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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. ANDREA DE MIN Nazione: Italia Luogo di nascita: Belluno Data di nascita: 20.04.1971 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1989 al 1991 0 presenze - 0 reti
  2. DARIO BONETTI Gli addetti ai lavori, tra i quali abbondano i saccenti, i competentoni, gli pseudo tecnici, i quali sanno tutto loro – scrive Vladimiro Caminiti su “Hurrà Juventus” del settembre 1989 – hanno salutato come si deve la notizia dell’acquisto da parte della Juventus dello stopper Dario Bonetti, classe 1961, preciso: terzino, stopper. Al nostro scrivano sfuggono le ragioni di quest’accoglienza scettica, come se Boniperti avesse ingaggiato un pinco pallino, mentre si tratta di un difensore araldico. Ma tant’è, così va la vita, e per quel che si può, ripariamo in questa sede alle… dimenticanze. Scrive Oscar Wilde che il peggiore difetto dell’uomo è la superficialità. Dario Bonetti ha una storia alle spalle ricca di vicissitudini. Lo abbiamo visto cresce e affermarsi: lo abbiamo seguito nella Sampdoria e nella Roma, nonché nel Milan, imparando a studiarne il carattere, lo stile «difficile», per tanto che non si intendono di caratteri, in realtà uno stile spontaneo. Dario è un bresciano di umili origini che gioca per vocazione. Nel calcio, come nella vita, è portato a esprimersi istintivamente. Lega con chi sa conquistarlo alla maniera che usano i saggi, i calciatori di professione sono naturalmente diffidenti, Dario non fa eccezione: «Boniperti mi ha chiamato perché voleva conoscermi. Gli ho detto che se mi avesse preso non se ne sarebbe pentito. Ho voglia di riscatto. A Milano e Verona le cose non mi sono andate bene. Non dico che siano stati quattro anni persi, ma certamente ho smarrito la strada maestra del successo, e le ragioni sono tante. Principalmente ragioni fisiche, ho sofferto di infortuni che mi hanno impedito di giocare regolarmente. Poi ho avuto quella disavventura di Milano. Difesi il mio maestro Liedholm, Liedholm uomo, da attacchi alla persona che non mi sembrarono giusti. La mia sembrò una ribellione. Non me ne sono mai pentito. A Liedholm debbo tutto come calciatore, e così gli espressi la mia riconoscenza». In Italia si fa presto a mettere un’etichetta, a catalogare un calciatore. Ma Dario Bonetti respinge tutto al mittente. «Non credo di avere un brutto carattere. E sono convinto di prendermi delle grosse soddisfazioni alla Juventus, proprio perché la Juventus è una società dove, alla base di tutto, è il rispetto dell’uomo. Io ho bisogno di stimoli, io voglio tornare a vincere. Ho vissuto giorni bellissimi a Roma con Falcao e a Genova con Francis e Brady, e sono certo che questi giorni torneranno con una squadra come la Juventus che anela come me di vincere. Io so giocare difensore centrale, ma mi so adattare a più usi. Mi piace lottare e correre con tutti i miei compagni, mi piace dare tutto. Mi adeguo agli ordini di Zoff e giocherò come lui preferisce. So fare lo stopper e so fare il libero. Boniperti non si pentirà». Dario Bonetti è un difensore salgariano. Lo rivedo nella Roma, traverso un campionato di gloria e una Coppa Campioni che consentì ai giallorossi di sfiorare il trionfo. Bonetti ebbe giocate stupende, fu continuo ed elettrico, le sue fiondate di piede e le sue scrollate, i suoi allunghi; difendeva e attaccava con slancio intrepido. Non ho più visto, tra parentesi, una coppia di difensori così ben assortita come quella composta da lui e da Pietro Vierchowod. Giocatori differenti, se vogliamo, in Dario agilità e tocco di piede anche pulito, in Vierchowod una sbrecciante potenza. Dario sa fare lo stopper centrale con dedizione e acume, ma sa anche sbrigliarsi sulle fasce e assumere compiti tattici speciali. La Juventus ha acquistato, ripeto, un difensore araldico, se ne vedranno delle belle, un difensore che sa tramutarsi in attaccante e castigare sulle parabole. «Non penso a sposarmi. Quando sento la nostalgia della famiglia volo a casa. Non credo che nella vita si possano fare bene due cose importanti, ogni cosa a suo tempo. Per ora voglio essere a tempo pieno calciatore. Io sono calciatore dalla testa ai piedi. Sento dire che siamo tutti dei mercenari, lo hanno fatto credere – a chi non ci conosce – episodi anche recenti. In realtà, noi calciatori nella maggioranza siamo dei bambini, giochiamo perché amiamo il calcio, io personalmente non credo che ci sia mestiere più bello, più ricco di gratificazioni a tutti i livelli». In linea tecnica, Dario Bonetti non è inferiore a nessun altro stopper italiano, se non vogliamo dire d’Europa. In effetti le sue quotazioni sono discese precipitevolissimevolmente in concomitanza alle due presenze nella Nazionale di Vicini. Il giocatore assolve alle incombenze del ruolo di stopper con una grossa fiducia nel destino. Mi spiego. Gioca da stopper all’inglese, marca senza ossessionare, sfida l’attaccante anche a far meglio di lui... all’attacco. Una squadra nasce da mille cose, un atteggiamento difensivo così spregiudicato può non legare perfettamente con le esigenze del reparto. La nuova Juventus rilanciata a solari imprese, destina Dario Bonetti a essere se stesso al cento per cento, gli apre le traiettorie prelibate del gioco perché partecipi a fare quanto sa fare e a dare quanto sa dare. Nel calcio nostro, oggi, la confusione è massima. Tutti dicono e predicono, tutti pontificano, tutti sanno tutto di tutti. E invece no. Ogni giocatore «pro» è un delicato meccanismo. Non cambia niente nel costume dell’atleta se ha fatto del calcio la sua professione. Dario Bonetti ricomincia dopo due stagioni al Verona amare e deludenti non per colpa sua. E ricomincia convinto che non può farsi sfuggire l’occasione storica della sua carriera. «Mi è bastato parlare con Boniperti, per capire il clima e calarmi in questa nuova maglia. Io conosco il mio valore, oggi sono nell’età giusta per non sbagliare più. Ma mi creda, ho avuto disavventure fisiche alla base di un rendimento che non e stato più negli ultimi quattro anni all’altezza delle prime sei stagioni in A. Mi piace sganciarmi, ma di più giocare con i compagni, all’unisono con loro. Si vince in undici, si perde in undici. Non penso più alla Nazionale, la mia Nazionale è la Juventus. Non potevo desiderare di meglio, in famiglia ne sono tutti felici». Un altro Bonetti, Ivano, è brevemente passato alla Juventus (e uso l’avverbio limitativo al di là dei tre anni di permanenza, per le sole diciotto presenze e i due gol). È una razza di buoni calciatori. Dario rispetto a Ivano ha avuto in dono dalla natura questo suo fisico che lo porta a prestazioni eclettiche, è un atleta veloce quanto potente, agile quanto resistente. Io predico a lui un gran destino bianconero se saprà ritornare lo stopper salgariano che vidi in Coppa dei Campioni con la maglia giallorossa della Roma. Di calciatori come lui, transfughi da un calcio romantico che tanto ha influenzato la Juventus, più che mai oggi si ha bisogno. Ne ha bisogno Zoff di un difensore tatticamente «ribelle» e tecnicamente completo, capace di difendere e di finalizzare l’azione. «Alla mia età è tempo di far fatti. Ho assaporato tante gioie senza potermele mai godere. Voglio vincere con la Juventus, che è la squadra più gloriosa. Mostrare a tutti chi è Dario Bonetti». 〰.〰.〰 Come raccontato dal sommo Camin, Dario è un difensore molto dotato dal punto di vista fisico, ma di una lentezza esasperante. Le doti tecniche che possiede sono, in realtà, il suo maggior difetto, perché è solito voler uscire dall’area con la palla al piede causando, più volte, problemi alla squadra. Stagione in chiaroscuro, nonostante Zoff lo schieri praticamente sempre da titolare come stopper o, all’occorrenza anche come libero. Conquista la Coppa Italia e la Coppa Uefa, con il grande rammarico di non aver potuto disputare la finale di ritorno della coppa europea, causa squalifica. «Vedere i compagni che si allenano, che sgambano sul campo e contano le ore che li separano dalla gara di ritorno di Coppa Uefa, mi fa crescere dentro un’ansia incredibile. Un’ansia distruttiva, perché mi rendo conto di non potere fare nulla per il collettivo. Credetemi, chi sta soffrendo di più è proprio il sottoscritto. A tutto ciò si aggiunga il fatto che Zoff ha dovuto rivedere la formazione in funzione di un libero che non c’è. Voglio dire senza il sottoscritto, con Tricella non completamente recuperato e ancora in forse, e Fortunato ancora ingessato, il nostro allenatore sarà costretto con molta probabilità ad arretrare Aleinikov nel ruolo di battitore. Non voglia polemizzare e per questo evito commenti sull’arbitraggio della partita di andata. Dico soltanto che dopo innumerevoli scontri, spintoni, calci e gomitate un capro espiatorio ci voleva. Ho pagato per un fallo che da ammonizione non era; lo era piuttosto la situazione che si era venuta a creare. Sono entrato sulla palla davanti all’uomo, ma il giocatore fiorentino, non mi ricordo neppure chi fosse, ha simulato bene, accentuando la caduta. L’arbitro ci è cascato ed eccomi qua in borghese. Domani partirò con i miei compagni per Avellino. Me ne starò a bordo campo a soffrire. Pagherei qualunque cifra per scendere in campo in pantaloncini corti. Mi consolo pensando che questo periodo di riposo forzata mi servirà per curare la pubalgia che mi perseguita ormai da due mesi». Nonostante le prestigiose vittorie, Zoff viene sostituito da Maifredi dal suo gioco champagne: la difesa bianconera fa acqua da tutte la parti, nonostante l’acquisto di Julio Cesar, e Bonetti è presto sostituito da Luppi o da De Marchi. Il difensore bresciano accusa il colpo. «Mai come in questo periodo mi sono sentito criticato. E dire che di momenti difficili ne ho vissuti nella mia carriera. Se penso alle partite che hanno preceduto l’inizio del campionato, mi viene una grandissima rabbia. E non parliamo della Supercoppa contro il Napoli: una partita stregata, irripetibile. Per la Juve si è trattato di un incidente di percorso ma, per me, la punizione è stata tremenda: messo a digiuno a pane e acqua. La mia coscienza è a posto ma non il mio spirito, che scalpita nella speranza di un riscatto. Voglio recuperare in fretta il posto perduto». Non sarà così e nell’estate del 1991, in coincidenza con il ritorno del Trap, lascia la Juventus, destinazione Verona, dopo 63 partite e 5 gol. Il suo è un addio al veleno. «Dico soltanto che ho giocato pochissimo e non sono mai riuscito a disputare due partite di seguito. Ho avuto poche possibilità di mettermi in luce. I tifosi bianconeri devono giudicarmi per le gare disputate nella stagione 1989-90, quando vincemmo Coppa Italia e Coppa Uefa. Con Maifredi il rapporto sembrava inizialmente ottimo poi qualcosa si è rotto. È facile il colloquio tra allenatore e giocatore quando le cose vanno bene. È certamente più difficile attuare un comportamento del genere quando, invece, le cose non vanno per il verso giusto. Maifredi parlava tanto e a sproposito, non ha capito che la squadra era debole in ogni reparto, non adatta ai suoi schemi di gioco che si sono rivelati mediocri e perdenti. Ma se Maifredi ha le sue colpe, anche gli altri devono prendersi le loro brave responsabilità. Non faccio nomi ma a qualcuno piaceva essere particolarmente coccolato a tal punto che poi, nel momento cruciale della stagione che poteva dare una svolta al nostro campionato, si è comportato da vigliacco. Ha tradito tutti, dai suoi compagni, ai tifosi e ai dirigenti. È stata, comunque, un’esperienza positiva, perché ho potuto conoscere il volto peggiore del calcio». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/dario-bonetti.html
  3. DARIO BONETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Dario_Bonetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Brescia Data di nascita: 05.08.1961 Ruolo: Difensore Altezza: 187 cm Peso: 82 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1989 al 1991 Esordio: 23.08.1989 - Coppa Italia - Cagliari-Juventus 0-1 Ultima partita: 30.03.1991 - Serie A - Juventus-Bari 3-1 63 presenze - 4 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Dario Bonetti (Brescia, 5 agosto 1961) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Detiene il record del maggior numero di giornate di squalifica in Serie A (39). Dario Bonetti Dario Bonetti alla Juventus nel 1989 Nazionalità Italia Altezza 187 cm Peso 82 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1993 - giocatore Carriera Giovanili 1974-1978 Brescia Squadre di club 1978-1980 Brescia 29 (2) 1980-1982 Roma 46 (0) 1982-1983 → Sampdoria 27 (0) 1983-1986 Roma 58 (3) 1986-1987 Milan 23 (0)[1] 1987-1989 Verona 40 (1) 1989-1991 Juventus 63 (4) 1991-1992 Sampdoria 14 (0) 1992-1993 SPAL 9 (0) Nazionale 1981-1986 Italia U-21 14 (0) 1986 Italia 2 (0) Carriera da allenatore 1999-2000 Sestrese 2000-2002 Dundee Vice 2005 Potenza 2005-2006 Sopron 2007 Sopron 2007-2008 Gallipoli 2008-2009 Juve Stabia 2009 Dinamo Bucarest 2009-2010 Pescina VG 2010-2011 Zambia 2012 Dinamo Bucarest 2016 Târgu Mureș 2021 Dinamo Bucarest Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1984 Biografia È fratello di Ivano, anche lui calciatore. Carriera Giocatore Iniziò la carriera in Serie B nel Brescia, per poi passare alla Roma dove, a diciannove anni, esordisce in Serie A il 30 novembre 1980 in Roma-Udinese (3-1) e in seguito Nils Liedholm lo schiera titolare. La Roma terminerà il campionato al secondo posto e vincendo la finale di coppa Italia sconfiggendo il Torino. L'anno successivo in cui la Roma raggiunse il terzo posto giocò 26 partite. Nel 1982 è ceduto in prestito alla Sampdoria, per poi tornare a Roma l'anno successivo rimanendo sino al 1986. Giocò da titolare la finale di Coppa dei Campioni dell'Olimpico il 30 maggio 1984, persa dalla Roma contro il Liverpool. Nel 1986 esordisce in Nazionale maggiore, dopo le presenze nelle nazionali giovanili. Dario Bonetti (a destra) in azione al Verona nel 1987, in marcatura sul granata Anton Polster. La carriera è proseguita nella massima serie con Milan (che lo acquista per 2 miliardi di lire), Juventus, Verona, Sampdoria. Ha vinto quattro Coppa Italia (tre con la Roma, una con la Juventus), una Coppa UEFA coi bianconeri, una Supercoppa italiana con la Sampdoria. Ha terminato la carriera alla SPAL con la retrocessione in Serie C. In carriera ha collezionato 287 presenze in serie A, 78 in serie B, 56 in Coppe Europee, 85 in Coppa Italia, 16 presenze in Nazionale under 21, 2 nella maggiore. Allenatore Inizia la carriera da allenatore con la Sestrese in serie D dove arriva secondo. Dal 12 maggio è stato vice del fratello Ivano al Dundee in Scottish Premier League. La prima stagione la squadra arriva sesta in campionato con accesso alla Coppa Intertoto, in cui è eliminata al primo turno. Nella seconda viene esonerato. Il 28 febbraio 2005 è chiamato sulla panchina del Potenza militante in Serie C2 girone C. Rimane fino a fine stagione ottenendo la salvezza e arrivando al settimo posto con 47 punti. L'anno successivo è chiamato nel Campionato di calcio ungherese sulla panchina del FC Sopron, in cui militavano Beppe Signori e Luigi Sartor. Il 3 maggio 2006 viene esonerato dopo la sconfitta casalinga per 0-1 contro il RAEC dopo aver raggiunto comunque la salvezza. Il 20 marzo 2007 è richiamato e salva la squadra. Il 22 giugno 2007 è chiamato ad allenare il Gallipoli militante in Serie C1 girone B. Il 10 marzo 2008 con la squadra al terzo posto, si dimette dopo la dura contestazione dei tifosi in seguito al pareggio interno con l'Ancona. L'8 dicembre 2008 viene nominato allenatore della Juve Stabia, militante in Lega Pro Prima Divisione girone B. Il 2 marzo 2009 dopo la sconfitta in casa per 1-3 con il Perugia, a causa del terz'ultimo posto in classifica in zona retrocessione e dei soli 7 punti ottenuti in 10 gare (1 vittoria, 4 pari, 5 sconfitte) viene esonerato. Il 24 giugno firma per due anni con la Dinamo Bucarest. Si qualifica alla fase a gironi della Coppa UEFA vincendo ai rigori sul campo dello Slovan Liberec, dopo aver recuperato lo 0-3 subito a tavolino nella gara d'andata. È l'unico allenatore nella storia delle competizioni europee per club UEFA ad essere riuscito con la sua squadra a qualificarsi in una fase ad eliminazione diretta dopo aver perso la partita d'andata in casa con tre goal di scarto. Il 5 ottobre il presidente Nicolae Badea lo esonera dopo la sconfitta in casa per 0-1 col Panathīnaïkos. Il 10 novembre viene nominato allenatore del Pescina voluto fortemente dal fratello Ivano che da tre anni ricopre il ruolo di ds. Il 15 febbraio 2010 dopo dieci partite viene esonerato insieme a suo fratello Ivano e tutto il suo staff a causa del penultimo posto in classifica. Il 21 luglio 2010 firma un contratto biennale per la nazionale africana della Zambia. L'11 ottobre 2011 dopo il pareggio per 0-0 ottenuto nei confronti della Libia viene esonerato, nonostante avesse centrato, due giorni prima, la storica qualificazione in Coppa d'Africa. Il 10 aprile 2012 ritorna sulla panchina del Dinamo Bucarest. Con cui conquista la Coppa di Romania e Supercoppa di Romania. Il 14 novembre viene esonerato in seguito a cattivi risultati e divergenze di vedute con la società. Il 17 giugno 2016 viene ingaggiato dal Târgu Mureș, militante nella Liga I rumena. Si dimette il 6 agosto per motivi personali, dopo tre sconfitte nelle prime tre giornate di campionato. Terza esperienza alla Dinamo Bucarest Il 15 luglio 2021 viene richiamato sulla panchina della Dinamo Bucarest per la terza volta, esordendo con una vittoria sul Voluntari per 3-2.Viene esonerato il 15 settembre 2021 dopo la sconfitta per 6-0 nel derby contro la Steaua Bucarest. Palmarès Giocatore Dario Bonetti, con Zavarov (al centro) e Bruno (a sinistra), festeggia la vittoria della Juventus nella Coppa UEFA 1989-1990. Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 4 - Roma: 1980-1981, 1983-1984, 1985-1986 - Juventus: 1989-1990 Supercoppa italiana: 1 - Sampdoria: 1991 Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Allenatore Club Competizioni nazionali Coppa di Romania: 1 - Dinamo Bucarest: 2011-2012 Supercoppa di Romania: 1 - Dinamo Bucarest: 2012
