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Socrates

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  1. OLEKSANDR ZAVAROV https://it.wikipedia.org/wiki/Oleksandr_Zavarov Nazione: Unione Sovietica Ucraina Luogo di nascita: Vorosilovgrad Data di nascita: 26.04.1961 Ruolo: Centrocampista/Attaccante Altezza: 171 cm Peso: 70 kg Nazionale Sovietico Soprannome: Sasha - Lo Zar Alla Juventus dal 1988 al 1990 Esordio: 14.09.1988 - Coppa Italia - Juventus-Ascoli 0-2 Ultima partita: 28.04.1990 - Serie A - Lecce-Juventus 2-3 76 presenze - 13 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Oleksandr Anatolijovyč Zavarov (Vorošilovgrad, 26 aprile 1961) è un allenatore di calcio ed ex calciatore sovietico e, successivamente, ucraino, di ruolo centrocampista o attaccante. È maggiormente conosciuto con la grafia russa del suo nome, Aleksandr Zavarov. Oleksandr Zavarov Zavarov nel 2009 Nazionalità Unione Sovietica Ucraina (dal 1991) Altezza 171 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1998 - giocatore Carriera Giovanili 1968-1977 Zarja Squadre di club 1977-1979 Zarja 23 (7) 1980-1981 SKA Rostov 64 (13) 1982-1983 Zarja 30 (10) 1983-1988 Dinamo Kiev 136 (36) 1988-1990 Juventus 76 (13) 1990-1995 Nancy 133 (23) 1995-1998 CO Saint-Dizier 50 (17) Nazionale 1979 Unione Sovietica U-20 1+ (1+) 1985-1990 Unione Sovietica 41 (6) Carriera da allenatore 1995-2003 CO Saint-Dizier 2003-2004 Wil 2004 Astana 2005 Metalist 2006-2010 Arsenal Kiev 2012-2016 Ucraina Assistente 2012 Ucraina Palmarès Mondiali di Calcio Under-20 Argento Giappone 1979 Europei di calcio Argento Germania Ovest 1988 Biografia Soprannominato Sacha, come lo chiamavano a Kiev, Zavarov è sposato con Olga, ha due figli, uno nato nel 1982, Oleksandr. A Zavarov piace giocare a scacchi e leggere libri. Figlio di operai, ha due fratelli, uno anch'egli operaio e l'altro conducente d'autobus. È un cristiano ortodosso ed è diplomato in educazione fisica. Arrivato a Torino, va ad abitare nella casa che era di Ian Rush, calciatore juventino appena ceduto al Liverpool. Aveva imparato l'inglese, ma durante gli anni l'ha in gran parte dimenticato. Nonostante abbia giocato per un paio d'anni in Italia, non si è mai sforzato d'imparare l'italiano, avendo assunto un interprete che traduceva per lui. Anche a causa di ciò ci furono spesso incomprensioni tra il sovietico e il tecnico Dino Zoff, è anche per questo non riesce a integrarsi mai né nel club né nella città torinese. Disadattato, Zavarov non era infatti mai riuscito a uscire dal calcio e dallo stile di vita sovietico. Durante la seconda stagione torinese, la società bianconera acquista il connazionale Sergei Aleinikov, anche per far ambientare al meglio Zavarov. Inizialmente i due diventano amici, ma dopo poche settimane quest'ultimo prende distacco anche dal sovietico di origini bielorusse. Nel 2012 si è occupato dell'organizzazione dell'Europeo in Polonia e Ucraina. Nel 2015, nonostante il richiamo alle armi da parte dell'esercito ucraino, si è rifiutato di andare alla guerra del Donbass contro i separatisti filorussi, motivando ciò con il dichiararsi pacifista nonché con il considerare la Russia come una seconda patria. Caratteristiche tecniche Giocatore «Come Maradona, Zavarov ha una tecnica incredibile, può decidere una partita in qualsiasi momento, sa organizzare il gioco e difendersi.» (Lobanovski su Zavarov nel 1987.) Zavarov nel 1988 tra i suoi due allenatori dell'epoca: il selezionatore sovietico Lobanovs'kyj (a sinistra) e il tecnico juventino Zoff (a destra) Centrocampista offensivo, trequartista o fantasista talentuoso, gioca spesso nel ruolo di regista, pur non essendo classificabile tecnicamente come tale, e con la nazionale sovietica è un centravanti arretrato, «fonte principale del gioco sovietico». Alla Juventus, Zoff lo schiera spesso a centrocampo in veste di regista ma il sovietico non si trova nel ruolo. È un giocatore di qualità, tecnico, dal buon dribbling, capace di fare finte di corpo, rapidi campi di direzione, che corre, inventa gioco, bravo a smistare i palloni ma non un costante realizzatore. Abbastanza debole in fase difensiva e dotato di un buon lancio lungo, in Italia si rivela essere lento, impacciato, poco propositivo e un mediocre realizzatore/rifinitore, incapace anche di fare movimenti senza palla, soprattutto atti allo smarcamento. Grazie ai suoi piedi e alla sua intelligenza tattica, era uno dei migliori interpreti del "calcio laboratorio" (o "laboratorio Lobanovski" o "calcio del duemila") giocato dalla Dinamo Kiev di Valeri Lobanovski, tanto che lo stesso Lobanovski lo paragona a Maradona. Esploso nel 1986 e poi confermatosi durante il campionato d'Europa 1988 come calciatore di alto livello, dalle grandi potenzialità e da aspettative anche più grandi, al suo approdo alla Juventus è considerato un «campione», un «fuoriclasse», un fenomeno. Doveva essere il leader della Juventus, ma finisce per essere un «corpo estraneo alla squadra, solitario». Calciatore triste, dal carattere timido, introverso e distaccato, è stato uno degli idoli di Andrij Ševčenko, uno dei migliori calciatori ucraini di sempre. Carriera Giocatore Club Gli inizi, Dinamo Kiev Zavarov (a sinistra) in azione con la maglia della Dinamo Kiev nell'estate 1988, alle prese con l'interista Matthäus nel corso del Memorial Armando Picchi Dopo aver esordito con lo Zorja, in prima divisione sovietica, si trasferisce al Rostov, rientra al suo primo club nel 1982, giocando nella seconda categoria dell'URSS. Nel 1983 è acquistato dalla Dinamo Kiev: con quest'ultima società vince sei titoli nazionali in cinque anni, tra cui due campionati sovietici consecutivi e la Coppa delle Coppe nel 1986, affermandosi tra i capocannonieri dell'edizione e segnando nell'occasione anche un gol in finale agli spagnoli dell'Atlético Madrid (3-0). In seguito a queste eccellenti prestazioni, nel 1986 è votato sia calciatore sovietico sia calciatore ucraino dell'anno. Giocando e segnando anche ai Mondiali messicani, è inserito nella lizza per il Pallone d'oro del 1986, classificandosi al sesto posto: qualche anno dopo, il vincitore del Pallone d'oro e suo connazionale Igor Belanov, dichiara che Zavarov meritava di vincerlo al posto suo, avendogli servito parecchi assist. In un sondaggio indetto nel gennaio 1987 dai giornalisti sovietici, Zavarov è giudicato superiore a Belanov. Conclude l'esperienza sovietica con 66 gol in 253 incontri di campionato, alla media di 1 rete ogni 4 partite. Juventus Nell'estate del 1988 per portare Zavarov in Italia, si deve negoziare sia con la Dinamo Kiev sia con il Ministero dello sport perché i calciatori sono stipendiati dallo Stato, quindi dipendono da esso. Approdato in Italia, il primo agosto annuncia in una conferenza stampa d'esser stato acquistato dalla Juventus, anticipando la società e l'allenatore Zoff. Una settimana più tardi, il suo acquisto è ufficializzato e l'operazione costa 7 miliardi di lire (5 milioni di dollari, dei quali 2 vanno al Ministero dello sport, 2 alla Dinamo Kiev, 1 allo Stato). Firma un triennale, divenendo il primo calciatore sovietico a militare nel campionato italiano. Per concludere l'affare il club bianconero mobilita anche la FIAT. Inoltre, l'ingaggio accordato nel contratto va al governo sovietico che in seguito passa a Zavarov uno stipendio mensile di 1,2 milioni di lire (circa 600 euro odierni, uno dei più bassi stipendi di tutto il calcio professionistico italiano). Per contratto la società gli fa avere una Fiat Tipo. Lo juventino Zavarov salta il leccese Righetti nel corso del campionato italiano 1988-1989 Zavarov arriva senza troppo clamore in un momento difficile per la società juventina, poiché in seguito al ritiro di Michel Platini il club torinese sta cercando un degno erede; anche perché quello precedentemente designato, Marino Magrin, non sembra all'altezza di tale compito, tant'è che il presidente Giampiero Boniperti non gli aveva assegnato nemmeno il numero dieci che era del francese e che gli spetterebbe, giocando nello stesso ruolo, preferendo dargli il meno impegnativo numero otto che era stato dello stesso Boniperti in passato. Al suo arrivo a Torino, circa lo stesso Platini, inizialmente Zavarov dichiara che «lui è stato un grandissimo giocatore, io non lo sono, forse lo diventerò, farò il possibile», ma in seguito cambia idea e afferma di essere anche migliore del francese; ben presto, tuttavia, le prestazioni che offre sul campo cominciano a dargli torto. Acquistato troppo tardi per essere inserito nella lista per le competizioni UEFA, Zavarov deve aspettare fino ai quarti di finale, a marzo, per poter sperare di giocare in Europa. A causa della sua militanza nella Dinamo, Zavarov è ribattezzato dalla stampa Alessandrino di Kiev o l'uomo di Kiev e anche come lo Zar (di Luhansk), per via del suo passato allo Zorja. Accolto calorosamente dai tifosi, il 14 settembre seguente, il sovietico debutta in casa nella sfida di Coppa Italia contro l'Ascoli (0-2), rendendosi decisivo in negativo nella sconfitta bianconera, realizzando suo malgrado un'autorete che consente agli ospiti di passare in vantaggio dopo un quarto d'ora: cinque minuti dopo è costretto al cambio per infortunio, uscendo al posto di Antonio Cabrini. Si riprende in tempo per la partita contro il Brescia in Coppa Italia: sigla una doppietta, dando l'iniziale impressione di poter essere un degno erede di Platini, poi al debutto in campionato va in gol il 16 ottobre 1988 in Juve-Cesena (2-2). Secondo il giornalista Gigi Riva, a fine stagione Zavarov sarà, assieme a Lothar Matthäus, lo straniero più positivo del torneo. Il 12 novembre successivo, Arrigo Sacchi lo convoca per un incontro della nazionale di Lega contro la Polonia a Milano (2-2), ma il sovietico si rifiuta di andare, dichiarando di essere infortunato, perché nella precedente partita contro il Milan, il tecnico rossonero l'aveva schernito. Zavarov in azione in maglia juventina nella stagione 1989-1990 Parte sottotono nella sfida contro il Napoli di Maradona (persa 3-5), giocando bene nella seconda frazione di gioco, dove riesce a fornire un assist con un passaggio filtrante (per Roberto Galia, 1-3), riuscendo poi a segnare anche il gol del parziale 2-3. Nella settimana seguente, la Juventus affronta e batte il Lecce (1-0), ma Zavarov si distingue per l'espulsione rimediata a pochi minuti dal termine per un fallo di reazione su Roberto Miggiano. Nei giorni seguenti il sovietico subisce un brusco crollo di condizione, anche a causa del fatto che era abituato a giocare in un campionato solare (da gennaio a ottobre) e quindi non si era mai riposato e il fisico aveva sorretto finché aveva potuto, nonostante anche in seguito continui a dichiarare che sta bene fisicamente. Il bilancio in questi suoi primi tre mesi è già molto deludente, inoltre si rivela allergico alle conferenze stampa e ai giornalisti, rilasciando di sovente dichiarazioni spaesate. Nella seconda parte della stagione, il tecnico bianconero schiera Zavarov prima da regista, poi da trequartista, poi da attaccante aggiunto e infine ritornando al ruolo di regista. Gioca in maniera decente solo contro il Pescara (1-1). Nel mese di marzo, il sovietico comincia a soffrire maggiormente il calcio e lo stile di vita italiano rispetto ai primi mesi, complici alcune incomprensioni. Dopo avergli confermato la fiducia, pian piano nel corso della stagione, Zoff finisce per lasciare spesso e volentieri il sovietico in panchina. Alla sua prima stagione bianconera, è poco incisivo sotto porta e a fine stagione la dirigenza juventina, considerando la stagione di Zavarov fallimentare, cerca di piazzarlo in prestito all'Hellas Verona o al Bologna e in un secondo momento sembra che il sovietico debba arrivare assieme al connazionale Sergei Aleinikov tra le file del Genoa. Nonostante fosse già pronto un contratto per il prestito a Bologna, Zavarov resta alla Juve per un'altra stagione e, onde creargli un ambiente migliore, gli viene affiancato il compagno di nazionale Aleinikov. Ritorna ad allenarsi per qualche giorno con la Dinamo Kiev. Alla sua seconda stagione alla Juventus, col paragone con Platini che continua a condizionarlo negativamente, decide che la maglia numero dieci pesa troppo sicché la cede a Giancarlo Marocchi, facendosi dare la numero nove: ciò nonostante, a posteriori Zavarov è ricordato come il peggiore numero dieci della storia bianconera. Dopo le buone prestazioni nel precampionato decide la prima sfida europea della stagione bianconera, segnando lo 0-1 contro il Górnik Zabrze. In seguito a qualche giornata decente (va in gol contro Ascoli, Udinese e il Taranto in Coppa Italia), Zavarov ha un nuovo calo di forma nel novembre 1989, ma nonostante ciò, Zoff si ritiene soddisfatto per quanto mostrato dal sovietico nei primi mesi della sua seconda stagione. Zavarov, tra i compagni di squadra Bruno (a sinistra) e Bonetti (a destra), festeggia la vittoria della Juventus nella Coppa UEFA 1989-1990 Il 10 gennaio 1990 decide la sfida valida per il terzo turno di Coppa Italia contro il Pescara (0-1) e nella settimana seguente va in gol contro la Fiorentina (2-2). Verso la fine di febbraio si stira il retto femorale destro in allenamento, dovendo stare fuori dai terreni di gioco per almeno un mese. Verso metà marzo ritorna ad allenarsi in gruppo, ma a inizio aprile non si è ancora ripreso totalmente, rischiando d'aver già terminato la stagione in anticipo. Nell'aprile 1990 le sofferenze (psicologiche più che fisiche) di Zavarov si fanno più acute e il pretesto per andarsene da Torino sarebbe un pestone rifilatogli da Maradona qualche settimana prima nella sfida a Napoli. Già ad aprile si sa che Zavarov verrà ceduto e che probabilmente la Juventus dovrà pagare l'anno che gli resta nel contratto (circa 2 000 dollari, più una buonuscita di circa 100 milioni di lire). Segna ancora contro Udinese (1-1) e nell'ultima partita di campionato a Lecce (2-3): a fine stagione conquista il double vincendo da comparsa Coppa Italia e Coppa UEFA, ma nell'arco delle due stagioni disputate con i colori della Juventus, complessivamente delude le grandi aspettative create attorno a sé. Totalizza 13 gol in 76 partite tra campionato e coppe con la società italiana. Oggi è considerato come uno dei più grandi flop (o "bidoni") del calcio italiano e uno dei peggiori acquisti nella storia della Juventus. Nancy e Saint-Dizier Nel 1990 è ceduto in Francia, nel Nancy, altra squadra di Platini di cui doveva essere l'erede, arrivando ai francesi proprio grazie alla mediazione di Le Roi, anche perché il padre di quest'ultimo, Aldo Platini, è un dirigente nel club. Gioca nel Nancy sino alla metà del decennio con risultati discreti, anche se migliori rispetto al suo periodo in Italia. Si trasferisce al Saint-Dizier, in quinta divisione francese, di cui veste la maglia fino al 1998 per poi intraprendere la carriera da allenatore. Nazionale Zavarov in azione con la maglia dell'Unione Sovietica al campionato del mondo 1990 Conta 41 presenze e 6 reti con la nazionale sovietica, messe assieme tra il 1985 e il 1990. In questo periodo è uno dei calciatori fondamentali della Nazionale. Esordisce il 7 agosto 1985 contro la Romania (2-0), realizzando il suo primo gol con l'URSS nei Mondiali 1986, alla decima presenza, contro il Canada nella fase a gironi. Con la maglia dell'URSS fu finalista a Euro '88, battuto dai Paesi Bassi, e prese parte ai mondiali di Italia '90, oltre a quelli già citati di Messico '86. Allenatore Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, tenta di fare l'imprenditore, con successi così scarsi che decide di ritornare nel mondo del calcio, per fare l'allenatore. Dopo aver fatto l'allenatore-giocatore in quinta divisione francese, nell'agosto 2003 si trasferisce al Wil, dov'è chiamato dal presidente, il suo connazionale e Pallone d'oro 1986, Igor Belanov, che ha appena rilevato la società, terzultima in classifica nella prima divisione svizzera. Zavarov però non ha la licenza per allenare e la federcalcio svizzera gli dà un permesso fino al 31 dicembre 2003. Scaduto il permesso, nel 2004 resta nel Wil e diviene direttore sportivo, lasciando la panchina a Joachim Müller. In seguito allena i kazaki dell'Astana, le giovanili dell'FK Mosca e le giovanili del Nancy (lavorando anche in una brasserie nei pressi di Nancy). Nel gennaio 2005 è ufficializzato il suo passaggio sulla panchina del Metalist. Nella stagione seguente passa all'Arsenal Kiev, ottenendo la salvezza alla prima stagione. Nel 2010, dopo aver perso 8 incontri su 10, si dimette dall'incarico. Dal 2012 è nello staff tecnico della nazionale ucraina. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato sovietico: 2 - Dinamo Kiev: 1985, 1986 Coppa dell'URSS: 3 - SKA Rostov: 1981 - Dinamo Kiev: 1984-1985, 1986-1987 Supercoppa sovietica: 2 - Dinamo Kiev: 1985, 1986 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Dinamo Kiev: 1985-1986 Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Individuale Calciatore sovietico dell'anno: 1 - 1986 Calciatore ucraino dell'anno: 1 - 1986 Capocannoniere della Coppa delle Coppe: 1 - 1985-1986
