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Socrates

Tifoso Juventus
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Tutti i contenuti di Socrates

  1. ANGELO D'AMBROSIO Nazione: Italia Luogo di nascita: Campagna (Salerno) Data di nascita: 07.02.1949 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: 'U Capitan Alla Juventus dal 1968 al 1969 Esordio: 17.10.1968 - Amichevole - Astimacobí-Juventus 0-12 Ultima partita: 22.05.1969 - Amichevole - Albese-Juventus 0-8 0 presenze - 0 reti
  2. FRANCO GIOANETTO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 02.12.1948 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1967 al 1968 Esordio: 22.01.1968 - Amichevole - Juventus-Lecco 1-1 Ultima partita: 04.04.1968 - Amichevole - Verbania-Juventus 0-7 0 presenze - 0 reti
  3. STEFANO FERRABONE Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 25.02.1922 Luogo di morte: Velletri (Roma) Data di morte: 13.11.2006 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1939 al 1940 Esordio: 12.11.1939 - Amichevole - Casale-Juventus 1-3 0 presenze - 0 reti
  4. AUGUSTO PERONE Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1918 al 1921 Esordio: 22.06.1919 - Amichevole - Livorno-Juventus 0-1 Ultima partita: 12.06.1921 - Amichevole - Reggiana-Juventus 2-3 0 presenze - 0 reti
  5. LUCIANO SCARDIGLI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1951 al 1952 Esordio: 17.01.1952 - Amichevole - Juventus-Cenisia 0-0 Ultima partita: 06.03.1952 - Amichevole - Juventus-Leumann 5-1 0 presenze - 0 reti
  6. ANGELO DI LIVIO Se giochi per anni insieme a tanti campioni – scrive Valerio Nicastro su Delinquentidelpallone.it – senza mai essere messo in discussione, senza che mai nessuno metta in dubbio il tuo posto, magari pensando di sostituirti proprio con uno di quei campioni, se la gente si emoziona, esulta, festeggia insieme ai campioni, ma poi è te che decide di ergere a idolo, vuol dire che hai dentro qualcosa di straordinario. Qualcosa di speciale che spinge i tuoi allenatori a fare di te un pezzo irrinunciabile delle loro squadre. Qualcosa di speciale che spinge i tuoi compagni a fidarsi ciecamente di te. Qualcosa di speciale che lega il tuo cuore a doppio filo con quello dei tuoi tifosi, della tua gente.E se quel qualcosa di speciale si colloca in mezzo al petto, che sia cuore o polmoni poco importa, se quel qualcosa di speciale sono le tue infaticabili gambe costrette a fare su e giù senza sosta, su e giù ad arare la fascia senza mai fermarsi, la tua storia può diventare indimenticabile. Diventare una storia di successi, d’amore, e soprattutto di corsa e di sudore: la storia di Angelo Di Livio, professione soldatino.Un soprannome che racconta tante cose. Racconta l’attitudine di Angelo ad abbassare la testa e a correre, correre, correre, a testa bassa e a testa alta, su e giù sulla fascia. Racconta la vocazione al sacrificio, la voglia di non uscire mai dal campo senza aver sudato fino in fondo la maglia. Racconta la capacità di adattarsi a tutte le richieste dell’allenatore, per il bene della squadra. A destra, a sinistra, più avanti, più indietro, da esterno di centrocampo, da terzino. Angelo Di Livio problemi non se n’è mai fatti. La fascia era il suo regno. Partiva, e non si fermava. O lo buttavano giù, oppure alzava la testa e buttava in mezzo i suoi palloni. E poi via, di nuovo, indietro, fino al novantesimo.È diventato un idolo dei tifosi bianconeri, anche se poi hanno un po’ storto il naso quando qualche anno fa Soldatino disse che nel suo cuore di tifoso c’era la Roma. Ma lui, per la maglia bianconera ha sempre dato l’anima e il corpo. Il cuore e i polmoni. E i tifosi della Vecchia Signora, in fondo, non se lo sono dimenticati di certo: gli hanno dedicato una delle stelle dello Juventus Stadium. Perché il tifo è una cosa, l’amore per la maglia che indossi e quello per la gente che per te fa il tifo un’altra. E non sono confliggenti, per niente».Arriva alla Juventus nell’autunno del 1993, su espressa richiesta di Giovanni Trapattoni: «Sono riuscito a coronare, con fatica e non in verdissima età, quello che è stato un obiettivo al quale ero ripetutamente andato vicino senza però mai raggiungerlo. E se ho giocato in A, e per di più con la Juventus, devo ringraziare soprattutto i miei vecchi allenatori Colautti e Sandreani e il direttore sportivo patavino Piero Aggradi. Quindi, pur rimanendo sempre con i piedi per terra, mi è sembrato di toccare il cielo con un dito. La molla che mi ha spinto da sempre era la voglia di arrivare e la capacità di sacrificarmi, in campo, come nella vita di tutti i giorni. Se non fosse per questo, non mi sarei ritrovato a vivere un vero e proprio sogno, dal quale non mi sarei voluto svegliare mai».Diventa, in breve, una colonna della squadra; con l’arrivo in panchina di Marcello Lippi comincia a fare incetta di trofei: scudetto e Coppa Italia nel 1994-95, Supercoppa di Lega e Champions League la stagione successiva, Coppa Intercontinentale, Supercoppa europea e scudetto nel 1996-97, ancora scudetto nella successiva stagione.Il campionato 1998-99 è l’ultimo di Angelo con la maglia della Juventus; le cose vanno male, Lippi si dimette dopo una sonora sconfitta casalinga con il Parma. Si parla anche di un litigio fra l’allenatore e Di Livio; è un paradosso pensare che questa è stata la stagione che ha evidenziato maggiormente l’incredibile duttilità di Angelo. Tanto è vero che Lippi lo schiera in varie occasioni da terzino vero e proprio, sia sulla fascia destra che su quella sinistra: «L’avere cambiato spesso ruolo è stato importante per me ed è stato il risultato di una serie di fattori: sicuramente le mie qualità tecniche e tattiche, ma soprattutto la bravura di Marcello Lippi. Con lui avevamo parlato spesso della possibilità di giocare in zone diverse del campo. E quando all’occorrenza mi chiese di ricoprire il ruolo di terzino sinistro, mi disse che secondo lui sarei stato assolutamente in grado di farlo. Quindi i complimenti per la buona riuscita dell’esperimento vanno a entrambi».Nell’estate del 1999, dopo aver indossato per ben 269 volte la maglia bianconera e aver realizzato sei goal, si trasferisce a Firenze: «È stato un po’ traumatico perché mi auguravo un prolungamento del contratto che non arrivò, ma questo fa parte del calcio. Ringrazio questa squadra e sono orgoglioso di avere indossato questa maglia. Gli anni a Torino sono stati importantissimi per me. È stato un onore poter difendere i colori bianconeri. A Firenze non ci sono state contestazioni nei miei riguardi, ma all’inizio un po’ di freddezza sì. Poi pian piano, conoscendo il giocatore, l’uomo e il mio attaccamento alla maglia, è andato tutto per il verso giusto».NICOLA CALZARETTA, DAL “GS” DEL DICEMBRE 2012Al calcio che conta ci arriva con qualche anno di ritardo. Ha già ventisette anni compiuti quando debutta in Serie A. È uno dei misteri buffi del pallone: calciatori nati e cresciuti nei vivai delle grandi squadre che, a forza di maturare altrove, finiscono per inaridirsi, galleggiando nelle serie minori. A meno che uno non si chiami Angelo Di Livio. La tecnica c’è. Il fisico insomma, né alto, né grosso. Un normotipo con uno stile di corsa tutto suo e che, in un certo senso, ne farà la fortuna. Ha fiato. Soprattutto ha testa. La usa in campo, correndo e giocando per la squadra. La usa fuori, convincendosi che non deve mollare, che il treno passerà e bisognerà farsi trovare pronti. Il sogno è Roma, il giallorosso vestito fin da ragazzino, ad ammirare Bruno Conti, il punto di riferimento. Non sarà così, ma per uno di quegli incroci curiosi che solo il calcio sa offrire, la sua città entra nel tabellino dei ricordi perché proprio contro la Roma Di Livio debutta in A il 5 settembre 1993. Con la maglia numero sette della Juventus.Angelo, cosa ricordi di quel giorno? «Fu una domenica fantastica. C’erano tutti gli amici e i familiari all’Olimpico. L’unico dispiacere era per mio padre Amerigo, che non c’era più. Quella soddisfazione avrei voluto condividerla con lui».Non ci speravi più? «Gli anni stavano passando. La Roma aveva venduto il mio cartellino, in me non credeva più. La speranza in realtà non l’ho mai persa, ma non è stato semplice. Giravano voci di mercato, ma alla fine niente».Di quali squadre si parlava? «Del Parma, della Sampdoria, anche della stessa Roma che, forse, ci aveva ripensato. Giocavo in B, al Padova. Ci ero arrivato nel 1989 dopo una bella gavetta tra Reggiana, Nocerina e Perugia. Non ero messo poi tanto male e avevo già vinto molto. Il Padova puntava alla promozione ed io ero uno dei punti di forza».Insieme a un certo Alessandro Del Piero, all’epoca non ancora diciottenne. «Un fenomeno, soprattutto un bravo ragazzino. Educato, umile, sereno. Nelle partitelle del giovedì, quelle in cui Alex giocava con la Primavera, i dirigenti ci dicevano di andarci piano, evitando entrate dure: Del Piero era un patrimonio».E voi? «Non era semplice, perché lui ci faceva veramente diventare matti con le sue invenzioni e i suoi dribbling. Di stecche ne ha prese».La vostra amicizia è nata in quegli anni? «Sì. Lui non aveva la macchina, spesso lo portavo al pensionato. Nonostante la giovane età, era molto più avanti dei suoi coetanei. Ci siamo subito trovati, anche se il rapporto si è consolidato a Torino».Tra l’altro, nel tuo arrivo alla Juve, c’è anche il suo zampino, giusto? «Beh, sì, anche se indirettamente. Tutto è nato dopo l’amichevole Padova-Juventus dell’agosto 1993, una partita legata al trasferimento di Alex in bianconero. Il motore dell’operazione fu Piero Aggradi, il diesse del Padova, amico di Boniperti con cui aveva giocato negli anni Cinquanta nella Juve. Devo molto a lui: mi voleva bene, fin dai tempi comuni di Perugia, esperienza condivisa con Colautti e Sandreani, poi ritrovati tutti al Padova».Cosa fece Aggradi? «Sapeva che Trapattoni era alla ricerca di un’ala destra. Allora disse a Boniperti e al Trap: “Visto che ci siete, date un’occhiata a Di Livio”».Tu sapevi qualcosa? «Diciamo che Aggradi mi teneva sempre sulla corda. Quella volta mi disse chi c’era in tribuna a vedermi».E tu? «Io ho giocato con naturalezza, senza strafare. Feci una buona gara duellando con Andrea Fortunato che poi, quando sono andato a Torino, ho avuto come compagno di camera. Un ragazzo d’oro».La Juve all’improvviso e la tua carriera svolta. «In effetti, successe tutto molto in fretta. A Trapattoni ero piaciuto, così pochi giorni dopo l’amichevole andai a Torino per parlare con Boniperti. Ricordo il viaggio Padova-Torino: per me fu una passeggiata di salute».Andasti da solo? «Con me c’era Oscar Damiani, il mio procuratore. Boniperti ci accolse nel suo ufficio e la prima cosa che mi disse fu: “Ricordati che se arriviamo secondi, abbiamo perso”. Poi mi mandò subito dal barbiere. Effettivamente avevo dei capelli scandalosi, corti davanti e lunghi dietro, un tamarro stile Duran Duran. Dopo il taglio, tornai nel suo ufficio per firmare il contratto».Immagino un bel miglioramento economico. «Macché! Mi confermarono quello che avevo con il Padova. A gennaio mi fu ritoccato e allungato, ma niente di che. Il salto di qualità c’è stato solo dopo le prime apparizioni con la Nazionale».Cosa hai fatto con i primi soldi veri? «Ho investito in immobili e mi sono tolto anche qualche sfizio: auto, orologi. Ma il chiodo fisso era la casa. Vengo da una famiglia normale: mio padre operaio e mia madre Antonia casalinga, oltre a mio fratello che faceva il benzinaio. Vivevamo a Roma, quartiere Bufalotta, si faceva un po’ fatica ad arrivare a fine mese. Io ho smesso di studiare dopo la terza media e ho iniziato a lavorare in un negozio di casalinghi, poi in uno di scarpe. Mattina lavoro, pomeriggio allenamenti. Ho imparato il senso del sacrificio e il gusto per la conquista, mentre mi rode un po’ non aver studiato di più».Come sono stati i primi tempi a Torino? «Non facili. Mi sentivo molto bloccato, la testa era piena di dubbi. Sono sempre stato un tipo emotivo, la notte prima delle partite facevo fatica a dormire. Durante l’intervallo capitava di fumare di nascosto una sigaretta per smorzare la tensione. L’anno prima al mio posto c’era un big come Di Canio, adesso c’ero io, esordiente in A. Mi suonava male questo cambio».Poi cosa è successo? «È successo che Trapattoni mi ha tolto i freni. Aveva bisogno di un’ala desta che coprisse tutta la fascia e che sapesse sia attaccare che difendere. Cosa che Di Canio non gli garantiva, per esempio. Mi sono tolto la paura e, anche grazie ai consigli di Sergio Brio (il vice del Trap quell’anno, ndr) e con l’aiuto dei nuovi compagni, ho preso il volo. Dopo la prima gara non sono più uscito di squadra».Diventando il Soldatino preferito del Trap. «Devo molto a Trapattoni. Ha rischiato per me, si è preso una bella responsabilità nell’affidarsi a uno sconosciuto che veniva dalla B. Gli sarò sempre riconoscente, ma la storia del soldatino non sta così».E com’è, allora? «Il soprannome me lo diede Roberto Baggio per il mio modo di correre, spalle strette e braccia distese lungo i fianchi. Un giorno, durante un allenamento, si volta verso di me e mi fa: “Sembri un soldatino”. Da li è nato il nomignolo, al quale, lo dico con totale sincerità, sono molto affezionato».La storia con Trapattoni, però, dura solo un anno: nel 1994 alla Juve c’è il grande ribaltone.