Vai al contenuto

Socrates

Tifoso Juventus
  • Numero contenuti

    143417
  • Iscritto

  • Ultima visita

  • Days Won

    39

Tutti i contenuti di Socrates

  1. MASSIMO MAURO «Settembre del 1984, mi telefona il presidente Viola e mi dice che vuole conoscermi. Pranzo a casa sua, il pomeriggio firmo un contratto di tre anni. Ma l’Udinese non sa niente e scoppia un casino inaudito. Nella trattativa si inserisce la Juve. Mazza mi chiama: “Qui c’è il contratto firmato con la Juve, se rifiuti vai dove vuoi”. E come si rifiuta la Juve? Incontro Boniperti e si informa sulla mia vita privata: capelli lunghi, fidanzata. Lo rassicuro e firmo. L’impatto con la Juventus è bellissimo. Trovo Cabrini, mio avversario diretto per cinque anni. Boniperti ci diceva: “Non mi interessa che siate amici, ma voglio che in campo vi rispettiate”. E se devo citare un esempio di serietà, di attaccamento alla maglia, di correttezza dico Brio e ovviamente Scirea». Massimo Mauro alla prima stagione nella Juventus vince subito scudetto e Coppa Intercontinentale. È uno dei protagonisti del rinnovamento, della squadra che doveva essere sperimentale e che con il suo lungo sprint e qualche affanno mette in cassaforte il ventiduesimo titolo italiano. Trapattoni a Talamone, il suo feudo vacanza, nel luglio 1985, dice: «Mauro sarà importante. Lo aspetto come uomo cross, ma anche come prezioso elemento di raccordo. Le sue doti di palleggio sono note ormai, con lui e gli altri faremo un buon lavoro». Mauro non arriva molto sul fondo a crossare, va detto, ma il lavoro di raccordo in questa Juventus che si è scoperta da sola, partita per partita, è via via più importante. Sulla destra della squadra, punto di riferimento costante, puntuale, importante, c’è sempre Mauro. Pronto a ricevere la palla, a difenderla, ad aspettare l’arrivo del compagno, a prendere tempo, a partire. Il fisico robusto lo rende non troppo veloce, ma alla carenza di sprint il bianconero supplisce con la padronanza del palleggio. I primi due anni sono molto positivi per Massimo, soprattutto il primo quando contribuisce con ottime prestazioni alla conquista dello scudetto e della Coppa Intercontinentale. Non segna tanto (solamente 7 reti nelle 150 partite disputate in bianconero), ma quasi tutti gol decisivi: come quello che spiana la strada al successo sulla Roma del 10 novembre ‘85 o la rete di apertura nella vittoria scudetto a Lecce dello stesso anno. Ancora il pareggio ad Avellino nella stagione successiva. «Preferivo l’assist al gol, anche perché quando mi avvicinavo alla porta questa si rimpiccioliva. Per questo mi veniva più facile mettere in condizione il mio compagno di tirare a rete. Quando sono arrivato a Torino mi hanno subito paragonato a Causio, ma io non avevo la velocità per essere un grandissimo in quel ruolo, avevo l’intelligenza per essere un buon giocatore». La sua intelligenza tattica e le sue doti tecniche lo rendono un elemento quasi indispensabile. Poi, il rendimento cala, anche a causa di qualche problema fisico di troppo. Viene impiegato spesso come centrocampista centrale, avendo perso quasi del tutto lo spunto per saltare l’uomo. LICIA GRANELLO, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 25 FEBBRAIO 1987 Massimo Mauro, o dell’equilibrio conquistato. Venticinque anni a maggio, calabrese, un padre perso quando ancora l’età adolescente richiede un modello sicuro, un traguardo ambitissimo – giocare nella Juventus – quando ancora la maggior parte dei suoi coetanei deve decidere del proprio futuro, Calciatore della nouvelle vague fra i più apprezzati per quel suo caracollare aggraziato sul campo, la palla trattata come un peluche delicato, i cross tesi ora tagliati, comunque assist godibili per i compagni dell’attacco. Eppure, come spesso succede per certi amori destinati a durare a lungo, l’inizio è meno travolgente di quanto sperato: così che l’avventura continua fra dubbi ed esaltazioni, fra riserve e certezze. Gianni Agnelli che sussurra all’orecchio di un illustre vicino di tribuna: «Non ho ancora capito di chi è questo Mauro». Trapattoni, neanche lui troppo incline alla bonarietà gratuita, che invece nei suoi confronti ha tutt’altra considerazione: «Quando è arrivato gli ho chiesto di sacrificarsi il più possibile, anche a costo di apparire meno bello di quanto sia in realtà. Avevo bisogno di un giocatore in grado di coprirmi una certa zona del campo, di portarmi avanti più palloni possibili, anche in condizioni tecniche e ambientali non ideali. Mi sembra che abbia risposto nel migliore dei modi a questo tipo di esigenza, e so che può ancora migliorare». Con Marchesi, l’esplosione. Mauro non si è mai preoccupato troppo degli ondeggiamenti di giudizio. Schivo ma non timido, Sa raccontarsi con straordinaria tranquillità, senza mai essere banale, senza mai nascondersi. Avvolto in una tuta morbida e coloratissima parla di sé e del pianeta calcio, senza falsi pudori. «La Juventus per me è stato il realizzarsi di un sogno, forse anche qualcosa di più. Intendiamoci: io non ero uno di quelli che l’amava particolarmente, era la squadra che vinceva sempre, tutto lì. Lo so, al sud molta gente tifa per la squadra locale e poi per la Juventus, credo dipenda dalla voglia che uno ha di contare rispetto al calcio. Sicuramente in una discussione fra amici essere della Juventus conta più che tifare Palermo. È un atteggiamento che non condivido molto, io penso che si debba tifare per la squadra di dove si è nati... Per parte mia mi piaceva il Catanzaro e un po’ simpatizzavo per l’Inter, quella delle grandi vittorie. Ma tifoso accanito no, se il Catanzaro vinceva ero contento ma niente di più. Mio padre invece era un tifoso juventino. È mancato nove anni fa. Quando c’era lui si stava bene, lavorava come magazziniere alla Renault. Piccola borghesia? No so, dipende da cosa uno pretende di avere nella vita per essere contento. Dopo la sua morte qualche periodo di difficoltà l’abbiamo avuto. Mio fratello giocava in C2, mia sorella lavorava in banca, insomma ce la siamo cavata. A Catanzaro non torno spesso, giusto per vedere mia sorella, che si è sposata ed è rimasta là. E neanche a Udine, dove mio fratello lavora come ingegnere chimico. Non sono uno che si affeziona molto ai posti». Il calciatore si piace. «Penso di aver fatto qualcosa in più di quello che dovevo. Dicono che non ho il dono della continuità. Io credo che giocare nei campionati, partita dopo partita, non sia possibile se l’allenatore pensa che tu sia uno da venti minuti a gara. Divertirmi col calcio? Il divertimento non è una cosa assoluta, può succederti in un certo periodo, con certi compagni, in una certa partita. Sicuramente ti diverti quando giochi da ragazzino. Ormai ci sono tali tensioni... Sono convinto che prima o poi il giocattolino scoppierà. Perché? Perché ci sono troppi giornali sportivi, perché il calcio non è più uno sport, non è più considerato un gioco da nessuno. L’Inghilterra, forse, è l’unico Paese che ci supera in quanto a violenza. Ma lì esistono dei presupposti diversi, sono le condizioni sociali a determinare il malcontento che si scarica nel calcio: anche la violenza è più facile da spiegare. Ma qui... Non capisco, non riesco a capire. Penso ai giornali sportivi: i quotidiani dovrebbero educare. Allora la colpa non è degli italiani, ma di chi li guida. Io nel calcio non ci sto stretto, ci sto e basta. Faccio il possibile per non aver rimorsi di coscienza. Io certe dichiarazioni non le faccio, ma se fossi un direttore, preferirei comunque non pubblicare certe cose, anche se mi costasse cinquantamila copie di vendita. Un buon direttore agirebbe così, a costo di censurare. Io alla stampa sportiva metterei il veto. Ognuno dice le cose che fanno più male, poi si fa il processo. Se non fosse per tutto il male che fa, sarebbe meglio di un film comico... Io una soluzione ce l’avrei. Potessi, darei un posto di lavoro a tutti e farei diventare il calcio uno sport dilettantistico. Lo so, lo so, è un sogno nel cassetto. Ma non ho solo quello: vorrei non farmi mai male e vincere ancora qualcosa con la Juventus’. Qualche giornalista direbbe che non voglio farmi male perché ho paura del dolore. Magari è anche vero, ma non c’entra niente con quello che uno fa in partita, mica lo stabilisci prima se ti fai male o no. Il mio modello – ghigno amaro – uffa, mi tocca inventarmene uno, come ho sempre fatto. Perché se dici che non hai neanche un modello ti guardano storto. Posso dire chi mi piaceva quando ero piccolo: Picchi e Burgnich, mi sembrava che ci mettessero qualcosa in più. Come nella Juventus Brio. Non so come fa: non ha una gran classe, eppure con lui non passa nessuno, ha una voglia, una grinta, per me è fortissimo. La Nazionale? Non ho un’idea ben precisa. Sono stato incluso nei probabili olimpici da Zoff. Io sono un ottimista, uno che sta bene, che è contento, non ho invidie e negli altri patisco solo le non verità. E non penso al domani: se ci penso mi vedo arbitro, bravo come Lanese. Oppure giornalista, ma a modo mio, senza un direttore, bravo come Gianni Mura o come Tony Capuozzo». Il secondo anno di Marchesi è un vero calvario, sia per Mauro che per la Juve: «Ho vissuto un anno davvero bruttissimo. Lo dico come giocatore della Juventus prima che come Massimo Mauro. Una stagione infelice, dove abbiamo fallito tutti i traguardi che ci eravamo prefissi all’inizio. E dove l’unico obbiettivo raggiunto (il posto in Coppa Uefa dopo lo spareggio col Torino ndr) è arrivato con una “coda” che non ci eravamo certo augurati. Poi c’è l’infelicità mia, personale. L’anno scorso andava tutto bene, l’allenatore mi stimava. Ero addirittura stato considerato il più bravo. Che cosa sia successo, proprio non lo so. Qualsiasi altro allenatore, con quella stagione alle spalle, non avrebbe creato problemi. E invece è successo qualcosa ed è cambiato tutto. Che cosa? Ah, chi lo sa... Non posso mica diventare scemo per cercare di interpretare il comportamento degli altri. Certo è che non ho passato dei mesi tranquilli. Sapevo di non essere diventato un brocco di colpo. Con l’Olimpica continuavo a giocare bene, anche molto bene. E a giocare male, molto male con la Juventus. Da fuori è facile dire: se sei bravo, fregatene di quello che pensa il mondo. Ma questa è retorica bella e buona. Sapere di non essere stimato dal tuo allenatore, e non capire il perché, beh, quando vai in campo non te lo dimentichi, ce l’hai sempre dentro. Comunque non ho fatto cose pazze. Ho avuto una sola reazione negativa, nella partita col Milan. E non sono certo andato a lamentarmi dal presidente Boniperti. Ma si sbaglia chi pensa che fosse una questione personale fra me e il tecnico. Direi che la situazione di malessere era generale. Perché abbiamo giocato spesso tanto male? È una domanda che mi sono fatto mille volte e, con me, i miei compagni di squadra. Non voglio certo dare tutte le colpe all’allenatore. Però il responsabile tecnico della squadra era lui... Diciamo intanto che non siamo mai riusciti a giocare con la stessa