Vai al contenuto

Socrates

Tifoso Juventus
  • Numero contenuti

    143542
  • Iscritto

  • Ultima visita

  • Days Won

    40

Tutti i contenuti di Socrates

  1. POL GARCIA TENA https://it.wikipedia.org/wiki/Pol_García Nazione: Spagna Luogo di nascita: Terrassa Data di nascita: 18.02.1995 Ruolo: Difensore Altezza: 185 cm Peso: 71 kg Nazionale Spagnolo Under-17 Soprannome: - Alla Juventus dal 2011 al 2014 Esordio: 17.05.2012 - Amichevole - Juventus-Santarcangelo 3-1 Ultima partita: 23.07.2013 - Amichevole - Sassuolo-Juventus 0-0 0 presenze - 0 reti Pol García Tena (Terrassa, 18 febbraio 1995) è un calciatore spagnolo, difensore del Trento. Pol García García con la maglia del L.R. Vicenza nel 2015 Nazionalità Spagna Altezza 185 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Difensore Squadra Trento Carriera Giovanili 1999-200? CP San Cristobal 200?-2004 Terrassa 2004-2008 Espanyol 2008-2011 Barcellona 2011-2014 Juventus Squadre di club 2014-2015 → Vicenza 23 (1) 2015-2016 → Como 13 (0) 2016 → Crotone 12 (1) 2016-2017 → Latina 32 (1) 2017-2018 → Cremonese 15 (0) 2018-2021 Sint-Truiden 61 (3) 2021-2022 Juárez 17 (1) 2022 Lugo 2 (0) 2022- Trento 0 (0) Nazionale 2011 Spagna U-17 1 (0) Biografia È fratello minore di Jesús García Tena, anche lui ex-difensore. Carriera Club Giovanili Di origini catalane, muove i primi passi all'età di 4 anni nel San Cristobal - squadra allenata dal padre -, per poi passare prima al Terrassa e poi, nel 2004 alle giovanili dell'Espanyol, dove rimane fino al 2008, quando passa ai rivali cittadini del Barcellona, rimanendovi una stagione. Successivamente si trasferisce in Italia, alla Juventus, assieme al fratello Jesus, disputando in una stagione negli allievi nazionali e due in primavera. Vicenza Nel 2014 debutta nel calcio professionistico, andando in prestito in Serie B, al Vicenza, appena ripescato dalla Lega Pro. Il 7 settembre gioca la sua prima partita di sempre, perdendo 2-1 in campionato sul campo del Trapani. Mette a segno la prima rete in carriera il 25 ottobre nella sconfitta per 3-1 in trasferta contro il Catania. Termina la stagione in Veneto dopo 23 presenze e 1 gol. Como Per la stagione 2015-2016 va a giocare al Como, neopromosso in Serie B. Fa il suo esordio il 9 agosto 2015 nella sconfitta per 1-0 in Coppa Italia sul campo del Trapani. Il 6 settembre gioca la prima in campionato, perdendo 2-0 in trasferta con il Perugia. Chiude anticipatamente il prestito dopo mezza stagione e 14 apparizioni in campo. Crotone Il 25 gennaio 2016 termina il prestito al Como e si trasferisce con la stessa formula al Crotone. Il 21 febbraio debutta nell'1-1 in trasferta contro la Salernitana. Il 9 aprile segna il primo gol con i rossoblù, il secondo in carriera, nella vittoria per 2-1 sul campo della Ternana. Con 12 presenze e 1 rete contribuisce alla prima promozione di sempre in Serie A dei calabresi. Latina Nel luglio 2016 va un'altra volta in prestito in Serie B, stavolta al Latina. Esordisce il 7 agosto nell'1-0 casalingo in Coppa Italia sul Matera. Il 27 agosto debutta in campionato nella sconfitta per 4-1 sul campo del Verona. Segna la sua prima rete nel recupero del posticipo Spezia - Latina del 30 gennaio, finito 3-2 per i liguri. Il 12 giugno 2017, dopo aver chiuso la stagione con 32 presenze e 1 rete, viene svincolato d'autorità da parte della FIGC, insieme al resto della rosa del Latina, società fallita a cui era stata revocata l'affiliazione. Cremonese Per la stagione 2017-2018 va in prestito alla Cremonese, neopromossa in Serie B. Nazionale Nel 2011 ha giocato una partita con la Nazionale Under-17 spagnola. Palmarès Club Competizioni giovanili Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 2012-2013 Supercoppa Primavera: 1 - Juventus: 2013
  2. MICHEL GARBINI PEREIRA https://it.wikipedia.org/wiki/Michel_Garbini_Pereira Nazione: Brasile Luogo di nascita: Vitoria Data di nascita: 09.06.1981 Ruolo: Difensore Altezza: 187 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 2004 al 2005 Esordio: 01.06.2005 - Amichevole - Yokohama Marinos-Juventus 0-1 Ultima partita: 07.06.2005 - Amichevole - Tokyo-Juventus 1-4 0 presenze - 0 reti
  3. ALFREDO GANZINI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1930 al 1931 Esordio: 06.01.1931 - Amichevole - Lugano-Juventus 1-2 0 presenze - 0 reti
  4. ANTONIO GAMBINO Nazione: Italia Luogo di nascita: Palermo Data di nascita: 01.01.1967 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1988 Esordio: 30.08.1987 - Coppa Italia - Juventus-Catanzaro 3-0 Ultima partita: 02.09.1987 - Coppa Italia - Juventus-Casertana 0-0 2 presenze - 0 reti
  5. EDOARDO GAMBA Nazione: Italia Luogo di nascita: Asti Data di nascita: 16.02.1932 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1951 al 1952 Esordio: 10.01.1952 - Amichevole - Juventus-Piemonte 3-2 Ultima partita: 22.05.1952 - Amichevole - Vogherese-Juventus 2-6 0 presenze - 0 reti
  6. AGOSTINO GAMBA https://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_Gamba Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 04.07.1904 Luogo di morte: Pozzuoli (Napoli) Data di morte: 20.09.1988 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1924 al 1925 Esordio: 21.05.1925 - Amichevole - Juventus-Novese 0-1 0 presenze - 0 reti Agostino Gamba (Torino, 4 luglio 1904 – Pozzuoli, 20 settembre 1988) è stato un arbitro di calcio, dirigente sportivo e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Agostino Gamba Informazioni personali Arbitro di Calcio Federazione AIA Sezione Napoli Professione Ragioniere Attività nazionale Anni Campionato Ruolo 1929-19?? 1933-1937 1937-1951 Terza Divisione Serie B Serie A Arbitro Arbitro Arbitro Attività internazionale 1946-1951 UEFA e FIFA Arbitro Premi Anno Premio 1947 Premio Giovanni Mauro Agostino Gamba Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Carriera Giovanili 1920 Juventus Squadre di club 1924-1926 Puteolana 7+ (1+) 1926-1927 Casertana ? (?) 1927 Napoli 0 (0) 1927-1928 Casertana ? (?) Biografia Si sposò nel 1927 con Luisa Cimmino, da cui ebbe due figli, Filippo e Michele. Carriera Calciatore Esordì giovanissimo nella Juventus nel 1920. In seguito si trasferì a Pozzuoli, giocando nella Puteolana, di cui fu il capitano dal 1924 al 1926. Qui vinse il campionato di Terza Divisione e partecipò a quello di Prima Divisione. Giocò in seguito nella Casertana con un inframezzo nel Napoli dove non scese mai in campo in quanto chiuso da altri giocatori. Arbitro Alla fine della carriera di calciatore, intraprese l'attività arbitrale nel 1929, iniziando dall'allora Terza Divisione. Esordì in Serie B nel campionato 1933-1934, arbitrando alla 10ª giornata Modena-Vicenza 4-1 il 12 novembre 1933. Esordì in Serie A nel campionato 1937-1938, arbitrando alla 26ª giornata Atalanta-Bari 0-0 il 27 marzo 1938, mentre l'ultima gara diretta fu Lucchese-Como 5-0 del 17 giugno 1951. In totale in massima serie diresse 79 incontri. Nel 1947 gli fu conferito il Premio Giovanni Mauro quale migliore arbitro della stagione. Divenne internazionale arbitrando dal 1946 al 1951, periodo in cui diresse alcune gare eliminatorie della Coppa Rimet. Fu messo a riposo nel luglio del 1951. Dirigente Quand'era ancora nel pieno della sua attività arbitrale, nel 1944 divenne presidente del Comitato Calcio Flegreo, il 13 settembre 1945 Presidente della Lega Regionale Campana, il 2 ottobre 1948 fu eletto presidente dell'A.I.A.. Negli anni cinquanta fu consigliere nazionale della FIGC, vice Presidente della Lega Nazionale IV Serie, fu componente della C.A.N. e della C.A.F. fino al 1970 ed inoltre fu membro dell'esecutivo dell'U.E.F.A.. Nel 1973 gli fu conferito dalla F.I.G.C. il titolo di dirigente benemerito. Nel 1962 fu presidente della Puteolana. Onorificenze Cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica italiana «Per meriti sportivi» — 1959
  7. GIANCARLO GALLESI https://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Gallesi Nazione: Italia Luogo di nascita: Vigevano (Pavia) Data di nascita: 25.01.1932 Luogo di morte: Mede (Pavia) Data di morte: 22.02.2022 Ruolo: Portiere Altezza: 174 cm Peso: 71 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1954 al 1955 Esordio: 13.04.1955 - Amichevole - Ivrea-Juventus 1-1 0 presenze - 0 reti Giancarlo Gallesi (Vigevano, 25 gennaio 1932 – Mede, 22 febbraio 2022) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Giancarlo Gallesi Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1971 - giocatore Carriera Giovanili 194?-1951 Vigevano Squadre di club 1951-1957 Vigevano 130 (-?) 1957-1958 Simmenthal-Monza 2 (-?) 1958-1959 Vigevano 37 (-?) 1959-1960 Milan 4 (-6) 1960-1965 Genoa 33 (-?) 1965-1966 Biellese 28 (-?) 1966-1967 Gambolò 30 (-?) 1967-1971 Vigevano 78 (-?) Carriera da allenatore 1974-1975 Vigevano (Vice) 19?? Vigevano 19?? Mortara Carriera Giocatore Giocò due stagioni in Serie A con Milan, esordendo nella massima serie nella sconfitta esterna dei rossoneri contro l'Alessandria del 20 settembre 1959, e Genoa per complessive 13 presenze in massima serie. Ha totalizzato inoltre 26 presenze in Serie B, con Monza e Genoa conquistando con i rossoblu la vittoria del campionato cadetto nella stagione 1961-1962. Allenatore Cessata l'attività agonistica ha intrapreso quella di allenatore, guidando fra l'altro Vigevano e Mortara. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali IV Serie: 1 - Vigevano: 1954-1955 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 2 - Genoa: 1962, 1964 Coppa dell'Amicizia: 1 - Genoa: 1963
  8. GIUSEPPE GALETTI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1919 al 1920 Esordio: 28.03.1920 - Amichevole - Parma-Juventus 0-2 0 presenze - 0 reti
  9. MASSIMO BRIASCHI MASSIMO BURZIO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1984 Ha detto seccamente ma anche educatamente «No grazie!» alla Lazio. Sperava nella Fiorentina e come «in un sogno» ecco la Juventus. Massimo Briaschi era persino disposto a restare un anno in serie B, al Genoa, pur di fare ciò che voleva. Per preveggenza, per un caso o grazie a qualche buon consiglio? Chissà? Fatto sta che il vicentino ha resistito agli «assalti» di Giorgio Chinaglia e contemporaneamente, complici le folli pretese economiche di Bruno Giordano, si è ritrovato di colpo a vestire la maglia bianconera. Ancora oggi, mentre l’estate e i «botti» del calcio-mercato paiono ormai lontanissimi, Briaschi continua a ripetere con aria soddisfatta: «È come uno di quei sogni che sai non si potranno mai realizzare e di colpo, invece, diventano realtà. Ammette d’avere avuto una fortuna sfacciata e d’aver rischiato. Ho rifiutato la Lazio perché volevo una sistemazione migliore ma potevo anche rimanere in serie B e magari perdere l’autobus del grande calcio. Ho, forse, aiutato il destino perché puntavo in alto. Sono bianconero cioè ho raggiunto quella che è la migliore società d’Italia e forse di tutto il mondo». Briaschi è stato «baciato dalla sorte» per molte ragioni ma non si sente un ripiego: «So che la Juventus mi aveva già cercato nello scorso anno e quindi aveva dovuto scegliere Penzo. Poi c’è stato “l’affare” Giordano e tutti i problemi che sono nati in quel momento. Però non posso e non voglio farmi condizionare dal “fantasma” di chi non è venuto alla Juventus. Sono qui per fare il mio dovere, per far bene. Sono un professionista e so come dovrò comportarmi sia in campo che fuori». Briaschi è certo di poter sfondare e non ha neppure dubbi sulla possibilità di formare con Rossi un buon tandem d’attacco: «Io e Paolo abbiamo già giocato assieme, dal 76-77 al 78-79. In totale, allora ero una riserva, scendemmo in campo per 26 volte e non vi furono problemi. Oltretutto siamo anche molto legati. Le nostre mogli, Arianna e Simonetta, erano addirittura compagne di classe. A Vicenza ci frequentammo spesso e con il passare degli anni abbiamo sempre cercato di passare le vacanze assieme. Lo scorso luglio, ad esempio, eravamo in Sicilia... È stato bello festeggiare il mio arrivo alla Juventus e darsi l’arrivederci a Torino. Ma al di là della nostra amicizia – prosegue Briaschi – sono certo che in campo potremo integrarci senza difficoltà. Siamo tutti e due rapidi, amiamo gli scambi di prima e alla poca potenza possiamo supplire con la rapidità. Paolo è un fuoriclasse con cui non puoi che giocar bene... E che dire di Platini e Boniek? Insomma non ho dubbi!». Torino non è Genova e il Comunale non è Marassi. I tifosi hanno il «palato» fine, sono estremamente esigenti: «Ed io – afferma Massimo – farò di tutto per accontentarli. Questa è la mia grande occasione, non posso sprecarla. Mi metterò al servizio della squadra ma non dimenticherò certo che far gol è il mio mestiere... E poi ci penserà il Mister Trapattoni a dirmi quale posizione dovrò assumere». Ma chi è Massimo Briaschi lontano dai campi di gioco? «Un ragazzo normalissimo. Sono nato il 12 maggio del 1958 a Lugo di Vicenza. Mi sono sposato nel 1981 ma per ora non abbiamo figli. Arianna ed io abbiamo molti hobby in comune. Ci affascinano le automobili anche se siamo dei piloti molto prudenti e quando è possibile ci mettiamo a scattar fotografie, soprattutto a paesaggi e bambini. Per quanto riguarda gli studi – dice Briaschi – ho smesso dopo il diploma di geometra. Avevo fatto un pensierino sulla facoltà di architettura ma ho troppo poco tempo per fare le cose seriamente. Mi piace stare in casa, ascoltare un po’ di musica leggera, preferibilmente quella italiana e guardare la televisione. Ogni tanto esco a cena ma anche a tavola non ho gusti “strani”: carne, pesce e verdura e basta». Briaschi, come si vede, non è un divo, ma un professionista all’antica... un giocatore di quelli che la Juve sa esaltare e se ancora è possibile addirittura migliorare... E il campo lo sta dimostrando. MASSIMO BURZIO, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1988 In tre anni (dal 1984 al 1987) ha vinto quello che altri calciatori neppure riescono a sfiorare in tutta una carriera. Un palmarès esaltante, quasi unico nella storia del calcio tanto è concentrato e meritato, non fosse altro per il prezzo pagato da Briaschi. A ogni vittoria, infatti, si è accompagnato un infortunio e a ogni faticosa convalescenza un ulteriore incidente e il relativo, faticoso, recupero. Se, quindi, Briaschi ha avuto molto dal calcio, altrettanto ha dato in termini di sfortuna e soprattutto ogni vittoria è stata duramente ridimensionata da incidenti assortiti. Così Briaschi non ha potuto lasciare nella storia juventina una traccia maggiore di quella abitualmente concessa a coloro che da comprimari contribuiscono al successo finale. Poteva, però, essere un leader, il bravo Massimo. Poteva e voleva dare di più e non lasciare la Juventus in silenzio, quasi in punta di piedi e con la certezza di essere assai poco rimpianto dai tifosi. E neppure al Genoa, dove Briaschi si è trasferito dalla scorsa estate, c’è stato quell’atteso quanto oramai sempre più desiderato, ritorno ai livelli di rendimento accettabili. Oggi c’è soprattutto da augurare a Briaschi un futuro migliore del recente passato; e cioè un futuro che permetta al buon Massimo di ritrovare quella forza e quella grinta che il fisico ritrovato nella sua efficienza gli permetterebbe nuovamente di mettere in mostra, ma che probabilmente sono frenate e coperte da strane remore psicologiche. Briaschi, forse, è quindi da recuperare nel morale più che atleticamente. L’augurio è quello di farcela a tornare quello di un tempo. Un tempo, oltretutto, neppure troppo lontano. Nato il 12 maggio del 1958 a Lugo di Vicenza, Massimo Briaschi inizia a giocare a calcio nelle