivare, in tre occasioni su tre, alle semifinali di una Coppa europea: nell’89 in Coppa Uefa (Bayern eliminato dal Napoli), nel ‘90 e nel ‘91 in Coppa dei Campioni (Bayern eliminato dal Milan e, quest’anno, dalla Stella Rossa). Al Bayern però ha vissuto una travagliata identità tattica. In tre anni, il tecnico Jupp Heynckes gli ha sistematicamente cambiato ruolo: prima mediano, sull’asse centrale del campo; poi fluidificante sulla fascia destra; quindi ancora mediano e infine libero. Calcisticamente, Reuter nasce come cursore di centrocampo, ma è nel ruolo di libero che si è affacciato e affermato nel calcio professionistico, salvo poi ottenere la consacrazione mondiale come fluidificante destro della Nazionale tedesca campione del mondo. Ma andiamo per ordine. Stefan Reuter è nato il 16 ottobre 1966 nella cittadina di Dinkelsbühl, nella Franconia, a metà strada fra Stoccarda e Norimberga, a nord ovest di Monaco di Baviera. Secondo genito di Fritz ed Ella Reuter, che tuttora vivono a Dinkelsbühl, Reuter ha un fratello di ventisette anni e una sorella di diciannove. A scuola è arrivato all’esame di maturità, ma gli studi hanno sempre lasciato spazio, molto spazio, allo sport. È figlio d’arte: in gioventù papà Fritz è stato un bravo mezzofondista, gareggiava sui 1.000, 1.500 e 3.000 metri piani, mentre mamma Ella, a livello giovanile, ha giocato a pallamano. A sei anni, Stefan è stato iscritto nel TSV 1860 Dinkelsbül, omonima polisportiva della sua città natale, e dall’età di otto anni ha cominciato a praticare contemporaneamente due diverse discipline: l’atletica leggera e il calcio. Velocista di belle speranze, finno all’età di quattordici anni ha corso dapprima sui 50 metri e poi sui 75, ma è negli 800 metri che ha vinto il titolo regionale della domenica. Nel 1980 è stato costretto a una scelta: ha optato per il calcio e due anni più tardi è entrato nelle giovanili del Norimberga, nella formazione «B-Jugend», paragonabile ai nostri Allievi. Però, una volta alla settimana, ha continuato a farsi seguire da un allenatore di atletica leggera con il quale, per mesi, ha lavorato sul potenziamento delle articolazioni dei piedi, un lavoro extra, estenuante, ma che oggi gli permette di sviluppare il massimo della progressione in soli dieci metri. E la sua è una progressione con la «p» maiuscola. Corre i 100 metri in 10”7, ma quello che ha sbalordito lo staff medico del Bayern è la sua capacità polmonare, poco inferiore ai 7 litri di volume, come quella di due campionissimi del ciclismo, Eddy Merckx e Stephen Roche... Ma c’è di più. Non sente lo sforzo fisico. Negli ultimi test ergometrici sostenuti nell’ottobre 1990, quando ha raggiunto il massimo dello sforzo il suo fisico è arrivato a sprigionare una potenza pari a 220 watt e questo mantenendo 120 pulsazioni cardiache al minuto: una persona comune che raggiunge i 125 watt di potenza ha già 150 pulsazioni al minuto... Nel tempo libero ama giocare a tennis e al tennis deve l’incontro con la donna della sua vita, Birgit Schaefer, conosciuta sui campi di terra rossa del centro sportivo del Norimberga e sposata nel dicembre 1989, quando i due già convivevano in un appartamento situato in un esclusivo quartiere residenziale di Monaco, adiacente, ovviamente, a un club di tennis. Da sempre, la famiglia Reuter è tifosa del Bayern, ma Stefan non è mai stato troppo entusiasta del suo trasferimento nel capoluogo bavarese. «Se Heinz Hoeher, il tecnico a cui devo di più come calciatore, fosse rimasto l’allenatore del Norimberga, non me ne sarei mai andato», dichiarò Reuter nei suoi primi mesi al Bayern. A Heinz Hoeher, Reuter deve l’esordio nella prima squadra del Norimberga e quindi nel professionismo. Un debutto fortuito, se vogliamo, sicuramente condizionato da fattori contingenti. Nell’autunno 1984 il Norimberga, allora in seconda divisione ma con velleità di promozione, fu scosso da un vero e proprio ammutinamento della «vecchia guardia», così l’allenatore (Hoeher, appunto) decise di affidarsi al vivaio e Reuter, diciottenne, fu promosso titolare e impiegato nel delicato ruolo di libero: una folgorazione. Al termine della stagione il Norimberga vinse il campionato, fu promosso nella Bundesliga e Reuter ne divenne il simbolo, tanto che qualcuno si lasciò scappare che «Reuter è per il Norimberga quello che Beckenbauer è stato per il Bayern», ma le cose andarono poi diversamente. Nelle quattro stagioni giocate a Norimberga, quasi sempre nel ruolo di libero, Reuter ha conquistato una promozione e un posto Uefa, ma tanto non gli è bastato per imporsi come libero anche a livello di rappresentative nazionali nelle quali, al contrario, in quel ruolo non è mai stato preso in considerazione. Destro naturale, grandi capacità di recupero, estremamente corretto nell’intervento (è incocciato nel primo cartellino rosso della sua carriera solo all’andata del campionato appena concluso), in possesso di un palleggio pulito ma non eccessivamente morbido, Reuter nasce mediano e in questo ruolo, nel maggio 1984, a Ulm, in Germania, si è fregiato del titolo continentale Under 16. Nel settembre 1985 ha esordito nella Nazionale Under 21, ma in 11 presenze, collezionate fra il settembre ‘85 e l’ottobre ’87, in una sola occasione ha potuto giostrare al centro della difesa. Anzi no, in due, una volta nell’inedito ruolo di stopper e sarà forse un caso, nell’unica partita giocata da libero ha messo a segno il suo primo gol realizzato in una selezione nazionale. Mediano o fluidificante di destra i due ruoli nei quali è stato regolarmente impiegato e la cosa non è cambiata con l’esordio nella Nazionale maggiore. Beckenbauer lo ha fatto debuttare il 18 aprile 1987, a Colonia, in una amichevole contro l’Italia di Vicini (0-0): è entrato nella ripresa e ha giocato gli ultimi venticinque minuti in sostituzione di Wolfgang Rolff. Ma neanche «Kaiser Franz» gli ha mai dato fiducia come libero: «Troppo giovane» era il giudizio dell’ormai ex c.t. tedesco. Ed essendo solo ventunenne, Beckenbauer lo ha scartato anche quando si è trattato di fare le convocazioni per gli Europei tedeschi. È tornato in Nazionale nel settembre ‘88 e ne è diventato titolare nell’aprile ‘89, ma come terzino destro. Presente a Italia ‘90, ha disputato la prima parte del Mondiale, poi Beckenbauer gli ha preferito Berthold (!). In questa stagione è ritornato prepotentemente alla ribalta: in Nazionale, sulla fascia destra, è ormai indiscutibile, mentre nel Bayern si è addirittura preso la soddisfazione di farsi ammirare come libero (dopo una stagione passata a correre sulla fascia e a centrocampo) in sostituzione dell’acciaccato Augenthaler. E di recente ha dichiarato: «Augenthaler è il migliore libero del calcio tedesco. Con me». Ma Vogts non vuole rinunciare al suo stantuffo. «Con le sue qualità dinamiche, sulla fascia destra Reuter è un elemento determinante». E come terzino fluidificante, secondo Beckenbauer, chiamato a esprimere un parere dal settimanale tedesco «Sport Bild», Reuter, già oggi, è da considerarsi trai migliori dieci della storia della Bundesliga. 〰.〰.〰 Reuter è un tipo tosto, il Trap vorrebbe usarlo anche come mediano. Peccato che Stefan sia un giocatore dal rendimento incostante e che è spesso bloccato da infortuni che gli fanno perdere i momenti chiave della stagione, tutto il contrario dell’inossidabile Kohler, arrivato insieme a lui dal Bayern Monaco. Appena arrivato a Torino, si deve operare al menisco. «È stato facile tornare in campo dopo appena 19 giorni, l’operazione, effettuata dal professore Pizzetti, è andata benissimo e la rieducazione altrettanto. Del resto, il centro Sisport di Orbassano è attrezzatissimo e dispone dei macchinari più moderni. Volevo operarmi in Germania, ma mi sono fidato dei consigli del dottor Bergamo, il medico della Juventus. Mi ha garantito che in Italia avrei trovato il meglio e ha avuto ragione». Purtroppo, alla Juventus serve un centrocampista e Reuter è un terzino destro velocissimo. Siccome Stefan proveniva dal Bayern e aveva vinto il Campionato Mondiale nel 1990 con la sua Nazionale (non stiamo parlando, quindi, di uno sconosciuto proveniente da un campionato alieno), quell’errore è stato semplicemente imperdonabile. È vero che gli infortuni contribuirono a complicargli la vita ma Stefan non ha il passo, la visione di gioco, la lucidità e la continuità d’azione del centrocampista. Viceversa, come esterno, preferibilmente di una difesa a cinque, avrebbe potuto esibirsi nei suoi numeri migliori: forza, velocità, recupero. Il bilancio finale conta 34 presenze e una costante incertezza di collocazione tattica che non gli vale la riconferma. Reuter troverà gloria tornando in patria e nel 1997, nel Borussia Dortmund degli ex bianconeri, si vendicherà della Juventus battendola nella finale di Coppa dei Campioni. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/stefan-reuter.html
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STEFAN REUTER https://it.wikipedia.org/wiki/Stefan_Reuter Nazione: Germania (Ovest) Luogo di nascita: Dinkelsbühl Data di nascita: 16.10.1966 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 75 kg Nazionale Tedesco Soprannome: - Alla Juventus dal 1991 al 1992 Esordio: 28.08.1991 - Coppa Italia - Udinese-Juventus 0-0 Ultima partita: 24.05.1992 - Serie A - Verona-Juventus 3-3 36 presenze - 0 reti Campione del mondo 1990 con la nazionale tedesca Campione d'Europa 1996 con la nazionale tedesca Stefan Reuter (Dinkelsbühl, 16 ottobre 1966) è un dirigente sportivo ed ex calciatore tedesco, di ruolo difensore, dirigente dell'Augusta. Campione del Mondo nel 1990 e campione d'Europa nel 1996 con la nazionale tedesca. Stefan Reuter Reuter alla Juventus nella stagione 1991-1992 Nazionalità Germania Ovest Germania (dal 1990) Altezza 181 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2004 Carriera Giovanili 1971-1982 TSV 1860 Dinkelsbühl 1982-1984 Norimberga Squadre di club 1984-1988 Norimberga 124 (13) 1988-1991 Bayern Monaco 95 (4) 1991-1992 Juventus 36 (0) 1992-2004 Borussia Dortmund 307 (11) Nazionale 1985-1987 Germania Ovest U-21 11 (2) 1987-1990 Germania Ovest 23 (1) 1990-1998 Germania 46 (1) Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1990 Europei di calcio Argento Svezia 1992 Oro Inghilterra 1996 Caratteristiche tecniche Grazie a caratteristiche quali forza, velocità e recupero sull'avversario, rese al meglio soprattutto come terzino fluidificante, o in alternativa come esterno di centrocampo, in entrambi i casi sulla fascia