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Socrates

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  1. PIETRO VIERCHOWOD https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Vierchowod Nazione: Italia Luogo di nascita: Calcinate (Bergamo) Data di nascita: 06.04.1959 Ruolo: Difensore Altezza: 179 cm Peso: 76 kg Nazionale Italiano Soprannome: Lo Zar - Il Russo - Orso Alla Juventus dal 1995 al 1996 Esordio: 27.08.1995 - Serie A - Juventus-Cremonese 4-1 Ultima partita: 22.05.1996 - Champions League - Ajax-Juventus 1-1 31 presenze - 2 reti 1 supercoppa italiana 1 champions league Campione del mondo 1982 con la nazionale italiana Pietro Vierchowod (Calcinate, 6 aprile 1959) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, campione del mondo nel 1982 con la nazionale italiana. Ritenuto uno dei migliori difensori italiani di sempre, è stato uno dei massimi interpreti del ruolo negli anni 1980 e 1990. Dopo gli esordi nella Romanese in Serie D, militò per un quinquennio nel Como, con cui vinse un campionato di Serie C1 (1978-1979) e uno di B (1979-1980), debuttando quindi nella massima serie. Acquistato dalla Sampdoria, fu girato in prestito prima alla Fiorentina e poi alla Roma, con cui vinse il suo primo scudetto nella stagione 1982-1983. Rientrato a Genova, divenne una bandiera della Sampdoria, legandovi la maggior parte della propria carriera e conquistando nell'arco di 12 stagioni quattro Coppe Italia (1984-1985, 1987-1988, 1988-1989 e 1993-1994), una Coppa delle Coppe (1989-1990), un altro scudetto (1990-1991) e una Supercoppa italiana (1991). Nel 1995 fu ceduto alla Juventus, dove rimase per una stagione vincendo una seconda Supercoppa italiana (1995) e una Champions League (1995-1996). Svincolatosi dal club torinese, si accasò per un anno al Milan per poi chiudere la carriera con un triennio al Piacenza, ritirandosi nel 2000, a 41 anni, dopo aver totalizzato 562 presenze in Serie A. Tra il 1981 e il 1993 ha fatto parte della nazionale italiana, con cui ha totalizzato 45 presenze, segnando 2 reti; ha disputato tre edizioni del campionato del mondo, vincendo l'edizione di Spagna 1982, senza scendere in campo a causa di un infortunio, e ottenendo un terzo posto a Italia 1990. Intrapresa la carriera di allenatore, nella prima metà degli anni 2000 ha guidato il Catania, la Florentia Viola e la Triestina; negli anni 2010 ha maturato due esperienze all'estero, prima all'Honvéd e poi al Kamza. Pietro Vierchowod Vierchowod alla Sampdoria nel 1990 Nazionalità Italia Altezza 179 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 2000 - giocatore Carriera Giovanili 1969-1973 Oratorio Spirano 1973-1975 Romanese Squadre di club 1975-1976 Romanese 3 (0) 1976-1981 Como 115 (6) 1981-1982 → Fiorentina 32 (2) 1982-1983 → Roma 30 (0) 1983-1995 Sampdoria 358 (25) 1995-1996 Juventus 31 (2) 1996 Perugia 0 (0) 1996-1997 Milan 16 (1) 1997-2000 Piacenza 79 (6) Nazionale 1981-1993 Italia 45 (2) Carriera da allenatore 2001-2002 Catania 2002 Florentia Viola 2005 Triestina 2014 Honvéd 2018 Kamza Palmarès Mondiali di calcio Oro Spagna 1982 Bronzo Italia 1990 Biografia Il padre Ivan Lukjanovič Verchovod era un soldato dell'Armata Rossa originario di Kiev, che fu prigioniero a Bolzano, Pisa e Modena; terminata la seconda guerra mondiale si rifiutò di tornare in patria e si stabilì a Spirano, in provincia di Bergamo. Le origini ucraine hanno valso al giocatore il soprannome di Zar, un appellativo che peraltro ben si adattava alle sue doti caratteriali. Caratteristiche tecniche Giocatore Vierchowod (a destra) in maglia sampdoriana nel 1990, mentre duella in velocità con il fiorentino Borgonovo. Stopper tenace e grintoso, Vierchowod aveva nella velocità in campo aperto, retaggio di un passato nell'atletica leggera, la propria caratteristica distintiva: infatti, pur non essendo fulmineo nello scatto breve, risultava difficilmente eguagliabile sulle lunghe distanze — «facevo i cento metri in meno di 11 secondi: ero un missile» —; Enzo Bearzot lo riteneva «il difensore più rapido del mondo». Le principali rivalità sportive Nel corso della sua lunga carriera, Vierchowod si confrontò con varie generazioni di attaccanti — «ho giocato contro Boninsegna e Ševčenko» —, alcuni dei quali, ad esempio Gabriel Batistuta, Gary Lineker e Fabrizio Ravanelli, espressero giudizi lusinghieri su di lui, descrivendolo come il marcatore più difficile da affrontare. Le maggiori rivalità sportive, caratterizzate da un acceso ma leale agonismo, furono però quelle vissute con Diego Armando Maradona e Marco van Basten: l'argentino restò impressionato dalla forza fisica del difensore, tanto da ribattezzarlo Hulk; l'olandese, dal canto suo, nel 1992 manifestò il proprio disappunto per non aver mai segnato su azione contro lo Zar, un tabù peraltro sfatato il giorno successivo. Oltre ai succitati Maradona e van Basten, considerati da Vierchowod i più forti avversari mai incontrati, il difensore annoverò Alessandro Altobelli e Franco Selvaggi tra i giocatori capaci di metterlo maggiormente in difficoltà: il secondo, in particolare, gli diede spesso del filo da torcere in virtù della sua agilità — «mi faceva girare la testa, era imprendibile» —, tanto da segnare diverse reti contro di lui. Degna di nota fu, inoltre, la menzione di Giampaolo Montesano, funambolico centrocampista che diede a Vierchowod numerosi grattacapi a inizio carriera, quando i due si affrontarono in Serie B. Tra gli attaccanti marcati in tarda età, Vierchowod spese parole d'elogio per Ronaldo, ritenendo che il brasiliano, potenzialmente, avrebbe potuto metterlo alle strette anche se l'avesse affrontato all'apice del suo vigore fisico. Ispiratosi a Tarcisio Burgnich, era uno specialista della marcatura a uomo, molto temuto in tal senso dagli attaccanti avversari, ma seppe adeguarsi anche alle sopravvenute innovazioni zoniste tanto da trovare posto, seppur a fasi alterne, nella nazionale di Arrigo Sacchi. Dapprima piuttosto grezzo nel tocco di palla, grazie a una spiccata etica del lavoro riuscì ad abbinare progressivi miglioramenti sul piano tecnico e tattico alle doti innate di personalità e prestanza fisica. Sebbene non fosse particolarmente alto, riusciva a vincere la maggior parte dei contrasti aerei in virtù di una notevole elevazione e di un grande senso dell'anticipo. Era inoltre avvezzo alle sortite offensive e al gol, soprattutto di testa: con 38 reti in Serie A, è nel novero dei difensori più prolifici nella storia del massimo campionato italiano. Di grande longevità sportiva, mantenne elevate prestazioni atletiche anche in età avanzata, ritirandosi a 41 anni senza aver mai accusato grossi problemi fisici, ad eccezione di tre casi di pneumotorace. Carriera Giocatore Club Gli inizi e Como Un giovane Vierchowod al Como Dopo le giovanili nello Spirano e un provino al Milan dove fu scartato, esordì nella Romanese, squadra bergamasca di Serie D, ma crebbe calcisticamente nel Como con cui disputò cinque campionati ottenendo una doppia promozione dalla Serie C1 alla Serie A. Esordì nella massima serie nella stagione 1980-1981, a 20 anni, nella sconfitta interna del 14 settembre contro la Roma (0-1); a fine campionato contribuì alla salvezza della formazione lariana. Fiorentina e Roma Vierchowod alla Fiorentina nella stagione 1981-1982 Acquistato nel 1981 dalla Sampdoria di Paolo Mantovani, che al tempo militava in Serie B, il 15 luglio venne prestato in Serie A alla Fiorentina, con la quale nel campionato seguente giunse secondo, battagliando fino all'ultima giornata con la Juventus per il titolo. Lasciò a malincuore Firenze a fine stagione, tuttavia il presidente doriano Mantovani, nel cederlo nuovamente in prestito, gli garantì l'approdo in una formazione con ambizioni da Scudetto: il 14 luglio 1982 diventò quindi un giocatore della Roma, un trasferimento di cui si sussurrava avesse dato il suo beneplacito persino Giulio Andreotti. Nella Capitale andò a fare parte di una linea difensiva composta da interpreti fortemente votati al gioco d'attacco e in cui il neoacquisto, di conseguenza, era chiamato a svolgere un importante ruolo equilibratore: in una squadra dall'accentuata vocazione zonista come da dettami del tecnico Nils Liedholm, un marcatore puro quale Vierchowod divenne immediatamente imprescindibile nelle dinamiche di gioco romaniste — «la vera mossa vincente di Liedholm, oltre a mettere il mancino Nela terzino destro, Maldera a sinistra e Di Bartolomei regista arretrato, fu piazzare Vierchowod al centro della difesa. Una pedina fondamentale. Marcava tutti lui da solo, era insuperabile», ricorderà il suo compagno di spogliatoio Roberto Pruzzo —, rivelandosi uno dei protagonisti del secondo Scudetto giallorosso nell'annata 1982-1983. Vierchowod alla Roma nell'annata 1982-1983 L'ottimo rendimento della stagione romana gli valse inoltre la vittoria del Guerin d'oro. Sampdoria Da Roma venne quindi richiamato definitivamente a Genova nell'estate 1983. Inizialmente restio ad abbandonare la squadra campione d'Italia, fu in breve convinto dal carisma e dalla personalità di Mantovani il quale, dopo avere riportato la Sampdoria in Serie A e avere ottenuto un'agevole salvezza da neopromossa, sotto la sua presidenza stava iniziando a palesare ambizioni ai massimi livelli attraverso la costruzione di una squadra in cui, tra gli altri, anche Vierchowod doveva avere un ruolo centrale. Confermatosi fin dal primo anno in Liguria tra i difensori più affidabili in circolazione (una giuria di esperti lo elesse miglior centrale della stagione 1983-1984), vestì la maglia blucerchiata per le successive dodici stagioni, in coincidenza con il periodo più glorioso del club. Nell'annata 1984-1985 partecipò alla vittoria della Coppa Italia, primo trofeo della storia sampdoriana, un successo replicato per altre due volte nella seconda metà del decennio. Frattanto nel 1986 l'arrivo di Vujadin Boškov in panchina aveva segnato un ulteriore punto di svolta: proprio il solido rapporto umano instauratosi con il tecnico jugoslavo nonché con Mantovani portò Vierchowod, insieme agli altri senatori dello spogliatoio come Roberto Mancini e Gianluca Vialli, a stringere un patto di ferro che li impegnò a non lasciare Genova finché non fosse arrivato lo Scudetto. Un successo che si materializzerà nel campionato 1990-1991, non prima di avere festeggiato anche il primo trionfo confederale del calcio genovese con la Coppa delle Coppe 1989-1990. Vierchowod (accosciato, primo da destra) con la maglia scudettata della Sampdoria 1991-1992, finalista di Coppa dei Campioni Nel nuovo decennio Vierchowod, ormai uno dei leader e bandiera della compagine doriana, rimpinguò il proprio palmarès con la Supercoppa italiana 1991 e un'altra Coppa Italia nell'edizione 1993-1994, quest'ultima sollevata nell'occasione da capitano blucerchiato. Era invece sfuggita nel 1992 la Coppa dei Campioni, persa in finale a Wembley contro gli spagnoli del Barcellona; un tarlo che il giocatore si trascinerà dietro per i quattro anni a venire. Juventus e Milan Il 16 giugno 1995, a 36 anni, si trasferì alla Juventus per 500 milioni di lire, insieme ai compagni di squadra Attilio Lombardo e Vladimir Jugović. Approdato a Torino con l'obiettivo dichiarato di vincere la Champions League, contribuì con ottime prestazioni alla conquista del trofeo, disputando da titolare, all'età di 37 anni, la finale vinta ai tiri di rigore contro gli olandesi dell'Ajax, detentori del trofeo. A fine stagione, chiuso dai nuovi arrivi Paolo Montero e Mark Iuliano, fu lasciato libero dal club piemontese per ragioni anagrafiche. Vierchowod in azione alla Juventus nella stagione 1995-1996 Vierchowod si accordò inizialmente col neopromosso e ambizioso Perugia di Luciano Gaucci; tuttavia, a causa di sopravvenuti dissidi con l'allenatore Giovanni Galeone, rescisse il contratto coi grifoni prima dell'inizio del campionato. Stante il sopraggiunto infortunio di Franco Baresi, il 3 settembre 1996 firmò quindi con il Milan dove rimase per una stagione, tuttavia avara di gioie. Piacenza Il 5 settembre 1997 si accasò al Piacenza, dove rimase tre stagioni, contribuendo alla salvezza nelle prime due annate. Degni di nota, nella stagione 1997-1998, furono i suoi duelli contro alcuni dei più temibili attaccanti della Serie A di allora: prossimo ai 39 anni, Vierchowod si prese la soddisfazione di negare il gol a molti di loro. Nel campionato 1998-1999 segnò il gol-salvezza nella sfida all'ultima giornata contro la Salernitana; rete che sancì la retrocessione della squadra campana. Vierchowod al Piacenza nel campionato 1997-1998 Si ritirò dall'attività agonistica nel 2000, a 41 anni, dopo la retrocessione dei piacentini in Serie B. Ha disputato 562 partite in Serie A, settimo assoluto dietro Gianluigi Buffon, Paolo Maldini, Francesco Totti, Javier Zanetti, Gianluca Pagliuca e Dino Zoff; al momento del suo ritiro, era secondo solo a Zoff per presenze nella massima serie. Avendo segnato un gol all'età di 40 anni e 47 giorni (il 23 maggio 1999 contro la Salernitana), è il quarto marcatore più anziano nella storia della Serie A, dopo Alessandro Costacurta, Silvio Piola e Zlatan Ibrahimović. Nazionale Convocato dal commissario tecnico Enzo Bearzot, esordì in nazionale maggiore il 6 gennaio 1981 a Montevideo, giocando titolare nella partita contro i Paesi Bassi (1-1) valevole per il Mundialito. Fece parte dei 22 convocati per il vittorioso campionato del mondo 1982 in Spagna in cui, tuttavia, non fu mai impiegato, anche a causa di un infortunio alla caviglia. A partire del 1983 entrò in pianta stabile tra gli Azzurri e fu titolare fino al campionato del mondo 1986 in Messico, dove prese parte a tutte le gare disputate dall'Italia che fu eliminata dalla Francia agli ottavi di finale. In seguito non fu confermato dal nuovo selezionatore Azeglio Vicini, che lo escluse dalle convocazioni. Vierchowod (in basso, a sinistra) in maglia azzurra, sul terzo gradino del podio al campionato del mondo 1990 Reduce da un periodo di ottima forma, ritornò in nazionale dopo quattro anni, il 21 febbraio 1990 per un'amichevole, e venne convocato per il campionato del mondo 1990 in Italia, dove venne impiegato in tre partite, compresa la finale per il 3º posto vinta 2-1 contro Inghilterra che giocò da titolare. Rimase nel gruppo anche con Arrigo Sacchi, che tuttavia gli preferì spesso Alessandro Costacurta, più avvezzo ai movimenti difensivi richiesti dal tecnico. Vierchowod ottenne la sua ultima presenza il 1º maggio 1993, in una partita contro la Svizzera valida per le qualificazioni al campionato del mondo 1994, al quale preferirà non prendere parte, visto il ruolo di riserva prospettatogli da Sacchi: «Dissi no, perché non mi andava di sperare negli infortuni dei compagni. E pensare che poi si fece male Baresi...». Con l'Italia conta 45 presenze e 2 reti, l'ultima delle quali, realizzata a 33 anni, 11 mesi e 18 giorni (il 24 marzo 1993 contro Malta), lo ha reso per diversi anni il marcatore più anziano nella storia della nazionale. Allenatore Il 19 dicembre 2001 ha esordito sulla panchina del Catania, in Serie C1; chiamato a sostituire Aldo Ammazzalorso, il 22 aprile 2002 viene esonerato a due giornate dal termine, con gli etnei in zona play-off. L'11 agosto viene ingaggiato dalla Florentia Viola, nata sulle ceneri del fallimento societario della Fiorentina, per il campionato di Serie C2; il 29 ottobre viene nuovamente esonerato, dopo nove giornate, a causa dei risultati negativi ottenuti dalla squadra toscana, e sostituito da Alberto Cavasin. Il 13 settembre 2005 è stato designato come nuovo allenatore della Triestina, in Serie B, incassando il terzo esonero consecutivo il 21 novembre dello stesso anno. Il 13 giugno 2014, a distanza di nove anni dalla precedente esperienza in panchina, viene assunto dai magiari dell'Honvéd in sostituzione del connazionale Marco Rossi, venendo poi esonerato il 6 ottobre. Il 31 maggio 2018 viene nominato allenatore della squadra albanese del Kamza. Dopo il ritiro Dal 2008 è opinionista Rai a Sabato Sprint. Nel 2012 si candida a sindaco nelle elezioni comunali di Como, alla guida di una lista civica, e ottiene 1017 voti (2,53% delle preferenze). Palmarès Vierchowod mostra la Coppa delle Coppe 1989-1990 vinta dalla Sampdoria (in alto), riceve da capitano blucerchiato la Coppa Italia 1993-1994 (al centro), e posa con Ravanelli dopo il trionfo della Juventus nella Champions League 1995-1996 (in basso). Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C1: 1 - Como: 1978-1979 (girone A) Campionato italiano di Serie B: 1 - Como: 1979-1980 Campionato italiano: 2 - Roma: 1982-1983 - Sampdoria: 1990-1991 Coppa Italia: 4 - Sampdoria: 1984-1985, 1987-1988, 1988-1989, 1993-1994 Supercoppa italiana: 2 - Sampdoria: 1991 - Juventus: 1995 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Sampdoria: 1989-1990 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Spagna 1982 Individuale Premio Nazionale Carriera Esemplare "Gaetano Scirea": 1995 Onorificenze Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana — 30 settembre 1991. Di iniziativa del Presidente della repubblica. Collare d'oro al Merito Sportivo — Roma, 19 dicembre 2017.