  2. GIANCARLO MAROCCHI Da Imola, classe 1965 è un centrocampista di talento sbocciato, giovanissimo, nel Bologna di Maifredi: «Maifredi è un tipo particolare, con il quale ho ottenuto successi strepitosi a Bologna. A Torino, non è stato così abile da ripetere le stesse imprese. Difficile stabilirne i motivi, lui non ha saputo reagire, noi non abbiamo saputo aiutarlo».Venne acquistato dal Bologna all’età di quindici anni, per due milioni di lire; fece la normale trafila, fino al fugace esordio in Serie B, seguito dalla retrocessione in Serie C. Ha vissuto il crollo dei rossoblu, ma anche la rinascita, partecipando a quest’ultima da protagonista.Purtroppo, non riuscì mai a scrollarsi di dosso l’immagine del Cicciobello, cioè del bambolotto: «Fu Cadè ad affibbiarmi quel soprannome; un giorno, cerca di scuotermi, mandandomi in panchina ed io non ne feci un dramma; sono sicuro che si attendeva una reazione completamente diversa da parte mia».A ventitré anni veste la maglia bianconera e, nonostante la giovane età, colpisce per essere un veterano del centrocampo: «Con Zoff mi sono trovato subito a meraviglia; ci ha messo tranquillità e ci ha trasmesso la consapevolezza di essere forti, con il suo grande carisma».Caparbio e geometrico, ma anche capace di cambi di ritmo notevoli, è centrocampista duttile bravo sia a coprire che a costruire. La sua seconda stagione bianconera, campionato 1989-90 è addirittura straordinaria: viene naturale paragonarlo a Tardelli, per la sua grande capacità di giocare e segnare per una Juventus che, grazie anche alla sua continuità, vince sia la Coppa Italia, sia la Coppa Uefa.«Sono arrivato in punta di piedi e con non poche preoccupazioni. Venivo dal Bologna, non avevo esperienze solide di Serie A. Ricordo benissimo il mio arrivo in sede per firmare il contratto: c’era mia moglie con me, eravamo tutti e due molto preoccupati. Qui, dicevamo fra di noi, chissà come andrà a finire; poi, a conti fatti, si è dimostrata la scelta migliore della mia vita calcistica, Mi sono trovato benissimo con i compagni, molti dei quali erano nuovi, come me. E mi sono ambientato subito a Torino, cosa che ritenevo tutt’altro che scontata. La società? Dico solo che si è dimostrata all’altezza della sua fama».Grazie a queste grandi prestazioni, riesce a conquistare la maglia azzurra proprio alla vigilia di Italia ‘90. Non avrà molto spazio nel Mundial, ma si riprenderà dalla delusione diventando una colonna della Juventus. Il Trap lo schiera terzino sinistro e Marocchi è ancora trascinatore nella conquista di un’altra Coppa Uefa nel 1993 e poi, nella piena maturità, da un contributo importante anche nella conquista del suo primo scudetto, che è poi anche il primo dell’era Lippi, nella stagione 1994-95.A completare un albo d’oro eccezionale arriverà addirittura, l’anno dopo, la Champions League, in veste di utile comprimario ma, lasciando il segno con uno splendido goal a Glasgow, nella goleada contro i Rangers.Lascia la Juventus per tornare nel suo Bologna all’indomani del trionfo sull’Ajax, dopo aver giocato 319 partite e segnato venticinque reti. Tra i fedelissimi di tutti i tempi.ANGELO CAROLIÈ un ragazzo bolognese molto sveglio, dotato di spirito agonistico, di forte personalità, di buonissima tecnica (calcia di preferenza con il sinistro), valido anche nel gioco di testa, capace di concludere un’iniziativa offensiva con tiro oppure (virtù molto rara) di andare a fondo campo e suggerire il pallone indietro, al collega che si propone in area di rigore. La dote che più mi colpisce è l’essersi adattato a un ruolo non suo, che lo obbliga a operare in zona più arretrata e a frenare le naturali inclinazioni a un costante schema offensivo.In un pomeriggio di autunno, durante la trasmissione “Grande calcio”, realizzata da “Radioreporter 93”, propongo a Marocchi una scommessa: due bottiglie di Cliquot Ponsardin che entro l’anno debutterà in Nazionale! Lui sorride, accetta la scommessa ed io vince le due bottiglie, prima che i bengala illuminino la notte di San Silvestro.NICOLA CALZARETTA, “GS” DELL’OTTOBRE 2015Giancarlo Marocchi, nato il 4 luglio. Per lui, l’anno è il 1965. Un cinquantenne fresco fresco, ciuffo biondastro sulla fronte, acconciatura mai modificata come testimonia la raccolta Panini. Le annate da consultare vanno dal 1984 al 2000, da Bologna a Bologna, passando per la Juventus. Con alcuni buchi, però. «Lo so, nella raccolta 1995-96 non c’è la mia figurina con la maglia bianconera. Non ero tra i titolari, ma la verità è che per ogni squadra c’erano solo sedici giocatori. Mancava anche Jugović, che realizzò il rigore decisivo nella finale di Champions a Roma». Non c’è che dire, ha la risposta sempre pronta Cicciobello (nickname affibbiatogli da Giancarlo Cadè, uno dei suoi primi allenatori nel Bologna degli anni Ottanta), perché sveglio e veloce nell’apprendere e nel mettere in pratica lo è sempre stato. In campo e anche fuori. Bella carriera, divisa tra Bologna e Juventus, con un pizzico di azzurro che non guasta. Una promozione in A con i rossoblu, uno scudetto, due Coppe Italia, due Coppe Uefa e la Champions. Ci incontriamo a Milano Marittima. Qui ha la sua residenza estiva, poche le concessioni esotiche. «Uno pensa: smetto di fare il calciatore e vado in giro per il mondo per le vacanze. Sbagliato: me ne sto sull’Adriatico per tutte le ferie». Per le altre stagioni la sua vita si divide tra l’amata Bologna, dove risiede e gli studi milanesi di SKY, opinionista brillante e pungente, con tanto di scontro in diretta TV con Mario Balotelli, un paio di anni fa.Ma tu ne capisci di calcio? (risata) «Balotelli replicò così a una mia critica precisa che esigeva invece una risposta circostanziata e non frasi fatte mandate. Insomma, lo colpii nel segno e lui sbottò con quella domanda».Dunque, implicitamente affermi che di calcio ne capisci. (altro sorriso) Sì, sì. E posso dire anche molto, perché la mia è una visuale completa frutto delle varie esperienze fatte. Prima il calciatore, poi il dirigente, quindi l’opinionista. Riesco a giudicare la stessa azione da più punti di vista. A ogni modo, grazie a quella reazione di Balotelli per due giorni sono diventato famosissimo».Famoso lo eri già. «Credo di sì. Qualcosa ho fatto e ho vinto».Diverse coppe, ma un solo scudetto con la Juventus, un po’ poco. Perché? «Perché in quegli anni vincevano l’Inter dei record, il Milan di Sacchi e degli olandesi e il Napoli di Maradona. Noi per un certo periodo eravamo un passo indietro».Non ti rode? «No, ero comunque alla Juventus, al top. Sono stato talmente bene, sia dal punto di vista professionale che ambientale, che non ho nessuna recriminazione. La carriera di ogni giocatore è grosso modo segnata e non ci si deve mai girare indietro. Le decisioni, anche la giocata da fare in campo, si prendono all’istante».Sicuro di non avere nessun rimpianto? «Sicuro. C’è solo una cosa che vorrei poter cambiare».E cioè? «1990, stagione fantastica. Due coppe con la Juve e poi la convocazione per il Mondiale in casa. Ero felicissimo, ma a Italia ‘90 non giocai neanche un minuto. Ero spompato, avevo esaurito la benzina. Ecco, potessi tornare indietro, mi metterei la testa del 1998».Per gestirti meglio? «Proprio così. Magari non avrei giocato lo stesso, ma avrei saputo dosare gli sforzi e arrivare a quell’appuntamento così importante in condizioni migliori. Il guaio è che accadde tutto così di corsa, che solo oggi, a mente fredda, mi rendo conto di come gli eventi siano corsi con una velocità pazzesca».In due anni ti sei ritrovato dalla Serie B con il Bologna a un Mondiale vestito di azzurro. «Proprio così. Anche Io stesso trasferimento alla Juve nel 1988 si risolse in una fiammata».Come andò? «Conquistata la promozione in Serie A con il Bologna, il presidente Gino Corioni e il Direttore Sportivo Nello Governato, senza nessun avviso, mi portarono in macchina a Torino. All’epoca non avevo agenti, né procuratori. Non mi servivano. Per me il mondo iniziava e finiva a Bologna».Non avevi ambizioni? «Non è tanto quello. Un calciatore, ma direi ogni sportivo deve avere delle ambizioni, perché il bello sta nell’andare sempre un passo in là, nel salire un gradino in più, insomma nel migliorarsi. Questo vale per tutti gli ambiti, nello sport ancora di più».E allora? «Sono nato e cresciuto con il rossoblu addosso. Sono sempre stato tifoso del Bologna. La passione me l’ha trasmessa mio padre, che ha potuto vedere dal vivo lo squadrone dell’ultimo scudetto, quello che “giocava in Paradiso”. Sono cresciuto con il mito di Bulgarelli e Pascutti. Tutte le domeniche eravamo allo stadio. Il sogno era di indossare quella maglia, prima o poi».Sogno realizzato. «A me bastava quello. Sono entrato a far parte del vivaio del Bologna molto presto. Abitavo a Imola e mi andavo ad allenare in treno. Mi portavo dietro anche i libri, ma alcune volte la stanchezza mi vinceva. Una volta mi addormentai e scesi due fermate dopo. A diciassette anni ero già in prima squadra. Ho conosciuto personaggi fantastici: Adelmo Paris, Antonio Logozzo, Franco Fabbri, Livio Pin, Sauro Frutti. Su tutti metto però Gianluca De Ponti, con cui ho condiviso la camera le prime volte. Grandissimo fumatore. Si svegliava alle otto e subito una Muratti per colazione. Insomma, in mezzo a questa gente c’ero anch’io».Certo un Cicciobello tra questi califfi si fa fatica a vederlo. «Il soprannome in realtà si fermava alla prima impressione. Sono sempre stato biondo con una grande facciona e due belle gote. Ero tra i più giovani. Ma in campo ero proprio il contrario del bambolotto pacioso. Ho sempre giocato con applicazione e quella dose di cattiveria agonistica necessaria per stare a galla su certi campi. I bravi maestri non mi sono mai mancati».A chi ti riferisci? «Agli allenatori Cervellati e Giuseppe Vavassori, che mi hanno fatto esordire. All’esempio dei compagni più esperti. E poi i mille racconti di un calcio che oggi non c’è più. Si marcava a uomo e i duelli iniziavano già nel sottopassaggio. Minacce più o meno velate, tacchetti più appuntiti, accorgimenti tattici giusto per rendere la vita ancora più dura all’avversario di turno».Sicuro che oggi sia diverso? «Sì. Nei ritiri si giocava a carte, si discuteva, si stava più tempo insieme. Per telefonare c’erano le mitiche cabine. Non è un giudizio. Erano tempi diversi».Quelli sono stati anche i tuoi primi tempi di calciatore. Che ricordi conservi? «Il mio primo anno non fu positivo: il Bologna retrocesse in C. Ma già la stagione successiva ci riscattammo tornando subito tra i cadetti ed io giocai per quasi tutto il campionato. Lo stadio era sempre pieno, nonostante la caduta. E sai perché? Perché il Bologna ha nel suo DNA il bel gioco. Il pubblico vuole divertirsi, la categoria gli interessa fino a un certo punto».Dopo poche stagioni sei già uno dei punti fermi. «A vent’anni ero tra i titolari. Giocavo in B. Non mi mancava niente. E invece ancora non avevo fatto i conti con Eraldo Pecci».In che senso? «Fu lui che mi dette la vera scossa. Successe quando tornò a giocare in rossoblu, nel 1986. Un giorno mi prende e mi fa: “Mi dà l’impressione che a te non interessi vincere o perdere. Ti basta giocare. E invece no, si va in campo per vincere”».E tu? «Io rimasi colpito. Folgorato. Sono quelle frasi che ti restano appiccicate addosso e che ti cambiano. È stata la svolta della mia carriera. Ho fatto il salto di qualità, ma la qualità della vita è cambiata in peggio, perché da quel momento sono diventato calciatore».1988: il Bologna è promosso in A. «Altro sogno che si avvera. Facemmo un campionato stupendo con la guida di Gigi Maifredi. Un’annata eccezionale: bel gioco, vittorie, critiche positive. Per me, la grande soddisfazione di aver potuto dare il mio contributo. Tutto bello, mancava solo l’esordio in Serie A con la maglia del Bologna».E invece ecco il viaggio in auto verso Torino. «Non fui rapito, né avevo le bende agli occhi. Con me c’era anche Barbara, con cui mi ero sposato da un anno. Fu tutto così veloce da non avere avuto neanche il tempo di capire quel che mi stava accadendo. Avevo ventitré anni e già la mia carriera viaggiava fortissimo».Bologna-Torino tutta di un fiato? «Forse ci fermammo per un caffè, ma non ci furono tappe intermedie. Ricordo che parcheggiammo davanti alla sede della Juventus, entrammo nell’ufficio di Boniperti, strette di mano, sorrisi. Io mi limitai a firmare il contratto. E via per il viaggio di ritorno».Sensazioni? «Incrociai lo sguardo di mia moglie. Un po’ di preoccupazione c’era. Forse mi avrebbe fatto bene rimanere un altro anno a Bologna, pensai. Ma furono sensazioni del momento. Ero alla Juventus ed ero contento».Come furono i primi momenti in bianconero? «Ho ricordi molto belli. I compagni mi accolsero benissimo ed io ci misi molto poco a entrare in sintonia con l’ambiente. La cosa strana è che arrivi alla Juve e credi di trovare nello spogliatoio il decalogo dei comportamenti: capelli corti, rispetto per i ruoli, puntualità, l’educazione. Niente di tutto ciò, nessuno ti dice nulla. Lo impari da solo».Cosa c’è di particolare in quell’ambiente? «La storia, la tradizione, il prestigio che deriva dal legame viscerale con la famiglia Agnelli. Io sono arrivato nella Juve dell’Avvocato e ho giocato le ultime stagioni con la Juve del dottor Umberto. Senti la presenza della “famiglia”, la percepisci, ti serve da ulteriore sprone. Ti entra il tarlo della vittoria».Il momento in cui ti rendi conto di tutto questo? «Quando indossi la maglia bianconera. È una cosa misteriosa e magica, difficile da spiegare. Metti la maglia e sai che se pareggi o perdi, non sei stato degno di averla indossata e ti avvolge una sensazione di disagio. Se vinci, hai fatto solo il tuo dovere».Riuscivi a gustarti le vittorie? «Poco. Era così. Lo è stato per me come per tanti miei compagni, anche gli ex più recenti come Del Piero. La troppa velocità e quella sensazione di normalità che accompagnava i successi non mi hanno mai consentito di gustare pienamente la conquista. E questo un po’ mi dispiace. Così come mi rode non avere nessun ricordo del mio esordio in A. Ho in mente solo l’avversario, il Como, e il risultato finale, 3-0 per noi. Poi il buio».Nel 1990, ecco le tue prime coppe bianconere. «Il grande merito fu di Dino Zoff e del suo carisma. Mi immaginavo come sarebbe stato bello giocare con uno come lui: a quarant’anni era riuscito a vincere un Mondiale. Zoff è stato un grandissimo allenatore. Sapeva motivarti al massimo con una naturalezza incredibile. Prima di ogni partita, chiunque fosse l’avversario, diceva: “Dobbiamo vincere”. Aveva la presunzione calcistica, caratteristica che ho cercato di fare mia».Hai un aneddoto particolare che ti lega a lui? «Dopo la partita di Coppa Uefa contro l’Oţelul Galaţi, dove ero praticamente all’esordio, tra l’altro cavandomela anche bene, lui nell’allenamento successivo mi fece un cazziatone, perché durante la partita mi ero preso con un avversario. Il messaggio fu forte e chiaro: la mia squadra aveva rischiato di restare in dieci. Questo era più importante della buona prestazione».Non era una gran Juve, quella del 1990. «Avevamo davanti almeno tre squadre. Ma la Coppa Italia la vincemmo battendo il Milan di Sacchi e degli olandesi, la Coppa Uefa superando in finale la Fiorentina di Baggio. Eravamo comunque forti e motivati».Chi metti tra le delusioni e chi tra le note più positive di quella Juve? «Zavarov non mantenne le promesse. Buon giocatore, ma totalmente spaesato. Era un uomo di Lobanovs’kyj, pendeva dalle sue labbra, un altro mondo e un’altra cultura. Tra i più metto Rui Barros, una formica atomica vera. Spuntava dappertutto. Non sapevi mai dov’era e credo che nemmeno lui a volte lo sapesse. E poi c’era gente come Galia, De Agostini, Tricella. Più Totò Schillaci, che aveva una fame incredibile».Nel febbraio 1990 si era dimesso Boniperti. «Di tutto quel che succedeva a livello di società, a noi della squadra non arrivava nulla. C’era il massimo rispetto dei ruoli. Per noi c’era Zoff che sapeva come tenerci sulla corda e guidarci».Ma Boniperti alla squadra non hai mai fatto trapelare niente? «No, ma questo non significa che non c’erano rapporti personali. Io e il presidente siamo molto legati, nelle occasioni di incontro c’è grande affetto e simpatia, anche perché siamo nati lo stesso giorno: il 4 luglio».Primi due anni alla Juve, due Coppe e la Nazionale che è favorita per il Mondiale in casa. «Non male, no? Ma si torna al discorso della velocità. Che ha caratterizzato anche il mio arrivo in Nazionale, bruciando le tappe. Non so se è un record, ma dal mio debutto in A alla prima in azzurro passò pochissimo tempo».Torniamo alla Juve. L’addio di Boniperti portò al ribaltone societario e tecnico con l’arrivo di Maifredi. Per un flop epocale. Che ci dici al proposito? «Va detto che Maifredi fu una scelta di Boniperti e non della nuova dirigenza. Sono in difficoltà tutte le volte che si tocca quest’argomento. Io ho avuto Gigi al Bologna. L’ho detto, quella fu una stagione eccezionale, irripetibile, dove tutto filò per il verso giusto. E lui poté procedere spedito per la sua strada con il suo 4-3-3 che faceva divertire ed era vincente».Alla Juve invece? «Sarebbero occorsi dei cambiamenti, anche da parte sua, che invece non ci furono. Credeva che bastasse l’entusiasmo, la voglia di riscatto, che prima o poi i risultati sarebbero arrivati. In realtà, la squadra era squilibrata. Häßler, per dire, non poteva fare la mezzala. Gigi non ha saputo leggere la situazione che, a un certo punto, è precipitata».Ma lo spogliatoio era unito, tutti remavano dalla parte dell’allenatore? «Sappi una cosa: in una squadra perché le cose funzionino e per arrivare anche a raggiungere dei risultati, è necessario che nello spogliatoio, più della metà dei giocatori abbia la consapevolezza che il calcio è un gioco di squadra. In quella Juve, anche lì, questa soglia allo scudetto minima c’era e nessuno remava contro».Forse Tacconi la pensa diversamente. «Non credo che Tacconi abbia mai preso goal apposta per punire l’allenatore. È stata una stagione fallimentare con colpe di tutti».Magari ci fosse stata una società più forte dietro Maifredi. «Magari. Tuttavia il Mister ha avuto dalla società quello che tutti gli allenatori sognano: carta bianca».Cosa rimane nella testa di Marocchi dopo quella stagione? «Una grande delusione, amarezza per i tifosi, il peso della maglia che raddoppia. Ma anche le serate trascorse in camera con Häßler a cercare di comunicare in inglese. Pessimo il suo, pessimo il mio, credo che il più delle volte abbiamo fatto finta di capirci».Estate 1991, si torna all’antico con Boniperti e Trapattoni. «L’Avvocato Agnelli corse subito ai ripari. Fui contento del ritorno del presidente».Quanto al Trap? «Lui era la Juve, aveva vinto tutto. Ero curioso, ho scoperto un uomo con una voglia contagiosa di pallone e con un’incredibile capacità di gestire lo spogliatoio. Ma di lui ricordo anche due clamorosi abbagli».Avanti, prego. «Il primo, più eclatante, è quello di non aver capito che il leader di quella squadra era Vialli. Per il Trap, prima venivano Baggio e Möller, quei giocatori che secondo lui gli potevano risolvere la partita. Vialli ne soffriva, ma il Mister non ha saputo leggere la situazione».L’altro abbaglio? «Quello di farmi giocare terzino sinistro».Come andarono realmente le cose? «Niente di particolare. Lui aveva bisogno di coprire al meglio quel ruolo e me lo propose. Io ho sempre avuto il massimo rispetto per l’allenatore e per le sue scelte. In primis il rispetto dei ruoli. Sono stato educato così e lo sport ha rafforzato questa mia caratteristica».Non hai mai discusso, insieme alla squadra o con l’allenatore, per l’impostazione di una partita? «Meno spazio hanno i giocatori, meglio è. Ne va dell’autorevolezza e del ruolo del tecnico. Anche lo schema più brutto, anche l’idea più raccapricciante, va messa in pratica con il massimo impegno. Poi magari in campo i giocatori trovano l’adattamento migliore».Torniamo all’esperimento