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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. DANIELE BAGLIONI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: 26.03.1987 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2004 al 2005 Esordio: 21.08.2004 - Amichevole - Juventus-Juve Berretti 5-0 0 presenze - 0 reti
  2. MARCO ANTONIO DE MARCHI Cinque anni fa giocava riserva nell’Ospitaletto, in C2 – scrive Adalberto Scemma su “Hurrà Juventus” del febbraio 1991–. Dodici presenze in tutto, prospettive di carriera quasi nulle, un allenatore (l’herreriano Mauro Bicicli) che non lo filava proprio. Eppure basta un niente, nel calcio, a proiettare un giocatore nel vivo di una realtà mai sognata fino in fondo.Questione di fortuna, di occasioni, ma anche di feeling. Il feeling subito scattato con Gigi Maifredi, per esempio. Il feeling che ha proiettato Marco Antonio De Marchi al centro di una realtà scandita in bianco e nero ma filtrata (perdonateci l’evidente, persino troppo elementare paradosso) in technicolor.Gigi Maifredi uomo della provvidenza, hanno scritto i biografi frettolosi. Ma ai regali piovuti dal cielo sono in pochi a credere e tra i pochi c’è anche De Marchi, che la sua fetta di popolarità se l’è ritagliata a suon di sacrifici, e di rivincite consumate in fretta. Ma è fuori di dubbio che a propiziarle, queste rivincite, abbia contribuito in maniera determinante proprio Maifredi fornendo al momento giusto stimoli e occasioni. Non è vero, De Marchi? «Se penso a Maifredi penso a un padre, a un amico, o a tutte e due le cose insieme. Lui è davvero unico nel suo genere. Di mio ci ho messo invece la volontà, il desiderio di arrivare. Sono un tipo determinato, anche se non mi scaldo facilmente, anche se posso apparire un po’ freddino».Determinato in che senso? «Nel senso che so quello che voglio e so come ottenerlo. Credo che il mio piccolo segreto stia nella capacità di adattarmi alle situazioni. Accetto la realtà: non la subisco ma non cerco di cambiarla, visto che cambia da sola...».E la tua quando è cambiata? «A Ospitaletto. Ho sempre creduto in me stesso, anche nei momenti grigi, ma improvvisamente ho avuto la sensazione di avere imboccato la strada giusta. Mi riusciva tutto facile. Mi impegnavo al massimo ma arrivavano anche i risultati».Era arrivato anche Maifredi, in effetti. «È il quinto anno che sono con lui. Gli devo moltissimo. E pensare che a Ospitaletto non ci volevo proprio andare. Mi sembrava una scelta fuori luogo. Ero cresciuto nel Como, sognavo la Serie A e mi ritrovavo a fare la riserva in C2».Al Como non hai avuto spazio. Perché? «Da un lato la concorrenza, dall’altro l’età troppo verde. In compenso ho avuto ottimi maestri, da Pereni a Bianchi. Sono entrato anche nel giro della prima squadra senza andare però oltre la panchina. Era Bianchi, l’allenatore».Eppure Como sembrava la squadra del destino, non è così? «Sono nato a Milano, ma sono passato al Como che avevo ancora i calzoncini corti. Però ero troppo giovane per firmare un cartellino vero e proprio, così mi dirottarono alla Garibaldina, una squadra-satellite. Rimasi lì per sette stagioni prima di passare con Pereni e poi con Bianchi. Nel frattempo, naturalmente, continuavo a studiare. Sono arrivato al diploma magistrale e considero questo traguardo una mia piccola conquista».In famiglia hai trovato ostacoli? «Ho trovato un sacco di comprensione, invece. Mio padre Giovanni lavorava alle Poste, adesso è pensionato. Mia madre Albina faceva la cameriera alla mensa dell’Intendenza di Finanza. La logica mi suggeriva di pensare allo studio prima di tutto, poi al calcio. Ma non era facile: abitavo a Milano, mi allenavo a Como, si imponevano delle scelte e i miei, devo dire, mi hanno sempre lasciato libero di decidere senza condizionamenti».A Ospitaletto, invece, le prime delusioni... «Non è del tutto vero. Ero molto giovane, anche per questo mi facevano giocare poco. Ma siccome avevo un sacco di tempo libero mi è stato facile incontrare Katia, la donna della mia vita. Ci siamo spostati il 4 giugno scorso, pochi giorni prima di trasferirci a Torino. Il nostro rapporto però si era consolidato durante i tre anni di permanenza a Bologna, tre anni cominciati in salita, almeno sotto il profilo calcistico».Per via dell’infortunio? «Ero arrivato a Bologna con la patente di “cocco” di Maifredi, come Cusin e Monza del resto, e sapevo di dover sfruttare l’occasione fino in fondo, facendo leva sulle mie sole forze. Ma dopo sei o sette partite, ecco la mazzata: un crac al ginocchio e i legamenti crociati da ricostruire. Altri si sarebbero messi le mani nei capelli, io ho avuto invece la fortuna dalla mia parte».In che senso? «Mi si prospettavano due soluzioni: avrei potuto farmi operare dal professor Perugia a Roma, con tempi di recupero molto lunghi, dieci-dodici mesi, oppure dal professor Pizzetti a Torino, con tempi inferiori ma con qualche rischio in più. Però la proposta del professor Pizzetti mi era sembrata subito affascinante per gli elementi di novità che conteneva, e così mi sono affidato all’istinto».Di che cosa si trattava? «L’articolazione del ginocchio non sarebbe stata toccata. Più semplicemente, il professor Pizzetti mi avrebbe applicato dei supporti laterali senza ricostruire il legamento crociato anteriore. Una tecnica d’avanguardia che ha dato frutti eccezionali. Dopo quattro mesi soltanto tornavo in campo: un record, ma anche una necessità».Necessità per il Bologna? «Non ho detto questo. La necessità era soltanto mia, molto più egoisticamente. Mi sentivo sotto esame ma ancora non avevo avuto la possibilità di esprimermi al meglio. La società, peraltro, aspettava garanzie concrete prima di riconfermarmi. Insomma: in quei pochi mesi mi sono giocato la carriera. Mi è andata bene, per fortuna. L’anno successivo debuttavo addirittura in Serie A con Cusin e con il mio amico Luppi».Tu e Luppi avete storie parallele... «Siamo coetanei e ci conosciamo da quando avevamo 16 o 17 anni, prima da avversari e poi da compagni nelle varie “under”. A Bologna siamo diventati come fratelli, dividevamo la stessa camera, frequentavamo gli stessi amici. Bologna è una città stupenda, una città che ti consente di vivere in una dimensione speciale. Proprio a Bologna ho aperto anche un’attività commerciale, un negozio di articoli per telefonia che gestisco con il mio socio Jader Zuppiroli. È anche per seguire i miei affari che torno spesso a Bologna, dagli amici».E a Torino come sei stato accolto? «Splendidamente. Si è creato subito un rapporto eccezionale tra i giovani e i «vecchi». E a creare il clima giusto hanno contribuito di certo anche Baggio e Schillaci, due campioni nella vita, non solo nel calcio. La loro qualità migliore? La semplicità, l’umiltà. Sono giovani ma possono rappresentare ugualmente un esempio per tutti».Sia te che Luppi, però, avete avuto problemi di ambientamento. «Siamo stati costretti a lottare, ma questo è normale. Quando un giocatore arriva alla Juve è caricato a molla, però i galloni deve conquistarseli sul campo. È capitato a me ed è capitato anche a Luppi, che tra l’altro aspettava di diventare padre ed era un po’ scosso all’inizio della stagione...».La Juve ha cominciato un ciclo. Non credi che molte delle difficoltà siano nate proprio dall’esigenza di cambiare a tutti i costi? «Come per tutte le cose nuove, serve un po’ di tempo in più. Basta l’assenza di un giocatore e i meccanismi saltano».Julio Cesar? «Quando manca lo si avverte. È un grosso campione. Uno da Juve».Come chi, per esempio? «Come Montezemolo. L’avvocato ci è molto vicino, ci carica. È un personaggio assolutamente eccezionale, un vincente. Ha una grinta incredibile».E l’altro avvocato, Gianni Agnelli? «Lo abbiamo visto meno. È venuto a Lucerna in occasione della prima uscita: mi ha dato l’impressione di possedere un carisma davvero unico. Boniperti? Purtroppo non l’ho conosciuto. Ci siamo fermati al saluto».E la Juve, come squadra, non come società, che impressione ti fa? «Ha grosse potenzialità che deve ancora esprimere. Non siamo riusciti a ingranare del tutto, però ci stiamo sbloccando. È una questione di schemi: basta provare e riprovare…».Per molti di voi, soprattutto i giovani, la Juve rappresenta l’occasione della vita. Ne siete coscienti? «Io sì. E so anche di non aver dato ancora il meglio. In alcune occasioni mi esprimo su livelli discreti, in altre sono sotto la media».Che cosa ti manca? «La sicurezza che deriva dall’esperienza. Ma è una questione di tempo. Devo essere più continuo: tutto qui».In quale occasione pensi di aver dato il meglio di te? «Contro il Torino, nel secondo tempo. Lì mi sono piaciuto».E la tua prova peggiore? «Ogni tanto penso al pareggio interno con il Cagliari. Davvero assurdo. Ci siamo fatti rimontare con una punizione un po’ così e con un gol che avremmo dovuto e potuto evitare. Il tutto aggravato dal fatto che il Cagliari era sembrato quasi impotente...».Qual è il vostro difetto più evidente, dunque? «La mancanza di concentrazione. Ma è un difetto che stiamo perdendo per strada».E la virtù più rimarchevole? «Lo spirito di gruppo. E la voglia di vincere».Chi arriva a giocare nella Juve, di solito, fa un pensierino pure alla Nazionale. È così anche per te? «Non arrivo a tanto. Ci sono giocatori, nel mio ruolo, troppo forti. Mi basterebbe essere all’altezza della Juve: per ora la mia motivazione è questa. E mi basta».L’impressione che offri è quella di un grande equilibrio. È un’impressione fittizia? «È vicina alla realtà. Non sono il tipo da emozioni violente, né nel calcio, né nella vita».Un tipo rilassato e rilassante: è così? «Credo di sì. Ho gusti semplici persino nella musica. Non mi piace il rock duro, tanto per chiarire».Ma la vita di Torino ti costringerà a cambiare qualcosa, non pensi? «Per ora ho cambiato la macchina. Sono passato dalla Mercedes 250 diesel alla Thema 16 valvole. Una scelta naturale. In pieno stile Juve...». 〰.〰.〰 Quella Juventus sembrava avesse tutte le carte in regole per aprire un ciclo vincente; Maifredi e il suo calcio champagne, Schillaci e il suo titolo di capocannoniere del Mondiale, Roberto Baggio e la sua immensa classe. La stagione, invece, parte malissimo con la sconfitta per 1-5 contro il Napoli, nella Supercoppa Italiana; finisce peggio, con l’esclusione dalle Coppe Europee dopo 25 anni!In quel campionato, Marco Antonio disputa 25 incontri, ma le sue prestazioni non sono sufficienti a garantire la conferma; così, è prestato alla Roma. Una stagione in giallorosso e il ritorno a Torino.Campionato 1992-93, il secondo di Trapattoni bis; la Juventus, in campionato, è battuta ancora una volta dal Milan, ma riesce a conquistare la Coppa Uefa, grazie alle grandissime giocate di Roberto Baggio. De Marchi parte spesso dalla panchina, ma riesce a ritagliarsi una fetta di gloria; infatti, sono 29 le partite disputate, con la realizzazione di un goal, nel 5-1 casalingo contro l’Ancona.La storia bianconera di Marco Antonio De Marchi finisce qui; alla fine di quella stagione sarà ceduto definitivamente. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/marco-antonio-de-marchi.html
  3. MARCO ANTONIO DE MARCHI https://it.wikipedia.org/wiki/Marco_De_Marchi_(calciatore) Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 08.09.1966 Ruolo: Difensore Altezza: 182 cm Peso: 74 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1990 al 1991 e dal 1992-1993 Esordio: 01.09.1990 - Supercoppa italiana - Napoli-Juventus 5-1 Ultima partita: 06.06.1993 - Serie A - Juventus-Lazio 4-1 54 presenze - 1 rete 1 coppa Uefa Marco Antonio De Marchi (Milano, 8 settembre 1966) è un procuratore sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Marco De Marchi De Marchi capitano del Bologna nel 1996 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2002 Carriera Giovanili 19??-19?? Como Squadre di club 1984-1985 Como 0 (0) 1985-1987 Ospitaletto 45 (4) 1987-1990 Bologna 72 (4) 1990-1991 Juventus 26 (0) 1991-1992 → Roma 10 (0) 1992-1993 Juventus 28 (1) 1993-1997 Bologna 100 (4) 1997-2000 Vitesse 43 (3) 2000-2002 Dundee 18 (0) Caratteristiche tecniche Giocava nel ruolo di difensore centrale, all'occorrenza impiegabile anche come terzino. Carriera Giocatore De Marchi (a sinistra) e Roberto Baggio festeggiano la vittoria della Juventus nella Coppa UEFA 1992-1993 Inizia la sua carriera nell'Ospitaletto. Accasatosi al Bologna, fa parte della squadra che in tre anni vince dapprima il campionato di Serie B per poi arrivare alla qualificazione alle coppe europee. In seguito si trasferisce alla Juventus per 5 miliardi di lire, passando in prestito dopo un anno alla Roma. La stagione 1992-1993 lo vede ancora alla formazione bianconera, con cui vince la Coppa UEFA giocando entrambe le gare della doppia finale contro i tedeschi del Borussia Dortmund. Torna quindi a Bologna dove, con la fascia di capitano, guida i felsinei a due promozioni consecutive dalla Serie C alla Serie A, fino a un settimo posto in massima categoria per i neopromossi rossoblù. Non trovando l'accordo per il rinnovo decide di andare all'estero, prima in Eredivisie con la maglia del Vitesse Arnhem e poi in Scottish Premier League tra le file del Dundee. Dopo il ritiro Una volta chiusa l'attività agonistica, rimane nel mondo del calcio intraprendendo la professione di procuratore sportivo. Fra i suoi assistiti ci sono stati, tra gli altri, Luca Caldirola, Fabio Borini, Federico Casarini, Gianpaolo Bellini e Adam Masina. Palmarès Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C2: 1 - Ospitaletto: 1986-1987 (girone B) Campionato italiano di Serie B: 2 - Bologna: 1987-1988, 1995-1996 Campionato italiano Serie C1: 1 - Bologna: 1994-1995 (girone A)
  4. ROBERTO SORRENTINO https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Sorrentino Nazione: Italia Luogo di nascita: Napoli Data di nascita: 14.08.1955 Ruolo: Preparatore portieri Altezza: 180 cm Peso: 77 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1991 al 1995 Roberto Sorrentino (Napoli, 14 agosto 1955) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Anche suo figlio Stefano è un ex portiere. Roberto Sorrentino Sorrentino al Catania nella stagione 1980-1981 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1990 - giocatore Carriera Giovanili 1974-1976 Napoli Squadre di club1 1975-1976 Gladiator 32 (-20) 1976-1977 Nocerina 34 (-22) 1977-1979 Paganese 65 (-43) 1979-1984 Catania 163 (-171) 1984-1988 Cagliari 85 (-83) 1988-1990 Bologna 12 (-11) Carriera da allenatore 1991-1995 Juventus Portieri 1995-1996 Palazzolo 1996-1997 Fasano 1997-1998 Frosinone 1998-2002 Torino Giovanili 2002-2003 Taranto 2003-2004 Martina 2004-2005 Castellettese 2005-2007 Vigevano 2007-2008 Atletico Cagliari 2008-2009 Seregno 2009-2010 Derthona 2010-2011 Luco Canistro 2011-2012 Vigevano 2012-2013 Voghera 2013 Ragusa 2013-2014 Teuta 2016-2017 Gassino San Raffaele 2019-2020 Calcio Cervo 2020-2021 Torinese Carriera Giocatore Dopo due anni trascorsi nelle giovanili del Napoli, giocò nella Nocerina, nella Paganese e alcuni anni nel Catania (dal 1979 al 1984) di cui fu capitano e trascinatore nella promozione in Serie A. Sorrentino in uscita su Marco Tardelli durante Catania-Juventus (0-2) del 20 novembre 1983 Iniziò in Serie C1 con gli etnei che, allenati da Lino De Petrillo, raggiunsero la Serie B al termine del campionato di Serie C1 1979-1980; dopo due anni in Serie B, con il 13º e il 9º posto ottenuti, la squadra ottenne la promozione in Serie A nel campionato 1982-1983 dopo gli spareggi. In questi il Catania batté 1-0 il Como e pareggiò 0-0 con la Cremonese. Passò poi al Cagliari in Serie B e infine al Bologna in massima serie. Complessivamente conta 41 presenze in Serie A e 163 in Serie B. Allenatore Conclusa la carriera da calciatore, si è dedicato a quella di allenatore, arrivando alla Serie C1 con il Palazzolo ed alla Serie C2 con Fasano e Frosinone, ed ha lavorato come preparatore dei portieri e allenatore delle giovanili in Juventus e Torino. Dopo diversi anni in Serie D, continua la carriera di allenatore con il Luco Canistro dopo essere subentrato ad Angelo Pierleoni alla seconda giornata del campionato 2010-2011, venendo esonerato dopo la sesta giornata di ritorno. Il 28 luglio 2013 diventa il responsabile dell'area tecnica del Ragusa, quindi il 1º novembre seguente diventa l'allenatore della squadra a seguito dell'esonero di Simone Righetti. Aiutato dal suo vice Salvatore Utro, Sorrentino lascia la squadra dopo due partite rispondendo alla chiamata del Teuta, squadra della massima serie albanese. Il 30 maggio 2018 viene annunciato come allenatore e direttore sportivo dell'Argentina di Arma di Taggia, in Serie D. Nel 2019 ha incominciato ad allenare il Cervo F.C. in Seconda Categoria, dove lo raggiungerà poi il figlio come attaccante. Il 25 giugno 2020 viene annunciato come nuovo allenatore della FC Torinese in Promozione mentre il figlio sarà il direttore tecnico. Palmarès Giocatore Campionato italiano Serie C1: 1 - Catania: 1979-1980 (girone B)
