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SALVATORE SAPORITO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 03.05.1959 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1977 Esordio: 22.06.1977 - Coppa Italia - Vicenza-Juventus 2-4 Ultima partita: 29.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 2-1 3 presenze - 0 reti
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FERDINANDO BOGANI Nazione: Italia Luogo di nascita: Limido Comasco (Como) Data di nascita: 29.05.1958 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1977 Esordio: 22.06.1977 - Coppa Italia - Vicenza-Juventus 2-4 Ultima partita: 29.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 2-1 3 presenze - 0 reti
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STEFANO BOBBO Nazione: Italia Luogo di nascita: Mestre (Venezia) Data di nascita: 12.05.1958 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1977 Esordio: 29.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 2-1 1 presenza - 1 rete subita
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ETTORE NINNI https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1959-1960 Nazione: Italia Luogo di nascita: Mestre (Venezia) Data di nascita: 09.04.1941 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1959 al 1960 Esordio: 04.11.1959 - Coppa Italia - Juventus-Sampdoria 5-4 Ultima partita: 06.04.1960 - Coppa Italia - Atalanta-Juventus 2-2 2 presenze - 0 reti 1 coppa Italia Club career 07/1959 - 06/1960 Juventus Forward https://www.worldfootball.net/player_summary/ettore-ninni/
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FRANCESCO STACCHINO Nazione: Italia Luogo di nascita: Chieri (Torino) Data di nascita: 20.02.1940 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Cece Alla Juventus dal 1958 al 1959 Esordio: 05.04.1959 - Serie A - Juventus-Bari 2-2 Ultima partita: 17.05.1959 - Serie A - Juventus-Alessandria 2-2 3 presenze - 1 rete 1 coppa Italia
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LUCA FRATESCHI Nazione: Italia Luogo di nascita: Pescia (Pistoia) Data di nascita: 27.05.1937 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 05.02.1956 - Serie A - Spal-Juventus 0-0 Ultima partita: 01.04.1956 - Serie A - Atalanta-Juventus 1-1 4 presenze - 0 reti
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Piero Monateri - Dirigente
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
PIERO MONATERI Titolare di una qualificata impresa edile – scrive Renato Tavella – aderisce giovanissimo al club Juventus che a lungo sostiene in ambito dirigenziale. A lui si deve la perfetta realizzazione del campo di Corso Marsiglia, primo impianto calcistico italiano costruito con strutture portanti e di sostegno in cemento armato, progettato dell’ingegner Lavini. MARIO PENNACCHIA, DA “GLI AGNELLI E LA JUVENTUS” Mercoledì 1° ottobre 1952 se ne va Pierino Monateri. La Juventus non perde soltanto un dirigente di antica devozione, ma perde un profondo affetto, un benemerito patrocinatore di tutte le più lodevoli iniziative, un esempio di piemontese capace di ingentilire l’austerità con il sorriso ed il buonsenso, un uomo nato per portare l’arcobaleno nelle ore del temporale. L’uomo che ha costruito il leggendario campo di corso Marsiglia. L’uomo che ha percorso cinquant’anni di Juventus: da Bruna a Bigatto, da Giriodi a Combi, da Rosetta a Hirzer, da Caligaris a Orsi, da Cesarini a Monti, da Varglien a Munerati, da Ferrari a Bertolini, da Farfallino Borel a Foni, da Depetrini a Rava, da Parola a Boniperti, da Martino ai tre danesi. Pierino Monateri, che tutte le aveva perdonate a quel furbacchione ma gran campione che era stato Cesarini, toccava l’apice della sua beatitudine juventina con un rituale che i giocatori avevano ormai appreso ad assecondare con indulgente complicità. Il rituale era questo: un attimo prima che la squadra lasciasse gli spogliatoi (quand’era sicuro d’essere visto senza però che nessuno potesse più intervenire) l’amabile geometra scriveva dietro la lavagna il suo pronostico per la partita che stava per cominciare. Più tardi, credendosi inosservato (ma questa poteva anche essere una galeotta supposizione dei suoi prediletti campioni) scivolava furtivamente negli spogliatoi e pochi attimi prima della conclusione dell’incontro, se necessario, rettificava la sua previsione in modo da farla corrispondere al risultato reale e trionfalmente la mostrava ai suoi ragazzi appena rientravano dal campo per riceverne puntualmente il più fragoroso plauso. Mai nella sua vita popolata di partite juventine come di stelle il firmamento, Pierino Monateri aveva scritto un pronostico che fosse diverso dal successo e per questa ragione le sconfitte della Juventus erano anche più tristi: perché erano rare e perché solo in quelle occasioni Pierino Monateri non aveva la forza di cambiare il suo sempre ottimistico pronostico; e quindi veniva a mancare la cerimonia dell’allegro rovesciamento della lavagna, fra battimani e rallegramenti. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/01/piero-monateri.html#more -
EZIO QUARANTA Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: 30.06.1923 Luogo di morte: Torino Data di morte: 10.06.2006 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1944 al 1945 Esordio: 04.06.1944 - Campionato di guerra - Varese-Juventus 2-1 Ultima partita: 11.06.1944 - Campionato di guerra - Juventus-Inter 1-0 2 presenze - 0 reti
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BENIAMINO VIGNOLA «Ad Avellino sono maturato ed ho acquisito esperienze in quello che è il mio ruolo specifico e, cioè, di centrocampista che ordina e inizia il gioco. Sono, in pratica, un regista in vecchio stile, se mi è concesso di usare ancora questo termine. Sono arrivato alla Juventus per giocare, questo è assodato, ma mi basterebbe lottare alla pari con gli altri per un posto da titolare». GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1983 Dice Stefano Tacconi, l’erede di maglia del grande Dino e compagno d’avventura e di viaggio del veronese, che Beniamino Vignola ha tenuto in piedi, da solo, e per tre anni, la squadra chiamata Avellino, e che lo ha fatto dall’alto di una gran classe. Dice ancora Tacconi, che ha lingua sciolta e concetti chiari quanto essenziali, che Vignola predilige il sinistro, ma che sa trattare benone la palla anche col destro, e che insomma migliore affare la Juve proprio non poteva combinare, aggiudicandosi le prestazioni dell’amico. Ora, i fatti sono noti e lineari. La Juve, che già tiene Platini e Boniek, cioè il meglio del meglio, ad amministrare la zona nevralgica del campo, dove si inventa e si finalizza il gioco, ha fortemente voluto anche Beniamino Vignola, veronese di nascita e avellinese di gloria calcistica. Segno che di questo Vignola ritiene di avere massimamente bisogno, nonostante la tremebonda concorrenza dei succitati compari. Il problema, semmai, è di stabilire se Vignola verrà buono subito o più tardi, magari in alternativa a qualcuno dei nuovi rodomonte. E parte proprio di qui la nostra chiacchierata con Beniamino, ragazzo estremamente a modo, con uno stile e una educazione d’altri tempi. – Beniamino, la domanda è scontata. Che cosa ti aspetti da questa squadra che è un po’ il punto di arrivo di tutti i ragazzi che scelgono il calcio come professione? Non ti spaventa di dover fare i conti con autentici fuoriclasse che fatalmente ti sottraggono spazio e opportunità per metterti in mostra? «Premetto che alla Juve sono arrivato provando una gioia enorme. Credo che non sia solo un modo di dire il definire questa squadra, questa società, un punto di arrivo nella carriera di un calciatore. Certo, ho capito subito che avrei dovuto fare i conti con il meglio del meglio, nel mio ruolo. Avere sulla propria strada Platini significa che sei “chiuso”, che devi aspettare il tuo momento. Ma poi mi sono chiarito le idee, e ho capito che a fianco di questi “mostri” ci posso stare anch’io, che non c’è nessuna incompatibilità. In fondo, mi sono detto, se mi hanno preso non è certo per scaldare in pianta stabile la panchina». – La Juve, acquistando Vignola, ha pensato al futuro: così è stato detto e scritto... «Non so chi l’abbia detto: la cosa, da un lato mi fa piacere, ma dall’altro mi sta bene fino a un certo punto. Vignola è qui, adesso, e fa la sua parte. Segno che serve adesso, a prescindere dal futuro. Guarda, la cosa è semplice: la stagione è lunga, gli impegni sono tanti, tra campionato e coppe. In questa squadra c’è posto per tutti. Infatti, non ho ancora avuto modo di scaldarla troppo, la panchina». – Qualcuno, nel passato più o meno recente, ti ha avvicinato, per caratteristiche tecniche, a Beccalossi e persino a Gianni Rivera: tu che ne dici? «Credo che nel calcio questo genere di paragoni lasci il tempo che trova. Capisco la necessità di scrivere sempre qualcosa di nuovo, di stimolare la fantasia dei tifosi, e riconosco anche di avere qualche punto di affinità con i due campioni che hai citato, ma vado avanti per la mia strada, senza lasciarmi suggestionare. Vorrei essere soltanto... Vignola, con i suoi pregi e i suoi difetti, magari eliminando fin dove è possibile questi ultimi. La Juve, anche sotto questo aspetto, è una scuola ideale». – Fuori del campo, che fai, come passi il tuo tempo libero? «Ho una vita tranquilla e assolutamente normale. Studio, sono al terzo anno di Università, facoltà di Economia e Commercio, prima o poi mi laureerò, non c’è fretta. Quindi, passo parecchio tempo in casa, a studiare, o a leggere libri e giornali. Non mi dispiace neppure guardare la TV. Insomma, niente di particola re». – A una prima occhiata, sembri il tipo giusto al posto giusto. Il tuo stile di vita si sposa molto bene col cosiddetto «stile Juventus». A proposito, che cos’è, per te, questo «stile» tanto chiacchierato (e invidiato)? «Per me è stato, sin dal primo momento, trovare un ambiente particolare, perfetto, dove hai tutto da guadagnare a esprimerti al massimo, e dove esistono le condizioni per dare il massimo. E tutto esattamente come me lo aspettavo, e non posso che rallegrarmene. “Stile Juventus” secondo me, si riassume in tre parole: signorilità, eleganza, organizzazione». – Torniamo a questioni tecniche. In Italia è raro trovare giocatori che concludono da lontano. Eppure, esistono molti buoni tiratori. Da che cosa dipende, e come mai tu sei un po’ una eccezione? «Pochi tirano da lontano per paura di sbagliare. In effetti, c’è il rischio talvolta di mandare il pallone... in tribuna, e questo condiziona tanta gente. Personalmente, accetto spesso il rischio e cerco di sfruttare il tiro che mi ritrovo. Devo dire che, fin qui, mi è andata piuttosto bene». Le domande e le risposte finiscono qui. Beniamino Vignola, che conosce e rispetta il valore del rodomonte, si candida in questa Juve per un ruolo niente affatto secondario. Rivive in maglia bianconera, con questo biondino dal faccino tosto e dal sinistro che incanta, la sobrietà di un compare irlandese che tutti ricordiamo molto bene, essendo impresse le sue gesta nella storia più recente della Signora. Alludiamo, si capisce, a Liam Brady. Ora, Vignola è Vignola, non c’è dubbio, e i paragoni contano un fico secco. Ma vedendo giocare il ragazzo che ha illuminato per tre stagioni l’Avellino salta all’occhio l’affinità, fin la somiglianza fra i due. La Juve, scegliendo questo talento giovane e in piena esplosione, ha pensato al futuro arricchendo, e di molto, il proprio presente. 〰.〰.〰 In bianconero vive il suo miglior momento nella seconda parte della stagione 1983-84 nella quale il fantasista, con i suoi gol, è decisivo nella favolosa accoppiata scudetto e Coppa delle Coppe. Da ricordare il gol su rigore all’ultimo minuto contro la Fiorentina o la doppietta al Comunale contro l’Udinese; soprattutto, resta nella memoria quel bellissimo gol al Porto, nella finale di Coppa delle Coppe. A Torino si ferma anche per la successiva stagione, caratterizzato dalla conquista della Coppa dei Campioni. Viene ceduto al Verona nell’estate 1985, per poi tornare alla Juventus l’anno successivo, ma il fuoco è ormai spento per cui lentamente, ma inesorabilmente, si chiude il sipario. Alla fine totalizza 127 presenze con 18 gol. NICOLA CALZARETTA, “GUERIN SPORTIVO” DEL FEBBRAIO 2017 Da anni ormai fa l’imprenditore. Così lo qualifica anche Wikipedia aggiungendo che è anche un ex calciatore di ruolo centrocampista. Scrive che è nato a Verona il 12 giugno 1959 e che si chiama Beniamino Vignola. Non ci dice però, perché non lo sa, che in famiglia e per gli amici è Franco. «È il mio secondo nome, anche se non ce l’ho sui documenti. Ma fin da piccolo mi hanno sempre chiamato così. E Franco sono anche per Nicoletta, mia moglie e per i ragazzi che lavorano con me in azienda». L’azienda è la Vetrauto, fondata dal papà di Nicoletta cinquanta anni fa, di cui è amministratore insieme al cognato. «Quando ho smesso con il pallone, ho colto l’opportunità che mi offriva mio suocero. Operiamo nel campo dell’after-market. Ricambi e riparazioni dei vetri delle vetture. Ci sono entrato in punta di piedi e grazie agli insegnamenti di chi mi ha preceduto ho imparato il mestiere». L’azienda è cresciuta, adesso c’è anche la Vetrocar, con decine di filiali in tutta Italia. «Nel lavoro ho messo un po’ delle mie esperienze sportive: il gioco di squadra, l’importanza del gruppo. Ci sono anche le multe simboliche per chi arriva tardi o le brioches da portare al sabato per chi fa qualche danno». È allegro e sorridente Vignola. Seduto alla sua scrivania, alle spalle un collage di immagini del calcio perduto che lo ha visto protagonista dal 1979 al 1992 con Verona, Avellino, Juventus, Empoli e Mantova. Le ultime consegne di lavoro, poi telefono silenziato, mentre da una busta ecco comparire una maglia bianconera: scudetto sul petto e numero dieci. La mostra con orgoglio. È una cosa preziosa, al pari di una perla. E non a caso la sede della sua azienda è in Via del Perlar, l’albero delle perle, per l’appunto. «Erano anni che non la riprendevo tra le mani. È una bella sensazione. È l’unica maglia che ho conservato. L’altra, quella gialla con il numero sette con cui ho conquistato la Coppa delle Coppe nel 1984, l’ho donata al Museo della Juventus. E tutte le volte che penso che qualcosa di mio è in un museo mi vengono i brividi». – Sei d’accordo che la perla più preziosa delle tue stagioni alla Juve è il gol di Basilea del 16 maggio 1984? «Sì. Segnare una rete in una finale internazionale, penso sia il sogno di tanti. Se poi è anche quella che ha contribuito alla vittoria finale, beh, diciamo che è proprio una bella perla». – Ci racconti l’azione? «Fu un gol strano. Ricevo palla da Platini, sono sulla tre-quarti avversaria e punto verso la porta, allargandomi leggermente a sinistra. Attendo il movimento dei miei compagni, però più avanzo, più non vedo “gialli” da servire. Quindi mi allargo ancora un po’ e, a quel punto, dal limite carico a tutta forza il sinistro per incrociare al massimo il tiro. Il portiere non si tuffa nemmeno, mentre il pallone accarezza il palo e finisce in rete». – Sono passati tredici minuti, 1-0 per la Juve. Segue tua esultanza. «Non stavo nella pelle, non mi sembrava vero. Alzo le braccia e poi mi metto in ginocchio. Il primo ad arrivare è Cabrini che mi sventola davanti il pugno, mi abbraccia e mi tira su insieme a Boniek». – C’è il tuo zampino anche nel 2-1 finale siglato dal polacco. «Il lancio in verticale per Zibì era uno schema ricorrente in quella Juve. La mia imbucata fu suggerita dal suo perfetto inserimento in area. Poi ancora oggi non so come fece a beffare portiere e difensore con quel tocchetto di destro in anticipo su tutti (sorride)». – Al 90’ la Coppa delle Coppe è bianconera. «E Trapattoni, che mi aveva appena tolto, mi stringe il viso con le sue mani e poi mi abbraccia con tutta la sua forza, euforico. Poi la gioia dei miei compagni, quasi tutti reduci dalla grandissima delusione di Atene dell’anno prima. C’era voglia di rivalsa, di rivincita immediata. Sembra impossibile, ma quello fu soltanto il secondo successo internazionale della Juve dopo la Coppa Uefa del 1977». – E tu che cosa provasti? «Volavo su una nuvola. Alla mia prima stagione alla Juve, dopo aver vinto anche lo scudetto, non potevo chiedere di più. Ma come sempre accade, nel momento non riesci a cogliere appieno tutte le emozioni. Comprendi ciò che ti è successo dopo, col tempo, con i ricordi, riparlandone come stiamo facendo adesso». – Sapevi di giocare dal primo minuto? «Sì. Nella parte finale della stagione il Trap mi aveva utilizzato spesso dall’inizio al posto