  2. MICHELE PADOVANO «Ha dinamite nelle gambe – scrive di lui Renato Tavella – e cervello fino. Intuisce, scatta, sa smarcarsi. Tira e segna. Poi ha dalla sua un’altra molla decisiva che lo agita al meglio: il desiderio di imporsi, di non lasciarsi sfuggire la grande occasione arrivata. Giocare nella Juve, in una grande squadra, dopo una carriera dura e sempre combattuta nei ranghi di società minori. Onore al merito, quindi, alla valorosa grinta di Padovano, torinese cresciuto al calcio nel Barcanova, una delle più gloriose società dilettantistiche piemontesi. L’uomo è temprato e conosce il senso della fatica e dell’impegno. Niente di meglio per Lippi, sempre alla caccia, dentro l’animo dei suoi giocatori, di motivazioni forti e nuove». SILVIA GROSSO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1995 Nel primo giorno di ritiro, Michele Padovano e il ritratto della felicità, e non è difficile immaginare il perché. Sa che la Juventus rappresenta un punto di svolta nella sua carriera ed è onorato di vestire la gloriosa casacca bianconera. Avrà poi la possibilità di scendere in campo ogni domenica con il tricolore cucito addosso, per difenderlo dagli assalti delle inseguitrici e tenerlo ben stretto il più a lungo possibile. Per non parlare dell’opportunità di giocare in Champions League, competizione che non ha certo bisogno di presentazioni e che costituisce un traguardo per qualsiasi calciatore professionista. Ma c’è un ulteriore fattore che rende ancora più emozionante l’esperienza bianconera di Michele Padovano: la possibilità di giocare a Torino, la città dove è nato. E non è poco, se pensiamo a quante squadre ha dovuto cambiare, in giro per l’Italia. prima di riuscire a tornare a casa Ripercorrendo in breve la sua carriera scopriamo che ha incominciato come professionista nell’Asti T.S.C. in serie C2, nella stagione 1985/86; l’anno successivo è passato nelle fila del Cosenza, dove è rimasto per quattro stagioni, conquistando nel 1987/88 la promozione in serie B. Nel 1990/91 ha disputato ii primo campionato in serie A, con ii Pisa, mettendo a segno ben 11 reti, che costituiscono ii suo record personale. Dopo questa prima esperienza nella massima serie ha iniziato a girovagare per l’Italia, cambiando società ogni anno: Napoli, Genoa, Reggiana, di nuovo Genoa agli inizi del campionato 1994/95, poi ancora Reggiana nel novembre ‘94 e ora l’arrivo alla Juventus. Noi di “Hurrà Juventus” lo abbiamo incontrato nel giorno dell’inizio del ritiro estivo, che ha coinciso con la sua presentazione ufficiale in bianconero, e lo abbiamo trovato pieno di entusiasmo e di umiltà. Ecco i suoi primi pensieri targati Juve: «Sono felicissimo di essere qui, è ovvio. Queste è la più grossa occasione della mia carriera e spero di riuscire a sfruttarla al meglio. Il mio primo traguardo consiste nei farmi trovare pronto quando Lippi avrà bisogno di me. So di avere davanti attaccanti del calibro di Fabrizio Ravanelli e Luca Vialli, senza dimenticare Del Piero, che hanno disputato una stagione eccezionale ed è giusto che partano titolari. Starà a me riuscire a farmi valere e apprezzare quando sarò chiamato in causa. Questa situazione non mi penalizza, anzi mi fornisce una motivazione in più, da aggiungere alle tante legate al semplice fatto di giocare nella Juventus, la squadra campione d’Italia, dalla quale tutti si aspettano sempre il massimo e contro la quale tutti giocano sempre con il massimo accanimento. Comunque gli impegni non mancheranno e penso che ci sarà spazio anche per me. So che alla base dei successi della scorsa stagione c’è stata la forza e l’unità del gruppo; ritengo che anche in futuro l’armonia all’interno dello spogliatoio giocherà un ruolo fondamentale e per questo motivo farò il possibile per inserirmi nel migliore dei modi. Del resto mi sto già trovando benissimo con tutti quanti. In questo sono facilitato dal mio carattere socievole e dall’esperienza accumulata con gli anni: per me cambiare squadra e fare amicizia con nuovi compagni non è certo una novità». Nel tentativo di conoscere un po’ meglio l’ultimo arrivo di casa Juve, gli abbiamo domandato di presentarsi ai suoi nuovi tifosi, descrivendo le proprie caratteristiche di calciatore. «Io sono un attaccante, questo è sempre stato il mio ruolo. Posso giocare sia in appoggio a un altro attaccante. Comunque sono versatile e non credo che avrò difficoltà ad adattarmi agli schemi del mister. Per il resto non saprei cosa dire... preferisco farmi conoscere con i fatti, con le buone prestazioni e con i gol». Visto che non ama dilungarsi suite proprie doti tecniche, ricordiamo che i Padovano è un giocatore dotato di forza fisica, abile nel gioco a terra e, grazie all’ottima elevazione, anche in quello aereo; particolare non trascurabile è infine la sua costanza in fatto di marcature. Nel giro di pochi mesi la vita di questo calciatore è cambiata. Con la Juventus ha la possibilità di giocare ai massimi livelli e di vivere una realtà agonistica a lui ancora sconosciuta. Ecco le sue considerazioni: «La Juve è la più grande squadra in cui ho avuto occasione di giocare, una squadra sempre competitiva su tutti i fronti, con un’organizzazione di gioco che, nello scorso campionato, l’ha resa irresistibile. Basta pensare a quante occasioni-gol si creano in ogni partita: sono davvero tante e, per un attaccante, questo è fondamentale. In passato mi capitava di avere un’occasione-gol ogni due o tre partite e la preoccupazione principale era, di solito, la salvezza. Ora, con la Juve, la mia vita e il mio modo di vivere il calcio sono cambiati. Spero che la squadra continui a vincere e che lo faccia anche con il mio contributo. Sarà bellissimo doversi preoccupare di rimanere ai vertici, di vincere sempre. Penso che mi ci abituerò in fretta». D’altronde giocare nella Juve significa proprio questo: capire che conta solo vincere. E Padovano l’ha già capito. 〰.〰.〰 L’esordio è di quelli da incorniciare: prima partita della Coppa dei Campioni, la Juventus scende in campo a Dortmund, contro il Borussia. Mancano Vialli e Ravanelli, squalificati, e Lippi punta tutto su Michele. L’inizio è un incubo: dopo pochi secondi Möller beffa Peruzzi, 1-0 per il Borussia. La Juve reagisce alla grande e, su un cross dalla sinistra, Padovano sale in cielo per colpire di testa e infilare il pallone nella porta tedesca: 1-1 e palla al centro. Ci penseranno poi Del Piero, con un gol strepitoso, e Conte a dare la vittoria alla squadra bianconera. «Quando tornammo da Dortmund, alla ripresa degli allenamenti venne a complimentarsi con noi, come spesso accadeva, l’Avvocato. Si avvicinò a me e disse: “Caro Padovano, se ci fossi stato io in porta quel gol non l’avresti fatto”. Beh, all’Avvocato tutto era permesso. Ecco, a proposito di carisma una figura come quella dell’Avvocato mi manca tantissimo; lui si che era carismatico. Il più carismatico che abbia mai conosciuto». La stagione della Juventus è memorabile: in campionato il cammino è pieno di incertezze, ma in Coppa Campioni la squadra vola. Unica pecca, la sconfitta al Bernabéu, per 1-0, nei quarti di finale, contro il Real Madrid: per qualificarsi, la Juventus, dovrà giocare una partita perfetta a Torino. Manca Ravanelli, squalificato, e Michele lo sostituisce: non deluderà le aspettative, realizzando il gol del 2-0, quello della qualificazione. «Mi trovo tra i piedi una palla d’oro. La controllo, in una frazione di secondo alzo la testa e tiro a botta sicura. Sento un boato assordante. No, sono sicuro che non lo dimenticherò più». A Roma, nella finale contro l’Ajax, entra a partita iniziata, al posto di Ravanelli. Realizza il proprio rigore e può sollevare la Coppa dalle Grandi Orecchie con pieno merito. «Effettivamente non ero male a tirare i rigori. In Serie A ne ho sbagliato solamente uno. Quella sera a Roma, è vero che Van der Sar intuì il mio calcio di rigore, ma io ero talmente sicuro di fare gol che non mi sono preoccupato per niente, perché in quei momenti ciò che più conta è la sicurezza che hai sul viso e a me non mancava. A livello professionale è stata sicuramente la più importante della mia carriera, ma quando mi chiedono di descrivere cosa ho provato mi rendo conto che non riesco a esprimere le mie emozioni, perché sono sensazioni troppo personali per poterle raccontare». È soprannominato Harley Davidson per la sua passione per quel tipo di moto. «Ne possiede due e sono bellissime – afferma la moglie Adriana – ma per me sono molto scomode quando si tratta di affrontare un lungo viaggio, anche se mi piace andare in moto con mio marito. Michele ha molta personalità e un carattere incredibile; è espansivo con gli amici intimi, ma rimane diffidente verso le persone che conosce superficialmente». Il campionato successivo è quello della consacrazione: Vialli e Ravanelli emigrano in Inghilterra, arrivano Boksic e due giovani di belle speranze, Christian Vieri e Nick Amoruso. La concorrenza non spaventa Michele che conquista presto il posto da titolare, diventando protagonista assoluto nella conquista della Supercoppa Europea, con due reti a Parigi, nella favolosa vittoria per 6-1, contro il Paris Saint Germain. «La vita e il pallone mi hanno insegnato a crescere. Prima ero insofferente, mi arrabbiavo per nulla, adesso dico che quello che ho avuto è molto e naturalmente mi basta. Quest’anno la Juve ha comperato due attaccanti e due già ne aveva. In tutto fanno cinque, me compreso. E per tutti ero il quinto. La cosa non mi ha sconvolto, ho pensato ad allenarmi bene e adesso gioco. Quando uscirò, se uscirò, nessun problema. Lavorerò per rientrare». In campionato il suo apporto è sempre considerevole e la Vecchi Signora corre spedita verso lo scudetto, grazie anche alla preziosissima vittoria allo Stadio Olimpico, contro la Lazio, dove Padovano mette a segno una doppietta. «Cosa aveva di speciale quella Juve? Il gruppo! Io ho girato tantissimo ma il gruppo che ho trovato in quella Juventus non l’ho trovato mai da nessun’altra parte. L’allenamento era alle 15? Beh, alle 13 e 30 eravamo già tutti nello spogliatoio, con una voglia incredibile di migliorarci. Quando affrontavamo le partite, gli avversari perdevano già nel tunnel che portava al campo; leggevano nei nostri occhi la voglia di vincere e non ce n’era per nessuno». La Nazionale non può fare a meno di notare Michele e il commissario tecnico Maldini lo convoca per le due partite, valide per la qualificazione ai Mondiali in Francia, contro Moldavia e Polonia. Sembra l’inizio di un sogno, ma la sorte è in agguato: domenica 23 marzo 1997, la Juventus è impegnata al San Paolo contro il Napoli. La partita termina 0-0 e Padovano entra al 16’ della ripresa per sostituire Vieri; non può certamente immaginare che sarà l’ultima partita in campionato, per quella stagione. Sabato 29 marzo, l’Italia batte la Moldavia a Trieste per 3-0: alla festa partecipa anche Michele, entrato al 23’ della ripresa, sempre in cambio di Bobo. Nonostante i pochi minuti, Padovano impressiona Maldini che gli assicura il posto di titolare nella partita di Chorchow, in Polonia. Al termine di un normale allenamento, il commissario tecnico azzurro, chiede ai rigoristi di provare le loro esecuzioni. Padovano è il cecchino designato e si impegna più degli altri. Peruzzi, che è uno specialista, non ha mai scampo contro i tiri di Michele, ma all’ennesimo tentativo, anziché gli sberleffi del tiratore e le imprecazioni del portiere battuto, si sente solamente un terribile crack: il ginocchio di Padovano è saltato. Lui non lo sa ancora, ma in quel momento, la sua carriera di calciatore è praticamente finita. «Era la vigilia dei Mondiali del 1998 e il Mister Maldini mi teneva in grande considerazione. Dai, diciamo che sono stato la fortuna di Vieri. Perché, probabilmente, se ci fossi stato anch’io avrebbe giocato meno!». La convalescenza è lunga, ritorna in campo per la Supercoppa Italiana, in agosto, contro il Vicenza e in Coppa Italia, contro il Brescello, ma il ginocchio gli fa ancora male, troppo male e non gli permette quegli scatti brucianti che lo rendevano imprendibile. Domenica 14 settembre 1997, Stadio Olimpico di Roma: Padovano è sostituito al 26’ del secondo tempo da Amoruso e non vestirà mai più la maglia bianconera. Qualche settimana dopo, infatti, sarà ceduto al Crystal Palace, in Inghilterra. I suoi numeri in maglia bianconera: 63 presenze e 18 gol, due scudetti, una Coppa dei Campioni, una Supercoppa Europea e una Supercoppa Italiana. Numeri che non rendono giustizia a questo sfortunatissimo campione. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/michele-padovano.html
