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Rino Marchesi - Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
RINO MARCHESI https://it.wikipedia.org/wiki/Rino_Marchesi Nazione: Italia Luogo di nascita: San Giuliano Milanese (Milano) Data di nascita: 11.06.1937 Ruolo: Allenatore Altezza: 177 cm Peso: 74 kg Soprannome: - Allenatore della Juventus dal 1986 al 1988 89 panchine - 42 vittorie - 27 pareggi - 20 sconfitte Rino Marchesi (San Giuliano Milanese, 11 giugno 1937) è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista o difensore. Rino Marchesi Marchesi nel 1982 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, difensore) Termine carriera 1973 - giocatore 1994 - allenatore Carriera Giovanili 19??-1956 Atalanta Squadre di club 1956-1957 Fanfulla ? (?) 1957-1960 Atalanta 87 (12) 1960-1966 Fiorentina 121 (9) 1966-1971 Lazio 125 (4) 1971-1973 Prato 61 (2) Nazionale 1961-1962 Italia 2 (0) Carriera da allenatore 1973-1974 Montevarchi 1974-1976 Mantova 1977-1978 Ternana 1978-1980 Avellino 1980-1982 Napoli 1982-1983 Inter 1984-1985 Napoli 1985-1986 Como 1986-1988 Juventus 1988-1989 Como 1989-1990 Udinese 1992 Venezia 1992-1993 SPAL 1993-1994 Lecce Carriera Giocatore Club Iniziò la sua carriera a Lodi, per poi approdare all'Atalanta dove disputò tre stagioni, dal campionato 1957-1958 al 1959-1960 (il primo e il terzo in Serie A, mentre il secondo in Serie B). Passò quindi alla Fiorentina dove rimase per sei stagioni, tutte giocate da titolare tranne l'ultima, quella del 1965-1966, in cui collezionò soltanto 2 presenze. Nell'annata 1960-1961 prese parte a Firenze al double formato dalla Coppa Italia e dalla Coppa delle Coppe, facendo registrare rispettivamente due presenze (con un gol) e una presenza; nella stagione 1965-1966 vinse con i gigliati una seconda Coppa Italia (manifestazione nella quale, tuttavia, non scese mai in campo), abbinandola alla Coppa Mitropa. Nel 1966 si trasferì alla Lazio, insieme ai compagni viola Morrone e Castelletti. Con i biancocelesti disputò cinque campionati, collezionando 144 presenze in partite ufficiali (125 in campionato, 10 in Coppa Italia, 9 in Coppa delle Alpi) e 4 reti (tutte in campionato nonché su calcio di rigore), e vincendo nell'ultima stagione a Roma una Coppa delle Alpi. Fu inoltre il primo calciatore di movimento nella storia laziale a effettuare una sostituzione in campionato: in Lazio-Catanzaro (1-1) del 29 settembre 1969 prese il posto, all'inizio del secondo tempo, di Governato. Approdò quindi nel 1971 al Prato, in Serie C, dove due anni dopo chiuse la carriera agonistica. Nazionale Vanta 2 presenze con la maglia azzurra della Nazionale Italiana, con cui debuttò a Firenze il 15 giugno 1961, nella partita amichevole vinta per 4-1 contro l'Argentina. Allenatore Esordì nel 1973 alla guida del Montevarchi, per poi sedere sulle panchine di provinciali quali Mantova, Ternana, Avellino, Como, Udinese, Venezia, SPAL e Lecce, nonché di blasonati club quali Napoli, Inter e Juventus. Ottenne le maggiori soddisfazioni professionali quando nel 1981 portò il Napoli a sfiorare la conquista del suo primo scudetto, giungendo terzo in classifica al termine del campionato. Sempre alla guida della squadra partenopea, fu il primo allenatore italiano di Diego Armando Maradona. Personaggio schivo e mai polemico, non riuscì a ottenere alla guida della Juventus risultati degni di nota, anche perché la formazione che gli venne affidata era ormai al termine del ciclo legato a Michel Platini. La disastrosa retrocessione in Serie B con il Lecce, nel 1994, pose di fatto fine alla sua carriera da allenatore. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 2 - Fiorentina: 1960-1961, 1965-1966 Campionato italiano di Serie B: 2 - Atalanta: 1958-1959 - Lazio: 1968-1969 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Fiorentina: 1960-1961 Coppa Mitropa: 1 - Fiorentina: 1966 Coppa delle Alpi: 1 - Lazio: 1971 -
Angelo Alessio - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
ANGELO ALESSIO A un clima di moderata soddisfazione per la ritrovata vittoria esterna – scrive Federica Bosco su “Hurrà Juventus” del gennaio 1988 –, ottenuta in terra toscana, si contrappone un senso d’incredulità e di sgomento per l’evolversi del caso Sanguin; un «petardo» che è scoppiato sul campionato italiano riportando alla luce antichi dibattiti sulla validità del regolamento tutt’ora vigente. In questa altalena di eventi che condizionano il gioco pur estraniandosi dalla sua originaria natura, si può scorgere una ricerca compatta e uniforme del significato vero del campionato: ossia una risposta concreta allo strapotere del Napoli. Nel fervido sincronismo degli eventi e necessario, dunque, porre in rilievo le nuove realtà italiane della domenica calcistica, sia per allentare la tensione che va ad accumularsi in maniera eccessiva, che per dare una valvola di sfogo e di sicurezza alla credibilità del nostro calcio in proiezione futura. Ecco dunque comprensibile il desiderio di mettere in primo piano i nomi e i volti di coloro che faranno il calcio di domani, per dare una garanzia di continuità e di successo agli individui che oggi nutrono un certo scetticismo sulla qualità dei campioni nostrani. Proprio alla luce di questa realtà è perciò affascinante conoscere il percorso compiuto da un ragazzo del sud per arrivare a essere una scoperta prima, e una conferma poi del calcio italiano... Da Avellino a Torino, cosa è cambiato nella tua vita professionale e privata? «Nella sfera personale non ho avvertito alcun mutamento sostanziale; credo di essere riuscito a mantenere intatto il mio carattere, nonostante alcune circostanze avessero un potenziale in grado di turbare il mio modo di vivere. In relazione all’attività lavorativa, invece, ho riscontrato una diversa mole di responsabilità; infatti in Campania si lottava per non retrocedere, per cui il dovere di ogni calciatore si esauriva nel momento che si realizzava la salvezza della squadra. Nella Juventus gli obiettivi da raggiungere sono molteplici, quindi la tensione agonistica è un fattore costante nell’intero arco della stagione». Ognuno di noi quando si allontana dalla propria terra porta nel cuore un particolare; tu cosa rimpiangi del tuo paesino? «Ricordo con affetto e un pizzico di nostalgia gli abitanti di Pestum, il luogo natale a pochi chilometri da Salerno, che mi sono sempre stati vicini con immenso calore. La stessa cordialità e disponibilità mi è stata offerta da Avellino; anche nel capoluogo irpino ho avuto modo di apprezzare lo sforzo della gente per alleviare il vuoto lasciato dalla lontananza, nel mio caso relativa, della famiglia. A questo proposito voglio sottolineare come sia vantaggioso l’essere vicino casa per un ragazzo che svolge la professione di calciatore, la tranquillità che solo l’atmosfera famigliare riesce a dare è determinante per riuscire ad affermarsi». Com’è sbocciata in te la passione calcistica? «Non ricordo con precisione la circostanza che mi ha fatto conoscere questo sport; sin da bambino infatti guardavo con entusiasmo le partite di pallone alla televisione e apprezzavo in maniera particolare Gigi Riva. Perciò per imitare il mio campione mi dilettavo prima con i miei fratelli, e poi nella squadretta del paese; fino ad arrivare, dopo diversi anni di gavetta, al palcoscenico più ambito da un calciatore: la serie “A”». Chi è stato il tuo talent-scout? «Nel mio trascorso calcistico c’è un uomo a cui devo tutto; un personaggio che, nonostante una menomazione fisica, ha saputo infondermi la voglia e il coraggio di tentare per arrivare fino in vetta. E oggi che ho raggiunto l’apoteosi del calcio non posso che ricordare Salvatore Apadula con grande affetto e gratitudine». Quando hai saputo che saresti arrivato alla Juventus? «Sono venuto a conoscenza dell’intenzione della società di cedermi alla squadra bianconera solo al termine della stagione scorsa; quindi nel mese di giugno sono venuto a Torino e ho concretizzato quanto si ventilava in precedenza». Com’è stato l’impatto con la società bianconera? «Negli anni passati avevo avuto modo di sentir parlare di stile Juventus, ma poiché la mia conoscenza era occasionale e superficiale ero piuttosto scettico su ciò che si asseriva negli ambienti calcistici. Oggi le circostanze mi hanno portato proprio alla squadra zebrata e non posso che dare atto a quanto si sosteneva; infatti la grandezza della Juventus deriva proprio dalla sua abilita di curare ogni dettaglio nei minimi particolari, nulla viene tralasciato. Quindi è comprensibile il perché di tanti successi: alle spalle di una rosa di campioni, c’è un organico che sa programmare con parsimoniosa cura ogni più piccola contingenza». Che rapporto si è instaurato coi compagni di squadra? «Anche tra i colleghi ho riscontrato molta disponibilità, non esiste rivalità tra i ragazzi; e di conseguenza il rendimento della squadra trae giovamento da questa favorevole circostanza. Io stesso ho legato con tutti gli atleti, dunque non posso che essere soddisfatto del mio repentino inserimento». C’è qualche giocatore che più di ogni altro ti ha aiutato a superare la fase d’ambientamento? «A questo proposito vorrei ringraziare Sergio Brio, un personaggio grandissimo anche sotto il profilo umano, che ha saputo mettermi in rilievo la reale dimensione della Juventus». Non hai avvertito inizialmente un certo timore reverenziale nei confronti dei grandi campioni che indossano la maglia bianconera? «Di primo acchito mi ha assalito la paura di non riuscire a reggere il paragone con giocatori dal calibro di Cabrini e Scirea, due atleti con un bagaglio di esperienze da far impallidire chiunque. Fortunatamente la sensazione suddetta è svanita in modo fulmineo non appena ho avuto la possibilità di conoscere i compagni, ragazzi eccezionali che mi hanno accolto con entusiasmo». Nella Juventus sei stato impiegato in diversi ruoli a seconda delle esigenze della società; ma qual è la tua posizione idonea sul campo? «Ad Avellino svolgevo il compito di seconda punta; a Torino, per ora, ho riscoperto diverse mansioni, ma ciò non mi crea dei turbamenti in quanto nel calcio conta poter esprimere le proprie capacita. Inoltre il mio gioco è piuttosto duttile, per cui non ho avuto difficoltà di adattamento; in seguito avrò modo di trovare una collocazione definitiva». Hai sostituito per diverse domeniche l’infortunato Mauro e hai ricoperto il ruolo con autorevolezza; non pensi di meritare il posto da titolare? «Nel momento in cui ho firmato il contratto con la Juventus ero consapevole del compito marginale che avrei dovuto recitare nella squadra! Ero a conoscenza del fatto che avrei dovuto andare in panchina per essere utilizzato solo nel momento in cui le circostanze lo rendevano necessario. Inoltre l’infortunio di un collega non è mai la condizione più idonea per conquistare uno spazio in squadra, anche se i complimenti che mi sono stati rivolti mi lusingano. Ora Massimo ha recuperato per cui, se io dovessi ritornare tra le riserve, non farei alcuna opposizione». Dopo le brillanti prestazioni con la Nazionale Olimpica non hai fatto un pensierino alla squadra di Vicini? «Attualmente dedico le mie forze alla causa bianconera; quindi gli allenatori che selezionano i giocatori in prospettiva d’Italia ‘90 potranno giudicare le mie prestazioni e decidere di conseguenza nel modo più idoneo. Il sogno di ogni giovane calciatore è di poter indossare la maglia azzurra; personalmente non mi discosto da questa linea, per cui ho sempre un occhio di riguardo per la casacca italiana, nella speranza di poter realizzare, un giorno non troppo lontano, il mio desiderio». Cosa diresti al tecnico azzurro per convincerlo a inserirti nei quadri della Nazionale? «In questa circostanza non penso che le parole possano servire, occorre dimostrare sul campo il proprio valore per catturare l’attenzione del C. T. azzurro». Cosa rappresenta per te il calcio? «Per il sottoscritto il gioco del pallone esorbita dal significato originario di divertimento e salute. La disciplina sportiva ha assunto le dimensioni di un lavoro, perciò non posso che rispettare l’ambiente per quante soddisfazioni riesce a offrirmi e per il compenso materiale che scaturisce dalla mia professione». Hai riscontrato delle differenze nel modo d’interpretare il gioco del pallone nel sud e nella città da sempre capitale del calcio italiano? «In relazione all’attività praticata sul campo posso dire che c’è una certa uniformità; il campionato si è equilibrato interessando non solo le metropoli del nord, ma anche i grossi agglomerati del meridione. Esiste invece un baratro a livello di risorse: scarse nei piccoli centri d’Italia insulare e nel mezzogiorno, e più prosperose nel settentrione. Tutto ciò contribuisce a dare un’ottica diversa di questo sport in centri come Avellino dove il calcio rappresenta l’unico divertimento della gente». I tifosi bianconeri sono conosciuti per il loro atteggiamento freddo e distaccato; hai riscontrato effettivamente un’aria poco calorosa nei vostri confronti? «Non concordo pienamente con quanto viene attribuito al pubblico della Juventus, infatti penso che l’appellativo suddetto scaturisca da un senso di superiorità che è tipico di coloro che conoscono il sapore della vittoria con una certa consuetudine. Inoltre non bisogna confondere il silenzio con l’indifferenza: mai la squadra è stata abbandonata dai suoi sostenitori, e la testimonianza deriva proprio dalla presenza massiccia di folla negli stadi ogni qual volta si esibiscono i giocatori Zebrati. Quindi tutto ciò è un segnale tangibile di affetto della gente nei nostri confronti; il desiderio di acclamare è poi un fattore soggettivo che nasce dalla smania di una persona di dar sfogo o meno ai suoi sentimenti». In quale circostanza ricordi che il pubblico sia stato particolarmente vicino alla squadra? «In questo scorcio di stagione posso citare la partita contro il Panathinaikos; dunque in situazioni non ottimali il tifo ci ha sorretto dimostrando attaccamento ai colori bianconeri». Parlaci un po’ della tua numerosa famiglia... «La caratteristica più evidente della mia simpatica tribù è la confusione che accomuna undici fratelli! Certamente non tutto è oro ciò che luccica: dietro a tanto divertimento si nascondono anche parecchi problemi che, fortunatamente, abbiamo sempre risolto con l’aiuto dei nostri genitori. Mamma e papà ci hanno dato la possibilità di studiare e di avere un’infanzia serena e spensierata; da parte nostra non possiamo che essere riconoscenti di tutto l’amore che ci ha trasmesso, e in ogni momento ricambiamo le loro premure con tanto affetto». La passione per il calcio ha contagiato solo te, oppure ha fatto altre vittime in casa Alessio? «Prima di me hanno tentato l’avventura sportiva altri due fratelli; ma non hanno creduto fino in fondo nelle loro possibilità e, alla prima situazione avversa, hanno gettato la spugna. Altri due più giovani non hanno proprio voluto conoscere il sapore del pallone, forse assuefatti dalla presenza di troppi calciatori in famiglia; quindi, per concludere la carrellata, il più piccolo gioca attualmente in una squadra interregionale per divertimento, senza prefiggersi particolari obiettivi». Tu hai anche delle sorelle, come vivono la realtà del fratello famoso? Sono tue tifose o per loro sei semplicemente Angelo? «Non mi vedono come un personaggio, ma s’interessano alla mia attività e sono orgogliose del fatto che gioco in serie “A”. Inoltre una di loro è titolare in una squadra di calcio femminile, e si destreggia, in questo campo, meglio di molti ragazzi». Sei fidanzato? «Sì». Come vi siete conosciuti? «Ho incontrato Patrizia ad Avellino, la sua citta; mi è stata presentata da un amico e, frequentandola, ho iniziato ad amarla. Il nostro rapporto ha incontrato alcune difficoltà poiché, nel capoluogo irpino, una cittadina di sessantamila abitanti, gli sguardi erano rivolti in particolare a noi calciatori; per cui ogni qual volta andavamo in un locale con le fidanzate, venivamo assaliti dall’abbraccio affettuoso della folla». Sono in vista i fiori d’arancio? «No... e per molti anni ancora!». Patrizia è una tua tifosa, segue il calcio? «La mia ragazza è sempre stata una sostenitrice della Juventus; perciò, dal momento che gioco nella sua squadra preferita, è doppiamente felice di seguire la mia carriera». Quali caratteristiche deve avere la tua donna ideale? «Non identifico il mio modello femminile in un nome o in un volto, ciò che è indispensabile in una ragazza che ha un rapporto con un atleta è la pazienza. Troppo spesso occorre rinunciare ai divertimenti, sostenere una relazione a parecchi chilometri di distanza e non poter aiutare la partner nei momenti di bisogno: fattori, questi, che accomunano la maggior parte dei calciatori; quindi è necessaria tanta comprensione per superare gli innumerevoli sacrifici». Preferisci le more o le bionde? «Senza ombra di dubbio la mia scelta ricade sulle ragazze dai capelli scuri!». Quali sono i tuoi hobbies? «Tra i miei interessi extra calcistici annovero la pesca, il cinema, il tennis e soprattutto la compagnia di un buon libro.». Come trascorri le tue giornate quando non sei impegnato con gli allenamenti e le partite? «Le mie conoscenze torinesi sono piuttosto circoscritte al benzinaio, al portiere e al barista sotto casa; perciò ho parecchie difficoltà a impegnare le ore libere. Quindi la mia routine è molto tenue: allenamento, televisione e ristorante…». Dicono che le responsabilità che gravano su un giovane atleta maturino anzitempo il ragazzo; ti senti più adulto rispetto ai tuoi coetanei? «Provengo da una famiglia numerosa, per cui ho dovuto affrontare i problemi della vita con un certo margine d’anticipo rispetto gli altri bambini; in seguito il calcio ha definitivamente levigato il mio carattere, creandomi una personalità quando ancora molti miei coscritti erano assolti da ogni compito gravoso». Quali programmi apprezzi maggiormente in televisione? «Mi piacciono i film, inoltre seguo con interesse le vicende che accadono nel mondo; quindi guardo con occhio attento il telegiornale e leggo i quotidiani per conoscere più dettagliatamente gli episodi di cronaca. Infine mi sono fatto una cultura economica, per poter tutelare adeguatamente i miei interessi». Cosa pensi dell’incontro tra Reagan e Gorbaciov che anima la politica internazionale? «La pace mondiale è un aspetto su cui vale la pena soffermarsi e riflettere; l’intenzione di ridurre le potenze missilistiche è un segnale tangibile che mette in luce un desiderio unanime di tranquillità. Perciò non posso che essere soddisfatto dello sforzo compiuto per tutelare il mondo intero dallo scoppio di un ordigno nucleare». Oggi il calcio è diventato spettacolo e come tale impone una figura di calciatore più aperta alla stampa e al pubblico; cosa pensi del duplice ruolo di atleta e show-man che vede impegnati molti tuoi colleghi in programmi televisivi? «Il giocatore moderno non fossilizza la sua mente sul rettangolo erboso; ma spazia in altri campi, si crea dei nuovi interessi. Perciò l’avere una seconda occupazione non è che la naturale conseguenza del fenomeno suddetto; e la professione televisiva non è estranea alla linea di concezione precedentemente enunciata, ma piuttosto deriva dal binomio che si è creato tra lo sport e lo spettacolo». Nel tuo caso è prematuro parlare di dopo calcio, però vorrei chiederti un parere su quello che sarà il vostro sport tra dieci anni. Pensi che nonostante gli allarmanti dati relativi a stadi meno affollati, l’amore che nutre il tifoso si conserverà intatto? «Negli ultimi campionati si è scorto un calo di gente piuttosto preoccupante; sicuramente l’allarme rientrerà tra due anni, quando l’Italia sarà sede dei campionati mondiali. In seguito è difficile prevedere quale presa avrà il nostro sport sul pubblico, molto dipenderà dall’esito dei prossimi impegni internazionali; se le aspettative non saranno deluse, penso che si verificherà un’inversione di tendenza col conseguente aumento di spettatori». Qual è il più grande desiderio che vorresti realizzare? «In campo professionale sogno una maglia azzurra; nella sfera privata vorrei trascorrere una vita tranquilla e spensierata... chiedo troppo?». Il nostro protagonista, interessante talento degli anni ‘80, rappresenta il prototipo che ogni ragazzo del sud, almeno una volta nella vita pensa di emulare. L’emigrazione è un fenomeno che ha fatto una parte della storia italiana e anche alle soglie del Duemila è piuttosto attuale; certo nel mondo dello sport è paradossale parlare di trasferimenti in termini tanto denigratori e restrittivi, in quanto tutto il sistema calcistico è improntato su un vagabondaggio degli atleti. Benché i compensi e l’attività stessa ci impongano una diversa angolazione al fenomeno, la realtà per le giovani promesse cela un distacco dall’ambiente familiare non sempre facile da assorbire. Dunque, in sintesi, occorre mettere in evidenza questo aspetto per comprendere non solo l’atleta, ma anche l’uomo, troppe volte trascurato per dar spazio al campione dei campi erbosi. Alessio, come prevedibile, trova difficoltà a inserirsi nella squadra juventina. «Ero un ragazzo, venivo dalla provincia di Salerno, l’unica esperienza l’avevo maturata ad Avellino. Se non avessi trovato Brio e gli altri anziani a darmi una mano, probabilmente non ce l’avrei fatta. Con Sergio ho diviso la camera durante i ritiri: i suoi consigli sono stati preziosi. Mi hanno aiutato a maturare in fretta». Grazie alla sua duttilità e alla predisposizione a giocare in qualsiasi zona del campo, Angelo rimane alla Juventus dal 1987 al 1992, salvo