  5. LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO https://it.wikipedia.org/wiki/Luca_Cordero_di_Montezemolo Nazione: Italia Luogo di nascita: Bologna Data di nascita: 31.08.1947 Ruolo: Vice-Presidente esecutivo Dirigente della Juventus dal 1990 al 1991 Luca Cordero di Montezemolo (Bologna, 31 agosto 1947) è un imprenditore, dirigente d'azienda e politico italiano. È stato presidente della Ferrari S.p.A. dal 1991 al 2014 e della Ferrari N.V. dal 2013 al 2014, nonché amministratore delegato fino a settembre 2006, fondatore e presidente della società Nuovo Trasporto Viaggiatori e, dall'ottobre 2012, vicepresidente di Unicredit. È stato presidente della FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) dal 2001 al 2004, presidente della Confindustria dal 25 maggio 2004 al 13 marzo del 2008, presidente della Fiat dal 2004 al 2010, presidente di Maserati dal 1997 al 2005. È stato anche presidente di Alitalia, da novembre 2014 a marzo 2017. Dal 10 febbraio 2015 all'autunno 2017 è stato presidente del comitato promotore della candidatura di Roma a città organizzatrice dei Giochi estivi del 2024. Dall'aprile 2018 è presidente di Manifatture Sigaro Toscano S.p.A. È presidente del Consiglio di Amministrazione di Telethon. Luca Cordero di Montezemolo Luca Cordero di Montezemolo nel 2008 Presidente di Confindustria Durata mandato 25 maggio 2004 – 21 maggio 2008 Predecessore Antonio D'Amato Successore Emma Marcegaglia Dati generali Titolo di studio Laurea in giurisprudenza Università Università degli Studi di Roma "La Sapienza" Biografia Primogenito dei tre figli di Massimo Cordero di Montezemolo (Rosignano Marittimo, 23 dicembre 1920 - Roma, 14 maggio 2009) e di Clotilde Neri (Bologna, 26 agosto 1922 - 2017), Luca di Montezemolo appartiene a una famiglia nobile piemontese, della quale sono rappresentanti il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, vittima alle Fosse Ardeatine e il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, figlio del precedente, e Massimo Cordero di Montezemolo, politico che fu senatore del Regno di Sardegna. Gli studi e le attività sportive Montezemolo (a destra) e il suo navigatore Daniele Audetto, su Lancia Fulvia 1.6 Coupé HF, alla partenza del Rally Sanremo-Sestriere 1971. In età adolescenziale entra al Collegio Navale Francesco Morosini di Venezia, senza però terminare il triennio, concludendo invece gli studi al liceo classico dell'Istituto Massimiliano Massimo di Roma in classe con Giancarlo Magalli e Mario Draghi. Si laurea in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" nel 1971 e successivamente si specializza in Diritto Internazionale alla Columbia University di New York. Inizia la sua carriera lavorando presso lo studio legale Chiomenti di Roma e lo studio Bergreen & Bergreen di New York. In coppia con l'amico Cristiano Rattazzi (figlio di Susanna Agnelli), corre diverse gare sui circuiti italiani a bordo di una Fiat 500 Giannini. Inoltre viene registrata una sua partecipazione alla Marathon de la Route al Nürburgring nell'agosto del 1969, a bordo di una FIAT 125 S di serie. L'avventura nei rally internazionali lo vede a fianco di Pino Ceccato, oltre che del già citato Cristiano Rattazzi, alla guida di FIAT 124 S e 125 S. Viene quindi chiamato da Cesare Fiorio per correre con la squadra Lancia ufficiale, in coppia con Daniele Audetto. Il primo rally corso dai due è il Rally d'Italia del 1971, a bordo di una Fulvia 1.6 Coupé HF; seguono quello dell'isola d'Elba, quello dei 999 minuti e il Rally del Medio Adriatico. Ferrari e le esperienze internazionali Montezemolo (a sinistra), team manager della Scuderia Ferrari, incita con tutto il box il suo pilota Clay Regazzoni negli ultimi giri del Gran Premio d'Italia 1975. Nel 1973 entra in Ferrari come assistente di Enzo Ferrari e responsabile della Squadra Corse. Sotto la sua gestione la Ferrari vince il Campionato mondiale costruttori di Formula 1 per tre anni di seguito, dal 1975 al 1977, e due campionati mondiali piloti con Niki Lauda nel 1975 e 1977. Lascia la Ferrari nel 1977, per diventare responsabile delle relazioni esterne alla FIAT e presidente della Sisport Fiat. Ricoprirà questo incarico fino al 1981. In seguito, viene nominato Amministratore Delegato della Itedi - Italiana Edizioni, holding che controllava il quotidiano La Stampa e le altre attività del Gruppo FIAT nel settore editoriale. Nel 1983 Montezemolo esce improvvisamente dal gruppo FIAT, in seguito ad una vicenda di "vendita" di incontri con alti dirigenti del gruppo. Nel 1984 rientra nel gruppo FIAT e fino al 1986 è Amministratore Delegato della Cinzano International, società dell'Istituto Finanziario Industriale (IFI), ed è il responsabile dell'organizzazione della partecipazione all'America's Cup di vela con l'imbarcazione Azzurra. Italia '90 Gianni Agnelli, Jas Gawronski e Montezemolo assistono a una partita della Juventus nel 1990. Dal 1986 al 1990 Montezemolo assume l'incarico di direttore generale del comitato organizzatore del campionato mondiale di calcio 1990. Al termine dei Mondiali, assume la carica di vicepresidente esecutivo della Juventus e chiama ad allenare la squadra Gigi Maifredi, ma l'esito del campionato sarà deludente. Dal 1990 al 1992 ricopre il ruolo di amministratore delegato della RCS Video. Sotto la sua gestione la RCS acquisisce quote della Carolco Pictures: l'affare si concluderà con una perdita di diverse centinaia di miliardi. In seguito Montezemolo diventerà membro del consiglio di amministrazione di TF1, canale televisivo francese. Il ritorno alla Ferrari Montezemolo a Maranello nel 1998 per la presentazione della Ferrari F300 Torna alla Ferrari nel 1991 in qualità di Presidente (ruolo che ricoprirà fino al 2014) e di Amministratore Delegato (incarico che ricoprirà fino al 2006). Ingaggia Jean Todt e, sotto la guida del francese, la Ferrari, dopo 20 anni, nel 1999 vince il Campionato mondiale costruttori di Formula 1 e, nel 2000, anche il Campionato mondiale piloti con Michael Schumacher. Il successo si ripete anche negli anni successivi: dal 2001 al 2004 la Ferrari conquista il titolo Piloti e Costruttori in Formula 1. Nel 2007 la Scuderia Ferrari conquista, per la quindicesima volta, il Titolo Mondiale Piloti e quello Costruttori di Formula 1, nel 2008 vince per la sedicesima volta il Titolo Costruttori. Anche al vertice Fieg, Confindustria, Fiat, Maserati, Alitalia Vice presidente onorario dal 1993 al 2005 del Bologna calcio, per sei anni, fino al giugno 2002, presidente degli industriali della Provincia di Modena e fino al luglio 2004 presidente della FIEG, la Federazione Italiana Editori Giornali. nel maggio del 2004 Montezemolo viene nominato presidente del Gruppo Fiat e nello stesso mese è eletto presidente di Confindustria: guiderà l'associazione degli industriali per quattro anni, fino al 2008. Tra il 1997 e il 2005 assume anche il ruolo di presidente e amministratore delegato di Maserati S.p.A. Il 21 febbraio 2011 rifiuta la presidenza del comitato per Roma olimpica. Il 24 maggio 2013 in seguito all'incorporazione della Ferrari S.p.A. nella Ferrari N.V. diventa anche il presidente della holding. Il 13 ottobre 2014 ha lasciato la presidenza della Ferrari N.V. e della Ferrari S.p.A. a conclusione del festeggiamento dei 60 anni della Ferrari in America. La presidenza è stata assunta dall'amministratore delegato della FCA, Sergio Marchionne. Da novembre 2014 è presidente di Alitalia - SAI, incarico da cui si dimette il 14 marzo del 2017, pur rimanendo nel consiglio di amministrazione. Dal 10 febbraio 2015 fino al 2017 è stato presidente pro bono del comitato promotore della candidatura di Roma a sede dei Giochi estivi del 2024. Attività politica Montezemolo nel 2006 durante la visita a Torino di Giorgio Napolitano, nella sede de La Stampa, con John Elkann e il direttore Giulio Anselmi. Da anni si discute di un suo possibile ingresso in politica. Tuttavia nel 2003 la sua elezione a presidente di Confindustria smentisce una possibile discesa in campo; al termine del mandato presidenziale, si fanno sempre più insistenti le voci di un suo possibile ingresso in politica. Dal dicembre 2012 con il suo movimento politico, Italia Futura, entra a far parte della coalizione politica centrista Con Monti per l'Italia. Tale coalizione ha come leader nonché "candidato premier" Mario Monti. Il fondo Charme Con Diego Della Valle, Isabella Seragnoli, Nerio Alessandri, Giovanni Punzo, Lorenzo Gorgoni, le famiglie Marsiaj e Montanari, Montezemolo dà vita nel 2004 al fondo chiuso di diritto lussemburghese Charme Investments, con il quale acquisisce Poltrona Frau e Cassina e Ballantyne. Il fondo, che ha sede in Lussemburgo, viene liquidato nel gennaio 2019 ma Montezemolo continua ad operare nel settore con il fondo Charme Capital Fund (Luca ha il 51%, il figlio Matteo, che ne è l'amministratore delegato, il 49%). Vita privata Dopo essere stato marito di Sandra Monteleoni (matrimonio dichiarato nullo dalla Sacra rota), dalla quale ha avuto il figlio Matteo nato il 7 aprile 1977, è stato il compagno di Barbara Parodi Delfino, dalla quale ha avuto la figlia Clementina, nata il 5 marzo 1981, e poi dell'attrice Edwige Fenech; è sposato dal 7 luglio 2000 con Ludovica Andreoni, dalla quale ha avuto tre figli: Guia, nata il 23 aprile 2001, Maria, nata il 30 gennaio 2003, e Lupo, nato a Roma il 29 luglio 2010. Attività professionali Montezemolo nel 2007 ex Presidente della Ferrari S.p.A. (dal 1991 al 2014) di cui è stato anche Amministratore Delegato (fino a settembre 2006) ex Presidente della Ferrari N.V. (dal 2013 al 2014) ex Presidente della FIAT S.p.A. (dal 2004 al 2010) ex Presidente della Fiera Internazionale di Bologna ex Presidente di Alitalia - Società Aerea Italiana S.p.A.. Presidente del comitato d'onore dei Giochi invernali di Torino 2006 (dal 2004 al 2006).[21] Presidente del comitato promotore della candidatura della città di Roma ai Giochi estivi del 2024 (dal 2015 al 2017) ex Presidente e cofondatore dell'associazione Italia Futura[22] (Luglio 2009) ex Vicepresidente di Unicredit[23] (dall'Ottobre 2012). Di conseguenza il 24 ottobre 2012 lascia la presidenza della società di trasporto ferroviario NTV, che guidava sin dalla fondazione nel 2006[24] ex Presidente di Confindustria (dal 25 maggio 2004 al 13 marzo 2008) ex Presidente degli Industriali della Provincia di Modena ex Presidente della FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) ex Presidente della LUISS (dal 2003 al 2010) ex Presidente della Maserati (dal 1997 al 2005) Presidente di NTV (Nuovo Trasporto Viaggiatori) dal 2006 al 2012 e dal 2017 Presidente di Manifatture Sigaro Toscano S.p.A. dall'aprile 2018 Presidente di Telethon dal 20 giugno 2009, anche se la nomina del Consiglio di Amministrazione è del 7 luglio successivo Amministratore delegato della RCS Video Amministratore delegato della Cinzano International Consigliere di Amministrazione del quotidiano La Stampa Consigliere di Amministrazione del Gruppo francese PPR SA (Pinault/Printemps Redoute) Consigliere di Amministrazione di Tod's Consigliere di Amministrazione di Indesit Company Consigliere di Amministrazione di Campari Consigliere di Amministrazione di TF1 Consigliere di Amministrazione di Unicredit Banca d'Impresa Consigliere di Amministrazione di Poltrona Frau Fa parte del Consiglio Direttivo e della Giunta dell'Assonime. È membro dell'International Advisory Board di Citi Inc.. Nell'anno 2009 è stato il quarto manager italiano per stipendio. Nel 2012, con 5534000 €, è il terzo manager più pagato. Procedimenti giudiziari Il 7 maggio 2012 Montezemolo è stato condannato dal Tribunale di Napoli a un anno di reclusione (con pena sospesa) per abuso edilizio commesso presso la propria villa ad Anacapri. Nell'ambito dello stesso processo è stato assolto dall'accusa di falso ideologico. Riconoscimenti laurea honoris causa in Ingegneria meccanica dall’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia (2000) laurea honoris causa in Ingegneria gestionale dall'Università degli Studi di Genova (2004) laurea honoris causa in Ingegneria del design industriale dal Politecnico di Milano (2005) laurea honoris causa in Gestione integrata d'impresa dalla Fondazione CUOA di Vicenza Onorificenze Onorificenze italiane Commendatore dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana «Su proposta della Presidenza del Consiglio dei ministri» — 2 giugno 1988 Cavaliere del lavoro «È presidente e amministratore delegato delle società Ferrari e Maserati, gruppo automobilistico con circa 2300 dipendenti e un fatturato che nel 1997 ha superato i mille miliardi, di cui oltre 700 dall'export. Entrato nell'azienda di Modena nel 1973 come assistente di Enzo Ferrari, diventa direttore della gestione sportiva che sotto la sua guida si aggiudicava due titoli mondiali. Dopo una parentesi nel gruppo Fiat, nella multinazionale Cinzano e alla direzione della organizzazione del Campionato del Mondo di calcio 1990, rientrava nel 1991 in Ferrari. In questi anni l'azienda ha completamente rinnovato la gamma dei modelli apprezzati in tutto il mondo ed è tornata ai massimi vertici della Formula Uno.» — 1998 Grande Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana «Di iniziativa del Presidente della Repubblica» — 22 ottobre 2002 Collare d'oro al merito sportivo — 15 dicembre 2014 Onorificenze straniere Cavaliere della Legion d'Onore — 14 luglio 2005 Ufficiale della Legion d'Onore Commendatore della Legion d'onore — dicembre 2008 Il 14 luglio 2005 è stato nominato chevalier della Légion d'Honneur, su proposta del Presidente della Repubblica Francese Jacques Chirac. In seguito, è stato promosso officier e, nel dicembre del 2008, commandeur, delle cui insegne (la cravate) è stato insignito direttamente dal Presidente francese Nicolas Sarkozy in una cerimonia all'Eliseo a Parigi. È stato citato dal "Financial Times" tra i cinquanta migliori manager del mondo nel 2003, nel 2004 e nel 2005. Gli sono state conferite quattro lauree honoris causa: in Ingegneria Meccanica dall'Università degli Studi di Modena, in Gestione Integrata d'Impresa dalla Fondazione CUOA di Vicenza, in Ingegneria Gestionale dall'Università degli Studi di Genova, in Ingegneria del Design industriale dal Politecnico di Milano. Gli è stato conferito, inoltre, un dottorato honoris causa in Fisica dei Materiali della SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) di Trieste. Nel 2001 il mensile statunitense 'Automobile Magazine' consegna il premio 'Man of the Year 2001' al presidente della Ferrari. L'anno successivo la rivista inglese "Autocar" lo nomina "Uomo dell'Anno". Sempre nel 2002, riceve il premio "Leonardo" dall'Istituto per il commercio estero e da Confindustria. Nel 2017 gli è stato attribuito alla Camera dei deputati il Premio America della Fondazione Italia USA.