di Penzo. Da lui ho ereditato il “sette”, che poi era l’unico numero libero (ride). Evidentemente l’idea del mister era proprio quella di partire con me anche nella finale secca con il Porto dove c’era più bisogno di copertura a centrocampo e magari di qualche inventiva in più». – Torniamo indietro di alcuni mesi: estate 1983. Come sei arrivato alla Juventus? «In maniera rocambolesca. Anche perché, in pratica, ero già della Fiorentina. Dopo i tre anni ad Avellino, il mio nome è gettonato e il presidente vuole fare giustamente cassa. Sono a Verona, a casa. Mi chiama la società, mi dice che è tutto fatto con la Fiorentina. “Quando vieni giù fermati a Firenze per parlare con il direttore generale della società Allodi e con l’allenatore De Sisti”. Ci incontriamo, parliamo, tutto bene. Non c’è nulla di firmato, ma mi sento un giocatore della Fiorentina. Riprendo la macchina e arrivo ad Avellino. Mi vedo con il presidente Sibilia, gli riferisco tutto e lui mi fa: “Anche noi abbiamo chiuso. Ma con la Juventus. Questo è il numero di Boniperti, aspetta una tua telefonata”. Ho chiamato. “Sei contento di venire alla Juve?” Gli rispondo di sì, ma che non me l’aspettavo. E lui: “Vieni su a Torino, fai le visite e si parte”. Vado, faccio le visite, presentazione, ritiro. Tutto bello, ma nel frattempo del contratto nulla». – E quando ne avete parlato? «A Villar Perosa, come tradizione. Il primo giorno faceva i big. Il secondo i giovani. Firma in bianco e la speranza di vincere molto perché c’erano dei bei premi, ma belli davvero». – Sinceramente: eri contento di essere andato alla Juve o avevi qualche dubbio di avere pochi spazi? «Chiaro che andavo in una squadra di fuoriclasse. Nel mio ruolo poi c’era Michel Platini, il “Professore”. Però avevo ventiquattro anni e la possibilità di giocare in una delle società più prestigiose del mondo. Per la prima volta potevo competere per lo scudetto e le coppe, invece che giocare per la salvezza». – Come è stato il tuo impatto con il mondo bianconero? «Sono entrato in punta di piedi, con il massimo rispetto. Ho osservato molto. Ho cercato di capire. E ho visto una squadra composta da grandi campioni da prendere ad esempio per la serietà e l’impegno. E un gruppo di ragazzi veramente eccezionale che mi ha accolto con molta amicizia e altrettanto rispetto. Ho impiegato pochissimo tempo a integrarmi». – Facile, eri sponsorizzato da Platini! (sorride) «Michel aveva dichiarato che Vignola era uno dei giovani più interessanti del campionato. Certo, con una candidatura così la strada per arrivare alla Juve si è fatta più in discesa. A parte le battute, al di là di tutto c’erano anche dei motivi tecnico-tattici alla base delle preferenze di Platini. Da un lato le mie qualità tecniche. E per gente come Platini che amava il palleggio era sicuramente più piacevole giocare. Tatticamente la mia presenza gli consentiva di poter stare più avanti, più vicino alla porta. Cosa che lui amava moltissimo, non solo per segnare di più, ma anche per non doversi preoccupare della marcatura». – Chi era Michel Platini? «Un fuoriclasse. Senza se e senza ma. A fine allenamento ci si fermava per tirare in porta dal limite dell’area. Io a destra e lui dall’altra parte. Calciava forte, collo pieno, con la palla ferma. La traiettoria era perfetta e andava dove voleva lui, con effetto o senza. Gli chiedevo come facesse a tirare in quel modo. E lui, candido: “Calcio il pallone!”. Con me aveva un rapporto particolare, una volta gli detti anche un suggerimento per le punizioni. Gli dissi: “Ormai tanti ti conoscono, il portiere si prepara a tuffarsi sul lato coperto dalla barriera e, magari, fa in anticipo un passo verso il centro della porta. Prova a tirarla bassa, sul suo palo”. Mi ascoltò e qualche domenica dopo beffò così Castellini, numero uno del Napoli». – Si fidava molto di te. «C’era molta stima. E complicità. Spesso mi chiedeva informazioni su chi lo avrebbe marcato. E allora gli dicevo, questo è tosto, quest’altro non ti molla mai, oppure questo qui è uno che ti lascia giocare. Ma di lui, in realtà, c’è un aspetto che pochi conoscono. Pare impossibile, ma era uno che aveva bisogno di essere rincuorato, rasserenato, talvolta incoraggiato. Succedeva spesso e capitò anche nella finale di Basilea. Guarda le immagini: squadre schierate a centrocampo, si vede che lui si gira verso di me e parliamo. Era in cerca delle ultime rassicurazioni». – E tu cosa gli hai detto? «Michel, questa partita ce la devi far vincere tu». – Era già capitato di avergli dato questo “ordine”? «Successe nel derby di ritorno del campionato 1983-84. Eravamo sotto di un gol, allora io e Bonini ci avvicinammo a lui e glielo dicemmo: “Ora ci devi portare alla vittoria” Così fu, due gol, di cui il primo di testa da vero centravanti». – Guarda caso dopo una manciata di minuti dal tuo ingresso in campo. «Era una soluzione a cui Trapattoni ricorreva spesso. Ero realmente il dodicesimo titolare, partivo dalla panchina, ma ero quasi sicuro che avrei giocato. Il mister mi vedeva bene, sia quando la partita meritava una svolta, sia quando c’era da aumentare il numero a centrocampo. Col Toro si doveva recuperare la partita. Entro io e Platini gioca più avanti. Quella volta uscì Prandelli, ma spesso era una punta a lasciarmi il posto. E Paolo Rossi e Boniek non erano per niente felici di uscire. Pablito si accigliava, e magari sbottava in differita. Zibì, invece, si incazzava in tempo reale con corredo di parolacce». – Come facevi a entrare subito nel vivo della partita? «Intanto non avevo bisogno di molto riscaldamento. Poi c’è il fattore mentale: andavo in panchina carico e concentrato, come se fossi già in campo. In più avevo una certa facilità di lettura della gara, il che mi aiutava molto. Infine ero alla Juve e con certi compagni a fianco è molto più semplice giocare, anche se si entra a partita in corso. Con una terminologia moderna, direi che sono stato il primo “intenso” nella storia del calcio in Italia (ride)». – Adesso ti butto lì una data:1 aprile 1984, al Comunale si gioca Juventus-Fiorentina. «Ed io quel giorno ho il dieci sulle spalle. Ed era la prima volta. Il “Professore” aveva la febbre. Timori? Beh, insomma. Sostituire Michel non è semplice. Sentivo di avere la fiducia di tutti. Fu molto bella l’intervista nel pre-partita di Tardelli. Giampiero Galeazzi gli fa notare che alla Juve manca Platini e lui risponde: “C’è Vignola”». – Cosa ricordi di quella domenica primaverile? «Ricordo tutto, in particolare quello che successe all’ultimo minuto sullo 0-0. Contatto in area tra Pecci e Boniek. Zibì cade e l’arbitro fischia il rigore. Non so perché, ma prendo subito il pallone in mano e lo poggio sul dischetto. È un gesto istintivo, di pancia. Adesso, mi vengono i brividi al pensiero della responsabilità che mi presi. Va detto che intorno a me non c’era la fila per battere il rigore. E sì che in campo c’era gente come Cabrini, Paolo Rossi, lo stesso Boniek. Non ho pensato all’esecuzione. Ad Avellino i rigori li tiravo io, insomma, mi presi un bel rischio, ma non ero certamente sprovveduto, anche se Boniek si tiene le mani nei capelli. Rincorsa, collo interno, forte a incrociare. Giovanni Galli da una parte e pallone dall’altra. Un boato. Viene giù lo stadio, mentre io corro verso la curva. È il gol che vale la partita e consolida il nostro primato in classifica». – Continuiamo il gioco delle date: 21 aprile 1984, Juventus-Udinese, giornata numero ventisette. «Ero in panchina quella domenica. Vantaggio nostro con Paolo Rossi. Verso la fine del primo tempo ci fu l’uno-due dell’Udinese. Prima Mauro e poi Zico, 2-1 per loro in un minuto. Nell’intervallo Trapattoni mi dice di prepararmi, esce Boniek. Fa caldo, io sono già pronto. Sto veramente bene e sento la fiducia di tutti. Sono momenti magici, difficile dire di più. Segno due volte, è la prima doppietta con la Juventus. Il gol del controsorpasso lo faccio addirittura di destro. Si rivince e si vola a più quattro sulla Roma quando mancano tre giornate alla fine. Per lo scudetto manca solo la matematica». – La slot machine delle date si ferma al 6.5.84. «Una domenica fantastica. Giochiamo in casa contro il mio Avellino. A noi basta un punto e quello arriva. Sono felice anche i miei ex compagni che con il pareggio sono salvi. E poi c’è l’omaggio a Beppe Furino che entra a fine gara e conquista così il suo ottavo scudetto. Per me è invece il primo, e sono il ritratto della felicità». – Dieci giorni dopo c’è il trionfo di Basilea. «Una doppietta fantastica, come accadde nel 1977. Ma dal giorno dopo iniziammo a pensare solo alla Coppa dei Campioni». – E tu che pensieri avevi: credevi di essere trai primi undici o no? «Ci speravo. La Juve acquistò Briaschi al posto di Penzo. Partì benissimo, il tandem con Paolo Rossi funzionava a meraviglia. Il Trap mi voleva fisso a centrocampo, e per questo, complici anche alcuni infortuni dei nostri difensori, spostò Tardelli come terzino destro. L’esperimento non durò. Marco non sposò mai l’idea, i risultati non furono incoraggianti e per me ci fu un passo indietro». – L’andamento incerto in campionato costò il posto anche al tuo amico Tacconi. «Ci si conosceva bene. Dopo i tre anni di Avellino, siamo passati tutti e due alla Juventus. Portiere fortissimo, carattere spavaldo, ma dietro alla maschera di guascone, c’era più di un pensiero. Specie il primo anno alla Juventus si sentiva osservato, sempre sotto esame. La maglia di Zoff pesava e avrebbe schiacciato chiunque». – Condividevi la camera con lui? «Sì, da sempre. E i sabato notte erano un tormento. Si parlava, ci scambiavamo emozioni. Mi fumava addosso non so quante sigarette. E ogni tanto si placava con qualche “amaro”: Non ti dico il periodo in cui è stato fuori squadra. Una lotta». – Se ne uscì anche con critiche verso la dirigenza e l’allenatore. «Che gli costarono anche tanti bei soldi di multe. Era fatto così. Era il compagno più veloce a fare la doccia. Così poi usciva e andava incontro ai giornalisti. Sai quante volte gli ho detto, Stefano, aspetta, stai buono qui nello spogliatoio. Niente». – Per la finale di Coppa dei Campioni il Trap gli ridà la maglia da titolare. «Tacconi era un portiere di avvenire e un capitale per la società. L’unico grande dispiacere, non solo mio, ma di tutta la squadra, fu il ritorno di Bodini in panchina. Era un peccato, perché ci aveva comunque portati lui alla finale. Grande Luciano, il fratellino di Gaetano Scirea». – Mi dici la tua sull’Heysel? «Una tragedia assurda. Sbagliammo anche noi giocatori. Certi atteggiamenti andavano evitati. Una pagina veramente triste e dolorosa per tutti». – Perché nell’estate del 1985 vai a Verona? «Mi chiamò Mascetti con cui avevo giocato a inizio carriera. Mi ero sposato da poco con Nicoletta, alla Juventus mi sentivo un po’ chiuso, insomma il ritorno nella mia città mi parve una cosa buona. Invece fu un flop. La carica positiva dell’anno prima che aveva condotto allo scudetto si era quasi esaurita. A fine stagione c’erano i Mondiali in Messico, magari per qualcuno è stato anche un condizionamento. Nel mio ruolo poi c’era Di Gennaro e anch’io, onestamente, non ho dato il massimo. Peccato perché pensavo che l’aria di casa mi avrebbe dato una spinta in più». – A che età sei entrato nel vivaio del Verona? «A undici anni. Con in tasca il sogno di diventare calciatore. La scuola mi ha sempre appassionato poco, anche se il diploma di geometra alla fine l’ho preso. Andavo allo stadio accompagnato da mio padre che lavorava in Comune e che faceva la “maschera” al Bentegodi». – Le prime scarpette vere quando le hai avute? «Me le hanno date lì a Verona. Poi me le feci fare da un artigiano e le portai fino a che non si bucarono». – Tacchetti fissi o intercambiabili? «I tredici fissi di gomma di una volta. La scarpa era più morbida, sentivi meglio il pallone. Anche Platini le preferiva. Ricordo sempre le incazzature del Trap, specie quando si attraversava il corridoio all’interno del Comunale: “Voglio sentire il rumore dei tacchetti!”. Ma per quello c’erano i difensori: Gentile, Cabrini, Brio: loro avevano sempre i tacchetti in alluminio». – Di quale squadra eri tifoso? «Del Milan e di Gianni Rivera. Ovvio, tenevo anche per il Verona. Tra l’altro ero in gradinata quel 20 maggio 1973, il giorno del famoso 5-3, con la grande delusione del popolo rossonero per lo scudetto della stella sfuggito all’ultima giornata. Ci rimasi male anch’io, ma fui contento per l’Hellas». – È stata dura debuttare in Prima Squadra? «Il fisico non mi ha aiutato, nonostante la tecnica fosse molto buona. L’allenatore della svolta è stato Ferruccio Valcareggi, che nei suoi anni a Verona, dava un occhio anche al settore giovanile. Mi ha valorizzato, mi ha fatto fare allenamenti specifici per irrobustire la muscolatura. Gli devo molto». – E finalmente nel 1978-79 il tuo debutto in A con il Verona. «La prima partita fu Perugia-Verona 1-1 del 7 gennaio 1979, poi feci altre cinque gare, compresa quella contro il Milan a San Siro. Finito il primo tempo, eravamo in vantaggio 1-0. Segnò Calloni, ex con il dente avvelenato. I rossoneri si stavano giocando lo scudetto, noi praticamente eravamo già retrocessi. Nell’intervallo ci vennero a bussare. Io ero alle prime armi, ero in disparte, ma questa cosa mi disorientò. Alla fine vinse il Milan 2-1 e in me è rimasta una sensazione sgradevole». – L’anno dopo rimani a Verona, in B. «E faccio una buona stagione. Gioco titolare e divento un punto fermo della squadra. Ho anche la mia prima figurina Panini e quando viene il fotografo, io sfacciato, gli chiedo un album dei “Calciatori” completo. E fui accontentato». – A Verona sei una pedina fondamentale. «E i miei compagni, vista la mia struttura fisica, prendono le mie difese per tutelare ginocchi e caviglie. È Adriano Fedele il mio angelo custode principale. Era agli ultimi anni di carriera, giocava dietro di me sulla fascia sinistra. “Tu vai e non ti preoccupare di niente. In tutti i sensi”». – Estate 1980. Da Verona all’Avellino che parte da -5: perché? «Perché alla società davano, come hanno dato, un miliardo e mezzo, molti soldi in più rispetto a Como, Bologna e Inter che erano interessate a me. Io ci vado perché l’Avellino fa la Serie A e capisco che posso giocare titolare». – Immagino fosse la prima volta che ti muovevi da casa. «Sì. Mia madre nemmeno sapeva dove si trovasse Avellino. Avevo ventuno anni e un bel po’ di incoscienza. Tanto che dico che certe scelte vanno fatte a quella età lì, perché dopo non le fai più. Col senno di poi feci bene ad accettare Avellino. Sono arrivato che sapevo dare solo di fioretto. Sono ripartito che ho imparato anche a usare la sciabola». – A pochi mesi dal tuo arrivo in Irpinia, hai vissuto l’esperienza del terremoto. «23 novembre 1980. A me andò bene, la palazzina dove vivevo tremò e basta. Ma per il resto fu un dramma incredibile. Il Partenio, fu trasformato in una tendopoli. Noi riuscimmo a dare alla gente un sorriso con le nostre prestazioni. Al Sud il calcio si vive in maniera totalitaria. Nelle condizioni in cui si trovarono molti dei nostri tifosi, la partita diventò ancora più importante come momento di distrazione». – Anche ad Avellino avevi il tuo angelo custode? «Ce ne erano diversi. Da capitan Di Somma a Cattaneo, quindi Beruatto, Valente. Gente tostissima. Io ebbi la fortuna di partire alla grande tra amichevoli, Coppa Italia e prime giornate di campionato. Allora i dubbi su di me svanirono e diventai il passerottino da proteggere. Ma Avellino era veramente un ambiente ai confini della realtà. A parte il fatto che il campo, prima delle partite, veniva sempre bagnato. Il terreno era pesantissimo. Questo sfavoriva le squadre più tecniche, ma anche me. Poi c’era quel corridoio sotterraneo, stretto e lungo, che collegava gli spogliatoi al campo. Ogni tanto, chissà perché, si spegnevano le luci. Ricordo ancora di un giocatore dell’Inter, espulso, che attese la fine della partita per tornare nello spogliatoio insieme ai compagni». – A completare il quadro c’era poi il presidente Antonio Sibilla. Ma è vero che una volta ti ha preso a schiaffi? «Ci ha provato, ho tentato di scansarmi e comunque non mi ha mai chiesto scusa. Non stavamo giocando bene. Ci fu un faccia a faccia. Lui imprecava contro di me. Io gli risposi: “Se non le vado bene, mi dia i soldi che avanzo e mi venda”. Mi dette una sberla che tentai di schivare. Gli mancai di rispetto, secondo lui. Boh, forse sbagliai a pormi in quel modo. Di certo oggi non lo rifarei». – Cosa altro non rifaresti? «Non ritornerei alla Juventus nel 1986. Non c’era più Trapattoni, ma mister Marchesi. Platini era al suo ultimo anno, ma aveva già staccato. Anch’io avevo perso un po’ di magia. La fiamma si era spenta. E nell’autunno 1988 eccomi a Empoli in B, per poi finire in C1 la stagione seguente». – E allora lì che succede? «Prendi atto che devi cambiare rotta. Anche se mi erano arrivate proposte, perfino dal Canada, ti metti a sedere con la famiglia e decidi per il futuro. Per Nicoletta acquistiamo una farmacia che è poi anche il presente delle nostre figlie Chiara e Giulia. Ed io metto i ricordi in bacheca e accetto la proposta di mio suocero di lavorare per la sua azienda». – Ti sei mai chiesto il perché del tuo precoce declino? «No. Forse ho pagato tutto il “bello e subito” della mia prima stagione alla Juventus. Ma guarda, io sono più che contento così. Non ho rimpianti. Anzi, sono felice di aver lasciato il segno alla Juventus e di essere ancora oggi un “beniamino” del popolo bianconero». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/beniamino-vignola.html
