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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. PASQUALE BRUNO https://it.wikipedia.org/wiki/Pasquale_Bruno Nazione: Italia Luogo di nascita: San Donato di Lecce (Lecce) Data di nascita: 19.06.1962 Ruolo: Difensore Altezza: 180 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Under-20 Soprannome: O' Animale Alla Juventus dal 1987 al 1990 Esordio: 27.09.1987 - Serie A - Juventus-Pescara 3-1 Ultima partita: 16.05.1990 - Coppa Uefa - Fiorentina-Juventus 0-0 99 presenze - 1 rete 1 coppa Italia 1 coppa Uefa «Non è stato un violento, ma un esibizionista della violenza.» (Adalberto Bortolotti) Pasquale Bruno (San Donato di Lecce, 19 giugno 1962) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore, ricordato per essere stato uno dei giocatori più duri della storia del calcio italiano. Tra le sue vittorie figurano la Coppa UEFA 1989-1990, conquistata con la Juventus, e due Coppe Italia. Personaggio molto discusso, era soprannominato O' Animale per la sua grinta agonistica — più volte tramutatasi in violenza —, caratteristica che gli fece collezionare in sedici anni di calcio italiano oltre cento ammonizioni, numerosi cartellini rossi e una cinquantina di giornate di squalifica, e per la quale era anche apprezzato dai tifosi, i quali lo incoraggiavano a interventi rudi: in questo senso, durante il periodo granata fu protagonista di un derby contro la Juventus in cui fu espulso e, successivamente, squalificato per otto giornate per il suo impeto dopo il cartellino rosso. Pasquale Bruno Bruno al Torino nella stagione 1992-1993 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2003 Carriera Giovanili 19??-19?? Lecce Squadre di club 1979-1983 Lecce 111 (9) 1983-1987 Como 109 (2) 1987-1990 Juventus 99 (1) 1990-1993 Torino 74 (1) 1993-1994 Fiorentina 19 (0) 1995 Lecce 17 (3) 1995-1997 Hearts 35 (1) 1997-1998 Wigan 1 (0) 2002-2003 Delta San Donato ? (?) Nazionale 1981 Italia U-20 2 (0) 1981 Italia B U-21 1 (?) 1987-1988 Italia Olimpica 2 (0) Biografia Pasquale Bruno è nato a San Donato di Lecce. È sposato con Marcella e ha due figlie: Sandra e Marta. È il suocero di Ernesto Chevantón, legato a sua figlia Sandra. Il soprannome O' Animale fu coniato da Roberto Tricella, suo compagno ai tempi della Juventus, per l'omonimia con Pasquale Barra, killer pentito della camorra tra i cui appellativi c'è proprio O' Nimale, attribuitogli per la ferocia dei suoi delitti. Bruno ha svelato di non aver mai avuto un amico calciatore, nemmeno tra i suoi compagni di squadra, eccezion fatta per Ian Rush. Ha dichiarato più volte di essere diventato ricco e di aver raggiunto la notorietà grazie alla sua cattiveria e costruendo un personaggio su di essa, senza la quale non avrebbe mai potuto — a suo dire — giocare ad alti livelli. Da quando ha terminato la carriera calcistica svolge principalmente la professione di intermediario: è socio, con Jason Ferguson, figlio di Alex, della Elite Sport Group, società di procure sportive a Manchester. Inoltre ha lavorato come commentatore televisivo per TELE+ e nella stagione 2010-2011 per Dahlia TV. Dal 2020 è spesso ospite a Tiki Taka - La repubblica del pallone, programma condotto da Piero Chiambretti su Italia 1. È tifoso del Torino ed è un appassionato di mountain bike. Caratteristiche tecniche Un rude intervento in scivolata di Bruno ai danni di Renato Buso Difensore arcigno e non molto dotato tecnicamente, faceva del gioco duro la sua arma principale. Tuttavia, ingaggiando duelli non sempre regolari con gli attaccanti avversari, sapeva fornire ottime prestazioni come marcatore a uomo. Numerosi furono gli screzi e le liti avute con gli avversari, tra i quali Crippa, Baggio, Ruben Sosa, Vialli, Casiraghi, van Basten, Răducioiu, Maradona, Lerda. Veniva impiegato prevalentemente nel ruolo di terzino, oppure come stopper. Carriera Club Gli esordi al Lecce Un giovane Bruno con la maglia del Lecce Bruno inizia la sua carriera professionistica nel 1979 con la maglia del Lecce, nel campionato di Serie B. Il 30 marzo 1980 realizza la sua prima rete nella partita Lecce-Ternana (2-1). Con i giallorossi partecipa a quattro campionati cadetti, disputando 111 gare e realizzando 9 reti. Nel campionato 1981-1982 marca 6 gol, suo record stagionale. L'arrivo al Como e le prime stagioni in Serie A Nell'estate del 1983 passa al Como, con cui raggiunge il secondo posto nel campionato di Serie B e la sua prima promozione in Serie A, alla prima stagione. Tra i suoi compagni ci sono Annoni e Fusi, che ritroverà poi negli anni 1990 al Torino. Bruno al Como nella stagione 1985-1986 Il 16 settembre 1984 il Como è impegnato, contro i campioni d'Italia della Juventus, nella prima gara di campionato. Bruno fa il suo debutto in Serie A, accompagnato dalla prima espulsione nel massimo campionato. La partita termina 0-0. Il 13 gennaio 1985 Bruno realizza il suo primo gol in Serie A, nella partita Milan-Como, siglando al 40' la rete del definitivo 0-2. Durante il campionato Bruno prende parte a 27 partite e il Como termina all'11º posto. La stagione successiva, a campionato in corso, come allenatore subentra Rino Marchesi, che vorrà Bruno con sé anche alla Juventus due anni dopo. Il Como termina al 9º posto in campionato e nella Coppa Italia giunge sino alle semifinali, dove viene eliminato dalla Sampdoria. Dopo quattro stagioni, 109 presenze in campionato e due reti, nell'estate del 1987 lascia Como per approdare alla Juventus. Le vittorie alla Juventus Nei primi giorni di giugno del 1987 Bruno viene acquistato dalla Juventus. Con i bianconeri, causa un infortunio che gli fa saltare le prime partite, fa il suo debutto ufficiale alla terza gara di campionato, Juventus-Pescara (3-1) del 27 settembre. Al termine del campionato la Juventus sarà sesta, mentre in Coppa Italia verrà eliminata dai concittadini del Torino in semifinale. Bruno alla Juventus a fine anni 1980 Nell'estate del 1988 la Juventus cambia allenatore e sceglie Dino Zoff, che conosce Bruno per averlo convocato da selezionatore della Nazionale olimpica nel 1987. Il terzino affermerà che Zoff è stata la persona da cui ha avuto i migliori insegnamenti e di avere sempre fatto tesoro dei suoi consigli. Il 1º marzo 1989, a Torino, si gioca l'andata dei quarti di finale della Coppa UEFA, che vede affrontarsi Juventus e Napoli; la partita, terminata 2-0, viene sbloccata al 13' da un potente tiro di Bruno da fuori area che supera il portiere partenopeo Giuliani. Questa sarà l'unica rete di Bruno in bianconero in 99 gare, di cui 67 di campionato. Tuttavia, nonostante il vantaggio dell'andata, la Juventus verrà eliminata subendo un 3-0 (dopo i tempi supplementari) nella gara di ritorno al San Paolo. Il 28 maggio 1989 si gioca Juventus-Fiorentina — trentesima giornata del campionato, che i bianconeri termineranno al quarto posto — e Bruno deve marcare Roberto Baggio. Al 73' vengono espulsi entrambi, il primo per una scorrettezza mentre il pallone era lontano, il secondo per un fallo di reazione. A causa di questa lite, continuata anche negli spogliatoi, entrambi sconteranno due giornate di squalifica e proseguiranno la loro inimicizia: Baggio considerava il gioco di Bruno troppo duro, mentre secondo il difensore, il fantasista era un cascatore. Bruno stringe in mano la Coppa UEFA vinta in bianconero nella stagione 1989-1990, mentre festeggia negli spogliatoi con i compagni di squadra Oleksandr Zavarov (al centro) e Dario Bonetti (a destra). Nell'ultima stagione in bianconero Bruno vince la Coppa Italia e la Coppa UEFA. La sua ultima partita è Fiorentina-Juventus (0-0), finale di ritorno della UEFA, disputatasi il 16 maggio 1990 al Partenio di Avellino, gara in cui viene anche espulso. L'affermazione al Torino «Io non sputo nel piatto dove ho mangiato: la Juve mi ha dato il successo, i soldi e la possibilità di conoscere alcuni grandi personaggi come l'Avvocato Agnelli e Boniperti. Quella maglia granata, però, mi è rimasta addosso per sempre.» (Pasquale Bruno, 2013) Una volta svincolatosi dalla Juventus, Pasquale Bruno si accorda coi concittadini del Torino. La trattativa tra la società granata e il terzino — svoltasi durante il mese di giugno e sponsorizzata dal nuovo tecnico Mondonico, già suo allenatore ai tempi del Como, con il quale non mancheranno le polemiche — è contestata da molti tifosi, il cui ostracismo deriva dal recente passato del difensore tra le file dei rivali bianconeri. Ma a distanza di pochi mesi Bruno diventerà il loro idolo nonché un leader della squadra. Esordisce il 5 settembre 1990 nella partita di Coppa Italia Verona-Torino (0-4). Quattro giorni dopo debutta anche in campionato, allo Stadio delle Alpi, contro la Lazio e viene espulso per una gomitata rifilata a Ruben Sosa, che — secondo quanto riportato dallo stesso Bruno — gli avrebbe sputato. Il Torino si piazzerà al quinto posto in campionato e nel mese di giugno vincerà la Mitropa Cup. La grande rabbia di Bruno, placata a stento dai membri della panchina granata, dopo l'espulsione nel derby di Torino del 17 novembre 1991: «Quando [l'arbitro] mi ha fatto vedere il cartellino rosso sono rimasto a bocca aperta, come un merluzzo. Poi ho capito, mi sono fatto sotto e mi hanno trascinato via. Senza l'intervento di Lentini forse avrei finito la carriera». Il 17 novembre 1991 si gioca la decima giornata di campionato e il Torino è impegnato nel derby contro la Juventus. Questa partita, terminata 1-0 per i bianconeri, verrà ricordata per l'espulsione e la reazione di Bruno che alcuni giornali definiranno «isterica». Già ammonito dopo 5 minuti di gioco, Bruno rifila una gomitata a Casiraghi, inducendo l'arbitro Ceccarini a espellerlo al 16º minuto del primo tempo per somma di ammonizioni, cosa che fa perdere la testa al calciatore che tenta di aggredirlo, non riuscendoci grazie al tempestivo intervento di Lentini, aiutato poi anche da Cravero, Casagrande e altri componenti della panchina granata, i quali riescono ad accompagnare Bruno, scoppiato in lacrime, fuori dal campo. Ceccarini e i due guardalinee lasceranno lo stadio scortati dalla polizia. Per il suo comportamento verrà squalificato inizialmente per otto giornate, poi ridotte a cinque dalla Commissione disciplinare, che accoglierà il ricorso del Torino. Bruno, dopo l'accaduto, si giustificherà dando la colpa all'arbitro, criticherà i suoi compagni e Mondonico per averlo censurato e accuserà Casiraghi di essere un provocatore. «Al Torino Bruno trova il suo habitat, è il gladiatore a lungo atteso.» (Adalberto Bortolotti) Il 26 febbraio 1992 si gioca al Delle Alpi il ritorno dei quarti di finale di Coppa Italia tra Torino e Milan. Al 22º minuto di gioco, su un cross di Maldini Bruno colpisce il pallone, svirgolandolo e facendolo rimbalzare dentro la porta difesa da Marchegiani: van Basten, dopo avere subito le pressioni del difensore granata in avvio di partita, si lascia andare a un balletto irridente nei suoi confronti, danzando a gambe aperte sopra il corpo di Bruno disteso a terra; Marchegiani, nel tentativo di rincorrere l'olandese, travolge Simone, rischiando l'espulsione, mentre nell'area si accende una mischia. La terna arbitrale non segue attentamente gli sviluppi dell'episodio, che invece inducono l'allenatore rossonero Capello — dopo due minuti dal gol — alla sostituzione di van Basten, per evitare l'aggravarsi della situazione. Bruno segue l'attaccante verso la panchina, insultandolo, e dichiarerà in seguito di non essersi accorto di nulla, in quanto frastornato dall'autogol, e che avrebbe senz'altro reagito se fosse stato lucido. Bruno in azione al Torino nel 1992-1993 In Coppa UEFA, il Torino avanza agevolmente sino alle semifinali, dove incontra il blasonato Real Madrid. Nella partita di andata, al Bernabéu, i padroni di casa si impongono per 2-1. Il 15 aprile 1992, nella gara di ritorno, i granata ribaltano il risultato, vincendo 2-0; Bruno disputa un'ottima gara, neutralizzando Butragueño. Nelle finali i granata affronteranno gli olandesi dell'Ajax, i quali si aggiudicheranno la competizione in virtù del maggior numero di gol segnati in trasferta dopo il 2-2 di Torino e lo 0-0 di Amsterdam. Il 17 maggio 1992, nel penultimo turno di campionato, Bruno va in rete con una giocata pregevole nella partita Atalanta-Torino, fissando il risultato sull'1-3. Questa sarà la sua unica rete in maglia granata in 106 presenze totali tra campionati e coppe. Al termine della stagione 1991-1992 il Torino si classificherà terzo in Serie A. Dopo due buoni anni al Torino, Bruno comincia la stagione 1992-1993 subendo un calo di rendimento e non è più efficace nei suoi interventi. Per questo viene criticato da Mondonico e dalla stampa. A chi gli fa notare le sue opache prestazioni risponde: «I quattro in pagella non contano nulla, l'importante è avere quattro miliardi in banca.» (Pasquale Bruno dopo Torino-Juventus (1-2) del 22 novembre 1992) Il 7 febbraio 1993 si gioca allo Stadio delle Alpi Torino-Brescia, 19º turno di campionato. Al 45º minuto del primo tempo Bruno entra con irruenza sulla gamba sinistra dell'attaccante romeno Răducioiu — che sarà costretto a lasciare il terreno di gioco in barella —, alla quale verranno applicati nove punti di sutura. Nel dopopartita il romeno accuserà di essere stato minacciato dal difensore e Bruno, di fronte alle telecamere, vi scherzerà sopra: «Sì, è vero, ho commesso un fallo volontario, e in più avevo in tasca una pistola, una lupara e la magnum. Attenzione, ho scherzato, non vorrei fare la fine di Schillaci che venne squalificato.» (Pasquale Bruno dopo Torino-Brescia (1-0) del 7 febbraio 1993) Il neo presidente del Torino Goveani, indispettito dalle dichiarazioni di Bruno, deciderà di non rinnovargli il contratto, in scadenza, e non lo multerà. Nei giorni seguenti la FIGC — su richiesta dello stesso Răducioiu, appoggiato dal presidente dell'Associazione Italiana Calciatori Sergio Campana — aprirà un'inchiesta federale. Bruno esulta in maglia granata Verso la fine di febbraio Bruno, in un'intervista televisiva, fa sapere di essersi accordato con il Manchester City per la stagione successiva: approfittando di due giorni liberi concessigli, è andato a trattare in prima persona con il club inglese e — stando alle sue parole — si è anche allenato con i suoi futuri compagni, a totale insaputa della società torinese, che rimarrà delusa per la vicenda e lo multerà. Il 19 giugno 1993 disputa la sua ultima partita con la maglia granata all'Olimpico di Roma, in occasione della finale di ritorno della Coppa Italia tra Roma e Torino, che vedrà come vincitrice proprio la squadra piemontese. Ritorno in Serie B: Fiorentina e Lecce bis Il 30 giugno 1993 passa alla Fiorentina per la cifra di 1,5 miliardi di lire, firmando un contratto biennale da 650 milioni netti annui, e torna a giocare in Serie B dopo 9 stagioni consecutive in Serie A. Le multe Pasquale Bruno è famoso anche per aver ricevuto, durante la sua carriera, parecchie multe dalle società. Di seguito sono elencate alcune di esse. A seguito del suo comportamento nel derby Juventus-Torino (1-0) del 17 novembre 1991, venne multato per 41 milioni di lire dalla società granata. Nell'estate 1992, in occasione di un'amichevole precampionato contro la Lucchese, venne multato dall'allora direttore sportivo del Torino, Luciano Moggi, per 10 milioni di lire a seguito di un'espulsione. Nel febbraio del 1993 il neo presidente granata Goveani lo multò per 10 milioni di lire per la sua trasferta a Manchester. Ai tempi della Fiorentina, il presidente Cecchi Gori lo multò con 32 milioni di lire a seguito di una squalifica di tre giornate, comminatagli per la rissa al termine della partita Fiorentina-Brescia (2-1) del 26 settembre 1993. Sempre Cecchi Gori, nell'ottobre del 1994, lo multò per altri 30 milioni di lire per aver partecipato alla trasmissione L'appello del martedì senza il permesso della società. Esordisce con la Fiorentina il 22 agosto 1993 nella gara di Coppa Italia Fiorentina-Empoli (2-0). Dopo avere saltato le prime due gare per squalifica, il successivo 12 settembre Bruno fa il suo debutto in campionato con i viola nella terza giornata, in occasione di Cosenza-Fiorentina (1-1). Nel dopopartita viene sorteggiato per il controllo antidoping e allunga la provetta delle urine con acqua minerale; nonostante l'evidenza del fatto, Bruno negherà tutto. In seguito, il 22 ottobre, verrà squalificato per due turni. «In campo mi dicevano di tutto e io mi regolavo di conseguenza.» (Pasquale Bruno intervistato nel 2004) Il 26 settembre 1993, al termine della quinta giornata di campionato Fiorentina-Brescia (2-1), Bruno colpisce con un pugno al volto Lerda nel sottopassaggio che porta agli spogliatoi, reagendo agli insulti e agli sputi dell'attaccante bresciano. Il difensore viola, che escluderà il suo coinvolgimento nella vicenda, verrà squalificato per tre turni, ai quali verranno sommati gli altri due per aver falsificato il test antidoping, per un totale di cinque