destra. Ricoprì all'occorrenza anche le posizioni di difensore centrale e libero, quest'ultimo il suo ruolo originario, e più raramente (e con minor successo) di mediano. Carriera Giocatore Club Cresciuto calcisticamente nella formazione locale del TSV 1860 Dinkelsbühl, si trasferì nel 1982 nelle giovanili del Norimberga, e dopo aver compiuto diciotto anni come richiedevano i regolamenti della Federazione tedesca, esordì nel 1984 nella prima squadra che disputava la Zweite Bundesliga. Rimase a Norimberga fino al 1988, conquistando nel 1985 la promozione nella Bundesliga e nell'ultimo anno la qualificazione alla Coppa UEFA, totalizzando complessivamente con il Club 100 presenze e 10 gol in campionato. Reuter (a destra) in azione al Bayern Monaco nel 1989, in marcatura sul napoletano Careca nella semifinale di andata della Coppa UEFA. Si trasferì quindi al Bayern Monaco. In Baviera giocò dalla stagione 1988-1989 al 1990-1991, con la conquista di due titoli nazionali e di una Supercoppa di Germania (1990), concludendo il suo triennio ai Roten con 95 presenze e 4 gol. Nella stagione 1991-1992 approdò in Italia, acquistato dalla Juventus per 4,6 miliardi di lire, assieme al compagno di squadra Jürgen Kohler. A differenza di quest'ultimo, il quale diverrà uno dei punti fermi dei bianconeri nella prima metà degli anni 1990, Reuter mostrò a Torino un rendimento incostante, a causa di vari infortuni nonché incomprensioni tattiche con l'allenatore Giovanni Trapattoni (il quale ne snaturò le qualità preferendo impiegarlo in mediana), facendo sì che non proseguisse oltre questa unica stagione la sua esperienza in Serie A, dove disputò 28 partite. Tornò allora in Germania, stavolta al Borussia Dortmund in cui militò per il resto della sua carriera. Dalla stagione 1992-1993 fino al ritiro, avvenuto al termine del campionato 2003-2004, giocò in maglia giallonera 307 incontri segnando 11 gol nella Bundesliga, che vinse in tre occasioni (1994-1995, 1995-1996 e 2001-2002). In campo internazionale prese parte anche alle affermazioni della squadra nel 1997 in Champions League e Coppa Intercontinentale. Nazionale Con la nazionale tedesca partecipò ai Mondiali di Italia 1990 e Francia 1998, e agli Europei di Svezia 1992 e Inghilterra 1996, vincendo nelle rispettive edizioni del 1990 e del 1996 e piazzandosi al secondo posto nel 1992. Con le maglie di Germania Ovest prima e Germania poi, totalizzò 69 presenze e 2 gol tra il 1987 e il 1998. Vinse inoltre con la rappresentativa tedesco-occidentale Under-16 gli Europei di categoria nel 1984. Dirigente Dopo la conclusione dell'attività agonistica, Reuter rimase dal 2004 al 2005 al Borussia Dortmund come assistente della dirigenza nel settore marketing. Dal 2006 al 2009 ricoprì poi la carica di direttore sportivo nel Monaco 1860. Dal 2012 è dirigente dell'Augusta. Palmarès Reuter nel 2016, dirigente dell'Augusta. Club Competizioni nazionali Campionato tedesco: 5 - Bayern Monaco: 1988-1989, 1989-1990 - Borussia Dortmund: 1994-1995, 1995-1996, 2001-2002 Supercoppa di Germania: 3 - Bayern Monaco: 1990 - Borussia Dortmund: 1995, 1996 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Borussia Dortmund: 1996-1997 Coppa Intercontinentale: 1 - Borussia Dortmund: 1997 Nazionale Kohler, Augenthaler e Reuter festeggiano il trionfo della Germania Ovest al campionato del mondo 1990. Campionato mondiale: 1 - Germania Ovest: Italia 1990 Campionato d'Europa: 1 - Germania: Inghilterra 1996
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HAN KWANG-SONG https://it.wikipedia.org/wiki/Han_Kwang-song Nazione: Corea del Nord Luogo di nascita: Pyongyang Data di nascita: 11.09.1998 Ruolo: Attaccante Altezza: 178 cm Peso: 70 kg Nazionale della Corea del Nord Soprannome: - Alla Juventus (Under-23) dal 2019 al 2020 0 presenze - 0 reti Han Kwang-song (Pyongyang, 11 settembre 1998) è un calciatore nordcoreano, attaccante svincolato della nazionale nordcoreana. Han Kwang-song Han con la nazionale nordcoreana nel 2019 Nazionalità Corea del Nord Altezza 178 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Attaccante Squadra svincolato Carriera Giovanili ????-2013 Chobyong 2013-2014 Tecnofutbol 2014-2015 Chobyong 2015–2017 ISM Academy 2017 Cagliari Squadre di club 2017 Cagliari 5 (1) 2017-2018 → Perugia 17 (7) 2018 Cagliari 7 (0) 2018-2019 → Perugia 19 (4) 2019-2020 Juventus U23 17 (0) 2020-2021 Al-Duhail 10 (3) Nazionale 2014-2015 Corea del Nord U-17 9 (4) 2016 Corea del Nord U-19 3 (1) 2017- Corea del Nord 10 (1) Caratteristiche tecniche Di ruolo ala, può svariare su tutto il fronte d'attacco. Ambidestro, è dotato di buona tecnica e velocità. Carriera Club Formatosi calcisticamente in patria nelle file del Chobyong, tra il 2013 e il 2014 intraprende una prima esperienza all'estero militando nel Centro Europeo de Tecnofutbol di Barcellona. Dopo un'ulteriore parentesi in patria, all'inizio del 2017 arriva in Italia per allenarsi in una scuola calcio di Perugia; il 24 febbraio si aggrega in prova al Cagliari, con cui il mese seguente disputa il Torneo di Viareggio segnando una rete all'esordio. Il 10 marzo 2017 firma il vincolo giovanile con lo stesso club sardo, divenendo così un tesserato della squadra a tutti gli effetti. Ad avallare il suo arrivo nel calcio italiano, anche i buoni uffici dell'allora senatore Antonio Razzi presso la nomenklatura di Pyongyang. Il suo esordio avviene il 2 aprile 2017, nella trasferta di campionato vinta contro il Palermo (3-1). Sette giorni più tardi, realizza la sua prima rete con i rossoblù, nella partita persa in casa contro il Torino (2-3), segnando al 5' di recupero il secondo gol della sua squadra: nello spazio di una settimana diventa così il primo calciatore nordcoreano a giocare prima, e segnare poi, nella storia della Serie A. Il 7 agosto 2017 viene ceduto in prestito (con opzione di riscatto e controriscatto) al Perugia, in Serie B. Il 13 dello stesso mese debutta con la maglia dei grifoni, nella vittoriosa sfida di Coppa Italia sul campo del Benevento (4-0); il 26 agosto fa il suo esordio in campionato, trovando una tripletta nella goleada degli umbri in casa dell'Entella (5-1). Dopo 7 reti nel suo semestre perugino, il 31 gennaio 2018 il Cagliari richiama anticipatamente il giocatore dal prestito. Il successivo 27 febbraio gioca per la prima volta da titolare con il Cagliari, e in Serie A, nella sconfitta interna per 5-0 contro il Napoli. Una volta chiusa la stagione in Sardegna, il 15 agosto 2018 viene nuovamente girato in prestito annuale al Perugia. Frenato nei primi mesi da un infortunio, con gli umbri segna il primo gol stagionale il 26 gennaio 2019, nella vittoriosa trasferta contro l'Ascoli (0-3); chiude la sua seconda esperienza perugina con 4 reti totali. Tornato inizialmente a Cagliari nell'estate 2019, il successivo 2 settembre viene acquistato dalla Juventus, che lo aggrega alla formazione Under 23 militante in Serie C. Debutta in maglia bianconera il 15 dello stesso mese, nella partita casalinga contro la Pro Patria (2-2), subentrando nei minuti finali a Clemenza; il successivo 6 novembre segna il primo gol con la squadra torinese, trasformando il rigore decisivo nella partita dei sedicesimi di Coppa Italia di Serie C contro l'Alessandria (1-0). L'8 gennaio 2020 passa a titolo definitivo all'Al-Duhail. Nel gennaio del 2021, a causa delle sanzioni inflitte dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ai lavoratori nordcoreani all'estero, il calciatore è costretto a tornare in patria. Nazionale È stato capitano della Corea del Nord Under-16 con cui ha vinto il campionato asiatico di categoria 2014, segnando 2 reti nelle qualificazioni e 4 nella fase finale. Ha fatto parte della rosa della Corea del Nord Under-17 ai campionati mondiali di categoria 2015. Con la Corea del Nord Under-19 ha giocato 3 partite e segnato 1 gol, il 20 ottobre 2016 nella sconfitta contro i pari età degli Emirati Arabi Uniti (1-3), nel campionato asiatico di categoria 2016. L'11 maggio 2017 viene convocato per la prima volta in nazionale maggiore dal commissario tecnico Jørn Andersen. Debutta in nazionale il 6 giugno 2017, nell'amichevole disputata contro il Qatar; l'esordio ufficiale avviene invece il 13 giugno 2017, in occasione della partita di qualificazione alla Coppa d'Asia 2019 giocata in casa di Hong Kong. Viene convocato per la Coppa d'Asia 2019, in cui debutta venendo espulso nella sconfitta per 4-0 contro l'Arabia Saudita. Il 14 novembre 2019 realizza la prima rete in nazionale nella sconfitta per 3-1 contro il Turkmenistan. Palmarès Club Qatar Stars League: 1 - Al-Duhail: 2019-2020
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JÜRGEN KOHLER Il suo primo mese italiano scrive Maurizio Crosetti sul “Gerin Sportivo” del 25 settembre - 1° ottobre 1991 –, Jürgen Kohler l’ha trascorso distribuendo sorrisi: un po’ perché si tratta di un simpatico naturale, un po’ perché non capiva un accidente di quello che gli dicevano. Così è vissuto in simbiosi con Stefan Reuter, il quale sapeva da un anno che sarebbe venuto da queste parti e ha provveduto studiando. Kohler era ritenuto quasi un optional. Stopper duro, rude, forse ruvido, scoperto dai dirigenti bianconeri durante trasferte organizzate per vedere altri (appunto Reuter, e poi Möller), ma preteso da Trapattoni. Così gli è toccato di improvvisare, nei dialoghi impossibili e nel primo assaggio di vita torinese. Ne è risultato un totale sconvolgimento delle attese: perché si ipotizzava un robusto difensore centrale e s’è invece scoperto una formidabile «diga umana». Altro che Piedi di Ferro, il soprannome che s’è portato in dote da noi. Basta osservarlo quando avanza e smista precisi palloni ai compagni: c’è sicuramente il velluto, attorno al ferro. Quella che segue, è la prima intervista di Kohler senza l’ausilio dell’interprete. Reuter, per una volta, è stato lasciato in pace. «Capisco quello che mi dite, il problema è spiegarmi». Certo, se dovessimo scrivere in tempo reale non basterebbero dieci pagine... – Jürgen, l’Italia se l’aspettava proprio così? «Gli amici, e in particolare i compagni di Nazionale, mi avevano detto le solite cose. Bei posti, gente cordiale, buona cucina. Devo ammettere che la prima impressione corrisponde, però è presto per giudicare. Finora ho visto solo campi di calcio, stadi, alberghi. Un po’ poco. Però Torino mi piace». – Quando ha saputo che sarebbe diventato bianconero? «Verso la fine di giugno. La certezza è arrivata una sera: stavo in albergo al mare, in Toscana. Che