giovanili del Vicenza. In maglia biancorossa si conquista presto il nome di nuovo Rossi e molti pronosticano una carriera anche migliore (squalifica a parte, ovviamente) di quella del Pablito nazionale che a Vicenza aveva ed ha ancora oggi più di un amico ed estimatore. Dal 1975 al 1981 Briaschi entra nei ranghi della prima squadra del Vicenza. Punta abile sia sulle fasce sia al centro dell’attacco, buon rapinatore d’area dal tiro secco e bruciante, Briaschi si fa valere anche nel gioco aereo nonostante non sia dei più alti. Il fisico è ottimamente costruito, armonico, con leve proporzionate e adatte sia allo scatto breve sia alla corsa lunga. Il periodo vicentino di Briaschi termina nel 1981 quando è trasferito a Genova. Briaschi ritrova il rossoblu, lo stesso colore che aveva vestito con il Cagliari, in una breve parentesi nel 1979-80. Nel Genoa, Briaschi mostra ancora molte qualità, ma soprattutto diviene ciclicamente l’uomo del mercato estivo. Sono molte, infatti, le società che cercano di assicurarsi il bravo Massimo. Alla fine ci riesce la Juventus che nel 1984 chiama Max alla sua corte. Intanto Briaschi è diventato titolare della Nazionale Olimpica che a Los Angeles conquista un 4° posto di assoluto prestigio (e, certamente, il piazzamento avrebbe potuto essere migliore se l’avventura olimpica fosse stata intesa da tutta la squadra azzurra con uno spirito meno turistico). Così Briaschi a causa degli impegni azzurri arriva alla Juve a preparazione già iniziata. Ricordo di essere stato tra i primi a intervistarlo e ancora mi viene in mente quella sua concreta umiltà, che subito lo fece apprezzare da Trapattoni e dai compagni. Diceva, infatti, Massimo: «Vada come vada. Alla Juve sono per imparare e soprattutto sono convinto di essere arrivato al top della mia professione». Molti, come detto, gli infortuni: addirittura a Bruxelles, contro il Liverpool, gioca con un ginocchio che in altri momenti sarebbe immediatamente da operare. Ma Briaschi stringe i denti e scende in campo. Così avviene in tante altre occasioni. Il rendimento, inizialmente scintillante, cala sempre di più. Briaschi conosce la panchina, la accetta in silenzio e con disciplina. Quando scende in campo, ormai, il pubblico accompagna ogni sua giocata con un boato di disapprovazione. Il giocattolo si è rotto. È tempo di andare via, anche perché la Juve cerca ed ha cercato altre strade in attacco. Per Briaschi di nuovo illusioni e molta, cruda e spietata, realtà. NICOLA CALZARETTA, “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO-AGOSTO 2011 Massimo Briaschi oggi ha 53 anni e di mestiere fa l’agente di calciatori. Il nazionale del Napoli Christian Maggio e la giovanissima promessa Amidu Salifu della Fiorentina sono i suoi fiori all’occhiello. Vicentino di nascita e di formazione calcistica, Briaschi nel 1984 fu acquistato dalla Juventus in cerca di una seconda punta da affiancare a Paolo Rossi. Piccolo, guizzante e rapidissimo nel breve, Massimo ha scritto pagine importanti in maglia bianconera. Non solo gol per Briaschi, ma anche sponde vincenti e assist decisivi. Tre stagioni a Torino, uno scudetto, la Supercoppa Europea, la Coppa Campioni e la prima Intercontinentale a Tokyo. 84 le presenze complessive e 29 i gol, tre dei quali alla sua prima partita ufficiale con la Juventus, il 22 agosto 1984, contro il Palermo in Coppa Italia. Una partenza boom. – Che ricordo conservi di quell’eccezionale debutto? «Una grande tensione fino a un minuto prima dell’inizio. Sai, era la mia prima volta al Comunale. Giocavo nella squadra più importante al mondo. Non ero abituato a certe emozioni, in fondo venivo dalla provincia. E non ero un grandissimo». – Insomma sentivi di dover dimostrare qualcosa al pubblico. «In un certo senso sì, anche se venivo da due stagioni molto positive con il Genoa e il mio nome era conosciuto. Ma sai, alla Juve era un altro mondo». – A proposito, com’è nato il tuo passaggio in bianconero? «La storia è stata un po’ rocambolesca. Mi volevano diverse squadre. Il Genoa aveva chiuso con la Lazio, ma dissi di no, rinunciando a molti soldi. A un certo punto arrivò anche una proposta del Torino, che rifiutai. Nel frattempo, per mia fortuna, saltò l’affare tra la Juventus e Giordano». – Come hai saputo del trasferimento a Torino? «Ero in vacanza a Ischia con la famiglia. Mi chiama il presidente del Genoa. “È fatta, stai tranquillo”. Ma ormai io non ci credevo più. Ero convinto che sarei rimasto a Genova. E mi rodeva. Poi all’improvviso, ecco la telefonata di Boniperti. All’inizio pensai a uno scherzo. Ricordo che gli dissi: “Sono a mille chilometri di distanza, ma se vuole parto anche adesso a piedi!”. A 26 anni coronavo il mio sogno di indossare la maglia della squadra per cui tifavo». – Il primo impatto con Boniperti? «È avvenuto due giorni dopo la telefonata. Prima di andare da lui, su consiglio del direttore sportivo Francesco Morini, ero passato dal parrucchiere per dare una spuntatina ai capelli. Ma non bastò: la prima cosa che mi disse fu di tornare dal barbiere». – E la seconda? «Aggiunse: “Ricordati che qui alla Juve se arrivi secondo hai perso”. Poi, tempo quattro minuti, ho firmato il contratto. Ero al settimo cielo, anche se c’era una cosa che mi tormentava. Ero tra i convocati della Nazionale Olimpica per i giochi di Los Angeles, ma sinceramente io non ci sarei voluto andare. Fu Trapattoni a togliermi ogni dubbio. Mi parlò della sua esperienza nel 1960 e, soprattutto, mi tranquillizzò dicendomi che per lui ero uno dei titolari e che non avrei dovuto temere nulla». – Un attestato di fiducia fondamentale per un nuovo acquisto. «Devo dire che alla Juve mi sono sentito subito uno di casa. I compagni sono stati fantastici, specialmente i big». – Bene, possiamo tornare a quel 22 agosto 1984: tre gol in meno di un’ora e l’esame pubblico è superato a pieni voti. «È andata benissimo. Ricordo che per ben due volte sono finito anch’io dentro la rete insieme al pallone. Una serata fantastica, anche se giocare in quella squadra lì per un attaccante era facile. Con gente come Platini, Boniek, Tardelli, Scirea, bastava sapersi smarcare che, prima o poi, la palla giusta ti arrivava». – Hai qualche ricordo personale di Platini? «La cosa più bella successe quella volta che mi prestò la sua Ferrari. Era una domenica ed io ero squalificato. Ho sempre avuto la passione per le automobili e chiesi a Michel di prestarmi la Rossa per andare a Milano a vedere una partita. Mi disse, vai a casa mia, suona e dì a mia moglie di darti le chiavi. A parte il fatto che non aveva detto niente a sua moglie, la cosa triste fu che venne giù un acquazzone terribile. Feci Torino-Milano a 45 chilometri all’ora. Con la Ferrari di Michel». – Tre anni di Juve: molte vittorie, ma anche momenti dolorosi, come l’infortunio al ginocchio contro il Bordeaux. «L’entrata di Girard fu cattiva. E pensare che pochi minuti prima il Trap mi aveva chiesto di uscire. Il ginocchio non si gonfiò subito, giocai anche la domenica successiva. Poi più niente fino alla finale dell’Heysel». – Già l’Heysel: una serata maledetta. «E pensa che io pur di giocare feci 7-8 infiltrazioni. Comunque vorrei chiarire due cose: la prima è che noi abbiamo saputo in albergo la vera entità di quello che era accaduto. La seconda è che siamo usciti con la coppa e siamo andati verso i tifosi, per motivi di sicurezza ci era stato detto di andare sotto la curva». – Nel 1987 dici addio alla Juve e pochi anni dopo chiudi la carriera, hai qualche rimpianto? «L’infortunio che mi ha tagliato le gambe, fino a quel momento ero uno dei titolari della Juve. Altro rimpianto è non aver indossato la maglia della Nazionale maggiore. Davanti a me in quegli anni c’era Galderisi. Ci sarei potuto stare anch’io». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/massimo-briaschi.html#more
  10. MASSIMO BRIASCHI https://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Briaschi Nazione: Italia Luogo di nascita: Lugo di Vicenza (Vicenza) Data di nascita: 12.05.1958 Ruolo: Attaccante Altezza: 175 cm Peso: 69 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1984 al 1987 Esordio: 22.08.1984 - Coppa Italia - Juventus-Palermo 6-0 Ultima partita: 17.05.1987 - Serie A - Juventus-Brescia 3-2 84 presenze - 29 reti 1 scudetto 1 coppa dei campioni 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Massimo Briaschi (Lugo di Vicenza, 12 maggio 1958) è un procuratore sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante o centrocampista. Massimo Briaschi Briaschi in azione alla Juventus nel 1984 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 69 kg Calcio Ruolo Attaccante, centrocampista Termine carriera 1990 Carriera Giovanili 19??-1975 Lanerossi Vicenza Squadre di club 1975-1979 Lanerossi Vicenza 30 (1) 1979-1980 Cagliari 7 (1) 1980-1981 Lanerossi Vicenza 40 (11) 1981-1984 Genoa 80 (29) 1984-1987 Juventus 84 (29) 1987-1989 Genoa 42 (5) 1989-1990 Prato 18 (0) 1990 North York Rockets 16 (5) Nazionale 1978-1979 Italia U-21 4 (0) 1983-1984 Italia olimpica 2+ (0+) Biografia È fratello maggiore del calciatore Alberto. Caratteristiche tecniche Mancino naturale, venne impiegato con profitto da classico centravanti, al centro della manovra d'attacco, e da seconda punta o ala. Giocatore dal grande spirito di sacrificio, è ricordato come un attaccante di fascia molto completo, veloce e opportunista in area, dotato nel tiro. Di corporatura proporzionata, adatta allo scatto sul breve e alla corsa sul lungo, nonostante la non eccellente altezza fu avvezzo al gioco aereo. Carriera Club L.R. Vicenza, Genoa Briaschi al L.R. Vicenza nel 1978, in azione contro il Dukla Praga cui segnò la sua prima rete nelle coppe europee. Crebbe nelle giovanili del Lanerossi Vicenza con cui debuttò da professionista nella stagione 1975-1976, in Serie B, disputando 4 gare nei due successivi campionati. Nella stagione 1977-1978 fece parte delle seconde linee del cosiddetto Real Vicenza di Paolo Rossi e Gibì Fabbri secondo classificato in Serie A, tuttora il miglior piazzamento di una neopromossa nel massimo campionato italiano. L'anno successivo trovò maggiore spazio nella squadra berica, iniziando a guadagnarsi il soprannome di Nuovo Rossi e segnando 1 gol, in Coppa UEFA, ai cecoslovacchi del Dukla Praga: fu la sua prima marcatura, e del Lanerossi, in competizioni confederali. Dopo la stagione da riserva in prestito al Cagliari, nell'annata 1980-1981 tornò a Vicenza dove realizzò 11 gol in Serie B, tuttavia inutili, a fine stagione, a evitare la retrocessione della squadra in Serie C1. Nel campionato successivo, dopo poche gare coi veneti, tornò in Serie A passando al Genoa con cui segnò 8 reti nel campionato 1981-1982. Briaschi (a destra) al Genoa nel 1983, alle prese col viola Contratto. Giocò altre due stagioni in Liguria siglando in totale 29 reti, di cui 12 nella stagione 1983-1984 conclusa con la retrocessione in Serie B. In precedenza, il 15 maggio 1983 segnò alla Juventus, l'ultimo gol subìto nel campionato italiano da Dino Zoff. Juventus, ultimi anni Il suo ruolino sottoporta a Genova attirò l'interesse della Juventus di Giovanni Trapattoni, che lo prelevò nell'estate 1984 per affiancarlo in attacco all'ex compagno di squadra a Vicenza, Paolo Rossi. A Torino non patì l'impatto con l'ambiente di una big, segnando all'esordio in bianconero una tripletta al Palermo nella sfida casalinga di Coppa Italia del 22 agosto. Utilizzato da seconda punta, nell'annata 1984-1985 ripeté le 12 marcature della precedente stagione a Genova, contribuendo attivamente in campo europeo alla vittoria di Supercoppa UEFA, in cui servì a Zbigniew Boniek gli assist per la doppietta del polacco al Liverpool, e Coppa dei Campioni, grazie alle reti siglate agli svizzeri del Grasshoppers, ai cecoslovacchi dello Sparta Praga — «il gol che ancora adesso ricordo con più piacere, anche se non era il più bello in assoluto» — e, nella semifinale di andata, ai francesi del Bordeaux. Briaschi in bianconero nel 1986, in lotta con il madrileno Valdano in una sfida di Coppa dei Campioni. Il 24 aprile 1985, nel retour match d'oltralpe contro i girondini, uno scontro di gioco a centrocampo gli lesionò legamento crociato e capsula articolare: un infortunio «che mi ha tagliato le gambe, fino a quel momento ero uno dei titolari della Juve». Nella parte conclusiva della stagione, scese comunque in campo dal 1' nella finale di Coppa dei Campioni a Bruxelles, ancora contro i Reds — «pur di giocare feci sette-otto infiltrazioni» —, nella tragica notte dell'Heysel, prima di sottoporsi a Saint-Étienne all'inevitable intervento chirurgico. L'annata successiva, a dicembre subentrò a gara in corso nella vittoriosa Coppa Intercontinentale a Tokyo contro i sudamericani dell'Argentinos Juniors, e alla fine del campionato 1985-1986 conquistò in maglia juventina l'unico titolo italiano in carriera, segnalandosi nell'occasione per la rifinitura che valse il gol-scudetto di Michael Laudrup nella vittoria interna sul Milan, a un turno dalla fine; alle prese coi postumi dell'infortunio, nonché con gli arrivi in Piemonte del succitato Laudrup e di Aldo Serena, andò tuttavia sempre più spesso in panchina. Alla fine del suo terzo anno a Torino, vedendosi definitivamente precluso uno spazio da titolare e perso l'appoggio della tifoseria bianconera, decise di tornare al Genoa. Dopo due stagioni in Serie B coi rossoblù, nella seconda delle quali partecipò al ritorno dei liguri in massima categoria, a dicembre 1989 passò al Prato, in Serie C1, dove non segnò nessun gol. Anziché scendere ulteriormente di categoria, chiuse la carriera nel 1990, a 31 anni, ritirandosi dopo una breve esperienza nella Canadian Soccer League con i North York Rockets. Nazionale Briaschi (a destra) in azione con la maglia della nazionale olimpica nel 1983; dietro di lui, Iorio. Nel biennio 1978-1979 ottenne 4 presenze nell'Italia Under-21, con cui esordì il 28 dicembre 1978 in trasferta contro i pari età della Spagna. Nell'estate 1984 venne selezionato da Enzo Bearzot per la rosa dell'Italia olimpica quarta classificata ai Giochi di Los Angeles 1984; qui scese in campo in 2 occasioni, nella sfida della fase a gironi contro la Costa Rica, e nella finale per la medaglia di bronzo contro la Jugoslavia, entrambe perse dagli azzurri. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 2 - L.R. Vicenza: 1976-1977 - Genoa: 1988-1989 Coppa Italia Serie C: 1 - L.R. Vicenza: 1981-1982 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1985-1986 Competizioni internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985
  11. MASSIMILIANO ZAZZETTA Nazione: Italia Luogo di nascita: San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) Data di nascita: 10.10.1979 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1997 al 1998 0 presenze - 0 reti