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BENIAMINO VIGNOLA https://it.wikipedia.org/wiki/Beniamino_Vignola Nazione: Italia Luogo di nascita: Verona Data di nascita: 12.06.1959 Ruolo: Centrocampista Altezza: 172 cm Peso: 64 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1983 al 1985 e dal 1986 al 1988 Esordio: 21.08.1983 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 1-0 Ultima partita: 23.05.1988 - Spareggio Uefa - Torino-Juventus 0-0 128 presenze - 18 reti 1 scudetto 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 1 supercoppa Uefa Beniamino Vignola (Verona, 12 giugno 1959) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Beniamino Vignola Vignola all'Avellino nel 1980 Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 64 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1992 Carriera Giovanili 1975-1978 Verona Squadre di club1 1978-1980 Verona 43 (2) 1980-1983 Avellino 88 (16) 1983-1985 Juventus 76 (16) 1985-1986 Verona 19 (2) 1986-1988 Juventus 52 (2) 1988-1990 Empoli 68 (12) 1991-1992 Mantova 28 (5) Nazionale 1984 Italia U-21 5 (2) Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1984 Caratteristiche tecniche Fu una mezzala molto tecnica, dal fisico minuto, inizialmente paragonato a Gianni Rivera. Carriera Giocatore Club Vignola (a sinistra) in azione alla Juventus nel 1984, inseguito dal cremonese Pancheri. Cresciuto calcisticamente nella squadra della sua città, il Verona, esordì in Serie A nelle file degli scaligeri nel 1978. L'anno dopo passò all'Avellino, con cui giocò per tre stagioni consecutive mettendosi in luce assieme ad altri elementi, quali Tacconi e Favero, che ritroverà poi alla Juventus. Nell'estate 1983 fu infatti acquistato dal club bianconero, su suggerimento di Michel Platini del quale divenne la prima riserva: «Temevo di marcire in panchina, ma riuscii lo stesso a graffiare. [...] mi godo il ricordo di essere stato il vice-Platini e di averci più volte giocato assieme. Non è poco». Nonostante le gerarchie prestabilite, sul finire della stagione 1983-1984 divenne titolare contribuendo alla conquista di scudetto e Coppa delle Coppe; contro l'Udinese siglò una doppietta, e fu assoluto protagonista nella finale di coppa disputata il 16 maggio a Basilea contro il Porto, vinta 2-1 grazie alla sua iniziale segnatura nonché al suo successivo assist per il decisivo gol di Boniek. Vestì la maglia bianconera fino al 1988, eccetto una parentesi ai campioni d'Italia in carica del Verona nell'annata 1985-1986, che lo acquistarono per 4,8 miliardi di lire. Con i bianconeri vinse nel 1984 il succitato double continentale, nonché una Coppa dei Campioni e una Supercoppa UEFA l'anno successivo. Si accasò quindi all'Empoli, in Serie B, retrocedendo in C1 al termine del campionato 1988-1989. Chiuse la carriera professionistica nel 1992, in Serie C2, con la maglia del Mantova, squadra per la quale diventò poi direttore sportivo nel corso della stagione 1993-1994. Dopo il fallimento della squadra lombarda e un'esperienza da calciatore-allenatore nel San Martino Buon Albergo, squadra dilettantistica veronese, lasciò definitivamente il calcio. Nazionale Vignola (accosciato, secondo da sinistra) in nazionale per la fase finale del campionato europeo Under-21 1984 Vanta cinque presenze e due reti in nazionale Under-21, con la quale partecipò al torneo olimpico di Los Angeles 1984 chiuso dagli azzurri al quarto posto. Dopo il ritiro Terminata l'esperienza calcistica, si è dedicato, assieme al cognato, a due ditte avviate dal suocero, specializzate nel commercio di vetri per auto e veicoli commerciali. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1983-1984 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985
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NICOLA CARICOLA Fino a poco tempo fa cantava «Non ho l’età» – scrive Marco Montanari sul “Guerin Sportivo” del 6 luglio 1983 –, ma lo faceva più per timidezza che per altro. Adesso il motivetto è cambiato, va di moda «Non voglio perderti», una canzone che negli spogliatoi della Juventus si sente a tanto tempo, da sempre. Il calciatore-cantante in questione è Nicola Caricola, di Bari, l’ultimo «sfizio» di Madama. Le Signore, si sa, sono capricciose, vogliono sempre il meglio. E Nicola, nel suo campo, è il meglio o quasi. Vent’anni, fisico scattante, titolare della Nazionale Juniores prima e della Under 21 poi, quest’anno ha conosciuto l’onta della retrocessione in Serie C col suo Bari. Ma – a detta di tutti – lui dal naufragio si è salvato. «Continua a fare il tuo dovere, mi diceva il presidente Matarrese, e vedrai che sarai ripagato di tutto. Ecco, adesso ho la prova che seminando bene si raccoglie sempre, anche se per me si è trattato di un raccolto particolarmente... abbondante». Nicola è fatto così: modesto, serio, onesto. Soprattutto onesto. Con se stesso e con gli altri. «Pensa che Radice non mi ha fatto giocare l’ultima partita, quando eravamo retrocessi matematicamente, perché temeva che non ne avessi voglia. Io invece avrei fatto di tutto per giocare ancora davanti a quel meraviglioso pubblico che mi ha sempre voluto bene e che si trova in Serie C solo per colpa nostra». Nicola è nato a Bari il 13 febbraio 1963. Il padre è autista dell’Amet, la madre casalinga. Ha cinque fratelli, lui è il più piccolo della famiglia. A proposito dei fratelli, una curiosità: tre di loro hanno tentato la via del calcio. «La palla di cuoio per noi Caricola è una specie di droga. Michele fa il vigile urbano ma è tesserato per il Carovigno, una squadra che gioca in Promozione; Marcello gioca nel Noci (Prima Categoria); Carmine ha disputato l’ultimo campionato di Serie C1 col Piacenza. Poi ci sono io. E, visti i risultati, sembra proprio che gli ultimi siano davvero i primi...». Il rione Madonnella, quello che vide i primi calci di Nicola, è un grande serbatoio di talenti calcistici. «Gli ultimi in ordine di tempo a venir fuori dai vicoli della Madonnella siamo stati io e Tavarilli, sai, quel ragazzo che andava fortissimo e che poi ha conosciuto tante traversie». Ma la prima, vera squadra fu il Triggiano, la formazione di un paesino a pochi chilometri da Earl. «Fu mio fratello Carmine a fare entrare il sottoscritto e Tavarilli nel Triggiano. Era il 1973 e giocavo da centravanti. Poi, due anni dopo, mio padre si trasferì a Japigia, uno dei quartieri più popolari della città. Naturalmente il trasloco riguardò anche me, così dovetti cambiare maglia e passai allo Japigia. Cambiando casa, pensai bene di cambiare anche ruolo: da centravanti ad ala sinistra. Così volle il mio allenatore Benedetto, che mi ebbe in cura per un anno. Successivamente fui tesserato dalla Rossano e, al termine di quella stagione, feci un provino per l’Inter a Cassano Murge. Inutile dire che i selezionatori nerazzurri non mi ritennero all’altezza e il sogno svanì». Il resto è cronaca: due anni alla Liberty Bari («Dove passai a centrocampo, tanto per gradire…») e quindi il trasferimento al Bari, la trafila nelle giovanili e, nel campionato 1981-82, il debutto in prima squadra. Come stopper. Il cammino del gambero (nel senso di ruolo) era terminato. ➖ A chi devi qualcosa? «Sul piano calcistico devo molto a Catuzzi, che prima ancora di essere un ottimo allenatore era un grande amico. Con lui, nella Primavera del Bari, cominciai a giocare da difensore, e fu grazie a quest’ultimo spostamento che ebbi modo di mettermi in mostra, tanto da vincere nella stagione 1980-81 il Torneo di Montecarlo con la Nazionale Juniores e la coppa Italia Primavera col Bari». ➖ Nazionale Juniores 1980-81: c’era Bergomi, c’era Evani, c’era Galderisi, per non parlare di Icardi, Bertoneri, Righetti, Bolis e altri che sono diventati protagonisti dei maggiori campionati… «Infatti, la concorrenza era tanta ed io fui chiamato a sostituire Bergomi solo per qualche minuto. Ma che gioia quando “Nanu” Galderisi, il capitano, levò il trofeo al cielo». ➖ Da Catuzzi a Radice: differenze? «Tante. Radice non è mai riuscito a creare uno spirito di squadra, anche se ovviamente le sue qualità di tecnico non si discutono». ➖ C’è chi dice che il Bari non ha dato tutto proprio per il cambio di tecnico... «Lo escludo. Tutti noi eravamo legati a Catuzzi, è vero, ma attribuire la nostra retrocessione a questo mi sembra un po’ troppo, non trovi?». ➖ Dal Bari miracolo al Bari retrocesso: cos’è successo? «È andato tutto storto, i rigori sbagliati, i pali che respingevano tutti i nostri tiri. Insomma, come una maledizione, credimi». ➖ Ha influito anche il duplice incarico di Matarrese, presidente del Bari e della Lega al tempo stesso? «No, semmai questo fatto ci stimolava a dare ancora di più, volevamo essere degni di giocare nella squadra del presidente della Lega». ➖ Dell’interessamento juventino si parlava già da tanto tempo, ma tu continuavi a negare, a dire che non era ancora giunto il momento... «Guarda che quella era la pura verità. Il presidente mi aveva detto che la Juventus mi stava seguendo con attenzione e quindi poteva anche succedere che a fine stagione... Al tempo stesso, però, mi disse di non pensarci perché a volte uno si illude e poi resta con un pugno di mosche in mano». ➖ Cosa significa la Juventus per un giovane calciatore? «Quello che significa per un bancario la presidenza della Banca d’Italia. La Juve ti affascina, ti prende tutto senza che tu te ne accorga. È una grande mamma o un’abile amante, dipende dai punti di vista». ➖ Racconta il tuo arrivo a Torino. «Niente di speciale, se vuoi sapere delle accoglienze. La Juve ha uno stile, i tifosi juventini sono figli di questo stile. E poi scusa: loro sono abituati ad applaudire Platini. Rossi, Scirea, Boniek, Gentile, Cabrini, Tardelli, vuoi che si emozionino per Nicola Caricola?». ➖ Dicono che i tuoi nuovi compagni di squadra ti abbiano accolto bene... «Cos’è, la faccenda dei clan? Alla Juventus, per quanto ho potuto vedere, esiste un solo clan: quello della... Juventus. Il resto è frutto della fantasia di chi non ama questa squadra solo per il fatto che sa dove vuole arrivare e ci arriva». ➖ Quest’anno, però... «Un’annata storta può capitare a tutti, sempre che un secondo posto in campionato, la finale di Coppa dei Campioni e la vittoria in Coppa Italia rappresentino un bilancio in rosso». ➖ E l’anno prossimo? «In che senso?». ➖ Nel senso della Juve... «Bè, l’anno prossimo è chiaro che gli obiettivi saranno quelli di sempre, vale a dire campionato, Coppa Italia e Coppa delle Coppe». ➖ E nel senso di Caricola? «Sono appena arrivato, non so ancora niente, al limite neppure se resterò in bianconero. Quindi...». ➖ Hai la possibilità di fare avverare un tuo desiderio. Cosa chiedi? «Ripassa quando ne avrò a disposizione almeno dieci...». ➖ Cosa chiedi alla vita? «Di poter restare quello che sono, un ragazzo come tanti altri con la fortuna di lavorare divertendomi». ➖ È difficile vivere nel mondo del calcio? «Diventa difficile se pensi a quello che ti toglie e non a quello che ti dà». ➖ E cosa dà? «La possibilità di guadagnare bene, di girare il mondo, di conoscere tanta gente nuova. Cose insomma che facendo il vigile urbano (tanto per chiamare in causa mio fratello Michele) non puoi avere». ➖ E cosa toglie? «Un pizzico di libertà personale, qualche divertimento, la domenica al mare o in montagna con la ragazza. Tutte cose, comunque, alle quali non è difficile rinunciare». ➖ Chi è Caricola fuori campo? «Te l’ho detto prima: un ragazzo come tutti gli altri. Insomma la musica, il cinema, qualche buon libro, gli amici...». ➖ E la ragazza. «Già. Luana. La donna ha sempre un ruolo importantissimo nella vita di un uomo, ma non puoi immaginare quanto conti in quella di un calciatore. Quando una partita va male, quando sei criticato e senti di non meritare queste critiche, solo lei può aiutarti». ➖ Quindi niente programmi immediati... «No, uno ce l’ho: andare in Sardegna con Luana a godermi qualche giorno di ferie. Sai, questo il calcio non lo toglie mica...». E così Nicola Caricola di Bari saluta la compagnia e va a preparare i bagagli. C’è da mettersi in ordine per la prossima stagione. La Juventus per lui è come Sanremo per il «vero» Nicola di Bari. Con la certezza che non canterà una sola estate... L’esordio in bianconero è con il botto: 11 settembre ‘83, la Juventus affonda l’Ascoli sotto una valanga di gol (7-0) e Nicola se la cava molto bene. È una stagione molto positiva, per lui e per la Juventus, la quale si aggiudica il campionato e la Coppa Coppe. E nella partita decisiva per lo scudetto, allo Stadio Olimpico contro la Roma, Caricola ha l’occasione di entrare nella storia. La partita è incanalata sullo 0-0 quando Nicola, subentrato a Platini, è smarcato solo davanti al portiere giallorosso Tancredi: è l’occasione della sua vita, il gol significherebbe scudetto sicuro con tante giornate di anticipo. Nicola chiude gli occhi e tira: la sua “ciabattata”, però, è sbilenca e termina a lato. Poco male, la Juventus vincerà ugualmente lo scudetto, ma un’occasione simile non gli capiterà mai più, tanto è vero che terminerà la sua carriera bianconera senza aver mai realizzato una sola rete. La stagione successiva è meno felice: la Juventus ha acquistato Pioli dal Parma e gli spazi si riducono. La società punta molto sull’ex parmense, ritenuto la prima riserva difensiva e per Nicola sono molte le partite vissute da spettatore. Sarà così anche nelle due sfide con il Liverpool, che portano nella bacheca juventina la Supercoppa Europea e la Coppa Campioni. Ma il ragazzo barese non si abbatte: «In questa squadra c’è soltanto da imparare. Anche stando fuori puoi capire come si deve giocare al calcio. La Juventus è un’università del calcio, dove i professori sono anche dei cari amici. Perciò di più non puoi e non devi chiedere». Il campionato 1985-86 è ancora peggiore; solamente 9 presenze e uno scudetto conquistato da comparsa. La stagione successiva vede Rino Marchesi alla guida della Juventus. Trapattoni è passato all’Inter e lascia la sua pesante eredità al tecnico ex comasco. Sarà una delusione completa: eliminata molto presto dalla Coppa Campioni, mai in lotta per lo scudetto, la squadra bianconera deve anche salutare la sua stella più fulgida, Michel Platini, che decide di abbandonare il calcio. Paradossalmente, per Nicola è una stagione ottima: grazie a qualche infortunio (Cabrini e Scirea su tutti) scende in campo per ben 28 volte, confermando la sua duttilità. Marchesi, infatti, lo schiera in tutti i ruoli difensivi, anche in quello di libero nonostante la concorrenza di Favero e del nuovo acquisto Soldà. «Ho ventitré anni e tanta strada da poter percorrere davanti a me. Ho capito che alla Juventus bisogna saper aspettare, con pazienza e serietà, senza mai alzare la voce. Se vali, presto o tardi conoscerai la definitiva consacrazione. Ed io penso a quanti giovani vorrebbero essere al mio posto. No, ho messo da parte qualsiasi malinconia: e della Juve anch’io, presto, sarò parte fondamentale. Quando si è giovani non si è mai battuti o rassegnati. La Juventus è, per me, come un’università. Ora sono un allievo, vicino (spero) alla laurea. Domani toccherà a me prendere per mano altri ragazzi. Il problema è capire che una società così difficilmente la puoi trovare. Questo è un ambiente perfetto, dove “avere stile” non è una frase fatta ma un autentico abito morale... Devi dare per avere: con il sacrificio, l’umiltà, la classe. A ventitré anni mi sono tolto già diverse soddisfazioni: nei primi tre campionati ho disputato tante partite, dando il mio contributo alle varie conquiste juventine in giro per il mondo... Credetemi, si è importanti in panchina. Lavori, sudi, soffri anche fuori dall’evento agonistico. E non puoi mai deconcentrarti. In qualsiasi momento Marchesi può urlarti: “Cambiati, entri tu...”. E in quei minuti devi dare il massimo». Invece, termina qui l’avventura bianconera di Nicola. Si trasferisce a Genova, sponda rossoblù: rimarrà nel Grifone per ben 7 stagioni, diventandone una bandiera. Nel 1996, emigra negli Stati Uniti, per giocare nella squadra del New York Metrostars, insieme a Roberto Donadoni. L’anno successivo decide di abbandonare il calcio e di rientrare in Italia. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/nicola-caricola.html