  6. LUIGI MAIFREDI «Stavamo andando a Roma, sull’aereo di Agnelli. Eravamo io, lui, Cesare Romiti, il presidente Montezemolo, Henry Kissinger». – racconta Giuseppe Pastore su ultimouomo.com del 1° agosto 2019 – In un bel giorno di primavera del 1990, sui cieli limpidi della Capitale, l’ex rappresentante di panettoni e champagne Luigi Maifredi si ritrova a spiegare all’Avvocato perché sta rifiutando tre anni di contratto per allenare la Juventus. Il ragionamento pare sensato: gliene basta uno, se farà bene il rinnovo sarà automatico, altrimenti grazie e arrivederci. L’uomo sembra tranquillo, sicuro del fatto suo, con la serenità del venditore di successo. Ma dopo aver firmato secondo i desideri del suo nuovo tecnico, Agnelli lo guarda e gli dice: «Ma allora lei, Maifredi, è uno di quelli che abbandona la nave che affonda?». E Luigi da Lograto, 3mila abitanti a 16 chilometri da Brescia, per un istante smarrisce la sua proverbiale parlantina. «Il contadino in campagna porta gli zoccoli, ma quando entra nel palazzo si mette le scarpe pulite». Sarebbe potuta tranquillamente essere una frase a effetto con cui Maurizio Sarri avrebbe inteso ripulire l’immagine da buttero maremmano, appena messi i piedi sulla moquette della Continassa; invece fu il biglietto da visita di Maifredi, tolto il cappello e sfoderato il completo verdino al primo giorno di scuola nella novecentesca sede juventina di Piazza Crimea. In questi giorni in molti hanno spolverato i faldoni e rilucidato i file della disgraziata stagione 1990-1991 della Juventus, e uno scaramantico di platino come Sarri potrà senz’altro sistemare le mani dove meglio crede. Ma tra Maurizio e Luigi non ci sono troppi punti in comune: Maifredi non aveva secondi posti in serie A né trofei internazionali in curriculum, né cinque anni di abitudine ai grandi giocatori e agli spogliatoi problematici, né la pressione di dover vincere e basta in un ambiente dove non si fa altro da otto anni. Anzi, nel 1990 la Juventus ha smarrito da quasi un lustro la strada maestra che conduce agli scudetti, finiti due volte a Napoli e due volte a Milano, e ha potuto consolarsi solamente con le pur ottime Coppa UEFA e Coppa Italia. Uomo dell’ancient régime, legato a triplo filo al ventennio di Boniperti, Dino Zoff è stato sacrificato sull’altare della modernità e del calcio-champagne, inteso esso in senso letterale: il nuovo presidente Luca Cordero di Montezemolo affida le chiavi della rivoluzione al parvenu Maifredi, che ha un cursus honorum degno della tratta di un Regionale della Bassa Padana: Lumezzane, Orceana, Ospitaletto e poi la grande città, Bologna, «dove cantavo all’Osteria dei Poeti fino alle 3 di notte con Dalla, Morandi, Guccini, Luca Carboni… cavallo di battaglia, Sapore di Sale». Dopo un inizio di carriera da commesso viaggiatore in giro per la Lombardia, Maifredi era diventato il principe del Veuve Clicquot Ponsardin – marcando in questo una prima decisiva differenza con l’Avvocato Agnelli, che com’è noto andava matto per il Philipponnat millesimato. Ha scalato le gerarchie della Serie A trascinato dall’entusiasmo di fine decennio, che sconfina in una fiducia cieca verso il sistema di gioco più sexy e divertente che ci fosse, la Zona, che secondo una dottrina leggermente deviata di Casa Agnelli è alla base delle fortune del Milan di Berlusconi e del ribaltone rossonero sulla Juventus in chiave internazionale. All’inseguimento di Sacchi, allora, scegliendo un tecnico dal medesimo pedigree, ma con molta più joie de vivre rispetto all’Omino di Fusignano con tendenze da Savonarola (e uno dei più azzeccati soprannomi di Maifredi sarà, per contrasto, l’Omone). Contrariamente a tanti suoi colleghi che, smaniosi di diventare vittime consapevoli della seduzione degli squadroni, non hanno esitato a falsificare i diari dell’adolescenza, Maifredi da ragazzo era genuinamente tifoso juventino, uno di quelli che «aveva pianto per una foto di Sivori». La Juventus lo ha scelto su input dell’Avvocato prima ancora del cambio della guardia, tanto che un primo contatto risale addirittura al 1988. «Una mattina squilla il telefono, risponde Bruna, mia moglie. “Pronto, sono Giampiero Boniperti”. E lei: “Certo, ed io sono Grace Kelly”. E riappende. Il giorno dopo suonano alla porta, è il fiorista con un gigantesco mazzo di rose. C’è un biglietto: “Sono davvero Boniperti”. Ma Maifredi è un audace e la fortuna lo assiste: il treno bianconero ripassa due anni dopo, e questa volta non montarci sarebbe un delitto. Dopo due meravigliose stagioni in A col Bologna, coronate da un’indimenticabile qualificazione in UEFA, l’Omone è pronto al grande salto. Maifredi è il tassello più in vista di una rivoluzione culturale che a Piazza Crimea non ha risparmiato neanche i ficus benjamin: saluta dopo quasi un ventennio Giampiero Boniperti nei secoli fedele, escono di scena con lui collaboratori strettissimi come il direttore generale Pietro Giuliano e il ragionier Sergio Secco (padre di Alessio, futuro ds di un’altra Juve dimenticabile), fa le valigie in silenzio anche Dino Zoff nonostante una coppa UEFA e una coppa Italia (vinta proprio contro il Milan!), in una stagione segnata dalla terribile notizia della morte di Gaetano Scirea. L’homo novus si chiama Luca Cordero di Montezemolo e sta governando il Comitato Organizzatore dei Mondiali di Italia 90, in quei mesi felici in cui tutto il Paese è ancora convinto che i Mondiali di Italia 90 stiano andando alla grande. Nuovo lo stadio e nuovo il centro d’allenamento a Orbassano, che sostituisce il vecchio “Combi” in via Filadelfia. C’è un nuovo presidente, l’austero avvocato Vittorio Caissotti di Chiusano. Da Roma arrivano il direttore sportivo Nello Governato ed Enrico Bendoni, capoufficio stampa proprio a Italia 90, più l’outsider Maifredi che ha facoltà di scegliersi due cavallini di razza da portarsi da Bologna. Proprio come Sacchi si era portato da Parma a Milanello Roberto Mussi, Walter Bianchi e un’ampia scorta di VHS di movimenti difensivi di Gianluca Signorini da mostrare a Franco Baresi, la scelta di Maifredi cade sui difensori Gianluca Luppi e Marco De Marchi, tutto sommato gli acquisti meno in vista di un mercato estivo da oltre quaranta miliardi di lire che ha già sparato in primavera il colpo più pregiato. Dell’affaire che porta di sottecchi Roberto Baggio dalla Fiorentina alla Juventus si sa ormai tutto. Ai fini di questa storia, per meglio chiarire le cause che portarono al clamoroso naufragio del Maifredismo, è bene aggiungere che una trattativa così velenosa e malmostosa, in grado di portare gli ultras viola sull’orlo della guerra civile, guasta un’altra trattativa in piedi per tutta l’estate, quella che nei desideri di Maifredi porterebbe alla Juventus anche il brasiliano Dunga, mastino di centrocampo essenziale per rimpolpare un reparto mediano consistente come il famoso tonno che si taglia con il grissino. Invece i Cecchi Gori, appena arrivati alla presidenza della Fiorentina, non se la sentono di esacerbare gli animi, Dunga prova a tirare un po’ la corda (con l’aiuto, anche qui, del volpone Antonio Caliendo) ma alla fine deve rassegnarsi a restare a Firenze. La Juve rimane un po’ con il cerino in mano, se è vero che rimane vacante anche il posto del terzo straniero. Via i sovietici Alejnikov e Zavarov e il portoghese Rui Barros, ne arrivano solo in due: dal Colonia il nanerottolo tedesco Thomas Hassler, titolare della Germania di Beckenbauer campione del Mondo, e in difesa l’elegante brasiliano Julio Cesar, miglior difensore di Messico 1986 prima di un leggero rammollimento in Francia tra Brest e Montpellier. La campagna acquisti si completa con Di Canio, elettrica seconda punta della Lazio, il regista bresciano Eugenio Corini e il giovane Massimo Orlando dalla Reggina, che a novembre sarà girato in prestito alla Fiorentina e non tornerà mai più indietro. Arriva dunque Maifredi, con etichette e procedure che nel calcio di oggi, con allenatori abituati alla fluidità e all’adattamento come unica ragione di sopravvivenza, farebbero sorridere: «Sono un portatore di zona!», afferma con voce squillante durante la presentazione. Subito abiura il libero, per carità, tutti in linea e tutti all’attacco, con Baggio, Hassler e due punte: il giovane torello Casiraghi, che di testa incornerebbe senza paura anche dei frigobar, e naturalmente Totò Schillaci, sensazione planetaria nell’estate delle Notti Magiche. C’è entusiasmo, persino lo slogan della campagna abbonamenti ammicca alla rivoluzione tattica: «Scegliete la vostra zona». Cosa potrebbe andare storto? Beh, magari puntellare un centrocampo che vada oltre la coppia Galia-Marocchi, specialmente se la difesa Napoli-Bonetti-Julio Cesar-De Agostini, più che una linea, sembra un metro pieghevole da geometra. I nodi vengono tutti drammaticamente al pettine la sera della prima, al San Paolo per la Supercoppa Italiana, coppetta ancora “minore” di cui la stessa dirigenza minimizza l’importanza («È una competizione che è stata inventata come la festa del papà»). «E già qui avrebbe dovuto suonare un campanello», dirà Maifredi, «mi avevano insegnato che la Juventus lottava sempre e solo per vincere». E invece all’intervallo è il Napoli che vince, e 4-1, con capitan Tacconi costretto a esibirsi da libero e già colto da numerosi attacchi di labirintite che l’hanno condotto ben oltre la trequarti; finisce 5-1 e rimarrà per distacco, senza tema di essere smentiti, l’esordio più disastroso nella storia degli allenatori della Juventus. ADALBERTO BORTOLOTTI, “GUERIN SPORTIVO” DEL 29 MAGGIO – 4 GIUGNO 1991 Poche rivoluzioni si sono rivelate tanto funeste quanto quella che la Juventus ha programmato e ostinatamente realizzato nel sacro nome dell’immagine. Vi si può vedere, volendo, una nemesi del calcio, dei suoi valori antichi, tradizionali e probabilmente immutabili. Non è un discorso di retroguardia, ma una constatazione dettata dal buon senso: ogni settore va governato da specialisti e competenti. Diffidate dai «troppo bravi»: quelli che trasferiscono disinvoltamente il loro proteiforme talento da una branca all`altra, fra loro diversissime. Che si riempiono la bocca di paroloni, dietro i quali nascondere una desolante impreparazione. La stagione della Juventus, fallimentare oltre ogni limite di previsione, rappresenta un capolavoro alla rovescia. È stata ereditata da solide e patriarcali strutture, un bilancio sportivo invidiabile, due Coppe vinte e un terzo posto in campionato. La si è voluta rivoltare dalle fondamenta, recidendo il cordone ombelicale con un passato gloriosissimo. Vi si è investita una somma colossale, dai sessanta ai settanta miliardi, con maggiori attenzioni alla risonanza che all’attendibilità tecnica delle operazioni. La si è tolta a un collaudato e amatissimo uomo dell’apparato come Zoff, per affidarla a un’affascinante (quanto imprevedibile) incognita quale Maifredi. Per poi lasciare il prescelto solo, esposto a tutte le intemperie, offerto con scherno al ruolo di esclusivo capro espiatorio. La Juventus è stata eliminata dalla Coppa Italia, dalla Coppa delle Coppe, è arrivata settima in campionato, ha perduto il diritto a partecipare alle competizioni europee, che frequentava ininterrottamente da ventotto anni. I suoi giocatori si sono lacerati in polemiche, il tiratore scelto dei Mondiali ha perduto la quotazione e la Nazionale, il più costoso giocatore di ogni tempo, Baggio, è diventato un orpello da salotto. Il popolo bianconero è scorato e attonito. Credo che una giornata così, con la volatilizzazione dell`ultimo possibile traguardo di consolazione, abbia creato un contraccolpo pari a quello della Coppa dei Campioni perduta contro l’Amburgo, nel 1983 ad Atene. Ma allora, almeno, il senso della disfatta era attenuato dalla solida convinzione di avere, in ogni caso, una grande squadra prossima alla rivincita. Ora, ogni opinione affonda nelle sabbie mobili del dubbio. Quanto vale questa Juventus, che ha fatto quindici punti nelle diciassette partite del girone di ritorno (media da salvezza risicata)? Quali dei suoi molti presunti fuoriclasse sono ripresentabili? Come potrà muoversi un pur navigato stratega come Trapattoni in una società che non è più quella che ha lasciato cinque anni fa, che non ha il punto di riferimento di Boniperti, mai tanto rimpianto, che pare governata più dal capriccio che dalla razionalità? Forse soltanto oggi ci si accorge quali immensi meriti avesse accumulato il grande Giampiero. In grado di filtrare i desideri e le volubili smanie del suo potente padrone, di opporsi silenziosamente ma fermamente a operazioni suicide o azzardate, anche se ispirate dalla real casa. Quel filtro è caduto e la Juventus è diventata una società ricca di quadri, di nomine, di funzionari, ma irrimediabilmente lontana dal calcio vero. Viene istintivo e automatico, forse crudele e neppure inedito, un parallelo con la Ferrari, dalla stessa politica portata a uno dei punti più bassi della sua parabola. Li paga Fiorio, qui Maifredi: ma non è questo il punto, non sono questi i rimedi. Trapattoni è uso meditare attentamente le sue scelte. E infatti raramente le sbaglia. Al suo solido pragmatismo sono ora legate le speranze di rivedere la vera Juventus, dopo la caduta. MATTEO DALLA VITE, “GUERIN SPORTIVO” DEL 26 GIUGNO – 2 LUGLIO 1991 La quiete dopo la tempesta ha il sapore di una passeggiata a Casteldebole e di due risate in santa pace con gli amici del centro. La quiete dopo la tempesta parla di una Bologna da riabbracciare e di un’avventura a «rughe» bianconere da catalogare nella biblioteca dei sogni incompiuti. Gigi Maifredi torna a casa e lo fa con la voglia e la lucida consapevolezza di chi sa di poter dimostrare ancora tantissimo. Un ritorno annunciato? Annunciatissimo. Quando ha cominciato a frullarle in testa l’idea di poter tornare a Bologna? «Prestissimo, molto ma molto tempo addietro. Anche perché era abissale la differenza fra ciò che avevo lasciato e ciò a cui sono andato incontro fino a qualche settimana fa... Si sono poi concretizzati certi discorsi, ed eccomi qui, felice di esserci e di poterlo dire». Il primo impulso qual è stato, al pensiero del ritorno? «Mi son quasi sentito rinascere, ero felice. E non poteva essere altrimenti». In certi momenti a Torino le veniva di pensare a Bologna come a un’oasi felice? «È naturale fare paragoni e raffronti, ed è altrettanto automatico vedere in Bologna una città completamente diversa – o addirittura opposta – da Torino. Ho vissuto un’esperienza travagliata, amara ma anche formativa; sì, in certi momenti non vedevo l’ora di andarmene. E anche al più presto». Ma lassù, nel senso di Juventus, è poi tutto oro ciò che straluccica? «Che discorsi, è sempre una grande società. Tutto verte sul fatto che la stagione passata è stata una stagione cominciata male e finita peggio. Nient’altro». A mente fredda tornerebbe indietro? «Rifarei ogni cosa». Maifredi è cambiato? «Sono sempre lo stesso. E non cambierò mai». Cosa le è rimasto, di quella esperienza? «Ho capito che il calcio ha varie facce, tutte diverse e tutte imprevedibili...». E cosa le ha insegnato? «Che contro la fortuna non esiste nulla. Tutti hanno cercato di dare spiegazioni additando questo e quello come i principali responsabili. La verità è che già dal primo giorno si era messa male e che non ne girava una nel verso giusto. E in questo caso ci puoi mettere tutto l’impegno che vuoi…». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/05/luigi-maifredi.html