del Trap. «Ci ho messo tutta la buona volontà, ma la testa si rifiutava. Non mi sentivo utile in quella posizione. Ho sempre fatto il centrocampista, ora più mezzala, ora più trequartista. E credo di essermela sempre cavata bene grazie a buona tecnica e velocità di pensiero».Trapattoni non si ricordava che avevi avuto anche il dieci di Platini. (ride) «Andiamoci piano. Il mio era un dieci depotenziato. La verità è che non lo voleva nessuno. Zavarov era affezionato al nove, Rui Barros non si staccava dal suo otto. Comunque sia, il terzino sinistro per un po’ l’ho fatto, poi anche il Mister si è convinto. Ma non sono stato io a dirgli che preferivo tornare nel mezzo».Tra parentesi, hai anche segnato dei bei goal giocando nel tuo ruolo naturale. «E la cosa incredibile è che spesso li fanno vedere e rivedere in televisione. E c’è Marchegiani che si arrabbia con me, perché tra le reti più teletrasmesse c’è pure quella che realizzai nel 4-3 all’Olimpico in Lazio-Juve: “Sembra che tu mi abbia fatto decine di goal” e invece è sempre lo stesso».Nel 1993 vinci la tua seconda Coppa Uefa. «Altra immensa gioia e un grazie particolare a Roberto Baggio. Ho giocato con lui anche a Bologna. È la bellezza pura del calcio. È andato al di sopra del reale con la sua classe e con la sua fantasia».Passa un anno e altro ribaltone in casa Juventus. «Qui ne avemmo maggiore cognizione. Io ero uno degli anziani. La palla era passata dall’Avvocato al fratello Umberto, che volle uomini di sua fiducia».E nacque la Triade. «Bettega era il nuovo Boniperti, l’ex bandiera che rappresentava la juventinità sempre e comunque. Moggi era il miglior dirigente calcistico sulla piazza e per la Juve, che doveva tornare a vincere lo scudetto, era il passaggio obbligato. Giraudo era il manager a tutto tondo, a mio avviso, il vero innovatore di quel nuovo assetto dirigenziale».E poi Marcello Lippi. «Aveva idee e fame di vittoria. Sapeva di essere a un punto decisivo della sua carriera. Aveva fatto la gavetta, con esoneri annessi. Il migliore tra tutti i tecnici che ho avuto. Quello più completo e vincente. Capace di letture immediate della partita e della situazione».Mi puoi fare un esempio concreto? «Quando capì che aveva in mano una squadra potente, che correva il doppio dell’avversario, che aveva voglia di azzannare la gara, non si fossilizzò sullo schema di partenza, che era il 3-5-2. Tolse un difensore e mise un attaccante. Come a dire: vista la squadra che ho, non voglio certo essere io a tenerla legata indietro».Hai parlato di potenza e ti cito Ventrone. «Anche questa è storia. Vincente. Ricordo sempre lo stupore nel vedere, il primo giorno di ritiro, una palestra mai vista prima. Iniziammo a fare un lavoro totalmente diverso, massacrante ma produttivo».Credevate di vincere lo scudetto? «La Juve è sempre favorita, lo sanno tutti. All’inizio non lo credevamo. Poi c’è scoppiata in mano la forza travolgente di una squadra, dove oltre il 70% dei giocatori pensavano al calcio come sport di squadra».Nel 1995 ecco scudetto e Coppa Italia, l’anno dopo la Champions. E tu? «Io gioco di meno, mi metto a disposizione del Mister e della squadra. Perché comunque sapevo di essere importante. Non solo perché me lo diceva Lippi. Sia che giocassi, sia che andassi in panchina, sia quelle poche volte in cui sono andato in tribuna».Mi viene il sospetto che tu abbia sempre fatto parte della maggioranza positiva dello spogliatoio. «Modestamente sì. Non ho mai sopportato chi non accetta le decisioni dell’allenatore e sbuffa o fa cose peggiori quando viene sostituito. Io nello spogliatoio ho sempre detto tutto ai compagni. Con chiarezza e decisione. In quella Juve di Lippi, il gruppo era al top. Non ci sono mai stati richiami sui comportamenti. Semmai ci si incazzava per le posizioni non tenute in campo o per i movimenti sbagliati».Con la Champions vinta, chiudi con la Juve. «Come sigla finale niente male. A cui si aggiunge un’altra piccola soddisfazione: essere riusciti a strappare alla Triade un premio vittoria altissimo, quasi un anno del mio ingaggio. Da una parte io e Vialli, di là loro tre. Riunioni lunghissime. Una volta si arrabbiarono a turno e uscirono uno alla volta dalla stanza. Rimanemmo soli io e Luca, ma alla fine si vinse».A proposito di Triade e di quel che è emerso una decina di anni dopo, che idea ti sei fatto di Moggi? «Contestualizzo la vicenda e dico che era un momento in cui c’era, forte, la tendenza a pensare di poter trarre dei vantaggi dal “fuori campo”. In questo Moggi era sicuramente il più strutturato, non a caso il più copiato e che qualcuno aveva anche tentato di strappare alla Juve. Parlava con i designatori, incideva sui media, pilotava i processi televisivi. Detto questo, mi chiedo: ma veramente tutto questo ha potuto far cambiare un risultato in campo? È il dubbio che mi rimane».Addio Juve e ritorno all’amata Bologna. «L’idea fu mia. Chiamai Oriali, che all’epoca era dirigente rossoblu. Gli dissi che avevo una gran voglia di tornare. Trovato l’accordo, il passo più difficile fu convincere Ulivieri. Lui era dell’idea che la mia fosse una scelta di comodo. Venivo dalla Juve, cosa me ne fregava del Bologna? All’inizio mi fece la guerra, poi gli dimostrai che si stava sbagliando».E da lì è nato l’amore. «Ulivieri è il più intelligente e raffinato tra i miei Mister. A lui interessa la perfezione. Lo schema, la giocata. Poi se si vince, meglio. Con lui mi sono divertito anche a parlare di politica».Che bilancio fai della tua seconda vita rossoblu? «Più che positivo. Ho recuperato il rapporto con i tifosi. Nel mio cuore è rimasto l’applauso che mi ha accompagnato nell’ultima partita. Un’ovazione di cinque minuti che mi ha ripagato dell’unica delusione patita, quella di non aver raggiunto la finale Uefa nel 1999».Il calcio cosa ti ha dato? «Alcuni dolori e molti racconti. Tra i primi penso a Gaetano Scirea, alla notizia della sua morte che ci arrivò sul pullman di ritorno da Verona. Tutto il mondo sapeva, noi no. E tre giorni dopo di nuovo in campo al Comunale e quel gagliardetto messo al centro dell’area di rigore. Scirea era lì, quella sera, mi emoziono ancora. E poi Andrea Fortunato. Lo vidi l’ultima volta pochi mesi prima che se ne andasse. Avevamo giocato a Roma, così alcuni di noi decisero di raggiungere Perugia per andarlo a salutare. Una storia straziante».E tra i racconti? «Le storie del Brasile sentite dalla voce di Julio Cesar, della gioia che dà il calcio a chi non ha altro per cui gioire e quelle della guerra civile nella ex Jugoslavia ascoltate, con pudore e in silenzio, da Jugović».Un’ultima domanda: che cosa chiedi per te? «Dopo questa intervista, spero che Balotelli si sia convinto che di calcio ne capisco». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/07/giancarlo-marocchi.html
  3. GIANCARLO MAROCCHI https://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Marocchi Nazione: Italia Luogo di nascita: Imola (Bologna) Data di nascita: 04.07.1965 Ruolo: Centrocampista Altezza: 179 cm Peso: 76 kg Nazionale Italiano Soprannome: Cicciobello Alla Juventus dal 1988 al 1996 Esordio: 21.08.1988 - Coppa Italia - Cosenza-Juventus 0-0 Ultima partita: 20.04.1996 - Serie A - Inter-Juventus 1-2 319 presenze - 25 reti 1 scudetto 2 coppe Italia 1 supercoppa italiana 1 coppa dei campioni 2 coppe Uefa Giancarlo Marocchi (Imola, 4 luglio 1965) è un dirigente sportivo, commentatore televisivo ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Giancarlo Marocchi Marocchi alla Juventus nel 1990 Nazionalità Italia Altezza 179 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 14 maggio 2000 Carriera Giovanili 19??-19?? Bologna Squadre di club 1982-1988 Bologna 171 (13) 1988-1996 Juventus 319 (25) 1996-2000 Bologna 116 (5) Nazionale 1988-1991 Italia 11 (0) Palmarès Mondiali di calcio Bronzo Italia 1990 Carriera Club Muove i suoi primi passi nel Bologna, squadra che lo preleva dalle giovanili dell'Imola, sua città di origine, e con il quale esordisce, non ancora diciassettenne, in Serie B nel campionato 1982-1983. Dopo la retrocessione dei felsinei in Serie C1 diventa titolare, riconquistando la promozione fra i cadetti e disputando altre quattro stagioni in rossoblù, emergendo al contempo come uno dei punti di forza del centrocampo petroniano. Marocchi al Bologna nel 1988, alle prese con il triestino Strappa. Nel 1987-1988 è tra i trascinatori della squadra verso una promozione in Serie A che mancava alla società bolognese da sei anni. In seguito passa alla Juventus per 4,5 miliardi di lire, club nel quale diventa subito titolare senza saltare alcuna partita del campionato 1988-1989. Nella sua seconda stagione a Torino, 1989-1990, conquista i suoi primi trofei grazie al double continentale composto da Coppa Italia e Coppa UEFA; a tali successi seguono un'altra Coppa UEFA nell'edizione 1992-1993, il double nazionale formato dallo scudetto - assente in casa bianconera da nove anni - e da una seconda Coppa Italia nell'annata 1994-1995, e, nell'ultima sua stagione in maglia juventina, la Champions League 1995-1996, non prendendo tuttavia parte alla vittoriosa finale di Roma contro gli olandesi dell'Ajax. Tornato al Bologna nell'estate del 1996, disputa altri quattro campionati in maglia rossoblù, raggiungendo con la squadra emiliana la semifinale di Coppa UEFA 1998-1999; qui, nella sfida di ritorno al Dall'Ara contro i francesi dell'Olympique Marsiglia, riceve un'espulsione rimediando quattro turni di squalifica. Con i bolognesi chiude definitivamente la carriera nel 2000, all'età di trentacinque anni. In diciotto stagioni da professionista ha disputato 500 partite in campionato con 33 reti; 287 con il Bologna (18 reti) e 213 con la Juventus (con 15 reti). Le presenze in Serie A sono 329 (213 con la Juventus e 116 con il Bologna) con 20 reti. Nazionale Marocchi (secondo da destra) assieme a De Agostini, Tacconi e Schillaci nel ritiro degli azzurri, durante il campionato del mondo 1990. Il 22 dicembre 1988 è convocato in nazionale dal commissario tecnico Azeglio Vicini, esordendo da titolare nella gara vinta per 2-0 contro la Scozia. Disputa, tra il 1988 e il 1991, 11 partite in azzurro, ed è tra i convocati per il campionato del mondo 1990 organizzato in Italia; tuttavia, non scende in campo nel corso della manifestazione, chiuso nel ruolo da Giannini, Berti e Ancelotti nonché dal compagno di squadra in bianconero De Agostini. Marocchi esce definitivamente dal giro azzurro dopo che a Vicini subentra Arrigo Sacchi. La sua ultima partita in nazionale risale al 13 febbraio 1991, a Terni, contro il Belgio (0-0). Dopo il ritiro Terminata l'attività agonistica, in un primo tempo abbandona il mondo del calcio per poi comunque tornarvi all'interno del Bologna dove ha rivestito più ruoli: osservatore, team manager, direttore generale e, dal 2006 fino a maggio del 2010, responsabile tecnico del settore giovanile. Diventa poi commentatore tecnico per Sky Sport. Palmarès Club Marocchi solleva il trofeo della Coppa Italia 1994-1995 vinta con la Juventus Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Bologna: 1987-1988 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1989-1990, 1994-1995 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1994-1995 Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 1995 Competizioni internazionali Da destra: Marocchi, Ravanelli e Torricelli festeggiano il successo juventino nella UEFA Champions League 1995-1996 Coppa UEFA: 2 - Juventus: 1989-1990, 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intertoto UEFA: 1 - Bologna: 1998 Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica italiana «Di iniziativa del presidente della Repubblica» — 1991 Medaglia d'argento al valore atletico «3º classificato nel campionato mondiale (brevetto 1452)» — 1990 Medaglia di bronzo al valore atletico «Campione italiano professionisti (brevetto 14628)» — 1995
  4. ROBERTO GALIA Dire cose importanti in perfetto silenzio è un privilegio degli uomini veri – afferma Maurizio Crosetti su “Hurrà Juventus” del maggio 1992 –. Dirle senza urlare, in un calcio ricco di eccessi, è impresa titanica. Eppure, Roberto Galia percorre questo strano mondo da tanti anni ed è riuscito a non cambiare, a non fare deroghe. Il bello è che, la sua, non è l’umiltà un po’ appiccicosa e retorica dei vinti, ma una serenità che deriva dalla piena coscienza dei propri mezzi e dei propri limiti; una «scheda» personale che il centrocampista bianconero tiene a mente e usa come cartina di tornasole della realtà: «Mi conosco, so di non essere un fuoriclasse ma un giocatore prezioso forse sì. Ho cambiato diverse maglie, sono sempre andato d’accordo con i miei allenatori e sempre ho avuto la precisa sensazione di essere utile. Non è poco». No, non lo è. Troppo comodo incantare le platee in virtù delle doti naturali, della classe indiscutibile. Se nasci Platini o Baggio, la vita puoi complicartela solo tu. Ma se nasci Galia, tutto è più difficile dall’inizio: «Me ne accorsi appena arrivato alla Juventus. Quando toccavo il pallone, dalle tribune si alzava una specie di mormorio che pian piano diventava contestazione aperta. Quella sfera mi bruciava tra i piedi; avevo paura di sbagliare, non ci capivo più nulla». Altri si sarebbero smarriti. Avrebbero deciso che la Juventus non faceva per loro. Roberto ha continuato la scalata con lo spirito del gregario: «Devo ringraziare Zoff e Maifredi, cioè i tecnici che mi hanno dato coraggio a dispetto del giudizio generale. E aver convinto gli scettici è stata la mia vittoria più importante». Galia è un mix di saggezza popolare e tenacia. Nato a Trapani ma cresciuto a Como, sintetizza il meglio di due anime. Altra impresa notevole, in tempi di leghe e beghe, nord-sud: «Sono legato alla Lombardia, però non posso dimenticare la mia terra. Le esperienze di vita e sportive mi hanno insegnato che in ogni luogo ci sono persone ricche di contenuti e degne di essere conosciute. Il razzismo è davvero un atteggiamento assurdo». Esistono giocatori che ogni allenatore vorrebbe. Ecco, Galia ne è il prototipo: Perché sa soffrire, capisce la partita, è tatticamente sagace, difende e attacca. E ha due piedi più che dignitosi. Non a caso ha segnato, da centrocampista-difensore, quindici gol in Serie A. L’ultimo «importante», contro l’Inter, addirittura da antologia: scatto «alla Schillaci», pallonetto «alla Baggio» e palla in rete. Boato della folla, quella stessa che non poteva vederlo: «Segnare è sempre importante, tifa sentire bene: ed io sono abbastanza abituato a segnare». E difatti la Juventus ha vinto la Coppa Italia del ‘90 proprio grazie a una prodezza di Galia, a San Siro contro il Milan. Oltre 250 partite in serie A, più di cento con la maglia bianconera. Eppure di copertine ne sono arrivate poche, di titoloni ancora meno. E ogni estate, il mediano gregario sente pronunciare il proprio nome tra quelli che potrebbero cambiare squadra. Salvo non cambiarla mai: «Sono abituato anche a questo e non ci bado, i giornalisti fanno il loro mestiere ed io credo che esista molta verità in quello che scrivono: ogni anno rischio di andar via, perché ci sono squadre e allenatori che mi vogliono». Parole pronunciate senza un filo di presunzione o arroganza. Ma è un dato di fatto che quelli come Galia, contino più delle presunte stelle. Forza del cosiddetto «rendimento». O, per dirla con uno slogan pubblicitario, della «qualità costante nel tempo». «Il mio gioco» spiega Galia «ha pochissimi lampi e, quando mi riesce qualche numero a effetto, la gente si stupisce. È successo in occasione del gol all’Inter: nessun problema. Però io credo di offrire un contributo sicuro. I miei campionati non sono quasi mai condizionati da alti e bassi». «È un giocatore ideale» spiega Trapattoni «perché con lui si va sul sicuro. Lavora con grande applicazione e altissimo senso professionale, non si fa mai trovare impreparato, è un titolare a tutti gli effetti anche quando non gioca. Ho sempre detto che per conquistare gli scudetti serve gente così. Un allenatore ha bisogno di certezze, deve poter ottenere un rendimento medio garantito: il principale segreto del successo è la costanza. Certo, poi devono scattare altri meccanismi, servono i colpi risolutivi, ma senza la base ogni discorso è inutile. Pensando alla squadra come a una casa, direi che Galia è un pezzo delle fondamenta». Anche i compagni apprezzano questo siciliano di poche parole. «Come carattere siamo diversi» dice Tacconi «ma lo stimo molto. È un ragazzo intelligente, un gran lavoratore. E ha carattere. Roberto è sempre stato al proprio posto: una dote rara». Esiste poi un’ultima qualità, forse la principale. L’educazione, la maturità di chi non ha mai fatto polemiche se relegato in panchina. La serenità di chi accetta di ricominciare daccapo ogni stagione, alla conquista di una maglia che, alla fine, arriva sempre, ma che non è affatto scontata. Anzi, è probabile che arrivi proprio perché rincorsa, sudata, voluta. Questi sono i silenziosi discorsi di Roberto Galia. CAMILLO FORTE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1992 È finito il periodo in cui Roberto Galia veniva definito il «tappabuchi» della Juventus: erano altri tempi, grami per lui, difficilissimi da superare. Eppure ce l’ha fatta. Ora i tifosi lo adorano, Trap lo stima e i compagni lo rispettano... Ed è arrivata anche la chiamata in Nazionale. Da tappabuchi e gregario a Principe Azzurro: un bel salto, una soddisfazione unica. Galia nel club Italia in America. E, guarda la fatalità, negli Usa, si svolgeranno i prossimi Mondiali: non è il caso di correre con la fantasia, ma questo non è un pericolo. Roberto Galia ha sempre tenuto i piedi ben saldi per terra anche nei momenti più difficili, quando avrebbe avuto voglia (e forse il diritto) di prendere a pedate nel sedere qualcuno. Acqua passata, certo. Però i ricordi restano e da questi il mediano ha sempre trovato la forza di reagire: «Guai se non avessi fatto così: a quest’ora non sarei più nella Juve. Invece ho lottato con tutte le mie forze per mantenere questa maglia che con il passare degli anni sento sempre più mia. Mi appresto a disputare la quinta stagione juventina ed evidentemente qualcosa di buono sono riuscito a farlo. Mai nessuno mi ha regalato niente e forse è stato meglio così». Un tuffo nel film bianconero della sua vita è doveroso. Immagini già viste e riviste mille volte, le difficoltà incontrate, la valigia sempre pronta, poi puntuali le riconferme e il duplice trionfo in Europa (Coppa Uefa) e in Italia (Coppa Italia): «Vorrei fermarmi su questo punto. Evidentemente qualcuno