una piccola parentesi a Bologna, riuscendo a totalizzare 139 presenze e 21 gol, conditi con la conquista della Coppa Uefa e della Coppa Italia. «Un calciatore fa i bilanci. La Juve è una grande società. Potevo restare, ero sotto contratto. Però in certi casi prevalgono altre considerazioni: vivacchiare o trovare altrove motivazioni più serie? L’offerta del Bari mi fece uscire dal tunnel: città importante, società con voglia di riemergere, possibilità per me di non fare la comparsa e, ancora, avvicinamento a casa. Quest’ultimo particolare non è trascurabile: gli affetti sono una cosa seria. La Juve? Un’esperienza importante. La stagione più bella? Quella con Zoff. Arrivammo anche terzi in campionato. Zoff mi è rimasto nel cuore, è un grande allenatore. Non parla? E un freddo? Non comunica? Tutte balle. Semmai parla poco. È uno di quegli uomini che non si sprecano in chiacchiere. Dice le cose giuste, essenziali. Quando lo conosci a fondo, apprezzi l’uomo. Un uomo severo, ma profondamente buono». SIMONE LO GIUDICE, DA ILPOSTICIPO.IT DEL 7 MAGGIO 2021 Capaccio Paestum, il Tirreno che fa rumore e oltre quella distesa azzurra un mito sardo e lontano: Gigi Riva. Storie di Anni ‘70 in Campania tra sogni, palloni che rotolano sulla spiaggia e impronte lasciate sulla sabbia, segno della fatica e della passione. Angelo Alessio ha cominciato giocando coi suoi fratelli, poi è arrivata la chiamata dell’Avellino: una finestra sulla Serie A, prima del grande salto a Torino sponda Juve. Proprio lì, dove nel 1991 è arrivato un altro ragazzo del sud, Antonio Conte da Lecce, che con Angelo Alessio ha condiviso subito il campo e vent’anni dopo la panchina. Con loro è rinato il mito Juve dopo gli anni amari di Calciopoli e sono ritornati a Torino gli scudetti, tre di fila prima dell’addio improvviso nell’estate 2014. Sono passati sette anni da allora e oggi Angelo corre da solo, ma non dimentica ciò che è stato. E dopo quella Juve è pronto a vivere una nuova grande avventura. Angelo, la sua ultima esperienza è stata in Scozia al Kilmarnock: come è andata? «La considero una buona esperienza, anche se sono stato esonerato da quinto in classifica. Eravamo terzi a ottobre, avevo ricevuto anche il premio come migliore allenatore del mese, poi a metà dicembre dopo due sconfitte mi hanno esonerato. Con lo stupore dei tifosi che oggi mi mandano ancora messaggi di stima. Hanno chiuso all’ottavo posto, poi il campionato è stato sospeso quando è scoppiato il Covid, non si sono giocati i playout. Quest’anno sono partiti male e sono penultimi. Non ho accettato come è finita. Avevo portato con me anche due ragazzi della Juve. Mi hanno mandato via prima della finestra di mercato. Dopo il mio esonero la squadra è stata affidata al secondo Alex Dyer con Massimo Donati vice, ma i risultati sono stati deludenti». L’esperienza con Conte al Chelsea l’ha spinta a riscegliere il nord d’Europa? C’è qualcosa che dobbiamo imparare da loro? «Sì, anche se il campionato scozzese è tutta un’altra storia. Soltanto Celtic e Rangers hanno potenza economica e 60mila spettatori. Gli altri club raccolgono le briciole. Ricordo la grande disponibilità dei calciatori e il loro spirito. È un calcio verticale, che si appoggia alla prima punta, molto alta di solito: così giocano quasi tutti, a parte Celtic e Rangers che hanno calciatori importanti. Ci sono spizzate e sportellate alla vecchia maniera. Non si sentono mai vinti, lottano fino alla fine, hanno uno spirito battagliero. L’intensità del gioco è alta, anche perché gli arbitri fischiano poco. Kilmarnock fa 45mila abitanti, è una città tranquilla. Mi fa molto piacere aver lasciato un buon ricordo». Lei da ragazzo è cresciuto in Campania: quale è stato il suo percorso nel calcio? Aveva un mito da ragazzo? «Sono cresciuto nella squadra del mio paese, il Poseidon, a Capaccio Paestum. A 17 anni sono passato al Solofra: due osservatori mi hanno visto e mi hanno portato all’Avellino che in quegli anni giocava in Serie A. Il mio mito era Gigi Riva, sono cresciuto con le sue prodezze. Mi sono avvicinato al calcio così, giocavo coi miei fratelli. Sono nato attaccante. Dopo il primo anno alla Juve è iniziata la mia metamorfosi: ho cominciato a giocare sulla fascia. Sono andato in prestito al Bologna. Quando sono tornato a Torino ho fatto l’ala destra e il centrocampista. Sono arrivato nella stagione ‘87-88, la prima senza Platini. Rino Marchesi in panchina, Ian Rush e Michael Laudrup in campo. Poi sono andato via in prestito, quando sono tornato c’era Zoff allenatore. Quell’anno arrivarono Casiraghi e Schillaci, il russo Aleinikov. Dopo l’addio di Platini erano venute fuori Napoli, Milan e Inter. Siamo riusciti a ritagliarci uno spazio importante nel ‘90: arrivammo terzi in campionato e vincemmo la Coppa Uefa e la Coppa Italia». Lei è stato allenato da Trapattoni alla Juve: ha qualche aneddoto? «Il Trap viveva il calcio a 360°, studiava tantissimo. Poi aveva sempre la battuta pronta, a volte raccontava barzellette. È stato il mio quarto e ultimo allenatore alla Juve. L’anno prima del Trap avevo avuto Gigi Maifredi: con lui in panchina non siamo riusciti a qualificarci alle coppe, nonostante l’arrivo di tanti nuovi giocatori tra cui Roberto Baggio. È stato un anno difficile». Nel ‘91 alla Juventus è arrivato anche Antonio Conte: quale era la sua qualità migliore? «Era arrivato a novembre, c’era Trapattoni in panchina. Antonio era un giovane che si affacciava per la prima volta su un nuovo palcoscenico importante, si calò subito nella parte. Conte è stato sempre un ragazzo sveglio, recettivo, con voglia di fare e di imparare». Nel ‘92 lei ha lasciato la Juve: che cosa ricorda degli anni successivi? «Andai a Bari nello scambio con David Platt che passò alla Juve. Era una piazza importante. Speravamo di ritornare subito in A, ma così non è stato: ci siamo riusciti al secondo anno. Ho raggiunto il mio apice da calciatore a Torino sotto la guida di Zoff con cui vincemmo a sorpresa. Non avevamo una squadra di grossi nomi, ma si crearono un’alchimia e un’unione che ci portarono a risultati straordinari. Il calcio italiano era dominato dal Napoli di Maradona, dal Milan di Rijkaard, Gullit e van Basten, poi c’era l’Inter di Trapattoni che vinse lo scudetto nell’89». Quale è stato l’avversario più tosto che ha affrontato? «Diego, i campioni del Milan, Matthäus dell’Inter: ogni squadra aveva i suoi stranieri ed erano quasi tutti calciatori di alto livello. Negli Anni ‘80 in Italia si giocava un bel calcio. Ho un bellissimo ricordo. Oggi tante squadre sono gestite da stranieri, allora c’erano presidenti italiani che erano prima tifosi e poi proprietari. Oggi sono coinvolti gruppi e fondi d’investimento: è totalmente diverso. Per giocarsela nel calcio di oggi bisogna fare le cose con programmazione e stare molto attenti ai conti. Alcune società sono anche quotate in Borsa». Come è nato nel 2010 il suo rapporto professionale con Conte? C’è qualcosa che vi accomuna? «Siamo sempre rimasti in contatto, a Torino abbiamo amici in comune. L’ho incontrato l’anno in cui si è dimesso dall’Atalanta. Facemmo una chiacchierata e Antonio mi chiese se volevo seguirlo nella sua prossima avventura: ho accettato. Poi venne fuori il Siena e firmammo. Così è cominciato il nostro percorso insieme. È nato tutto un po’ per caso. Abbiamo due caratteri diversi: Conte ha un carattere forte, è energico, io sono più riflessivo. Siamo accomunati dalla stessa sensibilità nel capire certe situazioni. So cosa pensa Antonio quando non parla e viceversa». Avete ereditato la Juve dei settimi posti: quanto è stato difficile tornare a vincere? «Abbiamo trovato una Juve fatta di uomini importanti. Antonio è stato bravo a formare quella squadra prendendo anche decisioni difficili. Scelse il gruppo su cui puntare. Arrivarono giocatori come Vidal e Pirlo. C’era una base forte, andava solo valorizzata. I calciatori avevano bisogno di una scintilla e di un allenatore come Conte che riuscisse a prenderli per mano e a fargli disputare una grande stagione». Quale è stato il momento più difficile delle vostre tre stagioni alla Juve? «Nel 2014 quando abbiamo perso l’opportunità di giocare la finale di Europa League che si sarebbe giocata a Torino. Abbiamo pareggiato in casa col Benfica e siamo stati eliminati. Eravamo scesi in campo con tante aspettative, ma non siamo riusciti a centrare l’obiettivo. Quella sconfitta ha pesato. Però avevamo fatto registrare il record dei 102 punti in Serie A e avevamo vinto la Supercoppa italiana. C’era stata una crescita esponenziale. Lì è stata costruita la base per gli anni successivi con Allegri in panchina: quelli delle due finali Champions e delle altre vittorie in campionato e nelle coppe nazionali». Nell’estate 2014 avete detto addio alla Juve e siete andati in Nazionale. «Non pensavamo di andare via da Torino. La Juve è il massimo per ogni calciatore, allenatore e collaboratore. È successo tutto velocemente. Avevamo iniziato il ritiro con la Juve, dopo due giorni andammo via per divergenza di vedute tra Antonio e la società. Poi firmammo con la Nazionale. Con l’Italia abbiamo fatto un percorso importante. È una realtà diversa rispetto a quella del club. Ci incontravamo una volta al mese, era difficile organizzare dei raduni. Però era qualcosa che Antonio aveva deciso di fare. Abbiamo preparato bene l’Europeo, abbiamo disputato un ottimo torneo in Francia al di là del valore effettivo della squadra. Siamo usciti contro la Germania». È più difficile lavorare con Agnelli o con Abramovich? «Siamo stati bene con entrambi. Agnelli era quasi sempre con noi, Abramovich lo abbiamo visto poco. Andrea ricorda i presidenti degli Anni ‘80 perché vive il calcio a 360°, vuole vincere sempre, trasmette grande carica a tutti. La sua presenza è importantissima per questa società, spero che sia così anche in futuro». Angelo, che cosa si augura per il futuro? «Quest’anno sarei potuto andare all’estero, ma per via del Covid e della quarantena è diventato tutto complicato. Vorrei avere un’opportunità qui in Italia. So che è difficile. Comunque potrei anche ritornare fuori: ho imparato un po’ d’inglese, mi consente di poter partire di nuovo». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/angelo-alessio.html -
Angelo Alessio - Calciatore E Allenatore
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ANGELO ALESSIO https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Alessio Nazione: Italia Luogo di nascita: Capaccio (Salerno) Data di nascita: 29.04.1965 Ruolo: Centrocampista Altezza: 181 cm Peso: 74 kg Nazionale Italia Olimpica Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1988 e dal 1989 al 1992 Esordio: 23.08.1987 - Coppa Italia - Lecce-Juventus 0-3 Ultima partita: 24.05.1992 - Serie A - Verona-Juventus 3-3 142 presenze - 21 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Allenatore in seconda della Juventus dal 2011 al 2014 Angelo Alessio (Capaccio, 29 aprile 1965) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Angelo Alessio Alessio nel 2012 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1998 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Solofra Squadre di club 1984-1987 Avellino 48 (7) 1987-1988 Juventus 42 (6) 1988-1989 → Bologna 29 (4) 1989-1992 Juventus 100 (15) 1992-1995 Bari 77 (12) 1995-1997 Cosenza 57 (15) 1997 Avellino 5 (1) 1997-1998 Modena 18 (1) Nazionale 1987 Italia olimpica 5 (1) Carriera da allenatore 1998-2001 Napoli Giovanili 2002 Napoli Coll. tecnico 2003 Napoli Vice/Coll.tecnico 2004-2005 Imolese 2006-2007 Massese 2008 SPAL 2010-2011 Siena Vice 2011-2014 Juventus Vice 2014-2016 Italia Assistente 2016-2018 Chelsea Vice 2019 Kilmarnock 2021 Esteghlal Assistente 2021-2022 Persija Caratteristiche tecniche Era un centrocampista duttile che poteva giocare in qualsiasi zona del campo, come ad esempio nel ruolo di seconda punta. Carriera Giocatore Alessio all'Avellino nella stagione 1986-1987 Dopo aver iniziato nelle giovanili del Gromola (Capaccio) e nel Solofra, esordisce tra i professionisti in Serie A, con l'Avellino, nel 1984, con cui vince il Torneo Estivo del 1986 segnando 6 gol (doppietta in finale a Benevento del 19 giugno 1986, il primo gol e il terzo, quello decisivo nella sfida col Bari) che gli fruttano il titolo di vicecapocannoniere della manifestazione. Dopo tre stagioni in biancoverde va alla Juventus, acquistato per 5 miliardi di lire. Veste la casacca bianconera dal 1987 (anno in cui entra nel giro della Nazionale B) al 1992, con la parentesi di un anno in prestito al Bologna dove è autore di una doppietta alla Juventus il 6 novembre 1988, nella sconfitta interna 4-3, quinta giornata d'andata; e della rete vincente in Bologna-Pescara (1-0) che sancisce la salvezza dei felsinei. Alessio alla Juventus nella stagione 1990-1991 Dopo l'esperienza bianconera veste le maglie di Bari (Serie A), Cosenza (Serie B). Nel 1997 torna all'Avellino in Serie C1; qui segna il gol vittoria in rimonta, contro il Palermo, allo stadio Partenio, dopo essere già andato a rete nel turno casalingo del girone eliminatorio della Coppa Italia di Serie C. Chiude la carriera a Modena, sempre in Serie C1, firmando un gol in 18 gare di campionato. Allenatore Intraprende la carriera di allenatore al Napoli prima come allenatore delle giovanili, poi dal 14 giugno 2002 collaboratore di Franco Colomba e vice di Andrea Agostinelli e Sergio Buso. Il 21 luglio 2004 diventa tecnico dell'Imolese, dal 22 marzo 2006 allena la Massese, dove porta la squadra alla retrocessione in Serie C2. Il 27 giugno 2007 lascia il club, in quanto la società non lo riconferma. Il 25 febbraio 2008 firma per la SPAL, in serie C2, di cui diventa terzo allenatore in quella stagione. Allenandola dalle ultime nove giornate di campionato: la porta al quarto posto al termine della stagione regolare in Serie C2, piazzamento che vale un posto ai play-off, senza essere riconfermato la stagione successiva. Dal 25 maggio 2010 è allenatore in seconda del Siena, nello staff di Antonio Conte, che seguirà come vice alla Juventus la stagione successiva. Dopo fine squalifica per calcioscommesse, e persistendo quella di Conte, dal 20 ottobre 2012 siede sulla panchina bianconera prendendo il posto di Massimo Carrera, che li aveva sostituiti entrambi fino a quel momento. A causa delle dimissioni di Conte dalla Juventus, il 16 luglio 2014 Alessio è esonerato insieme allo staff e il 19 agosto, con la firma di Conte come commissario tecnico della Nazionale A, entra a far parte dello staff azzurro in qualità di assistente. Il 14 luglio 2016 segue Antonio Conte al Chelsea, divenendo allenatore in seconda. Terminata l’esperienza inglese nell’estate del 2018, il 4 gennaio 2019 Alessio a Sportitalia annuncia la separazione da Conte per intraprendere un percorso in autonomia. Il 16 giugno 2019 viene annunciato come nuovo allenatore della squadra scozzese del Kilmarnock con cui firma un contratto triennale. Viene esonerato il 17 dicembre, con un bilancio di 6 vittorie, 5 pareggi e 7 sconfitte in 18 partite. Il 19 maggio 2021 viene annunciato il suo prossimo ingaggio sulla panchina della squadra iraniana dell'Esteghlal Cultural and Athletic Club, ufficialmente come assistente tecnico dell'allenatore Farhad Majidi dato che nel paese mediorientale vige una nuova normativa che vieta l'assunzione di allenatori stranieri. Dopo venti giorni viene però ufficializzato come nuovo tecnico del Persija, in Indonesia. Calcioscommesse Il 26 luglio 2012 è deferito dalla Procura federale della FIGC nell'ambito dell'inchiesta sportiva sul calcioscommesse, con l'accusa di omessa denuncia in relazione alle partite Novara-Siena 2-2 e AlbinoLeffe-Siena 1-0 del campionato di Serie B 2010-11. Il 1º agosto la Commissione Disciplinare respinge l'istanza di patteggiamento a 2 mesi e 60 000 euro concordata tra il procuratore Palazzi e i suoi legali. Caduta ogni possibilità di un nuovo accordo tra le parti, il giorno successivo è resa nota la richiesta di 1 anno e 3 mesi di squalifica da parte della Procura federale. Il 10 agosto in primo grado la Disciplinare lo squalifica per 8 mesi, mentre il 22 agosto in secondo grado la squalifica gli è ridotta a 6 mesi. Il 12 ottobre il TNAS riduce la squalifica di Alessio a 2 mesi, che ha visto la scadenza il 15 ottobre. Il 9 febbraio 2015 la Procura di Cremona termina le indagini e formula per lui e altri indagati le accuse di associazione a delinquere e frode sportiva. Nonostante la richiesta di 4 mesi di reclusione con pena sospesa da parte dell'accusa, il 16 maggio 2016 viene assolto con rito abbreviato insieme ad Antonio Conte. Palmarès Alessio festeggia il double continentale juventino della stagione 1989-1990 Giocatore Club Competizioni nazionali Torneo Estivo del 1986: 1 - Avellino: 1986 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 -
IGOR DE CAMARGO https://it.wikipedia.org/wiki/Igor_de_Camargo Nazione: Belgio Luogo di nascita: Porto Feliz (Brasile) Data di nascita: 12.05.1983 Ruolo: Attaccante Altezza: 187 cm Peso: 75 kg Nazionale Belga Soprannome: - Alla Juventus dal 2007 al 2008 Esordio: 07.09.2007 - Amichevole - Real Saragozza-Juventus 2-1 0 presenze - 0 reti Igor Albert Rinck de Camargo, noto semplicemente come Igor de Camargo (Porto Feliz, 12 maggio 1983), è un calciatore brasiliano naturalizzato belga, attaccante del RWD Molenbeek. Igor de Camargo De Camargo nel 2011 Nazionalità Belgio Altezza 187 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Attaccante Squadra RWD Molenbeek Carriera Squadre di club 2000-2003 Genk 57 (10) 2003-2004 → Heusden-Zolder 27 (16) 2004-2005 Genk 15 (1) 2005-2006 Brussels 28 (14) 2006-2010 Standard Liegi 114 (32) 2010-2013 Borussia M'gladbach 58 (14) 2013 → Hoffenheim 8 (1) 2013-2015 Standard Liegi 48 (13) 2015-2016 Genk 23 (6) 2016-2018 APOEL 40 (20) 2018-2022 Malines 89 (32) 2022- RWD Molenbeek 1 (0) Nazionale 2009-2012 Belgio 9 (0) Carriera Club Seppur di origine brasiliana, de Camargo ha quasi sempre militato nel campionato belga, dove ha cominciato a giocare all'età di 17 anni. È il 2000 infatti quando viene acquistato dal Genk. Nel 2003 passa in prestito allo Heusden-Zolder, per poi tornare al Genk l'anno successivo. A metà stagione 2004-2005 viene ceduto al F.C. Brussels. Nel 2006 viene poi tesserato dallo Standard Liegi, squadra con cui si afferma e guadagna, nel 2009, le sue prime convocazioni con la maglia della Nazionale belga. Sempre con i valloni vince due titoli, gli unici del suo palmarès. Nella stagione 2009-2010 prende parte a tutte le gare ufficiali della sua squadra tranne una, riuscendo a segnare 7 gol. Nell'estate del 2010, sebbene avesse un contratto che lo legava allo Standard fino a giugno 2013, si accasa al Borussia Mönchengladbach, storico club tedesco appena risalito in Bundesliga. Segna un gol il 22 maggio 2011 al 93' che regala la permanenza in prima serie ai bianconeri (terzultimi classificati) in occasione dello spareggio con il Bochum, terzo classificato in 2. Bundesliga. Passa la seconda parte della Bundesliga 2012-2013 in prestito all'Hoffenheim e poi nel luglio 2013 il giocatore passa allo Standard Liegi, firmando un contratto triennale con opzione per un altro. Per De Camargo si tratta di un ritorno, perché ha già giocato in precedenza con questa maglia. Il 23 giugno 2015 fa ritorno al Genk. Nazionale Debutta in Nazionale maggiore belga nel febbraio 2009, in occasione della gara contro la Slovenia. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato belga: 2 - Standard Liegi: 2007-2008, 2008-2009 Campionato cipriota: 2 - APOEL Nicosia: 2016-2017, 2017-2018
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JOEL UNTERSEE https://it.wikipedia.org/wiki/Joel_Untersee Nazione: Sudafrica Svizzera Luogo di nascita: Johannesburg Data di nascita: 11.02.1994 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 74 kg Nazionale Svizzero Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 2011 al 2014 e dal 2016 al 2018 Esordio: 17.07.2012 - Amichevole - Aygreville-Juventus 1-7 Ultima partita: 07.08.2016 - Amichevole - West Ham-Juventus 2-3 0 presenze - 0 reti Joel Untersee (Johannesburg, 11 febbraio 1994) è un ex calciatore sudafricano con cittadinanza svizzera, di ruolo difensore. Joel Untersee Nazionalità Sudafrica Svizzera (dal 2009) Altezza 181 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 23 luglio 2021 Carriera Giovanili Aadorf Winterthur Zurigo 2010-2013 Juventus Squadre di club 2014-2016 → Vaduz 57 (0) 2016-2017 → Brescia 39 (0) 2017-2019 Empoli 18 (0) 2019 → Zurigo 8 (0) 2020 Lugano 1 (0) 2021 HJK 0 (0) Nazionale 2009 Svizzera U-15 4 (1) 2009-2010 Svizzera U-16 9 (0) 2010-2011 Svizzera U-17 11 (1) 2011-2012 Svizzera U-18 4 (0) 2012-2013 Svizzera U-19 4 (0) 2013 Svizzera U-20 7 (0) 2014-2016 Svizzera U-21 2 (0) Caratteristiche tecniche È un terzino destro, dotato di buona velocità, inoltre può giocare all'occorrenza anche come esterno di centrocampo sulla fascia destra. Carriera Club Giovanili Nato a Johannesburg, in Sudafrica, si trasferì in Svizzera in età giovanissima e scelse da subito di optare per la nazionalità elvetica. Entrò a far parte delle giovanili dello Zurigo nel 2010, prima di essere acquistato dalla Juventus ad ottobre dello stesso anno. Vaduz Il 1º gennaio 2014 viene ceduto in prestito ai liechtensteinesi del Vaduz, militanti nella seconda divisione svizzera, per sei mesi. Debutta quindi da professionista il 3 febbraio nel match vinto 2-0 contro il Lugano. Segna la sua prima rete nella semifinale di Coppa del Liechtenstein 2013-2014, vinta 8-0 contro il Ruggell. Il prestito viene rinnovato per le successive due stagioni. Nei tre anni in prestito, il calciatore vince 3 Coppe del Liechtenstein e una Challenge League. Juventus e il prestito al Brescia Il 1º luglio 2016, alla scadenza del prestito, fa ritorno alla Juventus dove svolge la preparazione precampionato con la prima squadra, partecipando alle amichevoli estive pur rimanendo fuori dai piani di Massimiliano Allegri. Il 31 agosto viene ceduto in prestito al Brescia. Nazionale Compie tutta la trafila delle nazionali giovanili elvetiche militando nell'Under-15 sino a giocare nell'Under-21 svizzera. In possesso del doppio passaporto, tuttavia nel marzo 2018 dopo un colloquio con il CT. dei Bafana Bafana Stuart Baxter, sceglie di optare per il paese di origine ovvero di rappresentare il Sudafrica. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa del Liechtenstein: 3 - Vaduz: 2013-2014, 2014-2015, 2015-2016 Challenge League: 1 - Vaduz: 2013-2014 Campionato italiano di Serie B: 1 - Empoli: 2017-2018 Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 2012 Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 2012-2013