  3. MICHELE PADOVANO https://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Padovano Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 28.08.1966 Ruolo: Attaccante Altezza: 178 cm Peso: 71 kg Nazionale Italiano Soprannome: Harley Davidson Alla Juventus dal 1995 al 1997 Esordio: 27.08.1995 - Serie A - Juventus-Cremonese 4-1 Ultima partita: 24.09.1997 - Coppa Italia - Juventus-Brescello 4-0 63 presenze - 18 reti 1 scudetto 2 supercoppe italiane 1 champions league 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Michele Padovano (Torino, 28 agosto 1966) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Michele Padovano Padovano in nazionale nel 1997 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 2001 Carriera Giovanili 1979-1982 Barcanova 1982-1985 Asti TSC Squadre di club 1985-1986 Asti TSC 24 (5) 1986-1990 Cosenza 103 (22) 1990-1991 Pisa 30 (11) 1991-1992 Napoli 27 (7) 1992-1993 Genoa 27 (9) 1993-1994 Reggiana 29 (10) 1994 Genoa 2 (0) 1994-1995 Reggiana 19 (7) 1995-1997 Juventus 63 (18) 1997-1999 Crystal Palace 12 (1) 1999-2000 Metz 9 (4) 2000-2001 Como 12 (2) Nazionale 1997 Italia 1 (0) Caratteristiche tecniche Attaccante scattante e rapido nel calciare, mancino, possedeva un ottimo tiro; intuitivo, spesso risolutivo anche da subentrante, si mostrava abile nello smarcarsi nonché a suo agio anche come rigorista. Carriera Giocatore Club Primi anni, Cosenza Padovano con la maglia del Cosenza a una partita commemorativa del 2008 Padovano iniziò la sua carriera professionistica in Serie C2 con l'Asti TSC nella stagione 1985-1986. Nell'ottobre 1986 si trasferì al Cosenza, restandovi per quattro anni e ottenendo sotto la guida di Gianni Di Marzio una promozione dalla Serie C1 alla Serie B attesa da oltre vent'anni. Con la squadra calabrese sfiorò nell'annata successiva la promozione nella massima serie, mancata solo per la classifica avulsa. Pisa, Napoli, Genoa e Reggiana Nel 1990 l'attaccante fece il suo esordio in Serie A con il Pisa, mettendo a segno 11 reti in 30 partite. In seguito continuò a giocare nella massima serie calcistica italiana vestendo le blasonate maglie di Napoli e Genoa, oltreché quella della matricola Reggiana. Padovano in azione alla Reggiana nel 1994 Anche grazie ai 10 gol segnati nell'arco del primo campionato giocato con la maglia granata, la Reggiana riuscì a centrare la sua prima salvezza alla stagione d'esordio in Serie A, nonostante le lunghe discussioni con il tecnico dell'epoca, Giuseppe Marchioro. Al termine di questo campionato tornò inizialmente a Genova per 1,5 miliardi di lire, tuttavia fu richiamato a Reggio Emilia nel corso della sessione autunnale di mercato, segnando 7 gol in 19 partite che stavolta non bastarono a salvare la squadra dalla retrocessione in Serie B. Juventus Le prestazioni offerte a Reggio Emilia fecero convergere su Padovano le attenzioni della Juventus di Marcello Lippi, che nell'estate 1995 lo acquistò per 7 miliardi di lire. Nelle successive due stagioni in Piemonte, dove s'inserì nelle gerarchie quale prima riserva dell'attacco, diede il suo apporto nelle vittorie di uno scudetto, una Champions League, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa UEFA e due Supercoppe di Lega. Padovano con la maglia della Juventus nel 1996 In particolare, nella prima stagione contribuì al trionfo del club torinese nella Champions League 1995-1996, dapprima mettendo a segno il decisivo gol del 2-0 nel retour match dei quarti di finale contro il Real Madrid, che valse il passaggio alle semifinali, e poi trasformando uno dei tiri di rigore nella vittoriosa finale di Roma contro l'Ajax; nella seconda, realizzò una doppietta nella finale di andata della Supercoppa UEFA 1996 vinta in goleada a Parigi contro il Paris Saint-Germain. Esperienze all'estero, ultimi anni Infortunatosi in nazionale, nell'estate 1997 la Juventus decise di cedere Padovano al Crystal Palace di Attilio Lombardo per 5,5 miliardi di lire (1,7 milioni di sterline), con cui tuttavia giocò poche volte realizzando un unico gol in campionato. La sua avventura in Premier League è stata così negativa che in una classifica dei 50 peggiori attaccanti che abbiano mai calcato i campi del massimo livello inglese, è posto in ventottesima posizione. Nel 2001 l'attaccante terminò la sua carriera da calciatore, dopo aver disputato le ultime stagioni da professionista con il Metz e il Como. Nazionale Nel 1997 Padovano venne convocato per la prima volta nella nazionale italiana dall'allora commissario tecnico Cesare Maldini, in occasione delle gare di qualificazione al campionato del mondo 1998 contro Moldavia e Polonia. Dopo il debutto contro i moldavi, battuti 3-0 a Trieste il 29 marzo, durante un allenamento a Chorzów in vista della gara contro i polacchi, l'attaccante scivolò a terra mentre stava battendo un calcio di rigore, procurandosi uno strappo muscolare che non gli permise più di competere al massimo, concludendo quindi anche la sua esperienza in azzurro con una sola presenza. Dirigente Dopo aver appeso le scarpette al chiodo, rimase a lavorare nel mondo del calcio. La prima esperienza manageriale fu nei quadri della Reggiana nel 2002. Nel 2005 ricoprì il ruolo di direttore sportivo nel Torino guidato da Giovannone, fino alla cessione della società a Urbano Cairo. Dal febbraio al maggio del 2006 fu quindi dirigente sportivo dell'Alessandria. Nel 2010 venne assunto come consulente di mercato dalla Pro Patria, ma il 15 giugno dello stesso anno rassegnò le dimissioni. Nel luglio 2021 assume la carica di direttore generale del Casale, per poi terminare la sua esperienza col club monferrino nel marzo 2022. Procedimenti giudiziari Al termine dell'attività agonistica Padovano venne coinvolto in un procedimento giudiziario conclusosi, dopo diciassette anni, con una sentenza di assoluzione. Nel maggio 2006 venne arrestato nell'ambito di un'inchiesta della Procura di Torino su di un traffico di hashish, accusato di avere un ruolo nell'organizzazione a delinquere che gestiva lo spaccio. Nell'ottobre 2011 il pubblico ministero chiese per Padovano 24 anni di carcere: il successivo dicembre il tribunale lo condannò in primo grado alla pena di 8 anni e 8 mesi di reclusione, ridotti a 6 anni e 8 mesi in appello. Sempre professatosi innocente – «mi accusarono di avere finanziato un traffico di droga, invece ho solo prestato 40 mila euro a un amico d'infanzia che sarà stato pure un delinquente ma resta un amico. Mi aveva detto che gli servivano per un debito...» –, scontò 3 mesi in prigione e 8 ai domiciliari, in attesa di giudizio. Nel gennaio 2021 la Corte suprema di cassazione annullò le precedenti condanne e dispose un giudizio di rinvio affinché una nuova corte d'appello valutasse la sua posizione. Nel gennaio 2023 il processo d'appello bis assolse definitivamente Padovano da ogni accusa. Per tale vicenda giudiziaria non ha ricevuto nessun risarcimento dallo Stato italiano. Palmarès Club Padovano (in primo piano) festeggia con i compagni di squadra la vittoria della Juventus nella Champions League 1995-1996 Competizioni nazionali Supercoppa italiana: 2 - Juventus: 1995, 1997 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1996-1997 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996
  4. VANNI PESSOTTO https://it.wikipedia.org/wiki/Vanni_Pessotto Nazione: Italia Luogo di nascita: Latisana (Udine) Data di nascita: 04.06.1974 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 2004 al 2005 Esordio: 07.06.2005 - Amichevole - Tokyo-Juventus 1-4 0 presenze - 0 reti Vanni Pessotto (Latisana, 4 giugno 1974) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. È fratello minore di Gianluca Pessotto. Vanni Pessotto Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex-Centrocampista) Termine carriera 2009 - giocatore Carriera Squadre di club 1992-1995 Cremonese 1 (0) 1995-1996 Massese 30 (5) 1996-2000 Cremonese 102 (1) 2000-2004 Lucchese 118 (2) 2004-2005 Sanremese 31 (0) 2005-2006 Spezia 15 (0) 2006-2007 Reggiana 12 (0) 2007-2008 Pro Patria 42 (0) 2008-2009 Spezia 23 (0) Carriera da allenatore 2012-2014 Lucchese Allievi Carriera Giocatore Ha cominciato la carriera nella Cremonese, con cui ha giocato una partita in Serie B ottenendo la promozione in Serie A a fine campionato. Con questa stessa squadra ha giocato in seguito 46 partite in seconda serie in due annate differenti. Curiosamente, nel giugno 2005 ha disputato uno spezzone di partita con la Juventus durante la tournée in Giappone, subentrando al fratello Gianluca. Allenatore Dalla stagione 2012-2013 alla stagione 2013-2014 è allenatore presso il settore giovanile della Lucchese, dove allena gli Allievi provinciali. Dirigente Nella stagione 2014-2015 viene nominato, dal direttore generale Giovanni Galli, team manager sempre con i rossoneri, per la quale ricoprirà tale ruolo fino al termine della stagione 2018-2019. Successivamente all'esperienza conclusa con la Lucchese, entra a far parte dell'organico dirigenziale, sempre nel ruolo di team manager della Pistoiese dalla stagione 2019-2020. Nella stagione calcistica 2022/2023 diventa il team manager della Triestina. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Serie C1: 1 - Spezia: 2005-2006 Supercoppa di Lega di Serie C1: 1 - Spezia: 2006 Competizioni internazionali Coppa Anglo-Italiana: 1 - Cremonese: 1992-1993
  5. GIANLUCA PESSOTTO Pessottino per chi gli vuole bene. E sono in tanti che lo stimano e che gli vogliono bene. Vent’anni di calcio, comincia a quattordici nelle giovanili del Milan; vive in collegio e la solitudine, il freddo, la nostalgia di tanti bambini che crescono così, con il loro sogno sotto il cuscino sono i suoi compagni di camera. È stato un trauma lasciare il suo Friuli, poco più che ragazzo. Lontano da casa sente la mancanza della famiglia, degli affetti più cari, degli amici di infanzia. Stringe i denti, fa grossi sacrifici e studia da perito aziendale e corrispondente in lingue estere, sognando di diventare un calciatore famoso, come i neo Campioni d’Europa del Milan che, tra gli altri, allineano Carletto Ancelotti. A quel tempo, Pessotto, aveva già imparato cosa significa vivere in un collegio aperto a tutti, lavare la propria biancheria intima e mangiare cibi scotti. Gianluca ricorda che, quella del Milan, fu una scuola di vita importante e, se uno resiste a certe prove, nulla più lo spaventa. Pane duro, dunque, prima di pasteggiare a caviale e champagne, si fa per dire, grazie al calcio miliardario. Dalla gestione Farina, il Milan passa a quella di Berlusconi e la situazione, anche a livello giovanile, migliora notevolmente sotto il profilo economico: «Il mio rimpianto più grande è quello di non aver continuato gli studi, come desideravo. Mi ero sposato con Reana, conosciuta a Varese quando ero in prestito nella squadra lombarda, e stavo superando i test per l’ammissione alla facoltà di Psicologia, quando è nata Federica. Mia figlia ha assorbito completamente le mie attenzioni, dopo l’incredibile full immersion calcistica che ho fatto nella Juventus. Quando è venuta al mondo, ero in ritiro per un mese e riuscivo a vederla con il contagocce. Allora ho capito che, nelle vesti di papà, dovevo dedicarmi a lei e a Reana. Per questo ho messo da parte i libri, il mio cruccio. Ed anche gli hobby. Ma la famiglia è molto più importante. Quando ero giovane mi è mancata parecchio». Il sogno di una carriera normale che poi diventa grande: «Dai ragazzi del Milan al Varese, prima in C2 e poi in C1. Dal Varese alla Massese, ancora in C1 e, subito dopo, il passaggio di categoria, nel Bologna e nel Verona. Dalla B alla A con il Torino dove debuttai in prima squadra al Delle Alpi contro l’Inter, nel settembre 1994. Vinsero i neroazzurri 2-0, ma fu un ottimo campionato. Vincemmo entrambi i derby e avemmo la fortuna di essere l’unica squadra a battere due volte la Juventus. È stata una stagione importante, anzi inventandomi terzino sinistro, Sonetti fece la mia fortuna. Io sono destro naturale, anche se scrivo con la sinistra. E c’è carenza di mancini che giocano in difesa. Lo stesso Maldini è un destro che ha trovato la propria strada a sinistra. Naturalmente, Paolo è il più grande. Un problema, quello del fluidificante di sinistra, che aveva pure quel Torino. E Sonetti trovò la soluzione, cambiandomi la posizione che era originariamente quella di mediano destro, anche se, saltuariamente, mi ero cimentato sul versante opposto. Un segno del destino». Con la Juventus gioca 366 volte, vince sei scudetti e tutte le coppe, compresa la Champions League, nel 1996, contro l’Ajax ai rigori. Uno lo segna proprio lui come quell’altra volta, agli Europei 2000 in semifinale contro l’Olanda. È la partita del “cucchiaio” di Totti, ma un altro pallone lo mette in porta proprio Pessottino, ancora una volta contro Van der Sar, suo futuro compagno bianconero. Si rompe il ginocchio nell’amichevole prima dei Mondiali 2002: li avrebbe giocati da titolare, invece, sta fermo sette mesi. La sua carriera finisce con l’ennesimo scudetto, il ventinovesimo bianconero, quello più amaro. «La Juventus è il massimo. Tante le gioie. Poche, anche se bruciano ancora, le delusioni. Nel primo campionato ci piazzammo secondi, ma poi vincemmo la Champions League. Mi viene ancora la pelle d’oca se penso a quando ho tirato uno dei calci di rigore che ci diedero il trionfo. Era una coppa cui la società teneva moltissimo dopo quella dello stadio Heysel, insanguinata e piena di polemiche. L’anno successivo, purtroppo, mi infortunai al tendine d’Achille e dovetti dare forfait a Tokyo, un appuntamento con gli argentini del River Plate che ci tenevo tantissimo a non perdere. Partecipai comunque alla gioia dei miei compagni. Purtroppo, dietro l’angolo, per me, c’era stata la iella. Lo scudetto mi ripagò, con gli interessi, di quell’amarezza e dell’altra, a Monaco di Baviera, nella finalissima persa con il Borussia Dortmund. Quella sera mi toccò soffrire in panchina. Ma non la dimenticherò facilmente». Diventa Team Manager, prima di quel gesto difficile da spiegare, gesto che tutti vorrebbero dimenticare il più presto possibile: «Di quella mattina non ho un reale ricordo, ma tra le mani avevo un rosario. Prima provavo un forte senso di vuoto, un male nell’anima e una grande solitudine, nonostante le tante persone che ti stanno attorno. Quanto esci da una sofferenza ne trai sempre qualcosa di positivo, di costruttivo. Rivedi tutto, rivaluti tutto e ne esci più forte, con qualche cicatrice, ma sei più forte. L’affetto della gente mi ha aiutato moltissimo ed è una cosa bellissima, se dai amore ricevi amore. Se dovessi fermarmi a ringraziare tutti coloro che mi sono stati vicini nei mesi difficili, non finirei più. Così come la squadra che, addirittura, su decisione di Del Piero e dei vecchi dello spogliatoio, ha ritirato la maglia numero sette». Lo chiamano il Professore; ha l’aria dell’insegnante, quando inforca gli occhialini e si tuffa nella lettura di un libro: «Schopenauer e Dostoevskij sono i miei autori preferiti, ma è “Il piccolo principe” il libro che mi ha maggiormente affascinato; attraverso una favola per bambini, lo scrittore ha voluto trasmettere l’insegnamento di quei valori che vanno contro il materialismo