si è già dimenticato di questi nostri due successi. E visto che nel calcio non si vive di soli ricordi, siamo pronti per vincere lo scudetto. A disposizione di questi fuoriclasse che sono arrivati, tutti di prim’ordine, metterò la mia esperienza juventina. Devono subito capire che cosa significa indossare la nostra maglia. Se lo apprenderanno subito, potranno togliersi parecchie soddisfazioni». La concorrenza è agguerrita: mai come nel campionato 1992-93 ci saranno parecchie formazioni in grado di puntare al titolo, con il solito Milan sempre più competitivo, consapevole di avere una rosa imbottita di campioni: «Lo sappiamo benissimo...». Non è una novità, certo. Dati di fatto, però, impongono doverose riflessioni. Bisogna capire, ad esempio, che cosa ha avuto il Milan della passata stagione in più rispetto alla Juve. Solo così si possono sferrare gli attacchi decisivi, vincere la... guerra e non soltanto le battaglie. Galia affronta il contraddittorio senza problemi. Del resto è abituato ad accettare le regole del gioco, anche se a volte possono far male. Non siamo di fronte a un processo, ci mancherebbe: «Iniziamo dicendo che del Milan non abbiamo mai avuto paura, semmai rispetto. Negli scontri diretti non siamo mai usciti con le ossa rotte e il più delle volte li abbiamo messi in seria difficoltà. Ma alla distanza sono stati più forti, niente da dire. A noi è mancato il colpo risolutivo, soprattutto in trasferta: certe partite bisognava vincerle per mettere paura al Diavolo». Ora c’è la nuova Juve, rinforzata, bella a vedersi e ambiziosa: «I nuovi acquisti mi piacciono. Vialli segna con facilità anche in partitella, figuriamoci in campionato. Lui e Baggio, poi, s’intendono a meraviglia, una bella coppia. Ma attenzione ai vari Platt, Möller, Ravanelli, Rampulla e Dino Baggio. Siamo “coperti” in tutti i ruoli, adesso dipende esclusivamente da noi. Bisogna partire subito spediti, dimostrare che siamo una squadra che non teme nessuno. Poche storie: è all’inizio che si vincono gli scudetti». Ha visto campioni che se ne sono andati, altri che arrivano... «E questa è la Juve, solo in un grande club come il nostro può esserci un via vai del genere. Ma adesso è diverso: con Boniperti e il Trap ci sentiamo tranquilli, quasi protetti. Loro sanno darci una carica incredibile ed è venuto il momento di ripagarli con le soddisfazioni che meritano». Per loro, certo. Pure per i tifosi. Ma soprattutto anche per se stesso: «Il mio grande desiderio è quello di chiudere la carriera qui alla Juve e festeggiare tanti trionfi: magari da accarezzare quando avrò i capelli bianchi». È lo spirito che piace tanto a Boniperti e non per niente Galia è da cinque stagioni a Torino, proprio per questo non è mai stato ceduto. Il tempo per trasformare il suo sogno in realtà non gli manca. E conoscendo il suo carattere siamo sicuri che alla fine vincerà lui, così come ha fatto altre volte. La lotta, quella dura, non lo spaventa, nonostante il suo fisico asciutto e longilineo non sia quello di un corazziere: intanto non è più un «tappabuchi» (e forse non lo è mai stato...). Se Sacchi ha ancora bisogno di un giocatore con gli attributi giusti, sa dove trovarlo. Alla Juve, naturalmente. Da cinque anni lui è qui e, salutandoci, lo sottolinea ancora una volta. Basta con le parole: Galia non è tipo che ama parlare, preferisce i fatti ed è arrivato il momento di ruggire. L’attacco al Milan è cominciato. I numeri di Roberto: 225 presenze e 11 reti, 1 Coppa Italia e 2 Coppa Uefa. E, non ultimo, il rispetto e l’apprezzamento dei tifosi bianconeri. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/roberto-galia.html
  5. ROBERTO GALIA https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Galia Nazione: Italia Luogo di nascita: Trapani Data di nascita: 16.03.1963 Ruolo: Difensore/Centrocampista Altezza: 177 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Il Postino di Trapani - Il Cavallino Siculo Alla Juventus dal 1988 al 1994 Esordio: 24.08.1988 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 5-1 Ultima partita: 10.04.1994 - Serie A - Napoli-Juventus 0-0 225 presenze - 11 reti 1 coppa Italia 2 coppe Uefa Roberto Galia (Trapani, 16 marzo 1963) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore o centrocampista. Roberto Galia Galia alla Sampdoria nel 1985 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore, centrocampista) Termine carriera 1997 - giocatore Carriera Giovanili 1980 Como Squadre di club 1980-1983 Como 56 (6) 1983-1986 Sampdoria 71 (2) 1986-1988 Verona 57 (7) 1988-1994 Juventus 225 (11) 1994-1995 Ascoli 6 (0) 1995-1997 Como 81 (1) Nazionale 1982-1984 Italia U-21 12 (0) 1986-1988 Italia olimpica 12 (1) 1992 Italia 3 (0) Carriera da allenatore 2001-2004 Como Vice 2004 Como 2004-2006 Chiasso 2007 Pro Vercelli 2007-2008 Turate 2010 Atletico Erba 2015-2016 Como Primavera 2016-2017 Como Berretti Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1984 Caratteristiche tecniche Giocatore Ha iniziato a giocare come terzino, impiegabile su entrambe le fasce del campo, passando in seguito al ruolo più avanzato di mediano. Di piede destro naturale e abile nelle incursioni in attacco, era apprezzato per il suo impegno costante e per le sue notevoli doti fisiche e atletiche. Carriera Giocatore Club Cresciuto nel settore giovanile del Como, esordisce in Serie A il 10 maggio 1981, a 18 anni, nella sfida casalinga contro il Napoli (0-1); il 24 maggio dello stesso anno, proprio all'ultima giornata di campionato, un suo gol al Bologna determina il 2-1 finale che regala la salvezza ai lariani. Di contro, l'anno successivo le sue 21 presenze non riescono a salvare i biancoblù dalla retrocessione. Nella stagione 1982-1983 fa parte di un Como imbottito di talentuosi giovani cresciuti nel vivaio, capace di sfiorare la promozione (rimane agli annali una vittoria sul Milan poi vincitore del campionato), che però sfugge agli spareggi contro Catania e Cremonese. Galia in azione alla Juventus nella stagione 1990-1991 Passato alla Sampdoria nell'estate seguente, Galia è schierato titolare per tre stagioni consecutive, in cui dà prova della sua versatilità giocando sia da terzino, su entrambe le fasce, sia da mediano: con i blucerchiati partecipa alla vittoria della Coppa Italia 1984-1985, il primo trofeo nella storia del club. Nel 1986 è ingaggiato dal Verona allenato da Osvaldo Bagnoli, il quale posiziona Galia davanti alla difesa in pianta stabile. Nell'estate 1988 passa alla Juventus, con cui gioca per le successive sei stagioni, riscuotendo la fiducia di tutti gli allenatori che si alternano sulla panchina bianconera: dapprima Dino Zoff, poi Luigi Maifredi e infine Giovanni Trapattoni. A Torino conquista un'altra Coppa Italia nel 1990, siglando peraltro il decisivo 1-0 nella finale di ritorno contro il Milan, e due Coppe UEFA: la prima sempre nel 1990, contro la Fiorentina, in cui segna un'altra rete nella finale di andata, e la seconda nel 1993, contro il Borussia Dortmund. Ancora trentunenne, nell'estate 1994 passa all'Ascoli, con cui però rimane solo fino a novembre dello stesso anno, e poi chiude la carriera con un triennio nel club che l'aveva lanciato, il Como, con cui retrocede dalla Serie B alla Serie C1 nella prima stagione. Annovera oltre 300 presenze e 15 gol in A, 65 presenze e 6 gol in B e 54 gare in C1. Nazionale Galia (accosciato, primo da destra) in nazionale per la fase finale del campionato europeo Under-21 1984 Ha giocato 12 gare con la nazionale Under-21, con cui ha fatto il suo esordio il 6 ottobre 1982 nell'1-1 contro l'Austria), nonché 12 gare con la nazionale olimpica nel biennio 1986-1988: qui allenato da Dino Zoff nelle fasi di qualificazione e poi da Francesco Rocca al torneo olimpico di Seul 1988), ha segnato anche il gol della vittoria in Italia-Portogallo (1-0) durante le fasi di qualificazione. Quanto alla nazionale maggiore, Galia ha avuto modo di vestire la maglia azzurra solo nell'estate 1992, in occasione della U.S. Cup: qui il commissario tecnico Arrigo Sacchi lo schiera, peraltro fuori posizione, in tre occasioni, nello 0-0 col Portogallo del 31 maggio, in cui subentra a Luca Fusi, nel 2-0 all'Irlanda del 4 giugno, in cui scende in campo per la prima volta da titolare, e nell'1-1 contro i padroni di casa degli Stati Uniti del 6 giugno, dov'è sostituito da Fusi. Allenatore Ha iniziato la carriera in panchina come vice di Loris Dominissini al Como nel campionato di Serie B 2001-2002. Conquistata la massima serie, torna in cadetteria dopo la retrocessione della stagione 2002-2003 e addirittura dirige la squadra nelle ultime otto partite del campionato 2003-2004, quando la squadra ritorna in Serie C1. Nel 2004 viene contattato dal Chiasso, nella seconda divisione svizzera. Da fine febbraio a giugno 2007 ha allenato la Pro Vercelli, in Serie C2, sfiorando i play-out. Il 6 dicembre dello stesso anno comincia la sua avventura sulla panchina del Turate, squadra di Serie D, al posto del dimissionario Domenico Zilio. È stato responsabile tecnico della Juventus Soccer School di Cogliate. Nel maggio 2012 torna al Como per occuparsi del rilancio del settore giovanile biancoblù. Nel luglio 2015 assume l'incarico di allenatore della formazione Primavera del Como, in coppia con Andrea Ardito. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 2 - Sampdoria: 1984-1985 - Juventus: 1989-1990 Coppa Italia Serie C: 1 - Como: 1996-1997 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 2 - Juventus: 1989-1990, 1992-1993
  6. JONOTHON CARLOS ELLIOT Nazione: Brasile Luogo di nascita: Rio Branco Data di nascita: 04.12.1984 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2001 al 2002 Esordio: 22.05.2002 - Amichevole - Juventus-Cossatese 3-2 0 presenze - 0 reti
  7. ANTONIO NICCO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 07.10.1944 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1962 al 1964 Esordio: 08.06.1963 - Amichevole - Albese-Juventus 0-9 Ultima partita: 11.08.1963 - Amichevole - Juventus-Juve De Martino 6-1 0 presenze - 0 reti
  8. GIOVANNI NICCO https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1955-1956 Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: 01.01.1936 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 01.09.1955 - Amichevole - Juventus-Juve De Martino 2-3 0 presenze - 0 reti
  9. ENRICO PIETRO GIACINTO MOLINATTI https://it.wikipedia.org/wiki/Sport-Club_Juventus_1897-1898 https://it.wikipedia.org/wiki/Foot-Ball_Club_Juventus_1899 Nazione: Italia Luogo di nascita: Pavia Data di nascita: 16.03.1878 Luogo di morte: Parigi Data di morte: 10.02.1938 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1897 al 1900 0 presenze - 0 reti
  10. CHRISTIAN TROMBINI https://it.wikipedia.org/wiki/Christian_Trombini Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 23.01.1973 Ruolo: Portiere Altezza: 187 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1991 al 1993 Esordio: 03.10.1991 - Amichevole - Vogherese-Juventus 1-5 Ultima partita: 24.02.1993 - Amichevole - Pavia-Juventus 1-5 0 presenze - 0 reti 1 coppa Uefa Christian Trombini (Torino, 23 gennaio 1973) è un ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Christian Trombini Nazionalità Italia Altezza 187 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 2005 Carriera Giovanili 1986-1992 Juventus Squadre di club 1992-1993 Juventus 0 (0) 1993-1994 → Massese 21 (-28) 1994-1995 → Pistoiese 0 (0) 1995-1996 → Montevarchi 13 (-13) 1997-1998 Pro Vercelli 48 (-50) 1998-2000 Zurigo 12 (-?) 2000-2001 Riccione 10 (-10) 2001-2002 Canavese 7 (-?) 2003-2005 Rivarolese ? (-?) Caratteristiche tecniche Portiere fisicamente imponente, era freddo e abile nelle uscite. Carriera Erede di una famiglia di portieri, cresce nelle giovanili della Juventus diventando titolare della squadra Primavera nel 1991; viene aggregato alla prima squadra come terzo portiere nella stagione 1992-1993, sedendo diverse volte in panchina. Nel 1993 viene mandato in prestito alla Massese, in Serie C1, alternandosi ad Andrea Pierobon; l'anno successivo passa alla Pistoiese, dove è relegato al ruolo di riserva di Angelo Pagotto. Disputa poi una stagione al Montevarchi, sempre in terza serie. Dopo due stagioni da riserva rescinde il contratto con la Juventus, e nel febbraio 1997 firma per la Pro Vercelli, in Serie C2, contribuendo in modo decisivo alla salvezza dei piemontesi. Dopo un'ulteriore stagione a difesa della porta vercellese, nel 1998 passa agli svizzeri dello Zurigo, ingaggiato a causa dell'infortunio del titolare Ike Shorunmu e della sua riserva. Con la formazione svizzera disputa due campionati e mezzo, debuttando anche nella Coppa UEFA 2000-2001, in occasione della sconfitta interna per 2-1 contro il Genk. Nel 2000 torna in Italia, ingaggiato prima dal Riccione e poi dal neonato Canavese, entrambi in Serie D. Chiude la carriera con un biennio nella Rivarolese. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Svizzera: 1 - Zurigo: 1999-2000 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: Coppa UEFA 1992-1993
  11. RICCARDO TURICCHIA Nazione: Italia Luogo di nascita: Imola (Bologna) Data di nascita: 05.02.2003 Ruolo: Difensore Altezza: 180 cm Peso: 79 kg Nazionale Italiano U-20 Soprannome: - Alla Juventus dal 2021 al 2022 Esordio: 09.10.2021 - Amichevole - Juventus-Alessandria 2-1 0 presenze - 0 reti 01/2026 - 06/2027 Virtus Entella Defence 46 01/2025 - 01/2026 Juventus II Italy Defence 32 05/2025 - 06/2025 Juventus Italy Defence 39 07/2024 - 01/2025 US Catanzaro Italy Defence 3 10/2021 - 06/2024 Juventus II Italy Defence 34 07/2022 - 06/2023 Juventus U19 Italy Defence 02/2020 - 06/2022 Juventus U19 Italy Defence 3 07/2019 - 06/2020 Juventus U17 Italy Defence 08/2018 - 06/2019 Juventus U16 Italy Defence 07/2018 - 08/2018 Cesena FC U16 Italy Defence 07/2016 - 06/2018 Cesena FC U15 Italy Defence
  12. NICOLA RAGAGNIN Nazione: Italia Luogo di nascita: Mestre (Venezia) Data di nascita: 18.05.1972 Ruolo: Difensore Altezza: 178 cm Peso: 74 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1992 al 1993 Esordio: 10.12.1992 - Coppa Uefa - Juventus-Sigma Olomouc 5-0 1 presenza - 0 reti 1 coppa Uefa Club career 07/2004 - 06/2005 FC Canavese Midfielder 07/2002 - 06/2004 Ivrea Midfielder 07/2001 - 06/2002 FC Canavese Midfielder 07/1995 - 06/1999 Pro Vercelli Midfielder 07/1994 - 06/1995 Ospitaletto Midfielder 01/1994 - 06/1994 Reggina Calcio Midfielder 07/1993 - 12/1993 Ancona Calcio Midfielder 07/1992 - 06/1993 Juventus Midfielder https://www.worldfootball.net/player_summary/nicola-ragagnin/
  13. SALVATORE AVALLONE https://it.wikipedia.org/wiki/Salvatore_Avallone Nazione: Italia Luogo di nascita: Salerno Data di nascita: 30.08.1969 Ruolo: Centrocampista Altezza: 177 cm Peso: 73 kg Soprannome: Sasá Alla Juventus dal 1988 al 1990 Esordio: 21.03.1990 - Coppa Uefa - Juventus-Amburgo 1-2 Ultima partita: 16.05.1990 - Coppa Uefa - Fiorentina-Juventus 0-0 4 presenze - 0 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Salvatore Avallone, noto anche con lo pseudonimo di Sasà (Salerno, 30 agosto 1969), è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, team manager della Salernitana. Salvatore Avallone Avallone alla Juventus nel 1990 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 2006 - giocatore Carriera Giovanili 1984-1986 Lazio Squadre di club 1986-1988 Valdiano '85 39 (1) 1988-1990 Juventus 4 (0) 1990-1991 Avellino 10 (0) 1991-1992 Casale 14 (0) 1992-1997 Alessandria 138 (1) 1997-2002 Nocerina 136 (0) 2002-2004 Varese 56 (0) 2004-2006 Juve Stabia 35 (0) Carriera Giocatore Cresciuto nelle giovanili della Lazio, Avallone deve la sua notorietà alla vittoria della Coppa UEFA 1989-1990 con la Juventus: al 72' della finale di ritorno contro la Fiorentina, l'allenatore Dino Zoff lo inserisce in sostituzione di Rui Barros, dopo aver esordito nella competizione poche settimane prima, nei quarti di ritorno contro l'Amburgo. In quella stagione colleziona anche due spezzoni di gara in Serie A, esordendo l'8 aprile 1990 in Juventus-Cremonese 4-0. Vanta pure dieci presenze in Serie B con l'Avellino nella stagione 1990-1991. La sua carriera prosegue nelle serie inferiori: C1 con Alessandria, Nocerina e Varese. Negli ultimi due anni veste la maglia della Juve Stabia, ottenendo la promozione dalla Serie C2 grazie al ripescaggio nella prima stagione e nella seconda, in Serie C1, si salva solo ai play-out. Dirigente In seguito al suo addio al calcio giocato, ha prima svolto il ruolo di team manager nella Salernitana, squadra di Serie A, per poi fare il dirigente del Messina con il collega Angelo Fabiani in Serie D (anche quest'ultimo in precedenza a Salerno). Dalla stagione 2010-2011 è il direttore sportivo del Sorrento. Dalla stagione 2014-2015 riassume l'incarico di team manager nella Salernitana, nel frattempo scivolata in Lega Pro, dopo che l'anno precedente aveva lavorato come dirigente alla Juve Stabia in serie cadetta. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990