«In realtà non ci colse di sorpresa. Già durante l’anno Bettega aveva affiancato Boniperti. Poi a fine stagione nelle amichevoli, ci guidò Narciso Pezzotti, il vice di Lippi che sarebbe stato il nostro nuovo allenatore. In quelle partite io fui provato come mediano».Com’è stato il passaggio da Trapattoni a Lippi? «L’impatto fu positivo. Non c’erano poi così tante differenze di impostazione. Tutti e due lavoravano parecchio sulla testa dei giocatori. Diciamo che Lippi era molto bravo a preparare le partite. Cosi come sapeva leggere benissimo la gara e modificare sistema di gioco e uomini. È stato il vero artefice del giocattolo bianconero che ha dominato in Italia e nel mondo».E la triade? «Bettega era l’uomo Juve, il primo tifoso. Con Giraudo scommettevamo bottiglie di champagne sui miei goal, con un accorgimento: lui pagava tre volte la posta. Moggi era il punto di riferimento. Un uomo scaltro e abile che ha dato lavoro a tanti. Ha sbagliato, sicuramente, e ha pagato, ma era in buona compagnia. A Roma si dice: “Il più pulito ha la rogna”: questa frase sintetizza al meglio Calciopoli, che non era solo Moggi. Il quale, in realtà, aveva altri e più gravi difetti».Ossia? «I vestiti! Inguardabili! E noi gli dicevamo: “Direttore, ti sei vestito al buio stamani?” Oppure gli consigliavamo l’acquisto di qualche rivista di moda per limitare i danni. Ma con scarsi successi. Con lui, comunque, ho discusso molto, specie per l’addio nel 1999».Cosa successe? «Mi aveva promesso la conferma, poi iniziò a dirmi che c’erano alcune squadre che mi volevano. Tutto questo mentre si parlava degli arrivi di Bachini e Zambrotta. E chi sono, dissi io? Già un’altra volta avevo ingoiato amaro, quando arrivò Lombardo. Ma poi la storia lì era stata diversa. Stavolta era il chiaro segnale che me ne dovevo andare. La presi male, per fortuna che scelsi Firenze, fortemente voluto dal Trap. Però uno scherzetto a Moggi poi lo feci».A cosa ti riferisci? «Quando spostai la barriera e feci segnare Chiesa durante un Fiorentina-Juventus da avversario. A fine partita mi fa: “Questa non ce la dovevi fare”. Ed io: “Ma quando lo facevo prima, non ti lamentavi, però”».Torniamo al campo e all’altra novità stagionale dell’estate 1994: Gianpiero Ventrone. «Non avevo mai lavorato tanto prima di Ventrone. Pesi, corsa, palestra, addominali: un massacro. Di tutte le diavolerie inventate, ricorderò sempre la rampa fatta montare sulla pista d’atletica del Comunale, dove ci allenavamo. Due tavole, a capanna: salita e discesa. Le ripetute si facevano lì. Una fatica pazzesca».E la famosa campanella della vergogna? «Era il simbolo della resa, e quindi il nostro nemico, ma in pochi l’hanno suonata. Quello era un gruppo di gente unita e, soprattutto, affamata di vittorie. Lo si vedeva nelle partitelle. Non sai quante volte siamo venuti alle mani. È successo tra Vialli e Ravanelli, per esempio. Io più di una volta mi sono preso con Montero, un altro sanguigno. E volavano pizze per davvero».Allora non eravate un gruppo così unito? «Ti sbagli! Il gruppo era veramente un muro. E non sono frasi fatte. Era la realtà. Ti dico che noi ci sentivamo una famiglia, che ha pure i suoi scazzi e le sue giornate storte, ma che è unita e salda. C’era molto rispetto tra noi, soprattutto verso l’errore del compagno. Grande merito in questa prima fase lo ebbe Gianluca Vialli. Ricordo sempre il primo anno di Lippi, dopo le partite di Coppa Uefa. Ci invitava a casa sua a mangiare. Spaghetti cucinati da lui e spirito di squadra che cresce. Ci è dispiaciuto molto quando è andato al Chelsea. E so che è dispiaciuto anche a lui».Oltre a Vialli, chi aveva peso nello spogliatoio? «Francamente un po’ tutti, se vai a leggerti le formazioni vedrai nomi di giocatori di grande personalità. Di altissima considerazione ha sempre goduto Del Piero che, in quei primi tempi, era veramente un ragazzino. Eppure se c’era da parlare con il mister per togliere una multa a un compagno o per discutere di scelte tattiche, Alex faceva parte del “senato” bianconero».C’era anche lui nel dopo Foggia, autunno 1994, a discutere con Lippi? «Lì, in pratica, c’eravamo tutti. E fu la svolta della stagione. Dopo la sconfitta per 2-0 a Foggia, Lippi ci disse chiaro e tondo che si era stufato di vedere la squadra che rinculava e subiva. Se proprio dobbiamo rischiare, disse, allora andiamo avanti. Da lì nacque l’idea del tridente, una mossa vincente anche perla fase difensiva, visto il lavoro che facevano i tre là davanti».Di lì in poi è un’altra Juve, arrivano i risultati e la classifica si fa sempre più interessante. «Tatticamente eravamo perfetti, con Paulo Sousa regista e i tre attaccanti, con Del Piero spesso al posto di Baggio. La cosa fantastica è che fisicamente eravamo straripanti. Andavo in campo e avevo sempre “la gamba”. Non mi era mai successo prima».Nessun aiutino? «Ma non scherziamo, per favore. Si lavorava tantissimo durante la settimana. In campo e in palestra. Eravamo una squadra composta da grandi professionisti, con voglia di vincere. E se vinci, ti alleni più volentieri e senti meno la fatica. Io, come i miei compagni, difenderò sempre quello che abbiamo fatto, contro tutto e tutti».Zeman compreso? «Non abbiamo mai capito, né condiviso le sue dichiarazioni. Dispiace che ne parli ancora adesso».Torniamo al campo e a uno dei tuoi marchi di fabbrica: la frenata. «Era la mia arma, carpita al mio idolo Bruno Conti. Tutti la conoscevano, eppure in pochi riuscivano ad arginarmi. L’episodio più bello con Panucci che, prima di Juventus-Milan del 30 ottobre 1994, mi dice: “Non la fare quella finta, tanto io non ci casco”. Io la feci, lui abboccò e Baggio segnò il goal partita. A fine gara, mi avvicino e gli dico: “Meno male che c’erano i cartelloni pubblicitari, sennò chissà dove finivi”».Ottima battuta, altro elemento del tuo repertorio di animatore da spogliatoio. «Non si può lavorare senza scherzare, per me il binomio è inscindibile. La sera pensavo a cosa fare il giorno dopo ai miei compagni. E ne ho combinate diverse».Facciamo una lista. «Oltre ai classici gavettoni, ci sono le scarpe incollate alla tavoletta di legno, quella che una volta c’era negli spogliatoi, in alto. A qualcuno spostavo la macchina dal parcheggio, ad altri la facevo trovare sporca di fango. Poi c’era tutta la gamma dei tagli: dalle cravatte alle mutande, specie quelle orribili che qualcuno riusciva a portare. Uno degli scherzi più belli lo feci a Ferrara, quando gli tagliai le punte dei calzini. Non si accorse di nulla, dovevi vedere la faccia che fece quando arrivò a infilarseli».Chi era la tua vittima preferita? «Posso dirti a chi non ho mai fatto uno scherzo: Julio Cesar. Si vestiva in maniera scandalosa, ma era una montagna».Ridendo e scherzando, la Juve vince lo scudetto dopo nove anni e torna in Coppa dei Campioni. «Il debutto in Champions lo ricordo benissimo anche perché per me ci fu un mezzo trauma. Due giorni prima della partita, Lippi mi dice che giocherò terzino sinistro. Terzino sinistro? In quel ruolo non ci avevo mai giocato. Ma ci pensò il mister a tranquillizzarmi: “Per me tu lì farai benissimo, fidati”. È andata veramente così, e in quel ruolo ho giocato tante altre volte».Mi sembra che da lì in poi tu abbia girato molti ruoli, segno di una grande disponibilità. «La generosità è sempre stata una mia prerogativa. Sono stato sostituito spesso, perché arrivavo a venti minuti dalla fine con la spia dell’olio accesa. Quanto alla duttilità, io credo che la voglia di adattarsi ti viene dalla tua storia. Marcello Lippi è stato bravo a capire questo di me e a darmi fiducia. Un grande».Senza difetti? «Era permaloso, questo sì. Ma sapeva anche perdonare. Ricordo una sostituzione contro la Fiorentina. Esco e lo mando platealmente a quel paese. Ero furibondo. Il martedì successivo, pentito, busso alla porta del suo spogliatoio per scusarmi. Lui apre, e prima ancora che io parli, mi offre il “cinque” con la mano, Ed è finita così».C’è stata qualche altra decisione del tecnico che ti ha fatto venire il mal di fegato? «Su tutte la sostituzione nell’intervallo della finale di Champions contro il Real Madrid. Eravamo sullo 0-0. A ruota l’esclusione dalla formazione titolare nella finale del 1996 all’Olimpico. La cosa buffa è che, pochi giorni prima della partita. Lippi ci riunisce per dare la formazione e fa al gruppo: “Di Livio sta meglio di tutti, ma per scelta tecnica non gioca”. Non l’ho capita ‘sta cosa che sto meglio di tutti, ma non gioco. Comunque sia, il nostro motto era: chi è in campo, gioca. Chi è fuori, fa il tifo».Ma all’Olimpico ti sei rifatto. «Davids stava crescendo in mezzo al campo. Conte era uscito per infortunio e il mister mi buttò dentro al posto di Paulo Sousa che faceva fatica. Ne avevo per due quella sera, nel mio stadio».Lo si è visto alla fine con la coppa conquistata. «È stato uno sfogo, una liberazione. Durante i rigori ero abbracciato a Torricelli e ci dicevamo: “Mamma mia com’è piccola la porta! E se dovesse toccare a noi?” Alla fine mi è partita la brocca. In mutande, urlavo e piangevo. Felicissimo come un bambino».E dopo la Champions, ecco Tokyo. «La mia partita perfetta. Giocai veramente bene. Quella volta Lippi non ebbe dubbi e mi schierò titolare. Avevamo rivoluzionato la squadra. Non c’erano più Vialli e Ravanelli. Al loro posto Bokšić, un carrarmato pazzesco, e Zinedine Zidane».Che ricordi hai di Zizou? «Arrivò in punta di piedi. Timidissimo, all’inizio fece fatica. Io, tanto per farlo sentire a suo agio, lo bersagliavo di scherzi. E lui si vendicava in partitella. Ti faceva ammattire, era meglio ignorarlo. Ma qualcuno andava giù duro. D’altronde lui si esaltava con il contatto fisico, se lo marcavi a uomo, tirava fuori il meglio del suo repertorio. Che era fantastico».Ma uno come lui, si allena anche nella tecnica? «Qui sta la grandezza dei campioni veri. Lui, ma anche Del Piero e Vialli, si allenavano tantissimo, stavano ore sul campo. Davano l’esempio, sempre. Anche perché vale il principio che uno come si allena, gioca».Come fu preparata la sfida contro il River Plate? «Nessuna situazione diversa dal solito. Solo la consapevolezza di giocarsi in una gara secca un traguardo importante che per noi significava completare un ciclo bellissimo dopo scudetto e Champions».Hai dormito la notte prima della gara? «Quella notte lì ho faticato a chiudere occhio, mentre il mio compagno di camera dormiva beatamente, russacchiando pure».Del Piero? «Sì. E pensare che i primi tempi era lui che se ne stava sveglio tra telefonini e play station. Era un bel cacacazzi. Io non vedevo l’ora di dormire, e lui a divertirsi. A Tokyo ci scambiammo i ruoli».Un cambio vincente, visto il risultato finale. «Fu una partita eccezionale, posso dire una delle più belle giocate con la Juve, insieme al 6-1 contro il Milan a San Siro. E se Bokšić non mi chiama la palla, faccio anche goal».Ne hai fatti pochini con la Juve. «Sì, ma tutti di qualità e legati ad alcuni aneddoti. Per esempio quello contro la Steaua, il mio primo e unico in Champions, dette il via all’esultanza in cerchio, tutti in ginocchio. Al pallonetto goal al Vicenza è legata una battuta dell’avvocato Agnelli che disse che in realtà avrei voluto crossare».Fischio finale e spazio libero alla gioia per l’ennesimo trionfo internazionale. «Un’altra scarica di adrenalina violentissima. Mi tolsi le scarpe e me le misi al collo. Ho sempre avuto l’abitudine di giocare con i sei tacchetti, a Tokyo il campo era durissimo, e i piedi mi facevano male. Non l’avessi mai fatto. Mi chiamò lo sponsor e mi fece il cazziatone: “Ma come, in un momento così ti togli le scarpe, ma sei impazzito?”. Poi iniziano a circolare le foto con me a mezzo busto con le scarpette in mano e al collo, visibili più che mai».Tutto questo è accaduto prima o dopo la scimmia post-partita? «Dopo, dopo. Quella sera molti di noi erano sdraiati per terra. Eravamo al quarantesimo piano dell’albergo, ma quella notte credo che non abbia dormito nessuno dal macello che facemmo. Poi, a un certo punto, crollammo. Ed io e Alex andammo a dormire con la coppa».Il ciclo virtuoso si chiude con l’ultimo trofeo del Grande Slam, la Supercoppa Europea. «Tra gennaio e febbraio 1997 vincemmo anche quella schiacciando il PSG: 6-1 a Parigi e 3-1 al ritorno».Ma è vero che avevi indovinato il risultato dell’andata, scrivendotelo sul braccio? (ride) «Così vuole la leggenda. In realtà quella era la sigla che indicava il premio promesso dalla Juve in caso di vittoria: sessanta milioni di lire per ognuno di noi!». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/angelo-di-livio.html
  7. ANGELO DI LIVIO https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Di_Livio Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 26.07.1966 Ruolo: Centrocampista Altezza: 173 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Soldatino Alla Juventus dal 1993 al 1999 Esordio: 05.09.1993 - Serie A - Roma-Juventus 2-1 Ultima partita: 31.05.1999 - Spareggio Uefa - Juventus-Udinese 1-1 269 presenze - 6 reti 3 scudetti 1 coppa Italia 2 supercoppe italiane 1 champions league 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Angelo Di Livio (Roma, 26 luglio 1966) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Cresciuto nel settore giovanile della Roma e poi emerso nelle categorie minori con le maglie di Perugia e Padova, col passaggio alla Juventus è assurto ai massimi livelli durante il vittorioso ciclo di Marcello Lippi, ottenendo in questa fase i maggiori successi della propria carriera grazie a tre campionati italiani, una Coppa Italia e due Supercoppe italiane in campo nazionale, e la UEFA Champions League, la Coppa Intercontinentale e la Supercoppa UEFA in ambito internazionale. Ha legato la seconda parte della carriera alla Fiorentina, con cui ha vinto un'altra Coppa Italia, diventandone poi capitano e fedelissimo in coincidenza con la ricostruzione societaria d'inizio anni Duemila. Con la nazionale italiana ha preso parte ai mondiali di Francia 1998 e Corea del Sud-Giappone 2002 e agli europei di Inghilterra 1996 e Belgio-Paesi Bassi 2000. Angelo Di Livio Di Livio alla Juventus nella stagione 1993-1994 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2005 - giocatore Carriera Giovanili 1981-1984 Roma Squadre di club 1984-1985 Roma 0 (0) 1985-1986 → Reggiana 13 (0) 1986-1987 → Nocerina 31 (1) 1987-1989 Perugia 72 (4) 1989-1993 Padova 138 (13) 1993-1999 Juventus 269 (6) 1999-2005 Fiorentina 169 (8) Nazionale 1995-2002 Italia 40 (0) Carriera da allenatore 2006-2008 Roma Giovanili 2008-2010 Italia Preparatore Palmarès Europei di calcio Argento Belgio-Paesi Bassi 2000 Biografia Ha due figli, tra cui Lorenzo, anche lui calciatore. Caratteristiche tecniche Giocatore Alla Juventus, durante la gestione di Marcello Lippi, ha giocato come ala tornante o terzino, sia a