bello interrompere le vacanze e raggiungere Torino...». – L’Italia l’ha colta di sorpresa? «Non proprio. Dai Mondiali dello scorso anno sapevo che il vostro Paese sarebbe stata la mia prossima destinazione, ma non immaginavo in quale squadra avrei giocato. La Juventus è come il Bayern in Germania, cioè il massimo. Però ho temuto di non arrivarci mai: leggevo di incomprensioni tra i dirigenti bianconeri e quelli bavaresi, questioni di soldi. Poi tutto è andato a posto». – Che impressione le ha fatto Trapattoni? «È identico alla definizione di Klinsmann: più tedesco di un tedesco!». – Pensa che i successi di una squadra si costruiscano prima di tutto in difesa? «No, non è vero. È il centrocampo il reparto più impor tante, ed io stesso ho iniziato lì. Forse è per questo che mi trovo a mio agio quando avanzo, palla al piede. Non amo le specializzazioni esasperate: se una punta non difende, è incompleta. E se un difensore non sa anche attaccare, è limitato». – Qual è l’avversario che le ha creato più problemi? «Tutti dicono Van Basten, ma è un’assurdità. Contro di me l’olandese ha segnato una sola rete importante, nella semifinale degli Europei ‘88. Quel giorno ho vissuto la più grande delusione della carriera, perché quella manifestazione dovevamo vincerla. Dopo, però, ho sempre bloccato il milanista, in Nazionale a Italia ‘90, in Coppa dei Campioni e nell’amichevole di agosto. Mi è spiaciuto che in campionato contro di noi non ci fosse». – Ha parlato della delusione maggiore. E il momento più brutto? «L’infortunio ai legamenti della caviglia destra, due anni fa. Temevo potesse compromettere la mia carriera». – Udo Lattek l’ha definita «lo stopper più forte d’Europa»: quali sono stati, oltre a lui, i suoi maestri? «Devo tutto a Klaus Schlappner, il tecnico che mi lanciò nel Waldhof Mannheim e mi fece esordire nella Bundesliga. È stato un padre, per me. Il mio vero papà non l’ho neppure conosciuto, perché morì subito dopo la mia nascita». – Ci parli della sua famiglia... «Ho tre fratelli più grandi e nessuno gioca al calcio. Mi sono diplomato meccanico automobilistico, ma a diciotto anni ero già professionista. In officina ci sono andato per pochi mesi, però mi piaceva. Mia madre Elfride avrebbe voluto che cercassi un posto in banca: calcio a parte, credo che non ce l’avrei fatta. Non ho mai amato lo studio». – Cosa le piace, invece? «La cucina tedesca, in particolare le bistecche di maiale, le “schweinbraten”. Non male gli spaghetti, anzi i sughi: non immaginavo ne esistessero tanti. Lo stesso vale per la pizza: sempre pensato che ce ne fosse un tipo solo. Invece è un problema scegliere... Non mi piace il vino: bevo Coca Cola e birra». – Quali sono i suoi hobby? «Ascolto la musica soft, leggo i libri di Konsalik, mi diverte il tennis. Comunque sono un tipo tranquillo, casalingo. Io e mia moglie Esther abbiamo appena trovato casa insieme ai coniugi Reuter: tra poco ci trasferiremo nel parco della Mandria, in una villetta bifamiliare immersa nel verde. Per me è fondamentale una bella casa tranquilla: della Germania mi manca soprattutto la mia abitazione di Grunwald, un luogo molto elegante». – Qual è stato l’anno più piacevole della sua vita? «Finora, il ‘90. Ho vinto il titolo mondiale, il campionato tedesco e soprattutto mi sono sposato. Adesso voglio un figlio italiano, che nasca e viva qui, che impari a sentirsi cittadino del mondo». – Ha già pensato al dopo calcio? «Lo vedo lontanissimo. Comunque, credo che curerò la mia agenzia di assicurazioni a Monaco». – Qual è la persona che stima di più, nel suo lavoro? «Sono due: Lattek e Beckenbauer. Ma l’elenco sta per allungarsi con nomi italiani». – È stato facile l’inserimento nella Juventus? «Facilissimo. Tutti molto simpatici, specialmente Tacconi. Mi ha fatto un sacco di scherzi durante il ritiro di Vipiteno e mi ha dato un soprannome: Kohlerone». – Si è scritto e detto molto, a proposito della sua cattiveria non solo agonistica: conferma? «Ma no, sono fantasie. In otto anni di carriera non mi hanno mai espulso, e nessun mio avversario si è infortunato seriamente. È chiaro che nel mio ruolo i colpi si prendono e si danno, però io non esagero mai». – E i famosi tacchetti al limite del regolamento? «Una leggenda anche quella. È una storia vecchia. Quando giocavo nel Waldhof Mannheim, il mio allenatore mi suggerì di usare tacchetti lunghi 18 millimetri per aumentare l’aderenza al terreno negli scatti. Però non mi sono mai sognato di trasformarli in armi improprie. Anche in Germania, del resto, le suole vengono controllate dall’arbitro...». – Com’è cambiata la sua vita, a livello di popolarità, da quando gioca nella Juventus? «Sembrerà strano, ma gli sportivi tedeschi mi seguono più adesso di prima. L’Italia è una pubblicità meravigliosa: figuratevi che una rete televisiva di Monaco ha appena dedicato a me e Reuter uno “speciale” di mezz’ora. Mai successo». – Pensa che la sua nuova squadra sia già una grande squadra? «Difficile dirlo, ma certo lo diventerà. Non mi pare che esista una formazione in grado di dominare il campionato: siamo al livello delle migliori, cioè le due milanesi, la Sampdoria e la Roma. Non vedo perché non si possa vincere lo scudetto al primo tentativo». – Lei è razionale, misurato, deciso, entusiasta: neppure una debolezza? «Una veramente esiste: i dolci mi fanno impazzire. E a Torino ci sono certe pasticcerie...». 〰.〰.〰 È, probabilmente, uno degli stopper più forti nella storia della Juventus. Forza atletica, velocità nell’anticipo, capacità di uscire in avanscoperta offensiva, quasi imbattibile di testa, spietato nella marcatura ma anche capace di avventurarsi nelle aree avversarie, soprattutto in occasione dei calci piazzati, per fare gol. Talmente forte da essere uno dei pochi in grado di opporsi a Marco Van Basten e di limitare alla grande gli effetti dirompenti del centravanti olandese. Nato a Lambseheim, il 6 ottobre 1965, piede d’acciaio e cuor di leone, straniero nella terra che per definizione ha dato i natali ai difensori più grandi, insegna l’arte della dedizione e dell’assalto anche ai più qualificati colleghi nostrani. Beniamino dei tifosi per il suo temperamento battagliero, è presente 27 volte (con 3 reti) nella stagione del debutto, e diventa un mito l’anno dopo, con 29 presenze, un gol e un apporto decisivo alla conquista della Coppa Uefa. Ma non si ferma qui, risultando tra i più forti anche nelle due stagioni successive, e chiudendo il ciclo bianconero con lo scudetto e la Coppa Italia ‘94–95: «Mi ricordo l’esordio nel campionato tedesco, da quel giorno non ho più mollato il posto da titolare. I veterani della squadra mi accettarono subito con simpatia. Il Waldhof era appena stato promosso nella Bundesliga; avevo un mister molto esigente, ma anche umano, Klaus Schlappner. Mi teneva in campo più degli altri per insegnarmi a crossare in corsa. Voleva uno stopper capace di sganciarsi a sostegno delle punte. Gli devo molto per il mio perfezionamento tecnico». In Nazionale ha debuttato a vent’anni; il grande Franz Beckenbauer, è sempre stato un suo grande estimatore: «Jürgen è uno che non perde mai di vista l’avversario, la sua concentrazione è massima. L’anticipo, perentorio, rappresenta una delle sue doti migliori. Un allenatore con lui va sempre sul sicuro». Ritorna in Germania, ma non più nella sua Baviera. Passa al Borussia Dortmund e proprio con i gialloneri della città della birra darà una grossa delusione ai suoi vecchi tifosi, battendo appunto la Juventus a Monaco nella finale di Champions League del 1997. «I miei ricordi più belli con la Juventus? Al primo posto il rapporto con i tifosi; sono davvero eccezionali, hanno sempre dimostrato di avere grande fiducia nei miei confronti. E... quel derby!». Derby, parola magica; è il 3 ottobre ‘93. C’è aria di stracittadina sotto la Mole e le due squadre danno vita a una delle sfide più intense ed emozionanti di tutti gli anni ‘90. Primo tempo esaltante; segna Conte, pareggia l’ex Daniele Fortunato. Ancora vantaggio bianconero, con Andy Möller e repentino 2–2 del granata Sergio. Ripresa molto più tranquilla, in attesa del colpo risolutivo, che arriva; azione sulla destra di Soldatino Di Livio, perfetto traversone e, a centro area, ecco spuntare l’attaccante che non ti aspetti. È Jürgen Kohler; colpo di testa vincente e corsa sotto la curva Scirea a festeggiare con i tifosi impazziti di gioia. «Io sono tedesco, ho giocato in squadre importanti in Germania, ma il mio cuore è solo bianconero. Sono orgoglioso di aver potuto fare parte di questa società ed anche di aver potuto vincere qualcosa di importante con questa prestigiosa maglia». Parole splendide e sincere, che arrivano direttamente dal cuore. LA MAGLIA DELLA JUVE, 2 LUGLIO 2017 Quando Jürgen Kohler compariva sui teleschermi, e Bruno Pizzul si trovava al microfono, il cantore friulano non mancava di sottolineare con la sua cadenza inconfondibile: «Kohler, la sua maschera». E faceva bene: Jürgen Kohler era la personificazione della concentrazione. Tedesco nella professionalità, tedesco nella fisicità, contrassegnata dal baricentro alto e dalle lunghe gambe innervate da fasce muscolari impressionanti (impressionarono lo stesso Del Piero, al suo primo allenamento coi “grandi”), latino nel cuore e nell’anima. Kohler era anche formalmente, non solo sostanzialmente, lo stopper per antonomasia. L’ultimo degli stopper di un calcio che andava tramontando, ma il suo sincero affetto per i colori bianconeri non è affatto tramontato. Ricordando i tempi che furono, non può non citare Antonio Conte, suo amico e compagno di squadra. «Conte ed io abbiamo anche condiviso la stanza molte volte. Si vedeva che sarebbe diventato allenatore, per come si dava da fare in allenamento e per quello che faceva per la squadra. Ma era anche un narciso. Diceva sempre: “Sono il più bello!”