  4. DAVIDE MICILLO https://it.wikipedia.org/wiki/Davide_Micillo Nazione: Italia Luogo di nascita: Vercelli Data di nascita: 17.04.1971 Ruolo: Portiere Altezza: 191 cm Peso: 83 kg Nazionale Italiano Under-17 Soprannome: Micio Alla Juventus dal 1987 al 1991 e dal 1994 al 1995 Esordio: 14.06.1988 - Amichevole - Albese-Juventus 0-9 Ultima partita: 03.08.1994 - Amichevole - Emmenbrucke-Juventus 0-1 0 presenze - 0 reti subite 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Davide Micillo (Vercelli, 17 aprile 1971) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo portiere, attuale preparatore dei portieri del Seregno. Davide Micillo Davide Micillo con la maglia dell'Ancona (1993) Nazionalità Italia Altezza 191 cm Peso 83 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Squadra Juventus (Portieri giov.) Termine carriera 2009 - giocatore Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1989-1991 Juventus 0 (0) 1991-1993 Ancona 9 (-14) 1993-1994 Ravenna 37 (-44) 1994 Juventus 0 (0) 1994-1995 Genoa 18 (-21) 1995-1996 Cesena 37 (-48) 1996-1997 Atalanta 11 (-21) 1997-1998 Reggina 36 (-38) 1998-1999 Atalanta 0 (0) 1999-2001 Parma 1 (0) 2001-2002 Cosenza 13 (-15) 2002-2003 Brescia 8 (-11) 2003-2005 Ascoli 44 (-49) 2005 Catanzaro 5 (-9) 2005-2008 Novara 62 (-64) 2008-2009 Borgomanero 7 (-12) Carriera da allenatore 2009-2013 Pro Vercelli Portieri giov. 2013-2014 Vigevano Portieri 2014-2021 Juventus Portieri giov. Portieri giov. 2013-2014 Vigevano Portieri 2022- Seregno Portieri Carriera Giocatore Club Cresciuto calcisticamente nella Juventus, nella stagione 1991-1992 passa all'Ancona in Serie B, in qualità di secondo portiere, ottenendo la promozione in Serie A, con una sola presenza in campionato, il 31 maggio 1992 nello (0-0) interno contro il Cosenza. Nella stagione successiva viene confermato dalla società marchigiana, e il torneo di massima serie si rivela difficile per l'Ancona, che si classifica al penultimo posto ritornando in Serie B. Il portiere totalizza otto presenze in campionato, subendo 14 reti. Il debutto in Serie A risale all'8 novembre 1992, nella vittoria in casa contro il Brescia per (5-1). Nella stagione 1993-1994 ha l'occasione di mettersi in mostra tra le file del Ravenna, in Serie B. A fine stagione i romagnoli retrocedano in Serie C1. Nel 1994-1995 approda al Genoa, secondo del trentasettenne Stefano Tacconi; quando questi rescinde il contratto durante la stagione, l'allora tecnico Giuseppe Marchioro promuove Micillo titolare. Al termine della stagione colleziona 18 presenze in Serie A. Nel 1995 si registra il passaggio al Cesena, in Serie B, nel ruolo di titolare. La stagione successiva si presenta una nuova occasione in Serie A, questa volta all'Atalanta: partito titolare, perde il posto dopo poche giornate in favore di Davide Pinato. A fine stagione le presenze sono 11, con 21 reti subite. Successivamente viene ceduto in prestito alla Reggina per la stagione 1997-1998. Nell'estate 1998 torna a Bergamo, dove è chiuso dai più esperti Alberto Fontana e Davide Pinato, a gennaio viene ceduto al Parma, ricoprendo il ruolo di terzo portiere, dietro a Gianluigi Buffon e Matteo Guardalben. Rimane a Parma fino al 2001, totalizzando una presenza in Serie A. Nelle stagioni successive si alterna tra campo e panchina tra le file di Cosenza, Brescia, Ascoli e Catanzaro. Nel novembre 2005, non avendo trovato un ingaggio in Serie B, si accorda con il Novara, in Serie C1. Nella stagione 2007-2008 perde il ruolo di portiere titolare del Novara, venendogli preferito il più giovane Giacomo Brichetto, e da gennaio 2008 retrocede al ruolo di terzo portiere, complice l'acquisto dal Cesena dell'esperto Gianluca Berti. Nel dicembre 2008, dopo alcuni mesi di inattività, firma un accordo con il Borgomanero, squadra militante in Serie D. A fine stagione la formazione piemontese retrocede in Eccellenza ed il portiere non rinnova l'accordo, ponendo così fine alla sua carriera. Nazionale Ha preso parte nel 1987 al Mondiale Under-17 in Canada. Preparatore dei portieri Dal 2009 al 2013 è stato il preparatore dei portieri della formazione Primavera della Pro Vercelli. Dal settembre 2013 al 2014 ricopre lo stesso ruolo nel Vigevano, squadra lombarda di Eccellenza. Nella stagione 2014-2015 diventa il preparatore dei portieri della formazione Allievi Regionali della Juventus, attualmente denominata Under 16 a seguito della riforma dei campionati giovanili del 2018. Nel 2022 diventa preparatore dei portieri del Seregno Calcio, società brianzola che milita in serie C. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 2 - Juventus: 1989-1990 - Parma: 1998-1999 Supercoppa italiana: 1 - Parma: 1999 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 2 - Juventus: 1989-1990 - Parma: 1998-1999
  5. GIUDICI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1920 al 1921 Esordio: 26.06.1921 - Amichevole - Saluzzo-Juventus 1-1 0 presenze - 0 reti
  6. ROMAN MACEK https://it.wikipedia.org/wiki/Roman_Macek Nazione: Repubblica Ceca Luogo di nascita: Zlín Data di nascita: 18.04.1997 Ruolo: Centrocampista Altezza: 188 cm Peso: 73 kg Nazionale Ceco Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 2015 al 2019 Esordio: 29.07.2015 - Amichevole - Lechia Danzica-Juventus 1-2 Ultima partita: 25.07.2018 - Amichevole - Juventus-Bayern Monaco 2-0 0 presenze - 0 reti Roman Macek (Zlín, 18 aprile 1997) è un calciatore ceco, centrocampista del Lugano. Roman Macek Nazionalità Rep. Ceca Altezza 188 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Centrocampista Squadra Lugano Carriera Giovanili Trinity Zlín 2013-2017 Juventus Squadre di club 2017 → Bari 16 (0) 2017-2018 → Cremonese 8 (1) 2018- Lugano 47 (0) Nazionale 2012-2013 Rep. Ceca U-16 11 (1) 2013-2014 Rep. Ceca U-17 10 (2) 2014 Rep. Ceca U-18 4 (0) 2016 Rep. Ceca U-20 3 (2) 2017-2018 Rep. Ceca U-21 5 (0) Caratteristiche tecniche Centrocampista completo, di piede destro, può essere impiegato sia in posizione centrale che sulle fasce. Dotato tecnicamente, molto veloce e abile nel dribbling, per le sue caratteristiche è stato paragonato a Pavel Nedvěd. Carriera Club Cresciuto nel settore giovanile del Fastav Zlín, nel 2013 si trasferisce alla Juventus. Trascorre due stagioni e mezzo con la formazione Primavera del club bianconero, con cui vince il Torneo di Viareggio 2016. Il 17 gennaio 2017 viene ceduto in prestito con diritto di riscatto e contro-riscatto al Bari, con cui esordisce tra i professionisti quattro giorni dopo, nella partita persa 2-0 contro il Cittadella. Dopo aver collezionato 16 presenze con il club pugliese, il 9 agosto passa con la stessa formula alla Cremonese. Il 31 agosto 2018 si trasferisce, sempre a titolo temporaneo, al Lugano. Il 27 gennaio 2019 viene riscattato dal club svizzero. Nazionale Ha giocato con le varie rappresentative giovanili della Repubblica Ceca, debuttando con l'under-21 il 24 marzo 2017, in occasione dell'amichevole vinta per 4-1 contro la Slovacchia. Palmarès Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 2016
  7. ADRIANO BONAIUTI Nasce a Roma, il 7 maggio 1967. Arriva alla Juventus nell’estate del 1989. Riserva di Tacconi, riesce a totalizzare solamente una presenza, in Juventus-Cremonese 4-0 dell’8 aprile 1990. ADALBERTO SCEMMA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL DICEMBRE 1989 Portieri non si nasce, si diventa. Ci sono tre strade: o si è i più brocchi della compagnia e allora si va dritti tra i pali senza fiatare; o si è i più piccoli e allora le eventuali proteste rimangono inascoltate; oppure si ha un fratello maggiore che avendo più vissuto, maturato e filtrato esperienze analoghe, ha pensato bene di adattarsi alla situazione sino a diventare portiere sul serio. In questi casi si finisce tra i pali per tradizione familiare o semplicemente imitazione, com’è successo ad Adriano Bonaiuti. «Mio fratello Marco – dice raccontandosi – ha cominciato a giocare in porta sin da bambino, nel cortile sotto casa nostra. Abitavamo a Roma in un quartiere popolare, il Tiburtino. Tutta gente semplice, gente che lavora. Io stavo a guardare Marco, mi entusiasmavo quando si tuffava tra i piedi degli attaccanti e naturalmente sognavo di emularlo. Possedeva i guanti veri e anche le ginocchiere, tutte cose che agli occhi di noi bambini avevano un certo fascino. Qualche volta me li prestava, per tuffarmi sull’asfalto, altre volte ero io che gliele rubavo. È stato così che mi sono ritrovato portiere. Ho cominciato a giocare nell’Artiglio, una squadretta giovanile, senza ambizioni particolari, per puro divertimento. Mio fratello? Marco si è sempre applicato con molta serietà ed è salito lentamente di categoria. Adesso gioca nel Bastia, in Umbria, Interregionale». Il gioco del calcio vissuto in piena libertà, dunque, senza l’assillo della carriera a tutti i costi. Anche per questo Adriano Bonaiuti ha assorbito con molta disinvoltura, sei anni fa, la bocciatura della Roma, al termine di un provino affrontato in punta di timidezza. La Roma stava vivendo gli anni di Falçao e dello scudetto, il vivaio era fiorente e i portieri di valore non mancavano, a cominciare da Gregori: «Finii a Cesena e mi sembrava già una grande conquista, anche se la mia presenza si limitava al settore giovanile. Una buona esperienza, prima di passare l’anno dopo a San Benedetto del Tronto, in una società che è stata in questi ultimi anni una fucina di portieri». A contribuire in maniera determinante alla maturazione di Bonaiuti è stato naturalmente il mago Persico, un tecnico specializzato in portieri che si è trasferito proprio in questa stagione alle dipendenze del Bologna. Persico ha avuto un buon passato come atleta (ha giocato nella Spal ai tempi di Massei e poi nella Reggina), ma le soddisfazioni maggiori le ha assaporate probabilmente in veste di allenatore. «Alla sua scuola si sono formati Zenga, Di Leo, Martina, Coccia, Bianchi e Ferron, oltre naturalmente al sottoscritto. L’idea della Sambenedettese, ricordo, mi aveva sorriso anche e soprattutto per la possibilità che mi veniva offerta di lavorare con Persico, una specie di portafortuna, oltre che un grande maestro. Persico mi ha aiutato a credere in me stesso, mi ha insegnato i trucchi del mestiere, mi ha fatto capire che il calcio professionistico, con un minimo di applicazione e un po’ di fortuna, avrebbe anche potuto diventare una realtà. Il resto arriva da solo, con naturalezza. Nel mio caso ho avuto la fortuna di debuttare in Serie B, due anni fa, e di ritrovarmi praticamente titolare l’anno successivo. Ho giocato trentuno partite complessive senza essere sostituito e ho avuto anche la soddisfazione di essere convocato da Brighenti per l’Under 21 cadetta. Una stagione da mettere in cornice, rovinata però dalla retrocessione della Samb. Trovarsi in Serie C non è davvero piacevole, è addirittura un trauma». Dalla Serie C, invece, alla A, vissuta per due volte in un colpo solo. Acquistato dal Verona grazie ai buoni uffici di Franco Landri, suo grande estimatore, Bonaiuti si è ritrovato, infatti, alla Juve quasi senza preavviso in cambio dell’eterno Luciano Bodini. Una decisione a sorpresa che Bagnoli ha giustificato con molta onestà. «La Roma ci aveva proposto Peruzzi in cambio di Cervone e a questo punto, una volta concluso l’affare, non ho ritenuto opportuno cominciare il campionato con due giovani. Bonaiuti e Peruzzi sarebbero entrati presto in rotta di collisione e nessuno dei due ci avrebbe guadagnato». Proprio vero? Chissà. L’anno prima, a San Benedetto, Bonaiuti era riuscito a vincere senza troppa fatica il duello con un altro emergente, Sansonetti. L’idea della sfida avrebbe potuto stimolarlo, e invece. «E invece eccomi qui a vivere addirittura un sogno. Arrivare alla Juventus a ventidue anni soltanto è qualcosa che esula dagli obiettivi che mi ero prefisso. Ho un’età che mi consente di rimanere in panchina senza troppi problemi, visto che da un maestro come Tacconi ho molto da imparare. L’esperienza si fa soprattutto giocando? D’accordo ma credo sia importante anche vivere da vicino, prima di diventare protagonisti, l’emozione del grande calcio. Ci sono delle tappe di avvicinamento, insomma, che rendono più facile il cammino. E poi c’è Zoff, che per me rimane un mito». Deve essere stata, quella dell’incontro con Dino Zoff, un’emozione indimenticabile. «Ho avuto persino la tentazione di chiedergli l’autografo, ma poi ho pensato che forse era sconveniente. Questo per dire la stima e l’ammirazione. Quanto a me, credo che il fatto di essere allenato da Zoff rappresenti uno stimolo costante. Sono convinto che il lavoro alla fine paghi ed io non sono certo il tipo che si tira indietro». Come vivo Adriano Bonaiuti, la sua vita al di fuori del calcio? Il ragazzo si annuncia di una semplicità quasi disarmante. È un timido e ha un carattere molto dolce, riflessivo. Gli manca la famiglia e non ne fa mistero. «Ai miei sono molto legato. Mio padre lavora presso il Poligrafico dello Stato, mia madre invece sta in casa e fa il tifo per me, naturalmente. E poi c’è Chiara, la mia ragazza». Chiara è di San Benedetto del Tronto, ha gusti semplici e anche per questo è entrata dritta nel cuore di Adriano. Il matrimonio rientra nei programmi ma prima bisognerà mettere le radici alla Juve, confermare le promesse, buttare un occhio oltre la soglia del futuro. «So benissimo che questo sarà per me un anno importante, fondamentale. Non voglio sprecare l’occasione per maturare una grossa esperienza e per diventare grande anche come uomo. Dovrò imparare ad avere pazienza. Saper aspettare senza fretta, senza anticipare i tempi, è indice di saggezza. Spero che mia madre me ne abbia consegnata una buona scorta». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/05/adriano-bonaiuti.html