destra che a sinistra, mentre nella Fiorentina ha ricoperto anche il ruolo di centrocampista centrale. Abile in fase difensiva nonché dotato di scatto e resistenza, era noto come «il soldatino», soprannome originariamente coniato da Roberto Baggio per sottolineare la sua particolare andatura nella corsa, ma che divenne poi, nell'immaginario collettivo, un riconoscimento del suo spirito di sacrificio. Carriera Giocatore Club Gli inizi Di Livio (accosciato, secondo da sinistra) nella squadra Primavera della Roma 1983-1984 Inizia a giocare a calcio nella Polisportiva Bufalotta, che prende il nome dal quartiere omonimo di Roma in cui Di Livio è cresciuto. All'età di quindici anni passa nelle giovanili della Roma con cui vince nel 1983 il Torneo di Viareggio e l'anno seguente il Campionato Primavera. Successivamente passa in prestito prima alla Reggiana, in Serie C1, poi alla Nocerina, ancora nella medesima categoria. Approda infine nella stagione 1987-1988 al Perugia, in Serie C2, con cui vince il campionato mettendosi in evidenza assieme a un altro giovane prospetto, Fabrizio Ravanelli; al termine dell'annata la società umbra lo riscatta dalla Roma, e coi biancorossi gioca in C1 fino all'ottobre del 1989, quando nella sessione autunnale di mercato passa al Padova, in Serie B. Di Livio (a destra) e Del Piero in allenamento al Padova nei primi anni 1990 Milita nella squadra veneta fino al 1993, realizzando 13 marcature in 138 partite di campionato. Juventus Dopo questa lunga trafila nelle serie minori, arriva alla Juventus per volontà di Giovanni Trapattoni, acquistato per 4 miliardi di lire. Debutta così in Serie A all'età di ventisette anni, nella trasferta sul campo della Roma (2-1 per i padroni di casa) del 5 settembre 1993. Realizza il suo primo gol in bianconero il 27 ottobre seguente, nella partita di Coppa Italia persa per 4-3 contro il Venezia, mentre la prima marcatura in campionato arriva solo all'inizio della sua seconda stagione con la Vecchia Signora, il 25 settembre 1994, nell'1-0 ai danni della Sampdoria. È inoltre suo l'assist per il primo gol in bianconero di Alessandro Del Piero, già suo compagno di squadra a Padova. Segna anche una rete in Champions League, nel settembre del 1995 contro i rumeni della Steaua Bucarest, partita che vede i torinesi prevalere 3-0. Di Livio (accosciato, primo da destra) nella Juventus 1997-1998 È stato uno dei titolari inamovibili nella plurivittoriosa Juventus di Marcello Lippi, con cui nella seconda metà degli anni 1990 ha conquistato in ambito nazionale 3 scudetti, 1 Coppa Italia e 2 Supercoppe di Lega, e in campo internazionale 1 Champions League — entrando nel ristretto novero dei calciatori capaci di vincere il massimo trofeo europeo per club nella propria città di nascita (Roma), preceduto da Mateos e Muñoz (Madrid) e da Stepney (Londra), ed eguagliato da Anelka (Parigi) e Bale (Cardiff) —, 1 Supercoppa UEFA e 1 Coppa Intercontinentale. Fiorentina Nonostante il forte legame con la maglia bianconera, nell'estate del 1999 viene ceduto controvoglia dalla società torinese alla Fiorentina. Con i viola vince la Coppa Italia 2000-2001, la sua seconda dopo quella con i bianconeri; tuttavia l'anno dopo non può evitare la retrocessione in Serie B dei gigliati, nel frattempo caduti in una grave crisi societaria. Di Livio (accosciato, primo da destra) nella Fiorentina vincitrice della Coppa Italia 2000-2001 Diventato capitano della squadra, scende quindi in Serie C2 quando la Fiorentina scompare nel 2002 per fallimento; in questa categoria gioca con la nuova Florentia Viola, società che si fa portatrice della tradizione sportiva dello scomparso club viola, vincendo il torneo (e ottenendo al contempo la promozione d'ufficio in Serie B per meriti sportivi). Resta coi gigliati anche nelle due stagioni seguenti, la prima in serie cadetta e la seconda (dopo la vittoria nello spareggio interdivisionale contro il Perugia) in Serie A, categoria nella quale disputa la sua ultima gara nel 2005. A fine stagione la Fiorentina non gli rinnova il contratto, sicché Di Livio sceglie di chiudere l'attività agonistica. Nazionale Ha esordito in nazionale maggiore a 29 anni, il 6 settembre 1995, nella partita Italia-Slovenia (1-0). Convocato nelle gestioni di quattro diversi commissari tecnici, ha preso parte al campionato d'Europa 1996 in Inghilterra (con Arrigo Sacchi), al campionato del mondo 1998 in Francia (con Cesare Maldini), al campionato d'Europa 2000 in Belgio e nei Paesi Bassi (con Dino Zoff) e, a quasi trentasei anni, al campionato del mondo 2002 in Corea del Sud e Giappone (con Giovanni Trapattoni). Di Livio (a destra) in nazionale nel 1997, mentre festeggia con Ravanelli (a sinistra) un gol di Roberto Baggio (al centro). Il 18 giugno 2002 gioca la sua ultima partita in nazionale, negli ottavi di finale dei mondiali nippo-coreani, contro la Corea del Sud: memorabile, nell'occasione, lo sguardo rivolto all'arbitro Byron Moreno, a seguito dell'espulsione di Francesco Totti. Ha collezionato 40 presenze con gli Azzurri, di cui solo 12 per tutta la durata del match. Dopo il ritiro Dirigeva a Roma la Scuola Calcio "Polisportiva delle Vittorie", poi chiusa per fallimento. Dal 2006 al 2008 ha fatto parte dello staff tecnico delle giovanili della Roma in qualità di allenatore, mentre dal 28 giugno 2008 al 2010 ha fatto parte dello staff di Marcello Lippi in nazionale. Ha collaborato come inviato e commentatore con Dahlia TV. È commentatore tecnico e opinionista televisivo per i canali nazionali Rai Sport 1 e Sky Sport, oltre alla rete locale Teleroma 56. È inoltre opinionista per Tele Radio Stereo e per la web radio LiveRadio365, nonché per la web TV de La giornalaccio rosa dello Sport. Ha interpretato se stesso nel film La mia squadra del cuore di Domenico Costanzo e Giuseppe Ferlito. Palmarès Giocatore Club Da sinistra: gli juventini Carrera, Di Livio, Del Piero e Giancarlo Marocchi festeggiano la vittoria della Coppa Italia 1994-1995 Di Livio solleva il trofeo della Champions League 1995-1996, tra il compagno di squadra Conte (a sinistra) e il capitano juventino Vialli (a destra). Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Roma: 1983 Campionato Primavera: 1 - Roma: 1983-1984 Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C2: 2 - Perugia: 1987-1988 (girone C) - Florentia Viola: 2002-2003 (girone B) Campionato italiano: 3 - Juventus: 1994-1995, 1996-1997, 1997-1998 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1994-1995 - Fiorentina: 2000-2001 Supercoppa italiana: 2 - Juventus: 1995, 1997 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica Italiana — Roma, 12 luglio 2000. Di iniziativa del Presidente della repubblica.
  8. LORIS DEL NEVO https://it.wikipedia.org/wiki/Loris_Del_Nevo Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 31.05.1975 Ruolo: Centrocampista Altezza: 167 cm Peso: 73 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1993 al 1994 Esordio: 08.08.1993 - Amichevole - Pro Vercelli-Juventus 0-4 Ultima partita: 11.06.1994 - Amichevole - Venezia-Juventus 0-2 0 presenze - 0 reti Loris Del Nevo (Torino, 31 maggio 1975) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Loris Del Nevo Nazionalità Italia Altezza 167 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2009 - giocatore Carriera Giovanili 1992-1994 Juventus Squadre di club 1994 Ascoli 0 (0) 1994-1995 Palazzolo 18 (0) 1995 Montevarchi 5 (0) 1995-1996 Atletico Catania 21 (0) 1996 Nocerina 2 (0) 1996-1998 SPAL 16 (0) 1998 Gualdo 23 (1) 1998-2000 Messina 49 (3) 2000-2001 Reggiana 27 (3) 2001-2003 Triestina 50 (4) 2003-2005 Cagliari 43 (1) 2005-2006 Triestina 3 (0) 2006 Ternana 2 (0) 2007-2009 Perugia 19 (0) Carriera da allenatore 2009-2010 Taranto Vice Carriera Giocatore Cresce nelle giovanili della Juventus. Nel 1994 si trova ad Ascoli in Serie B che lo gira a novembre al Palazzolo, da qui inizierà una lunga carriera tra C1 e C2 che lo porterà a giocare con Montevarchi, Atletico Catania, Nocerina, SPAL (con cui retrocederà dalla C1 alla C2), Gualdo, Messina (con cui conquisterà la promozione in Serie C1), Reggiana e Triestina. Con gli alabardati conquista la promozione in Serie B nel 2001-2002 e la stagione successiva viene ceduto al Cagliari Calcio sempre in Serie B. Nel 2003-2004 (anno della Serie B a 24 squadre) viene dunque promosso con i sardi e la stagione successiva sempre con il Cagliari esordisce in Serie A: la stagione 2004-2005 sarà anche l'unica di Del Nevo nella massima serie e si concluderà con 12 presenze e nessuna rete. L'anno successivo torna in Serie B con la Triestina dove non trova spazio venendo dunque girato a gennaio nella Ternana sempre in cadetteria. Anche qui non trova molto spazio in quanto viene coinvolto in un caso di mobbing che lo vedrà vincitore insieme ad altri compagni di squadra nei confronti della società (che invece verrà penalizzata di un punto). A fine stagione si trasferisce al Perugia in Serie C dove concluderà la carriera nella stagione 2008-2009. Allenatore Terminata la carriera da giocatore, nel 2009-2010 è divenuto vice allenatore di Giuseppe Brucato al Taranto nella Lega Pro. Palmarès Giocatore Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1993-1994 Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1994 Competizioni nazionali Serie C2: 1 - Messina: 1999-2000
  9. GUIDO BONADIO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 08.07.1971 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1989 al 1991 e dal 1992 al 1994 Esordio: 15.11.1989 - Amichevole -Juventus-Nazionale italiana dilettanti 5-0 Ultima partita: 11.06.1994 - Amichevole - Venezia-Juventus 0-2 0 presenze - 0 reti
  10. JONATAN BINOTTO https://it.wikipedia.org/wiki/Jonatan_Binotto Nazione: Italia Luogo di nascita: Montebelluna (Treviso) Data di nascita: 22.01.1975 Ruolo: Centrocampista Altezza: 182 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Under-23 Soprannome: - Alla Juventus dal 1992 al 1994 Esordio: 14.10.1992 - Amichevole - Don Bosco-Juventus 0-14 Ultima partita: 21.05.1994 - Amichevole - Juventus-Camerun 4-1 0 presenze - 0 reti Jonatan Binotto (Montebelluna, 22 gennaio 1975) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Jonatan Binotto Da destra: Binotto al Bologna nel 1998, alle prese con il parmense Thuram in un derby d'Emilia. Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2007 - giocatore Carriera Giovanili 1987-1990 Pasianese 1991-1994 Juventus Squadre di club 1994-1995 → Ascoli 28 (4) 1995-1996 → Cesena 32 (4) 1996-1998 → Verona 38 (6) 1998-2001 Bologna 62 (4) 2001 Inter 0 (0) 2001 → Chievo 5 (0) 2002 → Brescia 11 (0) 2002-2003 → Como 28 (0) 2004-2005 Bologna 9 (0) 2005-2006 Pistoiese 14 (0) 2006 Triestina 1 (0) 2006-2007 Casalecchio 18 (1) Nazionale 1994-1996 Italia U-21 8 (2) 1997 Italia U-23 1 (0) Carriera da allenatore 2007-2008 Sasso Marconi 2008-2010 SPAL Giovanissimi 2010-2012 Bologna Giovanissimi 2012-2013 Bologna Allievi Giochi del Mediterraneo Oro Bari 1997 Carriera Giocatore Club Cresciuto nel settore giovanile della Pasianese, a 16 anni entra in quello della Juventus. Nella stagione 1994-1995 viene ceduto in prestito all'Ascoli, militante in Serie B. La stagione 1997-1998 è la migliore della sua carriera sotto il punto di vista delle realizzazioni: 5 reti in 33 presenze in campionato gli valgono il trasferimento al Bologna guidato da Carlo Mazzone nella successiva stagione 1998-1999, disputata in Serie A. In rossoblù rimane per tre stagioni, di cui le ultime due contraddistinte da continui problemi fisici, che però non gli impediscono di disputare alcune buone partite. L'Inter decide di acquistarlo scambiandolo alla pari con Fabio Macellari, ma proprio durante la preparazione dell'annata coi nerazzurri subisce un grave infortunio da cui non si riprenderà mai completamente, nelle stagioni seguenti giocherà soltanto una manciata di partite, se si eccettua l'annata 2002-2003 nella quale è titolare al Como disputando ben 28 partite su 34. Chiude la carriera tra i dilettanti del Casalecchio al termine della stagione 2006-2007. Nazionale Ha fatto parte dei 22 convocati da Cesare Maldini per il torneo olimpico di Atlanta 1996. Nel 1998 viene convocato per due partite con la nazionale maggiore, senza però scendere in campo. Allenatore Nella seconda parte della stagione 2007-2008 ha allenato il Sasso Marconi, nel campionato di Eccellenza dell'Emilia-Romagna. Successivamente allena la squadra dei Giovanissimi Nazionali Professionisti della SPAL per due campionati, per poi passare nella stagione 2010-2011 alla guida dei pari categoria del Bologna. Dal dicembre 2018 allena il Casalecchio fino al 2019 per poi ritornare ad allenare il Settore Giovanile della SPAL. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1993-1994 Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1994 Nazionale Giochi del Mediterraneo:1 - Bari 1997
  11. DANIEL TERRERA https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1993-1994 Nazione: Italia Luogo di nascita: Albenga (Savona) Data di nascita: 06.05.1974 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1992 al 1994 Esordio: 23.07.1992 - Amichevole - Bienne-Juventus 0-10 Ultima partita: 16.09.1993 - Amichevole - Borgotorre-Juventus 0-9 0 presenze - 0 reti
  12. GIUSEPPE NORSA https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Norsa Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 31.03.1898 Luogo di morte: Milano Data di morte: 25.12.1982 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1915 al 1917 Esordio: 16.04.1916 - Amichevole - Juventus-Inter 4-2 Ultima partita: 13.05.1917 - Amichevole - Juventus-Torino 3-1 0 presenze - 0 reti Giuseppe Norsa (Milano, 31 marzo 1898 – Milano, 25 dicembre 1982) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Giuseppe Norsa Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Carriera Squadre di club1 1920-1921 AC Libertas ? (-?) 1922-1923 Milan 8 (-15) Carriera Con il Milan disputa 8 gare subendo 15 gol nel campionato di Prima Divisione. È sepolto al Cimitero Monumentale di Milano, nel Riparto acattolici, nella tomba familiare.