imperante della nostra società. Penso di essere così anch’io; sin da piccolo ho sempre preferito l’essere dall’apparire». L’amore esasperato per la moglie «Reana è come la Juventus, la migliore che potessi mai sposare» e per le splendide figlie Federica e Benedetta. E poi il sorriso e la sua lealtà; come quella volta a Perugia. La Juventus sta perdendo lo scudetto; ultimi minuti, l’arbitro dà una rimessa ai bianconeri, ma lui dice che è un errore e restituisce la palla all’avversario. «Vivere, prima di tutto, E camminare, muovere i primi passi incerti, sentire di nuovo la terra sotto di te, procedere spediti verso l’indipendenza; una sensazione stupefacente, la cosa più bella in assoluto. Non parliamo, poi, della gioia che ho provato quando, per la prima volta, ho potuto guidare di nuovo la macchina. Non mi sarei più fermato, ho girato e rigirato per tutta Torino, libero e con la mente sgombra, senza più quegli incubi che mi avevano accompagnato nel mio girovagare, sconvolto, per le stesse strade, in quel lontano sabato di fine giugno. Mi sentivo come un bambino sulla giostra, così felice che non avrei mai voluto interrompere il divertimento ritrovato». Questo è Gianluca Pessotto. ANDREA NOCINI, DA PIANETA-CALCIO.IT DEL 12 OTTOBRE 2013 È uno dei pochi calciatori laureati; l’alloro gli fa conquistare l’appellativo di "professorino". Rimasto alla Juventus come dirigente (team manager), la mattina del 26 giugno 2006, in piena crisi, si lancia impugnando un rosario da un abbaino della sede bianco-nera a Torino, ma si salva miracolosamente, anche perché termina il volo sulla capotta dell’automobile di Roberto Bettega, allora vice-presidente della Juve. Vince il suo calvario di crisi spirituale e di dolore fisico, e continua la sua carriera di dirigente bianconero. Quando è, direttore, che le è venuta per la prima volta la pelle d’oca? «Quando ho giocato una partita vera, in uno stadio pieno; lì sentii veramente un’emozione unica. Quindi, ogni esordio, ma, soprattutto, quella partita che ti immagini da bambino, no, quando affronti grandi squadre, quando debutti in Champions League, quando debutti in campionato. Ma, più di tutti, l’esordio in Serie A è stato da pelle d’oca: con la maglia del Torino, al vecchio Comunale, contro l’Inter, anche se perdemmo 0-2». Cos’è che le manca nel suo ricco carnet? «A livello di trofei, qualche Champions League in più, poiché abbiamo conquistato quattro finali e ne abbiamo perse tre. Nella mia vita desideravo disputare un Mondiale con la Nazionale, desideravo vincere una Champions League, ma non ho rimpianti». Il goal più bello e quello più pesante? «Il goal più bello è quando Gianluca Pessotto si è sentito felice di quello che ha fatto, perché convinto di aver dato il meglio di sé. Il goal più bello è essere soddisfatti di se stessi. Poi, il riconoscimento da parte degli addetti ai lavori di essere stato un esempio positivo a livello di sportività. Per l’uomo Gianluca è una grande vittoria». “Schemi e Patemi”, questo il titolo del libro: quali sono le certezze e quali invece le sue paure quotidiane? «I patemi sono quelli di domandarmi se ogni giorno, lavorando con i giovani del vivaio della Juventus, riesco a trasmettere messaggi utili a livello di comportamento e di passione che ho dentro di me. Il mondo pazzo del calcio è bellissimo. Voglio mettermi alla prova nel cercare di riuscire ad aiutarli a raggiungere i loro sogni. E di realizzare gli obiettivi che la mia società si è posta: quello, in testa, di far crescere tutto il movimento giovanile: questa è la mia mission e anche il mio patema. Il mio schema, quello che ha contraddistinto la carriera di Pessotto calciatore, è stato il lavoro e l’attenzione a ogni particolare. Sopravvivo ai patemi attraverso il lavoro, lavoro, lavoro, continuando a rimboccarmi le maniche». Cos’è che le dà fastidio e cosa la riesce ancora a colpirla, a stupirla, a commuoverla? «Mi fa arrabbiare l’idea generale dell’opinione pubblica di un non futuro, la sensazione di un paese che non vuole crescere, che è convinto di non farcela a uscire dalla crisi, dalle difficoltà a ogni livello; anche nel mondo del calcio. Mi emoziona la semplicità e la fiducia della gente comune, quando si incontra per strada. Nel vedere come ci si emozioni per le piccole cose: io mi emoziono ogni volta che vedo un campo da calcio pieno di bambini che giocano e dentro di me dico che, nonostante tutte le difficoltà che si sentono in giro, economia, guerre e altro, però, alla fine un campo da calcio pieno di bambini vocianti e che rincorrono, spensierati e divertiti, la palla mi riempie di gioia e dà l’idea di una grande sollievo e di una palpabile distensione». Di che cosa non può fare a meno nella vita di tutti i giorni? «Del calcio, di sicuro, sotto tutti i suoi aspetti. Mi piace vederlo, mi piace trattarlo, mi piace condividerne le amarezze e le gioie che ti trasmette, ed è veramente la mia vita». Gianluca Pessotto juventino da sempre? «No, da piccolo ero milanista, ma, devo dire che poi ho trovato, nella Juventus, la società nella quale completarmi e realizzarmi. Anche caratterialmente, oltre che dal punto di vista calcistico. Ho avuto la fortuna di crescere in una società vincente come il Milan, che ti aiuta a creare la mentalità vincente, e poi sono riuscito a completare il mio percorso in una società come la Juventus, con più di cento anni di storia e vincente. Ed è il massimo dei miei sogni, delle mie ambizioni». Un Pessotto più forte, più limpido e più equilibrato da quel tragico mattino del 26 giugno 2006? «La sofferenza vissuta in quei mesi, prima e dopo, in quegli anni in cui il percorso della mia rinascita è durato del tempo, al di là delle cicatrici nel corpo rimaste e qualcuna nel cuore, sicuramente mi ha aiutato molto a ridefinire alcune cose. La sofferenza ti aiuta a crescere, io ho conosciuto un punto davvero basso della mia anima, di me stesso e della mia vita, dove ho avuto paura di morire, e oggi non ho smesso di avere paura ma la vivo meglio. E, quindi, sicuramente, da questo punto di vista, mi sento molto più sicuro, molto più forte e molto più semplice. Il grande insegnamento di tutto quello che ho vissuto è che la mia voglia di sentirmi perfetto è stato l’errore più grande che io potessi commettere, è stata la mia debolezza e la mia forza e viceversa». Quindi, il suo più grande, sommesso pianto è stato quando ha potuto, riaprendo gli occhi, rivedere la moglie e le sue due figlie? «Esattamente: il primo sorriso che ho riconosciuto è stato quello delle mie figlie, la prima parola che ho potuto pronunciare è stato il nome delle mie figlie, la prima parola che ho potuto dire di nuovo è stato il mio nome ed è come se fossi tornato bambino, quando ti insegnano a pronunciare il tuo nome. Ecco, il paragone mi sembra che calzi per quello che ho vissuto in quei momenti». Cos’è che l’ha aiutata a venirne fuori? «In quei giorni lì, di dolore, io mi sono portato nel cuore una poesia, un salmo che mi ha donato un’infermiera delle Molinelle, e che porto ancora oggi con me, nella testa, nel cuore, e che diceva: “Camminavo sulla spiaggia, a fianco di Dio, e a un certo punto mi guardo dietro e vedo solo due orme. Alzo gli occhi al cielo e chiedo ma perché Gesù mi hai abbandonato?” Lui mi guarda e mi dice: “Sciocco, non vedi che non ti ho abbandonato, ti sto solo tenendo in braccio!” Ed è una cosa che mi ha segnato e che mi guida tutt’ora in ogni mio percorso». È una frase tratta da un anonimo brasiliano. «Sì, è vero! Non sono uno abituato a esternare le mie emozioni, ma oggi dover riuscire a descrivere quello che ho vissuto, anche quelle di paura, è la più grande battaglia ed è anche la mia grande mission con i giovani. Sono convinto che non bisogna avere paura di emozionarsi, le emozioni non sono debolezze». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/gianluca-pessotto.html
  6. GIANLUCA PESSOTTO https://it.wikipedia.org/wiki/Gianluca_Pessotto Nazione: Italia Luogo di nascita: Latisana (Udine) Data di nascita: 11.08.1970 Ruolo: Difensore Altezza: 173 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: Professore - Gazza - Pesso Alla Juventus dal 1995 al 2006 Esordio: 27.08.1995 - Serie A - Juventus-Cremonese 4-1 Ultima partita: 18.03.2006 - Serie A - Livorno-Juventus 1-3 366 presenze - 3 reti 6 scudetti 4 supercoppe italiane 1 champions league 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale 1 trofeo intertoto Gianluca Pessotto (Latisana, 11 agosto 1970) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, Football Teams Staff Coordination Manager della Juventus. Gianluca Pessotto Pessotto in azione alla Juventus nel 1995 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2006 - giocatore Carriera Giovanili 1987-1989 Milan Squadre di club 1989-1991 Varese 64 (1) 1991-1992 Massese 22 (1) 1992-1993 Bologna 21 (1) 1993-1994 Verona 34 (3) 1994-1995 Torino 32 (1) 1995-2006 Juventus 366 (3) Nazionale 1987 Italia U-17 6 (1) 1996-2002 Italia 22 (0) Palmarès Europei di calcio Argento Belgio-Paesi Bassi 2000 Biografia Ha un fratello, Vanni, anch'egli ex calciatore professionista. Appassionato di letteratura, è laureato in giurisprudenza. La mattina del 27 giugno 2006 ha tentato il suicidio buttandosi da un abbaino dell'allora sede sociale della Juventus a Torino, nel quartiere Crocetta, tenendo tra le mani un rosario. Venuti a conoscenza dell'accaduto, Fabio Cannavaro, Gianluca Zambrotta, Ciro Ferrara e Alessandro Del Piero hanno lasciato momentaneamente il ritiro azzurro al campionato del mondo 2006 per raggiungerlo in ospedale. In suo onore, dopo la vittoria italiana 3-0 sull'Ucraina nei quarti di finale dei succitati mondiali, i suoi compagni hanno mostrato un tricolore con la scritta «Pessottino siamo con te». Dopo la vittoriosa finale, alcuni azzurri hanno portato la Coppa del Mondo nella stanza dell'ospedale in cui era ricoverato. Il 17 luglio seguente è stato dichiarato fuori pericolo di vita dai medici dell'Ospedale Molinette di Torino che lo avevano in cura. Il 5 settembre ha poi lasciato l'ospedale Le Molinette di Torino, per trasferirsi alla Clinica Fornaca di Sessant. Nel maggio 2008 ha pubblicato con i giornalisti Marco Franzelli e Donatella Scarnati il libro La partita più importante, nel quale racconta la sua vita di calciatore, la sua crisi personale, il drammatico evento, il risveglio dal coma, l'entusiasmo ritrovato giorno dopo giorno e la definitiva guarigione. Caratteristiche tecniche Terzino affidabile e dal rendimento costante, capace di giocare su entrambe le fasce, nel corso della sua carriera si è distinto per correttezza e sportività. Carriera Giocatore Club Pessotto (a sinistra) in maglia juventina nel 1998, alle prese con un avversario sampdoriano. Ha iniziato la sua carriera agonistica nelle giovanili del Milan, da cui poi è dirottato al Varese con cui disputa 3 stagioni segnando una rete in Serie C2 nella stagione 1989-1990. L'anno seguente sale di categoria passando alla Massese, con cui segna una rete in 47 presenze. Dopo alcune positive esperienze in Serie B con Bologna e Verona, nella stagione 1994-1995 fa il suo esordio in Serie A con il Torino il 4 settembre 1994 nella partita Torino-Inter, giocando complessivamente 32 partite e segnando un gol, per poi passare alla Juventus, club che lo acquista per 7 miliardi di lire e con cui vince tutto, a partire dalla Champions League 1995-1996: nella finale contro l'Ajax mette a segno uno dei cinque rigori nella serie conclusiva, dopo che i tempi regolamentari e supplementari si erano conclusi sul risultato di 1-1. Titolare fino alla stagione 2001-2002, ha subito un infortunio che lo ha costretto a tre mesi di inattività: questa sosta, unita all'età e all'affermazione di Gianluca Zambrotta nel ruolo di terzino sinistro, ha gradualmente spinto Pessotto in panchina. Ha concluso la sua carriera agonistica in maglia bianconera nel 2006. Nazionale Pessotto (n. 7) in nazionale nel 1997, nei play-off UEFA per la qualificazione al campionato del mondo 1998. Nel 1987 partecipò al campionato del mondo Under-16 in Canada con la rappresentativa di categoria guidata da Comunardo Niccolai. Nel torneo, in cui l'Italia arrivò quarta, disputò 6 gare realizzando una rete nella prima contro il Canada. Con la maglia della nazionale maggiore è sceso in campo 22 volte e con essa ha partecipato al campionato del mondo 1998 e al campionato d'Europa 2000: in quest'ultima competizione segna uno dei rigori in semifinale con l'Olanda; mentre nella finale contro la Francia, effettua il cross che permette a Marco Delvecchio di portare gli azzurri momentaneamente in vantaggio. La finale termina 2-1 per i Bleus grazie al golden goal di David Trezeguet futuro compagno di squadra alla Juventus. Non partecipa al campionato del mondo 2002 a causa di un infortunio patito durante l'ultima amichevole pre-mondiale giocata a Milano il 17 aprile 2002, contro l'Uruguay. Dirigente Dopo aver concluso la carriera agonistica, il 27 maggio 2006 viene nominato direttore sportivo della prima squadra della Juventus; in seguito passa a occuparsi del settore giovanile dei bianconeri, ricoprendo vari ruoli a livello dirigenziale. Attualmente é il Football Teams Staff Coordination Manager della Juventus. Palmarès Torricelli, Deschamps, Ravanelli, Sousa, Rampulla, Pessotto e Carrera festeggiano il trionfo della Juventus nella Champions League 1995-1996. Club Competizioni nazionali Serie C2: 1 - Varese: 1989-1990 Campionato italiano: 6 - Juventus: 1996-1997, 1997-1998, 2001-2002, 2002-2003, 2003-2004 e 2004-2005 Supercoppa italiana: 4 - Juventus: 1995, 1997, 2002, 2003 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Coppa Intertoto UEFA: 1 - Juventus: 1999 Individuale Premio Nazionale Carriera Esemplare "Gaetano Scirea" (2006) Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica Italiana — Roma, 12 luglio 2000. Di iniziativa del Presidente della repubblica.