  8. ADRIANO BONAIUTI https://it.wikipedia.org/wiki/Adriano_Bonaiuti Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 07.05.1967 Ruolo: Portiere Altezza: 181 cm Peso: 78 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1989 al 1991 Esordio: 08.04.1990 - Serie A - Juventus-Cremonese 4-0 1 presenza - 0 reti subite 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Adriano Bonaiuti (Roma, 7 maggio 1967) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo portiere, preparatore dei portieri dell'Inter. Adriano Bonaiuti Bonaiuti al Padova nel 1992 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Preparatore dei portieri (ex portiere) Squadra Inter Termine carriera 2005 - giocatore Carriera Giovanili 197?-1984 Artiglio 1984-1985 Cesena Squadre di club 1984-1985 Cesena 0 (0) 1985-1989 Sambenedettese 32 (-21) 1989 Verona 0 (0) 1989-1991 Juventus 1 (0) 1991-1996 Padova 174 (-220) 1996-1997 Palermo 8 (-10) 1997 → Cosenza 21 (-31) 1997-1998 Palermo 31 (-31) 1998-1999 Trapani 24 (-23) 2000 Pescara 7 (-12) 2001 Udinese 0 (0) 2002-2005 Udinese 0 (0) Carriera da allenatore 2004-2005 Udinese Portieri 2005-2009 Roma Portieri 2010-2013 Udinese Coll. tecnico 2013- Inter Portieri Carriera Giocatore Club Comincia la carriera nell'Artiglio, squadra della capitale. Dopo essere stato scartato a un provino con la Roma approda al settore giovanile del Cesena dove rimane una sola stagione. Nel 1985 passa alla Sambenedettese dove debutta tra i professionisti nella stagione di Serie B 1987-1988 giocando una partita. L'anno successivo viene promosso titolare collezionando 31 presenze e una retrocessione in Serie C1. Bonaiuti alla Juventus nella stagione 1989-1990 Viene quindi acquistato dal Verona, che lo cede poi alla Juventus nell'ambito dell'operazione che porta Luciano Bodini a Verona. A Torino gioca una sola partita in due stagioni, debuttando in Serie A l'8 aprile 1990 in Juventus-Cremonese (4-0). Nel 1991 passa al Padova, in Serie B, dove nel 1994 ottiene una storica promozione in Serie A dopo 32 anni, giocando in totale cinque stagioni di cui due in massima serie. Successivamente gioca con il Palermo e con il Cosenza in Serie B, in Serie C2 con il Trapani e di nuovo in Serie B con il Pescara. Nel 2001 torna in Serie A con l'Udinese, dove non giocherà mai nessuna partita in campionato. Nella stagione 2004-2005, pur mantenendo il ruolo di terzo portiere della squadra comincia la carriera da preparatore dei portieri. Al termine delle stagione si ritira dal calcio giocato. Nazionale Fu convocato con la Nazionale Under-21 cadetta guidata da Sergio Brighenti. Allenatore È stato preparatore dei portieri per l'Udinese sotto la guida di Luciano Spalletti, Gian Piero Ventura, Roy Hodgson, Francesco Guidolin e Luigi De Canio. Successivamente ha svolto questo incarico anche nella Roma con Luciano Spalletti e Marco Domenichini, lasciando questo staff quando Spalletti è andato ad allenare in Russia. Dal 2010 fa parte dello staff tecnico dell'Udinese, agli ordini di Francesco Guidolin, con il ruolo di collaboratore tecnico. Nell'agosto 2013 passa all'Inter in qualità di preparatore dei portieri. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990
  9. VITTORIO CHIUSANO ANGELO CAROLI, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1990 La sfida che la Juventus lancia contro il tempo è inesorabile, proprio come il nemico che ha di fronte. Inesorabile ed efficiente. Non c’è mai traccia di negligenza nella gestione e nella formulazione di essa, la programmazione conduce puntuale all’obiettivo. Personalmente, l’ho spesso giudicata un’opera di cesello, un lavoro mai lasciato nelle mani di un artigiano sprovveduto. Giampiero Boniperti dice addio chiudendo un’era che passerà alla storia e subito è pronta la soluzione che chiama in causa Vittorio Chiusano. La continuità, innanzitutto. Questione di programma e di stile. L’avvocato Vittorio Chiusano è entrato per la prima nel consiglio del club bianconero nella stagione 1960-61. Presidente, all’epoca, era il dottor Umberto Agnelli, e al giovane Vittorio fu subito una pratica fastidiosa. Era il ‘61, si giocava Juventus-Inter al Comunale, un fiume di gente si era assiepato attorno al muro di cinta del Comunale e rischiava di tracimare da un momento all’altro. Tutti volevano assistere a uno spettacolo dal quale sarebbe potuto nascere lo scudetto. Nonostante un temporale, la folla dilagò dentro lo stadio, dopo aver divelto quattro porte carraie. Ci fu un’invasione pacifica del campo. L’arbitro Gambarotta sospese il match. Gli organi disciplinari decisero di assegnare a tavolino la vittoria all’Inter. L’impeccabile e circostanziata documentazione per la linea difensiva era stata preparata dall’avvocato Chiusano, il quale ottenne giustizia dopo aver dimostrato che non esistevano gli estremi per la responsabilità oggettiva. La Caf riconobbe che «il fatto è da ritenersi estraneo alla volontà della Juventus e quindi la relativa responsabilità non è quella oggettiva bensì quella ordinaria». L’avvocato Chiusano commentò così l’epilogo della vertenza; «Si tratta di una sentenza importantissima: essa infatti stabilisce un precedente di profondo significato, quello cioè che l’invasione pacifica del campo non può dar luogo a impedimento di gara. E tale principio è consono allo spirito sportivo che deve essere tenuto presente nell’interpretazione delle norme giuridisprudenziali». Fu il primo di una lunga serie di successi legali. Incontriamo il nuovo presidente della Juventus nello studio di Via Bligny 5, il quartier generale di un uomo di diritto che deve frantumare il proprio tempo in mille direzioni. Vittorio Chiusano, fra l’altro, è presidente della Camera Penale del Piemonte e della Valle d’Aosta, del Centro Cardiopatici piemontese e vicepresidente dell’Editrice La Stampa. E capogruppo comunale della città di Torino nelle file del Partito Liberale, è consigliere di amministrazione della Banca Nazionale del Lavoro Holding in Milano e consigliere di amministrazione della Fondazione Piemontese per la ricerca sul cancro. Un oceano di attività. Ed ecco nascere la definizione curiosa di «presidente a interim della Juventus», un’etichetta alla quale l’interessato replica precisando che «nonostante abbia fatto presente alla proprietà di non poter assumere impegni a tempo indeterminato, farò del mio meglio e il possibile per assolvere ai miei compiti. E comunque non sarò un presidente dimezzato, per cui prometto formalmente ai tifosi che lavorerò molto insieme con gli uomini di un’equipe che gode della mia fiducia totale, in modo da rendere la Juventus più competitiva. Ciò non vuol dire che i risultati fin qui ottenuti non siano soddisfacenti. Tutt’altro. La verità è che non sempre si può stare al vertice. La nostra platea è popolata di persone abituate molto bene e che, pertanto, hanno il palato particolarmente esigente». Il pomeriggio è assolato, un vento caldo e fortissimo mette in fuga le nuvole che si rifugiano dietro le montagne. Attraverso le finestre, fiotti violenti di luce inondano lo studio. Ricordiamo al neo presidente bianconero una sua frase («Oggi la Juventus non è soltanto il giocattolo della famiglia Agnelli, l’Avvocato si diverte con la Juve, ma la Fiat, inserendola nel complesso delle proprie sinergie, le chiede un congruo ritorno d’immagine») e gli preghiamo di completare il concetto. «La Fiat non è un istituto benefico», spiega Chiusano con toni amabili e con esempi chiarissimi, «vuole avere un volto vincente. E se ha deciso di intervenire nella struttura è perché ritiene che, attraverso il calcio, sia possibile il raggiungimento di finalità aziendali, di promozione. Il calcio richiama infatti enormi attenzioni industriali. Tutto ciò mi sembra una garanzia per i nostri tifosi, che sono in attesa di successi. In questa chiave, la società si organizzerà. Nelle sue strutture dispone già di uomini di grossissime capacità come Pietro Giuliano, Nello Governato, Piero Bianco e Francesco Morini, uomini in cui ripongo assoluta fiducia come in tutta l’equipe». Un’equipe che si avvale, fra gli altri, di Alberto Refrigeri, per tanti anni direttore di Hurrà Juventus e oggi collaboratore molto prezioso. – Come è nato l’amore tra lei e la Juventus? «È un amore difficile da mettere a fuoco. Non esiste un attimo in cui è sbocciato. Nasce comunque nella mia infanzia, quando mi sono avvicinato a lei ai tempi del quinquennio e quando mio padre mi portava a vedere gli allenamenti dei bianconeri campioni d’Italia. Avevo cinque o sei anni». – Un ricordo bello e un’immagine triste della sua esistenza di dirigente della Juve? «Il primo a legato alla conquista della Coppa Intercontinentale a Tokyo, la seconda si riferisce alla tragedia dell’Heysel, quando il sangue di molte vittime ha sporcato quella che doveva essere una pagina festosa di agonismo e di correttezza sportiva». – L’avvocato Giovanni Agnelli e lei. Quale tipo di rapporto si è instaurato in tanti anni di collaborazione costante? «Innanzitutto di correttezza reciproca e, credo, di simpatia e di stima. Professionalmente, sono stato e sono incaricato di occuparmi di questioni di carattere giuridico che interessano il Gruppo. Giovanni Agnelli è indubbiamente un uomo di grande charme, con il quale si può amabilmente parlare di tutto, calcio compreso, di cui è particolarmente appassionato». – Boniperti e lei. È possibile rivedere, alla moviola, qualche fotogramma insieme con il suo predecessore? «Giampiero ed io siamo della stessa classe, 1928, ci scherziamo sopra molto spesso. Lo ricordo benissimo come giocatore, innanzitutto. Sono entrato per la prima volta in Consiglio quando lui riconsegnava le scarpe al custode e chiudeva una carriera eccezionale. Quell’anno dovetti dipanare una questione giuridica riguardante la famosa edizione di Juventus-Inter finita con la sentenza della Caf in nostro favore. Poi ho seguito Boniperti quando è diventato consigliere. Nel 68-69 avevo rassegnato le dimissioni, Vittore Catella era presidente. Rientrai quando Giampiero, neo eletto, mi telefonò e mi disse: «Stammi vicino, faremo tanta strada insieme». Accettai. In campo giuridico gli sono sempre stato al fianco, in quanto alle cose tecniche non mi sono mai permesso di interferire. I giorni più emozionanti e sofferti li abbiamo affrontati quando la Juventus e lui vennero ingiustamente deferiti e, poi, giustamente assolti, in occasione del famoso processo sul Calcioscommesse». – Quali giocatori ricorda in modo particolare per averne apprezzato le doti tecniche e umane? «Dovrei enunciare un elenco lunghissimo. Boniperti a parte, che della Juventus è sempre stato un emblema, cito Praest, Charles, Zoff, Scirea, Furino, Sivori, Bettega, Causio e Cabrini». – Lei ha gusti tecnici che l’avvicinano alla spettacolarità di cui è capace soltanto il calcio brasiliano. Però, come manager, sa che il torneo italiano richiede altre peculiarità? «Ed è per questa ragione che ritengo giusto spostare l’attenzione sul calcio tedesco, in cui milita gente forte, capace, resistente e anche tecnica, una garanzia di altissima e costante professionalità». – Proponendo la sua bellissima frase «imparare dagli altri non significa esserne succubi», si deve aggiungere che la Juventus ha sempre insegnato agli altri? «Nessuno può eleggersi a maestro, ognuno ha da imparare e da insegnare. Ho capito con il tempo che una persona responsabile sa di non sapere. Del resto, mi limito a rivedere una frase di Socrate. Tutto è infatti perfettibile e poi non ci sottraiamo alla norma. Però attenzione, la Juventus continua a essere un esempio di stile e, in questo, fa scuola. Scuola di correttezza, alla quale tutti s’ispirano. E questa è una grossa realtà di cui va tenuto conto. È il nostro successo perpetuo, che prescinde da quello tecnico, non sempre raggiungibile, poiché i Bettega e i Furino non nascono ogni anno». Ecco, in sintesi ed enunciato con l’impareggiabile dialettica di uno dei più grandi penalisti d’Italia, quello stile cui la Juventus non rinuncerà mai. ENRICA TARCHI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 2003 A noi piace ricordarlo così. Allo stadio, a fianco di Roberto Bettega, Antonio Giraudo e Luciano Moggi, a sostenere la sua Juve. In sala stampa e nei salotti del calcio parlato, a commentare, lodare, attaccare e difendere. In tribunale, a proteggerne i diritti. Sono tanti i ricordi che legano l’avvocato Vittorio Chiusano alla Juventus. Proviamo a pensare all’ultimo periodo, i dieci anni in cui ha affiancato l’attuale dirigenza. Era bello vederlo sempre presente a ogni impegno della squadra, che raggiungeva anche in trasferta accompagnato dal suo fidato autista Renzo o, quando le distanze non lo consentivano, con un aereo privato. Non voleva mancare, nonostante la sua attività di avvocato fosse frenetica e gli lasciasse davvero poco spazio per il resto. Una passione che, solo per citare un episodio passato alla storia, l’aveva portato nel 1996 a raggiungere Tokyo (dove la sua Juventus era impegnata nella finale di Coppa Intercontinentale) poco prima del fischio d’inizio e ripartire per l’Italia subito dopo la festa per il meritato trionfo regalato a tutti i tifosi bianconeri da un gol di Del Piero. Ma quel resto, a parte gli affetti, si chiamava Juve, una sorta di famiglia che lo aveva accolto nei lontani Anni Cinquanta quando il Dottor Umberto Agnelli lo volle con sé in Società appena sedutosi giovanissimo sulla poltrona di Presidente. “Arriva l’avvocato” – anzi l’avvocato dell’Avvocato –, era il passaparola tra i giornalisti quando lo vedevano comparire da lontano. E nessuno se ne andava mai a mani vuote. Difficile infatti che non si fermasse a scambiare una battuta o a fare quattro chiacchiere, che alla fine non risultavano mai banali. Se c’era da dire si diceva, se c’era da difendere poi, eccolo scendere sul suo campo preferito e non ce n’era per nessuno. A lui infatti sono sempre stati affidati i casi più spinosi. Quello che piaceva tanto di Vittorio Chiusano, il presidente più vittorioso della storia della Juve, era quello sguardo compiaciuto, felice, come se ogni vittoria fosse la prima. Non si stancava di veder trionfare la sua Juve e lo si vedeva guardandolo negli occhi, era un sentimento vero, genuino, che gli veniva dal cuore. I ricordi sono tanti, alcuni balzano alla mente come cartoline: i classici gavettoni negli spogliatoi, “regalo” dei giocatori per festeggiare lo scudetto appena conquistato, l’orgoglio con cui riceveva prestigiosi riconoscimenti a nome della sua Juve, la fermezza con cui la difendeva quando era necessario. Lo ricordiamo con affetto l’avvocato Chiusano. Ci mancherà! La squadra gli ha dedicato la Supercoppa, prima vittoria senza di lui. Ora non resta che continuare, secondo tradizione, perché è proprio questo che l’ha sempre fatto sorridere. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/12/vittorio-chiusano.html
  10. VITTORIO CHIUSANO https://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Caissotti_di_Chiusano Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 05.08.1928 Luogo di morte: Torino Data di morte: 31.07.2003 Ruolo: Presidente Presidente della Juventus dal 1989 al 2003 679 gare ufficiali - 367 vittorie - 190 pareggi - 122 sconfitte 5 scudetti 2 coppe Italia 3 supercoppe italiane 1 champions league 2 coppe Uefa 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale 1 torneo intertoto Vittorio Caissotti di Chiusano, conosciuto comunemente come Vittorio Chiusano (Torino, 5 agosto 1928 – Torino, 31 luglio 2003), è stato un avvocato, dirigente sportivo e politico italiano. Biografia Di origini nobili, della stessa famiglia del vescovo Paolo Maurizio Caissotti, nel 1952 si è laureato in giurisprudenza con una tesi sulla Libertà di stampa e responsabilità penale del direttore di giornale. Iscritto all'albo degli avvocati di Torino nel 1954, poco dopo è entrato a lavorare nello studio Barosio, uno dei principali della città nonché quello di riferimento del quotidiano La Stampa. Chiusano ha seguito, come penalista, alcune tra le cause e le vicende più importanti nell'Italia dell'epoca: tra queste la prima Tangentopoli torinese degli anni 1980, in cui ha difeso l'amministratore delegato della Cogefar Impresit, Enzo Papi, il secondo scandalo dei petroli emerso a Torino nel 1981, in cui ha curato la difesa dell'ex comandante generale della Guardia di Finanza, Raffaele Giudice, oltreché i bilanci FIAT, in cui è stato avvocato l'allora numero uno della casa automobilistica, Cesare Romiti. Giovanni Trapattoni, Roberto Baggio e Chiusano posano con la Coppa UEFA 1992-1993, tra i 16 trofei vinti dalla Juventus sotto la presidenza Chiusano (1990-2003). È stato in prima linea anche nel periodo del terrorismo italiano, difendendo, tra gli altri, Marco Donat Cattin, e poi ancora nella succitata Tangentopoli, quando ha curato la difesa dell'allora ex vicesindaco socialista Enzo Biffi Gentili. Nel marzo 1984, inoltre, ha condotto personalmente le trattative per la liberazione della piccola Federica Isoardi, sequestrata a Cuneo. È stato inoltre consigliere comunale a Torino per il Partito Liberale Italiano dal 1985 al 1992. Tra il 1992 e il 1994 ha poi assunto la presidenza dell'Unione delle Camere Penali. Lungo e duraturo è stato il suo legame con la Juventus Football Club. Consigliere di amministrazione della società calcistica torinese fin dal 1960, ne ha in seguito ricoperto la vicepresidenza nel corso degli anni 1970, fino ad assumerne la massima carica il 12 febbraio 1990: ventitreesimo presidente del club bianconero, ha mantenuto l'incarico fino alla scomparsa. Durante il suo mandato decennale la Juventus ha vissuto uno dei suoi maggiori periodi di successo, mettendo in bacheca sedici tra trofei nazionali e internazionali; a lui la squadra ha dedicato la Supercoppa italiana 2003, conquistata pochi giorni dopo la sua morte.