  7. LUIGI MAIFREDI https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Maifredi Nazione: Italia Luogo di nascita: Lograto (Brescia) Data di nascita: 20.04.1947 Ruolo: Allenatore Altezza: - Peso: - Soprannome: Gigi Allenatore della Juventus dal 1990 al 1991 49 panchine - 23 vittorie - 12 pareggi - 14 sconfitte Luigi Maifredi detto Gigi (Lograto, 20 aprile 1947) è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano. Luigi Maifredi Maifredi nei primi anni 1990 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex giocatore) Termine carriera 1984 - giocatore 2013 - allenatore Carriera Giovanili 1966 Brescia Squadre di club 1967 Rovereto 9 (1) 1968 Portogruaro 18 (4) Carriera da allenatore 1976-1977 Real Brescia 1977-1978 Crotone Vice 1978-1980 Lumezzane 1984-1986 Orceana 1986-1987 Ospitaletto 1987-1990 Bologna 1990-1991 Juventus 1991 Bologna 1992-1993 Genoa 1994 Venezia 1995 Brescia 1996 Pescara 1996 Espérance 1998-1999 Albacete 2000 Reggiana 2013 Brescia Interim Carriera Giocatore Dopo essersi formato nelle giovanili del Brescia, ha militato nel Rovereto e nel Portogruaro. Allenatore Gli inizi Il suo esordio da allenatore avviene nel 1976 con i dilettanti del Real Brescia. Nel 1977-1978, a 30 anni, si trasferisce al Crotone in Serie C come allenatore in seconda, poi dopo quattro anni a Lumezzane, nella stagione 1984-1985 conduce l'Orceana Calcio, squadra dilettantistica di Orzinuovi, dall'Interregionale alla C2. Nel 1986-87 approda all'Ospitaletto, che guida in C1. Il suo calcio, veloce e dinamico, venne definito calcio champagne (perché ritenuto "spumeggiante" e anche perché, prima di diventare allenatore professionista, Maifredi lavorava come rappresentante della Veuve Clicquot Ponsardin, azienda produttrice di champagne). Bologna e Juventus L'anno successivo approda al Bologna (il cui presidente all'epoca è Luigi Corioni: lo stesso che aveva all'Ospitaletto), e ottiene la promozione in Serie A con un gioco votato all'attacco. In due stagioni nella massima serie, ottiene col Bologna una salvezza e la qualificazione per la Coppa UEFA. Maifredi viene quindi scelto da Luca Cordero di Montezemolo come nuovo allenatore della Juventus per la stagione 1990-1991, al posto di Dino Zoff. L'inizio è subito negativo: al primo appuntamento ufficiale, la Supercoppa italiana, la squadra bianconera subisce una sconfitta per 5-1 al San Paolo di Napoli. In campionato, dopo un buon girone d'andata, chiuso a due punti di distacco dal primo posto, e le vittorie per 4-2 con l'Inter e 5-0 contro la Roma e il Parma, la Juventus cala sensibilmente nel girone di ritorno, concludendo il torneo al 7º posto, senza qualificarsi per le coppe europee, dopo ventotto anni di presenza continua. Le ultime esperienze Il fallimento juventino apre la strada al declino dell'allenatore bresciano: nel 91-92 Maifredi torna al Bologna, nel frattempo retrocesso in Serie B e con ambizioni di immediato ritorno nella massima serie, ma viene esonerato all'undicesima giornata dopo una sconfitta in casa per 0-2 contro la Reggiana e un bilancio di quattro vittorie, tre pareggi e quattro sconfitte. Nemmeno il sostituto Nedo Sonetti riesce comunque a migliorare la situazione e i felsinei chiudono all'undicesimo posto. Nel 92-93 ha una nuova occasione in Serie A con il Genoa che lo chiama alla nona giornata in sostituzione del dimissionario Bruno Giorgi: rimane in carica per dodici partite con un bilancio di tre vittorie, due pareggi e sette sconfitte, l'ultima delle quali, in casa per 2-3 contro la Lazio dopo aver sprecato un iniziale vantaggio per 2-0 porta la squadra in piena zona retrocessione e determina l'esonero di Maifredi: il sostituto Claudio Maselli riuscirà a portare il Grifone alla salvezza. Dopo un anno fermo, nella stagione 94-95 è uno dei pochi allenatori ad usufruire della possibilità, concessa solo quell'anno, di guidare due squadre italiane nella stessa stagione. Dapprima Maurizio Zamparini lo chiama al Venezia in Serie B alla terza giornata in sostituzione di Gian Piero Ventura: malgrado un promettente inizio con due vittorie consecutive, i risultati peggiorano rapidamente e alla dodicesima giornata la sconfitta per 1-3 in casa contro l'Udinese e un bilancio di tre vittorie, tre pareggi e cinque sconfitte ne determinano il licenziamento e la sostituzione con Gabriele Geretto, che si alternerà con Ventura sulla panchina lagunare fino a fine stagione. Successivamente il suo antico mentore Luigi Corioni lo chiama alla ventunesima giornata al capezzale del Brescia ultimo in Serie A: resta in carica solo sei partite - che saranno le ultime della sua carriera nella massima serie italiana - con altrettante sconfitte, prima di essere sostituito da Adelio Moro, già a libro paga della società come ex assistente di Mircea Lucescu con cui le Rondinelle avevano iniziato la stagione. Nel 1995-96 il Pescara in Serie B lo chiama alla ventiseiesima giornata in sostituzione di Francesco Oddo: gli abruzzesi, primi in classifica dopo il girone d'andata, avevano perso contatto con la vetta dopo una crisi di risultati e intendevano provare a riagganciare la zona promozione. L'arrivo di Maifredi non porta però i risultati sperati: con soli otto punti in dieci partite (frutto di due vittorie, due pareggi e sei sconfitte) il Pescara finisce a metà classifica e richiama Oddo in panchina per le ultime due giornate. In seguito prova per due volte l'avventura all'estero: all'Espérance (in Tunisia) nel 1997 e all'Albacete nella serie B spagnola, club in si era costituita una vera e propria colonia italiana con i calciatori Giuseppe Baronchelli, Salvatore Giunta ed Antonio Rizzolo, nel 98-99. Entrambe le esperienze si chiudono dopo poche settimane con scarse soddisfazioni. Nella stagione 2000-2001 viene chiamato in Serie C1 dalla Reggiana: dopo una promettente vittoria per 3-4 sul campo del Lecco all'esordio, la squadra non riesce più vincere e all'ottava giornata, il 23 ottobre 2000, dopo la sconfitta per 4-1 subita in casa dall'Arezzo di Antonio Cabrini, che Maifredi aveva allenato al Bologna, viene esonerato con un bilancio di una vittoria, tre pareggi e quattro sconfitte. Nel dicembre 2009 diventa direttore tecnico del Brescia. Il 25 settembre 2013 torna a sedere pro tempore sulla panchina del Brescia, in Serie B, dopo le improvvise dimissioni di Marco Giampaolo, a tredici anni di distanza dall'ultima esperienza diretta su una panchina. La squadra perde 2-0 sul campo del Latina e il 30 settembre viene ufficializzato l'arrivo del nuovo tecnico Cristiano Bergodi. Dopo il ritiro Dal 2003 al 2009, durante la trasmissione sportiva Quelli che il calcio, condotta da Simona Ventura, Maifredi guidava scherzosamente una piccola squadra di ex calciatori, il "Maifredi Team", che mostrava al pubblico a casa i gol della giornata, come una sorta di "moviola umana". Dopo questa esperienza, ha lavorato come opinionista televisivo su Mediaset Premium. Palmarès Allenatore Campionato italiano di Serie B: 1 - Bologna: 1987-1988 Campionato italiano Serie C2: 1 - Ospitaletto: 1986-1987 (girone B)
  8. LUIGI LAVECCHIA https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Lavecchia Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 25.08.1981 Ruolo: Centrocampista Altezza: 177 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1999 al 2000 Esordio: 08.07.1999 - Amichevole - Selezione Valle d'Aosta-Juventus 0-5 Ultima partita: 19.07.1999 - Amichevole - Selezione Valle d'Aosta-Juventus 0-2 0 presenze - 0 reti Luigi Lavecchia (Torino, 25 agosto 1981) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, vice-allenatore dell'Olbia. Luigi Lavecchia Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Olbia (vice) Termine carriera 2015 Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1999-2002 Juventus 0 (0) 2000 → Crotone 0 (0) 2000-2001 → Brescello 13 (0) 2001-2002 → Torres 32 (3) 2002-2003 Ascoli 27 (0) 2003-2004 Messina 39 (2) 2004-2005 → Arezzo 26 (0) 2005-2006 → Le Mans 1 (0) 2006-2007 Messina 31 (0) 2007-2010 Bologna 28 (0) 2011 Târgu Mureș 1 (0) 2011-2013 Torres ? (?) 2013-2015 Fertilia ? (?) Nazionale 1997 Italia U-16 1 (0) 2000 Italia U-18 6 (0) 2000-2002 Italia U-20 8 (1) 2002-2003 Italia U-21 3 (0) Carriera da allenatore 2014-2015 Fertilia 2017-2018 Cagliari Primav. (Vice) 2018-2019 Cagliari U16/U14 2020 Cagliari Primavera 2020- Olbia Vice Carriera Giocatore Club Cresciuto nelle giovanili della Juventus, venne ceduto in prestito nel 2000 al Crotone, ma la sua carriera ebbe veramente inizio solo nella stagione 2000-2001 in Serie C1 nel Brescello. L'anno dopo militò nella stessa serie con la Torres. Nel 2002-2003 fu ceduto all'Ascoli, squadra neopromossa in Serie B con la quale giocò 27 partite. L'anno seguente fu dato in comproprietà dalla Juventus al Messina, in Serie B. Con la squadra siciliana, Lavecchia giocò 39 partite, segnando 3 gol e contribuendo alla promozione in Serie A. L'anno seguente fu dato, pur rimanendo in comproprietà fra Juventus e Messina, in prestito prima all'Arezzo, con cui collezionò 26 presenze in serie B, e l'anno dopo al Le Mans nella Ligue 1 francese, collezionando una sola presenza. Nel 2006 venne completamente acquistato dal Messina: fece il suo esordio in Serie A nella partita vinta dal Messina al San Filippo contro l'Udinese per 1-0. Il 19 luglio 2007 è stato acquistato dal Bologna. Nella stagione 2007-2008 ha raggiunto la promozione in Serie A con la squadra rossoblù. Dopo tre anni in Emilia-Romagna, rimane svincolato alla fine della stagione 2009-2010. Il 16 febbraio 2011 firma un contratto fino a fine stagione con il Târgu Mureș, squadra rumena della Liga I. Il 9 settembre dello stesso anno rescinde il contratto per poi tornare alla Torres in Eccellenza. Il 2 febbraio 2013 firma per un'altra squadra sarda, il Fertilia, militante in Eccellenza sarda. Nazionale Con la maglia azzurra, nel periodo del settore giovanile juventino, ha militato in tutte le formazioni giovanili: disputò infatti una partita nel 1997 nell'Under-16 di Paolo Berrettini mentre nel biennio successivo venne confermato nell'Under-18, venendo però convocato anche nell'Under-20 di Francesco Rocca nel 2000. Con essa disputò 8 gare andando a segno una volta. Tra il 2002 e il 2003 disputò tre gare con la Nazionale Under-21. Allenatore Dopo un'esperienza con il Fertilia nel 2015, consegue il patentino da allenatore UEFA A e nel 2017 diventa vice-allenatore della Primavera del Cagliari di Max Canzi. Successivamente allena le formazioni U16 e U14 dei rossoblù prima di essere richiamato il 3 marzo 2020 in Primavera, questa volta da primo allenatore, in sostituzione dello stesso Canzi promosso come vice di Walter Zenga in prima squadra. Palmarès Giocatore Club Competizioni regionali Eccellenza: 1 - Torres: 2011-2012 Competizioni nazionali Campionato italiano Serie D: 1 - Torres: 2012-2013 (girone G) Nazionale Torneo Quattro Nazioni: 1 - 2001-2002
  9. GIUSEPPE RAMPINI Nazione: Italia Luogo di nascita: Garbagnate Milanese (Milano) Data di nascita: 16.10.1945 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: Il Rosso Alla Juventus dal 1964 al 1965 Esordio: 30.04.1965 - Amichevole - Pinerolo-Juventus 0-4 0 presenze - 0 reti
  10. LUIGI IMBERTI Nazione: Italia Luogo di nascita: Barge (Cuneo) Data di nascita: 28.10.1904 Luogo di morte: Torre Pellice (Torino) Data di morte: 10.12.1994 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1926 al 1927 Esordio: 06.01.1927 - Coppa Italia - Cento-Juventus 0-15 1 presenza - 0 reti
  11. MOURINHO WANTS DYBALA AT ROMA https://football-italia.net/mourinho-wants-dybala-at-roma/
  12. SALVATORE SCHILLACI Nasce a Palermo il primo dicembre del 1964 da una famiglia povera. Il calcio è la sua passione e dopo un campionato nella categoria Dilettanti, approda al Messina, dove gioca dal 1982 al 1989 segnando un’infinità di goal. La Juventus lo nota e lo acquista nel 1989 insieme con un altro attaccante semisconosciuto, Pierluigi Casiraghi, e lo fa esordire in Serie A il 27 agosto 1989. Da quel momento inizia la favola di Totò, che realizza il sogno da bambino, giocando nella squadra per la quale ha sempre fatto il tifo.Il primo anno con Casiraghi e Rui Barros fa faville, vincendo una Coppa Uefa e una Coppa Italia, facendolo entrare nel cuore dei tifosi che lo accostano a un altro idolo, Pietro Anastasi, anch’esso siciliano, anch’esso esploso in provincia.«Da quando ero ancora un moccioso, l’unica cosa che contava per me era segnare, a dispetto di tutti, compagni e avversari. Una voglia sfrenata, che non è mai finita. Ma io non potevo cambiare, perché se perdevo quella mia voglia matta di goal perdevo tutta la mia forza di calciatore. Da noi, per emergere, devi avere la fortuna che qualcuno venga a scovarti. Non ci sono scuole calcio, i club investono poco nel settore giovanile. Ho conosciuto tanti ragazzi che potenzialmente sarebbero stati dei talenti e che si sono scoraggiati. Io ce l'ho fatta, perché ho avuto il coraggio, magari l'incoscienza, di puntare tutto sul calcio: dopo un anno e mezzo che aggiustavo le gomme, e dopo, sfinito, mi andavo ad allenare, ho deciso che dovevo scegliere. E ho scelto il calcio, dandomi una scadenza. Se non avessi sfondato, mi sarei rimesso a bottega. Non sono uno sprovveduto. Gli anni che ho passato a Messina mi hanno insegnato qualcosa, anche perché ho avuto allenatori bravi a disciplinarmi. Ho sempre cercato di giocare per la squadra, almeno finché non vedo la porta. In quel momento scompare tutto. Siamo io, lei e il portiere. Se capisco che c'è il varco giusto, io ci provo. Un attaccante deve ragionare così e fidarsi del proprio istinto. Altrimenti quando segna?»Attaccante tutto istinto vive il suo momento di maggior fortuna con l’esordio nella Nazionale di Vicini per i Mondiali casalinghi del 1990. Parte in panchina come riserva di Gianluca Vialli, ma il suo ingresso in campo è un’esplosione. Chi non ricorda i suoi occhi spiritati in quel Mondiale che ci vide al terzo posto? Uno sguardo che è entrato nella storia. La capocciata contro l’Austria, ai Mondiali italiani, gli ha stravolto, esaltato e distrutto la vita; lo stato di forma assolutamente pietoso di Vialli e Carnevale impone il suo impiego e Totò risponde. Trascinato-trascinatore da-di un’intera nazione, vive il Mondiale con un’aggressività, un’intensità e una pressione disumane: a Mondiale finito è completamente svuotato, prosciugato.«Speravo di giocare qualche minuto, ero già al settimo cielo per la convocazione in Nazionale. Certo, in allenamento davo tutto me stesso per convincere l'allenatore, ma nemmeno un folle avrebbe mai potuto immaginare cosa mi stava per accadere. Ci sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto. Basta che respiri e la metti dentro. Per me questo stato di grazia è coinciso con quel Campionato del Mondo. Vuol dire che qualcuno, da lassù, ha deciso che Totò Schillaci dovesse diventare l'eroe di Italia '90. Peccato che poi si sia distratto durante la semifinale con l'Argentina. Una disdetta: abbiamo preso solo un goal in quell'edizione dei Mondiali, e quel goal ci ha condannati».I fiumi di inchiostro, i chilometri di pellicola e gli ettari di immagini a lui dedicate lo innalzano a livelli di popolarità da psicosi; facile pronosticare che avrebbe pagato tutto quel clamore per il quale era inadeguato sotto vari punti di vista. Alle largamente preventivabili difficoltà della stagione successiva i media, la critica e i tifosi avversari e non (Totò era diventato un personaggio nazional popolare, come si diceva allora) gli presentano il conto, ovviamente troppo salato per lui.Con la Juventus due lunghe stagioni d'ombra: undici reti in ventiquattro mesi, pochine. In crisi con la zona di Maifredi, in difficoltà persino negli schemi dell'italianista Trap. E le polemiche continue: le voci sul suo matrimonio in precario equilibrio; i cori razzisti in ogni stadio («Ed è triste che siano state le città del Sud, Bari e Napoli, ad avermi insultato di più»); il «Ti faccio sparare» rivolto al bolognese Poli («Era una frase detta così, nella foga del momento, ma non dovevo dirla: ne pagai a lungo le conseguenze»); il pugno contro Baggio («Nella Juventus e in Nazionale siamo diventati amici. Dividevamo la stessa camera, lui parlava poco, io niente. Eppure, nonostante questo, una volta facemmo a cazzotti. Anzi, fui io a rifilargli un pugno»), segni grandi e piccoli di un disagio, di una solitudine. Però, fiera. E tutto si può dire di Salvatore Schillaci fuorché dubitare della sua autenticità di animo persino esagerata. Per questo la fredda Torino non l'ha mai contestato né troppo fischiato, per questo le sue clamorose gaffe sintattiche suscitavano sorrisi ma non scherno.