  7. JUAN PABLO SORIN C’è anche una faccia da bambino dentro la nuova Juventus – racconta Maurizio Crosetti sul “Guerin Sportivo” del 2-8 agosto 1995 –. E la faccia di Pablo Sorin, 19 anni, argentino, semi-sconosciuto ma non turista per caso nel nostro calcio. Faccia da bimbo, però il cuore è forte e lo sguardo pure: due occhi che puntano lontano. Se gli chiedete chi è l’italiano che preferisce non dirà Baggio, non dirà Signori, non dirà Baresi. Dirà Cesare Pavese («Le poesie più dei romanzi»), dirà Pier Paolo Pasolini. Se lo chiamate per un’intervista risponderà «Vengo subito», poi appoggerà sul comodino la storia della letteratura italiana che usa per allenarsi con la nostra lingua e magari col nostro modo di pensare. Il suo preparatore atletico non è Ventrone; è Moravia. Perché lui fa la ginnastica del cervello. Ragazzo di buona famiglia (padre architetto, madre assistente sociale, promessa sposa quasi laureata in educazione fisica), Pablo Sorin non appartiene alla categoria dei giovani calciatori doberman, disposti ad azzannare pur di arrivare. È un tipo tranquillo, e al tempo stesso deciso: «Sono qui per giocare, spero di diventare un titolare della Juventus, la maglia bianconera è un grande onore ma da sola non basta». Non è vero che a 19 anni è più facile sedersi in tribuna. Non è vero che ci si consola meglio. «Un anno fa non avevo neppure esordito nella Serie A argentina. In dieci mesi ho vinto un campionato e un Mondiale Under 20, sono stato convocato in Nazionale da Passarella e ora sono un giocatore della Juve. Incredibile. Però non mi fermo qui, non ho ancora combinato niente». Lo manda Sivori, ultimo argentino in bianconero prima di lui. Ci scommettono in tanti, perché Pablo Sorin è un calciatore moderno, un jolly difensivo eclettico. Impostato originariamente come terzino sinistro (guarda caso il ruolo ancora scoperto nella Juve), sa far bene anche il centrale. Nelle prime uscite bianconere ha impressionato per tempismo e senso della posizione, ma anche per disinvoltura e carattere. Ha pure segnato, perché è un difensore che ama spingersi in avanti, soprattutto sui calci piazzati. «Daniel Passarella mi ha regalato molti consigli per avere successo in Italia, nel campionato più difficile del mondo. Mi ha detto di dare sempre il massimo, anche in allenamento, anche nelle partitelle. E mi ha detto di spedire il pallone in tribuna, se mi sembra giusto». C’è grande sincerità nelle parole del giovane argentino, proposte in un italiano già ricco di sfumature. Il piccolo sconosciuto ha personalità, e pure qualche sponsor. Lippi e Ravanelli sono stati i primi a parlar bene di lui: «Sarà una delle sorprese di quest’anno» dice l’attaccante, che con Sorin divide la camera. «Fabrizio è un personaggio positivo, mi sta insegnando un sacco di cose»: un corso intensivo di calcio, anche se Sorin sembra uno di quelli che imparano anche da soli. La sua carriera è una freccia, un lampo. A nove anni portava già addosso la maglietta dell’Argentinos Juniors, che si è tolto solo per indossare quella della Juve. Ha esordito in prima squadra nel settembre del ‘94 poi è stata un’ascesa continua. Esperienze, vittorie, sogni: tutto condensato in una manciata di mesi. Ha un fisico robusto ma abbastanza minuto per un difensore, per uno specialista del calcio iper-atletico di oggi. I suoi 65 chili di peso, distribuiti in un metro e 73 di altezza, invitano alla cautela che occorre usare con ogni giocatore in fase di sviluppo. «Non bisogna esagerare con i carichi» dice Ventrone, «perché si possono provocare danni anche seri. È invece molto importante insegnare la corretta impostazione di ogni esercizio, con un programma di lavoro quanto mai personalizzato». Nella full metal Juve, c’è chi tratta con riguardo un patrimonio non solo tecnico, un investimento per il futuro. O per il presente? Perché, in teoria, Pablo Sorin è il quarto straniero della Juventus, ma in pratica potrebbe scalare presto qualche posizione. Di intoccabile c’è soltanto Sousa, forse Jugovic. Per gli altri ruoli la lotta è apertissima, e l’argentino con la faccia da bimbo potrebbe sfruttare la sua duttilità. C’è da occupare la fascia sinistra, per esempio, quella che avrebbe dovuto essere presidiata da Andrea Fortunato: «Conosco la sua terribile storia, e se davvero prenderò il suo posto cercherò di farlo in modo speciale. Perché quel numero è un peso, un dovere». Sa usare anche parole importanti, il ragazzo di Baires. Come quelle che dedica a Diego Maradona: «Secondo qualcuno, lui è stato un esempio sbagliato, un male per i giovani. Io penso invece che bisogna perdonare gli errori e capire. Maradona è stato un genio, ha dato felicità a un popolo. Ha sbagliato, credo abbia pagato: ora la speranza di ogni argentino è rivederlo in campo. Senza rancore». Faccia da bimbo ha ottima memoria: «Ricordo quando la Juventus affrontò l’Argentinos Juniors in Coppa Intercontinentale. Guardai quella magnifica partita insieme a mio padre, ricordo i colpi di Borghi e le invenzioni di Michel Platini. Avevo appena nove anni. Se qualcuno, quel giorno, mi avesse detto che avrei giocato in entrambe le squadre impegnate a Tokyo, gli avrei dato del matto». Invece è successo, tutto alla velocità della luce. Sarà per questo senso di fretta, sarà per questa frenesia che Pablo Sorin adesso chiede una tregua, un time-out della carriera. Dov’è arrivato, vuole restare. E poi raccontare: «Dopo il liceo mi sono iscritto alla facoltà di giornalismo. E qualcosa di simile alla letteratura. Per questo mi piace». Alla stampa italiana il compito di non fargli cambiare idea. 〰.〰.〰 Juanpi per gli amici, sa che l’occasione offertagli dalla Juventus è importantissima: «Questo treno passa soltanto una volta nella vita, se a 19 o 30 anni non conta: l’importante è non lasciarlo sfilare via senza agganciarsi a un vagone... Ho parlato con Vialli e Ferrara, so che loro mi daranno una mano. Così tutto sarà più facile». Ma la sua avventura in bianconero non sarà fortunata; Juanpi, infatti, scenderà in campo solamente per 4 volte, senza disputare mai una partita intera. Deluso, ritornerà in patria, vestendo la mitica casacca del River Plate. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/juan-pablo-sorin.html
  8. JUAN PABLO SORIN https://it.wikipedia.org/wiki/Juan_Pablo_Sorín Nazione: Argentina Luogo di nascita: Buenos Aires Data di nascita: 05.05.1976 Ruolo: Difensore Altezza: 173 cm Peso: 68 kg Nazionale Argentino Soprannome: Juanpi Alla Juventus dal 1995 al 1996 Esordio: 30.08.1995 - Coppa Italia- Avellino-Juventus 1-4 Ultima partita: 22.11.1995 - Champions League - Juventus-Borussia Dortmund 1-2 5 presenze - 1 rete 1 champions league Juan Pablo Sorín (Buenos Aires, 5 maggio 1976) è un dirigente sportivo ed ex calciatore argentino, di ruolo difensore o centrocampista. È l'unico calciatore che può vantare la vittoria, nella medesima stagione, della principale coppa continentale per club con due diverse squadre: la UEFA Champions League con la Juventus (1995-1996) e la Coppa Libertadores con il River Plate (1996). Juan Pablo Sorín Sorín alla Juventus nel 1995 Nazionalità Argentina Altezza 173 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2009 - giocatore Carriera Giovanili 1985-1994 Argentinos Juniors Squadre di club 1994-1995 Argentinos Juniors 20 (1) 1995-1996 Juventus 5 (0) 1996-2000 River Plate 78 (11) 2000-2002 Cruzeiro 29 (3) 2002-2003 → Lazio 6 (0) 2003 → Barcellona 15 (1) 2003-2004 → Paris Saint-Germain 21 (1) 2004 Cruzeiro 6 (0) 2004-2006 Villarreal 40 (7) 2006-2008 Amburgo 24 (4) 2008-2009 Cruzeiro 6 (0) Nazionale 1995 Argentina U-20 6 (0) 1995-2006 Argentina 75 (11) Palmarès Mondiali di calcio Under-20 Oro Qatar 1995 Giochi panamericani Oro Mar del Plata 1995 Copa América Argento Perù 2004 Confederations Cup Argento Germania 2005 Biografia Ha scritto un libro, Grandes Chicos, per raccogliere fondi destinati alla costruzione di una scuola e di un ospedale per bambini in Argentina. Caratteristiche tecniche Sorín era un terzino sinistro versatile e laborioso, che poteva anche giocare dovunque sulla fascia sinistra, grazie alla sua abilità di passaggio. Aveva uno stile di gioco eccentrico e, nonostante abbia giocato prevalentemente in ruoli difensivi, spesso faceva discese in attacco, dove metteva a profitto la sua abilità tecnica. Carriera Club Inizia a giocare all'età di nove anni nelle giovanili dell'Argentinos Juniors, per poi debuttare in prima squadra nel 1994. Nella primavera del 1995 Omar Sívori, ambasciatore della Juventus in Sud America, segnala alla dirigenza bianconera il nome di Sorín allora capitano dell'Argentina Under-20 campione del mondo in Qatar. Acquistato per 1,6 miliardi di lire, colleziona 5 presenze complessive, senza mai giocare una partita intera. A fine stagione torna in Argentina per vestire la maglia del River Plate. Con la casacca bianco-rossa disputa tre stagioni vincendo una Coppa Libertadores, una Supercoppa Sudamericana, tre Tornei d'apertura e un Torneo di Clausura. Nel 2000 lascia l'Argentina e si trasferisce in Brasile, firmando un contratto con il Cruzeiro con il quale vincerà nello stesso anno la Coppa del Brasile. Il 7 febbraio 2002 viene annunciato il trasferimento, per la stagione 2002-2003, del giocatore alla Lazio di Sergio Cragnotti. Nel corso dell'estate 2002 il trasferimento di Sorín rischia però di saltare. La Lazio, a seguito del crack Cirio, è in grave crisi finanziaria e non riesce a pagare ai brasiliani la prima rata del trasferimento di circa 3,5 milioni di euro. Nel mentre il calciatore inizia ad allenarsi alle dipendenze del mister biancoceleste Roberto Mancini, in attesa del transfer della federazione brasiliana che, dopo aver rinegoziato l'accordo sulla base di un prestito, arriverà solo alla fine di agosto. Nel corso della stagione l'argentino non riesce a trovare spazio. Inoltre la crisi finanziaria che colpisce il club romano e il conseguente ritardo nel pagamento degli stipendi, spinge il giocatore a mettere in mora la società con conseguente richiesta di svincolo. Ma la richiesta viene respinta dal collegio arbitrale della Lega per un vizio di legittimità. Il 31 gennaio 2003 termina l'avventura laziale di Sorín che torna così al Cruzeiro per poi essere subito girato sempre in prestito, con diritto di riscatto, al Barça. Con la maglia blaugrana disputa 15 partite segnando una rete. Nell'estate del 2003, ancora in prestito, si trasferisce in Francia alle dipendenze del Paris Saint-Germain con il quale vincerà una Coppa di Francia. Nel 2004 si trasferisce al Villarreal dove diventa un elemento insostituibile del club spagnolo che riesce, alla sua prima storica partecipazione, a raggiungere la semifinale di Champions League. Ai quarti di finale di quella stessa edizione, Sorìn fu vittima di un violentissimo fallo di Marco Materazzi. In area di rigore il difensore dell'Inter colpì con una gomitata in pieno volto Sorìn, lasciandolo a terra sanguinante. Nell'agosto del 2006 viene acquistato dall'Amburgo per una cifra di 3 milioni di euro. Resta in Germania fino al 2008 per poi tornare al Cruzeiro. Il 28 luglio 2009, a causa dei numerosi infortuni che hanno accompagnato gli ultimi anni della sua carriera, si è ritirato dal calcio giocato. Nazionale Nel 1995 capitanò l'Argentina Under-20 vittoriosa nel campionato mondiale di categoria. Le sue prestazioni nella nazionale giovanile attirarono le attenzioni anche del selezionatore dell'albiceleste Daniel Passarella, che lo fece debuttare il 14 febbraio 1995 nell'amichevole vinta per 4-1 contro la Bulgaria. Diventa così un pilastro della Nazionale, restando per 7 anni il terzino sinistro titolare, a partire dal 1999. Ha disputato il mondiale del 2002 e quello del 2006 dove il commissario tecnico Pekerman gli affidò la fascia di capitano. In totale con la maglia dell'albiceleste ha disputato 75 partite segnando 11 gol. Viene ricordato anche per un curioso episodio avvenuto durante la partita tra Brasile e Argentina valida per le qualificazioni al mondiale: Sorìn tocca tre volte il pallone con il piede sinistro e con il destro fa passare la palla sotto le gambe di Ronaldinho (fantasista mondiale per eccellenza). Sorìn subito dopo riceve un buffetto al volto dal brasiliano, evidentemente stizzito per il tunnel subito. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato argentino: 4 - River Plate: Apertura 1996, Clausura 1997, Apertura 1997, Apertura 1999 Coppa del Brasile: 1 - Cruzeiro: 2000 Copa Sul-Minas: 2 - Cruzeiro: 1999, 2000 Coppa di Francia: 1 - Paris San-Germain: 2003-2004 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Libertadores: 1 - River Plate: 1996 Supercoppa Sudamericana: 1 - River Plate: 1997 Nazionale Giochi panamericani: 1 - 1995 Campionato mondiale Under-20: 1 - 1995 Individuale Equipo Ideal de América: 3 - 1996, 2000, 2001 Bola de Prata: 1 - 2000
  9. NICOLA VISENTIN Nazione: Italia Luogo di nascita: Asola (Mantova) Data di nascita: 23.08.1976 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1995 al 1996 Esordio: 23.07.1995 - Amichevole - Selezione Valle d'Aosta-Juventus 0-8 0 presenze - 0 reti