. Con il Trap e Lippi, non aveva problemi, anzi: non è un caso che molti allievi di Lippi siano diventati allenatori. I suoi allenamenti erano ogni giorno un insegnamento per noi tutti, dal punto di vista tattico e fisico. Mentre ci faceva sudare, ci trasmetteva l’essenza stessa della sua professione. E imparavamo. Il migliore dei due? Non saprei. Ma sono stati i migliori che abbia mai avuto. Non ho mai litigato con loro. Due gentlemen, sempre corretti, aperti, disponibili. Trapattoni era un grande motivatore e aveva un rapporto eccezionale con i giocatori. Lippi invece aveva un’incredibile attitudine al successo, al risultato. Mai vista una cosa simile». Eisenfuss rimpiange il calcio dei suoi tempi sotto diversi punti di vista, e non dimentica (e ci sembra ovvio, dato il suo carattere) il rapporto speciale che aveva con i fan. «Ai miei tempi il calcio, almeno in Italia, metteva davvero in campo tutte le sue eccellenze e avevi un rapporto molto più schietto con i tifosi. Che bei tempi. Oggi non è più così. Il ruolo del difensore è cambiato in peggio: i difensori non difendono più come un tempo, anche perché in campo devono fare molte altre cose, soprattutto tanto gioco. E quindi dietro si tende a stare sempre più a zona. Non si insegna più la vera arte del difendere e non ci allena più per questo». Jürgen invita, non a torto, il calcio italiano a ripensarsi anche sotto il piano della programmazione, specie quella dei giovani, che sono la base di un movimento. «Penso che l’Italia dovrebbe agire come la Federazione tedesca dal 2002 in poi: puntare tutto sui vivai, seguire lo sviluppo calcistico di bambini e ragazzi dentro e fuori la scuola, migliorare le infrastrutture che hanno arricchito la Bundesliga, rischiare i giovani in Nazionale, come ha fatto il commissario tecnico tedesco Joachim Löw. Così sono nati Reus, Götze... Dopo la vittoria al Mondiale nel 2006, l’Italia ha invece fatto molto poco per il proprio futuro». Ultime battute sull’Italia e sulla Juve. «L’Italia di Conte ha fatto bene agli ultimi Europei ma mancava di qualità. E senza qualità non vinci. Se la Juve dovesse vincere la Champions League sarei l’uomo più felice del mondo. Ma la vedo molto dura. Sono stato un difensore, e quindi comprendo a pieno il loro valore, ma Buffon, Chiellini, Barzagli e Bonucci non possono bastare. Hanno una certa età e questo pesa soprattutto in un calcio sempre più tecnico, veloce e dinamico. E il basso livello della Serie A certo non aiuta». Jürgen Kohler è rimasto com’era. Duro, corretto, sincero. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/jrgen-kohler.html
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JÜRGEN KOHLER https://it.wikipedia.org/wiki/Jürgen_Kohler Nazione: Germania (Ovest) Luogo di nascita: Lambsheim Data di nascita: 06.10.1965 Ruolo: Difensore Altezza: 186 cm Peso: - Nazionale Tedesco Soprannome: Eisenfuss (Piede di ferro) Alla Juventus dal 1991 al 1995 Esordio: 28.08.1991 - Coppa Italia - Udinese-Juventus 0-0 Ultima partita: 18.04.1995 - Coppa Uefa - Borussia Dortmund-Juventus 1-2 145 presenze - 13 reti 1 scudetto 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Campione del mondo 1990 con la nazionale tedesca Campione d'Europa 1996 con la nazionale tedesca Jürgen Kohler (Lambsheim, 6 ottobre 1965) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore tedesco, di ruolo difensore. Jürgen Kohler Kohler alla Juventus nel 1992 Nazionalità Germania Ovest Germania (dal 1990) Altezza 186 cm Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 2002 - giocatore Carriera Giovanili 1975-1981 TB Jahn Lambsheim 1982-1983 Waldhof Mannheim Squadre di club 1983-1987 Waldhof Mannheim 95 (6) 1987-1989 Colonia 57 (2) 1989-1991 Bayern Monaco 55 (6) 1991-1995 Juventus 145 (13) 1995-2002 Borussia Dortmund 191 (14) Nazionale 1983-1984 Germania Ovest U-18 8 (1) 1985-1987 Germania Ovest U-21 11 (0) 1986-1998 Germania 105 (2) Carriera da allenatore 2002-2003 Germania U-21 2005-2006 Duisburg 2008 Aalen 2012 Bonner SC Under-19 2013-2015 EGC Wirges 2015-2016 SC Hauenstein 2016-2017 VfL Alfter 2018-2020 Viktoria Colonia Under-19 2019 Viktoria Colonia Interim Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1990 Europei di calcio Argento Svezia 1992 Oro Inghilterra 1996 Caratteristiche tecniche Giocatore «Jürgen è uno che non perde mai di vista l'avversario, la sua concentrazione è massima. L'anticipo, perentorio, rappresenta una delle sue doti migliori. Un allenatore con lui va sempre sul sicuro.» (Franz Beckenbauer) È ricordato come uno degli ultimi stopper «vecchio stampo» del calcio europeo, ruolo di cui la stampa specializzata lo elesse a miglior interprete della sua generazione. Agli esordi, determinante nella sua impostazione in campo fu Klaus Schlappner, tecnico di Kohler al Waldhof Mannheim, il quale «mi teneva in campo più degli altri per insegnarmi a crossare in corsa. Voleva uno stopper capace di sganciarsi a sostegno delle punte. Gli devo molto per il mio perfezionamento tecnico». Kohler (a destra), con la maglia della Germania Ovest, difende la palla dall'intervento dell'olandese van Basten — suo storico avversario — nel corso degli ottavi di finale del campionato del mondo 1990. Difensore forte e possente fisicamente, tra i pezzi forti del suo repertorio c'era il colpo di testa, fondamentale in cui eccelleva grazie a tempismo — la sua qualità migliore, da cui derivava un ottimo senso della posizione — ed elevazione, e con cui sapeva all'occorrenza rendersi pericoloso anche in fase offensiva. Nonostante la mole fisica, aveva dalla sua una grande agilità che gli consentiva di affrontare con egual successo sia classici arieti d'area di rigore, sia avversari più brevilinei e scattanti: situazioni che permisero a Kohler di esibirsi in «appassionanti duelli tecnici e agonistici», dove adottò come contromisure l'anticipo o, in seconda battuta, «poderosi recuperi». In tal senso rimane nella memoria il suo dualismo sportivo con Marco van Basten, sia in nazionale sia nelle squadre di club, che lo fece passare alla storia come uno dei pochi difensori capaci di arginare le giocate dell'attaccante olandese: proprio van Basten descrisse il tedesco come un difensore «duro ma corretto», rimarcandone l'agonismo rude ma sempre nei limiti del regolamento. Calciatore dal grande temperamento e con il piglio del leader, mostrava altresì molta umiltà: Giovanni Trapattoni, suo allenatore alla Juventus, ricordò come non avesse «mai visto un campione del mondo che dopo l'allenamento si sottopone ad un lavoro specifico come un qualsiasi ragazzino del vivaio». Tra le pecche di Kohler, infatti, inizialmente vi era la carente tecnica di base — soprattutto per quanto riguardava l'uso del sinistro —, tanto che agli esordi in patria si guadagnò suo malgrado il soprannome di Eisenfuss ("piede di ferro"); in seguito, l'approdo nel calcio italiano gli permise di affinare questo fondamentale soprattutto nei passaggi, divenuti da qui in avanti «precisi anche dalla lunga distanza», oltreché a disimpegnarsi discretamente con i piedi pure nelle sortite verso l'area avversaria. Per tutta la carriera continuò invece a patire una certa incostanza di rendimento, anche alla luce di numerosi guai fisici. Carriera Giocatore Club Kohler (in primo piano) al Bayern Monaco nel 1990, alle prese con il milanista van Basten durante le semifinali di Coppa dei Campioni. Dopo gli inizi, tra gli anni 1970 e 1980, nei vivai di TB Jahn Lambsheim e Waldhof Mannheim, con questi ultimi esordì in prima squadra nel 1983, da neopromossi in Bundesliga, conquistando immediatamente un posto nell'undici titolare e rimanendo a Mannheim per i successivi quattro anni. Trasferitosi al Colonia, vi rimase per due stagioni sfiorando, nel 1989, il successo in Bundesliga che conquistò invece l'anno seguente con la sua nuova squadra, il Bayern Monaco. Lasciò Monaco di Baviera nell'estate 1991 per approdare in Italia alla Juventus, acquistato per 8,5 miliardi di lire. Grazie al suo temperamento, divenne ben presto uno degli idoli della tifoseria bianconera, rimanendo a Torino per quattro anni in cui disputò oltre 100 partite di Serie A in maglia juventina, conquistando nel 1993 la Coppa UEFA dopo aver superato nella doppia finale i connazionali del Borussia Dortmund, e contribuendo nella stagione 1994-1995 al double nazionale formato dallo scudetto — assente in casa bianconera da nove anni — e dalla Coppa Italia; sempre nel 1995 raggiunse con i torinesi la sua seconda finale di Coppa UEFA, persa contro il Parma. Kohler (a destra) in maglia juventina nel 1992, in marcatura sull'ascolano e connazionale Bierhoff nel corso del campionato di Serie A. Tornato in patria nell'estate seguente e accasatosi tra le file del Borussia Dortmund, nel 1996 trionfò per la seconda volta in Bundesliga e, l'anno successivo, prese parte alla vittoria della prima e fin qui unica Champions League nella storia dei gialloneri, conquistata battendo in finale proprio la Juventus: ancora legato alla sua ex squadra, Kohler festeggerà quel successo con al collo una sciarpa bianconera, gesto ricordato con affetto dai tifosi italiani. A Dortmund si fregiò inoltre, sempre nel 1997, del successo in Coppa Intercontinentale, seppur non scendendo in campo nella sfida contro i brasiliani del Cruzeiro. Con i gialloneri chiuse la carriera agonistica nel 2002, dopo aver vinto in quell'anno il suo quarto titolo nazionale e sfiorato nuovamente la seconda Coppa UEFA, perdendo la finale contro gli olandesi del Feyenoord durante la quale venne espulso al 31'. Nazionale Vestì per la prima volta la divisa della Germania Ovest il 24 settembre 1986, in una partita contro la Danimarca. Coi colori nazionali, sul finire degli anni 1980 disputò il campionato d'Europa 1988 giocato proprio in Germania Ovest, dove nella semifinale contro i Paesi Bassi, per l'unica volta in carriera Marco van Basten riuscì a spuntarla su Kohler siglando, allo scadere, il gol che qualificò gli olandesi alla finale. Il difensore fu poi tra i protagonisti della vittoriosa spedizione tedesca al mondiale di Italia 1990, giocando peraltro da titolare la finale di Roma contro l'Argentina di Diego Armando Maradona che diede ai teutonici il terzo titolo mondiale. Kohler (in secondo piano) in nazionale nel 1987, alle prese con l'argentino Valdano nell'amichevole di Buenos Aires. Con la maglia della riunificata Germania partecipò poi, nel corso degli anni 1990, al campionato d'Europa 1992 in Svezia che vide i tedeschi finalisti, al mondiale di Stati Uniti 1994, chiusosi per i campioni uscenti ai quarti di finale, e al campionato d'Europa 1996 in Inghilterra, culminato con la terza affermazione continentale della nazionale tedesca, trionfatrice in finale al golden gol sulla Rep. Ceca; Kohler, partito titolare nella spedizione oltremanica, si infortunò tuttavia al 14' della partita d'esordio dei tedeschi nel torneo, il 9 giugno contro i cechi, cosa che lo costrinse ad assistere da spettatore al resto della competizione. Lasciò la nazionale dopo aver giocato il suo terzo mondiale, quello di Francia 1998, con un ruolino di 105 partite e 2 reti. Allenatore e dirigente Appesi gli scarpini al