formazione per un periodo sufficiente. Ci sono state le squalifiche, gli infortuni. E decisioni varie sull’assetto della Juventus. Io ho sempre pensato che la vera forza stesse nel blocco. Undici-dodici giocatori, sempre gli stessi a reggere il peso della stagione. E invece, tutto è diventato troppo complicato, troppo faticoso. Quando esiste una situazione di disagio diffuso, ogni giustificazione è buona per spiegare o per tentare di farlo: gli allenamenti poco rigorosi, l’errata disposizione tattica. Tanto, hai l’impressione che comunque faccia, sei destinato a sbagliare. La mia opinione? La Juventus quest’anno non è stata guidata da grande squadra, ma come una formazione anonima. È vero, in qualche modo l’abbiamo rimediata. A fine stagione i giocatori importanti della squadra si sono messi a giocar bene. Ma è stato un caso, non puoi decidere prima quando e come farlo, naturalmente. Quando ho saputo che il nostro nuovo tecnico sarebbe stato Zoff sono stato contentissimo. La prima cosa che ho pensato è stata: mi allena uno che crede in me, nelle mie capacità. E la seconda è stata: finalmente si tornerà a vedere la Juve di sempre, quella che ho imparato a conoscere e stimare quand’ero ancora un ragazzino e poi quando sono arrivato a Torino. Quest’anno non era la vera Juve, era una squadra molle, una squadra che poteva perdere su tutti i campi, neanche faceva notizia quando succedeva. Incredibile. Io conoscevo una squadra che per giocarci contro e sperare di vincere dovevi fare il triplo e ancora non bastava... Perché tutti dicono: lo stile Juventus è la camicia con cravatta. Non hanno capito niente: stile Juventus vuol dire: duri a morire. E invece nell’ultimo campionato abbiamo perso delle partite in modo indecoroso, neppure noi capivamo come si potesse giocare così male, senza avere niente dentro. Da questo punto di vista, l’arrivo di Zoff rappresenta una garanzia. Sono sicuro che con lui certe giornate di vuoto assoluto non capiteranno più». VLADIMIRO CAMINITI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 1989 L’esterofilia che sembrerebbe privarci perfino del ragionamento, aveva, or non è molto, destinato Massimo Mauro, ovvero il Massimo dei pedatori quanto ad originalità, alla panchina. I tre fuoriclasse stranieri della squadra lo chiudevano, impedendogli non dico di respirare (infatti, continuava a essere molto dialettico nei dialoghi con i cronisti) ma di credere nel futuro. Nonostante il conforto del contratto, Mauro sembrava definitivamente fuori, escluso, depennato e via continuando. I fatti hanno dimostrato il contrario. Mauro ha riconquistato la maglia di titolare ed ha assunto in campo la posizione che oggi gli è più congeniale, di center half offensivo, di punto di riferimento. Chi vorrebbe paragonare Mauro, come tornante, a quel grandioso ineguagliato tornante che fu Causio, si troverebbe in minoranza; no, Mauro come tornante non ha eguagliato il maestro. È stato sicuramente eccezionale ma nella discontinuità, ha avuto momenti creativi propri del suo repertorio ma cadenza di scatto e potenza di cross fanno preferire Causio, che modellava la sua partita all’insegna di uno scoppiettante talento estroso. Il tornante Mauro riesce per parte sua a chiudere l’azione col cross da gol, ma più sporadicamente; e anela di conquistare zone centrali dalle quali sbrigliare il suo talento costruttivo. Ben conoscendolo, Dinosauro Zoff ha aspettato che il suo pupillo si scaldasse abbastanza in panchina, prima di rilanciarlo. E la Juve ha trovato un giocatore d’ordine dalle caratteristiche native che lo portano a meditare l’assist per riassumere in esso il massimo dell’intelligenza tattica. Intelligenza tattica e squisitezza tecnica di piede fanno di Mauro il quarto effettivo grande straniero dell’attacco, se così ci vogliamo esprimere; e sempre che la nostra esterofilia non ci chiuda gli occhi definitivamente, anche per l’anagrafe Mauro è destinato a rendere ancora grossissimi, luminosi servizi alla sua Juventus. Anche se arriveranno altri mostri stranieri in una Juve sempre più competitiva, come ha sottolineato anche l’Avvocato, andando verso il Novanta? Il problema è credere in giocatori come Mauro, imprescindibili da società come la Juventus. Con il destino di avere il massimo in tutto. Massimo lascia la Juventus nell’estate del 1989. Destinazione Napoli, dove incontrerà il terzo genio della sua carriera: dopo Zico («umiltà, ragionamento e classe, un modello di bravura e di dedizione, un giocatore universale»), Michel Platini («furbo e intelligente, un uomo squadra che creava il gruppo e lo rendeva unito») ecco Diego Armando Maradona («è stato il calcio e lo trasformava in poesia, nel teatro di ogni meraviglia possibile»). Persona molto intelligente, quello che ha dentro lo racconta a cuore aperto: «Non è un mondo facile, quello del calcio: ti stressa, ti violenta, ti impone gente che non conosci, cerca di importi giochi che non vorresti giocare, e devi stare attento, è facile sbagliare. Se gratti via la superficie è un mondo non più dorato ma difficile, ti devi difendere se ti piace giocare, fare carriera, divertirti in campo. Che poi, a pensarci bene, io mi divertirei solo con undici amici in piazza; alla domenica non sono spensierato, voglio vincere. Sono così, anche da bambino, giocavo alle biglie, spesso vincevo, quando non capitava diventavo una belva, non scherzo. Nel calcio italiano ti diverti se vinci, hai mille responsabilità addosso, se quando giochi pensi a troppe cose meglio starsene in spogliatoio: il segreto del calciatore è riuscire a isolarsi, per poi entrare dentro, e vincere, e basta. Mondo strano, dicevo, che ha molti lati negativi e molti positivi. La cosa più stupida sono le pagelle con i voti, ma le guardiamo tutti, io per primo, e magari ci rimaniamo male. C’è altro, sì c’è anche altro, a volte compagni che non capisco, a volte un po’ di malinconia. Ma fa parte del gioco, come fa parte del gioco questo giro di trattative, di voci. Io non mi sento carne da macello, se parlano di soldi e di quanto valgo: bene, se mi pagano tanto vorrà dire che guadagnerò di più, io sono entrato nel meccanismo, ho deciso di fare questo mestiere, chi si lamenta e non ama la parola mercato, perché non lo dice chiaro e non fa un’altra cosa?». Nel 1993, a soli trentuno anni, l’improvviso ritiro: «Avevo un problema serio alla schiena, me lo portavo dietro da quando ero bambino. Per fortuna sono sempre riuscito a nasconderlo, ma che mi impediva di giocare come volevo e potevo. Inoltre, mi ero accorto di essermi stancato dei ritiri e degli allenamenti. Se ho rimpianti? Quello di decidere di andare via dalla Juve. Ma un conto era giocarsi il posto con Platini e Vignola, un altro con Rui Barros, Zavarov e Magrin». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/massimo-mauro.html
  2. MASSIMO MAURO https://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Mauro Nazione: Italia Luogo di nascita: Catanzaro Data di nascita: 24.05.1962 Ruolo: Centrocampista Altezza: 179 cm Peso: 76 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1985 al 1989 Esordio: 21.08.1985 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 0-0 Ultima partita: 25.06.1989 - Serie A - Juventus-Verona 3-0 150 presenze - 7 reti 1 scudetto 1 coppa intercontinentale Massimo Mauro (Catanzaro, 24 maggio 1962) è un dirigente sportivo, ex calciatore, politico e commentatore sportivo italiano. Massimo Mauro Mauro alla Juventus nella stagione 1986-1987 Nazionalità Italia Altezza 179 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1993 Carriera Giovanili 1979 Catanzaro Squadre di club 1979-1982 Catanzaro 58 (1) 1982-1985 Udinese 83 (8) 1985-1989 Juventus 150 (7) 1989-1993 Napoli 64 (2) Nazionale 1980-1984 Italia U-21 17 (1) Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1984 Biografia Ha un fratello maggiore, Gregorio, anch'egli calciatore. È stato il fondatore, assieme a Gianluca Vialli, della Fondazione Vialli e Mauro per la Ricerca e lo Sport, una ONLUS impegnata soprattutto nella lotta contro la sclerosi laterale amiotrofica. Nel 2008, come Fondazione Vialli e Mauro, insieme a Fondazione Cariplo, Fondazione Telethon e AISLA dà vita ad AriSLA (Fondazione Italiana per la ricerca sulla SLA), di cui è membro del consiglio di amministrazione. Dal 2013 ricopre il ruolo di presidente di AISLA. Dal 2005 al 2018 è stato commentatore sportivo per Sky Sport; dal 2007 è giornalista pubblicista. Negli anni seguenti collabora prima con Rai 2 e poi con Mediaset. Dal 2013 collabora inoltre con il quotidiano la Repubblica, per conto del quale cura il blog calcistico Visti dall'ala. Al di fuori del calcio, ricopre la carica di consigliere del circolo di golf di Torino, Royal Park I Roveri. Carriera Giocatore Club Mauro in azione all'Udinese nella stagione 1983-1984 Cresciuto nel Catanzaro, ha esordito in Serie A il 27 aprile 1980, lanciato dall'allora tecnico dei calabresi Tarcisio Burgnich nella sconfitta casalinga contro il Milan (0-3). Sempre contro i rossoneri, il 1º novembre 1981 ha realizzato la sua prima rete nella massima serie, contribuendo al 3-0 con cui i calabresi hanno ribaltato la sconfitta di un anno e mezzo prima. In seguito ha vestito le maglie dell'Udinese dal 1982 al 1985, quindi della Juventus (con cui ha vinto una Coppa Intercontinentale e uno scudetto) fino al 1989, infine del Napoli (che lo acquista per 3 miliardi di lire) fino al 1993, con cui ha vinto nel 1990 un secondo scudetto e una Supercoppa italiana. Durante queste tre esperienze ha avuto modo di militare, rispettivamente, al fianco di fuoriclasse quali Zico, Michel Platini e Diego Armando Maradona; su ciò ha scritto con Luca Argentieri un libro autobiografico dal titolo Ho giocato con tre geni. Nazionale Tra il 1980 e il 1984 è sceso in campo per 17 volte con la nazionale Under-21, realizzando un gol contro la Spagna. Dirigente Una volta conclusa l'attività agonistica, dall'ottobre del 1997 al luglio del 1999 ha ricoperto la carica di presidente del Genoa. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1985-1986 - Napoli: 1989-1990 Supercoppa italiana: 1 - Napoli: 1990 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Politica Massimo Mauro Deputato della Repubblica Italiana Legislature XIII Coalizione L'Ulivo Circoscrizione Calabria Incarichi parlamentari Componente della 7ª Commissione permanente Cultura dal 28 luglio 1998 Sito istituzionale Dati generali Partito politico L'Ulivo Titolo di studio Diploma istituto tecnico commerciale Professione Giornalista pubblicista Nel 1996 è stato eletto in Calabria alla Camera dei deputati per le liste dell'Ulivo; si è in seguito iscritto al gruppo dei Democratici di Sinistra, ed è rimasto a Montecitorio fino al 2001. Nel maggio del 2006 si è candidato alle elezioni comunali di Torino ancora nelle liste dell'Ulivo, venendo eletto consigliere comunale. Dopo l'esperienza dell'Ulivo è entrato a far parte del Partito Democratico (PD). Alle elezioni europee del 2009 ha appoggiato il candidato del PD, Roberto Placido.