  14. HUGO DANIEL RUBINI https://it.wikipedia.org/wiki/Hugo_Rubini Nazione: Argentina Luogo di nascita: Buenos Aires Data di nascita: 07.11.1969 Ruolo: Portiere Altezza: 182 cm Peso: 80 kg Soprannome: Puma di Baires Alla Juventus dal 1988 al 1989 0 presenze - 0 reti subite Hugo Daniel Rubini (Buenos Aires, 7 novembre 1969) è un ex calciatore argentino con passaporto italiano, di ruolo portiere. Hugo Rubini Nazionalità Argentina Altezza 182 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 2008 Carriera Giovanili ????-1986 River Plate Squadre di club 1986-1988 Viterbese 31 (-13) 1988-1989 Juventus 0 (0) 1989-1991 Tempio 26 (-24) 1991-1993 Casale 33 (-26) 1993-1996 Fiorenzuola 90 (-81) 1996-1998 Ravenna 73 (-73) 1998-1999 Ancona 34 (-41) 1999-2006 Spezia 159 (-115) 2006-2007 Forte dei Marmi 29 (-37) 2007-2008 Carrarese 32 (-40) Caratteristiche tecniche Rubini era un portiere particolarmente abile nel gioco acrobatico, sia tra i pali, sia in uscita, e nel neutralizzare i calci di rigore. Per queste doti era soprannominato dai tifosi Puma di Baires. Carriera Di lontane origini italiane, inizia a giocare nelle giovanili del River Plate, alla scuola di Amadeo Carrizo, arrivando ad essere il terzo portiere dietro Nery Pumpido e Sergio Goycochea. Nella formazione platense non riesce ad esordire in prima squadra, anche a causa di un infortunio che gli preclude il debutto in assenza dei due titolari, e viene scavalcato nelle gerarchie da José Miguel; si trasferisce perciò in Italia, alla Viterbese, grazie alla mediazione di Omar Sívori, rimanendovi per due stagioni tra i dilettanti. Nel 1988 approda alla Juventus, a seguito di una positiva prestazione in un'amichevole contro i bianconeri: qui è il terzo portiere dietro Stefano Tacconi e Luciano Bodini. Nelle annate successive milita in Serie C1 e Serie C2: passa al Tempio (dapprima in prestito e poi a titolo definitivo), alternandosi a Daniele Balli, e poi al Casale, dove guadagna il posto da titolare nella seconda stagione. Nell'estate 1993 approda al Fiorenzuola, in Serie C1, acquistato per 200 milioni di lire: difende i pali della formazione valdardese per tre stagioni di terza serie, sfiorando la promozione in Serie B nel 1995, quando perde ai rigori la finale playoff contro la Pistoiese. Nel 1996, dopo aver mancato i playoff, viene ceduto in Serie B, al Ravenna: qui rimane per due annate come titolare nella serie cadetta, collezionando 73 presenze in campionato. Dopo una stagione in Serie C1 all'Ancona, nel 1999 accetta un ulteriore declassamento trasferendosi allo Spezia, in Serie C2. Vi rimane per sette anni consecutivi, in cui indossa anche la fascia di capitano; nella prima stagione ottiene la promozione in Serie C1 e nell'ultima (tormentata da problemi di pubalgia che limitano le sue presenze a 5) la promozione in Serie B. Gioca da titolare anche nelle due partite di Supercoppa di Serie C1, vinta contro il Napoli. Nell'estate 2006, non riconfermato dagli Aquilotti, scende in Serie D disputando una stagione nel Forte dei Marmi, prima di chiudere la carriera alle soglie dei 40 anni con un'annata tra i professionisti, nella Carrarese. Al termine del campionato abbandona l'attività agonsitica, anche a causa di problemi al tendine d'Achille. Dopo il ritiro Lasciato definitivamente il mondo del calcio, dal 2008 torna a Buenos Aires aprendo un bar con i suoi familiari. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia Serie C: 1 - Spezia: 2004-2005 Campionato italiano Serie C1: 1 - Spezia: 2005-2006 Campionato italiano Serie C2: 1 - Spezia: 1999-2000 Supercoppa di Serie C1: 1 - Spezia: 2005-2006
  15. IAN RUSH Nasce a Saint Asaph, nel Galles, il 20 ottobre 1961, Arriva alla Juventus nell’estate del 1987 con la fama di miglior attaccante del mondo, in virtù delle valanghe di goal segnati con il Liverpool (alla fine della sua carriera saranno 346 in 658 partite) e dei numerosi trofei sollevati, fra cui la Scarpa d’oro. Prenotato dalla squadra bianconera, che vince la concorrenza dei maggiori club europei, un anno prima è destinato a far coppia con Platini, per riproporre grandi coppie del passato, in particolare quella composta da Sivori e da Charles.Il gallese, che dovrebbe rinverdire le gesta del suo conterraneo Charles, arriva alla Juventus nel suo momento peggiore, con una squadra rinnovata e, soprattutto, segnata profondamente dal ritiro di Platini. Non c’è più nemmeno Trapattoni, al suo posto siede Marchesi e Ian fatica tantissimo a inserirsi in schemi molto diversi da quelli di Liverpool. Marchesi chiede alla squadra di difendersi, prima di tutto, obbligando Laudrup a fare il terzino. Il resto della squadra non è un granché, gli eroi di mille battaglie sono stanchi e i nuovi non sono all’altezza dei sostituti.Rush non riesce ad adattarsi all’Italia, sono molti i ritardi accumulati nel presentarsi agli allenamenti, (gli costeranno alcuni milioni di multa) e accusa pure continui malanni che ne rallentano l’inserimento, come l’infortunio accorsogli poco prima dell’inizio del campionato e che lo tiene lontano dal campo per circa un mese. Discontinuo, quando è in giornata è irresistibile: se ne accorge il Pescara di Leo Junior alla terza giornata, affondato da 2 goal del gallese (mentre in Coppa Italia gliene rifila cinque in due partite!) e pure l’Avellino, liquidato con tre reti, una delle quali firmata dal centravanti venuto da Liverpool.Segna anche contro all’Empoli e all’Ascoli, ma è contro il Torino che Rush dà il meglio di sé, segnando sia all’andata che al ritorno e mettendo il proprio sigillo anche nello spareggio per l’ammissione alla Coppa Uefa, risolto ai calci di rigore proprio dal gallese. Rush, alla fine della stagione, ritorna al campionato inglese, sicuramente più adatto alle sue caratteristiche, ma lasciando la sensazione che, se avesse trovato un’altra Juventus, la sua storia avrebbe potuto essere raccontata in modo diverso.«Sono arrivato in Italia nel momento in cui si ritirava Platini, e mi mandano via adesso che arriva Zavarov. Peccato, perché questa Juventus mi piace davvero, è diversa rispetto a quella dell’anno passato, fatta di uomini più esperti, anche se da scoprire, comunque non provenienti da squadre abituate a lottare per non retrocedere. Lo stesso Marocchi, che arriva dalla Serie B, viene da una squadra che ha sempre giocato all’attacco. È cambiato l’allenatore, se ne è andato Marchesi, con il quale non avevo trovato un’immediata comunicabilità: anzi, non ho neanche mai capito a che ora fissava, giorno per giorno, gli allenamenti. È stata un’impresa, per me, anche questa. Torno al Liverpool, il massimo, anche perché la mia ex squadra si è rinforzata ulteriormente da quando me ne sono andato. E stanno rinforzando anche i botteghini: da quando hanno annunciato il mio rientro stanno esaurendo gli abbonamenti, c’è la coda in strada, insomma, all’Anfield non aspettano altro che il sottoscritto, Alla Juventus invece la situazione mi sembrava diversa. In Italia, la gente ti parla come se fosse tua amica, poi se ne vanno e ti piantano un coltello nella schiena. Quando la Juventus giocava fuori casa, era ovvio che bastava il pareggio. Vedevo pochissimi palloni e, in queste condizioni, era difficile fare molto. Stranamente, per una squadra italiana, la Juventus giocava con palloni lunghi e alti nella speranza che io, in quanto britannico, amassi i contrasti aerei. Non capisco, il colpo di testa non è mai stato il mio forte. Per me sarebbe stato più semplice giocare con il pallone a terra. Mi sono rivolto ai vecchi amici per chiedere aiuto, ne avevo bisogno, cominciavo a essere veramente preoccupato. Souness mi ha impedito di impazzire, mi ha convinto che sono ancora capace di giocare. Mi ha parlato della mentalità italiana. Tutto è esagerato: la vittoria, la sconfitta, i goal. Si sono scritte molte bugie sul mio conto, ma i problemi sono stati quasi esclusivamente di natura tecnica. Mi piaceva la cucina italiana, scoprire un altro stile di vita. Ho anche preso lezioni di italiano. Ma la prima cosa da tenere presente è che in Italia non ci sono grandi attori o stelle del rock. La voce di Robert Redford è doppiata, e quindi come è possibile identificarsi con lui? Per cui, tutti si rivolgono al calcio. Noi calciatori siamo i numeri uno nei loro pensieri, le nostre vite sono esaminate minuto per minuto. Tutti si sentono degli esperti: il parcheggiatore, il barista, il cameriere, tutti. A volte dovevo fermarmi e convincermi che non era vero, ma invece era proprio così. Pochi giorni prima ero a Liverpool, lavorando duramente, segnando dei goal e bevendo qualcosa con i compagni dopo la partita. Alla Juventus, dopo la partita, non c’era nulla: la doccia, lo spogliatoio, e poi via. Ma forse sarebbe difficile fare due chiacchiere con qualcuno che ti ha sputato in faccia per novanta minuti. E così bisogna tenersi tutto dentro: i pensieri buoni e cattivi, le tensioni. È a questo punto che ho capito quanto mi mancava il Liverpool».DA “HO CONOSCIUTO LA SIGNORA” DI ANGELO CAROLIAlla Juventus, esattamente trenta anni dopo John Charles, arriva un altro fenomeno gallese. Il gigante di Swansea era stato acquistato da Umberto Agnelli nella primavera del 1957. Ora la “Signora” si appella al volpino Ian, baffetti ben curati e impertinenti, occhi svegli, giocatore incredibilmente rapace. Ha il fiuto e i gesti repentini del puma. La scelta sul gallese del Liverpool nasce da una necessità, avere un cannoniere implacabile, e dalle relazioni molto amichevoli che si sono instaurate fra i due club dopo la tragedia dell’Heysel. Boniperti e Giuliano parlano spesso con il manager Robinson e con il presidente Smith.Nella primavera del 1986 c’è l’aggancio ufficiale. Teatro delle operazioni è Londra, stupenda e viva come sempre. Ian è felice di incontrarsi con i dirigenti bianconeri. Il gallese è rappresentato dall’avvocato Dean. Le proposte della Juventus sono concrete e allettanti. Rush ne prende atto, sorride, accarezza i baffi e lascia aperto più di uno spiraglio per condurre a termine l’operazione più importante della sua vita, C’è da vincere la resistenza della fidanzata Tracey.In fasi successive, il giocatore del Liverpool mantiene continui contatti telefonici con la Juventus. Finché, ai primi di giugno del 1986 decide di accettare le proposte di Boniperti. Vola a Torino e firma il contratto: 550 milioni lordi di lire all’anno per un triennio, più la garanzia di un premio minimo di 125 milioni lordi a stagione. Al Liverpool vanno due milioni e 750.000 sterline, pari a circa sei miliardi di lire da pagarsi in due anni. L’esito della trattativa è soddisfacente per entrambe le parti. Giuliano mi dice: «La determinazione è il particolare che più colpisce del giocatore».Rush saluta il Liverpool dopo sette anni scanditi da valanghe di goal. 205 in sette anni e in circa 330 partite fra coppe e campionato. La prima rete nei “Reds” la mette a segno nel 1981, contro i finlandesi del Pollosura (Coppa dei Campioni). L’ultima, nel giorno dell’addio alla Gran Bretagna, contro il Chelsea. Quello realizzato al Chelsea è il trentesimo in campionato. La cifra complessiva stagionale è di quaranta bersagli, più i due nella Nazionale.Rush disputa, il 25 aprile del 1987, l’ultimo derby (il ventesimo personale) fra Liverpool ed Everton (che è campione d’Inghilterra). Il palcoscenico è l’Anfield Road. Applaudito da una folla in delirio, riesce nell’exploit di eguagliare il leggendario Dixie Dean, esecutore storico nei derby di Liverpool degli anni Venti con diciannove bersagli. Al termine del match, la folla saluta Rush con affetto, mazzi di fiori volano dagli spalti. È lontano il dicembre del 1986, quando Ian ha una leggera crisi, dovuta sempre alle ultime riserve della fidanzata Tracey, un po’ turbata dall’idea di dover lasciare l’Inghilterra e Liverpool. Tracey viene a Torino il 22 maggio, visita la città e compie un sopralluogo in collina, dove andrà a vivere con Ian. È entusiasta della gente e della città. Il matrimonio si celebra il 3 luglio a Flint.Ian appartiene a una famiglia molto numerosa. Dall’unione tra Francis Rush (operaio alle acciaierie Shotton) e Doris nascono, infatti, dieci figli, sei maschi, Graham, Gerald, Peter, Francis junior, Steve e Ian, e quattro femmine, Janette, Pauline, Carol e Susan. Il culto della tradizione e del rispetto per il prossimo unisce la famiglia, che vive a Flint, in mezzo al verde lucido dei prati senza fine, dove spuntano più cavalli che fiori.Ian nasce il 20 ottobre del 1961 a St.Asaph in Galles. Gioca nel Chester fino al 1980, poi passa al Liverpool per 300.000 sterline. Con i “Reds” vince quattro campionati inglesi, una Coppa d’lnghilterra, due di Lega, una Coppa dei Campioni. Nel 1984 riceve la Scarpa d’oro come miglior goleador d’Europa, con trentadue reti all’attivo.L’ultima volta che è venuto in Italia, John Charles mi ha detto: «Ian è più bravo di me e segnerà di più. Non esiste al mondo un cannoniere che conosca come lui l’arte di andare in rete».A Rush l’Italia piace e non fa solo sfoggio di diplomazia quando ripete che: «La Juventus rappresenta un grosso obiettivo, poiché come il Liverpool vuol dire serietà e stile, successo e tradizione: e siccome so che i tifosi bianconeri ci tengono a vincere una seconda Coppa dei Campioni, farò l’impossibile per regalargliene una. Mi auguro che fa Juventus, nel 1990, mi rinnovi il contratto per altri due o tre anni. Mi dispiace molto che Platini abbia lasciato il calcio, chissà quanti assist avrebbe preparato per me!»Quando parla della tragica notte di Bruxelles, Ian si fa triste: «Da allora ho sperato che un giorno i tifosi del Liverpool e della Juventus si potessero unire in un abbraccio affettuoso e sincero. Mi auguro che ciò accada presto, molto presto. So che in Italia potrò contare sul caldo sostegno dei nuovi tifosi. Mi dà comunque conforto sapere che anche i vecchi supporter del Liverpool mi saranno vicini con il pensiero, mi hanno promesso eterno affetto. Ho conosciuto l’avvocato Giovanni Agnelli e Giampiero Boniperti, sono dirigenti davvero eccezionali. Il presidente ha sempre voglia di vincere. Non potevo avere stimolo migliore. Come ricompensarli? Con la musica sempre gradevole, dei goal».Ian Rush racconta, in un libro autobiografico, che a cinque anni fu colpito da una forma di meningite, rimase in coma qualche giorno, con febbre molto alta, solo con la borsa del ghiaccio mamma Doris riusciva a dargli sollievo. Poi, la guarigione completa. Ian ha trascorso un’infanzia movimentata, era uno scavezzacollo, saltava spesso le lezioni a scuola, litigava e si azzuffava con i coetanei, ha trascorso persino una notte nella prigione di Flint, ha guidato senza patente, prendeva solenni sbronze nei pub, usciva all’aria gelida della notte con la pancia piena di birra.Racconta nel libro curato da Ken Goran: «Con una gang una sera abbiamo rubato in un emporio alcuni distintivi da infilare nell’occhiello del cappotto. Una bravata. Ci presero. Finii in tribunale, provai un senso di disgusto, ero minorenne e fui rilasciato. Mi dettero due anni con la condizionale. È stata per me una lezione molto salutare».Rush ama il cricket, il golf, il biliardo, l’ippica e le auto sportive. Ian da giovanissimo ha giocato anche a rugby e a hockey. Il football gli è penetrato nel sangue, come spiega la sua storia, che è oramai nota. Sono, infatti, acclamati il suo impetuoso fiuto del goal, la straordinaria scelta di tempo, la concretezza, la tecnica essenziale, il gioco di testa dirompente, il tiro forte con entrambi i piedi, lo scatto bruciante, quel muoversi sornione negli spazi stretti e intelligente in quelli ampi, l’astuzia nel coltivare in ogni gesto atletico la speranza, contro le speranze altrui, del successo personale del goal. È un bellissimo esemplare di attaccante, da sostenere con schemi continui e aggiranti. Il Liverpool ha costruito e imposto in Gran Bretagna una formula con il gioco di rimessa, con repliche alimentate però attraverso la partecipazione corale, con la squadra mai disunita e disarticolata. La Juventus dovrà sostenere l’azione di Rush allo stesso modo.Ma la squadra di Marchesi non sostiene Rush né con manovre aggiranti né con schemi corali. Ian appare come un corpo estraneo, quasi staccato dalla squadra. Sono esigui i palloni che gli sono indirizzati da fondo campo. Ben poco gli viene servito dalle zone laterali, se si eccettuano i rari traversoni di De Agostini oppure di Cabrini. E anche se il gallese fa ben poco per mettersi al servizio del collettivo, i colleghi non lo sostengono come si conviene. E si vive in una sorta di equivoco, non voluto da nessuno ma che diventa quasi fisiologico. Il gioco di Rush è basato sull’intuizione rapinosa, sulla ricerca dello spazio vincente. Però gli spazi gli si restringono davanti. E quando dopo un lungo infortunio segna due goal al Pescara, i tifosi sono convinti di avere davanti le immagini che il gallese aveva regalato a Liverpool, l’irrequieta città dei Beatles. Ma una rondine non fa primavera, Ian fallisce clamorosamente.Terminato il campionato, la Juventus va in ritiro nel verde smeraldo di Buochs. Rush non arriva. È a Flynt in Galles, colpito da varicella, una malattia esantematica di cui per solito si è vittime nell’infanzia. Il medico sociale, dottor Bosio, parteper la Gran Bretagna. Vuole constatare l’entità del male. Ma Ian, proprio come i brasiliani, soffre anche di nostalgia. Chiede alla Juventus di lasciarlo andare e al Liverpool di accoglierlo di nuovo nei suoi ranghi. Pochi sono i tifosi bianconeri che lo rimpiangono. Un secondo anno lo avremmo rivisto volentieri, se non altro per concedergli quella prova d’appello che non si nega a nessuno. I rapporti tra Juventus e Liverpool sono ottimi e il ritorno di Ian in Inghilterra da nostalgico sogno si trasforma in realtà. Dalglish si riprende quello che definisce un suo gioiello.VLADIMIRO CAMINITIChe avesse predisposizione per il goal, lo testimoniavano le sue irripetibili prodezze prima con il Chester e poi soprattutto con il Liverpool, arrivando a conquistare la Scarpa d’oro come più forte bomber d’Europa e conseguentemente del mondo. La Juventus lo ingaggia anche nel ricordo del mito, big John Charles; Ian Rush arriva e squillano le trombe. È un grande acquisto. Anche perché viene per colmare il vuoto lasciato da quello che l’Avvocato ritiene il più grande di sempre, ovverosia Michel Platini. Sono stati ceduti Briaschi, Caricola, Manfredonia, Pioli, Serena e Soldà, la rifondazione è profonda ma obbedisce ai postulati “bonipertiani”; con il gallese, arrivano Alessio, Bruno, De Agostini, Magrin, Napoli e Tricella. Teoricamente nessuno di questi calciatori sembra destinato a fallire, nell’impatto con la grande squadra. Tutti sono stati scelti con la massima attenzione. Ma le cose del calcio, che è una faccia della vita, non seguono regole precise. Comincia il campionato e sembra che Ian Rush fatichi a inserirsi nel contesto generale della squadra, affidata per il secondo anno a Rino Marchesi, raffinato quanto sfortunato e triste allenatore, non ne azzecca proprio una. Esattamente come la Scarpa d’Oro. Rush, anziché sgroppare inafferrabile, anziché fiondare in goal i suoi tiri perfetti, le sue testate assassine, piomba in una crisi inspiegabile, gli riesce tutto difficile, si intorpidisce il suo spirito e si incupisce nella sfera privata, riflettendo in campo quella che è una sua personalissima involuzione. Rino Marchesi non può farci nulla. Se anche l’attaccante è forte, e lo ribadirà rientrando alla base, nel nostro campionato non incide più di tanto; la squadra finisce sesta, abbastanza ingloriosamente; Boniperti decide di dare il via a un’ennesima rivoluzione, optando per il russo Zavarov e il piccolo, rampante portoghese Rui Barros. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/ian-rush.html