chiodo, dal 1º luglio 2002 al 3 marzo 2003 siede sulla panchina della Germania Under-21. Dal 1º aprile seguente al 29 giugno 2004 è direttore sportivo del Bayer Leverkusen. Dal 17 dicembre 2005 al 4 aprile 2006 è poi allenatore del Duisburg. Il 28 agosto 2008 assume il doppio incarico di allenatore e direttore sportivo dell'Aalen, dando le dimissioni da tecnico il 5 maggio 2009 dopo che gli sono stati riscontrati problemi cardiaci; il 15 novembre lascia anche la mansione dirigenziale. Il 1º gennaio 2012 diventa il tecnico della formazione Under-19 del Bonner SC, lasciando il club il 12 marzo seguente. Il 2 aprile 2013 diventa direttore sportivo del Waldhof Mannheim, lasciando tuttavia la squadra poco dopo, il 30 giugno. Il 14 ottobre dello stesso anno diventa allenatore dell'EGC Wirges, incarico mantenuto fino al 2015. Dopo una stagione al SC Hauenstein, ha guidato il Vfl Alfter nella Mittelrheinliga 2016-2017. Palmarès Giocatore Club Roberto Baggio e Kohler sollevano la Coppa UEFA 1992-1993 vinta con la Juventus Competizioni nazionali Campionato tedesco: 3 Bayern Monaco: 1989-1990 Borussia Dortmund: 1995-1996, 2001-2002 Supercoppa di Germania: 3 Bayern Monaco: 1990 Borussia Dortmund: 1995, 1996 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1994-1995 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Borussia Dortmund: 1996-1997 Coppa Intercontinentale: 1 - Borussia Dortmund: 1997 Nazionale Kohler, Augenthaler e Reuter festeggiano il trionfo della Germania Ovest al campionato del mondo 1990. Campionato mondiale: 1 - Italia 1990 Campionato d'Europa: 1 - Inghilterra 1996 Individuale Europei Top 11: 1 - Svezia 1992 Calciatore tedesco dell'anno: 1 - 1997
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ANTONIO VALENTIN ANGELILLO https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Angelillo Nazione: Argentina Italia Luogo di nascita: Buenos Aires Data di nascita: 05.09.1937 Luogo di morte: Siena Data di morte: 05.01.2018 Ruolo: Attaccante Altezza: 178 cm Peso: 74 kg Nazionale Argentino e Italiano Soprannome: L'Angelo dalla faccia sporca Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 15.05.1962 - Amichevole - Juventus-Ungheria 0-2 0 presenze - 0 reti Antonio Valentín Angelillo (Buenos Aires, 5 settembre 1937 – Siena, 5 gennaio 2018) è stato un calciatore e allenatore di calcio argentino naturalizzato italiano, di ruolo attaccante o centrocampista. Antonio Valentín Angelillo Angelillo con la nazionale italiana negli anni 1960 Nazionalità Argentina Italia (dal 1960) Altezza 178 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex mezzala) Termine carriera 1971 - giocatore 1994 - allenatore Carriera Giovanili 1952-1955 Arsenal de Llavallol Squadre di club 1955 Racing Club 9 (3) 1956-1957 Boca Juniors 34 (16) 1957-1961 Inter 113 (68) 1961-1965 Roma 106 (27) 1965-1966 Milan 11 (1) 1966-1967 Lecco 22 (1) 1967-1968 Milan 3 (1) 1968-1969 Genoa 22 (5) 1969-1971 Angelana 19 (3) Nazionale 1956-1960 Argentina 11 (11) 1960-1962 Italia 2 (1) Carriera da allenatore 1969-1971 Angelana 1971-1972 Montevarchi 1972-1973 Chieti 1973-1974 Campobasso 1974-1975 Rimini 1975-1977 Brescia 1977-1978 Reggina 1978-1980 Pescara 1981-1984 Arezzo 1984-1985 Avellino 1985-1986 Palermo 1986-1987 Mantova 1987-1988 Arezzo 1988-1990 FAR Rabat 1989-1990 Marocco 1990-1991 Torres 1994 Osorno Palmarès Copa América Oro Perù 1957 Carriera Giocatore Club Gli esordi in Sudamerica e il trasferimento all'Inter Di origini lucane (il nonno era nativo di Rapone), Angelillo, una mezzala assai rapida e prolifica, cresce calcisticamente nell'Arsenal de Lavallol dove debutta nel 1952. Tre anni dopo compie il salto di qualità, passando al Racing Club de Avellaneda. Nel 1956 viene acquistato dal Boca Juniors, con cui totalizzerà 34 presenze e 16 gol. Angelillo ai tempi dell'Inter L'exploit in Perù fa di Angelillo oggetto del desiderio di varie squadre europee: la spunta l'Inter, che già nell'estate 1957 lo porta a Milano. Nel corso della prima stagione interista, Angelillo trova come compagni d'attacco il vecchio "Veleno" Lorenzi, che gioca l'ultima sua stagione in maglia neroazzurra, il non più giovane Skoglund e Massei, oriundo argentino pure lui. Segna 16 reti. La classifica cannonieri è vinta dal gallese John Charles (Juventus) con 28 gol, seguono il sudafricano oriundo Eddie Firmani (23) e l'ex compagno d'attacco in Argentina, Omar Sívori (22). Nella stagione successiva (1958-1959), Angelillo si laurea capocannoniere con 33 gol (tra cui una cinquina alla Spal), stabilendo un record per i tornei a 18 squadre; con 38 reti complessive, inoltre, eguaglia il primato stagionale di gol realizzati con la maglia dell'Inter (appannaggio, fino a quel momento, del solo Giuseppe Meazza). Angelillo rimase all'Inter quattro stagioni, con 127 partite e 77 gol. Nel 1961 però il rapporto con il club di Angelo Moratti si deteriorò: l'allenatore Helenio Herrera accusava Angelillo di «dolce vita». In effetti, la resa sul campo era sotto le attese e le sue possibilità e Angelillo trascorse qualche serata di troppo in compagnia della nota ballerina Attilia Tironi (nome d'arte Ilya Lopez). L'attaccante argentino fu ceduto alla Roma. In realtà, la sua cessione ebbe una doppia motivazione: al declino delle prestazioni si aggiunsero motivi tecnici; Helenio Herrera preferiva non avere calciatori indipendenti, che non si votassero al suo concetto di squadra. Non a caso, la partenza del solista Angelillo e il contemporaneo arrivo da Barcellona di Luis Suarez segnarono la svolta che portò l'Inter a vincere, nel quinquennio successivo, tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. In ogni caso, rinunciando ad un tale campione, la società volle tutelarsi inserendo nel contratto di cessione una clausola che impegnava la Roma acquirente a non cedere Angelillo al Milan o alla Juventus o alla Fiorentina, clausola che Angelillo ignorava. Roma, Milan e la fine della carriera Angelillo alla Roma nella prima metà degli anni 1960 Nella Roma disputa quattro stagioni positive, a parte un inizio molto stentato, giocando da centrocampista. Resta fino alla stagione 1964-1965, totalizzando 27 gol in 106 presenze e vincendo la Coppa delle Fiere 1960-1961 a la Coppa Italia 1963-1964. Vi trova Pedro Manfredini, pochi anni prima in Argentina considerato il suo erede. Nel club capitolino Angelillo arretra a centrocampo, divenendone il regista e disputando, stando agli scritti degli osservatori più attenti (Brera in primo luogo), tre campionati a livelli mondiali. Nell'estate 1965 Angelillo si trasferisce al Milan di Nils Liedholm. Coi rossoneri disputa una mediocre stagione (11 presenze e 1 rete), anche perché mal visto dai tifosi rossoneri per via della sua lunga militanza con la maglia dei cugini dell'Inter. Nella stagione 1966-1967 quindi va al Lecco neopromosso in Serie A, nelle cui file gioca il giovane talento brasiliano Sergio Clerici: in 22 partite segna una sola rete e la squadra retrocede in Serie B. Nell'estate del 1967, nel tentativo di rilanciarsi in una grande piazza, si trasferisce in prova al Napoli (disputando una tournée della squadra azzurra in Colombia, Perù, Bolivia e Venezuela), riformando per qualche partita la famosa coppia con l'amico Omar Sívori. Quest'ultimo è artefice dell'arrivo di Angelillo in maglia azzurra e ne caldeggia l'acquisto definitivo alla dirigenza del Napoli, in cerca di calciatori dal glorioso passato a basso costo. Le appena sufficienti prestazioni nelle amichevoli in maglia azzurra e, soprattutto, l'infortunio gravissimo occorso al suo amico-sponsor Sívori proprio durante quella tournée faranno però saltare l'accordo con la società partenopea. Sfiduciato e senza squadra, Angelillo accetta di ritornare al Milan in cerca di un attaccante d'esperienza che giochi solo in caso d'emergenza. Sarà scudetto e nonostante solo 3 partite riuscì anche a segnare 1 gol. L'anno successivo gioca in Serie B nel Genoa, con 22 presenze e 5 reti. Nel 1969 scende tra i dilettanti dell'Angelana di Santa Maria degli Angeli, frazione di Assisi, in cui riveste il doppio ruolo di giocatore e allenatore sino al 1971, anno del ritiro. Nazionale Argentina Angelillo (al centro) e gli Angeli dalla faccia sporca, perno dell'Argentina trionfatrice al Sudamericano 1957 Il 15 agosto 1956, nella vittoria per 1-0 contro il Paraguay, debutta nella nazionale argentina. La prima grande affermazione avviene nella Campeonato Sudamericano de Football 1957 in Perù dove segna 8 volte, guidando i biancocelesti al trionfo, ma non solo in virtù dei gol (Maschio ne segnerà 9 e sarà il capocannoniere del torneo insieme all'uruguaiano Ambrois, mentre il terzo "angelo" argentino, Sívori, ne farà 3), quanto perché in ogni partita egli copre tutte le fasce del campo: accorre in aiuto della difesa, costruisce il gioco, fa gli assist per Maschio e, infine, segna. Non a caso la stampa sudamericana lo proclama "el nuevo Di Stefano", che nel frattempo si trovava al Real e giocava pure per la nazionale spagnola. A proposito del Sudamericano 1957, va segnalato che in quell'edizione l'Argentina segnò 25 reti in 6 partite (8-2 alla Colombia, 4-0 all'Uruguay, 6-2 al Cile, 3-0 al Brasile) e tutti i cronisti di calcio dell'epoca davano per scontata la vittoria dei biancocelesti al Mondiale dell'anno successivo; al contrario, in Svezia lo squadrone argentino non era più tale perché privo dei tre "angeli" approdati in Italia e venne eliminato al primo turno, perdendo 1-3 con la Germania Ovest e addirittura 1-6 con la Cecoslovacchia. Italia Nel 1960, essendo oriundo, Angelillo è chiamato nella nazionale italiana. In Argentina vige la regola secondo cui chi gioca all'estero non può vestire la casacca biancoceleste. Analoga sorte tocca agli altri due astri argentini del campionato italiano dell'epoca, Humberto Maschio e Omar Sívori ed è già toccata a Pedro Manfredini, Francisco Lojacono e Alfredo Di Stéfano. Nel frattempo in patria è considerato renitente alla leva, sicché per vent'anni non poté rimettere piede in Argentina. La FIGC, dunque, non si lascia sfuggire l'occasione e decide di inserirlo nel giro azzurro, grazie anche alle sue origini italiane. Tuttavia le presenze di Angelillo con la nazionale azzurra si limiteranno a 2: dopo l'esordio con sconfitta nell'amichevole contro l'Austria (1-2 a Napoli, il 10 dicembre 1960), Angelillo giocherà solo un altro match, il 4 novembre 1961 a Torino, nella sonante vittoria (6-0) contro Israele, partita nella quale realizza, al 69', il suo primo e