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ORLANDO URBANO MAURIZIO TERNAVASO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 2004 «Ho uno stimolo in più, per arrivare il più in alto possibile nel mondo del calcio: vorrei dare ai miei genitori, in particolare a mio padre che dalla nascita convive con un problema fisico, tutte le soddisfazioni che lui avrebbe dato a noi, se solo avesse potuto». Orlando è un ragazzo posato e sensibile, oltre che un tipo che sa il fatto suo, sicuro in campo come nella vita di tutti i giorni. «Sono nato in un paese sulle colline di Caserta nel giugno del 1984, ho una sorella e un fratellino di soli cinque anni che è la mia mascotte. Papà ha una piccola azienda, la mamma fa la casalinga e gli dà una mano in ufficio». Gli inizi calcistici sono andati di pari passo con l’attività di allenatore dello zio. «L’ho seguito in ogni società dei dintorni nella quale di volta in volta ha prestato la sua opera, e sicuramente gli devo moltissimo». A 14 anni, dopo diversi provini e qualche torneo disputato in prestito con la maglia bianconera, il sogno si è realizzato. »Sono arrivato a Torino grazie all’interessamento di Ceravolo, e nel capoluogo subalpino, in questi sei anni, ho vinto tantissimo». Per comodità, riassumiamo noi il suo palmarés: fase finale del campionato Giovanissimi Professionisti all’esordio, semifinale nel campionato italiano Allievi, scudetto con la Berretti, due tornei di Viareggio consecutivi. E quest’anno la Primavera è ancora in piena lotta per lo scudetto di categoria... «Certo, gli inizi non sono stati facili: ritrovarsi da soli a mille chilometri da casa non è una cosa semplicissima: per fortuna la società e i compagni mi sono sempre stati vicini. Adesso vivo in un appartamento dalle parti dello stadio Comunale e frequento la facoltà di scienze motorie dopo aver conseguito regolarmente la maturità: lo faccio con il massimo scrupolo, è sempre meglio avere un paracadute nel caso le cose non girassero al meglio». Al di fuori del rettangolo di gioco, Orlando è un ragazzo come molti altri. «Non voglio trascurare nulla, non penso soltanto al calcio, cerco di dare il giusto valore alle cose di tutti i giorni. Appena posso torno a casa dai miei, qualche volta la società e il mister mi concedono un giorno di permesso supplementare proprio in considerazione della distanza da Caserta. I miei hobby? Lo sport in genere, in particolare il beach volley e il nuoto da praticare, e tutti gli altri da seguire in televisione e sui giornali». Come raccontano i compagni, la grinta e la generosità non gli mancano: Orlando è uomo da spogliatoio che sa spronare i compagni nei momenti difficili e che si fa in quattro quando qualcuno di loro gli chiede una mano. Urbano e i suoi idoli calcistici, Urbano e le sue caratteristiche migliori. «Mi piacciono, mi ispiro e sogno di emulare almeno in parte i miei conterranei Ferrara e Cannavaro e un campione come Maldini. Per quanto mi riguarda, mi sento particolarmente a mio agio al centro della difesa, ma quando si gioca a tre posso giostrare senza problemi pure come laterale. Calcio indifferentemente con entrambi i piedi, anche se sono un destro naturale, ho una buona elevazione, una discreta tecnica e non mi fa difetto la grinta. L’esperienza mi aiuterà a far mie tutte quelle malizie che servono a fare di un giovane un calciatore vero». Orlando, che vanta diverse presenze nelle nazionali giovanili, ha già al suo attivo qualche convocazione con la prima squadra. «Ho indossato la maglia azzurra delle rappresentative under 15, under 16 e under 17. Il brutto incidente alla caviglia di due stagioni fa ha momentaneamente interrotto un rapporto con la nazionale che spero di riprendere al più presto. Con Lippi invece ho sostenuto diversi allenamenti, e in occasione della finale di coppa Italia con la Lazio sono andato in panchina». Nella stagione in corso il difensore campano, assistito dalla Gea di Alessandro Moggi, ha messo in mostra una continuità non indifferente. «All’inizio dello scorso campionato ho fatto un po’ di panchina, mentre nelle fasi finali ho sempre bollato la cartolina; al Viareggio, invece, qualche volta ho lasciato spazio a Cassani e Piccolo, i prestiti che la Juve si era assicurata solo per il passato torneo. Quest’anno spero di aver ricambiato la fiducia che la società ha avuto in me, ma anch’io nel mio piccolo forse mi sono espresso un po’ meglio». E i risultati si sono visti: dopo la vittoria al Viareggio, è arrivato anche il successo della coppa Italia di categoria, l’ennesimo prestigioso trofeo per una carriera che si preannuncia brillante. Gasperini e Chiarenza, due timonieri per altrettanti stagioni della Primavera: con chi dei due ti sei trovato meglio? «Una risposta sintetica, ma sincera: sono entrambi grandi uomini e ottimi allenatori, con loro non ho mai avuto problemi di alcun tipo». Una domanda classica, a questo punto della stagione, per gli elementi i quali, per ragioni anagrafiche, l’anno prossimo abbandoneranno la categoria: Orlando, cosa c’è per te dietro l’angolo? «Il mio futuro è nelle mani della società, e la cosa mi va benissimo. Spero di percorrere le strade più brevi, ma anche le più formative, verso il professionismo. Non so se finirò in serie B o in C, in fondo poco importa: ciò che conta è fare esperienza in squadre che credano in me e che mi consentano di mettermi in luce, in modo da arrivare il più in alto possibile. Papà ci terrebbe tantissimo, io pure...». ROBERTO BORDI, PALLONINFUGA.WORDPRESS.COM DEL 25 AGOSTO 2015 Estate 2006. Marcello Lippi si carica sulle spalle la Nazionale e la trascina alla vittoria del Mondiale tedesco. Negli stessi giorni, la “sua” Juventus viene condannata alla serie B dalla giustizia sportiva: è lo scandalo di Calciopoli, con protagonista indiscusso Luciano Moggi. Tutti i tifosi italiani sono ebbri di gioia. Anzi, non proprio tutti. Il cielo sopra Torino non è azzurro, ma grigio. Lo scandalo di Calciopoli ha sconvolto i tifosi della Juventus. I bianconeri, per la prima volta nella loro storia, subiscono l’onta della retrocessione in serie B. In corso Galileo Ferraris si opta per una rivoluzione tecnica. La ghigliottina fa vittime eccellenti: Cannavaro, Zambrotta, Vieira. Ibrahimovic e Fabio Capello. Tanti rimangono: Buffon, Camoranesi, Nedved. Alessandro Del Piero e Trezeguet. La discesa nella serie cadetta è un (mezzo) disastro. Ma al tempo stesso un’occasione d’oro per incoraggiare il passaggio in prima squadra dei migliori ragazzi del vivaio. I nomi sono tanti. Paro, De Ceglie, Bianco, Marchisio, Giovinco… Guardando nella rosa juventina di quella stagione, tutti hanno la propria voce su Wikipedia. Tutti. Tutti tranne uno: Orlando Urbano. Ruolo: difensore centrale. Nel 2006, quando viene aggregato alla prima squadra della Juventus, Urbano ha alle spalle già due stagioni e quattro squadre tra i professionisti: tre in serie C e una in B (con la maglia del Catanzaro), per una trentina di presenze complessive. Il ragazzo, nativo della provincia di Caserta, rispetto ai suoi coetanei ha questo vantaggio non indifferente. Ma non basta. Nelle gerarchie stilate da mister Deschamps, prima di lui trovano posto difensori più o meno esperti. Non solo gli scafati Birindelli, Kovac, Boumsong, Zebina e Legrottaglie, ma persino Felice Piccolo, oltre al già citato Chiellini. Il 27 agosto Urbano segue dalla panchina la sfida di Coppa Italia contro il Napoli. 2-2 nei tempi regolamentari, 3-3 nell’extra-time. Ai rigori Balzaretti commette l’errore decisivo. La Juventus, che con la Coppa nazionale non ha mai avuto un bel rapporto, la saluta senza rimorsi. La testa va al campionato, dove anche Orlando Urbano vorrebbe giocarsi le sue carte. Ma non c’è niente da fare. Per lui nella Juventus non c’è spazio e a fine stagione le loro strade si separano. La “Fidanzata d’Italia” torna in A, mentre Urbano rescinde e firma per il Potenza. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/06/orlando-urbano.html
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ORLANDO URBANO https://it.wikipedia.org/wiki/Orlando_Urbano Nazione: Italia Luogo di nascita: Ruviano (Caserta) Data di nascita: 09.06.1984 Ruolo: Difensore Altezza: 182 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Under-16 Soprannome: - Alla Juventus dal 2002 al 2004 e dal 2006 al 2007 Esordio: 22.05.2002 - Amichevole - Juventus-Cossatese 3-2 Ultima partita: 16.05.2007 - Amichevole - Cuneo-Juventus 2-3 0 presenze - 0 reti Orlando Urbano (Ruviano, 9 giugno 1984) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Orlando Urbano Urbano (in piedi, secondo da sinistra) nella squadra Primavera della Juventus vincitrice del Torneo di Viareggio 2004 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2019 Carriera Giovanili ????-2004 Juventus Squadre di club 2003-2004 Juventus 0 (0) 2004-2005 → Reggiana 7 (0) 2005 → Pavia 9 (0) 2005-2006 → Torres 1 (0) 2006 → Catanzaro 13 (0) 2006-2007 Juventus 0 (0) 2007-2008 Potenza 29 (1) 2008-2009 Pro Patria 31 (2) 2009-2010 Vicenza 5 (0) 2010 → Perugia 7 (0) 2011 Paganese 15 (1) 2011-2012 Como 31 (2) 2012-2017 Lugano 126 (12) 2017-2018 Chiasso 20 (2) 2018-2019 Varese 1 (0) Nazionale 2000 Italia U-15 2 (0) 2000-2001 Italia U-16 3 (0) Carriera Giocatore Club Gli inizi: Juventus e prestiti È cresciuto nelle giovanili della Juventus. Nell'estate 2004 è stato ceduto in prestito alla Reggiana, club del girone B di Serie C1. Ha debuttato in campionato il 12 settembre 2004, in Reggiana-Foggia (1-1). Con il club emiliano ha collezionato sette presenze in campionato. Scaduto il prestito, nel gennaio 2005 viene girato al Pavia, club del girone A di Serie C1. Ha debuttato in campionato il 23 gennaio 2005, in Pavia-Acireale (2-0). Con il club lombardo ha collezionato nove presenze in campionato e quattro nei play-off. Nell'estate 2005 viene ceduto a titolo temporaneo alla Torres. Il 28 agosto 2005 ha debuttato in campionato il 28 agosto 2005, in Torres-Gela (2-0). Con il club sardo non ha collezionato altre presenze. Nel gennaio 2006 la Juventus lo ha girato in prestito al Catanzaro, club di Serie B. Ha debuttato nel campionato cadetto il 21 gennaio 2006, in Catanzaro-Rimini (1-0), giocando da titolare. Ha collezionato in totale, con i giallorossi, 13 presenze in campionato. Dalla Juventus al Como Rientrato dal prestito, nell'estate 2006 la Juventus, retrocessa in Serie B, lo ha confermato in rosa. Con il club bianconero non ha collezionato alcuna presenza in campionato. Al termine della stagione, culminata con la promozione della Juventus in Serie A, Urbano ha rescisso il contratto. Nell'estate 2008 è stato ingaggiato dal Potenza, club di Lega Pro Prima Divisione. Ha debuttato in campionato il 26 agosto 2007, in Potenza-Pescara (4-0). Ha messo a segno la sua prima rete in campionato il 9 marzo 2008, in Martina-Potenza (1-1). Nell'estate 2008 si è trasferito alla Pro Patria. Ha debuttato in campionato il 7 settembre 2008, in Reggiana-Pro Patria (1-3). Ha messo a segno la sua prima rete con il club lombardo il 1º marzo 2009, in Pro Patria-Cremonese (2-2). Con la Pro Patria ha giocato i play-off, sfiorando la promozione in Serie B, sfilata a causa della sconfitta nella doppia finale contro il Padova. Nell'estate 2009 si è trasferito al Vicenza, in Serie B. Ha debuttato in campionato il 15 settembre 2009, in Reggina-Vicenza (0-2). Nel gennaio 2009 è stato ceduto in prestito al Perugia, in Lega Pro Prima Divisione. Ha debuttato con la nuova maglia il 28 febbraio 2010, in Perugia-Cremonese (4-0). Rientrato dal prestito è rimasto svincolato. Nel gennaio 2011 è stato ingaggiato dalla Paganese. Ha debuttato con gli azzurri il 9 gennaio 2011, in Paganese-Pavia (1-1). Nell'estate 2011 viene ufficializzato il suo trasferimento al Como. Ha debuttato in campionato l'11 settembre 2011, in Foligno-Como (1-2). Ha messo a segno la sua prima rete con la maglia dei biancoblù il successivo 25 settembre, in Reggiana-Como (2-4). Ultimi anni: dal Lugano al Varese Il 28 agosto 2012 è stato acquistato dal Lugano, club svizzero. Ha debuttato nella Challenge League il 1º settembre 2012, in Winterthur-Lugano (3-1). Ha messo a segno la sua prima rete con la maglia bianconera il 17 marzo 2013, in Lugano-Vaduz (3-3). Con il club svizzero ha ottenuto, al termine della stagione 2014-2015, la promozione in Super League. Ha debuttato nel massimo campionato svizzero il 19 luglio 2015, in San Gallo-Lugano (2-0). Ha messo a segno la sua prima rete nella Super League il 22 novembre 2015, in Zurigo-Lugano (5-3). Ha militato nel club del Canton Ticino fino al termine della stagione 2016-2017. L'11 luglio 2017 è stato ufficializzato il suo trasferimento al Chiasso, club della seconda serie svizzera. Ha debuttato con la nuova maglia il 22 luglio 2017, in Servette-Chiasso (2-2). Al termine della stagione è rimasto svincolato. Il 2 novembre 2018 è stato ingaggiato dal Varese, club di Eccellenza. Al termine della stagione si è ritirato. Dirigente Il 20 dicembre 2019 è diventato ufficialmente direttore sportivo del Novara. L'8 gennaio 2021 è stato sollevato dall'incarico. Palmarès Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 2 - Juventus: 2003, 2004 Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 2003-2004 Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Juventus: 2006-2007 Challenge League: 1 - Lugano: 2014-2015
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MASSIMO TURRA Nazione: Italia Luogo di nascita: Goro (Ferrara) Data di nascita: 23.01.1962 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1979 al 1980 Esordio: 22.05.1980 - Amichevole - Aosta-Juventus 2-4 0 presenze - 0 reti
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ROBERTO TRICELLA Il tamburino convoca rullando a due mani l’attenzione delle case a filo sul vicolo – scrive Carlo F. Chiesa sul “Guerin Sportivo” del 24 giugno1987 –. Il tamburino è un bimbo colmato da una palandrana lunga fino ai piedi, gli ondeggia in testa il lungo cappello a cilindro di certe favole popolate di nani e fanciulle in fiore. Ascoltate, popolo, udite, udite... La piccola corte dei banditori ch’egli precede e annuncia dispensa polvere di suoni prima di rimpicciolire fino a dileguarsi oltre un’ansa tra spigoli di muri e il respiro immobile dell’acciottolato. È qui, accanto a noi, col suo aprirsi e chiudersi nel movimento come d’ali di farfalla, mentre Robertino Tricella racconta e si racconta impassibile. La evoca, per contrappasso istintivo, il suo misurare le parole, ordinandole puntigliosamente sul filo teso di un perenne sorriso di fanciullo. Udite, udite... Non tradisce emozione o le esitazioni dell’imbarazzo: dipana il tono monocorde di chi si limita a relazionare, senza avvertire l’esigenza di dilatare o colorare i fatti. Il tamburino che dovrebbe annunciare il suo nome il suo prorompere finalmente nel pieno del calcio di vertice, gli assomiglia solo per le fattezze del volto da adulto mancato. Lui, non sembra pretendere attenzione. In questa imperturbabilità al limite dell’indifferenza c’è probabilmente già molto dello specchio interiore del nuovo libero della Juventus, del nuovo Scirea del nostro calcio, del nuovo leader della difesa azzurra, e di quant’altro il piccolo banditore della favola gradirebbe annunciare col felice scompiglio dei toni eccitati. In pochi mesi – udite, udite... – la carriera di Roberto Tricella si è rivoltata come un guanto, ha ripreso a correre proprio mentre pareva ormai assestata su una tranquilla marcia da crociera d’alto bordo. Un infortunio di Baresi gli aprì le porte del Müngersdorf Stadion di Colonia, due mesi fa, per un ritorno in azzurro bagnato alla vigilia dallo scetticismo generale, ma fortemente voluto da una intuizione di Vicini: rimasto sordo agli appelli di chi proponeva alternative (Pellegrini e Renica) a un ripescaggio dal preteso sapore di dejà vu. In quell’occasione, nell’amichevole azzurra con la Germania, Robertino Tricella si issò a sorpresa oltre l’orizzonte dei sommersi, sillabando scrupolosamente per il mondo distratto la sua maturità di libero ormai senza difetti, se non quello del silenzio, dell’ostinata discrezione al limite del riserbo fuori dal campo: quella che fa sì che così poco ci si accorga di lui. Annuisce impercettibilmente, seguendo la cronistoria come non gli appartenesse; non abbocca all’amo dell’indignazione retroattiva: tanti anni di gran calcio, eppure son stati necessari quell’infortunio di un collega e quei novanta minuti perché la sua carriera rompesse finalmente il guscio. «In effetti – confida – la Juventus è scoccata subito dopo, come un fulmine a ciel sereno: se ne cominciò a parlare sui giornali solo l’ultima settimana di campionato. E subito dopo la partita conclusiva, alla vigilia della partenza per la trasferta scandinava della Nazionale, senza che ci fosse stata la minima avvisaglia, gli emissari bianconeri mi contattarono e concludemmo rapidamente. Prima, non c’era stato nulla: fu una sorpresa anche per me». Prima, si erano snocciolate le giornate dell’ennesima stagione agli alti livelli: eppure senza quell’invasione inattesa di azzurro il velo non si sarebbe squarciato. Curiosa avventura, quella di Robertino Tricella, che narra a voce bassa, sorride lievemente, non concede alla parola di prevaricare l’evento, non consente a questo, al limite, di meritare la parola. Paradossalmente, prima di Colonia il libero Tricella pareva non interessare più di tanto il nostro calcio: che ne aveva sperimentato in passato le doti anche in azzurro, che l’aveva già cullato come una lieta speranza, fino a rimandarlo in eterno a un impalpabile settembre, sull’onda di una intransigente delusione: è bravino, recitavano i giudizi, ha pulizia di tocco e visione di gioco, ma gli fanno difetto la cattiveria e la grinta di una personalità meno restia. Più invadente, precisa, risaltante. «Non ho mai contestato queste critiche – replica serenamente – ognuno ha il diritto di pensarla come vuole. A Verona credo di non avere mai deluso, e di avere sbagliato ben poco, anche grazie a un ambiente che si è rivelato ideale sotto tutti i punti di vista: la straordinaria bellezza di una città che offre ogni giorno angoli nuovi, l’inossidabile quiete del clima societario e di squadra. Non per niente esplodono regolarmente in gialloblu giocatori dai grandi mezzi, frenati altrove da difficoltà di vario genere: a Verona trovano le componenti ideali per trarre il meglio da se stessi». Svicola con naturalezza, appare istintivamente disinteressato, perfino nei confronti di se stesso. Non serba rancori di sorta, è evidente; è un uomo felice e maturo, senza paura del mondo, abituato a nascondere accuratamente la grinta sotto l’accondiscendente tappeto di quell’eterna immagine di ragazzo stupito della vita. Colonia, però, ha aperto gli occhi a tanta gente: è possibile che il calcio, che noi tutti, siamo così imperdonabilmente superficiali? «Direi che non c’è niente di strano in ciò che è accaduto: non è che a Verona si passi inosservati, però è ovvio che la ribalta internazionale è un’altra cosa. Se giochi bene a Colonia contro la Germania Occidentale, cioè contro i vicecampioni del mondo, ti vedono milioni di persone, ti vedono tutti: conta più che un intero campionato giocato ad alto livello». Così succede che in poche settimane Robertino Tricella raccoglie inopinatamente l’eredità di Scirea – cioè il meglio che nel ruolo il calcio italiano ha espresso negli ultimi quindici anni – sia in Nazionale che nella Juve. E le trasferte azzurre di Oslo, Stoccolma e Zurigo, indipendentemente dal bisticciare dei risultati, non fanno che promuoverlo a pieni voti. Perfino il titolare ormai consacrato del nuovo corso, Franco Baresi, sembra in procinto di perdere ogni diritto alla maglia. A ventotto anni, non è poco. Anzi, è tutto; forse con qualche mese o stagione di ritardo. La storia, a poco a poco, si riannoda; e riconosciamo sempre più l’esigenza di quel tamburino, con l’espressione furba di una lepre, con la voce e la disponibilità a proclamare, a sovrastare il già troppo lungo concerto delle disattenzioni. Invece, nulla. Le parole scorrono come una pioggia quieta, leggera. Non c’è spirito di rivincita, per questo frammento di storia da incompreso: «Cominciai nella squadra del mio paese, Cernusco sul Naviglio, che è lo stesso di Scirea. Arrivai giovanissimo all’Inter, dalla piccola squadra al grande club: si apriva la stagione di un sogno meraviglioso». Con i colori nerazzurri, tuttavia, assaggia il breve tragitto della trafila nelle formazioni minori, poi, proprio alla soglia della prima squadra, la ferita della prima, bruciante