  16. IAN RUSH https://it.wikipedia.org/wiki/Ian_Rush Nazione: Galles Luogo di nascita: St. Asaph Data di nascita: 20.10.1961 Ruolo: Attaccante Altezza: 181 cm Peso: 79 kg Nazionale Gallese Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1988 Esordio: 23.08.1987 - Coppa Italia - Lecce-Juventus 0-3 Ultima partita: 23.05.1988 - Spareggio Uefa - Torino-Juventus 0-0 40 presenze - 13 reti M.B.E. Ian James Rush (St Asaph, 20 ottobre 1961) è un allenatore di calcio ed ex calciatore gallese, di ruolo centravanti. Ian Rush Ian Rush nel 2010 Nazionalità Galles Altezza 181 cm Peso 79 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex Attaccante) Termine carriera 2000 - giocatore Carriera Squadre di club 1979-1980 Chester City 34 (14) 1980-1987 Liverpool 224 (139) 1987-1988 Juventus 40 (13) 1988-1996 Liverpool 245 (90) 1996-1997 Leeds Utd 36 (3) 1997-1998 Newcastle Utd 10 (0) 1998 → Sheffield Utd 4 (0) 1998-1999 Wrexham 18 (0) 1999-2000 Sydney Olympic 2 (1) Nazionale 1980-1996 Galles 73 (28) 1979-1980 Galles U-21 2 (0) Carriera da allenatore 2004-2005 Chester City Carriera Club Inizi Cresce nella piccola città di Flint, nella contea di Flintshire, nord-est del Galles. Inizia a giocare a calcio a livello scolastico presso la San Richard Gwyn Catholic High School di Flint dove, con 79 reti, stabilisce il record di gol del campionato scolastico del Galles settentrionale. Tale record viene superato soltanto nel 1998 da Michael Owen che ne realizzerà 92. Chester Dopo aver lasciato la San Richard Gwyn Catholic High School, nel 1978 si trasferisce al Chester. Dopo aver giocato per un periodo nelle giovanili, viene promosso in prima squadra che allora disputava il campionato di Third Division. Fa il suo debutto, come centrocampista, nell'aprile del 1979 nella partita pareggiata per 2-2 contro lo Sheffield Wednesday. Nella stagione successiva viene schierato come centravanti e il 15 settembre 1979 segna il suo primo gol contro il Gillingham. Il 5 gennaio 1980, a 18 anni, segnò uno dei due gol che consentirono al Chester di sconfiggere il Newcastle, allora militante in Second Division, nel terzo turno di FA Cup. Nell'aprile del 1980 Bob Paisley, manager del Liverpool, decide di puntare sul giocatore e Rush viene acquistato dai Reds per 300 000 sterline. Si trattava della cifra più alta pagata fino ad allora per il trasferimento di un giocatore così giovane. Lascia il Chester dopo aver segnato 14 gol in 34 partite. Liverpool Debutta con la maglia dei reds il 13 dicembre 1980 entrando al posto dell'infortunato Kenny Dalglish nel corso della partita pareggiata per 1-1 contro l'Ipswich. Nel corso della sua prima stagione ad Anfield disputa 9 partire, tra le quali il replay della finale di Coppa di Lega contro il West Ham, senza mettere a segno nessuna rete. Al termine della stagione chiede di essere ceduto, ma il tecnico Bob Paisley decise di continuare a puntare su di lui. Il 30 settembre 1981, nel corso della gara di ritorno del primo turno di Coppa campioni contro i finlandesi del Oulun Palloseura, segna la sua prima rete con la maglia del Liverpool. Entrato in campo al 67' al posto dell'infortunato David Johnson, dopo tre minuti mette a segno la rete del momentaneo 5-0. Segna subito dopo una doppietta sia contro l'Exeter in Coppa di Lega che contro il Leeds in campionato. Entra in pianta stabile nell'undici titolare e a fine stagione ha collezionato 30 reti in 49 partite complessive, inclusa la prima delle sedici triplette con la maglia del Liverpool, che mette a segno a Meadow Lane nel 4-0 contro il Notts County. Segna anche nella finale di Coppa di lega vinta per 3-1 ai tempi supplementari contro il Tottenham. Rush al Liverpool nel 1984, mentre festeggia con il trofeo della Coppa dei Campioni al termine della vittoriosa finale di Roma La stagione successiva, 1982-1983, segna 31 reti tra cui un poker nel derby contro l'Everton; sono reti che consentono alla squadra di conquistare il secondo "double" consecutivo: campionato e Coppa di lega. Al termine della stagione vince il premio come miglior giocatore giovane del campionato. In questa stagione si cementa l'intesa calcistica con Kenny Dalglish; lui stesso scriverà poi nella sua autobiografia: «Rushie aveva percezione e due ottimi piedi. E' uno dei finalizzatori più istintivi che il calcio abbia mai visto. La mia collaborazione con Rush è andata tanto bene perchè lui sapeva correre e io sapevo passare. Avrei solo dovuto piazzare la palla davanti a lui. Rushie diceva che scattava sapendo che la palla sarebbe arrivata a lui. Era vero ma solo perchè i suoi scatti erano così intelligenti. La sua corsa era più importante dei miei passaggi. Lo stesso Rushie aveva un buon passaggio. Avrebbe potuto essere un centrocampista poichè la sua capacità di passaggio era fantastica. Rush è stato probabilmente il miglior compagno di squadra che abbia mai avuto. Eravamo fatti l'uno per l'altro». Nella stagione seguente, 1983-1984, vince il "treble" (campionato, Coppa di lega e Coppa dei Campioni), nonché diversi titoli a livello individuale. Va a segno 47 volte in 65 gare complessive, battendo il precedente record di reti in una sola stagione con la maglia del Liverpool; il record che apparteneva a Roger Hunt (41 gol). Con questi gol vince la Scarpa d'oro, il premio di Giocatore dell'anno della FWA e quello di Giocatore dell'anno della PFA. Vince, con 32 reti, anche il titolo di capocannoniere del campionato, contribuendo alla vittoria del terzo titolo consecutivo della sua squadra. Segna inoltre 5 reti in Coppa campioni, contribuendo alla vittoria ai calci di rigore contro la Roma, ed è decisivo anche nella vittoria della Coppa di lega. All'inizio della stagione 1984-1985 si infortuna, saltando così le prime 14 gare. Al termine della stessa mette a segno 26 reti, una sola in meno del capocannoniere della squadra John Wark. La stagione del Liverpool è caratterizzata, oltre che dalla mancanza di vittorie finali (non accadeva da dieci anni), anche dalla tragedia dell'Heysel. La stagione seguente, 1985-1986, va meglio sia per Rush che per il Liverpool. Rush va a segno 33 volte, tra cui una doppietta nella finale di FA Cup contro l'Everton. Anche in campionato la lotta per il titolo è con l'Everton: i reds agganciano i rivali alla trentatreesima giornata, per poi superarli a una giornata dal termine. All'ultima giornata i reds sconfiggono il Chelsea a Stamford Bridge per 1-0 e si aggiudicano il sedicesimo titolo della loro storia, nonché il primo "double" campionato-FA Cup. All'inizio della stagione 1986-1987 Rush annuncia ai propri tifosi che al termine della stessa lascerà il club di Anfield per trasferirsi alla Juventus. Nonostante ciò va a segno per 40 volte, di cui 30 in campionato, senza aver disputato alcuna partita nelle competizioni europee a causa dell'esclusione dei club inglesi a seguito della tragedia dell'Heysel. Segna nella finale di coppa di Lega persa per 2-1 contro i Gunners. Per la prima volta, dopo 144 gare, Rush va a segno e la squadra perde la partita. Juventus Lascia il Liverpool dopo sette anni e 207 gol segnati in 331 partite fra coppe e campionato. Quando arriva in Italia, John Charles, anche lui gallese ed ex juventino, dichiara: «Ian è più bravo di me e segnerà di più. Non esiste al mondo un cannoniere che conosca come lui l'arte di andare in rete». Fu acquistato per 3,2 milioni di sterline da pagarsi in due anni, pari a 7 miliardi di lire. Viene accolto dai tifosi juventini con un entusiasmo pari a quello riservato cinque anni prima a Michel Platini. Rush in azione con la maglia della Juventus nella stagione 1987-1988 Debutta ad agosto in Coppa Italia contro il Lecce e si infortuna subito: uno stiramento dei muscoli della coscia che lo tiene lontano dai campi di gioco per cinque settimane. Rientra alla seconda partita di campionato, persa per 1-0 contro l'Empoli; la giornata successiva, contro il Pescara, segna una doppietta. Il 30 settembre 1987 torna a giocare nelle Coppe europee dopo ventotto mesi di assenza per la squalifica internazionale dei club inglesi. A Torino segna 14 gol complessivi, di cui 7 in campionato. Rush non riesce ad adattarsi all'Italia, sono molti i ritardi accumulati nel presentarsi agli allenamenti (gli costeranno alcuni milioni di multa), e accusa pure continui malanni che ne rallentano l'inserimento. Non imparò bene la lingua, tanto da dichiarare che: «è vero, l'unico con cui mi trovo è Laudrup, lui e la sua fidanzata parlano bene l'inglese, così Tracy e io non ci sentiamo mai soli». Soffre oltremodo le "attenzioni" dei difensori italiani, ben più duri di quelli inglesi. Non molto aiutato dal resto della squadra, i bianconeri si qualificarono per la UEFA con lo spareggio vinto ai rigori contro il Torino (lui segnò l'ultimo rigore, quello decisivo). Giampiero Boniperti, deluso dalle sue prestazioni, lo cedette nuovamente al Liverpool dopo un anno, incassando 2,8 milioni di sterline. A posteriori, Rush ammetterà di aver tratto comunque giovamento, sul piano tecnico, dalla difficile annata in bianconero: arrivato in Italia come cannoniere puro, attivo quasi esclusivamente in area di rigore, in Serie A imparò a sacrificarsi maggiormente per la squadra, iniziando a dare una mano anche in zone diverse del campo e diventando così, per sua stessa ammissione, un giocatore più completo e, globalmente, migliore di quello che era stato fin lì. Ritorno a Liverpool Nell'agosto del 1988 il Liverpool indice una conferenza stampa per annunciare il ritorno di Rush dopo un anno di lontananza da Anfield. La maggior parte della stagione di Rush è caratterizzata da infortuni e da panchine. Terminerà la stagione con 11 reti in 32 partite complessive. Tra queste la doppietta nei tempi supplementari della finale di FA Cup vinta contro gli storici rivali dell'Everton. La stagione seguente, 1989-1990, si apre con la cessione di John Aldridge alla Real Sociedad, nonostante l'allenatore Kenny Dalglish li avesse provati più volte assieme nella stagione precedente. Rush segna complessivamente 26 volte, di cui 18 in campionato, e spinge la squadra alla conquista del 18º titolo, il quinto per lui. Rush si ripete anche nella stagione successiva, andando a segno 26 volte di cui 16 in campionato. Le sue reti non sono sufficienti a far vincere il titolo alla squadra che arriva seconda dietro l'Arsenal. La stagione è caratterizzata anche dalle dimissioni di Dalglish il 20 febbraio 1991. Nella stagione successiva, a causa dei frequenti infortuni, Rush disputa 18 gare complessive andando a segno 9 volte in totale. Tra queste la rete del 2-0 nella finale di FA Cup, vinta contro il Sunderland, che consente ai Reds, ora guidati dallo scozzese Graeme Souness, di vincere il loro 5º titolo (il 3º per il giocatore). Mentre in campionato per la prima volta dal 1980-1981 la squadra non finisce nei primi due posti, terminando la stagione al 6º posto. Nella stagione 1992-1993 la squadra alla fine di Marzo si trova al 15º posto, ma riesce a concludere il campionato al 6º. Rush al termine della stagione segna 22 reti in 32 presenze complessive; tra queste un poker nella gara di andata dei sedicesimi di finale di Coppa delle Coppe contro i ciprioti dell'Apollōn Limassol. Rush porta così il suo bottino europeo a 20 reti, abbattendo il record di 17 appartenente a Roger Hunt. Record che sarà poi superato il 24 settembre 2003 da Michael Owen. Il 18 ottobre 1992 segna contro il Manchester United il suo 287º gol con la maglia del Liverpool, superando il precedente record appartenente sempre a Hunt. All'inizio della stagione successiva Graeme Souness gli affida la fascia di capitano. Il 28 ottobre 1993 segna contro il Leeds il suo 200º gol in campionato. Chiude la stagione con 19 reti, tra cui una tripletta in Coca Cola Cup contro l'Ipswich Town. Nel corso della stagione gioca in coppia col giovane Robbie Fowler: il 13 marzo 1994, per la prima volta, segnano entrambi in una partita: quella di campionato contro l'Everton. All'inizio della stagione successiva, 1994-1995, sotto la guida di Roy Evans Rush disputa 36 partite tutte da titolare, andando a segno 19 volte complessivamente. La stagione si conclude con la vittoria della Coppa di lega: si tratta della 5ª vittoria sia per il club che per il giocatore, la prima di Rush come capitano. Il 30 novembre 1994, durante il 4º turno della competizione, mette a segno contro il Blackburn Rovers la sua ultima tripletta con la maglia dei Reds. Nell'estate del 1995 il Liverpool acquista Stan Collymore dal Nottingham Forest e ciò, assieme all'età di Rush e alla crescita di Robbie Fowler, fa sì che la storia tra il giocatore e il Liverpool volga al termine e difatti nel mese di marzo del 1996 viene annunciato che al termine della stagione Rushie abbandonerà Anfield. Nel corso della stagione 1995-1996 disputa 29 partite, di cui 14 da titolare, andando a segno 7 volte. Il 6 gennaio 1996, nel corso della partita di FA Cup contro il Rochdale, mette a segno il 42º gol nella storia del torneo, battendo così il precedente record di 41 appartenente a Denis Law. Il 27 Aprile gioca la sua ultima partita ad Anfield contro il Middlesbrough, subentrando dalla panchina e ricevendo l'applauso di entrambe le tifoserie alla fine del match. Segna il suo ultimo gol in campionato per i Reds il 5 Maggio a Maine Road contro il Manchester City nell'ultima giornata della stagione, terminata 2-2. Viene inoltre nominato membro dell'MBE dalla Regina Elisabetta. Lascia definitivamente il club di Anfield nell'estate del 1996, dopo aver segnato 346 gol in 660 gare disputate complessivamente. Considerando tutte le competizioni, è il miglior realizzatore del Liverpool di tutti i tempi. Ultimi anni Dopo aver lasciato il Liverpool, si trasferisce al Leeds United. Resta una stagione nello Yorkshire e segna 3 gol in 36 partite di campionato. A fine stagione si trasferisce a parametro zero al Newcastle dove ritrova Kenny Dalglish come allenatore. Trova spazio soltanto inizialmente a seguito dell'infortunio subito da Alan Shearer. Con la maglia dei Magpies non va mai a segno in campionato, ma due volte nelle coppe. Segna il suo 43º gol in una partita di FA Cup che consente alla squadra di vincere la partita del 3º turno contro l'Everton. Segna poi nella partita di League Cup contro l'Hull City, eguagliando così il record di gol nella competizione appartenente a Geoff Hurst (49 reti). Nel corso della stagione viene ceduto in prestito allo Sheffield United con il quale disputa 4 gare. Nell'estate del 1998 lascia il St James' Park e firma per i gallesi del Wrexham. Disputa 18 gare di Second Division senza segnare mai e verso la fine della stagione viene spostato a centrocampo. Nel luglio del 1999 rifiuta un ruolo nello staff tecnico dei Robins al fianco di Brian Flynn, e decide di concludere la carriera. Torna successivamente in campo per due partite con la maglia dei Sydney Olympic, segnando anche una rete, per poi ritirarsi definitivamente dal calcio giocato nel 2000 a 39 anni. Nazionale Dal 1980 al 1996 ha collezionato 73 presenze nella Nazionale di calcio del Galles, segnando 28 gol che lo hanno reso il maggior realizzatore nella storia di tale Nazionale fino al 2018, anno in cui venne superato da Gareth Bale. Gioca la sua prima partita con la maglia della Nazionale il 21 maggio 1980 contro la Scozia, prima ancora di aver debuttato con la maglia del Liverpool. Il 4 giugno 1988, a Brescia, segna un gol che consente al Galles di sconfiggere l'Italia, mentre il 5 giugno 1991 segna il gol che dà alla Nazionale gallese la vittoria contro la Germania campione del mondo in carica, nelle qualificazioni a Euro 1992. Dopo il ritiro Ian Rush (al centro) nel 2012, durante una sessione di allenamento del Liverpool Nel gennaio del 2003 torna ad Anfield con l'incarico di allenatore degli attaccanti, coadiuvando il manager Gérard Houllier. Nell'agosto del 2004 è nominato manager del Chester City che partecipa al campionato di Football League Two. Debutta con una sconfitta per 3-1 in casa del Boston United, poi la squadra inanella un periodo di due mesi senza sconfitte e si qualifica per il terzo turno di FA Cup, a ottobre viene nominato manager del mese. A partire da novembre la squadra subisce una serie di sconfitte e Rush viene fortemente criticato. All'inizio di marzo 2005, dopo la sconfitta per 5-0 in casa dello Shrewsbury Town il presidente Stephen Vaughan chiede a Rush di dimettersi, ma l'ex calciatore si rifiuta. Nell'aprile del 2005, dopo la sconfitta per 1-0 contro il Darlington, Vaughan licenzia il vice di Rush il quale a sua volta rassegna le proprie dimissioni. Nel giugno del 2005 Mike Harris, amministratore delegato dei The New Saints, gli propone di tornare in campo per disputare il primo turno preliminare di Champions League contro il Liverpool campione in carica, offerta che Rush in seguito declina. Nel 2006 entra a far parte della Hall of Fame del calcio inglese. Nel 2007 è nominato "elite performance director" nell'ambito della Welsh Football Trust, con il compito di affiancare il direttore tecnico nello sviluppo della nuova generazione di calciatori gallesi. Il 21 agosto 2008 viene pubblicata la sua autobiografia. In seguito ha ricoperto l'incarico di ambasciatore delle scuole calcio del Liverpool con l'incarico, inoltre, di coadiuvare il team commerciale del club nello sviluppo di partnerships con altri brand di livello mondiale. Palmarès Club Competizioni nazionali Charity Shield: 6 - Liverpool: 1980, 1982, 1986, 1988, 1989, 1990 Coppa di Lega inglese: 5 - Liverpool: 1980-1981, 1981-1982, 1982-1983, 1983-1984, 1994-1995 Campionato inglese: 5 - Liverpool: 1981-1982, 1982-1983, 1983-1984, 1985-1986, 1987-1988, 1989-1990 Coppa d'Inghilterra: 3 - Liverpool: 1985-1986, 1988-1989, 1991-1992 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 2 - Liverpool: 1980-1981, 1983-1984 Individuale Giocatore dell'anno della FWA: 1 - 1984 Giocatore dell'anno della PFA: 1 - 1984