  12. NICOLA ZANONE ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 1975 Ed eccomi alla terza puntata delle interviste con i giovani che fanno parte della squadra della «Primavera». Oggi sono di turno Sergio Brio, nato a Lecce il 19 agosto 1956, Nicola Zanone, biellese, nato il 22 giugno 1956, e Paolino Rossi, toscano dl Prato, dove è nato, sempre nel ‘56, il 23 settembre. Il primo, da poco acquistato dalla Società pugliese, gioca nel ruolo di stopper, mentre Zanone e Rossi sono attaccanti. Il primo centravanti-goleador, il secondo guizzante ala destra. Prima di addentrarmi nel labirinto delle domande-risposte, ecco un breve profilo della triade. Cominciamo da Zenone, che mi sembra senza dubbio il più timido dei tre, molto riservato, da classico piemontese di antico stampo, cioè dl poche parole ma di intelligenza acutissima: Nicola tiene tutto, o almeno gran parte di ciò che pensa, dentro di se, difficilmente esterna per intero il proprio pensiero, le proprie idee: senza dubbio una buona componente è dovuta a una certa timidezza di carattere, e un’altra fetta, sia pure più piccola, va attribuita, almeno secondo me, a una velata diffidenza, che si sgela soltanto dopo le prime domande. Le repliche, comunque, sono sempre brevissima, lapidarie, se pure sempre assai precise e intelligenti. Sergio Brio, uno stangone simpaticissimo, appena arrivato da Lecce e subito inserito nei ranghi bianconeri: avesse avuto il passaporto sarebbe stato aggregato alla comitiva juventina che, pur perdendo, passò il turno ad Amsterdam contro l’Aiax. Mi sembra che si diverta un mondo a questa intervista, sollecita la domanda e risponde a modo, sviscerando quasi sempre il suo pensiero: dimostra di avere idee chiarissime, pur nella sua giovane età, per cui è assai piacevole conversare con lui: è inoltre assai schietto, e lo dimostra un paio di volte, allorché si dichiara «non d’accordo» con l’intervistatore: ragazzo cioè di forte carattere, che ci ricorda un po’ il Causio prima maniera, quando, sentendosi in un determinato caso intimidito, reagisce quasi con furore, ribaltando così la situazione. Paolino Rossi, dalla facile parlata toscana, mi sta davanti con un sorriso buono ma con due occhi un po’ tristi: poverino, da un anno e mezzo la fortuna gli ha girato le spalle, direi anzi addirittura che lo ha abbandonato completamente: pensate, in questo breve lasso di tempo ha subito l’asportazione di ben tre menischi; che, nonostante il carattere e la determinazione, ne hanno logicamente affievolito (ma per poco crediamo), la gioia dei diciott’anni. Gli ricordo la teoria, mi sembra degli orientali, i quali sono contenti anche quando tutto sta andando male, sicuri che la ruota riprenderà presto a girare dalla giusta parte, secondo le leggi della vita. «Speriamo abbiano ragione» mi risponde Paolino, «perché una mala sorte così un po’ durare». In bocca al lupo, ragazzo. Dal veloce quadretto schizzato in queste poche righe, avrete già capito che si tratta di tre giovani con la testa sul collo, e potrete rendervene conto di persona dalle risposte che verranno: tre ragazzi insomma molto forti sul campo di gioco, ma altrettanto ferrati nella battaglia della vita, dove dimostrano di avere idee chiare e ben precise e dove, facciamo gli scongiuri, si troveranno ugualmente a sfondare qualora trovassero difficoltà insormontabili nel calcio. Ma eccoci all’intervista... cumulativa: – Anzitutto ditemi quali sono i sacrifici maggiori per dei ragazzi di diciott’anni che hanno scelto il calcio come professione. ZANONE: Non parlerei di sacrifici, o almeno sono così minimi che quasi non me ne accorgo voglio dire cioè che, anche se non avessi intrapreso questa attività, la mia vita trascorrerebbe sugli stessi binari. BRIO: Logicamente appartenere al calcio vuole automaticamente dire vita moderata, applicazione continua, volontà ferrea negli allenamenti: tutte cose per le quali occorre qualche sacrificio, ma non direi che bisogna essere un santo per fare il calciatore, voglio dire cioè che qualunque mestiere si scelga comporta dei sacrifici; l’importante è avere ben definito davanti uno scopo: una volta individuata questa meta tutto diventa facile, e ogni sacrificio si trasforma non dico in un diletto, ma nemmeno in un calvario. ROSSI: Il sacrificio maggiore e per me la lontananza da casa; poi il fatto di non avere molto tempo libero: sono iscritto alla terza ragioneria, e fra le ore scolastiche e trascorse alla scuola, quelle destinale allo svago (considerato che devo anche studiare), si riducono al lumicino. – C’è un giocatore al quale vi siete ispirati, e ai quale vorreste somigliare? BRIO: Nessuno: seguo tutti, negli exploits come negli errori, e cerco di imparare, prendendo, come si dice, un po’ di buon polline da ogni fiore. ROSSI: Beh, un calciatore esiste, per il quale da giovanissimo ho fatto pazzie, e del quale, sia pure in sedicesimo, mi sembra di avere qualche caratteristica, e cioè il grande Garrincha; certo che per arrivare soltanto alla sua cintola ne devo ancora mangiare di pagnotte! ZANONE: Anche per me, come per Brio, non c’è nessuno in particolare al quale mi stia ispirando; per fare un nome, un grosso nome, diciamo Altafini, che fa delle cose stupende con una facilità straordinaria, quella cioè che si chiama classe. – I vostri genitori, all’inizio della carriera, erano d’accordo con le vostre aspirazioni? ROSSI: Mia madre non era molto favorevole, soprattutto al pensiero di avermi lontano per tanto tempo, poi si è piegata alla mia volontà, ma la battaglia è stata dura. Devo dire però una cosa, che se ne avesse fatto una questione di vita o di morte, anche se a malincuore avrei rinunciato al calcio. ZANONE: Mio padre è stato subito contentissimo, anche se un pochino preoccupato per via che, logicamente, avrei dovuto trascurare gli studi. BRIO: I miei hanno accettato volentieri, anche di più ora che sono in una grossa squadra come la Juve; io però amo così tanto il calcio, che avrei fatto la mia strada anche a costo di litigare. Ma è stato meglio così: d`amore e d’accordo si vive meglio. – Dovreste elencarmi i vostri pregi calcistici, e poi i difetti che vi riconoscete. BRIO: Sono ancora esageratamente irruento, faccio cioè troppi falli quando debbo affrontare l’uomo col pallone, ma tutto questo migliorerà senza dubbio con l’esperienza; fra i pregi, in primis la statura, che mi consente una buona elevazione anche da fermo, poi i contrasti e i colpi di testa; comunque bisognerebbe chiederli ai miei istruttori. ZANONE: Il mio difetto maggiore è la grinta; non sempre la butto nella battaglia come dovrei, fra i pregi diciamo il fiuto del gol, un discreto dribbling e una certa tecnica. ROSSI: Forse sono un po’ carente nel fisico; per il resto mi difendo bene, ho un buon scatto in velocità e in progressione; sono un buon goleador e anche abbastanza altruista. – Al momento attuale siete tutti e tre titolari della «Primavera», che è il serbatoio naturale della prima squadra; quali sono oggi le vostre aspirazioni? BRIO: Per il momento sono contentissimo così, anche perché sono della «rosa» di prima squadra e ho addirittura debuttato, sia pure in incontro amichevole, con la maglia juventina sulle spalle. L’importante per ora è di mantenere le posizioni e avere la completa fiducia del mio allenatore; logico che per l’avvenire abbia traguardi più ampi, ma per adesso, ripeto, sono già soddisfatto. ROSSI: Ora sono appena guarito dal mio ultimo menisco, e perciò già contento di avere ripreso a giocare; per il prossimo anno si vedrà; a me farebbe enorme piacere essere riconfermato, come pure non mi dispiacerebbe essere prestato a qualche squadra e potere giocare in continuità. ZANONE: Anch’io per il momento non ho problemi; cerco di dare il meglio di me stesso, in attesa di migliorare. – Affinché si possa trarre dal vostro gioco una maggiore resa, per voi occorre un allenatore che vi tratti con i guanti, oppure con gli scapaccioni? ZANONE: Farei una distinzione: in allenamento preferisco un trainer duro, quello che, con le buone oppure con le cattive, spreme da me tutto quanto c`è di buono; ma nello stesso tempo, fuori del campo, che sia un buon padre, che spieghi con le buone maniere cosa pretende da me, dove ho sbagliato, dove posso migliorarmi. BRIO: Fin da piccolo, a Lecce, sono stato abituato dal mio allenatore Adamo al bastone; è uno che fa filare tutti come dei soldati, e infatti dal settore giovanile leccese sono nati autentici campioni, fra cui l’amico Causio; io mi sono trovato bene, e modestamente i frutti si vedono. Comunque un po’ di savoir-faire non guasta. ROSSI: Per me l’importante è che l’allenatore abbia personalità, che cioè non stia indifferente, questo mi darebbe tremendamente fastidio; certo che trovare uno che ti carica è senza dubbio un grosso vantaggio. – Passiamo ora ad alcune domande più... leggere. Parliamo di cine, di TV, di libri, di musica. ROSSI: Mi piacciono molto i film drammatici, e fra gli attori che preferisco citerei Dustin Hoffman e Katrine Rose, quella del «Laureato». Vedo poco la televisione perché le ore serali le passo davanti a un libro di scuola. Come letture diciamo il mio conterraneo Pratolini. ZANONE: Fra gli attori Franco Nero e Marlon Brando. Attrici: Catherine Deneuve. BRIO: Fra i miei preferiti vi sono i film polizieschi; come attore uno dei migliori è Alain Delon; l’attrice di cui non perdo un film è Laura Antonelli; leggo parecchio, specie giornali e libri che abbiano come argomento la storia. – Ragazzi, se un giorno vi accorgeste che, malauguratamente, non siete riusciti a sfondare nel mondo del calcio, quale sarebbe la vostra reazione? ROSSI: Perla mia grande passione non mi allontanerei mai dal calcio, anche se, logicamente, mi sceglierei un altro mestiere, magari tipo bancario o un negozio di articoli sportivi. ZANONE: Anch’io starei nel giro calcistico, magari in qualche squadretta tanto per giocare la domenica, ma una cosa così, senza impegno. BRIO: Logicamente cambierei lavoro; è per questo che, non si sa mai, se non dovessi sfondare riprenderei gli studi. – Un vostro pensiero sugli anziani, in tutti i mestieri. ZANONE: Indubbiamente bisogna sempre ascoltarli, in quanto c’è sempre qualcosa da imparare, però non è proprio detto che non sbaglino mai. Una cosa saggia, anche se è difficile da concretizzare, sarebbe di prendere da loro solo quello che c’è di buono. ROSSI: L’esperienza conta veramente tanto, per cui spesse volte la vicinanza di queste persone non può portare che bene. Certo che il calcio moderno si differenzia molto da quello di tanti anni fa, per cui anche i cosiddetti «soloni» possono sbagliare. BRIO: D’accordissimo: saper scegliere il meglio nel buono che c’è fra i «matusa». – Cosa pensate di queste cosiddette «contestazioni», che adesso vanno così di moda? BRIO: Qualche volta servono; altre, come spesso succede fra quelle studentesche, lo scopo principale è quello di... marinare la scuola. ROSSI: Chi anima e capeggia queste contestazioni è interessato alla cosa, e forse può anche aver ragione, gli altri sono soltanto dei pecoroni. ZANONE: Soltanto pochissimi le fanno seriamente. – Come ho già chiesto ai vostri compagni nelle precedenti interviste, vorrei conoscere da voi quanta percentuale ha la fortuna nella carriera di un giocatore. ZANONE: Indubbiamente la fortuna non basta, occorre avere doti ben precise e soprattutto impegnarsi, lavorare, sudare; è per questo che non assegnerei alla dea bendata più del venti per cento. BRIO: Giusto quello che ha detto Zanone, però io aggiungerei qualcosa alla fortuna, e porterei la percentuale al 30. ROSSI: Bisogna sfruttare il momento buono, ma logicamente se non hai le doti non c’è nulla da fare: puoi essere magari fortunato di entrare in campo al posto di un tuo compagno infortunato, ma se poi non sai farti valere, questa «mano esterna» conta poco. – Cosa chiedete al calcio come vostro avvenire? ROSSI: All’inizio un po’ di popolarità, poi un buon guadagno per la sicurezza economica mia e dei miei cari. BRIO: Per ora non chiedo nessun guadagno; l’importante, come già ho detto prima, è dimostrare di saper valere, poi si vedrà; cioè chiedere dopo aver dato. ZANONE: Per il momento tante soddisfazioni, per l’avvenire vedremo. – Un’ultimissima cosa: cambiereste alcune regole del calcio, come il fuori-gioco, oppure le espulsioni a tempo, o le porte più larghe, e così via? IN CORO: No, il calcio è bello così, è sempre stato così, non cambiamolo! 〰.〰.〰 Al contrario dei compagni di intervista, il buon Zanone non avrà mai l’onore di indossare la casacca bianconera della prima squadra. Ma la sua carriera sarà comunque ricca di soddisfazioni, riuscendo a giocare in piazze prestigiose come Empoli, Genova (sponda Samp), Udinese, Perugia, Pescara e, soprattutto, Vicenza, dove tornerà a giocare a fianco di Pablito. Proprio la sua grande amicizia con Paolino, lo porta a raccontare un curioso episodio: «Ricordo un particolare legato all’82, quando divenne Campione del Mondo ed io ero alla Samp. All’epoca era sposato con Simonetta e lei si trovava qui in Versilia. Guardavamo le partite del Mondiale che per lui era iniziato in modo negativo. Ci telefonava quasi tutti i giorni e lui con la sua simpatia e sincerità disse: “Se continua così, le vacanze bisogna farle di nascosto da qualche parte”. E invece poi Paolo ebbe una trasformazione e fu protagonista assoluto. Diventò difficile trovare un posto tranquillo per lui che era riconosciuto ovunque, era famosissimo dappertutto. Io, come dicevo, giocavo nella Samp e il Presidente Mantovani un giorno mi chiamò invitandomi con Paolo a Cap d’Antibes dove aveva una sua residenza, mi disse che lì avremmo potuto fare una vacanza serena e tranquilla. Andammo in Costa Azzurra e fu un periodo molto bello. Paolo continuava a essere sempre disponibile, speciale e semplice. Ricordo anche che un giorno uscimmo dalla villa per fare un giro nel centro: passeggiando, Paolo trovava persone che lo riconoscevamo ma ci fu anche un episodio davvero curioso. Ci fermarono due belle ragazze che ci chiesero un’informazione. Erano straniere e dissero: “Ma voi siete italiani? Ah voi siete Campioni del Mondo, con Paolo Rossi…”. Ce lo avevano davanti, ma non lo avevano riconosciuto. E Paolo poco dopo se ne uscì con una delle sue battute: “Per una volta che avrei voluto mi riconoscessero, non mi hanno riconosciuto”, disse scherzando». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/03/nicola-zanone.html#more
  13. NICOLA ZANONE https://it.wikipedia.org/wiki/Nicola_Zanone Nazione: Italia Luogo di nascita: Biella Data di nascita: 22.06.1956 Ruolo: Attaccante Altezza: 183 cm Peso: 77 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1973 al 1975 Esordio: 11.06.1974 - Amichevole - Umbertide-Juventus 0-6 0 presenze - 0 reti Nicola Zanone (Biella, 22 giugno 1956) è un ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Nicola Zanone Zanone (a destra) alla Sampdoria nel 1984, accanto al catanese Mosti. Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1993 Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1975 Juventus 0 (0) 1975-1976 Brindisi 3 (0) 1976 Varese 0 (0) 1976-1978 Empoli 62 (16) 1978-1980 Lanerossi Vicenza 32 (13) 1980-1981 Fiorentina 0 (0) 1980-1981 Udinese 24 (8) 1981-1984 Sampdoria 69 (13) 1984-1985 Perugia 23 (3) 1985-1987 Udinese 23 (2) 1987-1989 Pescara 12 (0) 1990-1991 Modena 6 (0) 1993 Montréal Impact 22 (4) Caratteristiche tecniche Attaccante dotato di ottima tecnica ma discontinuo nelle prestazioni, fu spesso frenato da problemi fisici quali la pubalgia. Carriera Proveniente dalle giovanili della Juventus, senza riuscire ad arrivare in prima squadra, ha militato in Serie A con le maglie di Lanerossi Vicenza (esordio in massima serie il 18 febbraio 1979 nel pareggio esterno contro il Napoli), Udinese (in due differenti periodi) Sampdoria e Pescara, totalizzando complessivamente 96 presenze e 15 reti, di cui 8 nella sola stagione 1980-1981 in cui risultò il miglior marcatore in campionato dell'Udinese. Ha inoltre totalizzato 114 presenze e 24 reti in Serie B con le maglie di Brindisi, L.R. Vicenza, Sampdoria, Perugia e Modena, conquistando la promozione in massima serie con il club genovese nella stagione 1981-1982. Ha chiuso la carriera militando per una stagione nella formazione canadese del Montréal Impact, allora militante nella American Professional Soccer League (APSL).