  11. BRUNO AVERE Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 13.02.1950 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: Il Rosso Alla Juventus dal 1967 al 1968 Esordio: 21.02.1968 - Amichevole - Juventus-Pro Vercelli 4-0 0 presenze - 0 reti
  12. RUI BARROS È stato il Porto, squadra dall’andatura ubriacante, di bassotti rapaci, a incrementare in Italia la conoscenza del calcio portoghese – afferma Vladimiro Caminiti su “Hurrà Juventus” del settembre 1988 –. Personalmente ricordo certe grandi prestazioni della Nazionale lusitana contro tedeschi e francesi, i suoi scatenatissimi puffi hanno sempre riscosso la mia simpatia. In verità, in Portogallo i giocatori non vengono misurati in altezza, nemmeno i portieri, come succede ahimè in Italia, tranne che da parte di addetti ai lavori coscienti e preparati. E la storia della Juventus è qui ad ammonirci, coi vari Sernagiotto, Bo, Muccinelli, per non citare il solito ruggente Furino, che la statura nulla ha da dividere e condividere con la vera classe. E poi c’è quel tal proverbio, in botte piccola con quel che segue... Rui Gil Soares de Barros ha appena ventitré anni, da compiere a novembre peraltro, e costituisce un grande investimento di Madama. Ha detto Boniperti, anche con i piccoli missili si abbattono le corazzate. Anche le portaerei per questo. Tutta la storia del nostro calcio celebra impestati piccoletti capaci di ogni impresa. E ora la Juve si è preso il più serio, il più professionale, il più dotato di questi piccoletti capeggiati dall’iracondo Maradona. Prima operazione riuscita di Rui Barros; è corso a tagliarsi i capelli per ordine di Boniperti. I giornali ci hanno ironizzato. Ormai pare che senza fiumi di capelli non si possa concepire una squadra di calcio. Trecce, orecchini e via di seguito. Rui Barros no, lui accenna ad amare un braccialetto come portafortuna. E questo ci sta tutto. Anche la Juve di Combi era superstiziosa. Ricordate la narrazione che me ne fece un giorno, pateticamente nostalgica, Varglien il maggiore? É nato a Lordelo, una manciata di chilometri da Oporto, il 24 novembre 1965, con una nidiata di fratellini, da un papà falegname. Tre fratelli e cinque sorelle hanno reso difficile e impegnativa la vita di mamma Barros. Ma lui, che cresceva poco, salvo attaccarsi subito maledettamente a una palla di stracci prima di mettersi sotto il cuscino la prima palletta di gomma, di studiare non ne aveva proprio voglia, così il padre se lo portò molto presto in bottega. Per Gil Soares una manna, perché così tutto il tempo libero lo passava a giocare a calcio, facendosi notare per la sua velocità di piede e il suo accanimento, pur così piccolo, a quindici anni si stabilizzava sul metro e sessanta attuale, ma era già famoso e il Lordelo lo cedeva alla famosa squadra nazionale del Porto. È il 1986. In casa Barros c’è sempre bisogno di soldi e il Porto è disposto soltanto a pagargli la nota spese, e insomma il piccoletto viene ceduto in prestito al Varzim che assegnerà al ragazzo il primo stipendio della sua vita. Che festeggia invitando al ristorante tutta la sacra famiglia. Ragazzo bravo, Rui Barros, di sentimenti cattolicissimi, serissimo, si allena con immensa passione, e nel Varzim va come un fulmine e questo determina la risoluzione del Porto di richiamarlo e ingaggiarlo da professionista. Ora il Porto ha un allenatore dall’occhio fine, Ivic, lo stesso che quel bravuomo di Graziano non aveva capito ad Avellino. E Barros fa presto a conquistare il posto di titolare, Ivic non ha dubbi nell’affidargli le incombenze del più celebre Futre, di cui tutti parlano. Ma parleranno presto anche di Rui Barros, col suo metro e sessanta e la sua elettricità, il fosforo nei suoi piedi scatenati, gioca all’attacco e risulta inafferrabile come un folletto, con un gol splendido di volo affonda la corazza dell’Ajax nella Supercoppa, il mondo lo scopre, anche gli osservatori mandati da Boniperti. In campionato con dodici gol partecipa al trionfo del Porto. Nello stesso anno vince scudetto, Coppa portoghese, supercoppa, tutto. Chi l’aveva scartato si deve mangiare mani e il resto. E insomma, arriva pure in Nazionale, tre partite tra i moschettieri e tre tra gli olimpici. Zoff lo scopre alla guida della sua Olimpica, il terribile piccoletto fa venire il mal di testa a Galia. Ora Rui Barros che possono chiamare quanto vogliono Rui Bassos è nella Juventus, un piccolo bruciante talento con tutte le caratteristiche del più fascinoso calcio portoghese. Non avendo molte idee, ma piuttosto tanti pregiudizi, ecco che i soliti nemici di Madama si sono scatenati con le solite frasi fatte, Il giocatore ha fatto presto a tacitare le cassandre, fin dalle prime uscite, giocando a grossi livelli ogni partita, un fulmine, una saetta. Diciamocelo tra noi, a calcio tatticamente tanto cambiato sembrerebbe più ardua la vita dei piccoletti. Invece Ermes Muccinelli oggi si divertirebbe un mondo tra tanti armadi. E risaputo che il grande Pierone Rava tra tutti soffriva solo il piccolo pestifero Edmondino Fabbri. Intendiamoci. È un problema di classe. Il gioco del calcio è il più provvido proprio per consentire gloria a ogni soldo di cacio. Il pollicino della Juventus è pronto a scatenarsi in campionato e in Coppa. Quante corazzate affonderà? 〰.〰.〰 Quando Dinomito diventa allenatore della Juventus, fa il suo nome come primo rinforzo per la squadra bianconera e venerdì 22 luglio ‘88, con una mossa che prende in contropiede un po’ tutti, la Juventus presenta Rui Barros. Rui non ha molto tempo a disposizione per ambientarsi; dopo essere stato costretto a fare una visita dal barbiere, è già tempo di raduno. Via Filadelfia è bloccata dai tifosi, che riservano al piccolo portoghese, il saluto più caldo; sono bastate 24 ore per prenderlo in simpatia, sentimento che non lo abbandonerà mai più: «Sì, è vero, sono stato molto fortunato, potevo finire a tagliare legna, invece faccio i gol nel campionato più bello del mondo e nel mio paese sono un idolo. Io, però, non perdo mai la misura della realtà, per questo continuo a stare con i piedi per terra, ad allenarmi con umiltà e serietà. Il calcio è un mondo fantastico ma ricco di insidie». L’avventura in bianconero comincia alla grande, in Coppa Italia; la Juventus travolge il Vicenza, 5-1, e Barros è subito protagonista, con gli assist che mandano Altobelli a segnare una tripletta. I tifosi imparano ad amare questo campione tascabile che lotta su ogni palla come se fosse quella della vita. Tanto più che in campionato Rui si fa valere con prestazioni che non ammettono repliche. Come a Bologna, partita con un risultato d’altri tempi; la Juventus schioda lo 0-0 con una giocata del portoghese e costruisce sulle sue invenzioni, una vittoria (4-3) che la rilancia dopo anni ai vertici della classifica. Le conferme arrivano subito dopo: Barros risolve in zona gol (alla fine della stagione saranno 15 su 45 partite) e ispira i compagni, da Laudrup ad Altobelli. Una sua doppietta a Cesena, consente alla Juventus di tornare a vincere dopo mesi fuori casa. Un’altra doppietta sancisce l’ultima vittoria stagionale della Juventus a spese del Verona, con quarto posto finale. Barros è confermato e, nella stagione successiva contribuisce in modo determinante alla doppia vittoria in Coppa Italia e in Coppa Uefa; suo, a coronamento di uno splendido contropiede, il primo dei tre gol con cui i bianconeri superano il Colonia del futuro juventino Hässler e conquistano la finale. In campionato, una partita su tutte: 11 marzo 1990, la Juventus surclassa il Milan capolista e riapre il campionato. È un 3-0 firmato da Schillaci, autore del primo gol, e, soprattutto, dal piccolo portoghese, che segna due reti: la seconda, in contropiede, dopo una volata palla al piede di 50 metri, vanamente braccato da mezza difesa rossonera. Alla fine, saranno 94 partite con 19 gol: «Devo ringraziare Dino Zoff; ha sempre avuto delle belle parole nei miei confronti. Ed io sono orgoglioso di avere, come tecnico, un uomo della sua statura morale e con un passato, forse, irripetibile». Sarà ceduto a fine anno, sacrificato a un radicale quanto improvvido rinnovamento, voluto da Montezemolo e da Maifredi. Lo rimpiangeranno in molti. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/gil-soares-rui-barros.html
  13. RUI BARROS https://it.wikipedia.org/wiki/Rui_Barros Nazione: Portogallo Luogo di nascita: Lordelo Data di nascita: 24.11.1965 Ruolo: Centrocampista Altezza: 158 cm Peso: 60 kg Nazionale Portoghese Soprannome: La Formica Atomica Alla Juventus dal 1988 al 1990 Esordio: 21.08.1988 - Coppa Italia - Cosenza-Juventus 0-0 Ultima partita: 16.05.1990 - Coppa Uefa - Fiorentina-Juventus 0-0 95 presenze - 19 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Rui Gil Soares de Barros (Lordelo, 24 novembre 1965) è un allenatore di calcio ed ex calciatore portoghese, di ruolo centrocampista. Rui Barros Rui Barros alla Juventus nel 1989 Nazionalità Portogallo Altezza 158 cm Peso 60 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2000 - giocatore Carriera Squadre di club 1984-1985 Covilhã 25 (5) 1985-1987 Varzim 30 (8) 1987-1988 Porto 34 (12) 1988-1990 Juventus 95 (19) 1990-1993 Monaco 81 (14) 1993-1994 Olympique Marsiglia 17 (4) 1994-2000 Porto 134 (25) Nazionale 1987-1996 Portogallo 36 (4) Carriera da allenatore 2005-2010 Porto Vice 2006 Porto Interim 2014-2016 Porto Vice 2016 Porto Interim 2018-2021 Porto B Carriera Giocatore All'inizio della sua carriera viene mandato dal Porto in vari club per giocare e fare esperienza. Di prestito in prestito arriva a disputare il campionato di seconda divisione portoghese con la maglia del Covilhã. In seguito passa al Varzim e nel 1987 il Porto lo riporta alla base per sostituire Paulo Futre, passato all'Atlético Madrid. Nell'anno d'oro del Porto disputa 34 partite segnando 12 gol, contribuendo in maniera determinante ai successi della squadra che si aggiudicherà campionato, coppa nazionale, Coppa Intercontinentale e Supercoppa UEFA; in quest'ultima, nella finale di andata segna la rete decisiva all'Ajax. Viene quindi eletto calciatore portoghese dell'anno. Rui Barros (a destra) in azione al Monaco, alle prese con un avversario romanista nel corso della Coppa delle Coppe 1991-1992 Le prestazioni con la maglia del Porto e della nazionale portoghese fanno sì che Rui venga notato dalla Juventus, che lo acquista nel luglio 1988 per 7,5 miliardi di lire. Nella prima stagione in maglia bianconera segna 15 reti, mentre nella successiva il giocatore portoghese, seppur meno efficace sottorete, è tra i protagonisti del double continentale Coppa Italia-Coppa UEFA; al termine della suddetta stagione, dopo 19 gol in oltre 90 partite durante il suo biennio a Torino, a seguito del repulisti che porterà Luca Cordero di Montezemolo e Luigi Maifredi al timone della Juventus, verrà ceduto al Monaco. Resterà alle dipendenze del club monegasco per un triennio. Nella stagione 1990-1991, sotto la guida di Arsène Wenger e con George Weah come compagno di reparto, guida il Monaco alla vittoria della Coppa di Francia e al secondo posto in campionato. Nella seguente stagione, con quattro reti realizzate, contribuisce al raggiungimento della finale di Coppa delle Coppe, persa a Lisbona contro il Werder Brema. Concluderà la sua avventura nel Principato nell'estate 1993 con la squadra qualificata per la Champions League, nonostante il terzo posto in campionato, a seguito dell'affaire VA-OM. Rui Barros (a destra) in nazionale nel 1993, all'inseguimento dell'italiano Benarrivo La stagione alle dipendenze dell'Olympique Marsiglia fu complicata. La squadra, infatti, nonostante il secondo posto in campionato fu retrocessa d'ufficio in seconda divisione a seguito del procedimento giudiziario che individuò le responsabilità di Bernard Tapie nel succitato illecito VA-OM. Rui terminerà la stagione con 17 presenze a 4 reti. Nell'estate 1994 tornerà per la terza volta al Porto dove disputerà le ultime stagioni della sua carriera. Giocherà in maniera regolare con la maglia dei Dragões che vinsero cinque scudetti di fila dal 1995 al 1999. Al termine della stagione successiva, disputata sempre con la casacca del Porto, alla soglia dei 35 anni appenderà ufficialmente gli scarpini al chiodo. Con la maglia della nazionale disputerà in totale, dal 1987 al 1996, 36 partite realizzando 4 reti. Allenatore Il 2 giugno 2005 viene assunto dal Porto come assistente del tecnico olandese Co Adriaanse. Il 9 agosto 2006 prese il posto dello stesso Adriaanse dimissionario; guidò la squadra in due partite amichevoli disputate in Inghilterra e vinte contro Portsmouth e Manchester City. Il 19 agosto guida il Porto alla vittoria della Supercoppa portoghese contro il Vitória Setúbal, conquistando così il suo primo trofeo da allenatore. Il 21 agosto lascia il posto di allenatore a Jesualdo Ferreira, tornando a occupare quello di assistente; rimane nel ruolo di vice fino al 2 giugno 2010, per poi passare due giorni dopo a capo dei osservatori. L'8 gennaio 2016 viene nominato tecnico ad interim dei Dragões al posto dell'esonerato Julen Lopetegui; un paio di giorni dopo lascia la panchina a Sérgio Conceição. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato portoghese: 6 - Porto: 1987-1988, 1994-1995, 1995-1996, 1996-1997, 1998-1999, 1999-2000 Coppa del Portogallo: 3 - Porto: 1987-1988, 1997-1998, 1999-2000 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Coppa di Francia: 1 - Monaco: 1990-1991 Supercoppa di Portogallo: 4 - Porto: 1995, 1997, 1999, 2000 Competizioni internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Porto: 1987 Coppa Intercontinentale: 1 - Porto: 1987 Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Individuale Calciatore portoghese dell'anno: 1 - 1988 Allenatore Club Supercoppa di Portogallo: 1 - Porto: 2006
  14. FEDERICO GIAMPAOLO Trequartista dal talento sopraffino, arriva alla Juventus alla fine degli anni ‘80 e viene aggregato alla Primavera di Cuccureddu. Senza avere mai la fortuna e l’onore di vestire il bianconero della Prima Squadra, inizia a girovagare per tutta la penisola con alterna fortuna, per poi cominciare la carriera di allenatore. GIANNI SPINELLI, “GUERIN SPORTIVO” DEL 20-26 NOVEMBRE 1991 Platt, Fortunato, Farina? Macché... Nel Bari dei trenta miliardi, per riferirci alla sola campagna–acquisti estiva, il più bello (l’unico...) del reame è lui: Federico Giampaolo, anni 21, di Giulianova, una Cenerentola in versione maschile a lungo trascurata dalla matrigna–Salvemini. Zibì Boniek, alla disperata ricerca di una formazione decente, ha cominciato a puntare su questo ragazzino interessante: a Firenze, in casa col Milan, nella partita di Coppa con la Samp e, quindi, nel derby di Foggia. Il derby straperso, ma incoraggiante per il gioco del Bari e soprattutto per un giocatore da votazione alta, appunto Giampaolo, ex Cenerentola, autore di un gol alla Sivori. Applausi. E riconoscimenti. Fra i primi, quelli di Cesare Maldini, commissario tecnico dell’Under 21: «Bravo. Per me è stata una novità. Avevo letto sui giornali della buona prestazione a Genova, con la Samp, ma non mi aspettavo tanta lucidità e freddezza. Il gol, poi, è stato un autentico capolavoro...». Maldini non ha perso tempo: lo ha convocato per l’Under 21, ma un infortunio ha messo fuori causa il giovane talento. Dunque, Giampaolo bello del Bari. Un ragazzo da scoprire anche come personaggio. Sorridente, disponibile, senza molti grilli per la testa. Si presenta: «Sono nato a Teramo, ma sono di Giulianova. Mio padre lavora in ospedale, mia madre è casalinga. Come ho cominciato? Seguendo mio fratello che, attualmente, gioca nel Gubbio (C2). All’inizio, la molla era la curiosità: mi divertivo. Così ho iniziato la trafila nel Giulianova, una società che ha sempre avuto un gran vivaio: Tancredi, il povero Curi, De Patre, tanto per fare dei nomi, sono venuti fuori dalla mia stessa “scuola”. Ho avuto un maestro eccezionale a cui devo molto: Roberto Vernisi. Ora allena la Santegidiese in Interregionale. Per quattro anni mi ha forgiato, prima come uomo, poi come calciatore. Era molto severo, ma a 12 anni serve avere una guida così». – Giovanili, poi il debutto in prima squadra... «A 17 anni, allenatore Giorgini, col mio Giulianova. Ho giocato in C2, penso benino...». – Tanto da essere notato dalla Juventus... «Sì. Fui acquistato dalla Juve. Due stagioni nella Primavera, allenatore Cuccureddu. La Primavera, dal punto di vista agonistico, è un passo indietro. Ma respiri l’aria di una grande società e maturi. A Torino ho capito che era anche il caso di smettere di studiare. A Giulianova avevo frequentato fino al quarto anno l’Istituto Tecnico Industriale. Il calcio ti assorbe e c’era anche il servizio militare a Roma. Ogni lunedì ritornavo a Torino in aereo ed ero, in alcuni periodi, stanco morto. Cuccureddu, per due o tre volte, il sabato mi lasciò in panchina e la squadra, guarda caso, infilò tre vittorie consecutive. Mi stava venendo il complesso: forse è meglio che non giochi...». – È pessimista? «Dipende. Alterno momenti diversi: a volte sono ottimista, a volte no. Tornando alla Juve, mi rifeci subito, riuscendo a collezionare qualche panchina in A. Per esempio, la società mi portò in tournée negli Usa». – Dalla Juve allo Spezia, in C1. Siamo allo scorso campionato. Giampaolo riprende la parola. «È la politica della Juve: ragazzo, devi farti le ossa. Un’esperienza positiva, con un grande tecnico, Ferruccio Mazzola. Un padre che ci trattava come figli, capiva tutti i nostri problemi e ci metteva a nostro agio: si chiacchierava, si usciva con lui. Ho giocato tutte le partite, meno due per squalifica e una per infortunio. Ho fatto anche quattro gol». – Definendo il suo ruolo, ci