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ANGELO PERUZZI La leggenda racconta che a Blera, il paese in provincia di Viterbo dov’è nato, Angelo allenasse la presa ferrea delle mani cercando di afferrare i pesci nei ruscelli. La passione originaria, quasi genetica, è per la pesca. Ma la prodigiosa abilità delle mani trova sfogo anche altrove, per esempio nel ruolo solitamente meno amato dai ragazzini che giocano a pallone. Nasce così, quasi per scherzo, il portiere Peruzzi.La prima squadra è quella di Blera. Il passatempo diventa, in breve tempo, una cosa più seria. Angelo è notato dagli osservatori della Roma, che convincono papà Francesco e mamma Francesca ad affidarglielo. Non è facile, perché l’idea che il figlio tredicenne trascorra lunghi periodi fuori di casa è accettata con molte riserve, ma alla fine il ragazzo si trasferisce nella foresteria giallorossa della Montagnola.Di qui, prende l’autobus per recarsi agli allenamenti a Trigoria. I suoi maestri sono Negrisolo e Superchi. Angelo continua a frequentare la scuola fino alla terza ragioneria e intanto progredisce. Non ha quasi il tempo di farsi notare nella squadra Primavera, perché a nemmeno diciotto anni è già in campo a San Siro: 13 dicembre 1987, si gioca Milan-Roma. Alla fine del primo tempo si accascia a terra Tancredi, colpito da un petardo. In panchina c’è Angelo, che gioca la ripresa ed è battuto solo su rigore, calciato da Virdis. Poi il Giudice Sportivo assegna il 2-0 ai giallorossi. Quella rimane l’unica esperienza stagionale di Serie A.L’anno dopo, le soddisfazioni aumentano. A diciannove anni appena compiuti, Angelo si ritrova titolare al posto di Tancredi, non più nelle grazie dell’allenatore. Dodici presenze, oltre al debutto internazionale (Roma-Norimberga di Coppa Uefa) e con l’Under 21 di Maldini (Turchia-Italia 2-2). Il tutto senza contratto. Peruzzi diventa ufficialmente professionista solo nei primi mesi del 1989. In estate, essendo chiaro che tenerlo in panchina è un lusso per la società e può risultare controproducente per l’interessato, è deciso il prestito al Verona. Lui risponde egregiamente, essendo regolarmente tra i migliori in campo pur nel contesto di un campionato finito con la retrocessione.Il ritorno alla Roma sembra preludere al definitivo salto di qualità e, invece, coincide con la battuta d’arresto più amara. Dopo un Roma-Bari abbastanza insignificante, Angelo è trovato positivo all’esame antidoping. La sostanza proibita è la Fentermina contenuta nel Lipopill, un farmaco dimagrante.«È stata la peggior s******a che ho fatto nel mondo del calcio: il Lipopill me lo diede un compagno, perché venivo da uno stiramento e non volevo farmi di nuovo male, ma quando la Roma mi disse di fare ricorso dissi di no. Ho sbagliato, ho pagato con un anno di squalifica ed è stato giustissimo. Poi ebbi un paio di discussioni con i dirigenti della Roma, solo il presidente Viola mi difese».Il 13 ottobre arriva la condanna della Commissione Disciplinare, confermata poco dopo dalla CAF: un anno di squalifica, una mazzata tremenda per un ragazzo che ha peccato solo per ingenuità: «Questa esperienza mi ha trasformato. Non sono più il compagnone di prima, faccio più fatica a fidarmi della gente». Inutile aggiungere che sono mesi terribili, soprattutto i primi: «Se ho resistito, se non sono impazzito, lo devo soprattutto all’affetto dei miei familiari».Il tempo passa lentamente, ma passa e finisce per portarlo alla Juventus: «È stata la mia salvezza. Non c’è voluto molto a capire che non potevo rimanere alla Roma. La prospettiva era la panchina, perché la società puntava ancora su Cervone. E poi, diciamo la verità: a qualcuno non interessava che io rimanessi, anzi».Nel luglio del 1991, le amarezze cominciano a essere archiviate. In agosto, poi, il sole buca finalmente le nubi. Angelo ottiene una deroga per poter disputare le amichevoli e scende in campo a Padova: non sta nella pelle dalla gioia, è un piacere vederlo saltare fra i pali. La fine del tunnel è vicina, il 13 ottobre è salutato con un brindisi, ma le date storiche sono altre. Il 12 febbraio 1992, per esempio, giorno di Juventus-Inter di Coppa Italia, prima partita da titolare. Che la ruota della fortuna stia cambiando direzione lo dimostra anche il rigore calciato da Matthäus sul palo. E poi il 18 aprile: in Roma-Juventus, Angelo esordisce come numero uno in campionato. Un’altra prestazione da applausi, ma la conferma che Peruzzi non ha perso nessuna delle qualità durante la lunga sosta, era venuta già qualche giorno prima, nella semifinale di Coppa Italia contro il Milan. Angelo era stato il migliore in campo e aveva anche parato un rigore a Baresi.Arriva l’annuncio ufficiale da parte dell’allenatore bianconero Trapattoni: «Mi dispiace per Tacconi, ma da oggi il numero uno della Juventus sarà Peruzzi», con la quale resterà otto stagioni, nelle quali colleziona 301 presenze e vince tre scudetti, una Coppa Italia, una Champions League, una Coppa Uefa, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa Europea e due Supercoppe Italiane, entrando di diritto nella Hall of Fame dei portieri bianconeri.«L’Avvocato ogni tanto chiamava, sempre alle sette, sette e dieci: la prima volta risponde mia moglie e mi dice: “C’è uno che vuole prenderti in giro, dice che chiama da Casa Agnelli”, ho messo giù. Ma poi richiamano e rispondo io: dopo dieci minuti di attesa, venne davvero lui al telefono. Mi domandava sempre: “Quanto pesi?”. Una volta venne a vedere un allenamento con Gorbačëv e da dietro la porta mi chiese: “Quanti rigori pareresti a Platini?”. Ed io: “Presidente, tre o quattro”. E lui mi fa: “Io penso nessuno”. Dopo un Empoli-Juve mi chiama: “Forse quella è stata la parata più bella che lei ha fatto alla Juventus”. In realtà avevo preso goal. In quel momento non me ne resi conto, io mi girai e chiesi a quelli della Croce Rossa dietro la porta: risposero che era entrata di venti centimetri. Volevo dire tutto a fine partita, non andai io in conferenza stampa».Nel 1999 si trasferisce all’Inter, richiamato dal vecchio allenatore della Juventus, Marcello Lippi. Le cose non vanno benissimo, l’anno dopo Angelo cambia casacca, va alla Lazio.Portiere completo sia tra i pali sia in uscita, di grandissima esperienza e di notevole forza fisica. Poderoso, compatto e con fasce muscolari larghe che gli consentono prodigiosi gesti atletici sul breve, si esalta nei tiri ravvicinati, dove fa valere la propria prontezza di riflessi e il notevole colpo di reni. Forse troppo saggio, troppo poco personaggio e, di rimbalzo, una non totale convincente capacità di guidare la difesa, ma anche la simpatia e lo scanzonato distacco con cui ha vissuto il nostro calcio isterico. Peruzzi è il padrone assoluto dell’area di rigore, è capace di stare a quindici metri dalla porta con la stessa disinvoltura con cui sta tra i pali: la sua capacità di uscire dall’area sull’avversario lanciato, permette alla squadra di giocare con grande disinvoltura, risultando perciò determinante. Unico limite: le notevoli masse muscolari che, continuamente sollecitate, sono soggette a qualche malanno di troppo.Con la Nazionale esordisce il 25 marzo 1995, a Salerno, nella partita Italia-Lituania 4-1, con la quale, però, non raggiunge mai la consacrazione sperata, causa anche un infortunio che lo estromise alla vigilia dei Mondiali del 1998 in cui partiva come titolare. L’unica competizione importante è l’Europeo del 1996 che termina in malo modo per l’Italia, prima del trionfo Mondiale del 2006, che Angelo sente suo, nonostante non scenda mai in campo.«Nel 2000 mi sentivo forte, avevo fatto una grande stagione all’Inter così quando Zoff mi disse che sicuramente non avrei giocato, gli disse che non mi andava di fare il terzo portiere. Poi Buffon si fece male e Toldo giocò benissimo. Finito all’Europeo, sia io che Zoff andammo alla Lazio e lui mi disse che ero stato stupido, che alla fine magari avrei giocato io. Nel 2006 a Lippi dissi di sì, perché lui mi chiamò per fare il secondo di Buffon. Finita la partita, festeggiammo come pazzi, poi siamo rientrati negli spogliatoi. Ero molto legato a Zidane, così andai a trovarlo, lui era lì che fumava una sigaretta, non abbiamo parlato dell’episodio».NICOLA CALZARETTA, DA “HURRA JUVENTUS” DEL LUGLIO-AGOSTO 2013Quando Gianni Agnelli lo vede per la prima volta a Villar Perosa, ha un tuffo al cuore. Il modo di parare, l’esplosività dei muscoli, la plasticità del volo gli ricordano il grande Sentimenti IV detto Cochi. Ma lui si chiama Angelo Peruzzi, ha ventuno anni e viene da Viterbo. È l’estate del 1991, in casa bianconera c’è aria di restaurazione dopo il doloroso flop della Juve champagne di Gigi Maifredi. L’Avvocato per prima cosa ha fatto tornare in tutta fretta Giampiero Boniperti, dimessosi l’anno prima, quindi ha convinto Ernesto Pellegrini, presidente dell’Inter, a restituirgli Giovanni Trapattoni, che così torna sulla panchina bianconera dopo cinque stagioni. Ritorna la premiata ditta Boni-Trap che ha segnato per un decennio la storia vincente della Juventus. La campagna acquisti punta sulla sostanza e sulla forza. Arrivano i tedeschi Reuter e Kohler, oltre a Massimo Carrera. A novembre ci sarà posto anche per Antonio Conte. Ma la novità più interessante è data dall’acquisto di Angelo Peruzzi, uno dei portieri italiani più promettenti.Che sia un talento naturale lo dice già la sua breve ma intensa biografia. Cresce nella Roma. Negrisolo, che è il preparatore dei portieri, dice di non averne mai visto uno così esplosivo. Nils Liedholm, allenatore giallorosso, conferma, anche lui stupefatto dalle doti naturali del ragazzone e dalla sua maturità. Perché Angelo, neanche maggiorenne, dimostra una freddezza e una tranquillità che difficilmente si riscontrano a quell’età, specie per chi fa il portiere. Il Barone lo fa esordire a San Siro nel dicembre 1987, al posto di Tancredi stordito da un petardo. L’anno dopo fa una dozzina di partite, quindi una stagione a Verona da titolare con Luciano Bodini a fargli da chioccia, in un affascinante intreccio di Juventus passate e future. Il ritorno a Roma, la squalifica, e adesso la grande occasione del passaggio in bianconero.Angelo, com’è nato il suo trasferimento alla Juventus? «Un giorno mi telefonò Montezemolo. Successe pochi mesi dopo la squalifica, a cavallo tra il 1990 e il 1991. Mi disse che mi avrebbe voluto alla Juve. Chiaro che per me quella richiesta abbia rappresentato un caldo e intenso raggio di luce in un momento buio. Prima dal punto di vista umano, perché l’interessamento significava che il giudizio sulla persona era positivo. E poi sotto l’aspetto sportivo, perché vestire la maglia della Juventus, è il massimo per un calciatore».Faceva il tifo per i bianconeri da bambino? «A dire il vero da piccolo il calcio non lo seguivo per niente. I primi di album di figurine li ho fatti quando ero a Verona perché ce li regalavano! No, non avevo squadre del cuore, né particolari simpatie».Com’è che si è trovato a fare il portiere? «Perché mi piaceva tuffarmi, mi divertivo. Così è stato naturale giocare in porta. Non è un caso che abbia finito per ricoprire l’unico ruolo “singolare” che c’è in una squadra di calcio, quello in cui si usano le mani al posto dei piedi».A proposito delle mani, ma è vera la storia che era capace di pescare a mani nude? «È una tradizione del mio paese, Blera. Lo fanno tutti. E poi i pesci che nuotano nei fiumi sono più lenti rispetto a quelli marini».Torniamo alla telefonata della Juventus. Cosa ha pensato quando, a fine stagione 1991, Montezemolo ha lasciato la società? «Ho sudato freddo. Normale che avessi paura di non andare più a Torino».E invece? «E invece mi chiamò Boniperti e mi convocò in sede. La gioia fu immensa, anche perché il futuro alla Roma era ad alto rischio».Si ricorda il primo incontro con Boniperti? «Ricordo tutto. All’epoca ero assistito dall’agente Beppe Bonetto. Passammo la serata precedente a studiare tutte le possibili strategie per spuntare le migliori condizioni contrattuali. Tutto inutile».Perché? «Perché fece tutto Boniperti. Appena entrati nella sua stanza, mi chiese se ero sposato. Gli risposi di no. E lui: “Allora cerca di sposarti presto”».Ma almeno sul contratto avrete discusso? «Macché! Mi disse: “Firma qui, vedrai che ti troverai bene”. Firmai per quattro anni».La cifra? «La mise lui, aveva già preparato tutto. Ovviamente molto lontana da quelle pensate la notte prima con Bonetto. Comunque, quel che più contava in quel momento è che ero un giocatore della Juve».Per lei si apriva una pagina nuova. «Ero molto soddisfatto, anche se per alcuni mesi ancora non avrei potuto prendere parte alle partite ufficiali. Ma a quel punto sapevo che sarebbe stata solo una questione di tempo».Era in programma il suo lancio come titolare già in quella prima stagione? «Non lo so, anche se un po’ ci speravo di fare qualche partita, com’è normale per ogni calciatore. Ma le gerarchie erano chiare: Tacconi numero uno ed io dietro».Com’è stato il suo rapporto con Tacconi? «Molto buono. Dividevamo la camera nei ritiri. Aveva una grande voglia di giocare».Ma Trapattoni la pensava diversamente. «Il mister fece delle scelte in prospettiva. Tacconi aveva trentacinque anni, io ventuno. Chiaro che per me fu una magnifica sorpresa quando giocai per la prima volta con la maglia numero uno, andata dei quarti di finale di Coppa Italia contro l’Inter. Era il 1991».Nessun segno premonitore? «I giornali ne stavano parlando, insomma un po’ nell’aria girava la notizia, ma la conferma me la dette Trapattoni solo la sera prima, durante il classico giro delle camere. Andai bene, passammo il turno e fui confermato anche nelle semifinali contro il Milan, dove parai un rigore a Franco Baresi».La cosa che impressionava di lei era la sensazione di grande freddezza e tranquillità che dimostrava in campo. «Era tutta una finta! Mascheravo così la tensione».Il 18 aprile 1992: arriva anche il debutto in Serie A, proprio all’Olimpico contro la Roma. «Quella fu una coincidenza curiosa. La cosa più importante fu l’annuncio pubblico di Trapattoni che annunciò la mia promozione come titolare».Le sue sensazioni? «Ero felice, tutto stava andando benissimo, oltre le mie stesse aspettative. Ereditare la maglia di Zoff e Tacconi a ventidue anni era decisamente una cosa eccezionale».Tanto che Tacconi, piuttosto che farle da riserva, preferì lasciare la Juve. «Lui desiderava giocare, ed era giusto che lo pensasse e che perseguisse l’obiettivo. Alla Juve le scelte a quel punto erano state fatte. Lui andò al Genoa e al suo posto arrivò Michelangelo Rampulla con il quale sono entrato subito in sintonia, diventando presto amici, anche perché con me, che ogni tanto mi rompevo, non ha fatto solo panchina». (ride)E con Rampulla suo vice operativo è arrivata subito la Coppa Uefa nel 1993. «Uno di ricordi più intensi che ho ancora oggi, perché per me è stata la prima vittoria in assoluto in carriera. Avevamo una squadra fortissima, con Baggio, Möller e Vialli e gente tosta come Kholer, Marocchi, Conte e Dino Baggio. Purtroppo l’anno dopo andò maluccio, così la società decise di cambiare tutto».E sulla panchina arrivò Marcello Lippi. «Non lo conoscevo direttamente, ma mi fece subito una grande impressione. Aveva idee chiare, una grande voglia di sfruttare al massimo l’occasione e una fame di vittorie che era anche la nostra. C’è stato subito feeling tra noi per un legame che si è intensificato nel corso del tempo: andai con lui all’Inter e, soprattutto, mi volle in Nazionale nel 2006. Una grande persona».Quali sono le doti migliori di Lippi? «Sono tante. Ma a me è sempre piaciuto il suo essere franco e diretto nel faccia a faccia. Con me succedeva questo: mi chiamava nel suo spogliatoio e ci confrontavamo. Mi diceva: “Angelo, hai sbagliato questa cosa”. Ed io rispondevo per le rime, magari anche quando sapevo di non avere completa ragione. Era un modo per stimolarmi. In questo era molto bravo, sapeva capire le persone».E sul piano tecnico-tattico? «Fu lui che ci convinse a giocare con le tre punte e che, dopo la sconfitta per 2-0 con il Foggia disse che, se proprio si doveva prendere goal, allora era meglio prenderlo in contropiede. Lippi è stato l’artefice massimo della rinascita della Juve. Lo dimostra anche il fatto che ogni anno partiva qualche big, ma la squadra rimaneva ai massimi livelli».Con Lippi arrivò anche il nuovo preparatore atletico Ventrone. «Un torturatore (ride). Mi costringeva a fare le presse. Con lui ho fatto una quantità enorme di addominali. Ma la forza di quella Juve era anche quella. Forse non eravamo i più forti in assoluto, ma non mollavamo mai. Eravamo una squadra rognosa, dove tutti lottavano fino alla fine per lo stesso obiettivo».A fine campionato 1994-95, bruciando tutte le tappe, arrivò lo scudetto. «Una gioia immensa. Per noi fu un’accelerazione che ci permise di fare subito il salto di qualità che, forse, avrebbe dovuto esserci qualche anno dopo. Invece eravamo già lì, pronti ad aprire un nuovo ciclo».E, difatti, il 22 maggio 1996 ecco la Coppa dei Campioni. «Un altro di momenti indimenticabili vissuti alla Juventus, anche se alla fine del primo tempo della finale mi giravano parecchio».Per via del goal del pareggio dell’Ajax? «Mi sentivo in colpa, avevo respinto male una punizione e Litmanen ne approfittò. Ma alla fine quell’errore mi servì moltissimo al momento dei rigori. Mi dissi: “La cazzata l’hai già fatta. Ora hai solo da guadagnare”. Riuscii a tranquillizzarmi e ne parai due!»Certo vincere la Coppa dei Campioni nel suo stadio deve essere stato qualcosa di incredibile. «Tutto vero. L’unica cosa che stonava era quella maglia gialla con le stelle blu. Io ero un tradizionalista: grigio o nero, come Zoff».Fu accontentato la stagione dopo: aveva proprio una bellissima divisa nera con bordi grigi a Tokyo, quel 26 novembre 1996. «Che ricordi incredibili! La prima cosa che mi colpì durante la partita era sentire il boato del pubblico con qualche secondo di ritardo dopo che era finita un’azione o c’era stato un tiro. Mi dissi: “Ma questi giapponesi so’ proprio strani!”»E invece? «La cosa era molto semplice: loro guardavano la partita anche sul maxischermo; arrivando le immagini in ritardo, di conseguenza anche i loro ululati erano ritardati».Temuto di non vincere quella sera? «Sarebbe stato un gran peccato. Meno male che ci pensò Del Piero con un goal fantastico. E a me, che ero capitano, non restò che alzare la Coppa».Quella sbagliata, però! (ride) «Presi la Toyota Cup, ma per i giapponesi è quello il vero trofeo».La sua avventura alla Juve è finita nel 1999, dopo altre vittorie e serate magiche. Cosa rimane dei suoi pro? «Tantissimi bei ricordi, grandi gioie, ma anche cocenti delusioni, ma questo è lo sport. Fuori dal campo, molti legami, qualche forte amicizia e un magnifico lunedì di Pasqua al Comunale: mega grigliata di rosticciana e bistecche con le famiglie. Una giornata meravigliosa». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/angelo-peruzzi.html
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ANGELO PERUZZI https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Peruzzi Nazione: Italia Luogo di nascita: Blera (Viterbo) Data di nascita: 16.02.1970 Ruolo: Portiere Altezza: 181 cm Peso: 88 kg Nazionale Italiano Soprannome: Tyson - Cinghialone Alla Juventus dal 1991 al 1999 Esordio: 12.02.1992 - Coppa Italia - Juventus-Inter 1-0 Ultima partita: 09.05.1999 - Serie A - Juventus-Milan 0-2 301 presenze - 264 reti subite 3 scudetti 1 coppa Italia 2 supercoppe italiane 1 champions league 1 coppa Uefa 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Campione del mondo 2006 con la nazionale italiana Angelo Peruzzi (Blera, 16 febbraio 1970) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Campione del mondo con la nazionale italiana nel 2006. Considerato uno dei migliori portieri italiani di sempre, è stato uno dei massimi esponenti del ruolo negli anni 1990 e 2000. A livello di club ha ottenuto i maggiori successi con la maglia della Juventus, conquistando tre campionati di Serie A, due Supercoppe di Lega, una Coppa Italia, una UEFA Champions League, una Supercoppa UEFA, una Coppa Intercontinentale e una Coppa UEFA. Al suo attivo ha altre due coppe nazionali, vinte rispettivamente con Roma e Lazio, e una terza Supercoppa di Lega, vinta sempre in maglia laziale. In nazionale ha totalizzato 31 presenze: titolare in occasione del campionato d'Europa 1996, ha partecipato da riserva al campionato d'Europa 2004 e al vittorioso campionato del mondo 2006; ha invece saltato per infortunio il campionato del mondo 1998, per il quale era stato convocato come titolare. Prima di approdare nella nazionale maggiore, ha preso parte agli Europei Under-21 del 1990 e del 1992, vincendo, da riserva, quest'ultima edizione; nello stesso anno ha partecipato ai Giochi olimpici di Barcellona. A livello individuale si è aggiudicato per tre volte l'Oscar del calcio AIC come miglior portiere della Serie A, è stato incluso per due volte nella squadra dell'anno ESM e ha vinto un'edizione del Guerin d'oro; nel 1997 è stato inserito nella lista dei 50 candidati al Pallone d'oro, classificandosi 29º, ed è risultato 2º (primo tra gli europei) nella classifica IFFHS di miglior portiere dell'anno. La stessa IFFHS lo ha annoverato tra i più forti portieri europei del XX secolo e tra i migliori in assoluto del periodo 1987-2011, collocandolo al 30º posto in entrambe le graduatorie. Angelo Peruzzi Peruzzi alla Juventus nel 1996 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 88 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 20 maggio 2007 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Roma Squadre di club 1987-1989 Roma 13 (-16) 1989-1990 → Verona 29 (-38) 1990-1991 Roma 3 (-3) 1991-1999 Juventus 301 (-264) 1999-2000 Inter 33 (-31) 2000-2007 Lazio 192 (-196) Nazionale 1989-1992 Italia U-21 10 (-8) 1992 Italia olimpica 2 (-1) 1995-2006 Italia 31 (-17) Carriera da allenatore 2008-2010 Italia Coll. tecnico 2010-2012 Italia U-21 Vice 2012 Sampdoria Vice Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1990 Oro 1992 Mondiali di calcio Oro Germania 2006 Caratteristiche tecniche Giocatore «Sembra la smentita in carne (pardon, muscoli) e ossa di quel vecchio detto secondo cui per fare i portieri bisogna essere un po' svitati, se non proprio matti. Angelo Peruzzi è l'esatto contrario di tutto questo.» (Salvatore Lo Presti, La giornalaccio rosa dello Sport, 18 ottobre 1997) Peruzzi in maglia juventina il 14 settembre 1997, mentre si oppone al romanista Totti subito dopo avergli respinto il precedente tiro: un doppio intervento annoverato tra i più belli nella storia del calcio italiano. Soprannominato Tyson o più amichevolmente Cinghialone in virtù della notevole potenza muscolare, Peruzzi era un portiere dal repertorio completo, dotato di buona presa, riflessi pronti e ottimo senso del piazzamento. Talento precoce, freddo e valido tecnicamente, dava il meglio di sé nelle uscite basse — gesto tecnico in cui aveva pochi eguali al mondo —, ma eccelleva anche tra i pali, per merito di grandi doti acrobatiche che gli valsero, in giovane età, l'accostamento al funambolico Luciano Castellini; tuttavia, in apparente contrasto con tale abilità, non era solito compiere interventi vistosi: era infatti dell'avviso che ridurre al minimo i tuffi, muovendosi molto sulla linea di porta, facesse apparire più semplici le sue parate, costituendo un vantaggio psicologico nei confronti degli attaccanti. Capace di infondere sicurezza nella retroguardia, era inoltre riconosciuto come leader dello spogliatoio dai compagni di squadra, che in diverse occasioni ne hanno elogiato le qualità caratteriali e umane; l'indole pacata ma decisa e la sobrietà dello stile di gioco — così come la preferenza per uniformi poco vistose — lo posero quindi sulla scia di Dino Zoff, suo punto di riferimento nonché predecessore nella Juventus e in nazionale. Da sinistra: Peruzzi, riconosciuto in carriera quale leader carismatico dello spogliatoio, qui in maglia interista mentre striglia i compagni di reparto durante la stracittadina del 23 ottobre 1999; con lui, il rivale milanista Weah e l'altro nerazzurro Panucci. Pur non essendo molto abile col pallone tra i piedi — «quando voglio toccare di fino, rischio di combinare guai» —, dal punto di vista tattico si mostrò particolarmente adatto alla difesa a zona e ai compiti di sweeper-keeper, producendosi all'occorrenza in tempestivi scatti fuori dall'area di rigore per fermare l'avversario lanciato a rete: ciò gli permetteva di rivelarsi decisivo con pochi, importanti interventi anche quando restava a lungo inoperoso. Per via della sua affidabilità, sul finire degli anni 1990 era ritenuto da diversi esponenti della stampa italiana il miglior portiere del mondo; il suo rendimento è rimasto costantemente elevato anche negli anni 2000. Nella prima metà della carriera mostrò una spiccata propensione a parare i calci di rigore — culminata nei due penalty respinti nell'epilogo dagli undici metri della UEFA Champions League 1995-1996 —, solo sporadicamente confermata in seguito. La sua esecuzione delle uscite alte — di solito finalizzate alla respinta piuttosto che alla presa — è stata generalmente indicata come il suo principale punto debole: superando di poco i 180 cm, aveva una statura ridotta per il ruolo che ricopriva, motivo per cui era restìo ad affrontare in mischia attaccanti più alti di lui. Sul piano fisico è stato spesso frenato dagli infortuni, sebbene nella maggior parte dei casi sia rimasto lontano dai campi solo per brevi periodi. Carriera Giocatore Club Roma e Verona Un giovane Peruzzi debutta in Serie A con la Roma il 13 dicembre 1987 Cresciuto nel vivaio della Roma, esordisce in Serie A a 17 anni, il 13 dicembre 1987, sostituendo il portiere titolare Franco Tancredi, colpito da un petardo lanciato dagli spalti. La stagione successiva, nonostante la giovane età, si propone come alternativa allo stesso Tancredi collezionando 12 presenze in campionato, 7 in Coppa Italia e una in Coppa UEFA. Nell'annata 1989-1990, a 19 anni, passa in prestito al Verona con cui affronta il suo primo campionato da titolare. In maglia scaligera, con cui colleziona 29 presenze, il portiere sfodera prestazioni convincenti, segnalandosi tra l'altro per aver respinto un rigore a Roberto Mancini nei minuti finali della gara di ritorno contro la Sampdoria: con quella parata — da lui ritenuta tra le più belle della propria carriera — trascina il Verona a un'importante vittoria che, per la prima volta in stagione, risolleva il club dall'ultimo posto in classifica, mantenendo vive le possibilità di permanenza nella massima serie; tuttavia, nel contesto di una squadra dal basso valore tecnico e per giunta preda di problemi finanziari, Peruzzi non riesce a evitare a fine stagione la retrocessione in Serie B. Peruzzi (in piedi, primo da sinistra) nel Verona della stagione 1989-1990 Torna in forza alla Roma per il campionato 1990-1991, iniziato da titolare. Tuttavia, dopo tre giornate, risulta protagonista insieme ad Andrea Carnevale di un episodio di doping: trovato positivo alla fentermina, viene squalificato per dodici mesi. Juventus 1991-1995 Scontata la squalifica, nella stagione 1991-1992 passa per 4,5 miliardi di lire alla Juventus, in cui si affermerà — dopo un periodo di assestamento — come uno dei migliori portieri della sua generazione. Nella prima stagione è chiamato a fare da riserva a Stefano Tacconi, il capitano della squadra, venendo designato fin dal principio a futuro erede del portiere umbro. Fa il suo esordio in maglia bianconera il 12 febbraio 1992, nella gara d'andata dei quarti di finale di Coppa Italia contro l'Inter, e da lì in poi disputerà il resto del torneo da titolare, con ottimo rendimento: spiccano, fra gli altri episodi, la sua prestazione nel retour match coi nerazzurri, in cui resta in campo per tutta la gara malgrado la frattura del naso («bisogna concludere che la sua soglia del dolore è altissima», ha poi sentenziato il medico sociale), e il rigore parato a Franco Baresi durante la semifinale di ritorno contro il Milan. Giunta in finale, la Juventus viene superata dal Parma con un complessivo 2-1 nonostante la vittoria nella partita di andata. Peruzzi all'inizio della stagione 1992-1993, la sua seconda alla Juventus e la prima da titolare della porta bianconera. Oltre che in Coppa Italia, Peruzzi colleziona 6 presenze anche in campionato, venendo promosso titolare a partire dalla gara contro la Roma del 18 aprile 1992, valida per la 29ª giornata: l'episodio getta le basi per il definitivo avvicendamento tra i portieri bianconeri, sfociato nell'addio di Tacconi a fine stagione. Dall'annata successiva Peruzzi è dunque titolare fisso e, pur non disputando una grande stagione sul piano personale, ottiene il primo successo internazionale, con la vittoria in Coppa UEFA. L'anno seguente, nonostante un avvio incerto — che comunque non scalfisce la fiducia che il tecnico Trapattoni nutre nei suoi confronti — e il rischio di vedersi affibbiata l'etichetta di «eterna promessa», migliora il proprio rendimento a tal punto da candidarsi al ruolo di terzo portiere della nazionale italiana al campionato del mondo 1994, pur restando infine escluso dall'elenco dei convocati. La stagione 1994-1995, che vede Marcello Lippi sulla panchina della squadra, è per Peruzzi quella della definitiva affermazione: sottoposto a metodi di allenamento più specifici, il portiere esperisce un miglioramento sul piano tecnico e atletico che, oltre a porre le basi per le sue eccellenti prestazioni negli anni a seguire, gli vale l'esordio in nazionale, di cui diverrà titolare fisso a partire dal settembre 1995: un risultato peraltro profetizzato da Lippi, convinto che Peruzzi sarebbe presto diventato la prima scelta in maglia azzurra. Al termine della stagione, il portiere bianconero vince inoltre il suo primo scudetto, cui fa seguito la vittoria della Coppa Italia: nuovamente opposta al Parma, questa volta la Juventus si impone con un complessivo 3-0. 