  14. NICOLA ZANINI https://it.wikipedia.org/wiki/Nicola_Zanini Nazione: Italia Luogo di nascita: Vicenza Data di nascita: 26.03.1974 Ruolo: Centrocampista Altezza: 181 cm Peso: 74 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1990 al 1992 Esordio: 10.02.1991 - Serie A - Juventus-Cesena 3-0 Ultima partita: 12.02.1992 - Coppa Italia - Juventus-Inter 1-0 2 presenze - 0 reti Nicola Zanini (Vicenza, 26 marzo 1974) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, allenatore della Luparense. Nicola Zanini Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Luparense Termine carriera 2010 - giocatore Carriera Giovanili 19??-1990 Lanerossi Vicenza Squadre di club 1990-1992 Juventus 2 (0) 1992-1993 Sampdoria 1 (0) 1993-1994 Mantova 20 (1) 1994-1995 Pistoiese 32 (11) 1995-1996 Verona 35 (7) 1996 Sampdoria 3 (0) 1996-1997 → Verona 26 (2) 1997 Sampdoria 3 (0) 1997-1999 Atalanta 42 (1) 1999-2001 Pescara 35 (8) 2001 Monza 17 (4) 2001-2002 Como 19 (4) 2002-2003 → Triestina 32 (7) 2003-2004 Napoli 36 (5) 2004-2005 Genoa 34 (5) 2005-2006 Ascoli 7 (0) 2006-2008 Vicenza 38 (1) 2008-2009 Albignasego 28 (7) 2009-2010 Treviso 3 (0) Carriera da allenatore 2010 Treviso 2014-2015 Real Vicenza Allievi Naz. 2015-2016 Vicenza Giov. Naz. 2016-2017 Vicenza Under-16 2017 Vicenza Berretti 2017-2018 Vicenza 2018 Vicenza 2018-2020 Este 2020- Luparense Carriera Giocatore Messosi in luce nelle giovanili del Lanerossi Vicenza, viene acquistato nell'estate 1990 dalla Juventus. Debutta in prima squadra a 16 anni, il 10 febbraio 1991 nella vittoria contro il Cesena. Rimasto nella primavera bianconera anche l'anno seguente, nel 1992-1993 approda alla Sampdoria di Roberto Mancini dove gioca solamente una partita, complice anche la giovane età. L'anno successivo approda in Serie C1 al Mantova dove disputa 20 gare segnando una rete. Nel 1994-1995, sempre in C1, gioca nella Pistoiese e colleziona 32 presenze con 11 gol; passa poi in Serie B del Verona con cui disputa 35 partite con 7 gol all'attivo. Nel 1996-1997 fa ritorno alla Sampdoria, e dopo 3 presenze ritorna in prestito al Verona con cui gioca 26 gare e realizza 2 reti. Nel 1997-1998 torna nuovamente alla Sampdoria giocando 3 volte e ad ottobre viene ceduto all'Atalanta dove disputa 10 partite sempre in Serie A, squadra con cui viene retrocesso nella serie cadetta e con cui debutta anche la stagione seguente in Serie B, giocando 32 di partite con un gol. Dal 1999 al gennaio 2001 gioca una stagione e mezza nel Pescara, sempre trra i cadetti, con 23 presenze e 8 gol il primo anno e 12 presenze il secondo anno. Nel gennaio del 2001 passa al Monza dove colleziona 17 presenze con 4 reti. L'anno seguente cambia nuovamente squadra e passa al Como dove, grazie anche ai suoi 4 gol in 19 gare, contribuisce alla promozione nella massima serie. Zanini rimane però in Serie B, alla Triestina neopromossa, dove gioca 32 gare e 7 reti. Nell'estate 2003 torna inizialmente a Como dove però viene immediatamente ceduto al Napoli, con la cui maglia disputa 36 partite segnando 5 gol. Dopo il fallimento della società partenopea nella stagione 2004-2005 viene acquistato dal Genoa: impiegato nel ruolo di trequartista, con 34 presenze in campionato e 5 reti contribuisce alla promozione dei rossoblù in Serie A, poi vanificata per un illecito sportivo dei vertici societari. Nell'estate del 2005 torna in Serie A passando all'Ascoli, neopromosso proprio a discapito del Genoa; dopo 7 apparizioni in maglia bianconera, nel gennaio 2006 passa al Vicenza, dove con 17 presenze contribuisce alla salvezza della squadra vicentina. All'inizio della stagione 2006-2007 è inizialmente titolare, ma dopo l'esonero di Camolese e l'arrivo di Gregucci perde sempre più spazio, scendendo in campo in 20 occasioni. Anche nella stagione successiva gioca da "separato in casa", scendendo in campo in una sola occasione, tanto che nel luglio 2008 avviene la risoluzione del contratto. Nel settembre dello stesso anno viene ingaggiato dall'Albignasego. Nel settembre 2009 ricomincia dal campionato di Eccellenza con la maglia del rinato Treviso, dove esordisce il 20 settembre 2009 contro la Vigontina. Allenatore Dal 12 gennaio 2010 prende il posto di Giorgio Rumignani sulla panchina del Treviso. Esordisce proprio contro la Vigontina, nella prima giornata di ritorno, ottenendo il suo primo punto, e al termine della stagione ottiene anticipatamente la salvezza. Lascia la guida del Treviso il 30 giugno 2010, dopo la decisione, da parte della dirigenza, di scegliere come nuovo allenatore Diego Zanin. Per la stagione 2014-2015 allena gli Allievi Nazionali del Real Vicenza. Rimasto senza panchina, nella stagione 2015-2016 a stagione in corso viene incaricato come nuovo tecnico dei Giovanissimi Nazioni del Vicenza portando la squadra ad un traguardo storico raggiungendo le semifinali di categoria arrendendosi solo alla Roma. Confermato per la stagione 2016-2017 alla guida degli Allievi Nazionali Under-16 dei berici, la stagione successiva la società biancorossa gli affida la panchina della squadra Beretti. Il 21 novembre 2017 viene nominato allenatore della prima squadra; viene esonerato il 26 marzo 2018, dopo la sconfitta subita contro il Renate per 0-2, venendo sostituito da Franco Lerda. Il 10 maggio 2018 gli viene riaffidata la panchina biancorossa in occasione dei play-out contro il Santarcangelo, dove i berici prevalgono nel doppio confronto sui romagnoli e raggiungono la salvezza. Il 20 giugno 2018 si accorda con l'Este, in Serie D, dove rimane per il successivo biennio mantenendo in entrambi i campionati la categoria. Per la stagione 2020-2021 viene ingaggiato dalla Luparense, ancora in Serie D. Palmarès Giocatore Campionato italiano di Serie B: 1 - Como: 2001-2002
  15. Non é lo stesso video postato da Gnarro. Qui ci sono le drammatiche immagini dell'incidente di Imola. Nel 1994 Senna lascia la McLaren per trasferirsi proprio alla Williams campione del mondo in carica. Da quell'anno il regolamento vieta tutti i dispositivi elettronici (come le sospensioni attive e il controllo di trazione), un punto di forza della Williams nel 1992 (FW14B) e 1993 (FW15C). Con il nuovo regolamento, la Williams perde competitività. La monoposto progettata da Adrian Newey non è solo meno competitiva che in passato; è anche troppo stretta nella zona dell'abitacolo, e Senna fatica a calarvisi e di conseguenza fatica nella guida (lo stesso Senna, dopo le prime prove effettuate con la vettura, afferma: "Se mangio un panino non entro più in questa macchina"). La vettura è inoltre instabile e difficile da guidare, a causa dell'eliminazione dei dispositivi elettronici. Senna discute con il medico del circus, Sid Watkins, dopo l'incidente mortale di Roland Ratzenberger nelle qualifiche di Imola, 30 aprile 1994. Senna comincia i lavori di collaudo, ma servirebbe del tempo per risolvere tutti i problemi della vettura; è con questi presupposti che comincia il mondiale. Nelle prime due prove Senna conquista due pole position, però in gara colleziona due ritiri (le due gare sono vinte dal futuro campione Michael Schumacher). Anche nella terza prova del mondiale, il Gran Premio di San Marino, Senna conquista la pole position, la terza di fila, ma a caratterizzare la gara sarà ben altro. Le prove, cominciate in malo modo il venerdì con l'incidente di Rubens Barrichello alla variante bassa (senza gravi conseguenze)[87], e funestate il sabato dall'incidente mortale di Roland Ratzenberger alla curva Villeneuve, segneranno profondamente lo stato d'animo di Ayrton e lo porteranno a correre con la bandiera austriaca nella monoposto, pensando di sventolarla in caso di vittoria in segno di solidarietà (tale bandiera fu poi rinvenuta all'interno dei resti della Williams dopo l'incidente, intrisa del sangue del pilota brasiliano)[88]. Senna conduce la gara nel primo giro del Gran Premio di San Marino 1994, poco prima del drammatico epilogo. La corsa comincia con un incidente alla partenza tra JJ Lehto e Pedro Lamy, in cui i rottami delle vetture provocano il ferimento di alcuni spettatori. La safety car, entrata in pista a seguito dell'incidente, vi rimane fino alla fine del 5º giro. Dopo la ripartenza, durante il 7º giro, Senna esce di pista ad altissima velocità alla curva del Tamburello, a causa del cedimento del piantone dello sterzo[89], che era stato modificato per consentire la guida del mezzo in quanto le nocche del pilota toccavano l'abitacolo[90][91]. Sono le 14:17. Il piantone era stato modificato e allungato nella notte dopo le prove cronometrate, dopo che Senna aveva chiesto di migliorare la visibilità della strumentazione[92]. La saldatura manuale si mostra però insufficiente a reggere le sollecitazioni della gara[93], togliendo al pilota il controllo totale della vettura durante la percorrenza della curva. Secondo la perizia dell'Alenia, per conto della Williams, la saldatura non cedette, ma si ruppe il raccordo dello sterzo con i leveraggi delle ruote, ma questo solo dopo la collisione che avvenne per l'instabilità della vettura causata dal cattivo rifacimento del manto stradale. Senna infatti, praticamente passeggero di una vettura ingovernabile, poté solo frenare (come si vede anche dalle immagini riprese dalla videocamera montata sulla monoposto), ma non riuscì a evitare il muro a bordo pista. L'impatto fu tremendo, coinvolgendo la parte anteriore destra della monoposto, e fu reso ancora più letale da un gradino d'asfalto coperto d'erba all'ingresso della via di fuga, che fece sobbalzare la vettura facendole conservare la velocità. Il puntone della sospensione anteriore destra, spezzatosi, penetrò nella visiera del casco del pilota, dal bordo superiore[94]. Ciò causò lo sfondamento della regione temporale destra e provocò gravissime lesioni, che si riveleranno fatali. In seguito il pilota brasiliano perse oltre 3 litri di sangue e, dopo i primi soccorsi a bordo pista prestatigli dall'équipe medica guidata dal medico della FIA Sid Watkins, fu deciso di trasportarlo via elicottero all'Ospedale Maggiore di Bologna. Qui il pilota venne ricoverato nel reparto di rianimazione, dove si accertò che il danno più rilevante era il trauma cranico provocato proprio dal puntone della sospensione. Ogni sforzo per salvargli la vita fu vano e Senna spirò alle 18:40, all'età di 34 anni, senza aver mai ripreso conoscenza. Poche ore dopo, la magistratura italiana ordinò l'autopsia sul corpo del campione, nel quale non furono riscontrati altri danni fisici di particolare gravità. Ciò è spiegabile col fatto che l'angolo d'impatto, di soli 22º, aveva permesso una progressiva dissipazione dell'energia cinetica, prima contro il muretto e quindi nella sabbia. Analoghi incidenti ad alta velocità nello stesso punto, come quello di Nelson Piquet nel 1987, quello di Gerhard Berger nel 1989 o quello di Michele Alboreto nel 1991, si erano risolti senza particolari traumi da decelerazione al pilota. In punto di morte gli venne impartita l'estrema unzione da parte di un sacerdote cattolico. Dopo la morte[modifica | modifica wikitesto] Il DC-9 presidenziale che volò dall'aeroporto di Bologna a Parigi con a bordo il feretro di Senna; l'aereo è ora esposto al Parco e Museo di Volandia. In Brasile furono proclamati tre giorni di lutto nazionale, mentre, a seguito delle indagini sulla morte del brasiliano, il circuito di Imola fu posto sotto sequestro[95]. Il fotografo Angelo Orsi, collaboratore del settimanale Autosprint e amico di Ayrton, è stato l'unico a scattare una foto in cui è visibile il volto del pilota dopo i primissimi soccorsi successivi all'incidente. Tuttavia egli ha deciso di non pubblicare né mostrare a nessuno tale foto, decidendo subito di distruggerla una volta arrivato nella redazione di Autosprint[96]. Molte migliorie sono state successivamente apportate a livello tecnico, dopo che in un primo momento la Federazione aveva varato un piano d'emergenza per il prosieguo della stagione[97]. La tomba di Senna nel cimitero di Morumbi, con l'incisione: "Niente mi può separare dall'amore di Dio". Il rientro del corpo di Senna in Brasile, sollecitato dall'allora presidente della repubblica brasiliana al suo omologo italiano Oscar Luigi Scalfaro, avvenne con un volo sull'aereo presidenziale italiano sino a Parigi e da lì a San Paolo su un McDonnell Douglas MD-11 per conto della Varig, nel quale - per esplicita decisione del comandante dell'aereo - la bara non venne inserita in stiva ma in cabina, in uno spazio ricavato dalla rimozione di alcuni sedili passeggeri[98]. Durante il volo il giornalista Livio Oricchio - connazionale del pilota - e altri amici restarono sempre vicino al feretro[99]. Rimpatriata la salma di Senna, dopo i funerali di Stato[98] questa venne inumata nel cimitero di Morumbi, nella città natale di San Paolo il 5 maggio 1994. Sedici fra amici, rivali ed ex piloti lo accompagnarono al luogo della sepoltura: Emerson Fittipaldi, Christian Fittipaldi, Wilson Fittipaldi, Roberto Moreno, Rubens Barrichello, Raul Boesel, Maurizio Sandro Sala (rivale di Ayrton ai tempi dei kart), Alain Prost (che aveva seguito la gara di Imola come commentatore per TF1), Jackie Stewart, Johnny Herbert, Thierry Boutsen, Gerhard Berger, Michele Alboreto, Hans-Joachim Stuck, Derek Warwick e Damon Hill. Il 26 aprile 1997 fu eretto un monumento in memoria del pilota all'interno della curva del Tamburello (oggi trasformata in variante), pressappoco nel punto in cui Ayrton ebbe l'incidente mortale. La statua, alta circa due metri, è un corpo bronzeo che poggia su un prezioso basamento di marmo grigio e pesa quasi 380 chili. Commissionata dal Comune di Imola, proprietario dell'autodromo, e dalla Sagis, la società che all'epoca aveva in gestione l'impianto, l'opera è stata realizzata dallo scultore Stefano Pierotti di Pietrasanta (LU).