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NICOLA CARICOLA https://it.wikipedia.org/wiki/Nicola_Caricola Nazione: Italia Luogo di nascita: Bari Data di nascita: 13.02.1963 Ruolo: Difensore Altezza: 180 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1983 al 1987 Esordio: 21.08.1983 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 1-0 Ultima partita: 17.05.1987 - Serie A - Juventus-Brescia 3-2 87 presenze - 0 reti 2 scudetti 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Nicola Caricola (Bari, 13 febbraio 1963) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. È noto anche come Caricola II poiché anche suo fratello maggiore Carmine ha giocato a calcio (Taranto, Bisceglie). Nicola Caricola Caricola alla Juventus nella stagione 1986-1987 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1997 Carriera Giovanili 1981 Bari Squadre di club 1981-1983 Bari 70 (2) 1983-1987 Juventus 87 (0) 1987-1994 Genoa 201 (6) 1994 Torino 4 (0) 1994-1995 Genoa 24 (0) 1995-1997 N.Y./N.J. MetroStars 32 (2) Nazionale 1982-1984 Italia U-21 10 (0) Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1984 Carriera Cresciuto nel Bari, con cui giocò dal 1981 al 1983 in Serie B, fu chiamato in Nazionale Under-21, con cui esordì il 6 ottobre 1982 contro l'Austria, giocando poi in totale 10 partite con gli azzurrini. Passò ventenne alla Juventus, con cui rimase fino al 1987, vincendo due scudetti. Esordì in Serie A l'11 settembre 1983 in Juventus-Ascoli (7-0). In bianconero vinse anche la Coppa delle Coppe e la Supercoppa europea del 1984, Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale del 1985. Successivamente si trasferì al Genoa, dove rimase sino al 1994, giocando anche la Coppa UEFA. Emigrò nel 1996 negli Stati Uniti insieme a Roberto Donadoni con cui giocò nel New York Metrostars, prima di ritirarsi nel 1997. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1983-1984, 1985-1986 Campionato italiano di Serie B: 1 - Genoa: 1988-1989 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985
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STEFANO TACCONI Poteva diventare cuoco e preparare spaghetti all’amatriciana – scrive Angelo Caroli su “Hurrà Juventus” del gennaio 1984 – e polenta con spezzatino; invece è finito fra due pali, a vivere in solitudine l’arte acrobatica del portiere. La storia di Stefano Tacconi è singolare, quasi una fiaba, dove tutto diventa incantesimo ed è appeso al sottile filo dei sogni e dove un bambino fragile si trasforma in principe. Figlio di operai (Arsenio e Giannina) di un lanificio di Ponte Felcino (piccolo paese umbro dove Stefano è nato), Tacconi viene dalla gavetta; e nasce portiere per caso, quando i fratelli maggiori Giuseppe e Piero, che credono di saperla lunga soltanto perché fanno il mestiere del centrocampista, lo obbligano a stare in mezzo a una porta, un ruolo che ogni bambino rifiuta categoricamente. Ma Stefano è docile e si adatta. Il tempo lo ripagherà con grossi interessi. Le prime esperienze calcistiche le affronta a 16 anni, nella squadretta del suo paese; poi si trasferisce a Spoleto, lusingato da un osservatore che gli aveva riconosciuto buone doti atletiche: magro come un grissino, ma la voglia di imparare non gli manca. E sogna, proprio come nelle favole. Il giovane Tacconi deve però dedicarsi anche agli studi. Perciò, dopo aver superato l’esame di terza media, s’iscrive presso l’Istituto alberghiero fra polli allo spiedo e anatre all’arancia. Ma siccome lui pensa che è meglio un portiere oggi che un cuoco domani, mette la vita dentro a un pallone, che continua ad afferrare con mani diventate sempre più forti e sicure. Gioca nello Spoleto con buoni risultati; poi un giorno compaiono Brighenti e Manni (osservatore e generai manager dell’Inter del 1975-76) per vedere all’opera un giovanotto di nome Roselli. Però piace anche Stefano e il doppio affare è concluso. L’Inter lo affida a Venturi e a Giancarlo Cella: l’angelo di Ponte Felcino sta per spiccare il volo. Quattrini pochi, ma gloria abbastanza (tornei Primavera e Berretti e Coppa Italia). È rispedito successivamente a Spoleto, poi è mandato a Busto Arsizio (Pro Patria) per via del servizio militare, dal povero Barison. Tacconi si rompe, infatti, il braccio destro (l’ulna) in uno scontro con Vendrame. Sette mesi d’inattività, poi la ripresa, lenta ma sicura. Soltanto a Livorno, in C1 e alle dipendenze di Burgnich, conosce il calcio a livello semiprofessionistico. Fa parte anche della Nazionale di Serie C che sconfigge, a Londra, l’omologa scozzese. Ma a San Benedetto, altro ambiente caloroso e tranquillo, spicca il volo deciso. Fino ad arrivare all’Avellino dove gioca, per 3 anni, a livelli ottimi. La favola subisce bellissime trasformazioni. La realtà è accarezzata e non sembra più una montagna grande e difficile da scalare. La Juventus lo mette sotto il proprio obiettivo, ne fiuta le grosse capacità e lo porta nella metropoli torinese. Prendere il posto di Zoff è un compito che avrebbe distrutto chiunque, ma non il portiere perugino il quale non manifesta il minimo turbamento, ostentando sempre tanta sicurezza. Si allena con la stessa spregiudicatezza con cui si muoveva nell’Avellino e non dimostra alcun condizionamento nei confronti di un ambiente che rappresenta il sogno di ogni calciatore italiano. «Ad Avellino dovevo fare anche da libero, figuriamoci se mi spavento per il fatto di giocare in una squadra come la Juventus che al portiere è in grado di assicurare adeguata protezione. Non mi spaventa nemmeno il paragone con Dino. Io sono Tacconi e a Zoff guardo come al maestro». Ma il ragazzo, oltre che bravo, è indubbiamente fortunato. Il suo arrivo sotto la Mole coincide con la messa in pista di una delle più solide versioni della Juve trapattoniana: confermato lo squadrone sfortunato l’anno prima, sono arrivati ritocchi di sostanza, uno dei quali, la mezzala Vignola, dallo stesso Avellino da cui proviene il portiere. La difesa destinata a proteggere Tacconi è quanto di meglio al mondo sia stato assemblato negli ultimi anni, da Gentile a Cabrini, da Brio a Scirea. Si può temere qualcosa, con tanti pezzi da novanta a dare una mano? In effetti, non trema Tacconi e soprattutto non tremano i campioni bianconeri che di Tacconi cominciano presto a fidarsi. La Juve parte con il botto, in 3 giorni segna 14 reti e non subendone alcuna, è record mondiale o giù di lì. Avanti in campionato, avanti in Coppa delle Coppe, Tacconi che pure ha nell’esperto Bodini un rivale accreditatissimo è il titolare indiscusso e dà alla retroguardia una sicurezza insperata. Non solo, con un carattere da simpatico guascone è tra quelli che più si danno da fare per incitare i compagni nei momenti difficili. Così facendo, nell’anno dell’esordio, mette insieme 23 presenze in campionato e una decina in Coppa delle Coppe e, quel che più conta, dà un contributo decisivo alla conquista di entrambi i trofei. Bravo e fortunato, si diceva. Un inizio così alla Juve l’hanno avuto in pochi. L’anno dopo, con l’arrivo dell’amico ed ex compagno di Avellino Luciano Favero, ci sono le condizioni per ripetersi. Ma stavolta la sorte è meno benigna e cominciano i problemi: dopo un clamoroso 0-4 rimediato a San Siro contro l’Inter e il derby perduto la domenica successiva, complice un suo errore in uscita, Tacconi è sostituito da Bodini e l’imprevedibile portiere perugino non accetta la panchina, con furiose polemiche che non possono sicuramente essere tollerate dall’ambiente juventino. Fioccano le multe e trascorre parecchio tempo prima che Tacconi si rassegni alla panchina che sarebbe durata per lunghi mesi. «Tacconi sfida la Juventus!», «Tacconi ha aperto il fuoco!», «Clamorosa polemica alla Juventus!». I giornali vanno a nozze, approfittando curiosi di queste polemiche poco abituali per l’ambiente juventino. «Una volta i giocatori parlavano poco, forse avevano anche paura, ma con la Legge 91 hanno acquisito la possibilità di andare dove vogliono e le società hanno inevitabilmente minor potere su di loro. Quell’esperienza che ho vissuto mi ha fatto capire che avevo commesso alcuni errori. Il tempo tuttavia ha dimostrato che non avevo parlato completamente a vanvera». Bodini si dimostra un ottimo portiere e Tacconi soffre parecchio: rientra in squadra sul finire della stagione È pronto per la finale di Bruxelles, ma se la sentirà il Trap di rischiare? Tacconi lo rassicura: «Mister sono pronto, è la mia grande occasione». Il Trap a questo punto si fida. E fa bene. Tacconi è grande nella notte di tregenda, la Juve issa in spalla la prima Coppa Campioni anche grazie alle sue strepitose parate. Il grande slam del portiere perugino si chiude di lì a qualche mese. Tokyo, 8 dicembre 1985, finale di Coppa Intercontinentale. L’apoteosi per la Juve trapattoniana, il trionfo personale per il portiere erede di Zoff. Cosa c’è di più esaltante per un portiere che ergersi a baluardo, essere l’artefice unico di un successo, insomma parare un rigore, anzi 2, anzi 3? La coppa lottata e sofferta è aggiudicata ai penalty e qui Tacconi si esalta. La sua espressione dopo l’ultima decisiva parata è nella storia televisiva e fotografica del calcio. Pugni al cielo, ghigno di chi è arrivato dove nessuno avrebbe mai detto, insomma gioia incontenibile. Che è poi la gioia di milioni di juventini che hanno messo la sveglia nel cuore della notte per non perdersi l’evento in TV. Tacconi, di qui in avanti, è un mito dei fans, un uomo simbolo. La Juve dei ciclo trapattoniano non è più la stessa, lasciano campionissimi e arrivano giocatori normali, non si può sempre vincere. Tacconi è la continuità tra quella Juve trionfante e questa che la sfanga senza infamia e con poche lodi. Passa il biennio di Marchesi, la nota lieta per Tacconi è il suo ingresso, in punta di piedi, nel giro della Nazionale. Da riserva di Zenga, si capisce, ma è sempre meglio di nulla. Poi, alla Juve, arriva Zoff ed è di nuovo tempo di vittorie. Tacconi non salta più una partita che è una, è sempre più il simbolo di una Juve che prova a vincere qualcosa e, nella stagione 1989-90, da un contributo decisivo a un’altra doppia conquista, Coppa Italia e Coppa Uefa. Nella finale europea con la Fiorentina, sul neutro della sua Avellino, gioca un’altra partita da incorniciare, degna premessa al posto in Nazionale al Mundial italiano di un mese dopo. Poi, nel 1992, l’arrivo di Peruzzi è il segnale che la lunga avventura è agli sgoccioli. Lascia un ricordo indelebile e un curriculum da grande, uno dei più grandi nella storia del ruolo in maglia juventina: 402 partite, di cui 56 nelle coppe europee, con 2 scudetti, il tris delle coppe europee (una Uefa, una Campioni ed una Coppe) e quella Intercontinentale del 1985, che è più sua che di chiunque altro. VLADIMIRO CAMINITI Stefano Tacconi appartiene, per il carattere e la natura di forte idealista, alla schiatta dei frati giocondi che peroravano, nell’Umbria del 1200 sempre aprica e risparmiosa, il verbo della pudicizia. Dotati di favella gloriosa, costoro, scalzi, coperti da un saio, viaggiavano il mondo a dorso di faceti asinelli, e peroravano. Acclarata che è questa la natura di Tacconi, veniamo al portiere, e qui appare tutto evidente: più potente che agile, è però un autentico drago per la capacità di vivere il match nel suo cuore nobile; quasi imbattibile tra i pali quando è in forma, recupera doti di estemporanea efficacia nelle uscite frontali, mentre sui palloni che provengono dall’out rinunzia a priori, fidandosi, spesso a torto, dei colleghi difensori che subito rampogna aspramente. Tacconi è un grande, acrobatico portiere nel senso lato dell’espressione, soprattutto quando la sfida s’infiamma; nei confronti europei è risultato spesso decisivo dall’alto di una forza e furia atletica prestigiosa, con quel suo stile un tantino gradasso o spaccone pure nel baffo, i crudeli occhi cerulei ironici, che me lo hanno fatto soprannominare Capitan Fracassa. Tacconi fa della porta il suo regno: essa è l’espressione del suo talento spettacolare e spericolato, uomo vero nella sfida pericolosa del calcio ama il più difficile, il sempre più difficile. E dopo la tragedia dello stadio Heysel, ha maturato un gusto amaro e sarcastico dell’ambiente in cui vive. NICOLA CALZARETTA, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 2011 Stefano Tacconi. Fisico esplosivo, i centimetri giusti per un portiere che deve dominare la sua area. Porta i baffi, sotto una cesta di riccioli biondastri. Lingua tagliente e ben affilata, ma questo si saprà poi. Ha già alle spalle una buona gavetta quando arriva alla Juventus, estate 1983. Eppure quando arriva la chiamata della Juve per sostituire il mito Zoff, qualcuno storce il naso: «È normale», spiega. «Fino ad allora avevo giocato in provincia». Invece dal cilindro di Boniperti spunta, a sorpresa, il tuo nome: «Ricordo che, però, già verso dicembre-gennaio cominciò a trapelare la notizia dell’interessamento della Juve nei miei confronti, quando Zoff ancora non aveva annunciato il ritiro». Tu a questa notizia come reagisti? «A modo mio». Cioè? «Dissi: “O io o lui”. Io la riserva non l’avrei fatta a nessuno». Non hai avuto paura con quella sparata di esserti giocato la possibilità di andare alla Juve? «L’incoscienza ha sempre fatto parte del mio carattere. Sentivo di dover dire quelle cose e le ho dette. E sono convinto che i motivi per cui mi hanno scelto, c’è anche questo, la mia spavalderia». Quando hai saputo che i giochi erano fatti? «Ad aprile. Me ne accorsi perché tutti temevano che mi facessi male! Comunque finché non ho firmato, non sono stato tranquillo. Mi volevano anche il Napoli e la Roma con la quale l’Avellino aveva già fatto un pre-contratto senza che io sapessi nulla». Arrivavi a Torino, dove però c’era un Bodini che scalpitava: «Lui aveva chiuso benissimo la stagione precedente, aveva vinto la Coppa Italia. Ma io ero sicuro di me. Avevo ventisei anni, l’età giusta. Mi ero fatto una bella esperienza. E poi se mi avevano comprato, voleva dire che puntavano su di me. O no?» E difatti l’11 settembre 1983 debutti in campionato con la maglia di Zoff: «Avevo già fatto la Coppa Italia, ma l’esordio al Comunale in campionato ha avuto tutto un altro sapore». Sensazioni? «Un po’ di emozione c’era. Lo stadio era pieno, c’erano molte aspettative. Nell’aria sentivo ancora un po’ di scetticismo verso di me. In fondo dovevo dimostrare che quella maglia potevo meritarmela. È andata bene». Direi benissimo, hai anche parato un rigore: «Onestamente l’Ascoli non fu un grande avversario: quel giorno vincemmo 7-0. E poi, con quella gente che stava davanti a me, mi sentivo molto tranquillo. Il rigore è stato la ciliegina sulla torta, fra l’altro De Vecchi non lo conoscevo proprio come rigorista». Superata la prova del fuoco? «Mancava solo la Coppa delle Coppe che giocammo il mercoledì successivo. Anche lì vincemmo 7-0. Se non altro portavo fortuna! Alla fine dell’anno vincemmo scudetto e Coppa, mica male!» Nel tuo primo anno alla Juventus hai avuto Dino Zoff come preparatore dei portieri. Quanto ti è servito? «Mi dava molta sicurezza». Gli hai chiesto dei consigli? «Nessun consiglio. Anche lui aveva fatto così durante tutta la sua carriera. Ognuno deve fare di testa sua. Io poi sono sempre stato un tipo un po’ naif. Ero un orso, prima della partita non sono mai uscito a fare riscaldamento. Me ne stavo da solo nello spogliatoio. E poi non seguivo tabelle. Non c’era scienza nel mio gioco. Solo istinto e cuore». Ed anche una particolare attenzione al look: con te le magliette si sono colorate vistosamente: «Era anche un modo per distinguersi dagli altri. E poi mi sono sempre piaciuti i colori sgargianti. Tutti tranne il giallo che portava sfiga». È vero che disegnavi tu stesso i modelli? «Sì, me li cucivo addosso. Anche se nella mia prima finale europea la maglia me la dette Zoff». Perché? «Contro il Porto dovevamo giocare con le divise pulite, senza scritte commerciali. Io invece avevo tutte le maglie con lo