1995-1999 Peruzzi (a sinistra) festeggiato da Del Piero al termine della finale di UEFA Champions League 1995-1996, in cui il portiere si rivelò decisivo nel vittorioso epilogo ai rigori: «L'unica cosa che stonava era quella maglia gialla con le stelle blu. Non mi piaceva. Sono sempre stato un tradizionalista: grigio o nero, come Zoff». Nella stagione 1995-1996 vince la Supercoppa italiana, battendo ancora il Parma, e soprattutto la Champions League; nella finale di Roma contro l'Ajax non appare immune da colpe in occasione del gol di Jari Litmanen, ma dopo che i tempi regolamentari e supplementari si chiudono sull'1-1, Peruzzi si riscatta ai tiri di rigore neutralizzando le conclusioni di Edgar Davids e Sonny Silooy, e risultando così decisivo per la conquista della coppa. Nella stagione seguente diviene vicecapitano della squadra; in questa veste, complice il lungo infortunio che tiene lontano dai campi Antonio Conte, solleva con la fascia al braccio la Coppa Intercontinentale e la Supercoppa UEFA, rispettivamente contro River Plate e Paris Saint-Germain. Oltre a ciò, conquista il suo secondo scudetto e giunge nuovamente in finale di Champions League, in cui la Juventus è sconfitta dal Borussia Dortmund: autore di parate decisive nei turni precedenti — in particolar modo nella semifinale di ritorno contro l'Ajax, in cui aveva compiuto, a suo giudizio, l'intervento più difficile della sua carriera su un colpo di testa di Winston Bogarde —, nell'ultimo atto del torneo Peruzzi incappa in una prestazione poco brillante, subendo peraltro uno dei più bei gol nella storia delle finali europee, un pallonetto con cui Lars Ricken fissa il risultato sul 3-1 per i tedeschi. Peruzzi, nell'occasione capitano juventino, solleva la Supercoppa UEFA 1996. Reduce comunque da un'annata di alto profilo, l'estremo difensore juventino consegue diversi riconoscimenti individuali, tra cui il premio di migliore portiere AIC, il Guerin d'oro e l'inserimento nella squadra ideale di France Football; ottiene inoltre il secondo posto (alle spalle del paraguaiano José Luis Chilavert) nella corsa al titolo di portiere dell'anno IFFHS e la candidatura al Pallone d'oro (29ª posizione). Nella stagione 1997-1998, iniziata con la conquista della Supercoppa italiana, è campione d'Italia e finalista di Champions League per l'ultima volta in carriera: nell'atto conclusivo del torneo continentale, la Juventus si arrende al Real Madrid (0-1). Per il secondo anno consecutivo, Peruzzi viene eletto miglior portiere della Serie A e classificato fra i primi dieci al mondo. Ormai annoverato tra i più forti numeri 1 nella storia del club torinese, nel 1998-1999 gioca il suo ultimo campionato a difesa della porta bianconera: nel corso della stagione, rivelatasi deludente sul piano dei risultati, matura infatti l'intenzione di chiudere la sua esperienza juventina, sia per ragioni economiche sia per la ricerca di nuovi stimoli. Lascia Torino dopo 301 presenze complessive tra campionato e coppe, sostituito da Edwin van der Sar tra i pali bianconeri. Inter e Lazio Per la stagione 1999-2000 si trasferisce all'Inter, che lo acquista dalla Juventus per 28 miliardi di lire, seguendo il suo allenatore Marcello Lippi e rimpiazzando Gianluca Pagliuca quale nuovo numero 1 del club lombardo. L'ottimo rendimento sul piano personale — finanche «straordinario» nella prima parte di campionato —, in controtendenza rispetto alla scialba annata della squadra, gli vale la più alta media della Serie A nelle pagelle della giornalaccio rosa dello Sport; ciononostante, la sua militanza in nerazzurro dura un solo anno, in cui il portiere totalizza 38 presenze. Infatti nell'estate 2000, da una parte il ritorno a Milano dell'emergente Sébastien Frey reduce da una positivo prestito al Verona, e su cui l'Inter sceglie di puntare per motivi anagrafici ed economici, e dall'altra la volontà di Peruzzi di riavvicinarsi alla natìa Blera per ragioni familiari, determinano la sua cessione alla Lazio in cambio di 33 miliardi più il cartellino di Marco Ballotta. Peruzzi (in piedi, secondo da destra) alla Lazio nella stagione 2000-2001 In maglia biancoceleste prende il posto del più anziano Luca Marchegiani, il quale diviene la sua riserva, e nell'arco di sette anni colleziona 226 presenze, vincendo due trofei: la Supercoppa italiana 2000 contro l'Inter (4-3) e la Coppa Italia 2003-2004 contro la Juventus (2-0 e 2-2 nella doppia finale); il miglior risultato ottenuto in campionato è invece il terzo posto delle stagioni 2000-2001 e 2006-2007. Autore di prestazioni di grande spessore, in qualche occasione indossa anche la fascia da capitano. Il 20 maggio 2007, un mese dopo aver annunciato il suo imminente ritiro, disputa l'ultima presenza della carriera, a 37 anni, subentrando nei minuti finali di Lazio-Parma (0-0). Si ritira dopo 620 incontri da professionista con i club (478 in Serie A). Il rendimento offerto nella sua ultima stagione da calciatore verrà premiato con la conquista del terzo Oscar del calcio AIC come miglior portiere. Nazionale Nazionali giovanili Entra nel giro della nazionale Under-21 sul finire del 1988, quando viene convocato da Cesare Maldini per l'amichevole contro Malta del 21 dicembre, terminata 8-0. Esordisce con gli azzurrini il 18 gennaio 1989, sempre in amichevole, nel 2-2 contro la Turchia. Durante le successive qualificazioni al campionato d'Europa 1990, la porta azzurra è inizialmente affidata a Valerio Fiori e Giuseppe Gatta, mentre Peruzzi ottiene la titolarità in occasione della fase finale del torneo, in cui l'Italia viene eliminata dalla Jugoslavia in semifinale. Scontata la squalifica comminatagli sul finire del 1990, è convocato anche per il vittorioso campionato d'Europa 1992, in cui fa da riserva a Francesco Antonioli. Nello stesso anno prende parte, sempre come vice di Antonioli, al torneo olimpico di Barcellona 1992, in cui l'Italia è eliminata dai padroni di casa della Spagna ai quarti di finale. Conta 10 presenze nell'Italia Under-21 (8 le reti concesse) e 2 nella selezione olimpica (con 1 gol subìto). Nazionale maggiore «È un peccato che non abbia potuto giocare un Mondiale da titolare e credo lo meritasse. Ogni tanto pensavo che avere in panchina un portiere con le qualità, umane e tecniche, di Peruzzi fosse uno spreco.» (Gianluigi Buffon) 1995-1999 Peruzzi (in piedi, primo da destra) agli esordi con la nazionale maggiore nel 1995 Escluso in extremis dall'elenco dei convocati per il campionato del mondo 1994 (gli viene preferito, come terzo portiere, Luca Bucci), esordisce in nazionale A il 25 marzo 1995, a 25 anni, in sostituzione dell'infortunato Gianluca Pagliuca: la partita è Italia-Estonia (4-1), valida per le qualificazioni al campionato d'Europa 1996. A partire dal settembre dello stesso anno, Peruzzi viene promosso titolare dal commissario tecnico Arrigo Sacchi, e difende la porta azzurra durante l'Europeo, in cui l'Italia viene eliminata al primo turno. Con l'arrivo di Cesare Maldini sulla panchina azzurra, Peruzzi è confermato titolare e convocato in questa veste per il campionato del mondo 1998, ma uno «stiramento al gemello interno della gamba sinistra», subìto a pochi giorni dall'inizio della competizione, gli impedisce di prendervi parte; al suo posto giocherà Pagliuca. Al termine del suddetto Mondiale, una volta ripresosi dall'infortunio, Peruzzi viene inizialmente confermato titolare dal nuovo CT Dino Zoff, ma nel giro di un anno è scavalcato dall'emergente Gianluigi Buffon, che prima lo sostituisce approfittando di alcuni suoi acciacchi, e poi viene confermato quale numero 1 dell'Italia anche dopo il completo recupero del collega: ciò determina, insieme all'ascesa di Francesco Toldo a prima riserva di Buffon, un temporaneo congedo di Peruzzi dal giro azzurro. Peruzzi in azzurro nel 1997, in azione durante le qualificazioni al campionato del mondo 1998. Pur avendo la possibilità di rientrare nel gruppo per la fase finale del campionato d'Europa 2000, Peruzzi rifiuta amareggiato la convocazione, essendo destinato sulla carta al ruolo di terza scelta: una decisione che, a posteriori, gli impedirà di contendere a Toldo il posto da titolare, poiché — come rivelatogli tempo dopo da Zoff — l'improvviso forfait di Buffon per infortunio, a pochi giorni dall'inizio del torneo, avrebbe verosimilmente incrementato le sue possibilità di impiego. 2004-2006 Dopo cinque anni di assenza (l'ultima chiamata risaliva al 10 febbraio 1999), rientra in nazionale durante la gestione di Giovanni Trapattoni, scendendo in campo nell'amichevole del 28 aprile 2004 contro la Spagna e accettando, pur dopo qualche tentennamento, la convocazione come riserva per il campionato d'Europa 2004, in cui l'Italia non va oltre la fase a gironi. La scelta di affiancare un altro veterano agli esperti Buffon e Toldo — a discapito dell'emergente Ivan Pelizzoli, e in controtendenza rispetto alla prassi azzurra di affidare il ruolo di terzo portiere a «un giovane in rampa di lancio» — apparirà dovuta alla stagione sottotono di questi ultimi, da anni le prime due scelte per la difesa della porta italiana, ma ora incalzati da un concorrente in ottima forma; ciò, unitamente alla poca propensione di Peruzzi a fare da comprimario, alimenterà dubbi in merito alle gerarchie degli estremi difensori: mentre da un lato la titolarità di Buffon non sarà comunque messa in discussione, dall'altro non risulterà chiaro chi fosse il suo secondo effettivo nelle intenzioni del CT. Un anno dopo, sotto la guida di Marcello Lippi, Peruzzi indossa la fascia da capitano nell'amichevole dell'8 giugno 2005 contro Serbia e Montenegro, e nei mesi seguenti disputa le sue ultime 3 gare in maglia azzurra, valide per le qualificazioni al campionato del mondo 2006. Convocato come vice-Buffon per la fase finale del torneo, il 9 luglio 2006 si laurea campione del mondo all'età di 36 anni; pur senza scendere in campo, nell'occasione si distingue come figura di spicco dello spogliatoio azzurro, guadagnandosi l'apprezzamento dei più giovani compagni di squadra. Conclude la sua carriera in nazionale con 31 presenze e 17 reti subite. Dopo il ritiro Dal 2008 al 2010 fa parte dello staff della nazionale, come collaboratore tecnico del CT Marcello Lippi. Il 22 ottobre 2010 è stato nominato vice allenatore della nazionale Under-21, all'interno dello staff guidato da Ciro Ferrara. Il 2 luglio 2012 segue il tecnico napoletano alla Sampdoria, dove diventa il vice della squadra blucerchiata; tuttavia, complici alcuni risultati negativi inanellati, il successivo 17 dicembre Ferrara viene esonerato con lo stesso Peruzzi. Nel luglio 2016 torna alla Lazio in veste dirigenziale, andando a ricoprire il ruolo di club manager della squadra romana. Mantiene l'incarico per il successivo lustro, prima di rassegnare le proprie dimissioni nell'estate 2021 a causa di sopravvenuti attriti con il presidente biancoceleste Claudio Lotito. Fuori dal calcio, nel 2010 è stato eletto consigliere comunale del Comune di Blera, paese in cui è nato e dove è tornato a risiedere al termine della propria carriera agonistica. Palmarès Giocatore Orlando, Roberto Baggio e Peruzzi festeggiano il successo della Juventus nella Coppa Italia 1994-1995 (in alto), e Ravanelli, Peruzzi, Rampulla e Sousa con la Champions League 1995-1996 vinta dal club bianconero (in basso). Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 3 - Roma: 1990-1991 - Juventus: 1994-1995 - Lazio: 2003-2004 Campionato italiano: 3 - Juventus: 1994-1995, 1996-1997, 1997-1998 Supercoppa italiana: 3 - Juventus: 1995, 1997 - Lazio: 2000 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - 1992 Campionato mondiale: 1 - Germania 2006 Individuale Oscar del calcio AIC: 3 - Migliore portiere: 1997, 1998, 2007 Guerin d'oro: 1 - 1996-1997 (ex aequo con Gianluca Pagliuca e Lilian Thuram) Squadra dell'Anno ESM: 2 - 1996-1997, 1997-1998 Onorificenze Collare d'oro al Merito Sportivo — Roma, 23 ottobre 2006. Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana — 12 dicembre 2006. Di iniziativa del Presidente della Repubblica.
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NELLO GOVERNATO https://it.wikipedia.org/wiki/Nello_Governato Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 14.09.1938 Luogo di morte: Roma Data di morte: 08.06.2019 Ruolo: Direttore Sportivo Direttore sportivo della Juventus dal 1990 al 1992 Nello Governato (Torino, 14 settembre 1938 – Roma, 8 giugno 2019) è stato un giornalista, dirigente sportivo e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Nello Governato Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1973 Carriera Giovanili Torino Squadre di club 1957-1961 Como 80 (23) 1961-1966 Lazio 128 (9) 1966 → Inter 0 (0) 1966-1967 → Lanerossi Vicenza 16 (0) 1967-1971 Lazio 107 (7) 1971-1973 Savona 35 (2) Carriera Calciatore Prodotto del vivaio del Torino, Governato arriva alla Lazio, proveniente dal Como nel 1961. La sua prima avventura nei biancocelesti della capitale dura fino al 1966. Viene ceduto all'Inter dove però non trova spazio in squadra: i nerazzurri, senza averlo mai utilizzato, lo girano a novembre al Lanerossi Vicenza. Torna alla Lazio nel 1967 dove rimane fino al 1972 quando viene ceduto al Savona. Governato nel complesso viene ricordato come una delle "bandiere" della Lazio con 251 presenze complessive (235 in Campionato, 14 in Coppa Italia e 2 in Coppa delle Fiere) e 17 reti (16, 1, 0). Dirigente sportivo Dopo aver terminato la carriera sui terreni di gioco, Governato inizia una seconda vita dietro alle scrivanie, che pure gli regalerà alcune soddisfazioni. Nel 1983 viene chiamato una prima volta dalla Lazio in qualità di direttore sportivo. Due anni dopo va a ricoprire lo stesso incarico al Bologna, e successivamente nella Juventus e nella Fiorentina. Negli anni novanta la sua carriera è strettamente legata a Sergio Cragnotti che, al suo avvento, gli affida nuovamente il ruolo di direttore sportivo con l'obiettivo di costruire la squadra che poi trionferà in Italia, ottenendo il secondo scudetto, e in Europa, portando a Roma la Coppa delle Coppe (nota per essere stata l'ultima edizione disputata nella storia del trofeo) e la Supercoppa UEFA. Giornalista e scrittore Parallelamente alla carriera dirigenziale, sbocco abbastanza comune per molti calciatori, Governato si distingue da buona parte dei suoi ex colleghi per una certa perizia con la penna. Diventa infatti giornalista, fino ad approdare alla redazione romana di Tuttosport. Ma non basta: nel 1976 dà alle stampe, presso la casa editrice SEI di Torino, la sua prima opera letteraria: "Un caso da gol - romanzo verità", scritta a quattro mani con Gianpaolo Ormezzano, che denota una certa dimestichezza con la narrazione di fatti, cose e persone legate allo sport. Dopo la lunga parentesi dovuta all'attività dirigenziale, Governato ritorna a scrivere: nel 2004 esce per Rizzoli "Gioco sporco", un testo che denuncia alcuni mali del calcio contemporaneo, anticipando molti retroscena e descrivendo alcune delle dinamiche che sarebbero venute pienamente alla luce con lo scandalo calcistico del 2006. Nel febbraio del 2007 esce presso Mondadori il romanzo La partita dell'addio che narra - in chiave romanzata ma rispettosa degli accadimenti storici - la vicenda di Matthias Sindelar, il campione di calcio austriaco che rifiutò di giocare nella squadra nazionale tedesca dopo l'annessione del suo paese ad opera dei nazisti. Nel 2011 esce presso Mondadori Il sindaco pescatore, dedicato alla vicenda di Angelo Vassallo, sindaco del comune di Pollica nel Cilento assassinato nel 2010 per essersi opposto alla camorra, scritto a quattro mani con il fratello di Angelo, Dario Vassallo. Da questo libro nel 2016 è stato tratto l'omonimo film per la tv con la regia di Maurizio Zaccaro e Sergio Castellitto nel ruolo del protagonista. È morto a Roma l'8 giugno 2019 all'età di 80 anni. Il nome di Nello Governato è legato anche a un errore commesso in un album Calciatori Panini: nell'album del 1963/64, infatti, quando Governato militava nella Lazio, la Panini utilizzò, per la sua figurina, l'immagine di Governato pubblicata nell'album Assi del calcio 1960/61 della Lampo, ma in tale figurina non era ritratto Governato, bensì il suo compagno di squadra del Como, il difensore Bruno Ballarini, lo storico capitano comasco che, tra l'altro, non assomigliava per nulla a Governato. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Lazio: 1968-1969 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Lazio: 1971
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CHIELLINI DROPS BIGGEST MLS HINT YET AFTER JUVENTUS EXIT https://football-italia.net/chiellini-drops-biggest-mls-hint-yet-after-juventus-exit/
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DYBALA BREAKS DOWN AS HE SAYS GOODBYE TO JUVENTUS FANS https://football-italia.net/dybala-breaks-down-as-he-says-goodbye-to-juventus-fans/
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DYBALA SALUTES JUVENTUS FANS, BUT REFUSES TO DROP TRANSFER HINT https://football-italia.net/dybala-salutes-juventus-fans-but-refuses-to-drop-transfer-hint/
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ROBERTO BAGGIO «Non avevo nulla contro i bianconeri, è che volevo restare a Firenze. E poi la società fece un gioco non bello. Mi vendette senza dirlo. Io dicevo ai tifosi che non sarei andato via e un bel giorno scoprii che, tenendomi all’oscuro di tutto, mi avevano ceduto. Si faceva così, allora. Poi si dava la colpa ai giocatori che volevano andar via per soldi. Balle, almeno nel mio caso. Io volevo restare per gratitudine per la gente di Firenze. Per i primi due anni non ho giocato. Mi hanno aspettato e voluto bene. Come fai a dimenticarli?».Caldogno è un piccolo paese alle porte di Vicenza. È stato fondato da Calderico Caldogno, consigliere militare di Federico Barbarossa. Diecimila abitanti, aria buona. Qui il 18 febbraio 1967 in via Marconi nr.3, alle ore 18:15, nasce Roberto Baggio. Il papà si chiama Florindo, la mamma Matilde. Sesto di otto fratelli: Gianna, Walter, Carla, Giorgio, Anna Maria, lui, Nadia, Eddy. Una grande e bella famiglia, molto sportiva. Il papà gioca qualche anno in una squadretta di calcio dilettanti, ma diventa ciclista. Florindo ama molto la bici.Il più piccolo dei fratelli di Roberto si chiama Eddy in onore di Merckx. Ma non è l’unico nome “dedicato” a uomini dello sport: Walter si chiama come Speggiorin, attaccante del Vicenza. Giorgio è un omaggio a Chinaglia, centravanti della Lazio e della nazionale. E poi, lui, Roberto. Perché Roberto? Papà Florindo aveva due idoli: Boninsegna dell’Inter e Bettega della Juve. Quindi Roberto, come loro.Roberto è un bambino esile e molto sensibile. «Piangevo quando sentivo passare le ambulanze».Un po’ timido, il giusto. Abbastanza testardo, un malato di calcio. Gioca con tutto quello che trova: palline da tennis, carta bagnata e poi indurita sul termosifone. Gioca nel corridoio della sua casa, fa gol da solo (nella porta aperta del bagno), urla e poi si fa la radiocronaca. Per i suoi amici e subito Roby. Ma anche “Guglielmo Tell”, perché si allena a tirare le punizioni mirando i lampioni della strada. E li colpisce, inseguito poi dal maresciallo dei carabinieri.L’allenatore si chiama Zenere, è il fornaio del paese. Il vicepresidente è l’idraulico. Sul Campetto c’è una scritta a grandi caratteri: «Chi non si presenta non giocherà mai più».Roberto si presenta quasi sempre, gioca, si diverte e diverte tutti. E già un piccolo fenomeno. A Caldogno arrivano molti osservatori, lo prendono quelli del Vicenza. Nelle giovanili fa gol e assist: 120 partite, 110 reti.Uno dei suoi primi maestri, Giulio Savoini, lo coccola: «Tu sei il mio Zico».Va in panchina, in serie C1, a 16 anni. L’11 giugno 1983, ultima di campionato, Vicenza-Piacenza 0-1. Entra nella ripresa al posto del centrocampista Carlo Perrone.Nella stagione successiva Bruno Giorgi lo inserisce in prima squadra. Incanta con la sua fantasia e i suoi tocchi “brasiliani”. Lo chiamano nelle nazionali Under 16 e Juniores. Due campionati in C1. Nel primo solo 6 presenze e 1 gol. Nel secondo, anno 1984, sempre con Giorgi, è titolare. Segna, dà spettacolo, è inseguito dagli operatori del calcio mercato.Lo vuole la Samp di Mantovani, il presidente della Juve, Boniperti, lo sta per prendere. Ma s’inserisce il Conte Pontello della Fiorentina: ecco 2 miliardi e 700 milioni di lire. E fatta. Roberto ha 18 anni. Il 3 maggio 1985 due giorni dopo la firma gioca a Rimini (allenato da Arrigo Sacchi), segna il gol del Vicenza, poi si fa male. E un infortunio molto grave: rottura del crociato e del menisco della gamba destra. Un trauma terribile, rischia di non giocare più. Lo operano in Francia, intervento delicatissimo del professor Bousquet, il chirurgo dei campioni.Momento molto difficile, la Fiorentina lo aspetta. A Firenze trova amici e comprensione, conosce i campioni del mondo Antognoni e Oriali. Ma Roberto non gioca, ha pensieri neri e disperati. Il massaggiatore Pagni gli insegna a non avere fretta.Campionato 1986-87: primi sorrisi, primi gol. Debutta in serie A, contro la Samp di Roberto Mancini, magico numero 10. È il 21 settembre 1986. Sette giorni dopo, in allenamento, il ginocchio operato si spacca. Ancora in Francia, ancora operazioni. Altri tre mesi fermo, dolori e sconforto. Si riprende a fatica, rientra. Ma il destino è feroce: un’altra rottura, menisco. Torna in sala operatoria. Roberto ha solo vent’anni, è disperato e pensa: è finita, smetto con il calcio. Lo assiste mamma Matilde.Roberto racconterà: «La mamma era il mio angelo. Quanto mi è stata vicina, quanto mi ha aiutato. In ospedale, dopo le operazioni, stavo malissimo. Non potevo prendere antidolorifici e il dolore mi trapassava il cranio. Una volta mi sono girato verso di lei, che mi stava accanto, e le ho detto: “Mamma, sto malissimo. Se mi vuoi bene uccidimi perché io non ce la faccio più”. Lei mi accarezzava: “Non fare lo scemo, eh? Dai dai, tornerai come prima. Più bello e più forte”».Una mattina Roberto dice alla mamma: «Sì, torno e spacco tutto».Torna, ce la fa, gioca. Segna a Napoli, nella città di Maradona. Primo scudetto di Dieguito e primo gol di Roberto Baggio. Scrivono: «Una magica punizione, alla Maradona».Arriva la svolta, cambia tutto, la vita, il futuro, forse – scrivono – anche il destino. Roberto Baggio, con il suo calcio dal sorriso tenero e semplice, entra nel cuore della Fiorentina e dei tifosi di tutta Italia. Gli vogliono bene e lui ricambia con le sue meraviglie.La Fiorentina lo porta in Nazionale, il primo gol contro l’Uruguay. Si sposa con Andreina, che conosce da sempre. «Avevamo 15 anni, abitava vicino a casa mia, veniva nella mia scuola. Andreina all’inizio ha fatto fatica ad accettare la mia fede nel buddismo. Venivamo da famiglie cattoliche. Non era facile capire, per lei. Poi, quando ha capito che la fede per me era importante, si è avvicinata e abbiamo pregato insieme. La fede mi ha aiutato molto nella mia carriera. L’allenamento spirituale al coraggio mi ha fatto sopportare il dolore. Avevo male, sempre male. Ma non importava. Sono stato male molti anni, ma sono andato in campo. Se avessi dovuto giocare soltanto quando stavo bene, con quella gamba, con quelle ginocchia, avrei fatto due, tre partite all’anno. E invece ho resistito, mi è andata bene. Molti miei amici sono stati più sfortunati e hanno smesso subito».Roberto avanza con la sua classe, la sua poesia, è il sogno dei bambini. E dei grandi. Piace a tutti, va nella Juve che è stata di Sivori e Platini. Roberto lascia Firenze, ma l’amore per quella città e quei colori non finirà mai.Gli diranno: eppure te ne sei andato. Risposta: «Non me ne sono andato, mi hanno mandato via. Pontello aveva preso accordi con Agnelli, mi avevano venduto un anno prima. Quando Berlusconi provò ad acquistarmi, Agnelli gli rispose che poteva accordarsi su tutto, ma che Baggio era già bianconero…».La sua cessione nell’anno del Mondiale di Italia ‘90 scatena la rabbia dei tifosi viola: arresti, feriti, rabbia. Baggio è in ritiro a Coverciano con la Nazionale. L’atmosfera è elettrica, i tifosi contestano, il c.t. Azeglio Vicini fa chiudere il centro federale al pubblico. Roby cerca di concentrarsi solo sul Mondiale, convinto che arriverà il suo momento. C’è dualismo con Giannini, lui è un “dodicesimo di lusso”.L’Italia gioca due partite, Roby non c’è. La gente e i critici lo invocano. Entra, in coppia con Schillaci, nella terza gara contro la Cecoslovacchia ed è subito spettacolo. Il 19 giugno 1990, a Roma, cominciano le “Notti Magiche”. Roberto segna uno dei suoi gol più belli.Semifinale con l’Argentina: entra sull’1-1, sfiora un gol. Supplementari e rigori, Baggio segna, Donadoni e Serena sbagliano. Argentina in finale, Germania campione.Dopo l’estate e le notti azzurre, ecco la Juve di Gigi Maifredi, un tecnico giovane che promette calcio nuovo e spregiudicato. E, soprattutto, divertente. Baggio con il 10 di Michel Platini è l’uomo giusto. Ma c’è il Milan di Arrigo Sacchi con il suo gioco moderno ed esaltante. La Juve non decolla.In dicembre arriva la Fiorentina, Baggio è da poco papà, è nata Valentina. L’emozione e i ricordi viola lo bloccano. Molte polemiche. La Juve precipita in classifica. E poi c’è quella storia del rigore di Firenze. Roberto si rifiuta di batterlo e questo complica ancora di più i rapporti con i tifosi bianconeri. Qualche giornale scrive: «Baggio a Firenze era di Firenze. A Torino è di nessuno».Quel rigore e quello slogan accompagnano per molti anni il suo percorso bianconero. La Juve richiama Giovanni Trapattoni. Costruisce una buona squadra, ma il Milan è travolgente. Roberto fatica, poi si sblocca, segna 18 volte e torna in Nazionale. Adesso il c.t. è Sacchi. Il Trapattoni-bis è un secondo posto.Il nuovo anno consacra Baggio: 4 gol all’Udinese, 3 al Foggia, doppiette a raffica. Stagione eccellente: 21 gol. Adesso è al centro di tutto. Conquista tifosi, Agnelli, Coppa Uefa, il Pallone d’oro. «Quando a vincere erano gli altri mi limitavo a pensare: beati loro. Oggi non lo so proprio. Qualcosa di importante l’ho fatto, se in tanti mi hanno scelto deve esserci una buona ragione. E poi un premio non è mai l’espressione di un giudizio definitivo su un calciatore: sono i risultati che decidono. Se fossi arrivato secondo in Coppa Uefa, se non avessi realizzato 5 goal tra le semifinali e le finali, non parleremmo di queste cose. Da un lato il Pallone d’Oro è un meraviglioso compagno di viaggio e di avventura; dall’altro, rappresenta un peso, anche se questa mia valutazione può apparire scontata. Le responsabilità sono aumentate. Ora la gente si aspetta che io giochi sempre al massimo e che dia spettacolo. Il sempre, però, non è possibile. Paura? No di certo. A farmi compagnia c’è sempre il gusto della sfida, la voglia di dimostrare a tutti, anche a me stesso, che sono all’altezza».Sul nome di Roberto Baggio vincitore del Pallone d’Oro sembravano d’accordo i critici sin dall’autunno, quando proprio da Parigi cominciavano ad arrivare le prime indiscrezioni sull’esito del referendum. E tuttavia Roberto aveva palesato le proprie perplessità. Questione, ovviamente, di scaramanzia: «Anche quando tutti sparavano titoli a nove colonne, io pensavo: Roby, attento, è in arrivo una fregatura. Spesso mi è tornata in mente la notte della finale bis contro il Borussia Dortmund: pioveva a dirotto, ricordate? Beh, anche in quella circostanza ho temuto che saltasse tutto. C’era una vocina dentro me che non stava mai zitta: per una volta che ti capita di vincere rinviano la partita. Le foto con il Pallone d’Oro le ho fatte con la speranza che il grande sogno si avverasse. Si è avverato, grazie al cielo».Stagione 1993-94, un’altra buona annata, regala pezzi magici agli amanti del bel gioco. Esulta e poi festeggia l’arrivo di Mattia, il secondogenito, va in America con Sacchi ai mondiali. Un sogno e un incubo. «Sacchi mi è stato vicino in un periodo nero. Per tre mesi ho giocato con uno stiramento. Non mi riconoscevo più. Poi a Foggia, contro Cipro, c’è stata la partita della svolta. Lì sono uscito dal tunnel».Roberto ha 27 anni, porta il codino, è Pallone d’oro, è titolare indiscusso della Nazionale. È concentratissimo e si prepara in segreto prima della partenza per gli Usa. Racconterà: «Non l’ho detto a nessuno, nemmeno a Sacchi».Il c.t. gli dice: «Roberto tu, per l’Italia, sei come Maradona per l’Argentina: fondamentale».Contro la Norvegia, il portiere Pagliuca è espulso e Sacchi fa entrare Marchegiani e toglie Roby. La reazione di Baggio è clamorosa, fa un gesto a Sacchi: «Questo è matto».Il Mondiale americano di Baggio è un tormento. Gianni Agnelli lo stuzzica da lontano: «Sembra un coniglio bagnato».Roby reagisce e segna con Nigeria, Spagna e Bulgaria e porta in finale l’Italia con il Brasile. Pasadena, 17 luglio, ore 12:30, caldo torrido. 