giornate consecutive di squalifica. In occasione della gara di ritorno, giocata al Rigamonti di Brescia nel febbraio del 1994, Bruno viaggerà sdraiato sul fondo del pullman per evitare di attirare le ire dei tifosi avversari e verrà accompagnato da quattro guardie del corpo fino al campo. Nel frattempo il 3 dicembre 1993, all'indomani della partita di Coppa Italia Fiorentina-Venezia (1-2) — che fa registrare un'altra espulsione di Bruno —, il presidente Cecchi Gori decide di metterlo fuori squadra a tempo indeterminato (salvo poi rivedere il suo provvedimento e optare solamente per escluderlo dalla rosa, grazie alla mediazione dell'allenatore Claudio Ranieri), stanco dei suoi comportamenti e delle sue squalifiche che — a suo dire — rovinano l'immagine della società. Solamente in questi primi mesi della stagione Bruno è stato multato per la cifra complessiva di 117 milioni di lire dal presidente, in seguito alle sue ripetute gravi condotte. L'acquisto di Bruno, voluto da Cecchi Gori per dare solidità difensiva, si rivela fallimentare, non solo per i suoi comportamenti, ma — sempre secondo Cecchi Gori — anche per le sue prestazioni insufficienti. Nel nuovo anno la punizione di Cecchi Gori termina, sicché il 2 gennaio 1994 Bruno torna in campo per la partita di campionato Lucchese-Fiorentina (1-1). Nel girone di ritorno esibisce una buona condizione fisica. A fine stagione la Fiorentina vincerà il campionato cadetto e sarà promossa in Serie A. Bruno, inaspettatamente, sarà riconfermato. Bruno alla Fiorentina nell'annata 1993-1994 Nella stagione successiva viene messo fuori rosa per contrasti con Ranieri, il quale lo reintegrerà in squadra il 30 novembre 1994 — dopo che il difensore deciderà di adattarsi alla panchina — in occasione dei quarti di finale di Coppa Italia Parma-Fiorentina (2-0), partita nella quale andrà in panchina per la prima volta nella stagione. In rotta con la società viola, dopo una nuova multa di Cecchi Gori, Bruno chiede di essere ceduto; nel mese di ottobre tenta il trasferimento al Crystal Palace, senza successo. Nei primi giorni del novembre 1994 il Brescia acquista Pasquale Bruno dalla Fiorentina. Dopo le contestazioni dei tifosi lombardi — dovute ai suoi passati incidenti con Răducioiu e Lerda, all'epoca dei fatti calciatori del Brescia — la società preferisce non presentare il difensore, che decide di non trasferirsi a Brescia, preoccupato per l'incolumità sua e della sua famiglia. Il 3 gennaio 1995 firma un contratto per due stagioni con il Lecce, che disputa il campionato di Serie B. Il suo ritorno in campo con la maglia giallorossa avviene cinque giorni dopo nella partita Lecce-Verona (1-0). A fine stagione il Lecce terminerà all'ultimo posto e retrocederà in Serie C1; Bruno totalizzerà tre reti in 17 gare di campionato e, contrariamente agli accordi, non seguirà la squadra la stagione successiva in Serie C. Le esperienze nel Regno Unito e il ritiro Nell'autunno del 1995 firma un contratto biennale dall'equivalente di 300 milioni di lire annui con l'Hearts, squadra di Edimburgo. Bruno, accolto con calore, si ingraziò presto i tifosi scozzesi. Il suo esordio avviene il 4 novembre 1995 nella partita Hearts-Partick Thistle (3-0). Nella sua prima stagione raggiunge la finale della Scottish Cup, dove gli Hearts perdono 5-1 contro il Rangers Glasgow. Nel 1997 passa al Wigan dove disputerà solamente 45 minuti in tutta la stagione, alla fine della quale si ritirerà, salvo poi ritornare a giocare come attaccante nel 2002 — all'età di quarant'anni — con il Delta San Donato, squadra di terza categoria, della sua città natale, allenata dal fratello Gigi e diretta dal padre Pino. Nazionale Bruno fa parte della selezione che, nell'ottobre del 1981, disputa in Australia il campionato mondiale Under-20. Gioca le prime due partite contro la Corea del Sud e il Brasile, rimediando due cartellini gialli. L'Italia esce al primo turno, dopo tre sconfitte in tre partite. Il 16 dicembre 1981 disputa, con la Nazionale italiana B Under 21, una partita amichevole contro una selezione simile della Spagna. Nel novembre del 1986, durante il periodo di militanza nel Como, Bruno entra nel giro della Nazionale olimpica allenata da Zoff, nella quale vanta sei convocazioni totali. Tra il gennaio e l'aprile del 1987, viene chiamato per le partite contro Grecia, Portogallo, Germania Est e Islanda. Dopo aver debuttato contro la Germania Est, nell'aprile del 1988 gioca in Italia-Paesi Bassi (3-0) la sua seconda e ultima partita con la selezione olimpica. Bruno verrà incluso nella preselezione per i giochi olimpici di Seul 1988 dal nuovo CT Rocca — che sostituirà Zoff dopo il suo passaggio alla Juventus —, ma non farà parte della rosa dei 20 finali. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 2 - Juventus: 1989-1990 - Torino: 1992-1993 Campionato italiano di Serie B: 1 - Fiorentina: 1993-1994 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Coppa Mitropa: 1 - Torino: 1991
  2. MARCO BRUZZANO https://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Bruzzano Nazione: Italia Luogo di nascita: Portoferraio (Livorno) Data di nascita: 24.04.1968 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1986 al 1987 Esordio: 10.05.1987 - Serie A - Verona-Juventus 1-1 1 presenza - 0 reti Marco Bruzzano (Portoferraio, 24 aprile 1968) è un ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Marco Bruzzano Bruzzano in azione con la squadra Primavera della Juventus negli anni 80 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Carriera Squadre di club 1986-1987 Juventus 1 (0) 1987-1988 Novara 1 (0) 1988-1991 Pavia 72 (12) 1991-1992 Carrarese 33 (11) 1992-1993 Cremonese 4 (0) 1993-1994 Giarre 7 (0) 1994-1995 Carrarese 24 (4)[1] 1994-1995 Cremonese 1 (0) 1995-1997 Pavia 60 (12) Carriera Ha esordito diciannovenne in Serie A a Verona, con la Juventus, nella partita Verona-Juventus (1-1), poi Serie C a Novara e Pavia, e Serie B con la Cremonese; con i grigiorossi lombardi ha disputato la seconda gara nella massima serie, il 4 settembre 1984 a Parma, nella partita Parma-Cremonese (2-0). Ha poi chiuso la carriera a Pavia. Palmarès Coppa Anglo-Italiana: 1 - Cremonese: 1992-1993
  3. ROBERTO SOLDÁ «So che Scirea ha avuto parole di elogio nei miei confronti – racconta poco dopo il suo approdo a Torino nell’estate del 1986 – come lui, anch’io in Serie C ho giocato da mezzala e solo dopo mi sono trasformato in libero. Spero di poter disputare qualche partita, ma non sarà facile trovare spazio perché Gaetano non si discute. Non vorrei però trascorrere un intero anno in panchina perché allora sarebbe una stagione persa. Come libero mi ritengo abile a impostare il gioco, non solo a romperlo. Però questa sarà una novità per me, abituato soprattutto a non scoprire la difesa. Perché a Bergamo giocavamo soprattutto per salvarci e far bene in una squadra come l’Atalanta è abbastanza facile. Alla Juventus le ambizioni sono diverse: non ci si può accontentare del risultato, bisogna anche dare spettacolo. Non ho avuto problemi a inserirmi nel nuovo ambiente e con Marchesi mi sono subito trovato a mio agio. Gli allenamenti non sono neppure molto pesanti. A Bergamo, con Sonetti, ero abituato a un lavoro più duro, maggiormente impostato sul fondo. Qui l’obiettivo della squadra non è uno solo come lo era per l’Atalanta, noi ci dovremo impegnare su più fronti ed è quindi logico che il carico di lavoro sia distribuito diversamente». Quella Juventus è allenata da Rino Marchesi: è l’ultima stagione di Platini, la penultima di Scirea. Roberto è sballottato fra difesa e centrocampo; addirittura, a Firenze, è schierato con un improbabile numero 10! Dice Marchesi: «Soldà può essere valido anche a tutto campo, mancatomi Bonini ho pensato a lui proprio per le sue risorse nella corsa, assistite da un buon tocco di palla». È un giocatore potente e acrobatico, forte sulle parabole, sempre costruttivo nel tocco di palla. Difetta solamente di personalità, quella che deve avere il leader della difesa della Juventus. Certo, la squadra bianconera non lo aiuta, gli eroi di mille battaglie sono stanchi, i giovani troppo acerbi e Marchesi non è in grado di gestire la situazione. La Juventus, piano piano, va alla deriva; il campionato è dominato dal Napoli di Maradona e la Coppa dei Campioni è presto perduta, di fronte ad un modesto Real Madrid. Alla fine di quella stagione è ceduto al Verona, in cambio di Tricella. La caccia all’erede di Scirea continua. NICOLA CALZARETTA DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 22-28 LUGLIO 2003 Luglio caliente, voglia di mare. Si scende dalla Val Brembana, meta la costiera romagnola. «Il mio regno estivo è Milano Marittima, dove ho da tempo una casa: un acquisto è stato il primo affare della mia attività imprenditoriale». La compiaciuta confessione è di Roberto Soldà, quarantaquattro anni e un fisico tirato a lucido come ai tempi d’oro, quando comandava le difese di Como, Atalanta, Juventus, Verona, Lazio e Monza. Il tutto tra l’81 e il ‘93. «Dopo, però, c’è stata anche l’esperienza all’estero con il Chiasso da allenatore-giocatore. A trentasei anni ho scelto di chiudere nonostante l’offerta del Benevento, troppo lontano: l’idea era di rimanere a Bergamo per curare da vicino i miei interessi». Ramo immobiliare. «Già durante la carriera mi ero avvicinato al settore. Il mattone mi piaceva fin da ragazzo. Frequentavo l’Istituto per congegnatori meccanici e il pallone era solo un sogno. Finita la scuola, anche per raggranellare qualche spicciolo, lavoravo con mio zio, titolare di un’impresa edile. Così una volta smesso non ho avuto dubbi: ho creato la Abso Srl, un’immobiliare. Acquisto vecchie case, le ristrutturo appaltando i lavori e poi le metto sul mercato». In più c’è l’attività di consulenza per le agenzie immobiliari del Bergamasco. «Mi capita spesso di avere contatti con chi opera direttamente sul mercato. Io mi sono fatto un po’ d’esperienza sempre un passetto dopo l’altro. È la mia filosofia: poche cose fatte bene e con i tempi giusti». E in solitudine. «Ho preferito fare così, anche perché se devo sbagliare preferisco farlo con la mia testa. E poi c’è meno stress. Di buoni affari ne ho fatti. Quello che mi ha dato più soddisfazione è la vendita di un appartamento ristrutturato a Bergamo Alta a un signore inglese che neanche in Toscana era riuscito a trovare qualcosa di suo gradimento. Ma non pensare che sia stato tutto in discesa. Grossi traumi nel passaggio dal calcio alla vita normale non li ho avuti perché con il mondo del pallone non ho mai staccato definitivamente: ho allenato squadre dilettantistiche vicino casa per alcuni anni e poi ho continuato a giocare, anche con la nazionale di beach-soccer. Poi perché, comunque, mi sono inserito in un settore che già conoscevo. Piuttosto è stato arduo, specie i primi tempi, convivere con i problemi quotidiani che ti si presentano: come porsi di fronte ai clienti, cosa dire al venditore che non ti vuol cedere quella casa. Poi il tempo stesso ti aiuta». Fino ad arrivare a escogitare qualche piccola astuzia: «Quando mi presento per l’acquisto di un immobile cerco di non far sapere che sono stato calciatore perché è il presente quello che conta. Poi non si sa mai, magari qualcuno potrebbe pensare “questo qui ha i soldi, alziamo il prezzo”». Sorriso convinto, la battuta è andata a segno. «Nel futuro non penso proprio che ci sarà posto per altre attività. Anche perché improvvisarsi a questa età in altri mestieri la vedo dura. Continuo con il mattone ancora per qualche tempo, poi se i figli lo vorranno lascerò spazio a loro». Roberto la via del pallone non l’ha abbandonata del tutto, quindi... «Certo, se arrivasse qualche proposta interessante la valuterei con attenzione, l’esperienza non mi manca». E non solo di campo, ma pure di vita. «Fino a vent’anni ho gravitato nei dilettanti. Ero il “bravo giocatore di paese” e niente più. Con il passare delle stagioni quell’etichetta mi stava sempre più stretta, provavo un senso profondo di grande ingiustizia. Comunque non ho mai mollato». Finalmente ecco il treno giusto. «Un certo Cavalcanti mi portò al Ravenna, sempre nei dilettanti. Ma intanto avevo passato il confine del paese. L’anno dopo mi prese il Forlì in C1, finalmente ero tra i professionisti. Giocai bene tanto che si aprirono le porte della Serie A». Immediata scalata al vertice: segno che le qualità c’erano in questo ragazzo dal fisico massiccio e dal destro potente. «Capisci il perché di quel senso di ingiustizia? Io sapevo di poterci stare ad alto livello. Anche se nel primo anno a Como pagai un po’ lo scotto. Ho esordito contro il Napoli, ci giocava Krol, il mio idolo. Un libero capace di impostare e rilanciare. Quello che cercai di fare anch’io in quel debutto... Figurati se ci sono riuscito: troppo emozione». Il Como retrocede. Soldà, libero dai piedi buoni, riconquista subito la A, ma resta fra i cadetti. «Andai all’Atalanta, mi chiamò Sonetti: per me è stato fondamentale. Aveva un brutto carattere, però è stato lui a darmi sicurezza e convinzione. Si vinse il campionato e non ti dico la festa. Ancora oggi è il ricordo sportivo più bello». Insieme a una partita speciale. Ancora Napoli, quasi una rivincita: «L’anno dopo, era l’ottobre dell’84, me la sono vista con Maradona, e ho detto tutto. Segnai su punizione e salvai un gol sulla linea. Titolo sulla giornalaccio rosa del giorno dopo: “Soldà batte Napoli 1-0”». Roberto stuzzica gli appetiti di molte grandi, Boniperti gioca d’anticipo. «La Juventus mi aveva preso già un anno prima, ma per una stagione mi lascio a Bergamo. Arrivai a Torino nell’86 con questo programma: campionato di apprendistato, poi l’eredità di Scirea». Non andò esattamente così. «La stagione in bianconero mi ha lasciato molte amarezze. Ho giocato 16 partite, ma tutte da mediano. Anche per colpa mia non sono riuscito a integrarmi nell’ambiente: ho sentito molto il salto da Bergamo a Torino. Alla fine della stagione mi trovai ceduto al Verona». Tempo due anni e nuovo trasferimento, stavolta alla Lazio. «Ci arrivai nell’89 e all’inizio fui trattato a pesci in faccia dalla stampa locale. Attacchi del tutto immotivati. A sistemare le cose pensò prima il campo e poi, l’anno dopo, l’arrivo di Zoff che mi definì il libero ideale per la sua squadra». Anche a Roma buoni campionati, ma zero successi. «È il dispiacere più grande. Il treno delle grandi occasioni è passato e l’ho preso al volo. Ma quando si è fermato alle stazioni più importanti non ho mai trovato la banda». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/roberto-solda.html
  4. ROBERTO SOLDÁ https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Soldà Nazione: Italia Luogo di nascita: Valdagno (Vicenza) Data di nascita: 28.05.1959 Ruolo: Difensore Altezza: 179 cm Peso: 73 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1986 al 1987 Esordio: 24.08.1986 - Coppa Italia - Lecce-Juventus 0-2 Ultima partita: 06.05.1987 - Coppa Italia - Juventus-Cagliari 2-2 27 presenze - 1 rete Roberto Soldà (Valdagno, 28 maggio 1959) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Roberto Soldà Soldà alla Lazio Nazionalità Italia Altezza 179 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1993 - giocatore 1998 - allenatore Carriera Giovanili Ravenna Squadre di club 1978-1980 Ravenna 46 (0) 1980-1981 Forlì 29 (3) 1981-1983 Como 48 (0) 1983-1986 Atalanta 81 (4) 1986-1987 Juventus 27 (1) 1987-1989 Verona 56 (0) 1989-1992 Lazio 88 (0) 1992-1993 Monza 27 (2) Carriera da allenatore 1993-1994 Chiasso 1997-1998 Montichiari Caratteristiche tecniche Calciatore Dotato di buon senso della posizione e di grandi doti fisiche, ricopriva il ruolo di libero, che spesso si trasformava in un centrocampista aggiunto, che permetteva di impostare l'azione dalle retrovie. Carriera Giocatore Soldà alla Juventus nella stagione 1986-1987 Debutta in Serie A con la maglia del Como l'11 ottobre 1981 a Napoli; anche se con la squadra lariana non riesce a evitare la retrocessione nel campionato cadetto, disputa un buon campionato da titolare. Nel 1983 è stato acquistato dall'Atalanta, con la quale ha disputato delle ottime stagioni e quattro reti condite con la promozione nella massima serie nella stagione 1983-84. Le sue prestazioni sono state notate dalla Juventus, acquistandolo come successore del grande Scirea. Nella sua prima e unica stagione in maglia bianconera non si è dimostrato all'altezza delle aspettative, derivato anche dal calo generale della squadra, venendo così ceduto al Verona per due stagioni e poi alla Lazio. Nella sua carriera disputa più di 200 partite in massima serie. Allenatore e dirigente Dopo l'ultima esperienza da giocatore al Monza, inizia la prima avventura da tecnico alla guida del Chiasso in Svizzera. In Italia diventa allenatore di seconda categoria nel 1997 e trova impiego dopo pochi mesi subentrando a novembre sulla panchina del Montichiari essendo poi esonerato a febbraio. Intraprende poi la carriera dirigenziale prima nell'Ardens Cene e poi, dopo la fusione con l'Alzano, nell'AlzanoCene. Dal mese di maggio 2013 ricopre il ruolo di direttore tecnico al Ciserano, squadra bergamasca di Eccellenza. Dal 2016 ricopre invece il ruolo di direttore tecnico della Falco Albino, squadra di prima categoria bergamasca con un ottimo settore giovanile. Palmarès Giocatore Campionato italiano di Serie B: 1 - Atalanta: 1983-1984