sponsor. Allora Dino mi prestò la sua e così feci un ritorno al grigio. Che portò benissimo». Ricordi un intervento in particolare della notte di Basilea? «La doppia parata su due tiri ravvicinati nel giro di cinque secondi. Modestamente ho dato anch’io il mio contribuito alla conquista della Coppa delle Coppe». Quello fu il tuo primo trofeo internazionale al quale sono seguiti tutti gli altri, nessuno escluso: «Sono l’unico portiere ad aver vinto tutto. Voglio vedere che aspettano a mettere il mio nome nella Walk of Fame di Montecarlo!» La lingua è ancora tagliente! «Guai se non fosse così. Anche se le mie uscite in carriera mi son o costate un sacco di soldi». Quanti? «Più di 200 milioni. Anche se quella volta degli elicotteri di Berlusconi l’Avvocato Agnelli ne pagò la metà. Un grande!» Quali sono stati i momenti più belli vissuti alla Juve? «Tutte le finali internazionali, con Tokyo un gradino su tutte: parai due rigori, quel giorno avevo una maglia verde». E quelli più difficili? «Uno su tutti: quando rimasi fuori da novembre ad aprile, durante il campionato 1984-85. Ho sofferto molto, ho masticato amaro, ma alla fine ho vinto io. Feci anche la finale di Coppa Campioni, anche se ancora oggi non so perché il Trap mi fece giocare». Che voto dai ai tuoi dieci anni alla Juve? «Dieci e lode». NICOLA CALZARETTA, “GS” DEL GENNAIO 2012 In mano ha una busta della spesa con un peperone rosso appena acquistato dal verduraio di fiducia: «Oggi preparo un bel sugo ai peperoni, tanto se non cucino io, in casa mia non ci pensa nessuno». È in perfetta forma, Stefano Tacconi, gli occhi azzurri scintillanti e la solita lingua tagliente. Siamo a Cusago, periferia sud di Milano. Mattinata brumosa, ma non fredda. L’appuntamento è in un bar del centro. Tuta nera, capelli biondo cenere spettinati come tendenza comanda e solito pizzetto ben curato. Un Campari, qualche patatina e via libera ai ricordi. Che sono tanti, perché lunga e ricca di eventi è stata la carriera di Tacconi, nato a Perugia il 13 maggio 1957. L’Inter, che lo aveva adocchiato da bimbetto, lo mette alla prova tra Spoleto, Busto Arsizio, Livorno e San Benedetto del Tronto. Poi, però, lo lascia libero. Ogni anno, uno scatto in avanti, fino alla Serie A con l’Avellino nel 1980. Ha una montagna di riccioli, il baffo precoce e una voglia matta di arrivare. Nel 1983 ecco la Juventus per il dopo Zoff, hai detto nulla. Spaccone e irriverente, si prende la maglia da titolare e scrive pagine storiche in bianconero. Conquista scudetti, ma soprattutto tutte le coppe possibili e immaginabili. Quella di più alto grado, la Coppa Intercontinentale, giusto ventisei anni fa, l’8 dicembre 1985 a Tokyo contro l’Argentinos Juniors: «L’ho vinta da protagonista, come avevo sempre sognato. Per un portiere è il massimo arrivare a giocarsi un trofeo ai calci di rigore. Quando l’arbitro ha fischiato la fine dei supplementari, ho detto: “E ora vado a prendermi la coppa”. Ero convinto, sicuro che quello sarebbe stato il mio momento. E difatti ho parato due rigori su quattro e siamo diventati Campioni del Mondo». Detta così, più facile che bere un bicchiere d’acqua: «La partita è stata dura. Non quanto la preparazione, però». In che senso? «Siamo arrivati a Tokyo praticamente una settimana prima della gara, dopo un viaggio in aereo che non finiva più. Boniperti, tirato come sempre, ci faceva viaggiare in economica, mai in business. Io, Brio e Serena sembravamo dei ricci, raggomitolati tra una fila di seggiolini e l’altra. Facemmo scalo in Alaska, atterrando su una montagna di neve. Il fuso orario ci ammazzò. E questo è stato il viaggio». E a Tokyo? «Un casino. La città stava aspettando da mesi l’evento. Eravamo sempre imbottigliati nel traffico. Trapattoni, poi, era una belva perché avevano messo sia noi che gli argentini nello stesso albergo. La tensione saliva a vista d’occhio. Non c’era altro che allenamento, mangiare e dormire. Io ho resistito fino al quinto giorno». Dopodiché? «Sono scappato e sono andato a cercarmi una geisha». Trovata? «Sì e posso dire che dopo sono stato parecchio meglio». Nessuno si è accorto di nulla? «No, o per lo meno nessuno mi ha detto niente. Mancavano due giorni alla partita. Erano tutti stressati. Io no». Avevate qualche timore? «Era la finale di una coppa, gara secca. Non puoi mai stare tranquillo. Noi, comunque, eravamo abituati agli scontri diretti. Non come adesso che è tutto a gironi. Certo, qui ci giocavamo il mondo. Per la società poi c’era l’ulteriore traguardo di diventare l’unica squadra ad avere vinto tutte le coppe internazionali». Ci furono particolari accorgimenti tattici? «Si doveva vincere. E basta. Noi eravamo la Juve». Il tuo pre-gara com’è stato? «Quello di sempre. Da solo, nello spogliatoio, alla ricerca della concentrazione. Non sono mai uscito a fare riscaldamento. Non concepisco i portieri di oggi che stanno fuori un’ora prima della partita. E poi i saluti, i sorrisi nel sottopassaggio, ma che storia è? Io ero un orso. Dovevo stare da solo. Con la mia Marlboro e il caffè». E la testa in quei momenti dove è andata? «È andata a mio fratello che, insieme a tanti tifosi della Juventus di tutta Italia, è partito con il pullman da Lucca per raggiungere Milano». Per seguire in diretta TV la partita? «Sì. I diritti li acquistò Canale 5, ma la diretta avrebbe coperto solo la Lombardia. Noi giocammo a mezzogiorno, le quattro di notte in Italia. La differita l’avrebbero trasmessa nel pomeriggio dell’8 dicembre (tra l’altro l’ho vista anch’io). Prima della partita pensai a lui e a tutti quelli che stavano facendo chilometri per vederci in televisione». Tokyo, ore dodici. Ci siamo: «Lo stadio era tutto bianconero, sembrava di stare a Torino. In panchina, accanto al Trap, c’erano tutti i dirigenti, perfino Edoardo Agnelli che, però, non aveva l’autorizzazione per stare in campo. Alla fine del primo tempo fu cacciato, ma lui trovò il modo di tornare dentro lo stesso». Che rapporto avevi con lui? «Ottimo. Un bravo ragazzo, malinconico ma genuino. Ricordo che prima della partita dell’Heysel, quando ancora fuori non era successo niente, prese una sedia, ci salì sopra e fece un discorso a tutta la squadra. Ci fece piacere. Si sentiva accolto da noi. Qualche volta è venuto persino in ritiro a Villar Perosa, come suo cugino Giovanni Alberto. Ma il calcio non era nelle loro corde: avevano i piedi pieni di vesciche». Intanto le squadre sono schierate e il tedesco Roth fischia l’inizio: «La partita fu bella, tirata, sempre in bilico, con continui cambi di fronte. Di là c’era gente come Olguín, Batista e Borghi, che era fortissimo». Due goal per parte, più qualche altro annullato: «Ci siamo trovati a rincorrere, ma quella squadra poteva ancora contare su uno zoccolo duro di qualità, da Cabrini a Brio, da Scirea a Platini. Erano andati via Tardelli, Rossi e Boniek, ma era arrivata gente giovane come Mauro, Laudrup e Serena, oltre a Manfredonia, un leone. A un certo punto si fece male Scirea ed entrò Pioli, che aveva vent’anni. Fu bravissimo, dimostrò una personalità incredibile. Questa era la Juventus». Tutto bello, ma a dieci minuti dalla fine siete sotto di un goal: «E lì c’è stato il capolavoro di Laudrup. Un pazzo scatenato. Anch’io ho urlato dalla mia porta di buttarsi per terra quando il portiere lo ha ostacolato. Il danese era un puledro purosangue. Quel goal lì, dalla linea di fondo, solo lui poteva farlo». Fine dei novanta minuti, ecco i supplementari: «A quel punto non me ne importava più niente. Volevo i rigori. Dovevo entrare in scena io, da protagonista vincente. Fremevo dalla voglia». Come ti sei preparato alla lotteria finale? «Io non avrei fatto nulla, com’era mio solito. Non ho mai visto cassette sugli avversari, non avevo dossier sugli attaccanti. Mi bastava l’istinto, la forza e la convinzione. In quel caso, invece, Romolo Bizzotto, il vice di Trapattoni, mi fece vedere per decine di volte la cassetta della finale della Libertadores tra Argentinos e America di Cali, finita anche quella ai rigori. Non ne potevo più, quella cassetta diventò un incubo». Ma ti è servita o no? «Servita, servita. Imparai a memoria tutto, chi erano i rigoristi, come calciavano, da che parte avrebbero tirato. Anche se poi, a Tokyo, non mancarono le sorprese». Tipo? «Intanto Olguín, il primo rigorista, cambiò l’angolo. Io andai deciso sulla mia sinistra e lui la buttò dall’altra parte. Mi alzai e mandai a quel paese Bizzotto e la sua maledetta cassetta». Con Batista invece tutto filò liscio: «Fu un co*****e! Non cambiò nulla nell’esecuzione, piattone sulla mia sinistra. Io, in verità, anticipai un po’ il tuffo, tanto che presi il pallone con la mano sotto il corpo. Esultai come un centravanti, iniziai a non capire più nulla. Ero carichissimo, dovevo sfogare tutto, gioia compresa. Anche perché con la mia parata eravamo in vantaggio di un goal, visto che Brio e Cabrini avevano segnato». E così arriviamo al terzo rigorista, tale Juan Josè Lopez: «E chi lo conosceva? Era entrato a tre minuti dalla fine dei tempi supplementari, solo per tirare il rigore. Iniziai a guardare la panchina, ma il Trap fece finta di non vedere, nemmeno lui sapeva chi fosse. Ma porca miseria, possibile che nessuno lo conosca? Oltretutto, mentre si avvicinava al dischetto, mi guardava con aria incazzata perché avevo preso il tiro di Batista. Ma che cavolo vuoi? Fece goal, ma con il piede per poco non gliela prendevo». La situazione si fa incandescente. Laudrup sbaglia. Per te c’è Pavoni. Se segna, l’Argentinos pareggia: «Lui c’era nella cassetta. Era un tipo massiccio, dal tiro forte e centrale. Devo dire che sono stato bravo, riuscendo a muovermi solo un istante prima del calcio. Feci un piccolo spostamento sulla destra, riuscendo però a ritrovare la posizione eretta e a respingere con il corpo. E lì ho esultato come un matto. Sapevo che era l’ultimo». Non è vero, c’era ancora Platini: «Appunto». Non avevi dubbi su Michel? «Nessuno. Platini disputò la sua più bella finale con la Juve. Anzi, direi l’unica finale giocata da star. Ad Atene non era lui, ma neanche a Basilea brillò. Sull’Heysel meglio non dire nulla. A Tokyo era in vena, oltretutto gli annullarono un goal magnifico». Per colpa di chi? «Di Brio, che era in fuorigioco, ma che non c’entrava niente con l’azione. Michel ancora oggi lo maledice. Ma in realtà l’arbitraggio non fu all’altezza, così come il campo: buche, zolle, ciuffi d’erba qua e là, una pena». E le trombette? «Non le sentivo. La testa era per quella coppa. Sull’aereo, nel viaggio di ritorno, ci ho dormito insieme. Una gioia immensa». Anche per le tasche? «A testa ci toccarono 125 milioni, non male». In quei casi Boniperti pagava volentieri? «Boniperti non pagava mai volentieri, ma era molto bravo a riscuotere, specie con me». Perché ti multava così spesso? «Perché io ero diverso dagli altri. Se avevo qualcosa da dire, la dicevo, non guardavo in faccia nessuno. Se volevo fumare, fumavo. Fumavo e vincevo, però. Fuori dal campo volevo fare come mi pareva: dal lunedì al sabato non volevo rotture di scatole». Torniamo al trionfo di Tokyo: con la conquista dell’Intercontinentale la Juventus continua a dettare legge: «Ancora per poco, a dire il vero. La partenza in campionato fu da urlo, otto vittorie consecutive, un record. Per essere pronti per la finale, infatti, avevamo cambiato la preparazione, accelerando i ritmi e i tempi. L’idea, o meglio la speranza, era che si potesse prolungare il grande ciclo bianconero che durava dal 1977. In realtà quella squadra fu pensata quasi esclusivamente per vincere l’Intercontinentale». Ma a maggio del 1986 quella squadra conquistò lo scudetto: «Sì, ed è stato l’ultimo prima di Lippi! Quel campionato l’abbiamo ripreso per i capelli grazie al Lecce alla penultima giornata. La verità è che si chiudeva una storia, il decennio di Trapattoni». A proposito del Trap, con lui hai fatto fatica? «È stato il mio primo allenatore alla Juve. C’era rispetto, forse un po’ di distanza. Era un martello pneumatico, non ti mollava mai. Nella mia seconda stagione mi ha tenuto fuori per sei mesi ma ancora oggi non so il perché». Non avete mai chiarito questa cosa? «Quando mi vede, mi dice sempre: “Tu lo sai il perché”. Ma io non so un cavolo. L’unica cosa che posso dire è che sono uscito di squadra che eravamo quarti e sono rientrato con la Juventus quinta. Solo colpa mia?» Come si sta in panchina? «Fa freddo». Come hai reagito alla decisione di metterti fuori squadra? «All’inizio l’ho messa in vacca. Ho mollato. Ero incazzato nero. Parlavo male di tutti. Poi è scoccata la scintilla e ho tirato fuori l’orgoglio. Fino al rientro in squadra». Hai mai pensato di lasciare la Juve? «Dissi di no al Napoli che mi offrì 1.200 milioni quando ne prendevo 700. Volevo dimostrare che ero da Juve. Dicevo: gioco e rivinco. Ho tirato fuori il meglio di me, come feci nel 1980 alla mia prima stagione con l’Avellino». Perché, in quel caso cosa successe? «Semplice: l’allenatore, Luis Vinicio, voleva farmi fuori. Eravamo nel pre-campionato ed io, francamente, pensavo a tutto tranne che al pallone. Poi feci un partitone a Palermo, il 24 agosto, e da lì tutto è filato liscio come l’olio. È sempre il campo che fa la differenza». Ma intanto la domenica giocava Bodini: «Ma io ero convinto che prima o poi sarei tornato. In una squadra c’è il numero uno e il dodici. E il dodici di quella Juve era Bodini. Lo so che c’è rimasto male, ma io dovevo tornare a giocare. Rientrai a tre giornate dalla fine e poi feci la finale di Coppa Campioni all’Heysel. Senza nessuna spiegazione da parte di Trapattoni». Dai “non detti” del Trap passiamo alle coccole di Zoff: «Dino mi voleva bene, ricambiato da me. L’ho avuto il primo anno come preparatore dei portieri alla Juve, poi due anni con la Nazionale olimpica e altre due stagioni come allenatore alla Juve. Ha sempre puntato su di me, mi ha messo dentro anche quando non stavo bene». Quando è successo? «Quella volta che mi fratturai due costole, prima di una gara di Coppa Uefa. Lui andò dal dottore che confermò la diagnosi. Sai che rispose? “Io ho giocato con tre costole rotte”. E allora gioco anch’io, risposi». Cosa ti ha insegnato Zoff? «Mi ha dato tranquillità, psicologicamente mi ha rafforzato molto. Dal lato tecnico, niente. Non gli ho mai chiesto consigli, né lui mai li ha dati a me. Mi diceva sempre: che ti devo insegnare? Quello che hai accumulato ce l’hai, io ti devo allenare. Che errore cacciarlo». Che gusto hanno avuto le due coppe vinte con lui? «Per me ancora più saporito di tutte le altre. Perché erano quelle che mi mancavano per entrare nella storia e perché le ho tirate su io per primo come capitano». Curiosità: com’è che la fascia era finita sul tuo braccio? «All’inizio della stagione 1988-89 Zoff la dette a Tricella, facendo fuori Brio. Ma Tricella cosa c’entrava? Era alla Juve da pochissimo. L’anno dopo mi sono imposto, ne ho parlato con Zoff e tutto è tomato nell’ordine. Ero io il più anziano della rosa». Invece Maifredi? «Alla prima intervista da allenatore della Juventus dichiara: “Tacconi con me non sarà capitano”. Carino, eh?». E tu? «Quando ci siamo incontrati per la prima volta, gli dissi che tra uomini si parla guardandosi negli occhi. Poi gli dimostrai che avevo tutti i requisiti per portare la fascia». Cosa facesti? «Chiamai l’Avvocato Agnelli e poi passai la telefonata a Maifredi: “Mister, c’è qui qualcuno che vorrebbe parlarle”. Diventò rosso, s’infuriò, ma capì che l’aveva fatta fuori dal vaso. Maifredi partì malissimo. Dopo la figuraccia in Supercoppa con il Napoli, chiesi alla società di cacciarlo, ma Montezemolo mi rispose: “L’ho portato io”. I risultati alla fine si sono visti». Tatticamente l’idea era buona: «Quando Maifredi parlava di tattica e schemi andavo a giocare a tennis con Sorrentino, il preparatore dei portieri». Cos’è che non funzionò davvero? «Maifredi aveva sfasciato lo spogliatoio. Per lui c’era solo Baggino. Sai quante volte gli ho detto: “E gli altri?”. L’aria era elettrica. C’erano continue litigate. Qualche giorno prima della partita di Coppa contro il Barcellona, con Dario Bonetti arrivarono alle mani. Era inevitabile che accadesse». Chiusa la parentesi Maifredi, tornano il Trap e Boniperti e tu, però, chiudi il tuo ciclo bianconero: «Puntarono su Peruzzi ed io non avevo nessuna voglia di stare in panchina. Non avrei mai fatto il dodicesimo, non l’avrei fatto neanche a Zoff a suo tempo. E lo dichiarai pure». Già, quella volta lì l’hai sparata veramente grossa! «La Juve mi aveva di fatto preso nell’aprile 1983, il sentore era che Zoff avrebbe smesso. Poi lui, in un’intervista dopo Atene, fece capire che forse avrebbe continuato. Allora io dissi: “O me o lui”. La sparai grossa, può darsi. Ma questo è il mio carattere. Spregiudicato, spaccone, un po’ presuntuoso. Ma se non sei così, muori». Diciamo che il carattere ti è servito per resistere ai massimi livelli per molti anni: «Ho iniziato nel 1976 a Spoleto in Serie D ed ho chiuso al Genoa a trentotto anni, vincendo tutto. Ho giocato con fuoriclasse assoluti alla Juventus. Ho affrontato tutto il meglio del calcio mondiale di quegli anni: Zico, Maradona, Vialli, tanto per metterli un podio. Se penso ai portieri di oggi della Serie A, mi chiedo che cosa racconteranno». Chi ti ha insegnato i segreti del ruolo? «Gino Merlo, al Livorno. Lo chiamavano il portiere ballerino. Un giorno mi prende e mi fa: Conosci il valzer? No, perché? Il valzer ti dà i tempi. Un, due, tre... e fai il movimento. Che lezione». Quale è stata la più bella parata che hai fatto? «Ce ne sono tante. Dal mucchio prendo quella al novantesimo contro il Colonia nel ritorno della semifinale di Coppa Uefa 1990. Se entrava quel pallone, eravamo fuori. Tiro da dentro l’area, Brio che mi copre la visuale, io schizzo sulla sinistra e devio in angolo. Lì ho esultato come a Tokyo». E tra le tante maglie indossate in bianconero, a quale sei più legato? «A tutte quelle con cui ho giocato le finali. A Basilea quella grigia me la prestò Zoff perché le mie avevano lo sponsor, mentre l’Uefa imponeva la divisa pulita. Mi è sempre piaciuto curare il look, molti dei modelli che ho portato li disegnavo io stesso». È tua anche l’idea delle mezze maniche? «Io le mezze maniche me le mangio oggi a pranzo. Con un bel sugo ai peperoni». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/stefano-tacconi.html