«Sono rimasto un bravo ragazzo e lascio la Juventus senza polemiche. L'arrivo di Vialli mi ha messo fuori gioco, comunque auguro ai bianconeri ogni fortuna. Oramai la Juve è solo un ricordo: saluto i tifosi, gli ex compagni, Boniperti e Agnelli, tuttavia mi sento già interista purosangue. Ho ottenuto il massimo, sognavo la maglia neroazzurra e avrei accettato di restare fermo se non fossi riuscito a raggiungerla. I soldi non sono tutto. Tra l'altro vado a guadagnare meno. L'Inter mi piace, ha programmi importanti. Riparto da zero a ventisette anni e cerco una rivincita».Gli anni seguenti occupano un posto marginale nelle cronache sportive e costituiscono argomento di dibattito per la stampa scandalistica e per il pattume televisivo. Nella sua vicenda umana e professionale c’è molto della società italiana che si apprestava a pagare il conto, salatissimo, dei fiammeggianti anni Ottanta. Un giocatore che ha dato tutto ed ha vinto poco, ma che ha saputo sfruttare la grande occasione che ha avuto.VLADIMIRO CAMINITI LO RACCONTA NEL 1991Prendiamo Schillaci, che la fantasia popolare ha soprannominato Totò, come il paradigma di una certa Sicilia, soprattutto di una certa Palermo, nuova e antica, ma non originale, semmai tormentata e dolorosa, la Palermo del quartiere CEP dove questo calciatore dalle straordinarie qualità istintive è nato, andando a farsi notare verso i sedici anni come scatenatissimo centrattacco dell’Amat.Il Messina lo acquistava quando aveva diciotto anni; nella squadra peloritana, Schillaci riusciva non senza fatica a mettere in chiaro le sue risorse di attaccante solista tanto egoista da apparire egotista, un pezzo d’autore, un calciatore di ruolo centravanti che si batte soprattutto alla luce del goal conquistato di forza, con lo scarto saraceno dei lombi, con l’orgoglio smisurato del povero.Gli attaccanti devono essere poveri, per risultare a conti fatti ricchi; e arricchirsi sul serio. Più Salvatore Schillaci sale di categoria, più si affina la sua azione di vertice rampante del gioco, in B con il Messina fa molto meglio che in C, tredici goal nel 1988, ventitré nel 1989 quando, in mezzo a mille titubanze, quel grande dirigente sgombro da pregiudizi che è Boniperti si decide a ingaggiarlo, e il picciotto del CEP corona il suo sogno lussurioso: giocare nella più bella e gloriosa squadra d’Italia per la quale ha sempre fatto il tifo, fin dall’età scolare. Che poi la scuola l’abbia spesso marinata per giocare a calcio, dopo avere inghiottito frettolosamente un pane con le panelle, è inevitabile; così nascono i grandi calciatori, quelli con la vocazione nel sangue.Grande attaccante, Schillaci è di sicuro. Osservatori superficiali si limitano all’aspetto dell’egoismo per bocciarlo. All’inizio della sua attività nella Juventus, Totò era visto male e mal giudicato anche dai migliori notisti torinesi, cito Salvatore Lo Presti e lo stesso Enzo D’Orsi (che personalmente metto un palmo su di altri); ma si sbagliavano, e lo avrebbero ammesso. Quanto al sottoscritto, il cammino inverso.Colgo subito la dote primaria del giocatore nelle sue partite agostane, lo saluto come il centravanti atteso dopo Anastasi, ma nei rapporti diretti trovo infinite difficoltà non dico dialettiche ma di intendimento, proprio per l’estrazione sociale diversa, il povero scrivano borghese, figlio di violoncellista, e il ragazzo povero del CEP, quartiere palermitano che è un risvolto di umanità anche andata. Che poi Schillaci ne sia risalito fino a conquistarsi il suo posto al sole, va tutto a suo onore, della sua fierezza, del suo coraggio, della sua tenacia, da calciatore provetto nell’istinto, capace di ogni più singolare prodezza tecnica nell’attimo fuggente, acrobatico e spettacolare.Vanno così a incasellarsi come gemme luminose i suoi sei goal al Mondiale, con i quali vince la concorrenza con lo stesso più completo Luca Vialli; sei goal ardimentosi e tecnicamente perfetti, che ne dipingono tutta la classe di solista egotista e lussurioso; che vive per il goal e insegue il goal nei pomeriggi di scarsa vena ignorando i compagni; che in quelli di botta felice, magari non lo segna, ma dà un contributo fondamentale agli stessi schemi tattici, come gli chiede Trapattoni.La sua intesa spesso felice e razziante con Baggio lo ha riproposto, anche nel campionato appena conclusosi, per alcune prodezze indimenticabili (ad esempio il goal al veronese Gregori), ma anche per il ricorrente egoismo che fa capire, meglio tardi che mai, perché Zeman, nipote di Cesto Vycpálek, e patrocinatore del calcio totale, non ci andasse d’accordo, mandandolo spesso in panchina.L’esperienza di uomini e cose della mia Sicilia bedda, e della mia rosazzurra e sventurata Palermo, mi inducono a voler bene a Schillaci, quanto a essere nei suoi confronti molto severo come critico. A fin di bene, perché trovi una maggiore continuità di esercizio nella coralità del gioco, al servizio non solo del goal ma delle esigenze tattiche della squadra.“HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 2002Si parlasse solo di Mondiali, juventini da ascoltare ne avremmo moltissimi. Si parlasse solo di Estremo Oriente, il numero si ridurrebbe, ma avremmo comunque una discreta schiera di protagonisti nelle due finali di Coppa Intercontinentale vinte a Tokyo. Volendo parlare di Mondiali e di calcio orientale vissuto per un periodo più lungo di una sola partita, la scelta è obbligata: il taccuino dei ricordi è quello di Totò Schillaci, l’uomo delle Notti Magiche di Italia ‘90 che poi collezionò anche un’indimenticabile esperienza nel campionato giapponese. Oggi Totò lavora per il futuro. È, infatti, presidente dell’U.S. Palermo e gestore del Centro Sportivo Ribolla, sede per i quasi seicento bambini e ragazzi dai cinque ai diciotto anni del club. «La maggior parte di loro non mi ha mai visto giocare, ma i loro genitori sì e spesso capita che quando mi vedono si mettano a spiegare ai loro figli chi ero, come giocatore, e quello che ho fatto in quell’indimenticabile stagione 1989-90. Quell’anno resta il più straordinario della mia vita. Già in estate il passaggio dal Messina alla Juventus rappresentava il massimo delle aspirazioni, ma si trattò solo di un punto di partenza. Quella Juventus era fortissima e, infatti, vincemmo Coppa Italia e Coppa Uefa. Io, Tacconi, De Agostini, ma tutti eravamo un gruppo straordinario. Poi, sembra ieri, un sogno bellissimo: la convocazione in Nazionale e per giocare i Mondiali nel tuo paese. Era uno stimolo in più e che emozione!»Emozione condivisa da milioni di italiani e, soprattutto, dagli juventini che vedevano il loro centravanti trascinarsi la squadra sulle spalle e condurla fino al podio iridato. Totò vinceva il titolo di capocannoniere di quel Mondiale, bissando l’impresa di un altro juventino, otto anni prima, Paolo Rossi. E il mondo intero si innamorava di quell’attaccante agile e opportunista, ma anche dotato di un bel tiro secco dalla distanza e capace di segnare in mille maniere disparate, testa compresa. Tutto il mondo sorride ammirata davanti a quegli occhioni sgranati, mentre la meraviglia è di chi scopre all’improvviso l’importanza di Totò per la Nazionale e per la Juventus.Anni dopo quell’estate di notti magiche, Totò si inventa in un certo senso pioniere e vola in Giappone per giocare nelle file dello Jubilo Iwata. E del paese del Gol Levante, Schillaci conserva ottimi ricordi. Come i giapponesi non si sono dimenticati di lui, se è vero che questa intervista per “Hurrà” è concessa in mezzo ad altre richieste da colleghi con gli occhi a mandorla, in avanscoperta europea prima del fischio di inizio della rassegna iridata in Giappone e Corea, il 31 maggio.Allora, Totò è proprio tutto un altro mondo? «Sicuramente e non lo si può raccontare più di tanto, bisogna viverle certe esperienze. Il livello tecnico del loro calcio, comunque, è buono ed è cresciuto di molto negli ultimi anni, anche se il football ha la concorrenza spietata del baseball e del sumo che sono un po’ gli sport nazionali. Curiosità? Beh, innanzi tutto il pubblico è straordinario: caldo, affettuoso, rispettoso. Al di là dei risultati, sia che la squadra del cuore vinca o perda. La gente compra il biglietto solo prima della partita, va ordinatamente al suo posto, con il suo bel pacchettino con lo spuntino e segue compostamente la partita. Il calcio italiano è molto conosciuto ed è anzi il più ammirato e seguito, dunque posso preannunciare che ai Mondiali sarà l’Italia la seconda squadra più amata, almeno in Giappone. Ma vedrete che il discorso sarà valido anche in Corea».E ripartenza per il futuro più remoto: «Ho scelto di tornare a vivere nella mia Palermo perché credo negli affetti e nei valori familiari e perché sono un sentimentale. Così, a chi mi chiede quale futuro auguro ai miei ragazzi io rispondo che siamo una società seria e organizzata come un club di Serie A e che investiamo ogni nostra risorsa per cercare di preparare nel miglior modo possibile i nostri ragazzi. E così, per ognuno di loro, io spero in un grande futuro e siccome sono un sentimentale e il mio cuore è rimasto, naturalmente, bianconero sarei la persona più felice di questo mondo se un giorno qualcuno dei miei ragazzi potesse vestire la maglia della Juventus».Non lo dice, ma lo aggiungiamo noi: e magari per regalare altri giorni da sogno e notti magiche ai sostenitori bianconeri e della Nazionale. Come seppe fare lui, il piccolo grande bomber della Juve e della Nazionale. Nelle notti magiche: inseguendo un goal e trovandone sei, arrivando sul trono dei cannonieri di Italia ‘90. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/salvatore-schillaci.html
  13. SALVATORE SCHILLACI https://it.wikipedia.org/wiki/Salvatore_Schillaci Nazione: Italia Luogo di nascita: Palermo Data di nascita: 01.12.1964 Luogo di morte: Palermo Data di morte: 18.09.2024 Ruolo: Attaccante Altezza: 173 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Totó Alla Juventus dal 1989 al 1992 Esordio: 23.08.1989 - Coppa Italia - Cagliari-Juventus 0-1 Ultima partita: 24.05.1992 - Serie A - Verona-Juventus 3-3 132 presenze - 36 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Salvatore Schillaci, detto Totò (Palermo, 1º dicembre 1964 – Palermo, 18 settembre 2024), è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Lo si ricorda principalmente per le sue prestazioni e reti nel campionato del mondo 1990, competizione chiusa dalla nazionale italiana al terzo posto, durante la quale Schillaci si è aggiudicato anche i titoli di capocannoniere e di migliore giocatore della competizione. Nello stesso anno è giunto secondo nella classifica del Pallone d'oro, alle spalle del tedesco Lothar Matthäus, vincitore con la sua nazionale del mondiale italiano. Salvatore Schillaci Schillaci in nazionale al campionato del mondo 1990 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1º luglio 1997 Carriera Giovanili 1980-1982 AMAT Palermo Squadre di club 1982-1989 Messina 219 (61) 1989-1992 Juventus 132 (36) 1992-1994 Inter 30 (11) 1994-1997 Júbilo Iwata 86 (58) Nazionale 1989 Italia U-21 1 (0) 1990-1991 Italia 16 (7) Palmarès Mondiali di calcio Bronzo Italia 1990 Biografia Murale dedicato a Schillaci nel quartiere CEP di Palermo Nato nel quartiere del Capo, situato nel centro storico di Palermo, Schillaci è poi cresciuto al CEP. Salvatore è il figlio di Mimmo, muratore, e di Giovanna Schillaci. Ha tre fratelli e una sorella. Il fratello Giuseppe ha giocato nella Fermana nella stagione 1990-1991, il fratello più giovane, Giovanni, da ragazzo ha sostenuto un provino per la Juventus. Hanno intrapreso la carriera da calciatore anche suo nipote, Francesco Di Mariano, e suo cugino, Antonio Maurizio Schillaci. Si era sposato due volte: la prima nel 1987 con Rita, da cui si era separato nel 1995, e la seconda nel 2012 con la modella Barbara Lombardo. Cattolico, aveva tre figli: Jessica, Mattia, nato durante il campionato del mondo 1990, e Nicole. Nel 2022 ha dovuto sottoporsi a operazioni chirurgiche e a chemioterapia a causa di un tumore al colon. Colpito da una recidiva, il 7 settembre 2024 è stato ricoverato nel reparto di pneumologia dell'ospedale Civico di Palermo, in seguito all'aggravarsi delle sue condizioni di salute: è morto il 18 dello stesso mese, all'età di 59 anni. La camera ardente è stata allestita allo stadio Renzo Barbera, mentre i funerali sono stati celebrati il 20 settembre nella Cattedrale; il feretro è stato poi portato al cimitero del comune di Delia per la cremazione. Nel giugno 2025 è stato inaugurato un grande murale dedicato a Schillaci presso il quartiere CEP, opera dell'artista Igor Scalisi Palminteri. Caratteristiche tecniche Attaccante molto rapido, «aveva una voglia di fare gol che non ho mai visto in nessuno», disse di lui il suo allenatore nel Messina, Franco Scoglio. Carriera Giocatore Club Gli inizi, Messina Schillaci, capitano del Messina, nella stagione 1987-1988 Iniziò a giocare nelle giovanili dell'AMAT Palermo, sezione calcio dell'omonima azienda municipalizzata palermitana. Schillaci ha ricordato così i tentativi del Palermo di acquistare sia lui che il compagno Carmelo Mancuso: «La società rosanero per entrambi offrì 28 milioni di lire; ma i dirigenti dell'AMAT sapevano che da noi due dovevano guadagnare il massimo per sopravvivere e giocarono al rialzo chiedendo 35 milioni. Così, per soli 7 milioni non andammo al Palermo». Nel 1982 fu ingaggiato dal Messina, in Serie C2. Nella stagione 1985-86 contribuì con 11 reti alla promozione in Serie B. Nel 1987 due interventi ai menischi ne compromisero la stagione, nella quale segnò solo 3 gol. Nella stagione seguente, sempre allenato da Franco Scoglio, segnò 13 reti. Il giocatore ha ricordato così il rapporto con il tecnico: «Mi diceva sempre un concetto base: fai quello che vuoi e gioca come ti senti. Questo mi caricava a mille proprio in virtù di questa libertà che mi concedeva sul campo di gioco. Ho imparato tantissimo dalla sua persona e non smetterò mai di ringraziarlo. Con lui e i compagni di allora abbiamo reso ai messinesi anni fantastici». Sotto la guida di Zdeněk Zeman, subentrato a Scoglio nel 1988-1989, Schillaci, con 23 gol, fu capocannoniere del campionato cadetto; a detta dell'attaccante, i metodi di allenamento portati da Zeman a Messina hanno contribuito alle sue ottime prestazioni. Questa fu l'ultima stagione di Schillaci al Messina. In sette campionati, tra Serie C2, C1 e B, aveva giocato 256 gare coi peloritani, delle quali 37 in Coppa Italia: è a tutt'oggi il secondo giocatore più presente per il Messina in campionato (219 presenze, dietro solo ad Angelo Stucchi con 235). Con i suoi 77 gol totali (61 in campionato, 16 in Coppa Italia), è il secondo cannoniere assoluto – preceduto solo da Renato Ferretti (89 reti) – nella storia del club giallorosso. Juventus Schillaci in azione coi colori della Juventus Nel 1989 venne ingaggiato dalla Juventus per 6 miliardi di lire. Esordì in Serie A il 27 agosto nella partita in casa col Bologna (1-1). Nella sua prima stagione in bianconero conquistò subito il posto da titolare e realizzò 15 gol in 30 partite di campionato, acquisendo il soprannome di Totò-Gol e contribuendo in maniera decisiva al double del club torinese nella Coppa Italia e nella Coppa UEFA, vinte superando in finale, rispettivamente, il Milan e – nella prima finale confederale tutta italiana – la Fiorentina. La sua ottima annata convinse Azeglio Vicini a convocarlo al successivo campionato del mondo 1990 da giocarsi proprio in Italia. Dopo la rassegna iridata, Schillaci giocò altre due stagioni con i bianconeri, andando tuttavia incontro a una pesante involuzione e trovando poche volte la rete. L'11 novembre 1990, al termine di Bologna-Juventus, Schillaci minacciò il giocatore rossoblù Fabio Poli (che durante la partita lo aveva provocato) al momento di uscire dal campo, dicendogli: «Ti faccio sparare». Il gesto, da cui scaturì una serie di polemiche, fu ricordato così da Schillaci: «Avrei dovuto contare fino a dieci. Ma lui mi aveva provocato con uno sputo e io non ci ho visto più. Ho sbagliato, ma mi hanno massacrato come fossi stato un killer». Schillaci stringe il trofeo della Coppa UEFA 1989- 1990 vinta in bianconero Ai cori discriminatori contro di lui si aggiunse la lite con Roberto Baggio. Schillaci ricordò così questo gesto: «Nella Juventus e in nazionale siamo diventati amici. Dividevamo la stessa camera, lui parlava poco, io niente. Eppure, nonostante questo, una volta facemmo a cazzotti: anzi, fui io a rifilargli un pugno. Si è trattato veramente di una stupidaggine. Eravamo nello spogliatoio della Juve. Roberto stava scherzando con me, ma si lasciò prendere la mano e lo scherzo divenne pesante. Io reagii in quel modo e me ne pentii subito. Per fortuna, la cosa si chiuse lì». Alla fine della stagione 1991-1992, con l'arrivo di Gianluca Vialli in bianconero, Schillaci lasciò il club torinese; una scelta, a detta dello stesso Schillaci, facilitata dal fatto che la dirigenza juventina non vide di buon occhio la contemporanea separazione dalla consorte: «La società non mi perdonò la decisione di separarmi da mia moglie. Non dovevo farlo, così, senza tanti riguardi, mi vendettero». Giampiero Boniperti lo considerava erede di un'altra «stella del Sud» juventina, Pietro Anastasi. Inter Nella stagione 1992-1993 passò per 8,5 miliardi di lire all'Inter. Schillaci ricordò con grande entusiasmo il suo trasferimento da Torino a Milano: «Ho ottenuto il massimo, sognavo la maglia nerazzurra e avrei accettato di restare fermo se non fossi riuscito a raggiungerla. I soldi non sono tutto. [...] Riparto da zero a 27 anni e cerco una rivincita». L'esordio con il club nerazzurro