  5. ALDO SERENA «È un campione, ma soltanto dalla vita in su». Gianni Agnelli aveva le idee chiare e, soprattutto, il gusto di esporle senza tante perifrasi. Naturalmente, le parole di Agnelli non volevano essere un complimento, ma neppure una critica severa. Lui, Aldo Serena, non se la prese; in fondo non aveva mai goduto di fiducia illimitata nelle squadre dove aveva militato. VLADIMIRO CAMINITI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1985 Serena occupa l’intera pagina con la sua figura di bomber vero. Di giocatori come lui, di atleti sani e schietti come lui, ha bisogno il calcio per la sua continuità ideale. Serena ha cambiato le più grandi squadre nazionali, le due di Milano e il Torino prima di passare alla massima, alla squadra campione d’Europa. Chi più felice di lui? Il professionista vive di traslochi e mutamenti, deve tenere sempre pronta la valigia sotto il letto, almeno fin quando l’età non lo farà... svincolare e scegliere da solo. 1,83 per 72 chilogrammi, l’Aldo è figlio di un conciatore di pelle, ex calciatore pure lui, nato dunque in una famiglia non proprio benestante, ebbe il basket come primo sport della sua vita. Giocava pivot e si esercitava sull’alto. Non aveva il fisico per fare il cestista e fatalmente scivolò sul calcio, cominciando a scoprire la sua attitudine al colpo di testa. Un colpo di testa sbrecciante, l’Aldo si aiuta come può, anche Bettega, ricordate, si aiutava come poteva, sgomitava, era il primo ad attaccare, i difensori venivano sgominati. Una cosa simile succede con l’Aldo e il suo colpo di testa fa il vuoto nelle difese e atterrisce i portieri. Ho visto esordire questo nuovo panzer nell’Inter anni fa. Era novembre, – 13 novembre 1978 – una domenica uggiosa ma non troppo per le scale di San Siro e il suo prato bellissimo. Una partita come tante: Inter- Lazio. C’è Altobelli e c’è Serena. Ci sono due polli nel pollaio. Serena ha diciotto anni, toccherà a lui fare gavetta. E l’Altobelli ha tutto per ottenere il bastone di maresciallo e insomma ci tiene alla sua autonomia. Inter-Lazio 4 a 0 e l’Aldo infila il suo primo gol in A. L’unico nelle due partite giocate nella stagione della rivelazione. Perché l’Inter non se lo tiene, ma già decide di mandarlo a Como a farsi le ossa... Si tenga presente che il calcio ha solennemente strappato l’Aldo a un duro lavoro in una fabbrica senza depuratore, seguendo la strada del genitore. Benedetto pallone per tanti ragazzi. E la fortuna anche di aver visto il suo fisico d’improvviso sbocciare. Serena è già sul lago di Garda. Gioca diciotto volte e mette a segno due gol. Non è che ne siano entusiasti. Ha questa testata ribelle, ma anche il piede è ribelle. I suoi fondamentali sono mediocri. Bisogna che il ragazzo vada a scuola e un po’ di profondo Sud gli farà bene. Un altro campionato in B, questa volta a Bari, l’Aldo va subito, con un sorrisino, un rossore, un cenno della testa umile, rifà la valigia. Che tipo è, secondo voi, Serena? Semplice e complicato. Egli è di posti e cieli che hanno avuto in uno scrittore l’esaltazione più naturale: Comisso. Serena è disponibile e provato a sofferenze ancestrali, egli appartiene a una bellissima gente di persone inquiete anche quando sono quiete, il senso del destino, la caducità delle cose terrene, l’amore per la natura... Serena ha tutto questo dentro, è semplice e complicato, pronto a ogni concessione e duro nell’illudersi; va a Bari e ce la mette tutta. Ora ha vent’anni, qualche idea se l’è fatta, comincia a capirci di più, l’ambiente pieno di calore lo scalda, 35 partite e dieci gol. Comincia a nascere un nuovo attaccante, pivot frontale, che non sta fermo ad attendere, arranca se è il caso in retrovia, piglia un sacco di botte e ne restituisce una parte, sulle parabole vola a castigare il mondo, felice, inebriato saluta i suoi gol con le braccia levate al cielo. Oh cielo di Puglia così diverso dal cielo di Milano. Che è bello anche esso, quando è bello, ha scritto don Lisander. All’Inter finalmente si accorgono che il ragazzo ci sa fare, che è tempo di menarlo tra i buoi di casa, di provarlo nella maglia nerazzurra insomma. Detto fatto, il campionato 1981-82 l’Aldo lo gioca per l’Inter, mai giorni dorati di Bari sono una cosa lontana, l’ambiente altolocato, le sotterranee implicite gelosie, gli interessi privati della grande squadra meneghina, non sono fatti per scioglierlo; l’Aldo va a giocare 21 volte ma va a gol soltanto due; troppo poche, forse – e non so a quale geniaccio venga questa idea, forse al Beltrami – è proprio il caso di cederlo in prestito al Milan. Si divertano loro. 1982-83, il Milan. Ora i giochi sono fatti, ora l’uomo sta facendosi largo e ha tra gli occhi azzurri un’espressione non più di beatitudine e d’innocenza. Ascolta musica rock per riposare, legge buoni libri. E nel Milan va molto meglio che nell’Inter, 20 partite e otto gol. Non le gioca tutte perché non è proprio il caso visto che è in prestito. Il Milan, il Milan, il Milan... E insomma l’Inter si rosicchia le mani. Come è stato possibile? Il ragazzo deve tornare alla base. Realtà romanzesca del calcio. Ritorna all’Inter, è di proprietà nerazzurra, vi gioca quasi tutte le partite, 28, del campionato 82-83, mette a segno ancora otto gol. Cosa è un asso, un pilastro del gioco frontale, un tardopede, un bolide, una massicciata di muscoli? Cosa è, un asso o un brocco? Non lo ha capito ancora nessuno. Non lo capirà mai nessuno. Ma poi arriva il Torino di Radice. L’Inter lo dà in prestito al Torino. E stato questo il destino di Aldo, non pochi giocatori nella storia del calcio come lui, col destino di emigranti, tipicamente veneto, una dolcezza e una tristezza, quieti e complicati, semplici e difficili, duri nel fondo, di ghiaccio, perciò atleti completi, campioni. La Juventus aiuterà Aldo Serena a diventare grande. Il Torino gli è servito per questo approdo coi gol bellissimi – nove – che ha fatto. Forse, finalmente, nella Juventus ne segnerà qualcuno in più, non è da escludere, io l’ho studiata la storia della Juventus e ci ho trovato tutti i fermenti ideali alla vita di un calciatore. La Juventus non è soltanto italiana, essa è internazionale come tutte le altre squadre più grandi, con in più il suo stile smagato, la sua perenne innocenza, il suo bisogno di isolamento; la Juventus è nata nell’altro secolo dal ghiribizzo di alcuni figli di papà che non ne potevano più della retorica dei loro genitori, convinti che la pacificazione, l’amor del mondo, fossero alla base di tutto. Quindi altro che faide paesane, altro che rivalità fagocitate da dipendenti in mala fede, da guastatori del costume calcistico. Il calcio ha bisogno di ingenuità a tutti i livelli e comunque ha bisogno di sportività a tutti i livelli. Nessun odio di parte deve essere alimentato. Cosa farà l’Aldo Serena nella Juventus? Quanti gol metterà a segno? L’ho già visto all’opera con la nuova maglia, l’ho visto tra i nuovi compagni. Vi posso dire che l’operazione di trapianto è stata felicemente realizzata. Aldo Serena così si aggiunge, col suo viso tondo e i suoi occhi azzurri, la sua inquietudine tipica di cittadino veneto comissiano, veneti delle sue plaghe native hanno riempito i piroscafi nell’emigrazione transeoceanica, ai profili più noti della famiglia juventina, si cala nella realtà in movimento professionale e morale della più grande squadra italiana, per partecipare alle sue nuove vittorie. Ed io non so quale sorte futura, quale nuova emigrazione, attenda questo sano giovanotto, questo intelligente ragazzone, il cui cartellino e di proprietà di Ernesto Pellegrini. Mi auguro tuttavia che la permanenza di questo pivot del gol leggendario – i gol che segnava un Bettega, un Charles – non sia solo un passaggio alla Juventus. Perché scegliere una maglia in fondo, una e non tante, può essere il vero segreto, non commerciabile, di un campione. 〰.〰.〰 Serena vince il suo primo scudetto, realizzando 20 gol in 35 presenze: segna di testa, di piede e anche di sponda (nel derby di andata, deviando fortunosamente una punizione di Cabrini). Si scatena soprattutto in Coppa Campioni, dove timbra il cartellino 5 volte in 4 partite. Nel dicembre 1985 conquista anche la Coppa Intercontinentale contro l’Argentinos Juniors, segnando uno dei rigori nella lotteria dal dischetto. Purtroppo, risulterà fatale per la Juventus la sua assenza nella doppia sfida contro il Barcellona: Briaschi al Camp Nou e, soprattutto, lo sciagurato Pacione al Comunale, con clamorosi errori determineranno l’eliminazione dei bianconeri. Serena rimane anche nell’annata 1986-87, quella che Marchesi porterà al secondo posto dietro il Napoli di Maradona, durante la quale segnerà “solamente” 16 reti in 36 partite. ENRICO VINCENTI, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 2010 Montebelluna, Como, Bari, Inter (tre volte), Milan (due volte), Torino e Juventus. Queste le squadre in cui ha militato Aldo Serena. Tre scudetti vinti con tre squadre diverse. Tanti gol segnati, ovviamente molti contro ex squadre. Un vero e proprio bomber di razza: devastante nel colpo di testa, potente nella conclusione, soprattutto di sinistro. Spesso uomo derby, anche perché fra Torino e Milano di derby ne ha giocati molti e su tutte le sponde. Forse proprio per questo è la persona che meglio può presentare il derby per eccellenza, quello d’Italia. «Non è facile dare una connotazione a questa partita. Più che altro Inter-Juventus era una gara, almeno per come l’ho vissuta io, segnata da una profonda rivalità storica, ma anche da un forte rispetto reciproco. Da interista era la partita più importante della stagione, contro un avversario che non mollava mai. Anche se magari non stava attraversando un grande periodo di forma, era sempre difficilissimo da battere». – E in casa bianconera cosa voleva dire affrontare i neroazzurri? «La sensazione era analoga. Io non sono stato fortunato, perché nelle mie due stagioni in bianconero, causa infortuni, non sono mai riuscito a giocare la gara casalinga, mentre a San Siro da juventino ho segnato due gol: uno ci ha permesso di pareggiare, l’altro non ci ha impedito la sconfitta. Anche se in quegli anni l’Inter non era certo all’altezza della Juventus, era ovviamente sempre una prova difficilissima». – Come si viveva la gara nei giorni precedenti e cosa vi chiedevano i tifosi? «Per noi giocatori di certo non c’era bisogno delle pressioni dei tifosi per sentire quella partita. In particolare da bianconero ricordo che nelle gare disputate a San Siro avevamo sempre un folto numero di tifosi essendo la Brianza un feudo di juventini». – Due società storiche. Come hai vissuto la tua permanenza in entrambe? «Nell’Inter sono stato in vari periodi con presidenti e dirigenti diversi, mentre nella Juventus sono stato in uno dei momenti più felici della sua storia, a metà degli anni ‘80, con Boniperti presidente, Trapattoni allenatore e giocatori come Platini, Cabrini e Scirea. Prima di arrivare credevo fosse una società molto complessa, in cui fosse difficile inserirsi. Dopo una settimana di ritiro mi sono subito reso conto che era una società snella con tre persone importanti da prendere come riferimento: il presidente Boniperti, il proprietario Agnelli e l’allenatore Trapattoni. Con tutti loro si poteva dialogare. Nella Juventus ti sentivi come in famiglia». – L’inserimento dunque è stato facile. «Questo aspetto mi ha facilitato moltissimo. Infatti, anche se quell’anno la Juventus aveva cambiato ben quattro undicesimi della squadra, partimmo subito alla grande. Credo che quell’organizzazione societaria sia stata una delle ragioni delle nostre vittorie. Ancora oggi se penso a una società ideale mi viene subito in mente quella, in cui ho vissuto due bellissimi anni». – Un arrivo non facile, perché provenivi dall’altra squadra della città, il Torino. «Anche questo si ricollega a quanto dicevo prima. Era stata un’estate difficilissima e proprio in virtù di queste difficoltà temevo di non ambientarmi subito. Invece è andata molto bene, grazie all’esperienza e all’intelligenza del presidente, dell’allenatore e dei giocatori più vecchi. Persone in grado di capire subito quali potevano essere i problemi per un nuovo arrivato». – Una stagione coronata subito da grandi successi. «Il mio primo anno alla Juventus è stato probabilmente il più bello della mia carriera calcistica. Quando giochi in una squadra del genere sei inevitabilmente proiettato in una dimensione mondiale. Arrivano giornalisti da tutto il mondo per chiederti interviste. Se fai gol conquisti le copertine dei giornali, insomma tutto viene percepito in una dimensione più ampia di quello che poteva capitarmi con le altre squadre. Quell’anno eravamo partiti benissimo vincendo le prime otto partite e perdendo poi alla nona a Napoli. Quell’inizio ci aveva consentito di guadagnare subito un ampio margine sulla seconda in classifica. Dopo la straordinaria vittoria della coppa Intercontinentale a Tokyo, eravamo un po’ stanchi e questo vantaggio risultò estremamente utile. La Roma ci raggiunse, ma nello sprint finale riuscimmo a vincere lo scudetto». – Era una Juventus profondamente cambiata dall’arrivo di Lionello Manfredonia, Massimo Mauro e Michael Laudrup e dalla partenza di giocatori come Paolo Rossi, Marco Tardelli e Zibì Boniek. «Quella Juventus aveva un mix di freschezza e di esperienza, per la presenza di giocatori come Gaetano Scirea, che era un esempio per tutti fuori e dentro il campo, di Antonio Cabrini e Michel Platini. Grandissimi campioni che diedero molto ai giovanotti come me Manfredonia, Mauro o Laudrup, pieni di voglia di fare e imparare». – Poi il ritorno all’Inter. «In realtà io non ho mai scelto la squadra in cui andare. All’epoca non c’era ancora la possibilità di scegliere ed è stata l’Inter, che era proprietaria del mio cartellino, a decidere. Era proprio un accordo tra le due società per cui io dovevo stare a Torino due anni e Tardelli passare ai nerazzurri. Finiti i due anni, l’Inter mi ha richiamato». – Due esperienze, un comune denominatore: Giovanni Trapattoni in panchina. «Trapattoni è il mio allenatore di riferimento. Con lui ho raggiunto i traguardi più alti della mia carriera. Il suo atteggiamento schietto e leale è sempre stato molto importante per me. Il Trap era proprio l’allenatore ideale per grandi squadre e grandi campioni, perché era immune allo stress, qualità fondamentale per allenare a certi livelli, e perché sapeva capire i giocatori. Era ed è ancora un grande gestore di uomini. Non credo agli allenatori universali, quelli che possono fare bene in tutte le squadre. Ci sono quelli per le compagini più modeste, che sanno dare particolari motivazioni o trovano soluzioni tattiche per colmare le lacune di un gruppo modesto, e poi ci sono quelli come Trapattoni adatti a capire i grandi campioni e a gestire panchine importanti». – Tante squadre, tante città diverse. È stato semplice per te? «A posteriori posso dire di essere stato fortunato. Ho vissuto anche nei due Milan di Farina e di Berlusconi, completamente agli antipodi come gestione. Ho fatto tante esperienze, incontrando molte persone. Questo mi ha aiutato a capire meglio il calcio, gli allenatori e tutti i problemi che ruotano attorno ad una squadra. Ovvio che nel mio sogno da bambino c’era quello di poter diventare la bandiera di un club. Non è accaduto, e non per colpa mia, ma perché mi hanno sempre ceduto o dato in prestito, comunque è andata bene lo stesso». – Un’esperienza importante che ora ti serve nella tua veste di commentatore televisivo. «Sicuramente. Innanzitutto perché adoro il calcio e sin da bambino volevo solo giocare a pallone. E poi, come dicevo, mi è stato utile avere tanti allenatori e giocare in squadre con moduli diversi. Ad esempio il Milan di Capello, decisamente diverso dalla Juventus o dall’Inter di Trapattoni. E poi Radice, che ho avuto sia al Torino sia all’Inter, che aveva idee moderne e diverse da molti altri allenatori. Insomma tutto ciò mi ha consegnato un bagaglio di esperienze che oggi sicuramente mi tornano utili». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/aldo-serena.html