  16. MASSIMO MAURO «Settembre del 1984, mi telefona il presidente Viola e mi dice che vuole conoscermi. Pranzo a casa sua, il pomeriggio firmo un contratto di tre anni. Ma l’Udinese non sa niente e scoppia un casino inaudito. Nella trattativa si inserisce la Juve. Mazza mi chiama: “Qui c’è il contratto firmato con la Juve, se rifiuti vai dove vuoi”. E come si rifiuta la Juve? Incontro Boniperti e si informa sulla mia vita privata: capelli lunghi, fidanzata. Lo rassicuro e firmo. L’impatto con la Juventus è bellissimo. Trovo Cabrini, mio avversario diretto per cinque anni. Boniperti ci diceva: “Non mi interessa che siate amici, ma voglio che in campo vi rispettiate”. E se devo citare un esempio di serietà, di attaccamento alla maglia, di correttezza dico Brio e ovviamente Scirea». Massimo Mauro alla prima stagione nella Juventus vince subito scudetto e Coppa Intercontinentale. È uno dei protagonisti del rinnovamento, della squadra che doveva essere sperimentale e che con il suo lungo sprint e qualche affanno mette in cassaforte il ventiduesimo titolo italiano. Trapattoni a Talamone, il suo feudo vacanza, nel luglio 1985, dice: «Mauro sarà importante. Lo aspetto come uomo cross, ma anche come prezioso elemento di raccordo. Le sue doti di palleggio sono note ormai, con lui e gli altri faremo un buon lavoro». Mauro non arriva molto sul fondo a crossare, va detto, ma il lavoro di raccordo in questa Juventus che si è scoperta da sola, partita per partita, è via via più importante. Sulla destra della squadra, punto di riferimento costante, puntuale, importante, c’è sempre Mauro. Pronto a ricevere la palla, a difenderla, ad aspettare l’arrivo del compagno, a prendere tempo, a partire. Il fisico robusto lo rende non troppo veloce, ma alla carenza di sprint il bianconero supplisce con la padronanza del palleggio. I primi due anni sono molto positivi per Massimo, soprattutto il primo quando contribuisce con ottime prestazioni alla conquista dello scudetto e della Coppa Intercontinentale. Non segna tanto (solamente 7 reti nelle 150 partite disputate in bianconero), ma quasi tutti gol decisivi: come quello che spiana la strada al successo sulla Roma del 10 novembre ‘85 o la rete di apertura nella vittoria scudetto a Lecce dello stesso anno. Ancora il pareggio ad Avellino nella stagione successiva. «Preferivo l’assist al gol, anche perché quando mi avvicinavo alla porta questa si rimpiccioliva. Per questo mi veniva più facile mettere in condizione il mio compagno di tirare a rete. Quando sono arrivato a Torino mi hanno subito paragonato a Causio, ma io non avevo la velocità per essere un grandissimo in quel ruolo, avevo l’intelligenza per essere un buon giocatore». La sua intelligenza tattica e le sue doti tecniche lo rendono un elemento quasi indispensabile. Poi, il rendimento cala, anche a causa di qualche problema fisico di troppo. Viene impiegato spesso come centrocampista centrale, avendo perso quasi del tutto lo spunto per saltare l’uomo. LICIA GRANELLO, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 25 FEBBRAIO 1987 Massimo Mauro, o dell’equilibrio conquistato. Venticinque anni a maggio, calabrese, un padre perso quando ancora l’età adolescente richiede un modello sicuro, un traguardo ambitissimo – giocare nella Juventus – quando ancora la maggior parte dei suoi coetanei deve decidere del proprio futuro, Calciatore della nouvelle vague fra i più apprezzati per quel suo caracollare aggraziato sul campo, la palla trattata come un peluche delicato, i cross tesi ora tagliati, comunque assist godibili per i compagni dell’attacco. Eppure, come spesso succede per certi amori destinati a durare a lungo, l’inizio è meno travolgente di quanto sperato: così che l’avventura continua fra dubbi ed esaltazioni, fra riserve e certezze. Gianni Agnelli che sussurra all’orecchio di un illustre vicino di tribuna: «Non ho ancora capito di chi è questo Mauro». Trapattoni, neanche lui troppo incline alla bonarietà gratuita, che invece nei suoi confronti ha tutt’altra considerazione: «Quando è arrivato gli ho chiesto di sacrificarsi il più possibile, anche a costo di apparire meno bello di quanto sia in realtà. Avevo bisogno di un giocatore in grado di coprirmi una certa zona del campo, di portarmi avanti più palloni possibili, anche in condizioni tecniche e ambientali non ideali. Mi sembra che abbia risposto nel migliore dei modi a questo tipo di esigenza, e so che può ancora migliorare». Con Marchesi, l’esplosione. Mauro non si è mai preoccupato troppo degli ondeggiamenti di giudizio. Schivo ma non timido, Sa raccontarsi con straordinaria tranquillità, senza mai essere banale, senza mai nascondersi. Avvolto in una tuta morbida e coloratissima parla di sé e del pianeta calcio, senza falsi pudori. «La Juventus per me è stato il realizzarsi di un sogno, forse anche qualcosa di più. Intendiamoci: io non ero uno di quelli che l’amava particolarmente, era la squadra che vinceva sempre, tutto lì. Lo so, al sud molta gente tifa per la squadra locale e poi per la Juventus, credo dipenda dalla voglia che uno ha di contare rispetto al calcio. Sicuramente in una discussione fra amici essere della Juventus conta più che tifare Palermo. È un atteggiamento che non condivido molto, io penso che si debba tifare per la squadra di dove si è nati... Per parte mia mi piaceva il Catanzaro e un po’ simpatizzavo per l’Inter, quella delle grandi vittorie. Ma tifoso accanito no, se il Catanzaro vinceva ero contento ma niente di più. Mio padre invece era un tifoso juventino. È mancato nove anni fa. Quando c’era lui si stava bene, lavorava come magazziniere alla Renault. Piccola borghesia? No so, dipende da cosa uno pretende di avere nella vita per essere contento. Dopo la sua morte qualche periodo di difficoltà l’abbiamo avuto. Mio fratello giocava in C2, mia sorella lavorava in banca, insomma ce la siamo cavata. A Catanzaro non torno spesso, giusto per vedere mia sorella, che si è sposata ed è rimasta là. E neanche a Udine, dove mio fratello lavora come ingegnere chimico. Non sono uno che si affeziona molto ai posti». Il calciatore si piace. «Penso di aver fatto qualcosa in più di quello che dovevo. Dicono che non ho il dono della continuità. Io credo che giocare nei campionati, partita dopo partita, non sia possibile se l’allenatore pensa che tu sia uno da venti minuti a gara. Divertirmi col calcio? Il divertimento non è una cosa assoluta, può succederti in un certo periodo, con certi compagni, in una certa partita. Sicuramente ti diverti quando giochi da ragazzino. Ormai ci sono tali tensioni... Sono convinto che prima o poi il giocattolino scoppierà. Perché? Perché ci sono troppi giornali sportivi, perché il calcio non è più uno sport, non è più considerato un gioco da nessuno. L’Inghilterra, forse, è l’unico Paese che ci supera in quanto a violenza. Ma lì esistono dei presupposti diversi, sono le condizioni sociali a determinare il malcontento che si scarica nel calcio: anche la violenza è più facile da spiegare. Ma qui... Non capisco, non riesco a capire. Penso ai giornali sportivi: i quotidiani dovrebbero educare. Allora la colpa non è degli italiani, ma di chi li guida. Io nel calcio non ci sto stretto, ci sto e basta. Faccio il possibile per non aver rimorsi di coscienza. Io certe dichiarazioni non le faccio, ma se fossi un direttore, preferirei comunque non pubblicare certe cose, anche se mi costasse cinquantamila copie di vendita. Un buon direttore agirebbe così, a costo di censurare. Io alla stampa sportiva metterei il veto. Ognuno dice le cose che fanno più male, poi si fa il processo. Se non fosse per tutto il male che fa, sarebbe meglio di un film comico... Io una soluzione ce l’avrei. Potessi, darei un posto di lavoro a tutti e farei diventare il calcio uno sport dilettantistico. Lo so, lo so, è un sogno nel cassetto. Ma non ho solo quello: vorrei non farmi mai male e vincere ancora qualcosa con la Juventus’. Qualche giornalista direbbe che non voglio farmi male perché ho paura del dolore. Magari è anche vero, ma non c’entra niente con quello che uno fa in partita, mica lo stabilisci prima se ti fai male o no. Il mio modello – ghigno amaro – uffa, mi tocca inventarmene uno, come ho sempre fatto. Perché se dici che non hai neanche un modello ti guardano storto. Posso dire chi mi piaceva quando ero piccolo: Picchi e Burgnich, mi sembrava che ci mettessero qualcosa in più. Come nella Juventus Brio. Non so come fa: non ha una gran classe, eppure con lui non passa nessuno, ha una voglia, una grinta, per me è fortissimo. La Nazionale? Non ho un’idea ben precisa. Sono stato incluso nei probabili olimpici da Zoff. Io sono un ottimista, uno che sta bene, che è contento, non ho invidie e negli altri patisco solo le non verità. E non penso al domani: se ci penso mi vedo arbitro, bravo come Lanese. Oppure giornalista, ma a modo mio, senza un direttore, bravo come Gianni Mura o come Tony Capuozzo». Il secondo anno di Marchesi è un vero calvario, sia per Mauro che per la Juve: «Ho vissuto un anno davvero bruttissimo. Lo dico come giocatore della Juventus prima che come Massimo Mauro. Una stagione infelice, dove abbiamo fallito tutti i traguardi che ci eravamo prefissi all’inizio. E dove l’unico obbiettivo raggiunto (il posto in Coppa Uefa dopo lo spareggio col Torino ndr) è arrivato con una “coda” che non ci eravamo certo augurati. Poi c’è l’infelicità mia, personale. L’anno scorso andava tutto bene, l’allenatore mi stimava. Ero addirittura stato considerato il più bravo. Che cosa sia successo, proprio non lo so. Qualsiasi altro allenatore, con quella stagione alle spalle, non avrebbe creato problemi. E invece è successo qualcosa ed è cambiato tutto. Che cosa? Ah, chi lo sa... Non posso mica diventare scemo per cercare di interpretare il comportamento degli altri. Certo è che non ho passato dei mesi tranquilli. Sapevo di non essere diventato un brocco di colpo. Con l’Olimpica continuavo a giocare bene, anche molto bene. E a giocare male, molto male con la Juventus. Da fuori è facile dire: se sei bravo, fregatene di quello che pensa il mondo. Ma questa è retorica bella e buona. Sapere di non essere stimato dal tuo allenatore, e non capire il perché, beh, quando vai in campo non te lo dimentichi, ce l’hai sempre dentro. Comunque non ho fatto cose pazze. Ho avuto una sola reazione negativa, nella partita col Milan. E non sono certo andato a lamentarmi dal presidente Boniperti. Ma si sbaglia chi pensa che fosse una questione personale fra me e il tecnico. Direi che la situazione di malessere era generale. Perché abbiamo giocato spesso tanto male? È una domanda che mi sono fatto mille volte e, con me, i miei compagni di squadra. Non voglio certo dare tutte le colpe all’allenatore. Però il responsabile tecnico della squadra era lui... Diciamo intanto che non siamo mai riusciti a giocare con la stessa formazione per un periodo sufficiente. Ci sono state le squalifiche, gli infortuni. E decisioni varie sull’assetto della Juventus. Io ho sempre pensato che la vera forza stesse nel blocco. Undici-dodici giocatori, sempre gli stessi a reggere il peso della stagione. E invece, tutto è diventato troppo complicato, troppo faticoso. Quando esiste una situazione di disagio diffuso, ogni giustificazione è buona per spiegare o per tentare di farlo: gli allenamenti poco rigorosi, l’errata disposizione tattica. Tanto, hai l’impressione che comunque faccia, sei destinato a sbagliare. La mia opinione? La Juventus quest’anno non è stata guidata da grande squadra, ma come una formazione anonima. È vero, in qualche modo l’abbiamo rimediata. A fine stagione i giocatori importanti della squadra si sono messi a giocar bene. Ma è stato un caso, non puoi decidere prima quando e come farlo, naturalmente. Quando ho saputo che il nostro nuovo tecnico sarebbe stato Zoff sono stato contentissimo. La prima cosa che ho pensato è stata: mi allena uno che crede in me, nelle mie capacità. E la seconda è stata: finalmente si tornerà a vedere la Juve di sempre, quella che ho imparato a conoscere e stimare quand’ero ancora un ragazzino e poi quando sono arrivato a Torino. Quest’anno non era la vera Juve, era una squadra molle, una squadra che poteva perdere su tutti i campi, neanche faceva notizia quando succedeva. Incredibile. Io conoscevo una squadra che per giocarci contro e sperare di vincere dovevi fare il triplo e ancora non bastava... Perché tutti dicono: lo stile Juventus è la camicia con cravatta. Non hanno capito niente: stile Juventus vuol dire: duri a morire. E invece nell’ultimo campionato abbiamo perso delle partite in modo indecoroso, neppure noi capivamo come si potesse giocare così male, senza avere niente dentro. Da questo punto di vista, l’arrivo di Zoff rappresenta una garanzia. Sono sicuro che con lui certe giornate di vuoto assoluto non capiteranno più». VLADIMIRO CAMINITI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 1989 L’esterofilia che sembrerebbe privarci perfino del ragionamento, aveva, or non è molto, destinato Massimo Mauro, ovvero il Massimo dei pedatori quanto ad originalità, alla panchina. I tre fuoriclasse stranieri della squadra lo chiudevano, impedendogli non dico di respirare (infatti, continuava a essere molto dialettico nei dialoghi con i cronisti) ma di credere nel futuro. Nonostante il conforto del contratto, Mauro sembrava definitivamente fuori, escluso, depennato e via continuando. I fatti hanno dimostrato il contrario. Mauro ha riconquistato la maglia di titolare ed ha assunto in campo la posizione che oggi gli è più congeniale, di center half offensivo, di punto di riferimento. Chi vorrebbe paragonare Mauro, come tornante, a quel grandioso ineguagliato tornante che fu Causio, si troverebbe in minoranza; no, Mauro come tornante non ha eguagliato il maestro. È stato sicuramente eccezionale ma nella discontinuità, ha avuto momenti creativi propri del suo repertorio ma cadenza di scatto e potenza di cross fanno preferire Causio, che modellava la sua partita all’insegna di uno scoppiettante talento estroso. Il tornante Mauro riesce per parte sua a chiudere l’azione col cross da gol, ma più sporadicamente; e anela di conquistare zone centrali dalle