pare... «Sono un interno di rifinitura, anche se fuori casa Mazzola mi faceva giocare dietro la prima punta. Mi vedono, e mi vedo, rifinitore portato all’offensiva...». – Col famoso numero dieci, quello che piace a tutti. «È vero. E, fra i numeri dieci, ci sono i miei due idoli: Maradona e Mancini». Veniamo al Bari. Un altro prestito, per completare quel discorso sulle... ossa. «Il massimo per me. Una società ambiziosa e la Serie A. Finora ci è andata male, ma il mio entusiasmo resta tutto». – Con Salvemini non c’era feeling? «No. Non mi vedeva. Se fosse rimasto, avrei chiesto di andar via. Poi è arrivato Boniek e mi sono sentito subito più seguito». – Con Boban rischia però di fare spesso panchina... «Non sarà un trauma. L’importante è sentirsi considerati: le occasioni ci sono per tutti, quindi anche per me». – Ma questo Bari si salverà? «Sono fiducioso. Prima o dopo i risultati verranno». Insomma, un Giampaolo immerso nella realtà barese, ambientato, con tanti amici. Ha imparato anche a voler bene a una città difficile come Bari. Prendete l’incendio del Teatro Petruzzelli, simbolo e mito culturale del Sud. Quelle fiamme gli sono entrate dentro, colpendo la sua sensibilità: «Quel cumulo di rovine, che tristezza». Giampaolo non vive di solo calcio. Ha amici, interessi e hobby. Musica, discoteca, tennis, passione per le auto sportive e per i viaggi sono l’altro mondo di Federico. La musica. È un relax: «Preferisco i cantanti italiani: Mina, Battisti, Venditti». Un ventenne che si nutre di Mina e Battisti è raro da trovarsi. Il «fenomeno», visto in chiave psicologica, denota grande sensibilità e carattere tendente al romantico. Le auto sportive? Per ora Federico le ammira nei saloni. Non pensa di investire in... Ferrari o Jaguar, anche se la tentazione è forte. I viaggi: Giampaolo ha girato in lungo e in largo l’Italia: «Le nostre bellezze sono uniche. A volte vogliamo fare gli originali, disprezzando il Belpaese. E solo una moda. Certo, affascinano anche i Paesi lontani: conosci civiltà diverse, scopri altri modi di vivere. Sono stato in America con la Juve. E, con degli amici, in Messico. Perché il Messico? Incuriosiva me e gli altri. Un Paese strano, come strani e misteriosi sono messicani». E dopo il Messico? Giampaolo ci sta pensando, senza frenesie. Adesso ci sono Bari e la Juve... ADALBERTO SCEMMA, “GUERIN SPORTIVO” DEL 14-20 OTTOBRE 1992 Un pacco dono spedito da Boniperti. C’era da chiudere l’affare Piovanelli (tre anni di contratto, un ingaggio oneroso) e Stefano Mazzi, giovane presidente del Verona, l’aveva buttata lì senza troppa convinzione: «Ho rinunciato a Michele Serena» questo il discorso fatto a Giampiero «e ti sto dando una bella mano prendendomi un attaccante che è un’incognita. Ma a questo punto voglio Giampaolo. E l’unico che mi può sostituire Stojkovic. In meglio...». Tira e molla sul filo della battuta (Boniperti e i Mazzi sono vecchi amici), poi la firma: Federico Giampaolo al Verona, con tanti saluti alle squadre di A in lista di attesa e con tanti saluti, anche, ai sogni di Stefano Mazzi, che sperava in una cessione definitiva: «La Juve si è tenuta la comproprietà» dice a denti stretti il presidente del Verona «e i fatti, ancora una volta, stanno dando ragione a Boniperti». Un inizio di campionato dirompente, per Giampaolo, ed ecco fiorire le prime ipotesi di un rientro alla casa madre. C’è Franco Causio a inondare la sede di piazza Crimea di relazioni positive. E c’è Franco Landri che fa un po’ il pesce in barile, in attesa di altre partite-boom. E di altre relazioni. E lui, Federico Giampaolo? «Io firmerei» dice subito «un contratto a vita con il Verona. Alla Juve non penso ancora. È il sogno di tutti, lo so, ma io sono già passato da quella porta e non l’ho mai sentita mia. Un conto è essere stabilmente nel giro della prima squadra, un altro è rimanere in parcheggio nella Primavera. La Juve mi ha dato altre cose, certo, è stata una esperienza felice e l’attenzione che mi viene riservata ora mi rende orgoglioso. Però, se mi chiedessero che cosa scelgo, che cosa preferisco, ecco che non avrei dubbi: rimarrei per sempre a Verona». Federico Giampaolo aveva lasciato Bari con un’etichetta scomoda, quella di atleta discontinuo. Un «cavallo matto» capace di grandi fiammate e di pause improvvise, messo in castigo da Salvemini e riciclato da Zibì Boniek, che in parte ci si riconosceva. «Salvemini» ammette Giampaolo «non mi vede va proprio. Ho caratteristiche che evidentemente non si adattano al calcio che teorizza lui. Altro discorso per Boniek, invece. Lui mi ha dato subito fiducia e credo di averlo ripagato concretamente, anche se non siamo riusciti a salvarci». Fatta esclusione per Salvemini («Nessun problema, però, sotto il profilo umano: il nostro “conflitto" era esclusivamente di carattere tecnico»), il rapporto di Giampaolo con gli allenatori è sempre stato esemplare: «E qui devo proprio cominciare da Vernisi, sconosciuto ai più ma fondamentale per la mia carriera. L’ho avuto a Giulianova, una di quelle persone che ti restano dentro per sempre. Ma della stessa pasta è anche Ferruccio Mazzola, che ho avuto a La Spezia: un allenatore ma anche un fratello maggiore, un amico. Come tecnico avrebbe meritato maggiore fortuna, non ha raccolto sicuramente in proporzione ai suoi meriti». – Si diceva la stessa cosa di Federico Giampaolo, fino alla scorsa stagione... «Dicevano che ero un incostante e forse era proprio vero. Facevo una cosa buona poi sparivo per un po’. Difficile capire il perché. Il bello è che all’inizio di ogni campionato, da tre anni a questa parte, mi ripetevo le stesse cose: questo è il tuo anno, non puoi fallire. Invece non arrivava mai, andavo a sbattere sempre il muso contro una realtà troppo diversa dai sogni». – Un giocatore irrisolto, insomma. Qual è stata la molla giusta? «La fiducia. Chi ha qualità, prima o poi, deve tirarle fuori, è solo una questione di tempo. Se uno non sfonda vuol dire che gli manca qualcosa. La mia stagione è cominciata bene ma è presto per i bilanci. Non sono ancora un campione, devo dimostrare un sacco di cose. E giusta la strada che ho imboccato, questo sì. Reja mi ha capito, mi ha aiutato, mi lascia libero di giocare come voglio». – Nessuna disciplina tattica? «Parto dalla fascia, ma non ho l’obbligo di andare a coprire. Il resto lo fa la squadra, ed è una squadra che si muove seguendo una logica ben precisa. Qui ci sono compagni esperti: basta seguirli». – Qual è la prerogativa principale di questo Verona? «Non ci sono differenze sostanziali tra gli incontri casalinghi e quelli esterni. Su novanta minuti ne passiamo almeno settanta all’attacco, è un martellamento continuo». Sono state proprio le qualità naturali di questo ragazzo a convincere Boniperti: «Non deluderà», è stato il giudizio sintetico di Giampiero. Un giudizio subito avallato da Landri, come si è detto, e anche da Mazzi. Lui, Giampaolo, prende atto e ringrazia: «La Juve continua a credere in me ed è per questo che mi ha ceduto soltanto in comproprietà. La fiducia di Boniperti mi dà la carica, però... io sogno la Serie A con il... Verona, sogno la promozione. E una volta arrivato in A, perché cambiare?». Un diploma di perito tecnico industriale, una ammirazione sfrenata per Maradona, un hobby «tranquillo»: la televisione. La scheda di Federico Giampaolo è scandita dalla semplicità. Così come decifrabili sono i gusti musicali (Lucio Battisti) e quelli cinematografici (Mel Gibson l’attore preferito, Sharon Stone e Meryl Streep in testa alla classifica delle attrici). «È un ragazzo d’oro» dice Reja, «capace di adattarsi senza difficoltà alle varie situazioni tattiche. Ha piedi buoni, una visione di gioco limpida, uno spessore atletico discreto. Credo che possa migliorare ancora. Mi ha stupito favorevolmente, tra l’altro, la facilità con cui si è inserito nel gruppo: segno che ha buon carattere». E c’è anche un flash di Ezio Rossi: «Mi ricorda» dice il capitano del Verona «il Lentini giovane. È forte sia sotto il profilo tecnico che dal lato agonistico. Tenendo conto dell’età, credo possa diventare davvero un grande. Ha personalità. Sulla carta, è già un leader». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2017/04/federico-giampaolo.html
  15. FEDERICO GIAMPAOLO https://it.wikipedia.org/wiki/Federico_Giampaolo Nazione: Italia Luogo di nascita: Teramo Data di nascita: 03.03.1970 Ruolo: Attaccante Altezza: 175 cm Peso: 71 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1988 al 1990 e 1993 Esordio: 15.06.1989 - Amichevole - Giulianova-Juventus 2-4 Ultima partita: 16.09.1993 - Amichevole - Borgotorre-Juventus 0-9 0 presenze - 0 reti Federico Giampaolo (Teramo, 3 marzo 1970) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Federico Giampaolo Giampaolo ad Avezzano nel 2017 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 2010 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Giulianova Squadre di club 1987-1988 Giulianova 27 (4) 1988-1990 Juventus 0 (0) 1990-1991 Spezia 31 (4) 1991-1992 Bari 20 (1) 1992-1993 Verona 29 (5) 1993 Juventus 0 (0) 1993-1994 → Palermo 21 (1) 1994-1997 Pescara 101 (35) 1997-1998 Genoa 37 (10) 1998-1999 Salernitana 25 (3) 1999-2001 Pescara 60 (14) 2001-2002 Cosenza 22 (5) 2002-2005 Pescara 92 (19) 2005-2006 Ascoli 0 (0) 2006 Modena 25 (1) 2006-2007 Crotone 24 (5) 2007-2008 Cavese 25 (5) 2008-2009 Sorrento 26 (4) 2009-2010 Noicattaro 11 (4) Nazionale 1992 Italia U-21 1 (0) Carriera da allenatore 2010-2011 Noicattaro Vice 2011-2013 Bari Primavera 2013-2014 Pescara Primavera 2014 Vallée d'Aoste 2015-2016 Fidelis Andria Vice 2016-2017 Bari U-17 2017-2019 Avezzano 2019-2021 Recanatese 2021 L'Aquila Biografia È fratello minore di Marco, anche lui allenatore ed ex calciatore. Caratteristiche tecniche Giocatore È stato un trequartista abile tecnicamente, capace di fornire assist decisivi agli attaccanti puri e al contempo di trovarsi davanti alla porta grazie a repentine accelerazioni o a giocate fulminee che gli hanno permesso di realizzare molti gol. Allenatore Utilizza il modulo tattico 4-3-1-2 (4 difensori, 3 centrocampisti, 1 trequartista e 2 attaccanti). Carriera Giocatore Giampaolo alla Juventus sul finire degli anni 1980 Dopo essere cresciuto calcisticamente nelle formazioni giovanili del Giulianova inizia la carriera nel 1987 con la prima squadra della città abruzzese in cui milita anche il fratello Marco. In Serie C2 colleziona 27 presenze e 4 gol. Ciò permette il suo passaggio in Serie A nella Juventus dove tuttavia in due anni, dal 1988 al 1990 ha giocato nella formazione Primavera non avendo modo di esordire a livello ufficiale in prima squadra. Nel 1990 va quindi a giocare nello Spezia, in Serie C1, collezionando 31 presenze e 4 gol. Nel 1991 ritorna in massima serie ma questa volta con la maglia del Bari, mettendo a referto 20 presenze e un gol. Nel 1992 esordisce in Serie B con il Verona, con cui totalizza 29 presenze e 5 gol e nello stesso anno fa la sua unica apparizione con la maglia azzurra della Nazionale Under 21. Nel 1993 cambia nuovamente squadra, rimanendo tra i cadetti con la maglia del Palermo, in prestito, collezionando 21 presenze e un gol. Nel 1994 giunge nel Pescara dove riesce a dare stabilità alla sua carriera, rimanendo in Abruzzo sino al 1997 (il primo anno è in prestito dalla Juventus) collezionando 101 presenze e 35 gol. Passa poi al Genoa ove rimane per un anno condito da 37 presenze e 10 gol. Si accasa quindi alla Salernitana, il primo anno in serie A e il secondo in B, inanellando nella massima serie 23 presenze e 3 gol. Nel gennaio 2000 ritorna a Pescara collezionando 60 presenze e 14 gol. Giampaolo al Verona nell'annata 1992-1993 Nel 2001 è a Cosenza, in serie cadetta, dove con 22 presenze e 5 gol contribuisce alla salvezza conquistata dall'allenatore Luigi De Rosa. Nel 2002 ritorna per la terza volta al Pescara dando il suo contributo per la promozione in serie B. Rimane col club abruzzese fino al 2005, mettendo a referto 92 presenze e 19 gol: con i suoi 68 gol realizzati complessivamente nei vari campionati in riva all'Adriatico, è il secondo miglior cannoniere del club biancoazzurro dopo Mario Tontodonati e il calciatore pescarese con più presenze dopo Ottavio Palladini. Nel 2005 passa all'Ascoli allenato dal fratello Marco, in Serie A, giocando tuttavia solo due partite in Coppa Italia ad agosto. In settembre passa così al Modena con cui inanella 25 presenze e 1 gol. Nel 2006 è a Crotone, non riuscendo a evitare la retrocessione dei calabresi in C1 a fronte di 24 presenze e 5 gol. Nel 2007 passa alla Cavese, sempre in terza serie, società che lascia dopo una stagione per accasarsi, nell'estate del 2008, al Sorrento dove vince la Coppa Italia Lega Pro, segnando peraltro la rete decisiva alla Cremonese nella finale di ritorno. Nell'estate 2009 firma per un'ultima stagione con il Noicattaro, in Seconda Divisione, concludendo in Puglia la sua carriera agonistica con 11 presenze e 4 gol agli inizi del 2010. In carriera ha totalizzato complessivamente 37 presenze e 3 reti in Serie A e 387 presenze e 78 reti in Serie B. Allenatore Ritiratosi dal calcio giocato, il 24 febbraio 2010 entra nello staff tecnico del mister Sauro Trillini, divenendo allenatore in seconda del Noicattaro. Nel 2011 diventa l'allenatore della formazione Primavera del Bari. Il 23 luglio 2013 diventa l'allenatore della Primavera del Pescara. Dal mese di agosto a fine settembre 2014 è stato l'allenatore del Vallée d'Aoste, in Serie D. Nella stagione 2015-2016 è il vice di Luca D'Angelo alla guida della Fidelis Andria in Lega Pro. Nel luglio 2016 diventa allenatore della squadra Under 17 del Bari. Dal 2017 al 2019 ha allenato l'Avezzano in Serie D. Il 7 giugno 2019 diventa il nuovo tecnico della Recanatese. Il 19 febbraio 2021, dopo la sconfitta con il Montegiorgio, i leopardiani comunicano il suo esonero. Il 29 giugno 2021 assume la guida tecnica dell'Aquila, squadra militante nel campionato di Eccellenza Abruzzese. Il 12 dicembre, dopo la sconfitta di Spoltore e con la squadra al 4º Posto in classifica, si dimette dall'incarico. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia Lega Pro: 1 - Sorrento: 2008-2009
  16. DIEGO LASAGNI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: 28.07.1992 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2009 al 2010 Esordio: 29.04.2010 - Amichevole - Juventus-Santarcangelo 6-0 0 presenze - 0 reti
  17. MARIO EULA Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1915 al 1916 Esordio: 02.01.1916 - Amichevole - Torinese-Juventus 1-2 Ultima partita: 06.02.1916 - Amichevole - Juventus-Torinese 5-2 0 presenze - 0 reti
  18. ORSENIGO Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1920 al 1921 Esordio: 03.10.1920 - Amichevole - Juventus-Alessandria 2-2 0 presenze - 0 reti
  19. MICHELE ILLIANO Nazione: Italia Luogo di nascita: Le Grazie-Porto Venere (La Spezia) Data di nascita: 01.04.1947 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1965 al 1967 Esordio: 16.03.1966 - Amichevole - Novara-Juventus 2-1 Ultima partita: 29.09.1966 - Amichevole - Ravenna-Juventus 0-3 0 presenze - 0 reti
  20. ALESSANDRO GRANDO Nazione: Italia Luogo di nascita: Bracciano (Roma) Data di nascita: 12.11.1983 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2002 al 2003 Esordio: 08.08.2002 - Amichevole - Juventus-Vigevano 4-0 Ultima partita: 07.09.2002 - Amichevole - Messina-Juventus 0-2 0 presenze - 0 reti