avvenne nella gara Inter-Reggiana (4-2) in Coppa Italia, in cui segnò il suo primo gol con la nuova maglia. Schillaci in azione all'Inter nell'annata 1992- 1993 Con l'Inter, in cui giocò per quasi due stagioni siglando in totale 11 gol in 30 partite, contribuì in parte al vittorioso cammino nella Coppa UEFA 1993-1994, pur non potendosi fregiare de iure del trofeo poiché lasciò Milano nell'aprile 1994, alcune settimane prima della disputa della doppia finale contro gli austriaci del Salisburgo. Riguardo a questa esperienza, il centravanti siciliano affermò che i suoi inizi in nerazzurro furono buoni e i rapporti con il presidente Ernesto Pellegrini perfino ottimi, ma che la mancanza di continuità e i problemi fisici gli impedirono di rendere al meglio. Júbilo Iwata Nell'aprile del 1994, messo ai margini dall'Inter ancora prima del termine della stagione e con gli altri campionati nazionali del continente che, nell'era immediatamente pre-Bosman, erano generalmente preclusi ai calciatori italiani, si trasferì in Giappone nelle file dello Júbilo Iwata, che gli aveva proposto un ottimo contratto dal punto di vista economico. Schillaci divenne il primo calciatore italiano a militare nel campionato giapponese; i nipponici gli fornirono un interprete, un autista personale 24 ore su 24 e una bella abitazione. Al suo esordio con il club giapponese, Schillaci segnò il suo primo gol nella vittoria per 2-0 contro il Verdy Kawasaki. Il 9 giugno 1994 venne squalificato per due giornate per aver insultato l'arbitro che aveva diretto l'incontro fra Júbilo Iwata e JEF United. Nel 1997 vinse con la sua squadra la J. League, ma subì anche un serio infortunio che lo relegò definitivamente lontano dai campi di gioco, fino al ritiro ufficializzato nel 1999. Con la maglia del Júbilo Iwata segnò in totale 56 gol in 78 partite. Il giocatore italiano ricordò così la sua esperienza giapponese: «Quando arrivai lì trovai un entusiasmo contagioso. Per loro lo Schillaci del mondiale non era mai finito e dimostrai con i miei gol quanto era forte il connubio: entusiasmo uguale impegno in campo e palla in fondo al sacco». In carriera ha totalizzato complessivamente 120 presenze e 37 reti in Serie A e 105 presenze e 39 reti in Serie B. Nazionale Schillaci in azione in maglia azzurra durante le «notti magiche» dell'estate 1990 Le buone prestazioni offerte alla sua prima stagione nella Juventus lo portarono nel 1990 a essere convocato per la prima volta nella nazionale maggiore, col commissario tecnico Azeglio Vicini che lo inserì nella rosa azzurra per il mondiale casalingo di Italia 1990. In precedenza, Cesare Maldini aveva fatto vestire per la prima volta all'attaccante siciliano la maglia azzurra, come fuoriquota, nell'Under-21. Ai campionati del mondo, Schillaci partì dalla panchina come riserva di Carnevale, al quale subentrò nella seconda metà del secondo tempo dell'incontro di apertura contro l'Austria, quando il punteggio era fermo sullo 0-0: dopo appena 4' dal suo ingresso in campo, l'attaccante siciliano segnò di testa il gol decisivo che permise agli azzurri di vincere la partita, anticipando i due difensori austriaci che lo pressavano da vicino al momento del cross di Vialli. Ad eccezione della seguente gara contro gli Stati Uniti, Schillaci diventò titolare dell'attacco italiano, insieme a Roberto Baggio, e segnò in tutte le successive gare giocate dagli azzurri contro Cecoslovacchia, Uruguay, Irlanda, nella semifinale persa ai tiri di rigore contro l'Argentina e nella finalina contro l'Inghilterra, che l'Italia vinse per 2-1; in quest'ultima partita, Baggio fece tirare a Schillaci un calcio di rigore, poi rivelatosi decisivo, in modo da fargli vincere la classifica dei marcatori del torneo. In semifinale, invece, Schillaci aveva preferito non rientrare fra i cinque giocatori designati per la sequenza dei tiri dal dischetto: «Avevo un problema muscolare ed ero stanco, ho preferito lasciare il compito a qualcuno più fresco di me. Non sono un grande tiratore di rigori: a volte li segno, a volte li sbaglio. Quando prendi la rincorsa, pensi a un sacco di cose e in un momento simile non puoi rischiare. È una grande responsabilità. Avrei voluto calciare, ma non ero al meglio». Schillaci (al centro) sorridente sul terzo gradino del podio, assieme ad alcuni suoi compagni di nazionale, al termine del mondiale 1990 A fine torneo vinse il Pallone d'oro adidas quale miglior giocatore della manifestazione e la Scarpa d'oro adidas in qualità di capocannoniere (6 reti); nello stesso anno solare si classificò secondo nella graduatoria del Pallone d'oro di France Football, dopo il tedesco Lothar Matthäus. I gol del mondiale 1990, ricordato come quello delle «notti magiche» per via del testo della canzone ufficiale della manifestazione interpretata dalla coppia Bennato-Nannini, rimasero nella memoria di tifosi e sportivi italiani. Schillaci ricordò così la sua avventura in quella rassegna iridata: «Nemmeno un folle avrebbe mai potuto immaginare cosa mi stava per accadere. Ci sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto. Basta che respiri e la metti dentro. Per me questo stato di grazia è coinciso con quel campionato del mondo. Vuol dire che qualcuno, da lassù, ha deciso che Totò Schillaci dovesse diventare l'eroe di Italia '90. Peccato che poi si sia distratto durante la semifinale con l'Argentina. Una disdetta: abbiamo preso solo un gol in quell'edizione dei mondiali, e quel gol ci ha condannati». In seguitò disputò altre otto partite in nazionale, l'ultima delle quali il 25 settembre 1991 contro la Bulgaria, partecipando anche alle qualificazioni per il campionato d'Europa 1992; segnò la sua ultima rete il 5 giugno, nella sconfitta contro la Norvegia. Dopo il ritiro Calcio Dal 2000 ha gestito a Palermo il centro sportivo "Louis Ribolla", una scuola calcio nella quale sono cresciuti diversi calciatori diventati professionisti come Antonio Di Gaudio e suo nipote Francesco Di Mariano. Era inoltre proprietario dell'U.S. Palermo, squadra giovanile palermitana. Nella stagione 2017-2018 ha seguito da direttore tecnico la nascita del progetto dell'Asante, club palermitano di Terza Categoria legato a un'omonima ONLUS e composto interamente da atleti migranti. Spettacolo Nel 2004 partecipò al reality show L'isola dei famosi, arrivando terzo con il 15% dei voti. Nel 2008 prese parte, assieme ad altri ex calciatori, al film Amore, bugie & calcetto. Nello stesso anno, nell'ambito del programma televisivo Quelli che il calcio, in cui era spesso ospite, tornò scherzosamente a vestire i panni di calciatore con la formazione dilettantistica dell'Altamura, disputando la partita conclusiva del campionato pugliese di Eccellenza; replicò l'esperienza nel 2017 con il Crocetta, squadra del campionato piemontese di Terza Categoria. Nel 2011 interpretò il ruolo di un boss mafioso nel quinto episodio della terza stagione della serie televisiva Squadra antimafia - Palermo oggi, mentre l'anno dopo partecipò in un cameo a un episodio della serie Benvenuti a tavola - Nord vs Sud. Nel 2016 pubblicò l'autobiografia Il gol è tutto, scritta assieme ad Andrea Mercurio. Nel 2019 partecipò al singolo Gli anni degli anni dei 78 Bit. Nel 2021 prese parte come concorrente al programma televisivo Back to School di Italia 1. Due anni dopo, assieme alla moglie Barbara, prese parte alla decima edizione del reality show Pechino Express, raggiungendo le semifinali. Politica Alle elezioni amministrative del 1997 si candidò come consigliere comunale della sua città tra le file di Forza Italia; venne eletto con circa 2 000 voti ma, non abituato all'agone politico, si dimise dalla carica dopo due anni. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C2: 1 - Messina: 1982-1983 (girone D) Campionato italiano Serie C1: 1 - Messina: 1985-1986 (girone B) Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Campionato giapponese: 1 - Júbilo Iwata: 1997 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Individuale Capocannoniere della Serie B: 1 - 1988-1989 (23 gol) Capocannoniere del campionato mondiale di calcio: 1 - Italia 1990 (6 gol) Pallone d'oro adidas del campionato mondiale di calcio: 1 - Italia 1990 Scarpa d'oro adidas del campionato mondiale di calcio: 1 - Italia 1990 (6 gol) All-Star Team del campionato mondiale di calcio: 1 - Italia 1990 Onze d'argent: 1 - 1990 Onorificenze Cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica italiana «Di iniziativa del Presidente della Repubblica» — 30 settembre 1991 Nella cultura di massa In ambito comico, a supportare la popolarità di Schillaci ha contribuito il trio Aldo Giovanni e Giacomo, in cui uno dei componenti, Aldo Baglio, aveva proprio nell'ex calciatore il suo idolo; in particolare si ricorda la citazione contenuta nel film Tre uomini e una gamba (1997), entrata a posteriori nell'immaginario collettivo dei fan, in cui Schillaci è definito «el gran visir de tücc i terun». Nel 2005 il rapper giamaicano Sean Paul ha menzionato Schillaci nella sua hit mondiale Temperature; nella canzone, infatti, Paul si autodefinisce «lo Schillaci delle ragazze». Lo stesso rapper ha spiegato il senso della menzione: «Tutti in Giamaica a quel tempo, negli anni '90, se eri bravo in qualcosa, dicevano: "Oh, sei uno Schillaci"». L'ex capitano della nazionale sudafricana, Steven Pienaar, è conosciuto sin da bambino con il soprannome di Schillo in onore di Schillaci.
  14. GERRY CAVALLO https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1989-1990 Nazione: Italia Luogo di nascita: Cascina (Pisa) Data di nascita: 20.07.1971 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1989 al 1990 Esordio: 15.11.1989 - Amichevole - Juventus-Nazionale Italiana Dilettanti 5-0 Ultima partita: 10.05.1990 - Amichevole - Biellese-Juventus 2-5 0 presenze - 0 reti
  15. NINO ZUCCHETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Nino_Zucchetti Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1916 al 1917 Esordio: 29.10.1916 - Amichevole - Milan-Juventus 0-1 0 presenze - 0 reti Nino Zucchetti (... – ...; fl. XX secolo) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Nino Zucchetti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Carriera Squadre di club1 1922-1923 US Torinese 22 (0) Carriera Con l'US Torinese disputa 22 gare nel campionato di Prima Divisione 1922-1923.
  16. EMANUELE ZUELLI Nazione: Italia Luogo di nascita: Merano (Bolzano) Data di nascita: 22.11.2001 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2021 al 2022 Esordio: 09.10.2021 - Amichevole - Juventus-Alessandria 2-1 Ultima partita: 30.03.2022 - Amichevole - Juventus-Pro Sesto 1-1 0 presenze - 0 reti
  17. SERGIO RE https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_2001-2002 Nazione: Brasile Luogo di nascita: - Data di nascita: 13.02.1984 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2001 al 2002 Esordio: 30.08.2001 - Amichevole - Juventus-Orbassano 7-0 0 presenze - 0 reti
  18. REOLI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1915 al 1916 Esordio: 10.10.1915 - Amichevole - Juventus-Torino 2-5 0 presenze - 0 reti
  19. “Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare” cit. don Abbondio ( “I promessi Sposi” – A. Manzoni)
  20. PIERLUIGI CASIRAGHI FABIO VERGNANO, DA “STAMPA SERA” DEL 10 LUGLIO 1989 Pierluigi Casiraghi è nato a Monza il 4 marzo 1969 e vive con i genitori (il padre lavora al mercato ortofrutticolo di Milano) a Missaglia, in Brianza. Acquistato dal Monza all’età di 10 anni, a 16 venne promosso dalla formazione allievi alla prima squadra che militava in serie B. Il debutto tra i cadetti con la maglia monzese il 20 ottobre 1985 in Arezzo-Monza 1-0. Nella prima stagione di B ha giocato 12 partite segnando 1 gol. Nei due campionati successivi, col Monza in C1, ha segnato 18 gol in 55 partite, contribuendo alla promozione in B e alla vittoria nella Coppa Italia di C. Quest’anno ha segnato 8 gol, ma è stato bloccato per oltre due mesi da un serio infortunio a un ginocchio ed è rientrato in squadra solamente nel mese di maggio. Tra i suoi hobby la musica (Vasco Rossi il suo cantante preferito), le auto veloci e i romanzi di avventura. I suoi modelli nel calcio: Gianni Rivera e Mark Hateley. A cinque giorni dalla chiusura del calcio-mercato Pierluigi Casiraghi è l’unico attaccante di ruolo su cui Zoff può contare. Il 22 luglio, quando la Juventus partirà per il ritiro di Buochs, qualcosa sarà cambiato, ma a meno di colpi di scena clamorosi, il giovane brianzolo riuscirà comunque a conquistare subito una maglia da titolare. E per uno che viene dalla B e che soprattutto ha solo vent’anni, non è cosa da poco. Ma sbaglia chi crede che la situazione lo preoccupi. Stamane rientra dalla Sardegna e si prepara a spendere gli ultimi spiccioli di vacanza nella sua Missaglia. E intanto pensa alla Juve: «E come non potrei farlo. Fino a ieri per me la Juve era un sogno. Oggi potrebbe diventare il mio futuro». Ha sfiorato il Milan (Berlusconi gli ha preferito Simone), ma già a fine aprile aveva capito che Boniperti aveva deciso di investire su di lui, su questo attaccante che fin dalla fanciullezza si porta dietro la fama di primo della classe. Adesso ha l’occasione di dimostrare davvero le sue capacità: «Ma non mi illudo – ammette – che sia semplice imporsi in A. Mi dicono che sia più facile della B per uno che sa giocare, ma è la prova del campo che conta. Le marcature tra i cadetti sono più aggressive, mentre in A conta soprattutto la tecnica. Il salto dalla C1 alla B non l’ho sofferto e mi auguro che succeda la stessa cosa ora». Forse un debutto più soft gli avrebbe giovato, ma Casiraghi non teme di «bruciarsi» in una Juve che ancora una volta è entrata in bacino di carenaggio. Spiega: «Quello del centravanti è un ruolo ad alto rischio, non solo nella Juve. Avrò addosso gli occhi di tutti, ma sono abbastanza freddo da saper reggere questa responsabilità. E se sbaglierò qualche gol già fatto, non credo che i tifosi bianconeri mi mangeranno». In questo momento la sua curiosità maggiore è sapere chi sarà il suo partner in attacco. Difficile rivelarglielo, ma si capisce che in fondo per lui un compagno vale l’altro. Quello che conta è riuscire a ottenere una maglia da titolare da Zoff, che lo conosce poco e dovrà scoprirne le caratteristiche in fretta. Casiraghi intanto lo aiuta presentandosi: «Ho una buona potenza e una discreta progressione. Alla Elkjaer, diciamo, senza esagerare. Non credo di avere piedi ruvidi e di testa mi difendo. Ho studiato a lungo Hateley, un vero idolo per me, e spero di essere riuscito a carpire i suoi segreti di uomo d’area. Difetti? Ne ho, senza dubbio. Per esempio devo migliorare la maniera di stare in campo e imparare a sfruttare meglio l’aiuto del mio compagno d’attacco. Prima ero punta unica e il mio gioco era caratterizzato dalla potenza. Ma a essere egoisti c’è tutto da perdere». Insomma è sempre terribilmente sicuro di sé, anche quando il pensiero viaggia a una Juve un po’ in difficoltà e costretta a tentare di recuperare il terreno perduto. Ma per Casiraghi la Signora non ha perso fascino. Riconosce infatti: «La Juve sta attraversando un momento delicato, ma la voglia di vincere è sempre la stessa. I campioni di una volta se ne sono andati, ma è proprio pensando a gente come Cabrini che trovo la carica giusta per affrontare questa avventura. Peccato però che Antonio non sia più alla Juve. Per me sarebbe stato un modello cui ispirarmi giorno dopo giorno». Ma i maestri non gli sono mai mancati e anche nella nuova Juve troverà qualcuno disposto a dargli una mano. La lezione però sembra averla già imparata a memoria: «Ho capito che bisogna fare grandi sacrifici per arrivare in alto e per restarci perché basta poco per ritrovarsi a terra. Nel calcio il passato non conta e so che a Torino quello che ho fatto nel Monza non avrà più alcun valore. Dovrò ricominciare, facendo tesoro di quello che ho appreso prima con Magni, poi con Pasinato e Frosio, senza mai perdere quella freddezza che mi ha sempre aiutato nei momenti più difficili». Quindi niente promesse inutili: «Il presidente Boniperti la prima volta che mi ha incontrato non mi ha chiesto la luna, ma semplicemente di fare le cose per le quali anche lui mi apprezza. Se riuscissi ad accontentarlo, la mia prima stagione con la Juventus sarebbe in ogni caso più che positiva». Insieme a lui, arriva un altro debuttante, Salvatore Schillaci, proveniente da Messina. I due, insieme a Rui Barros, portano la Juventus alla conquista della Coppa Italia e della Coppa Uefa. Pigi parte spesso dalla panchina, ma il suo contributo, soprattutto nella parte finale