  17. ANDREA CAVERZAN https://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Caverzan Nazione: Italia Luogo di nascita: Montebelluna (Treviso) Data di nascita: 24.09.1968 Ruolo: Centrocampista Altezza: 174 cm Peso: 88 kg Nazionale Italiano Under-20 Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1988 e 1991 Esordio: 06.09.1987 - Coppa Italia - Pisa-Juventus 2-1 Ultima partita: 10.02.1988 - Coppa Italia - Avellino-Juventus 1-1 2 presenze - 0 reti Andrea Caverzan (Montebelluna, 24 settembre 1968) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Andrea Caverzan Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 88 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2005 - giocatore Carriera Giovanili Montebelluna Squadre di club 1985-1986 Montebelluna 32 (2) 1986-1987 Udinese 3 (0) 1987-1988 Juventus 2 (0) 1988-1989 Venezia-Mestre 26 (2) 1989-1990 Venezia 24 (1) 1990 Barletta 2 (0) 1990-1991 Casale 21 (0) 1991 Juventus 0 (0) 1991-1992 Licata 19 (1) 1992-1993 Treviso 13 (2) 1993-1994 Monopoli 26 (3) 1994-1996 San Donà 58 (13) 1996-1997 Ternana 34 (3) 1997-1998 Cittadella 35 (6) 1998-1999 Arezzo 18 (4) 1999-2000 Cittadella 32 (3) 2000 Padova 2 (0) 2000-2001 Cittadella 25 (5) 2001-2003 Spezia 53 (7) 2003-2005 Fo.Ce. Vara 32 (8) Nazionale 1985 Italia U-17 ? (?) 1987 Italia U-20 ? (?) Carriera da allenatore 2007-2009 Argentina 2009-2011 Taggia 2011-2012 Unione Venezia (vice) 2012-2013 Imperia Juniores 2013-2014 Imperia 2014 Sanremese 2014-2015 Albenga 2015-2018 Ventimiglia 2018-2019 Finale Ligure 2019- Ospedaletti Caratteristiche tecniche La sua specialità principale erano i calci di punizione. Carriera Giocatore Club Cresciuto nel Montebelluna nel 1986-1987 approda all'Udinese in Serie A dove gioca tre partite. Viene ceduto alla Juventus, con i bianconeri disputa due partite in Coppa Italia nella stagione 1987-1988. Nella sua carriera ha giocato anche per Venezia, Barletta, Casale, Licata, Treviso, Monopoli, San Donà, Ternana, Cittadella, Arezzo, Padova, Spezia. Chiude la sua carriera nel 2005 al Fo.Ce. Vara, a 37 anni. Nazionale Con la Nazionale italiana partecipò al Campionato mondiale di calcio Under-17 del 1985 e al Campionato mondiale di calcio Under-20 1987. Allenatore Nella stagione 2013-2014 allena l'Imperia, in Eccellenza; l'anno seguente siede sulla panchina dell'Albenga, in Promozione. Il 29 maggio 2018 viene ufficializzato il suo ingaggio sulla panchina del Finale Ligure, appena retrocesso dalla Serie D. Il 6 gennaio 2019 vince la Coppa Italia Dilettanti Liguria battendo il Rapallo per 2-0, mentre il 1º marzo, a seguito di un calo di risultati della squadra, rassegna le proprie dimissioni. Nella stagione 2021/2022 è il responsabile tecnico del settore giovanile dell'Albenga 1928 Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia Dilettanti: 1 - Treviso: 1992-1993 Serie C2: 1 - Ternana: 1996-1997
  18. MARINO MAGRIN È l’anno degli addii, o meglio degli arrivederci, in casa bianconera – scrive Federica Bosco su “Hurrà Juventus” dell’ottobre 1987–; del vivere e del convivere con qualche screzio e incomprensione, ma sempre affrontando la battaglia per lo scudetto affiancati nel comune desiderio di riportare gloria alla vecchia zebra, ringiovanita e rinvigorita dai nuovi gioielli che il Presidente ha voluto regalare per ridare il giusto splendore alla società bianconera. La folla ha sempre subito il fascino dello spettacolo calcistico e, quando il vivaio nostrano non ha saputo fornire un’adeguata varietà di talenti in grado di soddisfare le aspettative di un pubblico sempre più esigente, i riflettori della ribalta hanno illuminato i pezzi pregiati del mercato mondiale. Talenti come Zico. Platini, Maradona e Falcao non solo hanno riappacificato i tifosi con le società colmando una lacuna tecnica, ma hanno assunto il ruolo consueto di maestri del calcio, diventando prototipi da ammirare e imitare. Il susseguirsi talvolta rapido degli avvenimenti, la fugacità del tempo, inducono la nostra attenzione a immortalare un campione nel ruolo che gli è più congeniale, per il quale ha catturato un angolo di gloria nella storia del calcio. E accaduto per gli eroi di altri tempi, per le stars odierne e sarà così per i divi di domani: cambiano i nomi, i fatti, ma non i sincronismi degli episodi... A dare conferma a tante parole, apparentemente banali, ha contribuito Marino Magrin, definito nella passata stagione il Platini di Bergamo; un parallelo azzardato se esteso alla grandezza dell’atleta transalpino, ma ricca di fondamento se rapportata alla capacità di realizzazione nei calci piazzati. Infatti, non a caso, la disperata ricerca di un pizzico del genio del francese ha fatto puntare gli occhi di tutti sul campione veneto. Per associazione d’idee la Juventus ha così trovato il seguito del divino Michel; dunque un atleta italiano, con una scuola maturata in provincia, ha saputo assimilare un bagaglio tecnico tale da far sognare il pubblico bianconero ancora legato al nitido ricordo delle magiche punizioni... – Sei arrivato a Torino con una pesante eredità; come vivi il ruolo di successore di Platini? «Sono consapevole dei miei limiti, per cui non cerco di sostituirmi a un genio del calcio; piuttosto mi auguro di colmare un poco la lacuna che si è creata con la sua partenza, rimanendo me stesso sul campo e fuori. La Juventus mi ha dato la possibilità d’indossare la maglia bianconera, un sogno per molti che nel mio caso ha avuto un felice esto; perciò spero di contraccambiare la fiducia dimostrata nei miei confronti portando giovamento alla società e al tempo stesso anche al sottoscritto; infatti il desiderio di migliorare la mia tecnica mi stimola ad affrontare ogni gara col massimo zelo». – Non ti senti eccessivamente responsabilizzato dall’eredità di Platini? «Un ruolo diventa gravoso solo nel momento in cui si perde di vista la propria identità e si richiede alla propria intelligenza e al proprio fisico uno sforzo eccessivo. Personalmente non avverto alcun fardello in quanto so valutare le mie capacità e quali benefici posso trarre dalla società e dai compagni; quindi affronto ogni ostacolo tranquillo e sereno conscio di dare sempre il massimo di me stesso». – È più difficile soddisfare se stessi o il pubblico? «Ho un temperamento piuttosto critico, perciò so valutare le mie prestazioni e, benché sia incuriosito da quanto dicono i giornali, so individuare i problemi e isolare tutte le dicerie che fanno da cornice alle gare». – Benché tu sia il nuovo regista, non indossi la maglia n° 10; scaramanzia o casualità? «Il mio modo di giocare non rispecchia il ruolo suddetto nel senso più completo del termine; infatti io agisco preferibilmente come mezz’ala destra e il numero sulla divisa rappresenta poi una formalità a cui non attribuisco alcuna importanza. Quello che conta sono i consigli e i suggerimenti tecnici del Mister; mentre tutto ciò che esorbita dal calcio vero e proprio sono cavilli di esiguo valore». – Un grande calciatore italiano, Giancarlo Antognoni, in un’intervista, ha dichiarato di ritrovare le sue caratteristiche in Magrin; queste parole ti lusingano? «I complimenti di un collega sono motivo di orgoglio per il sottoscritto come per ogni persona, anche se da parte mia non vedo alcun nesso sul piano tecnico col campione gigliato. Infatti il modello a cui m’ispiravo era Marco Tardelli, un giocatore che mi ha impressionato favorevolmente per la grinta, la concentrazione e il temperamento mostrato in ogni circostanza». – La scorsa stagione sei stato il miglior realizzatore sui calci piazzati; come hai acquistato questa dote? «Negli ultimi tre anni con l’Atalanta sono stato il rigorista, per cui ho avuto modo di perfezionare il tiro, tanto che ho fallito solo in una circostanza. Mi auguro di proseguire la serie positiva dal dischetto, ma se dovessi sbagliare, non farei un dramma; sono consapevole che la fortuna prima o poi mi volterà le spalle e allora, come molti miei colleghi, anch’io conoscerò l’amarezza di un bersaglio mancato dagli 11 metri». – Quando è sbocciata la tua passione per il calcio? «Il mio approccio col mondo del pallone è avvenuto per merito dei miei due fratelli maggiori che si dilettavano in questo sport e mi coinvolgevano nelle loro partite. In seguito ho accentuato la mia dedizione tanto da arrivare ai massimi livelli; mentre purtroppo loro non hanno avuto la stessa fortuna e ora militano nel campionato di C2». – Oggi sei soddisfatto del tuo rendimento? «L’aver raggiunto un traguardo così ambito sarebbe motivo di orgoglio per ogni atleta; per il sottoscritto però tutto ciò ha un sapore speciale in quanto solamente otto anni fa ero un operaio di fabbrica con un futuro piuttosto grigio. Il prosieguo della mia vita professionale mi ha riservato invece un’accoglienza al di là di ogni più rosea aspettativa; e attualmente sia sotto l’aspetto tecnico che economico, non posso che essere felice dell’esito della mia carriera». – L’infortunio che ti ha bloccato nell’avvio della preparazione ha avuto un ascendente negativo sul tuo morale? «Il momento in cui ho accusato il colpo ha accresciuto ulteriormente i problemi che già accompagnano un normale incidente; infatti la partita di Lucerna rappresentava l’inizio della fase di assorbimento degli schemi e il dover star lontano dai terreni di gioco per diverse gare mi ha condizionato. Ora sto cercando di accelerare i tempi di recupero per assuefarmi al gruppo, così da far rientrare l’handicap che mi ha accompagnato nei primi mesi dell’avventura bianconera». – In cosa pensi di assomigliare a Platini e in cosa invece credi di essere diverso? «Non vanto alcuna dote comune al francese; il campione transalpino come uomo e come calciatore è troppo intelligente per essere oggetto di confronto con altri atleti. Io sono solamente Magrin, un giocatore che spera di dare sempre il meglio di se stesso alfine di carpire ancora qualche segreto; benché abbia 28 anni, penso di poter garantire un margine di miglioramento tale da raggiungere un rendimento costante nell’arco del campionato». – Dovessi rubare una dote a un calciatore, su quale qualità ricadrebbe la tua scelta? «Non vorrei apparire retorico, ma le mie preferenze ancora una volta coinvolgono Michel Platini; l’intelligenza e la furbizia del campione francese sono tali da suscitare ammirazione in qualunque individuo. Perciò senza ombra di dubbio sottolineo queste caratteristiche come elementi essenziali per trasformare un atleta in un vero campione». – Sei passato dalla zona retrocessione alla lotta per lo scudetto; quali difficoltà pensi d’incontrare e al contrario quale agevolazione pensi di avere? «La Juventus nella scelta dei suoi giocatori vaglia attentamente ogni aspetto dell’atleta in questione, per cui credo che la società bianconera conoscesse le mie qualità e i miei limiti ancora prima che io firmassi il contratto. Inoltre un obiettivo fallito rappresenta un motivo di rammarico, anche perché dare una motivazione agli errori commessi è pressoché impossibile; Bergamo è stata una tappa fondamentale nella mia carriera senza la quale oggi non avrei raggiunto la vetta, però è un capitolo chiuso, e ora devo assimilare la mentalità vincente della nuova squadra». – Il tuo arrivo alla Juventus è coinciso con la piena maturazione come calciatore; pensi che ciò ti agevolerà per un rapido inserimento nell’organico? «L’accoglienza che mi ha riservato lo staff bianconero mi ha favorevolmente impressionato; oltre a un Presidente e un allenatore eccezionali, ho trovato nei compagni dei veri amici. Quindi mi auguro di adattarmi in tempi brevi alla squadra senza però falsare le mie caratteristiche di gioco». – Molti tuoi colleghi non credono a una sincera amicizia tra calciatori; dalle tue parole invece ho potuto cogliere una diversa interpretazione del rapporto sopra citato... «Il calcio è un lavoro di equipe per il quale occorre una stima reciproca affinché i risultati siano soddisfacenti. Uno spogliatoio unito è alla base di ogni successo; quindi occorre un’intesa non solo professionale per garantire un buon campionato». – Com’è stato il primo impatto col tifo bianconero? «Sono entusiasta dell’accoglienza che il pubblico di Torino mi ha riservato; soprattutto apprezzo la loro intelligenza, hanno capito che io sono solo Magrin e non Magrinì come qualcuno mi aveva definito. Da parte mia spero di ricompensare tanta stima con delle ottime prestazioni in campionato, affinché possa meritare il titolo di giocatore da Juventus». – Come ha vissuto la tua famiglia la tua ascesa sportiva? «La mia infanzia non è stata spensierata come quella di molti miei coetanei; infatti un grave lutto ci ha colpiti quando io avevo 6 anni. La morte di mio padre mi ha maturato molto rapidamente, in quanto il carico di responsabilità che incombeva sulla mia persona è cresciuto tanto che al termine delle scuole medie inferiori ho dovuto abbandonare gli studi per lavorare in fabbrica. Tale dolore mi ha fatto capire il valore del denaro; oggi sono consapevole della fortuna che mi ha baciato e dedico molti impegni alla mia professione perché so che nulla nella vita è regalato; non solo, ma se non si ottengono i risultati ipotizzati si rischia di compromettere il sacrificio di tanti anni di dura gavetta». – Tua moglie è sportiva? «Non segue con attenzione le partite di calcio, fatta eccezione per la Nazionale e per Cabrini, un campione che quest’anno avrà modo di ammirare più da vicino». – Quali lati del vostro carattere vi accomunano e quali vi distinguono? «Ho trovato in mia moglie una ragazza eccezionale con cui discutere e dialogare; ora abbiamo anche un figlio, Michele, di 22 mesi, che ha ulteriormente consolidato il nostro rapporto di coppia. Quindi siamo una famiglia molto unita in cui vige il reciproco rispetto». – La famiglia Magrin si è perfettamente integrata nel sistema di vita torinese? «Nonostante il mio arrivo sia recente ho già instaurato un felice dialogo con la città e i suoi abitanti. L’ambiente non ha mai rappresentato un ostacolo alle mie prestazioni, e i risultati positivi sono l’unico compromesso per un soggiorno piacevole». – Quando sei lontano dai terreni di gioco dove vivi? «Trascorro il mio tempo libero nel paese d’infanzia, Casoni in provincia di Vicenza, un sobborgo che ha dato inizio alla mia felice carriera; infatti i primi passi come calciatore mi videro protagonista con la Casanense. Quindi il Bassano Virtus mi ha valorizzato come atleta e mi ha permesso di raggiungere stadi più ambiziosi: dal Montebelluna al Mantova fino all’Atalanta. Con la società bergamasca ho avuto parecchie soddisfazioni, l’ultima delle quali si chiama Juventus». – Quali sono i tuoi hobbies preferiti? «Sin da ragazzino ho avuto la passione per la musica; infatti mi dilettavo durante le feste o negli spettacoli teatrali a interpretare brani italiani con l’accompagnamento di una chitarra». – Quali generi musicali prediligi? «A questo proposito sono piuttosto patriottico: le mie preferenze vanno alle canzoni italiane, in quanto di facile comprensione; i testi stranieri, se pur belli, presentano invece l’handicap della lingua». – Sei appassionato di cinema? «Non mi reco di frequente nelle sale cinematografiche, in quanto il piccolo schermo offre l’opportunità di seguire dei bei lungometraggi da casa». – Perciò la televisione è una compagna delle tue ore di relax... «Seguo con interesse il telegiornale per tenermi aggiornato sui fatti di cronaca più importanti; inoltre guardo i cartoni animati per volere di Michele». – Quali sono le tue letture preferite? «Questo passatempo non si annovera tra i miei interessi; per lo più sfoglio dei quotidiani che mi danno un panorama globale delle vicende nazionali e internazionali». – Quanto pensi sia importante la cultura per un professionista sportivo? «Credo che lo studio permetta a un atleta di valorizzarsi oltre che per le imprese sportive anche come uomo; inoltre un linguaggio appropriato è indispensabile per un calciatore durante le interviste con la Stampa». – Oltre l’attività sportiva hai altri interessi? «Attualmente la mia attenzione è rivolta in maniera esclusiva al calcio; quest’anno rappresenta una tappa troppo importante perché possa sviare la concentrazione a favore di altre aspirazioni. Tutto ciò al tempo stesso non pregiudica il mio avvenire, in quanto mi tengo aggiornato sulle prospettive del domani». – Nel tuo futuro cosa vedi? «La mia massima aspirazione sarebbe di diventare allenatore del settore giovanile, per mettere a disposizione dei ragazzini l’esperienza maturata sui terreni di gioco». – Per chiudere, ci fa un pronostico sul campionato della Juventus? «Mi auguro che le aspettative e i sogni dei tifosi non svaniscano nel nulla; da parte nostra possiamo garantire il massimo impegno affinché ritornino i trionfi delle stagioni più splendenti». Negli anni ‘80 sono sempre stati guardati con sospetto i registi «made in Italy»; l’affannosa ricerca delle società rivolta ai campioni con l’accento straniero ha condizionato i tifosi e il pubblico, pronto a trasformare gli atleti italiani del suddetto ruolo in capri espiatori ogni qual volta l’esito della gara non era soddisfacente. Oggi giocatori come Magrin, Matteoli, Giannini, rappresentano un barlume di speranza per un’ipotetica proliferazione di talenti nostrani; affinché si possa verificare un’inversione di tendenza che riporti una giusta considerazione alla scuola calcistica italiana, troppe volte ingiustamente ridicolizzata dagli ingegneri del pallone. 〰.〰.〰 È stato sfortunato, Marino Magrin: capitato in una delle peggiori Juventus di sempre (quella di Marchesi, tanto per intendersi) e costretto a sostituire, nel gioco e nel cuore dei tifosi, Michel Platini. Chiunque avrebbe capito che l’ex atalantino non sarebbe mai stato in grado di rimpiazzare il divino Michel. Dotato di buona tecnica e temibile sui calci piazzati, il buon Magrin ci prova, soprattutto il primo anno: 34 presenze e 6 gol, che gli valgono la riconferma per la stagione successiva, che lo vede partire spesso dalla panchina anche se, alla fine, totalizzerà 30 presenze e 2 reti. Finisce qui l’avventura juventina di Marino: la sensazione è che, magari in un’altra Juventus, avrebbe potuto recitare un ruolo da protagonista. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/marino-magrin.html