  3. MARIO BINDI Nazione: Italia Luogo di nascita: Pisa Data di nascita: 18.02.1934 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1952 al 1953 Esordio: 26.04.1953 - Amichevole - Alessandria-Juventus 1-4 0 presenze - 0 reti
  4. ELIO BINDA https://it.wikipedia.org/wiki/Elio_Binda Nazione: Italia Luogo di nascita: Cellina - Liggiuno (Varese) Data di nascita: 28.02.1929 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1949 al 1952 Esordio: 10.01.1952 - Amichevole - Juventus-Piemonte 3-2 Ultima partita: 22.05.1952 - Amichevole - Vogherese-Juventus 2-6 0 presenze - 0 reti Elio Binda (Cellina, 28 febbraio 1929) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Elio Binda Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Carriera Squadre di club 1947-1949 Parabiago 31+ (2+) 1949-1952 Juventus 0 (0) 1952-1953 Piombino 32 (4) 1953-1955 Lanerossi Vicenza 35 (1) 1955-1956 Mestrina 20 (0) 1956-1959 Treviso 71 (0) 1959-1960 Varese 0 (0) Caratteristiche tecniche Era un terzino destro. Carriera Nella stagione 1947-1948 è in rosa al Parabiago, primo classificato nel girone E del campionato di Serie C; rimane in squadra anche nella stagione 1948-1949, nella quale segna 2 gol in 31 partite di campionato. Nel 1949 passa alla Juventus: rimane in rosa con i bianconeri per tre anni, dal 1949 al 1952, senza mai giocare partite di campionato. Nell'estate del 1952 viene ceduto al Piombino, in Serie B; nel corso della stagione 1952-1953 gioca 32 partite nel campionato cadetto con i toscani, segnando anche 4 reti. Dopo un anno lascia i nerazzurri e va a giocare al Vicenza, con cui nella stagione 1953-1954 segna un gol (il 14 febbraio 1954 nella partita vinta per 1-0 contro il Padova) in 28 partite nel campionato di Serie B; viene riconfermato anche per la stagione successiva, nella quale disputa altre 7 partite di campionato con la squadra veneta. Nel 1955 dopo due anni lascia Vicenza e scende di categoria, accasandosi in Serie C alla Mestrina, squadra con la quale nella stagione 1955-1956 gioca 20 partite nel campionato di terza serie. Dopo un anno cambia nuovamente squadra, trasferendosi al Treviso: con i veneti nella stagione 1956-1957 gioca 18 partite in Serie C, mentre l'anno seguente disputa 17 partite nella Prima Categoria del Campionato Interregionale, dalla quale ottiene la promozione. Nella stagione 1958-1959 gioca poi altre 36 partite nel campionato di Serie C. Nella stagione 1959-1960 è infine in rosa al Varese, ancora in terza serie. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C: 1 - Parabiago: 1947-1948 (girone E Lega Interregionale Nord)
  5. I FRATELLI BOGLIETTI SALVATORE LO PRESTI, DAL SUO LIBRO “TANGO BIANCONERO” La storia dei fratelli Ernesto e Romulo Boglietti ha più i connotati di un autentico romanzo d’avventure che non della fredda biografia di due giocatori di calcio. Una storia che nasce in Italia, dove Ernesto Boglietti senior, novarese, sposatosi con la torinese Maria Borghi partì, come migliaia di altri connazionali, per il Sud-America, più precisamente per l’Argentina, col cuore pieno di speranza in una vita migliore, quello che il nostro Paese, in quell’epoca, non era in grado di offrire. I coniugi Boglietti – come tutti gli altri compagni d’avventura – poterono approfittare della Legge delle Colonie emanata dal Governo Gravier, che concedeva un pezzo di terra e incoraggianti sgravi fiscali agli immigrati. La maggior parte degli italiani, quasi sempre di origine contadina, preferirono la campagna, che era il loro elemento naturale e nel quale pensavano di trovarsi più a loro agio. L’intraprendenza di Ernesto Boglietti e l’origine cittadina della moglie Maria consigliarono però alla coppia di tentare coraggiosamente l’avventura in città, che a prima vista poteva sembrare una scommessa. Ebbero buon fiuto quando scelsero Cordoba, capoluogo della provincia omonima, situata al centro del Paese, ai piedi delle Sierras Chicas e sulle sponde del fiume Primero, a quasi 700 km. dalla capitale Buenos Aires. Fin dal loro arrivo i Boglietti si istallarono in una casa all’821 di Calle Lima, nel barrio Generale Paz. Dopo qualche lavoretto iniziale e dopo avere studiato attentamente l’ambiente, Ernesto Boglietti aprì un’agenzia di pompe funebri. L’idea si dimostrò vincente e le condizioni economiche della famiglia progredirono con rapidità, parallelamente con la crescita del nucleo familiare. Il 29 maggio di quello stesso 1894 venne alla luce il loro primogenito, chiamato Ernesto Inocencio e battezzato il 30 agosto presso la chiesa di Nuestra Senora del Pilar. Lo seguirono a stretto giro di gravidanza, Romulo (24 settembre 1895), Octavio (25 luglio 1896) e nella scia, più distanziati, Clotilde Maria, Amalia Ernestina e infine Pedro, nel 1906. Papà Boglietti ebbe buon fiuto sul piano finanziario però, perché in una città abitata in gran parte dagli operai che lavoravano alla costruzione del Ferrocarril Central Cordoba, fu abilissimo nell’acquistare a bassissimo prezzo gli appartamenti delle famiglie degli operai che, concluso il periodo del proprio ingaggio, si trasferivano a cercar maggior fortuna in altre località o magari a intraprendere altre attività. Ernesto jr., Romulo e Octavio vissero una infanzia serena in un barrio cosmopolita, ma nel quale gli italiani erano in maggioranza e presto si dedicarono al calcio, sport abbastanza diffuso nel paese, compresa Cordoba. Nei primi anni del secolo gli appassionati di calcio si moltiplicavano soprattutto fra i ceti più popolari e improvvisavano terreni di gioco abbastanza rudimentali, in molti quartieri ma soprattutto nel barrio General Paz, che ospitava immigrati provenienti dall’Europa già abbastanza sensibili al fascino dalla palla rotonda. Fra i giovanissimi adepti del futebol non potevano mancare gli italiani. E i giovanissimi Ernesto e Romulo Boglietti, presto seguiti dal fratello minore Octavio, cominciarono a tirare i primi calci sui campetti del Gimnasiay Esgrima General Paz, per amore a prima vista o più semplicemente perché più vicini – solo quattro isolati – alla loro abitazione di Calle Lima. Nel 1908 la svolta nella loro vita. Due anni dopo la nascita del sesto figlio Paulo e dopo che l’agenzia di pompe funebri che gestivano aveva consentito loro di mettere da parte consistenti risparmi – per nostalgia o per desiderio di riunirsi ai familiari lasciati in Italia, o più probabilmente, per assicurare studi regolari in Italia alla numerosa prole – decisero di cedere la loro lanciatissima attività e di rientrare nella terra d’origine. I Boglietti scelsero Torino, la città natale di Maria. Quando partirono Ernesto aveva già 14 anni, Romulo 13 e Octavio 12 e tutti e tre disputavano i tornei giovanili di Cordoba con la loro squadra. Rientrati in Italia e sbarcati a Torino, si cercarono subito una formazione adatta alla loro età. Non si hanno notizie precise su quale sia stata la società che li ha accolti, ma il fatto che nel 1912 Romulo, il secondo dei tre, giocasse con le riserve del Torino mentre Ernesto indossasse la maglia dell’Eporiedense, che partecipava al torneo di Terza Categoria e Ottavio, il più piccolo, sia stato allineato – seppure solo in qualche rara amichevole – fra le file dell’Ivrea, fa ragionevolmente supporre che tutti e tre abbiano iniziato nei ranghi del settore giovanile granata, quello che qualche decennio dopo sarebbe stato battezzato col celeberrimo appellativo di Balon Boys, scegliendo successivamente un club che consentisse loro la possibilità di giocare in qualche modo. Speranza che certamente si concretizzò se, ai nastri del campionato 1913/14, quello della rinascita bianconera, li troviamo tutti e tre nei ranghi della Juventus, Ernesto e Romulo fin dall’inizio, Octavio nel finale di stagione quando colleziona un paio di apparizioni, forse giocando più stabilmente nella formazione riserve. Ma chi erano, tecnicamente, questi Boglietti? Ernesto Inocencio era un attaccante molto veloce, dal fisico non poderoso, ma veloce, abilissimo nello sgusciare fra i difensori avversari, a quel tempo invero piuttosto statici. Oggi lo definiremmo un attaccante esterno, allora Vittorio Pozzo, che lo conosceva bene, lo considerava ala sinistra a tutti gli effetti. Ma a quei tempi non c’erano certe raffinatezze tattiche di oggi. Ernesto era in possesso di un tiro abbastanza potente e preciso. Alla fine del suo primo campionato aveva messo a segno 15 gol (10 nel girone di qualificazione, 5 nel girone finale) che diventarono 25 sommando i 10 firmati nel corso della sua seconda stagione in bianconero. Complessivamente 42 le gare disputate (28 nel campionato 1913/14, 14 nel torneo successivo). La prima vittima di Ernesto Boglietti, alla quinta giornata di campionato, fu il portiere del Como, il marchigiano Leopoldo Dotti. Rotto il ghiaccio l’italo-argentino andò a segno per altre due giornate consecutive. Nel corso della stagione firmerà tre doppiette, la prima delle quali, ai danni di Mario De Simoni, storico portiere della Milanese che aveva al proprio attivo 7 presenze in Nazionale ed era stato il numero uno anche nella storica prima uscita della squadra azzurra nel 1910 contro la Francia. Le altre due al comasco Dotti e allo stesso De Simoni nella gara di ritorno. Alla fine del campionato, con l’Italia appena entrata in guerra, a Ernesto e a Romulo Boglietti arrivò la cartolina per la chiamata alle armi. E loro, che dentro il cuore si sentivano italiani fino al midollo, aderirono con entusiasmo: Ernesto fu assegnato a un reparto di fanteria automobilistica di stanza in Macedonia, mentre Romulo finì in aviazione dove fu addestrato e presto divenne sergente pilota. Alla fine della guerra, mentre la sorella Clotilde e i genitori tornarono in Argentina, Ernesto, Romulo e lo stesso Octavio, si dettero da fare per riprendere l’attività calcistica. E tutti e tre si ritrovarono in maglia granata. Bisogna sottolineare che in quei tempi non c’erano le astiose rivalità di oggi. Anche se militavano in formazioni diverse e avversarie i giocatori erano quasi sempre amici fra di loro. Quindi non c’era nessun problema a passare da una squadra all’altra anche nella stessa città. Gli eccessi di oggi, alimentati dalle menti bacate di alcune frange degli ultras, non se li sognavano nemmeno. Pur non avendo trovato