  13. SERGIO PORRINI Sin dal primo impatto con l’ambiente bianconero – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del luglio 1993 – Sergio Porrini da Milano, 26 anni, reduce da una stagione a dir poco esemplare nell’Atalanta, dimostra di aver afferrato al volo come vanno le cose nel mondo del pallone. Anni di gavetta, di sacrifici, per meritare la grande squadra, ed ecco la Juve, cioè il massimo, il sogno di bambino, insomma tutto. «Sì» sono le sue prime parole ufficiali da juventino «ho proprio realizzato un sogno, e ancora non mi sembra vero. Da ragazzino, quando ho cominciato a prendere a calci un pallone, sognavo i grandi stadi e le grandi squadre, e allora, una dozzina di anni fa, la Juve era indiscutibilmente la più grande di tutte. Devo molto all’Atalanta e ai suoi tecnici che in questi ultimi anni mi hanno permesso di crescere, di maturare, fino a meritare il grande salto. È una occasione unica, irripetibile, e spero proprio di non sbagliare. La voglia c’è davvero tutta, ma non basta, perché mi trovo in una squadra che ha titolari numerosi e la concorrenza è dura. Sicché dovrò davvero dare tutto me stesso, e lottare». Determinazione e grinta che non appartengono soltanto al linguaggio di questo giovanotto, capace in maglia atalantina di francobollare con rabbiosa incisività i migliori bomber in circolazione senza mai esserne soggiogato, di più, imponendo il più delle volte il proprio stacco e l’anticipo, che è dote primaria del nostro. «Se la grinta fosse la dote più importante per un difensore» dice Porrini «sarei davvero... in una botte di ferro, visto che mi sono formato a una scuola eccellente e che, per una questione di carattere, sono uno che non si tira mai indietro. Purtroppo, la grinta da sola non basta. Ma credo, nella stagione appena conclusa, di aver dimostrato di saper stare discretamente in campo, tanto da meritare la fiducia del signor Sacchi, che mi ha chiamato in maglia azzurra». Già, perché come spesso accade nelle favole, Porrini tocca in una volta sola due traguardi al prezzo di uno, conquistando con la maglia bianconera anche quella della Nazionale, in cui gioca due partite valide per la qualificazione ai Mondiali statunitensi. Ma, nella personale «hit parade» dei traguardi, il neo juventino non ha il minimo dubbio: «Prima di tutto la maglia bianconera, la grande occasione per dimostrare se e quanto valgo. La Nazionale è stata una bellissima parentesi, ringrazio Sacchi per la fiducia, ma credo che il mio futuro si giochi soprattutto alla Juve. Dove potrò migliorare rubando qualche segreto del mestiere a grandi campioni come Kohler, Julio César e Carrera». Ma in che modo, e in quale posizione, preferirebbe giocare Porrini? La risposta toglie ogni residuo dubbio circa la prontezza del tipo: «Posso giocare in marcatura tanto al centro che sulla fascia destra. Insomma, l’importante è trovare spazio...». Dall’Atalanta alla Juventus: una strada che, nel passato più o meno recente è stata percorsa da campioni veri, un nome per tutti, quello del più grande: Scirea. «Non credo che si possano fare accostamenti con il passato» replica Porrini che evita abilmente il tranello «e penso che ogni calciatore faccia storia a sé. Spero solo di poter essere utile alla Juve». Finalino: che ne pensa, Porrini, della prossima annata bianconera, che tutti reclamano come quella del gran riscatto? «Creda che parlare di riscatto sia un po’ esagerato. La Juve deve crescere, migliorare, questo sì. Ma nel suo passato non ci sono vergogne da cancellare. Vi siete già dimenticati la Coppa Uefa?». 〰.〰.〰 Sergio non è un mostro di tecnica, ma supplisce a questa lacuna con una grinta notevole e disputa un buon campionato. «C’è stato un cambio d’ambiente per me piuttosto brusco. Sarà banale dirlo, ma l’Atalanta è una cosa e la Juve tutta un’altra. Ne ho risentito, anche perché la squadra all’inizio non girava al massimo, in parecchi non eravamo in forma e i tifosi con qualcuno dovevano pur prendersela: essendo nuovo, e per di più pagato una certa sommetta, era inevitabile che facessi un po’ da capro espiatorio. Poi, pian piano, sono entrato in forma ed è cresciuta la squadra, certe questioni si sono stemperate, non mi sono più sentito al centro dell’attenzione e ho cominciato a giocare abbastanza bene. Adesso sono in pace con me stesso e con gli altri. Le difficoltà iniziali sono superate, spero di continuare così». L’anno successivo arriva Lippi e, soprattutto, Ciro Ferrara: Lippi dopo qualche titubanza, complice la netta sconfitta a Foggia, decide di giocare con la difesa a tre in linea, promuovendo titolare Geppetto Torricelli accanto a Ciro e a Jürgen Kohler e Porrini deve giocarsi con Carrera, il ruolo di prima riserva difensiva. Sarà decisivo, però, nella doppia finale di Coppa Italia contro il Parma, segnando sia al Tardini sia al Delle Alpi; realizzerà anche un goal importantissimo a Dortmund, nella semifinale di Coppa Uefa, nella vittoriosa partita contro il Borussia. «Non mi sono mai rassegnato – afferma – conosco il mio valore e soprattutto il mio carattere. Ma forse non sarei arrivato a tanto senza il lavoro dell’allenatore e del nostro preparatore atletico. Hanno curato in particolare chi come me giocava di meno, con il risultato che, al momento buono, non ci siamo fatti cogliere impreparati. Non ci sono sorprese o casualità, è tutto frutto della programmazione. Non sono un giocatore da copertina, non mi piace apparire. Quando sono contento con me stesso non ho bisogno di altro». La stagione 1995-96 vede Porrini scendere in campo una ventina di volte e festeggiare da bordo campo, la grande vittoria in finale di Coppa Campioni, contro l’Ajax. Sarà protagonista, invece, nella sfortunata finale di Monaco di Baviera, contro il Borussia Dortmund e durante tutta la stagione, causa l’infortunio di Torricelli: le sue presenze saranno 40 con 2 goal, di cui uno nella finale di Supercoppa Europea a Parigi, vinta per 6-1 contro il Paris Saint Germain («È il terzo goal europeo, gli altri li ho segnati al Borussia Dortmund e al CSKA Sofia. Una bella rete da attaccante. Noi siamo stati bravi a sfruttare le situazioni da palle inattive. Non è stato un fatto casuale, fa parte dei nostri schemi») e sarà titolare a Tokyo nella Coppa Intercontinentale. Nel 1997-98 emigra in Scozia, nel Rangers Glasgow, dove resterà per quattro stagioni, prima di fare ritorno in Italia, all’Alessandria e quindi al Padova. Con la Juventus ha totalizzato 138 presenze e 5 goal, conquistando due scudetti, una Coppa Italia, una Coppa Campioni, una Coppa Intercontinentale e una Supercoppa Europea. Niente male per un “operaio”, come si è sempre definito: «Mi piace, perché vuol dire che si riconosce che metto in ogni partita la grinta, la voglia di farcela. Chi, come me, non è dotato di tecnica eccelsa, è importante che sia al massimo tutte le domeniche. Riuscirci mi riempie di gioia». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/sergio-porrini.html
  14. SERGIO PORRINI https://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Porrini Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 08.11.1968 Ruolo: Difensore Altezza: 180 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Inox Alla Juventus dal 1993 al 1997 Esordio: 29.08.1993 - Serie A - Juventus-Cremonese 1-0 Ultima partita: 01.06.1997 - Serie A - Juventus-Lazio 2-2 138 presenze - 6 reti 2 scudetti 1 coppa Italia 2 supercoppe italiane 1 champions league 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Sergio Porrini (Milano, 8 novembre 1968) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, vice allenatore dell'Ascoli. Sergio Porrini Porrini all'Atalanta nel 1991 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Squadra Ascoli (Vice) Termine carriera 1º luglio 2009 - giocatore Carriera Giovanili 1986-1989 Milan Squadre di club 1989-1993 Atalanta 100 (3) 1993-1997 Juventus 138 (6) 1997-2001 Rangers 85 (6) 2001-2002 Alessandria 34 (0) 2003-2004 Padova 44 (0) 2004-2009 Pizzighettone 126 (0) Nazionale 1993 Italia 2 (0) Carriera da allenatore 2009-2010 Pizzighettone Juniores Naz. 2010-2011 Pergocrema Berretti 2011-2012 Colognese 2012-2013 Pontisola 2013-2015 Atalanta Allievi Naz.A 2015 Atalanta Vice 2015-2016 Atalanta Coll. tecnico 2016-2017 Crema 2018-2019 Ciserano 2019-2022 Albania Vice 2023 Gorica Vice 2024- Ascoli Vice Caratteristiche tecniche Giocatore Ha ricoperto prettamente il ruolo di terzino destro e, più raramente, quello di difensore centrale. Carriera Giocatore Club Cresce nel vivaio del Milan, dove compie la trafila delle formazioni giovanili senza tuttavia arrivare a esordire in prima squadra. Nel 1989 la società rossonera lo cede infatti all'Atalanta, dove milita per le successive quattro stagioni, e con cui nel 1993 fa il suo debutto in nazionale. Considerato in questa fase tra i più promettenti elementi italiani, nell'estate dello stesso anno passa alla Juventus che, per assicurarselo, sborsa 11 miliardi di lire: una cifra considerevole per l'epoca, se rapportata al ruolo, e che per il difensore finirà per essere, a posteriori, «zavorra e macigno» nel prosieguo di carriera. Porrini (a sinistra) alla Juventus, in duello aereo col parmense Branca, nella vittoriosa finale di andata della Coppa Italia 1994-1995 di cui il terzino fu match winner. A Torino colleziona infatti 138 presenze e 6 gol in quattro anni, senza tuttavia riuscire ad affermarsi stabilmente nell'undici base — «ha giocato molto ma senza partire mai titolare, senza la sicurezza di chi ce l'ha fatta» —, anche per la concorrenza di più quotati elementi; in maglia bianconera contribuisce comunque alle vittorie di due scudetti nelle stagioni 1994-1995 e 1996-1997, della Coppa Italia 1994-1995 — dov'è protagonista nella doppia finale contro il Parma, segnando ai ducali sia nell'andata al Delle Alpi sia nel ritorno al Tardini —, di due Supercoppe di Lega e, in ambito internazionale, ai trionfi del 1996 in Champions League, Coppa Intercontinentale e Supercoppa UEFA — in quest'ultimo caso, aprendo le marcature nella sfida di andata vinta in goleada 6-1 sul Paris Saint-Germain al Parco dei Principi. Desideroso di un'esperienza all'estero, nel 1997 lascia l'Italia per la Scozia, accasandosi ai Rangers che lo acquistano per 8 miliardi di lire. Rimane a Glasgow per quattro stagioni, vincendo tutte le competizioni nazionali, per poi tornare nei campionati italiani nel 2001. Gioca quindi un anno nell'Alessandria e due nel Padova, prima di approdare nel 2004 al Pizzighettone, dove nel giugno 2009 conclude la propria carriera da calciatore. Nazionale Durante la sua militanza nell'Atalanta è stato convocato in nazionale dal commissario tecnico Arrigo Sacchi per tre partite di qualificazione al Mondiale 1994, scendendo in campo in due occasioni: dopo aver esordito il 24 marzo 1993 nel 6-1 contro Malta, nel mese successivo ha ottenuto la seconda e ultima presenza nel 2-0 sull'Estonia. Allenatore Dall'estate del 2009 ha iniziato la carriera di allenatore. Nella stagione 2009-2010 ha guidato la formazione Juniores Nazionali del Pizzighettone. Nell'agosto 2010 diventa il tecnico della formazione Berretti del Pergocrema, iscritta al campionato Berretti. A fine stagione, segue il corso indetto dal settore tecnico della FIGC conseguendo la qualifica di Allenatore Professionista di Seconda Categoria-UEFA A. Il 2 agosto 2011 ottiene la sua prima panchina in una prima squadra venendo nominato tecnico della Colognese, formazione militante in Serie D. Il 27 novembre dello stesso anno si dimette dalla carica, anche a seguito delle controverse vicende societarie che coinvolgono il club bergamasco; richiamato dalla vecchia proprietà, torna in panchina a partire dal gennaio del 2012, per cercare di raggiungere la salvezza: la squadra risale dall'ultimo posto, ma non riesce a evitare i play-out poi persi contro il Seregno. Il successivo 12 giugno viene ufficializzato il suo ingaggio come allenatore del Ponte San Pietro, ancora nella massima categoria dilettantistica. Il 10 dicembre 2012, intanto, inizia a frequentare a Coverciano il corso di abilitazione per il master di allenatori professionisti Prima Categoria-UEFA Pro. Il 7 giugno 2013 prende la guida la formazione Allievi dell'Atalanta. Il 4 marzo 2015 viene nominato vice di Edoardo Reja nella prima squadra orobica; nella stagione 2015-2016 rimane nello staff di Reja come collaboratore tecnico. Il 7 ottobre 2016 viene ingaggiato dal Crema come allenatore della prima squadra. A fine stagione, grazie alla vittoria del campionato lombardo di Eccellenza conquista la promozione in Serie D, categoria da cui i nerobianchi mancavano da 22 anni. Il 12 dicembre 2017 rassegna le dimissioni per motivi personali. L'8 dicembre 2018 torna su una panchina di Serie D, subentrando a stagione in corso alla guida del Ciserano; la sua permanenza nel club bergamasco dura tuttavia solo pochi mesi, dimettendosi il 17 marzo 2019. Pochi mesi dopo torna a lavorare con Reja, il quale lo chiama nel ruolo di suo vice sulla panchina della nazionale albanese. Il 2 marzo 2023 segue il tecnico friulano al Gorica, squadra ultima in classifica nel campionato di massima serie slovena; il successivo 17 aprile la società, ancora sul fondo della graduatoria, interrompe consensualmente il rapporto con l'allenatore e il suo staff. Nel marzo 2024 entra a far parte dello staff tecnico dell'Ascoli, assumendo il ruolo di vice del neoallenatore Massimo Carrera, con cui aveva giocato insieme ai tempi della Juventus. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1994-1995, 1996-1997 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Supercoppa italiana: 2 - Juventus: 1995, 1997 Coppa di Scozia: 2 - Rangers: 1997-1998, 1999-2000 Campionato scozzese: 2 - Rangers: 1998-1999, 1999-2000 Coppa di Lega scozzese: 1 - Rangers: 1998-1999 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Allenatore Club Competizioni regionali Eccellenza: 1 - Crema: 2016-2017 (girone B lombardo)