  19. MARINO MAGRIN https://it.wikipedia.org/wiki/Marino_Magrin Nazione: Italia Luogo di nascita: Borso del Grappa (Treviso) Data di nascita: 13.09.1959 Ruolo: Centrocampista Altezza: 177 cm Peso: 72 kg Nazionale Italia Olimpica Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1989 Esordio: 23.08.1987 - Coppa Italia - Lecce-Juventus 0-3 Ultima partita: 25.06.1989 - Serie A - Juventus-Verona 3-0 64 presenze - 8 reti Marino Magrin (Borso del Grappa, 13 settembre 1959) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Marino Magrin Magrin con la maglia dell'Atalanta nel 1985. Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex-Centrocampista) Termine carriera 1993 - giocatore Carriera Giovanili 1974-1975 Bassano Virtus Squadre di club 1975-1978 Bassano Virtus 7 (3) 1978-1980 Montebelluna 57 (14) 1980-1981 Mantova 27 (1) 1981-1987 Atalanta 192 (40) 1987-1989 Juventus 64 (8) 1989-1992 Verona 85 (4) 1992-1993 Bassano Virtus 14 (4) Nazionale 1987 Italia Olimpica 3 (0) Carriera da allenatore 1998 Mantova 2007 Tritium 20?? Atalanta Giovanili 2011-2016 Milan Pulcini Biografia Suo figlio, Michele, fu anch'egli calciatore, avendo militato tra la Serie C e Serie D. Carriera Giocatore Club Magrin inizia a tirar calci al pallone a sedici anni, nei dilettanti del Bassano Virtus, che nel 1975-1976 disputa il campionato di Serie D. A giugno la squadra scende nei Dilettanti, e il giovane centrocampista gioca 7 partite segnando 3 gol. Magrin resta a Bassano del Grappa fino al 1978, anno in cui passa al Montebelluna, in Serie D. Lì Magrin gioca due campionati di Serie D, sommando 57 presenze e 14 reti. Magrin (in piedi, secondo da sinistra) nel Verona della stagione 1989-1990 A giugno 1980 passa al Mantova che milita in Serie C1. In biancorosso Magrin resta solo un anno: a giugno 1981 lo recluta l'Atalanta, appena scesa in Serie C1. Nel giro di tre stagioni i nerazzurri conquistano la massima serie. Debutta in Serie A tre giorni dopo il suo 25º compleanno, il 16 settembre 1984, nell'1-1 contro l'Inter. Resta a Bergamo fino al giugno 1987, sommando 192 presenze e 40 gol. Passa quindi alla Juventus per 2,8 miliardi di lire dopo la partenza di Michel Platini. Nel 1987-1988 i bianconeri arrivano sesti in campionato, ottenendo la partecipazione alla Coppa UEFA grazie allo spareggio-derby con il Torino. L'anno dopo la squadra arriva quarta. Magrin lascia Torino nel giugno 1989, dopo 64 presenze e 8 reti. Nonostante fosse stato acquistato per sostituire Platini, Magrin non indossò la prestigiosa maglia numero 10 durante le due stagioni in bianconero. Ormai trentenne, il giocatore passa all'Hellas Verona di Osvaldo Bagnoli, dove disputa le ultime stagioni di attività (due retrocessioni in Serie B intervallate da una risalita) fino al 1992, quando ritorna a Bassano per giocare l'ultima stagione prima del suo ritiro. Nazionale Nel 1987 disputò 3 gare nella Nazionale Olimpica. Allenatore Ha allenato Mantova e Tritium, oltre alle giovanili di Atalanta e Milan. Nel 2012 allena la scuola calcio del Frassati e nel 2012 del La Torre. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Serie C1: 1 - Atalanta: 1981-1982 Campionato italiano di Serie B: 1 - Atalanta: 1983-1984 Promozione in Serie A: 1 - Verona: 1990-1991
  20. MAURO CONTE Nazione: Italia Luogo di nascita: Conegliano Veneto (Treviso) Data di nascita: 22.10.1969 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1988 Esordio: 06.09.1987 - Coppa Italia - Pisa-Juventus 2-1 1 presenza - 0 reti
  21. LAJOS DÉTÁRI https://it.wikipedia.org/wiki/Lajos_Détári Nazione: Ungheria Luogo di nascita: Budapest Data di nascita: 24.04.1963 Ruolo: Centrocampista Altezza: 180 cm Peso: 76 kg Nazionale Ungherese Soprannome: - Alla Juventus dal 1990 al 1991 Esordio: 09.06.1991 - Amichevole - Stati Uniti-Juventus 0-0 Ultima partita: 14.06.1991 - Amichevole - Leon-Juventus 2-0 0 presenze - 0 reti Lajos Détári (Budapest, 24 aprile 1963) è un allenatore di calcio ed ex calciatore ungherese, di ruolo trequartista. Lajos Détári Détari nel 2011 Nazionalità Ungheria Altezza 180 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2001 - giocatore Carriera Giovanili 1972-1973 Aszfaltútépítő Budapest 1973-1980 Honvéd Squadre di club 1980-1987 Honvéd 134 (72) 1987-1988 Eintracht Francoforte 33 (11) 1988-1990 Olympiakos 61 (35) 1990-1992 Bologna 42 (14) 1992-1993 Ancona 32 (9) 1993 → Ferencváros 13 (1) 1993-1994 Genoa 8 (1) 1994-1995 Neuchâtel Xamax 37 (12) 1996-1998 St. Pölten 50 (29) 1998-1999 BVSC Budapest 17 (8) 1999-2000 Dunakeszi VSE 17 (4) 2000-2001 Ostbahn XI 11 (5) 2001 Družstevník Horná Potôň 4 (2) Nazionale 1984-1994 Ungheria 59 (13) Carriera da allenatore 2000-2001 Bihor Oradea 2001-2002 Csepel 2002 Honvéd 2002-2003 Hà Nội ACB 2003-2004 Haladás 2004 Tatabánya 2004 Diósgyőr 2004-2005 Nyíregyháza Consulente 2005 Panserraïkos 2005-2006 Unione Budapest 2006 Ungheria Vice 2006-2007 Felsőpakony 2007-2008 Sopron 2008 AO Poros 2008 Siófok 2009 Siófok Giovanili 2009 Vecsés 2009-2010 FK Tornala 2010-2011 Vecsés 2011-2012 Ferencváros 2013-2014 Felsőtárkány DT 2015 Balatonszepezd 2016 Nagyréde SE Biografia Ha 2 figlie di nome Dora e Zsanett. Caratteristiche tecniche Trequartista tecnicamente dotato, è ritenuto uno dei migliori calciatori ungheresi dell'epoca del dopo-Puskás. Era maggiormente abile nella rifinitura piuttosto che nella finalizzazione. Carriera Giocatore Club Gli inizi in patria Muove i primi passi nel Aszfaltútépítő Budapest, nel 1973 a soli dieci anni entra nel settore giovanile dell'Honvéd, facendo tutta la trafila e debuttando in prima squadra nel 1980 all'età di diciassette anni sotto la guida della bandiera del club Lajos Tichy. Grazie alle ottime doti dimostrate scala presto le gerarchie nella squadra guadagnandosi un posto da titolare già alla sua terza stagione. Con la squadra di Kispest sarà uno delle successive bandiere del club diventando titolare inamovibile, laureandosi campione d'Ungheria ben tre volte in tre anni consecutivi vincendo anche una Coppa d'Ungheria. Sotto il profilo personale vinse tre volte e anche qui per tre anni successivi il titolo di capocannoniere del campionato ungherese attirando l'interesse nazionale e non vedendo in lui l'erede di Ferenc Puskás. Le esperienze estere Détari in azione al Bologna nella stagione 1991-1992 Nel 1987, si trasferì ai tedeschi dell'Eintracht Francoforte: nell'unica stagione in Germania, segnò al Bochum la rete che valse la coppa nazionale, portando la squadra al nono posto finale in campionato, vincendo anche il premio di miglior giocatore straniero della Bundesliga grazie alle 11 reti messe a segno in 33 partite. Lasciò il club dopo un anno trasferendosi all'Olympiakos Pireo in cui militò per un biennio, prima che l'arresto del presidente della società lo costringesse a cambiare squadra. Nella sua prima stagione vinse la coppa nazionale e il premio di miglior giocatore del campionato, lasciò il club biancorosso con 55 presenze e 33 reti. Nell'estate 1990 fu acquistato dal Bologna. L'esperienza felsinea durò fino al 1992, con una serie di infortuni che impedirono al magiaro di esprimersi al meglio. In Italia giocò anche per l'Ancona e il Genoa. A 31 anni si trasferì agli svizzeri del Neuchâtel Xamax, dove nonostante i contrasti con l'allenatore Gilbert Gress seppe fornire buone prestazioni terminando la stagione al quarto posto e segnando 12 reti in 38 presenze vincendo anche qui alla prima stagione il titolo di miglior giocatore del campionato. Nella seconda stagione invece subì un grave infortunio alla terza giornata di campionato, restando fermo per tutta la stagione. Nell'estate del 1996 si trasferisce St. Pölten militante nella seconda serie austriaca. Alla prima stagione si aggiudicò il titolo di capocannoniere del campionato con 19 e il premio di giocatore dell'anno della squadra, sfiorando la promozione nella massima serie nella prima stagione, e retrocedendo dopo i play-out nella seconda, lasciando il club con 29 reti in 50 presenze. Ultimi anni Successivamente nel 1998 tornò in patria firmando per il BVSC Budapest squadra militante in massima serie, nonostante le 8 reti messe a segno in 17 occasioni non riuscì ad evitare la retrocessione della squadra in NBII. L'annata seguente scese di categoria firmando per il Dunakeszi VSE squadra dell'omonima cittadina della Provincia di Pest militante in seconda divisione, terminò la stagione con 17 presenze e 4 gol. Per la stagione 2000-01 si trasferì nuovamente in Austria, firmando con l'SC Ostbahn XI società storica di Vienna del distretto di Simmering militante nella Wiener Stadtliga la quarta serie del calcio austriaco. Con la squadra viennese scese in campo in 11 occasioni mettendo a segno 5 reti. Nel febbraio 2001 lasciò il club austriaco andando in Slovacchia per accettare la proposta del Družstevník Horná Potôň squadra della quinta divisione slovacca dell'omonima cittadina abitata prevalentemente da ungheresi. Alla firma fu accolto da un grande clamore nel club, furono presenti ben nove emittenti televisive nella sua prima conferenza stampa, inoltre gli fu consegnata la maglia numero 10. All'esordio mise a segno una doppietta, successivamente un infortunio non gli permise di segnare altre reti. Nell'estate del 2001 dopo aver declinato un'offerta dello Csepel annunciò il ritiro all'età di 38 anni. Nazionale Con la Nazionale ungherese ha giocato dal 1984 al 1994, partecipando ai Mondiali messicani del 1986, in cui va a segno nella gara vinta per 2-0 contro il Canada. Con la selezione maggiore ha segnato 13 reti in 59 partite, diventandone capitano nel 1989. Allenatore La sua carriera in panchina, iniziata poco dopo il ritiro dal campo, sotto l'invito dell'imprenditore rumeno di origine ungherese László Máriusz Vízer nel 2000 diviene allenatore del Bihor Oradea terminando al quarto posto nella seconda serie rumena. L'annata successiva tornò in patria firmando per lo Csepel in NBII, la seconda divisione ungherese, terminando quarto. Ssuccessivamente tornò all'Honvéd esordendo così nella massima serie magiara, terminando il campionato al settimo posto e centrando la qualificazione all'Intertoto; la stagione seguente iniziò nel club di Kispest ma dopo l'acquisto del club da parte dell'italiano Piero Pini fu mandato via. Nel 2002 tenta l'avventura in Vietnam firmando per il Hà Nội - ACB, club della massima serie, portando con se svariati calciatori e tecnici ungheresi. Tornato in patria firmò per l'Haladás; rassegna le dimissioni a dieci giornate dal termine ,con la squadra al secondo posto e in lizza per la promozione in NBI. Successivamente è diventato l'allenatore del Tatabanya, sempre in seconda divisione, guidandolo al nono posto finale. Per la stagione 2004-05 venne scelto dal Diosgyor neopromosso nella massima serie, ma dopo non essere riuscito ad ottenere la licenza e di conseguenza a non partecipare al campionato rescisse il contratto. Fu consulente del Nyíregyháza prima di firmare per il Panserraïkos, squadra della seconda divisione greca, con l'obiettivo di ritornare in Souper Ligka Ellada, ma dopo una serie di incomprensioni con la dirigenza è stato sollevato dall'incarico prima ancora di poter cominciare il campionato. Tornato in patria firmò per un piccolo club della capitale, l'Unione Budapest militante nella Megye II, ovvero la quinta serie del calcio magiaro: al termine dell'annata vinse il campionato, lasciando comunque il club. Nel 2006 ebbe l'occasione di fare da vice a Péter Bozsik nella Nazionale ungherese, ma, dopo alcuni disastrosi risultati come la pesante sconfitta per 4-1 in casa contro la Norvegia e il vergognoso risultato contro Malta, unito al grande malcontento popolare che chiedeva a gran voce l'esonero dei due, ad ottobre dopo un incontro con la MLSZ vennero licenziati assieme a tutto il loro staff. Nella stagione 2006-07 si accasò al Felsőpakony, in Megye II. Per la stagione successiva venne invitato da Vízer, già suo presidente ai tempi del Bihor Oradea, alla guida del Sopron avendo così nuovamente l'occasione di allenate una squadra nella massima serie; ma dopo il cambio di proprietà, con l'acquisto da parte dell'italiano Righi, venne licenziato dopo la sconfitta per 1-0 contro il Mòr in Coppa d'Ungheria. Nel 2008 tornò in Grecia accettando la proposto del Poros. Successivamente tornò in patria guidando la squadra del Siofok nella massima serie. Dopo una breve esperienza alla guida delle giovanili, ebbe un'altra breve esperienza al Vecsés, club di terza divisione e poi al FK Tornala, squadra slovacca, restando una stagione. Ritornato al Vecsés per un anno, il 30 agosto 2011 è diventato allenatore del Ferencvarosi. Il 20 agosto 2012 lascia la guida del club a seguito di una rescissione consensuale. Finita l'esperienza con il club biancoverde, nel campionato 2013-14 fece da direttore tecnico per la squadra del Felsőtárkány militante in NBIII, la terza divisione nazionale. Nel 2015 diventa l'allenatore del Balatonszepezd, squadra dell'omonimo comune ungherese situato sul lago Balaton e militante nella Megye III, la sesta serie del calcio ungherese, quindi nel 2016 sale di categoria accettando la proposto del Nagyréde SE militante nel campionato della Megye I, la quarta serie in Ungheria. Palmarès Giocatore Club Campionato ungherese: 3 - Honvéd: 1983-1984, 1984-1985, 1985-1986 Coppa d'Ungheria: 1 - Honvéd: 1984-1985 Coppa di Germania: 1 - Eintracht Frankfurt: 1987-1988 Coppa di Grecia: 1 - Olympiakos: 1989-1990 Supercoppa d'Ungheria: 1 - Ferencváros: 1993 Individuale Capocannoniere del Campionato ungherese: 3 - 1984-1985 (18 gol), 1985-1986 (27 gol), 1986-1987 (19 gol) Calciatore ungherese dell'anno: 1 - 1985 Miglior giocatore straniero della Bundesliga: 1 - 1988 Miglior giocatore del Campionato greco: 1 - 1989 Miglior giocatore del Campionato svizzero: 1 - 1994 Capocannoniere della 2. Liga: 1 - 1996-1997 (19 gol) Miglior giocatore del St. Pölten: 1 - 1996-1997 Allenatore Club Megye II: 1 - Unione Budapest: 2005-2006
  22. ANTHONY MARCHI https://it.wikipedia.org/wiki/Anthony_Marchi Nazione: Inghilterra Luogo di nascita: Londra Data di nascita: 21.01.1933 Luogo di morte: Chelmsford Data di morte: 15.03.2022 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Tony Alla Juventus dal 1957 al 1958 Esordio: 28.11.1957 - Amichevole - Sheffield Wednesday-Juventus 3-4 Ultima partita: 15.05.1958 - Amichevole - Wolverhampton-Juventus 1-5 0 presenze - 0 reti Anthony Marchi (Londra, 21 gennaio 1933 – Chelmsford, 15 marzo 2022) è stato un calciatore e allenatore di calcio inglese, di ruolo centrocampista. Anthony Marchi Tony Marchi con la maglia del L.R. Vicenza (1958). Nazionalità Inghilterra Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1965 - giocatore 1968 - allenatore Carriera Squadre di club 1949-1957 Tottenham 131 (2) 1957-1958 Lanerossi Vicenza 30 (7) 1958-1959 Talmone Torino 29 (4) 1959-1965 Tottenham 101 (5) Carriera da allenatore 1965-1967 Cambridge City 1967-1968 Northampton Town Carriera Cresciuto nelle giovanili del Tottenham, debuttò a 17 anni in prima squadra nell'aprile del 1950, ma fino al 1954, con il passaggio di Ronnie Burgess allo Swansea City trovò poco spazio con la maglia degli Spurs. Nel 1957 si trasferisce in Italia al Lanerossi Vicenza, giocando 30 incontri e mettendo a segno 7 reti. Passa poi al Talmone Torino con cui gioca 29 partite con 4 gol. Ritornato al Tottenham nel 1959, non riuscì a trovare molto spazio in squadra, dato che nel frattempo gli Spurs lo avevano sostituito con Dave Mackay. Fu solo quando Danny Blanchflower e lo stesso Mackay si infortunarono contemporaneamente che Marchi poté trovare un posto da titolare: dopo le sue ottime prestazioni nella stagione 1962-1963, la stagione successiva venne nominato capitano della squadra. Lasciò il Tottenham nel 1965 per diventare allenatore del Cambridge City, formazione impegnata nella Southern League, non dopo aver festeggiato la vittoria di due First Division (1951 e 1961, gli unici della storia della formazione bianco-blu), di due FA Cup (1961 e 1962) di due Community Shield (1962 e 1963) e della Coppa delle Coppe 1962-1963. Per un breve periodo fu allenatore anche del Northampton Town. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato inglese: 2 - Tottenham: 1950-1951, 1960-1961 Coppa d'Inghilterra: 2 - Tottenham: 1960-1961, 1961-1962 Community Shield: 3 - Tottenham: 1951, 1961, 1962 Second Division: 1 - Tottenham: 1949-1950 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Tottenham: 1962-1963
  23. RINO MARCHESI Rino Marchesi è arrivato a Torino nell’estate dell’86 – si legge su “La storia della Juventus” di Perucca, Romeo e Colombero – dopo aver salvato il Como con un girone di ritorno in crescendo. Non era propriamente un uomo vincente, ma un tecnico serio, di poche parole (sin troppo poche diranno i giocatori bianconeri), e aveva soprattutto un padrino, che alla Juve conta ancora, tanto che Gianni Agnelli ogni tanto continua a chiamarlo al telefono: Giovanni Trapattoni. La prima stagione (1986-87) per Marchesi è stata un calvario per la dipendenza da un Platini ormai alla frutta (più psicologicamente, nausea da pallone, che fisicamente). La gente bianconera non si convinceva facilmente che il francese non era più lui: sprazzi di gioco al livello della sua classe, ma anche partite più «passeggiate» che lottate. La stagione ‘86-87 di Marchesi vede comunque la Juventus finire il campionato al secondo posto: 39 punti contro i 42 del Napoli campione (la prima volta). La squadra non offre un grande calcio: è concreta, ma ricalca in linea di massima gli schemi di Trapattoni. Comincia ad accusare il peso degli anni Gaetano Scirea, Caricola si rivela un rincalzo modesto, Cabrini accusa i malanni al ginocchio e gioca solo 17 partite di campionato. Il blocco si sfalda, il secondo posto è il risultato di un correre a ruota libera sugli schemi del passato. Si propone il rinnovamento, che si rivela una trappola anche (se non soprattutto) per Rino Marchesi. Non si saprà mai a chi attribuire le colpe della campagna acquisti-cessioni dell’estate ‘87. Marchesi prepara i programmi, la versione ufficiale dice «in sintonia col presidente». La Juve perde Platini, che ne ha abbastanza del pallone e delle interviste italiane, perde il cardine Manfredonia perché vuole un contratto di tre anni e tanti soldi, perde lo «zingaro», Serena reclamato dall’Inter. Arrivano De Agostini, Bruno, Alessio, Tricella, Magrin, Napoli. E, ciliegina sulla torta, Ian Rush prenotato da due anni col Liverpool, Troppa gente, tanti gregari e pochi leaders. Rino Marchesi si rivela un barman senza la mano felice, soprattutto senza la mano ferma. Ogni settimana un cocktail. Impossibile parlare di gioco alla Juve, per tre quarti di stagione. Ogni domenica una squadra diversa, polemiche in spogliatoio. Il presidente, in prima linea nel difendere lo stile del club, non nega mai fiducia al tecnico pur nutrendo forti dubbi. I giocatori dicono (sottovoce) di allenarsi poco. Sarà per via di questa preparazione leggera, ma dall’aprile ’88 la Juve comincia a correre. Va in gol Rush, si sgancia Tricella dopo un campionato dei più anonimi, fatica meno Cabrini spostato a centrocampo dopo aver lasciato la fascia sinistra a De Agostini che torna al suo ruolo veronese. Sale di tono Laudrup, Bonini e Mauro scendono dall’altalena e tornano titolari. Una Juve più logica, alla fine di due stagioni drammatiche. Se l’avversario è debole, fuori un marcatore e dentro una seconda punta (il giovane Buso) o un altro esterno (Alessio). Per la Juve di Marchesi due stagioni senza una identità. Ma alla base di tutto una colpa precisa: il pensare di poter sostituire un asso come Platini comprando un po’ di gregari. Due carciofi, un sedano, due carote per rimpiazzare un tartufo. In cucina non è mai riuscito, in campo (e lo si è visto) neppure. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/05/rino-marchesi.html
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