riscontro la voce secondo cui Ernesto e Romulo avrebbero partecipato alla trionfale tournée sudamericana – Brasile e Argentina – del Torino, ebbero una parte tutti e tre nel campionato che si concluse con il Torino qualificato per la fase finale e quarto, dietro Inter, Bologna e Novara nel gironcino a sei che assegnò il titolo ai nerazzurri milanesi. Vittorio Pozzo, tecnico di quel Torino, utilizzò Ernesto e Romulo 17 volte, mentre Octavio giocò solo 16 partite. Anche fra i bomber Ernesto Boglietti con 5 gol fu preceduto solo da Mosso I (6 centri). Octavio segnò 4 gol e Romulo uno solo (nel derby pareggiato con la Juventus). Ernesto Boglietti alla fine della stagione cambiò ancora casacca passando nelle file dell’U.S. Torinese (segnando un gol contro il Torino e uno contro la Juve) che nella classifica finale si piazzò alle spalle dei granata e davanti alla Juve. Emigrò ancora alla fine del campionato 1920/21 spostandosi in Liguria, a Savona, ritornando alla Torinese nella stagione successiva. L’ultima e la meno brillante della sua vicenda calcistica italiana. Nel frattempo concludeva gli studi di Architettura e tornava in Argentina, ma anziché esercitare la professione preferiva aprire un elegante negozio di scarpe nella centrale Calle Santa Rosa e, successivamente, comprando anche una estancia per l’allevamento delle vacche. ‘‘Non lavorarono mai Ernesto e i suoi fratelli – raccontò il suo grande amico Juan Filloy – ma vissero di rendita con gli affitti dei numerosi appartamenti aveva lasciato loro il padre. Giocavano ai cavalli e frequentavano i cabaret e le case del tango, il ballo che ormai dilagava in tatto il paese”. Ernesto Boglietti morì prima dei suoi fratelli, verso la fine degli anni cinquanta. Romulo, meglio noto come Boglietti II, era invece un centrocampista dal fisico poderoso, in possesso di una grande autonomia grazie a due polmoni inesauribili, correva per novanta minuti coprendo il campo in lungo e in largo. Possedeva anche una buona tecnica e una non trascurabile visione di gioco che gli consentiva di organizzare la manovra con lucidità. Al punto da indurre Vittorio Pozzo – all’epoca direttore tecnico del Torino e Commissario Unico della Nazionale Italiana – a definirlo in maniera estremamente lusinghiera: “Centromediano nato, centromediano metodista ovviamente, cervello pensante della squadra. Tutto questo con un fisico slanciato, snello e veloce”. Anche Romulo Boglietti, regista sagace ma anche mobilissimo, non disdegnava la ricerca del gol: ne segnò tre nella sua prima stagione juventina, due nella stessa partita, quella che la Juventus vinse per 8-2 sul campo del Novara, e uno al Genoa 7 nell’ultima giornata del girone finale. Entrambe in trasferta. Una traccia nella storia bianconera dunque la lasciarono i Boglietti. Anche se il connubio, sia per Ernesto che per Romulo, non superò il biennio. Pur essendo partito per la guerra (da sergente aviatore) ne ebbe di tempo libero Romulo Boglietti perché fra il 1915 e il 1917 ebbe occasione di disputare una dozzina di partite in un paio di tornei – la Coppa Federale e la Coppa Liguria – con la maglia del Genoa. Nel 1918, a conflitto concluso, passò all’Inter con cui disputò due dei numerosi tornei che venivano organizzati per supplire alla mancanza di un campionato regolare: la Coppa Mauro e la Coppa Biffi. Complessivamente tre o quattro partite. Nel 1919 tornò in granata insieme col fratello Ernesto e lo seguì nel suo stesso itinerario: Torino-U.S. Torinese-Savona-U.S. Torinese. Con un bilancio lusinghiero: circa 40 partite e tre gol. Dei tre fratelli Romulo, cioè Boglietti II, era forse quello che aveva le migliori qualità. Infatti nel 1917, poco prima che finisse la guerra, forse in una pausa del suo servizio militare, indossò anche la maglia azzurra della Nazionale. Una Nazionale sperimentale, con alcuni giovani inseriti in un’ossatura di giocatori più esperti, che affrontò a Milano il Belgio perdendo 3-4. Non essendo gara ufficiale fu diretta da un arbitro italiano, Giovanni Mauro e si disputò il 3 giugno all’Arena di Milano. Dopodiché anche lui riprese la via dell’Argentina ma anziché a Cordoba si sistemò a Mendoza. Gli stili di vita dei fratelli non si discostavano molto, grazie agli ingenti beni lasciati loro dal padre. Romulo morì a Mendoza il 9 novembre 1955. Octavio Boglietti III, il più giovane dei tre, fu quello che fece una carriera meno brillante. Dopo una stagione senza alcuna visibilità nella Juventus – probabilmente fu utilizzato solo nella formazione B – passò anche lui al Torino nel periodo bellico, ma giocò solo alcuni tornei (Coppa Federale, Coppa Pie-monte, Coppa Brezzi) prima di disputare una stagione in prima squadra, quella del 1919/20 in cui si mise in luce grazie ai 6 gol segnati in 16 partite. Octavio fece parte in due occasioni della Rappresentativa Piemontese che nel periodo bellico giocò nel maggio del 1916 contro il Torino e che, dopo il suo passaggio alla U.S. Torinese, affrontò nel maggio 1921 una selezione laziale. Dopo tre buone stagioni nella Torinese tornò a Cordoba e giocò nel General Paz Junior. Diventò poi dirigente e sostenne concretamente la società, vendendo persino un appartamento per acquistare dei giocatori che rinforzassero la rosa. Morì a Cordoba il 15 maggio 1948. Nota curiosa: tutti i Boglietti maschi (i tre fratelli calciatori e il più piccolo della famiglia, Pedro, scialacquatore impenitente e morto in povertà), sono rimasti celibi. Solo una delle femmine si sposò ed ebbe tre figli. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/02/i-fratelli-boglietti.html#more
  6. I FRATELLI BOGLIETTI SALVATORE LO PRESTI, DAL SUO LIBRO “TANGO BIANCONERO” La storia dei fratelli Ernesto e Romulo Boglietti ha più i connotati di un autentico romanzo d’avventure che non della fredda biografia di due giocatori di calcio. Una storia che nasce in Italia, dove Ernesto Boglietti senior, novarese, sposatosi con la torinese Maria Borghi partì, come migliaia di altri connazionali, per il Sud-America, più precisamente per l’Argentina, col cuore pieno di speranza in una vita migliore, quello che il nostro Paese, in quell’epoca, non era in grado di offrire. I coniugi Boglietti – come tutti gli altri compagni d’avventura – poterono approfittare della Legge delle Colonie emanata dal Governo Gravier, che concedeva un pezzo di terra e incoraggianti sgravi fiscali agli immigrati. La maggior parte degli italiani, quasi sempre di origine contadina, preferirono la campagna, che era il loro elemento naturale e nel quale pensavano di trovarsi più a loro agio. L’intraprendenza di Ernesto Boglietti e l’origine cittadina della moglie Maria consigliarono però alla coppia di tentare coraggiosamente l’avventura in città, che a prima vista poteva sembrare una scommessa. Ebbero buon fiuto quando scelsero Cordoba, capoluogo della provincia omonima, situata al centro del Paese, ai piedi delle Sierras Chicas e sulle sponde del fiume Primero, a quasi 700 km. dalla capitale Buenos Aires. Fin dal loro arrivo i Boglietti si istallarono in una casa all’821 di Calle Lima, nel barrio Generale Paz. Dopo qualche lavoretto iniziale e dopo avere studiato attentamente l’ambiente, Ernesto Boglietti aprì un’agenzia di pompe funebri. L’idea si dimostrò vincente e le condizioni economiche della famiglia progredirono con rapidità, parallelamente con la crescita del nucleo familiare. Il 29 maggio di quello stesso 1894 venne alla luce il loro primogenito, chiamato Ernesto Inocencio e battezzato il 30 agosto presso la chiesa di Nuestra Senora del Pilar. Lo seguirono a stretto giro di gravidanza, Romulo (24 settembre 1895), Octavio (25 luglio 1896) e nella scia, più distanziati, Clotilde Maria, Amalia Ernestina e infine Pedro, nel 1906. Papà Boglietti ebbe buon fiuto sul piano finanziario però, perché in una città abitata in gran parte dagli operai che lavoravano alla costruzione del Ferrocarril Central Cordoba, fu abilissimo nell’acquistare a bassissimo prezzo gli appartamenti delle famiglie degli operai che, concluso il periodo del proprio ingaggio, si trasferivano a cercar maggior fortuna in altre località o magari a intraprendere altre attività. Ernesto jr., Romulo e Octavio vissero una infanzia serena in un barrio cosmopolita, ma nel quale gli italiani erano in maggioranza e presto si dedicarono al calcio, sport abbastanza diffuso nel paese, compresa Cordoba. Nei primi anni del secolo gli appassionati di calcio si moltiplicavano soprattutto fra i ceti più popolari e improvvisavano terreni di gioco abbastanza rudimentali, in molti quartieri ma soprattutto nel barrio General Paz, che ospitava immigrati provenienti dall’Europa già abbastanza sensibili al fascino dalla palla rotonda. Fra i giovanissimi adepti del futebol non potevano mancare gli italiani. E i giovanissimi Ernesto e Romulo Boglietti, presto seguiti dal fratello minore Octavio, cominciarono a tirare i primi calci sui campetti del Gimnasiay Esgrima General Paz, per amore a prima vista o più semplicemente perché più vicini – solo quattro isolati – alla loro abitazione di Calle Lima. Nel 1908 la svolta nella loro vita. Due anni dopo la nascita del sesto figlio Paulo e dopo che l’agenzia di pompe funebri che gestivano aveva consentito loro di mettere da parte consistenti risparmi – per nostalgia o per desiderio di riunirsi ai familiari lasciati in Italia, o più probabilmente, per assicurare studi regolari in Italia alla numerosa prole – decisero di cedere la loro lanciatissima attività e di rientrare nella terra d’origine. I Boglietti scelsero Torino, la città natale di Maria. Quando partirono Ernesto aveva già 14 anni, Romulo 13 e Octavio 12 e tutti e tre disputavano i tornei giovanili di Cordoba con la loro squadra. Rientrati in Italia e sbarcati a Torino, si cercarono subito una formazione adatta alla loro età. Non si hanno notizie precise su quale sia stata la società che li ha accolti, ma il fatto che nel 1912 Romulo, il secondo dei tre, giocasse con le riserve del Torino mentre Ernesto indossasse la maglia dell’Eporiedense, che partecipava al torneo di Terza Categoria e Ottavio, il più piccolo, sia stato allineato – seppure solo in qualche rara amichevole – fra le file dell’Ivrea, fa ragionevolmente supporre che tutti e tre abbiano iniziato nei