delusione. «Ma no– racconta –. Il fatto è che in quel momento all’Inter c’erano fior di liberi giovani di grande valore. In prima squadra il posto era di Bini, che aveva ventidue anni; nella Primavera c’erano già Vianello e Occhipinti, entrambi poi approdati alla Serie A: insomma, era logico che noi si uscisse dalla casa madre per fare esperienza. Arrivai a Verona a vent’anni, avevo giocato appena una manciata di partite con la maglia nerazzurro». All’Inter tuttavia, era logico sperasse fortemente di tornare. O no? «Per un paio d’anni – riprende – coltivai in effetti la speranza o ambizione di tornare a casa: perché Milano era innanzitutto casa mia. Ma al terzo campionato mi accorsi che casa mia era ormai diventata Verona. Dove la situazione scorreva ideale sotto ogni profilo: professionalmente, non mi potevo certo lamentare: ero titolare sin dal mio arrivo, i risultati cominciavano ad arrivare; sul piano umano, il rapporto con l’allenatore e con i tanti giocatori che già conoscevo era ottimale. In tre stagioni conquistammo la Serie A; ne impiegammo altre tre per approdare al primo scudetto della storia gialloblù, in quell’indimenticabile primavera dell’85: eravamo più o meno gli stessi, lo stesso gruppo che Bagnoli sapeva pilotare come se appunto nulla e nessuno cambiasse nel corso degli anni. I nuovi diventavano immediatamente veterani, noi veterani eravamo sempre nuovi, sul piano degli stimoli, della voglia di dare il meglio di noi stessi. È stata una bellissima esperienza». Verona nel cuore, dunque. Ma non più di tanto probabilmente a dar retta all’incalzante seppur quieto realismo del personaggio. «Verona – riassume – mi ha fatto diventare giocatore professionista. Con questo dico tutto. Per questo non posso di fatto considerarmi un ex dell’Inter, in prima squadra con la maglia nerazzurra ho giocato cinque partite in tutto». Da quando ha raggiunto la Serie A col suo Verona, nell’anno del titolo mondiale, ha stabilito un piccolo primato di presenze: ha giocato 139 partite consecutive in campionato fermandosi per la prima e unica volta il primo marzo di quest’anno, ventesima giornata, match casalingo con l’Udinese. Il segno di una solidità a prova di bomba, a dispetto di un fisico non proprio da gladiatore, e di una correttezza in campo che fa scintillare l’altra faccia della medaglia del suo gioco senza sbavature. Il tempismo nel contrasto che gli risparmia quasi sempre la necessità del fallo, la pulizia del tocco, il nitore delle intromissioni nella manovra, il lancio in verticale che ne tradisce la vocazione da centrocampista testimoniano del suo valore assoluto, lungamente maturato al lievito delle feconde stagioni veronesi. Oggi lascia i colori gialloblù quasi all’improvviso, dopo aver conquistato il diritto a una nuova Coppa Uefa, all’indomani dell’ennesimo campionato condotto lungo l’ormai consueta linea di rigorosa perfezione stilistica. A Torino, a ben guardare, affronterà i primi, veri rischi della carriera. «È un’esperienza allettante, perché mi porta in una società tra le prime del mondo. Ma non vedo rischi particolari: professionalmente, sul piano delle quotazioni e della cifra di valore personali, si rischia dappertutto: alla Juventus come al Verona o al Real Madrid. Non ho paura, non vedo perché dovrei averne». Non vuole prender niente, si direbbe, se non sa di dare; il disincanto di lombardo che galleggia sulla vita lo induce al rigore delle scelte, al riserbo dei sentimenti, alla quiete del carattere come soglia intransitabile. Che sia una volta di più Verona, assurta ormai nel mondo del calcio quasi a categoria dello spirito, la fonte di tanta serenità? A molti, prima di lui, è già accaduto di lasciare i lungadige accoglienti, ove il presente sciaborda per ricomporsi, in direzione di metropoli matrigne che hanno spezzato l’incantesimo. Da Penzo a Iorio, da Fanna a Marangon fino a Galderisi l’elenco è lungo come una minaccia. «Quella della grande città è sinceramente una prospettiva cui non penso: penso solo che sto andando a giocare in un’altra città, tutto qui. Ogni luogo vale per ciò che vi si riesce a trovare: dipende anche da noi». Ha il diploma di perito in telecomunicazioni, dispensa la proprietà di linguaggio di una non effimera cultura. Ha un fratello di l7 anni, Dario, che gioca a pallone, ma solo per hobby. È sposato con Renata. – Sarà il tuo compaesano Scirea a passarti il testimone: cosa ti manca, o cosa credi di possedere in più, rispetto al campione bianconero? «È difficile avere qualcosa in più di Scirea; l’ho sempre considerato un modello, nel mio ruolo: quest’anno coglierò l’occasione per riuscire, da vicino, a carpirgli ancora qualcosa». – Cosa è cambiato negli ultimi anni nel ruolo di libero? «Come interpretazione direi poco; mi sembra importante invece il fatto che negli ultimi dieci anni quasi tutti i liberi affermati hanno avuto alle spalle una scuola, un indirizzo preciso. In passato invece era spesso l’anziano difensore o centrocampista che retrocedeva a guida del reparto arretrato negli ultimi anni di carriera. Anch’io ho avuto fin dall’inizio questa specifica collocazione di ruolo: nelle giovanili mi alternavo con Occhipinti nel ruolo di libero e di mediano, per accentuare certe caratteristiche costruttive, ma l’impostazione era quella». – Oggi la nuova frontiera del ruolo non sembra promettere granché. «Non mi pare: ci sono giovani emergenti come Pellegrini, Argentesi, Cravero, lo stesso Renica. Tutti giocatori che hanno cominciato da ragazzini in questo ruolo e mostrano un’impostazione di alto livello». – Chi è il tuo tecnico ideale, prima che diventi... Marchesi? «Ho trascorso sei anni con Bagnoli, è naturalmente lui l’allenatore cui sono più legato sul piano umano. – Conservo però un ottimo ricordo e un’assoluta stima per tutti gli altri che ho avuto, da Veneranda a Cadé, da Bersellini a quelli delle giovanili nerazzurre». I toni restano asciutti come il suo gioco, incapace di tradire l’emozione di un’uscita dalle righe, di un’impennata fuori ordinanza. Alla Juve arriva dopo che è inaspettatamente caduto già un pretendente, al trono da Scirea: quel coetaneo Soldà che solo un anno fa appariva ben saldo sulla sella del futuro bianconero. Gioverà a Tricella il fatto di partire subito titolare, con lo stesso Scirea già compreso nell’annunciato ruolo di «chioccia» in panchina. Gli gioverà soprattutto la consapevolezza di mezzi che, la ribalta azzurra lo ha confermato, possono sfidare le scene internazionali. Magari sussurrando più che gridando, com’è nel suo stile di tamburino senza proclami. FRANCO MONTORRO DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 2002 C’era una volta in cui Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano, era chiamato il Paese dei Liberi perché là avevano avuto i natali tre grandi giocatori, accomunati dal ruolo, tutti quasi contemporaneamente sui campi di Serie A: Gaetano Scirea, Roberto Galbiati e Roberto Tricella. Solo un caso, eppure di quella curiosa concentrazione di “numeri 6” (per lettori più giovani, era quello il classico numero dei liberi ai tempi in cui i ruoli erano rigidamente distinti secondo le cifre da 1 a 11 e dunque i terzini avevano il 2 e il 3, il mediano il 4, lo stopper il 5 e così via fino all’11 dell’ala sinistra). E così a molti parve non scontato, ma naturale sì, che sul finire della carriera di Gaetano la Juventus gli affiancasse il migliore degli altri due “compaesani”, quel Roberto Tricella che nel 1987, anno del passaggio in bianconero, era nel pieno della maturità calcistica. Dopo gli esordi nell’Inter e l’affermazione nel Verona dello storico scudetto, il Tricella che arriva a Torino è libero affermato e stimato. Elegante nello stile di gioco, si inserisce presto e bene negli schemi di una squadra che lui stesso, oggi, definisce “di transizione”. Gioca nella Juve per tre campionati, prima di trasferirsi al Bologna. «Quella alla Juventus è stata per me un’esperienza fondamentale. Ne conservo ricordi positivissimi dal punto di vista umano, mentre ho qualche rammarico per i risultati, che non sono stati tutti favorevoli. Abbiamo vinto poco, tranne l’ultimo anno, quello con Zoff, il 1989/90. Abbiamo vissuto un po’ un periodo di mezzo fra i grandi successi della Juve precedente e poi di quella di Lippi. Ma oggi, ripeto, preferisco sottolineare i ricordi di quell’ambiente, i compagni, tutti. Comunque, anche se forse più di tanto non potevamo vincere, eravamo pur sempre la Juventus e per me fu un’enorme soddisfazione essere richiesto prima e poi giocare nel club bianconero. Anche perché c’era già Scirea, come compagno di squadra e dopo come allenatore. Una persona e un amico indimenticabili, un esempio: perché è stato il più grande libero di sempre, in Italia. A volte si fanno paragoni fra lui e Baresi, io sostengo che Franco è stato un gradino sotto “Gai”». Libero elegante e puntuale, si diceva, preciso e mai sopra le righe, ordinato e con una grande visione di gioco. «Sono stato un buon giocatore – dice Tricella con la prolungata umiltà dei grandi – che ha cercato di supplire con il tempismo al fatto di non essere particolarmente veloce». Oggi i rapporti di Roberto con il mondo del calcio sono molto allentati. «Ma è perché ho un’attività che mi assorbe molto. Lavoro nel campo immobiliare, ho una società che acquista terreni e costruisce e vende appartamenti: Questo da otto-nove anni, da quando ho smesso con il pallone. Vado allo stadio molto raramente, più di frequente seguo qualche partita in televisione, mi sento con qualche ex compagno. Ad esempio Gigi De Agostini, che era a Verona con me e che passò alla Juventus nello stesso mio anno. Ho due figli di 11 e 8 anni, uno juventino e uno milanista, che giocano a pallone all’oratorio. Non penso oggi se potranno avere un futuro come calciatori. L’importante è che facciano sport e che si divertano. Poi che lo sport rappresenti per loro una palestra di vita. Oggi, purtroppo, i giovani non sono quasi più abituati a conquistarsi le cose, sembra che tutto sia loro dovuto, che tutto sia scontato. Invece lo sport aiuta a capire che gli obiettivi si raggiungono con la fatica. Poi, semmai, potranno seguire il mio percorso e comprendere anche quanto sia bello il calcio, quante bellissime emozioni regali. Io sono stato fortunato a viverne tante, a giocare e a rimanere un ragazzo fin oltre i 30 anni». «I primi mesi senza calcio sono stati terribili. Avevo questo malessere fisico dovuto al fatto che non potessi più allenarmi tutti i giorni. Una sofferenza pazzesca perché, in oltre 15 anni di carriera, penso di non aver mai saltato un singolo allenamento: correre e sudare mi piaceva un sacco. Uno può prepararsi mentalmente quanto vuole, ma finché non smetti in maniera definitiva è difficile ricreare quella situazione nella tua testa. Immaginarti quel che sarà. Sono arciconvinto che il 90% dei calciatori, se il loro fisico reggesse, ritarderebbero il più a lungo possibile quel passo fatidico. Ne sono uscito buttando anima e corpo nell’attività degli investimenti immobiliari. Quand’ero a Bologna acquistai alcuni terreni con l’obiettivo di farli fruttare costruendoci sopra case. Solo che all’inizio delegavo volentieri agli altri visto che avevo la partita della domenica tra i miei pensieri principali. In seguito decisi di provarci in prima persona ed ebbi la fortuna di inserirmi in un team già rodato». Queste frasi sono molto meno banali di quanto sembrino e convincono sempre di più che il buon Roberto sia stato un calciatore di grandi qualità umane, ma di modeste qualità atletiche. È arrivato a lambire i vertici del ruolo, rimanendo tuttavia escluso dal Gotha, per le ragioni dette prima: i limiti atletici (in campo aperto era in costante imbarazzo, di testa se la cavava col tempismo, ma non è certo stato un gran colpitore) e la mancanza della giusta dose di cattiveria e agonismo sono evidenti. Lo si può considerare una specie di Scirea minore, ma con una dote decisiva in meno: la personalità. Ma è stato un professionista serio e non ha mai lesinato l’impegno. Il fatto che sia stato anche capitano, della Juventus testimonia quanto fossero bui i tempi del dopo Platini. Ma Roberto, di questo, non ha, ovviamente, alcuna colpa. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/roberto-tricella.html
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ROBERTO TRICELLA https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Tricella Nazione: Italia Luogo di nascita: Cernusco sul Naviglio (Milano) Data di nascita: 18.03.1959 Ruolo: Difensore Altezza: 183 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1990 Esordio: 23.08.1987 - Coppa Italia - Lecce-Juventus 0-3 Ultima partita: 14.04.1990 - Serie A - Cesena-Juventus 1-1 114 presenze - 2 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Roberto Tricella (Cernusco sul Naviglio, 18 marzo 1959) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Roberto Tricella Tricella al Verona Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1º luglio 1992 Carriera Giovanili 19??-19?? Inter Squadre di club 1977-1979 Inter 5 (0) 1979-1987 Verona 255 (3) 1987-1990 Juventus 114 (2) 1990-1992 Bologna 23 (0) Nazionale 1984 Italia Olimpica 6 (0) 1984-1987 Italia 11 (0) Caratteristiche tecniche Giocava come libero. Carriera Giocatore Club Tricella in azione alla Juventus nella stagione 1988-1989 Cresce calcisticamente nell'Inter, dove esordisce in Serie A non ancora ventenne. Dopo due anni passati in prima squadra con un totale di cinque presenze, passa in Serie B al Verona. Nella stagione 1981-1982, con il nuovo allenatore Osvaldo Bagnoli, inizia il miglior periodo della storia della squadra scaligera che culmina con la vittoria dello scudetto 1984-1985; Tricella è il capitano della formazione campione d'Italia. Nel 1987 passa alla Juventus per 4,5 miliardi di lire prendendo il posto del suo concittadino Gaetano Scirea, anche lui di Cernusco sul Naviglio. La squadra arriva al sesto posto in campionato e viene eliminata ai sedicesimi in Coppa UEFA. L'anno seguente è ancora titolare e la squadra arriva al 4º posto in campionato. I primi successi juventini arrivano nella stagione 1989-1990, quando vince Coppa Italia e Coppa UEFA. A fine stagione lascia Torino per accasarsi al Bologna. La stagione dei rossoblù fu fallimentare con la squadra che concluse il campionato all'ultimo posto con soli 18 punti all'attivo. Tricella collezionò 23 presenze in campionato più altre 7 in Coppa UEFA, torneo che vide il Bologna raggiungere i quarti di finale. In quella edizione Tricella fallì uno dei calci di rigore che decisero gli ottavi di finale contro l'Admira Wacker. Nella stagione seguente Tricella decise di rompere consensualmente il contratto coi felsinei cercando poi accordi con altre squadre di Serie A; tuttavia, per via di un guaio muscolare, abbandonò la carriera agonistica a 33 anni. Nazionale Vanta in totale 11 presenze con la maglia della Nazionale italiana, prevalentemente giocate in amichevoli (l'Italia, campione in carica, non aveva bisogno di qualificarsi per il Mondiale). Fu selezionato da Enzo Bearzot nella rosa dell'Italia che partecipò al campionato del mondo 1986 in Messico, ma non scese mai in campo perché Bearzot preferì rinnovare la fiducia a Gaetano Scirea. Col passaggio dall'era Bearzot all'era Azeglio Vicini, Tricella non rientrò nei piani di questi, che puntò su Franco Baresi. Nel 1987 sostituì il libero rossonero, infortunato, in quattro amichevoli e una gara di qualificazione; rientrato Baresi dall'infortunio, Vicini non concesse più spazio a Tricella. Dopo il ritiro Abbandonati i campi da gioco, lascia completamente il mondo del calcio, tornando a vivere nel paese natio e lavorando nel settore immobiliare. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 2 - Inter: 1977-1978 - Juventus: 1989-1990 Campionato italiano di Serie B: 1 - Verona: 1981-1982 Campionato italiano: 1 - Verona: 1984-1985 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990
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PAOLO SIROTI Nazione: Italia Luogo di nascita: Macerata Data di nascita: 26.05.1970 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1988 al 1989 Esordio: 03.09.1988 - Coppa Italia - Verona-Juventus 2-2 1 presenza - 0 reti
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NICOLÓ NAPOLI Riserva di lusso, Nicolò Napoli veste la maglia bianconera a 25 anni, a cavallo fra gli anni ‘80 e ‘90, riuscendo a ritagliarsi un piccolo posto da protagonista e facendosi apprezzare dai suoi allenatori, da Marchesi a Zoff, per arrivare a Maifredi. Dal 1987 al 1991, riesce a totalizzare 93 presenze e 6 gol, conditi con la conquista della Coppa Uefa e della Coppa Italia. ADALBERTO SCEMMA, DA “HURRÀ JUVENTUS DEL GIUGNO 1989 Neanche a inventarle apposta: Napoli pareggia a Napoli il gol di De Napoli. Un gioco di parole che asseconda qualche sconosciuta bizzarria del destino. Ma quando si scopre che di Napoli (il «di» è minuscolo, please) e anche la moglie di Napoli (il Nicolò è sottinteso, arriplease) allora il pasticcio si complica. E il minimo che si possa pensare è che anche lui, Napoli, sia di Napoli. E invece no. Napoli è di Palermo. Una Palermo che all’inizio degli anni Settanta viveva in altalena tra la A e la B la propria avventura calcistica e che aveva Corrado Viciani, allenatore sessuofobo, un fustigatore feroce di costumi e un assertore frenetico della necessità dei ritiri. A quell’epoca Nicolò Napoli conta Nicolo, aveva una decina d’anni (è del ‘62, nato il 7 febbraio) e vestiva il rosanero nella squadra dei giovanissimi sotto la guida di Tedeschini. I suoi idoli erano Girardi, Arcoleo, Favalli e soprattutto Franco Landri, detto il «Vescovo» per quel suo modo sempre molto curiale di gestire i rapporti tra giocatori e società e tra amici Vicini e Viciani. Landri giocava libero proprio come Napoli, ma l’identità del ruolo non rappresentava evidentemente una garanzia di continuità perlomeno in rosanero. «A fine campionato», racconta Nicolò, «l’intera squadra, con l’allenatore in testa, si trasferì a Tommaso Natale, che non è un nome di persona, ma un Comune della cornice palermitana. Un ambiente sereno. Giocai per quattro stagioni a livello giovanile vincendo anche un titolo italiano “Libertas”, poi debuttai a 15 anni in prima squadra, campionato dilettanti di prima categoria. Mi sentivo un re anche perché il calcio, a quell’età, è soprattutto un divertimento e alla carriera non ci si pensa ancora». – E invece... «E invece, quando avevo già 17 anni, ecco che un giorno arriva da Messina un certo signor Bucalo, uno di quei talent-scout abituati a passare con il setaccio i campetti della provincia. Mi vede, parla con i miei genitori, mi fa firmare per il Messina, Serie C2 ma società solida, di grandi tradizioni. Sono a un bivio: o il calcio o gli studi. Non è una decisione facile, ma io sono convinto che nella vita a vincere sia soprattutto l’istinto, quel radar capace di pilotarti in ogni momento. Ed è così che ho scelto il calcio». – E i suoi genitori che cosa avevano scelto? «Qualche mugugno c’è stato all’inizio, ma neppure troppo insistito. Mio padre è impiegato alla Regione Sicilia, mia madre invece è casalinga. Un figlio con un diploma era probabilmente il minimo che potessero aspettarsi, però devo dire che hanno rispettato, senza interferire, la mia decisione: l’importante, mi dicono anche adesso, è che ogni scelta sia condotta sino in fondo. Soltanto così non potranno mai esserci rimpianti». – Lei ne ha? «Assurdo. Ciò che faccio mi piace. E poi non bisogna confondere i rimpianti con le delusioni». – In che senso? «Forse mi sono concesso qualche sogno di troppo. Quando sono arrivato alla Juve ho cominciato a fantasticare. Mi sono accorto invece che ogni traguardo rappresenta una dura conquista, che non c’è nulla di facile. Sognavo cose, insomma, che non erano certo a portata di mano e che soltanto adesso, ma lo dico piano, cominciano ad assumere contorni un po’ più precisi». – Lei ha 27 anni compiuti, non è certo un ragazzino. E quasi stagione di bilanci. «Sei campionati nel Messina, tre in C2, due in Cl e uno in B; in mezzo una breve parentesi alla Cavese, in Serie B, e il trasferimento autunnale a Benevento: un buon rendimento, credo, se è vero che il Messina mi ha richiamato per farmi giocare da titolare. In tre campionati ho segnato sedici gol, una bella media per un difensore». – Un’abitudine proseguita anche nella Juventus. «I miei gol hanno stupito tutti, meno che il sottoscritto. Del resto credo di essere un difensore piuttosto duttile, portato naturalmente alla costruzione del gioco. Il calcio moderno non concede più spazio ai “francobollatori” che andavano di moda una volta. Ma queste sono cose che ho memorizzato da parecchio tempo». – Dal Messina alla Juve in età già matura. Chissà quanti scogli sulla sua strada... «Di scogli, invece, ne ho avuto soltanto uno a Messina, e con la esse maiuscola. Il “professore” è stato fondamentale per la mia formazione: mi ha insegnato come stare in campo, mi ha costretto a dare sempre il meglio di me, a non perdere mai la concentrazione. Tutte cose che mi sono ritrovato in dote più avanti, quando è arrivato il momento, forse un po’ a sorpresa, della Juventus». – Sorpresa fino a un certo punto. In Serie B lei era stato tra i migliori. «Diciamo allora che il mio impatto con la Juve è stato un po’ particolare, perlomeno a livello di sensazioni. Da un lato la certezza di essere arrivato al massimo: organizzazione eccezionale, ambiente splendido. Nessuna società può competere con la Juve sotto questo profilo. Dall’altra la delusione dei risultati che non arrivavano. Proprio il fatto di essere