0-0, supplementari, rigori. Sbagliano Franco Baresi e Roberto Baggio, i due più bravi rigoristi italiani, e il Brasile è campione. Pazzesco! Baggio dirà: «Nella mia carriera ho sbagliato dei rigori, ma non li ho mai calciati alti. Quella è stata l’unica volta che mi e successo. Ed è difficile riuscire a spiegare perché è andato là. Non lo so. Però è successo, fine. Sognavo quel giorno da bambino. E un sogno che s’infrange, che si rompe sul più bello e diventa un incubo».Il suo maestro spirituale Daisaku Ikeda, l’aveva previsto: «Quel Mondiale lo vincerai o lo perderai all’ultimo secondo».La stagione 1994-95 sarà la sua ultima in bianconero. C’è Marcello Lippi, Roby si fa male e va in panchina o in tribuna, avanza il giovanissimo Alessandro Del Piero. La Juve vince lo scudetto, grazie anche ai gol e agli assist di Baggio nella prima parte della stagione. Fa festa con la Juve, ma quella non è più la sua Juve.Finisce sul mercato, lo seguono in tanti, lui sceglie il Milan (che lo aveva cercato cinque anni prima). Spiega: «È il club che mi ha voluto di più e me lo ha fatto capire meglio».Il grande Milan di Capello vince, dopo una stagione di pausa, ancora lo scudetto. Per Fabio è il quarto in cinque anni, per Roby il secondo di fila con due squadre diverse. Una bella stagione, i tifosi rossoneri, subito in sintonia con il Divin Codino, lo eleggono giocatore dell’anno, anche se è spesso sostituito.Il secondo anno rossonero è segnato da Oscar Washington Tabarez, uruguaiano. Tabarez fallisce, è esonerato. Al Milan torna Arrigo Sacchi. Va tutto male e Baggio soffre la panchina. A fine aprile 1997, Cesare Maldini lo riporta in Nazionale. A Napoli, Italia-Polonia, valida per le qualificazioni ai Mondiali 1998. 3-0: lui segna un gol splendido.Arrivi e partenze al Milan. Torna Capello, lascia Baggio. Per lui non c’è più spazio. Si arriva, anche con il Milan, alla separazione consensuale. In estate, un anno prima del Mondiale in Francia, Baggio sembra finito. Non è così.La nuova destinazione, Bologna, lo riporta in corsa. Il suo obiettivo principale è sempre la Nazionale, forse la sua unica e vera maglia. Cesare Maldini lo richiama in azzurro. Bologna è un momento positivo e importante. I rapporti con l’allenatore Renzo Ulivieri non sono semplici, ma il bilancio personale di Baggio è strepitoso: 22 gol, il suo record in A.Prenota Francia ‘98. Il c.t. Maldini è raggiante. Con un Baggio così… Dovrebbe essere lui il titolare. Ma c’è Del Piero (21 gol in campionato) che reclama una maglia. Il Mondiale francese è segnato dal dualismo Baggio-Del Piero. Ma è una nuova delusione. Roberto segna contro il Cile e l’Austria, sfiora il Golden gol contro la Francia ai quarti. L’Italia esce ai rigori, battuta dai francesi.E Baggio si rimette in viaggio. Nell’estate 1998, dopo una sola stagione, lascia Bologna e torna a Milano, stavolta all’Inter. Due campionati nerazzurri tormentati da molti infortuni (Ronaldo su tutti) e dai troppi cambi di panchina (Simoni, Lucescu, Hodgson, Castellini, Lippi). Roby non riesce a dare il massimo. Da ricordare i due gol in Champions al Real Madrid campione d’Europa. Poi, altri buoni colpi, emozioni ma – soprattutto – scontri con Marcello Lippi.Nell’estate 2000, Gino Corioni, presidente del Brescia, lo convince: «Vieni da noi».Baggio incontra Carlo Mazzone, un bellissimo rapporto di stima e amicizia. Sor Cadetto lascia Roby libero di inventare. E allora arrivano i gol in un Brescia che fa ruotare Toni, Di Biagio, Pirlo e Guardiola. Baggio si ritrova in testa alla classifica dei marcatori, con 8 gol nelle prime 9 giornate.Sogna il Mondiale con la Nazionale (c’è Trapattoni alla guida) in Corea e Giappone. Ma il destino lo ferma: cede il ginocchio sinistro. La riabilitazione è da record, ritorno in campo dopo 76 giorni, in tempo per segnare 3 gol nelle ultime 3 partite. Ma Trapattoni non lo può più aspettare.La delusione è grande, ma Roberto decide di andare ancora avanti. Gioca altri due anni, taglia il traguardo dei 200 gol (poi saranno 205). Un’ultima passerella azzurra a Genova con la Spagna. Il 16 maggio 2004, a San Siro, la “Scala del calcio”, si conclude la luminosa carriera del violinista Baggio: la gente canta e balla per lui. E un grande abbraccio a uno dei campioni più amati.La giornalaccio rosa titola: «Sei stato un mito, sei stato Baggio».Lucio Dalla, poeta e cantautore, dice: «A veder giocare Baggio ci si sente bambini… Baggio è l’impossibile che diventa possibile, una nevicata che scende giù da una porta aperta nel cielo».Se ne va. L’anno dopo nasce Leonardo, il terzo figlio. Poi, dopo un lungo periodo di riflessione, torna. A Coverciano, dove ha vissuto una vita azzurra. Ha preso il posto di Azeglio Vicini, il suo commissario tecnico a Italia ‘90. Riparte dall’azzurro.Baggio è stato di tutti e di nessuno. O forse è stato solo una magia azzurra, come quella porta nel cielo. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/02/roberto-baggio.html#more
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ROBERTO BAGGIO https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Baggio Nazione: Italia Luogo di nascita: Caldogno (Vicenza) Data di nascita: 18.02.1967 Ruolo: Attaccante Altezza: 174 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Divin codino - Coniglio bagnato - Raffaello Alla Juventus dal 1990 al 1995 Esordio: 01.09.1990 - Supercoppa italiana - Napoli-Juventus 5-1 Ultima partita: 21.05.1995 - Serie A - Juventus-Parma 4-0 200 presenze - 115 reti 1 scudetto 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Pallone d'oro 1993 Roberto Baggio (Caldogno, 18 febbraio 1967) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante o centrocampista, vicecampione del mondo con la nazionale italiana nel 1994. Soprannominato Raffaello per l'eleganza dello stile di gioco e Divin Codino per la caratteristica acconciatura, è ritenuto uno dei migliori giocatori nella storia del calcio. Con le squadre di club ha conquistato due scudetti (1994-1995 e 1995-1996), una Coppa Italia (1994-1995) e una Coppa UEFA (1992-1993). In nazionale ha preso parte a tre Mondiali (Italia 1990, Stati Uniti 1994 e Francia 1998), sfiorando la vittoria dell'edizione 1994: dopo avere trascinato l'Italia in finale con cinque gol decisivi, fu uno dei tre azzurri a sbagliare il proprio tiro di rigore nella partita conclusiva del torneo persa contro il Brasile. Pur non avendo mai vinto la classifica dei marcatori, è il settimo realizzatore del campionato di Serie A con 205 gol. Prolifico anche in nazionale, con 27 reti in 56 partite, è quarto tra i migliori realizzatori in maglia azzurra, a pari merito con Alessandro Del Piero; inoltre, con nove gol realizzati nei Mondiali, è il miglior marcatore italiano nella competizione iridata (a pari merito con Paolo Rossi e Christian Vieri), nonché l'unico ad avere segnato in tre diverse edizioni. A livello individuale ha conseguito numerosi riconoscimenti, tra cui il FIFA World Player e il Pallone d'oro nel 1993 e l'edizione inaugurale del Golden Foot nel 2003. Occupa la 16ª posizione (primo italiano) nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata da World Soccer nel 1999, ed è stato inserito da Pelé nel FIFA 100, la lista dei 125 più grandi calciatori viventi divulgata nel 2004. Oltre a ciò, è stato introdotto nella Hall of Fame del calcio italiano nel 2011 e nella Walk of Fame dello sport italiano nel 2015. Durante la carriera ha diviso a metà la critica tra ammiratori e oppositori. Roberto Baggio Baggio con la nazionale italiana nel 1990 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Attaccante, centrocampista Termine carriera 16 maggio 2004 Carriera Giovanili 1974-1980 Caldogno 1980-1983 Lanerossi Vicenza Squadre di club 1982-1985 Lanerossi Vicenza 36 (13) 1985-1990 Fiorentina 94 (39) 1990-1995 Juventus 200 (115) 1995-1997 Milan 51 (12) 1997-1998 Bologna 30 (22) 1998-2000 Inter 41 (9) 2000-2004 Brescia 95 (45) Nazionale 1984 Italia U-16 4 (3) 1988-2004 Italia 56 (27) Palmarès Mondiali di calcio Bronzo Italia 1990 Argento Stati Uniti 1994 Biografia Baggio nel 2013 È il sesto degli otto figli di Florindo Baggio (1931-2020) e Matilde Rizzotto; tra questi vi è Eddy (1974), anche lui ex calciatore pur senza avere raggiunto i livelli del più noto fratello maggiore, con una carriera trascorsa prettamente nelle serie minori italiane. Il padre, appassionato di calcio e di ciclismo, lo chiamò Roberto in onore di Boninsegna. Avvicinatosi al calcio fin da piccolo, il suo idolo era Zico. A due mesi dalla fine degli studi decide di andare in ritiro con il L.R. Vicenza e per questo non consegue il diploma. Dalla sua unione con Andreina, sposata nel 1989, sono nati tre figli. Dapprima cattolico, si è in seguito avvicinato al buddhismo, aderendo alla Soka Gakkai dal 1º gennaio 1988. In seguito ha aperto un centro della Soka Gakkai in un locale di sua proprietà e una sala di riunione a Thiene; nell'ottobre 2014 ha inoltre inaugurato a Corsico il più grande centro culturale buddista d'Europa. È proprietario di un'azienda agricola in Argentina e dal novembre 1991 al settembre 2012 ha gestito un negozio di articoli sportivi a Thiene, chiamato Roberto Baggio Sport, chiuso per la crisi economica. Eddy Baggio, fratello minore di Roberto, divenuto anche lui calciatore con una discreta carriera nelle serie minori. Nel dicembre 1994, con un guadagno annuo di circa 8,6 miliardi di lire (5,3 di contratto e 3,3 di entrate pubblicitarie), fu il primo calciatore a entrare tra i quaranta sportivi più pagati del mondo secondo Forbes. Nel febbraio 1997 fu convocato come testimone dalla Guardia di Finanza a seguito di una truffa internazionale ai suoi danni, e nella quale perse circa 7 miliardi, in un investimento su una miniera in Perù gestita da una banca caraibica e da promotori italiani. Ha scritto un'autobiografia, pubblicata nel 2001, col titolo Una porta nel cielo, nella quale ripercorre la carriera, il rapporto con la fede buddhista, e approfondisce i complicati rapporti avuti con alcuni allenatori (Arrigo Sacchi, Renzo Ulivieri e Marcello Lippi), spendendo parole di elogio per altri (Giovanni Trapattoni, Luigi Simoni, Luigi Maifredi, Óscar Tabárez e Carlo Mazzone). Impegno nel sociale Ambasciatore FAO, ha preso parte a numerose iniziative benefiche. Il 9 novembre 2010 gli è stato assegnato il Peace Summit Award 2010, riconoscimento assegnato annualmente da una commissione composta dai Premi Nobel per la pace alla personalità più impegnata verso i più bisognosi, per «il suo impegno forte e costante alla pace nel mondo e le relative attività internazionali». Popolarità Molto popolare sia in Italia che all'estero, Baggio è stato protagonista di diversi spot pubblicitari: si ricordano in particolare quelli del 2000 per Wind e del 2001 per Johnnie Walker, entrambi incentrati sul tiro di rigore fallito nella finale del campionato del mondo 1994. Gli sono state dedicate poesie, canzoni e opere teatrali, inoltre parte della sua vita viene raccontata nel film Il Divin Codino del 2021. È possibile trovare riferimenti alla sua figura anche in fumetti e cartoni animati; in quest'ultimo caso, è stato omaggiato in episodi di Che campioni Holly e Benji!!! e Sailor Moon. È stato inoltre oggetto di imitazioni satiriche. Controversie Il rapporto tra Baggio (a sinistra) e l'allenatore Marcello Lippi (a destra) ha avuto vari dissidi, nati alla Juventus e poi deflagrati all'Inter. Baggio ha avuto dissapori con quasi tutti i suoi allenatori. Tra i primi, quello con Sven-Göran Eriksson alla Fiorentina, perché il tecnico svedese voleva cederlo in prestito al Cesena per fargli fare esperienza, e perché voleva schierarlo ala destra, e quello con Giovanni Trapattoni, suo tecnico dapprima nella Juventus (1991-1994) e poi nell'Italia (2000-2004), il quale era solito richiamarlo a fischi quando Baggio non tornava a centrocampo e che, inoltre, aveva accusato il calciatore di «non giocare per la squadra» dopo averlo sostituito in un Inter-Juve (3-1) dell'ottobre 1992. Cesare Maldini lo mandò più volte in panchina nell'Under-21. Alla Juventus ebbe forti contrasti con la dirigenza, formata dal trio Giraudo-Moggi-Bettega, oltre che con Marcello Lippi, che lo ha allenato sia in bianconero sia successivamente all'Inter. Nell'autobiografia, Baggio accusa Lippi d'avergli chiesto di fargli i nomi dei calciatori a lui contrari. Dinanzi al rifiuto di Baggio, il tecnico aveva reagito con un atteggiamento ostile. L'allenatore rispose affermando di non avere mai chiesto aiuto a Baggio «perché è una persona di cui non ho stima e che non reputo importante dal punto di vista umano» e dando mandato ai propri avvocati di avviare un'azione legale contro il giocatore, contro le «cattiverie e falsità» raccontate e minacciando di querelarlo. Al Milan, Baggio ebbe rapporti negativi sia con Fabio Capello, di cui, in seguito al suo passaggio al Real Madrid, disse che «nello spogliatoio non lo sopportava più nessuno», e che al suo ritorno al Milan disse a Baggio che «per lui non c'era più posto», sia con Arrigo Sacchi — che lo ha allenato sia in nazionale sia al Milan —, un tempo suo amico, che l'aveva fatto giocare in azzurro quando la Juventus era intenzionata a cederlo, reo d'averlo fatto allenare solo per «farlo entrare nel suo schema tattico». Al termine del rapporto con la società rossonera, sarebbe dovuto passare al Parma, ma l'attaccante Enrico Chiesa si oppose, inoltre il giocatore non rientrava nei piani tattici del tecnico degli emiliani Carlo Ancelotti: nonostante la volontà della famiglia Tanzi, proprietaria del club, l'affare non si concluse e il caso Baggio portò al licenziamento del direttore sportivo Riccardo Sogliano. Baggio passò allora al Bologna, dove cominciò un rapporto conflittuale con l'allenatore Renzo Ulivieri, che lo pose allo stesso livello di tutti gli altri calciatori. L'apice fu raggiunto nel gennaio 1998 quando il tecnico non lo schierò titolare contro la Juventus, comunicando la decisione al giocatore il giorno prima: Baggio lasciò il ritiro e non andò in panchina. Poco prima di questo incontro Ulivieri, in seguito agli scontri con Baggio, diede per la seconda volta le dimissioni (la prima volta, nell'agosto 1997, in seguito a un'amichevole persa contro l'Inter, l'allenatore aveva rassegnato le dimissioni sempre per dissapori con il calciatore), che però, come nel primo caso, vennero rifiutate. Caratteristiche tecniche Un giovane Baggio in acrobazia al Lanerossi nella stagione 1982-1983 Riconosciuto fin da giovane come «fuoriclasse», Baggio era un fantasista in grado di ricoprire più ruoli: ha giocato prevalentemente da seconda punta o trequartista, ma è stato talvolta schierato come prima punta (nel 4-3-3), come centravanti di manovra (nel 4-4-2) o come attaccante esterno (nel 4-3-3 e nel 3-4-3). Michel Platini, di cui Baggio raccolse l'eredità alla Juventus, lo descrisse come un «nove e mezzo» poiché lo considerava a metà strada tra un attaccante e un rifinitore, caratteristica che non di rado rese difficoltosa la sua collocazione tattica. Eccelso dal punto di vista tecnico, in particolar modo nel tocco di palla e nella precisione d'esecuzione, fu paragonato in tal senso a diversi numeri dieci del passato: il giornalista Gianni Brera propose spesso il confronto con Giuseppe Meazza, mentre Giovanni Trapattoni accostò il suo stile di gioco a quello di Zico, riscontrando inoltre affinità tecniche con il sopracitato Platini e con Juan Alberto Schiaffino. Era capace di impostare la manovra di gioco e di fornire assist ai compagni grazie alla sua visione di gioco e alla sua abilità nel fraseggio. Era inoltre rapido sia nello smarcarsi che nell'esecuzione dei tiri; possedeva infatti un tiro preciso e un innato fiuto del gol, doti che gli permisero di contribuire molto anche in fase realizzativa durante la carriera, peraltro condizionata da vari e gravi infortuni. In grado di calciare con entrambi i piedi, era più incline a usare il destro, ma si avvaleva spesso del sinistro per iniziare il dribbling, di cui era uno specialista. Era un calciatore agile, elegante e veloce, dalla fantasia e dalla qualità tecnica brillante, insolita per il calcio italiano, abituato a essere più fisico, tattico e meno tecnico; lo stesso Baggio ha affermato di non avere ricevuto alcun insegnamento tattico da giovane, muovendosi in campo secondo il proprio istinto. Baggio (n. 10) alla Juventus nel 1994, esultante dopo una rete di tacco siglata all'Udinese. Abile esecutore di calci piazzati (al punto da ispirare futuri specialisti come Andrea Pirlo), in Serie A è secondo solo a Francesco Totti per numero di reti segnate su rigore (68 su 83); è invece 4º, a pari merito con Totti, per quanto riguarda i gol realizzati su punizione, con 21 centri, dietro Siniša Mihajlović (28), Pirlo (27) e Alessandro Del Piero (22). Calciatore dal carattere controverso, sul campo gli è stata contestata una scarsa attitudine alla fase difensiva e la tendenza a comportarsi più da gregario che da leader, sebbene con le maglie di Juventus e Brescia si fosse conquistato questo ruolo. Fuori dal campo è introverso e mite. Carriera Giocatore Club Lanerossi Vicenza Baggio al Lanerossi nella stagione 1984-1985 Dopo avere iniziato nella squadra del suo paese, il Caldogno, dove si fa notare, all'età di 13 anni si trasferisce al Lanerossi Vicenza, a quel tempo in Serie C1, in cambio di 500 000 lire. Si mette subito in luce nelle formazioni giovanili, segnando negli anni 110 gol in 120 presenze. A causa di alcune defezioni, è portato ad allenarsi con la prima squadra. Ritornato nelle giovanili, la squadra dei Beretti è seguita da circa 1000 spettatori durante gli incontri. Debutta quindi in prima squadra a 16 anni, il 5 giugno 1983, all'ultima giornata del campionato di Serie C1, L.R. Vicenza-Piacenza (0-1), entrando nel secondo tempo. Nella stagione seguente, il 30 novembre 1983, segna il primo gol in carriera nella partita di Coppa Italia Serie C contro il Legnano, vinta 4-1 in trasferta; il 3 giugno 1984 va a segno per la prima volta in campionato, realizzando su rigore il gol del definitivo 3-0 contro il Brescia. Nella stagione 1984-1985, inserito in prima squadra dall'allenatore Bruno Giorgi, chiude la sua esperienza vicentina con 12 reti in 29 incontri di campionato, diventando uno dei calciatori più amati dai tifosi e consentendo alla sua squadra la risalita in Serie B. In una delle ultime partite di campionato, il 5 maggio 1985 allo stadio Romeo Neri contro i padroni di casa del Rimini — guidato da Arrigo Sacchi, futuro allenatore di Baggio in nazionale e nel Milan —, subisce un grave infortunio al ginocchio destro (compromessi legamento crociato anteriore e menisco), il primo di una lunga serie, che lo costringe a un periodo di oltre un anno di assenza dai campi di gioco. I suoi muscoli vengono affidati a Carlo Vittori ed Elio Locatelli, due dottori specializzati nel potenziamento muscolare in atletica leggera. Durante questa fase di riposo forzato e quindi di incertezza sulla propria carriera di calciatore vive una profonda crisi personale e spirituale, che lo convince ad abbracciare definitivamente la fede buddhista. Fiorentina 1985-1988 Baggio al debutto in Serie A nel 1986, con la divisa della Fiorentina. Questo infortunio arriva a due giorni dalla firma del contratto con la Fiorentina, che lo ha ingaggiato per 2,7 miliardi di lire. La Fiorentina ha la possibilità di recedere dal contratto ma il presidente del club decide di tenerlo. Viene operato a Saint-Étienne, in Francia, dal professor Bousquet, che è costretto a mettere 220 punti di sutura per rimettere a posto la sua gamba. A causa del periodo di stop dopo l'operazione, perde 12 kg, arrivando a pesarne 56, e vive così isolato dal resto della squadra che si dimentica di incassare lo stipendio per cinque mesi. Ripresosi dall'infortunio, colleziona cinque presenze in Coppa Italia e disputa, nel febbraio 1986, il Torneo di Viareggio. Esordisce in Serie A il 21 settembre 1986, grazie all'allenatore Eugenio Bersellini, nella sfida casalinga di Firenze contro la Sampdoria. Il successivo 28 settembre subisce una lesione al menisco del ginocchio destro che lo costringe a una nuova operazione. Rientra in campo a fine stagione, a distanza di quasi due anni dal primo infortunio. Il suo primo gol nella massima divisione arriva su punizione il 10 maggio 1987 contro il Napoli (1-1); il pareggio finale regala la salvezza matematica alla squadra viola. A partire dalla stagione 1987-1988, di cui è la rivelazione, può finalmente essere impiegato con buona frequenza, totalizzando 34 presenze e 9 reti fra tutte le competizioni: memorabile quella messa a segno il 20 settembre 1987 contro il Milan di Sacchi, dopo avere superato in dribbling tutta la retroguardia avversaria. 1988-1990 Baggio (a sinistra) assieme a Stefano Borgonovo, con cui formò in maglia viola la coppia d'attacco B2 nella stagione 1988-1989. Nella stagione 1988-1989, con l'arrivo di Sven-Göran Eriksson, mette a segno 15 gol, andando a formare con Stefano Borgonovo un affiatato tandem d'attacco detto B2, dalle iniziali dei loro cognomi: i due realizzano 29 dei 44 gol totali messi a segno dalla formazione viola, trascinando la squadra a un settimo posto in campionato. Nello spareggio per la Coppa UEFA contro la Roma, Baggio fornisce l'assist per il gol della vittoria di Pruzzo che regala la qualificazione ai viola. Nell'annata seguente sigla 17 reti, arrivando in seconda posizione nella classifica marcatori, davanti a Diego Armando Maradona (16) e dietro al solo Marco van Basten (19). Il campionato è chiuso a metà classifica, ma i viola giungono in finale di Coppa UEFA, dove si arrendono alla Juventus: lo 0-0 nella gara di ritorno, giocata sul campo neutro di Avellino, non permette loro di ribaltare l'1-3 patito all'andata a Torino. Nel torneo continentale Baggio segna un solo gol, seppur decisivo: un rigore che consente alla Fiorentina di sconfiggere la Dinamo Kiev agli ottavi di finale (1-0). Alla fine dell'anno riceve il Trofeo Bravo, premio assegnato dalla rivista Guerin Sportivo al miglior giovane sotto i 23 anni partecipante alle coppe europee, unico riconoscimento personale vinto con la Fiorentina. La finale di ritorno di Coppa UEFA (16 maggio 1990) è l'ultima gara di Baggio con la Fiorentina: nello stesso mese il giocatore viene infatti acquistato dalla Juventus per la cifra-record, a quei tempi, di circa 25 miliardi di lire più il cartellino di Renato Buso, valutato 2 miliardi. La tifoseria viola, consapevole di perdere il proprio simbolo e perdipiù in favore del club a loro più inviso, scende in piazza protestando con violenza contro la dirigenza e il presidente Pontello; i disordini causano anche diversi feriti e arrivano fino a Coverciano, creando non pochi problemi al ritiro degli Azzurri in preparazione per il campionato del mondo 1990 e al giocatore stesso, che arriva a ricevere sputi da alcuni esagitati. L'allora procuratore Caliendo ha in seguito narrato un fatto singolare al riguardo: Baggio nell'aprile 1991, in quel momento giocatore juventino, raccoglie una sciarpa viola durante la prima sfida a Firenze contro la sua ex squadra. «Mi ricordo ancora la scena: quando Baggio passò dalla Fiorentina alla Juventus, in conferenza stampa, davanti ai giornalisti gli misero al collo la sciarpa bianconera e lui la gettò via. Fu un gesto imbarazzante. Io dissi che il ragazzo andava compreso: era come se avessero strappato un figlio alla madre. Ammetto che, quella volta, rimasi molto colpito anch'io.» (Antonio Caliendo) Il giocatore resta molto legato a Firenze e ai colori viola, avendo già mostrato nei mesi precedenti la sua volontà di non accasarsi alla società torinese, suscitando non pochi malumori tra i suoi nuovi tifosi. Su tutte, rimane celebre la sua prima sfida in maglia bianconera contro la Fiorentina a Firenze, il 6 aprile 1991, nella vittoria viola per 1-0: Baggio si rifiuta di calciare un rigore contro la sua ex squadra, motivando il gesto con il fatto che il portiere avversario, Gianmatteo Mareggini, «lo conosceva bene», e una volta sostituito, uscendo dal campo va poi a salutare i suoi ex tifosi raccogliendo una sciarpa viola che gli è stata lanciata dagli spalti, in un alternarsi di applausi e fischi. Juventus 1990-1993 Baggio nella stagione 1990-1991, la prima con la casacca della Juventus. Esordisce con la maglia della Juventus il 1º settembre 1990, in Supercoppa italiana, realizzando l'unico gol dei torinesi nella sconfitta per 5-1 contro il Napoli. Nel primo anno in bianconero, sotto la guida di Luigi Maifredi, segna 27 gol, di cui 9 in Coppa delle Coppe che gli valgono il titolo di capocannoniere dell'edizione; ne sigla uno anche nella semifinale di ritorno contro il Barcellona, ma l'1-0 non è sufficiente a ribaltare l'1-3 degli spagnoli dell'andata. A fine campionato la Juventus, nonostante il bottino di 14 reti di Baggio, rimane esclusa dalle coppe europee. L'anno successivo sulla panchina del club torna Giovanni Trapattoni. Nel settembre 1991, dopo la sfida casalinga contro il Bari, Baggio rimedia il primo dei vari infortuni che influenzeranno la sua carriera in bianconero negli anni a seguire, uno stiramento che lo tiene fuori tre settimane e dal quale recupera a fatica. Ristabilitosi, incrementa notevolmente il proprio rendimento, disputando un'ottima seconda parte di stagione e attirando paragoni sempre più frequenti con Giuseppe Meazza, mentre Trapattoni lo accosta a Zico. La squadra torinese arriva seconda in campionato dietro al Milan e raggiunge la finale di Coppa Italia; nella partita d'andata della finale poi persa contro il Parma, Baggio segna il gol della vittoria su rigore. Baggio, divenuto capitano del club bianconero, bacia la Coppa UEFA 1992-1993. Nella stagione 1992-1993 subisce la frattura della costola contro la Scozia nel novembre 1992, restando lontano dai campi per oltre un mese; durante questo periodo ha degli screzi con Trapattoni e con la dirigenza bianconera. Tra le tante marcature di Baggio in quest'annata, va ricordato il poker rifilato all'Udinese (5-1) l'8 novembre 1992, sua prima quaterna in carriera. In Coppa UEFA, in semifinale contro il Paris Saint-Germain, il fantasista realizza una doppietta nella gara di andata finita 2-1 per i bianconeri, terminando la serata come migliore in campo, e quindici giorni dopo, a Parigi, è ancora il numero dieci a siglare il successo per 0-1 che vale la finale, dove mette poi a referto un'altra doppietta nella sfida d'andata, stavolta contro il Borussia Dortmund; al ritorno la Juventus vince per 3-0 e si aggiudica il trofeo, il primo della carriera per un Baggio che, grande protagonista del trionfo continentale, alla fine dell'anno solare è insignito del Pallone d'oro e del FIFA World Player, vincendo anche l'Onze d'or. Chiude la stagione con 21 gol in campionato (secondo nella classifica marcatori alle spalle di Giuseppe Signori), 6 in Coppa UEFA, 2 in Coppa Italia e con la fascia di capitano al braccio. 