ranghi del settore giovanile granata, quello che qualche decennio dopo sarebbe stato battezzato col celeberrimo appellativo di Balon Boys, scegliendo successivamente un club che consentisse loro la possibilità di giocare in qualche modo. Speranza che certamente si concretizzò se, ai nastri del campionato 1913/14, quello della rinascita bianconera, li troviamo tutti e tre nei ranghi della Juventus, Ernesto e Romulo fin dall’inizio, Octavio nel finale di stagione quando colleziona un paio di apparizioni, forse giocando più stabilmente nella formazione riserve. Ma chi erano, tecnicamente, questi Boglietti? Ernesto Inocencio era un attaccante molto veloce, dal fisico non poderoso, ma veloce, abilissimo nello sgusciare fra i difensori avversari, a quel tempo invero piuttosto statici. Oggi lo definiremmo un attaccante esterno, allora Vittorio Pozzo, che lo conosceva bene, lo considerava ala sinistra a tutti gli effetti. Ma a quei tempi non c’erano certe raffinatezze tattiche di oggi. Ernesto era in possesso di un tiro abbastanza potente e preciso. Alla fine del suo primo campionato aveva messo a segno 15 gol (10 nel girone di qualificazione, 5 nel girone finale) che diventarono 25 sommando i 10 firmati nel corso della sua seconda stagione in bianconero. Complessivamente 42 le gare disputate (28 nel campionato 1913/14, 14 nel torneo successivo). La prima vittima di Ernesto Boglietti, alla quinta giornata di campionato, fu il portiere del Como, il marchigiano Leopoldo Dotti. Rotto il ghiaccio l’italo-argentino andò a segno per altre due giornate consecutive. Nel corso della stagione firmerà tre doppiette, la prima delle quali, ai danni di Mario De Simoni, storico portiere della Milanese che aveva al proprio attivo 7 presenze in Nazionale ed era stato il numero uno anche nella storica prima uscita della squadra azzurra nel 1910 contro la Francia. Le altre due al comasco Dotti e allo stesso De Simoni nella gara di ritorno. Alla fine del campionato, con l’Italia appena entrata in guerra, a Ernesto e a Romulo Boglietti arrivò la cartolina per la chiamata alle armi. E loro, che dentro il cuore si sentivano italiani fino al midollo, aderirono con entusiasmo: Ernesto fu assegnato a un reparto di fanteria automobilistica di stanza in Macedonia, mentre Romulo finì in aviazione dove fu addestrato e presto divenne sergente pilota. Alla fine della guerra, mentre la sorella Clotilde e i genitori tornarono in Argentina, Ernesto, Romulo e lo stesso Octavio, si dettero da fare per riprendere l’attività calcistica. E tutti e tre si ritrovarono in maglia granata. Bisogna sottolineare che in quei tempi non c’erano le astiose rivalità di oggi. Anche se militavano in formazioni diverse e avversarie i giocatori erano quasi sempre amici fra di loro. Quindi non c’era nessun problema a passare da una squadra all’altra anche nella stessa città. Gli eccessi di oggi, alimentati dalle menti bacate di alcune frange degli ultras, non se li sognavano nemmeno. Pur non avendo trovato riscontro la voce secondo cui Ernesto e Romulo avrebbero partecipato alla trionfale tournée sudamericana – Brasile e Argentina – del Torino, ebbero una parte tutti e tre nel campionato che si concluse con il Torino qualificato per la fase finale e quarto, dietro Inter, Bologna e Novara nel gironcino a sei che assegnò il titolo ai nerazzurri milanesi. Vittorio Pozzo, tecnico di quel Torino, utilizzò Ernesto e Romulo 17 volte, mentre Octavio giocò solo 16 partite. Anche fra i bomber Ernesto Boglietti con 5 gol fu preceduto solo da Mosso I (6 centri). Octavio segnò 4 gol e Romulo uno solo (nel derby pareggiato con la Juventus). Ernesto Boglietti alla fine della stagione cambiò ancora casacca passando nelle file dell’U.S. Torinese (segnando un gol contro il Torino e uno contro la Juve) che nella classifica finale si piazzò alle spalle dei granata e davanti alla Juve. Emigrò ancora alla fine del campionato 1920/21 spostandosi in Liguria, a Savona, ritornando alla Torinese nella stagione successiva. L’ultima e la meno brillante della sua vicenda calcistica italiana. Nel frattempo concludeva gli studi di Architettura e tornava in Argentina, ma anziché esercitare la professione preferiva aprire un elegante negozio di scarpe nella centrale Calle Santa Rosa e, successivamente, comprando anche una estancia per l’allevamento delle vacche. ‘‘Non lavorarono mai Ernesto e i suoi fratelli – raccontò il suo grande amico Juan Filloy – ma vissero di rendita con gli affitti dei numerosi appartamenti aveva lasciato loro il padre. Giocavano ai cavalli e frequentavano i cabaret e le case del tango, il ballo che ormai dilagava in tatto il paese”. Ernesto Boglietti morì prima dei suoi fratelli, verso la fine degli anni cinquanta. Romulo, meglio noto come Boglietti II, era invece un centrocampista dal fisico poderoso, in possesso di una grande autonomia grazie a due polmoni inesauribili, correva per novanta minuti coprendo il campo in lungo e in largo. Possedeva anche una buona tecnica e una non trascurabile visione di gioco che gli consentiva di organizzare la manovra con lucidità. Al punto da indurre Vittorio Pozzo – all’epoca direttore tecnico del Torino e Commissario Unico della Nazionale Italiana – a definirlo in maniera estremamente lusinghiera: “Centromediano nato, centromediano metodista ovviamente, cervello pensante della squadra. Tutto questo con un fisico slanciato, snello e veloce”. Anche Romulo Boglietti, regista sagace ma anche mobilissimo, non disdegnava la ricerca del gol: ne segnò tre nella sua prima stagione juventina, due nella stessa partita, quella che la Juventus vinse per 8-2 sul campo del Novara, e uno al Genoa 7 nell’ultima giornata del girone finale. Entrambe in trasferta. Una traccia nella storia bianconera dunque la lasciarono i Boglietti. Anche se il connubio, sia per Ernesto che per Romulo, non superò il biennio. Pur essendo partito per la guerra (da sergente aviatore) ne ebbe di tempo libero Romulo Boglietti perché fra il 1915 e il 1917 ebbe occasione di disputare una dozzina di partite in un paio di tornei – la Coppa Federale e la Coppa Liguria – con la maglia del Genoa. Nel 1918, a conflitto concluso, passò all’Inter con cui disputò due dei numerosi tornei che venivano organizzati per supplire alla mancanza di un campionato regolare: la Coppa Mauro e la Coppa Biffi. Complessivamente tre o quattro partite. Nel 1919 tornò in granata insieme col fratello Ernesto e lo seguì nel suo stesso itinerario: Torino-U.S. Torinese-Savona-U.S. Torinese. Con un bilancio lusinghiero: circa 40 partite e tre gol. Dei tre fratelli Romulo, cioè Boglietti II, era forse quello che aveva le migliori qualità. Infatti nel 1917, poco prima che finisse la guerra, forse in una pausa del suo servizio militare, indossò anche la maglia azzurra della Nazionale. Una Nazionale sperimentale, con alcuni giovani inseriti in un’ossatura di giocatori più esperti, che affrontò a Milano il Belgio perdendo 3-4. Non essendo gara ufficiale fu diretta da un arbitro italiano, Giovanni Mauro e si disputò il 3 giugno all’Arena di Milano. Dopodiché anche lui riprese la via dell’Argentina ma anziché a Cordoba si sistemò a Mendoza. Gli stili di vita dei fratelli non si discostavano molto, grazie agli ingenti beni lasciati loro dal padre. Romulo morì a Mendoza il 9 novembre 1955. Octavio Boglietti III, il più giovane dei tre, fu quello che fece una carriera meno brillante. Dopo una stagione senza alcuna visibilità nella Juventus – probabilmente fu utilizzato solo nella formazione B – passò anche lui al Torino nel periodo bellico, ma giocò solo alcuni tornei (Coppa Federale, Coppa Pie-monte, Coppa Brezzi) prima di disputare una stagione in prima squadra, quella del 1919/20 in cui si mise in luce grazie ai 6 gol segnati in 16 partite. Octavio fece parte in due occasioni della Rappresentativa Piemontese che nel periodo bellico giocò nel maggio del 1916 contro il Torino e che, dopo il suo passaggio alla U.S. Torinese, affrontò nel maggio 1921 una selezione laziale. Dopo tre buone stagioni nella Torinese tornò a Cordoba e giocò nel General Paz Junior. Diventò poi dirigente e sostenne concretamente la società, vendendo persino un appartamento per acquistare dei giocatori che rinforzassero la rosa. Morì a Cordoba il 15 maggio 1948. Nota curiosa: tutti i Boglietti maschi (i tre fratelli calciatori e il più piccolo della famiglia, Pedro, scialacquatore impenitente e morto in povertà), sono rimasti celibi. Solo una delle femmine si sposò ed ebbe tre figli. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/02/i-fratelli-boglietti.html#more
  7. ERNESTO BOGLIETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Ernesto_Boglietti Nazione: Argentina Luogo di nascita: Cordoba Data di nascita: 29.05.1894 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: Netu Alla Juventus dal 1913 al 1916 Esordio: 12.10.1913 - Prima Categoria - Juventus-Libertas Milano 3-1 Ultima partita: 21.03.1915 - Prima Categoria - Juventus-Genoa 2-5 40 presenze - 25 reti Ernesto Boglietti (Córdoba, 29 maggio 1894 – ...) è stato un calciatore argentino, di ruolo attaccante. Era noto come Boglietti I per distinguerlo dai fratelli Romolo o Boglietti II ed Ottavio o Boglietti III. Ernesto Boglietti Boglietti I (al centro, primo da destra) nella Juventus della stagione 1913-1914 Nazionalità Argentina Calcio Ruolo Attaccante Carriera Squadre di club 1913-1916 Juventus 40 (25) 1918-1919 Inter ? (?) 1919-1920 Torino 17 (3) 1920-1923 US Torinese 9+ (1+) 1922 Savona ? (?) ???? US Torinese ? (?) Carriera Inizia la carriera nella Juventus dove esordì nella partita contro la Libertas il 12 ottobre 1913 in una vittoria per 3-1, mentre la sua ultima partita fu contro il Genoa il 21 marzo 1915 in una sconfitta per 5-2. Nelle sue due stagioni bianconere collezionò 40 presenze e 25 reti. Dopo la Grande Guerra è tra le file del Torino, dove gioca con i due fratelli, esordendo in maglia granata il 12 ottobre 1919 nella vittoria dei suoi per 9-2 contro la Biellese. Con i torinisti raggiunge il quarto posto del girone C della Semifinali nazionali della Prima Categoria 1919-1920. Successivamente milita nell'US Torinese, Savona e nuovamente nell'US Torinese. Tornato in Argentina a fine carriera, morì verso la fine degli anni cinquanta.