  6. ALDO SERENA https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Serena Nazione: Italia Luogo di nascita: Montebelluna (Treviso) Data di nascita: 25.06.1960 Ruolo: Attaccante Altezza: 183 cm Peso: 77 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1985 al 1987 Esordio: 21.08.1985 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 0-0 Ultima partita: 17.05.1987 - Serie A - Juventus-Brescia 3-2 71 presenze - 36 reti 1 scudetto 1 coppa intercontinentale Aldo Serena (Montebelluna, 25 giugno 1960) è un ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. È uno dei sei calciatori italiani (insieme a Filippo Cavalli, Giovanni Ferrari, Sergio Gori, Pierino Fanna e Attilio Lombardo) ad aver conquistato il titolo nazionale con tre diverse società: nel suo caso, con Juventus, Inter e Milan. Aldo Serena Serena al Milan nella stagione 1982-1983 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1993 Carriera Giovanili 1975-1977 Montebelluna Squadre di club 1977-1978 Montebelluna 29 (9) 1978-1979 Inter 2 (1) 1979-1980 → Como 18 (2) 1980-1981 → Bari 35 (10) 1981-1982 Inter 21 (2) 1982-1983 → Milan 20 (8) 1983-1984 Inter 28 (8) 1984-1985 → Torino 29 (9) 1985-1987 Juventus 71 (36) 1987-1991 Inter 114 (45) 1991-1993 Milan 10 (0) Nazionale 1984-1990 Italia 24 (5) Palmarès Mondiali di calcio Bronzo Italia 1990 Caratteristiche tecniche Attaccante dotato di grinta e spirito di sacrificio, aveva nel colpo di testa il pezzo migliore del proprio repertorio. Carriera Giocatore Club Montebelluna e Inter Cresciuto nelle giovanili del Montebelluna, sua città natale, esordì nel calcio professionistico nella stagione 1977-1978 segnando nove reti con i biancocelesti in Serie D. Acquistato dall'Inter nel 1978, come riserva di Altobelli e Muraro, segnò il suo primo gol in Serie A il 19 novembre 1978 nella partita interna contro la Lazio (vinta 4-0), che rappresentò il suo esordio in massima serie. Como, Bari, Milan e Torino A fine stagione, collezionate soltanto due presenze, venne mandato in prestito al Como in Serie B segnando due reti in 18 presenze. L'anno successivo passò al Bari, sempre in prestito, e stavolta segnò 10 reti in 35 apparizioni. Tornò all'Inter nella stagione 1981-1982, segnando 2 reti in 21 presenze di campionato e solo una in Coppa Italia, seppure quest'ultima valse il definitivo 1-0 nella finale di andata contro il Torino; l'1-1 nella sfida di ritorno diede il trofeo ai nerazzurri, il primo per l'attaccante. Non venne confermato per la stagione successiva e passò così ai concittadini del Milan, in Serie B, segnando otto reti e contribuendo attivamente alla promozione dei rossoneri in massima serie. Tornò all'Inter la stagione seguente, segnando ancora otto gol. Serena al Torino nella stagione 1984-1985. Venne quindi ceduto, ancora una volta in prestito, al Torino per l'annata 1984-1985, terminata dai granata al secondo posto in classifica, cui Serena contribuì con un bottino personale di 9 reti tra cui il gol-vittoria all'89' nel derby del 18 novembre 1984. Juventus Nel 1985, rientrato all'Inter, fu ceduto alla Juventus che pagò 2,8 miliardi di lire più il cartellino di Marco Tardelli valutato 3,2 miliardi. Curiosa la storia del suo trasferimento: Serena nel giugno 1985 viene chiamato d'urgenza dal presidente Pellegrini mentre si trovava alla prima assoluta del concerto milanese di Bruce Springsteen: il giocatore rimandò l'incontro a dopo il concerto di The Boss. A mezzanotte se ne andò da San Siro a piedi sino alla casa, non distante, di Pellegrini, che gli comunicò il trasferimento ai bianconeri. Un biennio più tardi, nel quale debuttò in Coppa dei Campioni, vinse uno scudetto e una Coppa Intercontinentale, fece il percorso inverso: passò dalla Juventus all'Inter per 3,5 miliardi di lire. Serena alla Juventus nell'annata 1985-1986 Nel dicembre 1985 vinse la Coppa Intercontinentale contro l'Argentinos Juniors ai tiri di rigore, realizzando il proprio penalty. A fine stagione conquistò il suo primo scudetto, il 22º per la Vecchia Signora, segnando 11 gol in 24 presenze. Rimase anche nella stagione 1986-87. Ritorni alle milanesi Nell'estate 1987 ebbe quindi luogo il ritorno all'Inter, dove ritrovò Trapattoni con cui si era aggiudicato il titolo nazionale un anno prima. In Coppa UEFA, nel ritorno dei sedicesimi con il Beşiktaş, segnò una doppietta nel 3-1 finale. Altri due gol li realizzò da ex, nel derby d'Italia del 25 ottobre: i nerazzurri vinsero per 2-1. Anche il Bologna, in Coppa Italia, subì due reti da lui. Visse un'ulteriore consacrazione l'anno successivo, quando si laureò capocannoniere del torneo con 22 centri contribuendo in maniera determinante allo Scudetto dei record nerazzurro. Un gol portò alla vittoria della stracittadina d'andata, in cui segnò con un colpo di testa in tuffo. Appose la propria firma anche sulla Supercoppa italiana, con una realizzazione alla Sampdoria. Aggiunta al suo palmarès anche una Coppa UEFA (1991) rientrò al Milan dove, in due stagioni, disputò in tutto 10 partite e non segnò alcuna rete, ma vinse altri due Scudetti. Si ritirò nel 1993. Detiene il singolare primato di aver giocato i derby di Milano e di Torino con tutte le 4 maglie. Nazionale Convocato in Nazionale da Enzo Bearzot, esordì nella squadra dei campioni del Mondo l'8 dicembre 1984, a 24 anni, nell'amichevole contro la Polonia vinta 2-0 a Pescara. Realizzò il suo primo gol in Nazionale il 5 febbraio 1986, ad Avellino, nella partita amichevole persa 2-1 in casa contro la Germania Ovest. Fu convocato per il Mondiale 1986 in Messico, senza però scendere in campo. Venne confermato nel gruppo azzurro dal nuovo CT Azeglio Vicini, che lo convocò per il Mondiale 1990 ospitato dall'Italia, preferendolo a Fusi del Napoli. L'attaccante segnò una rete all'Uruguay negli ottavi di finale, partita che coincise con il suo trentesimo compleanno. Nella semifinale contro l'Argentina fallì un rigore della sequenza finale, contribuendo alla sconfitta italiana. La sua ultima presenza in Nazionale fu quella del 22 dicembre 1990, con il centravanti che mise a referto una doppietta nella gara delle qualificazioni europee vinta 4-0 contro Cipro a Limassol. Chiuse la sua esperienza in Nazionale con 5 gol in 24 presenze, ed è uno dei sei calciatori italiani ad aver segnato sia ad un Mondiale che ad un'Olimpiade. Dopo il ritiro Dopo il ritiro è diventato commentatore tecnico nelle telecronache e opinionista dapprima per Mediaset, dal 1994, e poi per Sky Sport, dal 2023. Palmarès Serena premiato come miglior marcatore della Serie A 1988-1989 Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 2 - Como: 1979-1980 - Milan: 1982-1983 Coppa Italia: 1 - Inter: 1981-1982 Campionato italiano: 4 - Juventus: 1985-1986 - Inter: 1988-1989 - Milan: 1991-1992, 1992-1993 Supercoppa italiana: 2 - Inter: 1989 - Milan: 1992 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Coppa UEFA: 1 - Inter: 1990-1991 Individuale Capocannoniere della Serie A: 1 - 1988-1989 (22 gol) Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica Italiana — Roma, 30 settembre 1991. Di iniziativa del Presidente della Repubblica.
  7. MARCO PACIONE Da Pescara, classe 1963, è l’attaccante che, nella stagione 1985-86, deve sostituire il titolare Serena all’occorrenza, o affiancarlo quando si tratta di dare maggiore peso e incisività all’attacco bianconero. Il ragazzo, che nell’Atalanta in Serie B era stato ribattezzato Paciogol per la sua abitudine a segnare reti pesanti, è un talento naturale: gran fisico, buon colpitore di testa, sembra fatto apposta per sfondare le difese avversarie.Racconta il giorno del raduno: «Essere alla Juventus è come arrivare al top, al gradino più alto. Quando ero a Bergamo, nell’Atalanta, sapevo che la Juventus mi stava facendo seguire e si interessava a me. Ora vivo questa esperienza con umiltà e con una gioia incredibile. Non sono storie; quando mi hanno fatto sapere che sarei stato bianconero, mi è sembrato di essere di colpo entrato a far parte del grande calcio. Poi, mi sono detto, quello era soltanto un passaggio e non il traguardo finale. Alla Juventus si deve far sempre bene, crescere con il tempo».Trapattoni gli dà spesso fiducia, non sempre però ripagato dal ragazzo, che offre buone prestazioni ma che, dopo essersi procurato non poche occasioni da goal, manca sistematicamente di lucidità al momento di concludere, fallendole clamorosamente. La svolta negativa di una stagione già poco entusiasmante arriva una sera di gran gala, in primavera; c’è il Barcellona nei quarti di finale di Coppa dei Campioni, e Trapattoni schiera Pacione nell’undici di partenza, al posto dell’infortunato Serena. Nel primo tempo la Juventus, che deve recuperare lo 0-1 subito al Camp Nou, attacca e Platini offre al centravanti pescarese almeno tre ghiotte palle goal, tutte mancate di un soffio. Poi, una rete dello scozzese Archibald, in forza agli azulgrana, ammutolisce lo stadio e rende ancora più evidente le opportunità non sfruttate da Pacione.A fine stagione, Marco da Pescara è ceduto al Verona, dove, ironia della sorte, non solo riprenderà a fare goal, ma ne rifilerà addirittura due, in un colpo solo, proprio ai bianconeri, in un Verona-Juventus che lo consegnerà direttamente alla leggenda dei tifosi veronesi. Tre stagioni in Veneto, poi il ritorno a Torino, sponda granata, per disputare il campionato di Serie B; altri quattro tornei con Genoa e Reggiana, per poi concludere la carriera a Mantova, in Serie C, nella stagione 1994-95.Nell’anno della Juventus, concluso con la conquista del ventiduesimo scudetto, Pacione, mette comunque insieme ventitré partite, di cui quattro in Coppa dei Campioni, pur senza andare mai a segno. Strano destino per un giocatore che in carriera ha realizzato più di settanta reti, molte delle quali, decisive ai fini del risultato. ANGELO CAROTENUTO, DA REPUBBLICA.IT DEL 5 GIUGNO 2015Aveva gli anni di Morata e l’esperienza europea di Sturaro. Veniva dalla provincia come Scirea e sognava di diventare un altro Paolo Rossi. Un bravo ragazzo. Cognome e nome Pacione Marco, riserva della riserva del centravanti titolare della Juve, 1986, quarti di finale di Coppa dei Campioni. Se fosse un libro di Colin Shindler, la storia di quella sera avrebbe un titolo facile e diretto: “Il Barcellona mi ha rovinato la vita”. Insomma, all’età di anni ventidue, al povero Pacione tocca di giocare al centro dell’attacco della Juve nella sera in cui mancano contemporaneamente Serena e Briaschi. Non solo. Gli capita di avere tre volte l’occasione di mettere la palla in porta e di sbagliare sempre. La Juve va fuori dalla coppa e siccome Ennio Flaiano aveva capito come gira il mondo, succede che gli italiani corrano in soccorso dei vincitori. Pacione? Si può distruggere.È il mese di marzo. L’era di Giovanni Trapattoni alla Juve sta finendo. Gianni Brera su Repubblica riferisce che «il proto fotografo Silver Maggi ha sentito bestemmiare adirato Michel Platini e chiedere a Pacione se per caso si considerasse in vacanza». Non è più elegante il portiere dei catalani, Urruticoechea, che a fine partita regala la sua sintesi: «Pacione è stato un amico». Per uno di quei casi clamorosi in cui la realtà si trasforma in tempesta mediatica, il nome di Pacione entra nella tipologia linguistica. Il “Guerin Sportivo” titola “Mi manda Pacione”, giocando con un film di gran successo dell’epoca (“Mi manca Picone”). Se c’è un disastro, si evoca Pacione. Il nuovo mangiatore di goal per antonomasia. Scalza finanche lo sciagurato Egidio, il celebre Calloni milanista.Invano il ragazzo prova a spiegare che in realtà s’è mangiato soltanto un goal, che la seconda occasione non era così facile da trasformare e sulla terza Urruticoechea ha avuto fortuna. Dice: «Ho lottato, ho combattuto, credo di avere fatto il mio dovere. Quello che mi è toccato è insieme un onore e un onere». Non sa ancora che resterà soltanto l’onere. Alla Juve intuiscono tutto subito. A parte le bestemmie di Platini, la reazione ufficiale è di solidarietà. Briaschi: «Anche Pelé ha sbagliato molto». Sivori, grande ex e all’epoca opinionista TV: «Era emozionato». Boniperti, il presidente: «Non facciamo di Pacione la rovina della Juventus. Palle goal più facili delle sue ne ho sbagliate tante anch’io. È stato ingaggiato per formarsi gradualmente». La realtà è più complessa. Il ragazzo viene mandato a dormire in casa di un compagno di squadra (Bonetti), perché non rimanga solo. Dichiarazione di Bonetti: «Secondo me ha giocato bene, anche se adesso maledice la partita». Adesso. Bonetti è un ottimista. Il giorno dopo al campo Pacione non c’è. I giornali scrivono che s’è assentato per legittima difesa. Non ha il telefono in casa, deve concentrarsi sugli studi per prendere il diploma di geometra, pure il brasiliano Junior del Torino si mette nei suoi panni: «Metterlo in croce è assurdo, impietoso». Trapattoni allora accorre e rasserena: «Ho piena fiducia in lui per il futuro». La Juve lo venderà al Verona. Il sabato che precede la partita successiva, Pacione ha la voce bassa: «Ho già detto tante cose, è meglio che adesso stia zitto».Non ha aggiunto molto altro da allora. Riprese a far goal a Verona, con il Torino e con la Reggiana (due promozioni dalla Serie B alla Serie A). Ma quella notte deve essere ancora un tarlo, se finanche oggi che è felicemente il team manager del Chievo, a distanza di trent’anni, preferisce sorvolare. «È passato molto tempo, ho fatto la mia carriera, non ho voglia di ricordare». Maledetto Barcellona, come diceva Colin Shindler dello United. Se non altro, a Pacione non hai rovinato la vita. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/marco-pacione.html
  8. MARCO PACIONE https://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Pacione Nazione: Italia Luogo di nascita: Pescara Data di nascita: 27.07.1963 Ruolo: Attaccante Altezza: 187 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1985 al 1986 Esordio: 21.08.1985 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 0-0 Ultima partita: 06.04.1986 - Serie A - Fiorentina-Juventus 2-0 23 presenze - 0 reti 1 scudetto 1 coppa intercontinentale Marco Pacione (Pescara, 27 luglio 1963) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Marco Pacione Pacione all'Atalanta nei primi anni 1980 Nazionalità Italia Altezza 187 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1994 Carriera Giovanili 19??-1982 Atalanta Squadre di club 1982-1985 Atalanta 85 (26) 1985-1986 Juventus 23 (0) 1986-1989 Verona 87 (15) 1989-1990 Torino 30 (6) 1990-1992 Genoa 22 (1) 1992-1994 Reggiana 33 (7) 1994 Mantova 15 (2) Caratteristiche tecniche È ricordato come un centravanti che esibiva «una malizia non comune», tra le altre cose molto abile nell'«appoggiarsi e fare perno sul marcatore avversario». Carriera Giocatore Atalanta Pacione cresce calcisticamente nel vivaio dell'Atalanta, con cui fa il suo debutto nel calcio professionistico nella stagione 1982-1983, non ancora ventenne, scendendo in campo 20 volte e segnando 6 reti in Serie B. Nell'annata successiva, 1983-1984, consolida la sua importanza all'interno della squadra bergamasca, rivelandosi uno dei principali artefici della promozione in Serie A con 15 reti in 36 gare disputate, conquistando a corollario il titolo di capocannoniere del campionato cadetto. Nella stagione 1984-1985, in cui debutta in massima categoria, nonostante la giovane età è ormai tra i punti fermi degli orobici; giovando dell'affiatamento con il compagno di reparto Strömberg, contribuisce con 5 gol in 29 partite di campionato alla salvezza nerazzurra, togliendosi inoltre la soddisfazione di andare a segno sul campo della Roma e contro i futuri campioni d'Italia del Verona. Juventus Pacione alla Juventus nel 1986, contrastato dal blaugrana Víctor, nel retour match dei quarti di Coppa dei Campioni (1-1). Le positive stagioni a Bergamo danno l'opportunità a Pacione, nell'estate 1985, di andare a vestire la maglia di una big del calcio italiano, la Juventus campione d'Europa in carica e al centro di un profondo rinnovamento della rosa nel post-Heysel; i piemontesi, anche alle prese con il lento recupero dell'infortunato Briaschi, acquistano il giovane e promettente Pacione con l'idea di farlo crescere gradualmente, affidandogli il ruolo di vice-Serena. Tuttavia il giovane non si dimostra all'altezza delle aspettative e l'esperienza in bianconero si rivela negativa, costellata da vari e grossolani errori in fase realizzativa. Poco impiegato sino alla primavera, viene improvvisamente buttato nella mischia in una delle fasi più importanti della stagione, ovvero il doppio confronto nei quarti di Coppa dei Campioni contro il Barcellona, inframezzato dalla sfida-scudetto sul campo della Roma; un infortunio di Briaschi fa sì che l'allenatore Giovanni Trapattoni lo inserisca dopo 10' nell'andata di coppa al Camp Nou (persa 0-1), mentre l'ulteriore forfait di Serena gli consegna una maglia da titolare prima per la gara di campionato contro i giallorossi e poi per il retour match al Comunale contro i catalani. Se già nel big match dell'Olimpico (perso 0-3) non brillò, sarà soprattutto la gara del 19 marzo 1986 contro il Barcellona a rivelarsi, a posteriori, lo spartiacque nella carriera di Pacione: nei 90' contro i blaugrana si rende protagonista di numerosi e marchiani sbagli sottorete, di «rara sciaguratezza», che a qualificazione sfumata (1-1) ne fanno suo malgrado il capro espiatorio dell'eliminazione. Pacione conclude la stagione con 