1993-1995 Nel torneo 1993-1994, Trapattoni è solito schierarlo da mezzapunta, alternandolo con la giovane promessa Alessandro Del Piero, entrambi dietro a Gianluca Vialli. Nel precampionato, l'allenatore lo prova anche come trequartista arretrato dietro a Vialli e a Fabrizio Ravanelli, ma la squadra riesce a esprimersi al meglio solo quando Baggio avanza di posizione. Nel marzo 1994 è operato al menisco. A fine campionato la Juventus si piazza di nuovo al secondo posto dietro al Milan, che ottiene il terzo successo italiano consecutivo, e nel dicembre 1994 Baggio si classifica secondo nella graduatoria del Pallone d'oro, alle spalle di Hristo Stoičkov, e terzo in quella del FIFA World Player, dietro allo stesso giocatore bulgaro e al brasiliano Romário; nello stesso mese, la rivista Don Balón lo elegge «miglior giocatore della Cee». In questa stagione, Baggio sigla 17 marcature, chiudendo la graduatoria dei migliori realizzatori al terzo posto. Baggio mostra alla tifoseria juventina il Pallone d'oro 1993 Nella stagione seguente, Marcello Lippi è chiamato a sostituire Trapattoni: il nuovo tecnico predilige il 4-3-3, modulo che costringe Baggio a ripiegare su un ruolo, quello di ala, poco adatto alle sue caratteristiche, tanto che a lui sono sovente preferiti Vialli, Ravanelli e un Del Piero sempre più lanciato in squadra. Dopo l'infortunio patito a Padova il 27 novembre 1994 al ginocchio destro, nel febbraio 1995 Baggio torna ad allenarsi con la squadra, ma la società piemontese decide di farlo sottoporre a operazione, rimandando così un rientro in campo che avviene solo dopo quasi cinque mesi, l'8 marzo 1995, nella semifinale di Coppa Italia contro la Lazio in cui, peraltro, fornisce l'assist per il decisivo gol di Ravanelli. Pur essendosi ristabilito e rientrato a pieno regime nell'organico titolare, la sua prolungata lontananza dai terreni di gioco favorisce la definitiva esplosione in casa juventina del ventenne Del Piero — sul quale la dirigenza bianconera e Lippi, per ragioni anagrafiche ed economiche, scelgono di puntare —, riducendo le possibilità di un rinnovo del contratto di Baggio, in scadenza a giugno. Da qui alla fine della stagione, il fantasista segna comunque alcuni gol decisivi per la conquista del double scudetto-coppa nazionale: tra di essi anche un rigore sul campo della sua ex Fiorentina, stavolta (a differenza di quattro anni prima) calciato, realizzato e festeggiato. Da notare anche la sua prestazione nella sfida decisiva contro il Parma, giocata a Torino il 21 maggio 1995 e vinta per 4-0, che permette ai bianconeri di rivincere il titolo italiano dopo nove anni: durante la partita, Baggio fornisce tre assist. Risulta decisivo anche in Coppa UEFA, competizione in cui segna 4 gol: nella semifinale di ritorno contro il Borussia Dortmund, giocata a Dortmund, sforna l'assist per la prima rete juventina da calcio d'angolo, e segna poi il gol-vittoria su calcio di punizione, portando la squadra bianconera in finale di coppa. La squadra torinese sarà poi sconfitta per 2-1 dal Parma nella doppia finale. Da sinistra: Baggio con Fabrizio Ravanelli e Gianluca Vialli, il tridente d'attacco della Juventus campione d'Italia 1994-1995: il club torinese tornò allo scudetto dopo nove anni, mentre il Divin Codino colse il primo tricolore della carriera. Nel giugno 1995, già in contrasto con Umberto Agnelli, Baggio non trova l'accordo con la società per il prolungamento: durante un ultimo colloquio con la dirigenza il giocatore chiede ai capi ultras bianconeri di assistere alla riunione per firmare un nuovo contratto, tuttavia il meeting fallisce non solo per questioni economiche (Baggio chiedeva 4 miliardi di ingaggio contro i 2 proposti dalla Juventus) ma anche per forti dissapori con la dirigenza. Termina la sua esperienza a Torino con 200 presenze e 115 reti, 78 delle quali nel solo campionato. Con i colori bianconeri ha conquistato uno scudetto, una Coppa Italia e una Coppa UEFA. L'ultima stagione in maglia juventina gli vale il quinto posto nella graduatoria del FIFA World Player e l'Onze d'argent alle spalle di George Weah. Milan Fra le proteste degli ultras juventini, e dopo avere rifiutato una più sostanziosa offerta dell'Inter, nel luglio 1995 Baggio si accorda con il Milan che per il suo cartellino sborsa, causa i parametri UEFA che in epoca pre-Bosman regolavano il mercato degli svincolati, un indennizzo di 18 miliardi di lire. Esordisce in rossonero il 27 agosto seguente, nella vittoria esterna sul Padova per 1-2, e segna il primo gol nel successivo impegno contro l'Udinese, realizzando il definitivo 2-1. Con la maglia del Milan vince subito lo scudetto, il secondo di fila per lui, segnando anche su rigore contro la Fiorentina nella vittoria per 3-1 che regala il titolo ai milanesi: diviene il quinto dei sei giocatori a vincere due campionati italiani consecutivi con due squadre diverse, dopo Giovanni Ferrari, Riccardo Toros, Eraldo Mancin e Alessandro Orlando, e prima del futuro compagno di squadra Andrea Pirlo. Parte titolare in quasi tutte le partite, ma è spesso sostituito dal tecnico Fabio Capello — che pure ne aveva caldeggiato l'acquisto in estate —, finendo per dare un contributo più marginale rispetto ai compagni di reparto George Weah e Dejan Savićević; ciò nonostante riesce a imporsi come migliore assist-man del campionato. Baggio (a sinistra) alla stagione d'esordio nel Milan, mentre esce dal campo di San Siro con l'interista Ince in occasione di una stracittadina. Nella stagione successiva sulla panchina del Milan arriva l'allenatore uruguaiano Óscar Tabárez. Baggio parte titolare e offre un buon rendimento nelle prime partite stagionali, esordendo anche in UEFA Champions League nella sconfitta casalinga contro il Porto dell'11 settembre 1996; il successivo 30 ottobre realizza contro l'IFK Göteborg la sua prima rete nella massima competizione europea. La crisi di risultati della squadra lo relega tuttavia in panchina, a favore di Marco Simone. A dicembre Tabárez si dimette, e al suo posto la società richiama l'ex Arrigo Sacchi, il quale, per accettare la proposta, rassegna a sua volta le dimissioni da commissario tecnico della nazionale italiana. Tra Sacchi e Baggio, non ancora ambientatosi in maglia rossonera, ci sono vecchie ruggini risalenti al campionato del mondo 1994, dopo il quale le convocazioni in nazionale del giocatore erano diminuite fino a interrompersi, facendogli saltare il successivo Europeo d'Inghilterra 1996. Al Milan il rapporto tra i due sembra inizialmente migliorare, ma si deteriora nuovamente nel febbraio 1997, allorché Baggio, stanco di essere escluso dall'undici titolare, a mezzo stampa si sfoga apertamente contro il tecnico. La situazione degenera due mesi dopo, quando, durante un Milan-Juventus perso nettamente 1-6 dai padroni di casa, Baggio non raccoglie l'invito dell'allenatore a scaldarsi per entrare in campo, a punteggio già compromesso; sarà il secondo di Sacchi, Pietro Carmignani, a far desistere il calciatore dalle sue posizioni. Nonostante le incomprensioni con l'allenatore e la concorrenza di Simone, Savićević e Jesper Blomqvist, ai quali deve spesso cedere il posto, sul finire di aprile Baggio viene inaspettatamente richiamato in nazionale dal nuovo CT Cesare Maldini, a un anno e mezzo dall'ultima convocazione ricevuta da Sacchi. A fine stagione il Milan si piazza all'undicesimo posto, fuori dalle coppe europee. Baggio supera il portiere nerazzurro Pagliuca e apre le marcature nel derby del 24 novembre 1996 (1-1). Nell'estate 1997, Baggio si presenta al raduno milanista con l'intenzione di restare, ma il rientrante Capello non mostra progetti tecnici per lui; sentitosi escluso dall'ambiente, soprattutto dall'allenatore, decide di trasferirsi, dopo 67 presenze e 19 reti in rossonero. Bologna Il 9 luglio 1997, il Parma si accorda con il Milan per l'acquisto di Baggio per 3,5 miliardi di lire, ma l'affare non va in porto poiché il giocatore non rientra nei piani tattici dell'allenatore Carlo Ancelotti, il cui 4-4-2 non prevede l'impiego di un fantasista; inoltre l'attaccante Enrico Chiesa aveva preannunciato un suo trasferimento all'estero se Baggio fosse arrivato a Parma. A distanza di anni, Ancelotti si dichiarerà pentito di avere rinunciato al talento di Baggio. Avendo bisogno di giocare con continuità per guadagnarsi un posto fra i 22 che avrebbero preso parte al campionato del mondo 1998, il 18 luglio passa allora al Bologna per 5,5 miliardi di lire, voluto dal presidente Giuseppe Gazzoni Frascara, ma non dall'allenatore Renzo Ulivieri; nel contratto è presente una clausola che permette al calciatore di lasciare la società pagando una penale di 5 miliardi di lire. Baggio (a destra) al Bologna nell'estate 1997, in posa per i fotografi insieme all'interista Ronaldo. Esordisce il 31 agosto 1997 nella sconfitta esterna con l'Atalanta (4-2), segnando su rigore il secondo gol dei felsinei. Quella nel Bologna è la stagione del record personale di marcature per Baggio, con 22 gol segnati in 30 partite: un bottino che contribuisce alla qualificazione del Bologna alla Coppa Intertoto e che vale al giocatore la convocazione per il Mondiale di Francia. Baggio viene inoltre nominato capitano della squadra, indossando la fascia per qualche incontro prima di cederla a Giancarlo Marocchi. Anche in questa stagione si verificano alcune incomprensioni con l'allenatore di turno, Ulivieri, tanto che nel gennaio 1998 Baggio lascia il ritiro della squadra quando il tecnico gli comunica che non avrebbe giocato dall'inizio nella partita con la Juventus. Schierati dalla parte del calciatore, i tifosi chiedono anche l'esonero di Ulivieri tramite una petizione su internet. Nella sua autobiografia, Baggio accusa Ulivieri di essere stato invidioso della sua fama, in quanto la stampa attribuiva le vittorie del Bologna al suo talento, mettendo in ombra il lavoro dell'allenatore. Inter Nell'estate 1998 si trasferisce per circa 3,5 miliardi di lire all'Inter, che punta con decisione alla vittoria dello scudetto dopo il secondo posto dell'anno precedente. Il giocatore si inserisce in un reparto offensivo già piuttosto nutrito e composto, tra gli altri, dal Pallone d'oro in carica Ronaldo e dagli esperti Iván Zamorano e Youri Djorkaeff. Esordisce con la nuova maglia il 12 agosto contro lo Skonto, nella gara di andata del secondo turno preliminare di Champions League, contribuendo al 4-0 finale con un gol e tre assist. Pur frenato da problemi alle ginocchia — che comportano spesso la sua esclusione dall'undici titolare, per indisponibilità o scelta tecnica —, nella prima parte di stagione Baggio offre buone prestazioni e risulta determinante per la qualificazione dell'Inter ai quarti di finale di Champions League: nella penultima gara della fase a gironi, il 25 novembre 1998, realizza una doppietta nei minuti finali della sfida contro i campioni in carica del Real Madrid, fissando il risultato sul 3-1 per l'Inter, che ipoteca il passaggio del turno. Baggio in azione all'Inter, mentre dribbla il portiere madridista Illgner e segna la personale doppietta nella vittoriosa sfida di Champions League del 25 novembre 1998 (3-1). Il prosieguo dell'annata si rivela, tuttavia, negativo. Un avvio incerto in campionato e un gioco ritenuto poco convincente causano l'esonero di Luigi Simoni, estimatore di Baggio, a pochi giorni dalla succitata vittoria sul Real Madrid; guidata, in successione, da altri tre allenatori (Mircea Lucescu, Luciano Castellini e Roy Hodgson), la squadra incappa in una lunga crisi che si ripercuote, oltre che sulla classifica, sulla serenità del gruppo, finendo per condizionare anche il rendimento di Baggio: «Se non avessimo vinto 5-4 all'Olimpico contro la Roma, saremmo andati in B. Non c'era più una squadra, men che meno uno spogliatoio», ricorderà il fantasista. Il deludente ottavo posto finale viene in parte compensato dallo status di semifinalista di Coppa Italia, grazie al quale l'Inter può contendere al Bologna un approdo in extremis alla successiva edizione della Coppa UEFA: nel doppio spareggio contro gli emiliani, però, i nerazzurri vengono sconfitti nonostante un gol di Baggio nella gara di andata, mancando dunque l'accesso alle coppe europee. Nella stagione 1999-2000, sulla panchina dell'Inter siede Marcello Lippi, e l'impiego di Baggio diminuisce ulteriormente, al punto che il giocatore polemizzerà col tecnico viareggino, smentendo pubblicamente le voci su presunti guai fisici e affermando di essere spesso tenuto fuori per scelte personali dell'allenatore. In poco meno di sei mesi diviene la sesta (e ultima) scelta nel reparto offensivo, realizzando la prima rete stagionale solo sul finire di gennaio. Prossimo alla scadenza del contratto, il giocatore contribuirà comunque alla qualificazione dell'Inter in Champions League: nell'ultima giornata di campionato va a segno su rigore nel 2-0 contro il Cagliari, una vittoria che consente all'Inter di ottenere il quarto posto a pari merito con il Parma; nel successivo spareggio contro gli emiliani, vinto 3-1, sigla due reti — peraltro di pregevole fattura — che permettono ai milanesi di accedere ai preliminari della massima competizione europea per club, un successo che segue di cinque giorni la sconfitta in finale di Coppa Italia contro la Lazio. Sveste la maglia nerazzurra dopo avere totalizzato 59 presenze e 17 reti. Brescia 2000-2002 Baggio (a destra) al Brescia nel 2000 con il presidente Luigi Corioni Svincolatosi dall'Inter, e dopo un'estate 2000 trascorsa da «disoccupato», il successivo 14 settembre si accorda con il Brescia — di cui diviene subito capitano —, con l'obiettivo dichiarato di partecipare al campionato del mondo 2002. Per contratto, se il presidente Luigi Corioni avesse esonerato l'allenatore Carlo Mazzone, Baggio sarebbe stato svincolato. Debutta con il nuovo club il 16 settembre 2000 in Coppa Italia, in occasione del pareggio casalingo (0-0) contro la Juventus. Il 24 febbraio 2001, in campionato, realizza le prime reti con il Brescia nel 2-2 esterno contro la Fiorentina. Il successivo 1º aprile, contro la Juventus, segna uno dei suoi gol più belli: Andrea Pirlo lo lancia con un preciso passaggio da centrocampo, e lui salta Edwin van der Sar con uno stop a seguire per poi insaccare a porta vuota, fissando il punteggio sul definitivo 1-1; il risultato allontanerà i torinesi dal vertice della classifica, guidata fino alla fine dalla Roma. Con 10 reti in campionato Baggio conduce la sua squadra all'8º posto — il miglior piazzamento mai ottenuto dal Brescia in Serie A — e alla qualificazione alla Coppa Intertoto, poi persa in finale contro il Paris Saint-Germain l'estate seguente, nonostante un doppio pareggio (0-0 al Parco dei Principi, 1-1 al Rigamonti), in virtù del gol siglato fuori casa dai parigini nella gara di ritorno (inutile il pari di Baggio su rigore). Inserito fra i 50 pretendenti per il Pallone d'oro 2001, giunge 25º nella classifica finale. All'inizio della stagione 2001-2002 Baggio mostra un'ottima vena realizzativa, ritrovandosi capocannoniere con 8 gol dopo 7 giornate. Tuttavia, il 21 ottobre 2001 rimedia una distorsione al ginocchio sinistro in seguito a un contrasto con Filippo Cristante nella sfida contro il Piacenza: ripresosi rapidamente, rimedia un'altra distorsione una settimana più tardi, dopo un contrasto col centrocampista del Venezia Antonio Marasco, a cui segue la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro con lesione del menisco interno rimediata durante Parma-Brescia, nella semifinale di Coppa Italia. È operato a Bologna il 4 febbraio 2002 e riesce a rientrare in campo a 81 giorni dall'infortunio grazie a un pesante lavoro di rieducazione, a tre giornate dalla fine del campionato in casa contro la Fiorentina, gara del 21 aprile nella quale segna due gol. Nell'ultima di campionato contribuisce a salvare ancora il Brescia dalla retrocessione con un gol contro il Bologna (gara finita poi 3-0). La stagione si conclude con un bottino di 11 gol segnati in 12 partite, non sufficienti a garantirgli la convocazione per il Mondiale: il commissario tecnico della nazionale Giovanni Trapattoni, infatti, non lo ritiene in forma ottimale per via del recente infortunio. 2002-2004 Il 15 dicembre 2002, Baggio segna su rigore la rete numero 300 in carriera, contribuendo alla vittoria sul Perugia per 3-1. Alla fine della stagione 2002-2003, grazie anche al contributo sottorete del Divin Codino, il Brescia si qualifica per la seconda volta nella sua storia alla Coppa Intertoto, in cui si ferma al terzo turno contro il Villarreal. Prossimo al ritiro, annunciato nel dicembre 2003, il 14 marzo 2004 segna al Parma la 200ª rete in Serie A, diventando il quinto giocatore a raggiungere tale soglia dopo Meazza, Piola, Nordahl e Altafini; il successivo 9 maggio, alla penultima giornata, realizza il suo 205º e ultimo gol in A, nella vittoria casalinga per 2-1 contro la Lazio. Infine, il 16 maggio, disputa a 37 anni l'ultima partita della sua carriera, un Milan-Brescia (4-2) valevole per il turno conclusivo della stagione 2003-2004, fornendo l'assist per il gol di Matuzalém: alla sua uscita, cinque minuti prima della fine dell'incontro, viene abbracciato da Paolo Maldini e tutto il pubblico di San Siro gli tributa una lunga standing ovation. Al termine della stagione, il Brescia ritira in suo onore la maglia numero dieci, da lui indossata per un quadriennio. Dopo avere sempre centrato la salvezza durante la permanenza di Baggio, alla fine della stagione 2004-2005, successiva al suo ritiro, il Brescia retrocederà in Serie B. Nazionale Nazionali giovanili Nel 1984 ha giocato 4 incontri segnando 3 gol con l'Italia Under-16. Conta anche una convocazione nella rappresentativa Under-21 guidata da Cesare Maldini, in occasione della vittoria contro la Svizzera del 16 ottobre 1987: la gara, valida per le qualificazioni al campionato d'Europa 1988 e vinta 3-0 dagli azzurrini, non lo vede però scendere in campo. Nazionale maggiore 1988-1990 Baggio e Aldo Serena (sulla sinistra) lasciano il campo del Bentegodi di Verona al termine dell'amichevole contro l'Uruguay (1-1) del 22 aprile 1989, in cui il Divin Codino trovò la sua prima rete con la nazionale maggiore. «Mi ricorda Peppìn Meazza: non credo si possa fare elogio più alto di un giovane attaccante al giorno d'oggi!» (Gianni Brera su la Repubblica del 21 settembre 1989, all'indomani dei due gol realizzati da Baggio in un'amichevole con la Bulgaria) Convocato dal commissario tecnico Azeglio Vicini, esordisce in nazionale A il 16 novembre 1988, a 21 anni, in occasione della partita amichevole contro i Paesi Bassi (1-0), organizzata in ricorrenza del 90º anniversario dell'istituzione della FIGC. In questa gara di esordio Baggio fornisce l'assist per il gol decisivo di Vialli. Segna il suo primo gol in nazionale il 22 aprile 1989, su calcio di punizione, nella partita amichevole contro l'Uruguay (1-1) disputata a Verona; nella successiva amichevole con la Bulgaria realizza la prima doppietta in maglia azzurra. Partecipa al campionato del mondo 1990, durante il quale gioca con il numero 15. Nelle prime due partite è lasciato in panchina da Vicini ma, alla sua prima presenza, contro la Cecoslovacchia, mette a segno un gol memorabile, considerato il più bello di quel Mondiale e settimo nella classifica del più grande gol nella storia della Coppa del Mondo FIFA, partendo da metà campo dopo uno scambio con Giuseppe Giannini e superando in dribbling quattro avversari. Così nelle due successive partite della fase a eliminazione diretta è schierato titolare al fianco di Salvatore Schillaci, contribuendo con giocate decisive alle reti realizzate dal compagno di reparto contro Uruguay e Irlanda (peraltro, segna egli stesso due gol, entrambi annullati). Nonostante le buone prestazioni, nella decisiva semifinale di Napoli contro l'Argentina campione in carica di Diego Armando Maradona, l'allenatore punta su un poco convincente Gianluca Vialli; Baggio entra in campo al posto di Giannini solo al 73', arrivando vicino al gol con una punizione all'incrocio dei pali, che però viene parata da Sergio Goycochea. Baggio segna il suo tiro dal dischetto nella serie di rigori che premia l'Argentina, dopo gli errori di Roberto Donadoni e Aldo Serena. Baggio, vanamente contrastato da Kadlec, sigla il definitivo 2-0 alla Cecoslovacchia nella fase a gironi del campionato del mondo 1990; la rete dell'azzurro sarà eletta quale la più bella dell'edizione nonché, nel 2002, la settima nella fin lì storia dei Mondiali. Nella finale per il terzo posto, disputata a Bari, contro l'Inghilterra, mette a segno un altro gol e lascia calciare a Schillaci il rigore del definitivo 2-1 per l'Italia, in modo da permettere al compagno di vincere la classifica dei marcatori del torneo. 1990-1994 «I rigori li sbagliano soltanto quelli che hanno il coraggio di tirarli.» (Roberto Baggio) Dopo il mancato accesso al campionato d'Europa 1992 e il conseguente esonero di Vicini, sostituito da Arrigo Sacchi, Baggio segna 5 gol nelle fasi di qualificazione al campionato del mondo 1994 (durante la quale rimedia una costola incrinata, infortunio che lo tiene lontano dal campo per un mese), risultando il miglior marcatore italiano e aiutando la squadra azzurra ad arrivare prima nel proprio girone. Frattanto, il 18 novembre 1992 scende in campo da capitano nello 0-0 contro la Scozia, unica occasione in cui ha indossato la fascia dal primo minuto. Reduce da una stagione condizionata da lievi ma fastidiosi acciacchi, nelle prime tre partite del Mondiale Baggio non offre prestazioni convincenti, anzi è ritenuto tra le grandi delusioni del torneo. Nel secondo incontro con la Norvegia, è sostituito per far posto al secondo portiere Luca Marchegiani, dopo l'espulsione di Gianluca Pagliuca. Sacchi decide di far uscire proprio lui: restano famose le immagini televisive quando il CT decide per il cambio, seguite dai gesti e dall'espressione basita di Baggio, e soprattutto dal suo labiale «ma questo è matto!». Alla fine della partita contro il Messico, rimedia un lieve infortunio che però non gli impedisce di continuare a giocare la competizione. Riferendosi al suo sguardo prima dell'incontro, il presidente Gianni Agnelli lo definisce un «coniglio bagnato», espressione che rimarrà celebre negli anni a seguire. Baggio in azione nella sfida tra Italia e Portogallo (1-0) valevole per le qualificazioni al campionato del mondo 1994. È solo agli ottavi (conquistati dagli azzurri grazie al ripescaggio) che inizia il "vero" Mondiale di Roberto Baggio, che ne è protagonista. Di fronte a una Nigeria campione d'Africa in carica e passata presto in vantaggio, l'Italia si ritrova nuovamente in inferiorità per un cartellino rosso dato a Gianfranco Zola. A due minuti dal termine, con gli azzurri vicini all'eliminazione, Baggio riceve un pallone sul limite dell'area da Roberto Mussi e lascia partire un tiro rasoterra e angolato che entra alla destra del portiere Rufai, passando fra una selva di gambe e portando l'Italia al pareggio; nel primo tempo supplementare è ancora decisivo, realizzando il rigore del 2-1 definitivo. Ai quarti, contro la Spagna, è sempre Baggio a chiudere la gara negli ultimi minuti di gioco su assist di Giuseppe Signori, segnando quasi allo scadere la rete del 2-1 finale. La semifinale con la Bulgaria vede nuovamente un 2-1 per gli azzurri, grazie a una nuova doppietta di Baggio. Baggio sale a 5 reti nel Mondiale statunitense e porta l'Italia in finale dopo dodici anni, ma nell'ultima frazione rimane vittima di uno stiramento, complici il caldo e la fatica. Nella finale al Rose Bowl di Pasadena con il Brasile, Arrigo Sacchi decide ugualmente di rischiare il suo numero dieci, che non ha recuperato a pieno dopo lo stiramento nella precedente partita. Baggio paga l'infortunio e non riesce a essere decisivo come nelle partite precedenti. Il match rimane bloccato sullo 0-0 sino alla fine dei tempi supplementari, e così sono i rigori a dare la vittoria ai sudamericani per 3-2, con l'ultimo tiro sbagliato proprio da Baggio, che manda la palla alta sopra la traversa. La maglia azzurra n. 10 autografata da Baggio Baggio viene premiato col Pallone d'argento dei Mondiali, risultando il secondo miglior giocatore del torneo dopo il brasiliano Romário, che si laureó campione del mondo. Con 5 gol, Baggio si laurea inoltre vice capocannoniere del torneo, assieme a Romário, Kennet Andersson e Jürgen Klinsmann, superato solamente da Hristo Stoičkov e Oleg Salenko. Nel 1994 Baggio si classifica secondo nella classifica del Pallone d'oro e terzo in quella del FIFA World Player, e nello stesso anno gli viene assegnato l'Onze de Bronze. 1994-1998 Terminato il Mondiale, la nazionale italiana comincia il percorso di qualificazione al campionato d'Europa 1996 con prestazioni poco convincenti, culminate in una modesta prova casalinga contro la Croazia (1-2), dopo la quale Baggio critica l'operato di Sacchi; l'Italia riesce comunque ad approdare alla fase finale del torneo senza patemi, ma Baggio, i cui rapporti col CT appaiono ormai freddi, viene impiegato solo in due occasioni e infine escluso dall'elenco dei convocati per l'Europeo, a vantaggio di Enrico Chiesa. Dopo essere rimasto fuori dal giro azzurro per quasi due anni, a fine aprile 1997 viene riconvocato dal nuovo CT Cesare Maldini per la partita casalinga contro la Polonia, valida per le qualificazioni al campionato del mondo 1998; entrato dalla panchina, mette a segno il terzo gol nella vittoria italiana per 3-0. Al termine dell'ottima stagione 1997-1998, Baggio — che fino a un anno prima era considerato da Maldini la riserva di Gianfranco Zola — viene convocato per Francia 1998, battendo la concorrenza di Pierluigi Casiraghi nonché dei succitati Chiesa e Zola, tutti in lizza per l'ultimo posto disponibile nel settore offensivo. Baggio (a sinistra) a Coverciano nell'aprile 1997, di nuovo in azzurro dopo un biennio di esilio, insieme al commissario tecnico Cesare Maldini. L'opinione pubblica si divide sul dualismo tra lo stesso Baggio e Alessandro Del Piero, più adatto agli schemi del CT ma reduce da un infortunio rimediato nella finale di Champions League. Baggio parte titolare in attacco al fianco di Vieri contro il Cile nella prima partita, rivelandosi decisivo: prima fornisce l'assist per il gol di Vieri, poi si procura e segna il rigore che riporta l'Italia sul pari dopo la rimonta cilena. Nella seconda partita, vinta 3-0 contro il Camerun, Baggio gioca nuovamente dal primo minuto e sforna l'assist per il primo gol di Luigi Di Biagio con un cross in seguito a un calcio d'angolo. In questa occasione si consuma la prima «staffetta» con Del Piero, riproposta anche nella gara successiva contro l'Austria, ma a parti invertite: stavolta è Baggio a subentrare al fantasista della Juventus, andando poi a realizzare il gol del 2-0. Non impiegato nella partita degli ottavi contro la Norvegia, entra nel corso della partita con la Francia, valida per i quarti di finale, al posto di Del Piero; nei supplementari, lanciato da Demetrio Albertini, sfiora il golden goal, calciando in corsa al volo un pallone che sfila rasente il palo destro della porta di Fabien Barthez. Nell'epilogo ai calci di rigore segna il primo tiro dagli 11 metri, ma l'Italia viene eliminata dopo gli errori di Albertini e Di Biagio. Grazie ai due gol realizzati, eguaglia il record italiano di marcature nei Mondiali detenuto da Paolo Rossi a quota 9 reti (il record verrà poi raggiunto anche da Christian Vieri), e diventa l'unico giocatore italiano ad avere segnato in tre Mondiali diversi. 1998-2004 Baggio in nazionale nel 1999, al tramonto della sua esperienza azzurra. Al termine del Mondiale, disputa 3 partite sotto la guida di Dino Zoff, che tuttavia non lo include nell'elenco dei convocati per il campionato d'Europa 2000. Salta anche il successivo campionato del mondo 2002: il nuovo CT Giovanni Trapattoni, che nell'aprile 2001 si era detto favorevole a chiamare Baggio se questi fosse stato in buona forma, decide di non convocarlo perché a suo avviso non è in condizione di giocare; la mancata convocazione sarà motivo di grande amarezza per il fantasista veneto. Due anni dopo, il 28 aprile 2004, sarà lo stesso Trapattoni a convocarlo per l'ultima volta in nazionale, in occasione di una partita amichevole contro la Spagna: per il trentasettenne Baggio si tratta di una convocazione-tributo simile a quella ricevuta da Silvio Piola nel 1952; l'ultima sua presenza risaliva alla partita di qualificazione all'Europeo 2000 contro la Bielorussia del 31 marzo 1999, col CT Zoff. Nel secondo tempo, dopo l'uscita dal campo di Fabio Cannavaro, indossa la fascia da capitano e riceve una standing ovation dal pubblico di Genova quando viene sostituito negli ultimi minuti da Fabrizio Miccoli. Per via delle sue prestazioni, l'opinione pubblica e la stampa spingono per vederlo in campo in quello che avrebbe potuto essere il suo primo Europeo, quello di Portogallo 2004, e nel torneo olimpico dello stesso anno, ma quella di Genova resterà la sua ultima apparizione in azzurro. In nazionale totalizza 56 presenze e 27 reti, che lo pongono al quarto posto, insieme ad Alessandro Del Piero, tra i migliori marcatori della storia azzurra, preceduto da Gigi Riva, Piola e Giuseppe Meazza. Dirigente Su proposta del Presidente della FIGC Giancarlo Abete, d'accordo con il Presidente dell'AIAC Renzo Ulivieri, il 4 agosto 2010 viene ufficializzata la sua nomina a Presidente del Settore tecnico della Federazione. Il 5 luglio 2012 acquisisce a Coverciano il titolo di allenatore di Prima Categoria UEFA Pro e quindi il diritto di ricoprire il ruolo di tecnico in una squadra della massima serie. Il 23 gennaio 2013 lascia la carica di presidente del settore tecnico della Federcalcio: «Non ci tengo alle poltrone. Il mio programma di 900 pagine, presentato a novembre 2011, è rimasto lettera morta, e ne traggo le conseguenze». Record Con 9 gol al campionato mondiale, è il miglior realizzatore della nazionale italiana (a pari merito con Paolo Rossi e Christian Vieri). Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1994-1995 - Milan: 1995-1996 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 Individuale Guerin d'oro come miglior calciatore della Serie C1: 1 - 1985 Trofeo Bravo: 1 - 1990 Capocannoniere della Coppa delle Coppe: 1 - 1990-1991 (9 gol) Pallone d'oro: 1 - 1993 FIFA World Player: 1 - 1993 Onze d'or: 1 - 1993 World Soccer's World Player of the Year: 1 - 1993 All-Star Team dei Mondiali: 1 - Stati Uniti 1994 Pallone d'argento del campionato mondiale: 1 - Stati Uniti 1994 Onze de bronze: 1 - 1994 Onze d'argent: 1 - 1995 Guerin d'oro: 1 - 2001 Premio Scirea alla carriera: 1 - 2001 Oscar del calcio AIC: 1 - Calciatore più amato dai tifosi: 2002 Inserito nel FIFA World Cup Dream Team - 2002 Golden Foot: 1 - 2003 Inserito nella FIFA 100 - 2004 Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria Giocatore italiano - 2011 Inserito nella Walk of Fame dello sport italiano nella categoria Leggende - 2015 Candidato al Dream Team del Pallone d'oro - 2020 Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica italiana — Roma, 30 settembre 1991. Di iniziativa del Presidente della repubblica. World Peace Award — 12 novembre 2010.