unico gol in azzurro. Angelillo tra gli altri due oriundi, il brasiliano Altafini e l'argentino Sívori, in maglia azzurra nel 1961. Da segnalare che l'esordio in nazionale di Angelillo coincide con l'ultima partita in azzurro di Giampiero Boniperti (autore del gol), nonché con l'esordio in maglia azzurra di Sandro Salvadore e Giovanni Trapattoni. Per quanto concerne la seconda e ultima partita azzurra di Angelillo, in quell'occasione egli si ritrovò a fianco del compagno di nazionale argentina con cui vinse la Copa sudamericana: Omar Sívori. Quest'ultimo match era valevole per le qualificazioni ai Mondiali di Cile 1962, per i quali però Angelillo non verrà convocato al pari dell'altro oriundo Lojacono, e al contrario dei summenzionati Maschio e Sívori e degli italo-brasiliani Altafini e Sormani. In compenso, Angelillo disputerà qualche incontro per la nazionale di Lega, composta dai migliori stranieri del campionato e da quei calciatori italiani esclusi dalla Nazionale A, e di cui si occupa Boniperti da poco ritiratosi dal calcio attivo. Allenatore La carriera in panchina di Angelillo parte da una squadra dilettantistica, l'Angelana di Santa Maria degli Angeli, frazione di Assisi, dove riveste il doppio ruolo di allenatore e giocatore. Rimane in Umbria dal 1969 al 1971, retrocedendo in Prima Categoria nella stagione d'esordio ma risalendo immediatamente in Serie D nella seguente. Allenerà poi Montevarchi, Chieti, Campobasso, Rimini, Brescia, Reggina e Pescara (dove, nella stagione 1978-1979 ottenne la promozione in Serie A con i biancazzurri, trascinando oltre 40.000 tifosi pescaresi in trasferta, record tuttora imbattuto), prima di iniziare l'avventura con l'Arezzo in Serie C1. È la stagione 1981-1982 quando Angelillo compie nella città toscana un autentico miracolo sportivo: vince la Coppa Italia di Serie C e soprattutto guida gli amaranto alla promozione in Serie B, riportando il club nel calcio di seconda serie dopo 7 anni. Nel 1983-1984 l'Arezzo sfiora il salto in Serie A, giungendo 5º a soli 5 punti dalla promozione dopo aver condotto in testa la prima metà del girone d'andata. Avellino, Palermo, Mantova, ancora Arezzo, e i marocchini del FAR Rabat saranno le sue successive squadre, prima di chiudere in Serie C2 con la Sassari Torres, chiamato a metà del campionato di Serie C1 1990-1991, ed esonerato nel corso della stagione successiva. Dopo il ritiro Ha lavorato come osservatore per l'Inter in Sudamerica: tra le sue principali scoperte, l'argentino Javier Zanetti, futuro capitano e successivamente vicepresidente del club nerazzurro. Rimasto legato ad Arezzo, Angelillo ha vissuto nella città toscana; è morto all'età di 80 anni il 5 gennaio 2018 al Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, dove si trovava ricoverato da due giorni. Record Miglior marcatore stagionale nella storia dell'Inter, insieme a Giuseppe Meazza (38 reti). Miglior marcatore stagionale nella storia della Serie A a 18 squadre (33 reti). Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Roma: 1963-1964 Campionato italiano: 1 - Milan: 1967-1968 Nazionale Campeonato Sudamericano de Football: 1 - 1957 Competizioni internazionali Coppa delle Fiere: 1 - Roma: 1960-1961 Individuale Capocannoniere della Serie A: 1 - 1958-1959 (33 gol) Allenatore Competizioni nazionali Coppa Italia Semiprofessionisti: 1 - Arezzo: 1980-1981 Campionato italiano Serie C1: 1 - Arezzo: 1981-1982 (girone B) Competizioni regionali Prima Categoria: 1 - Angelana: 1970-1971
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DAVIDE ANDORNO Nazione: Italia Luogo di nascita: Alessandria Data di nascita: 06.03.1979 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1996 al 1997 Esordio: 26.07.1996 - Amichevole - Selezione Valle d'Aosta-Juventus 0-1 Ultima partita: 28.03.1997 - Amichevole - Juventus-Verbania 1-1 0 presenze - 0 reti
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Massimo Carrera - Calciatore E Allenatore
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MASSIMO CARRERA Si mette in mostra con il Bari, tanto che nel 1991-92 è acquistato dalla Juventus. La squadra bianconera ripresenta Trapattoni in panchina, dopo il disastroso campionato del duo Montezemolo-Maifredi. «A un certo punto ho pensato che avrei concluso la carriera con la squadra barese. Sentivo parlare di possibili cessioni a grandi club, però alla fine non se ne faceva nulla. Credo che la Juventus abbia rappresentato davvero l’ultima chance, ma anche la migliore possibilità».Carrera è schierato come terzino destro, ruolo che ricopriva anche al Bari e offre sempre buone prestazioni, culminate anche con una convocazione nella Nazionale di Sacchi. «Forse ho dato il meglio di me come libero, nel ruolo che continuo a preferire. Però, Trapattoni, mi ha quasi sempre impiegato in marcatura e mi sembra di essermela cavata. Non ho problemi neppure come terzino di fascia, posizione che tra l’altro mi consente di realizzare qualche goal. E, se c’è bisogno, non mi trovo male neanche a centrocampo».Parole pronunciate senza presunzione, anche perché si tratta di rilievi quasi cronistici. La versatilità di Carrera è, infatti, fuori discussione e non si limita alle incombenze tattiche: perché questo difensore camaleonte passa con facilità pure da uno schema di gioco all’altro. Efficacissimo nel modulo tradizionale del Trap, a proprio agio nella zona. Questione di gavetta: «Il gioco a zona lo conosco bene, perché l’ho praticato per alcuni anni agli ordini di Catuzzi nel Pescara. Ritengo fondamentali quelle stagioni per la mia crescita professionale e umana, e pensare che gli inizi furono piuttosto difficili: restavo spesso in panchina e temevo di perdere la fiducia in me stesso. Invece, l’allenatore mi ripeteva di non scoraggiarmi, così ho tenuto duro e sono diventato titolare».Con l’arrivo di Lippi, Massimo è schierato da libero, anche se, inizialmente è la riserva di Fusi, il quale, però, denuncia molte incertezze e Lippi butta nella mischia il già esperto difensore lombardo. Carrera entra stabilmente in squadra e comanda la difesa da vero leader, contribuendo all’esaltante stagione culminata nell’accoppiata campionato e Coppa Italia, tanto da essere definito da Lippi un vero fuoriclasse. Nelle stagioni successive, arrivano Vierchowod e Montero e Carrera parte quasi sempre dalla panchina ma, tutte le volte che è chiamato in causa, offre ottime prestazioni. Nell’estate del 1996, è ceduto all’Atalanta, dopo aver totalizzato 166 presenze con un goal e un palmarès di tutto rispetto: uno scudetto, una Coppa Italia, una Champions League, una Coppa Uefa e una Supercoppa Europea.Ritorna alla Juve nel 2009, nelle vesti di coordinatore tecnico del Settore Giovanile. Ma nella stagione 2012-13 siede sulla panchina della Prima Squadra, a causa della squalifica di Conte e del suo vice Alessio. Ottiene ben sette vittorie (fra cui quella a Pechino contro il Napoli valevole per la Supercoppa Italiana) e tre pareggi (due dei quali a Londra contro il Chelsea e in casa contro lo Šachtar nel girone di Champions League). “HURRÀ JUVENTUS” DEL DICEMBRE 2009«Quando arrivavano i bianconeri a Bari, spuntavano un sacco dl amici e conoscenti che mi chiedevano un biglietto per andare allo stadio, perché una partita come quella non potevi perderla. Lo stadio era sempre pieno all’inverosimile e l’attesa per la gara era sempre spasmodica. Mi sono reso conto dell’amore per la Juventus a Bari anche quando giocavo a Torino. Fuori dall’albergo o mentre il pullman andava allo stadio era pieno di tifosi bianconeri. I miei ex compagni di squadra già giorni prima mi chiedevano maglie dei giocatori della Juventus. Anche se all’epoca non c’erano ancora scritti sopra i nomi, facevano a gara per avere quella di Baggio o Vialli. Questo a testimonianza della passione che c’è per la Juventus anche in Puglia».E per un giocatore del Bari cosa significa giocare contro la Juventus? «Significa molto. È una gara in cui hai modo di metterti in mostra: sai che spesso è un’impresa proibitiva per cui devi dare il massimo ed anche qualcosa di più, ma al contempo non hai molto da perdere e puoi fare bella figura. Partita delicata quindi ma che può offrirti anche delle sorprese».Sorprese come quella della stagione 1990-91. La Juventus di Gigi Maifredi prende una sonora batosta dal Bari. Tu sei stato uno dei migliori in campo in quella partita. «Ricordo che la Juventus di Maifredi fino a quella gara stava disputando un buon campionato. Noi giocammo benissimo, aggredendo dal primo minuto i bianconeri non concedendo mai spazio. Fu una vittoria meritata».Quello era una Bari grintoso ma anche molto tecnico. «Sì, c’erano giocatori come Di Gennaro, Scarafoni, Monelli, João Paolo. E poi molti baresi, giocatori cresciuti nel vivaio del Bari e arrivati poi in prima squadra. Sono stati cinque anni molto belli. Abbiamo spesso giocato al di sopra delle nostre possibilità per portare a casa buoni piazzamenti. Dopo il primo posto in B nel 1988-89, anche in A siamo riusciti a fare bene».Nell’estate del 1991, cioè l’anno dopo, il passaggio alla Juventus. Sulla panchina siede Giovanni Trapattoni. «Era una squadra in costruzione. In quegli anni abbiamo posto le basi per i grandi risultati che avremmo poi ottenuto qualche anno dopo. Nel 1991, quando sono arrivato, la Juventus si era piazzata così male da non poter neanche partecipare alle coppe, poi però, nel volgere di pochi anni, ancora con Trapattoni, abbiamo ottenuto buoni risultati. Secondi dietro al Milan in campionato il primo anno e, la stagione successiva, vittoria in Coppa Uefa. Una squadra forte anche se le mancava qualcosa per arrivare a dominare».Cosa ricordi della tua esperienza con il Trap? «Grandissimo allenatore e grandissimo uomo. Aveva una passione incredibile che sapeva trasmettere a tutti, in particolare ai giovani. Finiti gli allenamenti spesso rimaneva lì per spiegarti alcuni movimenti, per migliorarti tecnicamente, negli stop, nei tiri. Un personaggio veramente carismatico».L’arrivo di Lippi cosa cambiò? «Soprattutto la mentalità direi. È stato proprio quello, oltre all’arrivo di qualche giocatore, a farci fare il vero e proprio salto di qualità. Si entrava sempre in campo per vincere. Si correva per novanta minuti e si aveva sempre fame di vittorie. Eravamo partiti con un modulo, poi dopo la sconfitta a Foggia per 2-0 siamo passati al 4-3-3, più spregiudicato e aggressivo che ci ha permesso di vincere lo scudetto, la Coppa Italia e l’anno successivo la Champions League».Dotato di una grande duttilità tattica, Massimo è impiegato da Lippi in più occasioni per coprire ruoli diversi in difesa. «Nel Bari giocavo soprattutto come terzino destro. Anche Lippi in alcune occasioni, a seconda degli impegni o delle emergenze, mi ha impiegato in quel ruolo. Ma giocavo soprattutto come centrale. Con Ferrara o con Kohler».Tifoso della Juventus sin da piccolo, cosa vuol dire poter indossare la maglia bianconera? «È il coronamento di un sogno. Sin da: primi calci che tiri al pallone sogni di diventare professionista e di indossare quella maglia. Un sogno difficile da realizzare, ma proprio per questa ragione, ancora più emozionante quando si avvera». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/massimo-carrera.html -