  15. MASSIMILIANO NOTARI Bisognerebbe vestirli i suoi panni per capire bene – sostiene Andrea Aloi sul “Guerin Sportivo” dell’11-17 dicembre 2001 –. Leggere in controluce l’allegria un filo nervosa, gli auto-attestati di spirito pratico e distinguerci i segni di una frenata secca. Righe scure sulla strada che sembrava dritta invece piega in curva. Massimiliano Notari nel ‘93-94 era schizzato a ventuno anni dal Saronno in Interregionale alla Juventus, un anno dopo Torricelli della Caratese. Stesse lande, Moreno di Erba, lui di Como, stessa scommessa della grande Casa sul perfetto difensore venuto dal nulla. Chi sa mai, quel metro e novanta. Bilancio: sei presenze da libero, cinque partite intere e un subentro, non schegge, perché Trapattoni non ha mai fatto gentili cadeaux. Oggi che gli anni sono ventinove, gioca nella Guanzatese, girone B dei Dilettanti, praticamente a casa, per colpa – anche – di un ginocchio destro rimasto in panne. E cause, effetti, righe scure precipitano in parole piombate. «Alla fine del campionato con la Juve mi hanno mandato in prestito all’Acireale in B. Era cambiata la società, come amministratore delegato era venuto Giraudo ed essendo io uomo di Trapattoni e Boniperti non rientravo nei piani di Moggi. Avessero puntato su di me, mi avrebbero dato a una società di B che puntava a salire in A: è diverso giocare per non retrocedere e giocare per vincere. Se sei un giocatore tecnico, in una squadra di qualità ti metti più in mostra. A ogni modo il ‘94-95 con Silipo, che ci metteva a zona, è stato un gran campionato, nonostante la retrocessione in C1. I dirigenti erano contentissimi e mi avevano sponsorizzato per l’Avellino, appena promosso in B». Dal Delle Alpi al “Tupparello” di Acireale. Se si deve, si fa. Notari passa a uomo nella Pistoiese ‘95-96, con Campolo e Pergolizzi, in panchina Clagluna e poi Vitali. Retrocesso di nuovo, ma i segni della frenata risalgono a qualche mese prima. «Alla 22ª mi sono infortunato in casa, contro il Perugia. Io mi ricordo una brutta entrata, l’assicurazione dice che il ginocchio si è rovinato non per un trauma, ma per usura. Intanto si era gonfiato. Dalle visite risultò un buchino nel condilo-femorale, poco alla volta si creò un baffetto nel menisco. Avevo un altro anno di contratto con la Juve e ci tornai. Non riuscivo a guarire. Per fortuna ho incrociato Aldo Esposito, l’attuale fisioterapista della Juve, che mi ha seguito tanto, e soprattutto Roberto Morosi, fisioterapista del Milan. Ci sono stati momenti che veniva con me in piscina tutte le mattine. Quando stai fermo un anno intero ti fai delle ragioni, però se cominci a ventiquattro anni coi guai è sicuro che vengono fuori problemi psicologici». Qui cominci e non vedi la fine, Massimiliano: «Visto che non miglioravo sono andato per i cavoli miei dal professor Martens, in Olanda, quello di Van Basten. Mi ha operato e rimesso in sesto, nel ‘97-98 quattordici partite con la Triestina in C2 le ho giocate. Così. Dalle stelle alle stalle in un minuto. Un conto è un presidente umano, che crede in te e ha voglia di aspettare, altrimenti non ti cagano più. Mi ha aiutato tanto avere una famiglia salda, papà Fulvio e mamma Lella. Il calcio è questo. Mio fratello Mattia, che ha ventidue anni e gioca in C2 a Novara, a inizio stagione doveva essere il vice- capitano e l’hanno lasciato fuori due mesi. Adesso va forte». Cosa manca fra Triestina e Guanzatese? «Con la Triestina mi sono lasciato male, mi rinnovavano il contratto solo se salivano in C1. Per altri sei mesi non ho fatto niente, avevo richieste dal Sud e le ho lasciate perdere. Poi mi sono preso due o tre rivincite. Nel gennaio del ‘99 mi ha preso l’Alzano e siamo saliti dalla C1 alla B, eravamo un bellissimo gruppo, col centravanti Ferrari, con Madonna. E cacchio, stavo talmente bene che non ho curato abbastanza la parte muscolare, saltavo senza starci attento. Un altro anno fermo. La stagione passata ero alla Guanzatese, ho vinto il campionato d’Eccellenza e quest’anno sono nei Dilettanti. Eravamo partiti per salvarci, siamo davanti». Il ruzzolo all’incontrario si è fermato. Notari è ragioniere, con la partita doppia non va a nozze, ma il dare e l’avere gli vengono facili. «Guadagno bene, come un direttore di banca o giù di lì e sono uno dei pochi. In proporzione a quello che avrei potuto prendere in B sono cifre irrisorie. Diciamo che ho fatto risparmiare quattro o cinque miliardi al calcio italiano». Oratorio, settore giovanile del Como percorso per intero dagli undici ai diciotto anni, una stagione con l’Oggiono in Promozione e due a Saronno nei Dilettanti. La partenza era stata decisa, il decollo normale, l’occasione favolosa. «Da bambino stavo a centrocampo, poi mi sono trovato arretrato di qualche metro, difendere mi è sempre piaciuto. Già non avevo problemi perché mio padre ha uno studio di disegni per tessuti, in più a Saronno guadagnavo due milioni al mese». Difensore fisico coi piedi buoni, da piazzare al centro. Discreto di testa, non veloce, ma con senso della posizione: un regista del reparto arretrato da tenere d’occhio. «Mi seguivano squadre di C, quell’anno pescarono Vanoli dal Corsico, Maltagliati dalla Solbiatese, c’era stata la storia di Torricelli e il suo procuratore era venuto a vedermi. Ero conveniente, in Interregionale il parametro massimo è molto inferiore a quello di C e al termine della stagione provai dieci giorni a Torino con Trapattoni. Pensavo mi girassero in prestito: mi portarono in ritiro. Sono belle sensazioni. Lontane ma belle. Io poi, juventino dalla nascita. Te ne accorgi dopo, quando sei lì non riesci a essere lucido, ti sembra una cosa irreale». Insieme a Notari, classe ‘72, la Juve del ‘93-94 mette alla prova altri difensori giovani, il libero Francesco Baldini, prelevato dalla Lucchese, e il terzino- mediano Gianluca Francesconi, chiamato dalla Reggiana. Destino in azione: Francesco in tutta la stagione subentrerà tre volte, Gianluca giocherà una partita ed entrerà a lavori in corso in tre occasioni. Massimiliano tra la l4ª e la 21ª si farà cinque match pieni. Eppure dei tre la meteora sarà lui. «Trapattoni adoperava il libero e in quel ruolo non puoi subentrare, o giochi dall’inizio o non giochi. Ero la riserva di Julio Cesar e di Carrera. Ha rischiato la prima volta e, visto che andava, ha continuato a rischiare». Contro Napoli, Piacenza, Roma, Samp e Foggia un gol soltanto al passivo: score per nulla sorprendente con una Juventus farcita di ottima crema, da Conte a Dino e Robi Baggio, da Kohler a Di Livio, Vialli, Marocchi, comunque pestare la cacchina in A è un attimo. Massimiliano la sfanga. «Si ricordi pure Andrea Fortunato, uno dei miei migliori amici, avevamo fatto la trafila insieme nelle giovanili del Como. Era bello stare dentro quella cosa, non vedevo l’ora di andare agli allenamenti. Da giovani, un anno con questi campioni ne vale cinque in situazioni diverse. Osservando, lavorandoci insieme, riesci a carpire segreti che nessun altro ti può insegnare. Come curare l’avversario, che distanza tenere. Möller, ad esempio, potevi solo anticiparlo, se ti puntava era un casino. E Baggio che batte le punizioni, indescrivibile. Del Piero, che faceva vedere di che stoffa era fatto. Uno nasce fuoriclasse». L’ultima scena bianconera è un secondo posto dietro al Milan, masticato con disagio da una Juve senza scudetto dall’86. Si cambia, via Trap per Lippi eccetera. «Se una grossa società ti fomenta l’interesse attorno, vengono dieci osservatori a vederti. È normale, non si può puntare su tutti, ci vuole fortuna e qualcuno che ti segnali. Poi quando firmi un contratto importante ti devono dare a una squadra che possa pagarti». Notari non è un ragazzo col portafogli vuoto, la sua è ostinazione profumata di stizza: «Ho le cause in corso per i soldi delle mie assicurazioni. Dicono che per il ginocchio si tratta di usura. E no, è un trauma. Da un miliardo vogliono darmi cinquanta milioni. Ma come? Potevo farmi dieci anni di B da trecento-seicento milioni l’anno e invece sono stato disoccupato tre anni e gioco in Interregionale. Ha presente Torbidoni, ex terzino della Roma? Ha smesso a ventuno anni e ha vinto la causa: aveva problemi di cartilagine e gli hanno riconosciuto il trauma. Sta aspettando l’appello, intanto fa il barista a Roma a un milione e quattro al mese. Aspetto anch’io. Un giorno sì e un giorno no chiamo il mio avvocato». Impressione: Massimiliano si aggrappa al motivo finanziario con una certa rabbia perché è l’unico risarcimento che il calcio può ancora dargli. E lo sente. «La gente si chiede: Notari sarà buono o no? Sto bene, sto bene, tengo pompata la gamba, coi muscoli a posto. Le ambizioni sono tramontate a livello di B e anche di C, e dire che il calcio di oggi è meno qualitativo sul piano tecnico e per me sarebbe un vantaggio. Ma in C il posto manca, puntano sui giovani. Spero di giocare fino a trentacinque-trentasei anni. Se venisse fuori qualcosa di economicamente importante qui in zona Como, ci starei». A Pistoia Notari aveva aperto un punto internet, si era buttato in Borsa ed era andata bene: «Ho rischiato denaro mio, non ho la stoffa del broker, serve un bel pelo sullo stomaco». Ora si è lanciato con un amico in un’altra avventura: «Ho investito in una discoteca qui a Como, l’Extreme. È la classica città provinciale, un po’ di movimento ci vuole. In prima fila rimane il calcio. Ho fatto l’allenatore in campo, nel futuro chi lo sa». In un’istantanea (mai nome fu più adatto) dell’anno juventino, Massimiliano corre coi capelli biondi appiccicati alla fronte dal sudore. È da solo sul “quadro” a sfondo verde. «Nei momenti difficili ho avuto vicino mio padre, mia madre e Daniela. Era la mia fidanzata ma è finito tutto, per colpa mia. Quando hai il chiodo fisso del calcio diventi egoista, pensi solo a quello. Io non riuscivo più a dormire». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/massimiliano-notari.html
  16. MASSIMILIANO NOTARI https://it.wikipedia.org/wiki/Massimiliano_Notari Nazione: Italia Luogo di nascita: Como Data di nascita: 14.02.1972 Ruolo: Difensore Altezza: 191 cm Peso: 82 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1993 al 1994 e dal 1996-1997 Esordio: 05.12.1993 - Serie A - Juventus-Napoli 1-0 Ultima partita: 20.03.1994 - Serie A - Juventus-Parma 4-0 6 presenze - 0 reti 1 scudetto 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Massimiliano Notari (Como, 14 febbraio 1972) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Massimiliano Notari Notari (in piedi, terzo da destra) alla Juventus nel 1994 Nazionalità Italia Altezza 191 cm Peso 82 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 2003 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Como 19??-19?? Oggiono Squadre di club 1991-1993 Saronno 60 (1) 1993-1994 Juventus 6 (0) 1994-1995 → Acireale 34 (1) 1995-1996 → Pistoiese 24 (0) 1996-1997 Juventus 0 (0) 1997-1998 Triestina 14 (0) 1998-1999 Alzano Virescit 4 (0) 2000-2002 Guanzatese 66 (7) 2002-2003 Seregno 4 (0) 2003-2004 Olginatese 26 (4) Carriera da allenatore 2000-2002 Guanzatese 6-10 anni 2004-2006 Olginatese 2006-2008 Corsico Carriera Dopo aver militato per 7 anni nelle giovanili del Como, a 18 anni passa all'Oggiono, riuscendo anche a conseguire il diploma di ragioneria. È fratello del calciatore Mattia Notari. Nel 1991 gioca nel Saronno nel Campionato Nazionale Dilettanti, dove rimane per due stagioni. Nel 1993 passa alla Juventus, con cui esordisce in Serie A il 6 dicembre 1993 contro il Napoli, sostituendo lo squalificato Torricelli. Dopo 6 partite nella massima serie con i bianconeri, nel 1994 passa in prestito all'Acireale (Serie B) e nel 1995 alla Pistoiese (sempre in Serie B) per poi tornare a Torino nel 1996, ma non disputa alcuna partita con la Juventus a causa di problemi alla cartilagine del ginocchio destro per un infortunio subito a Pistoia. Nel 1997 scade il contratto con la Juventus e Notari firma con la Triestina, in Serie C1, che lo prende a parametro zero. A fine stagione però il contratto non gli viene rinnovato. In estate si allena quindi a Coverciano insieme agli altri calciatori senza contratto, conseguendo anche il patentino di allenatore, e poi al Piacenza, prima di essere ingaggiato nel mese di gennaio del 1998 dall'Alzano Virescit, con cui però gioca solo in 4 occasioni, a causa dei postumi dell'infortunio al ginocchio. Nell'estate del 1999, giocando a calcetto subisce un infortunio alla caviglia e nuovamente al ginocchio destro, non riuscendo così a trovare un club che lo metta sotto contratto. Nel 2000 accetta di giocare in Eccellenza con la Guanzatese, conquistando la promozione nella Serie D 2001-2002. A Guanzate, dove allena anche i bambini da 6 a 10 anni, ritrova continuità, disputando quasi tutte le partite della propria squadra. Nel 2002 passa al Seregno (Serie D) ma un altro infortunio alla cartilagine, stavolta al ginocchio sinistro, lo ferma nuovamente. Dopo una stagione con l'Olginatese decide di terminare con il calcio giocato e intraprendere la carriera di allenatore con l'Olginatese stessa. Nel 2006 allena il Corsico. Successivamente lavora come osservatore per l'AS Monaco. Il 20 maggio 2021 viene annunciato dal Parma come nuovo responsabile dell'area scouting, con incarico a partire dal 1º giugno. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1996-1997 Campionato italiano Serie C1: 1 - Alzano Virescit: 1998-1999 (girone A) Competizioni Internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996
  17. La solita polizia nazista di PutinRutte. Non hanno sciolto i cani stavolta per azzannare i cittadini? E poi si domandano perché gli olandesi non considerano piú i poliziotti come i loro "migliori amici" come negli anni '80-'90.