  10. SIMONE LORIA https://it.wikipedia.org/wiki/Simone_Loria Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 28.10.1976 Ruolo: Difensore Altezza: 186 cm Peso: 82 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1994 al 1995 0 presenze - 0 reti Simone Loria (Torino, 28 ottobre 1976) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Simone Loria Nazionalità Italia Altezza 186 cm Peso 82 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 6 luglio 2013 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Vanchiglia 19??-1996 Juventus Squadre di club 1994-1995 Juventus 0 (0) 1996-1997 Olbia 31 (1) 1997-1999 Battipagliese 43 (2) 1999-2000 Nocerina 28 (0) 2000-2002 Lecco 52 (6) 2002-2005 Cagliari 87 (11) 2005-2007 Atalanta 63 (11) 2007-2008 Siena 36 (5) 2008-2009 Roma 9 (1) 2009-2010 → Torino 33 (2) 2010-2011 Roma 6 (2) 2011-2012 Bologna 9 (1) 2013 Cuneo 8 (0) Biografia Loria è nato e cresciuto nel quartiere torinese di Barriera di Milano, nel cui territorio ha aperto nel 2013 la Scuola Calcio Virtus Mercadante con l'obiettivo di far giocare e divertire i bambini del quartiere in un luogo accogliente e sicuro. Caratteristiche tecniche Da calciatore è stato un difensore centrale dotato di grande fisicità, molto deciso nei suoi interventi e dotato di un senso del gol non comune per i giocatori del suo ruolo. Carriera Giocatore Si forma calcisticamente nelle giovanili del Vanchiglia per poi passare nelle file della Juventus; ceduto dal club bianconero all'Olbia, Loria inizia una lunghissima gavetta nelle serie inferiori, che lo porta a vestire le maglie di Battipagliese, Nocerina e Lecco. Dopo due anni in Lombardia viene acquistato dal Cagliari. In Sardegna gioca per tre anni, e nella seconda annata realizza 7 reti. Passa quindi all'Atalanta, dove rimane per due anni mantenendo la media di 6 realizzazioni annuali. Nell'estate del 2007 passa al Siena per una cifra di 750.000 euro, e gioca in coppia con Daniele Portanova. Contribuisce alla stagione senese realizzando 5 reti al termine della quale viene acquistato dalla Roma nell'ambito della trattativa che porta Artur Moraes in giallorosso e Ahmed Barusso (in prestito), Gianluca Curci (in comproprietà) e Daniele Galloppa (seconda metà del cartellino) al Siena. Realizza la sua prima rete in maglia giallorossa il 21 marzo 2009 (Roma-Juventus 1-4) su un'azione partita da calcio d'angolo. Il 6 luglio 2009 viene ufficializzato il passaggio al Torino, squadra di cui è anche tifoso, con la formula del prestito. Segna il suo primo gol in granata nella gara contro il Mantova (finita 1-1), il 5 gennaio 2010. Ritornato nei ranghi giallorossi (chiuso nel suo ruolo da Juan, Burdisso e Mexes), ritrova la panchina il 6 febbraio 2011 nella partita contro l'Inter, entra nel secondo tempo e segna il terzo ed ultimo gol dei giallorossi nella partita poi terminata 5-3 a favore dei neroazzurri. Realizza il suo ultimo gol in maglia giallorossa nella partita Catania-Roma 2-1, segnando la rete del momentaneo vantaggio romanista. Nel 2011 consegue il diploma da geometra. Il 24 agosto dello stesso anno viene acquistato dal Bologna a parametro zero con un contratto annuale. Il 30 ottobre segna la rete del definitivo 3-1 di testa su punizione contro la sua ex squadra, l'Atalanta. A fine stagione rimane svincolato. Dopo alcuni mesi di inattività, nel febbraio 2013 si accasa al Cuneo, squadra di Lega Pro Prima Divisione. Il 5 luglio 2013 rescinde il contratto con il Cuneo rimanendo così svincolato. Il giorno seguente si ritira dal calcio giocato. Allenatore Il 7 settembre 2017 supera con esito positivo l'esame da allenatore di seconda categoria UEFA A per poter allenare le giovanili, le prime squadre fino alla Serie C e per fare il vice in A e B. Palmarès Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1993-1994 Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 1994-1995 Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1994 Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Atalanta: 2005-2006
  11. DARIO BACCIN https://it.wikipedia.org/wiki/Dario_Baccin Nazione: Italia Luogo di nascita: Novara Data di nascita: 27.08.1976 Ruolo: Difensore Altezza: 183 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1995 al 1996 Esordio: 15.03.1996 - Amichevole - Carrarese-Juventus 3-2 Ultima partita: 02.06.1996 - Amichevole - Vietnam-Juventus 1-2 0 presenze - 0 reti Dario Baccin (Novara, 27 agosto 1976) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, vicedirettore sportivo dell'Inter. Dario Baccin Baccin alla Ternana nel 1998 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2010 - giocatore Carriera Giovanili 1994-1996 Juventus Squadre di club 1995-1996 Juventus 0 (0) 1996-1997 Cesena 28 (0) 1997-1998 Chievo 15 (1) 1998-2000 Ternana 55 (2) 2000-2002 Napoli 39 (2) 2002-2003 Al-Ittihad Tripoli 0 (0) 2003 Taranto 0 (0) 2003 Ancona 5 (0) 2004 Ascoli 7 (0) 2004-2007 Rimini 99 (3) 2007-2009 Treviso 57 (1) 2009-2010 Rimini 14 (0) Carriera Giocatore Cresce nelle giovanili della Juventus, talvolta allenandosi con la prima squadra senza disputarvi tuttavia alcuna partita ufficiale; nell'estate 1996 viene ceduto al Cesena, in Serie B, dove nella stagione 1996-1997 totalizza 28 presenze e nessuna rete. Nella stagione successiva rimane in Serie B passando al Chievo; qui segna anche la prima rete nella serie cadetta. Dopo una stagione si trasferisce alla Ternana dove rimane per un biennio. Nel settembre 2000 viene acquistato dal Napoli in compartecipazione con la Juventus: è proprio contro i bianconeri che debutta in Serie A il successivo 30 settembre, in occasione della partita Napoli-Juventus (1-2). I partenopei retrocedono in Serie B al termine della stagione e Baccin decide di rimanere un'altra stagione in maglia azzurra, dove ha l'occasione di indossare la fascia di capitano. Il suo campionato finisce all'ultima giornata del girone di andata, complice un infortunio al piede. Nella stagione 2002-2003 approda in Libia tra le file dell'Al-Ittihad: dopo aver firmato il contratto, la società libica gli propone una riduzione dell'ingaggio per problemi societari. L'esperienza termina senza presenze ufficiali, e nel gennaio 2003 torna in Italia per giocare nel Taranto, in Serie C1. Nella stagione 2003-2004 viene invece acquistato dall'Ancona in Serie A, dove gioca mezza stagione per poi venire acquistato dall'Ascoli a gennaio. Nell'estate 2004 passa al Rimini: con i romagnoli ottiene subito la promozione dalla Serie C1 alla Serie B. Dopo il quinto posto finale della stagione 2006-2007 si trasferisce al Treviso, rimanendo in Veneto per due anni. Nel luglio 2009 ritorna al Rimini, per quello che è il suo ultimo anno di calcio giocato, concluso con la semifinale play-off persa contro il Verona. Dirigente Ritiratosi dall'attività agonistica, Baccin rimane nel mondo del calcio e il 2 dicembre 2010 consegue a Coverciano il diploma per direttore sportivo con il voto di 110/110. Dal febbraio 2011 ricopre il ruolo di osservatore per il Siena, rimanendo con il club toscano fino alla stagione 2011-2012. Il 26 giugno 2012 assume gli incarichi di direttore dell'area tecnica e responsabile del settore giovanile del Palermo, agli ordini del direttore generale dell'area sportiva Giorgio Perinetti. Durante il periodo in questione sono emersi diversi giocatori divenuti professionisti: Accursio Bentivegna, Luca Fiordilino, Edoardo Goldaniga, Antonino La Gumina, Simone Lo Faso, Cephas Malele, Giuseppe Pezzella, Roberto Pirrello e Marco Toscano. Dal 2 luglio 2017 assume la carica di vicedirettore sportivo dell'Inter. Palmarès Competizioni giovanili Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 1994-1995 Competizioni nazionali e internazionali Campionato italiano Serie C1: 1 - Rimini: 2004-2005 (girone B) Supercoppa di Serie C: 1 - Rimini: 2005
  12. ATTILIO LOMBARDO Arriva a Torino nell’estate del 1995, dopo aver trascorso nella Sampdoria una parte importante della sua carriera; sei stagioni, dopo essere approdato a Genova dalla Cremonese; in pratica, lo stesso tragitto percorso da Vialli, il quale, come Attilio, si è prima imposto all’attenzione con i blucerchiati di Mantovani ed ha poi salutato il mare e il sole della Liguria, per tuffarsi in una nuova esperienza a Torino. Cammini paralleli, dunque, che si ricongiungono sotto la Mole Antonelliana.«È stupendo giocare nuovamente con Luca – dice il giorno della presentazione in bianconero – perché è un amico e perché, con la sua personalità, aiuta tutta la squadra. In passato, hanno provato a metterci l’uno contro l’altro con una polemica sulla Nazionale e sulla sua esclusione, ma non ci sono riusciti; io e Luca ci siamo spiegati e tutto si è sistemato».Come Vialli, Jugović e Vierchowod, anche Lombardo è reduce di quella bruttissima notte londinese, quando la Sampdoria fu sconfitta dal Barcellona di Cruijff in finale di Coppa dei Campioni, dopo essersi illusa di poterla conquistare: «È una sconfitta che brucia ancora, spero di riuscire a rimarginarla grazie alla Juventus».Giocatore molto eclettico, dotato di una progressione eccezionale e di una buona dose di freddezza sottorete, arriva alla Juventus con tantissimo entusiasmo: «Arrivo a Torino nel momento più bello, ma anche più impegnativo; non sarà facile migliorarsi, dopo tutto ciò che la squadra è riuscita a fare nell’ultima stagione, ma faremo di tutto per riuscirci».La stagione parte malissimo, Lombardo si infortuna nel precampionato, in un’amichevole contro il Borussia Dortmund, disputata a Cesena: «Il mio è stato un infortunio del tutto casuale e, forse, proprio per questo un pochino più complicato dei classici del genere. Infatti, oltre alla frattura del perone, c’è stata la distrazione ai legamenti della caviglia. Per me è una sensazione nuova. In tutta la carriera, non ho mai avuto un infortunio grave: era destino che mi capitasse proprio adesso».Lippi fa sfoggio di filosofia: «L’infortunio di Lombardo non ci voleva, ma questo è il calcio e non ci possiamo fare nulla. Anche lo scorso anno ce ne sono capitate di tutti i colori, ma non per questo la Juventus ha allentato la presa sugli obiettivi. Ho detto ad Attilio di non abbattersi e di stare tranquillo: i suoi compagni si impegneranno al massimo per fargli trovare, al suo rientro, una Juventus ben piazzata».Tre mesi dopo, è novembre inoltrato – scrive Emanuele Gamba sul “Guerin Sportivo” – incombe la nebbia e dalla nebbia sbuca un sorriso. Attilio Braccio di Ferro è pronto, è guarito, sta dimenticando. L’attesa è finita, il match con il destino è tornato in parità. «Toccando ferro, eccomi qui. Sono pronto». Pronto per riattivare quella serie da record: 144 partite consecutive in Serie A, senza una squalifica, senza un raffreddore. «A pensarci bene, in effetti, è pazzesco. Non ho mai avuto problemi in tutta la mia carriera, cambio squadra e crac, mi capita uno dei peggiori infortuni possibili. Pazzesco». Gira una storiella, tra Bogliasco e Torino. Si racconta che chi deve lasciare la famiglia-Samp per la ricca Juventus deve pagare una sorta di pedaggio, superare una specie di prova del fuoco. Capitò a Vialli (elenco dolorosamente lunghissimo di disavventure) e adesso, tutto in un colpo, a Vierchowod, Jugović e Lombardo. Un pneumotorace, uno strappo, una frattura. «Eh sì, non, facciamo giri di parole. Dicono che passare dalla Samp alla Juve porti sfiga. Non so se crederci oppure no. Ma di sfortuna ne ho avuta tanta, davvero». Perché adesso Lombardo deve ricominciare daccapo, da zero. «Ero qui da quindici giorni, avevo appena fatto in tempo ad assaggiare questa nuova dimensione quando è accaduto il fattaccio. Soffro ancora adesso che sono guarito». La sofferenza di Lombardo è stata (è) bipolare. Il dolore alla gamba e il dolore mentale, questo è il doppio tormento. E poi, quella vita senza raffreddori ha fatto in modo che tutto si concentrasse in un solo momento, amplificando gli effetti del male: «Verissimo. Ho visto tanti miei compagni fermarsi per gli infortuni più disparati, ma non ho mai colto in pieno i loro problemi. Finché capita agli altri, tu ti senti immune, non capisci, non ti preoccupi. Perciò per me, che non ero abituato a stare fuori, è stato ancora più difficile. Una questione psicologica, soprattutto: stare a vedere i compagni che lavorano sul campo mentre tu resti a guardare è davvero dura». Ora si tratta di capitalizzare l’esperienza vissuta, di trasformarla: «Sì, essendo stata un’esperienza completamente nuova è chiaro che mi lascerà il segno. Ho vissuto una dimensione diversa, mi servirà». Reinhardt, si chiama il destino. «Non provo rancore nei suoi confronti, non l’ho mai provato. E non sento istinto di vendetta: lo ritroverò in Champions League, ma me ne starò buono. Questo non annulla la mia convinzione, che coltivo da quella sera: quell’intervento poteva essere evitato, sicuramente, anche se non c’era l’intenzione premeditata di fare male». Tre mesi per meditare, per pensare. Per tracciare bilanci: «Ho perso molto, ne sono sicuro. Soprattutto, mi è mancata la possibilità di inserirmi immediatamente nel gruppo per cominciare nel modo migliore la nuova avventura. Anzi, visto l’infortunio posso dire che la nuova avventura non è nemmeno cominciata. Il fatto è che la grande forza della Juventus risiede proprio nello spirito di gruppo, nell’atmosfera che regna in ritiro, nello spogliatoio. Non poterla respirare è un vero handicap. Anche se, onestamente, tutti mi sono stati vicini. A cominciare da Lippi, che da toscano verace ha sempre una parola buona, utile. Lui ha grande esperienza, cura ogni dettaglio, cerca sempre di dare una mano a chi è in difficoltà». Buoni incontri, tipo Lippi. Oppure conoscenze terrificanti. Tipo Ventrone… «Eh sì, è davvero un aguzzino… Però è un lavoratore straordinario, preparatissimo. Praticamente sono stato sempre alle sue dipendenze, e mi ha fatto sudare come un matto. Ha davvero lo spirito del vecchio marine». E chissà quante volte Braccio di Ferro ha maledetto quel giorno in cui decise di lasciare casa–Samp, di abbandonare la famiglia Doria, di tuffarsi nel futuro. «No, non sono pentito della scelta che ho fiuto. Sono stato io a volere la Juventus. Quando Mantovani mi comunicò che aveva intenzione di cedermi per il bene della società, io ho chiesto di essere trasferito a Torino. Quindi non rinnego nulla. E chiaro che c’è un po’ di nostalgia, ma è normale quando si lasciano degli amici. Però non ho mai pensato nemmeno una volta di tornare indietro, anche se qui è tutto diverso: non c’è mai contatto con la dirigenza, il valore massimo è la professionalità. E poi quando apro la finestra non vedo più il mare di Nervi… Comunque anche la mia nuova città mi piace, pure mia moglie è soddisfatta. Abito in centro: alcuni non lo sanno, ma Torino ha degli angoli affascinanti». Tre mesi di solitudine, a confrontarsi coi propri problemi. Con i sogni. Con le angosce. «Cominciamo con i sogni: io spero di potere tornare in Nazionale. L’ho abbandonata a giugno, adesso che sono guarito mi ricandido. Non ho perso le speranze. Anche se è giusto che io faccia i complimenti a Di Livio, che ha preso il mio posto sia nella Juve sia in azzurro. Però chi dice che non possiamo giocare insieme?». E la solitudine, Attilio? «Quella non è stata un peso. Perché è vero quello che si dice: gli amici si scoprono nel momento del bisogno. Ho sentito i vecchi compagni della Samp, della Cremonese. E questo in fondo era normale. Le emozioni arrivano quando dall’Inghilterra telefonano Platt e Gullit, quando dal Giappone chiama Zenga, che allora era in tournée. Posso dire che per me si è mobilitato mezzo mondo… Purtroppo, con Walter ho dovuto ricambiare poco dopo». Quel che pesa, adesso, è l’angoscia: «Momenti brutti ne ho vissuti tanti, in questi mesi. Diciamo tutti e nessuno, anche se quando ho tolto il gesso credevo già di essere alla fine della convalescenza e invece si trattava soltanto dell’inizio della sofferenza. Una paura la coltivo, confesso. Temo di tornare in campo condizionato, portandomi addosso la fobia del contrasto, il terrore di rifarmi male. Mi dicono che sia normale e che passerà, ma purtroppo non potrò saperlo, fin quando non ricomincerò a giocare a tempo pieno». E allora in bocca al lupo, sfortunato Popeye, anche se il difficile viene adesso: bisogna trovare la forma, trovare il ritmo della partita, trovare un posto, trovare tutto. «Penso e ripenso all’esempio di Vialli, a tutte le volte che sembrava finito e invece è ripartito più forte di prima. Io ho una sola certezza: adesso non ho voglia di giocare, ma ho una super–voglia, una voglia doppia. Tanto Lippi adora il turn–over, no?».Attilio fatica a ritrovare il posto in una Juventus che sta volando a gonfie vele verso la conquista