arrivato a Torino in età matura mi aveva costretto ad aprire la porta alle illusioni». – E invece? «E invece ecco una lunghissima trafila, un po’ come rifare la gavetta. Tutto giusto, per carità, ma qualche speranza me l’ero proprio tenuta in serbo». – Eppure il debutto in Serie A e arrivato quasi subito: Juventus-Pescara, 27 settembre 1987, un bel 3 a 1 con la sigla di Rush. «Un Rush vero, quella partita me la ricordo bene. Ma i problemi sono arrivati più tardi. Problemi fisici, non certo di ambientamento. I miei muscoli erano sempre pieni di tossine, sembravano di seta. Sono andato avanti in altalena, insomma, fino a quando i medici non hanno diagnosticato la causa: una banale tonsillite, roba da bambini. Così alla vigilia di Natale mi sono fatto operare e i risultati, anche agonistici, sono cominciati a fioccare. Sto vivendo un momento di grazia però lo dico pianissimo. Guai a turbare l’equilibrio». – Un equilibrio che alla Juve è da sempre una regola. «È per questo che la Juve è diversa da tutte le altre società. C’è un grande rispetto per l’individuo, un rispetto che prescinde dalle valutazioni calcistiche. E poi la vecchia “scuola” funziona sempre...». – In che senso? «Nel senso che c’è sempre chi è prodigo di consigli, chi è disposto a darti una mano. La professionalità non è un optional. Prendiamo Scirea, per esempio. Lo scorso anno giocava e non giocava, si apprestava a chiudere la carriera, ma ha compiuto questo passo con una grandissima dignità, allenandosi sempre con l’entusiasmo e la dedizione di un ragazzo. Il gol che si è permesso di segnare, al momento di chiudere con il calcio attivo, credo abbia commosso un po’ tutti. Scirea mi è stato particolarmente vicino, mi ha aiutato, mi ha spronato. Io sono juventino dalla nascita, a Palermo c’è la tradizione dei Vycpalek, dei Furino, Benetti, Causio. Figuratevi che cosa può avere rappresentato per uno come me l’amicizia di Scirea». – Gaetano Scirea, dunque. E poi? «E poi Rui Barros, un mostro di simpatia. È il mio compagno di camera. Ci intendiamo a meraviglia, è un bravissimo ragazzo. Ma il fatto è che in questa Juve sono bravi un po’ tutti. Mi spiacerebbe andarmene...». – Le sue carte lei le sta giocando tutte. E piuttosto bene. «Da un lato mi conforta constatare che di fenomeni in giro, nel ruolo che occupo adesso, non ce ne sono molti. Dall’altro i miei 27 anni potrebbero rappresentare un handicap, anche se ci sono esempi precedenti proprio qui alla Juve. Prendiamo Favero: perché non dovrei ispirarmi a lui?». – I vecchi juventini dicono invece che lei ricorda moltissimo Bobo Corradi... «Non ho alcuna possibilità di verifica, ma prendo per buono il complimento. Corradi ha giocato in Nazionale, e stato un “grande”. Però mi accontenterei anche di molto meno, mi accontenterei di dimostrare che Napoli, nel calcio, occupa un posto non precario. È una specie di impegno che ho preso con mio figlio Giambattista». – Uno che già la giudica? «È impossibile: ha solo cinque anni. No, il mio è un impegno morale, nei suoi confronti e in quelli di mia moglie Michela. Per il resto mi accontento di poco. Qualche gita in barca e la pesca alla trota. Anche se preferisco il mare di Messina...». VLADIMIRO CAMINITI, “HURRÀ JUVENTUS DEL GIUGNO 1989 L’eco delle sue prodezze messinesi non era bastato a farlo apprezzare da Marchesi, non soltanto perché il ragazzo era chiuso dal forte Favero, quanto e soprattutto perché una nuvola di ricordi e di nostalgie stava in quei giorni sulla difesa. E certamente l’imbattibile difesa juventina di tutti i primati, andava a essere riveduta e corretta. Però Nicolò Napoli avrebbe meritato di essere scoperto prima, lui, allievo di quel tecnico scorbutico e geniale che ha il destino nel nome, cioè Scoglio, il quale lo aveva valorizzato nel Messina, e che aveva ripagato a suon di gol, sei nel campionato 1986-87, in 36 partite. Cosa aggiungere se non una scheda tecnica che faccia capire il repertorio di questo difensore eclettico? Sa marcare ma soprattutto sa salpare; Zoff lo ha rilanciato in occasione della trasferta di campionato a Fuorigrotta, e lui lo ricompensa con un gol di bellissima fattura, di testa, da quel momento proponendosi come titolare. «Sente» il gol, è la sua caratteristica primaria come difensore, un difensore che «sente» il gol è merce rara. Mi ha colpito anche per la sua corsa snella, la sua attitudine all’anticipo senza sprecare, anzi ignorando i colpi proibiti. Un giocatore lindo, di grossa semplicità psicologica, un professionista adamantino, se è vero che ha subito ogni parte della malasorte, senza mai lamentarsi. Soltanto di recente ha cercato di farsi sentire: almeno provatemi, per vedere se valgo ancora qualcosa. Infatti, a non giocare ci si inaridisce, soprattutto psicologicamente. Ecco Nicolò Napoli, dunque, alla conquista della squadra più bella, lui che è palermitano purosangue, di una città calcisticamente negata al vivaio e dove ogni fiore spesso è appassito per colpevole negligenza dell’ambiente. Napoli sta dimostrando, in questo finale di stagione – una stagione, la prima zoffiana, secondo me positiva – il suo talento di calciatore. Calciatore di difesa, ma concepito strutturalmente per la costruzione del gioco; giocatore di difesa con uno squisito senso tattico, che può disimpegnarsi con buoni risultati anche impiegato da half. Lo definirei l’erede spaccato di Antonello Cuccureddu, con un destro meno possente, quello del sardo era proverbiale, ma non meno eclettico nella disponibilità a più ruoli. Il futuro dirà ancora molte cose su questo giovane troppo trascurato nell’epoca di Marchesi tecnico, quasi snobbato, prima di accorgersi di avere in casa un puledro che sa azzeccare le traiettorie volanti e che dispone di ottimi fondamentali tecnici. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/nicol-napoli.html
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NICOLÓ NAPOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Nicolò_Napoli Nazione: Italia Luogo di nascita: Palermo Data di nascita: 07.02.1962 Ruolo: Difensore Altezza: 182 cm Peso: 70 kg Soprannome: Il Cabrini del Sud Alla Juventus dal 1987 al 1991 Esordio: 27.09.1987 - Serie A - Juventus-Pescara 3-1 Ultima partita: 26.05.1991 - Serie A - Genoa-Juventus 2-0 94 presenze - 6 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Nicolò Napoli (Palermo, 7 febbraio 1962) è un allenatore di calcio, ex calciatore ed ex giocatore di calcio a 5 italiano, di ruolo difensore, tecnico del FC U Craiova. Nicolò Napoli Napoli con la maglia del Cagliari nel 1991 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Squadra FC U Craiova Termine carriera 1997 - giocatore Carriera Giovanili Libertas Messina Squadre di club 1980-1983 Messina 71 (4) 1983 Cavese 2 (0) 1983-1984 → Benevento 27 (3) 1984-1987 Messina 104 (16) 1987-1991 Juventus 94 (6) 1991-1996 Cagliari 148 (9) 1996-1997 Reggina 29 (0) 1997-1998 Tempio 3 (0) Carriera da allenatore 2002 Moncalieri 2003 Vado 2003-2004 FCU Craiova 2005-2007 Orbassano 2007-2009 FCU Craiova 2009 Brașov 2009-2010 Astra Ploiești 2011 FCU Craiova 2012-2013 Turnu Severin 2013-2014 FCU Craiova 2014-2016 CSM Studențesc Iași 2018-2019 FCU Craiova 2020 FCU Craiova 2021 FC Politehnica Iași 2022- FCU Craiova Calcio a 5 Carriera Squadre di club 1998-1999 Cagliari 4 (1) Carriera Giocatore Cresciuto nel vivaio del Palermo, passa poi alla formazione "Allievi" del Tommaso Natale. Viene quindi prelevato dal Messina. Successivamente giocò nella Cavese e poi nel Benevento, prima di tornare al Messina dove rimase per tre stagioni. Nel 1987 venne ingaggiato dalla Juventus. Rimane in bianconero per quattro stagioni raccogliendo 94 presenze ufficiali con 6 gol, dei quali il più importante lo realizzò il 28 gennaio del 1990 allo stadio Comunale di Torino contro l'Inter, sconfitta dalla sua rete. Con la Juventus vinse una Coppa Italia e una Coppa UEFA nella stagione 1989-1990. Napoli (in primo piano) alla Juventus nel 1989, alle prese con l'azzurro De Napoli. Nel 1991 viene ceduto al Cagliari dove rimane fino al 1996, quando scende in Serie B nelle file della Reggina. L'ultimo suo sprazzo di carriera come calciatore lo vive ancora in Sardegna, dove è stato protagonista tra i più validi nella storia del Cagliari post-scudetto, mettendo a referto tre presenze nel Tempio, nel campionato di Serie C2 1997-1998. Nella stagione 1998-1999 si cimenta con il calcio a 5 giocando nel Cagliari, in Serie A; l'impatto con la disciplina non è tuttavia incoraggiante: il giocatore scende in campo in quattro occasioni, mettendo a segno una rete. Allenatore Comincia la sua carriera da allenatore nel 2002 Moncalieri, per poi passare l'anno successivo al Vado. Nella stessa stagione si trasferisce in Romania, chiamato dall'FCU Craiova, dove continua la sua carriera di allenatore, tranne un biennio ad Orbassano tra il 2005 e il 2007. Dal 13 ottobre 2014 allena il CSMS Iasi, divenuto nel 2016 Politehnica Iași con cui interrompe nel giugno 2016. Nell'estate del 2018 viene chiamato dall'FCU Craiova, club fallito nel 2013, ripartito dalla categorie minori e attualmente in Liga III. Dopo una promozione in Liga II Viene esonerato nell'ottobre 2020 L'anno successivo subentra con il Politehnica Iași ma non viene confermato a fine stagione che termina con la retrocessione. Nel dicembre 2021 subentra sulla panchina del FCU Craiova nel frattempo promosso nella massima categoria Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Campionato italiano Serie C1: 1 - Messina: 1985-1986 (girone B) Campionato italiano Serie C2: 1 - Messina: 1982-1983 (girone D) Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990
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STEFANO LO PORTO Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 30.01.1968 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1985 al 1988 Esordio: 28.05.1986 - Amichevole - Reggiana-Juventus 1-3 Ultima partita: 16.06.1988 - Amichevole - Venezia-Juventus 0-1 0 presenze - 0 reti
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ANGELO ORLANDO Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1957 Esordio: 01.09.1955 - Amichevole - Juventus-Juventus De Martino 2-3 Ultima partita: 16.01.1957 - Amichevole - Juventus-Nazionale Militare 3-3 0 presenze - 0 reti
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GIULIO ORIGLIA Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 23.02.1912 Luogo di morte: Torino Data di morte: 24.04.1964 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1935 al 1936 Esordio: 28.10.1935 - Amichevole - Biellese-Juventus 1-0 0 presenze - 0 reti
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BENJAMIN ONWUACHI Correva l’estate dell’oramai lontano anno 2002 – si legge sul sito Mondoprimavera.com – quando, in compagnia dell’ex attaccante Nando De Napoli (diventato collaboratore della Reggiana) sbarcano in Italia una serie di promettenti giovanotti nigeriani con un carico di sogni e di belle speranze per il futuro. Giovanissime promesse arrivate nel Bel Paese tramite la regia di Sunday Oliseh, ex centrocampista proprio del club emiliano e della Juventus, che soltanto un anno prima aveva spedito due giocatori che negli anni a seguire saranno protagonisti di una discreta carriera in Serie A, ovvero Obafemi Martins e Stephen Makinwa. Lo stesso non si può dire di un altro attaccante che ai tempi sembrava destinato a un futuro da campione: stiamo parlando di Benjamin Chukuka Onwuachi, noto semplicemente ai più come Benjamin. Baricentro basso e scatto da vero velocista, il ragazzo classe 1984 si presenta alla Reggiana mostrando fin da subito le proprie doti fisiche fuori dal comune: la società emiliana non ci pensa due volte e gli consegna le chiavi dell’attacco della squadra Berretti. Mai scelta fu più azzeccata: la freccia nigeriana mette a segno ben quaranta reti nella prima stagione in Italia, contribuendo in maniera netta alla conquista dello scudetto di categoria. Tre di questi goal li rifila nei play-off alla Juventus, club che si innamora letteralmente del rapidissimo attaccante nigeriano e, senza pensarci due volte, si presenta nella sede della Reggiana con un’offerta irrinunciabile (seicentomila euro) che consente ai bianconeri di battere la concorrenza di Milan e Inter e portare quindi Benjamin sotto la Mole. Aggregato alla Primavera, l’allora tecnico Vincenzo Chiarenza lo schiera in coppia con Raffaele Palladino, dando vita a un tandem offensivo devastante: il bomber africano realizza più trenta goal tra campionato e Torneo di Viareggio, contribuendo alla vittoria di quest’ultimo e attirando su di sé le attenzioni del pubblico di fede bianconera, sempre più incuriosito dall’impressionante prolificità del gioiellino della Primavera. Lo tiene spesso d’occhio anche Marcello Lippi che, dopo averlo visto all’opera nella classica amichevole pre-stagionale di Villar Perosa, nella quale l’allora diciannovenne Benjamin aveva segnato una rete a Buffon, inizia a chiamarlo sempre più spesso per partecipare alle sedute di allenamento con la Prima Squadra. I big, da Del Piero a Trézéguet, passando per lo stesso portiere della Nazionale, coccolano il gioiellino africano, che nel frattempo deve iniziare a fare i conti con la notorietà. Le persone lo fermano per strada e lo salutano, i tifosi gli chiedono autografi e ciò avviene anche in Nigeria, dove molti servizi su radio e giornali vengono dedicati al giovanotto che sta realizzando caterve di gol in Italia. In molti vedono in lui la risposta juventina a Oba Oba Martins, ex compagno di squadra e amico di Benjamin che nel frattempo sta facendo sognare i tifosi dell’Inter. A differenza di Obafemi, lui non fa capriole, ma gonfia le reti avversarie con una regolarità impressionante. L’esordio in Prima Squadra è solo questione di tempo: Lippi lo manda in campo in Coppa Italia, contro il Siena, e Benjamin non tradisce le attese andando in goal alla sua prima partita tra i professionisti. Il ragazzo è pronto: la Juventus, però, ha un reparto avanzato pieno di campioni (ai quali si è aggiunto un certo Ibrahimović) e non c’è spazio per il promettente bomber nigeriano, che all’inizio della stagione 2004-05 si trasferisce in prestito alla Salernitana. MAURIZIO TERNAVASIO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 2003 Ha gli occhi vispi, lo sguardo intelligente, i modi garbati. Ma anche la consapevolezza che, con un po’ di sacrificio, potrebbe ottenere buoni risultati. Perché a Benjamin Onwuachi, il nuovo straniero della Primavera bianconera, le qualità certo non mancano: è veloce, scattante, ambidestro, opportunista, tecnico. E ha pure un gran fiuto del goal: lo dimostrano le tante reti realizzate lo scorso anno nella Berretti della Reggiana, la sua prima squadra italiana, che in due occasioni gli ha fatto fare pure panchina in Serie C. «Il bello è che nelle fasi finali abbiamo incontrato proprio la Juve, sconfitta per 4-1 con tre miei goal. Non l’avessi mai fatto…», dice in un buon italiano, quasi inaspettato per chi è relativamente da poco tempo alle prese con una lingua difficile come la nostra. «A Reggio Emilia ho frequentato per un paio di mesi una scuola di italiano, qui a Torino dovrei iniziarne presto un’analoga per non aver più problemi di sorta». Lo scorso anno Benjamin giostrava prevalentemente da seconda punta, mentre in Juve si sta adattando a muoversi anche come attaccante puro. «Devo migliorare nel colpo di testa e nel far miei tutti i particolari tattici cui, nel mio paese, non ero abituato. In Nigeria si cura molto la parte atletica, ma non troppo quella tecnica. Spero di recuperare in fretta il tempo perduto». Non deve essere stato facile mollare tutto per venire a cercare fortuna in Italia. «Dalle nostre parti si sta attraversando un momento difficile, soprattutto dal punto di vista politico. È vero, molti vivono sotto la soglia della povertà, ma c’è anche chi se la passa piuttosto bene. I problemi iniziali sono stati soprattutto familiari e legati al clima: trasferirsi a soli diciassette anni in perfetta solitudine in una realtà completamente nuova è più complicato di quanto si possa immaginare. A Reggio, poi, mi sono trovato di colpo immerso nel gelo e nella nebbia, e non è stato facile abituarsi. Però mi sono imposto di riuscirci, uno sforzo che spero mi consenta in breve tempo di fornire un aiuto tangibile alla mia famiglia». Con la quale, immaginiamo, non hai frequenti contatti. «Ogni tanto ci sentiamo al telefono, ma fino a Natale non avrò la possibilità di raggiungerli. Un motivo in più per dar loro da lontano il maggior numero di soddisfazioni». Qual è il tuo modo preferito per andare in goal? E quali le caratteristiche migliori sotto porta? «A parte cinque o sei marcature venute da lontano, tutte le altre le ho realizzate nei pressi dell’area piccola, nell’uno contro uno o in velocità, visto che sono piuttosto sgusciante e veloce. In Italia, se non sbaglio, si dice che uno con le mie caratteristiche vede bene la porta. Gli obiettivi per l’avventura appena iniziata? Bissare i successi dello scorso anno. Non tanto quelli personali, perché non credo di potermi ripetere a tali livelli quantitativi, quanto piuttosto quelli di squadra. Sarebbe fantastico se il mio arrivo coincidesse con la conquista del titolo nazionale». Come procede invece il tuo ambientamento a Torino? Dove e come vivi? «Per ora mi affido unicamente all’amicizia e alla cortesia dei compagni, dal momento che non ho ancora avuto modo di stabilire contatti con i connazionali che vivono a Torino. Fortunatamente quasi tutti i ragazzi che vengono da fuori città alloggiano nel mio stesso albergo: una sistemazione confortevole e comoda sotto ogni punto di vista. E poi si mangia bene, una cosa che mi è sin da subito piaciuta dell’Italia». La scorsa stagione la formazione della Reggiana in cui militavi schierava ben sette ragazzi nigeriani. Per certi versi, era quasi come giocare in casa. «Siamo arrivati in Italia tutti insieme, ci conoscevamo già da tempo. Quest’anno però, com’era prevedibile, la colonia si è sciolta: due centrocampisti sono finiti alla Roma, un attaccante è andato all’Inter, un paio sono ancora in attesa di sistemazione. Nonostante non abbia più loro al mio fianco, le motivazioni per far bene sono immutate, anche perché sono approdato in una delle più importanti società del mondo. Anzi, a maggior ragione vorrei dare il massimo per raggiungere un posto al sole, anche se non è quello del mio paese. E poi, come ho detto, non posso proprio lamentarmi: sono in compagnia di ragazzi simpatici, con i quali nei momenti di libertà si va allegramente in giro, e mi porto sempre dietro un po’ di musica: non soltanto le canzoni nigeriane, ma anche quelle americane e di genere pop, per le quali stravedo. Per la prossima intervista spero di essere preparato anche sui ritmi italiani, com’è giusto che sia per chi non vuole sentirsi di passaggio». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/04/benjamin-onwuachi.html
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BENJAMIN ONWUACHI https://it.wikipedia.org/wiki/Benjamin_Onwuachi Nazione: Nigeria Luogo di nascita: Lagos Data di nascita: 09.04.1984 Ruolo: Attaccante Altezza: 171 cm Peso: 65 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 2003 al 2004 Esordio: 25.11.2003 - Coppa Italia - Siena-Juventus 1-2 1 presenza - 1 rete Benjamin Chukuka Onwuachi (Lagos, 9 aprile 1984) è un ex calciatore nigeriano, di ruolo attaccante. Benjamin Onwuachi Nazionalità Nigeria Altezza 171 cm Peso 65 kg Calcio Ruolo Attaccante Squadra svincolato Carriera Giovanili 2002-2003 Reggiana 2003-2004 Juventus Squadre di club 2003-2004 Juventus 1 (1) 2004-2005 → Salernitana 15 (4) 2005-2006 Standard Liegi 0 (0) 2006-2007 Iōnikos 41 (7) 2007 → Tirana 0 (0) 2007-2008 Iōnikos 27 (14) 2008-2009 → APOEL 23 (8) 2009-2011 Kavala 55 (20) 2011-2012 AEL Limassol 10 (0) 2012 Panaitōlikos 9 (0) 2012-2013 Skoda Xanthī 21 (6) 2013-2014 Īraklīs 19 (3) 2014 Oțelul Galați 1 (0) 2014-2015 Salam Zgharta ? (?) 2016-2017 Aiginiakos 6 (0) 2017 Banneux ? (?) 2017-2018 Nerostellati 18 (1) 2018 Folgore Rubiera ? (?) 2018-2019 Nerostellati ? (?) Carriera Club Dopo aver segnato 40 gol nelle giovanili della Reggiana, nel 2003 Onwuachi si trasferisce alla Juventus per 420 mila €. Anche qui, in coppia con Raffaele Palladino, riuscirà a realizzare molte reti con la Primavera. Debutta in prima squadra in Coppa Italia contro il Siena, in cui riuscirà a siglare la rete del definitivo 2-1 per la "Vecchia Signora". Tuttavia, a discapito delle promesse, questa si rivelerà essere la sua unica presenza ufficiale con la Juventus; poco dopo, infatti, un grave infortunio gli costò la rottura del crociato, circostanza che lo tenne lontano dai campi di gioco per molto tempo. Nella stagione seguente venne inviato in prestito alla Salernitana, dove non riuscì a tener fede alle aspettative: nel campionato cadetto 2004-2005 scese in campo 15 volte, mettendo a referto 4 marcature. Nell'estate del 2005 venne ceduto gratuitamente allo Standard Liegi; il trasferimento tuttavia venne contestato dalla Guardia di Finanza e la società belga, per cautelarsi, decise di rinunciare al contratto col nigeriano, che così non ebbe modo di esordire con i Rouches. Da lì iniziò una lunga trafila in squadre minori che lo avrebbe portato a giocare in Grecia, Cipro, Albania, Romania, Libano e nuovamente Belgio. Nel novembre del 2017 tornò in Italia, firmando con la squadra dilettantistica dei Nerostellati. Nel luglio del 2018 passò alla Folgore Rubiera, ma dopo appena cinque mesi fece ritorno nella squadra di Pratola Peligna. Svincolato dal 2019, decide quindi di appendere le scarpette al chiodo.