quali sbrigliare il suo talento costruttivo. Ben conoscendolo, Dinosauro Zoff ha aspettato che il suo pupillo si scaldasse abbastanza in panchina, prima di rilanciarlo. E la Juve ha trovato un giocatore d’ordine dalle caratteristiche native che lo portano a meditare l’assist per riassumere in esso il massimo dell’intelligenza tattica. Intelligenza tattica e squisitezza tecnica di piede fanno di Mauro il quarto effettivo grande straniero dell’attacco, se così ci vogliamo esprimere; e sempre che la nostra esterofilia non ci chiuda gli occhi definitivamente, anche per l’anagrafe Mauro è destinato a rendere ancora grossissimi, luminosi servizi alla sua Juventus. Anche se arriveranno altri mostri stranieri in una Juve sempre più competitiva, come ha sottolineato anche l’Avvocato, andando verso il Novanta? Il problema è credere in giocatori come Mauro, imprescindibili da società come la Juventus. Con il destino di avere il massimo in tutto. Massimo lascia la Juventus nell’estate del 1989. Destinazione Napoli, dove incontrerà il terzo genio della sua carriera: dopo Zico («umiltà, ragionamento e classe, un modello di bravura e di dedizione, un giocatore universale»), Michel Platini («furbo e intelligente, un uomo squadra che creava il gruppo e lo rendeva unito») ecco Diego Armando Maradona («è stato il calcio e lo trasformava in poesia, nel teatro di ogni meraviglia possibile»). Persona molto intelligente, quello che ha dentro lo racconta a cuore aperto: «Non è un mondo facile, quello del calcio: ti stressa, ti violenta, ti impone gente che non conosci, cerca di importi giochi che non vorresti giocare, e devi stare attento, è facile sbagliare. Se gratti via la superficie è un mondo non più dorato ma difficile, ti devi difendere se ti piace giocare, fare carriera, divertirti in campo. Che poi, a pensarci bene, io mi divertirei solo con undici amici in piazza; alla domenica non sono spensierato, voglio vincere. Sono così, anche da bambino, giocavo alle biglie, spesso vincevo, quando non capitava diventavo una belva, non scherzo. Nel calcio italiano ti diverti se vinci, hai mille responsabilità addosso, se quando giochi pensi a troppe cose meglio starsene in spogliatoio: il segreto del calciatore è riuscire a isolarsi, per poi entrare dentro, e vincere, e basta. Mondo strano, dicevo, che ha molti lati negativi e molti positivi. La cosa più stupida sono le pagelle con i voti, ma le guardiamo tutti, io per primo, e magari ci rimaniamo male. C’è altro, sì c’è anche altro, a volte compagni che non capisco, a volte un po’ di malinconia. Ma fa parte del gioco, come fa parte del gioco questo giro di trattative, di voci. Io non mi sento carne da macello, se parlano di soldi e di quanto valgo: bene, se mi pagano tanto vorrà dire che guadagnerò di più, io sono entrato nel meccanismo, ho deciso di fare questo mestiere, chi si lamenta e non ama la parola mercato, perché non lo dice chiaro e non fa un’altra cosa?». Nel 1993, a soli trentuno anni, l’improvviso ritiro: «Avevo un problema serio alla schiena, me lo portavo dietro da quando ero bambino. Per fortuna sono sempre riuscito a nasconderlo, ma che mi impediva di giocare come volevo e potevo. Inoltre, mi ero accorto di essermi stancato dei ritiri e degli allenamenti. Se ho rimpianti? Quello di decidere di andare via dalla Juve. Ma un conto era giocarsi il posto con Platini e Vignola, un altro con Rui Barros, Zavarov e Magrin». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/massimo-mauro.html
  17. MASSIMO MAURO https://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Mauro Nazione: Italia Luogo di nascita: Catanzaro Data di nascita: 24.05.1962 Ruolo: Centrocampista Altezza: 179 cm Peso: 76 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1985 al 1989 Esordio: 21.08.1985 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 0-0 Ultima partita: 25.06.1989 - Serie A - Juventus-Verona 3-0 150 presenze - 7 reti 1 scudetto 1 coppa intercontinentale Massimo Mauro (Catanzaro, 24 maggio 1962) è un dirigente sportivo, ex calciatore, politico e commentatore sportivo italiano. Massimo Mauro Mauro alla Juventus nella stagione 1986-1987 Nazionalità Italia Altezza 179 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1993 Carriera Giovanili 1979 Catanzaro Squadre di club 1979-1982 Catanzaro 58 (1) 1982-1985 Udinese 83 (8) 1985-1989 Juventus 150 (7) 1989-1993 Napoli 64 (2) Nazionale 1980-1984 Italia U-21 17 (1) Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1984 Biografia Ha un fratello maggiore, Gregorio, anch'egli calciatore. È stato il fondatore, assieme a Gianluca Vialli, della Fondazione Vialli e Mauro per la Ricerca e lo Sport, una ONLUS impegnata soprattutto nella lotta contro la sclerosi laterale amiotrofica. Nel 2008, come Fondazione Vialli e Mauro, insieme a Fondazione Cariplo, Fondazione Telethon e AISLA dà vita ad AriSLA (Fondazione Italiana per la ricerca sulla SLA), di cui è membro del consiglio di amministrazione. Dal 2013 ricopre il ruolo di presidente di AISLA. Dal 2005 al 2018 è stato commentatore sportivo per Sky Sport; dal 2007 è giornalista pubblicista. Negli anni seguenti collabora prima con Rai 2 e poi con Mediaset. Dal 2013 collabora inoltre con il quotidiano la Repubblica, per conto del quale cura il blog calcistico Visti dall'ala. Al di fuori del calcio, ricopre la carica di consigliere del circolo di golf di Torino, Royal Park I Roveri. Carriera Giocatore Club Mauro in azione all'Udinese nella stagione 1983-1984 Cresciuto nel Catanzaro, ha esordito in Serie A il 27 aprile 1980, lanciato dall'allora tecnico dei calabresi Tarcisio Burgnich nella sconfitta casalinga contro il Milan (0-3). Sempre contro i rossoneri, il 1º novembre 1981 ha realizzato la sua prima rete nella massima serie, contribuendo al 3-0 con cui i calabresi hanno ribaltato la sconfitta di un anno e mezzo prima. In seguito ha vestito le maglie dell'Udinese dal 1982 al 1985, quindi della Juventus (con cui ha vinto una Coppa Intercontinentale e uno scudetto) fino al 1989, infine del Napoli (che lo acquista per 3 miliardi di lire) fino al 1993, con cui ha vinto nel 1990 un secondo scudetto e una Supercoppa italiana. Durante queste tre esperienze ha avuto modo di militare, rispettivamente, al fianco di fuoriclasse quali Zico, Michel Platini e Diego Armando Maradona; su ciò ha scritto con Luca Argentieri un libro autobiografico dal titolo Ho giocato con tre geni. Nazionale Tra il 1980 e il 1984 è sceso in campo per 17 volte con la nazionale Under-21, realizzando un gol contro la Spagna. Dirigente Una volta conclusa l'attività agonistica, dall'ottobre del 1997 al luglio del 1999 ha ricoperto la carica di presidente del Genoa. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1985-1986 - Napoli: 1989-1990 Supercoppa italiana: 1 - Napoli: 1990 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Politica Massimo Mauro Deputato della Repubblica Italiana Legislature XIII Coalizione L'Ulivo Circoscrizione Calabria Incarichi parlamentari Componente della 7ª Commissione permanente Cultura dal 28 luglio 1998 Sito istituzionale Dati generali Partito politico L'Ulivo Titolo di studio Diploma istituto tecnico commerciale Professione Giornalista pubblicista Nel 1996 è stato eletto in Calabria alla Camera dei deputati per le liste dell'Ulivo; si è in seguito iscritto al gruppo dei Democratici di Sinistra, ed è rimasto a Montecitorio fino al 2001. Nel maggio del 2006 si è candidato alle elezioni comunali di Torino ancora nelle liste dell'Ulivo, venendo eletto consigliere comunale. Dopo l'esperienza dell'Ulivo è entrato a far parte del Partito Democratico (PD). Alle elezioni europee del 2009 ha appoggiato il candidato del PD, Roberto Placido.
  18. MARIO BINDI Nazione: Italia Luogo di nascita: Pisa Data di nascita: 18.02.1934 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1952 al 1953 Esordio: 26.04.1953 - Amichevole - Alessandria-Juventus 1-4 0 presenze - 0 reti
  19. ELIO BINDA https://it.wikipedia.org/wiki/Elio_Binda Nazione: Italia Luogo di nascita: Cellina - Liggiuno (Varese) Data di nascita: 28.02.1929 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1949 al 1952 Esordio: 10.01.1952 - Amichevole - Juventus-Piemonte 3-2 Ultima partita: 22.05.1952 - Amichevole - Vogherese-Juventus 2-6 0 presenze - 0 reti Elio Binda (Cellina, 28 febbraio 1929) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Elio Binda Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Carriera Squadre di club 1947-1949 Parabiago 31+ (2+) 1949-1952 Juventus 0 (0) 1952-1953 Piombino 32 (4) 1953-1955 Lanerossi Vicenza 35 (1) 1955-1956 Mestrina 20 (0) 1956-1959 Treviso 71 (0) 1959-1960 Varese 0 (0) Caratteristiche tecniche Era un terzino destro. Carriera Nella stagione 1947-1948 è in rosa al Parabiago, primo classificato nel girone E del campionato di Serie C; rimane in squadra anche nella stagione 1948-1949, nella quale segna 2 gol in 31 partite di campionato. Nel 1949 passa alla Juventus: rimane in rosa con i bianconeri per tre anni, dal 1949 al 1952, senza mai giocare partite di campionato. Nell'estate del 1952 viene ceduto al Piombino, in Serie B; nel corso della stagione 1952-1953 gioca 32 partite nel campionato cadetto con i toscani, segnando anche 4 reti. Dopo un anno lascia i nerazzurri e va a giocare al Vicenza, con cui nella stagione 1953-1954 segna un gol (il 14 febbraio 1954 nella partita vinta per 1-0 contro il Padova) in 28 partite nel campionato di Serie B; viene riconfermato anche per la stagione successiva, nella quale disputa altre 7 partite di campionato con la squadra veneta. Nel 1955 dopo due anni lascia Vicenza e scende di categoria, accasandosi in Serie C alla Mestrina, squadra con la quale nella stagione 1955-1956 gioca 20 partite nel campionato di terza serie. Dopo un anno cambia nuovamente squadra, trasferendosi al Treviso: con i veneti nella stagione 1956-1957 gioca 18 partite in Serie C, mentre l'anno seguente disputa 17 partite nella Prima Categoria del Campionato Interregionale, dalla quale ottiene la promozione. Nella stagione 1958-1959 gioca poi altre 36 partite nel campionato di Serie C. Nella stagione 1959-1960 è infine in rosa al Varese, ancora in terza serie. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C: 1 - Parabiago: 1947-1948 (girone E Lega Interregionale Nord)
  20. I FRATELLI BOGLIETTI SALVATORE LO PRESTI, DAL SUO LIBRO “TANGO BIANCONERO” La storia dei fratelli Ernesto e Romulo Boglietti ha più i connotati di un autentico romanzo d’avventure che non della fredda biografia di due giocatori di calcio. Una storia che nasce in Italia, dove Ernesto Boglietti senior, novarese, sposatosi con la torinese Maria Borghi partì, come migliaia di altri connazionali, per il Sud-America, più precisamente per l’Argentina, col cuore pieno di speranza in una vita migliore, quello che il nostro Paese, in quell’epoca, non era in grado di offrire. I coniugi Boglietti – come tutti gli altri compagni d’avventura – poterono approfittare della Legge delle Colonie emanata dal Governo Gravier, che concedeva un pezzo di terra e incoraggianti sgravi fiscali agli immigrati. La maggior parte degli italiani, quasi sempre di origine contadina, preferirono la campagna, che era il loro elemento naturale e nel quale pensavano di trovarsi più a loro agio. L’intraprendenza di Ernesto Boglietti e l’origine cittadina della moglie Maria consigliarono però alla coppia di tentare coraggiosamente l’avventura in città, che a prima vista poteva sembrare una scommessa. Ebbero buon fiuto quando scelsero Cordoba, capoluogo della provincia omonima, situata al centro del Paese, ai piedi delle Sierras Chicas e sulle sponde del fiume Primero, a quasi 700 km. dalla capitale Buenos Aires. Fin dal loro arrivo i Boglietti si istallarono in una casa all’821 di Calle Lima, nel barrio Generale Paz. Dopo qualche lavoretto iniziale e dopo avere studiato attentamente l’ambiente, Ernesto Boglietti aprì un’agenzia di pompe funebri. L’idea si dimostrò vincente e le condizioni economiche della famiglia progredirono con rapidità, parallelamente con la crescita del nucleo familiare. Il 29 maggio di quello stesso 1894 venne alla luce il loro primogenito, chiamato Ernesto Inocencio e battezzato il 30 agosto presso la chiesa di Nuestra Senora del Pilar. Lo seguirono a stretto giro di gravidanza, Romulo (24 settembre 1895), Octavio (25 luglio 1896) e nella scia, più distanziati, Clotilde Maria, Amalia Ernestina e infine Pedro, nel 1906. Papà Boglietti ebbe buon fiuto sul piano finanziario però, perché in una città abitata in gran parte dagli operai che lavoravano alla costruzione del Ferrocarril Central Cordoba, fu abilissimo nell’acquistare a bassissimo prezzo gli appartamenti delle famiglie degli operai che, concluso il periodo del proprio ingaggio, si trasferivano a cercar maggior fortuna in altre località o magari a intraprendere altre attività. Ernesto jr., Romulo e Octavio vissero una infanzia serena in un barrio cosmopolita, ma nel quale gli italiani erano in maggioranza e presto si dedicarono al calcio, sport abbastanza diffuso nel paese, compresa Cordoba. Nei primi anni del secolo gli appassionati di calcio si moltiplicavano soprattutto fra i ceti più popolari e improvvisavano terreni di gioco abbastanza rudimentali, in molti quartieri ma soprattutto nel barrio General Paz, che ospitava immigrati provenienti dall’Europa già abbastanza sensibili al fascino dalla palla rotonda. Fra i giovanissimi adepti del futebol non potevano mancare gli italiani. E i giovanissimi Ernesto e Romulo Boglietti, presto seguiti dal fratello minore Octavio, cominciarono a tirare i primi calci sui campetti del Gimnasiay Esgrima General Paz, per amore a prima vista o più semplicemente perché più vicini – solo quattro isolati – alla loro abitazione di Calle Lima. Nel 1908 la svolta nella loro vita. Due anni dopo la nascita del sesto figlio Paulo e dopo che l’agenzia di pompe funebri che gestivano aveva consentito loro di mettere da parte consistenti risparmi – per nostalgia o per desiderio di riunirsi ai familiari lasciati in Italia, o più probabilmente, per assicurare studi regolari in Italia alla numerosa prole – decisero di cedere la loro lanciatissima