  18. ANDREA FORTUNATO «Speriamo che in paradiso ci sia una squadra di calcio, così che tu possa continuare a essere felice correndo dietro a un pallone. Onore a te, fratello Andrea Fortunato». Gianluca Vialli. Sono passati tanti anni, ma fa ancora tanto male ricordare la storia di Andrea Fortunato. Nasce a Salerno il 26 luglio 1971 e intraprende presto la strada dello sport, sull’esempio del fratello maggiore Candido, cimentandosi con il nuoto e la pallanuoto. Il calcio, per adesso, è solo un divertimento dei mesi estivi. Ma galeotta sarà una di quelle estati salernitane, perché viene notato da Alberto Massa, tecnico e talent scout, che lo convince a seguirlo nella Giovane Salerno, squadra dilettantistica; Andrea accetta e, nemmeno tredicenne, insieme con altri giovanissimi talenti, va in giro per l’Italia a fare provini per squadre come Torino, Cesena, Empoli, Napoli e Como. A Sandro Vitali, direttore sportivo del Como e al tecnico della Primavera lariana, Angelo Massola, non sfuggono le grandi potenzialità di Andrea e lo ingaggiano, convinti di farne un grande centravanti. La svolta avviene, quando il tecnico della squadra Allievi, Giorgio Rustignoli, lo trasforma dapprima in centrocampista di sinistra, poi in difensore, sempre sulla fascia mancina. Andrea segue tutta la trafila nelle giovanili e debutta in prima squadra, in Serie B, il 22 ottobre del 1989, a Pescara. A fine stagione colleziona sedici presenze nella serie cadetta, oltre a un diploma di ragioniere che aveva sempre inseguito: «I miei genitori, che non mi hanno mai ostacolato nelle scelte, quando partii per Como, mi chiesero semplicemente di non trascurare gli studi. Promisi e, naturalmente, mantenni». Diventa presto una colonna del Como di Bersellini, ed è un protagonista assoluto nel campionato ‘90-91, in C1, con la squadra lariana che manca la promozione, perdendo lo spareggio contro il Venezia. Roberto Boninsegna, selezionatore dell’Under 21, lo convoca immediatamente e tutta la Serie A si accorge di lui. Per quattro miliardi Aldo Spinelli se lo porta a Genova, ma la prospettiva è di una lunga coda dietro il brasiliano Branco, titolare della cattedra di terzino sinistro. Quello tra Fortunato e il Genoa non è amore a prima vista. Un litigio con Maddè, il braccio destro di Bagnoli, costa al ragazzo di Salerno l’esilio novembrino a Pisa. «Io non so se Bagnoli non credesse in me – confida un giorno Andrea – ma forse ho pagato quella nomea di arrogante, di testa calda, che qualcuno ha costruito su di me. Comunque devono mangiare sassi prima di scalzarmi». Testardo, ambizioso ma pure generoso («In campo darei l’anima anche per mille lire»), Fortunato sa risalire la corrente al suo rientro dal “confino”. Bagnoli e Maddè del resto sono stati risucchiati dall’Inter, Giorgi diviene subito suo sponsor, a mettersi in coda per la cattedra di terzino sinistro stavolta tocca a Branco. Campionato eccellente, questo del debutto in Serie A, con 33 presenze e 3 gol, l’ultimo segnato al Milan. Lui e il collega di reparto Panucci stuzzicano gli appetiti della Juve che vorrebbe acquistarli in blocco. Si dice che Spinelli avesse deciso di privarsi del solo Panucci (che nel frattempo aveva scelto di puntare sul Milan) ma, almeno così narrano le leggende metropolitane, Fortunato riesce ad ottenere disco verde per la fuga, approfittando dello “stato di bisogno” del suo presidente. Dopo una trasferta a Pescara, con il Genoa arenato in acque pericolose, Spinelli gli sussurra: «Andrea, aiutami a salvare la squadra e ti lascerò andare». La Juventus è nel suo futuro, lo stesso Andrea non nega: «Arriva un giornalista e mi domanda se mi piacerebbe giocare nella Juventus. Ed io cosa dovrei rispondergli, che mi fa schifo? Figuriamoci, io da ragazzino per i colori bianconeri stravedevo, e anche se sono diventato un calciatore professionista, certi amori ti restano nel cuore». Nell’estate del 1993 firma il contratto che lo lega al sodalizio bianconero e, per tutti gli addetti ai lavori, Andrea è destinato a diventare il miglior terzino sinistro italiano, raccogliendo l’eredità di Antonio Cabrini, non solo sul campo, ma anche nel cuore delle tifose bianconere: «Mi fa arrabbiare questo paragone con Cabrini, lui è stato il più forte terzino del mondo, vi sembra una cosa logica? A me no; prima di raggiungere i suoi livelli, se mai ci riuscirò, ci vorrà tanto tempo». La sua avventura a corte della Vecchia Signora incomincia nel migliore dei modi: precampionato ad altissimo livello, debutto in Nazionale a Tallinn, il 22 settembre contro l’Estonia. «Prometto sempre il massimo dell’impegno per la maglia. Darò sempre tutto me stesso e alla fine uscirò dal campo a testa alta, per non essermi risparmiato». È una corsa verso la gloria apparentemente inarrestabile e invece Andrea rallenta, nella primavera del 1994. Si pensa che sia appagato: ha raggiunto la fama e il successo in poco tempo, è arrivato alla Juventus, il massimo per ogni giocatore, e ha perso il senso della modestia. Durante le ultime faticosissime partite, Andrea è accolto da fischi, da cori di scherno. Un giorno, alla fine di un allenamento, un tifoso juventino arriva a mollargli un ceffone, tanto per ricordargli la sua condizione di privilegiato e per fargli ritrovare la strada smarrita del sacrificio. È l’inizio del calvario. Si trova presto una spiegazione a quel vuoto dentro, purtroppo, così come per quella febbre persistente che si insinua nel suo organismo, provocandogli un continuo senso di spossatezza. Andrea si fa visitare, ma tutto sembra normale, il suo rendimento, però, continua a peggiorare. Il 20 maggio del 1994 Andrea è ricoverato in isolamento, presso la Divisione Universitaria di Ematologia delle Molinette di Torino. Dopo successivi esami medici, il risultato è agghiacciante: leucemia acuta linfoide! «Può farcela – dicono i medici – Andrea è giovane, la sua tempra robusta lo aiuterà». Ma l’ottimismo di facciata è una pietosa bugia. Gli specialisti sanno bene che solo un trapianto con un donatore compatibile potrà restituire la vita a quel ragazzo coraggioso, assistito dalla fidanzata, Lara, e da mamma Lucia e papà Giuseppe, che è cardiologo all’ospedale di Salerno e che ha l’immediata percezione del dramma. Tre settimane di terapia intensiva. Un netto miglioramento, valori verso la normalità. L’organismo combatte, i globuli bianchi in eccesso spariscono, tecnicamente si parla di remissione completa della malattia. EMANUELE GAMBA, “GUERIN SPORTIVO” DEL 29 GIUGNO – 5 LUGLIO 1994 È passato giusto un mese, un mese di tormenti, da quando Andrea Fortunato è entrato all’ospedale Molinette, ha ricevuto la notizia più terribile della sua vita, è stato rinchiuso in una camera asettica a combattere contro la malattia più perfida del mondo, quel male che ti sorprende senza avvisarti, che ti coglie alle spalle e ti frega sul tempo: la leucemia. Andrea è ancora lì, con i capelli rapati quasi a zero, con un grembiule a coprire quel corpo che sta lottando; e non siamo neanche al primo tempo, non c’è ancora l’intervallo, non è finita. Un mese fa. Fortunato ha cominciato la chemioterapia. Un sistema molto moderno, inventato dai tedeschi e subito adottato dal professor Alessandro Pileri, primario del reparto di immunologia delle Molinette: «Al momento, non è stata scoperta una cura migliore. In questo campo, la ricerca è avanzatissima. Fortunato può disporre dell’alleato più forte che ci sia». Ma, dopo appena un mese, è ancora presto per sapere se il terzino della Juve ce la farà e quando ce la farà. Sabato 18 giugno ha smesso con la chemio: oggi nel suo sangue non ci sono più globuli bianchi, sono stati azzerati per evitare che la leucemia li trasformasse in particelle assassine. È il periodo più difficile, questo: l’isolamento è ormai rigidissimo, perché il corpo di Andrea non dispone più di difese immunitarie, è una porta spalancata a ogni malattia, un raffreddore può trasformarsi in una polmonite. Per questo i germi devono stare fuori da quella stanza, che è il nuovo campo di gioco di Fortunato. Almeno, lui lo vede così: «Sto imparando a prendere a calci questa maledetta leucemia», fu la prima frase che disse. Mai come quella volta il calcio è stato metafora di vita azzeccata, non retorica. Vera. Da quel momento, su Fortunato è calato un ossequioso e logico silenzio, appena scalfito da qualche dichiarazione rassicurante («Aspettatemi, tornerò»), oppure dalla telefonata in diretta all’ultima convention estiva della Juventus, al Comunale di Torino: «Mi sto facendo un po’ di ferie. Non approfittate della mia assenza, mi raccomando». Ma da quel bunker è filtrata soprattutto la grande forza di reazione del paziente-calciatore, di un uomo accusato dai suoi tifosi di essere un lavativo. «In malattie come queste, la solidità di carattere e la voglia di lottare possono contribuire in maniera determinante all’evoluzione positiva della malattia» hanno spiegato i medici. Aggiungendo che Fortunato ha reagito alla grande: da atleta, da uomo. Adesso bisogna aspettare ancora. Una decina di giorni almeno, cioè il tempo necessario perché nell’organismo di Fortunato comincino a riformarsi i globuli bianchi. La «fabbrica» è il midollo spinale, bisogna vedere la qualità di ciò che produrrà. Se i nuovi globuli non saranno ancora sani, esiste la possibilità del trapianto di midollo, esiste la possibilità che Giancarlo Marocchi e Lorenzo Minotti scendano direttamente in campo, essendo loro volontari dell’Admo, l’associazione dei donatori di midollo presieduta da Rita Levi Montalcini. «Tifo per Andrea» ha detto Marocchi, «tifo perché non ci sia bisogno del trapianto. E tifo per due vittorie: quella contro la malattia e quella contro l’indifferenza. Sono sicuro che la sofferenza del mio compagno avrà un risvolto positivo, perché convincerà tanta gente a iscriversi all’Admo. A cominciare da noi calciatori: prima, nessuno aveva mai voluto fare nulla». Dieci giorni, dunque, da trascorrere in apnea, in attesa di notizie. Anche perché la famiglia Fortunato (il papà di Andrea è un cardiologo) ha chiesto ai medici silenzio e riservatezza sulla vicenda. Ma presto arriverà il primo bollettino. Come la comunicazione di un risultato: chissà se Andrea sta vincendo, alla fine del primo tempo? 〰.〰.〰 «Voglio farcela, voglio vincere questa guerra terribile», dichiara il giocatore. Ma la battaglia è ancora lunga. I medici non riescono a reperire, in tutto il mondo, un donatore compatibile per il trapianto. Sono solo tre i potenziali donatori, ma tutti troppo lontani. Così il 9 luglio si tenta un’altra strada. Fortunato è trasferito a Perugia, al Centro Trapianti diretto dal dottor Andrea Aversa e dal professor Massimo Martelli. Sono passate sette settimane. Nel giorno del suo 23° compleanno, il 26 luglio, gli vengono infuse le cellule sane della sorella Paola, opportunamente “lavorate”. Poi seguono altri due innesti. Ci vorranno un paio di settimane per avere certezza che il midollo si sia spontaneamente rigenerato. L’11 agosto si annuncia come un’altra data importante: Fortunato è trasferito in un reparto pre-sterile. Combatte, fino a quando le forze lo sorreggono. Parla al telefono con i compagni, può leggere qualche giornale “sterilizzato”, segue la sua Juve in TV. Andrea si è ormai reso conto che la battaglia è più dura del previsto, però scova insospettabili forze. Poi, dopo Ferragosto, il primo crollo. Il suo organismo non ha assorbito le cellule della sorella Paola. Il rigetto fa ripiombare Andrea nella disperazione. Si tenta ancora, si spera in un altro miracolo. Papà Giuseppe prova a donargli le cellule del suo midollo. Ad Andrea inizialmente non lo dicono, si parla di normali terapie. Eppure la seconda infusione sembra miracolosamente attecchire, anche se preoccupa una febbre persistente. Il fisico reagisce bene, Fortunato torna in un reparto “normale”, può perfino iniziare una riabilitazione in palestra. Il 14 ottobre lascia la camera di ospedale. I compagni (Ravanelli, Vialli e Baggio, su tutti) lo incoraggiano, lo tempestano di telefonate: «Ti aspettiamo». L’ottimismo si fa nuovamente strada. Andrea esce dall’ospedale, si ricongiunge, addirittura, ai compagni di squadra e li segue durante la trasferta a Genova, in occasione di Samp-Juve giocata il 26 febbraio del 1995. È emozionante vederlo sulle tribune dello stadio Marassi, felice come un bambino, a tifare per la sua amata Juventus. Quando tutti cominciano a pensare che stia vincendo la sua battaglia, arriva una maledetta influenza a spezzare il filo della speranza. Il 25 aprile, alle otto di sera, Andrea muore. I compagni di Nazionale apprendono la notizia mentre sono a Vilnius alla vigilia di una partita contro la Lituania. Prima di giocare, si osserva un minuto di silenzio in sua memoria. Poche settimane dopo la Juventus festeggia il suo 23° scudetto; 23 come gli anni di Andrea. MAURIZIO CROSETTI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1995 La sua voce era ferma, tranquilla, appena increspata dalla febbre. Andrea Fortunato voleva raccontare la sua terribile esperienza, la sua fiducia nuova, la sua vita che – lui ne era certo – stava ricominciando. Era la sera del 23 marzo, parlammo al telefono. Avevamo deciso insieme di pubblicare l’intervista sola a guarigione avvenuta, su Repubblica e Hurrà Juventus. Così desiderava Andrea. Ecco il testo di quell’ultimo colloquio. – Undici mesi di malattia: ce li racconti? «È stata una cosa lunga, infinita. Ma di tremendo, a parte i periodi di grande crisi fisica, ci sono stati solamente i primissimi momenti; dopo ho combattuto. Invece, all’inizio è stato diverso; il giorno prima stavi fra i sani, il giorno dopo passi fra i quasi incurabili. Non si può descrivere che cosa si prova». – Come si reagisce? «Ti senti perduto e, nello stesso tempo, diventi curioso, è una sensazione strana. Vuoi sapere ogni cosa