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LUIGI DE AGOSTINI «Un calciatore furlan ha risorse speciali – racconta Camin – matura spesso nel silenzio, la sua dedizione al lavoro, qualsiasi lavoro, ha radici molto antiche. E se pensiamo De Agostini calciatore, lo pensiamo attaccante, piccolo e audace, al servizio dell’Udinese che veste gli stessi colori della sua futura squadra, la Juventus, nella quale si calerà come un elemento alla base di tutto, della stessa tradizione, degli ideali valori della maglia e della professione. Diventa titolare inamovibile nel ruolo di laterale sinistro proprio all’uscita fisica dal ruolo di Cabrini. Lo diventa anche in Nazionale, dove Vicini, gli preferisce spesso la finezza araldica del Maldini, dovendo tuttavia convenire che De Agostini è il jolly ideale per ogni incombenza. La qualità del piede che trasferisce palloni decisivi nell’area piccola, anche di prima intenzione così da consentire al bomber naturale la fondamentale deviazione di testa, la qualità della corsa abbinata a un tackle risoluto quanto leale che ne fa un agonista mai domo. Pur nei giorni meno brillanti di Madama, questo furlan ha rappresentato l’anello di congiunzione col passato di tutte le vittorie e, col recupero della normalità, è stato il più pronto a capire la svolta e a dare il suo contributo. Un calciatore furlan ha sempre risorse speciali. Matura spesso nel silenzio dell’operosità e dell’osservazione, i suoi mezzi e la sua classe. De Agostini entra di diritto nella schiera dei più grandi per il cuore meraviglioso che lo sostiene, un professionista davvero raro per i nostri giorni; non lo anima il denaro, ma l’amore per la maglia. I suoi furenti raid sulla fascia sinistra provvigionano l’attacco dei servizi decisivi». Approda in riva al Po nell’estate 1987. Gigi è un professionista molto serio, può giocare indifferentemente sia sulla fascia sia in marcatura, sia in mediana che come mezzala; giocatore dai classici piedi buoni, tira le punizioni e diventa anche il rigorista della squadra. «Quando sono arrivato alla Juventus, la maglia numero tre era ben salda sulle spalle di Cabrini. Allora sono stato impiegato da mediano, dimostrando di poter coesistere con Antonio. Non mi piace che il pubblico mi identifichi solo nel giocatore che corre sulla fascia sinistra e piazzi precisi cross per la testa degli attaccanti». De Agostini corre e combatte, puntella alla bisogna in ogni parte del campo, applica sul campo quelle teorie sul calciatore universale che, ogni tanto, qualcuno rispolvera, tanto per sottolineare che questo tipo di giocatore è oramai scomparso. Ha la sfortuna, però, di arrivare in una Juventus modesta, troppo impegnata a un vano inseguimento di Napoli e Milan e vi rimane per cinque campionati. Il suo trasferimento all’Inter, avvenuto nell’estate del 1992 è causato, forse, da una leggerezza dello staff bianconero convinta che il jolly De Agostini avesse già espresso il meglio di sé; in neroazzurro rimane una sola stagione, per poi vivere una seconda giovinezza alla Reggiana. È stato lo stakanovista di una professione vissuta sempre con grande serietà e passione: «Per giunta, ho anche un record ignorato da molti; nelle stagioni 1987-88 e 1989-90, con quasi settanta partite, sono stato il giocatore italiano che ha disputato più incontri ufficiali. Inoltre, sono arrivato ad un passo dallo juventino Magni, il solo che abbia portato sulle spalle tutti i numeri di maglia. Così, in occasione dell’ultima partita della mia carriera, ho chiesto e ottenuto dall’allenatore, di poter indossare la maglia numero cinque, l’unica che, a parte quella da portiere, mi mancava ancora». NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL NOVEMBRE 2017 Tricesimo. È questo l’ombelico del mondo per Luigi De Agostini, nato il 7 aprile 1961 a Udine, ma vissuto e cresciuto proprio qui, nel piccolo comune friulano. Dove è tornato a vivere una volta terminatala sua carriera di calciatore iniziata nel 1978 e chiusa diciassette anni dopo: 574 partite da professionista con le maglie di Udinese, Trento, Catanzaro, Verona, Juventus, Inter e Reggiana, compreso l’azzurro dell’Italia. Sempre di corsa, giocando in tutti i ruoli, segnando cinquantasei reti e mettendo da parte qualche bella soddisfazione. Vive qui, a Tricesimo, con la moglie Odilla, compagna di vita da sempre. I figli, Michele (anche lui calciatore, oltre 300 presenze in serie C) e Sofia, nata il 14 maggio 1989 proprio durante un derby Toro–Juve, hanno messo su famiglia e vivono per conto loro. Mi accoglie sulla soglia di casa (una bellissima casa, immersa in un parco ancora più bello) e mi mostra le scarpette attaccate al chiodo. Sorride amaro: «Il chiodo me lo regalò Tricella quando smisi nel 1995. Le mie Adidas le ha appese mia moglie pochissimo tempo fa, dopo l’impianto di un pacemaker cardiaco. È stata una cosa improvvisa. Dal ritiro ho sempre continuato a giocare, ultimamente anche con le “Legends” della Juventus. Un medico, il dottor Milan mi ha scoperto il problema. E i suoi colleghi Rebellato e Proclamar mi hanno operato. Li ringrazio, ovviamente, anche se questo significa stop definitivo con le partite». Tutto vero, ma il pallone non è certo sparito dalla sua vita, «Ho una scuola calcio qui a Tricesimo, oltre trenta bambini. Non girano soldi, sento il dovere di ridare gratuitamente alla mia terra quello che ha dato a me quando ero ragazzo, permettendone di realizzare il mio sogno. Al calcio devo tutto: ho giocato, ho guadagnato, ho potuto metter su famiglia e sono stato in grado di affrontare le difficoltà della vita con lo spirito giusto. Potevo fare qualcosa in più, ma sarebbe potuto accadere anche il contrario. Di certo a diciassette anni ci avrei messo la firma per la carriera che ho fatto». Da dove sei partito? «Dal cortile di casa, dove abitavano i De Agostini, sempre a Tricesimo. Con me, oltre ai miei fratelli Silvio e Andrea, c’era mio cugino Stefano, di tre anni più piccolo e anche lui poi diventato professionista». Chi ti ha trasmesso la passione per il calcio? «Mio padre Claudio che ha giocato fino alla Quarta Serie. Una vita di sacrifici la sua, insieme a mia mamma Luciana. Di notte il fornaio, di giorno nei campi con mio nonno. E quei quindici minuti che mi dedicava giocando la sera in casa, con un pallone fatto di stracci (per non rompere nulla) erano la cosa più meravigliosa che poteva capitarmi». Mi risulta che tu fossi tifoso del Milan da piccolo. «Avevo le vene rosse e le arterie nere. Mi chiamavano “Gigi Milan”. Ero pazzo di Gianni Rivera e quando lui smise, nel 1979, anche la passione per i colori rossoneri è scemata. Da lì non ho più tifato per nessuno». A che età sei entrato nel vivaio dei bianconeri? «Da grande, a diciassette anni. Fino ad allora avevo giocato nella Polisportiva Tricesimo. Ma erano momenti particolari, c’era stato da poco il terremoto (giugno 1976, ndr) e le conseguenze le sentivamo ancora tutte. Non c’erano palloni, non avevamo le maglie. Io devo dire grazie a quei volontari che ci portavano alle partite, che hanno sopperito alle inevitabili mancanze». Anche Tricesimo fu colpita dal sisma? «Crollò il campanile della Chiesa, morì una persona. Ci furono molti danni agli edifici. Noi abbiamo dormito per un mese in tenda. Non è stato semplice quel periodo». Il calcio dette una bella mano alla rinascita. «L’Udinese dei miracoli che dal 1978 in due anni vola in A ha dato una bella spinta, questo sì. Se vuoi ti dico al volo la formazione che vinse il campionato in B. Della Corna, Fanesi, Riva; Leonarduzzi, Bonora, Fellet; De Bernardi, Delneri, Bilardi, Vriz e Ulivieri. Una squadra fortissima, mai sufficientemente ricordata: in due anni dalla C alla A; nel 1978 la Coppa Italia semi–professionisti e nel 1980 la Mitropa Cup». Nella rosa di quella squadra ci sei anche tu. «A diciassette anni fui inserito nella Primavera. Tutto sinistro, giocavo in attacco e mi piaceva fare i “numeri”. A livello fisico, invece, ero indietro rispetto agli altri. Lavorai sodo con Cleante Zat, il preparatore atletico. Ho cominciato allora a fare sacrifici, una costante di tutta la mia carriera. Ero determinato, certi treni passano una sola volta». Sforzi premiati, visto che nell’anno della promozione in A tu fai una presenza. «Devo molto a mister Giacomini e al suo vice Zoratti. Debuttai il 24 giugno 1979, ultima di campionato di B, contro il Rimini. Entrai al posto del centravanti Bilardi. E l’anno seguente ci fu anche l’esordio in A, contro il Napoli il 23 marzo 1980. Quella volta fu Dino D’Alessi a darmi fiducia». 23 marzo 1980, una data nera per il calcio italiano. «Fu la domenica degli arresti allo stadio per il calcio–scommesse. Ho sempre in testa quelle immagini che vidi alla TV, mi fecero una gran brutta impressione. Non era quello il mondo che avevo sognato». Torniamo al tuo debutto: con il Napoli giocasti con il nove. «Ho iniziato con quel numero perché facevo la punta, ma nella mia carriera li ho girati tutti, dal due all’undici. Solo Magni ha fatto meglio di me, perché una volta indossò anche il numero uno giocando in porta. In campionato feci altre quattro partite da attaccante e D’Alessi mi impiegò anche nella Mitropa Cup, che vincemmo». L’anno dopo, però, nessuna presenza in campionato. «Ero il capitano della Primavera allenata da mister Tumburus. Vincemmo lo scudetto. Con me c’erano, fra gli altri, Miano, Cinello, Trombetta, Gerolin, Papais, Borin, tutta gente che ha fatto una buona carriera da professionista». Nel 1981–82 sei in prestito al Trento, in C1. «Trovai un ambiente ideale. Il giorno dopo un 3–2 con il Fano in cui feci il fenomeno, i giornali titolarono: “E all’improvviso al Briamasco appare una stella”. Feci un’ottima stagione, da titolare, realizzando pure tre goal. Il ruolo? Spesso mediano». L’anno dopo ti mandano a Catanzaro. «Lo seppi dalla televisione. L’Udinese acquistò Massimo Mauro e, nell’operazione finirono anche i cartellini di Trombetta e il mio. I nuovi compagni erano in ritiro ad Ampezzo, li raggiungemmo lì. La cosa buona è che la squadra calabrese faceva la Serie A. Ma Catanzaro era veramente lontana, non tornavo mai a casa». Come hai superato la “saudade”? «Io e Odilla decidemmo di sposarci e fu una mezza avventura. La domenica precedente il matrimonio giocai contro la Roma. A fine partita dovevo raggiungere Lamezia, ma non ce l’avrei mai fatta se non avessi ottenuto un passaggio dal pullman che portava i romanisti all’aeroporto e che, come prassi, viaggiava scortato». Che ricordi conservi dell’annata in Calabria? «Vivevo a Soverato, un bellissimo posto sulla costa. In campionato ho giocato ventiquattro partite e fatto quattro goal di cui uno a Zoff. Sentivo che la gente mi voleva bene. In più c’era Bruno Pace, l’allenatore. Era un esteta, amava il bel gioco. Fumava spesso e talvolta, dopo aver preparato il campo per gli esercizi, si metteva seduto in panchina, si accendeva una Marlboro e ci lasciava liberi di allenarci». Domanda d’obbligo: in quale ruolo hai giocato a Catanzaro? «Ho fatto il jolly. Veramente». 1983: ritorni all’Udinese. «E trovo un certo Zico. Che meraviglia. Lo avevo visto in TV, sui quei circuiti locali che trasmettevano le partite del campionato brasiliano. Mi pareva incredibile pensare che ci avrei giocato insieme». Ci descrivi Zico per favore? «È il giocatore più forte che abbia mai visto. Tecnicamente divino, faceva tutto con una semplicità disarmante. Aveva gli occhi anche dietro la testa. Sapeva dove, come e quando darti la palla, E poi c’era il “fuori campo”; dove si misurano davvero le persone. Ecco, Zico era un campione anche lì: sempre disponibile, non gli ho mai visto rifiutare una foto o un autografo. Un grande davvero, ci sentiamo ancora adesso». Hai cercato di carpirgli qualche segreto durante gli allenamenti? «A fine seduta rimaneva a provare le punizioni, si allenava con le sagome. Io c’ero sempre, era già appagante vederlo in azione. Imitarlo, impossibile». Hai un ricordo particolare di lui? «Andiamo a giocare a Catania. Ci accolgono con fischi e qualche sasso. Zico al 70’ segna il goal del vantaggio, ma la cosa più incredibile succede al 90’ quando l’arbitro fischia una punizione dal limite per noi e il pubblico di Catania invoca Zico per la battuta. Una cosa mai vista. Per la cronaca fece goal e vincemmo 2–0». Non era male comunque quell’Udinese 1983–84. «Per poco non ci qualificammo per la Coppa Uefa. Oltre a Zico c’erano anche Virdis, Mauro, Edinho. Ma su tutti metto Franco Causio, un professionista esemplare: a trentaquattro anni era sempre in testa al gruppo negli allenamenti». E tu in tutto questo bailamme? «Ci stavo, e anche bene. Ondeggiavo tra centrocampo e difesa per volere del mister Enzo Ferrari che già qualche anno prima mi aveva pronosticato un futuro da numero tre. All’epoca rifiutai l’idea, non mi ci vedevo proprio. Adesso invece la soluzione cominciava a piacermi. Nella stagione successiva ho iniziato a fare stabilmente il terzino sinistro. Allenatore Luis Vinicio, uno a cui piaceva il bel gioco. Era il campionato 1984–85, il migliore per me con la maglia dell’Udinese». C’è una partita di quella stagione che ricordi con particolare piacere? «La sfida di ritorno contro il Napoli, 12 maggio 1985, con la rete di mano di Maradona, molto simile a quella più famosa contro l’Inghilterra. La partita finì 2–2, io realizzai un gran goal con un bel sinistro da lontano e presi due pali. Quel giorno in tanti “scoprirono” De Agostini e alla società iniziarono ad arrivare un po’ di richieste per il sottoscritto». Possiamo dire che il vero salto di qualità lo hai fatto con la stagione a Verona 1986–87? «Senza dubbio. Dico subito che a Verona ho lasciato un pezzo del mio cuore. Ho trovato l’ambiente giusto e l’allenatore che mi ha fatto volare, Osvaldo Bagnoli. La sua grandezza sta nella semplicità, che è il sugo di ogni allenatore. In tre mesi sono decollato: prima la Nazionale Olimpica, poi quella maggiore; miglior terzino sinistro del campionato e alla fine il trasferimento alla Juventus. Una cosa fantastica». Andiamo con ordine. Partiamo dalla squadra di club. «Il Verona due anni prima aveva vinto lo storico scudetto, l’atmosfera era ancora frizzante. Ho giocato con il miglior Tricella, un libero che nell’uno contro uno era imbattibile, oltre ad essere il primo contropiedista della squadra. Siamo diventati subito amici. Poi c’era Roberto Galla, un giocatore fondamentale negli equilibri in campo e un ragazzo d’oro che ho ritrovato alla Juve, condividendo con lui molti ritiri. E infine Elkjær, un grandissimo. Prima di entrare in campo, dopo essersi fumato una sigaretta, mi prendeva per un braccio e mi diceva: “Non avere paura. Tu giocare con Elkjær!”». Un campionato strepitoso, trenta presenze, tre goal e a fine stagione sei giudicato il migliore nel tuo ruolo. «Fu una grande soddisfazione, tenuto conto anche della concorrenza che era di altissimo livello: Cabrini, il giovanissimo Maldini, Nela, senza dimenticare Briegel e Branco». Apriamo adesso il capitolo azzurro. «Non ci speravo quasi più. Per una questione di età non sono mai riuscito a giocare con l’Under 21; la Nazionale di C mi sfuggì per un pelo. Nel 1985 venni convocato con l’Italia “sperimentale; ma la partita che avrebbe dovuto giocarsi a Genova, fu annullata per la neve, ed erano anni che non nevicava sul capoluogo ligure». E, invece, la ruota gira nel verso giusto. «Merito di Dino Zoff, allenatore dell’Olimpica. Io debuttai subito, alla prima uscita nell’amichevole contro la Grecia a Patrasso. Era il 14 gennaio 1987. Zoff, un altro di quelli della scuola di Bagnoli, prima di entrare in campo, in dialetto friulano mi disse: “Sei pronto?”. Ero prontissimo e carico, Vincemmo 2–0, con un uomo in meno. Reti di Carnevale, in entrambi i casi su miei assist. In tribuna a vedere la partita c’era Azeglio Vicini, CT della Nazionale maggiore. Zoff mi ha sempre chiamato per l’Olimpica, ero uno dei titolari fissi. Ma nel frattempo arrivò anche la convocazione per la Nazionale A. Il 28 maggio 1987 gioco la mia prima partita con l’Italia: 0–0 con la Norvegia. Io entro nel secondo tempo al posto di Bergomi; poi un altro spezzone e il 10 giugno 1987 debutto come titolare nel 3–1 all’Argentina di Maradona». Ed ecco la Juventus. «Sinceramente non pensavo di andare via, anche perché avevo firmato un contratto triennale. Ma il presidente del Verona aveva bisogno di soldi ed io e Tricella eravamo tra i pochi ad avere mercato. Seppi della Juventus mentre ero in tournée con la Nazionale». Ricordi il primo impatto con il mondo Juve? «Entrai in sede e mi sembrò di stare in una gioielleria: c’erano coppe e trofei dovunque. Ero con Tricella. Poi incontrammo Boniperti, il presidente. L’incarnazione del successo. Ce lo disse subito: “Qui alla Juventus vincere è l’unica cosa che conta”». Temevi il salto dalla provincia alla grande squadra? «Temere no. C’era la consapevolezza che non potevi sbagliare. In campo e fuori. Lo stile–Juve era ancora vivo e presente. Ed era soprattutto educazione, rispetto, responsabilità. Boniperti era molto attento a questi particolari, non solo per il taglio dei capelli». Hai qualche aneddoto che riguarda il presidente? «La telefonata che ricevetti mentre ero in ritiro con la Nazionale in Lussemburgo. “Dove sei?”‘ mi domanda Boniperti. Ed io: “Con la Nazionale”. “Guai a te se ti fai male, mi fa lui, che domenica c’è il derby”. Ecco, la partita con il Torino per lui era uno spauracchio». Andiamo sul campo, adesso. Perché alla prima uscita ufficiale, ti presenti con la maglia numero dieci di un certo Michel Platini che si era appena ritirato. «Me la trovai addosso nella partita di Coppa Italia contro il Lecce il 23 agosto 1987. Fu una decisione di mister Marchesi. Ed io non ebbi nessun problema a indossarla, oltretutto segnai anche il goal del 3–0». Non male come esordio dell’erede di Michel! «(sorride). Non scherziamo. Io con Platini non c’entravo nulla. In campo il giocatore che avrebbe dovuto sostituire tatticamente Michel era Marino Magrin. A lui il mister dette l’otto per non appesantirlo ulteriormente. Fu una decisione intelligente. Io presi il dieci e fui schierato in mediana, visto che come terzino sinistro c’era ancora Antonio Cabrini». Annata bruttina, con tanto di spareggio Uefa contro il Torino. «Vincemmo ai rigori, io realizzai il mio. Meno male, così andai con il cuore più leggero a giocare il mio primo Europeo in Germania. Era una buona Nazionale quella, ci bloccò l’Unione Sovietica in semifinale. Io feci anche un goal contro la Danimarca nel girone iniziale, dopo due minuti dal mio ingresso in campo. Corsi ad abbracciare Tacconi che mi aveva predetto la rete». 1988–89, seconda stagione alla Juve e ritrovi Zoff come nuovo mister bianconero. «Zoff e Scirea, che era il suo vice, erano lo stile–Juve. Poche parole, molti fatti. Penso a Gaetano e mi commuovo sempre. La sua morte prematura ci ha lasciato scioccati. Avrebbe fatto cose egregie, soprattutto per i giovani. Io porto sempre nel mio portafoglio una sua figurina». Con Zoff la tua Juve operaia vince due Coppe nel 1990. «Dino era riuscito a creare un gruppo unito, saldo. Ha vinto con i portatori d’acqua. Prima Rush, poi Zavarov, avevano deluso. In compenso c’erano Galia, Marocchi, il sottoscritto. E poi Schillaci, Alejnikov, Fortunato. Tutta gente affamata e pronta a giocare per la squadra». L’avversaria era la Fiorentina di Baggio. «Decisiva fu la partita d’andata che vincemmo per 3–1. Tacconi fece il fenomeno su alcune conclusioni ravvicinate del Codino. Galia e Casiraghi segnarono i primi due goal. Il terzo lo feci io, di destro dal limite dell’area, ingannando Landucci. Sono molto legato a quella rete: è l’ultima segnata da un bianconero al Comunale, il teatro dei grandi successi della Juventus». Mi risulta che per queste vittorie l’Avvocato Agnelli non abbia mancato di fare una delle sue proverbiali battute. «Successe dopo la Coppa Italia, disse: “Pensavo faceste una buona partita, ma non avrei mai pensato che sareste riusciti a vincere la Coppa”. La punzecchiatura era tutta per il Milan che pareva invincibile». In quella lunga estate 1988, ci fu anche l’esperienza olimpica a Seul. «Non c’era più Zoff in panchina, lo avrei ritrovato alla Juventus come allenatore. Per di più incappammo nella batosta con lo Zambia. Sfiorammo il podio, battuti dalla Germania nella finale per il terzo e quarto posto». E così, prima la conquista della Coppa Italia ad aprile e un mese dopo, la Coppa Uefa. «Due enormi soddisfazioni. La prima arrivò dopo aver battuto il Milan di Sacchi, con un goal decisivo di Galia a San Siro. La seconda fu conquistata con due “Primavera” in campo nella finale di ritorno e con un uomo in meno per gran parte della partita a causa del rosso a Pasquale Bruno». Tu hai un tuo ricordo personale dell’Avvocato? «Il giorno che mi fu consegnata la medaglia per le mie cento partite nella Juve, mi fa: “Mi aspetto da lei altre cento partite prima di giudicarla”». Il 1990 è anche l’anno dei Mondiali di casa. «E stavolta li giocavo anch’io! Nel 1978 fui ospite di alcuni miei parenti in Argentina. Quattro anni dopo convinsi Odilla, non ancora mia moglie, ad andare in vacanza in Spagna. Italia ‘90 è stata un’esperienza fantastica. Il Mondiale è il sogno di ogni calciatore. Feci sei partite su sette. Dico la verità: meritavamo la vittoria». Torniamo alla Juve e alle clamorose trasformazioni dell’estate 1990. «Zoff non fu confermato. Arrivò Maifredi e una nuova idea di calcio. Arrivò anche Roberto Baggio. La partenza fu da incubo con il 5–1 subito dal Napoli in Supercoppa, poi però in campionato non facemmo male. Ma non c’era equilibrio in campo, e per noi difensori era dura. Dopo l’eliminazione con il Barcellona in Coppa delle Coppe, iniziò il tracollo. Alla fine non ci qualificammo nemmeno per la Uefa. Addio Maifredi e ritorno di Trapattoni». Tue libere valutazioni adesso. «Avrei tenuto Zoff e con innesti mirati, avrei rafforzato la squadra che, l’anno prima, aveva vinto due coppe. Maifredi fu lasciato solo. Avrebbe avuto necessità di più tempo. Ma alla Juve non c’è tempo da perdere. Devi essere sempre pronto». Anche a calciare i rigori che qualcuno non vuole tirare? «Ma io i rigori li ho sempre tirati, anche in Nazionale. Quella volta con la Fiorentina andai sul dischetto io. Stop. Poi Mareggini fece il fenomeno. Può capitare di sbagliare». Alla Juve ci stai ancora un anno, quindi nel 1992 c’è l’Inter. «Seppi del trasferimento dai giornali. Avrei rifiutato, se ci sono andato è solo perché c’era Osvaldo Bagnoli. All’Inter pensano che quelli che arrivano dalla Juve siano oramai a fine serie. Non ho buoni ricordi di quella stagione, una volta sono stato pure espulso per scambio di persona, al posto di Tramezzani». 1993: ecco la Reggiana. «Mi volle Dal Cin, mio vecchio dirigente all’Udinese. Feci lì i miei ultimi due anni di carriera. Dissi basta quando mi accorsi che non ero più competitivo e che stava subentrando una certa nausea. Dopo diciotto anni di sacrifici, era giunto il momento di staccare la spina e pensare ad altro». La vita poi ti ha messo di fronte a un avversario difficile da superare. «16 settembre 1999. Sofia fu travolta da un’auto guidata da un ubriaco mentre stava attraversando la strada con la sua tata, la Dina, che morì sul colpo. Le lesioni subite da mia figlia furono gravissime. Grazie al cielo, siamo riusciti a superare ogni ostacolo. Sofia è tornata a camminare e a fare una vita normale. Lo sport mi ha aiutato molto ad affrontare questa battaglia». Chiudiamo: cosa ti ha emozionato di più in tutti i tuoi anni da calciatore? «La festa a sorpresa che mi organizzarono dopo i Mondiali del 1990. Qui a Tricesimo, nel cortile di casa. Lo stesso dove da bambino ho iniziato a sognare». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2017/04/luigi-de-agostini.html
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LUIGI DE AGOSTINI https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_De_Agostini Nazione: Italia Luogo di nascita: Udine Data di nascita: 07.04.1961 Ruolo: Difensore Altezza: 174 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1992 Esordio: 23.08.1987 - Coppa Italia - Lecce-Juventus 0-3 Ultima partita: 24.05.1992 - Serie A - Verona-Juventus 3-3 215 presenze - 29 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Luigi De Agostini (Udine, 7 aprile 1961) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Luigi De Agostini De Agostini alla Juventus nel 1990 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 30 giugno 1995 Carriera Giovanili 19??-19?? Udinese Squadre di club 1978-1981 Udinese 7 (0) 1981-1982 → Trento 28 (3) 1982-1983 → Catanzaro 24 (4) 1983-1986 Udinese 80 (3) 1986-1987 Verona 30 (3) 1987-1992 Juventus 215 (29) 1992-1993 Inter 31 (1) 1993-1995 Reggiana 61 (2) Nazionale 1987-1988 Italia Olimpica 15 (1) 1987-1991 Italia 36 (4) Palmarès Mondiali di calcio Bronzo Italia 1990 Biografia Ha un figlio, Michele, divenuto a sua volta calciatore con una carriera nelle serie minori italiane. Caratteristiche tecniche De Agostini si appresta a battere un calcio piazzato per la Juventus nella stagione 1987- 1988 Giocatore molto duttile – nel corso della sua carriera, in un'epoca precedente l'arrivo della numerazione fissa, indossò tutti i numeri di maglia dal 2 all'11 –, agiva prevalentemente sulla fascia sinistra, come terzino o esterno di centrocampo, ma sapeva disimpegnarsi anche come mezzala. Dotato tecnicamente e apprezzato per la sua professionalità, era un ottimo esecutore di rigori e punizioni, caratteristica che, unitamente a un buon tiro da lontano, gli permise di trovare spesso la via del gol: con 33 reti in Serie A, è nel novero dei più prolifici difensori del massimo campionato italiano. Carriera Giocatore Club Debutta in Serie A con la maglia dell'Udinese il 23 marzo 1980, in Udinese-Napoli (0-0). In seguito passa al Catanzaro, poi al Verona e, nel 1987, alla Juventus per 5,5 miliardi di lire, dove milita fino al 1992. De Agostini in azione all'Udinese nel 1985 Nella stagione 1989-1990, in cui offre un rendimento particolarmente alto in maglia bianconera, è tra i protagonisti della squadra di Dino Zoff che incamera il double continentale formato dalla Coppa UEFA – realizzando anche un gol nella finale di andata contro la Fiorentina – e dalla Coppa Italia. Si trasferisce nel 1992 all'Inter, per 2 miliardi di lire, e quindi nel 1993 alla Reggiana dove rimane per due annate prima di chiudere, all'età di trentaquattro anni, la carriera agonistica. Nella massima divisione italiana conta 378 partite e 33 gol. Nazionale Convocato dal commissario tecnico Azeglio Vicini, esordisce in nazionale il 28 maggio 1987, a 26 anni, entrando nel secondo tempo della partita amichevole contro la Norvegia (0-0) disputata ad Oslo. Da sinistra: De Agostini in maglia azzurra con Tacconi, Marocchi e Schillaci, gli altri juventini convocati per il campionato del mondo 1990. Successivamente partecipa al campionato d'Europa 1988, competizione conclusa in semifinale, dov'è autore di un gol contro la Danimarca, e al campionato del mondo 1990, manifestazione che l'Italia conclude al terzo posto; in quest'ultima occasione si afferma come titolare dopo alcune buone prestazioni da subentrato. Conclude la sua militanza in azzurro con 36 presenze e 4 reti, disputando l'ultima gara il 25 settembre 1991, contro la Bulgaria. Nel 1988 milita anche nella nazionale olimpica, prendendo parte ai Giochi di Seul 1988, in cui l'Italia è eliminata in semifinale dall'Unione Sovietica e perde contro la Germania Ovest la finale per il terzo posto. Dopo il ritiro Nel 2007 è stato assunto come team manager dell'Udinese, lasciando poi l'incarico dopo sei mesi. Nel 2009 comincia a dedicarsi all'organizzazione di campi e scuole calcio per ragazzi, diventando il responsabile tecnico per i camp del Real Madrid organizzati in Italia. Inizia ad allenare la sezione "piccoli amici" nel Tricesimo Calcio. Palmarès Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Udinese: 1980-1981 Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Udinese: 1978-1979 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Competizioni internazionali Coppa Mitropa: 1 - Udinese: 1979-1980 Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica Italiana — Roma. 30 settembre 1991. Di iniziativa del Presidente della repubblica.