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PAOLO DI CANIO Tutto cominciò con un polsino – scrive Francesca Sanipoli sul “Guerin Sportivo” del 18 luglio 1990 –. Fu dopo una partita col Cesena che Paolo Di Canio se lo strappò e lo lanciò in aria con rabbia: «Era soltanto un gesto di disappunto, non c’era polemica, non era indirizzato verso nessuno» ricorda «ma fu sufficiente per nascere un caso. Nel giro di poche ore si parlò di rimandarmi a giocare nella Primavera della Lazio, di farmi una multa di dieci milioni... È stato allora che ho capito che era venuto il momento di cambiare aria». Ventidue anni appena compiuti (è nato luglio, come Adriano Panatta e Gianluca Vialli), Paolo Di Canio si ritrova alla Juve, la stessa squadra nella quale giocheranno Baggio e Schillaci, due nomi carichi di significato. Una fortuna o una disgrazia? «Certamente una fortuna, anche se ci sarà da faticare per trovare un posto in squadra. Ma io sono uno che a tennis si sceglie sempre l’avversario più forte, altrimenti non mi diverto. E poi, con tutti i campioni che ci saranno nella mia nuova squadra, finalmente non sarò più il principale oggetto delle pressioni dei tifosi, della stampa e della società». La decisione era nell’aria da molto tempo, ma lui ha aspettato a lungo prima di comunicarla ufficialmente: «È stato un periodo durissimo. Stavano succedendo cose più grosse di me e non sapevo come gestirle. La gente voleva sapere, ed io non riuscivo a ragionare freddamente. Finalmente ho deciso di andarmene da Roma, per tanti motivi. Ho amato la Lazio, la amo e l’amerò sempre. Ma come calciatore ho anche bisogno di giocare in una squadra nella quale potenzialmente posso togliermi delle soddisfazioni. Se la Juve mi ha voluto, credo di avere dei meriti anch’io: forse non sono soltanto il ragazzino immaturo su cui gravavano, negli ultimi tempi in biancazzurro, tante pressioni e responsabilità. Se una società così seria prende un giocatore, deve aver avuto delle buone referenze. Ed io, in questo momento, ho un enorme bisogno di credibilità, di fiducia, di stimoli. Tutte cose che la Juve può darmi. Oltre, beninteso, a qualche vittoria: con Baggio, Schillaci, De Agostini, Tacconi e tutti gli altri campioni che ci sono, spero di vincere subito uno scudetto. Anche se dovrò rinunciare a essere considerato una bandiera...». Già: non molto tempo prima dell’addio aveva dichiarato che sarebbe andato via dalla Lazio soltanto se fosse stata la società a cederlo: «Dopo il famoso gesto del polsino, in effetti, lo stesso presidente Calleri mi disse che mi considerava ancora immaturo per essere la bandiera di una squadra. Ho commesso degli errori, è vero. Mi sono troppo spesso lasciato guidare dall’istinto, in mancanza dell’esperienza. Ma tutto sommato credo di aver fatto anche qualcosa di buono. Essere il primo della classe è molto gratificante, ma non è sempre facile. A volte può essere estremamente scomodo, e anche pericoloso, soprattutto per un giovane come me. E allora voglio godermi fino in fondo questa nuova sfida, una sfida importantissima, una grande fortuna che mi è capitata e che spero di non bruciare». Secondo i maligni, Di Canio – pallino di Montezemolo – avrebbe preso, oltre all’ingaggio, una sorta di «sottobanco» per dire di sì alla Juve: «È chiaro che un giocatore professionista, quando cambia squadra, cerchi di fare soprattutto un salto di qualità. Ma, come in tutti i mestieri del mondo, credo che sia importante anche ottenere dei vantaggi economici. Non nego che alla Juve vado a guadagnare di più: il mio ingaggio in bianconero sarà circa il quadruplo di quello che percepivo alla Lazio. Francamente non credo ci fosse bisogno di “sottobanco” per convincermi». Aveva detto, però, che pur di restare alla Lazio sarebbe stato disposto a guadagnare di meno rispetto alle sue potenzialità: «Quando lo dissi ero in assoluta buona fede: fu subito dopo il derby, un momento molto particolare, per me. Poi, però, ho capito che se fossi rimasto avrei rischiato di darmi la zappa sui piedi. Giocare con la maglia della Juve è la massima aspirazione per un campione, figuriamoci per un ragazzino come me. Lascio un ruolo di leader, ma ho la possibilità di guadagnarmi un posto in una delle squadre più prestigiose del mondo». E come pensa di vivere il passaggio dallo stile-Lazio allo stile-Juve? «La Lazio è una squadra giovanissima: questa presidenza esiste da quattro anni ma è soltanto al terzo di Serie A. Un paragone con la tradizione e la storia della Juve non è proponibile: sarà tutta un’altra cosa. Spero soltanto di esserne all’altezza». Con i vecchi e nuovi acquisti, la Juventus è tra le favorite del prossimo campionato: «Sono d’accordo, ma ci andrei piano: ricordo ancora quando si diceva che Sacchi non sarebbe arrivato a mangiare il panettone e poi, invece, il Milan fece un recupero strabiliante. Sulla carta la Juve è la favorita, è vero. Ma ci sono Inter, Milan, Napoli, Sampdoria che possono fare qualunque cosa. Con la Juve ho un contratto quadriennale, ma a essere sincero spero di rimanerci molto più a lungo: dopo la Lazio, per la quale ho fatto il tifo in curva, da bambino, la Juve è sempre stata la mia squadra del cuore. Le ho sempre invidiato i campioni come Platini, la classe, tutti gli scudetti che ha vinto...». Ma non c’è proprio nulla, di quella che a suo tempo ha definito «una scelta di vita», a spaventarlo? «No: sono un tipo estroverso, è difficile che possa avere problemi di inserimento, almeno per quanto riguarda l’aspetto umano. Certo, mi mancheranno le ottobrate romane, avrò nostalgia della mia famiglia e della mia ragazza, Elisabetta, che vive a Terni. Ma per fortuna esistono gli aerei...». E gli mancherà il derby, un derby vissuto anche in famiglia, con suo fratello Antonio che gioca nel Quarticciolo e tifa Roma, da sempre: «Malgrado sia passato al nemico per eccellenza, però, mio fratello è stato felicissimo per me. Per il mio compleanno mi ha regalato un cuscino con su scritto: “complimenti, ce l’hai fatta”. Sapeva quanto fosse importante, per me, una svolta del genere a questo punto della carriera». Del derby vissuto in campo ricorda quel famoso 26° del primo tempo quando, il 19 gennaio del 1989, infilò il pallone nella rete della Roma: «Vedevo realizzarsi un sogno coltivato fin da piccolissimo. Prima di quel derby, che a Roma tornava dopo tre anni di esilio laziale, mi ero chiuso in bagno a riflettere». Si era anche fatto crescere il «pizzetto», come aveva fatto Borg per cinque anni consecutivi a Wimbledon: «Dopo quel gol persi la testa dalla felicità. Avevo giurato a Rizzolo che, se avessi segnato, sarei andato sotto la curva Nord». Ma poi, in uno scarico di adrenalina, aveva cambiato direzione, precipitandosi verso quella della Roma, l’indice della mano destra puntato verso l’alto. Come Chinaglia. Come Mennea. «Gestacci? No, soltanto la gioia di un ragazzino che tocca il cielo, è proprio il caso di dirlo, con un dito. E poi, non può essere fatta di gestacci la rivincita di uno che tre anni prima aveva rischiato di perdere l’uso di un piede». Una tallonite mal curata, quand’era alla Ternana: «Quando avevo 15 anni nessuno mi prendeva sul serio. Dopo l’allenamento schizzavo subito in piazzetta, al Quarticciolo. A casa ci andavo soltanto per mangiare. Ho cominciato a capire qualcosa quando ho visto piangere mia madre, in ospedale: il problema non era tanto tornare a giocare, quanto salvare il piede. Quando sentii mamma dire sottovoce che del pallone non le importava, che la sola cosa che contasse era che non rimanessi zoppo, improvvisamente diventai grande. Quel ricordo me lo porterò sempre dentro, mi aiuterà a rimanere umile, mi darà la forza per lottare. Anche se si trattasse di combattere per ottenere un posticino in una grande squadra. Come la Juve». Racconta il giorno del raduno: «Mi sono detto che se la società bianconera continuava a seguirmi, credeva in me non solo dal punto di vista tecnico, capivano il Di Canio ragazzo più che giocatore, allora dovevo tentare. Che emozione il giorno in cui strinsi la mano dell’avvocato Agnelli! Ora so che rischio in prima persona, non sarà facile trovare un posto in una squadra di grandi campioni. Ma nell’ultimo campionato con la Lazio ho dimostrato di poter giocare non solo da tornante ma pure da seconda punta, mi sono divertito molto, segnando anche tre gol, uno proprio alla Juve. Abbandono la mia città, Roma, lascio una ragazza a Terni per vivere da solo a Torino. Mi sembra che la dica lunga sulle mie intenzioni. Vivo un momento bellissimo, vorrei giocare molto, so che naturalmente non dipenderà solo da me. Non mi sento un raccomandato di Maifredi, perché il tecnico continua a elogiarmi. Sono contento della sua stima così come di quella della società. Ho ritrovato fiducia e serenità, al punto che tornerò a Roma tranquillo. Contro i giallorossi no, non sarà derby, anzi finalmente potrò dormire la notte prima della partita e sperare di segnare un gol, un ultimo regalo alla curva biancoceleste. E contro la Lazio, beh, mi sembrerà strano non indossare quei colori, ma l’unica cosa che potrebbe farmi star male sono i fischi, non credo di essere un traditore». Ma nella rosa oltre a Paolo, ci sono Hässler, Baggio, Schillaci, tutti giocatori troppo individualisti per poter coesistere. Amano ricevere la palla al piede per poi lanciarsi in azioni personali e ci vorrebbero quattro o cinque palloni contemporaneamente per poterli accontentare tutti. Senza dimenticare che la squadra è molto sbilanciata e Tacconi è costretto a passare parecchi brutti momenti. Va da sé che la stagione non può finire bene e anche Di Canio finisce nell’occhio del ciclone. L’anno successivo, con Trapattoni, malgrado qualche iniziale mugugno, Di Canio ritrova entusiasmi e stimoli. Della curva juventina, quella dedicata al fuoriclasse del calcio e della vita Gaetano Scirea, è un beniamino. I sostenitori bianconeri si riconoscono in lui, nella sua genuinità, in quel suo essere privo di maschere e reticenze. E lui ricambia tanto affetto piroettando sul campo, con quel suo modo sudamericaneggiante di intendere e interpretare il football. «In me è cambiato tutto, sono cresciuto e ci sono riuscito, perché nessuno mi ha messo fretta. Si trattava solo di aspettare, di avere pazienza e con me ne hanno sempre avuta poca». VITTORIO OREGGIA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL NOVEMBRE 1992 C’è una cosa che lo fa arrabbiare: sentirsi descrivere come una testa matta. Se la prende, Paolo Di Canio, perché questa etichetta appartiene al passato e, in un certo senso, non è mai stata aderente alla realtà. In assoluto, comunque, l’ex ragazzino terribile del Quarticciolo, nemico dichiarato della Roma giallorossa, amico ritrovato della Juventus, ha cambiato pelle. Il merito è di due donne, le sue donne: la moglie Elisabetta e la piccola Ludovica. Così, stregato dal fascino delle sue signore, Paolo il caldo ha raffreddato certi entusiasmi per la vita spericolata. Ma questa metamorfosi non gli impedisce di andare al massimo: «Sono sempre me stesso. Chiedetelo a quei poveretti dei miei compagni, vittime di scherzi terribili». Sacrosanta verità. Non a caso, Di Canio ha legato subito con Vialli, l’altro mattacchione dello spogliatoio juventino. Luca crapa pelata ha fatto proseliti, tanto che anche Paoletto ha deciso di tagliarsi i capelli a zero. Uno skinhead in piena regola, ma solo nel look un po’ trasgressivo. Perché dietro la voglia di scherzare e il desiderio di sdrammatizzare ci sono consapevolezze importanti. I famosi valori, per esempio: «Strada facendo, sbagliando e correggendomi, ho imparato a prendere la vita per il verso giusto. Ho capito che la famiglia è tutto. Perché in famiglia c’è armonia e con l’armonia c’è la tranquillità. Ingredienti fondamentali per emergere». Ecco, Elisabetta e Ludovica, le sue donne. Di Canio è stato a lungo sull’orlo di una crisi di nervi. Era persino arrivato al punto di pensare al divorzio, alla rottura del rapporto con la Juve. Una storia vecchia, passata. Anzi, sorpassata: «Non diamo a una situazione delicata i contorni di un dramma. Non ero soddisfatto di star fuori, a guardare gli altri. Ma chiunque lo sarebbe stato. Trapattoni mi raccomandava di avere pazienza e non riuscivo a capirlo. Invece sbagliavo. Me ne sono reso conto dopo. Il fatto è che la mia carriera è sempre stata esagerata. A diciannove anni ero titolare della Lazio, un perenne osservato speciale. Ed io non avevo pazienza per aspettare ma neppure gli altri ne avevano per aspettare me. Quando si è giovani si sbaglia. Ed ho sbagliato. Ma mi sono ripreso». Si è ripreso la maglia titolare, soprattutto. Le ultime prestazioni della scorsa stagione e il convincente inizio di campionato hanno spinto il Trap a confermarlo sul fronte offensivo. Di Canio è rinato poco a poco, anche se nessuno gli ha regalato nulla: «Quest’estate, mentre gli altri compagni si divertivano in spiaggia, sono andato in Calabria a lavorare con il dottor Bergamo. Ogni giorno mi sottoponevo a una cura intensiva di sudore. Il potenziamento muscolare, comunque, ha dato i suoi frutti. Ho messo qualche chilo, non sono più una piuma: per buttarmi a terra ci vuole una spallata. E l’arbitro fischia il fallo. Dettagli, la cura dei dettagli. Trapattoni sembra un maniaco, ma se insiste sui dettagli una ragione deve pur esserci, no?». Non è più quello di una volta, Di Canio. Ha accantonato le inutili leziosità che tanto facevano infuriare il Trap ed ha messo la sua classe al servizio della squadra. Un’evoluzione tecnica, tattica, personale. Adesso Paolo il caldo è un freddo ragionatore: «Ho conservato qualche tocco, il gusto per il dribbling, la passione per le fughe inebrianti sulla fascia destra. Nel contempo ho capito che non bisogna esagerare. E devo confessare che Trapattoni ha svolto un ruolo fondamentale nella mia maturazione». Con la Curva Scirea ha stretto un legame basato sulla reciproca simpatia. Non c’è partita in cui la frangia più accesa dei sostenitori bianconeri non scandisca semplicemente il nome o non componga un coro in favore di Di Canio. Retaggio di una passione lontana: «Ero un ultrà della Lazio. Andavo in trasferta con poche lire in tasca e non avevo paura di nulla. Ho provato cosa significa soffrire per una sconfitta o vivere una partita in curva: ecco perché, forse, oggi i tifosi juventini mi vogliono bene. In fondo, io sono uno di loro. Un innamorato della Signora». Dicono che sia un bisbetico domato. Dice che il suo peggior difetto è l’istintività e il suo miglior pregio è la disponibilità. Dice che ha quasi pianto quando ha saputo che avrebbe giocato la prima finale di Coppa Italia con il Parma. Insomma, un ragazzo semplice a cui piacciono le cose semplici. E non dite che è una testa matta. Al massimo lo era. Comincia la terza stagione juventina con buoni propositi, nonostante gli spazi si restringano con l’arrivo di Vialli e Ravanelli. «Eravamo a Villar Perosa una domenica mattina – racconterà anni dopo – era una novità per me che ero giovane e appena arrivato alla Juventus. Una villa enorme, un posto magnifico. Ci fecero restare per più di mezzora in quel cortile e vedevo attorno a me una certa tensione anche sul volto di grandissimi campioni come Baggio. A quel punto mi preoccupai, perché volevo far bella figura davanti a un personaggio così importante. A un certo punto si sentì il rumore delle pale dell’elicottero e atterrò tra noi l’Avvocato. Parlò molto con Trapattoni ed io, che ero lì vicino, ascoltai alcune parole. “Lo farai giocare Di Canio?” chiese al Trap. Il nostro allenatore rispose negativamente “Abbiamo bisogno di più copertura a centrocampo contro i mediani dell’Udinese”. Allora l’Avvocato fece una delle sue meravigliose battute “Di Canio è come lo champagne, tutti vogliono le bollicine alla fine di un pasto”. Allora mi sentì ringalluzzito da tanta considerazione. Ma l’Avvocato andò oltre: “Quando Di Canio entra in area e c’è un difensore avversario sono contento, perché molto probabilmente per fermarlo saranno costretti a fargli un fallo da rigore”. Ero tanto sorridente in quel momento, a sentire queste parole, ma ecco che l’ultima parte del suo discorso mi distrusse: “Quando invece entra in area e non ci sono difensori avversari mi preoccupo, perché chissà dove manderà quel pallone”. Su questa battuta i compagni mi presero in giro per un anno intero. Effettivamente era il fantastico stile dell’avvocato, ironico e dissacrante. È qualcosa che mi manca tantissimo in questo calcio di oggi, qualcuno col suo acume. In mezzo ai dirigenti sciatti di oggi servirebbe così tanto uno come lui». Ma Di Canio è un personaggio irrequieto ed ha qualche incomprensione di troppo con l’allenatore di Cusano Milanino. Così, dopo aver vinto la Coppa Uefa edizione 1992-93, chiede di essere ceduto e si trasferisce a Napoli. «È da un mese che ho deciso di andar via. Io qui non ci posso più stare», afferma il giorno dell’addio. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/07/paolo-di-canio.html
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PAOLO DI CANIO https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Di_Canio Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 09.07.1968 Ruolo: Attaccante Altezza: 178 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1990 al 1993 Esordio: 05.09.1990 - Coppa Italia - Juventus-Taranto 2-0 Ultima partita: 06.06.1993 - Serie A - Juventus-Lazio 4-1 112 presenze - 7 reti 1 coppa Uefa Paolo Di Canio (Roma, 9 luglio 1968) è un commentatore televisivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Paolo Di Canio Di Canio nel 2010 ad Upton Park Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 2008 - giocatore 2013 - allenatore Carriera Giovanili 1984-1986 Lazio Squadre di club 1986-1987 → Ternana 27 (2) 1987-1990 Lazio 54 (4) 1990-1993 Juventus 112 (7) 1993-1994 → Napoli 26 (5) 1994-1996 Milan 37 (6) 1996-1997 Celtic 26 (12) 1997-1998 Sheffield Wednesday 41 (15) 1998-2003 West Ham Utd 117 (48) 2003-2004 Charlton 31 (4) 2004-2006 Lazio 50 (11) 2006-2008 Cisco Roma 46 (14) Nazionale 1988-1990 Italia U-21 9 (2) Carriera da allenatore 2011-2013 Swindon Town 2013 Sunderland Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1990 Biografia È sposato con Elisabetta, dalla quale ha avuto due figlie, Ludovica e Lucrezia. Nel settembre del 1999 ha realizzato un cortometraggio come attore dal titolo Strade Parallele. Girato in quattro settimane, è stato realizzato dal regista Luca Borri. Ha anche recitato, in Inghilterra, per uno spot della Imperial Bathtime. Carriera Giocatore Calcio Club Gli inizi Di Canio in azione con la maglia della Lazio nel 1989, alle prese con il pisano Cuoghi. Trascorre l'infanzia nel quartiere romano del Quarticciolo e comincia a giocare a calcio nelle giovanili della Pro Tevere Roma. In questo periodo, durante una partita della piccola squadra romana, viene notato da Aldo Angelucci (il padre di un suo avversario in quella sfida), il quale scrive al Corriere Laziale affermando che lo stesso Di Canio è un vero e futuro talento per la Lazio. Viene quindi tesserato nelle giovanili della società biancoceleste, dove cresce sportivamente. Dopo una stagione in prestito alla Ternana in Serie C2, con Mario Facco come allenatore e Vincenzo D'Amico come compagno di squadra (e dove rischia anche la carriera a causa di un grave infortunio), esordisce in Serie A con la maglia della Lazio, allenata da Giuseppe Materazzi, il 9 ottobre 1988, nella trasferta sul campo del Cesena (0-0). Segna il gol decisivo nel derby contro la Roma del 15 gennaio 1989 (risultato finale 1-0), gol festeggiato correndo sfrontatamente sotto la curva giallorossa con il dito puntato (come Giorgio Chinaglia in ua stracittadina di quindici anni prima), al primo derby di Roma dopo tre anni di assenza della Lazio dalla massima serie. Juventus, Napoli e Milan Di Canio alla Juventus nella stagione 1990-1991 Nel 1990 si trasferisce alla Juventus, ceduto dall'allora presidente laziale Gianmarco Calleri, che incassa 7,5 miliardi di lire. Il successivo triennio a Torino, con Gigi Maifredi prima e Giovanni Trapattoni poi in panchina, non è positivo per Di Canio a causa dei suoi cattivi rapporti soprattutto con il Trap, tanto da arrivare a chiedere di essere ceduto almeno in prestito per un anno, dopo aver comunque vinto la Coppa UEFA 1992-1993 in maglia bianconera. Va quindi a giocare nel Napoli allenato da Marcello Lippi, dove disputerà una sola stagione caratterizzata da 5 gol, di cui uno segnato allo stadio San Paolo contro il Milan. Di Canio (a destra) al Milan nel 1994, alle prese con l'interista Orlando. Nel novembre del 1994, dopo un breve ritorno da fuorirosa alla Juventus, passa proprio al Milan per 6,38 miliardi di lire. A Milano vince il suo primo scudetto, nella stagione 1995-1996, ma un litigio con l'allenatore dei rossoneri, Fabio Capello, durante la tournée in Oriente della squadra, lo porterà a chiudere con i meneghini e ad andare in Scozia. Le esperienze britanniche Nell'estate del 1996 approda all'estero, precisamente a Glasgow, in Scozia. Qui gioca una stagione con il Celtic, dove viene votato giocatore dell'anno; i successi personali non corrispondono però con quelli della squadra, dato che le Hoops avranno risultati peggiori dell'altra squadra cittadina, i Rangers. Dopo un anno si sposta in Inghilterra, militando per un anno e mezzo nello Sheffield Wednesday, in Premier League: nel primo anno segna 12 gol, mentre nel secondo viene squalificato per undici giornate a causa di una spinta all'arbitro Paul Alcock. Nel dicembre del 1998 passa al West Ham Utd, dove in quattro anni e mezzo segna 48 gol e colleziona 118 presenze, giocando con continuità anche grazie ai due allenatori di quel periodo, Harry Redknapp e Glenn Roeder. Tra le reti segnate è degna di nota quella messa a segno contro il Wimbledon FC il 26 marzo 2000, realizzata con uno spettacolare tiro al volo. Questo gol è stato premiato dal West Ham come il gol più bello siglato ad Upton Park, casa degli Hammers fino al maggio 2016. Nel corso della stagione 1999-2000 vince con gli Hammers la Coppa Intertoto, superando in finale i francesi del Metz e portando così i londinesi in Coppa UEFA; qualche mese dopo viene nominato giocatore dell'anno della squadra in Premier League, campionato in cui realizza 17 gol, suo record personale in una stagione. Uno degli episodi più famosi della carriera di Di Canio risale al 18 dicembre 2000, durante la trasferta del West Ham Utd a Liverpool sul campo dell'Everton: il portiere dei padroni di casa, Paul Gerrard, si avventura in un'uscita al limite dell'area, ma le sue ginocchia cedono e cade su sé stesso, mentre la palla schizza verso l'ala destra, dove Trevor Sinclair mette al centro un cross per Di Canio. Pur potendo colpire il pallone prima di ogni altro giocatore, l'italiano afferra la palla con le mani, fermando il gioco. Appena la folla capisce quello che è successo, il Goodison Park prorompe in un'ovazione e in seguito, in virtù di tale gesto, Di Canio riceve il FIFA Fair Play Award, unito a lettera ufficiale di encomio firmata da Joseph Blatter. Nello stesso anno scrive e pubblica la propria autobiografia e viene inserito dai tifosi nell'undici ideale di tutti i tempi del West Ham United. Di Canio firma autografi nel 2010 ad Upton Park, stadio del West Ham United, squadra a cui è rimasto molto legato. Il giocatore romano viene lasciato libero al termine della stagione 2002-2003 in seguito alla retrocessione degli Hammers. Decide di rimanere a Londra per giocare la sua ultima stagione anglosassone nel Charlton: disputa 31 incontri in Premier e segna 4 reti. In particolare si ricorda quella siglata al Leicester City, su calcio di rigore, in occasione della quale, dopo la trasformazione dal dischetto, mostra una maglia con scritto «Onore a Fabrizio eroe vero», dedicata a Fabrizio Quattrocchi, rapito e poi ucciso in Iraq in quei giorni. Alla conclusione della stagione 2003-2004 lascia la Gran Bretagna, dove dal 1996 al 2004, tra campionato scozzese e inglese, ha collezionato 227 presenze e realizzato 90 reti, divenendo inoltre uno dei calciatori italiani più amati all'estero e venendo insignito del premio Hammer of the year nel 2000, nonché inserito nel migliore undici di tutti i tempi del club nel libro The Official West Ham United Dream Team del 2003 (risultato del sondaggio condotto tra 500 tifosi). Ritorno alla Lazio, Cisco Roma Torna alla Lazio per la stagione 2004-2005 (rinunciando a tre quarti del proprio stipendio in Premier League). Durante la prima parte dell'annata viene allenato da Domenico Caso; in questo periodo segnerà quattro reti. Caso viene poi esonerato e sostituito da Giuseppe Papadopulo, a causa della infelice posizione in classifica dei biancocelesti nonché dei suoi problemi con lo stesso Di Canio (il quale qualche anno più tardi racconterà di aver aggredito fisicamente il tecnico). Il calciatore termina il campionato con un bilancio di 23 presenze, 6 gol e una stagione che verrà ricordata, anche e soprattutto, per il gol nel derby del 6 gennaio 2005 (vinto dai laziali per 3-1), segnato sotto la curva romanista proprio come sedici anni prima. Un altro evento che caratterizzò l'annata fu la squalifica rimediata nella gara contro la Juventus, a causa del saluto romano rivolto ai tifosi della propria curva. Il 2005 vede anche l'uscita del suo secondo libro, da titolo Il ritorno - Un anno vissuto pericolosamente, nel quale racconta le emozioni del ritorno in maglia biancoceleste. Nella stagione successiva è titolare pressoché stabile nella Lazio ora guidata da Delio Rossi, che raggiunge la qualificazione alla Coppa UEFA. Di Canio lascia la società dopo l'ultimo derby romano, perso per 2-0, per attriti con l'allenatore e il presidente biancoceleste Claudio Lotito, il quale non rinnova il contratto del giocatore. Nel luglio del 2006 scende quindi in Serie C2 passando alla Cisco Roma. Il calciatore milita nel club fino al marzo del 2008 quando, a fronte di una lunga serie d'infortuni, annuncia il proprio ritiro dall'attività agonistica. L'ultima partita della sua carriera è la sfida interna contro il Benevento (persa 2-4) del 27 gennaio 2008, dove segna una doppietta, insulta l'arbitro e rimedia 4 giornate di squalifica. Durante una trasferta a Viterbo viene inoltre colpito con una bottiglia da un tifoso ospite. Nazionale Ha fatto parte della nazionale Under-21 dal 1988 al 1990 con 9 presenze e 2 gol su un totale di 11 convocazioni. Beach soccer Nel 2009 Di Canio, così come il suo ex compagno di squadra Marco Ballotta, passa al calcio a 5 su spiaggia diventando attaccante titolare della nazionale italiana. Footgolf Nel 2015 ha disputato alcuni tornei di footgolf, insieme ad altri ex calciatori professionisti, come Dino Baggio. Nel 2016 ha partecipato a tutte le tappe del Campionato Nazionale di Footgolf, risultando primo classificato nella categoria Over 45. Allenatore Swindon Town Di Canio esulta dopo la promozione in League One Il 20 maggio 2011 lo Swindon Town, dopo essere arrivato ultimo nel campionato inglese di League One ed essere conseguentemente retrocesso in League Two, lo nomina proprio allenatore. Dopo una serie di quattro sconfitte di fila, Di Canio porta i Robins a un filotto di vittorie e risultati positivi, alla finale del Johnstone's Paint Trophy e al quarto turno di FA Cup dopo aver battuto il Wigan per 2-1 (viene poi eliminato dal Chesterfield con il risultato di 2-0). Il 21 aprile 2012 il Swindon raggiunge l'aritmetica promozione in League One con due turni d'anticipo. Il 18 febbraio 2013, dopo i continui contrasti con la dirigenza del club, rassegna le dimissioni. Sunderland Il 31 marzo 2013 diviene l'allenatore del Sunderland al posto dell'esonerato Martin O'Neill. La nomina solleva alcune polemiche dopo che Di Canio è stato etichettato come «fascista» e causa le dimissioni di David Miliband, componente del consiglio di amministrazione del club. Esordisce nella sconfitta esterna per 2-1 contro il Chelsea. Nei due successivi incontri, i Black Cats ottengono due importanti vittorie per la permanenza in Premier League, nel derby contro il Newcastle Utd e nella partita contro l'Everton, e alla fine della stagione il Sunderland riesce a salvarsi. La stagione 2013-2014 non si apre nel migliore dei modi: la squadra ottiene, infatti, un solo punto nelle prime cinque partite di campionato, subendo 11 reti e segnandone 3. Il 22 settembre 2013, in seguito a questi risultati negativi, Di Canio viene sollevato dall'incarico di allenatore dei Black Cats. Dopo il ritiro Dal 2009 al 2014 ha partecipato come opinionista al programma sportivo Guida al campionato, insieme con l'ex calciatore Francesco Graziani, ed è stato ospite nelle trasmissioni sportive della piattaforma televisiva Mediaset Premium. È stato spesso commentatore sportivo per le partite di UEFA Europa League. Dalla stagione 2014-2015 è stato opinionista per Fox Sports, dove ha condotto il programma House of Football. Il 14 settembre 2016 è stato sospeso da Sky Italia perché durante una trasmissione televisiva era stato inquadrato il suo tatuaggio recante la scritta “Dux” sul braccio; il suo programma Di Canio Premier Show è tornato in onda il 15 gennaio 2017, dopo la partita Liverpool-Manchester United. Per Sky Italia è commentatore televisivo per le partite di Premier League, oltre che opinionista della trasmissione Sky Calcio Club. Ha seguito, come opinionista in studio, le partite del campionato d'Europa 2020. Controversie Fascismo e saluto romano Da quando ha ricominciato a giocare in Italia dopo le esperienze calcistiche oltremanica, Di Canio ha spesso fatto discutere di sé per l'uso del saluto romano rivolto ai tifosi laziali. Di Canio si è ripetutamente esibito in questo gesto in occasione del derby di Roma del 6 gennaio 2005, vinto dalla Lazio per 3-1. I numerosi commenti, pro e contro il giocatore, hanno generato una campagna mediatica anche all'estero, provocando l'interessamento della FIFA. In questa occasione, Di Canio ha voluto precisare di essere «un giocatore professionista», aggiungendo: «vorrei sottolineare che le mie esultanze non hanno nulla a che vedere con comportamenti politici di alcun tipo». Successivamente, non essendo stato squalificato per nessun turno in campionato, ha dato ulteriori spiegazioni sul gesto, puntualizzando che non avrebbe accettato di buon grado nessuna squalifica. Deferito alla commissione disciplinare, nel marzo del 2005 al giocatore, come alla Lazio, è stata comunque inferta una multa di 10.000 euro. Di Canio esulta in modo irriverente sotto la Curva Sud dell'Olimpico, sede della tifoseria romanista, dopo la rete segnata nel derby del 15 gennaio 1989. Il saluto romano è stato ripetuto alla fine del 2005 in altre tre occasioni, nella partita contro il Siena, poi durante la trasferta sul campo del Livorno dell'11 dicembre, al momento della sostituzione. Il 17 dicembre, sempre nel momento di uscire dal campo, in occasione della partita casalinga contro la Juventus, Di Canio ha nuovamente eseguito il saluto e per questo ha subito una giornata di squalifica e una multa di 10 000 euro, mentre un'altra ammenda di pari importo è stata inflitta alla società per responsabilità oggettiva. Questi episodi ravvicinati hanno suscitato accese polemiche anche a livello internazionale; il presidente della FIFA Joseph Blatter ha anche minacciato dure sanzioni contro il giocatore. Di Canio ha mostrato, tuttavia, di non temere le conseguenze del proprio perseverare, dichiarandosi disposto a essere messo sotto inchiesta ogni domenica per ogni saluto. Nel periodo in cui si sono succeduti questi episodi, si sono schierati dalla sua parte Silvio Berlusconi (il quale lo ha descritto come «Un ragazzo per bene, non è fascista. Lo fa solo per i tifosi, non per cattiveria. Un bravo ragazzo, ma un po' esibizionista») e Alessandra Mussolini, benché Di Canio abbia voluto prendere le distanze anche da loro, riaffermando la propria apoliticità, per lo meno in relazione al saluto romano: «il mio non è un gesto politico. Ribadisco che non voglio offendere nessuno, perché io non sono mai contro, ma a favore... Ora ci saranno altre partite, ma torneranno a strumentalizzare tutto solo quando ci sarà il ritorno di Lazio-Livorno e le elezioni saranno ancora più vicine». Il calciatore ha poi specificato cosa significhi per lui il saluto romano, ovvero non un'istigazione alla violenza, non un'apologia del fascismo, ma un semplice gesto di appartenenza che lo avvicina alla curva (e, facendo leva su queste distinzioni, ha presentato ricorso contro la decisione del giudice sportivo); tali dichiarazioni sono state poi in parte smentite, essendosi il giocatore definito «fascista sì, ma razzista no». Quando fu scelto come allenatore del Sunderland, nel marzo 2013, a seguito delle forti proteste contro la nomina di un allenatore con un'ideologia di tipo fascista, e dietro pressione del club, Di Canio ha cercato di ritrattare le proprie posizioni riguardo al fascismo dichiarando: «non supporto l'ideologia fascista, sono solo un uomo di famiglia, con valori semplici». Ciò tuttavia non ha placato le proteste, in quanto le sue dichiarazioni sono state considerate come tardive e in contrasto con sue precedenti ammissioni. Il club è stato fatto altresì oggetto di forti pressioni per licenziare l'allenatore, in considerazione del suo passato con palesi simpatie fasciste. Le proteste hanno coinvolto anche gli sponsor, che hanno minacciato il ritiro e la rescissione dei contratti di pubblicità con il club, a meno che Di Canio non fosse stato allontanato. Denunce Il 23 luglio 2009 Di Canio venne fermato a Porto Santo Stefano, mentre era in procinto di prendere un traghetto, da alcuni agenti della Guardia di Finanza per un controllo, ai quali si rifiutò di obbedire, minacciando di farli trasferire. I militari, a loro volta, lo denunciarono. Di Canio disse in seguito di aver reagito quando, alla richiesta di compiere tutti gli accertamenti in fretta, poiché avrebbe potuto perdere il traghetto, si sarebbe sentito rispondere dai finanzieri che potevano trattenerlo per quanto desiderassero. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Milan: 1995-1996 Competizioni internazionali Di Canio (in alto a destra) esulta con i compagni di squadra del Milan (in senso orario: Donadoni, Desailly, Albertini e Panucci) dopo la vittoria nella Supercoppa UEFA 1994. Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 Supercoppa UEFA: 1 - Milan: 1994 Coppa Intertoto UEFA: 1 - West Ham Utd: 1999 Individuale Giocatore dell'anno della SPFA: 1 - 1997 Premio Fair play: 1 - 1999-2000 Hammer of the Year: 1 - West Ham Utd: 2000 FIFA Fair Play Award: 1 - 2001 Inserito nell'undici ideale dei tifosi del West Ham Utd nell'anno 2003 Allenatore Club Campionato inglese di quarta divisione: 1 - Swindon Town: 2011-2012 Individuale Allenatore dell'anno della Football League Two: 1 - Swindon Town: 2011-2012