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STEFANO TACCONI https://it.wikipedia.org/wiki/Stefano_Tacconi Nazione: Italia Luogo di nascita: Perugia Data di nascita: 13.05.1957 Ruolo: Portiere Altezza: 188 cm Peso: 80 kg Nazionale Italiano Soprannome: Capitan Fracassa - Tarzan Alla Juventus dal 1983 al 1992 Esordio: 21.08.1983 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 1-0 Ultima partita: 12.04.1992 - Serie A - Juventus-Ascoli 1-0 377 presenze - 330 reti subite 2 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 1 coppa Uefa 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Stefano Tacconi (Perugia, 13 maggio 1957) è un ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Ha legato il proprio nome soprattutto alla Juventus, nella quale ha militato per quasi un decennio (1983-1992) fino a diventarne capitano. È tuttora l'unico portiere a essersi aggiudicato tutte le cinque competizioni UEFA per club all'epoca vigenti, vinte con la squadra bianconera a cavallo degli anni 80 e 90 del XX secolo; con il club torinese ha messo in bacheca anche due scudetti e una Coppa Italia. Tra il 1987 e il 1991 ha fatto parte della nazionale italiana, totalizzando sette presenze e partecipando come secondo portiere al campionato d'Europa 1988 e al campionato del mondo 1990. Ha inoltre disputato da titolare i Giochi olimpici di Seul 1988. È stato inserito dall'IFFHS al 140º posto nella classifica dei migliori portieri del mondo nel quarto di secolo 1987-2011. Stefano Tacconi Tacconi alla Juventus nella stagione 1989-1990 Nazionalità Italia Altezza 188 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 12 dicembre 1994 Carriera Giovanili 1970-1975 Spoleto 1975-1976 Inter Squadre di club 1976-1977 → Spoleto 30 (-18) 1977-1978 → Pro Patria 7 (-3) 1978-1979 → Livorno 33 (-20) 1979-1980 Sambenedettese 38 (-31) 1980-1983 Avellino 90 (-93) 1983-1992 Juventus 377 (-330) 1992-1994 Genoa 43 (-68) Nazionale 19??-1988 Italia olimpica ? (?) 1987-1991 Italia 7 (-2) Palmarès Mondiali di calcio Bronzo Italia 1990 Biografia Sposato in prime nozze con Paola, conosciuta negli anni a Spoleto, si è poi risposato in seconde nozze con Laura, da cui ha avuto quattro figli. Ha conseguito un diploma di cuoco, che ha messo a frutto al termine della carriera agonistica divenendo imprenditore nel campo della ristorazione. Nell'aprile 2022 è stato colpito da un'ischemia cerebrale. Superata una prima prognosi riservata, nei mesi seguenti ha affrontato un percorso di riabilitazione presso l'ospedale Borsalino di Alessandria e successivamente in una struttura specializzata a San Giovanni Rotondo; viene dimesso nell'ottobre 2023, pur rimanendo da allora con un'invalidità che lo costringe il più delle volte all'uso di una sedia a rotelle. Caratteristiche tecniche «È sparita con Zoff tanta fantasia dal ruolo, ma anche il ruolo ha guadagnato tanta verità atletica e tecnica. Con i tipi come Stefano Tacconi si torna indietro. Lui è un portiere istintivo e giocondo.» (Vladimiro Caminiti, 13 luglio 1983) Tacconi (a sinistra) saluta il collega Walter Zenga – con cui visse una istrionica rivalità – prima del derby d'Italia del 28 ottobre 1990 Portiere dal carattere decisamente acceso – anche per questo si guadagnò il soprannome di Tarzan –, Tacconi è stato descritto dal giornalista Vladimiro Caminiti come un estremo difensore in grado di esaltarsi nelle partite decisive, nonché dotato di grande vigore atletico, che lo rendeva molto abile tra i pali. Era solito intervenire con sicurezza se chiamato a uscire frontalmente; appariva invece più restìo ad andare incontro ai palloni scagliati dalle fasce verso il centro dell'area. Pur essendo dotato di un buon rinvio da fondo campo, non era molto abile nel gioco coi piedi: pertanto, al pari di molti altri numeri uno dell'epoca, accusò difficoltà di adattamento alle nuove regole introdotte nella stagione 1992-1993, che tra le altre cose impedirono ai portieri di intervenire con le mani in caso di retropassaggio volontario di un compagno di squadra; innovazioni, queste, verso le quali Tacconi si mostrò piuttosto critico. Carriera Giocatore Club Gli inizi, Avellino Un giovane Tacconi (in piedi, primo da destra) nella Sambenedettese della stagione 1979-1980 Crebbe nello Spoleto, nelle cui giovanili entrò nel 1970; in questa fase aveva anche avuto un primo approccio con l'ambiente juventino, sostenendo un provino a Torino ma venendo bocciato da Sentimenti IV, il quale «non era rimasto convinto da quel ragazzone che se la faceva addosso». Passò quindi all'Inter che lo inserì nel proprio settore giovanile, militando nelle categorie Berretti e Primavera. Tornato in prestito a Spoleto per giocare da titolare il campionato di Serie D 1976-1977, la stagione seguente i nerazzurri lo dirottarono sempre in prestito alla Pro Patria, dove esordì da professionista in Serie C. Al termine di un'annata caratterizzata da una frattura dell'ulna, mise a referto 7 presenze. Per la successiva stagione l'Inter lo inviò nuovamente in prestito al Livorno, nella neonata Serie C1, dove trovò come allenatore Tarcisio Burgnich, che lo fece giocare titolare; il campionato 1978-1979, in cui Tacconi si avvalse di Gino Merlo come preparatore, vide gli amaranto chiudere a metà classifica, con una delle difese meno battute del torneo. Archiviata la parentesi labronica, non riuscì a convincere la società interista che quindi lo cedette a titolo definitivo alla Sambenedettese, in Serie B. In riva all'Adriatico Tacconi, il quale ebbe Piero Persico come preparatore, disputò il campionato cadetto 1979-1980 dove pur ben figurando sul piano personale, non riuscì a evitare la retrocessione dei rossoblù. Tacconi (in piedi, primo da destra) nell'Avellino della stagione 1982-1983 Le buone prestazioni offerte a San Benedetto del Tronto destarono però le attenzioni dell'Avellino, con cui il portiere esordì in Serie A nella stagione 1980-1981, agli ordini di Luís Vinício. Rimase in Irpinia per un triennio, con un'interpretazione spregiudicata del ruolo – «dovevo fare anche da "libero"» –, ed emergendo, insieme a elementi come Barbadillo, Carnevale, De Napoli, Favero, Juary e Vignola, tra i maggiori talenti portati alla ribalta durante gli anni 80 dalla provinciale biancoverde del commendatore Antonio Sibilia. Juventus Tacconi (a destra) alla Juventus nella stagione 1983-1984, in allenamento insieme al preparatore Dino Zoff, suo predecessore tra i pali della porta bianconera Ormai considerato fra i portieri italiani più promettenti dell'epoca, nell'estate 1983 venne acquistato dalla Juventus, alle prese con la sostituzione del decano Dino Zoff appena ritiratosi dall'attività. Pur a fronte di varie perplessità mosse alla vigilia dagli addetti ai lavori, che non lo consideravano ancora maturo per una grande piazza come quella bianconera, tanto da porlo nelle gerarchie iniziali dietro allo storico dodicesimo della squadra, Luciano Bodini, Tacconi vinse presto il ballottaggio con quest'ultimo e, nonostante due caratteri agli antipodi, raccolse con successo la pesante eredità dell'ex numero uno friulano – «ho cercato con la mia spavalderia di far dimenticare il suo mito», dirà in proposito –; a Torino ebbe inizialmente proprio Zoff come preparatore (e in seguito, sul finire dell'esperienza in bianconero, anche come allenatore della squadra). Approdato in una big, Tacconi non tradì pressioni di sorta, avendo un positivo impatto con la realtà juventina e contribuendo nel 1984 alla conquista del double formato dal campionato di Serie A e dalla Coppa delle Coppe. Tacconi (in piedi, terzo da destra) nella Juventus campione d'Italia 1985-1986. Alla seconda stagione in Piemonte, tuttavia, visse un periodo d'appannamento in campo e conseguenti frizioni con la società, che portarono il tecnico Giovanni Trapattoni, per larga parte dell'annata 1984-1985, a preferirgli la riserva Bodini. Tacconi ritrovò la titolarità solamente a maggio, per le ultime giornate di un campionato ormai privo di obiettivi per la Juventus; ma le prestazioni offerte in quelle settimane gli permisero di mantenere la maglia numero uno per l'appuntamento cruciale della stagione, la vittoriosa finale di Coppa dei Campioni a Bruxelles, «nella maledetta notte dell'Heysel». Tornato definitivamente titolare della porta bianconera, rimase a Torino per quasi un decennio, sul finire del quale diventò anche capitano della squadra, conquistando in ambito nazionale un altro scudetto, nel campionato 1985-1986, e la Coppa Italia 1989-1990; a livello internazionale ebbe modo di inanellare affermazioni in tutte le allora cinque competizioni per club organizzate dalla UEFA – record per un portiere, in seguito eguagliato dal solo Vítor Baía –: oltre alle succitate Coppa Coppe e Coppa Campioni, aggiunse infatti al suo palmarès anche la Supercoppa UEFA 1984 (pur se nell'occasione assistette al match dalla panchina), la Coppa Intercontinentale 1985 dove visse «il momento sportivo più esaltante» della carriera risultando decisivo nel vittorioso esito ai tiri di rigore, e infine la Coppa UEFA 1989-1990. Tacconi (a sinistra), capitano juventino, con l'omologo Oumar Sène del Paris Saint-Germain, nei convenevoli prima della gara di ritorno dei sedicesimi di Coppa UEFA 1989-1990 Sarà quest'ultima, a posteriori, l'ultima stagione ad alti livelli di Tacconi. Nella successiva, 1990-1991, pur vedendolo diventare capitano della Juventus stante il sopraggiunto ritiro di Sergio Brio, arrivarono gravi screzi con il nuovo tecnico Luigi Maifredi che sfociarono in un campionato negativo, mentre nell'annata 1991-1992, l'ultima a Torino, pur partendo titolare venne via via insidiato dal neoacquisto ed emergente Angelo Peruzzi, lasciando così la società bianconera al termine della stagione, a 35 anni. Genoa Nell'estate 1992 si accasò al Genoa, sempre in massima serie, dove andò a sostituire il più giovane Simone Braglia. L'esperienza nel capoluogo ligure risultò interlocutoria: accolto tra le contestazioni della tifoseria, nella prima stagione offrì un rendimento altalenante, fatto che gli costò la titolarità sotto le gestioni di Luigi Maifredi prima e Claudio Maselli poi, finché un punto di svolta parve arrivare nel girone di ritorno del campionato 1993-1994 quando, «rigenerato» da Franco Scoglio, tornò «determinante» nelle sorti dei rossoblù. Tacconi (a destra) al Genoa nel 1994, mentre saluta Angelo Peruzzi, suo erede a Torino Ciò nonostante, l'arrivo in panchina di Giuseppe Marchioro nell'autunno 1994 riportò l'estremo difensore ai margini della rosa genoana. Sostituito tra i pali dal ventitreenne Davide Micillo – di cui lo stesso Tacconi aveva caldeggiato l'arrivo a Marassi –, la sua militanza sotto la Lanterna finì bruscamente il 12 dicembre, con la rescissione del contratto. Gli venne comunque pattuito lo stipendio rimanente fino al termine della stagione, lasciandolo libero di accordarsi con altri club: eventualità che non si concretizzerà, sancendo così il ritiro del portiere dall'attività professionistica. Nazionale In maglia azzurra fu il portiere titolare della nazionale olimpica di fine anni 80, guidata prima da Dino Zoff nel percorso di qualificazione ai Giochi di Seul 1988, e poi da Francesco Rocca nella fase finale del torneo chiuso dagli azzurri al quarto posto. Con la nazionale maggiore, invece, Tacconi non riuscì mai – a differenza di quanto fatto coi colori bianconeri – a raccogliere l'eredità di Zoff (sebbene Azeglio Vicini, commissario tecnico dal 1986 al 1991, avesse un'ottima opinione di lui): esordì solo a 30 anni, nel giugno 1987, e scese in campo unicamente in partite amichevoli, quasi sempre da subentrato, per un totale di sette presenze e due gol subìti. Prese parte, come riserva di Walter Zenga, al campionato d'Europa 1988 in Germania Ovest, che vide gli azzurri semifinalisti, e al campionato del mondo 1990, concluso dall'Italia padrona di casa al terzo posto. Tacconi (secondo da sinistra) in azzurro insieme a De Agostini, Marocchi e Schillaci, gli altri juventini convocati per il campionato del mondo 1990 Pur senza mai scalfire la titolarità di Zenga, fu generalmente considerato un «eccellente vice», potenzialmente degno della maglia numero uno, e la sua rivalità con il collega dell'Inter – volutamente istrionica benché caratterizzata da reciproca stima – tenne banco a lungo nelle pagine dei quotidiani sportivi dell'epoca. Militò in nazionale fino al 1991, anno in cui, con l'arrivo in panchina di Arrigo Sacchi, fu scavalcato dall'emergente Gianluca Pagliuca nel ruolo di vice-Zenga ed escluso dal giro azzurro. Dopo il ritiro Il 22 agosto 2008, all'età di 51 anni, tornò brevemente all'attività tra i dilettanti con l'Arquata di Arquata del Tronto, nel campionato marchigiano di Prima Categoria. Esordì il 24 aprile 2010 nella vittoria 4-2 della sua squadra sul Montalto, ottenendo l'approdo in Promozione, prima volta nella storia dell'Arquata. Politica Tacconi nel 2005 Dopo il ritiro dall'attività agonistica, Tacconi tentò d'intraprendere la carriera politica. Nel 1999 si candidò alle elezioni europee con Alleanza Nazionale - Patto Segni, nella circoscrizione Italia nord-occidentale, ottenendo oltre 9 000 preferenze ma senza risultare eletto. Nel 2005 annunciò di volersi presentare come candidato presidente della giunta regionale della Lombardia, nelle file del Nuovo MSI, ma non riuscì a presentare le firme sufficienti per sostenere la sua proposta. Nel 2006 si candidò, ancora per Alleanza Nazionale, a consigliere comunale di Milano, a sostegno di Letizia Moratti, ottenendo 57 voti che non gli valsero l'elezione. Cinema e televisione Al cinema, nel 1990 interpretò a scopo benefico il mediometraggio autobiografico Ho parato la luna di Ornella Barreca; il ruolo di Tacconi da giovane fu ricoperto dall'allora diciannovenne Davide Micillo, al tempo terzo portiere della Juventus. Nel 2008 partecipò in un cameo alla pellicola Amore, bugie & calcetto di Luca Lucini, interpretando sé stesso assieme ad altri ex calciatori. In televisione, nel 2003 partecipò al reality show L'isola dei famosi su Rai 2, venendo eliminato alla seconda puntata con il 54% dei voti. È saltuariamente opinionista in varie trasmissioni sportive nazionali. Palmarès Club Tacconi solleva da capitano della Juventus la Coppa UEFA 1989-1990 Competizioni giovanili Coppa Italia Primavera: 1 - Inter: 1975-1976 Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1983-1984, 1985-1986 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Individuale Premio Nazionale Carriera Esemplare "Gaetano Scirea": 1993 Onorificenze Medaglia di bronzo al valore atletico «Campione italiano professionisti» — Roma, 1984. Medaglia d'argento al valore atletico «Terzo classificato al campionato mondiale» — Roma, 1990. Cavaliere Ordine al merito della Repubblica Italiana — Roma, 30 settembre 1991. Di iniziativa del Presidente della Repubblica.