12 presenze in Serie A, senza mai segnare. Durante la permanenza a Torino si toglie comunque la soddisfazione di laurearsi campione d'Italia e di vincere la Coppa Intercontinentale, seppur da comprimario; tuttavia la succitata e opaca prestazione contro il Barcellona, di fatto aveva già posto termine alla sua avventura in bianconero nonché alle sue possibilità di carriera ad alti livelli. Verona Pacione in azione al Verona, mentre batte il portiere viola Landucci nella vittoriosa sfida di campionato del 24 gennaio 1988 (1-0). Dopo appena un anno, la Juventus si libera senza troppe remore di Pacione, cedendolo al Verona. Diversamente da Torino, in Veneto l'attaccante riesce parzialmente a riscattarsi, disputando tre stagioni su buoni livelli. Nel primo campionato con gli scaligeri, 1986-1987, sigla 4 reti in 28 partite, contribuendo al quarto posto finale in classifica e annessa qualificazione in Coppa UEFA. Rimane su tali livelli realizzativi anche nelle restanti due annate, con 6 gol in 29 presenze nel 1987-1988, e 5 reti in 30 gare nel 1988-1989; in quest'ultima si toglie anche la soddisfazione di realizzare una doppietta all'ex squadra bianconera nella vittoriosa sfida di campionato del 12 febbraio 1989 al Bentegodi (2-0). Risalgono inoltre al periodo in maglia gialloblù le sue due apparizioni (1 gol) con la maglia della nazionale B, con la quale debutta il 18 novembre 1987. Torino e Genoa Nell'estate 1989 passa al Torino, scendendo in serie cadetta. Nell'unica stagione in maglia granata Pacione ottiene la sua seconda promozione in massima categoria, contribuendo al salto di categoria con 6 marcature in 30 partite di campionato giocate. Ceduto nell'estate seguente, nel campionato 1990-1991 ha comunque modo di calcare i campi di Serie A grazie al passaggio al Genoa. Con i rossoblù disputa 18 partite segnando 1 rete, la sua ultima in massima categoria. L'anno successivo viene utilizzato soltanto in 4 occasioni, nelle quali non riesce a trovare la via del gol. Reggiana e Mantova Nell'estate 1992 si accasa alla Reggiana, in Serie B, dove giocando da titolare ottiene la terza promozione in A della sua carriera, cui contribuisce con 7 gol in 32 partite. Nella stagione 1993-1994 scende in campo per l'ultima volta in massima categoria con gli emiliani, prima di passare, nel gennaio 1994, al Mantova, in Serie C1. Con i virgiliani, dopo 15 presenze e 2 reti in campionato, chiude prematuramente la sua carriera agonistica all'età di trentuno anni, dopo aver collezionato 151 presenze e 21 reti in Serie A, e 118 presenze e 35 reti in Serie B. Dirigente Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, Pacione torna nella città di Verona legandosi stavolta al Chievo, per ricoprire dal 1995 il ruolo di team manager dei clivensi. Dopo la mancata iscrizione ai campionati della squadra gialloblù nel 2021, inizialmente rimane a collaborare con Campedelli al progetto "Chievo Sona"; ma a causa dei ritardi nello sviluppo, il 5 ottobre 2022 assume l'incarico di direttore sportivo del Vigasio, militante nel campionato veneto di Eccellenza. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 3 Atalanta: 1983-1984 Torino: 1989-1990 Reggiana: 1992-1993 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1985-1986 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Individuale Capocannoniere della Serie B: 1 - 1983-1984 (15 gol)
  9. JESÚS GARCIA TENA https://it.wikipedia.org/wiki/Jesús_García_Tena Nazione: Spagna Luogo di nascita: Terrassa Data di nascita: 07.06.1990 Ruolo: Difensore Altezza: 190 cm Peso: 78 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 2010 al 2011 0 presenze - 0 reti Jesús García Tena (Terrassa, 7 giugno 1990) è un ex calciatore spagnolo, di ruolo difensore. Jesús García Nazionalità Spagna Altezza 190 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2019 Carriera Giovanili 1999-200? CP San Cristobal 200?-2004 Terrassa 2004-2009 Espanyol 2010-2011 Juventus Squadre di club 2009 Sabadell 1 (0) 2009-2010 Terrassa 13 (0) 2011-2012 Cuneo 2 (0) 2012-2013 Livingston 29 (3) 2013-2017 Hamilton Academical 67 (6) 2017-2018 Edinburgh City 21 (2) 2018-2019 Stenhousemuir 11 (0) 2019 Bonnyrigg Rose 0 (0) Biografia Anche il padre ed il fratello minore Pol sono calciatori. Carriera Club Il 9 settembre 2013 viene acquistato dall'Hamilton Academical.
  10. POL GARCIA TENA https://it.wikipedia.org/wiki/Pol_García Nazione: Spagna Luogo di nascita: Terrassa Data di nascita: 18.02.1995 Ruolo: Difensore Altezza: 185 cm Peso: 71 kg Nazionale Spagnolo Under-17 Soprannome: - Alla Juventus dal 2011 al 2014 Esordio: 17.05.2012 - Amichevole - Juventus-Santarcangelo 3-1 Ultima partita: 23.07.2013 - Amichevole - Sassuolo-Juventus 0-0 0 presenze - 0 reti Pol García Tena (Terrassa, 18 febbraio 1995) è un calciatore spagnolo, difensore del Trento. Pol García García con la maglia del L.R. Vicenza nel 2015 Nazionalità Spagna Altezza 185 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Difensore Squadra Trento Carriera Giovanili 1999-200? CP San Cristobal 200?-2004 Terrassa 2004-2008 Espanyol 2008-2011 Barcellona 2011-2014 Juventus Squadre di club 2014-2015 → Vicenza 23 (1) 2015-2016 → Como 13 (0) 2016 → Crotone 12 (1) 2016-2017 → Latina 32 (1) 2017-2018 → Cremonese 15 (0) 2018-2021 Sint-Truiden 61 (3) 2021-2022 Juárez 17 (1) 2022 Lugo 2 (0) 2022- Trento 0 (0) Nazionale 2011 Spagna U-17 1 (0) Biografia È fratello minore di Jesús García Tena, anche lui ex-difensore. Carriera Club Giovanili Di origini catalane, muove i primi passi all'età di 4 anni nel San Cristobal - squadra allenata dal padre -, per poi passare prima al Terrassa e poi, nel 2004 alle giovanili dell'Espanyol, dove rimane fino al 2008, quando passa ai rivali cittadini del Barcellona, rimanendovi una stagione. Successivamente si trasferisce in Italia, alla Juventus, assieme al fratello Jesus, disputando in una stagione negli allievi nazionali e due in primavera. Vicenza Nel 2014 debutta nel calcio professionistico, andando in prestito in Serie B, al Vicenza, appena ripescato dalla Lega Pro. Il 7 settembre gioca la sua prima partita di sempre, perdendo 2-1 in campionato sul campo del Trapani. Mette a segno la prima rete in carriera il 25 ottobre nella sconfitta per 3-1 in trasferta contro il Catania. Termina la stagione in Veneto dopo 23 presenze e 1 gol. Como Per la stagione 2015-2016 va a giocare al Como, neopromosso in Serie B. Fa il suo esordio il 9 agosto 2015 nella sconfitta per 1-0 in Coppa Italia sul campo del Trapani. Il 6 settembre gioca la prima in campionato, perdendo 2-0 in trasferta con il Perugia. Chiude anticipatamente il prestito dopo mezza stagione e 14 apparizioni in campo. Crotone Il 25 gennaio 2016 termina il prestito al Como e si trasferisce con la stessa formula al Crotone. Il 21 febbraio debutta nell'1-1 in trasferta contro la Salernitana. Il 9 aprile segna il primo gol con i rossoblù, il secondo in carriera, nella vittoria per 2-1 sul campo della Ternana. Con 12 presenze e 1 rete contribuisce alla prima promozione di sempre in Serie A dei calabresi. Latina Nel luglio 2016 va un'altra volta in prestito in Serie B, stavolta al Latina. Esordisce il 7 agosto nell'1-0 casalingo in Coppa Italia sul Matera. Il 27 agosto debutta in campionato nella sconfitta per 4-1 sul campo del Verona. Segna la sua prima rete nel recupero del posticipo Spezia - Latina del 30 gennaio, finito 3-2 per i liguri. Il 12 giugno 2017, dopo aver chiuso la stagione con 32 presenze e 1 rete, viene svincolato d'autorità da parte della FIGC, insieme al resto della rosa del Latina, società fallita a cui era stata revocata l'affiliazione. Cremonese Per la stagione 2017-2018 va in prestito alla Cremonese, neopromossa in Serie B. Nazionale Nel 2011 ha giocato una partita con la Nazionale Under-17 spagnola. Palmarès Club Competizioni giovanili Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 2012-2013 Supercoppa Primavera: 1 - Juventus: 2013
  11. MICHEL GARBINI PEREIRA https://it.wikipedia.org/wiki/Michel_Garbini_Pereira Nazione: Brasile Luogo di nascita: Vitoria Data di nascita: 09.06.1981 Ruolo: Difensore Altezza: 187 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 2004 al 2005 Esordio: 01.06.2005 - Amichevole - Yokohama Marinos-Juventus 0-1 Ultima partita: 07.06.2005 - Amichevole - Tokyo-Juventus 1-4 0 presenze - 0 reti
  12. ALFREDO GANZINI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1930 al 1931 Esordio: 06.01.1931 - Amichevole - Lugano-Juventus 1-2 0 presenze - 0 reti
  13. ANTONIO GAMBINO Nazione: Italia Luogo di nascita: Palermo Data di nascita: 01.01.1967 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1988 Esordio: 30.08.1987 - Coppa Italia - Juventus-Catanzaro 3-0 Ultima partita: 02.09.1987 - Coppa Italia - Juventus-Casertana 0-0 2 presenze - 0 reti
  14. EDOARDO GAMBA Nazione: Italia Luogo di nascita: Asti Data di nascita: 16.02.1932 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1951 al 1952 Esordio: 10.01.1952 - Amichevole - Juventus-Piemonte 3-2 Ultima partita: 22.05.1952 - Amichevole - Vogherese-Juventus 2-6 0 presenze - 0 reti
  15. AGOSTINO GAMBA https://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_Gamba Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 04.07.1904 Luogo di morte: Pozzuoli (Napoli) Data di morte: 20.09.1988 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1924 al 1925 Esordio: 21.05.1925 - Amichevole - Juventus-Novese 0-1 0 presenze - 0 reti Agostino Gamba (Torino, 4 luglio 1904 – Pozzuoli, 20 settembre 1988) è stato un arbitro di calcio, dirigente sportivo e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Agostino Gamba Informazioni personali Arbitro di Calcio Federazione AIA Sezione Napoli Professione Ragioniere Attività nazionale Anni Campionato Ruolo 1929-19?? 1933-1937 1937-1951 Terza Divisione Serie B Serie A Arbitro Arbitro Arbitro Attività internazionale 1946-1951 UEFA e FIFA Arbitro Premi Anno Premio 1947 Premio Giovanni Mauro Agostino Gamba Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Carriera Giovanili 1920 Juventus Squadre di club 1924-1926 Puteolana 7+ (1+) 1926-1927 Casertana ? (?) 1927 Napoli 0 (0) 1927-1928 Casertana ? (?) Biografia Si sposò nel 1927 con Luisa Cimmino, da cui ebbe due figli, Filippo e Michele. Carriera Calciatore Esordì giovanissimo nella Juventus nel 1920. In seguito si trasferì a Pozzuoli, giocando nella Puteolana, di cui fu il capitano dal 1924 al 1926. Qui vinse il campionato di Terza Divisione e partecipò a quello di Prima Divisione. Giocò in seguito nella Casertana con un inframezzo nel Napoli dove non scese mai in campo in quanto chiuso da altri giocatori. Arbitro Alla fine della carriera di calciatore, intraprese l'attività arbitrale nel 1929, iniziando dall'allora Terza Divisione. Esordì in Serie B nel campionato 1933-1934, arbitrando alla 10ª giornata Modena-Vicenza 4-1 il 12 novembre 1933. Esordì in Serie A nel campionato 1937-1938, arbitrando alla 26ª giornata Atalanta-Bari 0-0 il 27 marzo 1938, mentre l'ultima gara diretta fu Lucchese-Como 5-0 del 17 giugno 1951. In totale in massima serie diresse 79 incontri. Nel 1947 gli fu conferito il Premio Giovanni Mauro quale migliore arbitro della stagione. Divenne internazionale arbitrando dal 1946 al 1951, periodo in cui diresse alcune gare eliminatorie della Coppa Rimet. Fu messo a riposo nel luglio del 1951. Dirigente Quand'era ancora nel pieno della sua attività arbitrale, nel 1944 divenne presidente del Comitato Calcio Flegreo, il 13 settembre 1945 Presidente della Lega Regionale Campana, il 2 ottobre 1948 fu eletto presidente dell'A.I.A.. Negli anni cinquanta fu consigliere nazionale della FIGC, vice Presidente della Lega Nazionale IV Serie, fu componente della C.A.N. e della C.A.F. fino al 1970 ed inoltre fu membro dell'esecutivo dell'U.E.F.A.. Nel 1973 gli fu conferito dalla F.I.G.C. il titolo di dirigente benemerito. Nel 1962 fu presidente della Puteolana. Onorificenze Cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica italiana «Per meriti sportivi» — 1959
  16. GIANCARLO GALLESI https://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Gallesi Nazione: Italia Luogo di nascita: Vigevano (Pavia) Data di nascita: 25.01.1932 Luogo di morte: Mede (Pavia) Data di morte: 22.02.2022 Ruolo: Portiere Altezza: 174 cm Peso: 71 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1954 al 1955 Esordio: 13.04.1955 - Amichevole - Ivrea-Juventus 1-1 0 presenze - 0 reti Giancarlo Gallesi (Vigevano, 25 gennaio 1932 – Mede, 22 febbraio 2022) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Giancarlo Gallesi Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1971 - giocatore Carriera Giovanili 194?-1951 Vigevano Squadre di club 1951-1957 Vigevano 130 (-?) 1957-1958 Simmenthal-Monza 2 (-?) 1958-1959 Vigevano 37 (-?) 1959-1960 Milan 4 (-6) 1960-1965 Genoa 33 (-?) 1965-1966 Biellese 28 (-?) 1966-1967 Gambolò 30 (-?) 1967-1971 Vigevano 78 (-?) Carriera da allenatore 1974-1975 Vigevano (Vice) 19?? Vigevano 19?? Mortara Carriera Giocatore Giocò due stagioni in Serie A con Milan, esordendo nella massima serie nella sconfitta esterna dei rossoneri contro l'Alessandria del 20 settembre 1959, e Genoa per complessive 13 presenze in massima serie. Ha totalizzato inoltre 26 presenze in Serie B, con Monza e Genoa conquistando con i rossoblu la vittoria del campionato cadetto nella stagione 1961-1962. Allenatore Cessata l'attività agonistica ha intrapreso quella di allenatore, guidando fra l'altro Vigevano e Mortara. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali IV Serie: 1 - Vigevano: 1954-1955 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 2 - Genoa: 1962, 1964 Coppa dell'Amicizia: 1 - Genoa: 1963
  17. GIUSEPPE GALETTI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1919 al 1920 Esordio: 28.03.1920 - Amichevole - Parma-Juventus 0-2 0 presenze - 0 reti
  18. MASSIMO BRIASCHI MASSIMO BURZIO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1984 Ha detto seccamente ma anche educatamente «No grazie!» alla Lazio. Sperava nella Fiorentina e come «in un sogno» ecco la Juventus. Massimo Briaschi era persino disposto a restare un anno in serie B, al Genoa, pur di fare ciò che voleva. Per preveggenza, per un caso o grazie a qualche buon consiglio? Chissà? Fatto sta che il vicentino ha resistito agli «assalti» di Giorgio Chinaglia e contemporaneamente, complici le folli pretese economiche di Bruno Giordano, si è ritrovato di colpo a vestire la maglia bianconera. Ancora oggi, mentre l’estate e i «botti» del calcio-mercato paiono ormai lontanissimi, Briaschi continua a ripetere con aria soddisfatta: «È come uno di quei sogni che sai non si potranno mai realizzare e di colpo, invece, diventano realtà. Ammette d’avere avuto una fortuna sfacciata e d’aver rischiato. Ho rifiutato la Lazio perché volevo una sistemazione migliore ma potevo anche rimanere in serie B e magari perdere l’autobus del grande calcio. Ho, forse, aiutato il destino perché puntavo in alto. Sono bianconero cioè ho raggiunto quella che è la migliore società d’Italia e forse di tutto il mondo». Briaschi è stato «baciato dalla sorte» per molte ragioni ma non si sente un ripiego: «So che la Juventus mi aveva già cercato nello scorso anno e quindi aveva dovuto scegliere Penzo. Poi c’è stato “l’affare” Giordano e tutti i problemi che sono nati in quel momento. Però non posso e non voglio farmi condizionare dal “fantasma” di chi non è venuto alla Juventus. Sono qui per fare il mio dovere, per far bene. Sono un professionista e so come dovrò comportarmi sia in campo che fuori». Briaschi è certo di poter sfondare e non ha neppure dubbi sulla possibilità di formare con Rossi un buon tandem d’attacco: «Io e Paolo abbiamo già giocato assieme, dal 76-77 al 78-79. In totale, allora ero una riserva, scendemmo in campo per 26 volte e non vi furono problemi. Oltretutto siamo anche molto legati. Le nostre mogli, Arianna e Simonetta, erano addirittura compagne di classe. A Vicenza ci frequentammo spesso e con il passare degli anni abbiamo sempre cercato di passare le vacanze assieme. Lo scorso luglio, ad esempio, eravamo in Sicilia... È stato bello festeggiare il mio arrivo alla Juventus e darsi l’arrivederci a Torino. Ma al di là della nostra amicizia – prosegue Briaschi – sono certo che in campo potremo integrarci senza difficoltà. Siamo tutti e due rapidi, amiamo gli scambi di prima e alla poca potenza possiamo supplire con la rapidità. Paolo è un fuoriclasse con cui non puoi che giocar bene... E che dire di Platini e Boniek? Insomma non ho dubbi!». Torino non è Genova e il Comunale non è Marassi. I tifosi hanno il «palato» fine, sono estremamente esigenti: «Ed io – afferma Massimo – farò di tutto per accontentarli. Questa è la mia grande occasione, non posso sprecarla. Mi metterò al servizio della squadra ma non dimenticherò certo che far gol è il mio mestiere... E poi ci penserà il Mister Trapattoni a dirmi quale posizione dovrò assumere». Ma chi è Massimo Briaschi lontano dai campi di gioco? «Un