  21. ALESSANDRO ALTOBELLI In fondo la faccia, o meglio, l’espressione di quella faccia, è la stessa – afferma Tony Damascelli sul “Guerin Sportivo” del 3 agosto 1988 –. «Scusate il ritardo» non è soltanto il titolo di un film, ma lo slogan che accompagna la vita di Alessandro-Massimo Altobelli-Troisi, uno che a 33 anni («vi prego, dite 32», ci corregge) ricomincia dalla Juventus, tanto per restare in film, anzi in tema. Non è un colpo di sole estivo, nemmeno un’illusione ottica, Altobelli che veste alla bianconera: ma sì, è proprio lui, l’ex garzone di macelleria a Sonnino, lo Spillo di Brescia, l’incompreso di Milano, il «mundial» di Madrid, il capocannoniere azzurro in Messico, insomma tutte queste cose insieme, confuse e arruffate come i capelli suoi, su quel viso piccolo e triangolare, buffo e un po’ afro, vispi ha gli occhi anche se certi giorni Altobelli-Troisi sembra piovuto dal cielo, passante per caso attraverso il mondo nostrano, comune e mortale o, se preferite, appena caduto dal letto. Dunque è proprio lui, juventino per gioco e per fare sul serio, quando nessuno se lo sarebbe più aspettato. Pensate un po’ che Ian Rush, quando ancora covava la varicella (!) e scriveva per Shoot la presentazione ai campionati Europei si lasciava andare a pronostici sballati: «Altobelli è stato un grande servitore della sua Nazionale» testo e pensiero di Rush «degli ultimi sei anni, ma adesso incontra fatica a mantenere lo stesso alto livello di rendimento. Dovrà lavorare per trovare un posto nella rosa dei venti uomini, ma la sua esperienza può essere importante per gli Europei. Del resto, si tratta dell’ultimo atto importante della sua carriera, infatti dopo gli Europei andrà a giocare in Svizzera». Zero in geografia, in magia. Diciamo così. O forse Torino sta nel Canton Ticino? Rush non sapeva, dunque, che Altobelli si diverte: «Roba da fantascienza, da barzelletta, se qualcuno me lo avesse detto anche un mese fa». Juventino da poco, ma già al cento per cento. Insomma dice di aver capito che da Piazza Duse a Milano a Piazza Crimea a Torino non sono cambiati soltanto l’indirizzo e la città, ma anche l’andazzo: «Sì, proprio così, l’andazzo. Qui a Torino si capisce subito con quale tipo di persone si ha a che fare. Volete un esempio? Ho incontrato Boniperti e mi ha trasmesso una carica, un senso di rivincita incredibili. Lui è uno che vuole sempre essere il primo, a tutti i costi, lo si capisce subito. È toccato anche a me stavolta ricevere il messaggio. Agnelli, in vece, lo avevo conosciuto soltanto da avversario, nel senso che negli spogliatoi del San Siro e del Comunale di Torino gli avevo stretto la mano e lui mi aveva fatto i complimenti». Dai complimenti al contratto di lavoro, secondo il nuovo stile di casa Fiat e casa Juventus. Ma Altobelli parla ancora di passato recente, dell’Inter insomma, senza aspettare la domanda, spontaneamente: «Ho lasciato amici, tanti e grandi. E un presidente bravissimo». Il telegramma potrebbe concludersi qui e, come avrete letto e decifrato, non si fa menzione dell’allenatore. Insomma, Giovanni Trapattoni è passato senza lasciare traccia. Segue nuovo comunicato: «Non posso dimenticare quello che ho fatto a Milano, ma mi sono chiesto tante volte perché mai tutto quello che ho fatto per l’Inter non è servito a nulla. Anzi, ha alimentato tanti equivoci. Insomma, sono diventato famoso per l’azzurro e non per il neroazzurro, coi gol segnati con la Nazionale e non con l’Inter. Sapete perché? Perché con l’Inter ho vinto pochissimo. Nella vita contano i fatti, i risultati finali, non quello che uno ha saputo fare nonostante tutto». A trentatré anni, anzi trentadue, Altobelli si è stancato di partecipare, insomma il barone de Coubertin è stato sostituito dal geometra Boniperti: «La soddisfazione più grande è arrivata il giorno in cui ho incontrato il presidente della Juventus in sede. Lui mi ha detto: finalmente con noi, erano anni che cercavamo di prenderla. Di portarla qui». E adesso? «Adesso sto bene fisicamente, ho il morale a mille, sento di avere qualcosa in più rispetto a ieri, perché questo trasferimento, inaspettato, imprevedibile ma prestigioso, mi riempie di orgoglio. E poi la Juventus è sempre la Juventus». Boniperti, rispetto a Pellegrini ha un hobby che fa impazzire di gioia Altobelli: «II presidente è un buon cacciatore. Anch’io lo sono. Con Pellegrini non potevo invece competere, nel senso che lui non sa proprio sparare. Invece con Boniperti mi divertirò». Attenzione alla mira. Doppietta, automobili con radiotelefono, Ferrari Testarossa, Altobelli arriva da padrino in casa del padrone, ma chiarisce l’eventuale equivoco: «Lo stile Juventus? È presto per parlarne, ma lo stile è qualcosa che uno si porta appresso da quando nasce. Non si può inventare da un momento all’altro, non si può trasferire da un tipo all’altro. Ho letto e sentito dire che alla Juventus si vive come in caserma. A me non è stato ancora imposto nulla». Torno allo slogan iniziale, scusate il ritardo: «Quando ero arrivato all’Inter speravo di poter giocare con Platini. Poi Fraizzoli decise di ricusarlo. Adesso sono arrivato alla Juve e Michel non c’è più. Forse sarebbe stato più opportuno organizzare meglio i nostri programmi di lavoro. Sarebbe stato meglio soprattutto per il sottoscritto...». Torna a parlare dell’Inter: «Sono contento per Pellegrini. Finalmente ha potuto costruire una squadra competitiva. Quante volte sono stato costretto a dire le bugie, ad annunciare cioè che eravamo tra i favoriti, gli uomini da battere, prima e durante il campionato. Adesso lo posso anche confessare, non era vero, ma oggi, come avversario, posso dire che quest’Inter è davvero forte». Non dice bugie sulla Juventus, cioè non si sbilancia e questo farà inquietare Boniperti. Torna a parlare di se stesso: «Non son uno che si è saputo vendere bene al pubblico. Non sono un presenzialista, il tipo che corre dietro ai premi o alle interviste. Se avessi giocato altrove forse sarei diventato più popolare, sarei, come dice lo spot televisivo della Scavolini, il più amato dagli italiani. Invece mi ritrovo a ricostruire una carriera». Si è ritrovato, anche in altre occasioni, a ripulire un’immagine sporcata da voci maligne, da insinuazione che riguardavano le sue amicizie, i vizietti legati al mondo delle scommesse. Un giorno, durante i mondiali messicani, con gli azzurri in festa nella comunità italiana di Chipilo, lo circondammo in cento, noi giornalisti come poliziotti, perché dall’Italia era rimbalzata la voce che Altobelli, proprio lui, era ufficialmente coinvolto in un nuovo scandalo delle partite truccate: «C’è gente che non mi ha mai voluto bene, anche tra i giornalisti. C’è gente che ha cercato e cerca ancora di farmi del male. Sono una figura discussa, sì, è vero. Hanno detto e scritto anche della mia famiglia. Ma vi dico, ad esempio, che se mia moglie mi seguirà a Torino è perché lo abbiamo deciso insieme e Boniperti non c’entra nulla». D’accordo, ma ci siamo dimenticati di parlare di pallone. Giochetto estivo: quanti gol segnerà Altobelli? «Abbastanza». Arigiochetto estivo: da titolare o da riserva? «Vedremo, dipende da Zoff». Lo stile Juventus è già stato recepito, assorbito e digerito. Ma c’è, per fortuna, un rigurgito finale, un ritorno all’antica, un motto giocoso: questo Rui Barros, ribattezzato Rui Bassos, è davvero il più piccolo compagno della tua vita? «Sì, lo giuro, mai visto un tipo così alto, anzi così basso. Nemmeno all’asilo». «Quando i bianconeri vincevano scudetti e Coppe a ripetizione erano antipatici, è normale – afferma durante il ritiro pre-campionato – come organizzazione è tra le più forti, più serie. Boniperti è l’emblema anche se ha alle spalle un personaggio carismatico come Gianni Agnelli. L’Avvocato è molto simpatico, ottimo intenditore di calcio. Negli ultimi tempi si è divertito poco. Speriamo di farlo divertire ancora». Spillo con la maglia bianconera, disputa solamente una stagione, totalizzando 34 presenze e realizzando 15 gol. Fino a metà stagione, l’apporto è soddisfacente; in Coppa Uefa va a segno con regolarità, in Coppa Italia è strabiliante (segna una tripletta al Vicenza e una al Taranto) e in campionato regala ai tifosi la rete della vittoria nel derby del 31 dicembre ‘88. «Anche i palloni persi non vanno sottovalutati, così mi hanno insegnato e allora ho seguito istintivamente l’azione e mi è andata bene, ho segnato questo gol importante. Non c’era l’avvocato Agnelli, ma penso che avrà apprezzato ugualmente la mia rete. Ma non solo lui e Boniperti saranno contenti. Penso, infatti, a tutti i tifosi juventini. Potevo segnare a San Siro contro l’Inter prima di Natale ma quel gol sarebbe diventato quello della mia rivalsa personale. Questo resterà a lungo impresso nella memoria della gente. E poi dovevamo vincerla questa partita giocata con il lutto al braccio. Per Zoff che ha perso la mamma, per l’ex presidente Catella, per l’indimenticato Sarroglia. Il derby di Torino non è diverso da quello di Milano e, così come mi sentivo profondamente interista al momento di affrontare il Milan, sono subito riuscito a calarmi nei panni bianconeri. Fin da agosto, devo dire, sono entrato subito in sintonia con la Juventus, mi sono sentito uno della famiglia e mi piace dimostrare che posso giocare con continuità». La domenica successiva apre le marcature della vittoria bianconera a Roma, contro i giallorossi. Questo il commento di Caminiti sul “Guerin Sportivo”: «Mi sia consentito soffermarmi ancora sul nome fatidico: Altobelli. È stato lui il deus ex machina, l’uomo che ha spalancato il palcoscenico all’ovazione omerica della folla. Il suo gol è stato decisivo. Si deve dire a proposito di questo giocatore unico e raro che i suoi gol sono quasi sempre decisivi. La meccanica stessa dell’azione col passaggio velocissimo, da destra del piccolo Rui Barros prevedeva l’entrata nel palcoscenico del grande solista. Infatti Altobelli è zompato al volo confuso con altri due avversari a toccare per primo quel pallone inimitabile. Inimitabile come il talento di Altobelli, venuto fuori al fuoco lento della vocazione, attraverso anni e anni di fatica, un ragazzo cresciuto tecnicamente insieme a Beccalossi, ma rispetto a Beccalossi presto vero campione. Questo gol così raro gli è anche costato un infortunio. Forse perché pareggiava un altro mito del calcio, Borel. Si è trattato del centotrentaduesimo gol di Altobelli che ha così raggiunto proprio l’antenato juventino. Aggiungo, da lontano, che il Sandro nazionale arieggia perfino fisicamente il centrattacco juventino nella leggerezza e nell’araldica fantasia dei suoi gol. Altobelli o Borel insomma: il mito del cannoniere. Speriamo che Sandro si rimetta presto. Nella disfida dello scudetto la Juventus potrebbe anche avvantaggiarsi sui suoi fortissimi avversari proprio per le qualità davvero meravigliose del suo antico giovanissimo cannoniere». Ma la carta di identità pretende sempre di essere rispettata e il suo rendimento cala. Cosicché Zoff gli preferisce, spesso e volentieri, l’emergente Buso. Nonostante tutto, la volontà di Altobelli è quella di rimanere a Torino: «Ho 33 anni e sono consapevole che la mia carriera è ormai giunta al tramonto; il mio desiderio sarebbe quello di concluderla in bianconero. Starei in panchina volentieri, giocando part-time a seconda delle esigenze della squadra; a differenza di Cabrini, che sente di poter dare ancora molto sul campo, non soffrirei a essere messo un po’ da parte per lasciare spazio ai miei colleghi più giovani; in fondo, alla mia età, ogni partita diventa l’ultimo esame». Ma Boniperti non lo accontenta e Spillo ritorna al Brescia, dove conclude la sua carriera, dopo aver disputato 337 partite in Serie A e realizzato 132 gol. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/alessandro-altobelli_28.html
  22. ALESSANDRO ALTOBELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Altobelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Sonnino (Latina) Data di nascita: 28.11.1955 Ruolo: Attaccante Altezza: 181 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Spillo Alla Juventus dal 1988 al 1989 Esordio: 21.08.1988 - Coppa Italia - Cosenza-Juventus 0-0 Ultima partita: 25.06.1989 - Serie A - Juventus-Verona 3-0 34 presenze - 15 reti Campione del mondo 1982 con la nazionale italiana Alessandro Altobelli (Sonnino, 28 novembre 1955) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante, campione del mondo con la nazionale italiana nel 1982. Considerato uno dei migliori attaccanti italiani del secondo dopoguerra, ha legato il suo nome all'Inter, dove ha militato dal 1977 al 1988. Con la squadra nerazzurra ha disputato 466 partite e segnato 209 reti – secondo in assoluto alle spalle di Giuseppe Meazza (284) – vincendo uno scudetto (1979-1980) e due Coppe Italia (1977-1978 e 1981-1982). In nazionale ha debuttato nel 1980 e partecipato a due campionati d'Europa (Italia 1980, Germania Ovest 1988) e a due campionati del mondo (Spagna 1982, Messico 1986), oltre che al Mundialito. In maglia azzurra ha totalizzato 61 presenze e 25 reti, una delle quali nella finale del Mondiale 1982 contro la Germania Ovest. È il miglior marcatore nella storia della Coppa Italia grazie alle 56 reti realizzate, nonché il miglior cannoniere italiano in Coppa UEFA/Europa League con 25 gol. Inoltre, risulta essere il massimo cannoniere dell'Inter nella coppa nazionale e nelle competizioni UEFA per club, rispettivamente con 46 e 35 marcature (34 per le statistiche della UEFA). Pur essendo stato uno dei migliori realizzatori della sua epoca, non ha mai vinto la classifica dei marcatori della Serie A: sfiorò questo titolo nella stagione dello scudetto, quando segnò un gol in meno del capocannoniere Roberto Bettega. Alessandro Altobelli Altobelli con l'Inter negli anni 1980 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1990 Carriera Giovanili 19??-1973 Latina Squadre di club 1973-1974 Latina 28 (7) 1974-1977 Brescia 76 (26) 1977-1988 Inter 317 (128) 1988-1989 Juventus 34 (15) 1989-1990 Brescia 32 (7) Nazionale 1979-1980 Italia U-21 2 (2) 1980 Italia Olimpica 3 (3) 1980-1988 Italia 61 (25) Palmarès Mondiali di calcio Oro Spagna 1982 Caratteristiche tecniche Soprannominato Spillo per il fisico esile e longilineo, Altobelli era un centravanti dal repertorio completo: ambidestro, era in possesso di ottime doti tecniche e notevole abilità nel gioco aereo, nonché di grande velocità e prolificità sotto porta. Per via di tali caratteristiche, Pietro Vierchowod lo descrisse come un precursore di Marco van Basten, annoverandolo insieme all'olandese tra i più forti attaccanti affrontati in carriera. Carriera Giocatore Club Altobelli agli esordi con il Brescia nella stagione 1974-1975 Cresciuto nel settore giovanile del Latina, debutta in prima squadra nella stagione di serie C 1973-74 segnando sette gol e viene notato dal Brescia che lo acquista per farlo esordire in Serie B. Con le rondinelle disputa tre campionati, segnando 26 reti. Nell'estate 1977 è ingaggiato dall'Inter: esordisce in Serie A l'11 settembre, nella sconfitta interna (0-1) con il Bologna. Al termine della stagione, conquista la Coppa Italia segnando un gol al Napoli in finale. Nella stagione 1979-1980 si laurea campione d'Italia e rimane in corsa fino all'ultima giornata per il titolo di capocannoniere: autore di 15 gol – tra cui una tripletta alla Juventus nel derby d'Italia dell'11 novembre 1979 –, viene preceduto di una marcatura da Roberto Bettega. Bissa il successo in coppa nazionale nell'edizione 1981-1982, con un'altra rete in finale, questa volta al Torino. Nell'annata 1983-1984 realizza una quaterna contro il Catania. Il 26 agosto 1987, con una tripletta sempre contro il Catania diventa il miglior marcatore della coppa nazionale, salendo a 49 reti e scavalcando così Boninsegna (fermo a 48). Altobelli in maglia interista nella stagione 1982-1983 Terminata l'esperienza in nerazzurro, anche per contrasti con l'allenatore Trapattoni, nell'estate 1988 si trasferisce ai rivali della Juventus. Rimane in bianconero per una sola stagione, riportando anche un serio infortunio che non gli permette di esprimersi al meglio. Ritrovatosi svincolato, nel precampionato 1989 si aggrega inizialmente all'Ascoli, in massima serie; tuttavia, non trovando un accordo contrattuale con la società marchigiana, in settembre scende di categoria tornando dopo dodici anni al Brescia, con cui gioca l'ultima sua stagione agonistica prima di ritirarsi alla conclusione del torneo cadetto 1989-1990. Nazionale Viene convocato in nazionale dal CT Enzo Bearzot per la fase finale del campionato d'Europa 1980 organizzato dall'Italia, in sostituzione dello squalificato Rossi. Esordisce il 18 giugno 1980, a 24 anni, nella terza gara della fase a gironi pareggiata (0-0) contro il Belgio. Nella finale per il terzo posto, persa contro la Cecoslovacchia, realizza un rigore della sequenza finale. Il 24 settembre successivo segna le prime reti in nazionale, realizzando una doppietta nella partita amichevole vinta per 3-1 contro il Portogallo a Genova. È protagonista al campionato del mondo 1982 in Spagna, chiusosi con il trionfo italiano. In occasione della finale di Madrid dell'11 luglio contro la Germania Ovest, subentra all'infortunato Graziani al 7' e segna nei minuti finali la rete del momentaneo 3-0. Altobelli in azione con la maglia dell'Italia nel 1984 Al successivo campionato del mondo 1986 in Messico è il centravanti titolare dell'Italia e segna 4 dei 5 gol realizzati dagli Azzurri nella competizione; causa inoltre un'autorete nell'incontro della fase a gironi vinto 3-2 contro la Corea del Sud (gara in cui fallisce anche un calcio di rigore). L'Italia viene tuttavia eliminata agli ottavi di finale dalla Francia di Michel Platini. Dopo il ritiro di Scirea, con il nuovo CT Azeglio Vicini diventa il vice-capitano dietro Antonio Cabrini, e veste la fascia in 8 occasioni tra la fine del 1986 e il 1987. Scende in campo per la prima volta con la fascia da capitano al braccio l'8 ottobre 1986, nell'amichevole vinta 2-0 contro la Grecia a Bologna. A 32 anni partecipa infine al campionato d'Europa 1988 in Germania Ovest, in cui subentra dalla panchina nelle 4 gare disputate dall'Italia, ed è autore di un gol alla Danimarca nella fase a gironi. La sua ultima presenza in nazionale rimane la semifinale europea persa 2-0 contro l'Unione Sovietica il 22 giugno 1988 a Stoccarda. Conta 61 presenze e 25 reti in azzurro, risultando al sesto posto nella classifica dei marcatori (insieme a Baloncieri e Filippo Inzaghi😞 è preceduto da Riva (35), Meazza (33), Piola (30), Baggio e Del Piero (27). Dirigente Ha ricoperto il ruolo di direttore sportivo del Padova dal 1995 al 1998, e in seguito di osservatore dell'Inter. Dopo il ritiro Altobelli negli anni 2010 Ha fatto parte della nazionale italiana di beach soccer, diventando capocannoniere dei mondiali del 1995 e 1996. Nel novembre 1991 è eletto consigliere comunale a Brescia tra le file della Democrazia Cristiana. Nel 1996 si è candidato, per il centro-destra, alla Camera dei deputati nel collegio Brescia-Roncadelle: ottenendo il 34,8% dei voti è stato sconfitto da Emilio Del Bono, rappresentante de l'Ulivo. A partire dagli anni 2000 ha svolto il ruolo di commentatore sportivo per BeIN Sports Arabia. Dal settembre 2020 è opinionista di A tutta rete, programma domenicale di Rai 2 condotto da Marco Lollobrigida. Sarà poi anche opinionista di Notti Europee in occasione dell’Europeo e di 90º minuto, programmi condotti sempre da Marco Lollobrigida. Palmarès Club Coppa Italia: 2 - Inter: 1977-1978, 1981-1982 Campionato italiano: 1 - Inter: 1979-1980 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Spagna 1982 Individuale Top 11 Carlin's Boys: 1 - 1974 Capocannoniere della Coppa delle Coppe: 1 - 1978-1979 (7 gol) Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - 1981-1982 (9 gol) Capocannoniere della Campionato mondiale di beach soccer: 2 - 1995 (12 gol), 1996 (14 gol) Onorificenze Collare d'oro al Merito Sportivo — Roma, 19 dicembre 2017.