Massimo Carrera - Calciatore E Allenatore
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MASSIMO CARRERA https://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Carrera Nazione: Italia Luogo di nascita: Pozzuolo Martesana (Milano) Data di nascita: 22.04.1964 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 71 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1991 al 1996 Esordio: 28.08.1991 - Coppa Italia - Udinese-Juventus 0-0 Ultima partita: 20.04.1996 - Serie A - Inter-Juventus 1-2 166 presenze - 1 rete 1 scudetto 1 coppa Italia 1 supercoppa italiana 1 champions league 1 coppa Uefa Allenatore giovanili della Juventus dal 2009 al 2011 Collaboratore tecnico dal 2011 al 2014 Allenatore prima squadra ad interim 2012 10 panchine - 7 vittorie 1 supercoppa italiana Massimo Carrera (Pozzuolo Martesana, 22 aprile 1964) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. È salito alla ribalta da calciatore con la maglia del Bari, con cui ha vinto una Coppa Mitropa (1990). In seguito ha vissuto i suoi anni più gloriosi alla Juventus, con cui ha conquistato in Italia un campionato di Serie A (1994-95), una Coppa Italia (1994-95) e una Supercoppa italiana (1995), e in campo internazionale una Coppa UEFA (1992-93) e una UEFA Champions League (1995-96). Ha infine legato la seconda parte della carriera agonistica ai colori dell'Atalanta, divenendone bandiera a cavallo degli anni 1990 e 2000, e raggiungendo una promozione in Serie A (1999-00). Da allenatore ha vinto un campionato di Prem'er-Liga (2016-17) e una Supercoppa russa (2017) sulla panchina dello Spartak Mosca, e, in qualità di collaboratore tecnico della Juventus, ha vinto la Supercoppa italiana (2012) sostituendo lo squalificato Antonio Conte in panchina. Massimo Carrera Carrera allo Spartak Mosca nel 2018 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 2008 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Pro Sesto Squadre di club 1982-1983 Pro Sesto 30 (4) 1983-1984 Russi 28 (5) 1984-1985 Alessandria 31 (0) 1985-1986 Pescara 19 (1) 1986-1991 Bari 156 (4) 1991-1996 Juventus 166 (1) 1996-2003 Atalanta 207 (3) 2003-2004 Napoli 26 (0) 2004-2005 Treviso 12 (0) 2005-2008 Pro Vercelli 63 (1) Nazionale 1992 Italia 1 (0) Carriera da allenatore 2009-2011 Juventus Giovanili 2011-2014 Juventus Coll. tecnico 2012 Juventus Interim 2014-2016 Italia Coll. tecnico 2016 Spartak Mosca Vice 2016-2018 Spartak Mosca 2019-2020 AEK Atene 2021 Bari Carriera Giocatore Club Gli inizi, Bari Carrera (in piedi, terzo da sinistra) al Bari nell'annata 1989-1990 Cresciuto nella Pro Sesto, dopo alcuni anni di esperienza nelle serie minori esordisce in Serie B nel 1985 con la maglia del Pescara, allenato da Catuzzi, dove gioca in squadra con Luigi De Rosa e Gian Piero Gasperini. Successivamente si afferma nel Bari, dove resta cinque stagioni. Juventus Nell'estate del 1991 viene ingaggiato dalla Juventus. Nella squadra bianconera guidata da Giovanni Trapattoni viene schierato prettamente come terzino destro, ruolo che aveva già ricoperto anche a Bari, ma dimostra una grande versatilità. La sua prima stagione a Torino culmina con la convocazione nella nazionale di Arrigo Sacchi. Al termine dell'annata seguente solleva il primo trofeo internazionale, la Coppa UEFA. Nell'estate del 1994, con l'arrivo sulla panchina bianconera di Marcello Lippi, viene schierato come libero al posto dell'incerto Fusi, e diventa un pilastro della squadra che al termine della stagione conquista il double Scudetto-Coppa Italia. Carrera alla Juventus nella stagione 1991-1992 Nella stagione successiva, l'ultima trascorsa a Torino, perde il posto da titolare, subentrando spesso dalla panchina. Lascia la squadra dopo aver totalizzato 166 presenze e una rete in maglia juventina, vincendo Scudetto, Coppa Italia e Coppa UEFA, a cui si aggiungono la Supercoppa di Lega e la Champions League dell'ultima stagione. Atalanta, ultimi anni Nell'estate del 1996 viene ceduto all'Atalanta. Diventa subito capitano e leader della squadra nerazzurra, la cui maglia veste per otto stagioni sommando 207 gare e 3 reti. A Bergamo diviene una bandiera proprio per la grinta che mette in ogni partita, nonostante l'età ormai avanzata. Nel settembre 2003 passa a parametro zero al Napoli, rimanendo con i campani per un'annata. Nell'estate 2004 si accorda con il Treviso, militando anche coi veneti per una sola stagione. Nell'ottobre 2005, quarantunenne, approda alla Pro Vercelli con cui lascia il calcio giocato, all'età di quarantaquattro anni, al termine del campionato di Serie C2 2007-2008. Nazionale Le prestazioni al primo anno nella Juventus gli valgono la convocazione in nazionale, con la quale scende in campo un'unica volta il 19 febbraio 1992 a Cesena in un'amichevole contro San Marino. Allenatore Juventus Il 18 giugno 2009, Carrera diventa nuovo coordinatore tecnico del settore giovanile della Juventus, ruolo che mantiene fino all'estate del 2011 quando, con l'arrivo di Antonio Conte come allenatore, diventa coordinatore tecnico della prima squadra. Sostituisce Conte nella direzione tecnica degli incontri della squadra durante la fase iniziale della stagione 2012-2013, a causa delle squalifiche inflitte a quest'ultimo e al suo vice Angelo Alessio a seguito delle sentenze sullo scandalo calcioscommesse. Esordisce sulla panchina della prima squadra il 4 agosto 2012 nell'amichevole di Salerno col Malaga, mentre Conte e Alessio sono in attesa di giudizio; in seguito alle sentenze di squalifica dei due, è confermato allenatore ad interim della prima squadra a partire dal primo incontro ufficiale della stagione, la finale di Supercoppa italiana disputata l'11 agosto 2012 a Pechino contro il Napoli: la squadra bianconera s'impone 4-2 ai tempi supplementari e Carrera conquista il suo primo trofeo da tecnico. Il 25 agosto successivo colleziona la prima panchina in Serie A, mentre il 17 settembre 2012, dopo che la squalifica di Conte è estesa anche alle competizioni internazionali, esordisce da allenatore in Champions League. Colleziona la sua ultima panchina bianconera il successivo 7 ottobre contro il Siena, lasciando il posto ad Alessio dopo 7 vittorie e 3 pareggi, chiudendo da imbattuto. Nazionale italiana A causa delle dimissioni di Conte dalla Juventus, il 16 luglio 2014 è esonerato dal club bianconero insieme al resto dello staff del tecnico salentino, e il successivo 19 agosto, con la firma di Conte come commissario tecnico della nazionale italiana, Carrera entra a far parte dello staff azzurro in qualità di assistente. Nel 2014-2015 frequenta a Coverciano il corso di abilitazione per il master di allenatori professionisti Prima Categoria-UEFA Pro. Spartak Mosca Dopo il campionato d'Europa 2016 non segue Conte al Chelsea, e il 13 luglio Carrera entra nello staff dello Spartak Mosca in qualità di allenatore in seconda. L'8 agosto 2016, dopo la prima giornata di campionato, prende inizialmente ad interim la guida tecnica del club a seguito delle dimissioni di Dmitrij Aleničev, venendo poi definitivamente confermato sulla panchina dei russi il 18 dello stesso mese. Sovvertendo i pronostici di inizio stagione, il 7 maggio 2017 vince la Prem'er-Liga alla guida degli spartachi, riportandoli al titolo nazionale dopo 16 anni. Nella stagione seguente vince la Supercoppa russa contro la Lokomotiv Mosca, battuta 2-1 ai tempi supplementari. Non riesce, però, a confermarsi in campionato, chiudendo al terzo posto della classifica, stesso piazzamento ottenuto nel girone di Champions League. Ripescato in Europa League, lo Spartak è eliminato ai sedicesimi di finale dall'Athletic Bilbao, mentre nella Coppa di Russia raggiunge le semifinali, dov'è estromesso dal Tosno. Il 22 ottobre 2018, all'indomani della sconfitta interna in campionato (2-3) contro l'Arsenal Tula, Carrera è esonerato, pagando un negativo avvio di stagione. AEK e Bari L'8 dicembre 2019 viene nominato allenatore dell'AEK Atene, subentrando a Marinos Ouzounidīs, dal quale eredita una squadra in terza posizione nel campionato greco. Conclude la stagione confermando la posizione in classifica, che vale la partecipazione ai preliminari di Europa League e guida gli ateniesi fino alla finale di coppa nazionale, persa contro l'Olympiakos. All'inizio della stagione seguente, dopo aver portato la squadra alla fase a gironi di Europa League, il 22 dicembre 2020 viene sollevato dall'incarico a causa degli scarsi risultati ottenuti in campionato. Il 9 febbraio 2021 torna in Italia, ingaggiato dal Bari, squadra militante in Serie C di cui aveva già vestito la maglia da calciatore tra il 1986 e il 1991, subentrando a Gaetano Auteri. Esordisce sulla panchina biancorossa il 17 febbraio seguente, vincendo in casa contro il Monopoli per 1-0. Dopo un buon inizio con dieci punti in quattro giornate, la squadra accusa un calo di rendimento che la fa scivolare al quarto posto in classifica. A causa di questi risultati, la società decide di esonerarlo il 19 aprile seguente, con un bilancio di 5 vittorie, 3 pareggi e 4 sconfitte. Controversie La notte di capodanno del 2011 rimane coinvolto in un tamponamento a catena sull'autostrada A4, tra Dalmine e Bergamo, nel quale perdono la vita due ragazze. Tra i conducenti indagati per omicidio colposo, nel maggio 2013 viene condannato in primo grado, con rito abbreviato, a due anni e sei mesi di reclusione. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Del Piero e Carrera festeggiano la vittoria della Juventus nella Serie A 1994-1995. Campionato italiano di Serie B: 1 - Bari: 1988-1989 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1994-1995 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 1995 Competizioni internazionali Torricelli, Deschamps, Ravanelli, Sousa, Rampulla, Pessotto e Carrera festaggiano il trionfo juventino nella Champions League 1995-1996. Coppa Mitropa: 1 - Bari: 1990 Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Allenatore Club Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 2012 Campionato russo: 1 - Spartak Mosca: 2016-2017 Supercoppa di Russia: 1 - Spartak Mosca: 2017 Individuale Allenatore dell'anno in Prem'er-Liga: 1 - 2016-2017 Panchina d'oro speciale: 1 - 2016-2017 -