della Champions League. Qualche goal importante contro il Padova e l’Inter, ma nelle partite che contano, siede in panchina. E nella gloriosa serata dell’Olimpico, Lombardo guarda, dalla tribuna, i compagni sollevare la “Coppa dalle grandi orecchie”.L’anno successivo, riesce a ritagliarsi uno spazio importante nella squadra bianconera, partecipando al successo in campionato e alla sfortunata finale di Champions, a Monaco di Baviera, contro il Borussia Dortmund. Rimane negli occhi di tutti i tifosi della “Vecchia Signora” la grandissima partita di Lombardo e di tutta la Juve contro l’Ajax, in semifinale. Un 4-1 che non ammette discussioni, con le reti di Bobo Vieri, Nick Dinamite Amoruso e una perla di Zidane, che mette a sedere i difensori olandesi, Van der Sar compreso. Anche Attilio mette il timbro sulla vittoria con un bellissimo colpo di testa sottomisura.Scrive Repubblica.it: «Lombardo è convinto: “Una giornata bellissima, meritavamo la finale”. È stata un’altra notte di Juve alternativa, dopo mesi di giostre e carambole tra titolari e riserve, ex intoccabili e nuove proposte. Mancava solo Attilio Lombardo nella schiera dei risorti, sulla corsia dei miracolati. Lombardo che un anno fa credeva, temeva di essere un ex giocatore con una gamba rotta e qualcos’altro, dentro. Non riusciva a guarire, poi non riusciva a prendersi un po’ di spazio in una squadra intasatissima. Ha rifiutato di chiudere la carriera in Inghilterra, allo Sheffield, dando un dolore ai dirigenti e al cassiere bianconero, ma alla fine ha avuto ragione lui. Recuperato in formazione all’ultimo secondo, perché Porrini proprio non ce la faceva, Lombardo è finito in campo per scivolamento, per forza d’inerzia: Jugović squalificato, Di Livio a sinistra, Tacchinardi stopper e il vecchio Attilio a destra, nell’ultimo posto libero. E quando nella selva dell’area olandese è spuntata la sua capoccia lucida per correggere in rete il pallone di Zidane, forse l’ultimo a crederci è stato proprio Lombardo. Il quale, qualche minuto prima, avrà visto Conte scaldarsi a bordo campo, forse per sostituire lui. Destini, casi della vita. Altro che fuori, ben dentro la sua partita è rimasto Attilio braccio di ferro, e cuore di conseguenza. Un minuto dopo il goal, ecco l’assist a Vieri per chiudere la questione, per cancellare dalla geografia europea il calcio del modulo-totem, dello schema sovrano. Questo ha fatto Attilio Lombardo, insieme ad altri imprevedibili come lui: si è infilato di striscio nella serata giusta, si è fatto pilotare dall’istinto, è stato prima giocatore e poi strumento del gioco».Nell’estate del 1997 è ceduto al Crystal Palace, in Inghilterra, dopo aver indossato la maglia bianconera per 51 volte e aver realizzato 4 goal. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/attilio-lombardo.html
  13. ATTILIO LOMBARDO https://it.wikipedia.org/wiki/Attilio_Lombardo Nazione: Italia Luogo di nascita: Santa Maria la Fossa (Caserta) Data di nascita: 06.01.1966 Ruolo: Centrocampista Altezza: 175 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Popeye - Attila - Lampadina - Bombetta - Bald Eagle Alla Juventus dal 1995 al 1997 Esordio: 06.12.1995 - Champions League - Steaua Bucarest-Juventus 0-0 Ultima partita: 01.06.1997 - Serie A - Juventus-Lazio 2-2 51 presenze - 4 reti 1 scudetto 1 supercoppa italiana 1 champions league 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Attilio Lombardo (Santa Maria la Fossa, 6 gennaio 1966) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, assistente di Roberto Mancini nella nazionale italiana. È uno dei sei calciatori italiani, insieme a Filippo Cavalli, Giovanni Ferrari, Sergio Gori, Pierino Fanna e Aldo Serena, ad aver vinto lo scudetto con tre società differenti; nel suo caso, con Sampdoria, Juventus e Lazio. Attilio Lombardo Lombardo alla Sampdoria nel 1989 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Italia (Assistente) Termine carriera 2002 - giocatore Carriera Giovanili 19??-1983 Pergocrema Squadre di club 1983-1985 Pergocrema 38 (9) 1985-1989 Cremonese 141 (17) 1989-1995 Sampdoria 201 (34) 1995-1997 Juventus 51 (4) 1997-1999 Crystal Palace 48 (8) 1999-2001 Lazio 33 (2) 2001-2002 Sampdoria 34 (4) Nazionale 1990-1997 Italia 18 (3) Carriera da allenatore 1998 Crystal Palace Interim 2002-2005 Sampdoria Allievi Naz. 2005-2006 Sampdoria Primavera 2006-2007 Chiasso 2008 Castelnuovo 2008-2009 Legnano 2009 Spezia 2010-2012 Manchester City Coll. tecnico 2012-2013 Manchester City Riserve 2013-2014 Galatasaray Coll. tecnico 2014-2015 Schalke 04 Vice 2016-2018 Torino Vice 2019- Italia Assistente Biografia Nel corso della carriera gli sono stati affibbiati vari soprannomi: dapprima Bombetta agli esordi nella Cremonese, quindi Popeye negli anni alla Sampdoria — quello a cui è rimasto più legato — e infine Bald Eagle ("Aquila Calva"), in virtù della sua precoce calvizie, durante la militanza nel Crystal Palace. Anche suo figlio Mattia, nato nel 1995, è diventato un calciatore professionista. Caratteristiche tecniche Giocatore Lombardo (a sinistra) in gol per la Cremonese nel 1987 sul campo di Bologna Ala destra dotata di propensione al sacrificio e facilità di corsa, Lombardo spiccava per la notevole vitalità atletica e resistenza fisica, qualità che gli consentì di scendere in campo per 144 incontri consecutivi in Serie A. In carriera ha giocato 613 partite, per un totale di 46 415 minuti, segnando in totale 86 gol e fornendo 9 assist. Carriera Giocatore Club Lombardo (in basso) esulta per la Sampdoria, festeggiato dal compagno di squadra Vialli, dopo il suo gol al Napoli nella stagione dello Scudetto 1990-1991. Nato nel Casertano e trasferitosi da bambino a Zelo Buon Persico, nel Lodigiano, mosse i primi passi nel calcio professionistico in Serie C2, diciottenne, con la maglia del Pergocrema Nel 1985 passò alla Cremonese, in Serie B. A Cremona disputò quattro campionati cadetti, tra cui quelli sotto la guida di Tarcisio Burgnich, mettendosi in luce come ala destra capace di incunearsi nelle difese avversarie e di mettere a referto un buon bottino di gol. Con i grigiorossi ottenne nella stagione 1988-1989 la promozione in Serie A, arrivata al termine dello spareggio contro la Reggina: il 25 giugno 1989, sul neutro di Pescara, nell'epilogo ai tiri di rigore fu proprio Lombardo a mettere a segno il penalty decisivo. Nell'estate del 1989 approdò così in massima serie, ma con la maglia della Sampdoria, cui nel frattempo era stato ceduto per 4 miliardi di lire. A Genova, sotto la guida di Vujadin Boškov, vinse la Coppa delle Coppe 1989-1990, lo storico Scudetto nella stagione 1990-1991, la Supercoppa italiana 1991 e la Coppa Italia 1993-1994. Nel 1992 disputò anche la finale di Coppa dei Campioni persa ai supplementari contro il Barcellona, risultando tra i migliori in campo. Da sinistra: Peruzzi, Lombardo e Torricelli alla Juventus nella stagione 1996-1997 Nell'estate del 1995 passò alla Juventus di Marcello Lippi per 10,5 miliardi di lire. La prima stagione a Torino fu tuttavia molto sfortunata per Lombardo sul piano personale: un grave infortunio occorsogli nel precampionato (frattura di tibia e perone) lo costrinse a rimanere fermo per molti mesi, partecipando da comprimario alle vittorie della Supercoppa italiana 1995 e della UEFA Champions League 1995-1996. Ristabilitosi per l'annata 1996-1997, contribuì ai successi dello Scudetto, della Coppa Intercontinentale e della Supercoppa UEFA. Nel 1997 si trasferì in Inghilterra, giocando una stagione e mezza al Crystal Palace che lo acquistò per 5,9 miliardi di lire. Il 13 marzo 1998 assunse anche il ruolo di player manager della squadra londinese, carica retta ad interim fino al 29 aprile seguente. Tornò in Italia nel gennaio del 1999 per accasarsi alla Lazio. Rimase a Roma per i successivi dodici mesi, contribuendo alla conquista dell'ultima edizione della Coppa delle Coppe e del campionato 1999-2000, quest'ultimo il terzo della carriera per Lombardo con altrettanti club diversi. Nel gennaio del 2001 tornò quindi alla Sampdoria allenata da Gigi Cagni, in Serie B, dove chiuse la carriera agonistica nel 2002. Nazionale Lombardo vestì per 18 volte la maglia della nazionale tra il 1990 e il 1997. In maglia azzurra non ebbe molta fortuna: pur avendo preso parte ad alcune gare di qualificazione per i Mondiali di Stati Uniti 1994 e Francia 1998, e per gli Europei di Svezia 1992 e Inghilterra 1996, non partecipò a nessuna delle fasi finali di queste competizioni. Allenatore Lombardo nel 2013, collaboratore tecnico di Mancini al Galatasaray. Dopo la parentesi sulla panchina del Crystal Palace, dal 13 marzo al 29 aprile 1998, al ritiro dal calcio giocato inizia ad allenare le giovanili della Sampdoria: per tre stagioni gli Allievi Nazionali, e nella stagione 2005-2006 la formazione Primavera. Lascia il ruolo il 18 luglio 2006. Dal 21 luglio 2006 si siede sulla panchina della squadra svizzera del Chiasso, ma la sua esperienza oltre il Ticino termina il 27 maggio 2007 quando rassegna le dimissioni, ufficialmente per mancanza di stimoli. Nella stagione 2007-2008 torna alla Sampdoria in veste di osservatore, ma il 24 aprile 2008 lascia l'incarico per subentrare sulla panchina del Castelnuovo, in Serie C2, in sostituzione del dimissionario Massimo Barbuti, guidando la squadra nelle ultime due gare di campionato e nei successivi, vittoriosi play-out. Si dimette dall'incarico il successivo 27 maggio, firmando il giorno successivo per il Legnano che allena nel campionato di Lega Pro Prima Divisione 2008-2009. Lascia la squadra lilla il 19 giugno 2009, e il 4 luglio seguente si accorda con lo Spezia, in Lega Pro Seconda Divisione. Si dimette dall'incarico il successivo 12 ottobre, a seguito del pari con l'Olbia, lasciando comunque la squadra ligure al terzo posto in classifica. Il 17 luglio 2010 segue l'ex compagno di squadra Roberto Mancini al Manchester City, ricoprendo il ruolo di osservatore degli avversari. In questa veste, il 13 maggio 2012, festeggia la vittoria del campionato inglese, attesa dai Citizens da ben 44 anni. Il successivo 11 luglio viene nominato allenatore della squadra riserve mancuniana, in sostituzione dell'esonerato Andy Welsh. Conclude il campionato Under-23 al diciannovesimo posto, mentre con l'Under-21 arriva sesto nel proprio girone, non riuscendo ad accedere alla fase successiva. Il 15 maggio 2013 lascia il ruolo dopo l'esonero di Mancini dalla prima squadra, avvenuto due giorni prima. Nella stagione 2013-2014, ancora al seguito di Mancini, è al Galatasaray come collaboratore tecnico, mentre nella successiva è ingaggiato come vice di Roberto Di Matteo allo Schalke 04; lascia l'incarico il 26 maggio 2015, dopo le dimissioni di Di Matteo. Il 21 maggio 2016, con l'arrivo al Torino di Siniša Mihajlović quale allenatore, ne diventa il vice, venendo esonerato il 4 gennaio 2018 insieme al resto dello staff. Il 13 marzo 2019 entra nello staff della nazionale italiana come uno degli assistenti del commissario tecnico Mancini. Con questo ruolo, nell'estate 2021 (dopo il rinvio per il covid) prende parte alla vittoriosa spedizione azzurra al campionato d'Europa 2020. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Da sinistra: Crespo, López, Verón, Sensini e Lombardo festeggiano il successo della Lazio nella Supercoppa italiana 2000 Campionato italiano: 3 - Sampdoria: 1990-1991 - Juventus: 1996-1997 - Lazio: 1999-2000 Supercoppa italiana: 3 - Sampdoria: 1991 - Juventus: 1995 - Lazio: 2000 Coppa Italia: 2 - Sampdoria: 1993-1994 - Lazio: 1999-2000 Competizioni internazionali Lombardo (a destra) e Ferrara festeggiano il successo della Juventus nella Supercoppa UEFA 1996 Coppa delle Coppe: 2 - Sampdoria: 1989-1990 - Lazio: 1998-1999 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 2 - Juventus: 1996 - Lazio: 1999 Individuale Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - 1993-1994 (5 gol)
  14. VLADIMIR JUGOVIC Lo slavo con gli occhi di ghiaccio e un mezzo sorriso che guarda truce negli occhi Van der Sar, portierone dell’Ajax prima di trafiggerlo su rigore, la tiepida notte dello stadio Olimpico sullo sfondo di una finale di Champions League: è questa l’immagine che i tifosi bianconeri conserveranno per sempre nella loro memoria. «Del tiro dal dischetto di Roma, se ci penso, sento ancora le stesse sensazioni di allora. Era l’ultimo, quello che valeva la coppa. Quel goal mi ha permesso di entrare nella storia di un club glorioso come la Juventus e di vincere la seconda Coppa Campioni. Cambierei qualcosa di quella notte? Mi gusterei maggiormente il successo. Subito dopo la finale di Roma andai a giocare con la mia Nazionale invece di festeggiare con i compagni».Vladimir Jugović, centrocampista di Trstenik, classe 1969, che Lippi ha fortissimamente voluto nell’estate del 1995 per rafforzare in quantità e qualità un centrocampo alla prova del fuoco della Champions League. Quando arriva a Torino, non è più un ragazzino e il calcio che conta lo mastica oramai da anni. Cresciuto nella Stella Rossa che vince la Coppa dei Campioni, mostra con la maglia della Sampdoria del suo maestro e scopritore Boškov, di saperci fare anche nel campionato più difficile del mondo.«Ho iniziato a giocare a dodici anni in una piccola squadra dove, però, sono rimasto solo sei mesi. Subito dopo, sono passato alla Stella Rossa con la quale ho fatto tutte le trafile, sino ad arrivare alla prima squadra. L’esperienza nel settore giovanile è stata molto importante, perché non ho mai giocato con i ragazzi della mia età, ma sempre con quelli più grandi, dai quali ho imparato molto. A sedici anni ho fatto l’esordio in prima squadra, anche se per un’amichevole. A diciotto anni ho fatto il servizio militare e, al mio ritorno a Belgrado, ho dovuto affrontare una situazione difficile e prendere una decisione che si è poi rivelata molto importante per la mia carriera. Infatti, l’allenatore della Stella Rossa non mi considerava per niente; così, dopo solo una partita, ho deciso di andare nel Rad, squadra molto meno ambiziosa, dove ho trovato un bravo allenatore e dove sono riuscito a esprimere al meglio le mie capacità, disputando un buon campionato. La stagione successiva sono tornato alla Stella Rossa ed ho vinto la Coppa Campioni, giocando da titolare. Ma la mia vera consacrazione coincide con la vittoria nella Coppa Intercontinentale, conquistata a Tokyo nel dicembre del 1991; in quell’occasione ho due dei tre goal con i quali abbiamo battuto i cileni del Colo Colo. A Tokyo, ho capito che avrei davvero potuto farcela nel difficile mondo del calcio».Arrivato a Torino, Vladimir ha subito le idee chiare: «Vorrei vincere il campionato e la Champions League e mi impegnerò al massimo per raggiungere questi traguardi. Il calcio dovrebbe essere solo un gioco, ma la sua legge impone di vincere».La Juventus che ha già Conte, Sousa e Deschamps adesso si ritrova pure questo giocatore tosto che sa contrastare mettendo unghie e denti, ma anche impostare e, per di più, tira in porta da qualunque posizione, centrando molto spesso la porta. La squadra che spazza via Steaua, Rangers e Borussia Dortmund, nella prima tornata della Champions, capisce di aver trovato un puntello adeguato ai nuovi bisogni. Anche in campionato Jugo ci mette poco a rendersi utile. 27 agosto del 1995, prima giornata al Delle Alpi con la Cremonese che tenta improbabili barricate e Juventus che stenta, finché arriva la cannonata di Jugović da fuori area che fa giustizia e apre la goleada.Per la coppa, invece, l’acuto avviene in semifinale: 3 aprile 1996, a Torino scende il Nantes, bisogna chiudere il conto nel match di andata per non rischiare una trasferta caldissima in Francia. Segna Vialli, raddoppia Jugović, perentorio, sempre dalla distanza È il prologo alla notte dello stadio Olimpico, 22 maggio 1996. La Champions alzata al cielo da Vialli è l’ultimo atto, il penultimo è il rigore decisivo trasformato da Vladimir.Jugo si conferma anche nella stagione successiva: prima la Coppa Intercontinentale a Tokyo, con prestazione sopra le righe, poi la Supercoppa a spese del Paris Saint-Germain e infine lo scudetto, al quale dedica trenta partite e ben sei reti. Storica la doppietta al Milan nella serata del 6 aprile 1997, da raccontare ai nipoti. A San Siro, Juventus travolge Milan 6-1, di Jugović il primo e il terzo sigillo. Il suo ultimo goal è ancora in notturna, il 15 maggio: il Piacenza è travolto 4-1 mentre il Parma pareggia col Milan ed esce di scena, consegnando in anticipo il tricolore ai bianconeri.L’avventura di Jugović si chiude qui. Due stagioni con molti successi e un mare di soddisfazioni, scudetto più tutte le coppe, Intercontinentale compresa. In totale, settantaquattro partite e dieci reti, due anni pienissimi. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/vladimir-jugovic.html#more