della stagione è determinante. «Cresciuto a Missaglia e abituato alla provincia, credevo di trovare difficoltà a inserirmi. Invece ho legato in un istante. Torino è fredda al punto giusto: lascia spazio alla vita privata, cosa che apprezzo molto, perché non amo il clamore. Per il mio carattere la Juve è il massimo. La filosofia della società bianconera, sempre misurata e schiva, si sposa meravigliosamente con il mio modo di vedere le cose. Nella Juventus di oggi regnano amicizia e armonia. Ci aiutiamo tutti. È un ambiente ideale per un giovane come me». Nella stagione successiva Zoff è sostituito da Maifredi, arriva Roberto Baggio e Casiraghi diventa il centravanti titolare. La Juventus delude, ma Pigi colleziona 35 presenze e segna 14 gol. «Non è stato facile cambiare schemi e compagni: il problema è programmare vincendo subito. Forse sarebbe servito più tempo, però siamo rimasti fuori dall’Europa e non accadeva da trent’anni». Ritorna il Trap e Casiraghi è felice. «Per me è una fortuna, una meraviglia far parte di questo gruppo: appartenere alla società più blasonata d’Italia. Il mio desiderio è quello di trascinare la Juve verso i più alti traguardi. Ne abbiamo tutte le possibilità: quest’anno ci vedrà competere al vertice». Gioca tantissimo, le sue presenze salgono a 41, i suoi gol, però, sono solamente 8. Sta diventando un attaccante molto abile nel gioco aereo e nel creare spazi ai compagni, sfruttando la sua stazza fisica. Ma la rete avversaria la gonfia raramente e la compagine bianconera corre ai ripari, acquistando Vialli e Ravanelli. La conseguenza logica è che, per Pigi, gli spazi si riducono notevolmente: la stagione 1992-93 lo vede in campo solamente 29 volte, le realizzazioni sono una miseria: 5. «Mi sono chiesto tante volte il motivo per cui non faccio tanti gol e ho capito che purtroppo non esiste una sola causa. Nella seconda metà della scorsa stagione mi ha frenato un vistoso calo fisico, unito alla flessione della Juventus. Per questo campionato il discorso è differente: non sono partito titolare, ho giocato meno, sono spesso entrato per sostituire qualcun altro e in queste condizioni è molto più difficile far bene. Infine sono subentrati impercettibili blocchi psicologici e quando accade una cosa del genere viene anche a mancare la necessaria sicurezza. Non sei più tranquillo. Se a tutto questo aggiungiamo un po’ di sfortuna, ecco la risposta ai tanti mesi di astinenza, dalla quale vanno però esclusi i gol nelle Coppe. Non sono soddisfatto, però è esagerato considerare un fallimento la mia avventura in bianconero. Ho vinto due Coppe e ho vissuto momenti negativi profondi, personali e di squadra. Mi aspettavo di più, potevo fare di più, è vero. Ma sono stato bloccato dagli incidenti. E le vicende della Juve non mi hanno aiutato: se non si conquista lo scudetto da tanto tempo, vuol dire che qualche problema c’è. Io ho ancora tanto da migliorare e possibilmente da vincere. Devo aumentare il mio livello tecnico, devo essere più preciso e meno precipitoso, voglio diventare più efficace nel dribbling. Tuttavia non si vince e non si perde da soli, mai». Terminata la stagione chiede di essere ceduto e si trasferisce alla Lazio. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/pierluigi-casiraghi.html
  21. PIERLUIGI CASIRAGHI https://it.wikipedia.org/wiki/Pierluigi_Casiraghi Nazione: Italia Luogo di nascita: Monza Data di nascita: 04.03.1969 Ruolo: Attaccante Altezza: 182 cm Peso: 78 kg Nazionale Italiano Soprannome: Pigi Alla Juventus dal 1989 al 1993 Esordio: 23.08.1989 - Coppa Italia - Cagliari-Juventus 0-1 Ultima partita: 25.04.1993 - Serie A - Juventus-Fiorentina 3-0 147 presenze - 37 reti 1 coppa Italia 2 coppe Uefa Pierluigi Casiraghi (Monza, 4 marzo 1969) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Nel 1994 è stato vicecampione del mondo con la nazionale italiana. Pierluigi Casiraghi Casiraghi alla Lazio nel 1993 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 4 agosto 2000 - giocatore Carriera Giovanili 19??-1985 Monza Squadre di club 1985-1989 Monza 94 (28) 1989-1993 Juventus 147 (37) 1993-1998 Lazio 140 (41) 1998-2000 Chelsea 10 (1) Nazionale 1988-1990 Italia U-21 7 (1) 1991-1998 Italia 44 (13) Carriera da allenatore 2001-2003 Monza Giovanili 2003-2004 Legnano 2006-2010 Italia U-21 2006-2010 Italia U-20 2008 Italia olimpica 2014-2015 Cagliari Vice 2015-2016 Al-Arabi Vice 2016-2017 Birmingham City Vice Palmarès Mondiali di calcio Argento Stati Uniti 1994 Europei di calcio Under-21 Bronzo 1990 Bronzo Svezia 2009 Torneo di Tolone Oro Tolone 2008 Caratteristiche tecniche Giocatore «Centravanti d'area di rigore», in giovane età si segnalò come uno dei pochi giocatori italiani con caratteristiche simili a quelle di Roberto Boninsegna, pur denotando qualche imprecisione sul piano realizzativo. Molto dotato sul piano fisico e atletico, compensava una tecnica poco raffinata con l'abilità nel gioco aereo, l'efficacia in acrobazia e la capacità di svariare sul fronte d'attacco, mettendosi a disposizione della squadra e risultando prezioso per la sua tendenza a creare spazi ai compagni. Carriera Giocatore Club Monza Casiraghi (a destra) al Monza, assieme a Gianluca Gaudenzi, nella stagione 1988-1989 Cresce nel settore giovanile del Monza, la squadra della sua città, e nella stagione 1985-1986 viene aggregato alla prima squadra. Esordisce il 21 agosto 1985, a soli 16 anni, nella gara di Coppa Italia Monza-Fiorentina (0-3), quando al 72' subentra a Roberto Antonelli. Due mesi dopo, il 20 ottobre 1985, fa il suo esordio in Serie B durante l'incontro Arezzo-Monza (1-0). Il 1º giugno 1986, a 17 anni, realizza il suo primo gol in carriera nella gara della 36ª giornata di campionato persa 3-1 in trasferta contro il Pescara. Casiraghi ottiene 14 presenze stagionali ma il Monza, arrivato ultimo, retrocede in Serie C1. All'inizio della stagione successiva, 3 settembre 1986, realizza una doppietta decisiva nella gara di Coppa Italia vinta 2-0 contro la Sampdoria. Conclude la stagione 1986-1987 con 25 presenze e 6 reti in campionato. Nella stagione 1987-1988, grazie alle sue 12 reti in campionato, è uno dei protagonisti della promozione in Serie B della squadra brianzola, che con l'allenatore Pierluigi Frosio vince anche la Coppa Italia Serie C nella quale Casiraghi realizza 2 gol. Nel campionato seguente, realizza 9 gol in Serie B e forma con Maurizio Ganz la coppia offensiva del Monza che centra l'obbiettivo della salvezza. Juventus Arriva alla Juventus nella stagione 1989-1990, per 6,4 miliardi di lire. Sotto la guida tecnica di Dino Zoff fa il suo esordio in Serie A il 27 agosto 1989, a 20 anni, in Juventus-Bologna (1-1) quando al 58' subentra a Salvatore Schillaci. Nella prima stagione torinese totalizza 23 presenze in campionato segnando 4 reti: la prima in A il 6 settembre 1989 in Juventus-Fiorentina 3-1. Risulta tra i maggiori protagonisti nei due percorsi, entrambi vittoriosi, di coppa: realizza la doppietta che fissa sul 2-0 il risultato dell'andata della semifinale di Coppa Italia disputata a Torino il 31 gennaio 1990, ai danni della Roma e una delle tre reti bianconere nell'andata della finale di Coppa UEFA Juventus-Fiorentina 3-1, svoltasi sempre a Torino il 2 maggio 1990. La stagione seguente vede l'arrivo sulla panchina bianconera di Luigi Maifredi, scelta che rappresenta una rottura dal punto di vista sia tradizionale che tattico. Il giovane Casiraghi continua a segnare reti importanti come quella del vantaggio nell'andata della semifinale di Coppa delle Coppe disputata sul campo del Barcellona il 10 aprile 1991, persa poi per 3-1. Casiraghi in azione alla Juventus nel corso dell'annata 1990-1991 Al sostanziale fallimento dell'idea-Maifredi (la Juventus non raggiunge neanche un piazzamento utile per la Coppa UEFA) fa seguito il ritorno di Giovanni Trapattoni che riporta la squadra a livelli altamente competitivi: il secondo posto in campionato, al quale Casiraghi contribuisce con 7 reti, e la finale di Coppa Italia persa contro il Parma. Nella stagione successiva l'organico d'attacco della Juventus si amplia notevolmente: arrivano infatti Gianluca Vialli dalla Sampdoria e Fabrizio Ravanelli dalla Reggiana. Inoltre la squadra bianconera dispone di centrocampisti offensivi quali Roberto Baggio e Andreas Möller, pertanto lo spazio disponibile per Casiraghi diminuisce progressivamente: spesso è in panchina e non entra neanche a partita in corso come, ad esempio, nella vittoriosa doppia finale di Coppa UEFA. Alla fine della stagione le presenze globali sono 29 e le reti solo 5: Casiraghi, già da oltre due anni nel giro della nazionale, ha bisogno di una squadra che punti esplicitamente anche su di lui. Lazio Il 6 agosto 1993 si accorda con la Lazio con la formula del prestito oneroso per 1.5 miliardi di lire più il diritto di riscatto a 10 miliardi di lire: a Roma sulla panchina biancoceleste c'è Dino Zoff, tecnico che già conosce l'attaccante brianzolo per averlo allenato a Torino nella stagione 1989-1990. Nella prima stagione fa coppia con Giuseppe Signori segnando solo 4 reti in 26 partite. Al passare dei mesi l'intesa con l'attaccante bergamasco migliora sempre più: Casiraghi riesce ad aprire ampi spazi per le incursioni di Signori che vince per la seconda volta consecutiva la classifica dei cannonieri. Nella stagione successiva la squadra viene affidata a Zdeněk Zeman, mentre l'attacco biancoceleste viene rinforzato con l'innesto di Alen Bokšić. In 34 partite di campionato Casiraghi mette a segno 12 reti tra le quali la quaterna, il 5 marzo 1995, nell'8-2 ai danni della Fiorentina e un memorabile goal in acrobazia il 23 aprile dello stesso anno nel derby di ritorno che fissa il risultato sul 2-0 in favore dei biancocelesti. Nella terza stagione in biancoceleste - la migliore dal punto di vista realizzativo anche globalmente - in campionato sigla 14 reti in 28 presenze. Nella stagione 1996-1997 la Lazio di Zeman non convince nel girone di andata, infatti dalla 19ª giornata (il 2 febbraio 1997) sulla panchina torna Zoff. Casiraghi dà comunque il suo apporto e in 24 presenze realizza 8 reti. Nella stagione 1997-1998 sulla panchina laziale arriva Sven-Göran Eriksson assieme alla bandiera doriana Roberto Mancini: Casiraghi viene impiegato 28 volte ma molto spesso entra a partita in corso, realizzando solo 3 reti (di cui una nel 3-1 in occasione del derby del 2 novembre 1997) ma è protagonista, con 4 reti in 10 partite, nella cavalcata in Coppa UEFA che porta la Lazio a disputare la sua prima finale europea, persa a Parigi contro l'Inter. A fine stagione la Lazio e Casiraghi vincono comunque un trofeo: la Coppa Italia. Durante la permanenza in biancoceleste fa parte sia della spedizione italiana per il campionato del mondo 1994 e per il campionato d'Europa 1996. Chelsea Nell'estate del 1998, a 29 anni, approda al Chelsea, in Inghilterra, per la cifra di circa 5.5 milioni di sterline. In quel periodo i Blues sono una squadra a trazione italiana: oltre a Gianfranco Zola, Casiraghi ritrova i suoi ex compagni Gianluca Vialli (nella doppia veste di giocatore-allenatore) e Roberto Di Matteo con i quali aveva giocato rispettivamente nella Juventus e nella Lazio. Dopo poche settimane di permanenza a Londra arriva il primo trofeo: è la Supercoppa europea vinta il 28 agosto a Monte Carlo ai danni del Real Madrid. L'8 novembre 1998 si frattura il ginocchio in più punti in seguito a uno scontro con Shaka Hislop, portiere del West Ham Utd: la violenza dell'impatto è tale che Casiraghi non riprende più a giocare a calcio a livello professionistico. Nonostante i numerosi interventi chirurgici, Casiraghi non riesce a recuperare dal grave infortunio ed è costretto ad abbandonare la carriera, in seguito al licenziamento da parte del Chelsea avvenuto il 4 agosto 2000, a soli 31 anni. Nazionale Casiraghi in maglia azzurra nel 1996, alle prese con un avversario della Georgia nel corso delle qualificazioni al Mondiale 1998. Convocato dal CT Azeglio Vicini, Casiraghi fa il suo esordio in nazionale il 13 febbraio 1991, ancora prima di compiere 22 anni, in occasione della partita amichevole Italia-Belgio (0-0) disputata a Terni. Realizza il suo primo gol in nazionale il 19 febbraio 1992, nella gara amichevole vinta per 4-0 contro San Marino a Cesena. Fa parte dei 22 convocati per il campionato del mondo 1994, dove diviene vicecampione del Mondo scendendo in campo tre volte sempre da titolare: nelle gare della fase a gironi contro la Norvegia e il Messico, e nella semifinale vinta per 2-1 contro la Bulgaria. Il CT Arrigo Sacchi lo convoca anche per il campionato d'Europa 1996, dove nella prima gara del girone realizza la doppietta decisiva nella vittoria per 2-1 contro la Russia. Tuttavia, Casiraghi ed altri giocatori vengono lasciati in panchina nella seconda gara, persa contro la Rep. Ceca, e la nazionale viene eliminata nella fase a gironi dopo il pareggio contro la Germania. Il 15 novembre 1997 a Napoli realizza la rete decisiva contro la Russia (1-0) nella partita di ritorno degli spareggi per accedere al campionato del mondo 1998. La sua ultima partita in azzurro è l'amichevole del 22 aprile 1998 contro il Paraguay (3-1), nella quale subentra a Christian Vieri nella ripresa; a fine stagione non viene infatti convocato dal CT Cesare Maldini per la fase finale del Mondiale disputato in Francia. In nazionale ha totalizzato 13 gol in 44 presenze. Allenatore Il 17 luglio 2001 comincia ad allenare nel Monza, occupandosi del settore giovanile. Il 20 maggio 2003 ottiene il primo incarico tra i professionisti, diventando allenatore del Legnano (Serie C2, girone A). Viene esonerato il 24 marzo 2004. Il 16 luglio 2006 torna al Monza quale coordinatore del settore giovanile, fino a quando, il 24 luglio, a soli 37 anni, viene scelto dai commissari della FIGC Guido Rossi e Demetrio Albertini per sostituire Claudio Gentile sulla panchina della nazionale Under-21, e avrà anche la responsabilità dell'Under-20. Sotto la sua direzione l'Under-21 si qualifica all'Europeo 2007 nei Paesi Bassi, dove viene eliminata nel girone, ma riesce a ottenere comunque la qualificazione ai Giochi olimpici di Pechino 2008, superando il Portogallo in uno spareggio conclusosi ai tiri di rigore. In preparazione dei Giochi, guida la nazionale olimpica alla vittoria nel Torneo di Tolone 2008. Ai Giochi olimpici disputati in Cina la nazionale olimpica guidata da Casiraghi raggiunge i quarti di finale, dove viene eliminata dal Belgio. Si qualifica anche all'Europeo 2009 in Svezia, dove questa volta l'Under-21 supera la prima fase. Gli azzurrini vengono eliminati in semifinale perdendo per 1-0 con la Germania poi vincitrice del torneo. Infine, a causa della mancata qualificazione all'Europeo 2011 e ai Giochi olimpici di Londra 2012 dopo l'eliminazione ai play-off contro la Bielorussia, il 20 ottobre 2010 lascia la guida tecnica della'Under-21. Il 24 dicembre 2014 approda al Cagliari in qualità di vice di Gianfranco Zola, chiamato ad allenare la squadra sarda in sostituzione dell'esonerato Zdeněk Zeman. Il 9 marzo 2015, a seguito dell'esonero di Zola, viene licenziato insieme allo staff. L'11 luglio assume il ruolo di vice di Zola all'Al-Arabi in Qatar. Il 27 giugno 2016 viene esonerato insieme al tecnico. Il 14 dicembre segue l'ex attaccante del Chelsea anche al Birmingham City. Il 17 aprile 2017 entrambi si dimettono. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia Serie C: 1 - Monza: 1987-1988 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1989-1990 - Lazio: 1997-1998 Coppa d'Inghilterra: 1 - Chelsea: 1999-2000 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 2 - Juventus: 1989-1990, 1992-1993 Supercoppa UEFA: 1 - Chelsea: 1998 Allenatore Nazionale Competizioni giovanili Torneo di Tolone: 1 - 2008
  22. MAURIZIO TESTA https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1989-1990 https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1991-1992 Nazione: Italia Luogo di nascita: Novara Data di nascita: 28.01.1970 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1989 al 1990 e dal 1991 al 1992 Esordio: 26.03.1992 - Amichevole - Asti-Juventus 0-12 0 presenze - 0 reti