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SAMUELE ZOPPO Nazione: Italia Luogo di nascita: Aosta Data di nascita: 21.04.1973 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1989 al 1990 Esordio: 15.11.1989 - Amichevole - Juventus-Nazionale Italiana Dilettanti 5-0 0 presenze - 0 reti
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OTELLO ZIRONI https://it.wikipedia.org/wiki/Otello_Zironi Nazione: Italia Luogo di nascita: Sassuolo (Modena) Data di nascita: 02.01.1917 Luogo di morte: Sassuolo (Modena) Data di morte: 28.03.1990 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano B Soprannome: - Alla Juventus dal 1936 al 1937 Esordio: 13.06.1937 - Amichevole - Sochaux-Juventus 2-2 Ultima partita: 20.06.1937 - Amichevole - Torino-Juventus 2-0 0 presenze - 0 reti Otello Zironi (Sassuolo, 2 gennaio 1917 – Sassuolo, 28 marzo 1990) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Otello Zironi Zironi (in piedi, primo da sinistra) nella Lazio della stagione 1940-1941 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1951 Carriera Squadre di club 1933-1934 Scandianese ? (?) 1934-1936 Reggiana 55 (28) 1936-1940 Modena 117 (37) 1940-1942 Lazio 24 (4) 1942-1944 Modena 43 (25) 1945-1946 Piacenza 9 (4) 1946-1947 Parma 18 (3) 1947-1948 Piacenza 14 (5) 1949-1950 Scandianese ? (?) 1950-1951 Bondenese ? (?) Nazionale 1938 Italia B 2 (1) Biografia Nasce a Sassuolo come suo fratello Walter, anch'egli calciatore in serie A e deceduto durante la seconda guerra mondiale. Caratteristiche tecniche Zironi era un'ala destra, veloce e forte fisicamente; grazie alle doti di dribbling saltava l'uomo con facilità. Era abile tanto nel cross per i compagni al centro dell'attacco, quanto nella finalizzazione personale. Carriera Club Cresciuto nella Scandianese, nel 1934 passò alla Reggiana, in Prima Divisione. Vi disputò due stagioni, realizzando 28 gol in 55 partite e conquistando la promozione in Serie B nel 1936. Attirò l'attenzione del Modena, con cui esordì in Serie B: vi rimase quattro stagioni da titolare, conquistando la promozione in Serie A al termine del campionato 1937-1938, dopo spareggi con Novara e Alessandria. Debuttò in serie A il 18 settembre 1938 contro il Liguria. In due stagioni realizzò 13 reti, mettendosi in evidenza come ala destra e passando nel 1940 alla Lazio, dove fu titolare nella prima stagione. Nel campionato 1941-1942 Zironi nell'undici laziale disputò un'unica partita, il 9 novembre 1941 proprio contro il Liguria. Di nuovo al Modena, tornò titolare, realizzando 19 reti nel Serie B 1942-1943; restò in gialloblu anche durante la guerra, disputando 12 partite con 6 reti nel Campionato Alta Italia 1944 e giocando a fianco del fratello Walter. Dopo la guerra, riprese a giocare nel Piacenza, dove rimase per due stagioni intervallate da una parentesi al Parma (3 reti in 18 partite), sempre in Serie B. Chiuse nelle serie inferiori, militando nella Scandianese e nella Bondenese. Con 65 reti realizzate è il quarto miglior marcatore della storia del Modena. Nazionale Con la Nazionale azzurra B disputa 2 partite siglando un gol, nella partita di esordio contro la Francia a Marsiglia. Palmarès Club Campionato italiano di Serie B: 2 - Modena: 1937-1938, 1942-1943
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RETO ZIEGLER GIUSEPPE GATTINO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 2011 Se ne parlava già lo scorso anno. Fresco di un buon Mondiale con la sua Svizzera e di una qualificazione in Champions con la Sampdoria, sembrava davvero destinato a occupare la corsia sinistra bianconera. Cosa che farà, con un anno di ritardo. Reto Ziegler nella prossima stagione macinerà i suoi chilometri sulla fascia con la maglia della Juventus addosso. Per il venticinquenne ginevrino, dopo quattro anni a Genova e tre stagioni tra Premier e Bundesliga, la nuova avventura è un punto di svolta, il coronamento di un sogno: in Svizzera, infatti, la Juventus è una delle squadre più seguite. «È vero – conferma –. Infatti a Ginevra avevo molti amici di origine italiana che tifano Juventus e poi, soprattutto, nella Juventus gioca Alessandro Del Piero che è sempre stato uno dei miei giocatori preferiti». – Facciamo un passo indietro: quando hai deciso di venire alla Juve? «Ho pensato al mio futuro solo a stagione finita. Prima mi sono concentrato unicamente sul campionato, che purtroppo è andato come sapete. Poi ho deciso senza esitazioni di venire a Torino: per me, a 25 anni, è una svolta fondamentale, perché ho sempre lavorato per arrivare più in alto possibile». – La tua scelta è stata condizionata dalla presenza di Marotta? «Beh, ovviamente il fatto che alla Juve ci fossero Marotta e Paratici mi ha aiutato a decidere, visto che erano stati proprio loro a portarmi a Genova, dimostrando di credere in me quando la mia carriera era all’inizio». – Hai firmato il contratto con la Juventus il giorno dopo Andrea Pirlo. Che impressione ti fa giocare con campioni di questo calibro? «Pirlo è un grande campione, ma in squadra ci sono altri giocatori importanti e spero di potermi esprimere al meglio anche grazie a loro. Il mio obiettivo è mettere in mostra le mie qualità e scendere in campo sempre per vincere». – Poche settimane fa il capitano ha rinnovato il contratto di un altro anno. Avresti mai pensato di giocare con Del Piero? «Del Piero è sempre stato uno dei miei idoli e sono davvero felice di avere la possibilità di giocare con lui. Giocare con la stessa maglia di Zidane e Davids – che avevo conosciuto al Tottenham e che mi aveva parlato molto bene di Torino e della Juve – è davvero un sogno». – Per finire, che cosa prometti ai tifosi della Juve? «Dico soltanto che non vedo l’ora di indossare questa maglia e di festeggiare un successo insieme. E poi, se Del Piero e Pirlo me ne lasceranno qualcuna, vorrei calciare qualche punizione...». ROMEO AGRESTI, GOAL.COM DEL 16 GENNAIO 2021 Non tutti gli acquisti producono benefici. Alcune volte ci si azzecca a pieni voti, altre si sfocia nel flop. A distanza di anni, però, resta curiosa la storia di Reto Ziegler: approdato alla Juventus, da parametro zero, nell’estate del 2011. Ceduto, nella stessa finestra, al Fenerbahçe. Una bocciatura netta. Una scelta, dura e cruda, presa da Antonio Conte. L’ex tecnico bianconero, appena insediatosi al timone della Signora, nel ritiro di Bardonecchia – esclusivamente a base di 4-2-4 – capisce subito come sulla sinistra l’interprete non soddisfi le sue richieste. Movimenti non perfetti in fase difensiva e, soprattutto, qualche problema qua e là nel recupero del possesso. Ecco perché, immediatamente, nella vecchia sede di corso Galileo Ferraris iniziano a ponderare un divorzio lampo. Vuoi per tutelarsi da un quadriennale appena siglato, vuoi per limitare i danni. In occasione della sfida della Svizzera con la Bulgaria, valevole per le qualificazioni all’europeo 2012, Ziegler rilascia un’intervista all’emittente “RSI” in cui analizza una situazione surreale. «Ho parlato col mister e mi ha fatto capire dall’inizio che non conta su di me perché ha altre idee. Quando ho firmato per la Juve c’era ancora Del Neri e insieme a Marotta, che mi conosceva ai tempi della Sampdoria, mi ha voluto in bianconero. Io sono andato alla Juve per giocare e non per guardare gli altri, poi ho parlato con altre squadre che mi volevano prima che andassi alla Juve ma avevano già trovato un altro terzino. A questo punto ho deciso di rimanere e dare il massimo, ho sempre dato tutto e sono convinto che posso convincere Conte». Parole che, immediatamente, sviluppano un finale già scritto. In estrema sintesi, un errore grossolano. Nonostante un corteggiamento lungo e datato, nonché fondamentale per battere la concorrenza nostrana ed estera. D’altro canto, in blucerchiato, Ziegler ha vissuto il picco massimo di rendimento: 5 anni e mezzo intensi, confluiti in 155 partite e 5 gol, a un passo dal sogno Champions costruito proprio alla corte di Del Neri, che avrebbe voluto allenarlo anche alla Juve. Ma l’esonero del tecnico di Aquileia, inevitabilmente, ha condizionato i piani dell’elvetico. Che, in un primo momento, sarebbe dovuto diventare il padrone della fascia sinistra della Juve sotto lo sguardo attento del suo allenatore sotto la Lanterna. E che, improvvisamente, s’è ritrovato a essere valutato da Conte, uno che crede molto al primo impatto. Appunto. A testimonianza di un matrimonio nato sotto la peggior stella possibile, a fronte di 600 mila euro per il prestito, la Signora decide di sfruttare la pista turca. Una destinazione scovata nella fretta, ma sposata con convinzione da tutti. Ziegler non ha mai avuto modo di dimostrare il suo valore all’ombra della Mole. Dopo il Fenerbahçe, la Lokomotiv Mosca. Per poi tornare nuovamente a Istanbul. Sempre gestito da Madama, alle prese con un contratto non semplice da piazzare. Dopodiché il ritorno in Italia, al Sassuolo, ma senza lasciare il segno. Il prosieguo di carriera parla di un ritorno in patria, prima due anni e mezzo al Sion, poi appena 3 mesi al Lucerna. Fino a qualche settimana fa ha giocato in MLS, all’FC Dallas, prima di rimanere svincolato. Una carriera più che dignitosa, ma che nel passaggio a Torino avrebbe dovuto proporre il definitivo salto di qualità. Mai avvenuto. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/01/reto-ziegler.html
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RETO ZIEGLER https://it.wikipedia.org/wiki/Reto_Ziegler Nazione: Svizzera Luogo di nascita: Ginevra Data di nascita: 16.01.1986 Ruolo: Difensore Altezza: 183 cm Peso: 80 kg Nazionale Svizzero Soprannome: - Alla Juventus dal 2011 al 2012 Esordio: 15.07.2011 - Amichevole - Selezione Val Susa-Juventus 1-12 Ultima partita: 19.08.2012 - Amichevole - Milan-Juventus 2-3 0 presenze - 0 reti Reto Pirmin Ziegler (Ginevra, 16 gennaio 1986) è un calciatore svizzero, difensore del Lugano. Reto Ziegler Ziegler nel 2012 alla Lokomotiv Mosca Nazionalità Svizzera Altezza 183 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Difensore Squadra Lugano Carriera Giovanili 1993-1995 Gland 1995-1997 Servette 1997-1998 Terre Sainte 1998-2000 Servette 2000-2002 Losanna Squadre di club 2002-2004 Grasshoppers 31 (0) 2004-2005 Tottenham 22 (1) 2005-2006 → Amburgo 8 (0) 2006 → Wigan 10 (0) 2006-2007 Tottenham 1 (0) 2007-2011 Sampdoria 128 (4) 2011 Juventus 0 (0) 2011-2012 → Fenerbahçe 38 (1) 2012-2013 → Lokomotiv Mosca 6 (0) 2013 → Fenerbahçe 7 (0) 2013-2014 → Sassuolo 17 (0) 2015-2017 Sion 72 (12) 2017 Lucerna 9 (2) 2018-2020 FC Dallas 80 (11) 2021- Lugano 32 (5) Nazionale ???? Svizzera U-15 4 (1) ???? Svizzera U-17-18-19 16 (2) 2005 Svizzera U-20 3 (0) 2004-2007 Svizzera U-21 30 (3) 2005-2014 Svizzera 35 (1) Palmarès Europei di calcio Under-17 Oro Danimarca 2002 Biografia Poliglotta parla correntemente cinque lingue: francese, tedesco, inglese, spagnolo e italiano. Ha un fratello maggiore, Ronald, ex calciatore. Caratteristiche tecniche Nato come esterno offensivo, viene reimpostato come esterno difensivo e compie un salto di qualità, mettendosi in luce per le doti di spinta, ma anche per la fase difensiva. Specialista nei calci piazzati, ha un piede mancino potente e preciso che in più di un'occasione gli ha permesso di segnare. Carriera Club Gli esordi e il Grasshoppers Cresciuto nelle giovanili del Servette, nel 2000, a 14 anni fu acquistato dal Losanna. Due anni dopo passò al Grasshoppers, con la quale esordì, nello stesso anno, nel massimo campionato svizzero. Tra il 2002 e il 2004 vestì la maglia del Grashoppers in 41 occasioni, senza alcuna marcatura. Tottenham, Amburgo e Wigan Nell'estate 2004, il giovane calciatore svizzero andò a giocare in Premier League con la maglia del Tottenham dove, diciottenne, fece presto il suo debutto e riuscì a trovare molto spazio, in particolare come centrocampista sinistro. Alla fine della stagione fece registrare 31 presenze totali, di cui 23 in campionato e fu premiato come "JSM Young Player Of The Year" ("Giovane calciatore dell'anno della JSM"). Nella seconda metà del 2005 il Tottenham decise di cederlo in prestito alla tedesca Amburgo, dove giocò 8 partite riuscendo a esordire in Coppa UEFA il 15 settembre 2005 in occasione di Amburgo-Copenaghen (1-1). Richiamato in Inghilterra nel mese di gennaio, passò un'altra volta in prestito, al Wigan; qui disputò 5 partite da titolare racimolando in tutto 10 presenze. Nella stagione 2006-2007 ha fatto il suo ritorno a Tottenham, dove nella prima parte dell'annata ha disputato 4 partite. Sampdoria Il giocatore arriva quindi nel campionato italiano passando in prestito con diritto di riscatto, nel gennaio 2007, alla Sampdoria. Trova il suo esordio in Serie A e in maglia blucerchiata il successivo 18 febbraio in occasione di Parma-Sampdoria (0-1); ha segnato la sua prima rete in Serie A e in maglia blucerchiata il 21 aprile seguente, nella vittoria per 3-1 della Sampdoria sul Messina. Nel luglio 2007 viene definitivamente acquistato dalla società ligure per una cifra vicina ai 2 milioni di euro. Nella stagione successiva, col nuovo tecnico Walter Mazzarri, è riserva di Mirko Pieri. Il 23 gennaio 2008 ha segnato la sua seconda rete nella Sampdoria nella partita di Coppa Italia dei quarti di finale d'andata contro la Roma terminata col punteggio di 1-1; tuttavia il suo gol non è bastato ai blucerchiati a passare il turno dato che al ritorno hanno perso 1-0 all'Olimpico. Nel campionato 2009-2010, con il nuovo allenatore Luigi Delneri, Ziegler viene impiegato come terzino sinistro e in questo ruolo ha più spazio e disputa da titolare quasi tutte le partite giocate dalla Sampdoria, segnando anche due gol: uno durante la gara casalinga contro il Bologna finita 4-1, l'altro direttamente su punizione nella gara contro il Livorno, finita 2-0. Nella stagione 2010-2011 (prima sotto la guida di Domenico Di Carlo e poi di Alberto Cavasin) patisce il momento no di tutta la squadra (la Sampdoria totalizza 10 punti in 19 partite nel girone di ritorno) e retrocede in Serie B. Juventus, prestiti a Fenerbahce, Lokomotiv Mosca e Sassuolo Ziegler in azione nel precampionato 2011 alla Juventus, club col quale non esordì mai a livello ufficiale Svincolatosi dalla Sampdoria, il 30 maggio 2011 si accasa a parametro zero alla Juventus. Tuttavia già il successivo 3 settembre, senza aver avuto modo di esordire in maglia bianconera, viene girato in prestito al Fenerbahçe per 600.000 euro. Segna il suo primo gol il 22 aprile 2012, nella partita sul campo del Galatasaray. Alla fine del prestito fa ritorno alla Juventus, che il 7 settembre 2012 lo cede in prestito al Lokomotiv Mosca. Rientrato a Torino nella successiva sessione di calciomercato, il 31 gennaio 2013 viene ceduto in prestito per una seconda volta al Fenerbahçe. Ziegler nel 2012 al Fenerbahçe Il 20 agosto 2013 la Juventus lo cede nuovamente in prestito al Sassuolo, club neopromosso in Serie A. Il 25 agosto seguente fa il suo esordio con la maglia neroverde nella partita di campionato Torino-Sassuolo (2-0). Dopo 18 presenze, a fine stagione rientra alla Juventus, quindi nell'estate 2014 riscatta il proprio cartellino dalla squadra bianconera, rimanendo così svincolato. Sion, Lucerna e Dallas Il 2 febbraio 2015 firma con gli svizzeri del Sion. Svincolatosi dopo due anni, il 25 settembre 2017 si accorda con il Lucerna dove rimane per appena tre mesi. Nuovamente svincolatosi, nell'inverno 2018 si accasa a parametro zero agli statunitensi dell'FC Dallas. Milita nel club per due anni e mezzo, dopodiché rimane svincolato. Lugano Il 25 febbraio 2021 firma un contratto fino al termine della stagione con il Lugano. Il 3 giugno seguente estende il proprio contratto per altre 2 stagioni. Nazionale Ha giocato nelle nazionali giovanili elvetiche, tra cui l'Under-17 (con cui ha vinto l'Europeo in Danimarca nel 2002), l'Under-18, l'Under-19, l'Under-20 e l'Under-21. Il 26 marzo 2005 ha fatto il suo esordio in nazionale maggiore, entrando nella ripresa nella partita contro la Francia e aiutando i compagni a conquistare lo 0-0 presso lo Stade de France. Durante il torneo di qualificazione agli europei di categoria Under-21, che si sarebbero disputati in Svezia nel giugno 2009, Ziegler ha ottenuto con la sua squadra la testa del girone di qualificazione, segnando una rete nell'ultima e decisiva partita con i rivali diretti, i pari età olandesi. Il 19 novembre 2008 segna il suo primo gol con la maglia della nazionale maggiore nell'amichevole contro la Finlandia vinta dalla formazione elvetica per 1-0. L'11 maggio 2010 il selezionatore svizzero Ottmar Hitzfeld lo inserisce nella lista dei 23 convocati per Sudafrica 2010, insieme al compagno di squadra Padalino. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato svizzero: 1 - Grasshoppers: 2002-2003 Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 2012 Coppa di Turchia: 2 - Fenerbahçe: 2011-2012, 2012-2013 Coppa Svizzera: 1 - Sion: 2014-2015 Nazionale Campionato d'Europa Under-17: 1 - 2002
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PASQUALE BRUNO In coincidenza col battesimo del nuovo anno – scrive Federica Bosco su “Hurrà Juventus” del febbraio 1988 –, in molti individui si riscopre una vena astrologica e si sprecano le previsioni che in qualche modo, benché facciano semplicemente sorridere il pubblico, condizionano la vita di coloro che ricercano nelle stelle la risposta ai loro problemi. Lo stesso Dalla cantava «L’anno che verrà», inno ormai incontrastato del prossimo futuro italiano, che puntualmente accompagna quel processo di presagio che coinvolge ogni settore di cronaca del nostro Paese, alla sfrenata ricerca di conoscere con un margine d’anticipo gli eventi che condizioneranno il 1988. In questa sfilata di maghi e cartomanti non si discosta il mondo dello sport, dove, se pur in misura restrittiva, si svelano ipotetici vincitori di scudetti, di coppe o di gare; il tutto frenato da un certo scetticismo degli atleti, che crea nel calcio un terreno poco fertile in cui svilupparsi. Perciò alle tante parole profferite da astrologi di tutta Italia, rispondono con omertà i protagonisti, ormai completamente immersi nella battaglia del campionato così da non essere soggetti a condizionamenti esterni. Quindi in un clima fiabesco non poteva mancare una storia fantastica; a conclusione di tante predizioni surreali occorrono delle certezze per dare speranza ai tifosi demoralizzati dai pronostici pessimistici espressi dalla cabala. Ecco dunque in vetrina il gioiello di Como: Pasquale Bruno, un ragazzo che in riva al lago ha trovato la sua dimensione di uomo e atleta; e oggi ha saputo dar conferma del suo valore anche con la Juventus. Perciò senza ombra di dubbio il futuro, bianconero s’intende, sarà suo; e, mai come in questo caso, le stelle staranno a guardare... – Durante la scorsa estate sei stato uno dei protagonisti del mercato italiano, appetito da diverse squadre e sei poi approdato alla Juventus; eppure molti tifosi bianconeri ancora non ti conoscono. Puoi supplire a questa mancanza raccontandoti in breve al nostro pubblico? «La mia avventura nel mondo dello sport è iniziata con la maglia giallorossa; infatti nelle giovanili del Lecce sono cresciuto e ho appreso i segreti del calcio; quindi a 17 anni ho esordito in serie B con la squadra pugliese e per quattro stagioni ho difeso i colori della mia città. In seguito sono stato acquistato dal Como, con cui ho giocato tre campionati cadetti e uno nella massima divisione; dopodiché il destino mi ha spalancato le porte del grande calcio e, in sordina, sono arrivato a Torino». – Il tuo aspetto da duro ricorda vagamente Claudio Gentile; chi è stato il tuo modello? «Per anni ho sognato di emulare giocatori come Antonio Cabrini e lo stesso Gentile, che personalmente ritengo un duo formidabile di difensori. L’aver costruito per molte stagioni l’ossatura portante della retroguardia bianconera dimostra tutta la loro grandezza a livello nazionale ed europeo; perciò sono lusingato ogni qual volta il mio stile viene avvicinato a un campione di quella caratura! Se è possibile azzardare un paragone ritengo di avere, dell’atleta di Tripoli, la camminata piuttosto simile sul terreno di gioco; per cui, quando ho l’opportunità di rivedere delle partite della Juventus di quegli anni, m’identifico col personaggio da te citato sotto il profilo atletico». – Ma nel tuo caso i tratti somatici ricalcano le caratteristiche essenziali di