  8. MAURO SANDREANI https://it.wikipedia.org/wiki/Mauro_Sandreani Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 26.09.1954 Ruolo: Collaboratore tecnico Altezza: 172 cm Peso: 67 kg Soprannome: - Osservatore della Juventus dal 2004 al 2013 Collaboratore tecnico della Juventus dal 2013 al 2014 Mauro Sandreani (Roma, 26 settembre 1954) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore o centrocampista, direttore dell'area scouting della Nazionale italiana. Mauro Sandreani Sandreani alla Roma nella stagione 1975-1976 Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 67 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore, centrocampista) Termine carriera 1987 - giocatore Carriera Giovanili Roma Squadre di club 1974-1977 Roma 31 (0) 1977-1978 Lanerossi Vicenza 0 (0) 1978-1979 Genoa 22 (2) 1979-1981 Lanerossi Vicenza 56 (0) 1981-1982 Modena 9 (0) 1982-1983 Fano 25 (0) 1983-1984 Rimini 19 (0) 1984-1987 Vis Pesaro 85 (0) Carriera da allenatore 1988-1989 Perugia Vice 1989-1992 Padova Vice 1992-1996 Padova 1996-1997 Torino 1997-1998 Ravenna 1998-1999 Empoli 1999 Tenerife 2001 Treviso 2013-2014 Juventus Coll. tecnico 2014-2016 Italia Coll. tecnico Biografia È padre di Alessandro, anche lui calciatore, e di Roberta, ballerina. Carriera Club Un giovane Sandreani (accosciato, secondo da destra) nella "Primavera" della Roma nel 1974 Cresciuto nella Roma ha militato principalmente nel Lanerossi Vicenza con una parentesi nella stagione 1978-1979 nel Genoa, e in seguito nel Modena, per poi chiudere la carriera anzitempo a causa di gravi infortuni. In carriera ha totalizzato complessivamente 31 presenze in Serie A e 78 presenze e 2 reti in Serie B. Allenatore Dal 1988 al 1989 è stato il vice allenatore del Perugia con Mario Colautti mentre dal 1989 al 1991 è stato il vice al Padova di Enzo Ferrari e Mario Colautti. Da allenatore comincia nel 1991 e nel 1994 ha condotto il Padova dalla Serie B alla A, guidandolo per due stagioni nella massima categoria. Nel 1995 Sandreani supera a pieni voti il supercorso di Coverciano con una tesi sul sistema 5-3-2. Ha allenato anche il Torino. Nel 1997 guida il Ravenna. Il 3 marzo 1998 si dimette dalla guida della squadra romagnola, il 18 agosto diventa allenatore dell'Empoli in Serie A ma viene esonerato il 16 febbraio 1999. Il 30 giugno 1999 diventa allenatore del Tenerife squadra di seconda divisione spagnola. Il 4 ottobre viene esonerato. L'ultima esperienza è col Treviso. Decide quindi di abbandonare definitivamente la carriera di allenatore, dedicandosi alla ricerca di nuovi talenti. Dal 2004 è osservatore per conto della Juventus, il buon lavoro svolto gli vale la nomina a coordinatore degli osservatori a partire dal 5 ottobre 2006. Durante il ritiro della stagione 2013-2014 la dirigenza juventina gli assegna temporaneamente l'incarico di responsabile tecnico degli allenatori del settore giovanile; dal 12 luglio diventa collaboratore tecnico di Antonio Conte per la prima squadra ritornando così, dopo dodici anni, al lavoro sul campo. Il 16 luglio 2014 viene sollevato dall'incarico in seguito alle dimissioni di Conte. Il 19 agosto, con la firma del tecnico salentino come commissario tecnico della Nazionale A, Sandreani entra a far parte dello staff azzurro in qualità di collaboratore tecnico. Commentatore È stato commentatore sulle reti televisive RAI, affiancando il telecronista nelle partite ufficiali della Nazionale. Con l'esplosione dello scandalo del calcio italiano del 2006 paga il ruolo di osservatore per la Serie B che Luciano Moggi gli aveva affidato nel 2004, venendo sospeso da ogni incarico ed estromesso dai servizi giornalistici e sportivi della TV di stato. Sandreani è il secondo telecronista del videogioco Pro Evolution Soccer, da PES 4 a PES 2008, affiancando il commentatore Marco Civoli. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Serie C2: 1 - Vis Pesaro: 1986-1987 Campionato Interregionale: 1 - Vis Pesaro: 1985-1986 Competizioni internazionali Coppa Anglo-Italiana: 1 - Modena: 1982
  9. GUIDO VADALÁ https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Vadalá Nazione: Argentina Luogo di nascita: Rosario Data di nascita: 08.02.1997 Ruolo: Attaccante Altezza: 168 cm Peso: 64 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 2015 al 2016 Esordio: 25.07.2015 - Amichevole - Borussia Dortmund-Juventus 2-0 Ultima partita: 01.10.2015 - Amichevole - Juventus-Borgaro 4-0 0 presenze - 0 reti Guido Nahuel Vadalá (Rosario, 8 febbraio 1997) è un calciatore argentino, attaccante del Blooming. Guido Vadalá Vadalá al Boca Juniors nel 2017 Nazionalità Argentina Altezza 168 cm Peso 64 kg Calcio Ruolo Attaccante Squadra Blooming Carriera Giovanili 2012-2015 Boca Juniors 2015-2016 → Juventus Squadre di club 2016-2017 → Unión (SF) 19 (1) 2017-2018 Boca Juniors 4 (1) 2018-2019 → Univ. de Concepción 15 (1) 2019 → Deportes Tolima 3 (0) 2020 Charlotte Independence 9 (0) 2020-2021 Sarmiento (J) 0 (0) 2022 Mitre (SdE) 26 (2) 2023-2024 Alvarado 55 (4) 2025- Blooming 43 (13) Carriera Cresciuto nel Rosario Central, all'età di 13 anni venne chiamato dalla società italiana dell'Atalanta per un provino; l'affare non si concretizzò. Dopo il ritorno a Buenos Aires entra nel vivaio del Boca Juniors, che lo inserisce nella propria squadra giovanile con cui, nel 2013-2014, mette a segno 32 gol in 29 partite grazie alle quali è riuscito a esordire con la prima squadra in Coppa Libertadores, poi vinta (2 presenze in totale). Il 13 luglio 2015 si trasferisce alla squadra italiana della Juventus, per un prestito biennale - con diritto di riscatto - a fronte di 3,5 milioni di euro; è rientrato nella trattativa che ha portato Carlos Tévez a compiere il tragitto opposto. Gioca tutta la stagione con la formazione Primavera vincendo il Torneo di Viareggio e raggiungendo il secondo posto in campionato e la finale in Coppa Italia. A fine stagione la società decide di non riscattarlo, quindi l'11 agosto 2016 ritorna in patria per un prestito all'Unión de Santa Fe, con cui debutta nella massima serie del campionato. Palmarès Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 2016 Competizioni nazionali Primera División (Argentina): 1 - Boca Juniors: 2017-2018 Supercopa de Chile: 1 - Coquimbo Unido: 2026
  10. GAETANO VANIN Nazione: Italia Luogo di nascita: Quinto di Treviso (Treviso) Data di nascita: 08.08.1956 Ruolo: Difensore/Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1974 al 1975 Esordio: 13.09.1974 - Amichevole - Padova-Juventus 1-4 Ultima partita: 28.12.1974 - Amichevole - Lecco-Juventus 2-2 0 presenze - 0 reti
  11. MARIO VALERI https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Valeri Nazione: Italia Luogo di nascita: Sorso (Sassari) Data di nascita: 13.09.1949 Ruolo: Difensore Altezza: 183 cm Peso: 78 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1972 al 1973 Esordio: 21.02.1973 - Amichevole - Spezia-Juventus 0-2 0 presenze - 0 reti Mario Valeri (Sorso, 13 settembre 1949) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Mario Valeri Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1984 Carriera Giovanili Sorso Squadre di club 1966-1968 Sorso 56 (4) 1968-1969 Fiorentina 0 (0) 1969-1970 Sorso 29 (3) 1970-1973 Torres 96 (15) 1973 → Lazio 0 (0) 1973-1978 Cagliari 122 (0) 1978-1980 Salernitana 63 (3) 1980-1981 Castelsardo 25 (5) 1981-1984 Sorso ? (?) Carriera Inizia la carriera in serie D nella squadra della sua città il Sorso, per poi passare alla Torres, nella vicina Sassari dove rimane tre stagioni con una retrocessione e una promozione. Nel 1973 arriva in prestito temporaneo alla Lazio per disputare il Torneo Anglo-Italiano. Passato nel 1973-74 al Cagliari vi rimane per cinque stagioni e anche qui vive sia una promozione che una retrocessione giocando tre anni in B e due in A con la squadra del capoluogo. Chiude la sua carriera in C1 con la maglia della Salernitana per due stagioni. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Fiorentina: 1968-1969 Serie D: 1 - Torres: 1971-1972
  12. GIANTEODORO VACCA Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 23.01.1945 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1964 al 1965 Esordio: 17.12.1964 - Amichevole - Ivrea-Juventus 0-8 0 presenze - 0 reti