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MICHEL PLATINI L’avventura juventina di Michel Platini comincia il 30 aprile del 1982; è l’ultimo giorno utile per tesserare il secondo straniero e la Juventus ha già scelto Zbigniew Boniek. Boniperti, nonostante la Juventus sia a tre giornate dalla fine del campionato, decide di scaricare Liam Brady, l’irlandese prelevato dall’Arsenal due anni prima, e di puntare sull’asso francese. L’avvocato Agnelli ha scoperto Michel due mesi prima ed è convinto che Platini è l’uomo giusto per avviare un ciclo europeo della Juventus, gran vuoto della storia bianconera. Agnelli parla della sua idea con Boniperti e con Trapattoni, e, nonostante qualche perplessità, sono tutti d’accordo. Michel non vede l’ora di arrivare a Torino, nonostante le sirene del Real Madrid, dell’Arsenal e del Bayern Monaco. I suoi nonni lasciarono l’Italia nel 1919, erano di Agrate Conturbia, un piccolo centro del Novarese, a pochi chilometri da Barengo, la patria di Boniperti. Platini sbarca a Torino quel pomeriggio, il suo è un vero e proprio blitz: discute il contratto, firma e rientra subito in Francia. La Juventus vorrebbe tenere segreta la notizia, nel timore di negative ripercussioni sul morale di Brady e della squadra, impegnata la domenica dopo nell’insidiosa trasferta di Udine. Ma qualcosa filtra da Parigi, Boniperti e, alle 19 e 30 di quel venerdì, è costretto a dare l’annuncio. Brady è scaricato in pochi minuti, ma offre una lezione di altissima classe e professionalità: a Udine è il migliore in campo e la Juventus conquista una nettissima vittoria per 5-1, con un goal di Paolo Rossi, che rientra proprio quel giorno, dopo la squalifica per il calcio-scommesse. Nell’ultima decisiva partita di Catanzaro, il 16 maggio, realizza il rigore che vale vittoria e scudetto. Racconta un giornalista francese amico di Michel: «Squilla il telefono rosso e una voce ci dice che Platini sta partendo per l’Italia. L’informatore è anonimo, ma solo un tecnico dell’aeroporto di Lyon poteva darci una soffiata del genere. Così, noi siamo stati i primi a sapere del viaggio di Platini a Torino, a bordo di un Petit Cessna a quattro posti. Quando abbiamo rilanciato la notizia in Italia, nessuno voleva crederci. Per convincere un giornale di Milano, poiché nel frattempo avevamo raggiunto Michel nello studio di Boniperti, abbiamo dovuto far ascoltare la registrazione delle voci di Platini e Boniperti. Il giornalista milanese, che non voleva crederci, era addolorato, perché continuava a dire che era impossibile, perché Platini era stato acquistato dall’Inter!». Boniperti, appena firmato il contratto, gli dice: «Adesso che è della Juventus, deve tagliarsi i capelli». Michel risponde: «Ha forse paura che mi possono cadere?». Platini lascia il Saint-Etienne, dopo amare sconfitte: perde il campionato all’ultimo turno, a vantaggio del Monaco, e perde la Coppa di Francia in un’incredibile finale contro il Paris St.Germain. Mondiali di Spagna: la Francia di Platini è quarta, la Polonia di Boniek terza e l’Italia, con sei bianconeri titolari, è Campione del Mondo. I tifosi sono in delirio: si parla di scudetto con sessanta punti e attacco da più di cento goal! La Coppa Campioni? Una formalità. La realtà, purtroppo sarà molto diversa: il Mondiale ha svuotato molti giocatori e Trapattoni deve subito fare i conti con un’infinità di problemi. Il più grande è l’inserimento, tecnico e ambientale, di Boniek e Platini. Il francese capisce quasi subito che la Juventus non è quella squadra perfetta che aveva immaginato. La prima partita ufficiale è Catania-Juventus, Coppa Italia, 18 agosto del 1982. Finisce 1-1, è di Marocchino il goal del pareggio. Contro il Pescara, a Torino, il 22 agosto, Platini segna il primo goal ufficiale. La Juventus vince 2-1, il goal di Michel arriva dopo sette minuti, con un pallonetto a scavalcare i difensori abruzzesi e con un tocco volante d’esterno destro a infilare il portiere Bartolini in uscita. L’esordio in campionato, però, è un disastro, la Juventus perde a Genova, contro la Sampdoria neopromossa, 1-0, segna Ferroni, Platini, come tutto l’ambiente bianconero, è perplesso; Brady, ceduto proprio ai blucerchiati, è il migliore in campo. Una settimana dopo, primo goal e prima vittoria, Juventus-Cesena 2-0, un sinistro che inganna Recchi. Sono mesi durissimi per Platini: è tormentato dalla pubalgia, discusso, talvolta contestato, viene persino considerato un lusso che la Juventus non può permettersi! La verità è che tutta la squadra è in crisi, il Mondiale ha lasciato segni profondi, ma la colpa è addossata ai due stranieri. Proprio in questo periodo, nasce la loro grande amicizia; Platini è molto amareggiato, polemizza con Trapattoni sullo schieramento, a suo parere, troppo difensivo della squadra. Boniperti lo prega di tacere, di non creare delle polemiche attorno ad una squadra largamente inferiore alle attese. A dicembre Platini si rivolge a uno specialista per curare la pubalgia; in Francia dicono che sta per lasciare la Juventus, deluso e ferito dall’esperienza compiuta. In effetti, la squadra bianconera è staccatissima e deve dare l’addio definitivo allo scudetto addirittura a gennaio. Dopo Juventus-Sampdoria, prima di ritorno, 1-1 Brady ancora una volta è il migliore in campo. L’avvocato Agnelli (che quando Platini arrivò in Italia, fece trovare alla moglie Christelle, nella camera di albergo, un enorme mazzo di rose con un bigliettino su cui era scritto: «Benvenuta in Italia») è furioso e sbotta: «Se Furino è il regista della nuova Juventus, è inutile farsi illusioni». È la prima svolta. Trapattoni rivoluziona il centrocampo della Juventus, Bonini sostituisce Furino e la squadra è affidata a Platini. Michel sta guarendo dalla pubalgia e sembra un altro, a febbraio inaugura una girandola di prodezze straordinarie: goal a raffica, quattordici in nove partite, diventa capocannoniere, porta la Juventus alla finale di Coppa dei Campioni. E, con lui, esplode anche Boniek. Il popolo juventino è estasiato, sogna la Coppa, ma Atene boccia senza pietà quella Juventus sbagliata. Vince l’Amburgo, davanti a 60.000 italiani. 1-0, goal di Magath al nono minuto e Platini torna sul banco degli imputati. Non è un leader e il fallimento della Juventus diventa il fallimento di Platini. Ma dopo Atene si apre per lui e per la Juventus la serie delle grandi vittorie. Quasi da solo, conquista la Coppa Italia, ribaltando nella finale di ritorno con il Verona, la sconfitta dell’andata (0-2), firma due goal, il secondo dei quali a sessanta secondi dalla roulette dei rigori. Michel non si ferma e conduce la Juventus alla vittoria al Mundialito per club, a San Siro. È entrato così nel cuore dei tifosi, prepara le rivincite fin dal raduno della stagione successiva. Ha finalmente capito tutto della Juventus e del calcio italiano; Boniperti gli affida una squadra rinnovata, non ci sono più Zoff, Bettega e Furino, tocca a Penzo, Vignola e Bonini. Platini parte fortissimo, un goal dopo l’altro, scudetto e secondo titolo di capocannoniere. È l’anno che porta agli Europei, che si giocheranno proprio in Francia, Platini da spettacolo ovunque, quando la Juventus si ritrova sola, al comando della classifica, a metà dicembre, Platini confessa: «Ho inseguito per un anno la Roma, sembrava inafferrabile, ora dico che è proprio una gran bella sensazione stare in testa al campionato, non c’ero mai riuscito in Italia, ma ne valeva la pena». A Natale, vince il primo Pallone d’oro; è premiato il giocatore, non la squadra, la Juventus ha vinto poco, ma Platini ha convinto tutti. Ha mille impegni: lavora in TV, segue la sua scuola di calcio a Saint-Cyprien, nel Sud-Ovest della Francia, cura altri affari, e a ogni partita lascia la sua impronta. A febbraio, rinnova il contratto con Boniperti. E il 26 dello stesso mese, gli regala la vittoria nel derby di ritorno con una doppietta memorabile, dopo l’iniziale vantaggio granata ottenuto da Selvaggi. Prima batte Terraneo con un’incornata degna di Charles (la frase è di Boniperti) e poi si ripete con una punizione semplicemente perfetta. La Juventus vince lo scudetto numero ventuno. Allo stadio Olimpico, il 15 aprile, dopo Roma-Juventus 0-0, Platini può tirare un sospiro di sollievo. «È fatta, finalmente!» La Juventus raggiunge anche la finale della Coppa delle Coppe dopo una sofferta semifinale con il Manchester United. A Basilea, il 16 maggio 1984, la squadra bianconera batte il Porto, 2-1, di Vignola e Boniek i goal, Platini può farsi notare poco, è una partita molto difensiva, e poi Michel ha oramai la mente agli Europei. In quel fantastico 1984 di Platini, gli Europei occupano un posto molto importante; in ottanta anni, la Francia, che ha inventato competizioni e premi, non ha mai vinto niente. Platini sente di essere alla vigilia dell’appuntamento più importante della carriera, sente di avere una responsabilità enorme e una convinzione: non fallirà. In cinque partite, Platini offre tutto se stesso e offre giocate di altissima classe. Segna nove goal: uno alla Danimarca, tre al Belgio, tre alla Jugoslavia, uno al Portogallo (il goal del 3-2 in semifinale al 119’) e uno alla Spagna, nella finalissima, complice il portiere Arconada. Parigi è in delirio per Platini, è la sera del 27 giugno 1984. Platini è distrutto ma felice; il titolo di Campione d’Europa gli vale, al di là di tutto il resto, il secondo Pallone d’oro. Si sprecano i paragoni, tecnici ed esperti mettono oramai Platini tra i primissimi di tutti i tempi, davanti a Schiaffino, a Sivori e ad altri geni, in linea con Cruijff e con Di Stéfano, alle spalle del solo Pelé. La seconda metà del 1984 riserva qualche amarezza, la Juventus non è la stessa corazzata del campionato precedente, lui neppure; il Verona è subito lontano, stavolta i goal del francese non bastano, il campionato è un calvario, resta solamente l’agognata Coppa dei Campioni. Platini si conferma capocannoniere segna diciotto goal, precedendo Altobelli e uguagliando il record di Nordahl, vincitore, ma trent’anni prima, per tre anni consecutivi della classifica dei cannonieri. La peggiore Juventus dell’era “bonipertiana”, arriva sesta, addirittura fuori dalle Coppe Europee, trentasei punti in trenta partite, con Rossi, Boniek e Tardelli in partenza. Platini conduce la Juventus alla terza finale europea in tre anni, grazie anche a una splendida partita contro il Bordeaux. Ora sulla strada di Platini, c’è il Liverpool, battuto a Torino nella Supercoppa il 16 gennaio 1985, in mezzo alla neve: 2-0, doppio Boniek. A Bruxelles, in un clima allucinante, Platini trasforma il rigore decisivo e consegna a Boniperti il trofeo insanguinato, ma qualcosa fra lui e il calcio si spezza. Platini è avvilito, scappa in Francia, ha bisogno di riposare e di riflettere; è un uomo in crisi, avverte nausea per il calcio. In autunno, denuncia il suo malessere. «Non ce la faccio più», esplode dopo le furibonde polemiche che seguono Juventus-Verona (2-0 a porte chiuse) di Coppa dei Campioni. Sembra stanco del calcio, ha voglia di smettere. Contrariamente alle sue abitudini, segna pochissimo, ma la Juventus vince molto e prenota lo scudetto. Il 16 novembre, la Francia batte la Jugoslavia con due suoi capolavori al Parco dei Principi, il 2-0 qualifica la squadra transalpina al terzo Mondiale consecutivo. Platini sente scattare una molla dentro di sé; deve decidere il suo futuro, da Ginevra il Servette lo tenta con mille premure, potrebbe giocare in un campionato assai meno stressante di quello italiano. Ma Michel ha un grande dubbio: meglio chiudere con il calcio ai massimi livelli oppure continuare anche dopo il Mondiale messicano? La Juventus vola a Tokyo, l’8 dicembre e vince la Coppa Intercontinentale, Platini firma il penalty risolutivo, chiude l’interminabile ma bellissima, sfida con l’Argentinos Juniors. Platini torna a sorridere: «Questa partita mi ha insegnato che il calcio è ancora una cosa splendida!» Il 1985 si chiude nel segno di Platini: due goal al Lecce, uno alla Sampdoria, la Juventus è sempre più sola in testa alla classifica. Da Parigi, arriva il terzo Pallone d’oro. Mezza Europa è alla caccia di Platini; arrivano proposte da Barcellona, da Parigi, dall’Inghilterra e persino dal Napoli e dal Milan. Platini è titubante, non riesce a decidersi, ma lascia capire di essere orientato verso il terzo “sì” alla Juventus. Rinvia l’annuncio un paio di volte, ma il rinnovo arriva, per la gioia di tutto l’ambiente bianconero Arriva lo scudetto, ma la Juventus sta per iniziare un ciclo negativo, che la vedrà senza vittorie in campionato per quasi un decennio. Trapattoni va all’Inter, arriva Marchesi; in campionato splende l’astro di Maradona e lo scudetto va a Napoli. La Juventus gioca una stagione anonima, subito eliminata dalla Coppa dei Campioni, non è quasi mai in lotta per lo scudetto. L’ultima partita del campionato 1986-87 è l’ultima di Michel: una malinconica pioggerellina scende sullo stadio Comunale a salutare Michel Platini che, per l’ultima volta, veste la maglia bianconera. Una pioggerellina che copre le lacrime di Michel e di tutti i suoi tifosi. «Con la maglia bianconera ho vissuto i momenti più belli della mia carriera: due scudetti, una Coppa dei Campioni (in una serata tristissima), una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea e una Coppa Intercontinentale in cinque stagioni. Sono successi che un calciatore può raggiungere solo se gioca in una grandissima squadra. Ma non è soltanto per i trofei conquistati che sono orgoglioso di aver coronato la mia carriera giocando nella Juventus: è anche la consapevolezza di appartenere, per tutta la vita, a uno dei pochi miti dello sport. Per me Juventus vuol dire storia del calcio. Una storia fatta da squadre indimenticabili e da giocatori che con il loro agonismo e la loro genialità hanno scritto alcune delle pagine più belle e importanti nel libro del calcio mondiale. Juventus vuol dire cultura e stile che distinguono i dirigenti, gli allenatori e i giocatori juventini. Infine, Juventus vuol dire passione e amore: la passione che unisce i milioni di tifosi in tutta Italia, in tutto il mondo; l’amore per la maglia bianconera che esplode nei momenti di trionfo e non diminuisce in periodi meno felici». VLADIMIRO CAMINITI Forse la perfezione non esiste, eppure è esistito Einstein, e insomma c’è stato Platini, tra i calciatori più perfetti nell’esercizio della professione. Scrivere oggi, a botti consumati, di averlo subito capito, sarebbe una falsità. Vero è invece che ne intuì il genio quell’eccentrico studioso di calcio, eternamente bambino, dell’Avvocato, che lo volle, fortissimamente, fino a sacrificare un ottimo giocatore come Brady; ma ne valeva effettivamente la pena. In realtà, Michel entrò in una squadra con sei Campioni del Mondo freschi di gloria, ansiosi di nuove esperienze, che sapevano di essere bravi, e non si impressionarono certo della fresca fama del sopraggiunto; con Platini, era stato ingaggiato un polacco cavallo dell’est, giocatore anarchico per eccellenza, ragazzo sveglissimo di mente, non meno del favoloso Michel: Boniek. Michel visse di pubalgia e di rancore verso quel piccolo ironico Furino i primi mesi torinesi. Aveva trovato casa sulla collina, ma non trovava in campo la giusta collocazione. Non rendeva. Le cose sembravano andare meglio in Coppa dei Campioni; su tutti i campi d’Europa la Juventus dava spettacolo, segnando goal a grappoli. Ricordo la partita con l’Aston Villa, vinta per 3-1, con un Platini principesco, oramai tagliato dai giochi Furino, Bonini titolare inamovibile. Era intervenuto l’Avvocato in persona, reclamando che la regia fosse affidata al suo pupillo francese, e così fu. Trapattoni ligio obbediva. Tutti sono invaghiti, Avvocato in testa, di Platini; e Platini si scarrozza la sua gloria vincendo a ripetizione il titolo di capocannoniere (1983, 1984, 1985). Nell’Europeo, sfronda ulteriormente il suo gioco e figura da centravanti effettivo, fino a ridicolizzare lo spagnolo Arconada, portiere di razza. Segna nove goal e saranno tantissimi i suoi goal in una carriera fiammante: 141 partite nel Nancy con ottantuno goal, solo in prima divisione (diciassette in trentadue partite in seconda divisione); 107 partite e cinquantotto goal nel Saint Etienne prima, appunto, di passare alla Juventus nell’estate 1982. Evento fondamentale per lui, da un calcio tempestato di libere prodezze a un calcio dallo spessore tattico e agonistico spesso disumano, che Platini riesce a domare, esprimendo i tesori di una classe individuale portentosa, con la sua machiavellica maniera di fare la differenza, qua nascondendosi, quasi mai sfidando l’avversario frontalmente, schivandolo, dopo abili appostamenti, per sorprenderlo con le sue irruzioni magiche. Un controllo di palla perfetto e, con il destro, quelle esecuzioni di sopraffina felicità. L’avventura bianconera di Platini era destinata a finire, com’era finita quella di Sivori. Io credo che come puro e feroce cannoniere, Sivori sia stato ancora più grande, forse il più grande di tutta la storia della Juventus; come giocatore a tutto campo, nell’ultima versione di regista, Michel ha lasciato di sé sprazzi di inimitabile seppur logica fantasia. Un campionissimo dalla natura istrionica, anche viziata, che tenne un rapporto speciale con i cronisti di giornata e, in generale, con la stampa. Una volta lasciata l’attività, avrebbe corretto e smussato lo stesso carattere, umanizzando e archiviando quel francese spocchioso e insopportabile come a molti di noi era apparso. Certo, la Francia calcistica gli deve molto. È stato, con il suo sangue italiano nelle vene, il calciatore francese numero uno di tutti i tempi, dovendosi aggiungere che proprio la Juventus lo ha arricchito di umori e ne ha fortificato il carattere vincente, dando ali più robuste al suo gioco camaleontico. Punta, regista, centravanti mascherato? Semplicemente un fuoriclasse. GIOVANNI TRAPATTONI Platini... era