attività e di rientrare nella terra d’origine. I Boglietti scelsero Torino, la città natale di Maria. Quando partirono Ernesto aveva già 14 anni, Romulo 13 e Octavio 12 e tutti e tre disputavano i tornei giovanili di Cordoba con la loro squadra. Rientrati in Italia e sbarcati a Torino, si cercarono subito una formazione adatta alla loro età. Non si hanno notizie precise su quale sia stata la società che li ha accolti, ma il fatto che nel 1912 Romulo, il secondo dei tre, giocasse con le riserve del Torino mentre Ernesto indossasse la maglia dell’Eporiedense, che partecipava al torneo di Terza Categoria e Ottavio, il più piccolo, sia stato allineato – seppure solo in qualche rara amichevole – fra le file dell’Ivrea, fa ragionevolmente supporre che tutti e tre abbiano iniziato nei ranghi del settore giovanile granata, quello che qualche decennio dopo sarebbe stato battezzato col celeberrimo appellativo di Balon Boys, scegliendo successivamente un club che consentisse loro la possibilità di giocare in qualche modo. Speranza che certamente si concretizzò se, ai nastri del campionato 1913/14, quello della rinascita bianconera, li troviamo tutti e tre nei ranghi della Juventus, Ernesto e Romulo fin dall’inizio, Octavio nel finale di stagione quando colleziona un paio di apparizioni, forse giocando più stabilmente nella formazione riserve. Ma chi erano, tecnicamente, questi Boglietti? Ernesto Inocencio era un attaccante molto veloce, dal fisico non poderoso, ma veloce, abilissimo nello sgusciare fra i difensori avversari, a quel tempo invero piuttosto statici. Oggi lo definiremmo un attaccante esterno, allora Vittorio Pozzo, che lo conosceva bene, lo considerava ala sinistra a tutti gli effetti. Ma a quei tempi non c’erano certe raffinatezze tattiche di oggi. Ernesto era in possesso di un tiro abbastanza potente e preciso. Alla fine del suo primo campionato aveva messo a segno 15 gol (10 nel girone di qualificazione, 5 nel girone finale) che diventarono 25 sommando i 10 firmati nel corso della sua seconda stagione in bianconero. Complessivamente 42 le gare disputate (28 nel campionato 1913/14, 14 nel torneo successivo). La prima vittima di Ernesto Boglietti, alla quinta giornata di campionato, fu il portiere del Como, il marchigiano Leopoldo Dotti. Rotto il ghiaccio l’italo-argentino andò a segno per altre due giornate consecutive. Nel corso della stagione firmerà tre doppiette, la prima delle quali, ai danni di Mario De Simoni, storico portiere della Milanese che aveva al proprio attivo 7 presenze in Nazionale ed era stato il numero uno anche nella storica prima uscita della squadra azzurra nel 1910 contro la Francia. Le altre due al comasco Dotti e allo stesso De Simoni nella gara di ritorno. Alla fine del campionato, con l’Italia appena entrata in guerra, a Ernesto e a Romulo Boglietti arrivò la cartolina per la chiamata alle armi. E loro, che dentro il cuore si sentivano italiani fino al midollo, aderirono con entusiasmo: Ernesto fu assegnato a un reparto di fanteria automobilistica di stanza in Macedonia, mentre Romulo finì in aviazione dove fu addestrato e presto divenne sergente pilota. Alla fine della guerra, mentre la sorella Clotilde e i genitori tornarono in Argentina, Ernesto, Romulo e lo stesso Octavio, si dettero da fare per riprendere l’attività calcistica. E tutti e tre si ritrovarono in maglia granata. Bisogna sottolineare che in quei tempi non c’erano le astiose rivalità di oggi. Anche se militavano in formazioni diverse e avversarie i giocatori erano quasi sempre amici fra di loro. Quindi non c’era nessun problema a passare da una squadra all’altra anche nella stessa città. Gli eccessi di oggi, alimentati dalle menti bacate di alcune frange degli ultras, non se li sognavano nemmeno. Pur non avendo trovato riscontro la voce secondo cui Ernesto e Romulo avrebbero partecipato alla trionfale tournée sudamericana – Brasile e Argentina – del Torino, ebbero una parte tutti e tre nel campionato che si concluse con il Torino qualificato per la fase finale e quarto, dietro Inter, Bologna e Novara nel gironcino a sei che assegnò il titolo ai nerazzurri milanesi. Vittorio Pozzo, tecnico di quel Torino, utilizzò Ernesto e Romulo 17 volte, mentre Octavio giocò solo 16 partite. Anche fra i bomber Ernesto Boglietti con 5 gol fu preceduto solo da Mosso I (6 centri). Octavio segnò 4 gol e Romulo uno solo (nel derby pareggiato con la Juventus). Ernesto Boglietti alla fine della stagione cambiò ancora casacca passando nelle file dell’U.S. Torinese (segnando un gol contro il Torino e uno contro la Juve) che nella classifica finale si piazzò alle spalle dei granata e davanti alla Juve. Emigrò ancora alla fine del campionato 1920/21 spostandosi in Liguria, a Savona, ritornando alla Torinese nella stagione successiva. L’ultima e la meno brillante della sua vicenda calcistica italiana. Nel frattempo concludeva gli studi di Architettura e tornava in Argentina, ma anziché esercitare la professione preferiva aprire un elegante negozio di scarpe nella centrale Calle Santa Rosa e, successivamente, comprando anche una estancia per l’allevamento delle vacche. ‘‘Non lavorarono mai Ernesto e i suoi fratelli – raccontò il suo grande amico Juan Filloy – ma vissero di rendita con gli affitti dei numerosi appartamenti aveva lasciato loro il padre. Giocavano ai cavalli e frequentavano i cabaret e le case del tango, il ballo che ormai dilagava in tatto il paese”. Ernesto Boglietti morì prima dei suoi fratelli, verso la fine degli anni cinquanta. Romulo, meglio noto come Boglietti II, era invece un centrocampista dal fisico poderoso, in possesso di una grande autonomia grazie a due polmoni inesauribili, correva per novanta minuti coprendo il campo in lungo e in largo. Possedeva anche una buona tecnica e una non trascurabile visione di gioco che gli consentiva di organizzare la manovra con lucidità. Al punto da indurre Vittorio Pozzo – all’epoca direttore tecnico del Torino e Commissario Unico della Nazionale Italiana – a definirlo in maniera estremamente lusinghiera: “Centromediano nato, centromediano metodista ovviamente, cervello pensante della squadra. Tutto questo con un fisico slanciato, snello e veloce”. Anche Romulo Boglietti, regista sagace ma anche mobilissimo, non disdegnava la ricerca del gol: ne segnò tre nella sua prima stagione juventina, due nella stessa partita, quella che la Juventus vinse per 8-2 sul campo del Novara, e uno al Genoa 7 nell’ultima giornata del girone finale. Entrambe in trasferta. Una traccia nella storia bianconera dunque la lasciarono i Boglietti. Anche se il connubio, sia per Ernesto che per Romulo, non superò il biennio. Pur essendo partito per la guerra (da sergente aviatore) ne ebbe di tempo libero Romulo Boglietti perché fra il 1915 e il 1917 ebbe occasione di disputare una dozzina di partite in un paio di tornei – la Coppa Federale e la Coppa Liguria – con la maglia del Genoa. Nel 1918, a conflitto concluso, passò all’Inter con cui disputò due dei numerosi tornei che venivano organizzati per supplire alla mancanza di un campionato regolare: la Coppa Mauro e la Coppa Biffi. Complessivamente tre o quattro partite. Nel 1919 tornò in granata insieme col fratello Ernesto e lo seguì nel suo stesso itinerario: Torino-U.S. Torinese-Savona-U.S. Torinese. Con un bilancio lusinghiero: circa 40 partite e tre gol. Dei tre fratelli Romulo, cioè Boglietti II, era forse quello che aveva le migliori qualità. Infatti nel 1917, poco prima che finisse la guerra, forse in una pausa del suo servizio militare, indossò anche la maglia azzurra della Nazionale. Una Nazionale sperimentale, con alcuni giovani inseriti in un’ossatura di giocatori più esperti, che affrontò a Milano il Belgio perdendo 3-4. Non essendo gara ufficiale fu diretta da un arbitro italiano, Giovanni Mauro e si disputò il 3 giugno all’Arena di Milano. Dopodiché anche lui riprese la via dell’Argentina ma anziché a Cordoba si sistemò a Mendoza. Gli stili di vita dei fratelli non si discostavano molto, grazie agli ingenti beni lasciati loro dal padre. Romulo morì a Mendoza il 9 novembre 1955. Octavio Boglietti III, il più giovane dei tre, fu quello che fece una carriera meno brillante. Dopo una stagione senza alcuna visibilità nella Juventus – probabilmente fu utilizzato solo nella formazione B – passò anche lui al Torino nel periodo bellico, ma giocò solo alcuni tornei (Coppa Federale, Coppa Pie-monte, Coppa Brezzi) prima di disputare una stagione in prima squadra, quella del 1919/20 in cui si mise in luce grazie ai 6 gol segnati in 16 partite. Octavio fece parte in due occasioni della Rappresentativa Piemontese che nel periodo bellico giocò nel maggio del 1916 contro il Torino e che, dopo il suo passaggio alla U.S. Torinese, affrontò nel maggio 1921 una selezione laziale. Dopo tre buone stagioni nella Torinese tornò a Cordoba e giocò nel General Paz Junior. Diventò poi dirigente e sostenne concretamente la società, vendendo persino un appartamento per acquistare dei giocatori che rinforzassero la rosa. Morì a Cordoba il 15 maggio 1948. Nota curiosa: tutti i Boglietti maschi (i tre fratelli calciatori e il più piccolo della famiglia, Pedro, scialacquatore impenitente e morto in povertà), sono rimasti celibi. Solo una delle femmine si sposò ed ebbe tre figli. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/02/i-fratelli-boglietti.html#more
  21. I FRATELLI BOGLIETTI SALVATORE LO PRESTI, DAL SUO LIBRO “TANGO BIANCONERO” La storia dei fratelli Ernesto e Romulo Boglietti ha più i connotati di un autentico romanzo d’avventure che non della fredda biografia di due giocatori di calcio. Una storia che nasce in Italia, dove Ernesto Boglietti senior, novarese, sposatosi con la torinese Maria Borghi partì, come migliaia di altri connazionali, per il Sud-America, più precisamente per l’Argentina, col cuore pieno di speranza in una vita migliore, quello che il nostro Paese, in quell’epoca, non era in grado di offrire. I coniugi Boglietti – come tutti gli altri compagni d’avventura – poterono approfittare della Legge delle Colonie emanata dal Governo Gravier, che concedeva un pezzo di terra e incoraggianti sgravi fiscali agli immigrati. La maggior parte degli italiani, quasi sempre di origine contadina, preferirono la campagna, che era il loro elemento naturale e nel quale pensavano di trovarsi più a loro agio. L’intraprendenza di Ernesto Boglietti e l’origine cittadina della moglie Maria consigliarono però alla coppia di tentare coraggiosamente l’avventura in città, che a prima vista poteva sembrare una scommessa. Ebbero buon fiuto quando scelsero Cordoba, capoluogo della provincia omonima, situata al centro del Paese, ai piedi delle Sierras Chicas e sulle sponde del fiume Primero, a quasi 700 km. dalla capitale Buenos Aires. Fin dal loro arrivo i Boglietti si istallarono in una casa all’821 di Calle Lima, nel barrio Generale Paz. Dopo qualche lavoretto iniziale e dopo avere studiato attentamente l’ambiente, Ernesto Boglietti aprì un’agenzia di pompe funebri. L’idea si dimostrò vincente e le condizioni economiche della famiglia progredirono con rapidità, parallelamente con la crescita del nucleo familiare. Il 29 maggio di quello stesso 1894 venne alla luce il loro primogenito, chiamato Ernesto Inocencio e battezzato il 30 agosto presso la chiesa di Nuestra Senora del Pilar. Lo seguirono a stretto giro di gravidanza, Romulo (24 settembre 1895), Octavio (25 luglio 1896) e nella scia, più distanziati, Clotilde Maria, Amalia Ernestina e infine Pedro, nel 1906. Papà Boglietti ebbe buon fiuto sul piano finanziario però, perché in una città abitata in gran parte dagli operai che lavoravano alla costruzione del Ferrocarril Central Cordoba, fu abilissimo nell’acquistare a bassissimo prezzo gli appartamenti delle famiglie degli operai che, concluso il periodo del proprio ingaggio, si trasferivano a cercar maggior fortuna in altre località o magari a intraprendere altre attività. Ernesto jr., Romulo e Octavio vissero una infanzia serena in un barrio cosmopolita, ma nel quale gli italiani erano in maggioranza e presto si dedicarono al calcio, sport abbastanza diffuso nel paese, compresa Cordoba. Nei primi anni del secolo gli appassionati di calcio si moltiplicavano soprattutto fra i ceti più popolari e improvvisavano terreni di gioco abbastanza rudimentali, in molti quartieri ma soprattutto nel barrio General Paz, che ospitava immigrati provenienti dall’Europa già abbastanza sensibili al fascino dalla palla rotonda. Fra i giovanissimi adepti del futebol non potevano mancare gli italiani. E i giovanissimi Ernesto e Romulo Boglietti, presto seguiti dal fratello minore Octavio, cominciarono a tirare i primi calci sui campetti del Gimnasiay Esgrima General Paz, per amore a prima vista o più semplicemente perché più vicini – solo quattro isolati – alla loro abitazione di Calle Lima. Nel 1908 la svolta nella loro vita. Due anni dopo la nascita del sesto figlio Paulo e dopo che l’agenzia di pompe funebri che gestivano aveva consentito loro di mettere da parte consistenti risparmi – per nostalgia o per desiderio di riunirsi ai familiari lasciati in Italia, o più probabilmente, per assicurare studi regolari in Italia alla numerosa prole – decisero di cedere la loro lanciatissima attività e di rientrare nella terra d’origine. I Boglietti scelsero Torino, la città natale di Maria. Quando partirono Ernesto aveva già 14 anni, Romulo 13 e Octavio 12 e tutti e tre disputavano i tornei giovanili di Cordoba con la loro squadra. Rientrati in Italia e sbarcati a Torino, si cercarono subito una formazione adatta alla loro età. Non si hanno notizie precise su quale sia stata la società che li ha accolti, ma il fatto che nel 1912 Romulo, il secondo dei tre, giocasse con le riserve del Torino mentre Ernesto indossasse la maglia dell’Eporiedense, che partecipava al torneo di Terza Categoria e Ottavio, il più piccolo, sia stato allineato – seppure solo in qualche rara amichevole – fra le file dell’Ivrea, fa ragionevolmente supporre che tutti e tre abbiano iniziato nei ranghi del settore giovanile granata, quello che qualche decennio dopo sarebbe stato battezzato col celeberrimo appellativo di Balon