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SERGIO GIUNTA Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1968 al 1969 Esordio: 29.12.1968 - Amichevole - Pro Patria-Juventus 0-3 Ultima partita: 22.05.1969 - Amichevole - Albese-Juventus 0-8 0 presenze - 0 reti
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PIETRO POVERO https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Povero Nazione: Italia Luogo di nascita: Vercelli Data di nascita: 23.06.1899 Luogo di morte: Asti Data di morte 02.08.1967 Ruolo: Centrocampista/Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1920 al 1922 Esordio: 12.06.1921 - Amichevole - Reggiana-Juventus 2-3 Ultima partita: 14.09.1921 - Amichevole - Juventus-Alessandria 2-0 0 presenze - 0 reti Pietro Povero (Vercelli, 23 giugno 1899 – Asti, 2 agosto 1967) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. Giocava nel ruolo di ala. Pietro Povero Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Termine carriera 1931 Carriera Squadre di club 1919-1920 Alessandria 3 (1) 1920-1921 FERT (Torino) ? (?) 1921-1923 Libertas Palermo 11+ (6+) 1923-1924 Astigiani ? (?) 1924-1925 SPAL 14 (1) 1925-1926 Reggiana 21 (6) 1926-1927 Modena 13 (2) 1927-1928 US Milanese 18 (0) 1928-1929 Triestina 19 (6) 1929-1930 Ambrosiana-Inter 9 (2) 1930-1931 Ascoli 11 (2)
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CESARE PLANETTA Nazione: Italia Luogo di nascita: Sassari Data di nascita: 07.09.1948 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1972 al 1973 Esordio: 21.02.1973 - Amichevole - Spezia-Juventus 0-2 0 presenze - 0 reti
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MASSIMO ORLANDO Veneto di San Donato di Piave, dove nasce il 26 maggio del 1971, veste la maglia bianconera in sole due occasioni: «Ho fatto la prima esperienza da calciatore nel Conegliano Veneto, campionato Interregionale. Avevo diciassette anni quando fui acquistato, insieme a tredici compagni dì squadra, dalla Reggina, che doveva rinforzare il settore giovanile. Credo di essere stato uno dei pochi di tutta quella “covata” a proseguire la carriera nel professionismo. Fu Nevio Scala a farmi esordire in Serie B nell’ottobre del 1988, nel derby con il Cosenza. Rimasi titolare fisso, sia con Scala, sia con Bolchi nel campionato successivo. I due anni trascorsi a Reggio Calabria sono stati splendidi. Nell’estate del 1989 fui ingaggiato dalla Juventus, credo per sei miliardi, una grossa cifra almeno a quei tempi per un giocatore di Serie B. Allenatore era Maifredi. Aveva tanti campioni ai suoi ordini, non poteva perdere molto tempo con un ragazzino come me. Titolare nel mio ruolo era Roberto Baggio. Morale: il mio posto era in tribuna o, se andava bene, in panchina. In campionato non fui mai impiegato e giocai soltanto due spezzoni di partita in Coppa Italia a Taranto e in Coppa Uefa contro i bulgari dello Sliven. Quando alla riapertura delle liste la Juventus decise di darmi in prestito alla Fiorentina feci salti di gioia. Qualcuno scrisse che non volevo accettare il trasferimento a Firenze perché lo consideravo un passo indietro: una balla grossa come una casa. Nella Fiorentina mi trovai subito bene, anche se qualche tifoso contestava la mia provenienza bianconera. A più di un “Viola Club” dovetti spiegare che a Torino non avevo neppure disfatto la valigia, tanta era l’ansia di andarmene. Fu proprio Baggio, di cui dovevo indossare la maglia col numero dieci, a dirmi che a Firenze sarei stato benissimo. Roberto fu un buon profeta. Il primo anno nella Fiorentina, forse, è stato il migliore della mia carriera: venticinque partite, otto goal, il posto nell’Under 21, persino l’interessamento di Sacchi nei miei confronti. Lazaroni mi lasciava libero di giocare dove e come volevo. La Fiesole era tutta con me: fu creato un Fans Club Orlando con 400 iscritti. Il futuro era colorato di rosa. Mario Cecchi Gori mi riscattò per una cifra vicina ai dieci miliardi». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2017/02/massimo-orlando.html
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MASSIMO ORLANDO https://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Orlando Nazione: Italia Luogo di nascita: San Doná di Piave (Venezia) Data di nascita: 26.05.1971 Ruolo: Centrocampista Altezza 172 cm Peso 69 kg Nazionale Italiano Under-21 e Olimpico Soprannome: - Alla Juventus dal 1990 al 1991 Esordio: 12.09.1990 - Coppa Italia - Taranto-Juventus 2-1 Ultima partita: 03.10.1990 - Coppa delle coppe - Juventus-Sliven 6-1 2 presenze - 0 reti Massimo Orlando (San Donà di Piave, 26 maggio 1971) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. In carriera ha vestito le maglie di Juventus, Reggina, Fiorentina, Milan, Atalanta e Pistoiese. Massimo Orlando Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 69 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2001 - giocatore Carriera Giovanili Libertas Ceggia Fossalta Piave Conegliano Squadre di club 1987-1988 Conegliano 1 (0) 1988-1990 Reggina 67 (3) 1990 Juventus 2 (0) 1990-1994 Fiorentina 101 (17) 1994-1995 Milan 2 (0) 1995-1997 Fiorentina 27 (1) 1997-1999 Atalanta 12 (1) 1999-2001 Pistoiese 1 (0) Nazionale 1989-1992 Italia U-21 14 (1) 1993 Italia Olimpica 3 (1) Carriera da allenatore 2007 Fiorentina Esordienti Reg. Palmarès Europei di calcio Under-21 Oro 1992 Carriera Giocatore Di origini tarantine da parte di padre, inizia a muovere i primi passi nella Libertas Ceggia e in seguito viene prelevato dall'A.C. Fossalta Piave. Estroso fantasista all'età di 16 anni passa ed esordisce nel campionato Interregionale, nelle file del Conegliano. Nel 1988 si trasferisce alla Reggina allenata da Nevio Scala, dove trascorre due stagioni, con 3 gol in 67 presenze. Con i calabresi in Serie B ottiene il quarto posto nel 1988-1989, perdendo lo spareggio per la Serie A ai tiri di rigore contro la Cremonese, e il sesto posto nella stagione 1989-1990. Dopo un breve passaggio alla Juventus, che lo acquista dalla Reggina per 6 miliardi, si trasferisce alla Fiorentina, in cui milita per sei stagioni (la prima in prestito), dall'ottobre del 1990 al 1996-1997, con una parentesi al Milan nel 1994-1995 con 2 presenze. Con la Fiorentina conta in totale 17 gol in 126 presenze. Nel 1997 si trasferisce all'Atalanta, dove ottiene 12 presenze e un gol nelle due annate seguenti. La sua carriera si chiude nelle file della Pistoiese nella stagione 1999'-2000 in cui raccoglie solo una presenza a causa dell'ennesimo infortunio che lo costrinse allo stop definitivo nel 2001. Il bilancio totale della sua carriera calcistica è di 208 presenze e 21 gol. Dopo il ritiro Inizialmente abbandona il mondo del calcio, entrando nel mondo della ristorazione. Successivamente il richiamo è forte e accetta l'offerta come commentatore sportivo per i canali del digitale terrestre Dahlia TV, ed è per un periodo anche commentatore tecnico nei programmi calcisitici Rai. Inoltre dall'inizio della stagione 2007-2008 è stato allenatore degli Esordienti Regionali ('95) della Fiorentina, ruolo che condivideva con un altro ex viola, Moreno Torricelli. Dal gennaio 2015 è opinionista della Rai, inizialmente per le partite della Coppa Italia 2014-2015 e poi della Serie A. Da ottobre 2022 è conduttore con la figlia Vittoria del programma Casa Orlando su Radio Firenzeviola Palmarès Club Competizioni internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Milan: 1994 Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Fiorentina: 1995-1996 Supercoppa italiana: 2 - Milan: 1994 - Fiorentina: 1996 Campionato italiano di Serie B: 1 - Fiorentina: 1993-1994 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - 1992
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THOMAS HAESSLER Talvolta gli uomini piccoli, diceva Napoleone, lasciano una lunga ombra – sostiene Maurizio Crosetti su “Hurrà Juventus” del gennaio 1991 –. E lui di questa materia se ne intendeva... È certo il caso di Thomas Hässler, uomo-copertina del primo Hurrà ‘91, un metro e 65 centimetri di bravura mostruosa: un tedesco in miniatura che vuole proiettare la sua ombra bianconera sul campionato. Insieme a Baggio è la mente creativa della nuova Juve-champagne. Ma Thomas le bollicine preferisce farle solo in campo: non ama la vita troppo «frizzante», nonostante l’abbia frequentata negli anni di una tumultuosa adolescenza. Ora è un marito tranquillo, quasi casalingo, un uomo che ha raggiunto precisi equilibri e non vi rinuncia. Non è stato facile convincerlo a dire tutto, passato presente e futuro: Hässler per svelarsi ha ancora bisogno dell’interprete. Ma la ritrosia dura pochi minuti. Come con tutte le persone autentiche, il difficile è solo cominciare. «Niente di particolare. Sono nato il 30 maggio 1966 in un quartiere popolare di Berlino Ovest, Wedding. Non avevamo troppi soldi ma si tirava avanti dignitosamente. Il gioco, la scuola, gli amici, il pallone: tutte cose normali». – Ti piaceva studiare? «No, per nulla. Non sono riuscito ad andare avanti, non legavo con gli insegnanti, insomma non era una faccenda per me». – Per fortuna c’era il calcio... «Davvero. È stato un amore a prima vista, avevo appena cinque anni quando mio padre Klaus mi portò al primo provino della mia vita. Ricordo bene quel giorno anche se è trascorso tanto tempo. Non toccai neppure un pallone, ero emozionatissimo». – È vero che da ragazzo giocasti spesso accanto al Muro? «Sì, il quartiere di Wedding è a ridosso di quella zona. Si facevano partite interminabili e qualche volta la palla finiva dall’altra parte, nella DDR. Forse poi ci giocavano i Vopos...». – Cos’hai provato il 9 novembre ‘89, quando il Muro è... crollato? «Me ne stavo in ritiro con la Nazionale, avrei voluto essere anch’io là per vivere quella giornata storica. È stata una data importante, nessuno ci credeva e invece il mondo è cambiato in poche ore». – Dunque è giusto che la Germania sia una sola? «Certo, non potrebbe essere altrimenti». – La tua infanzia è stata toccata anche dal dramma: un fratello morì di leucemia a 16 anni. «La vita non è stata tenera con noi. Ma sono cose mie, vorrei non parlarne». – Il primo provino a 5 anni andò male: ma dopo... «A dieci mi ingaggio il Reinickendorfer Fuchse. Ci restai tre stagioni e imparai le cose essenziali del calcio». – Dicevano che eri piccolo, troppo piccolo... «Una storia che mi ha accompagnato nel tempo. Gli allenatori guardavano il mio fisico e scuotevano il capo, poi mi mandavano in campo e il giudizio cambiava». – Cos’è accaduto dopo quei tre anni? «Su consiglio di mio padre passai a un’altra società, il BFC Meteor 06. Lì riuscii a mettermi in evidenza, tanto che gli osservatori del Colonia cominciarono a seguirmi. Dopo cinque anni mi giunse la proposta definitiva dal club renano. Accettai con qualche preoccupazione: temevo che lasciare Berlino mi potesse creare non pochi problemi e in un certo senso avevo ragione». – Furono tanto difficili i primi tempi a Colonia? «Il periodo più buio della mia vita. Conobbi qualche amico non proprio raccomandabile, trascorsi molte sere in birreria o in discoteca: mi dividevo tra il biliardo e il flipper. Pensavo solo a svagarmi perché mi sentivo fuori posto. Chiaro che il mio rendimento in campo era quel che era». – Ricordi un giorno particolarmente triste di quegli anni? «Direi di sì. Stavo giocando la finale del campionato juniores tedesco, col risultato in parità a pochi minuti dal termine. C’è un rigore per noi: lo tiro io e lo sbaglio, una cosa terribile. Pensate che allora giurai di non calciare mai più da dischetto». – Promessa mantenuta? «Certo». – Quale fu la svolta della tua carriera? «Un giorno Udo Lattek, l’allenatore del Colonia, un mito in Germania, mi prese da parte e mi disse che se non mi fossi dato da fare mi avrebbe rispedito a Berlino a fare il tassista. A quel tempo avevo bisogno di discorsi duri, severi, e infatti mi diedi una mossa». – E poi conoscesti quella che sarebbe diventata tua moglie... «Ecco la data davvero importante. Capodanno ‘86, a una festa incontro Angela e in seguito ci fidanziamo. Poi il matrimonio. E lei che mi ha fatto maturare». – Dicono che abbia troppa influenza su di te. «Cattiverie Angela è una persona di carattere, ma le scelte le facciamo insieme. Non è il mio manager, è la mia donna: qualcosa in più, direi...». – Dopo la crisi, la notorietà in Europa e la Juventus. Ma non ti aveva seguito prima la Roma? «Sì, però scelsi i bianconeri perché pensavo mi potessero offrire più opportunità di successo. Ora so di non essermi sbagliato». – Prima di ingaggiarti, la Juve ti diede una grande delusione... «Sì, fu duro essere battuti in semifinale di Coppa Uefa. Una batosta, ma di breve durata: la rivincita nei confronti delle Coppe me la prenderò quest’anno. Possiamo e dobbiamo provare a vincere tutto». – Italia, cioè Torino ma anche Mondiali: Olimpico, trionfo... «È elettrizzante sentirsi campione del mondo, però del mese trascorso all’inseguimento di quella Coppa ricordo anche i momenti difficili. Il mio rapporto con la Nazionale ha sempre vissuto fasi alterne». – È vero che non andavi d’accordo con Beckenbauer? «Abbiamo avuto qualche scambio di opinioni non proprio convergenti, ma alla fine s’è chiarito tutto». – Col nuovo citi Vogts dovrebbe andare meglio... «Credo di sì. E lui che mi ha lanciato ai tempi della Under 21». – Eppure se la Germania è campione del mondo deve ringraziare soprattutto te per quel gol al Galles. «È vero, fui io a realizzare la rete decisiva nelle qualificazioni a Italia ‘90. Accadde proprio a Colonia, la mia città d’adozione». – La Juve: che impressione ti ha fatto? «Per prima cosa mi ha colpito la grande professionalità collettiva. In Germania il calcio è importante, per carità, ma questo è un altro pianeta. Nel bene e nel male, perché esistono esasperazioni superiori rispetto alle nostre. Da voi è tutto “più”: pubblico, soldi, giornali, squadre, problemi. Ma se hai alle spalle una società come la Juventus, questi ultimi li superi di slancio». – Hai impiegato qualche mese per dimostrare che i dirigenti bianconeri e Maifredi non si erano sbagliati sul tuo conto. Perché? «In Italia l’impatto è sempre difficile. Mi ha messo in crisi la vostra lingua, l’impossibilità iniziale di capire e di essere capito. Acqua passata». – Chi devi ringraziare? «Tutti. Dirigenti, allenatore e compagni. Specialmente Giancarlo Marocchi e sua moglie Barbara: lui parla inglese, lei sa un po’ di tedesco. Mi hanno fatto sentire meno solo». – A Torino come vivi? «In maniera molto riservata. Io e Angela non ci siamo ancora del tutto ambientati e la scelta degli amici va effettuata con cura. Sono un timido, non amo la vita mondana. Mia moglie è più estroversa». – Come trascorri il tempo libero? «Esco poco. Mi piace ascoltare la musica: specialmente i generi pop e melodico. Uso parecchio il videotape e mi appassionano i videogiochi. Leggo raramente e mai i libri, amo il cinema e gli attori che preferisco sono Sylvester Stallone e Julia Roberts». – È vero che spendi pochissimo? «Diciamo che non getto i soldi dalla finestra. Averne tanti non vuol dire sprecarli e neppure stravolgere esigenze e abitudini. Il calcio deve permettere a me e alla mia famiglia di vivere serenamente, e siccome si tratta di una carriera breve è meglio essere oculati». – Ti ritieni appassionato di sport in senso pieno? «Certo, non seguo solo il calcio. Ho praticato pallavolo, nuoto e tennis, mi piace molto l’hockey su ghiaccio e gioco a golf». – Dicono che il professionismo ti ha cambiato: non sei più una testa matta, d’accordo, ma saresti diventato triste. È vero? «Non esageriamo. Qualche anno fa scherzavo di più. Col tempo si cambia: comunque ridere mi piace sempre». – La Juve è da scudetto? «Io dico di sì. Nessuno ha il nostro attacco: io, Baggio e Schillaci formiamo un terzetto che può mettere in crisi chiunque. E anche centrocampo e difesa sono molto forti. Con un po’ di fortuna possiamo dimostrarci i migliori in Italia e in Europa». – Che tipo è Maifredi? «Un grande studioso di calcio, un tecnico nel senso pieno del termine ma con un’arma in più: il dialogo». – Ti ha definito il Baggio di Germania: che ne pensi? «Credo abbia fatto un complimento a entrambi. Perché Roberto è un talento eccezionale ed io, beh, sono pur sempre un campione del mondo». – Cosa pensi dell’avvocato Agnelli? «È uno degli italiani più conosciuti in Germania: ha una classe incredibile. Finora l’ho incontrato poco, tre o quattro volte, e abbiamo chiacchierato nella sua lingua. Anzi, più che altro parlava lui ed io ascoltavo, cercando di capire». – Ti piace la nostra cucina? «Prima di venire a Torino credevo esistessero solo le polpette di mia madre. Tra Germania e Italia, a tavola non c’è confronto. Chiaro che un atleta deve controllarsi, tuttavia ho già avuto modo di apprezzare qualche specialità piemontese». – È vero che nelle prime settimane bianconere soffrivi di solitudine e pensavi di tornare a Colonia? «No, sono state scritte e dette troppe cose sbagliate. Non mi sono pentito delle mie scelte neppure per un attimo». – Ma della Germania non ti manca proprio nulla? «Là ho lasciato tanti amici, tante persone che mi vogliono bene e che non mi dimenticano. Ci sentiamo spesso, va bene così». – Il calcio consente l’amicizia vera? «Certo. È in questo modo che ho trovato l’aiuto maggiore per superare le difficoltà. Ad esempio, con Pierre Littbarski siamo quasi fratelli». – Cosa apprezzi di più nel prossimo? «La sincerità e la capacità di ascoltare e comprendere». – Ti senti felice? «Mi succede spesso, anche se nessuna persona al mondo lo è sempre. Io comunque ho molto più di quanto sognassi». 〰.〰.〰 Hässler prende il posto di un portoghese ancor più piccolo di lui, Rui Barros, che aveva fatto in tempo a diventare un beniamino dei tifosi e a segnare gol rapinosi e inimmaginabili contro i corazzieri dell’Italia e dell’Europa. Il tedesco è completamente diverso dal lusitano, ha più tecnica, ma riesce a trovare solo a sprazzi i guizzi che lo rendevano unico nel calcio tedesco. Non è tutta colpa sua, beninteso: al Colonia faceva la mezzala, con libertà di accentrarsi e dettare l’assist o andare in porta con dribbling ubriacanti. Qui ci sono Baggio e Schillaci, per non parlare di Di Canio, ognuno abituato a portare palla più che smarcarsi per l’assist del compagno. Tommasino è relegato sulla fascia destra, da dove si schioda poche volte, stremato da rincorse avanti e indietro a cui non è abituato e che non fanno parte del suo bagaglio di calciatore. A conti fatti, 45 partite, appena 3e goal e l’impressione di non essere riuscito a esprimere tutto il suo indubbio talento. Farà la valigia, destinazione Roma. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/thomas-hassler.html
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THOMAS HAESSLER https://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Häßler Nazione: Germania (Ovest) Luogo di nascita: Berlino Ovest Data di nascita: 30.05.1966 Ruolo: Centrocampista Altezza: 166 cm Peso: 67 kg Nazionale Tedesco Soprannome: Tommasino - Pollicino - Icke Alla Juventus dal 1990 al 1991 Esordio: 01.09.1990 - Supercoppa italiana - Napoli-Juventus 5-1 Ultima partita: 26.05.1991 - Serie A - Genoa-Juventus 2-0 45 presenze - 3 reti Campione del mondo 1990 con la nazionale tedesca Campione d'Europa 1996 con la nazionale tedesca Thomas Jürgen Häßler (Berlino Ovest, 30 maggio 1966) è un allenatore di calcio, dirigente sportivo ed ex calciatore tedesco, di ruolo centrocampista. Campione del Mondo nel 1990 e campione europeo nel 1996 con la Nazionale tedesca. Oggi allena il Club Italia Berlino, formazione tedesca di ottava serie. Thomas Häßler Häßler nel 2015 Nazionalità Germania Ovest Germania (dal 1990) Altezza 166 cm Peso 67 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Club Italia Berlino Termine carriera 2004 - giocatore Carriera Giovanili 1979-1983 Reinickendorfer Füchse 1983-1985 Colonia Squadre di club 1984-1990 Colonia 149 (17) 1990-1991 Juventus 45 (3) 1991-1994 Roma 88 (11) 1994-1998 Karlsruhe 118 (28) 1998-1999 Borussia Dortmund 18 (2) 1999-2003 Monaco 1860 115 (21) 2003-2004 Salisburgo 19 (1) Nazionale 1988 Germania Ovest U-21 1 (0) 19?? Germania Ovest 17 (1) 1988-2000 Germania 84 (10) Carriera da allenatore 2006-2007 Colonia Giovanili 2007-2009 Colonia Vice 2007-2008 Nigeria Vice 2009-2010 Colonia Under-17/Vice 2009-2010 Colonia Unde-19/Vice 2009-2010 Colonia II Vice 2010-2011 Colonia Vice 2014-2015 Padideh Shandiz Vice 2016- Club Italia Berlino Palmarès Olimpiadi Bronzo Seul 1988 Mondiali di calcio Oro Italia 1990 Europei di calcio Argento Svezia 1992 Oro Inghilterra 1996 Carriera Giocatore Club Iniziò la sua carriera professionistica nel 1984 nel Colonia contribuendo al secondo posto del club in Bundesliga nel 1989 e nel 1990. Häßler (accosciato, terzo da destra) alla Juventus nell'estate 1990 Dopo aver vinto la Coppa del Mondo 1990 con la nazionale tedesca, Häßler si trasferì alla Juventus per la somma di 11 miliardi di lire. L'impatto con la Serie A non fu facile: i bianconeri di Maifredi vissero una stagione molto complicata, non qualificandosi per le coppe europee. Il rendimento del tedesco, schierato sulla fascia destra, non fu all'altezza delle aspettative. L’anno sotto la Mole, dopo 32 presenze e 1 rete, si concluse con un addio senza troppi rimpianti. Venne ingaggiato dalla Roma per 12 miliardi, diventando l’uomo cardine della mediana giallorossa. In poco tempo ottenne fiducia e consensi da parte del pubblico romanista, anche grazie al gol del pareggio nel derby del marzo ’92[5]. Nelle tre stagioni nella Roma totalizzò 88 presenze e 11 reti. Nel 1994 tornò in Germania al Karlsruhe, con cui vinse la Coppa UEFA Intertoto nel 1996 e si qualificò per la Coppa UEFA nel 1996-97 e nel 1997-98. Nell'andata del terzo turno, Häßler realizzò una doppietta nella vittoria 3-1 della sua squadra su Brøndby IF a Copenhagen. Alla fine della stagione 1997-98, nonostante le buone prestazioni di Häßler, il Karlsruhe retrocedette nella 2. Bundesliga. Häßler alla Roma nella stagione 1991-1992 Nella stagione seguente si trasferì al Borussia Dortmund, club che aveva vinto la UEFA Champions League nel 1997. Alla fine del campionato, dopo aver collezionato solo 18 presenze, si trasferì in Baviera al 1860 München. Nei quattro anni a Monaco divenne un pilastro della squadra. Nella prima stagione il club raggiunse un sensazionale quarto posto in Bundesliga. La squadra fu sconfitta dal Leeds United nei preliminari della UEFA Champions League e prese parte alla Coppa UEFA uscendo al terzo turno contro il Parma. Nei due anni successivi, il club partecipò alla Coppa UEFA Intertoto senza riuscire a qualificarsi per la Coppa Uefa. Alla fine della stagione 2002-03, Häßler lasciò Monaco per trasferirsi all'Austria Salisburgo, dove chiuderà la carriera nel 2004. Nazionale Con la Germania ha giocato 101 partite segnando 11 gol, prendendo parte ai Mondiali del 1990, 1994 e 1998 e agli Europei 1992, 1996 e 2000. Ha vinto anche la medaglia di bronzo ai Giochi olimpici di Seul 1988. Allenatore Dal 1º ottobre 2006 entra nello staff tecnico del Colonia come tecnico delle giovanili, rimanendovi fino al 30 giugno 2007 quando accetta la proposta di diventare allenatore in seconda della prima squadra, con decorrenza dal successivo 1º luglio. Dal 20 febbraio 2007 al 20 febbraio 2008 è stato il vice di Berti Vogts, commissario tecnico della Nigeria. Dal 1º luglio 2009 diventa vice della formazione Under-17 del Colonia, sotto la guida di Dirk Lottner, di quella Under-19 sotto la guida di Mandref Schadt, e del Colonia II sotto la guida di Frank Schaefer. Nel febbraio 2010 ritorna alla prima squadra del Colonia, dve rimane fino al 30 giugno 2011. Dal 5 giugno 2014 diventa vice allenatore del Padideh Shandiz. Palmarès Giocatore Club Coppa Intertoto UEFA: 1 - Karlsruher :1996 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Italia 1990 Campionato d'Europa: 1 - Inghilterra 1996 Individuale Calciatore tedesco dell'anno: 2 - 1989, 1992 Europei Top 11: 1 - Svezia 1992
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Angel Di Maria: in corso le visite mediche
Socrates ha risposto al topic di Morpheus © in Archivio Calciomercato
Meglio un Di Maria vecchio campione che alcuni giocatori piú o meno giovani scamorze che abbiamo sul groppone. E l'anno prossimo tornerá Ramsey. Alleluhia!- 1358 risposte