  23. DANIELE FORTUNATO Con quel nome – scrive Adalberto Scemma sul “Guerin Sportivo” del 26 luglio 1989 –, Fortunato deve essere piaciuto un sacco a Giampiero Boniperti. Potenza della scaramanzia. Costretto dall’educazione piemontese a evitare amuleti e chincaglierie napoletane, il presidente della Juventus rincorre da sempre, concedendo parecchio all’ironia, la formula di qualche infallibile rito propiziatorio. Ecco dunque che se il destino gli spiattella davanti un giocatore con fama di portbonnheur, Boniperti non chiede di meglio che ricorrere al più antica dei rituali beneauguranti: gli spalanca le braccia. Fortunato di nome, ma anche di fatto, a prendere visione dei risultati. A vent’anni, nell’83, ha portato il Legnano dalla C2 alla C1; nell’86 ha centrato con il Vicenza una promozione in A poi negata dalla giustizia sportiva; nell’88 è salito ancora una volta in A con l’Atalanta e nell’89 ha ottenuto con la squadra bergamasca la qualificazione Uefa. Ha lasciato. in poche parole, il segno dappertutto. E se tanto mi dà tanto, grazie anche al nome che si ritrova, ecco che a corroborare valutazioni ben precise di carattere tecnico devono essere intervenute considerazioni più sottili sul filo della scaramanzia. La possibilità, per esempio, di riprendere con l’Atalanta un nuovo fortunato periodo di collaborazione dopo il capitolo miliardario di Cabrini, Marchetti, Scirea, Fanna, Marocchino e così via: l’età, infine, del giocatore. Daniele ha 26 anni, è nel pieno della maturità, non dovrà temere il pericolo dell’ambientamento. E poi 26 è il doppio di 13, numero magico. Tornano i conti, insomma, e si chiude il ciclo dei riti propiziatori in attesa che si riapra quello, certo più caro a Boniperti, delle vittorie calcistiche. Lui, Daniele Fortunato, si è presentato subito nel segno (e nella filosofia) della Juve. Frasi concrete, meditate promesse, dichiarata voglia di vincere, nessuna concessione ai proclami furenti di Rodomonte. Ha dribblato subito, e con molta destrezza, il problema del ruolo. Libero o centrocampista? «La questione», dice tranquillo, «non mi toglie certo il sonno. Nell’Atalanta ho giocato di preferenza a centrocampo, da play-maker arretrato, ma da libero ho disputato almeno una decina di partite, o perché mancava Progna, o perché così aveva deciso Mondonico. La verità è una soltanto, anche se la frase con cui la esprimo è vecchia come il cucco: nella Juventus sarei disposto a giocare anche in porta, con tutto il rispetto per Tacconi». C’è il problema, suggeriscono gli ipercritici, di una scarsa propensione per lo sprint. Di struttura piuttosto compatta (è alto 1,81 e pesa 79 chili). Daniele Fortunato è tutto meno che un velocista. Si esprime in progressione con una certa disinvoltura, ma nel gioco corto, quando non basta la potenza ma serve anche il supporto della rapidità, potrebbe evidenziare limiti ben precisi. «Se mi mettessi a smentire questa valutazione», dice, «farei un torto a me stesso. Non sono un bugiardo e non posso certo nascondere l’evidenza. È vero, sono un po’ lento, però non bisogna esagerare considerandomi una lumaca. E poi ci sono alcuni segreti che Giorgi e Mondonico, gli allenatori più bravi che ho avuto nella mia carriera, mi hanno insegnato...». I segreti di Fortunato non sono figli dell’empirismo ma della logica. «La palla corre più veloce dell’uomo, non ci sono Carl Lewis, o Ben Johnson, che tengano. Bisogna colpirla bene, però. Non bisogna permetterle di andarsene per conto suo. Questione di tecnica? Sissignori. Facendo correre la palla al momento giusto e nel posto giusto si velocizza anche il gioco e si ottiene un risultato che nessuno sprinter al mondo, neppure il più forte di tutti, potrebbe centrare. E siccome la tecnica non mi manca, ecco che arrivo alla Juve tranquillo, senza il timore di deludere troppo le aspettative». Bruno Giorgi ed Emiliano Mondonico, dunque, alla base della maturazione di Daniele. E lui stesso a dichiararlo ed è un tributo doveroso, come ama ripetere, alla professionalità e anche all’«umanità». dote rara. «Parlare di riconoscenza», dice, «e il minimo che io possa fare. Ma in entrambi i casi mi sono trovato di fronte a personaggi davvero splendidi, due gentiluomini bravissimi anche sotto il profilo tecnico». A sentire Mondonico, cui spetta il merito di aver garantito a Fortunato la massima valorizzazione, questo ragazzo dalla volontà di ferro e dalle idee concrete, conserva ampi margini di miglioramento. Nonostante l’età e nonostante l’ipotesi di «maturità» che ha ispirato la scelta di Boniperti. «Anno dopo anno», ammette Daniele, «i progressi mi sono apparsi abbastanza evidenti. So come stare in campo, riesco a prevedere le situazioni tattiche che si presentano. Ma in tutta onestà non saprei proprio come valutarmi. Forse sono ancora da scoprire, e non soltanto sotto il profilo tecnico. Dal punto di vista piscologico, per esempio, ho acquisito durante le due ultime stagioni una buona dose di “forza”: ma penso che l’esperienza alla Juve contribuirà a cementarmi il carattere ancora di più. Credo che Mondonico faccia soprattutto un discorso di potenzialità inespresse, quando parla di margini di miglioramento. Un calciatore non si costruisce soltanto con la tecnica ma anche con la motivazione, con l’ambiente, con gli stimoli giusti: è naturale che giocando ai massimi livelli, con obiettivi degni di una squadra di vertice, il rendimento sia destinato a risentirne. Nell’Atalanta, bene o male, non ho mai avuto problemi particolari: l’importante era non perdere, tutto il resto costituiva una specie di optional. Alla Juve, invece, bisogna vincere subito. Quando si perde c’è sempre qualcuno pronto a chiederti il conto». Ventisei anni fatti a gennaio, nativo di Samarate nei pressi di Varese, cresciuto calcisticamente nel Legnano, Fortunato si presenta a Torino con credenziali sicuramente superiori (l’analisi è di carattere tecnico) a quelle di cui lo gratificano i critici superficiali, abituati a tener conto dell’«effetto popolarità» più che della concretezza. Non è un fuoriclasse ma già in partenza garantisce a Zoff una possibilità di impiego in più direzioni pur nei limiti imposti dalle sue funzioni di centrocampista. Il che rappresenta di per se stesso una rarità considerando gli eccessi di specializzazione che alcuni allenatori della nuova frontiera sembrano propugnare: centrocampista laterale, cursore, interdittore, playmaker, suggeritore e così via. Ma affibbiare a Daniele Fortunato l’etichetta di jolly può essere limitativo. «Sia a Vicenza che a Bergamo», sottolinea Daniele, «mi sono trovato ad affrontare le situazioni tattiche più disparate. Durante la mia prima stagione atalantina, poi, ho potuto sperimentare l’ebbrezza di giocare in Europa: l’esperienza in Coppa delle Coppe, grazie anche al suggerimento di uno come Stromberg, è stata fondamentale. Posso dire soltanto che il calcio di oggi, a mio avviso, consente ampi margini di espressione a giocatori che abbiano un minimo di fantasia. Ripetere in continuazione lo stesso schema, esercitare le stesse funzioni può rappresentare l’anticamera della paranoia. Personalmente preferisco affrontare situazioni nuove, risolvere gli imprevisti. È una questione di stimoli». Gli stimoli, Daniele Fortunato, ha corso il rischio di perderli tutti due stagioni fa, in occasione della sfortunata parentesi vicentina. «Quello è stato davvero un colpo basso. Dopo aver inseguito un sacco di sogni, dopo una stagione infittita di sacrifici, ci siamo ritrovati in C invece che in A. Avevo 24 anni, un’età “difficile”, nel senso che se non trovi subito il salvagente a portata di mano corri davvero il rischio di perderti, Invece ho avuto la fortuna di incontrare l’Atalanta e di poter ricominciare daccapo. Ma se devo essere sincero la mia convinzione era ormai una soltanto: quella di fare la spola tra la Serie B e la C, a seconda delle circostanze. Si vede che nel calcio non bisogna mai arrendersi davanti a nulla, neppure all’evidenza». C’è sempre (come Boniperti si sforzerà di non ammettere) una componente scaramantica. Nel caso di Daniele Fortunato il portbonnheur di turno è stato un piccoletto alto appena 1,68, Eligio Nicolini. Gli ha portato buono sia al Vicenza che all’Atalanta ma non potrà seguirlo (anche se non ci sono limiti alla provvidenza) in occasione dell’avventura juventina. «Mi sono simpaticissimi i “tappi”», ride Daniele, «e Nicolini mi mancherà moltissimo. Ma a Torino troverò Rui Barros, che è ancora più piccolo. Andremo d’accordissimo. Ha un carattere che si integra perfettamente con il mio». Per far compagnia a Daniele (tre anni di contratto, ma lui spera ovviamente di rinnovarlo) si trasferiranno a Torino, da subito, la moglie Cinzia e il piccolo Luca. E se proprio vogliamo tornare alla scaramanzia, osserviamo che per tre ex-atalantini che partono (Cabrini, Magrin e Bodini) ne arriva uno ancora più... Fortunato. Non è Finita. Daniele ha giocato nel Legnano come altri due juventini del passato, lo svedese Palmer e l’olimpionico Emilio Caprile. «azzurro» nel ‘48. Lo stesso Caprile che contribuì a far vincere alla Juve lo scudetto del ‘52. Buon sogno. È un vero jolly, capace tanto di giocare sia a centrocampo quanto in difesa. Ha un unico vero limite, una lentezza davvero esasperante, anche se lui si arrabbia quando glielo fanno notare: «Non capisco questa critica, sinceramente. Non sarò velocissimo, però non ricordo un avversario che mi sia andato via in velocità, né a centrocampo, né in difesa. Credo di avere tempismo e senso della posizione. Ma la verità è che le critiche mi piovono addosso solo quando perdiamo. Se si vince, nessuno si accorge se sono lento o meno. Comunque, se proprio bisogna trovare un difetto al sottoscritto, va bene la lentezza, tanto più che un fulmine di guerra comunque non sono mai stato». Ha, però, un senso tattico davvero sviluppato da autentica prima fascia, piedi non disprezzabili e intelligenza calcistica sopraffina, testimoniata dalla facilità con la quale si alterna in difesa e a centrocampo e da una non trascurabile confidenza con il gol: «Non sono mai stato un regista, non ne ho le caratteristiche in senso classico. Mi sento un mediano, che cerca di rubare qualche palla all’avversario e rilanciare il gioco. Credo però che il regista non necessariamente debba stare in mezzo al campo: può agire in difesa o là davanti». La prima stagione in bianconero, sotto la guida di Dino Zoff, non è particolarmente fortunata: «In otto anni di carriera professionistica non mi ero mai fermato. Arrivo alla Juventus e subito va tutto bene, gioco, me la cavo discretamente in campionato e bene in coppa. Poi, a gennaio, la prima tegola e, subito dopo, la seconda. Se la prima volta è stata brutta, la seconda è stata tremenda. Ho temuto per la carriera, lo confesso, avevo paura di non riuscire a recuperare, visto che non ero abituato a infortuni così seri. Ma è stato proprio allora che ho capito tutta l’importanza di essere alla Juventus. Nel senso che devo ringraziare la società, in particolare l’allora presidente Boniperti. Mi sono stati tutti vicini, mi hanno tranquillizzato, mi hanno detto di non avere fretta, di recuperare senza preoccupazioni. Mi hanno fatto capire che c’era bisogno di me. Sì, lo so, possono sembrare cose banali, ma per me era importante sentirmele dire da certi personaggi. Ho capito che la Juventus è il massimo anche per un giocatore infortunato». Nonostante tutto, Daniele ha la grande soddisfazione di vincere sia la Coppa Uefa, sia la Coppa Italia. Nell’anno di Maifredi, con una Juventus assurdamente infarcita di punte e mezze punte, l’Avvocato disse: «Con Fortunato in campo mi sento più tranquillo». In effetti, bilanciare quella squinternata banda di frivoli, senza far venire enormi spaventi al povero Tacconi, era un’impresa veramente ardua. Per lui, comunque, 34 presenze e una rete contro il Cesena. Purtroppo, anche un autogol nel derby di ritorno, che causa la sconfitta nella sfida stracittadina. «Può succedere, ma accidenti, mi sono detto, proprio nel derby? Avrei voluto scomparire, smaterializzarmi, ritrovarmi a mille chilometri di distanza!». La stagione del “calcio champagne” è deludente. «Uno come me non può essere quello che risolve: i risultati si raggiungono tutti assieme, con il sacrificio. Ci siamo sacrificati tutti meno del necessario, ecco la possibile spiegazione di questa annata non positiva». Nell’estate del ‘91 è ceduto al Bari; con la casacca bianconera totalizza 62 presenze e realizza 5 gol. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/daniele-fortunato.html
  24. DANIELE FORTUNATO https://it.wikipedia.org/wiki/Daniele_Fortunato_(calciatore_1963) Nazione: Italia Luogo di nascita: Samarate (Varese) Data di nascita: 08.01.1963 Ruolo: Centrocampista Altezza: 181 cm Peso: 79 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1989 al 1991 Esordio: 23.08.1989 - Coppa Italia - Cagliari-Juventus 0-1 Ultima partita: 19.05.1991 - Serie A - Juventus-Pisa 4-2 62 presenze - 5 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Daniele Fortunato (Samarate, 8 gennaio 1963) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Daniele Fortunato Fortunato all'Atalanta a fine anni 80 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 79 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1997 - giocatore Carriera Giovanili 1978-1980 Legnano Squadre di club 1980-1985 Legnano 141 (8) 1985-1987 Lanerossi Vicenza 61 (5) 1987-1989 Atalanta 68 (9) 1989-1991 Juventus 62 (5) 1991-1992 Bari 23 (2) 1992-1994 Torino 59 (4) 1994-1997 Atalanta 88 (6) Carriera da allenatore 2000-2001 Napoli Vice 2001-2003 Cosenza Vice 2004-2007 Cuneo 2007-2008 Ivrea 2008 Pergocrema 2010-2011 AlbinoLeffe Vice 2011-2012 AlbinoLeffe 2014-2015 Beira-Mar 2015-2016 Vicenza Primavera 2019-2020 Arzignano Valchiampo Berretti Carriera Giocatore Fortunato (in piedi, secondo da sinistra) nel Legnano 1983-1984 Cresciuto calcisticamente nel Legnano, con cui in cinque stagioni ottenne una promozione in Serie C1, si trasferì nell'estate del 1985 al Lanerossi Vicenza, in Serie B, dove rimase due per stagioni. Nel 1987 passò all'Atalanta, società con la quale nella stagione 1987-1988 ottenne la promozione in Serie A e raggiunse la semifinale di Coppa delle Coppe. Venne quindi ceduto nel 1989 alla Juventus per 6 miliardi di lire. A Torino partecipò nella stagione 1989-1990 alla conquista del double continentale composto da Coppa Italia e Coppa UEFA, tuttavia non riuscì a ritagliarsi spazi importanti anche a causa di due brutti infortuni, venendo così dirottato nel 1991 al Bari che lo acquista per 4,35 miliardi di lire. Giocò poco anche in Puglia e tornò quindi in Piemonte, stavolta sponda Torino, vincendo con la squadra allenata da Emiliano Mondonico anche la Coppa Italia 1992-1993. Dalla stagione 1994-1995 tornò a giocare per l'Atalanta, dove ottenne un'altra promozione dai cadetti alla massima serie. Allenatore Al termine della carriera ha intrapreso quella da allenatore, inizialmente come vice proprio di Mondonico al Cosenza e al Napoli, poi assumendo incarichi in società di categorie minori, tra cui il Cuneo e l'Ivrea: a Cuneo è rimasto per tre stagioni (dal 2004 al 2007) riuscendo a centrare una promozione in Serie C2, una semifinale play-off per salire in C1 e una finale di Coppa Italia di Serie C; a Ivrea invece è riuscito a portare la squadra ad un passo dai play-off. Il 9 giugno 2008 è stato ingaggiato come allenatore del Pergocrema, neopromosso in Prima Divisione, per la stagione 2008-2009, venendo però esonerato dall'incarico il 14 ottobre dello stesso anno. Il 9 luglio 2010 viene ingaggiato dall'AlbinoLeffe, ancora come allenatore in seconda di Mondonico; tra il 29 gennaio e il 14 febbraio 2011 gli viene inoltre affidata la guida della prima squadra a causa della temporanea rinuncia di Mondonico per motivi di salute. Il 17 giugno seguente, dopo che Mondonico (a stagione conclusa con la salvezza ai play-out contro il Piacenza) lascia definitivamente l'incarico per curarsi, Fortunato viene nominato nuovo allenatore dei lombardi; il 28 gennaio 2012 viene esonerato al termine della sconfitta casalinga contro il Bari (0-2) e sostituito da Sandro Salvioni. Il 30 gennaio 2014 diventa allenatore del Beira-Mar, nella seconda serie portoghese, riuscendo a portare la formazione lusitana alla salvezza con varie giornate d'anticipo. Il 30 giugno 2015 diventa allenatore della formazione Primavera del Vicenza, concludendo la stagione con un 13º posto. Per la stagione 2019-2020 viene chiamato alla guida della formazione Berretti del Arzignano Valchiampo. Palmarès Giocatore Fortunato (in piedi, secondo da sinistra) nella Juventus artefice del double continentale 1989-1990 Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C2: 1 - Legnano: 1982-1983 (girone B) Coppa Italia: 2 - Juventus: 1989-1990 - Torino: 1992-1993 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Allenatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie D: 1 - Cuneo: 2004-2005 (girone A)
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