un carattere piuttosto spigoloso e grintoso; o in realtà dietro uno sguardo inflessibile si cela un ragazzo diverso? «Sul terreno di gioco sprigiono un’aggressività a me sconosciuta nella vita privata; perciò si può parlare di una vera e propria metamorfosi che interessa il mio carattere durante un incontro di calcio. La mia indole quotidiana è piuttosto tranquilla, quindi decisamente in antitesi all’aspetto che assumo quando indosso i panni di sportivo, il che non mi disturba affatto; anzi penso che un duplice aspetto permetta di condurre un’esistenza equilibrata, senza incorrere nel rischio di mescolare il lavoro con la personalità». – Da Lecce, tua città natale, sei arrivato, dopo una lunga gavetta, alla Juventus; nell’arco della tua carriera non hai mai avvertito una crisi di rigetto nei confronti del calcio? «La passione che mi ha coinvolto sin da bambino ha avuto il sopravvento su ogni ostacolo, per cui non si è mai verificato un senso di assuefazione per lo sport che ancora pratico con diligenza. Sicuramente nell’arco di 10 anni ho provato un’inversione di tendenza circa la concezione del pallone: in un primo momento per me rappresentava lo svago, il divertimento; in seguito ha preso spazio una maggiore sicurezza nelle capacità personali e il gioco ha lasciato via libera al lavoro, cosicché l’hobby ha assunto il significato di professione». – Ma pensi che nel tuo caso il calcio abbia creato l’uomo o l’uomo abbia generato il calciatore? «Ritengo che un contributo alla maturazione provenga proprio dal mondo dello sport; attraverso un ambiente complesso ho imparato a destreggiarmi anche nelle vicende quotidiane. Con ciò però vorrei precisare che le vere maestre di vita sono state le esperienze negative che coinvolgono ogni individuo indipendentemente dalla sua professione». – Agli occhi del pubblico il mestiere di calciatore appare immune dai tanti problemi che invece accomunano la gente; concordi con questa tendenza? «C’è un fondo di verità nella parola “privilegiato” con cui viene etichettato uno sportivo professionista; in quanto la retribuzione è ottima e inoltre abbiamo l’opportunità di divertirci lavorando. Non bisogna dimenticare però che non è tutto oro ciò che luccica e, sotto la campana di splendore in cui siamo avvolti, si nascondono piccole insidie e tante questioni spesso trascurate dal tifoso che del calcio conosce solo i lati positivi». – Puoi svelare quali sacrifici deve affrontare un atleta per raggiungere l’affermazione e soprattutto per conservarla? «Non c’è nulla di misterioso nelle difficoltà che deve superare un professionista: in primo luogo è indispensabile una vita regolare; perciò un ragazzo che intende affermarsi nello sport, qualunque esso sia, deve ben presto dimenticare la parola divertimento serale. Una banalità che però per un giovane è importante, quindi non è facile saper rinunciare alla discoteca, agli amici quando l’attività è in fase di sviluppo. Col passare del tempo e la maturazione sopraggiunge un nuovo handicap per il calciatore: la difficoltà nel conciliare gl’impegni lavorativi con la famiglia, quest’ultima spesso viene trascurata con grande rammarico dell’individuo in questione». – Tra i tanti problemi sicuramente nel tuo caso il trasferimento al nord avrà fatto la parte del leone... Quale vantaggio e invece quale perdita ha determinato la tua scelta? «In un primo momento le maggiori difficoltà erano di natura ambientale; la lontananza dalla famiglia, dai parenti, dalla ragazza, nonché un certo imbarazzo che accompagna un giovane meridionale nei suoi primi approcci col settentrione, avevano creato qualche perplessità iniziale nell’accettare la soluzione comasca, per altro accreditata dal desiderio di scoprire il mondo che si muoveva fuori da Lecce, fino ad allora totalmente estraneo per me. Quindi in un’altalena di emozioni sono giunto in riva al lago dove, per la prima volta, ho realizzato che nel calcio nulla viene regalato e ho perciò dovuto lottare parecchio per farmi apprezzare dalla società, dai compagni, ma soprattutto dai tifosi. Mentre in Puglia ero il ragazzino coccolato e vezzeggiato dalla squadra perché rappresentavo il frutto del vivaio, a Como ho conosciuto l’altra faccia del pallone, ben più spigolosa di quanto sembri apparentemente. Però l’esperienza fatta mi ha maturato moltissimo e mi ha reso più forte nella tecnica e nel carattere; dunque sono partito da casa che ero poco più di un ragazzino e sono diventato un uomo...». – Con la vecchia Signora si è aperto un nuovo capitolo della tua vita; che significato ha avuto per te approdare alla società bianconera? «Juventus come garanzia dello sport è il motto che accomuna questo team a un’altra grande italiana; la Ferrari; due idoli per milioni di persone che seguono rispettivamente il calcio e la formula uno. Perciò nei sogni di ogni giovane promessa calcistica si nasconde il desiderio d’indossare la maglia zebrata, e personalmente mi sento parte integrante di questa ampia fetta di atleti. Quindi nel momento in cui ho dovuto esprimere un parere in merito al mio trasferimento non ho avuto dubbi e sono arrivato a Torino, benché fosse in ballottaggio pure l’Inter. Forse con la casacca nerazzurra avrei disputato l’intero campionato da titolare, ma la mia indole bianconera ha fatto pendere l’ago della bilancia in direzione della Mole». – Si dice che tu sia un pupillo di Marchesi, e proprio il desiderio dell’allenatore abbia inciso sul tuo trasferimento; quanto c’è di vero in questa affermazione? «Probabilmente il ricordo di una splendida stagione coi colori azzurri ha avuto un ascendente sulle scelte della Juventus; perciò non posso che essere lusingato dell’attenzione che il tecnico ha mostrato nei miei confronti e spero di ricambiare la sua fiducia con ottime prestazioni anche con la maglia bianconera». – Com’è il tuo rapporto con la dirigenza della Juventus? «Nonostante la collaborazione si protragga da pochi mesi, ho avuto modo di ammirare un desiderio reciproco della società e dei giocatori d’instaurare un dialogo basato sulla fiducia, sulla stima e su un’amicizia di fondo necessaria per attenuare il naturale distacco che esiste tra le due posizioni. Per dar credito a questa tesi posso citare che il Presidente, considerato un uomo freddo, è in realtà una persona eccezionale, ben disposta a incoraggiare un giocatore nei momenti difficili, molto cordiale in ogni situazione e oltretutto simpaticissima». – Proprio all’inizio della preparazione hai subito un infortunio che ti ha tenuto lontano dai campi di gioco per diverse settimane; quanto pensi ti abbia penalizzato tutto ciò nella ricerca dell’intesa coi compagni? «Ancora oggi, a distanza di tanti mesi, avverto le conseguenze di una stagione iniziata con un certo ritardo; infatti, benché abbia raggiunto la forma migliore, sono danneggiato nel ritmo, non in sintonia con quello degli altri bianconeri». – Le tue prestazioni, se pur brillanti, restano occasionali. Non pensi di meritare un posto da titolare? «A 25 anni la carriera e ancora in fase di ampio sviluppo per cui posso attendere senza preoccupazione; oltretutto occorre considerare che la Juventus vanta nel mio ruolo gente come Cabrini, Favero e Brio: uomini che conoscono ogni più piccolo segreto del calcio e hanno in coppe e scudetti gli attestati più eloquenti della loro bravura Perciò sarebbe assurdo se, dopo sole tre partite, rivendicassi uno spazio di primo piano; l’importante e dimostrare la propria validità nei momenti opportuni, dopodiché il tempo sarà un prezioso alleato!!». – Lo stare in panchina dopo un trascorso da titolare, sia pure col Como, che conseguenze porta a livello psicologico in un atleta? «Certamente nessun calciatore se pur di giovane età apprezza una soluzione di ripiego, soprattutto se alle spalle vanta stagioni di piena attività; quindi il danno che scaturisce à prevalentemente di natura psichica. Pero nel mio caso devo dire che ero consapevole di dover fare un iniziale rodaggio e ho accettato ugualmente, pur mettendo in preventivo questo rischio, per ragioni affettive che mi legano da lunga data alla maglia bianconera». – Hai la nomea di essere tra i più simpatici e divertenti; quali sono le battute migliori del tuo repertorio? «Benché in un primo momento abbia avuto un certo timore di fronte a tanti campioni, dopo una conoscenza maggiore degli altri ragazzi, sono riuscito a superare il baratro d’imbarazzo e ho potuto esprimere la mia indole piuttosto vivace. Oggi sono un trascinatore del gruppo, ma nonostante ciò in tema di barzellette sono poco esauriente». – Dunque sembra che tu abbia familiarizzato bene coi compagni di squadra; chi per carattere è sincronizzato meglio con te? «Denominatore comune dello spogliatoio bianconero è l’allegria; a Como i giocatori hanno un’età pressoché analoga, qui a Torino invece la rosa è molto flessibile in quel senso, perciò i giocatori di 30 anni vantano una serietà ancora sconosciuta a noi giovani. La simpatia però supera anche la barriera anagrafica e ci rende tutti partecipi agli scherzi altrui: da Buso a Cabrini senza eccezione alcuna». – Frequenti i colleghi anche fuori dal campo? «La dimensione della città, nonché la presenza di figli in parecchie famiglie, penalizza i ritrovi extracalcistici... Ma quando le circostanze favoriscono incontri tra compagni di squadra si approfitta della situazione e si organizzano cene o uscite in gruppo». – È vero che gran parte dei problemi che nascono sul campo si possono risolvere con una maggiore conoscenza dei compagni? «Un elemento fondamentale nel mondo del calcio è lo spogliatoio; la presenza di astio o d’indifferenza è il presupposto di un campionato in sordina. Al contrario una sincera amicizia con gli altri giocatori e col tecnico è il sintomo più evidente del successo». – Molti tuoi colleghi sono piuttosto restii nel rilasciare interviste di carattere personale; anche tu sei geloso del tuo privato? «Non penso che una conoscenza più approfondita della mia vita possa nuocere alla carriera, mentre può rendere più affiatato il tifoso nei miei confronti. Quindi sono favorevole alla figura del calciatore come personaggio pubblico, con tutte le conseguenze, positive e non, che tale concezione comporta». – Sei sposato? «Sì». – Come hai conosciuto tua moglie? «La sua abitazione distava circa tre chilometri dalla mia, per cui tramite alcuni parenti ho avuto modo di incontrarla e... Cupido ha fatto il seguito!!». – Cosa ti ha colpito maggiormente in lei? «È luogo comune parlare d’intelligenza; in realtà l’impatto iniziale avviene con l’aspetto fisico, perciò di primo acchito sono rimasto affascinato dalla sua persona. In seguito ho avuto moda di apprezzare anche il carattere e ho scoperto di amarla». – Quanta incidenza può avere la vita affettiva nella carriera? «La famiglia è un tassello fondamentale nel mosaico di un campione: la tranquillità domestica può garantire un rendimento elevato al calciatore, mentre i problemi coniugali possono dare risvolti negativi pure sul lavoro». – Se durante una passeggiata una tifosa ti avvicina e fa degli apprezzamenti sulla tua persona, tua moglie come reagisce? «Per orgoglio dimostra una certa superiorità, ma, conoscendola, so che è gelosa». – Tua moglie segue con interesse la tua carriera sportiva? «Il mondo del calcio non l’ha mai coinvolta appassionatamente: solo ora comincia a carpire il significato di area di rigore, di centro campo; senza per altro mostrare un attaccamento che esorbiti da quello strettamente affettivo». – Avete dei figli? «Sì, una bambina di tre anni e mezzo di nome Sandra». – Ma com’è Pasquale Bruno in pantofole? «Scarico la tensione accumulata durante le partite davanti al televisore; quindi trascorro molte ore in compagnia di Sandra e di mia moglie per supplire alle tante giornate che la mia professione ruba alla famiglia». – In casa riesci a estraniarti dal mondo del calcio, oppure una parte di te resta legata alla professione? «È difficile separare la sfera affettiva da quella professionale, anche se, involontariamente, si resta coinvolti nel ciclone che suscita oggi la nostra attività. Quindi in ogni persona viene istantaneo seguire le trasmissioni sportive, anche quando è vivo il desiderio di dimenticare la parentesi lavorativa per qualche ora». – Da qualche mese vivi a Torino; come giudichi il capoluogo piemontese? «Ho sempre avuto simpatia per questa città, apparentemente fredda, che s’identifica bene col mio carattere. Negli anni passati avevo modo di conoscerla solo superficialmente; oggi ho l’opportunità di scoprire ogni angolo, anche grazie a una totale discrezione della gente che non infastidisce i personaggi pubblici ogni qual volta passeggiano per le vie del Centro». – Hai avuto modo di conoscere le bellezze artistiche della nostra città? «A causa dei frequenti impegni di lavoro ho potuto ammirare solo la Basilica di Superga: un monumento cittadino che riporta alla luce una storta molto amara per il capoluogo piemontese. La tragedia del grande Torino è viva ancora oggi nel cuore di moltissime persone; perciò la struttura architettonica, per altro molto bella, lascia spazio alla memoria di uomini e campioni indimenticabili e il ricordo di quel tempo dona un tocco di fascino alla costruzione». – Tu provieni da una città di provincia; quali analogie e quali differenze hai riscontrato tra il tifoso di Como e quello di Torino? «La Juventus per anni ha sempre significato vittoria e di conseguenza il suo pubblico, abituato a grandi campioni, si è avvezzato alle grosse imprese dimenticando col tempo il sapore delle sfide e della concorrenza; in quanto era consuetudine nel calcio italiano un monopolio bianconero. La cittadina lombarda, invece, rappresentava un capitolo atipico al punto che spesso noi giocatori avevamo l’impressione di essere in Svizzera. Quest’isola felice era contornata da un pubblico e da un calore impressionante alla domenica, mentre durante la settimana era tipica poca pubblicità, ma tanta tranquillità. Le motivazioni di questa pace sono da ricercare non nelle dimensioni della città – infatti anche nel sud, Avellino e Ascoli contano pochi abitanti però il calcio è il centro del mondo, tutto ruota intorno alla squadra locale e ai suoi campioni – ma nella concezione dello sport inteso, in riva al lago, come uno dei passatempi domenicali per gli abitanti locali, in alternativa ad altre attività». – Quest’anno i risultati hanno deluso le attese del pubblico, perciò si è sviluppato un clima freddo nei vostri confronti; cosa diresti ai tifosi per catturare nuovamente la loro attenzione? «Vorrei ricordare alla gente bianconera un ricorso storico: difficilmente la Juventus fallisce più appuntamenti consecutivi. Perciò è in programma un pronto riscatto, per regalare nuove soddisfazioni alla gente che ogni domenica ci segue con passione». – Si dice che anche negli hobbies un individuo esprima la sua personalità; tu quali interessi hai oltre al calcio? «Il mio tempo libero quest’anno è pienamente assorbito dallo studio; infatti ho deciso di diplomarmi e, poiché ricominciare dopo parecchio tempo è molto difficile, occorre il massimo impegno». – È importante per un calciatore la cultura? «Ritengo sia indispensabile una conoscenza di base per poter affrontare ogni discussione con un bagaglio d’idee tali da poter esprimere dei giudizi personali. A questo proposito devo dar atto ai consigli di mio padre, da me snobbati qualche anno addietro, e ora puntualmente riscoperti. Proprio in virtù di questa ragione ho deciso d’impegnarmi per essere culturalmente preparato in ogni circostanza; e tra qualche mese l’Italia potrà vantare un geometra in più…». – Quali programmi segui alla televisione? «E mia consuetudine guardare il telegiornale per avere una conoscenza generale dei fatti di cronaca che interessano l’Italia e il mondo; inoltre apprezzo molto il nuovo show di Renzo Arbore: “Indietro tutta”, oggetto di divertimento quotidiano nello spogliatoio bianconero». – Le tue caratteristiche fisiche, nonché i tratti del tuo volto, farebbero di te un potenziale attore; non ti ha mai sfiorato l’idea d’interpretare un film? «Per la verità alcune volte ho avuto il desiderio di tentare un’avventura simile, ma i miei impegni calcistici impediscono la realizzazione di ogni progetto in tal senso. Però se un giorno dovessi scegliere un’attività alternativa al pallone non giocherei le mie carte nel cinema, ma piuttosto mi cimenterei nel mondo della moda». – Ma se domani un regista ti proponesse un ruolo, chi vorresti interpretare? «Sicuramente scarterei una parte troppo impegnativa, non idonea al mio grado culturale; forse accetterei un personaggio in un film d’avventura sul genere di “Un tranquillo weekend di paura” o di “Rambo”». – Quali sono le tue preferenze musicali? «Sono un grande estimatore dei Genesis di cui conservo gelosamente ogni Lp dal 1969 a oggi, per un totale di 15 long plain veramente eccezionali». – E in tema di canzoni italiane? «Apprezzo i cantautori: in particolare Baglioni, Cocciante, De Gregori e Dalla». – Come ogni anno questo è il periodo dei rimpianti e delle promesse; come pensi si possa sviluppare per te il 1988? «Mi auguro di trascorrere una stagione tranquilla sotto il profilo della salute e di realizzare tanti successi in campo professionale». – Un’ultima domanda: pensi di continuare il tuo rapporto con la società bianconera anche l’anno prossimo? «Ho un contratto che mi lega alla Juventus per tre stagioni, quindi spero di soddisfare le esigenze della squadra così da poter portare a termine l’impegno sottoscritto. Se poi mi fosse confermata la fiducia per gli anni futuri, sarei ben lieto di protrarre la collaborazione fino al duemila e anche oltre». Facendo riferimento ai famosi ricorsi storici, di G.B. Vico si può effettivamente notare, una certa analogia tra la teoria dell’antico filosofo napoletano e la Juventus. La società di Piazza Crimea puntualmente riesce a smentire tutti coloro che giudicano ormai tramontata l’era bianconera; in passato, ogni qual volta si verificavano stagioni di transizione come l’attuale, si dava per concluso il calcio di vittorie, ma con orgoglio la squadra torinese rispondeva con nuovi allori allo scetticismo che pullulava nel mondo del calcio. Oggi i presupposti sono tali da far rivivere la situazione sopra citata; perciò, secondo una linea di condotta ampiamente collaudata, la società saprà restituire la grinta recentemente smarrita. Quindi sull’esperienza dei campioni e sulla vitalità di giocatori come Bruno, Alessio e Buso: giovani tra i più promettenti del campionato, la vecchia signora saprà costruire le fondamenta di un nuovo «corso» di splendore… 〰.〰.〰 Il campionato 1987-88 della Vecchia Signora è molto deludente: eliminata subito dalla Coppa dei Campioni, non riesce mai a entrare nella lotta per lo scudetto. Bruno totalizza, comunque, 34 presenze e ha il merito di legare molto con Ian Rush, oggetto misterioso di quella squadra. Il gallese ricordava divertito di quando Pasquale gli insegnava le parolacce in pugliese! La Juventus che si presenta alla partenza del campionato 1988-89, vede Dino Zoff in panchina; l’ex portiere ha molta fiducia in Bruno e lo promuove titolare, grazie alla sua capacità di disimpegnarsi in tutti i ruoli difensivi. Durante questa stagione, Pasquale realizza un gol di rara bellezza, contro il Napoli, in Coppa Uefa, che rimarrà l’unica segnatura con la maglia juventina. «Oltre alla comprensibile soddisfazione personale, ho gioito per la squadra che poteva così riscattarsi di fronte a un pubblico caloroso. Anche se per pochi giorni, sono stato l’artefice di un bel sogno. Ho avvertito un susseguirsi di emozioni indescrivibili, ma l’unico pensiero è stato per la mia famiglia». L’ultima stagione in bianconero è in chiaro scuro: totalizza una trentina di presenze, ma sono più le espulsioni e le squalifiche che le partite giocate bene. Nel suo palmarès, comunque, ci sono la Coppa Uefa e la Coppa Italia conquistate in quella stagione. Così, nell’estate del 1990 attraversa idealmente in Po e passa al Torino, lasciando pochi rimpianti. «Io non sputo nel piatto dove ho mangiato: la Juve mi ha dato il successo, i soldi e la possibilità di conoscere alcuni grandi personaggi come l’avvocato Agnelli e Boniperti. Quella maglia granata, però, mi è rimasta addosso per sempre». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/pasquale-bruno.html