  13. FLAVIANO ZANDOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Flaviano_Zandoli Nazione: Italia Luogo di nascita: Gambettola (Forlí-Cesena) Data di nascita: 22.04.1947 Ruolo: Attaccante Altezza: 175 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1965 al 1966 Esordio: 16.03.1966 - Amichevole - Novara-Juventus 2-1 0 presenze - 0 reti Flaviano Zandoli (Gambettola, 22 aprile 1947) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Flaviano Zandoli Zandoli capitano della Reggiana nel 1980-1981 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1982 - giocatore Carriera Giovanili 1959-1961 Cesena 1961-1965 Juventus Squadre di club 1967-1968 Cesena 9 (1) 1968-1969 Sambenedettese 31 (6) 1969-1971 Padova 76 (29) 1971-1974 Reggiana 103 (29) 1974-1978 Ascoli 102 (24) 1978-1980 Cesena 51 (4) 1980-1982 Reggiana 55 (14) Carriera da allenatore ???? Cesena Giovanili Carriera Giocatore Arrivato a dodici anni nel settore giovanile del Cesena, a quattordici passa a quello della Juventus rimanendoci fino ai diciotto anni. Tornato a Cesena nell'anno del servizio militare, fa parte della Compagnia Atleti a Bologna. Nel 1967 comincia a giocare in prima squadra ottenendo subito una promozione dalla Serie C alla Serie B con i romagnoli. L'anno successivo passa alla Sambenedettese mentre nel 1969 approda al Padova. Due anni dopo gioca tra i cadetti per la Reggiana, mentre dal 1974 al 1976 milita in Serie A per l'Ascoli (nel campionato 1975-1976, con 5 reti all'attivo, è risultato il capocannoniere dei bianconeri a pari merito con Massimo Silva), rimanendo poi nelle Marche anche per i due successivi tornei di Serie B, nel secondo dei quali contribuisce al ritorno dei bianconeri in massima categoria con il record di punti. A fine stagione non segue l'Ascoli in Serie A, ma resta tra i cadetti tornando a Cesena dove disputa due stagioni. Nel 1980 scende di un'altra categoria per indossare nuovamente la maglia della Reggiana, e con 11 reti all'attivo contribuisce al ritorno degli emiliani in Serie B dopo sei anni. Dopo un campionato cadetto con i granata, nel 1982 si ritira dall'attività agonistica. In carriera ha collezionato complessivamente 50 presenze e 8 reti in Serie A, e 231 presenze e 53 reti in Serie B. Allenatore Dopo il ritiro ha allenato nel settore giovanile del Cesena. Nella stagione 2010-2011 ha allenato la squadra Juniores regionale della Savignanese di Savignano sul Rubicone, dopo varie esperienze in altre società dilettantistiche. Dopo il ritiro Nel 2012 si candida a sindaco per il comune di Longiano, ma con il 17,35% viene sconfitto da Ermes Battistini. Nel 2016 il suo volto, assieme a quello di altri dieci calciatori e allenatori, è stato raffigurato su un murale allo stadio comunale Mirabello di Reggio Emilia. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Cesena: 1967-1968 (girone B) Campionato italiano di Serie B: 1 - Ascoli: 1977-1978
  14. ANTONIO GALASSO Nazione: Italia Luogo di nascita: Filiano (Potenza) Data di nascita: 17.06.1961 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1978 al 1979 Esordio: 06.08.1978 - Amichevole - Juventus-Juventus Primavera 4-0 Ultima partita: 14.06.1979 - Amichevole - Derthona-Juventus 1-4 0 presenze - 0 reti
  15. MAURIZIO INSOGNA Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: 04.01.1982 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1998 al 1999 Esordio: 18.08.1998 - Amichevole - Juventus-Juventus Allievi 7-0 0 presenze - 0 reti
  16. FOUR PREMIER LEAGUE CLUBS IN RACE FOR DYBALA https://football-italia.net/four-premier-league-clubs-in-race-for-dybala/
  17. LIONELLO MANFREDONIA Lionello Manfredonia: uno, nessuno, centomila – scrive Nicola Calzaretta sul “Guerin Sportivo” del 25-31 agosto 2009 –. Difensore, centrocampista, giocatore universale. Dalla Lazio alla Roma, passando per la Juventus dell’ultimo Platini. Precocemente avviatosi al calcio sorretto da un talento non comune, per il biondino nato ai Parioli. Scudetto Primavera e la Serie A con la Lazio, la Nazionale maggiore: tutto d’un fiato, intorno ai vent’anni. Poi, sul più bello, l’entrata sbagliata proprio sotto il naso dell’arbitro: rosso inevitabile. Un’ingenuità che lo ha condotto dritto nel girone dei calciatori maledetti, con tanto di squalifica per una brutta storia, forse più grande di lui. Due anni senza calcio, due stagioni senza pallone, quindi il rientro. Non più cattivo ragazzo, ma uomo maturo e catarticamente riconciliatosi con il mondo. Una purificazione a tutto tondo. Una nuova vita pallonara per lui che, nato stopper, si è nel frattempo mutato in efficace mediano con licenza di segnare. Scudetto, coppe, la speranza di tomare in azzurro. Poi il blackout in un freddissimo pomeriggio bolognese. All’età di 33 anni, quelli di Cristo, che è morto ed è risorto più di duemila ami fa. Il 30 novembre 1989 è toccato a Lionello Manfredonia risorgere dopo aver rischiato seriamente di morire. – Che ricordi ha di quel pomeriggio? «Ricordo il viaggio Roma-Bologna con il Pendolino. Una scelta diversa dal solito, il treno non si prendeva quasi mai per le trasferte. Quindi il ritiro, la preparazione della partita, cose normali, consuetudinarie. Poi c’è un buco di due, tre giorni, quando mi sono risvegliato dal coma in ospedale». – Chi ha visto per primo quando ha riaperto gli occhi? «Il mio amico ed ex compagno di squadra Fulvio Collovati». – Collovati? Un incubo! (risata). «In quei giorni oltre ai miei familiari, so che sono venute tantissime persone a farmi visita. Cabrini passò lì la notte di San Silvestro. Sono rimasto molto colpito dai tanti gesti di amicizia e solidarietà. Non me l’aspettavo». – Ma alla fine cosa le è successo? «Nei primi bollettini medici si è parlato di infarto, ma la diagnosi vera è di arresto cardiaco. È andata così, senza che ci fossero stati segnali premonitori». – Lei che spiegazione si è dato? «Quella domenica faceva molto freddo ed io avevo un po’ di febbre. In più avevo accumulato quantità enormi di stress, senza dimenticare che poco tempo prima era morta mia madre. Credo che sia stato un insieme di cause, perché, ripeto, mai prima di quel giorno avevo avuto problemi cardiaci, né di altro tipo. Per fortuna l’angelo custode non mi ha abbandonato». – A chi deve la vita? «Intanto al fatto che ci fosse un defibrillatore a bordo campo, fatto eccezionale per quell’epoca. E poi ai medici e massaggiatori di Roma e Bologna e ai dottori dell’Ospedale Maggiore di Bologna. In particolare Giorgio Rossi, che mi ha praticato la respirazione bocca a bocca, e il dottor Naccarella che mi ha riattivato il cuore al quinto tentativo». – Al risveglio ha voluto subito sapere cosa le era accaduto? «Ho chiesto cosa avesse fatto la Roma e una sigaretta. Poi mi sono fatto raccontare tutto. Così sono tornati lentamente alla memoria i ricordi dell’incidente. Per fortuna ho recuperato molto velocemente. Sono tornato a vivere presto. Sono rinato come persona quello sì, ma sono morto come calciatore. Purtroppo». – Le brucia molto? «Sì. Mi rode che mi abbiano proibito di giocare. Stavo benissimo, ero tranquillo e avevo una voglia matta di pallone. Mi hanno fermato i medici, ma io ero pronto a prendermi tutte le responsabilità pur di non smettere. Quello di Bologna è stato un episodio. Ho sempre fatto vita da atleta. Mai fumato, né bevuto». – E allora cosa prova quando il suo nome viene inserito tra i sospetti casi di doping? «Non me ne importa nulla di liste nere o quant’altro. So chi sono e cosa ho fatto. Quello che è successo a me non c’entra assolutamente con il doping. E poi di cosa pensano gli altri non mi interessa. Sono i miei figli il mio unico punto di riferimento». – E magari anche i suoi assistiti visto che da qualche tempo svolge l’attività di procuratore. «Curo tanti giovani calciatori, tra cui Zigoni che è appena passato al Milan. A loro cerco di dare consigli. Credo di poterlo fare visto tutto quello che ho vissuto da calciatore. Non mi sono fatto mancare nulla». – Curiosamente il cerchio si è aperto e chiuso con il Bologna come avversario. «È vero, ma, se pennette, delle due partite ricordo con più piacere la prima» (ride). – 2 novembre 1975, Lazio-Bologna 1-1: è il suo esordio in A. «Un’emozione unica, la più forte in assoluto. All’Olimpico, di fronte alla mia gente. Dovevo ancora compiere 19 anni. Merito dell’allenatore. Ebbe un gran coraggio. Mi dette il numero 4 e mi mise a fare il libero al posto di capitan Wilson. Un battesimo di fuoco niente male se pensa che quella squadra nel 1974 aveva vinto il campionato». – E intanto continuava a giocare con la Primavera dando spettacolo. «Alla fine vincemmo lo scudetto battendo in finale la Juve. All’andata fu un clamoroso 4-1, davanti a 25mila spettatori. Squadra fortissima, allenata da Paolo Carosi, un grande. Con me c’erano Agostinelli, Ceccarelli, Di Chiara, De Stefanis e un certo Bruno Giordano». – Il suo gemello di un tempo. Oggi come siete messi? «Sono state scritte e dette un sacco di fesserie su di noi. Da ragazzi eravamo inseparabili. Poi i rapporti si sono un po’ diluiti, anche per alcune incomprensioni. D’altronde si cresce, cambiano le esigenze, ci sono le famiglie. Quello che conta è che l’amicizia resista ancora oggi. Ognuno di noi sa che l’altro c’è». – A proposito, c’era anche lui quel 30 novembre: suo avversario con la maglia del Bologna. «È il destino. È stato uno dei primi a correre verso di me. Una coincidenza che dice tutto. Con Bruno abbiamo fatto tutto insieme, nel bene e nel male». – Comprese le scommesse clandestine? «Ma è una storia di trent’anni fa!». – Fa ancora male? «È stato un incidente di percorso. Frequentazioni sbagliate, personaggi discutibili. Come tanti miei compagni della Lazio, anch’io andavo al ristorante di Alvaro Trinca. Sono finito anch’io nella rete, senza grandi responsabilità. Non ho mai scommesso sui risultati della mia squadra, per esempio. Ma la mia difesa è servita a poco: mi sono beccato una lunga squalifica. Questo è quello che conta». – Come ha reagito? «Mi sono fatto forza, ho tirato fuori la grinta, la rabbia, la determinazione. Da storie come queste se ne esce da soli. Mi sono rimesso a studiare e mi sono laureato in Legge: avevo un debito con i miei genitori che così ho saldato. E poi ho iniziato a contare i giorni che rimanevano per il ritorno». – 11 luglio 1982: l’Italia vince il Mondiale e l’amnistia la rimette in gioco con un anno e mezzo di anticipo. «È così. E pensare che in quella Nazionale potevo giocarci tranquillamente anch’io se solo fossi stato un po’ meno impulsivo». – Si riferisce al litigio con Bearzot in Argentina quattro anni prima? «Sì. Un errore che non rifarei. Avevo esordito a ventun anni, all’Olimpico, contro il Lussemburgo. Altra giornata da brividi per me. Libero della Nazionale, davanti a Zoff. Bearzot mi provò un altro paio di volte e poi mi convocò per i Mondiali d’Argentina. Per un ragazzo poteva essere già un grande premio, ma io in quel momento non la vedevo così». – Cosa successe a Baires? «Una cosa normale: Bellugi si fa male e Bearzot fa entrare Cuccureddu. Credevo toccasse a me, ero il sostituto di ruolo. Mi arrabbiai molto. Affrontai il