ragazzo normalissimo. Sono nato il 12 maggio del 1958 a Lugo di Vicenza. Mi sono sposato nel 1981 ma per ora non abbiamo figli. Arianna ed io abbiamo molti hobby in comune. Ci affascinano le automobili anche se siamo dei piloti molto prudenti e quando è possibile ci mettiamo a scattar fotografie, soprattutto a paesaggi e bambini. Per quanto riguarda gli studi – dice Briaschi – ho smesso dopo il diploma di geometra. Avevo fatto un pensierino sulla facoltà di architettura ma ho troppo poco tempo per fare le cose seriamente. Mi piace stare in casa, ascoltare un po’ di musica leggera, preferibilmente quella italiana e guardare la televisione. Ogni tanto esco a cena ma anche a tavola non ho gusti “strani”: carne, pesce e verdura e basta». Briaschi, come si vede, non è un divo, ma un professionista all’antica... un giocatore di quelli che la Juve sa esaltare e se ancora è possibile addirittura migliorare... E il campo lo sta dimostrando. MASSIMO BURZIO, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1988 In tre anni (dal 1984 al 1987) ha vinto quello che altri calciatori neppure riescono a sfiorare in tutta una carriera. Un palmarès esaltante, quasi unico nella storia del calcio tanto è concentrato e meritato, non fosse altro per il prezzo pagato da Briaschi. A ogni vittoria, infatti, si è accompagnato un infortunio e a ogni faticosa convalescenza un ulteriore incidente e il relativo, faticoso, recupero. Se, quindi, Briaschi ha avuto molto dal calcio, altrettanto ha dato in termini di sfortuna e soprattutto ogni vittoria è stata duramente ridimensionata da incidenti assortiti. Così Briaschi non ha potuto lasciare nella storia juventina una traccia maggiore di quella abitualmente concessa a coloro che da comprimari contribuiscono al successo finale. Poteva, però, essere un leader, il bravo Massimo. Poteva e voleva dare di più e non lasciare la Juventus in silenzio, quasi in punta di piedi e con la certezza di essere assai poco rimpianto dai tifosi. E neppure al Genoa, dove Briaschi si è trasferito dalla scorsa estate, c’è stato quell’atteso quanto oramai sempre più desiderato, ritorno ai livelli di rendimento accettabili. Oggi c’è soprattutto da augurare a Briaschi un futuro migliore del recente passato; e cioè un futuro che permetta al buon Massimo di ritrovare quella forza e quella grinta che il fisico ritrovato nella sua efficienza gli permetterebbe nuovamente di mettere in mostra, ma che probabilmente sono frenate e coperte da strane remore psicologiche. Briaschi, forse, è quindi da recuperare nel morale più che atleticamente. L’augurio è quello di farcela a tornare quello di un tempo. Un tempo, oltretutto, neppure troppo lontano. Nato il 12 maggio del 1958 a Lugo di Vicenza, Massimo Briaschi inizia a giocare a calcio nelle giovanili del Vicenza. In maglia biancorossa si conquista presto il nome di nuovo Rossi e molti pronosticano una carriera anche migliore (squalifica a parte, ovviamente) di quella del Pablito nazionale che a Vicenza aveva ed ha ancora oggi più di un amico ed estimatore. Dal 1975 al 1981 Briaschi entra nei ranghi della prima squadra del Vicenza. Punta abile sia sulle fasce sia al centro dell’attacco, buon rapinatore d’area dal tiro secco e bruciante, Briaschi si fa valere anche nel gioco aereo nonostante non sia dei più alti. Il fisico è ottimamente costruito, armonico, con leve proporzionate e adatte sia allo scatto breve sia alla corsa lunga. Il periodo vicentino di Briaschi termina nel 1981 quando è trasferito a Genova. Briaschi ritrova il rossoblu, lo stesso colore che aveva vestito con il Cagliari, in una breve parentesi nel 1979-80. Nel Genoa, Briaschi mostra ancora molte qualità, ma soprattutto diviene ciclicamente l’uomo del mercato estivo. Sono molte, infatti, le società che cercano di assicurarsi il bravo Massimo. Alla fine ci riesce la Juventus che nel 1984 chiama Max alla sua corte. Intanto Briaschi è diventato titolare della Nazionale Olimpica che a Los Angeles conquista un 4° posto di assoluto prestigio (e, certamente, il piazzamento avrebbe potuto essere migliore se l’avventura olimpica fosse stata intesa da tutta la squadra azzurra con uno spirito meno turistico). Così Briaschi a causa degli impegni azzurri arriva alla Juve a preparazione già iniziata. Ricordo di essere stato tra i primi a intervistarlo e ancora mi viene in mente quella sua concreta umiltà, che subito lo fece apprezzare da Trapattoni e dai compagni. Diceva, infatti, Massimo: «Vada come vada. Alla Juve sono per imparare e soprattutto sono convinto di essere arrivato al top della mia professione». Molti, come detto, gli infortuni: addirittura a Bruxelles, contro il Liverpool, gioca con un ginocchio che in altri momenti sarebbe immediatamente da operare. Ma Briaschi stringe i denti e scende in campo. Così avviene in tante altre occasioni. Il rendimento, inizialmente scintillante, cala sempre di più. Briaschi conosce la panchina, la accetta in silenzio e con disciplina. Quando scende in campo, ormai, il pubblico accompagna ogni sua giocata con un boato di disapprovazione. Il giocattolo si è rotto. È tempo di andare via, anche perché la Juve cerca ed ha cercato altre strade in attacco. Per Briaschi di nuovo illusioni e molta, cruda e spietata, realtà. NICOLA CALZARETTA, “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO-AGOSTO 2011 Massimo Briaschi oggi ha 53 anni e di mestiere fa l’agente di calciatori. Il nazionale del Napoli Christian Maggio e la giovanissima promessa Amidu Salifu della Fiorentina sono i suoi fiori all’occhiello. Vicentino di nascita e di formazione calcistica, Briaschi nel 1984 fu acquistato dalla Juventus in cerca di una seconda punta da affiancare a Paolo Rossi. Piccolo, guizzante e rapidissimo nel breve, Massimo ha scritto pagine importanti in maglia bianconera. Non solo gol per Briaschi, ma anche sponde vincenti e assist decisivi. Tre stagioni a Torino, uno scudetto, la Supercoppa Europea, la Coppa Campioni e la prima Intercontinentale a Tokyo. 84 le presenze complessive e 29 i gol, tre dei quali alla sua prima partita ufficiale con la Juventus, il 22 agosto 1984, contro il Palermo in Coppa Italia. Una partenza boom. – Che ricordo conservi di quell’eccezionale debutto? «Una grande tensione fino a un minuto prima dell’inizio. Sai, era la mia prima volta al Comunale. Giocavo nella squadra più importante al mondo. Non ero abituato a certe emozioni, in fondo venivo dalla provincia. E non ero un grandissimo». – Insomma sentivi di dover dimostrare qualcosa al pubblico. «In un certo senso sì, anche se venivo da due stagioni molto positive con il Genoa e il mio nome era conosciuto. Ma sai, alla Juve era un altro mondo». – A proposito, com’è nato il tuo passaggio in bianconero? «La storia è stata un po’ rocambolesca. Mi volevano diverse squadre. Il Genoa aveva chiuso con la Lazio, ma dissi di no, rinunciando a molti soldi. A un certo punto arrivò anche una proposta del Torino, che rifiutai. Nel frattempo, per mia fortuna, saltò l’affare tra la Juventus e Giordano». – Come hai saputo del trasferimento a Torino? «Ero in vacanza a Ischia con la famiglia. Mi chiama il presidente del Genoa. “È fatta, stai tranquillo”. Ma ormai io non ci credevo più. Ero convinto che sarei rimasto a Genova. E mi rodeva. Poi all’improvviso, ecco la telefonata di Boniperti. All’inizio pensai a uno scherzo. Ricordo che gli dissi: “Sono a mille chilometri di distanza, ma se vuole parto anche adesso a piedi!”. A 26 anni coronavo il mio sogno di indossare la maglia della squadra per cui tifavo». – Il primo impatto con Boniperti? «È avvenuto due giorni dopo la telefonata. Prima di andare da lui, su consiglio del direttore sportivo Francesco Morini, ero passato dal parrucchiere per dare una spuntatina ai capelli. Ma non bastò: la prima cosa che mi disse fu di tornare dal barbiere». – E la seconda? «Aggiunse: “Ricordati che qui alla Juve se arrivi secondo hai perso”. Poi, tempo quattro minuti, ho firmato il contratto. Ero al settimo cielo, anche se c’era una cosa che mi tormentava. Ero tra i convocati della Nazionale Olimpica per i giochi di Los Angeles, ma sinceramente io non ci sarei voluto andare. Fu Trapattoni a togliermi ogni dubbio. Mi parlò della sua esperienza nel 1960 e, soprattutto, mi tranquillizzò dicendomi che per lui ero uno dei titolari e che non avrei dovuto temere nulla». – Un attestato di fiducia fondamentale per un nuovo acquisto. «Devo dire che alla Juve mi sono sentito subito uno di casa. I compagni sono stati fantastici, specialmente i big». – Bene, possiamo tornare a quel 22 agosto 1984: tre gol in meno di un’ora e l’esame pubblico è superato a pieni voti. «È andata benissimo. Ricordo che per ben due volte sono finito anch’io dentro la rete insieme al pallone. Una serata fantastica, anche se giocare in quella squadra lì per un attaccante era facile. Con gente come Platini, Boniek, Tardelli, Scirea, bastava sapersi smarcare che, prima o poi, la palla giusta ti arrivava». – Hai qualche ricordo personale di Platini? «La cosa più bella successe quella volta che mi prestò la sua Ferrari. Era una domenica ed io ero squalificato. Ho sempre avuto la passione per le automobili e chiesi a Michel di prestarmi la Rossa per andare a Milano a vedere una partita. Mi disse, vai a casa mia, suona e dì a mia moglie di darti le chiavi. A parte il fatto che non aveva detto niente a sua moglie, la cosa triste fu che venne giù un acquazzone terribile. Feci Torino-Milano a 45 chilometri all’ora. Con la Ferrari di Michel». – Tre anni di Juve: molte vittorie, ma anche momenti dolorosi, come l’infortunio al ginocchio contro il Bordeaux. «L’entrata di Girard fu cattiva. E pensare che pochi minuti prima il Trap mi aveva chiesto di uscire. Il ginocchio non si gonfiò subito, giocai anche la domenica successiva. Poi più niente fino alla finale dell’Heysel». – Già l’Heysel: una serata maledetta. «E pensa che io pur di giocare feci 7-8 infiltrazioni. Comunque vorrei chiarire due cose: la prima è che noi abbiamo saputo in albergo la vera entità di quello che era accaduto. La seconda è che siamo usciti con la coppa e siamo andati verso i tifosi, per motivi di sicurezza ci era stato detto di andare sotto la curva». – Nel 1987 dici addio alla Juve e pochi anni dopo chiudi la carriera, hai qualche rimpianto? «L’infortunio che mi ha tagliato le gambe, fino a quel momento ero uno dei titolari della Juve. Altro rimpianto è non aver indossato la maglia della Nazionale maggiore. Davanti a me in quegli anni c’era Galderisi. Ci sarei potuto stare anch’io». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/massimo-briaschi.html#more
  19. MASSIMO BRIASCHI https://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Briaschi Nazione: Italia Luogo di nascita: Lugo di Vicenza (Vicenza) Data di nascita: 12.05.1958 Ruolo: Attaccante Altezza: 175 cm Peso: 69 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1984 al 1987 Esordio: 22.08.1984 - Coppa Italia - Juventus-Palermo 6-0 Ultima partita: 17.05.1987 - Serie A - Juventus-Brescia 3-2 84 presenze - 29 reti 1 scudetto 1 coppa dei campioni 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Massimo Briaschi (Lugo di Vicenza, 12 maggio 1958) è un procuratore sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante o centrocampista. Massimo Briaschi Briaschi in azione alla Juventus nel 1984 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 69 kg Calcio Ruolo Attaccante, centrocampista Termine carriera 1990 Carriera Giovanili 19??-1975 Lanerossi Vicenza Squadre di club 1975-1979 Lanerossi Vicenza 30 (1) 1979-1980 Cagliari 7 (1) 1980-1981 Lanerossi Vicenza 40 (11) 1981-1984 Genoa 80 (29) 1984-1987 Juventus 84 (29) 1987-1989 Genoa 42 (5) 1989-1990 Prato 18 (0) 1990 North York Rockets 16 (5) Nazionale 1978-1979 Italia U-21 4 (0) 1983-1984 Italia olimpica 2+ (0+) Biografia È fratello maggiore del calciatore Alberto. Caratteristiche tecniche Mancino naturale, venne impiegato con profitto da classico centravanti, al centro della manovra d'attacco, e da seconda punta o ala. Giocatore dal grande spirito di sacrificio, è ricordato come un attaccante di fascia molto completo, veloce e opportunista in area, dotato nel tiro. Di corporatura proporzionata, adatta allo scatto sul breve e alla corsa sul lungo, nonostante la non eccellente altezza fu avvezzo al gioco aereo. Carriera Club L.R. Vicenza, Genoa Briaschi al L.R. Vicenza nel 1978, in azione contro il Dukla Praga cui segnò la sua prima rete nelle coppe europee. Crebbe nelle giovanili del Lanerossi Vicenza con cui debuttò da professionista nella stagione 1975-1976, in Serie B, disputando 4 gare nei due successivi campionati. Nella stagione 1977-1978 fece parte delle seconde linee del cosiddetto Real Vicenza di Paolo Rossi e Gibì Fabbri secondo classificato in Serie A, tuttora il miglior piazzamento di una neopromossa nel massimo campionato italiano. L'anno successivo trovò maggiore spazio nella squadra berica, iniziando a guadagnarsi il soprannome di Nuovo Rossi e segnando 1 gol, in Coppa UEFA, ai cecoslovacchi del Dukla Praga: fu la sua prima marcatura, e del Lanerossi, in competizioni confederali. Dopo la stagione da riserva in prestito al Cagliari, nell'annata 1980-1981 tornò a Vicenza dove realizzò 11 gol in Serie B, tuttavia inutili, a fine stagione, a evitare la retrocessione della squadra in Serie C1. Nel campionato successivo, dopo poche gare coi veneti, tornò in Serie A passando al Genoa con cui segnò 8 reti nel campionato 1981-1982. Briaschi (a destra) al Genoa nel 1983, alle prese col viola Contratto. Giocò altre due stagioni in Liguria siglando in totale 29 reti, di cui 12 nella stagione 1983-1984 conclusa con la retrocessione in Serie B. In precedenza, il 15 maggio 1983 segnò alla Juventus, l'ultimo gol subìto nel campionato italiano da Dino Zoff. Juventus, ultimi anni Il suo ruolino sottoporta a Genova attirò l'interesse della Juventus di Giovanni Trapattoni, che lo prelevò nell'estate 1984 per affiancarlo in attacco all'ex compagno di squadra a Vicenza, Paolo Rossi. A Torino non patì l'impatto con l'ambiente di una big, segnando all'esordio in bianconero una tripletta al Palermo nella sfida casalinga di Coppa Italia del 22 agosto. Utilizzato da seconda punta, nell'annata 1984-1985 ripeté le 12 marcature della precedente stagione a Genova, contribuendo attivamente in campo europeo alla vittoria di Supercoppa UEFA, in cui servì a Zbigniew Boniek gli assist per la doppietta del polacco al Liverpool, e Coppa dei Campioni, grazie alle reti siglate agli svizzeri del Grasshoppers, ai cecoslovacchi dello Sparta Praga — «il gol che ancora adesso ricordo con più piacere, anche se non era il più bello in assoluto» — e, nella semifinale di andata, ai francesi del Bordeaux. Briaschi in bianconero nel 1986, in lotta con il madrileno Valdano in una sfida di Coppa dei Campioni. Il 24 aprile 1985, nel retour match d'oltralpe contro i girondini, uno scontro di gioco a centrocampo gli lesionò legamento crociato e capsula articolare: un infortunio «che mi ha tagliato le gambe, fino a quel momento ero uno dei titolari della Juve». Nella parte conclusiva della stagione, scese comunque in campo dal 1' nella finale di Coppa dei Campioni a Bruxelles, ancora contro i Reds — «pur di giocare feci sette-otto infiltrazioni» —, nella tragica notte dell'Heysel, prima di sottoporsi a Saint-Étienne all'inevitable intervento chirurgico. L'annata successiva, a dicembre subentrò a gara in corso nella vittoriosa Coppa Intercontinentale a Tokyo contro i sudamericani dell'Argentinos Juniors, e alla fine del campionato 1985-1986 conquistò in maglia juventina l'unico titolo italiano in carriera, segnalandosi nell'occasione per la rifinitura che valse il gol-scudetto di Michael Laudrup nella vittoria interna sul Milan, a un turno dalla fine; alle prese coi postumi dell'infortunio, nonché con gli arrivi in Piemonte del succitato Laudrup e di Aldo Serena, andò tuttavia sempre più spesso in panchina. Alla fine del suo terzo anno a Torino, vedendosi definitivamente precluso uno spazio da titolare e perso l'appoggio della tifoseria bianconera, decise di tornare al Genoa. Dopo due stagioni in Serie B coi rossoblù, nella seconda delle quali partecipò al ritorno dei liguri in massima categoria, a dicembre 1989 passò al Prato, in Serie C1, dove non segnò nessun gol. Anziché scendere ulteriormente di categoria, chiuse la carriera nel 1990, a 31 anni, ritirandosi dopo una breve esperienza nella Canadian Soccer League con i North York Rockets. Nazionale Briaschi (a destra) in azione con la maglia della nazionale olimpica nel 1983; dietro di lui, Iorio. Nel biennio 1978-1979 ottenne 4 presenze nell'Italia Under-21, con cui esordì il 28 dicembre 1978 in trasferta contro i pari età della Spagna. Nell'estate 1984 venne selezionato da Enzo Bearzot per la rosa dell'Italia olimpica quarta classificata ai Giochi di Los Angeles 1984; qui scese in campo in 2 occasioni, nella sfida della fase a gironi contro la Costa Rica, e nella finale per la medaglia di bronzo contro la Jugoslavia, entrambe perse dagli azzurri. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 2 - L.R. Vicenza: 1976-1977 - Genoa: 1988-1989 Coppa Italia Serie C: 1 - L.R. Vicenza: 1981-1982 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1985-1986 Competizioni internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985