  23. OLEKSANDR ZAVAROV Alexandr Zavarov sta consumando – scrive Stefano Germano sul “Guerin Sportivo” del 31 agosto 1998 – i suoi ultimi giorni... russi: Reykjavik e poi, forse, quello di campionato contro il Dnepr, con mezzo scudetto in palio. Dopo di ché, finalmente, la partenza per Torino, dove Zoff e Boniperti lo aspettano a braccia aperte. In attesa che Sasha, come lo chiamano tutti, si ritrovi «italiano», siamo andati a Mosca a precedere la sua partenza per il nostro Paese: facendo, nell’occasione, una divertente scoperta. Quella, cioè, che nessuno gli aveva ancora detto... del licenziamento di Rush (per far coppia col quale Zavarov credeva di essere stato ingaggiato). «Ma davvero?», ci ha domandato a occhi sgranati. E, quando gli abbiamo confermato la notizia ci ha guardato come se facesse fatica a crederci. Poi ha riguadagnato la perfetta padronanza delle sue reazioni e ha aggiunto: «Se la società ha deciso così avrà avuto le sue buone ragioni». Ormai, comunque, il nuovo Zar juventino ha iniziato il suo conto alla rovescia: i giorni che lo dividono da quello che anche lui ritiene essere il «più bel campionato del mondo» stanno passando velocemente e domenica o lunedì, si metterà agli ordini di Zoff. «Giocare in una squadra come la Juventus nel campionato più difficile che ci sia», continua, «da un lato mi intimorisce, e dall’altro mi esalta. Paura? Direi proprio di no, anche se non posso nascondermi le difficoltà che incontrerò tutte le domeniche. A Torino c’è chi mi vuole erede diretto di Platini e sostituire un fuoriclasse come lui è la cosa più difficile che possa capitare a un calciatore. Platini è stato un maestro: io sono e continuerò a essere solo me stesso. Anche se mi piacerebbe poter vincere, in bianconero, quello che ho vinto in Unione Sovietica con la maglia della Dinamo Kiev e quello che ha vinto lui in Italia, in Europa e nel mondo con quella della Juventus». Hall dell’hotel Mezhdunarodnaya di Mosca: è dalla camera 319 che venerdì scorso è cominciato il nostro... assalto alla roccaforte del calcio sovietico. Prima telefonata con Novogorsk, zona proibita agli stranieri dove la nazionale è in ritiro: dall’altra parte del filo, a parlare con Ludmilla, nostra guida e interprete, c’è Logofeev, uno degli assistenti di Nikita Simonian direttore generale di tutte le nazionali sovietiche. A suo parere, non ci dovrebbero essere problemi; prima, però, bisogna chiederlo al «boss» che sta allenando la Nazionale in campo. L’appuntamento è quindi rimandato di un quarto d’ora e la conversazione si conclude così: «Spasiba», grazie tante, e... aspettiamo. Il tempo passa con una lentezza tanto esasperante che nemmeno il canto del gallo a carillon che è nella hall riesce a rendere più accettabile. Il secondo tentativo di Ludmilla dà i risultati sperati e, dall’altra parte del filo, Simonian concede il suo okay che però dipende, essendo Novogorsk «off-limits», da un’autorizzazione della Federazione, senza la quale non trovi taxi o auto pubblica che ti porti in questa zona a cinquanta chilometri dal centro della città. Alla ricerca di questo preziosissimo documento, ci trasferiamo tutti alla sede del Comitato olimpico sovietico: non fosse il tardo pomeriggio di un fine settimana, la speranza di trovare qualche funzionario di buona volontà ci sarebbe; qui però, quando si avvicina il momento di partire per il week end, la gente toglie le tende con la massima velocità possibile e peggio per chi resta. Il primo impatto, alla reception, appare decisamente favorevole: i due poliziotti di guardia ci fanno salire al primo piano dove un funzionario conduce Ludmilla nella stanza del presidente della Federazione di... Pallavolo: il «nyet» ovviamente, è scontato e prevedibile. A questo punto, Ludmilla chiede di nuovo aiuto al funzionario che ci fa sedere e sparisce; noi continuiamo a controllare con ansia l’orologio che scandisce inesorabilmente il passare del (nostro) tempo. D’altra parte, cosa si può fare di diverso? Assolutamente nulla anche perché tutte le porte sono terribilmente uguali per cui indovinare chi c’è dietro è impossibile. Le speranze di avere il tanto sospirato «da» si stanno riducendo al lumicino. E a questo punto, però, che da una benedettissima stanza numero 303, esce un benefattore che resterà sconosciuto: ci guarda e se ne va. Poi torna, chiede chi siamo e che cosa vogliamo e, a questo punto, tra lui e Ludmilla si intreccia un dialogo tanto fitto quanto incomprensibile. «Quello del 303» come lo abbiamo subito soprannominato, sembra interessato alla soluzione del nostro problema; prima di allontanarsi un’altra volta dice ancora qualcosa a Ludmilla e, di lì a pochi minuti, ci accompagna nell’ufficio di Viaceslav Mikhailovic Gavrilov, vicepresidente del Comitato olimpico sovietico, un elegante e educatissimo signore dai capelli bianchi che prende atto delle nostre necessità e che ci risponde con una piccola bugia: «Zavarov è a Kiev». Niente da fare. Ma le nostre informazioni sono sicure e garantiscono il contrario: Zavarov è a Novogorsk con la nazionale, abbiamo già parlato con Simonian che è d’accordo di farci incontrare il giocatore. Solo che, per andare là, ci vuole un permesso che solo il Comitato può darci. La conversazione tra Gavrilov e Ludmilla non promette niente di buono: i «nyet» si sprecano e gli occhi della nostra interprete si rannuvolano con sempre maggiore frequenza. A un certo punto, Gavrilov chiede a Ludmilla se è di discendenza tartara. «Sì, per parte di madre», risponde lei, e lui: «Anche mia moglie è per metà tartara». E in nome di questa inattesa colleganza, anche se i «nyet» continuano a tener banco, la tensione si scioglie e tutti cominciamo a sperare in qualcosa di positivo. Sono momenti che sembrano non finire mai e, pur non capendo una sola parola del loro dialogo, cerco di interpretare il viso di Ludmilla e quello di Gavrilov. A questo punto Gavrilov fa telefonare a Simonian; gli chiede se è vero che è d’accordo con noi per metterci Zavarov e Belanov a disposizione; ci comunica che, di andare a Novogorsk, è meglio nemmeno pensarci, ma subito dopo ci chiede se un appuntamento da qualche altra parte ci va ugualmente bene. “E come no?" è la nostra risposta e a questo punto, come dal cilindro di un prestigiatore, saltano fuori luogo (lo stadio della Dinamo Mosca) e ora (mezzogiorno del sabato). Missione compiuta, quindi, e un enorme sospiro di sollievo in quanto, al novantanove per cento, l’incontro coi due fuoriclasse sovietici e ormai certo. Il giorno dopo a Mosca piove che Dio la manda: verranno, Nikita, Sasha e Igor al campo della Dinamo? I dieci minuti che precedono mezzogiorno, ora fissata per l’appuntamento, sembrano non finire più; quando da un’auto nera che va a metano, escono i nostri: sono sorridenti e disponibili come sarebbe stata follia sperare. Per Zavarov sono complimenti e auguri; per Belanov... arrivederci a presto; per Simonian l’occasione migliore per ricordare quando, negli anni Cinquanta, la Fiorentina offrì la bellezza di 80mila dollari allo Spartak per averlo. La risposta, però, fu «nyet»: secondo abitudine, verrebbe da dire. D’altro canto, però, a quei tempi la parola «perestrojka» ora tanto di moda era assolutamente sconosciuta e pronunciarla era proibito. I due fuoriclasse della Dinamo e della Nazionale sovietica ci parlano a lungo della loro vita e dei loro sogni: virtualmente realizzati quelli di Sasha; ancora tanto lontani dalla realtà quelli di Igor. Poi, per tutti, c’è la solita trafila di strette di mano e di «dasvidanja, spasiba», arrivederci e grazie. E quando la macchina nera che va a metano lascia il piazzale dello stadio della Dinamo di Mosca, il cielo torna a rannuvolarsi: per me, ad ogni modo, da un capo all’altro della capitale c’è un immenso arcobaleno. La tensione di tre giorni si è finalmente dissolta ma ha lasciato il segno: un’enorme spossatezza si è impadronita di me per cui niente piazza Rossa e Cremlino, ma solo un sonno ristoratore nella camera 319 dell’Hotel Mezhdunarodnaya. E adesso, come è giusto, parliamo di Zavarov; anzi, parla Zavarov; quelle che seguono sono le sue parole tradotte fedelmente senza aggiunte né commenti. «Sono nato a Voroscilovgrad il 26 aprile 1961 e ho cominciato a prendere a calci un pallone, a sette anni, nelle giovanili dello Zaria avendo come allenatore Boris Forniciov, un uomo cui debbo moltissimo poiché mi ha insegnato i primi rudimenti di quello che sarebbe poi divenuto il mio mestiere. A diciassette anni entrai nella rosa di prima squadra e il mio debutto in Prima Divisione ebbe luogo, contro la Dinamo di Tbilisi, il 26 aprile del ‘79, giorno del mio diciottesimo compleanno. Non segnai e mi dispiace ancora oggi perché avrei voluto festeggiare con un gol la maggiore età. Mi sono però rifatto in seguito». Chiamato alle armi, invece della polizia a Kiev Zavarov sceglie l’esercito a Rostov e veste la maglia dell’SKA e, a proposito di SKA, ricorda ancor oggi con grande piacere che «fu proprio contro quella che sarebbe diventata la mia squadra che segnai il primo gol in Prima Divisione, quando lo Zaria pareggiò 2-2 coi militari». Negli anni che trascorre all’SKA, Zavarov è allenato da Zonin e da Fedotov, due ex nazionali sovietici «e due grandi maestri di vita oltre che di calcio, a loro devo molto per tutto quello che so fare oggi». La sua compagna nella vita è Olga: «L’ho conosciuta al cinema, non ricordo più che film proiettavano. Ci siamo sposati il 12 novembre dell’80 e abbiamo due figli, Sasha di sei anni e Valerio di dieci giorni. Tutti e tre mi raggiungeranno a Torino verso i primi d’ottobre, quando Sasha dovrà andare a scuola a Milano presso il Consolato sovietico di quella città. Pur se ora parlo soltanto il russo, non credo che in Italia avrò particolari problemi sia perché il calcio è una lingua universale sia perché ho già cominciato a studiare l’italiano con un metodo accelerato. Penso quindi che, in un paio di mesi, sarò in grado di capire e di farmi capire. L’importante, ad ogni modo, è che questa mia avventura italiana cominci il più presto possibile perché ho una gran voglia di conoscere i miei compagni di squadra, i dirigenti, i tifosi, tutto». Laureato in Educazione fisica, molto probabilmente Alexandr Zavarov non sarebbe mai arrivato da noi se, verso i primi d’agosto, Anatoly Pogrebnoy, capo del dipartimento rapporti con l’estero del Comitato olimpico sovietico, non avesse ricevuto una telefonata. Chi ci fosse dall’altro capo del filo è assolutamente «top secret»: ciò che invece è noto è che, a condurre le trattative, è stato Victor Galaev, funzionario dello stesso Comitato. A ferragosto, giorno più, giorno meno, il... matrimonio tra Zavarov e la Juventus era un fatto compiuto: a officiarlo è stato lo stesso Pogrebnoy avendo, come... testimoni, Galev da una parte e Boniperti dall’altra. Dopo la cerimonia, i due «sposini» non sono andati, com’è tradizione a Mosca, a rendere omaggio al Milite Ignoto e a Lenin, ma il rinfresco c’è stato ugualmente con champagne a fiumi e vodka a litri! Zavarov e la Juventus si sono giurati amore eterno (per la verità l’amore durerà tre anni, ad ogni modo rinnovabili) e, in attesa di vivere sotto lo stesso tetto all’ombra della Mole, è stata festa grande. Ma chi conosce, dei suoi futuri compagni, Zavarov? «Altobelli, Cabrini, Laudrup». E Zoff? «Lo conosco per quello che ha fatto come portiere; da allenatore, invece, non so niente». E Boniperti? «Boniperti l’ho conosciuto quando ho siglato il contratto». E l’Avvocato Agnelli? «L’Avvocato Agnelli? Non lo so, quando ho firmato per la Juve non l’ho visto, ma c’era... tanta gente!». Come si vede, Zavarov non è solo un grande campione, è anche uomo dotato di notevole senso dell’umorismo: lui, l’Avvocato Agnelli non si ricorda di averlo ancora conosciuto personalmente, ma la colpa è appunto della gran confusione che c’era il giorno del suo matrimonio con la Juve: una festa davvero grande per tutti, oltre che l’inizio di una nuova era per il calcio sovietico e quello italiano. Con l’Avvocato avrà modo di parlare lungamente in Italia, se riuscirà a stabilire il rapporto pregiato che il Signor Fiat aveva con Michel Platini: le premesse, sul piano tecnico, ci sono tutte. Tra i più ferventi ammiratori di Zavarov è Nikita Simonian, 61 anni. Del neo juventino, dice: «Lo conosco da quando era un ragazzo e, a mio parere, oggi Sasha non ha rivali in Europa. Grande calciatore ma anche uomo simpaticissimo, con lui la Juventus si è assicurata l’uomo che le mancava. Dotato di enorme personalità, Zavarov è un leader nato e anche fuori dal campo sa farsi apprezzare per l’equilibrio e il carisma che possiede. A mio parere, la sua partenza per l’Italia sarà un affare per tutti: per la Juventus che, con lui, si è assicurata il Platini del futuro; per lui che, a contatto con un mondo assolutamente nuovo, potrà cominciare a fare quelle esperienze che ancora gli mancano e per il calcio sovietico perché. grazie a lui e agli altri che sono già partiti che stanno per partire, comincerà a uscire da quell’isolamento in cui è praticamente sempre rimasto». Anche Simonian, quindi, non esclude che altri seguano Zavarov. Ma chi e quando? «Chi», risponde il tecnico, «lo si sa, visto che i loro nomi sono sulla bocca di tutti: Belanov e, ancor di più, Dassaev. Quando: Dassaev forse già quest’anno se i rapporti che abbiamo in piedi con il Siviglia si concretizzeranno; Belanov, penso il prossimo anno». E gli altri, tipo Protasov e Mikhailichenco? «Per quest’anno no di certo, sia perché sono ancora troppo giovani sia perché il nostro calcio non può depauperarsi oltre certi limiti». Disco rosso, quindi, per gli ultimi due; disco... rosa per l’ex «Pallone d’Oro» e disco... verdino per il buon Rinat che, dopo aver tanto meritato della patria sovietica, un trasferimento in Spagna se lo è largamente guadagnato. Le aspettative sono presto deluse: Sasha gioca un campionato mediocre in una squadra mediocre, guidata con buona volontà da Dino Zoff, che gli fa vestire la maglia numero 10, troppo pesante e nemmeno tanto amata dal russo. «Sono frastornato e innervosito – confessa – dall’attenzione che mi circonda. Non ero abituato a finire tutti i giorni sui giornali. Non ho problemi fisici, non ho problemi con Zoff e la società: ma devo capire meglio il calcio italiano. Se sarà necessario in futuro accetterò senza problemi la panchina». Quel campionato è vinto dall’Inter di Trapattoni che sbaraglia tutti i record, ma anche Napoli e Milan sono nettamente superiori alla Juventus, che i piccoletti Zavarov e Rui Barros non riescono a tenere a galla. STEFANO GERMANO DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 5 LUGLIO 1989 Cerchiamo di spiegare perché Sasha ha fallito nella sua prima stagione juventina. Indubbiamente, nella nuova città non si è integrato e, per di più, alla Juve è arrivato al termine di due anni in cui, fra campionato, Coppe e Nazionale, non ha potuto tirare il fiato. Ma non basta: a Torino da lui si aspettavano cose che non poteva dare. Inevitabile, quindi, la caduta di tensione e la crisi di identità tecnico-tattica. Abituato a vivere in un mondo in cui all’uomo e alle sue decisioni personali è lasciato pochissimo spazio, in Italia Zavarov si è trovato completamente spiazzato: ben presto il giocatore si è trasformato in un robot cui è stata staccata la spina. All’inizio, a far da tramite tra lui e il resto del mondo, ha provato Tatiana Grechi, L’interprete livornese che, oltre a tradurre domande e risposte dall’italiano in russo e viceversa, si è comportata, se non da madre, quantomeno da sorella maggiore, spiegandogli ciò che era giusto fare e ciò che non lo era, sin dove faceva bene a comportarsi in una determinata maniera e dove, al contrario, sbagliava. Era indubbiamente una faticaccia ma, pur attraverso parecchie incomprensioni, il... ménage dava i suoi frutti. Tra i compagni, quello che aveva preso a balia l’introverso Sasha era stato Stefano Tacconi, il più estroverso tra tutti i bianconeri, e proprio questa differenza di carattere aveva aiutato non poco l’inserimento del giocatore in un mondo totalmente diverso da quello cui era stato abituato ma che «doveva» assolutamente essere il suo. Purtroppo, per Zavarov la lingua italiana continuava a essere un oggetto misterioso, ma dove non arrivava lui ci pensava la signora Tatiana. Le cose, quindi, si sarebbero potute mettere al meglio se, da Kiev, non fosse arrivata Olga, la moglie di Sasha, una donna dolce nell’aspetto ma dal carattere – si dice – duro come l’acciaio. Olga (che forse vedeva in Tatiana chi sminuiva il suo potere nei confronti del marito) e la signora Grechi, dopo un breve periodo di... sopportazione, pare siano arrivate ai ferri corti. E alla fine, ad abbandonare il campo, è stata ovviamente l’interprete. Isolato nella sua bella villa in collina, Zavarov si è chiuso sempre più in se stesso: ha imparato abbastanza bene l’italiano (che parla con accento russo e voce gutturale) ma questo non e bastato a far cadere la cortina di incomprensione sorta tra lui e il mondo esterno. Abituato a vivere in modo assolutamente «normale» a Kiev, il giocatore ha indubbiamente sofferto la pressione cui lo hanno sottoposto i torinesi: «Non posso andare al supermercato», mi disse una volta, «senza che la gente mi si siringa attorno per avere un autografo o per abbracciarmi. E questo, credimi, per chi non è abituato, finisce per essere una fatica molto maggiore che allenarsi per tre ore». Forse è proprio questo suo rifiuto della popolarità (e, soprattutto, dei suoi... costi) la causa principale del fallimento di Zavarov alla Juventus. Se poi a tutto questo si uniscono le tensioni che il giocatore ha accumulato nel corso del suo soggiorno italiano, nessuno può meravigliarsi più di tanto se, alla fine, come il personaggio di un film famoso, anche lui ha... ballato una sola estate. Chi è stato più a lungo vicino a lui dall’agosto dello scorso anno a oggi, ricorda le molte volte in cui lo sguardo del giocatore sembrava cercare un’identità perduta al di là di un orizzonte sempre più lontano. Rimpiangeva Kiev e l’Ucraina? Forse. Oppure si accorgeva che, poco alla volta, tutte le rosee speranze coltivate si erano tradotte in una realtà più nera della pece? Forse anche questo è vero: ciò che invece è vero senza possibilità di equivoci è che Zavarov, chiamato ad aprire una via italiana al calcio sovietico, come ambasciatore del suo Paese ha totalmente fallito anche se gli si debbono concedere alcune attenuanti. Probabilmente, per riuscire, Zavarov avrebbe avuto bisogno di un carattere più forte, di una maggiore abitudine a decidere del suo futuro in prima persona senza demandare l’incarico a qualcun altro. Non fosse nato e cresciuto in Unione Sovietica, forse questo gli sarebbe stato possibile: così, invece, non c’è stato nulla da fare. Sottoposto a varie e concentriche pressioni, il giocatore ha finito per non capirci più niente e anche l’intervento di Lobanovski (i due hanno chiacchierato alcune ore, di notte, lontani da occhi e orecchie indiscreti) non solo non lo ha aiutato a uscire dalla crisi, ma lo ha spinto ancora di più nel baratro. Nonostante tutte queste difficoltà Sasha viene confermato e, nel campionato successivo, arriva il connazionale Alejnikov. Su richiesta dello stesso Zavarov, Zoff gli concede la maglia numero 9, che Sasha veste abitualmente in Nazionale. La Juventus riesce a conquistare la Coppa Italia e la Coppa Uefa, ma l’apporto del russo è marginale, tanto è vero Zoff schiera spesso l’emergente Casiraghi al suo posto, al fianco dell’autentica sorpresa del torneo, Toto Schillaci. Al termine della stagione si disputano i Mondiali italiani; per l’Unione Sovietica è una delusione enorme. La squadra perde le prime due partite contro Romania e Argentina e a nulla vale il perentorio 4-0 contro il Camerun. La nazionale russa è eliminata al primo turno, la Grande Armata del colonnello Lobanovski è affondata definitivamente. Anche nella Juventus ci sono grandi novità: Zoff è sostituito da Maifredi, si inaugura il nuovo corso di Montezemolo e per Sasha non c’è più spazio. Viene ceduto in Francia, al Nancy, dove continuerà la sua parabola discendente. Appesi gli scarpini al chiodo, Zavarov comincia la carriera di allenatore guidando squadre di secondo piano francesi e svizzere. «Zavarov era un buono, incapace di far male a una mosca – racconta l’ex compagno juventino Pasquale Bruno – ma non parlava una parola di italiano. E le barriere linguistiche, oltre al difficile adattamento a Ovest, per uno che veniva dal blocco comunista, furono forse il più grande ostacolo al suo inserimento nel calcio italiano. Ingiusto definirlo però un bidone, come venne poi etichettato da molti. Gli scarsi eravamo noi, non lui. Venne in una Juve minore, con l’impossibile eredità di Platini da gestire. Lui proveniva dalla fortissima Dinamo Kyiv di Lobanovski. E non poteva essere un caso. E, comunque non era a Michel che assomigliava, ma semmai a un Totti, più avanzato, dribbling secco e visione di gioco. Aveva dei buoni spesa per i supermercati e girava per Torino con una Duna: noi sospettavamo fosse quella di Ian Rush. Ma non è che comunque ai tempi noi lo facessimo sentire in difetto: tutti avevamo l’obbligo di andare all’allenamento in Fiat. Io avevo una Panda 4x4 per dire e nessuno si permetteva di girare in Ferrari, durante il lavoro. Una debolezza però Sasha ce l’aveva: l’alcol: vedevi girare queste bottiglie di vino, non si sa uscite da dove, negli autobus che ci riportavano dalle trasferte vicine. Puntualmente finivano in fondo, dove guarda caso c’erano sempre lui e Laudrup». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/aleksandr-zavarov.html