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EUGENIO CORINI Un centrocampista di ragionamento, si diceva ai tempi, dalle grandi possibilità. Il ragazzo, in effetti, aveva talento e, nelle due stagioni sotto la Mole, riuscì a mettere insieme tra campionato e coppe 64 presenze e 4 gol. «Fu un’esperienza non solo unica, straordinaria direi. Arrivai alla Juventus giovanissimo, a 20 anni. Ricordo bene il giorno della presentazione in sede, che allora era in Piazza Crimea. C’era un grande fermento: era la stagione ‘90–91, si veniva dai Mondiali, dove Baggio e Schillaci avevano lasciato il segno e inoltre la Juventus si stava rinnovando. Era arrivato Montezemolo e la squadra era stata affidata a Maifredi, per cercare di darle un gioco spumeggiante, spettacolare, sull’esempio del Milan di Sacchi. Il gioco che voleva non era semplice, richiedeva tempo e purtroppo noi commettemmo l’errore di… partire troppo bene. Poi perdemmo con la Samp, ci sentimmo fuori dalla lotta scudetto e probabilmente ci rilassammo, provocando il crollo. Tra l’altro tre giorni dopo quella partita uscimmo dalla Coppa Italia con la Roma, Maifredi disse alla dirigenza che se era desiderio della società lui era pronto ad andarsene, e tutto l’ambiente non fu più quello di prima. Peccato». A livello personale però le soddisfazioni non mancarono: «In effetti, non posso che essere contento dei miei due anni alla Juventus. Venivo dal Brescia, ero molto giovane e per di più il mio ruolo, quello del regista, è particolarmente delicato; eppure giocai un buon numero di partite, molte da titolare. Ancora oggi qualcuno quando ricorda la mia esperienza alla Juventus, ne parla in termini poco positivi, mentre in realtà sono molto soddisfatto di come andò. Può darsi che non abbia avuto troppa fortuna, perché capitai in un periodo nel quale non si vinceva; prendiamo come esempio Tacchinardi, giusto per parare di un altro regista: lui ha avuto il tempo di ambientarsi e ha giocato in una squadra che ha collezionato scudetti e coppe, io no. Questo però non significa che non ricordi quegli anni con grande piacere». Dopo la Juventus ha viaggiato parecchio: Sampdoria, Napoli, Brescia, Piacenza, Chievo, Palermo, Torino, un giramondo insomma: «Beh, ho vissuto un periodo particolare. Ero ritenuto un’eterna promessa ed è stato duro scrollarsi di dosso quell’etichetta, soprattutto perché sono incappato in diversi infortuni. Dai 23 ai 28 anni, in effetti, ho attraversato degli anni difficili. Poi fortunatamente mi sono ripreso e sono riuscito a togliermi grandi soddisfazioni». Non è stato facile, però: «Certo, ma il lavoro, alla lunga, è quel che paga; il resto, per me, conta poco. Mi hanno insegnato così i miei genitori e sarò sempre grato a loro per questo. Sono contento di essere come sono, non vorrei essere nient’altro. Sono cresciuto in una famiglia di paese, gente abituata a lavorare sodo, sempre. Mi hanno insegnato che cosa è il sacrificio, che cosa significhi guadagnarsi il pane». È arrivato alla Juventus 20 anni, se n’è andato dopo appena due stagioni; Trapattoni lo utilizzava come vice Baggio e le occasioni per scendere in campo, non furono tante. Fu ceduto alla Sampdoria, in cambio di Gianluca Vialli. Peccato, perché Eugenio era uno da Juventus. MATTEO DELLA VITE, “GUERIN SPORTIVO” DELL’11-17 MARZO 1992 Giocano e vincono. Insieme. Dice: ma in che film? Non c’è trucco non c`è inganno. Lui e Baggio s’intendono a meraviglia quando, in coppia, sfidano i compagni. A carte... «In questa ottica è l’unica soddisfazione che mi rimane. Io e Roby siamo imbattibili a pinnnacolo. Ma poi, finisce lì: altre occasioni, spezzoni di venti minuti a parte, purtroppo non esistono...». Parole e «singhiozzi» di Eugenio Corini, talento in naftalina che tanto si spiega e che poco si spezza. In un campionato vissuto a inseguire, l’Eugenio incompreso se la passa fra panchine tutte uguali, domande senza risposta e un cruccio grande come il mare. «Ripeto per l’ennesima volta: Trapattoni mi vede come alternativa a Roberto, ma io non sono da panchina. Credo di essere completamente diverso da Baggio, e credo anche di poter trovare posto alle sue spalle, come regista difensivo pronto all’interdizione. Non avrò il fisicaccio, ma se guardate bene la gamba non la risparmio mai…». Simpatico, posato, con tanta amarezza in fondo agli occhi. La sua storia di «prigioniero di Baggio» ha fatto il giro dello stivale pallonaro, scatenando domande e proposte. Ma niente da fare. Trap tira avanti e risolve il Grande Dubbio... senza risolverlo: fuori uno, dentro l’altro e tanti saluti alla possibile coesistenza. A lui non resta che scherzarci sopra, parlando di sfide epiche con Luppi e Carrera seduti a un tavolo verde. Troppo furbo ed educato per cadere nella trappola di un attacco frontale al Trap; troppo sincero e pulito, però, per poter sopportare in silenzio una situazione del genere, così frustrante. Corini ha la faccia di tutti i giorni, ma anche gli stessi pensieri, le stesse angosce, le solite domande. Assieme alla bella moglie Caterina, sposata lo scorso dicembre, coccola la piccolissima Alessandra, sei mesi e tanta vivacità. «Molte volte mi è venuta la voglia di esplodere, di dire basta. Ma poi ho riflettuto trenta secondi in più e ho deciso di lasciar perdere. Avere una famiglia, una figlia, tante responsabilità tutte in una volta: devi saperti gestire, magari dissentire ma con garbo e correttezza. E allora, tanti saluti alla polemica. Non fa e non ha mai fatto per me». Già, polemica mai, ma spazio per qualche chiarimento c’è sempre stato. Eugenio gioca, convince e stupisce nell’Under 21 di Cesare Maldini, poi... Poi, buonanotte talento e riecco le angosce. Momenti strani e di difficile interpretazione, momenti da non augurare a nessuno. «Beh, oddio: non è che non dorma alla notte, mi scoccia solo non calpestare mai il campo. Lo sfioro? Sì, lo tocco per venti minuti, ma dica lei quanto un uomo d’ordine come me possa cambiare la faccia a una partita. Non sono né un difensore, né un attaccante da impiegare secondo certi stravolgimenti tattici, il mio ruolo è ben definito, un ruolo che offre continuità, non scossoni sismici. Rimango dell’idea che io e Roberto possiamo coesistere, ma, per motivi tattici, Trapattoni non la pensa allo stesso modo. Peccato...». – Solo «peccato»? «Cosa devo dire, se non altro ho la possibilità di sentire e leggere tanti attestati di stima. Ma c’è poca consolazione in questo…». – Ecco: non la infastidisce il fatto che si parli più per quel che non fa che per ciò che potrebbe fare? «Già, in effetti parlano tanto di uno che non gioca: e non è roba da tutti. Ma mi creda: preferirei giocare dall’inizio e ricevere qualche critica in più. Sarebbe per lo meno istruttivo». – Dentro di sé cova incertezze? «Sul mio futuro sicuramente, perché una volta mi danno come pedina di scambio, l’altra parlano di Juventus e l’altra ancora mi vedono già al Genoa, all’Atalanta o al Parma. Fa piacere, certo, ma puoi essere tranquillo pensando che domani sarai chissà dove? No, non puoi...». – Qualcuno dice che non ha le qualità opportune per fare l’incontrista. Vero o falso? «Falsissimo. Perché una delle mie caratteristiche migliori è quella di andare sempre in contrasto e in pressing con decisione e magari cattiveria. Quindi, osservazione ingiusta...». – Adesso preferirebbe giocare in un’altra squadra? «È una delle tante domande che mi faccio spesso. Ci sono domeniche in cui vorrei essere nella squadrina del mio paese; così, giusto per giocare una partita. Poi penso che sono nella Juve, che la società è formidabile e che ho a fianco un campione come Baggio...». – A fianco? «Beh, sì, insomma: quasi...». – Ma Baggio che cosa le dice? «Mi dice e non mi dice. Non sarebbe corretto se prendesse la parte di qualcuno...». – E il Trap? «Capita spesso che mi dica “una partita è una battaglia”, ma io gli rispondo che non mi sento un giocatore inadatto alle battaglie. Lui ha le sue idee, deve rispondere alla società e alla tifoseria. Tutto qui». – Proprio tutto qui? «Un giorno lo avvicinai, perché passavo un periodo veramente nero. Vedendo che non entravo più gli chiesi se mi ero comportato male, se avevo fatto qualcosa che lo avesse disturbato, irritato. Beh, lui fu stupendo: mi prese da parte e ci spiegammo alla perfezione. Che cosa mi disse? Niente di speciale, ma abbastanza perché ritrovassi la fiducia in me stesso». – Invidia Orlando? «In che senso?». – Nel senso che lui gioca ed è andato via anche perché c’era Corini... «Non lo invidio, ma sono solamente contento che faccia tante belle cose. Se Batistuta ha preso a far gol è anche merito suo». – E allora, invidia qualcuno? «Assolutamente no». – Che cosa non riesce a dimostrare Corini? «A ventun anni devo dimostrare ancora tantissimo. Il mio valore non voglio che lo sottolineino gli altri, vorrei dimostrarlo sul campo, magari per novanta minuti. E soprattutto vorrei dimostrarlo a me stesso: a forza di giocare poco, finisce che mi metto anche in discussione». – Da uno a dieci, quanto crede che abbia fiducia in lei Trapattoni? «Se lo sapessi mi deciderei in un senso o nell’altro. Mi dice spesso che crede nelle mie qualità, ma alla luce dei fatti vedo solamente la panchina...». – Che cosa le dà la forza di non abbattersi? «La solita voglia di non mollare». – E l’idea di essere nella Juve? «Sì, anche quella. Non posso nasconderlo. Ma se dovesse continuare così, vorrei andarmene. Ho ancora un anno di contratto e non mi va affatto di bruciarmi guardando gli altri». – Che cosa darebbe per essere in un’altra squadra? «Niente. Vede, nella mia brevissima carriera sono sempre stato abituato a giocare con allenatori che credevano ciecamente in me. Varrella a Brescia, Maifredi che si è rivelato come un padre l’anno scorso. Questo per dire cosa? Che per la prima volta ho capito che cosa significa lottare, soffrire per un posto in squadra. Fa parte dell’esperienza anche questo. Se non altro…». – Con tutto questo bailamme non dica che non sarebbe favorevole al mercato open... «E invece non la vedo come soluzione opportuna. La nostra mentalità, la mentalità italiana per intenderci, non è adatta a questo tipo di cambiamento». – Che cosa manca a Corini per essere felice? «Solo il campo, una maglia da titolare. Per il resto ho una famiglia stupenda e mi basta». – Si sente più ignorato o incompreso? «Incompreso». – Un anno vissuto così è un anno buttato via? «Quasi, ma non del tutto. Perché si cresce anche grazie alle difficoltà». – Che cosa cambierebbe di sé? «A volte penso che se avessi qualche centimetro e qualche chilo in più, tutti i problemi si risolverebbero in un attimo. Una volta l’Avvocato venne da me e mi chiese: “E allora, Corini: come andiamo col peso? Cresce? Cresce?”. È fantastico, Agnelli, infonde una simpatia incredibile. Ma anche tanto timore. Nel frattempo, però, sto lavorando moltissimo in palestra. Ma la gente non pensi che io possa diventare un armadio. Magari...». – Che cosa deve capire di se stesso come giocatore? «Ho la convinzione di poter diventare un giocatore da Juventus, ma devo dimostrarlo anche a me stesso. E questo è fondamentale». – E l’Under 21 non basta... «L’azzurro rappresenta una valvola di sfogo importantissima. Ma anche qui ho dovuto penare. Albertini stava facendo grandi cose e quando arrivò, visto che abbiamo una posizione simile, pensai che anche qui sarebbe stato difficile trovare spazio. Poi Maldini mi ha provato e tutto è andato alla perfezione. Se ho paura, non giocando con la Juve, di perdere il posto nell’Under? Beh, spero di no, credo di aver dato abbastanza garanzie». – Una critica e un elogio... «Mi dico bravo per gli spezzoni di partita giocati». – La critica? «Lungi da me l’idea di essere presuntuoso, ma non ho critiche da farmi». – Che cosa farà e che cosa sarà da grande? «Farò il papà, il marito e un campionato intero. Vincendo lo scudetto...». – Con la Juve? «Se Dio... Anzi: se Trap vuole, sì». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/eugenio-corini.html
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EUGENIO CORINI https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Corini Nazione: Italia Luogo di nascita: Bagnolo Mella (Brescia) Data di nascita: 30.07.1970 Ruolo: Centrocampista Altezza: 175 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Il Genio Alla Juventus dal 1990 al 1992 Esordio: 12.09.1990 - Coppa Italia - Taranto-Juventus 2-1 Ultima partita: 24.05.1992 - Serie A - Verona-Juventus 3-3 64 presenze - 4 reti Eugenio Corini (Bagnolo Mella, 30 luglio 1970) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, tecnico del Brescia. Nella sua ultraventennale carriera da giocatore ha vestito le maglie di Brescia, Juventus, Napoli, Sampdoria, Piacenza, Verona, Chievo, Palermo e Torino, totalizzando quasi 600 presenze tra i professionisti. Con Chievo e Palermo ha giocato anche in Coppa UEFA, mentre con la Juve ha disputato un'edizione della Coppa delle Coppe. Con la nazionale italiana Under-21 ha disputato 29 partite, vincendo il campionato europeo di categoria del 1992; conta anche 7 presenze nella nazionale olimpica. Pur ricevendo quattro convocazioni, non ha mai giocato nella nazionale maggiore. Da allenatore ha guidato il Chievo alla permanenza in Serie A per due stagioni e ha vinto il campionato di Serie B alla guida del Brescia. Eugenio Corini Corini nel 2010 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Brescia Termine carriera 2009 - giocatore Carriera Giovanili 1980-1981 Fionda Bagnolo 1982-1984 Voluntas Brescia 1984-1987 Brescia Squadre di club 1987-1990 Brescia 77 (9) 1990-1992 Juventus 64 (4) 1992-1993 Sampdoria 24 (4) 1993-1994 → Napoli 17 (0) 1994-1995 → Brescia 24 (2) 1995-1996 → Piacenza 32 (1) 1996-1998 Verona 46 (4) 1998-2003 Chievo 134 (27) 2003-2007 Palermo 129 (25) 2007-2009 Torino 44 (1) Nazionale 1988-1993 Italia U-21 29 (1) Carriera da allenatore 2010 Portogruaro-Summaga 2010-2011 Crotone 2011-2012 Frosinone 2012-2013 Chievo 2013-2014 Chievo 2016-2017 Palermo 2017-2018 Novara 2018-2019 Brescia 2019-2020 Brescia 2020-2021 Lecce 2022- Brescia Palmarès Europei di calcio Under-21 Oro 1992 Biografia È stato sposato con Caterina, che gli ha dato due figli: Alessandra e Filippo. Dopo la separazione dalla prima moglie si è risposato con l'attuale moglie conosciuta a Palermo, Aurelia, dalla quale ha avuto due figlie, Sofia e Carlotta. Da giocatore era soprannominato il Genio, in assonanza con il suo nome. Ha collaborato con SKY Sport in qualità di commentatore tecnico nella stagione in cui è stato inattivo (2009-2010). All'inizio della stagione 2012-2013 ha svolto il ruolo di commentatore sportivo seguendo la Sampdoria. Caratteristiche tecniche Giocatore Centrocampista centrale dal repertorio completo, era un ottimo costruttore di gioco, abile nel distribuire i palloni nonché prolifico realizzatore su tiri di punizione e dal dischetto. Era efficace anche nelle fasi di interdizione e di incursione a rete. Allenatore Da allenatore predilige come modulo tattico il 4-3-3, anche se negli incontri con squadre di caratura superiore utilizza il modulo 5-3-2. Carriera Giocatore Club Fionda e Voluntas Inizia a giocare nella squadra dell'oratorio della Fionda Bagnolo. A sette anni, la squadra era iscritta al Campionato Pulcini ma Corini non poteva giocare in quanto gli mancava un anno all'età minima, prendendo parte quindi solo alle amichevoli. Il suo primo allenatore è stato Giuseppe Catina. Passa poi alla Voluntas, voluto dall'allenatore Roberto Clerici che lo nota in un'amichevole fra le due squadre. Nel 1981 la Voluntas gioca il Torneo di Göteborg; per regolamento, potevano giocare i nati dopo il 1º agosto 1970, ed a Corini, nato il 30 luglio, viene negato di disputare la finale nonostante fosse stato schierato in tutte le partite precedenti e premiato come miglior giocatore del torneo. Impressionò anche l'ex giocatore Gunnar Gren, e su di lui venne scritto un articolo su un giornale svedese. Dal Brescia al Chievo Corini in azione al Brescia nel campionato di Serie B 1988-1989 Nel 1984 passa nelle giovanili del Brescia insieme ad altri ragazzi della Voluntas; le due società erano in collaborazione. All'inizio dell'esperienza con le rondinelle ha dei problemi di ambientamento. Gioca la sua prima stagione da professionista nel 1987-1988 in Serie B, collezionando 14 presenze; l'anno seguente gioca 29 partite mentre nel 1989-1990 segna 9 reti su 34 partite giocate e a fine anno si trasferisce alla Juventus che lo acquista per 5 miliardi di lire. Esordisce in Serie A il 21 ottobre 1990 in Juventus-Lazio (0-0); quell'anno gioca 25 partite segnando una rete, la prima in Serie A, il 30 marzo 1991 in Juventus-Bari 3-1. L'anno dopo gioca 22 incontri segnando una rete. Nel 1992-1993 si trasferisce alla Sampdoria dove in 24 partite segna 4 reti; l'anno seguente passa in prestito al Napoli: gioca 14 partite nella sua prima stagione, mentre nel campionato 1994-1995 disputa 3 partite in maglia azzurra prima di essere escluso dalla rosa per motivi disciplinari. Nel mercato autunnale si trasferisce nuovamente al Brescia che nel frattempo è risalito in Serie A, giocandovi 24 partite segnando 2 reti. Il ritorno alle origini dura poco, poiché nel 1995-1996 la Sampdoria lo presta al Piacenza, dove gioca 32 partite segnando una rete. Nel 1996-1997 cambia nuovamente maglia andando a giocare per il Verona, giocando solo 9 partite (segnando una rete) a causa della rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio destro, restando fermo per cinque mesi e mezzo. A fine anno il Verona retrocede in Serie B, e nel 1997-1998 colleziona 35 presenze e 3 reti; l'anno seguente invece gioca solo 2 partite con la maglia del Verona, prima di trasferirsi all'altra squadra della città, il Chievo. Corini in azione alla Juventus nel corso della stagione 1990-1991 Nella squadra della Diga giocherà 7 partite nella prima stagione (complice una nuova rottura del legamento del ginocchio destro, sei mesi di stop), nel 1999-2000 gioca 31 partite segnando 6 reti, nel 2000-2001 gioca 36 partite e segna 7 reti, contribuendo in maniera importante alla promozione in Serie A della squadra, e nel 2001-2002 in 30 partite mette a segno 9 reti, risultando il miglior regista del campionato. L'anno seguente segna 5 volte sempre su 30 partite giocate e a fine anno lascia il Chievo, dopo cinque stagioni; è uno degli autori principali (insieme a Perrotta, Marazzina, Manfredini, Luciano, Lanna, Corradi e tanti altri) del cosiddetto Miracolo Chievo. Palermo Nella stagione 2003-2004 è approdato al Palermo, in Serie B, in cambio dei prestiti al Chievo di Mario Santana e Stefano Morrone più un conguaglio economico. Realizza 12 reti in 40 partite giocate. Successivamente diventa il capitano dei rosanero, ottenendo una promozione che mancava ai siciliani da trentun'anni. Nella stagione 2004-2005 – nella quale è uno dei migliori giocatori dei rosanero – gioca 35 partite conquistando la prima qualificazione in Coppa UEFA della storia del Palermo; l'anno seguente ottiene 27 presenze, segnando 3 reti, mentre nell'ultima stagione in rosanero segna 10 reti (capocannoniere delle squadra) in 27 partite. Dopo la morte di Papa Giovanni Paolo II, fu uno dei pochi giocatori a dichiararsi contrari alla sospensione del campionato – per una settimana – decisa dal CONI, affermando che «scendendo in campo si sarebbe potuto lanciare un messaggio importante per commemorare il Pontefice.» L'8 giugno 2007 annuncia in una conferenza stampa la decisione di lasciare il Palermo per incomprensioni con la società, terminando quindi l'esperienza con la squadra siciliana, della quale era capitano. Per tutta risposta, l'11 giugno 2007 alcuni tifosi del Palermo organizzano una manifestazione davanti allo stadio Renzo Barbera in favore di Corini. Negli anni della militanza in rosanero, è stato uno dei giocatori più importanti del Palermo. Il tecnico Francesco Guidolin, che lo ha allenato nel capoluogo siciliano, lo ha definito «un giocatore eccellente, uomo guida. [...] Si capiva che aveva le doti per essere leader, al Palermo lo era anche se avevamo altri grandi giocatori.». Torino Dopo aver rifiutato il rinnovo del contratto con il Palermo anche a causa di divergenze con la società, gioca la stagione 2007-2008 con la maglia del Torino, colleziona 32 presenze e una rete. Il 7 giugno 2008 rinnova il contratto per un'altra stagione, che lui ha dichiarato essere l'ultima. Anche a causa di una tendinite, in questa ultima stagione colleziona soltanto 12 presenze, chiudendo male la carriera data la retrocessione dei granata in Serie B. La sua ultima apparizione è stata la trasferta di Palermo (vittoria per 1-0 dei rosanero) il 5 aprile 2009. Nazionale Nel 1988 esordisce nella nazionale italiana Under-21, con cui colleziona 29 presenze fino al 1992, anno in cui vince il campionato europeo di categoria. Disputa anche 7 partite con la nazionale olimpica, di cui 4 ai Giochi olimpici del 1992 e 3 ai Giochi del Mediterraneo del 1993 (la squadra arrivò al quarto posto). Durante la sua militanza nella Sampdoria viene convocato per tre volte nella nazionale maggiore guidata da Arrigo Sacchi, senza debuttare. Nel 2002, giocando nel Chievo, riceve un'ultima convocazione da Giovanni Trapattoni, ma anche in questa occasione non scende in campo. Allenatore Portogruaro, Crotone e Frosinone Nella stagione agonistica 2009-2010 studia per divenire allenatore professionista e il 5 luglio 2010 viene ufficializzato il suo nuovo incarico alla guida del Portogruaro, squadra neopromossa in Serie B; l'intesa tra le parti giunge dopo pochi giorni di trattativa, ma, come da accordi, non appena Salvatore Giunta (suo ex compagno di squadra al Brescia e al Verona) consegue il patentino di Prima Categoria, Corini va a rivestirne il ruolo di vice. Pochi giorni dopo si dimette dal suddetto incarico per divergenze con la società circa il calciomercato in entrata, venendo sostituito con Fabio Viviani. Il 27 novembre 2010 viene nominato allenatore del Crotone, in Serie B, subentrando all'esonerato Leonardo Menichini e firmando un contratto fino al termine della stagione 2010-2011, con opzione per quella successiva; Salvatore Giunta resta il suo vice. Esordisce sulla panchina crotonese il 4 dicembre nella trasferta della 18ª giornata in casa della capolista Novara, incappando in una sconfitta per 3-0. Il 20 febbraio 2011 viene esonerato dalla società calabrese dopo la sconfitta per 2-0 a Modena contro il Sassuolo, per fare posto al ritorno di Menichini. Il suo ruolino di marcia è stato di una vittoria, cinque pareggi e cinque sconfitte, per un totale di 8 punti ottenuti in 11 partite. Il 30 novembre 2011 viene nominato allenatore del Frosinone, subentrando al dimissionario Carlo Sabatini. Il 4 dicembre guida per la prima volta la squadra perdendo per 1-0 sul campo del Portogruaro, la prima società di cui è stato allenatore. Dopo aver concluso il campionato di Lega Pro Prima Divisione all'ottavo posto, il 7 giugno 2012 risolve consensualmente il contratto con la società laziale. Chievo Il 2 ottobre 2012 diventa l'allenatore del Chievo subentrando all'esonerato Domenico Di Carlo. Torna così a Verona dopo il quinquennio (1998-2003) da giocatore, firmando un contratto fino a fine stagione con opzione per l'annata successiva. Debutta sulla panchina dei clivensi quattro giorni dopo, ottenendo una vittoria casalinga per 2-1 contro la Sampdoria. Dopo aver portato la squadra scaligera all'obiettivo salvezza totalizzando 42 punti in 32 partite, il 29 maggio 2013 decide insieme alla società di non esercitare l'opzione per il rinnovo del contratto, lasciando così la panchina della società clivense. Il 12 novembre 2013 torna a ricoprire il ruolo di allenatore dei clivensi in seguito all'esonero di Giuseppe Sannino; con la società firma un contratto biennale con scadenza nel 2015. Ottiene la salvezza con un turno d'anticipo, battendo il Cagliari in trasferta per 1-0. Ha ottenuto 30 punti in 26 partite. Il 22 giugno, prolunga il suo contratto per altri 3 anni fino al 30 giugno 2017, ma il 19 ottobre 2014, a seguito della sconfitta all'Olimpico contro la Roma per 3-0 ed avendo collezionato con quest'ultima la quinta sconfitta in sette giornate, viene sollevato dall'incarico dalla società clivense. Gli subentra Rolando Maran. Palermo Il 30 novembre 2016 viene ingaggiato come nuovo allenatore del Palermo, in sostituzione dell'esonerato Roberto De Zerbi. Il debutto sulla panchina rosanero avviene il 4 dicembre seguente, nella trasferta persa per 2-1 contro la Fiorentina. Il 18 dicembre ottiene la prima vittoria sulla panchina rosanero, vincendo in trasferta per 3-4 contro il Genoa. Il 24 gennaio 2017 si dimette. Novara La notte del 13 giugno 2017 firma un contratto di un anno con opzione per il secondo con il Novara, prendendo il posto di Roberto Boscaglia, tornato al Brescia. Scende dunque in Serie B, con l'obiettivo di portare i piemontesi alla zona play-off per la promozione in Serie A, impresa fallita dal suo predecessore. Il suo ingaggio viene ufficializzato il giorno successivo. Il 4 febbraio 2018, dopo la sconfitta per 2-1 in casa contro l'Ascoli, viene esonerato assieme a tutto il suo staff e sostituito da Domenico Di Carlo, allenatore cui a sua volta Corini era subentrato ai tempi del Chievo. Brescia Il 18 settembre 2018 firma un contratto di un anno con opzione per il secondo con il Brescia, prendendo il posto dell'esonerato David Suazo. Il 16 dicembre, grazie al successo per 2-1 contro il Lecce, ottiene la sesta vittoria casalinga consecutiva. A febbraio raggiunge un momentaneo primo posto in Serie B che al Brescia mancava da anni, scavalcando il Palermo dopo la netta vittoria nello scontro diretto contro il Pescara, terzo in classifica, per 1-5. Il 1º maggio, con la vittoria interna per 1-0 contro l'Ascoli, il Brescia guadagna l'aritmetica promozione in Serie A; tre giorni più tardi, pareggiando in casa della Cremonese, ottiene anche la certezza del primo posto finale, che vale la prima Coppa Ali della Vittoria nella storia del club lombardo, consegnata l'11 maggio dopo l'ultima di campionato. Nella stagione successiva, in Serie A, viene esonerato il 3 novembre 2019 dopo aver raccolto 7 punti in 10 giornate. Dopo il breve intermezzo di Fabio Grosso, durato appena 3 partite con altrettante sconfitte, il 2 dicembre 2019 torna sulla panchina del club lombardo. Arrivano subito due vittorie consecutive contro le dirette concorrenti SPAL (0-1) e Lecce (3-0). Dopo un altro periodo negativo, il 5 febbraio 2020 viene nuovamente esonerato, nonostante tre giorni prima il club avesse smentito voci sul cambio di guida tecnica. Lecce Il 22 agosto 2020 si lega al Lecce con un contratto triennale. Dopo il girone d'andata chiuso al settimo posto con un rendimento discontinuo, nel girone di ritorno, tra marzo e aprile, la compagine salentina ottiene sei vittorie consecutive in serie cadetta, impresa senza precedenti nella storia del club, e raggiunge i vertici della classifica. In seguito la squadra subisce un calo, perdendo quattro delle ultime sei partite e scivolando dal secondo al quarto posto; ai play-off la squadra pugliese viene eliminata in semifinale dal Venezia (1-0 a Venezia e 1-1 a Lecce) e due giorni dopo l'ultima partita, il 22 maggio 2021, Corini viene esonerato. Ritorno al Brescia Il 23 marzo 2022 torna alla guida del Brescia, in quel momento quinto in Serie B, sostituendo l'esonerato Filippo Inzaghi. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano di Serie B: 1 - Palermo: 2003-2004 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - 1992 Allenatore Campionato italiano di Serie B: 1 - Brescia: 2018-2019
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GIANLUCA LUPPI Un bolognese atipico, come tutti (o quasi) – scrive Adalberto Scemma su “Hurrà Juventus” del maggio 1991 – quelli che l’anagrafe ha fatto nascere a Crevalcore. Gianluca Luppi è riservato, riflessivo, attento a non giocare troppo con le parole. Un freddo? Lui dice di no. Piuttosto un concreto, dietro l’apparente velo della timidezza. Ricorda in questo Gigi Simoni, pure lui di Crevalcore, persona di stile, educato, tranquillo e tuttavia maledettamente determinato, capace di centrare per cinque volte l’obiettivo-promozione con Brescia, Genoa e Pisa.«Di promozioni» dice Gianluca «ne ho centrata una pure io, importantissima, quella che ha cambiato il torso della mia carriera. Salendo in Serie A con il Bologna ho realizzato un sogno, però non mi sono fermato a... contemplarlo. Ho preso a inseguirne di nuovi. Se sono arrivato alla Juve il merito è anche del mio carattere. Non mi accontento mai, cerco sempre gli stimoli giusti. E gli stimoli, qui alla Juve, non mi mancano di certo».Non mancano, però, neppure le distrazioni. A Torino un giocatore della Juve è sempre in vetrina. Bologna sotto questo aspetto è più protettiva, più «casareccia»... «Tutto vero, ma non per un calciatore come me. Intanto a Bologna gira più gente di sera, mentre Torino è quasi deserta. La mondanità? Se devo misurarla dagli inviti che ricevo, è chiaro che lo spazio per le distrazioni esiste, ma resta il fatto che svolgo un lavoro tutto particolare, che richiede tranquillità e concentrazione. Ne tengo conto in ogni momento».E come ti regoli? «Esattamente come mi regolavo a Bologna. Sono casalingo, un tranquillo, uno che non vuole rogne. È per questo che non trovo differenze sostanziali tra la mia vita di prima e quella di oggi. L’unica differenza è quella che risulta all’anagrafe, nel senso che da quando ho messo su famiglia sono aumentate le responsabilità».Fino a che punto ti pesano? «Ho conosciuto mia moglie Elena sui banchi di scuola: il nostro è un rapporto consolidato, forte, molto bello. E poi adesso c’è anche Petra, che ha pochi mesi ma richiede già un sacco di attenzione. È chiaro che tutto il mio tempo libero lo passo in casa. Gioco con la bambina, faccio compagnia a mia moglie, mi realizzo attraverso poche importantissime cose...».Come marito e come padre sei al top. E come calciatore? «Spero di salire ancora, è ovvio. O comunque di attestarmi su un rendimento elevato. Sono ambizioso, non lo nascondo, e cerco di sfruttare al meglio le occasioni. A Torino ho avuto la fortuna di imbattermi subito in diverse circostanze favorevoli: l’ho interpretato come un segnale positivo».Quali circostanze? «Il fatto di conoscere anche nei dettagli i sistemi di Maifredi, per esempio. Non ho avuto problemi di ambientamento, mi sono sentito subito a mio agio».Parliamo di questi sistemi, allora... «Maifredi è diverso dagli altri allenatori che ho avuto occasione di conoscere. Ha idee personalissime che possono anche essere discusse, ma che a gioco lungo si rivelano molto più concrete di quanto non si immagini».Idee buone in assoluto? «Certamente. Dovessi raccontare Maifredi in sintesi, direi che come allenatore è molto bravo e come uomo è addirittura eccezionale».Un po’ istrione, dicono... «È uno che tende a sdrammatizzare molto le cose. Pretende da noi la massima concentrazione il giorno della partita, anche perché con il gioco a zona non è proprio possibile scendere in campo con la testa da un’altra parte, ma durante la settimana ride e scherza con tutti. È difficile non andare d’accordo con un tipo così».Maifredi a Bologna, Maifredi a Torino: in qualcosa sarà pure cambiato. «Direi proprio di no. E se è cambiato non lo dà a vedere. Con il calcio ha un rapporto... amichevole, non conflittuale. E si regola di conseguenza».E tu, con il calcio, che tipo di rapporto hai? «Sono un professionista che ha la fortuna di lavorare divertendosi. I sacrifici non mi pesano: non li considero tali. E comunque mi considero un privilegiato, visto che da ragazzo facevo un tifo d’inferno per la Juve e che adesso mi ritrovo con la maglia bianconera sulle spalle».La Juve ti aspettava da un anno, stando alle voci sulla campagna acquisti. «Ero stato richiesto anche alla fine della precedente stagione, è vero, ma avevo il Bologna nel cuore e non potevo rinunciare all’idea di affrontare la Serie A con i miei compagni. Eravamo un gruppo molto affiatato».Poi la Signora è tornata a bussare. «E stavolta non mi è passato neanche per la mente di rinunciare. C’erano altri presupposti: Maifredi e il mio amico De Marchi, per esempio. E non solo loro».E Marocchi che ha giocato con te fin dalle giovanili del Bologna... «Se è per questo noi “bolognesi” formiamo ormai una colonia. Maifredi, Marocchi, De Marchi, il sottoscritto, e poi Sorrentino e persino Governato. Ci metto anche Alessio, che ha giocato un anno in prestito a Bologna e che ha subito legato con tutti. Personalmente, poi, sono stato contentissimo di avere ritrovato Baggio. Abbiamo giocato assieme in maglia azzurra, nelle Giovanili under 15 e under 16. Tutto si può dire, del mio passaggio alla Juve, meno che si sia trattato di un viaggio verso l’ignoto».L’incognita riguarda invece il ruolo. Da marcatore esterno sei diventato centrale. «Neppure questa è una novità. All’inizio della carriera ho giocato spesso da libero. Quando Julio Cesar avanza mi trovo a coprire la zona scalando le marcature. È una situazione tattica che mi piace e che trovo congeniale alle mie caratteristiche, visto che non mi considero uno specialista: preferisco cambiare, anche per evitare di assuefarmi a un compito troppo specifico».A quale modello di calciatore ti ispiri? «Da ragazzo ero juventino e le mie scelte non sono state quindi casuali. Ho cominciato a fare il tifo per Tardelli: il mio sogno era quello di galoppare a centrocampo. Poi mi sono trovato ad apprezzare Scirea sino a farne una specie di idolo. Giocavo da libero e il mio punto di riferimento non poteva che essere Gaetano. Come terzino ho cominciato a giocare a Bologna: mi ci sono adattato, ma non nascondo che al centro della difesa mi diverto di più».E gli altri divertimenti, quelli extracalcistici? «Sono un tipo molto tranquillo, l’ho detto. Mi accontento di qualche buon film in videocassetta. Ne ho una bella collezione, ma anche in questo caso non ho gusti particolari: sono un eclettico, spazio dai film polizieschi a quelli comici senza crearmi troppi problemi. A scegliere è spesso mia moglie ma i nostri gusti si incontrano. Tra l’altro Elena si considera una predestinata. All’anagrafe risulta torinese, anche se a Torino ha vissuto soltanto i primi quattro giorni della sua vita prima di trasferirsi a Bologna».Anche per lei ambientamento facile, dunque... «Nessun problema, credo. Torino è una citta dove la gente vive e lascia vivere. Personalmente ho provato una certa emozione, e non lo nascondo, quando sono stato presentato ad Agnelli e a Montezemolo: li avevo sempre considerati personaggi mitici, inavvicinabili. Poi mi sono abituato. Tutti e due sono molto attaccati alla Juve, non perdono occasione per farci sentire che siamo seguiti con simpatia. È una sensazione rassicurante».Quali altre sicurezze ti ha dato la Juventus? «La Juve offre stimoli, non sicurezze. All’inizio ho avuto qualche problema perché andavo spesso in tribuna, poi il vento ha cominciato a soffiarmi alle spalle. Del resto siamo in diciotto, è una rosa molto qualificata, trovare spazio non è sempre facile».De Marchi ha dovuto affrontare gli stessi problemi. «Siamo come fratelli, abbiamo vite calcistiche in parallelo. È divertente il fatto che spesso la gente fa confusione: io vengo preso per De Marchi e viceversa, e qualche volta sbagliano persino i giornali quando pubblicano le nostre fotografie. Marco? È un ragazzo molto sensibile, un vero amico. Divido nei ritiri la stanza con lui a differenza di ciò che accadeva nel Bologna, quando facevo coppia con Stringara. Ma nella Juve capita spesso, dato l’ambiente amichevole che si è creato, di non trovarsi in un giro fisso. Esco anche con Corini, Di Canio e Baggio, giovani come me, mentre a carte Schillaci e Napoli sono i miei compagni preferiti».Chi vince? «Dipende. Per quanto mi riguarda so soltanto che... perdo sempre meno. Sono uno che non ama la fretta, uno che guarda lontano. E meno si perde...».VLADIMIRO CAMINITI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1991Gli estremi non si toccano, qualche volta si fanno reciproci omaggi e la gloria sembra riservata sempre ai soliti. I Media raccontano solo il fuoriclasse, e ignorano il calciatore schivo, il calciatore devoto, il difensore con la grinta e il cuore di un Gianluca Luppi. Gianluca Luppi ha disegnato un campionato di grossa utilità tattica e di grande risalto agonistico. Silenzioso, di poche parole, egli si riserva ai fatti. In realtà, Luppi, voluto da Maifredi, gli sta dando abbondantemente ragione, ed io l’ho visto giocare bene anche nelle giornate più avventurate dello squadrone bianconero. Alla Juventus, si dice terzino destro, si pensa involontariamente ai più straordinari prototipi. Cominciò il maestrino Rosetta, come difensore, e poi ci fu Foni; nel dopoguerra, ecco Manente, ed ecco Garzena, Burgnich, Sarti, Gori, Gentile; e si capisce che la compagnia è troppo importante, per un ragazzo del ‘66 che arriva da Crevalcore. Nessuna paura. Altri ce l’hanno. Altri non riescono a farsi luce, nonostante buone qualità di fondo; Gianluca fin dall’inizio della stagione s’è gettato nella mischia, ha profuso tutto il suo cuore, ha cercato di essere all’altezza della fiducia del suo maestro, e si può scrivere che è tra le note liete di una squadra forse incompiuta, certamente bellissima.Sul piano tecnico, arieggia un difensore come Claudio Gentile, e nessuno si meravigli. «Gento» aveva un tono più aspro, ma Luppi non gli è molto lontano. Gentile ventiquattrenne aveva qualità similari.Luppi è meno molosso del tripolino, ma ugualmente applicato. È altrettanto veloce e rabbioso nel recupero. La difesa juventina aveva bisogno di un giocatore con le sue caratteristiche. Sa trasformare immediatamente l’interdizione in tocco d’appoggio; è un terzino costruttivo, è un uomo disponibile al dialogo e dal fertile slancio. Il futuro dirà se il mio giudizio è obiettivo. Credo proprio di non sbagliarmi, pronosticando per Gianluca Luppi un lussuoso avvenire juventino.E voglio dire che Gianluca Luppi è stato un ottimo investimento, e lo si potrà valutare nel prossimo futuro, lo vedremo crescere insieme alla Juventus, lo vedremo proporsi e inserire il suo stacco, il suo decisionismo, in una squadra bianconera sempre più forte e perentoria. Infatti, questo ragazzo di Crevalcore esprime nel carattere e traduce nel gioco tutte le istanze volute da Maifredi. È un pugnace, un combattivo. È un difensore di ostruzione, che sa correre e sgroppare al servizio degli schemi. Guardatelo in viso: esprime la determinazione massima. Bruno, di guancia scavata, quei suoi occhi neri lampeggianti, lo muove l’ambizione del successo, in campo si prodiga senza egoismo, con un animo netto come il filo di una spada.Insomma, ci sono tutti i presupposti perché il campionato di Gianluca e della Juventus sia trionfale, come sperano i tifosi bianconeri. Tutti sanno, invece, come andrà a finire. Il calcio champagne di Maifredi fallisce miseramente e la Juventus, dopo ben 25 anni, non riesce a qualificarsi per le Coppe Europee.La triade Montezemolo, Maifredi e Governato è cacciata e si ritorna all’antico: Boniperti e Trapattoni, Trapattoni e Boniperti. Questa volta, però, non saranno rose e fiori, non saranno successi a ripetizione e la Vecchia Signora dovrà aspettare ancora del tempo prima di ritrovare l’antico splendore.E Luppi? Disputa da titolare, com’era prevedibile, il primo campionato, nel quale somma 34 presenze; l’anno successivo è più misero di soddisfazioni. Arriva il Trap e con lui un bel gruppo di difensori: Carrera, Kohler, Julio Cesar, Reuter. Chiaro che per Gianluca gli spazi si restringono notevolmente; il nostro, infatti, totalizzerà solamente 22 presenze e, a fine stagione, sarà ceduto alla Fiorentina. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/gianluca-luppi.html