mister a muso duro. Gli dissi che non ero lì per fare il turista e di non convocarmi in futuro se pensava di non farmi giocare. Il guaio è che lui mi prese in parola. Feci giusto un’altra partita a settembre e poi addio Nazionale. A ventidue anni». – E il treno azzurro non è più passato. «Incredibile, ma vero. Ho perso tutte le coincidenze possibili. Nel 1982 ero squalificato, quattro anni dopo, nonostante lo scudetto con la Juve e la campagna di stampa in mio favore, rimasi a casa: Bearzot è un friulano, non aveva certo dimenticato il mio gesto. Rimaneva Italia ‘90, ma mi hanno fermato prima». – La Nazionale è il rimpianto più grande? «Sì. Insieme al rifiuto alla Juventus nel l976». – La spaventava Torino? «Di sicuro a Roma stavo da re, coccolato e amato. Mi voleva l’Avvocato in persona, parlai con Boniperti, ma alla fine decisi per il no. È stato un grande errore. Fossi andato alla Juve, non solo avrei vinto molto di più, ma non sarei stato fuori dalla Nazionale, non avrei perso due ami per le scommesse e avrei vissuto con meno stress». – Il matrimonio bianconero, comunque, poi c’è stato. «Nove anni dopo, meglio tardi che mai. A dire il vero la Juventus mi ha sempre cercato, anche dopo la squalifica. Abbiamo chiuso nel 1985, quando mi ero già trasformato in centrocampista». – Da stopper a mediano, una mutazione non comune. «Devo tutto a madre natura. Sono sempre stato un eclettico, capace di sapersi adattare ai ruoli. Tecnicamente non ero male, il temperamento non è mai mancato. Anche Trapattoni mi vedeva a centrocampo». – C’era un certo Tardelli da sostituire. «Ma non ne ho mai sentito il peso. Piuttosto c’era da giocare con Michel Platini, un mostro di bravura e di simpatia. La sera del Bernabéu, quando annullarono il mio gol (validissimo) del pareggio, mi disse: “Ha fatto bene l’arbitro a fischiare: se tu avessi segnato al Real Madrid, sarebbe finito il calcio”». – Perciò hai sbagliato uno dei rigori al ritorno? (sorride). «Erano spariti tutti. Al momento di individuare i rigoristi, non rimase nessuno. Andai anch’io sul dischetto, con Brio e Favero. Ma dagli undici metri sono sempre stato debole. Non riuscivo a mantenere la freddezza necessaria. Peccato, perché così uscimmo dalla Coppa Campioni. Ci tenevo moltissimo ad arrivare fino in fondo, per me era la prima volta». – Credo che il suo bilancio in bianconero sia comunque in attivo. «Certamente Scudetto il primo anno con una squadra rivoluzionata. Nel mezzo della stagione la Coppa Intercontinentale a Tokyo. L’anno dopo segnai sette gol, miglior cannoniere dietro Aldo Serena, con Marchesi che ricordo ancora come uno dei migliori allenatori che ho avuto. L’unico rammarico è stata la mancata riconferma nel 1987». – Per colpa di chi? «Principalmente mia. Boniperti, in realtà, mi aveva offerto un altro anno di contratto. Io volevo un accordo pluriennale. Credevo di meritarlo dopo due stagioni ad alto livello. Me ne sono andato via per orgoglio. Ma credo di non aver fatto la cosa giusta». – Lasciando la Juve o andando alla Roma? «Tutte e due le cose, anche se alla fine la decisione di giocare per la Roma potevo comunque risparmiarmela. Avevo tutti contro: i tifosi laziali mi consideravano un traditore. Quelli giallorossi mi vedevano come il fumo negli occhi per il mio passato alla Lazio e alla Juventus. È stata durissima, ogni giorno c’erano cori e insulti per me. Uno stress indescrivibile. Mi avevano persino detto di non azzardarmi a esultare sotto la curva in caso di gol». – Cosa che stava per accadere, vero? «Giocavamo in casa contro l’Inter. Dopo un quarto d’ora segnai il gol del pareggio. Colpo di testa e Zenga battuto. Allora, dall’euforia, presi a correre verso gli spalti. Nella concitazione del momento, non mi ero reso conto che stavo andando proprio sotto la curva Sud. In un attimo, misi la retromarcia e tornai indietro. Ma questa, sinceramente, non era vita». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/lionello-manfredonia.html
  18. LIONELLO MANFREDONIA https://it.wikipedia.org/wiki/Lionello_Manfredonia Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 27.11.1956 Ruolo: Difensore/Centrocampista Altezza: 182 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1985 al 1987 Esordio: 21.08.1985 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 0-0 Ultima partita: 17.05.1987 - Serie A - Juventus-Brescia 3-2 77 presenze - 10 reti 1 scudetto 1 coppa intercontinentale Lionello Manfredonia (Roma, 27 novembre 1956) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore o centrocampista. Lionello Manfredonia Manfredonia in Nazionale nel 1978 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Difensore, centrocampista Termine carriera aprile 1990 - giocatore Carriera Giovanili 1971-1976 Lazio Squadre di club 1975-1985 Lazio 201 (8) 1985-1987 Juventus 77 (10) 1987-1990 Roma 73 (4) Nazionale 1976-1978 Italia U-21 9 (0) 1977-1978 Italia 4 (0) Caratteristiche tecniche Incominciò a giocare nel ruolo di libero, per poi disimpegnarsi nel prosieguo della carriera anche come stopper o mediano. Carriera Giocatore Club Lazio Manfredonia con la maglia della Lazio nel 1983 Cresciuto nella Lazio, esordì in massima serie il 2 novembre 1975 nella gara contro il Bologna. Titolare dall'anno successivo. Dopo essere stato coinvolto nello scandalo del Totonero insieme ai compagni di squadra Cacciatori, Giordano e Wilson, a seguito del quale fu squalificato per tre anni e sei mesi, rientrò a giocare nella Lazio, all'epoca in Serie B, nell'autunno 1982, per il condono di due anni deliberato dalla FIGC dopo il successo della Nazionale italiana al Campionato mondiale di calcio 1982. Manfredonia fu reimpostato come mediano incontrista e la Lazio riuscì a risalire nella massima serie. Juventus Nel 1985, al termine del campionato che determinò una nuova retrocessione per i biancocelesti, Manfredonia passò alla Juventus, con cui vinse una Coppa Intercontinentale nel 1985 e uno scudetto nel 1986. Roma Nel 1987 passò alla Roma per 3 miliardi di lire, ma fu contestato dai nuovi tifosi per il suo passato con la maglia biancoceleste. In Curva Sud si formò una componente di tifosi organizzata contro di lui, il GAM (Gruppo Anti-Manfredonia). Manfredonia alla Juventus nel 1986, in contrasto sul napoletano Maradona. Il 30 dicembre 1989, nel corso di una gara allo Stadio Renato Dall'Ara contro il Bologna, si accasciò a terra al quinto minuto di gioco, vittima di un arresto cardiaco. Bruno Giordano, compagno di squadra ai tempi della Lazio e quel giorno avversario rossoblù, accorse per primo per prestargli soccorso. Il massaggiatore della Roma, Giorgio Rossi, gli estrasse la lingua dalla gola, mentre i medici Alicicco e Naccarella gli praticarono il massaggio cardiaco e la defibrillazione. Trasportato d'urgenza all'Ospedale Maggiore di Bologna, si risvegliò due giorni dopo dal coma. Nonostante la sua volontà di tornare a giocare, l'Istituto di Medicina e Scienza per lo Sport del CONI gli negò l'idoneità; Manfredonia scelse pertanto di ritirarsi nella primavera del 1990. In carriera ha totalizzato complessivamente 289 presenze e 15 reti in Serie A e 36 presenze e 4 reti in Serie B. Nazionale Dopo 11 partite con la nazionale Under-21, il 3 dicembre 1977 esordì con la nazionale maggiore nella partita contro il Lussemburgo, venendo poi convocato per il Mondiale del 1978. Dirigente Finita la carriera di calciatore, è rimasto nel mondo del calcio lavorando come direttore sportivo per Cosenza, Cagliari, L.R. Vicenza ed Ascoli. Poi la scelta di diventare manager, diventando dal 2004 agente FIFA. Dal luglio 2015 all'agosto 2017 è stato responsabile del settore giovanile del Brescia. Il 19 settembre viene assunto dal L.R. Vicenza con lo stesso incarico. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1985-1986 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Competizioni giovanili Torneo Internazionale Sanremo: 1 - Lazio: 1974 Campionato Primavera: 1 - Lazio: 1975-1976 Altre competizioni Campionato Under 23: 1 - Lazio: 1973-1974
  19. ANDRÉ CUNEAZ Nazione: Italia Luogo di nascita: Aosta Data di nascita: 01.06.1987 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2006 al 2007 Esordio: 16.05.2007 - Amichevole - Cuneo-Juventus 2-3 0 presenze - 0 reti
  20. STRAMIGNONI https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1954-1955 Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1954 al 1955 Esordio: 08.09.1954 - Amichevole - Ivrea-Juventus 1-5 0 presenze - 0 reti subite
  21. DAMIANO FARINA Nazione: Italia Luogo di nascita: Marina di Massa (Massa Carrara) Data di nascita: 08.08.1962 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1980 al 1981 e dal 1982-1983 Esordio: 15.04.1981 - Amichevole - Pinerolo-Juventus 0-5 Ultima partita: 14.08.1982 - Amichevole - Cesena-Juventus 1-0 0 presenze - 0 reti
  22. EDGARDO PACCHIONI https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1967-1968 https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1969-1970 Nazione: Italia Luogo di nascita: Novi di Modena (Modena) Data di nascita: 21.10.1950 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1967 al 1968 e dal 1969 al 1970 Esordio: 22.01.1968 - Amichevole - Juventus-Lecco 1-1 Ultima partita: 28.05.1970 - Amichevole - Crema-Juventus 1-1 0 presenze - 0 reti
  23. ALBERTO RUSSO Nazione: Italia Luogo di nascita: Rodi Garganico (Foggia) Data di nascita: 01.01.1958 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1975 al 1976 Esordio: 13.06.1976 - Amichevole - Cremonese-Juventus 1-1 0 presenze - 0 reti
  24. GUALTIERI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 21.12.1961 - Amichevole - Juventus-Chieri 9-1 0 presenze - 0 reti
×
×
  • Crea Nuovo...