della tua malattia, ti interroghi sui sintomi, sulle cause, sulle possibili conseguenze. Sai che non ti diranno tutto, provi a indovinare le bugie, ma poi fingi di crederci, ti convinci che è meglio, altrimenti impazzisci. Quando un medico ti spiega quali sono i sintomi della leucemia ti senti sprofondare; e più parla, più tu capisci che tutto corrisponde, che è davvero il tuo caso. In quel momento il male ti prende in ostaggio; ma tu devi impedirgli di ammazzarti». – Come ci si può riuscire? «Con l’aiuto di Dio e dei medici, ma anche con un pensiero fisso: ce la devo fare. Me lo ripetevo ogni giorno e me lo ripeto ancora; neppure per un istante ho pensato che avrei perso la partita. Lo chiamano atteggiamento positivo, pare sia una mezza medicina». – Vuoi fare ancora il calciatore? «Questo è un pensiero che non mi ha mai abbandonato. Mi sono sentito un atleta anche nei giorni più difficili, quando ero più di là che di qua. Ho lottato con spirito sportivo, si può dire che non mi sono mai tolto la maglia di dosso. Rimetterla davvero, ma non solo; ho chiesto, mi sono informato, mi hanno spiegato che tanti atleti sono tornati all’attività dopo la leucemia. Credo, spero che ci riuscirò». – Come cambia la vita, dopo un’avventura del genere? «Cambia tutto. Ti costruisci una scala di valori nuova. Dai importanza alle cose che valgono davvero. Non te la prendi più per le sciocchezze. E capisci che l’amicizia è la prima cosa: io, per esempio, ho un fratello in più. Si chiama Fabrizio Ravanelli. È stato incredibile, mi ha messo a disposizione una parte della sua vita, non solo la sua famiglia e la sua casa di Perugia. Non si può dire con le parole. Ecco perché il giorno più bello, in questi mesi di malattia, l’ho vissuto quando lui ha segnato cinque gol al Cska, in Coppa: quella sera ho capito davvero che cos’è davvero la felicità. Ed è stato bellissimo vedere Fabrizio esordire in Nazionale proprio a Salerno, la mia città». – Ti sono servite le vittorie bianconere? «Non solo quelle, ma la costante presenza dei compagni e della società. Un’altra famiglia, davvero. Se sono vivo lo devo anche a loro, al loro affetto». – C’è un momento, di questi mesi, che ricordi con particolare intensità? «L’uscita dall’ospedale a Perugia, dopo il secondo trapianto. Non mi sembrava vero. Vedevo diverse tutte le cose, mi parevano straordinarie anche le più insignificanti. Non immaginavo quanto potesse essere meravigliosa anche una semplice passeggiata». – Cosa insegna la malattia? «Che nella vita c’è di peggio di uno stiramento che ti tiene fuori dal campo per due settimane. Che ogni giorno muoiono bambini leucemici senza che nessuno lo sappia e senza che si possa fare nulla. Che in Italia abbiamo i migliori medici del mondo: a Perugia vengono a imparare le nostre tecniche dall’America, da Israele, dalla Francia. Però, le strutture sono quelle che sono, mancano gli spazi, c’è gente in coda da mesi per un trapianto. Bisogna donare il midollo, senza paura, perché questo salva la vita agli altri e dà senso alla tua». – Il tuo sogno? «La leucemia mi ha insegnato a non fare progetti a lunga scadenza e neppure a media. Non per paura, per realismo. La prima volta che programmai il ritorno a Torino, mi alzai la mattina con la febbre. Nulla di grave, per fortuna, ma ci rimasi male. Vivere alla giornata non è una sconfitta, semmai un modo per apprezzare davvero la vita in ogni attimo, in ogni minima sfumatura. È quello che farò». RICCARDO AGRICOLA Caro Andrea, non ti nascondo che quando sei morto, pochi giorni fa, mi hai fatto molto arrabbiare. «E perché mai?», potresti chiedere. Pensaci, Andrea: intanto hai provocato involontariamente in tutti noi un grande dolore, e poi ci hai privato del tuo quotidiano esempio di coraggio nell’affrontare un avversario che, credimi, si è rivelato insuperabile. Un coraggio, sicuramente superiore al mio che pure, se non affettivamente, non ero parte in causa. Vuoi degli esempi? Ti ricordi, allora, quando il professor Pileri ti comunicò, quel maledetto giorno, con tatto ma senza parafrasi, che avevi la leucemia? Ebbene, fui io ad abbassare gli occhi, mentre un brivido mi scorreva nel corpo. Tu, invece, rispondesti senza esitazioni: «Quando si cominciano le terapie?». E ti ricordi ancora quando, ad agosto, ti venni a trovare nel reparto del caro Franco Aversa? Stavi molto male. Ed io, timidamente (perché non sapevo cosa dirti), ti chiesi come ti sentivi. Tu, per incoraggiare me, mi dicesti con un sorriso che proprio bene non stavi, ma che presto sarebbe stato diverso. E poi da quel giorno, altri giorni di speranza, poi di delusione, di speranza ancora, ma tutti affrontati con il grande desiderio di vivere. Addio Andrea, con rabbia: perché se tutti dobbiamo morire, non è comunque giusto morire così. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/andrea-fortunato.html
  19. ANDREA FORTUNATO https://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Fortunato Nazione: Italia Luogo di nascita: Salerno Data di nascita: 26.07.1971 Luogo di morte: Perugia Data di morte: 25.04.1995 Ruolo: Difensore Altezza: 178 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1993 al 1995 Esordio: 29.08.1993 - Serie A - Juventus-Cremonese 1-0 Ultima partita: 24.04.1994 - Serie A - Piacenza-Juventus 0-0 35 presenze - 1 rete 1 scudetto 1 coppa Italia Andrea Fortunato (Salerno, 26 luglio 1971 – Perugia, 25 aprile 1995) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Considerato tra i più promettenti terzini italiani dei primi anni 1990, nel corso della sua breve carriera ebbe tempo di vestire le maglie di Como, Pisa, Genoa e Juventus oltreché della nazionale, prima di morire a ventitré anni per le conseguenze di una leucemia. Andrea Fortunato Fortunato alla Juventus nella stagione 1993-1994 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1995 Carriera Giovanili 1983-1985 Giovane Salerno 1985-1989 Como Squadre di club 1989-1991 Como 43 (0) 1991 Genoa 0 (0) 1991-1992 → Pisa 25 (0) 1992-1993 Genoa 33 (3) 1993-1995 Juventus 35 (1) Nazionale 1993 Italia 1 (0) Biografia Nato da una benestante famiglia della borghesia salernitana, Andrea poté intraprendere la carriera agonistica solo dopo la promessa fatta ai genitori di proseguire gli studi, «perché nel calcio non si sa mai», diplomandosi in ragioneria nell'eventualità di una mancata affermazione come giocatore. Caratteristiche tecniche «Andrea Fortunato era un ragazzo che giocava terzino sinistro. Un ruolo da turbodiesel. Uno che con la maglia numero tre deve andare, palla al piede, dall'altra parte del mondo, superando ogni ostacolo, finché il campo finisce. [...] Fortunato era uno di quelli che ci arrivava spesso, sulla linea di fondo, con la forza della sua gioventù e la bandiera dei suoi lunghi capelli al vento.» (Gabriele Romagnoli, 1995) Fortunato in azione palla al piede, con il Genoa, nel corso dell'annata 1992-1993. Inizialmente utilizzato in gioventù come centrocampista sulla zona sinistra del campo, durante i trascorsi tra gli "Allievi" del Como l'allenatore Rustignoli lo arretrò stabilmente in difesa, sempre sulla medesima fascia. Si espresse al meglio come terzino fluidificante, in quello che divenne il suo ruolo naturale — «sul campo era come se avesse una prateria, che percorreva con volate lunghe», ricordò Giovanni Trapattoni —; ciò nonostante poteva all'occorrenza essere impiegato con profitto anche in altre posizioni della retroguardia quali centrale di difesa o libero, fino ad essere avanzato come mediano a centrocampo. Dal carattere introverso e solo all'apparenza problematico, ma dotato di grande personalità e temperamento sul manto erboso, Claudio Maselli, suo tecnico a Genova, lo definì un «universale» vista l'innata duttilità, mentre per il Trap, che lo volle e lo allenò a Torino, «aveva una carriera promettentissima di fronte [...] Nel ruolo era davvero fra i migliori, non soltanto in Italia ma anche in Europa [...] Aveva tutti i numeri per sfondare». Carriera Club Como, Genoa e Pisa Fortunato al Pisa nella stagione 1991-1992 Mosse i primi passi nel mondo del calcio nella natìa Salerno, tra le file della Giovane Salerno, società dilettantistica in cui era stato introdotto dal suo scopritore, Alberto Massa. All'età di quattordici anni, desideroso di coltivare il sogno di diventare calciatore, accettò l'offerta del Como trasferendosi in Lombardia, fortemente voluto dall'allora direttore sportivo lariano Sandro Vitali. Crebbe così nelle giovanili comasche, militando con le formazioni "Allievi" e "Primavera", e venendo allenato in quest'ultima da Angelo Massola. Rimase nel vivaio lariano fino al 1989, quando affrontò il passaggio nella prima squadra, all'epoca militante in Serie B. Esordì da professionista il 29 ottobre, nel successo casalingo 1-0 sul Cosenza, scendendo poi in campo altre 15 volte in una negativa stagione che ebbe come epilogo la retrocessione dei lombardi in C1. Con l'annata 1990-1991, il nuovo tecnico comasco Eugenio Bersellini decise di dare una maglia da titolare a quel diciannovenne terzino per cui provò subito molta stima e considerazione; Fortunato giocò 27 partite nell'arco di una stagione che vide la squadra lariana sfiorare l'immediato ritorno in serie cadetta, chiudendo il campionato al secondo posto della classifica in coabitazione con il Venezia, e mancando il salto di categoria solo dopo essere usciti sconfitti dallo spareggio di Cesena coi lagunari. Fortunato in rossoblù nell'annata 1992-1993 Le prestazioni offerte a Como attirarono le attenzioni del Genoa di Aldo Spinelli, che nell'estate 1991 lo prelevò per 4 miliardi di lire, portandolo in massima categoria. Il primo impatto del calciatore all'ombra della Lanterna, relegato a rincalzo del più esperto Branco e con soltanto sporadiche apparizioni nelle coppe, fu tuttavia effimero poiché in novembre, dopo una violenta lite con l'allenatore in seconda Sergio Maddè, il tecnico rossoblù Osvaldo Bagnoli decise di spedire il giocatore in prestito al Pisa. Spese quindi il resto della stagione coi toscani del presidentissimo Romeo Anconetani, con cui ritrovò serenità e continuità di rendimento, collezionando 25 presenze in un torneo cadetto concluso dai nerazzurri all'ottava piazza. Nell'annata 1992-1993 tornò quindi in pianta stabile in Liguria. Col tandem Bagnoli-Maddè migrato all'Inter, Fortunato venne ben accolto dal nuovo allenatore Bruno Giorgi il quale gli affidò il ruolo di titolare della fascia sinistra. Con la formazione rossoblù esordì in Serie A e, pur in una stagione tribolata che vide ben tre avvicendamenti sulla panchina genoana, il promettente difensore fu protagonista di un eccellente campionato — mettendosi in luce accanto a un'altra promessa del calcio italiano quale Christian Panucci, con cui legò anche fuori dal campo, andando a comporre una delle migliori coppie di terzini della massima serie. Nell'unica stagione completa trascorsa a Genova mise a referto 33 presenze e 3 reti, fra cui spiccò per importanza quella siglata al Milan il 6 giugno 1993 che, nei minuti conclusivi dell'ultima giornata, valse il definitivo 2-2 e l'annessa salvezza per il grifone. Juventus Nell'estate 1993, richiesto dal tecnico Giovanni Trapattoni, il calciatore passò alla Juventus per 10 miliardi di lire, nell'ambito di un corposo ricambio generazionale che vide arrivare sotto la Mole, tra gli altri, anche Sergio Porrini e un diciottenne Alessandro Del Piero. Giunto alla Vecchia Signora con la pesante etichetta di "erede" di Antonio Cabrini — lui stesso sottolineò come proprio il Bell'Antonio fosse «fra quelli cui mi piacerebbe somigliare» —, impiegò poco tempo per superare gli iniziali problemi dovuti all'impatto con una cosiddetta big. Fortunato alla Juventus nel 1993, in azione sulla fascia. Sotto la guida del Trap divenne immediatamente titolare fisso nella squadra per cui tifava fin da bambino, prendendo parte a 27 partite del campionato 1993-1994 e trovando anche, il 12 dicembre, quella che rimarrà l'unica sua marcatura in maglia bianconera, segnando il gol della bandiera juventino alla Lazio nella trasferta capitolina persa 1-3. L'annata risultò fin lì molto positiva, almeno sul piano personale, per il terzino, il quale tuttavia in primavera incappò in un improvviso e pesante rallentamento fisico: i giornali scrissero di come apparisse «stanco, irriconoscibile in campo, lui che è sempre stato un concentrato esplosivo di energia; fatica a recuperare, è tormentato da una febbriciattola allarmante». La cosa risultò per molto tempo inspiegabile — causandogli anche frizioni con gli ultras dell'undici piemontese i quali, dopo la sopravvenuta eliminazione dalla Coppa UEFA, presero di mira soprattutto lui, accusato «di dolce vita [...] di non correre molto, di non mettercela tutta [...] di essere un lavativo. Soprattutto, di essere un malato immaginario». Fortunato (a destra) in una pausa d'allenamento con l'altro juventino Antonio Conte La situazione precipitò il 20 maggio 1994, al termine di un campionato chiuso dalla Juventus al secondo posto, quando, nel corso di un'amichevole col Tortona, Fortunato fu costretto ad abbandonare il campo all'intervallo con le parole: «mi sento sfinito». Fu a questo punto che Riccardo Agricola, medico sociale del club, decise di sottoporre il giocatore a una serie di analisi più approfondite presso l'ospedale Molinette di Torino. La malattia «...speriamo che in paradiso ci sia una squadra di calcio, così che tu possa continuare a essere felice correndo dietro a un pallone. Onore a te, fratello Andrea Fortunato.» (Gianluca Vialli, 1995) L'esito dei controlli fu il peggiore possibile: a Fortunato fu diagnosticata una forma di leucemia linfoide acuta. Lo spogliatoio e la tifoseria si strinsero attorno al giovane terzino, e proprio dai gruppi organizzati bianconeri giunsero le scuse per quanto riservatogli nel periodo