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GIANLUCA LUPPI https://it.wikipedia.org/wiki/Gianluca_Luppi Nazione: Italia Luogo di nascita: Crevalcore (Bologna) Data di nascita: 23.08.1966 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 73 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1990 al 1992 Esordio: 05.09.1990 - Coppa Italia - Juventus-Taranto 2-0 Ultima partita: 24.05.1992 - Serie A - Verona-Juventus 3-3 56 presenze - 0 reti Gianluca Luppi (Crevalcore, 23 agosto 1966) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Gianluca Luppi Luppi al Bologna nella stagione 1987-1988 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 2006 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Crevalcore 19??-19?? Bologna Squadre di club 1984-1990 Bologna 180 (5) 1990-1992 Juventus 56 (0) 1992-1995 Fiorentina 84 (4) 1995-1996 Atalanta 19 (0) 1996-1997 Ravenna 24 (2) 1997-2001 Venezia 105 (4) 2001-2002 Napoli 28 (4) 2002-2003 Cesena 19 (2) 2003-2004 Ravenna 16 (0) 2004-2006 Crevalcore 42 (2) Carriera da allenatore 2007-2008 Bologna Vice 2011 Unione Venezia Caratteristiche tecniche Giocatore Giocava come terzino destro o difensore centrale. Carriera Giocatore Luppi (in piedi, secondo da destra) alla Juventus nell'estate 1990 È cresciuto calcisticamente nel Bologna, con il quale passa dalla Serie C1 alla Serie A. Viene ceduto alla Juventus per 4 miliardi di lire. Disputò una prima stagione da titolare sotto la guida di Luigi Maifredi, totalizzando 34 presenze; l’anno successivo fu più misero di soddisfazioni. Come tecnico arrivò Trapattoni e con lui un bel gruppo di difensori: Carrera, Kohler e Reuter e per lui gli spazi di restrinsero, infatti, totalizzerà solamente 22 presenze ed, a fine stagione, sarà ceduto alla Fiorentina per 5,5 miliardi di lire. In seguito comincia a girovagare in numerose società, militando per sedici anni consecutivi tra Serie A e Serie B. Con l'Unione Venezia gioca 120 partite ufficiali condite da 7 reti, ottenendo nel corso di quattro stagione due promozioni in Serie A. Allenatore È stato il vice allenatore del Bologna a fianco di Daniele Arrigoni per tutta la permanenza del tecnico sulla panchina felsinea. Ha conseguito il patentino di allenatore di prima categoria nel luglio 2008. Il 12 aprile 2011 ottiene la sua prima panchina da allenatore, quella dell'Unione Venezia in Serie D; Luppi fa così ritorno in laguna dieci anni dopo la sua ultima apparizione da giocatore arancioneroverde. Palmarès Giocatore Campionato italiano di Serie B: 2 - Bologna: 1987-1988 - Fiorentina: 1993-1994
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JULIO CESAR Classe 1963, da Bauru, Júlio César rinverdisce, tre lustri dopo l’addio di Altafini, la tradizione dei brasiliani importanti della Juventus. Esploso con la maglia verdeoro ai Mondiali messicani del 1986, Júlio César strappa un buon contratto in Europa ai francesi del Montpellier e non si capisce come italiani, tedeschi e spagnoli se lo facciano scappare. In Francia, il ragazzo inizialmente patisce il clima e solo dopo un paio di stagioni torna ai livelli del 1986.Quanto basta per richiamare l’attenzione della Juventus appena affidata all’estroso Maifredi, che ha fatto man bassa di campioni all’attacco (Baggio, Hässler, Di Canio) ma che dietro appare piuttosto fragile. In extremis, dunque, arriva il difensore brasiliano: passo felpato, buona visione di gioco, lancio lungo all’occorrenza e un tiro portentoso.È decisivo in Coppa delle Coppe quando, nella partita di ritorno della semifinale, incontra il Barcellona in un Delle Alpi stracolmo: annulla da solo le folate dei catalani e propizia l’episodio decisivo, la punizione di Roberto Baggio per il goal dell’1–0 che, peraltro, non basta a proiettare la Juventus verso la finalissima. Tornato al timone bianconero Giovanni Trapattoni, Júlio César è confermato e inizia una nuova vita: in una squadra più bloccata, con uno stopper vero (Carrera), diventa un libero molto elegante e la Juventus riprende immediatamente quota, arrivando seconda alle spalle del Milan e sfiorando la vittoria in Coppa Italia.«A Torino mi sono ambientato subito – confessa – la città la sento oramai mia; bella e storica, praticamente unica. La Juventus? Nessuno ha il fascino di questo club. Per non parlare, poi, dei nostri tifosi; in qualsiasi città o stadio d’Europa, anche il più piccolo e impensabile, non siamo mai soli. Ho modificato il mio modo di giocare, adattandomi al campionato italiano. Prima cercavo di uscire dall’area di rigore con il pallone tra i piedi e di impostare una nuova azione, anche quando mi trovavo in una posizione difficile; adesso gioco sempre di prima, ma quando vengo assalito dagli avversari e la mia area di rigore è piena di giocatori, non ci penso due volte e lancio via il pallone».È il preludio alla miglior stagione del brasiliano, il 1992–93, l’anno della conquista della Coppa Uefa. Júlio César forma, con Kohler Eisenfuss (piede d’acciaio), la miglior coppia difensiva del nostro campionato, nonostante la frattura di una gamba, che lo tiene fermo per ben quattro mesi. Era l’inizio di ottobre, a Napoli, il giorno del primo successo esterno bianconero del campionato: «Rompersi una gamba è scioccante, ma lo è ancora di più rimanere fuori dal giro, camminare con le stampelle, vedere gli altri che giocano e non poter fare nulla per contribuire. Nella disgrazia, mi ha aiutato molto stare in famiglia a Campinas. Lì, con i miei amici, ho accelerato i tempi di recupero; ho svolto decine di sedute fisioterapiche, mi sono dannato l’anima per recuperare. Posso garantire che il primo allenamento a Torino, con i compagni e Trapattoni, è stato emozionante».A trentun anni, nel 1994, è ceduto al Borussia Dortmund, dove raccoglierà altra gloria. In bianconero, comunque, si fa ricordare assai bene, con 125 partite e sei reti, di cui due nelle coppe europee.VLADIMIRO CAMINITI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 1991Non ho mai avuto dubbi nell’indicare in Júlio César un autentico asso. Perché scarpinando si impara e Mexico City non poteva mentire. Sull’altura avevo visto all’opera quel fortissimo, altero “centre half”, quel formidabile autentico artista della difesa, che sa tramutare in offesa, con un piede calibrato e potente, all’altezza di un piazzamento sempre magico. Non sto ingannando il lettore. Sto piuttosto narrando uno dei più grandi difensori naturali del calcio mondiale. Se il lettore consente, Júlio César attinge al piazzamento ed esprime nel campo una lievitante forza fisica. Che ha qualcosa di belluino, di magnetico, ma sempre su piani di euclidea espressività.Il suo apparire nella Juventus è stato accompagnato da critiche che definire cattive è davvero poco. C’era una punta, e comunque un’ombra di razzismo, in quei giudizi estivi, ed anche successivi alle prime partite in coppa e campionato. Era vero, invece, che Júlio César stava ancora guardandosi in giro, si ambientava nella nuova maglia, cominciava appena a conoscere i nuovi compagni, era tutto nuovo per lui dopo gli anni, diciamolo pure, romanzeschi e pionieristici di Francia. Parma–Juventus gli do sette. Cesena–Juventus, io lo trovo fortissimo. È troppo lento per giocare in Italia, è il refrain dei media. Una colossale balla.Júlio César, classe 1963, di Baurù, ex asso del Guarani, già del Brest e del Montpellier, può iscriversi ai ruoli dei grandissimi difensori brasiliani di ogni tempo, uno come i magici Nílton e Djalma Santos, uno con tutte le stimmate della classe. Non vedete l’eleganza sontuosa della sua corsa, la sicurezza luciferina del suo anticipo, la cattiveria leale del suo tackle? V’è forse in Italia, a parte Franz Baresi, un difensore con il suo stacco, con la sua belluinità e la sua eleganza? Eppure il trapianto di Júlio César nella Juventus non è stato facile visto che, molto superficialmente, certi commentatori (ad esempio Sivori, e lo scrivo con malinconia) sostenevano che mai il Brasile ha avuto grossi difensori. Si tratta di un’affermazione un po’ settaria, se ci è consentito scriverlo, a proposito di un giocatore che abbiamo molto amato, ma non il commentatore televisivo. Non è vero, poi, che il Brasile mai abbia avuto grandi difensori. La storia bisogna conoscerla, e Sivori non la conosce. Io me la coccolo, la storia, me la bevo nelle mie letture lunghe e interminabili. Io penso che la storia sia tutto per uno scrivano di calcio.E so che Júlio César ha avuto un antenato in Domingos da Guia, il quale senza essere insuperabile come difensore puro, era insuperabile come artista, fu il più pagato dell’America ai suoi tempi, era alto e agilissimo, era un pennello come tocco di palla, era un virtuoso. Ecco, per me Júlio César è ancora meglio. Domingos giocava nei giorni del nostro Mondiale in Francia, rimane agli archivi come proverebbe la grande partita che nel 1938 Domingos giocò contro la Cecoslovacchia. Il Brasile vinse 2–1, e stiamo parlando della Cecoslovacchia dei Plánička. Non si improvvisa nulla.Júlio César è arrivato nella Juventus nel momento giusto. Egli ha maturato in Francia esperienze composite che non gli hanno poi dato nulla. Gli hanno invece tolto. Lo hanno fuorviato sul piano tattico e dell’impegno professionale e quel certo dilettantismo, o goliardismo tattico, che oggi cerca di curare Platini commissario unico, lo aveva un tantino sminuito, e tutto considerato emarginato dal novero dei grandi giocatori mondiali, quale sacrosantemente è.C’è tanta spocchia in giro, ed anche i tanti procuratori mica sanno vedere e capire. Doveva intervenire la Juventus. Vedete? La Juventus non si smentisce. E oggi con Luca Cordero di Montezemolo e Bendoni procede per la stessa strada seguita da Boniperti. Serietà, professionalità, capacità di scelta fuori dagli schemi seguiti da chi non ha idee nuove. La Juventus nuova è anche splendidamente Júlio César, l’erede, con qualcosa di più, di Domingos da Guia. ERNESTO CONSOLO, DA SOCCERNEWS24.IT DEL 26 MAGGIO 2017Diceva Giovanni Arpino che il dialogo alla Juve l’ha insegnato a tutti Giampiero Boniperti, coi suoi silenzi e gli sguardi. Bisogna star zitti e tener duro per partire da un lavoro come lustrascarpe di Bauru e arrivare alla Seleçao. E poi alla Juventus. Soprattutto se la tua famiglia è ferita. Da un padre che ti ha dato il nome di un imperatore romano, ma poi svanisce. Se tua madre fa la donna di servizio e tira su anche l’altro figlio. Che si chiama Cassius Clay. Già, perché prima di affogare in una bottiglia, il padre stravedeva per la boxe e la storia romana. E dunque Júlio César da Silva. Prima della rapida esperienza come aiutante muratore, è intento a togliere la segatura dai mobilifici, a racimolare l’essenziale come custode di automobili (annesso lavaggio) e portaborse al mercato. Anche se sogna Zico e Ademir da Guia, Júlio César è soltanto il raccattapalle del Noroeste, la squadra di Bauru. Da queste parti è cresciuto calcisticamente un certo Pelé. Ma, quando si presenta l’occasione, Júlio César sbatte contro l’ostacolo più grande: Dona Leny, sua madre. Per tre volte gli fa saltare infatti il provino coi campioni del Brasile del Guarani di Campinas, finché Júlio César scappa di casa: prontamente arruolato. A tredici anni giocava con quelli di venti, figuriamoci a quindici. «Nel calcio, come nella vita, bisogna adeguarsi a ogni situazione». A testa alta, fa il mediano. Arriva il primo contratto professionistico e il dirottamento in mezzo alla difesa. Incrocia i guantoni con un attaccante abbastanza promettente: si chiama Antonio Careca, che diventa subito suo amico. Passano pochi mesi e Dona Leny si trasferisce a Campinas, perché, a sedici anni, Júlio César è in prima squadra. E coi biancoverdi del Guarani ci prova anche il fratello Cassius. Ma Dona Leny preferisce continuare a lavorare. Rimarrà, tra l’altro, presto vedova.Il tecnico del Guarani si chiama Zè Duarte e dispensa professionalità. Sarà come un nuovo padre per Júlio César. Che diventa il Tedesco. Dieci anni al Guarani e arriva la Nazionale. Ma davanti trova un monumento come Oscar. L’esordio nella Seleçao del richiamato Telê Santana, l’8 aprile 1986 a Goiania, è una partita che non vedremo più: Brasile–Germania Est 3–0. Poi alla vigilia di Messico 1986, Oscar viene messo da parte. E Júlio César viene universalmente eletto il miglior difensore centrale della competizione. Un esordiente veterano con la forza fisica e quella dei nervi distesi. E si becca un altro soprannome, sinistro e puntuale come un temporale messicano: La Muraglia Nera. Al Jalisco di Guadalajara il quarto di finale è Brasile–Francia, ma per Platini e soci è come se fosse in trasferta: sulle tribune una grande onda gialla. Una bandiera verdeoro costa il doppio di una francese e una maglia di Zico costa il triplo della maglia di Platini. «È meglio di una porta blindata», prova a smontare Júlio César il tecnico francese. A disturbare il tedesco anche Marzia, una splendida ragazza messicana che, pur di avvicinarlo, s’intrufola dappertutto, anche nelle conferenze stampa. Nessun riscontro. È una partita stupenda. Macchiata solo dal protocollo dei calci di rigore. La Seleçao esce di scena e il Tedesco sbaglia un penalty (in ottima compagnia). Il portiere francese Bats, che ha già parato un rigore a Zico, dice a Socrates «Scommettiamo che me lo tiri a destra?». E proprio lì lo prende. Júlio César è stato il migliore in campo del Brasile e giocando tutti i supplementari con un infortunio. Si carica sulle spalle non solo la sconfitta, ma il peso della Nazione: «Sono andato sulla palla tranquillo e quando l’ho vista finire sul palo, volevo sprofondare. Mi vergogno di questo errore e non mi sento più degno di indossare la maglia della Nazionale, perché l’ho fatta troppo grossa. Credetemi non ho il coraggio di tornare a casa. Mai in vita mia ho provato una delusione così forte». La Francia concede l’onore delle armi. Platini promette che, quando tornerà nella sua scuola calcio di Perpignano, dirà ai suoi allievi di ricordare il goal di Careca.Le grinfie del calcio europeo arrivano e Júlio César va al Brest, dove fa coppia centrale col Campione del Mondo Brown. In Francia avevano fallito Jairzinho e Paulo Cesar e il tedesco riesce a riscattarli. E vince una Coppa di Francia al Montpellier. Anche se si adatta in fretta al gioco a uomo, la Nazionale abbottonata di Lazaroni non lo vede più. C’è una florida generazione di difensori centrali: Mauro Galvão, Mozer e Ricardo Rocha, i tre presunti titolari. Poi Aldair, Ricardo Gomes e André Cruz. Che rifila una gran punizione a Zenga in amichevole, ma non giocherà nemmeno lui. Per qualcuno, Ricardo Gomes al posto di Júlio César è una bestemmia. «La convocazione dei ventidue ha tenuto conto prima degli aspetti politici che di quelli tecnici. Non ho pagato solo io, ma anche gente come Neto e João Paulo». In compenso a Italia 1990 Lazaroni porta Renato Portaluppi. Forse Júlio César paga la scarsa intesa con Geraldão nel sonoro 0–4 in Coppa America contro il Cile. Lazaroni gli concede un’altra chance contro l’Olanda in amichevole, ma la porta è chiusa. E Pelé s’infuria. Il paese resta freddo per una squadra che non capisce. Non capisce perché cinque difensori, perché Dunga giochi sdraiato. Che è un modo brasiliano per disprezzare il tackle. Si esce agli ottavi contro l’Argentina. Mentre Careca scarica addosso al tecnico tutte le colpe e se ne va in vacanza nella sua fattoria di Campinas, la stampa brasiliana di Lazaroni dice: «Deu burro (è uscito l’asino)».Dopo un mese di report positivi dalla Francia e in assoluto silenzio, il 13 maggio 1990 Júlio César è intanto atterrato all’aeroporto di Torino–Caselle: è il nuovo difensore centrale della Juventus di Maifredi. La stampa locale, solitamente attenta, non se ne accorge nemmeno. E al Tedesco va bene così. «Sinceramente non è che mi dispiaccia leggere un articolo su di me o pubblicata una mia foto. Soltanto vorrei non accadesse tutti i giorni». Viene accontentato e qualcuno, come Vladimiro Caminiti, avvisterà sintomi di razzismo. Che merita ancor meno spazio. «Forse qui molti pensano che tutti i brasiliani vivano ballando samba e bevendo Caipirinha. Mica è vero. Come non è vero che tutti gli italiani suonano il mandolino o mangiano la pizza. Del Carnevale di Rio so quanto voi, l’ho visto in televisione». La Nazionale di Bearzot, dopo la “tragedia” del Sarriá, la conosce invece quasi a memoria. Porta a Torino la fidanzata e Dona Leny. Gioca ogni tanto a biliardo, che è l’unico filo che lo tiene legato al padre. Anche se Boniperti non c’è, si prova a perpetuarne i successi. E i silenzi. Júlio César parla poco ed è titolare inamovibile. Non lo smuove nemmeno Galia che, anzi, ci rimette una caviglia in allenamento. Finché Gianni Agnelli benedice l’ossimoro: «Sembra un tedesco, non un brasiliano. Eppure l’abbiamo comprato per un pezzo di pane». Appena 250 milioni di lire. Un giocatore con la muscolatura tipica dei giocatori di colore dà molto lavoro ai massaggiatori. Ma non teme gl’infortuni. Semplicemente perché nelle mutandine tiene un “patuà”, un amuleto fatto di osso di gatto.Dai tempi di Josè Altafini, quasi vent’anni, non arriva un sudamericano alla Juve. Guai a provare a risalire all’ultimo difensore. La Juve maifrediana ne prende cinque dal Napoli in Supercoppa, ma viene presto assorbito come calcio d’agosto. A Taranto lo snodo dell’ottimo avvio di stagione, dove la Juve perde inopinatamente: Maifredi sacramenta e promette: «Qualcuno a novembre va via. In ritiro da domani». Il Taranto ha vinto proprio grazie a un clamoroso buco di Júlio César, ma la partita conta poco. Non partirà nessuno e a un certo punto la Juve è in testa alla classifica, imbattuta. Perde solo a Bari, dove Júlio César è assente. Poi si fa cacciare per proteste nel derby, ma anche il Torino è in dieci. Assente anche col Cagliari che, incredibilmente, rimonta due goal al Delle Alpi. E a San Siro dove il Milan di Sacchi imperversa. Rientra contro il Napoli in casa e spacca in due la partita. Quando attraversa il campo lanciatissimo, costringe il portiere Galli al cartellino rosso. La Juve vince e Júlio César chiude in attacco. Ma col Genoa presta il fianco a Skuhravý e Maifredi non ci gira intorno: «Abbiamo preso un goal che non puoi vedere in Serie A». Júlio César apprezza la (nuova) juventinità ed è strutturato per reggere l’urto. È lui che prova a convincere Baggio a tirare il rigore di Firenze. Le goleade contro Roma, Inter e Parma sono i fuochi fatui di una Juve che, dopo svariati lustri, scende dall’ottovolante fuori dall’Europa. È il momento del Trap, che esalta la visione di gioco e il tempismo nelle chiusure della Muraglia Nera. Si afferma adesso come libero naturale, disimpegni in guanti gialli e prepotenti avanzate. Ma stare accanto a Kohler e Reuter per un tedesco (nero) deve aver avuto un effetto balsamico. Coi tre (e non solo) il Trap cementa la “sua” Juve. Che è l’unica a tenere il passo del Milan di Capello. Júlio César segna contro la Cremonese con una sassata su punizione. Identica a quella che aveva sedato il Parma. Quella di Cremona è la partita numero 1.000 della Vecchia Signora in Campionato. Intanto è tornato anche Boniperti. Proprio nella peggiore partita di Júlio César, la scia del Milan svanisce. Tre svarioni nel derby contro il Torino, come se, ogni tanto, si avvalesse della facoltà di non difendere. In quel 5 aprile 1992, giornata elettorale decisiva, il Milan dà spettacolo contro la Samp per l’allungo che significa scudetto. Agnelli disegna così la curva dell’attenzione: «Ogni tanto Júlio César si sente come sulla spiaggia di Copacabana». Ma nella finale in cui sfuma la Coppa Italia, Júlio César è fuori per squalifica. La muraglia tiene anche se Trapattoni prova quella zona che Maifredi aveva abiurato. Nessun patuà può invece resistere a un contrasto con Thern: salta cinque mesi di una squadra anonima. Non va più allo stadio nemmeno Agnelli. Per alleviare la sofferenza, Júlio César se ne torna a Campinas. Rientra e, durante un’altra pennichella, regala il goal all’Inter. Si riscatta subito segnando il goal vittoria ad Ancona. Che è una piccola svolta. La Juve travolge Torino, Milan, Lazio e Fiorentina. Sprinta e vince la Coppa Uefa. Intanto c’è un nuovo tedesco, Andy Möller.Quando Júlio César va via, stavolta va proprio in Germania. Anzi nella grigia Ruhr. In quel Dortmund, per qualcuno, manierato, quasi un cimitero di elefanti che corrispondono agli scarti della Serie A italiana. Ma che vince due campionati su quattro, diventa Campione d’Europa e del Mondo. È il finale col botto dei trentaquattro anni. Il passaggio al Botafogo non lascia tracce. C’è un proverbio brasiliano che dice che “si torna a casa per raccontare la storia, non per continuarla”. Qualcuno ricorda un suo tiro che, timbrando la traversa, rimbalza quasi a centrocampo. Molti invece hanno proprio dimenticato Júlio César. E a lui va bene così. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/julio-cesar.html
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JULIO CESAR https://it.wikipedia.org/wiki/Júlio_César_da_Silva Nazione: Brasile Luogo di nascita: Bauru Data di nascita: 08.03.1963 Ruolo: Difensore Altezza: 185 cm Peso: 78 kg Nazionale Brasiliano Soprannome: L'Imperatore Alla Juventus dal 1990 al 1994 Esordio: 01.09.1990 - Supercoppa italiana - Napoli-Juventus 5-1 Ultima partita: 01.05.1994 - Serie A - Juventus-Udinese 1-0 125 presenze - 6 reti 1 coppa Uefa Júlio César da Silva, meglio noto solo come Júlio César (Bauru, 8 marzo 1963), è un procuratore sportivo ed ex calciatore brasiliano, di ruolo difensore. Júlio César Júlio César alla Juventus nel 1990-1991 Nazionalità Brasile Altezza 185 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2001 Carriera Giovanili 197? Noroeste 1979 Guarani Squadre di club 1979-1986 Guarani 63+ (3+) 1986-1987 Brest 32 (1) 1987-1990 Montpellier 93 (10) 1990-1994 Juventus 125 (6) 1994-1998 Borussia Dortmund 75 (7) 1998 → Botafogo 16 (0) 1998-1999 Borussia Dortmund 5 (0) 1999 → Panathīnaïkos 3 (0) 1999-2000 Werder Brema 12 (0) 2001 Rio Branco-SP ? (?) Nazionale 1981 Brasile U-20 4 (0) 1984-1993 Brasile 13 (0) Biografia Prima di fare il calciatore lavorò, da ragazzo, come manovale, lustrascarpe e rivenditore di orologi, nonché come lavamacchine. Caratteristiche tecniche Giocava come difensore centrale o come libero. Secondo Giovane Élber, Júlio César aveva un buon senso della posizione ed era abile nei contrasti. Stopper forte di testa e bravo coi piedi, era dotato di una grande potenza fisica, che derivava dalle sue robuste fasce muscolari, consolidatesi dopo anni di lavori di fatica svolti nell'adolescenza. Carriera Club Iniziò a giocare a calcio nel Noroeste, squadra della sua cittadina natale, per poi passare al Guarani di Campinas, sempre all'interno dello Stato di San Paolo. Entrò nella prima squadra del club nel 1979, ma non debuttò in massima serie nazionale fino al 1982: in tale anno disputò 17 partite, segnando 2 gol: si mise in luce quale uno dei migliori elementi della linea difensiva del Guarani, giocando insieme a Gilson Jáder, Fernando Narigudo e Wilson Gottardo. Partecipò alla prima divisione brasiliana anche nel 1983 e nel 1985. Júlio César in azione in bianconero nel 1991, in marcatura sul blaugrana Michael Laudrup della semifinale di ritorno della Coppa delle Coppe. Dopo il Mondiale in Messico fu acquistato da una squadra francese, il Brest, militante in Division 1, la massima serie francese. Alla sua prima stagione in Francia e in Europa, Júlio César giocò 32 partite su 38, segnando anche un gol. Per la Division 1 1987-1988 passò al Montpellier; con la formazione neopromossa giunse al terzo posto. Al Montpellier rimase per tre stagioni, e vinse una Coppa di Francia nel 1990. Nell'estate del 1990 fu acquistato dalla Juventus per 850 milioni di lire, e con la compagine bianconera torinese giocò per quattro anni, vincendo la Coppa UEFA 1992-1993. Lasciò la Juventus nel 1994, e si trasferì in Germania, al Borussia Dortmund. Dopo 4 campionati in Germania, 2 dei quali vinti, Júlio César tornò in Brasile per una breve esperienza al Botafogo di Rio de Janeiro: giocò 16 gare nel Campeonato Brasileiro Série A 1998. Tornato al Borussia, scese in campo per cinque volte nel torneo tedesco, prima di passare al Panathinaikos, con cui giocò 3 incontri in massima serie greca. Nel 1999 tornò nuovamente in Germania, questa volta firmando un contratto con il Werder Brema. Nel 2001 si ritirò dopo aver giocato per il Rio Branco. Nazionale Nel 1981 partecipò al campionato del mondo Under-20 1981, giocandovi 4 partite. Júlio César debuttò in Nazionale maggiore il 19 gennaio 1984 contro il Paraguay; fu quella la sua unica presenza nell'anno 1984. Tornò in Nazionale nel 1986, giocando il 6 aprile contro la Germania Ovest: fu poi convocato per il campionato del mondo 1986. Nel massimo torneo mondiale fu titolare al centro della difesa brasiliana, a fianco di Edinho: giocò 5 incontri, contro Spagna, Algeria, Irlanda del Nord, Polonia e Francia; in quell'edizione il Brasile si fermò ai quarti di finale, perdendo ai rigori contro la Francia, e fu Júlio César, in quella gara uno dei migliori in campo, a sbagliare l'ultimo tiro per i verdeoro cogliendo il palo. Il difensore brasiliano fu anche selezionato quale migliore del Mondiale nel suo ruolo. Nel 1987 prese poi parte alla Coppa America 1987, scendendo in campo contro Ecuador, Paraguay e Cile. Nel 1989 giocò contro i Paesi Bassi (20 dicembre), mentre nel 1991 fu impiegato contro la Bulgaria (28 maggio). Nel 1993 disputò le sue ultime due gare in Nazionale, il 6 giugno contro gli Stati Uniti e il 10 giugno contro la Germania. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa di Francia: 1 - Montpellier: 1989-1990 Campionato tedesco: 2 - Borussia Dortmund: 1994-1995, 1995-1996 Supercoppa di Germania: 2 - Borussia Dortmund: 1995, 1996 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Borussia Dortmund: 1996-1997 Coppa Intercontinentale: 1 - Borussia Dortmund: 1997
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TIMOTHY NOCCHI Nazione: Italia Luogo di nascita: Cecina (Livorno) Data di nascita: 07.07.1990 Ruolo: Portiere Altezza: 190 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 2008 al 2009 Esordio: 11.07.2008 - Amichevole - Mezzocorona-Juventus 1-7 Ultima partita: 15.07.2008 - Amichevole - Juventus-Piacenza 0-1 0 presenze - 0 reti Club career 01/2023 - 06/2023 Piacenza Calcio Goalkeeper 09/2022 - 01/2023 SS Monopoli 1966 Goalkeeper 09/2021 - 06/2022 US Catanzaro Goalkeeper 07/2018 - 06/2021 Juventus II Goalkeeper 08/2017 - 06/2018 AC Perugia Calcio Goalkeeper 07/2017 - 08/2017 Juventus Goalkeeper 07/2016 - 06/2017 Tuttocuoio Goalkeeper 08/2015 - 06/2016 Carrarese Calcio Goalkeeper 07/2015 - 08/2015 Pro Vercelli Goalkeeper 07/2015 - 07/2015 Juventus Goalkeeper 07/2014 - 06/2015 Spezia Calcio Goalkeeper 07/2014 - 07/2014 Juventus Goalkeeper 01/2014 - 06/2014 Calcio Padova Goalkeeper 01/2014 - 01/2014 Juventus Goalkeeper 07/2013 - 01/2014 Carpi FC Goalkeeper 07/2013 - 07/2013 Juventus Goalkeeper 07/2012 - 06/2013 SS Juve Stabia Goalkeeper 07/2012 - 07/2012 Juventus Goalkeeper 07/2011 - 06/2012 Carrarese Calcio Goalkeeper 07/2011 - 07/2011 Juventus Goalkeeper 07/2010 - 06/2011 US Poggibonsi Goalkeeper 07/2008 - 06/2009 Juventus [Youth] Goalkeeper https://www.worldfootball.net/player_summary/timothy-nocchi/