  24. OLEKSANDR ZAVAROV https://it.wikipedia.org/wiki/Oleksandr_Zavarov Nazione: Unione Sovietica Ucraina Luogo di nascita: Vorosilovgrad Data di nascita: 26.04.1961 Ruolo: Centrocampista/Attaccante Altezza: 171 cm Peso: 70 kg Nazionale Sovietico Soprannome: Sasha - Lo Zar Alla Juventus dal 1988 al 1990 Esordio: 14.09.1988 - Coppa Italia - Juventus-Ascoli 0-2 Ultima partita: 28.04.1990 - Serie A - Lecce-Juventus 2-3 76 presenze - 13 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Oleksandr Anatolijovyč Zavarov (Vorošilovgrad, 26 aprile 1961) è un allenatore di calcio ed ex calciatore sovietico e, successivamente, ucraino, di ruolo centrocampista o attaccante. È maggiormente conosciuto con la grafia russa del suo nome, Aleksandr Zavarov. Oleksandr Zavarov Zavarov nel 2009 Nazionalità Unione Sovietica Ucraina (dal 1991) Altezza 171 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1998 - giocatore Carriera Giovanili 1968-1977 Zarja Squadre di club 1977-1979 Zarja 23 (7) 1980-1981 SKA Rostov 64 (13) 1982-1983 Zarja 30 (10) 1983-1988 Dinamo Kiev 136 (36) 1988-1990 Juventus 76 (13) 1990-1995 Nancy 133 (23) 1995-1998 CO Saint-Dizier 50 (17) Nazionale 1979 Unione Sovietica U-20 1+ (1+) 1985-1990 Unione Sovietica 41 (6) Carriera da allenatore 1995-2003 CO Saint-Dizier 2003-2004 Wil 2004 Astana 2005 Metalist 2006-2010 Arsenal Kiev 2012-2016 Ucraina Assistente 2012 Ucraina Palmarès Mondiali di Calcio Under-20 Argento Giappone 1979 Europei di calcio Argento Germania Ovest 1988 Biografia Soprannominato Sacha, come lo chiamavano a Kiev, Zavarov è sposato con Olga, ha due figli, uno nato nel 1982, Oleksandr. A Zavarov piace giocare a scacchi e leggere libri. Figlio di operai, ha due fratelli, uno anch'egli operaio e l'altro conducente d'autobus. È un cristiano ortodosso ed è diplomato in educazione fisica. Arrivato a Torino, va ad abitare nella casa che era di Ian Rush, calciatore juventino appena ceduto al Liverpool. Aveva imparato l'inglese, ma durante gli anni l'ha in gran parte dimenticato. Nonostante abbia giocato per un paio d'anni in Italia, non si è mai sforzato d'imparare l'italiano, avendo assunto un interprete che traduceva per lui. Anche a causa di ciò ci furono spesso incomprensioni tra il sovietico e il tecnico Dino Zoff, è anche per questo non riesce a integrarsi mai né nel club né nella città torinese. Disadattato, Zavarov non era infatti mai riuscito a uscire dal calcio e dallo stile di vita sovietico. Durante la seconda stagione torinese, la società bianconera acquista il connazionale Sergei Aleinikov, anche per far ambientare al meglio Zavarov. Inizialmente i due diventano amici, ma dopo poche settimane quest'ultimo prende distacco anche dal sovietico di origini bielorusse. Nel 2012 si è occupato dell'organizzazione dell'Europeo in Polonia e Ucraina. Nel 2015, nonostante il richiamo alle armi da parte dell'esercito ucraino, si è rifiutato di andare alla guerra del Donbass contro i separatisti filorussi, motivando ciò con il dichiararsi pacifista nonché con il considerare la Russia come una seconda patria. Caratteristiche tecniche Giocatore «Come Maradona, Zavarov ha una tecnica incredibile, può decidere una partita in qualsiasi momento, sa organizzare il gioco e difendersi.» (Lobanovski su Zavarov nel 1987.) Zavarov nel 1988 tra i suoi due allenatori dell'epoca: il selezionatore sovietico Lobanovs'kyj (a sinistra) e il tecnico juventino Zoff (a destra) Centrocampista offensivo, trequartista o fantasista talentuoso, gioca spesso nel ruolo di regista, pur non essendo classificabile tecnicamente come tale, e con la nazionale sovietica è un centravanti arretrato, «fonte principale del gioco sovietico». Alla Juventus, Zoff lo schiera spesso a centrocampo in veste di regista ma il sovietico non si trova nel ruolo. È un giocatore di qualità, tecnico, dal buon dribbling, capace di fare finte di corpo, rapidi campi di direzione, che corre, inventa gioco, bravo a smistare i palloni ma non un costante realizzatore. Abbastanza debole in fase difensiva e dotato di un buon lancio lungo, in Italia si rivela essere lento, impacciato, poco propositivo e un mediocre realizzatore/rifinitore, incapace anche di fare movimenti senza palla, soprattutto atti allo smarcamento. Grazie ai suoi piedi e alla sua intelligenza tattica, era uno dei migliori interpreti del "calcio laboratorio" (o "laboratorio Lobanovski" o "calcio del duemila") giocato dalla Dinamo Kiev di Valeri Lobanovski, tanto che lo stesso Lobanovski lo paragona a Maradona. Esploso nel 1986 e poi confermatosi durante il campionato d'Europa 1988 come calciatore di alto livello, dalle grandi potenzialità e da aspettative anche più grandi, al suo approdo alla Juventus è considerato un «campione», un «fuoriclasse», un fenomeno. Doveva essere il leader della Juventus, ma finisce per essere un «corpo estraneo alla squadra, solitario». Calciatore triste, dal carattere timido, introverso e distaccato, è stato uno degli idoli di Andrij Ševčenko, uno dei migliori calciatori ucraini di sempre. Carriera Giocatore Club Gli inizi, Dinamo Kiev Zavarov (a sinistra) in azione con la maglia della Dinamo Kiev nell'estate 1988, alle prese con l'interista Matthäus nel corso del Memorial Armando Picchi Dopo aver esordito con lo Zorja, in prima divisione sovietica, si trasferisce al Rostov, rientra al suo primo club nel 1982, giocando nella seconda categoria dell'URSS. Nel 1983 è acquistato dalla Dinamo Kiev: con quest'ultima società vince sei titoli nazionali in cinque anni, tra cui due campionati sovietici consecutivi e la Coppa delle Coppe nel 1986, affermandosi tra i capocannonieri dell'edizione e segnando nell'occasione anche un gol in finale agli spagnoli dell'Atlético Madrid (3-0). In seguito a queste eccellenti prestazioni, nel 1986 è votato sia calciatore sovietico sia calciatore ucraino dell'anno. Giocando e segnando anche ai Mondiali messicani, è inserito nella lizza per il Pallone d'oro del 1986, classificandosi al sesto posto: qualche anno dopo, il vincitore del Pallone d'oro e suo connazionale Igor Belanov, dichiara che Zavarov meritava di vincerlo al posto suo, avendogli servito parecchi assist. In un sondaggio indetto nel gennaio 1987 dai giornalisti sovietici, Zavarov è giudicato superiore a Belanov. Conclude l'esperienza sovietica con 66 gol in 253 incontri di campionato, alla media di 1 rete ogni 4 partite. Juventus Nell'estate del 1988 per portare Zavarov in Italia, si deve negoziare sia con la Dinamo Kiev sia con il Ministero dello sport perché i calciatori sono stipendiati dallo Stato, quindi dipendono da esso. Approdato in Italia, il primo agosto annuncia in una conferenza stampa d'esser stato acquistato dalla Juventus, anticipando la società e l'allenatore Zoff. Una settimana più tardi, il suo acquisto è ufficializzato e l'operazione costa 7 miliardi di lire (5 milioni di dollari, dei quali 2 vanno al Ministero dello sport, 2 alla Dinamo Kiev, 1 allo Stato). Firma un triennale, divenendo il primo calciatore sovietico a militare nel campionato italiano. Per concludere l'affare il club bianconero mobilita anche la FIAT. Inoltre, l'ingaggio accordato nel contratto va al governo sovietico che in seguito passa a Zavarov uno stipendio mensile di 1,2 milioni di lire (circa 600 euro odierni, uno dei più bassi stipendi di tutto il calcio professionistico italiano). Per contratto la società gli fa avere una Fiat Tipo. Lo juventino Zavarov salta il leccese Righetti nel corso del campionato italiano 1988-1989 Zavarov arriva senza troppo clamore in un momento difficile per la società juventina, poiché in seguito al ritiro di Michel Platini il club torinese sta cercando un degno erede; anche perché quello precedentemente designato, Marino Magrin, non sembra all'altezza di tale compito, tant'è che il presidente Giampiero Boniperti non gli aveva assegnato nemmeno il numero dieci che era del francese e che gli spetterebbe, giocando nello stesso ruolo, preferendo dargli il meno impegnativo numero otto che era stato dello stesso Boniperti in passato. Al suo arrivo a Torino, circa lo stesso Platini, inizialmente Zavarov dichiara che «lui è stato un grandissimo giocatore, io non lo sono, forse lo diventerò, farò il possibile», ma in seguito cambia idea e afferma di essere anche migliore del francese; ben presto, tuttavia, le prestazioni che offre sul campo cominciano a dargli torto. Acquistato troppo tardi per essere inserito nella lista per le competizioni UEFA, Zavarov deve aspettare fino ai quarti di finale, a marzo, per poter sperare di giocare in Europa. A causa della sua militanza nella Dinamo, Zavarov è ribattezzato dalla stampa Alessandrino di Kiev o l'uomo di Kiev e anche come lo Zar (di Luhansk), per via del suo passato allo Zorja. Accolto calorosamente dai tifosi, il 14 settembre seguente, il sovietico debutta in casa nella sfida di Coppa Italia contro l'Ascoli (0-2), rendendosi decisivo in negativo nella sconfitta bianconera, realizzando suo malgrado un'autorete che consente agli ospiti di passare in vantaggio dopo un quarto d'ora: cinque minuti dopo è costretto al cambio per infortunio, uscendo al posto di Antonio Cabrini. Si riprende in tempo per la partita contro il Brescia in Coppa Italia: sigla una doppietta, dando l'iniziale impressione di poter essere un degno erede di Platini, poi al debutto in campionato va in gol il 16 ottobre 1988 in Juve-Cesena (2-2). Secondo il giornalista Gigi Riva, a fine stagione Zavarov sarà, assieme a Lothar Matthäus, lo straniero più positivo del torneo. Il 12 novembre successivo, Arrigo Sacchi lo convoca per un incontro della nazionale di Lega contro la Polonia a Milano (2-2), ma il sovietico si rifiuta di andare, dichiarando di essere infortunato, perché nella precedente partita contro il Milan, il tecnico rossonero l'aveva schernito. Zavarov in azione in maglia juventina nella stagione 1989-1990 Parte sottotono nella sfida contro il Napoli di Maradona (persa 3-5), giocando bene nella seconda frazione di gioco, dove riesce a fornire un assist con un passaggio filtrante (per Roberto Galia, 1-3), riuscendo poi a segnare anche il gol del parziale 2-3. Nella settimana seguente, la Juventus affronta e batte il Lecce (1-0), ma Zavarov si distingue per l'espulsione rimediata a pochi minuti dal termine per un fallo di reazione su Roberto Miggiano. Nei giorni seguenti il sovietico subisce un brusco crollo di condizione, anche a causa del fatto che era abituato a giocare in un campionato solare (da gennaio a ottobre) e quindi non si era mai riposato e il fisico aveva sorretto finché aveva potuto, nonostante anche in seguito continui a dichiarare che sta bene fisicamente. Il bilancio in questi suoi primi tre mesi è già molto deludente, inoltre si rivela allergico alle conferenze stampa e ai giornalisti, rilasciando di sovente dichiarazioni spaesate. Nella seconda parte della stagione, il tecnico bianconero schiera Zavarov prima da regista, poi da trequartista, poi da attaccante aggiunto e infine ritornando al ruolo di regista. Gioca in maniera decente solo contro il Pescara (1-1). Nel mese di marzo, il sovietico comincia a soffrire maggiormente il calcio e lo stile di vita italiano rispetto ai primi mesi, complici alcune incomprensioni. Dopo avergli confermato la fiducia, pian piano nel corso della stagione, Zoff finisce per lasciare spesso e volentieri il sovietico in panchina. Alla sua prima stagione bianconera, è poco incisivo sotto porta e a fine stagione la dirigenza juventina, considerando la stagione di Zavarov fallimentare, cerca di piazzarlo in prestito all'Hellas Verona o al Bologna e in un secondo momento sembra che il sovietico debba arrivare assieme al connazionale Sergei Aleinikov tra le file del Genoa. Nonostante fosse già pronto un contratto per il prestito a Bologna, Zavarov resta alla Juve per un'altra stagione e, onde creargli un ambiente migliore, gli viene affiancato il compagno di nazionale Aleinikov. Ritorna ad allenarsi per qualche giorno con la Dinamo Kiev. Alla sua seconda stagione alla Juventus, col paragone con Platini che continua a condizionarlo negativamente, decide che la maglia numero dieci pesa troppo sicché la cede a Giancarlo Marocchi, facendosi dare la numero nove: ciò nonostante, a posteriori Zavarov è ricordato come il peggiore numero dieci della storia bianconera. Dopo le buone prestazioni nel precampionato decide la prima sfida europea della stagione bianconera, segnando lo 0-1 contro il Górnik Zabrze. In seguito a qualche giornata decente (va in gol contro Ascoli, Udinese e il Taranto in Coppa Italia), Zavarov ha un nuovo calo di forma nel novembre 1989, ma nonostante ciò, Zoff si ritiene soddisfatto per quanto mostrato dal sovietico nei primi mesi della sua seconda stagione. Zavarov, tra i compagni di squadra Bruno (a sinistra) e Bonetti (a destra), festeggia la vittoria della Juventus nella Coppa UEFA 1989-1990 Il 10 gennaio 1990 decide la sfida valida per il terzo turno di Coppa Italia contro il Pescara (0-1) e nella settimana seguente va in gol contro la Fiorentina (2-2). Verso la fine di febbraio si stira il retto femorale destro in allenamento, dovendo stare fuori dai terreni di gioco per almeno un mese. Verso metà marzo ritorna ad allenarsi in gruppo, ma a inizio aprile non si è ancora ripreso totalmente, rischiando d'aver già terminato la stagione in anticipo. Nell'aprile 1990 le sofferenze (psicologiche più che fisiche) di Zavarov si fanno più acute e il pretesto per andarsene da Torino sarebbe un pestone rifilatogli da Maradona qualche settimana prima nella sfida a Napoli. Già ad aprile si sa che Zavarov verrà ceduto e che probabilmente la Juventus dovrà pagare l'anno che gli resta nel contratto (circa 2 000 dollari, più una buonuscita di circa 100 milioni di lire). Segna ancora contro Udinese (1-1) e nell'ultima partita di campionato a Lecce (2-3): a fine stagione conquista il double vincendo da comparsa Coppa Italia e Coppa UEFA, ma nell'arco delle due stagioni disputate con i colori della Juventus, complessivamente delude le grandi aspettative create attorno a sé. Totalizza 13 gol in 76 partite tra campionato e coppe con la società italiana. Oggi è considerato come uno dei più grandi flop (o "bidoni") del calcio italiano e uno dei peggiori acquisti nella storia della Juventus. Nancy e Saint-Dizier Nel 1990 è ceduto in Francia, nel Nancy, altra squadra di Platini di cui doveva essere l'erede, arrivando ai francesi proprio grazie alla mediazione di Le Roi, anche perché il padre di quest'ultimo, Aldo Platini, è un dirigente nel club. Gioca nel Nancy sino alla metà del decennio con risultati discreti, anche se migliori rispetto al suo periodo in Italia. Si trasferisce al Saint-Dizier, in quinta divisione francese, di cui veste la maglia fino al 1998 per poi intraprendere la carriera da allenatore. Nazionale Zavarov in azione con la maglia dell'Unione Sovietica al campionato del mondo 1990 Conta 41 presenze e 6 reti con la nazionale sovietica, messe assieme tra il 1985 e il 1990. In questo periodo è uno dei calciatori fondamentali della Nazionale. Esordisce il 7 agosto 1985 contro la Romania (2-0), realizzando il suo primo gol con l'URSS nei Mondiali 1986, alla decima presenza, contro il Canada nella fase a gironi. Con la maglia dell'URSS fu finalista a Euro '88, battuto dai Paesi Bassi, e prese parte ai mondiali di Italia '90, oltre a quelli già citati di Messico '86. Allenatore Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, tenta di fare l'imprenditore, con successi così scarsi che decide di ritornare nel mondo del calcio, per fare l'allenatore. Dopo aver fatto l'allenatore-giocatore in quinta divisione francese, nell'agosto 2003 si trasferisce al Wil, dov'è chiamato dal presidente, il suo connazionale e Pallone d'oro 1986, Igor Belanov, che ha appena rilevato la società, terzultima in classifica nella prima divisione svizzera. Zavarov però non ha la licenza per allenare e la federcalcio svizzera gli dà un permesso fino al 31 dicembre 2003. Scaduto il permesso, nel 2004 resta nel Wil e diviene direttore sportivo, lasciando la panchina a Joachim Müller. In seguito allena i kazaki dell'Astana, le giovanili dell'FK Mosca e le giovanili del Nancy (lavorando anche in una brasserie nei pressi di Nancy). Nel gennaio 2005 è ufficializzato il suo passaggio sulla panchina del Metalist. Nella stagione seguente passa all'Arsenal Kiev, ottenendo la salvezza alla prima stagione. Nel 2010, dopo aver perso 8 incontri su 10, si dimette dall'incarico. Dal 2012 è nello staff tecnico della nazionale ucraina. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato sovietico: 2 - Dinamo Kiev: 1985, 1986 Coppa dell'URSS: 3 - SKA Rostov: 1981 - Dinamo Kiev: 1984-1985, 1986-1987 Supercoppa sovietica: 2 - Dinamo Kiev: 1985, 1986 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Dinamo Kiev: 1985-1986 Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Individuale Calciatore sovietico dell'anno: 1 - 1986 Calciatore ucraino dell'anno: 1 - 1986 Capocannoniere della Coppa delle Coppe: 1 - 1985-1986
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