Arcadio Venturi - Allenatore Giovanili
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ARCADIO VENTURI https://it.wikipedia.org/wiki/Arcadio_Venturi Nazione: Italia Luogo di nascita: Vignola (Modena) Data di nascita: 18.05.1929 Ruolo: Allenatore Giovanili - Vice Allenatore Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Allenatore giovanili/in seconda della Juventus dal 1991 al 1994 Arcadio Venturi (Vignola, 18 maggio 1929) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Arcadio Venturi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1947-1948 Vignolese 30 (5) 1948-1957 Roma 288 (18) 1957-1960 Inter 57 (0) 1960-1962 Brescia 26 (2) Nazionale 1951-1953 Italia 6 (1) Carriera da allenatore 1968-1986 Inter Giovanili 1986-1991 Inter Vice 1991-1994 Juventus Giovanili Carriera L'esordio arriva il 19 settembre 1948, in occasione di Bologna-Roma 1-2. Da allora scende in campo in quasi ogni partita dei giallorossi fino al 1950, totalizzando 100 delle sue 288 presenze totali in nove anni con la maglia della Roma, durante i quali entra a far parte del giro della Nazionale e realizza anche 18 gol. Nel 1951 segue la squadra in serie B, con 37 presenze e sei reti. Appesi gli scarpini al chiodo, entra a far parte dello staff dell'Inter in qualità di dirigente prima e vice-allenatore poi, aiutando molti giocatori a crescere, come confermato più volte da Beppe Bergomi che in varie interviste, sottolineava il fatto che mister Venturi si "fosse spezzato la schiena" per aiutarlo a crescere. Con l'arrivo di Giovanni Trapattoni all'Inter nel 1986 viene confermato come vice-allenatore della squadra neroazzurra, per poi seguire proprio il tecnico nell'avventura alla Juventus, sempre come vice-allenatore. Terminata la sua avventura alla Juve con l'arrivo della triade Moggi-Giraudo-Bettega, dall'estate del 1994 diventa dirigente del Bologna, per poi terminare la sua attività qualche anno più tardi. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano di Serie B: 1 - Roma: 1951-1952 -
ALESSANDRO PARISI https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Parisi Nazione: Italia Luogo di nascita: Palermo Data di nascita: 15.04.1977 Ruolo: Difensore Altezza: 184 cm Peso: 77 kg Nazionale Italiano Soprannome: Roberto Carlos dello Stretto Alla Juventus dal 2004 al 2005 Esordio: 01.06.2005 - Amichevole - Yokohama Marinos-Juventus 0-1 Ultima partita: 07.06.2005 - Amichevole - Tokyo-Juventus 1-4 0 presenze - 0 reti Alessandro Parisi (Palermo, 15 aprile 1977) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, team manager del Messina. Alessandro Parisi Nazionalità Italia Altezza 184 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 4 febbraio 2016 - giocatore Carriera Squadre di club 1994-1996 Palermo 1 (0) 1996-1997 → Trapani 12 (1) 1997-1998 Palermo 10 (0) 1998-2000 Reggiana 47 (3) 2000-2003 Triestina 89 (14) 2003-2008 Messina 142 (25) 2008-2011 Bari 69 (5) 2011-2012 Torino 33 (1) 2015-2016 Messina 9 (0) Nazionale 2004 Italia 1 (0) Biografia Per la grande potenza del suo sinistro e la caratteristica modalità di calcio, è stato soprannominato Roberto Carlos dello Stretto. Il 2 aprile 2012 viene iscritto nel registro degli indagati per lo scandalo del calcioscommesse in merito ad alcune partite del Bari. Il 26 luglio viene deferito dal procuratore federale Stefano Palazzi per illecito sportivo riguardante Udinese-Bari e Palermo-Bari, e omessa denuncia riguardante Bari-Sampdoria e Bari-Lecce. Il 3 agosto patteggiando ottiene una squalifica di 1 anno e 8 mesi più 10.000 euro di ammenda. Nello stesso mese viene iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Bari per frode sportiva in riguardo a Salernitana-Bari 3-2 del 2008-2009: insieme ad altri 13 giocatori del Bari avrebbe incassato 7.000 euro da Luca Fusco e Massimo Ganci, avversari ed ex compagni proprio a Bari, per perdere la partita. Il 16 luglio 2013 viene condannato in primo grado dalla Commissione Disciplinare Nazionale della FIGC a 3 anni e 6 mesi di squalifica in continuazione, confermati, poi, anche in appello. Il 4 aprile 2014, ovvero il giorno successivo al termine della prima squalifica, il Tnas gli riduce la seconda squalifica continuata a 1 anno e 2 mesi, con un'ammenda di 5.000 euro. Il 30 maggio 2016 al processo penale di Bari, sempre in relazione a Salernitana-Bari, viene assolto «per non aver commesso il fatto». Il 17 novembre del 2004, nella partita fra Italia e Finlandia divenne il primo giocatore del Messina a esordire nella nazionale italiana. Carriera Esordi Inizia la carriera professionistica nel Palermo, con cui debutta, sotto la guida di Ignazio Arcoleo, in 1995-1996. L'anno successivo la società rosanero decide di cederlo al Trapani in Serie C1, con la quale colleziona 12 partite condite da un gol. Torna l'anno successivo al Palermo, nel frattempo retrocesso in Serie C1, giocando 10 partite, e in Sicilia disputa una stagione giocando sulla fascia sinistra di difesa. Torna in Serie B l'anno dopo, trasferendosi alla Reggiana: nella prima stagione gioca 18 partite, non riuscendo ad impedire la retrocessione del club; nella seconda, invece, in Serie C1, disputa 29 gare con 3 reti. Triestina Nel 2000 decide di scendere ulteriormente di categoria, passando alla Triestina e in Serie C2; a Trieste, arrivato in compartecipazione, è titolare nella formazione di Ezio Rossi, giocando 27 partite e segnando 3 gol nella stagione regolare; nei play-off va a segno contro la Pro Patria, e si ripete nella finale contro il Mestre che consegna la promozione alla squadra. L'anno successivo il suo cartellino diventa interamente del club alabardato, e nella stagione 2001-2002 in Serie C1 gioca 30 partite e realizza 6 reti; la Triestina centra i play-off e in seguito la seconda promozione consecutiva in due anni. Nel terzo anno a Trieste, oltre a segnare il suo ritorno in Serie B, con 32 presenze e 5 reti (decisive quelle contro Sampdoria e Livorno) è ancora una volta titolare nel reparto difensivo. In totale, con la Triestina, conta 89 partite e 14 gol segnati in tre anni, centrando due promozioni consecutive. Messina A fine campionato passa al Messina. Nella Serie B 2003-2004 gioca quasi tutte le partite (41) e va a segno 14 volte, più 1 in Coppa Italia vs il Pescara (2-0 su rigore), contribuendo al raggiungimento del quarto posto, e la conseguente promozione del club peloritano in Serie A dopo trentanove anni. Resta a Messina anche il campionato successivo in Serie A, nel quale disputa 27 partite andando a segno 6 volte. Sotto la guida di Bortolo Mutti, le sue prestazioni gli valgono la convocazione in azzurro di Marcello Lippi per l'amichevole Italia-Finlandia, giocata proprio a Messina il 17 novembre 2004: diventa così il primo giocatore nella storia del Messina ad aver giocato per la Nazionale. Nel 2005 viene acquistato in compartecipazione dal Genoa di Enrico Preziosi, neopromosso in Serie A, ma in seguito alla penalizzazione che porta i liguri in Serie C1 il trasferimento viene annullato e il calciatore torna al Messina. Parisi inizia male la stagione, anche condizionato da un infortunio, e a fine anno colleziona solo 11 presenze. Marcello Lippi lo include comunque nella lista dei preselezionati per il Mondiale tedesco, e nel giugno successivo, dopo un ulteriore scrematura, lo esclude definitivamente dalla spedizione in Germania. Nella stagione 2006-2007 colleziona 30 presenze e 2 reti, non riuscendo a impedire la retrocessione della squadra guidata da Bruno Giordano, che torna dunque in Serie B. Per la stagione 2007-2008 resta nella squadra allenata da Nello Di Costanzo anche in seconda serie. In campionato, Il Messina conclude al 14º posto, e Parisi disputa 33 partite segnando 3 reti. Il 26 maggio 2008 rinnova con la società peloritana fino al 2012; a seguito dei problemi economici per il Messina, che ne mettono in discussione l'iscrizione al campionato e che culminano nella mancata iscrizione alla serie B della società, lascia la squadra dopo oltre 150 partite con la società messinese in tutte le varie competizioni nazionali. Bari Parisi, rimasto svincolato insieme a tutti i suoi compagni, il 9 luglio 2008 firma per il Bari, con cui sottoscrive un contratto triennale. Nella prima stagione a Bari, sotto la guida di Antonio Conte, la società di Matarrese vince il campionato di Serie B e Parisi, contribuendo con 27 partite e tre gol, ritrova la Serie A dopo due anni. Per la stagione 2009-2010 perde il posto da titolare nella formazione di Gian Piero Ventura, chiuso dalla concorrenza di Salvatore Masiello e Nicola Belmonte. A giugno sono 15 le partite disputate in un campionato che vede il Bari chiudere con una decima posizione. Nel 2010-2011 gioca 27 partite segnando 2 reti, in una stagione che vede il cambio di allenatore (Bortolo Mutti sostituisce Ventura) e la retrocessione a fine stagione. In seguito il suo contratto scade e non viene rinnovato, rimanendo così libero da vincoli contrattuali. Torino Il 6 agosto 2011 firma un contratto di un anno per il Torino, in Serie B, dove ritrova il suo ex-tecnico Gian Piero Ventura. Esordisce in maglia granata nella prima giornata di campionato, in Ascoli-Torino (1-2). Segna il suo primo gol in maglia granata il 26 novembre 2011 nella partita casalinga contro il Livorno vinta per 1-0. A fine stagione ottiene la promozione in Serie A, dopo aver giocato 33 partite in campionato ed una in Coppa Italia; rimane quindi svincolato. Ritorno al Messina Dal luglio 2014 si allena con il Messina e, dopo aver scontato la lunga pena relativa alle due condanne per calcioscommesse e frode sportiva, il 9 ottobre 2015 viene ingaggiato dal club siciliano con cui aveva già giocato dal 2003 al 2008. A distanza di 3 anni e 5 mesi dall'ultima apparizione, torna in campo il 17 ottobre seguente nella vittoria esterna per 0-1 contro la Fidelis Andria subentrando al 79º a Barraco. La settimana successiva torna a giocare da titolare nella vittoria per 1-0 contro la Lupa Castelli Romani. Il 4 febbraio 2016 si ritira dal calcio giocato. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Bari: 2008-2009