Boys, scegliendo successivamente un club che consentisse loro la possibilità di giocare in qualche modo. Speranza che certamente si concretizzò se, ai nastri del campionato 1913/14, quello della rinascita bianconera, li troviamo tutti e tre nei ranghi della Juventus, Ernesto e Romulo fin dall’inizio, Octavio nel finale di stagione quando colleziona un paio di apparizioni, forse giocando più stabilmente nella formazione riserve. Ma chi erano, tecnicamente, questi Boglietti? Ernesto Inocencio era un attaccante molto veloce, dal fisico non poderoso, ma veloce, abilissimo nello sgusciare fra i difensori avversari, a quel tempo invero piuttosto statici. Oggi lo definiremmo un attaccante esterno, allora Vittorio Pozzo, che lo conosceva bene, lo considerava ala sinistra a tutti gli effetti. Ma a quei tempi non c’erano certe raffinatezze tattiche di oggi. Ernesto era in possesso di un tiro abbastanza potente e preciso. Alla fine del suo primo campionato aveva messo a segno 15 gol (10 nel girone di qualificazione, 5 nel girone finale) che diventarono 25 sommando i 10 firmati nel corso della sua seconda stagione in bianconero. Complessivamente 42 le gare disputate (28 nel campionato 1913/14, 14 nel torneo successivo). La prima vittima di Ernesto Boglietti, alla quinta giornata di campionato, fu il portiere del Como, il marchigiano Leopoldo Dotti. Rotto il ghiaccio l’italo-argentino andò a segno per altre due giornate consecutive. Nel corso della stagione firmerà tre doppiette, la prima delle quali, ai danni di Mario De Simoni, storico portiere della Milanese che aveva al proprio attivo 7 presenze in Nazionale ed era stato il numero uno anche nella storica prima uscita della squadra azzurra nel 1910 contro la Francia. Le altre due al comasco Dotti e allo stesso De Simoni nella gara di ritorno. Alla fine del campionato, con l’Italia appena entrata in guerra, a Ernesto e a Romulo Boglietti arrivò la cartolina per la chiamata alle armi. E loro, che dentro il cuore si sentivano italiani fino al midollo, aderirono con entusiasmo: Ernesto fu assegnato a un reparto di fanteria automobilistica di stanza in Macedonia, mentre Romulo finì in aviazione dove fu addestrato e presto divenne sergente pilota. Alla fine della guerra, mentre la sorella Clotilde e i genitori tornarono in Argentina, Ernesto, Romulo e lo stesso Octavio, si dettero da fare per riprendere l’attività calcistica. E tutti e tre si ritrovarono in maglia granata. Bisogna sottolineare che in quei tempi non c’erano le astiose rivalità di oggi. Anche se militavano in formazioni diverse e avversarie i giocatori erano quasi sempre amici fra di loro. Quindi non c’era nessun problema a passare da una squadra all’altra anche nella stessa città. Gli eccessi di oggi, alimentati dalle menti bacate di alcune frange degli ultras, non se li sognavano nemmeno. Pur non avendo trovato riscontro la voce secondo cui Ernesto e Romulo avrebbero partecipato alla trionfale tournée sudamericana – Brasile e Argentina – del Torino, ebbero una parte tutti e tre nel campionato che si concluse con il Torino qualificato per la fase finale e quarto, dietro Inter, Bologna e Novara nel gironcino a sei che assegnò il titolo ai nerazzurri milanesi. Vittorio Pozzo, tecnico di quel Torino, utilizzò Ernesto e Romulo 17 volte, mentre Octavio giocò solo 16 partite. Anche fra i bomber Ernesto Boglietti con 5 gol fu preceduto solo da Mosso I (6 centri). Octavio segnò 4 gol e Romulo uno solo (nel derby pareggiato con la Juventus). Ernesto Boglietti alla fine della stagione cambiò ancora casacca passando nelle file dell’U.S. Torinese (segnando un gol contro il Torino e uno contro la Juve) che nella classifica finale si piazzò alle spalle dei granata e davanti alla Juve. Emigrò ancora alla fine del campionato 1920/21 spostandosi in Liguria, a Savona, ritornando alla Torinese nella stagione successiva. L’ultima e la meno brillante della sua vicenda calcistica italiana. Nel frattempo concludeva gli studi di Architettura e tornava in Argentina, ma anziché esercitare la professione preferiva aprire un elegante negozio di scarpe nella centrale Calle Santa Rosa e, successivamente, comprando anche una estancia per l’allevamento delle vacche. ‘‘Non lavorarono mai Ernesto e i suoi fratelli – raccontò il suo grande amico Juan Filloy – ma vissero di rendita con gli affitti dei numerosi appartamenti aveva lasciato loro il padre. Giocavano ai cavalli e frequentavano i cabaret e le case del tango, il ballo che ormai dilagava in tatto il paese”. Ernesto Boglietti morì prima dei suoi fratelli, verso la fine degli anni cinquanta. Romulo, meglio noto come Boglietti II, era invece un centrocampista dal fisico poderoso, in possesso di una grande autonomia grazie a due polmoni inesauribili, correva per novanta minuti coprendo il campo in lungo e in largo. Possedeva anche una buona tecnica e una non trascurabile visione di gioco che gli consentiva di organizzare la manovra con lucidità. Al punto da indurre Vittorio Pozzo – all’epoca direttore tecnico del Torino e Commissario Unico della Nazionale Italiana – a definirlo in maniera estremamente lusinghiera: “Centromediano nato, centromediano metodista ovviamente, cervello pensante della squadra. Tutto questo con un fisico slanciato, snello e veloce”. Anche Romulo Boglietti, regista sagace ma anche mobilissimo, non disdegnava la ricerca del gol: ne segnò tre nella sua prima stagione juventina, due nella stessa partita, quella che la Juventus vinse per 8-2 sul campo del Novara, e uno al Genoa 7 nell’ultima giornata del girone finale. Entrambe in trasferta. Una traccia nella storia bianconera dunque la lasciarono i Boglietti. Anche se il connubio, sia per Ernesto che per Romulo, non superò il biennio. Pur essendo partito per la guerra (da sergente aviatore) ne ebbe di tempo libero Romulo Boglietti perché fra il 1915 e il 1917 ebbe occasione di disputare una dozzina di partite in un paio di tornei – la Coppa Federale e la Coppa Liguria – con la maglia del Genoa. Nel 1918, a conflitto concluso, passò all’Inter con cui disputò due dei numerosi tornei che venivano organizzati per supplire alla mancanza di un campionato regolare: la Coppa Mauro e la Coppa Biffi. Complessivamente tre o quattro partite. Nel 1919 tornò in granata insieme col fratello Ernesto e lo seguì nel suo stesso itinerario: Torino-U.S. Torinese-Savona-U.S. Torinese. Con un bilancio lusinghiero: circa 40 partite e tre gol. Dei tre fratelli Romulo, cioè Boglietti II, era forse quello che aveva le migliori qualità. Infatti nel 1917, poco prima che finisse la guerra, forse in una pausa del suo servizio militare, indossò anche la maglia azzurra della Nazionale. Una Nazionale sperimentale, con alcuni giovani inseriti in un’ossatura di giocatori più esperti, che affrontò a Milano il Belgio perdendo 3-4. Non essendo gara ufficiale fu diretta da un arbitro italiano, Giovanni Mauro e si disputò il 3 giugno all’Arena di Milano. Dopodiché anche lui riprese la via dell’Argentina ma anziché a Cordoba si sistemò a Mendoza. Gli stili di vita dei fratelli non si discostavano molto, grazie agli ingenti beni lasciati loro dal padre. Romulo morì a Mendoza il 9 novembre 1955. Octavio Boglietti III, il più giovane dei tre, fu quello che fece una carriera meno brillante. Dopo una stagione senza alcuna visibilità nella Juventus – probabilmente fu utilizzato solo nella formazione B – passò anche lui al Torino nel periodo bellico, ma giocò solo alcuni tornei (Coppa Federale, Coppa Pie-monte, Coppa Brezzi) prima di disputare una stagione in prima squadra, quella del 1919/20 in cui si mise in luce grazie ai 6 gol segnati in 16 partite. Octavio fece parte in due occasioni della Rappresentativa Piemontese che nel periodo bellico giocò nel maggio del 1916 contro il Torino e che, dopo il suo passaggio alla U.S. Torinese, affrontò nel maggio 1921 una selezione laziale. Dopo tre buone stagioni nella Torinese tornò a Cordoba e giocò nel General Paz Junior. Diventò poi dirigente e sostenne concretamente la società, vendendo persino un appartamento per acquistare dei giocatori che rinforzassero la rosa. Morì a Cordoba il 15 maggio 1948. Nota curiosa: tutti i Boglietti maschi (i tre fratelli calciatori e il più piccolo della famiglia, Pedro, scialacquatore impenitente e morto in povertà), sono rimasti celibi. Solo una delle femmine si sposò ed ebbe tre figli. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/02/i-fratelli-boglietti.html#more
  22. ERNESTO BOGLIETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Ernesto_Boglietti Nazione: Argentina Luogo di nascita: Cordoba Data di nascita: 29.05.1894 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: Netu Alla Juventus dal 1913 al 1916 Esordio: 12.10.1913 - Prima Categoria - Juventus-Libertas Milano 3-1 Ultima partita: 21.03.1915 - Prima Categoria - Juventus-Genoa 2-5 40 presenze - 25 reti Ernesto Boglietti (Córdoba, 29 maggio 1894 – ...) è stato un calciatore argentino, di ruolo attaccante. Era noto come Boglietti I per distinguerlo dai fratelli Romolo o Boglietti II ed Ottavio o Boglietti III. Ernesto Boglietti Boglietti I (al centro, primo da destra) nella Juventus della stagione 1913-1914 Nazionalità Argentina Calcio Ruolo Attaccante Carriera Squadre di club 1913-1916 Juventus 40 (25) 1918-1919 Inter ? (?) 1919-1920 Torino 17 (3) 1920-1923 US Torinese 9+ (1+) 1922 Savona ? (?) ???? US Torinese ? (?) Carriera Inizia la carriera nella Juventus dove esordì nella partita contro la Libertas il 12 ottobre 1913 in una vittoria per 3-1, mentre la sua ultima partita fu contro il Genoa il 21 marzo 1915 in una sconfitta per 5-2. Nelle sue due stagioni bianconere collezionò 40 presenze e 25 reti. Dopo la Grande Guerra è tra le file del Torino, dove gioca con i due fratelli, esordendo in maglia granata il 12 ottobre 1919 nella vittoria dei suoi per 9-2 contro la Biellese. Con i torinisti raggiunge il quarto posto del girone C della Semifinali nazionali della Prima Categoria 1919-1920. Successivamente milita nell'US Torinese, Savona e nuovamente nell'US Torinese. Tornato in Argentina a fine carriera, morì verso la fine degli anni cinquanta.
  23. MAURO SANDREANI https://it.wikipedia.org/wiki/Mauro_Sandreani Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 26.09.1954 Ruolo: Collaboratore tecnico Altezza: 172 cm Peso: 67 kg Soprannome: - Osservatore della Juventus dal 2004 al 2013 Collaboratore tecnico della Juventus dal 2013 al 2014 Mauro Sandreani (Roma, 26 settembre 1954) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore o centrocampista, direttore dell'area scouting della Nazionale italiana. Mauro Sandreani Sandreani alla Roma nella stagione 1975-1976 Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 67 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore, centrocampista) Termine carriera 1987 - giocatore Carriera Giovanili Roma Squadre di club 1974-1977 Roma 31 (0) 1977-1978 Lanerossi Vicenza 0 (0) 1978-1979 Genoa 22 (2) 1979-1981 Lanerossi Vicenza 56 (0) 1981-1982 Modena 9 (0) 1982-1983 Fano 25 (0) 1983-1984 Rimini 19 (0) 1984-1987 Vis Pesaro 85 (0) Carriera da allenatore 1988-1989 Perugia Vice 1989-1992 Padova Vice 1992-1996 Padova 1996-1997 Torino 1997-1998 Ravenna 1998-1999 Empoli 1999 Tenerife 2001 Treviso 2013-2014 Juventus Coll. tecnico 2014-2016 Italia Coll. tecnico Biografia È padre di Alessandro, anche lui calciatore, e di Roberta, ballerina. Carriera Club Un giovane Sandreani (accosciato, secondo da destra) nella "Primavera" della Roma nel 1974 Cresciuto nella Roma ha militato principalmente nel Lanerossi Vicenza con una parentesi nella stagione 1978-1979 nel Genoa, e in seguito nel Modena, per poi chiudere la carriera anzitempo a causa di gravi infortuni. In carriera ha totalizzato complessivamente 31 presenze in Serie A e 78 presenze e 2 reti in Serie B. Allenatore Dal 1988 al 1989 è stato il vice allenatore del Perugia con Mario Colautti mentre dal 1989 al 1991 è stato il vice al Padova di Enzo Ferrari e Mario Colautti. Da allenatore comincia nel 1991 e nel 1994 ha condotto il Padova dalla Serie B alla A, guidandolo per due stagioni nella massima categoria. Nel 1995 Sandreani supera a pieni voti il supercorso di Coverciano con una tesi sul sistema 5-3-2. Ha allenato anche il Torino. Nel 1997 guida il Ravenna. Il 3 marzo 1998 si dimette dalla guida della squadra romagnola, il 18 agosto diventa allenatore dell'Empoli in Serie A ma viene esonerato il 16 febbraio 1999. Il 30 giugno 1999 diventa allenatore del Tenerife squadra di seconda divisione spagnola. Il 4 ottobre viene esonerato. L'ultima esperienza è col Treviso. Decide quindi di abbandonare definitivamente la carriera di allenatore, dedicandosi alla ricerca di nuovi talenti. Dal 2004 è osservatore per conto della Juventus, il buon lavoro svolto gli vale la nomina a coordinatore degli osservatori a partire dal 5 ottobre 2006. Durante il ritiro della stagione 2013-2014 la dirigenza juventina gli assegna temporaneamente l'incarico di responsabile tecnico degli allenatori del settore giovanile; dal 12 luglio diventa collaboratore tecnico di Antonio Conte per la prima squadra ritornando così, dopo dodici anni, al lavoro sul campo. Il 16 luglio 2014 viene sollevato dall'incarico in seguito alle dimissioni di Conte. Il 19 agosto, con la firma del tecnico salentino come commissario tecnico della Nazionale A, Sandreani entra a far parte dello staff azzurro in qualità di collaboratore tecnico. Commentatore È stato commentatore sulle reti televisive RAI, affiancando il telecronista nelle partite ufficiali della Nazionale. Con l'esplosione dello scandalo del calcio italiano del 2006 paga il ruolo di osservatore per la Serie B che Luciano Moggi gli aveva affidato nel 2004, venendo sospeso da ogni incarico ed estromesso dai servizi giornalistici e sportivi della TV di stato. Sandreani è il secondo telecronista del videogioco Pro Evolution Soccer, da PES 4 a PES 2008, affiancando il commentatore Marco Civoli. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Serie C2: 1 - Vis Pesaro: 1986-1987 Campionato Interregionale: 1 - Vis Pesaro: 1985-1986 Competizioni internazionali Coppa Anglo-Italiana: 1 - Modena: 1982
×
×
  • Crea Nuovo...