  20. MASSIMILIANO ZAZZETTA Nazione: Italia Luogo di nascita: San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) Data di nascita: 10.10.1979 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1997 al 1998 0 presenze - 0 reti
  21. NICOLA ZANONE ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 1975 Ed eccomi alla terza puntata delle interviste con i giovani che fanno parte della squadra della «Primavera». Oggi sono di turno Sergio Brio, nato a Lecce il 19 agosto 1956, Nicola Zanone, biellese, nato il 22 giugno 1956, e Paolino Rossi, toscano dl Prato, dove è nato, sempre nel ‘56, il 23 settembre. Il primo, da poco acquistato dalla Società pugliese, gioca nel ruolo di stopper, mentre Zanone e Rossi sono attaccanti. Il primo centravanti-goleador, il secondo guizzante ala destra. Prima di addentrarmi nel labirinto delle domande-risposte, ecco un breve profilo della triade. Cominciamo da Zenone, che mi sembra senza dubbio il più timido dei tre, molto riservato, da classico piemontese di antico stampo, cioè dl poche parole ma di intelligenza acutissima: Nicola tiene tutto, o almeno gran parte di ciò che pensa, dentro di se, difficilmente esterna per intero il proprio pensiero, le proprie idee: senza dubbio una buona componente è dovuta a una certa timidezza di carattere, e un’altra fetta, sia pure più piccola, va attribuita, almeno secondo me, a una velata diffidenza, che si sgela soltanto dopo le prime domande. Le repliche, comunque, sono sempre brevissima, lapidarie, se pure sempre assai precise e intelligenti. Sergio Brio, uno stangone simpaticissimo, appena arrivato da Lecce e subito inserito nei ranghi bianconeri: avesse avuto il passaporto sarebbe stato aggregato alla comitiva juventina che, pur perdendo, passò il turno ad Amsterdam contro l’Aiax. Mi sembra che si diverta un mondo a questa intervista, sollecita la domanda e risponde a modo, sviscerando quasi sempre il suo pensiero: dimostra di avere idee chiarissime, pur nella sua giovane età, per cui è assai piacevole conversare con lui: è inoltre assai schietto, e lo dimostra un paio di volte, allorché si dichiara «non d’accordo» con l’intervistatore: ragazzo cioè di forte carattere, che ci ricorda un po’ il Causio prima maniera, quando, sentendosi in un determinato caso intimidito, reagisce quasi con furore, ribaltando così la situazione. Paolino Rossi, dalla facile parlata toscana, mi sta davanti con un sorriso buono ma con due occhi un po’ tristi: poverino, da un anno e mezzo la fortuna gli ha girato le spalle, direi anzi addirittura che lo ha abbandonato completamente: pensate, in questo breve lasso di tempo ha subito l’asportazione di ben tre menischi; che, nonostante il carattere e la determinazione, ne hanno logicamente affievolito (ma per poco crediamo), la gioia dei diciott’anni. Gli ricordo la teoria, mi sembra degli orientali, i quali sono contenti anche quando tutto sta andando male, sicuri che la ruota riprenderà presto a girare dalla giusta parte, secondo le leggi della vita. «Speriamo abbiano ragione» mi risponde Paolino, «perché una mala sorte così un po’ durare». In bocca al lupo, ragazzo. Dal veloce quadretto schizzato in queste poche righe, avrete già capito che si tratta di tre giovani con la testa sul collo, e potrete rendervene conto di persona dalle risposte che verranno: tre ragazzi insomma molto forti sul campo di gioco, ma altrettanto ferrati nella battaglia della vita, dove dimostrano di avere idee chiare e ben precise e dove, facciamo gli scongiuri, si troveranno ugualmente a sfondare qualora trovassero difficoltà insormontabili nel calcio. Ma eccoci all’intervista... cumulativa: – Anzitutto ditemi quali sono i sacrifici maggiori per dei ragazzi di diciott’anni che hanno scelto il calcio come professione. ZANONE: Non parlerei di sacrifici, o almeno sono così minimi che quasi non me ne accorgo voglio dire cioè che, anche se non avessi intrapreso questa attività, la mia vita trascorrerebbe sugli stessi binari. BRIO: Logicamente appartenere al calcio vuole automaticamente dire vita moderata, applicazione continua, volontà ferrea negli allenamenti: tutte cose per le quali occorre qualche sacrificio, ma non direi che bisogna essere un santo per fare il calciatore, voglio dire cioè che qualunque mestiere si scelga comporta dei sacrifici; l’importante è avere ben definito davanti uno scopo: una volta individuata questa meta tutto diventa facile, e ogni sacrificio si trasforma non dico in un diletto, ma nemmeno in un calvario. ROSSI: Il sacrificio maggiore e per me la lontananza da casa; poi il fatto di non avere molto tempo libero: sono iscritto alla terza ragioneria, e fra le ore scolastiche e trascorse alla scuola, quelle destinale allo svago (considerato che devo anche studiare), si riducono al lumicino. – C’è un giocatore al quale vi siete ispirati, e ai quale vorreste somigliare? BRIO: Nessuno: seguo tutti, negli exploits come negli errori, e cerco di imparare, prendendo, come si dice, un po’ di buon polline da ogni fiore. ROSSI: Beh, un calciatore esiste, per il quale da giovanissimo ho fatto pazzie, e del quale, sia pure in sedicesimo, mi sembra di avere qualche caratteristica, e cioè il grande Garrincha; certo che per arrivare soltanto alla sua cintola ne devo ancora mangiare di pagnotte! ZANONE: Anche per me, come per Brio, non c’è nessuno in particolare al quale mi stia ispirando; per fare un nome, un grosso nome, diciamo Altafini, che fa delle cose stupende con una facilità straordinaria, quella cioè che si chiama classe. – I vostri genitori, all’inizio della carriera, erano d’accordo con le vostre aspirazioni? ROSSI: Mia madre non era molto favorevole, soprattutto al pensiero di avermi lontano per tanto tempo, poi si è piegata alla mia volontà, ma la battaglia è stata dura. Devo dire però una cosa, che se ne avesse fatto una questione di vita o di morte, anche se a malincuore avrei rinunciato al calcio. ZANONE: Mio padre è stato subito contentissimo, anche se un pochino preoccupato per via che, logicamente, avrei dovuto trascurare gli studi. BRIO: I miei hanno accettato volentieri, anche di più ora che sono in una grossa squadra come la Juve; io però amo così tanto il calcio, che avrei fatto la mia strada anche a costo di litigare. Ma è stato meglio così: d`amore e d’accordo si vive meglio. – Dovreste elencarmi i vostri pregi calcistici, e poi i difetti che vi riconoscete. BRIO: Sono ancora esageratamente irruento, faccio cioè troppi falli quando debbo affrontare l’uomo col pallone, ma tutto questo migliorerà senza dubbio con l’esperienza; fra i pregi, in primis la statura, che mi consente una buona elevazione anche da fermo, poi i contrasti e i colpi di testa; comunque bisognerebbe chiederli ai miei istruttori. ZANONE: Il mio difetto maggiore è la grinta; non sempre la butto nella battaglia come dovrei, fra i pregi diciamo il fiuto del gol, un discreto dribbling e una certa tecnica. ROSSI: Forse sono un po’ carente nel fisico; per il resto mi difendo bene, ho un buon scatto in velocità e in progressione; sono un buon goleador e anche abbastanza altruista. – Al momento attuale siete tutti e tre titolari della «Primavera», che è il serbatoio naturale della prima squadra; quali sono oggi le vostre aspirazioni? BRIO: Per il momento sono contentissimo così, anche perché sono della «rosa» di prima squadra e ho addirittura debuttato, sia pure in incontro amichevole, con la maglia juventina sulle spalle. L’importante per ora è di mantenere le posizioni e avere la completa fiducia del mio allenatore; logico che per l’avvenire abbia traguardi più ampi, ma per adesso, ripeto, sono già soddisfatto. ROSSI: Ora sono appena guarito dal mio ultimo menisco, e perciò già contento di avere ripreso a giocare; per il prossimo anno si vedrà; a me farebbe enorme piacere essere riconfermato, come pure non mi dispiacerebbe essere prestato a qualche squadra e potere giocare in continuità. ZANONE: Anch’io per il momento non ho problemi; cerco di dare il meglio di me stesso, in attesa di migliorare. – Affinché si possa trarre dal vostro gioco una maggiore resa, per voi occorre un allenatore che vi tratti con i guanti, oppure con gli scapaccioni? ZANONE: Farei una distinzione: in allenamento preferisco un trainer duro, quello che, con le buone oppure con le cattive, spreme da me tutto quanto c`è di buono; ma nello stesso tempo, fuori del campo, che sia un buon padre, che spieghi con le buone maniere cosa pretende da me, dove ho sbagliato, dove posso migliorarmi. BRIO: Fin da piccolo, a Lecce, sono stato abituato dal mio allenatore Adamo al bastone; è uno che fa filare tutti come dei soldati, e infatti dal settore giovanile leccese sono nati autentici campioni, fra cui l’amico Causio; io mi sono trovato bene, e modestamente i frutti si vedono. Comunque un po’ di savoir-faire non guasta. ROSSI: Per me l’importante è che l’allenatore abbia personalità, che cioè non stia indifferente, questo mi darebbe tremendamente fastidio; certo che trovare uno che ti carica è senza dubbio un grosso vantaggio. – Passiamo ora ad alcune domande più... leggere. Parliamo di cine, di TV, di libri, di musica. ROSSI: Mi piacciono molto i film drammatici, e fra gli attori che preferisco citerei Dustin Hoffman e Katrine Rose, quella del «Laureato». Vedo poco la televisione perché le ore serali le passo davanti a un libro di scuola. Come letture diciamo il mio conterraneo Pratolini. ZANONE: Fra gli attori Franco Nero e Marlon Brando. Attrici: Catherine Deneuve. BRIO: Fra i miei preferiti vi sono i film polizieschi; come attore uno dei migliori è Alain Delon; l’attrice di cui non perdo un film è Laura Antonelli; leggo parecchio, specie giornali e libri che abbiano come argomento la storia. – Ragazzi, se un giorno vi accorgeste che, malauguratamente, non siete riusciti a sfondare nel mondo del calcio, quale sarebbe la vostra reazione? ROSSI: Perla mia grande passione non mi allontanerei mai dal calcio, anche se, logicamente, mi sceglierei un altro mestiere, magari tipo bancario o un negozio di articoli sportivi. ZANONE: Anch’io starei nel giro calcistico, magari in qualche squadretta tanto per giocare la domenica, ma una cosa così, senza impegno. BRIO: Logicamente cambierei lavoro; è per questo che, non si sa mai, se non dovessi sfondare riprenderei gli studi. – Un vostro pensiero sugli anziani, in tutti i mestieri. ZANONE: Indubbiamente bisogna sempre ascoltarli, in quanto c’è sempre qualcosa da imparare, però non è proprio detto che non sbaglino mai. Una cosa saggia, anche se è difficile da concretizzare, sarebbe di prendere da loro solo quello che c’è di buono. ROSSI: L’esperienza conta veramente tanto, per cui spesse volte la vicinanza di queste persone non può portare che bene. Certo che il calcio moderno si differenzia molto da quello di tanti anni fa, per cui anche i cosiddetti «soloni» possono sbagliare. BRIO: D’accordissimo: saper scegliere il meglio nel buono che c’è fra i «matusa». – Cosa pensate di queste cosiddette «contestazioni», che adesso vanno così di moda? BRIO: Qualche volta servono; altre, come spesso succede fra quelle studentesche, lo scopo principale è quello di... marinare la scuola. ROSSI: Chi anima e capeggia queste contestazioni è interessato alla cosa, e forse può anche aver ragione, gli altri sono soltanto dei pecoroni. ZANONE: Soltanto pochissimi le fanno seriamente. – Come ho già chiesto ai vostri compagni nelle precedenti interviste, vorrei conoscere da voi quanta percentuale ha la fortuna nella carriera di un giocatore. ZANONE: Indubbiamente la fortuna non basta, occorre avere doti ben precise e soprattutto impegnarsi, lavorare, sudare; è per questo che non assegnerei alla dea bendata più del venti per cento. BRIO: Giusto quello che ha detto Zanone, però io aggiungerei qualcosa alla fortuna, e porterei la percentuale al 30. ROSSI: Bisogna sfruttare il momento buono, ma logicamente se non hai le doti non c’è nulla da fare: puoi essere magari fortunato di entrare in campo al posto di un tuo compagno infortunato, ma se poi non sai farti valere, questa «mano esterna» conta poco. – Cosa chiedete al calcio come vostro avvenire? ROSSI: All’inizio un po’ di popolarità, poi un buon guadagno per la sicurezza economica mia e dei miei cari. BRIO: Per ora non chiedo nessun guadagno; l’importante, come già ho detto prima, è dimostrare di saper valere, poi si vedrà; cioè chiedere dopo aver dato. ZANONE: Per il momento tante soddisfazioni, per l’avvenire vedremo. – Un’ultimissima cosa: cambiereste alcune regole del calcio, come il fuori-gioco, oppure le espulsioni a tempo, o le porte più larghe, e così via? IN CORO: No, il calcio è bello così, è sempre stato così, non cambiamolo! 〰.〰.〰 Al contrario dei compagni di intervista, il buon Zanone non avrà mai l’onore di indossare la casacca bianconera della prima squadra. Ma la sua carriera sarà comunque ricca di soddisfazioni, riuscendo a giocare in piazze prestigiose come Empoli, Genova (sponda Samp), Udinese, Perugia, Pescara e, soprattutto, Vicenza, dove tornerà a giocare a fianco di Pablito. Proprio la sua grande amicizia con Paolino, lo porta a raccontare un curioso episodio: «Ricordo un particolare legato all’82, quando divenne Campione del Mondo ed io ero alla Samp. All’epoca era sposato con Simonetta e lei si trovava qui in Versilia. Guardavamo le partite del Mondiale che per lui era iniziato in modo negativo. Ci telefonava quasi tutti i giorni e lui con la sua simpatia e sincerità disse: “Se continua così, le vacanze bisogna farle di nascosto da qualche parte”. E invece poi Paolo ebbe una trasformazione e fu protagonista assoluto. Diventò difficile trovare un posto tranquillo per lui che era riconosciuto ovunque, era famosissimo dappertutto. Io, come dicevo, giocavo nella Samp e il Presidente Mantovani un giorno mi chiamò invitandomi con Paolo a Cap d’Antibes dove aveva una sua residenza, mi disse che lì avremmo potuto fare una vacanza serena e tranquilla. Andammo in Costa Azzurra e fu un periodo molto bello. Paolo continuava a essere sempre disponibile, speciale e semplice. Ricordo anche che un giorno uscimmo dalla villa per fare un giro nel centro: passeggiando, Paolo trovava persone che lo riconoscevamo ma ci fu anche un episodio davvero curioso. Ci fermarono due belle ragazze che ci chiesero un’informazione. Erano straniere e dissero: “Ma voi siete italiani? Ah voi siete Campioni del Mondo, con Paolo Rossi…”. Ce lo avevano davanti, ma non lo avevano riconosciuto. E Paolo poco dopo se ne uscì con una delle sue battute: “Per una volta che avrei voluto mi riconoscessero, non mi hanno riconosciuto”, disse scherzando». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/03/nicola-zanone.html#more
  22. NICOLA ZANONE https://it.wikipedia.org/wiki/Nicola_Zanone Nazione: Italia Luogo di nascita: Biella Data di nascita: 22.06.1956 Ruolo: Attaccante Altezza: 183 cm Peso: 77 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1973 al 1975 Esordio: 11.06.1974 - Amichevole - Umbertide-Juventus 0-6 0 presenze - 0 reti Nicola Zanone (Biella, 22 giugno 1956) è un ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Nicola Zanone Zanone (a destra) alla Sampdoria nel 1984, accanto al catanese Mosti. Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1993 Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1975 Juventus 0 (0) 1975-1976 Brindisi 3 (0) 1976 Varese 0 (0) 1976-1978 Empoli 62 (16) 1978-1980 Lanerossi Vicenza 32 (13) 1980-1981 Fiorentina 0 (0) 1980-1981 Udinese 24 (8) 1981-1984 Sampdoria 69 (13) 1984-1985 Perugia 23 (3) 1985-1987 Udinese 23 (2) 1987-1989 Pescara 12 (0) 1990-1991 Modena 6 (0) 1993 Montréal Impact 22 (4) Caratteristiche tecniche Attaccante dotato di ottima tecnica ma discontinuo nelle prestazioni, fu spesso frenato da problemi fisici quali la pubalgia. Carriera Proveniente dalle giovanili della Juventus, senza riuscire ad arrivare in prima squadra, ha militato in Serie A con le maglie di Lanerossi Vicenza (esordio in massima serie il 18 febbraio 1979 nel pareggio esterno contro il Napoli), Udinese (in due differenti periodi) Sampdoria e Pescara, totalizzando complessivamente 96 presenze e 15 reti, di cui 8 nella sola stagione 1980-1981 in cui risultò il miglior marcatore in campionato dell'Udinese. Ha inoltre totalizzato 114 presenze e 24 reti in Serie B con le maglie di Brindisi, L.R. Vicenza, Sampdoria, Perugia e Modena, conquistando la promozione in massima serie con il club genovese nella stagione 1981-1982. Ha chiuso la carriera militando per una stagione nella formazione canadese del Montréal Impact, allora militante nella American Professional Soccer League (APSL).