Platini. Nessuna descrizione basterebbe a spiegare che razza di fenomeno fosse. Agnelli stravedeva per lui: oltre alla bellezza del suo modo di giocare, ne ammirava l’intelligenza, l’ironia, l’acutezza e la velocità di pensiero. Appena arrivato, Michel dovette affrontare sia le gelosie dei compagni (che lo chiamavano non per nome ma il Francese) sia le malignità di giornalisti e addetti ai lavori riguardo alcuni problemi fisici che si era portato dietro dal Saint-Étienne. Soffriva a una caviglia e aveva la pubalgia, lo facemmo visitare da un numero incredibile di specialisti, fece fisioterapia, pranoterapia, ionoforesi, di tutto. «Platini è rotto», era il ritornello dei quotidiani sportivi. Il presidente dell’Inter, Ivanoe Fraizzoli, si dichiarò soddisfatto di non aver fatto valere l’opzione per l’acquisto di Michel e di aver scelto il tedesco Hansi Müller. Negli anni credo si sia ricreduto. La caviglia destra di Platini ci fece dannare soprattutto all’inizio, colpa di una vecchia frattura e del fatto che gli si era saldato il malleolo in maniera quasi innaturale. Per lui era una maledizione e una benedizione allo stesso tempo: maledizione per i dolori che ogni tanto si rifacevano sentire e una benedizione, perché il piede destro leggermente divaricato gli permetteva di battere le punizioni alla sua maniera. Dopo un inizio a dir poco difficile, Michel prese a giocare come sapeva e non ebbe rivali. Lanci millimetrici di settanta-ottanta metri, segnava di piede e di testa, su punizione, di potenza e di astuzia, vinse la classifica marcatori e il Pallone d’Oro per tre anni consecutivi. Portò la Francia a trionfare agli Europei del 1984 andando in goal in tutte le partite. Un giocatore come non ne ho più mai visti. Si sapeva che era il miglior talento transalpino di quegli anni, nel 1980 era pur sempre arrivato terzo al Pallone d’Oro, ma per quelli della mia generazione i francesi non erano capaci di giocare a pallone. Quando l’amico Livio Ghioni, mio compagno nelle giovanili del Milan e grande esperto di calcio francese per motivi familiari, mi consigliò di tenere d’occhio questo Platini, io gli risposi malamente: «Figurati, Livio. In Francia non c’è mai stato un giocatore importante!» Ma lui non mollò. «Vai a vederlo e ti renderai conto. Ho assistito a una partita in cui ha giocato in tre ruoli: è partito da numero dieci, poi è passato a centravanti, ha fatto goal e si è messo a fare il libero». Mi sembrava una cosa buttata lì, tuttavia ne parlai con Boniperti. Stessa mia reazione: «Lascia stare i francesi!» Andammo comunque a vederlo giocare e ci impressionò a tal punto che tornammo a Torino con la specifica richiesta ad Agnelli di acquistarlo per la stagione successiva. L’Avvocato si interessò e scoprì che Platini era in procinto di firmare per il Racing Club di Parigi, il cui proprietario era Jean-Luc Lagardère, padre della Matra, un collega di Agnelli. «Se ne vale ne parlo con luì», ci disse l’Avvocato. Due giorni dopo mi telefonò per darmi la buona notizia: «Ho parlato con Lagardère e mi ha detto che se lo vogliamo noi lui fa un passo indietro e ce lo lascia prendere». A mia volta chiamai Boniperti e Platini fu nostro. Quanto spese davvero Agnelli per convincere Lagardère non l’ho mai saputo, ma succedeva spesso con lui: alzava il telefono e risolveva in dieci minuti situazioni che ad altri avrebbero richiesto settimane, se non mesi. GIOVANNI AGNELLI Un giorno mi dissero che Maradona si allenava centrando la porta con un tiro da centrocampo. Andai al Comunale e lo dissi alla squadra, Michel Platini non disse nulla ma chiese al magazziniere di aprire la porticina dello spogliatoio che stava al di là della pista di atletica, si fece dare un pallone e da centrocampo lo spedì negli spogliatoi. Mi guardò sorridendo e se ne andò senza dire una parola. SI RACCONTA SU “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1995 Si fa presto a dire quarant’anni. Una parola sola per mezza vita, o almeno così dovrebbero andare le cose degli uomini. Quando li ho compiuti io, il 21 giugno scorso, mi hanno cercato in molti, in tanti, in troppi. Mi hanno inseguito, telefonato, spedito fax e regali, marcato a uomo come ai bei tempi. Ecco, i bei tempi. Incomincio a invecchiare, perché mi metto a ripensare alle cose smarrite, smarrite ma non per questo perdute. Cinque anni d’Italia sono scivolati via coincidendo con le cose migliori della mia carriera di calciatore. Qui dovrei dire della Juventus e di quei cinque anni, della Francia e di Nancy, di Saint Etienne e di Buenos Aires, di Città del Messico e di Siviglia, di Bordeaux e Villar Perosa, di San Siro e di Wembley: fotogrammi di un unico film, momenti che resistono nelle fotografie, nei resoconti dei giornali, in una montagna di videocassette. Ecco di nuovo il velo del ricordo, la memoria che si fa sempre più forte perché è quella che serve agli uomini per essere più forti. Voi direte che sto facendo il romanticone, il francese cocoricò che si guarda allo specchio, gonfia il petto e canta la marsigliese. Boh, un po’ è anche così ma voi mi conoscete bene. Così ero e così sono rimasto. Voi italiani mi avete insegnato tante cose che qui in Francia pochi conoscono e pochissimi hanno voglia di imparare. Il gioco del calcio è la cosa più importante, per voi, un po’ come il formaggio e il vino per noi. Un francese farebbe duecento chilometri per andare in una buona vigna, un italiano ne percorrerebbe il doppio per andare a vedere una partita di pallone. Quando arrivai in Italia, avevo capito che aria tirava da voi. Io ero il francesino con la puzza sotto il naso, quello voluto e desiderato dall’Avvocato. Mi chiamo Platini con l’accento sull’ultima i, ma mi chiamo anche Platini con l’accento sulla prima i, dipende dai gusti e dai nazionalismi. Dipende dalla storia della mia famiglia, di nonno Francesco che faceva il muratore e che non poteva immaginare che suo figlio Aldo sarebbe diventato professore di matematica, buon battitore libero in campo con la squadra di Joeuf e allenatore. E poi di avere un nipote che avrebbe giocato a calcio sul serio, uno come il sottoscritto, dico. Dunque da dove cominciamo? Io sono stato un ragazzo fortunato, avevo tutto, una famiglia esemplare, di gente onesta, di lavoratori, la strada per giocare a pallone, i clienti del bar che parlavano di calcio e giocavano alla belote che sarebbe poi la scopa in italiano, il collegio dell’Assunzione di Briey, non vivo di rimpianti perché sarebbe triste, ma non ho nulla di negativo tra le memorie di quel tempo, nulla di spiacevole, di sgradevole o sgradito. La libertà, la famiglia, il pallone, il gioco delle carte, così andava via la mia vita. Fino a quando non spuntò Nancy, cioè il passaggio dai piccoli sogni di paese a quelli di una squadra di calcio vera. Avevo diciassette anni ed ero timido che voi non potete immaginare e credere. Incominciavo a essere conosciuto e riconosciuto, la gente in strada mi indicava, qualche ragazza mi guardava ed io arrossivo, insomma provavo quasi vergogna. Andò avanti così a lungo, anche a Saint Etienne, la popolarità non mi infastidiva, non mi metteva superbia o presunzione, ma mi creava uno strano prurito, quasi che mi sentisse osservato sempre, da tanti, da troppi. Per esempio non ho mai messo piede in un negozio di abbigliamento, di scarpe o robe del genere. Sì, se devo essere sincero, entrai in un magazzino per il vestito da sposo, Christèle allora non poteva ancora intervenire. Ma da quel giorno in poi ha fatto e continua a fare tutto lei, si occupa delle cravatte e delle stringhe delle scarpe, lo fa perché sa che testa e che pelle ho io. Ho parlato di Christèle, cosa che non avevo mai fatto durante la mia carriera, per scelta sua e perché la mia vita è mia, anzi è nostra e la stampa, i tifosi, non possono e non debbono entrare in queste faccende. Saint Etienne fu la crescita, l’affermazione in Francia, la grande platea, poi la Nazionale e i Mondiali in Argentina, mentre gli italiani avevano incominciato a farmi la corte. L’Inter spedì Giulio Cappelli, mi seguiva, era cotto di me, mi fecero firmare un precontratto, Mazzola era stato uno dei protagonisti della mia infanzia a Joeuf, lui era un grande dell’Inter ed io guardavo le partite alla tivvù del Bar Sport, il bar di famiglia. Dunque l’Inter di Fraizzoli per 90 milioni poteva fare l’affare. Poi Franchi tenne le frontiere chiuse, qualcuno disse che io andavo a pezzi, cinque fratture alle caviglie, ero un vaso di porcellana fragilissimo. Non se ne fece nulla. E arrivò Francia-Italia a Parigi, prima del Mondiale del 1982 in Spagna. Come vedete mi sono messo a correre, ho tralasciato Laurent e Marine che sono i miei figli ma parleremo ancora di loro. Dunque la Francia batte l’Italia al Parco dei Principi per 2 a 0, io segno un gol e faccio diventare matto il mio marcatore che si chiama Tardelli. Non so nemmeno che quella sera un certo Gianni Agnelli sta vedendo la partita in televisione. L’avvocato telefona al direttore de l’Équipe e chiede se il numero 10, che poi sarei io, è a fine contratto, quanto costa, eccetera. Il giorno dopo spuntano a Parigi Boniperti e Barettini che era l’uomo che si occupava di tutte le faccende internazionali della Juventus. È fatta. Trapattoni è uno che sa di football, anche se ha la testa dura. Cambia squadra, fa entrare Bonini al posto di Furino. Boniperti chiama in sede il sottoscritto e Boniek chiedendo come mai il rendimento è inferiore alle attese. Gli spieghiamo, gli spiego, che siamo noi a dover decidere il gioco, se gli altri non ci passano la palla è dura davvero. Ci passano la palla. La Juventus cresce ma perde lo scudetto e la Coppa dei Campioni, una finale che se venisse rigiocata cento volte non capiremmo ancora oggi come andava giocata. Ma il bello deve ancora venire. E arriva. Tutto, le coppe e gli scudetti, la classifica dei cannonieri e il Campionato europeo. Arriva anche la tragedia dell’Heysel, arriva una sera di lacrime e di dolore. La gente è morta perché era venuta a vedere giocare Platini e la Juventus, sono morti per me? No, non è possibile. La mia era una Juventus che faceva divertire e che segnava valanghe di gol, era una squadra che si divertiva in allenamento dove c’erano sfide all’ultimo tackle e all’ultimo champagne per vincere e poi quella tensione restava in campo alla domenica. Boniek ed io, Tardelli e Rossi, Scirea a Cabrini, Zoff e Gentile, Serena e Mauro, Bonini, Brio, Laudrup, io non ho la memoria per tutti ma come vedete bastano questi per dire quanto eravamo grandi e bastano questi nomi per mettere a tacere quelli che oggi parlano di spettacolo. Quella Juventus faceva spettacolo ma allora il termine non andava di moda. Prendetevi qualche videocassetta, se volete ve la presto io, e guardate in silenzio: vi accorgerete che non vi sto dicendo bugie. Quando arrivarono i Mondiali del 1986 in Messico ero stanco, la schiena era tornata a farmi male. Dovevo fermarmi, avrei dovuto farlo ma decisi, sbagliando, di continuare ancora un anno. Non ero più lo stesso Platini di prima e mi dispiace per i tifosi, per l’allenatore Marchesi e per i compagni di squadra. Bene, chiusi senza feste, una tartina e un bicchiere di champagne nello spogliatoio del Comunale dopo la partita con il Brescia sotto la pioggia. Partii verso casa senza capire bene che cosa era accaduto e che cosa stava per accadere. Oggi faccio il quarantenne, studio per i Mondiali dei 1998, come vedete la Francia, ancora una volta grazie al sottoscritto, è sicura di qualificarsi. Voi italiani continuate così, matti di pallone, come lo ero io a Joeuf, al bar sport. Avrei voglia di tornare domani mattina al Combi, di cambiarmi e di mettermi a giocare... https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/michel-platini.html
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Dino Zoff - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
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FERDINANDO FORMICA Nazione: Italia Luogo di nascita: Alessandria Data di nascita: 25.03.1935 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1954 al 1955 Esordio: 29.08.1954 - Amichevole - Cuneo-Juventus 0-4 0 presenze - 0 reti
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EUGENIO BIGATTO Nazione: Italia Luogo di nascita: Balzola (Alessandria) Data di nascita: 01.01.1898 Luogo di morte: Torino Data di morte: 21.03.1939 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1923 al 1924 Esordio: 20.04.1924 - Campionato di prima divisione - Inter-Juventus 2-2 1 presenza - 0 reti
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A. VALENZANO Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1922 al 1923 Esordio: 28.01.1923 - Campionato di prima divisione - Bologna-Juventus 4-1 Ultima partita: 04.02.1923 - Campionato di prima divisione - Juventus-Derthona 2-0 2 presenze - 0 reti
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GINO FERIOLI Classe 1951, è cresciuto nelle giovanili della compagine bianconera. Promosso in prima squadra nell’estate del 1969 come terzo portiere, non ha mai avuto la fortuna e l’opportunità di difendere i pali della Juventus. «Si tratta di un elemento interessantissimo, con eccezionali doti atletiche, colpo d’occhio, riflessi eccezionali – scrive “Hurrà Juventus” nell’aprile del 1971 – forte fisicamente e ben coordinato nei movimenti, mette in ogni intervento la massima decisione e un coraggio da leone; ottima presa e scatto da fermo, sa comandare bene la difesa, alla quale ha il dono di infondere fiducia e tranquillità. Deve ancora migliorare come concentrazione, apparendo a volte un po’ distratto, specie quando l’azione ristagna per lungo tempo nella metà campo avversaria; ma questo è un difetto facilmente eliminabile con l’esperienza, e, data la giovanissima età del ragazzo, siamo certi che in breve tempo supererà anche questo handicap. Attualmente Ferioli gioca titolare della maglia numero uno nella squadra De Martino, ed è stato numero dodici, come vice Tancredi, in diverse partite della prima squadra. Fra pochi mesi sarà chiamato alle armi, e verrà dato in prestito a una squadra di serie inferiore». GROSSETOSPORT. COM, DEL 14 GENNAIO 2015 I tuoi esordi risalgono a fine anni Sessanta con la maglia della Juventus. «Ho iniziato con la Juventus nel 1969-70 ed ero in camera con Luis De Sol. La mia fortuna è stata che Piloni e Tancredi erano spesso infortunati, così sono potuto andare dodici volte in panchina in campionato senza però scendere mai in campo. Anche in Coppa delle Fiere, l’odierna Coppa Uefa, sono stato otto volte in panchina arrivando persino a calcare il Camp Nou di Barcellona. Di quella partita mi è rimasto impresso il fatto di vedere 100.000 persone in tribuna: è uno spettacolo indimenticabile, da brivido». Quali ricordi hai di quelle trasferte europee? «Sono stato in panchina ovunque in Europa e ricordo che quell’anno siamo andati fuori senza perdere contro il Leeds United in cui giocava Jack Charlton. All’andata abbiamo pareggiato 2-2 in casa e in Inghilterra non siamo andati oltre l’1-1 con rete di Anastasi». Che Juventus era quella in cui militavi? «In bianconero c’erano già Capello, Bettega e gli altri che avrebbero poi vinto tutto negli anni seguenti. Io non ho studiato, ma ho preteso che studiassero i miei figli e ringrazio la Juventus, perché mi ha permesso di togliermi delle belle soddisfazioni. In quel periodo alla Juventus c’era un giovane dirigente che si chiamava Luciano Moggi: su di lui posso dirti che il suo maestro è stato Italo Allodi, ex general manager dell’Inter che vinceva tutto a livello internazionale». L’allenatore era Armando Picchi. «Ero in panchina il giorno dell’esordio di Galdiolo a Firenze, Fiorentina-Juventus: Picchi sarebbe morto poco dopo. Era una persona eccezionale, il più grande allenatore che ho avuto. È un peccato che sia morto così giovane. Quando si sedette in panchina a Firenze capimmo che era arrivato in fondo alla sua esistenza: vincemmo 2-1 con goal di Causio e Bettega, fu una partita bellissima. Il preparatore dei portieri era Lucidio Sentimenti, il mitico Sentimenti IV, e diceva che ero il suo erede». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/02/gino-ferioli.html
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GINO FERIOLI Nazione: Italia Luogo di nascita: Cento (Ferrara) Data di nascita: 20.02.1951 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1970 al 1971 Esordio: 16.10.1970 - Amichevole - Albese-Juventus 2-11 Ultima partita: 20.01.1971 - Amichevole - Siena-Juventus 0-7 0 presenze - 0 reti Juventus Primavera al Torneo di Viareggio 1971
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LUIGI FENOGLIETTO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 03.08.1899 Luogo di morte: Torino Data di morte: 25.11.1971 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: Gigi Alla Juventus dal 1920 al 1921 Esordio: 26.06.1921 - Amichevole - Saluzzo-Juventus 1-1 0 presenze - 0 reti
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ALVARO CAPPELLI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1921 al 1922 Esordio: 12.02.1922 - Campionato di prima divisione - Spezia-Juventus 1-1 1 presenza - 0 reti
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ACHILLE STEFFENONE Nazione: Italia Luogo di nascita: Casale Monferrato (Alessandria) Data di nascita: 27.11.1901 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1921 al 1924 Esordio: 23.04.1922 - Campionato di prima divisione - Novara-Juventus 2-1 Ultima partita: 20.04.1924 - Campionato di prima divisione - Inter-Juventus 2-2 4 presenze - 2 reti
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BATTISTA PERAZZI https://it.wikipedia.org/wiki/Foot-Ball_Club_Juventus_1928-1929 Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1928 al 1929 Esordio: 12.05.1929 - Campionato di divisione nazionale - Juventus-Pro Vercelli 1-3 Ultima partita: 29.06.1929 - Campionato di divisione nazionale - Cremonese-Juventus 0-0 3 presenze - 2 reti