in cui le condizioni atletiche del ragazzo erano inspiegabilmente crollate. Non potendo ricevere un trapianto totale di midollo osseo per mancanza di donatori compatibili, nelle settimane seguenti venne trasferito al centro specializzato del policlinico Silvestrini di Perugia dove si tentò un'altra strada, all'epoca ancora in fase sperimentale: oltre a trattamenti di chemioterapia, venne sottoposto a un parziale trapianto di cellule sane opportunamente "lavorate", provenienti dapprima dalla sorella e poi dal padre; è in questo periodo che si rafforzarono i legami con i suoi compagni di squadra Fabrizio Ravanelli, il quale mise a disposizione la sua casa perugina e la vicinanza della sua famiglia, affinché Fortunato potesse seguire più agevolmente le cure, e Gianluca Vialli, in contatto quasi giornaliero con l'amico. Fortunato con indosso la maglia numero tre della Juventus, la stessa già vestita da Antonio Cabrini: predestinato a ripercorrere le gesta e i trionfi del Bell'Antonio, la prematura morte non gli permise di raccoglierne l'eredità. Se le cellule della sorella vennero rigettate, quelle del padre attecchirono aumentando la fiducia riguardo a una totale guarigione, anche grazie ai trattamenti seguenti che ne migliorarono il fisico. Già nell'ottobre 1994 Fortunato riuscì a iniziare la riabilitazione: controllato in regime di day hospital, ricominciò anche con gli allenamenti grazie all'ospitalità della locale formazione del Perugia e, tra l'ottimismo generale, nel febbraio 1995 si recò dapprima nella natìa Salerno a festeggiare la laurea della sorella, e poi a Genova per seguire la trasferta juventina contro la Sampdoria. Ma quando tutto sembrava volgere al meglio, un improvviso abbassamento delle difese immunitarie, causato da una polmonite, lo uccise nel tardo pomeriggio del 25 aprile: «a 23 anni era già il terzino sinistro titolare della Juventus e aveva debuttato in nazionale. Uno di quelli che guardi alla tivù o sui giornali e pensi: "Ha tutto". E anche: "Non gli si può togliere niente". Invece gli si può togliere tutto: prima il gioco, poi la vita». Al funerale, svoltosi il giorno seguente nella cattedrale di Salerno, presenziarono più di cinquemila persone comprese le società di Juventus e Salernitana, oltre a varie personalità del calcio italiano; i calciatori granata portarono la bara di Andrea mentre, durante la funzione, prima Porrini, erede della sua casacca n. 3, e poi il capitano juventino Vialli tennero un commosso discorso di addio, più volte rotto dalle lacrime, allo sfortunato compagno. In concomitanza col rito funebre, la nazionale italiana si trovò a giocare a Vilnius contro la Lituania, con il lutto al braccio, in una sfida risoltasi con una vittoria a lui dedicata da Gianfranco Zola, autore del gol partita. Inserito comunque nella rosa bianconera della stagione 1994-1995, si fregiò postumo di uno scudetto che venne a lui dedicato; Fortunato venne anche ricordato dall'allenatore del Parma, Nevio Scala, dopo la vittoria della Coppa UEFA 1994-1995, conseguita in finale proprio contro il club torinese. Nazionale Fortunato ebbe modo di raccogliere tre convocazioni in nazionale maggiore da parte del commissario tecnico azzurro Arrigo Sacchi, esordendo il 22 settembre 1993 contro l'Estonia, a Tallinn, in una gara valida per le qualificazioni al campionato del mondo 1994. Rimase questa l'unica presenza in maglia azzurra del giocatore, a causa dei sopravvenuti problemi di salute che gli preclusero anche la chiamata alla fase finale del mondiale statunitense. Riconoscimenti postumi Alla sua memoria è stato istituito nel 2009 un riconoscimento eponimo, il Premio nazionale Andrea Fortunato. Al calciatore è stato inoltre dedicato nel 2012 uno speciale annullo filatelico con bollo unico delle Poste Italiane, e nel 2014 la biblioteca e museo sul gioco del calcio di Villa Matarazzo, nel comune di Castellabate. Dallo stesso anno è presente nella natìa Salerno lo Juventus Club "Andrea Fortunato". Palmarès Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1994-1995 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995
  20. GIANLUCA FRANCESCONI «Non ho grilli per la testa. Solo una gran voglia di lavorare» – confessa ad Andrea Ligabue su “Hurrà Juventus” del luglio 1993 –. Concetto che per Gianluca Francesconi, 22 anni a settembre, romano fluidificante di sinistra, è diventato un «gingle». Viso da scugnizzo, sorriso sempreverde, umile alla follia. Note deliziose per qualsiasi allenatore. Trapattoni si sta già fregando le mani. Il cuore ancora giovane, ma impregnato di preziosi ricordi: casacca da titolare della Reggiana e relativa storica promozione in Serie A, soddisfazioni impreziosite da fortunate apparizioni in Nazionale Under 21. Tutto in una volta. Tutto nell’ultima stagione disputata. – Un campionato da protagonista e subito l’ingaggio della Juventus. Un bel colpo... «Impensabile Non dimentico che fino all’anno scorso giocavo nel campionato Primavera. Credevo di non essere nemmeno all’altezza del campionato di Serio B. Figuriamoci se pensavo alla Juventus. Ho veramente bruciato le tappe». – Gli scettici dicono che sei ancora un po` acerbo per la Vecchia Signora... «Io non credo che la Juventus abbia speso tutti quei soldi a vanvera. Credono in me. Lo dimostra il fatto che ho firmato un contratto quinquennale». – Si è sempre detto che, con l’arrivo di Fortunato. Francesconi sarebbe stato «girato» a un altro club di Serie A. Il genoano è arrivato... «Pare invece che alla fine il sottoscritto rimanga alla corte di Trapattoni. Ma non ci sono problemi. Se decidono di mandarmi in giro a fare esperienza, affronterò la nuova avventura con uguale entusiasmo». – A Torino c’è il rischio di sedersi spesso in panchina... «Non mi spaventa. Sono giovane, ho tanto tempo davanti a me per impormi. Se non troverò spazio rimarrò al mio posto senza far polemiche. È esperienza anche questa...». – Cinque anni di contratto significano un bel gruzzolo in banca. Che farà con tutti questi soldi? «Per ora li faccio fruttare tenendoli in banca. Inoltre, quando scendo a Roma dai miei, stacco sempre un assegno e lo do a mia madre. La mia famiglia ha fatto tanto per me e questo è solo un piccolo segno di riconoscimento nei loro confronti». – A braccetto con la Juventus arriva anche il matrimonio. «Sì, a Torino viene pure la mia ragazza. Questo perché voglio vivere una vita tranquilla e serena. E Carin riesce a darmi tutto questo». – Insomma, ogni cosa al suo posto per poter sfondare... «Voglio partire col piede giusto. Niente grilli per la testa: andrò a letto presto e mangerò seguendo le diete che mi consiglieranno. La Juve è una chance troppo grossa per lasciarsela sfuggire...». – Il pregio migliore di Francesconi? «Sono buono, alla mano. Mi gratifica aiutare il prossimo». – E il suo peggior difetto? «Appunto la bontà. C’è sempre qualcuno che se ne approfitta...». – Calcisticamente parlando, quali sono le sue qualità? «Una su tutte: non mollo mai. Inoltre uso indifferentemente sia il piede destro che il sinistro». – Tutti i tecnici sono concordi: Francesconi in un anno è migliorato tantissimo. «Non me ne sono accorto. Davvero! A me sembra di essere il Francesconi di due anni fa. Sono gli altri che mi dicono che ho fatto passi da gigante. Una cosa è certa: sono più sicuro. È inutile negarlo, quando si gioca si acquista sicurezza». – Qual è stata la prima reazione quando hai saputo che la Juventus ti corteggiava? «Una grande emozione. Tanto che per un certo periodo di campionato non sono andato per niente bene. Poi è arrivato il debutto internazionale con l’Under 21 e da lì ho ripreso a giocare bene». – Non c’è un briciolo di preoccupazione, di paura, per questa nuova avventura? «Sinceramente no. Perché se hai paura finisci per non rendere in campo». – Com’è stato il primo impatto con l’ambiente bianconero? «Il massimo. Attenzione però: alla Juventus hai tutto ed è quindi facile uscire dal binario. Devi rimanere modesto se non vuoi fallire». – Hai incontrato Boniperti. Cosa ti ha detto? «Di tagliarmi i capelli». – Baggio vuole la zona. Trapattoni non ci sente. Francesconi cosa preferisce? «Mi trovo bene a zona. Anche perché ho sempre giocato in questo modo; tranne che nella Primavera del Napoli. Ma non sono problemi miei. Sono un professionista e quello che dice il tecnico è legge». – Il ricordo calcistico più bello? «L’esordio in Serie B con la Reggiana. Avevo di fronte Moriero: un inizio davvero niente male. È stata la partita più bella disputata con la casacca granata. Ma non voglio dimenticare anche le apparizioni in Nazionale». – Riuscirà l’anno prossimo la Juve a competere col Milan? «Ho fiducia. La Juve sta puntando sui giovani. Una scelta che a mio parere si rivelerà azzeccata. I tifosi però devono avere pazienza e starci vicini. Il loro apporto è determinante per la nostra evoluzione». – E Francesconi cosa promette ai tifosi? «Arrivo alla Juve per imparare e per dare il massimo. Non li tradirò». 〰.〰.〰 Gianluca non avrà tanta fortuna; la società bianconera punta forte su Fortunato e per lui gli spazi sono pochi: 4 presenze in campionato, di cui solamente una da titolare contro il Piacenza, una in Coppa Italia e 3 da titolare nella Coppa Uefa. Alla fine di quella stagione, è richiesto dal Genoa e la Juventus ne avalla la cessione. «Nel mio ruolo probabilmente ero uno dei giocatori più promettenti. Ero reduce da una stagione straordinaria: la promozione in serie A da protagonista con la Reggiana, convocato fisso con l’Under 21 e con l’Under 23 chiamato in estate per i giochi del Mediterraneo. Proprio a casa di questa competizione, terminata con l’Italia eliminata in semifinale, mi feci solo dieci giorni di vacanza e poi mi ritrovai nel ritiro della Juventus. Ero stanchissimo e questa condizione mi portò a infortunarmi al tendine. Fui costretto a un’operazione che mi fece perdere l’anno. Poi inizia l’era Lippi e con lui arrivano anche i suoi giocatori. Avevo altri quattro anni di contratto. Sarei potuto rimanere, essere una riserva e dire di aver vinto coppe e scudetti. Io ho preferito rimettermi in gioco, avevo voglia di giocare. Essere venduto fu una scelta mia». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/09/gianluca-francesconi.html
  21. GIANLUCA FRANCESCONI https://it.wikipedia.org/wiki/Gianluca_Francesconi Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 10.09.1971 Ruolo: Difensore/Centrocampista Altezza: 185 cm Peso: 74 kg Nazionale Italiano Under-23 Soprannome: - Alla Juventus dal 1993 al 1994 Esordio: 06.10.1993 - Coppa Italia - Juventus-Venezia 1-1 Ultima partita: 13.02.1994 - Serie A - Juventus-Lecce 5-1 8 presenze - 0 reti Gianluca Francesconi (Roma, 10 settembre 1971) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore o centrocampista. Gianluca Francesconi Francesconi con la maglia della Reggiana nella stagione 1991-1992 Nazionalità Italia Altezza 185 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Difensore, centrocampista Termine carriera 2004 Carriera Giovanili Lodigiani Squadre di club 1987-1990 Lodigiani 37 (12) 1990-1991 Napoli 8 (0) 1991-1993 Reggiana 44 (3) 1993-1994 Juventus 8 (0) 1994-1997 Genoa 51 (1) 1997-1998 Pescara 33(0) 1998-1999 Lodigiani 34 (7) 1999-2001 Brescello 46 (5) 2002-2004 Lodigiani 44 (8) Nazionale 1993 Italia U-21 8 (0) 1993 Italia U-23 8 (0) Carriera Nasce calcisticamente nella Lodigiani, squadra con cui giovanissimo debutta tra i professionisti, collezionando 37 presenze fra il 1987 ed il 1990 segnando 12 reti. Nella stagione 1990-1991 viene acquistato dal Napoli con cui esordisce in Serie A. Insieme a Diego Armando Maradona vince una Supercoppa Italiana. Successivamente passa alla Reggiana, con la quale nel 1993 conquista la promozione in Serie A venendo anche premiato come miglior esterno sinistro. Si guadagna la Nazionale Under 21 dove disputa tutte le partite delle qualificazioni agli Europei e successivamente quelle degli azzurri ai Giochi del Mediterraneo del 1993 con la Nazionale Olimpica. Nell'estate dello stesso anno viene acquistato dalla Juventus per 5,8 miliardi di lire. Purtroppo, durante la preparazione estiva, quando Trapattoni aveva pronta la maglia numero 3, Francesconi ha un grave infortunio al tendine d’achille che lo tiene fermo più di cinque mesi (i bianconeri puntavano forte su di lui ritenendolo un possibile erede di Cabrini). Dopo l’infortunio la società andò subito sul mercato per rimpiazzare il giocatore, per cui prese Angelo Di Livio, sacrificando Francesconi anche per non spezzare determinati equilibri. Una volta ristabilitosi, ha dovuto accontentarsi di qualche partita in campionato, in Coppa Italia, e di tre gare dal primo minuto in Coppa UEFA. A quel punto, l’anno successivo, il ragazzo preferisce rescindere consensualmente il contratto per andare a giocare titolare al Genoa in Serie A rinunciando a quattro anni di contratto in bianconero (è stato anche il primo giocatore a firmare un quinquennale alla Juventus). Al Genoa rimane per tre stagioni (la prima in Serie A, in cui colleziona 22 gettoni, e le altre due in Serie B), per un totale di 51 apparizioni ed una rete vincendo il torneo Anglo-Italiano con finale a Wembley con quattro reti di Vincenzo Montella. Nel 1997 approda al Pescara, stagione di Serie B con 23 presenze all'attivo. Poi torna in Serie C vestendo di nuovo la maglia della Lodigiani (34 presenze e 7 reti) e successivamente quella del Brescello (46 presenze 5 reti). Chiude la carriera con un altro ritorno alla Lodigiani, società professionistica in cui è cresciuto calcisticamente con cui mette insieme 44 presenze e 8 reti. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie B: 1 - Reggiana: 1992-1993 Supercoppa italiana: 1 - Napoli: 1990 Competizioni internazionali Coppa Anglo-Italiana: 1 - Genoa: 1995-1996
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