  23. NICOLA ZANINI https://it.wikipedia.org/wiki/Nicola_Zanini Nazione: Italia Luogo di nascita: Vicenza Data di nascita: 26.03.1974 Ruolo: Centrocampista Altezza: 181 cm Peso: 74 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1990 al 1992 Esordio: 10.02.1991 - Serie A - Juventus-Cesena 3-0 Ultima partita: 12.02.1992 - Coppa Italia - Juventus-Inter 1-0 2 presenze - 0 reti Nicola Zanini (Vicenza, 26 marzo 1974) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, allenatore della Luparense. Nicola Zanini Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Luparense Termine carriera 2010 - giocatore Carriera Giovanili 19??-1990 Lanerossi Vicenza Squadre di club 1990-1992 Juventus 2 (0) 1992-1993 Sampdoria 1 (0) 1993-1994 Mantova 20 (1) 1994-1995 Pistoiese 32 (11) 1995-1996 Verona 35 (7) 1996 Sampdoria 3 (0) 1996-1997 → Verona 26 (2) 1997 Sampdoria 3 (0) 1997-1999 Atalanta 42 (1) 1999-2001 Pescara 35 (8) 2001 Monza 17 (4) 2001-2002 Como 19 (4) 2002-2003 → Triestina 32 (7) 2003-2004 Napoli 36 (5) 2004-2005 Genoa 34 (5) 2005-2006 Ascoli 7 (0) 2006-2008 Vicenza 38 (1) 2008-2009 Albignasego 28 (7) 2009-2010 Treviso 3 (0) Carriera da allenatore 2010 Treviso 2014-2015 Real Vicenza Allievi Naz. 2015-2016 Vicenza Giov. Naz. 2016-2017 Vicenza Under-16 2017 Vicenza Berretti 2017-2018 Vicenza 2018 Vicenza 2018-2020 Este 2020- Luparense Carriera Giocatore Messosi in luce nelle giovanili del Lanerossi Vicenza, viene acquistato nell'estate 1990 dalla Juventus. Debutta in prima squadra a 16 anni, il 10 febbraio 1991 nella vittoria contro il Cesena. Rimasto nella primavera bianconera anche l'anno seguente, nel 1992-1993 approda alla Sampdoria di Roberto Mancini dove gioca solamente una partita, complice anche la giovane età. L'anno successivo approda in Serie C1 al Mantova dove disputa 20 gare segnando una rete. Nel 1994-1995, sempre in C1, gioca nella Pistoiese e colleziona 32 presenze con 11 gol; passa poi in Serie B del Verona con cui disputa 35 partite con 7 gol all'attivo. Nel 1996-1997 fa ritorno alla Sampdoria, e dopo 3 presenze ritorna in prestito al Verona con cui gioca 26 gare e realizza 2 reti. Nel 1997-1998 torna nuovamente alla Sampdoria giocando 3 volte e ad ottobre viene ceduto all'Atalanta dove disputa 10 partite sempre in Serie A, squadra con cui viene retrocesso nella serie cadetta e con cui debutta anche la stagione seguente in Serie B, giocando 32 di partite con un gol. Dal 1999 al gennaio 2001 gioca una stagione e mezza nel Pescara, sempre trra i cadetti, con 23 presenze e 8 gol il primo anno e 12 presenze il secondo anno. Nel gennaio del 2001 passa al Monza dove colleziona 17 presenze con 4 reti. L'anno seguente cambia nuovamente squadra e passa al Como dove, grazie anche ai suoi 4 gol in 19 gare, contribuisce alla promozione nella massima serie. Zanini rimane però in Serie B, alla Triestina neopromossa, dove gioca 32 gare e 7 reti. Nell'estate 2003 torna inizialmente a Como dove però viene immediatamente ceduto al Napoli, con la cui maglia disputa 36 partite segnando 5 gol. Dopo il fallimento della società partenopea nella stagione 2004-2005 viene acquistato dal Genoa: impiegato nel ruolo di trequartista, con 34 presenze in campionato e 5 reti contribuisce alla promozione dei rossoblù in Serie A, poi vanificata per un illecito sportivo dei vertici societari. Nell'estate del 2005 torna in Serie A passando all'Ascoli, neopromosso proprio a discapito del Genoa; dopo 7 apparizioni in maglia bianconera, nel gennaio 2006 passa al Vicenza, dove con 17 presenze contribuisce alla salvezza della squadra vicentina. All'inizio della stagione 2006-2007 è inizialmente titolare, ma dopo l'esonero di Camolese e l'arrivo di Gregucci perde sempre più spazio, scendendo in campo in 20 occasioni. Anche nella stagione successiva gioca da "separato in casa", scendendo in campo in una sola occasione, tanto che nel luglio 2008 avviene la risoluzione del contratto. Nel settembre dello stesso anno viene ingaggiato dall'Albignasego. Nel settembre 2009 ricomincia dal campionato di Eccellenza con la maglia del rinato Treviso, dove esordisce il 20 settembre 2009 contro la Vigontina. Allenatore Dal 12 gennaio 2010 prende il posto di Giorgio Rumignani sulla panchina del Treviso. Esordisce proprio contro la Vigontina, nella prima giornata di ritorno, ottenendo il suo primo punto, e al termine della stagione ottiene anticipatamente la salvezza. Lascia la guida del Treviso il 30 giugno 2010, dopo la decisione, da parte della dirigenza, di scegliere come nuovo allenatore Diego Zanin. Per la stagione 2014-2015 allena gli Allievi Nazionali del Real Vicenza. Rimasto senza panchina, nella stagione 2015-2016 a stagione in corso viene incaricato come nuovo tecnico dei Giovanissimi Nazioni del Vicenza portando la squadra ad un traguardo storico raggiungendo le semifinali di categoria arrendendosi solo alla Roma. Confermato per la stagione 2016-2017 alla guida degli Allievi Nazionali Under-16 dei berici, la stagione successiva la società biancorossa gli affida la panchina della squadra Beretti. Il 21 novembre 2017 viene nominato allenatore della prima squadra; viene esonerato il 26 marzo 2018, dopo la sconfitta subita contro il Renate per 0-2, venendo sostituito da Franco Lerda. Il 10 maggio 2018 gli viene riaffidata la panchina biancorossa in occasione dei play-out contro il Santarcangelo, dove i berici prevalgono nel doppio confronto sui romagnoli e raggiungono la salvezza. Il 20 giugno 2018 si accorda con l'Este, in Serie D, dove rimane per il successivo biennio mantenendo in entrambi i campionati la categoria. Per la stagione 2020-2021 viene ingaggiato dalla Luparense, ancora in Serie D. Palmarès Giocatore Campionato italiano di Serie B: 1 - Como: 2001-2002
  24. Non é lo stesso video postato da Gnarro. Qui ci sono le drammatiche immagini dell'incidente di Imola. Nel 1994 Senna lascia la McLaren per trasferirsi proprio alla Williams campione del mondo in carica. Da quell'anno il regolamento vieta tutti i dispositivi elettronici (come le sospensioni attive e il controllo di trazione), un punto di forza della Williams nel 1992 (FW14B) e 1993 (FW15C). Con il nuovo regolamento, la Williams perde competitività. La monoposto progettata da Adrian Newey non è solo meno competitiva che in passato; è anche troppo stretta nella zona dell'abitacolo, e Senna fatica a calarvisi e di conseguenza fatica nella guida (lo stesso Senna, dopo le prime prove effettuate con la vettura, afferma: "Se mangio un panino non entro più in questa macchina"). La vettura è inoltre instabile e difficile da guidare, a causa dell'eliminazione dei dispositivi elettronici. Senna discute con il medico del circus, Sid Watkins, dopo l'incidente mortale di Roland Ratzenberger nelle qualifiche di Imola, 30 aprile 1994. Senna comincia i lavori di collaudo, ma servirebbe del tempo per risolvere tutti i problemi della vettura; è con questi presupposti che comincia il mondiale. Nelle prime due prove Senna conquista due pole position, però in gara colleziona due ritiri (le due gare sono vinte dal futuro campione Michael Schumacher). Anche nella terza prova del mondiale, il Gran Premio di San Marino, Senna conquista la pole position, la terza di fila, ma a caratterizzare la gara sarà ben altro. Le prove, cominciate in malo modo il venerdì con l'incidente di Rubens Barrichello alla variante bassa (senza gravi conseguenze)[87], e funestate il sabato dall'incidente mortale di Roland Ratzenberger alla curva Villeneuve, segneranno profondamente lo stato d'animo di Ayrton e lo porteranno a correre con la bandiera austriaca nella monoposto, pensando di sventolarla in caso di vittoria in segno di solidarietà (tale bandiera fu poi rinvenuta all'interno dei resti della Williams dopo l'incidente, intrisa del sangue del pilota brasiliano)[88]. Senna conduce la gara nel primo giro del Gran Premio di San Marino 1994, poco prima del drammatico epilogo. La corsa comincia con un incidente alla partenza tra JJ Lehto e Pedro Lamy, in cui i rottami delle vetture provocano il ferimento di alcuni spettatori. La safety car, entrata in pista a seguito dell'incidente, vi rimane fino alla fine del 5º giro. Dopo la ripartenza, durante il 7º giro, Senna esce di pista ad altissima velocità alla curva del Tamburello, a causa del cedimento del piantone dello sterzo[89], che era stato modificato per consentire la guida del mezzo in quanto le nocche del pilota toccavano l'abitacolo[90][91]. Sono le 14:17. Il piantone era stato modificato e allungato nella notte dopo le prove cronometrate, dopo che Senna aveva chiesto di migliorare la visibilità della strumentazione[92]. La saldatura manuale si mostra però insufficiente a reggere le sollecitazioni della gara[93], togliendo al pilota il controllo totale della vettura durante la percorrenza della curva. Secondo la perizia dell'Alenia, per conto della Williams, la saldatura non cedette, ma si ruppe il raccordo dello sterzo con i leveraggi delle ruote, ma questo solo dopo la collisione che avvenne per l'instabilità della vettura causata dal cattivo rifacimento del manto stradale. Senna infatti, praticamente passeggero di una vettura ingovernabile, poté solo frenare (come si vede anche dalle immagini riprese dalla videocamera montata sulla monoposto), ma non riuscì a evitare il muro a bordo pista. L'impatto fu tremendo, coinvolgendo la parte anteriore destra della monoposto, e fu reso ancora più letale da un gradino d'asfalto coperto d'erba all'ingresso della via di fuga, che fece sobbalzare la vettura facendole conservare la velocità. Il puntone della sospensione anteriore destra, spezzatosi, penetrò nella visiera del casco del pilota, dal bordo superiore[94]. Ciò causò lo sfondamento della regione temporale destra e provocò gravissime lesioni, che si riveleranno fatali. In seguito il pilota brasiliano perse oltre 3 litri di sangue e, dopo i primi soccorsi a bordo pista prestatigli dall'équipe medica guidata dal medico della FIA Sid Watkins, fu deciso di trasportarlo via elicottero all'Ospedale Maggiore di Bologna. Qui il pilota venne ricoverato nel reparto di rianimazione, dove si accertò che il danno più rilevante era il trauma cranico provocato proprio dal puntone della sospensione. Ogni sforzo per salvargli la vita fu vano e Senna spirò alle 18:40, all'età di 34 anni, senza aver mai ripreso conoscenza. Poche ore dopo, la magistratura italiana ordinò l'autopsia sul corpo del campione, nel quale non furono riscontrati altri danni fisici di particolare gravità. Ciò è spiegabile col fatto che l'angolo d'impatto, di soli 22º, aveva permesso una progressiva dissipazione dell'energia cinetica, prima contro il muretto e quindi nella sabbia. Analoghi incidenti ad alta velocità nello stesso punto, come quello di Nelson Piquet nel 1987, quello di Gerhard Berger nel 1989 o quello di Michele Alboreto nel 1991, si erano risolti senza particolari traumi da decelerazione al pilota. In punto di morte gli venne impartita l'estrema unzione da parte di un sacerdote cattolico. Dopo la morte[modifica | modifica wikitesto] Il DC-9 presidenziale che volò dall'aeroporto di Bologna a Parigi con a bordo il feretro di Senna; l'aereo è ora esposto al Parco e Museo di Volandia. In Brasile furono proclamati tre giorni di lutto nazionale, mentre, a seguito delle indagini sulla morte del brasiliano, il circuito di Imola fu posto sotto sequestro[95]. Il fotografo Angelo Orsi, collaboratore del settimanale Autosprint e amico di Ayrton, è stato l'unico a scattare una foto in cui è visibile il volto del pilota dopo i primissimi soccorsi successivi all'incidente. Tuttavia egli ha deciso di non pubblicare né mostrare a nessuno tale foto, decidendo subito di distruggerla una volta arrivato nella redazione di Autosprint[96]. Molte migliorie sono state successivamente apportate a livello tecnico, dopo che in un primo momento la Federazione aveva varato un piano d'emergenza per il prosieguo della stagione[97]. La tomba di Senna nel cimitero di Morumbi, con l'incisione: "Niente mi può separare dall'amore di Dio". Il rientro del corpo di Senna in Brasile, sollecitato dall'allora presidente della repubblica brasiliana al suo omologo italiano Oscar Luigi Scalfaro, avvenne con un volo sull'aereo presidenziale italiano sino a Parigi e da lì a San Paolo su un McDonnell Douglas MD-11 per conto della Varig, nel quale - per esplicita decisione del comandante dell'aereo - la bara non venne inserita in stiva ma in cabina, in uno spazio ricavato dalla rimozione di alcuni sedili passeggeri[98]. Durante il volo il giornalista Livio Oricchio - connazionale del pilota - e altri amici restarono sempre vicino al feretro[99]. Rimpatriata la salma di Senna, dopo i funerali di Stato[98] questa venne inumata nel cimitero di Morumbi, nella città natale di San Paolo il 5 maggio 1994. Sedici fra amici, rivali ed ex piloti lo accompagnarono al luogo della sepoltura: Emerson Fittipaldi, Christian Fittipaldi, Wilson Fittipaldi, Roberto Moreno, Rubens Barrichello, Raul Boesel, Maurizio Sandro Sala (rivale di Ayrton ai tempi dei kart), Alain Prost (che aveva seguito la gara di Imola come commentatore per TF1), Jackie Stewart, Johnny Herbert, Thierry Boutsen, Gerhard Berger, Michele Alboreto, Hans-Joachim Stuck, Derek Warwick e Damon Hill. Il 26 aprile 1997 fu eretto un monumento in memoria del pilota all'interno della curva del Tamburello (oggi trasformata in variante), pressappoco nel punto in cui Ayrton ebbe l'incidente mortale. La statua, alta circa due metri, è un corpo bronzeo che poggia su un prezioso basamento di marmo grigio e pesa quasi 380 chili. Commissionata dal Comune di Imola, proprietario dell'autodromo, e dalla Sagis, la società che all'epoca aveva in gestione l'impianto, l'opera è stata realizzata dallo scultore Stefano Pierotti di Pietrasanta (LU).
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