  15. VLADIMIR JUGOVIC https://it.wikipedia.org/wiki/Vladimir_Jugović Nazione: Serbia Luogo di nascita: Trstenik Data di nascita: 30.08.1969 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 76 kg Nazionale Jugoslavo Soprannome: Jugo Alla Juventus dal 1995 al 1997 Esordio: 27.08.1995 - Serie A - Juventus-Cremonese 4-1 Ultima partita: 28.05.1997 - Champions League - Borussia Dortmund-Juventus 3-1 77 presenze - 10 reti 1 scudetto 1 supercoppa italiana 1 champions league 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Vladimir Jugović (Trstenik, 30 agosto 1969) è un ex calciatore serbo, di ruolo centrocampista. Vladimir Jugović Jugović alla Sampdoria nella stagione 1994-1995 Nazionalità Jugoslavia (1969-1992) Jugoslavia (1992-2003) Serbia e Montenegro (2003-2006) Serbia (dal 2006) Altezza 178 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 2005 Carriera Giovanili 1989-1990 Stella Rossa Squadre di club 1989 Stella Rossa 1 (0) 1990 → Rad Belgrado 16 (7) 1990-1992 Stella Rossa 60 (10) 1992-1995 Sampdoria 81 (18) 1995-1997 Juventus 77 (10) 1997-1998 Lazio 27 (2) 1998-1999 Atlético Madrid 17 (3) 1999-2001 Inter 38 (3) 2001-2003 Monaco 19 (0) 2003-2004 Admira Wacker M. 25 (3) 2004-2005 LR Ahlen 19 (2) Nazionale 1991-1992 Jugoslavia 4 (1) 1994-2002 Jugoslavia 37 (2) Carriera Club Jugović (al centro) alla Stella Rossa nel 1991, pressato dai marsigliesi Di Meco e Abedi Pelé nella vittoriosa finale di Coppa dei Campioni. Crebbe sportivamente nella Stella Rossa di Belgrado con cui tra il 1991 e il 1992 vinse due campionati, una Coppa dei Campioni e una Coppa Intercontinentale (venendo nominato miglior giocatore di quest'ultima manifestazione, dopo aver segnato una decisiva doppietta contro i cileni del Colo-Colo). Arrivò in Italia nel 1992, acquistato dalla Sampdoria allenata dallo svedese Sven-Göran Eriksson. Nella prima stagione il centrocampista jugoslavo mise a segno 9 reti in campionato, rivelandosi uno dei migliori stranieri approdati in Serie A in quel periodo. Dopo tre stagioni in maglia blucerchiata, con la quale vinse la Coppa Italia 1993-1994, si trasferì alla Juventus, che pagò il suo cartellino 8 miliardi di lire. Con la squadra piemontese conquistò uno scudetto, una Supercoppa italiana, la seconda Champions League della carriera (vinta nella finale giocata a Roma contro l'Ajax, grazie al suo gol decisivo nell'epilogo ai rigori), un'altra Intercontinentale e una Supercoppa UEFA. Jugović (a destra) e Bokšić al raduno della Juventus in vista della stagione 1996-1997 Nel 1997 fu acquistato dalla Lazio, dove rimase una sola stagione, raggiunse la finale di Coppa UEFA, persa a Parigi contro l'Inter, e vinse la sua seconda Coppa Italia: nella doppia finale contro il Milan, in cui segnò anche una rete nel 3-1 della gara di ritorno. L'anno successivo si trasferì in Spagna acquistato dell'Atlético Madrid, rimanendovi una sola stagione. In seguito, ritornò in Italia per militare nell'Inter. Nel 2001 venne ingaggiato dal Monaco ed esordì nel campionato francese. Concluse la sua carriera agonistica giocando prima nell'Admira Wacker e infine nell'LR Ahlen, congedandosi dal calcio giocato nel 2005. Nazionale Debuttò con la nazionale jugoslava l'8 agosto 1991, nella partita contro la Cecoslovacchia. In seguito, con la Jugoslavia (solo Serbia-Montenegro), partecipò al campionato del mondo 1998 in Francia e al campionato d'Europa 2000 in Belgio e Paesi Bassi, totalizzando 4 presenze in ciascun torneo. Dopo il ritiro Lavora come opinionista sportivo per alcune televisioni, anche del suo paese. Si occupa inoltre di scouting per giovani leve serbe, oltre a intraprendere la carriera di procuratore sportivo. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato jugoslavo: 2 - Stella Rossa: 1990-1991, 1991-1992 Coppa Italia: 2 - Sampdoria: 1993-1994 - Lazio: 1997-1998 Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 1995 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1996-1997 Competizioni internazionali Jugović (primo da destra) festeggia con i compagni di squadra della Juventus il trionfo nella finale di Champions League 1995-1996 Coppa dei Campioni/UEFA Champions League: 2 - Stella Rossa: 1990-1991 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 2 - Stella Rossa: 1991 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Individuale Miglior giocatore della Coppa Intercontinentale: 1 - 1991
  16. TOMMASO ROCCHI L’azzurro gli dona quasi quanto il bianconero – afferma Loris Marzocchi su “Hurrà Juventus” del gennaio 1996 –. Tommaso Rocchi non fa distinzioni di colori quando si tratta di gol. Il centravanti della Primavera di Cuccureddu e della Nazionale Under 18 sta vivendo una stagione indimenticabile. Il numero nove è nel suo destino, anche se come caratteristiche si sente più una seconda punta. In effetti il suo rapido “caracollare” lungo il fronte d’attacco lo rende prezioso nel creare spazi per i compagni, ma il suo fiuto dl goleador lo porta a movimenti tattici che molte volte sono decisivi sotto rete. Veloce, buon dribblatore furbo nell’esecuzione quanto basta per garantirgli una fiducia illimitata. Da ragazzino, nei cinque anni passati al Venezia dopo la prima esperienza di piccolo calciatore con l’Alvisiana, ha messo a segno 270 gol. Molti, moltissimi, tanto che l’occhio degli osservatori si puntò presto su di lui. Il passaggio alla Juventus è di quattro anni fa. Due stagioni con gli Allievi Nazionali sotto la guida di Cavasin e altrettante con la Primavera, compresa la stagione attuale. Un ragazzo cresciuto bene a tutti i livelli, senza troppi grilli per la testa e con l’intendimento che per arrivare all’obiettivo fissato occorre sacrificarsi con umiltà. Il distacco dalla famiglia è stato un momento difficile, ma nello stesso tempo di maturazione. Papà Luigi e mamma Marina hanno cercato in tutti i modi di sostenerlo affettivamente con continui viaggi tra la Serenissima e la capitale Sabauda, così come hanno fatto Matteo e Roberto, i fratelli più grandi. Una famiglia molto unita dagli affetti e dall’unità d’intenti. Nulla è stato lasciato al caso. Tommaso si è formato come calciatore e come uomo sotto l’ala bianconera, ma a fianco ha sempre avuto il continuo appoggio dei familiari. Una miscela educativa estremamente importante nell’ambito di un Settore Giovanile. “Zio” Lodigiani fa miracoli di tempismo nel gestire i ragazzi e i loro corsi di studio, ma alla fine la “voce” che arriva prima al cuore e alla testa è quella di casa. In un ambito così ideale di crescita, il giovane Rocchi, quatto quatto, si è fatto strada senza troppo rumore. Si è fatto stimare piano piano, senza acuti dirompenti. Ha costruito la sua credibilità di calciatore avviato al professionismo su dati di fatto. L’anno scorso, pur facendo la riserva a Grabbi e Fantini, ha firmato 12 gol in campionato, 2 in Coppa Italia e 2 al Torneo di Viareggio. Uno score che lascia intravedere le realtà di un ragazzo sempre concentrato, uno che chiamato alla bisogna riesce a lasciare il segno. Qualità rara e ulteriormente sviluppata prima in Nazionale Under 17 e poi con l’Under 18. In azzurro Rocchi ha confermato una adattabilità notevole e per di più portatrice di successi. Vittoria azzurra nel torneo internazionale degli Emirati Arabi Uniti (3 partite, 2 gol), altro successo in Svizzera (4 partite, 3 gol). Il boom nell’Under 17 gli ha aperto la strada alla Nazionale superiore dove si è clamorosamente confermato nella prima fase di qualificazione europea (4 match, 8 reti). I due successi esterni in Bulgaria e a Malta, entrambi per 1 a 0, portano il suo sigillo di bomber “rapinoso”. Tommaso, però, non si lascia trasportare dai sogni, resta coi piedi per terra. Sa che il viaggio nel mondo del calcio è affascinante ma periglioso, e che va vissuto sulla propria pelle. La Juventus, dal canto suo, è consapevole di avere in organico un gioiello da mettere in vetrina al momento opportuno. Lippi lo ha già messo sul suo taccuino. Il sogno dell’esordio potrebbe avverarsi in tempi non lontani. Poi quello che verrà è nei piedi di Tommaso, un ragazzo veneziano che fa onore al suo nome. Concretezza e verifica giorno per giorno. Toccar con mano è sempre meglio... 〰.〰.〰 Lascia la città sabauda nell’estate del 1996, senza aver mai giocato un solo minuto in una gara ufficiale con la casacca bianconera. Dopo un lungo girovagare nelle serie inferiori, trova la sua consacrazione a Empoli, riscoprendosi un bomber vero. Il suo momento di gloria lo vive proprio contro la Juventus, in un rocambolesco 3-3 del 25 gennaio 2004: si gioca al Castellani, la sera è fredda. La squadra toscana, allenata da Perotti, si schiera con Bucci, Lucchini (Pratali dal 73’), Cribari, Vargas, Cupi, Ficini, Grella Buscè, Vannucchi (Zanetti dal 69’), Di Natale e Rocchi (Tavano dall’88’). La compagine torinese, guidata da Lippi, risponde con Buffon, Thuram, Iuliano (Pessotto dal 69’), Montero, Zambrotta, Camoranesi (Di Vaio dal 74’), Conte, Tacchinardi, Nedved, Trézéguet e Del Piero (Miccoli dal 69’). Passa in vantaggio l’Empoli con Rocchi, poi Trézéguet rimette le cose a posto per la Vecchia Signora con una doppietta. Ma Tommaso vuole stupire il suo ex allenatore e, con due reti, riporta sopra i biancoazzurri. Si profila una clamorosa sconfitta per Del Piero e compagni ma bisogna fare i conti con Trézéguet che, alla mezzora, infila la rete del 3-3 finale. Rocchi passerà poi alla Lazio e, nei nove anni trascorsi nella capitale, continuerà a segnare con regolarità, riuscendo anche a esordire in Nazionale. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/09/tommaso-rocchi.html
  17. TOMMASO ROCCHI https://it.wikipedia.org/wiki/Tommaso_Rocchi Nazione: Italia Luogo di nascita: Venezia Data di nascita: 19.09.1977 Ruolo: Attaccante Altezza: 177 cm Peso: 76 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1995 al 1996 Esordio: 22.08.1995 - Amichevole - Bologna-Juventus 4-2 0 presenze - 0 reti Tommaso Rocchi (Venezia, 19 settembre 1977) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante, tecnico della formazione Under-14 della Lazio. Con 105 gol complessivi in 293 presenze con la maglia della Lazio, capitano dal 2008 al 2013, è sesto tra i migliori realizzatori di sempre della società romana. Tommaso Rocchi Rocchi in azione alla Lazio nel 2008 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Squadra Lazio (Under-14) Termine carriera 1º luglio 2016 - giocatore Carriera Giovanili 1986-1993 Venezia 1993-1996 Juventus Squadre di club 1996-1997 → Pro Patria 27 (6) 1997 → Fermana 4 (0) 1997-1998 → Saronno 28 (10) 1998-2000 Como 62 (20) 2000-2001 Treviso 37 (8) 2001-2004 Empoli 104 (28) 2004-2013 Lazio 244 (82) 2013 Inter 13 (3) 2013-2014 Padova 20 (5) 2014-2015 Haladás 17 (3) 2015-2016 Tatabánya 6 (2) Nazionale 1995 Italia U-17 7 (4) 1995-1996 Italia U-18 8 (3) 1998 Italia U-21 1 (1) 2006-2007 Italia 3 (0) 2008 Italia olimpica 2 (1) Carriera da allenatore 2016-2020 Lazio Under-14 2020-2022 Lazio Under-18 2023- Lazio Under-14 Carriera Giocatore Club Gli esordi Cresciuto nelle giovanili del Venezia, una volta giunto alla categoria Giovanissimi rinuncia a un contratto quadriennale offertogli dall'allora presidente lagunare Maurizio Zamparini, per trasferirsi all'età di 16 anni nella formazione Primavera della Juventus. Con i bianconeri vince tra le altre cose il Campionato Primavera 1993-1994, e viene poi inserito nella rosa della prima squadra per la stagione 1995-1996, senza però giocare alcuna partita col gruppo che trionfa in Champions League. La Juventus decide a fine stagione di mandare il giovane attaccante a farsi le ossa nelle serie minori. Fino al campionato 1999-2000 ha giocato un totale di 121 partite in Serie C con le maglie di Pro Patria, Fermana, Como e Saronno, mettendo a segno un totale di 36 reti. Nei due anni successivi ha militato in Serie B con le squadre del Treviso e dell'Empoli, totalizzando 19 gol in 74 gare. Empoli Con la maglia dell'Empoli, Rocchi debutta in Serie A, disputando i campionati 2002-2003 e 2003-2004 (67 partite e 17 gol), dimostrando, soprattutto nella seconda stagione, notevoli capacità tecniche ed interessanti doti realizzative. Il 2004 inizia bene per l'attaccante veneziano che, il 18 gennaio, realizza il gol della storica vittoria empolese a San Siro contro l'Inter, e solo una settimana dopo è protagonista assoluto mettendo a segno una tripletta nella sfida tra Empoli e Juventus (3-3). Il 31 agosto è acquistato dalla Lazio in comproprietà per 1,3 mln di euro, vestendo la maglia numero 18 biancoceleste. Lazio 2004-2009 Dall'annata 2004-2005 milita nella Lazio del neo-presidente Claudio Lotito. Rocchi realizza il suo primo gol in campionato a Brescia (0-2) il 22 settembre 2004. Al termine della stagione saranno 13 le reti messe a segno in 35 partite di campionato, 2 gol in 5 gare di Coppa UEFA ed altrettante segnature in una sola partita di Coppa Italia; chiude totalizzando 17 reti in 41 partite, guadagnandosi definitivamente la fiducia del club romano che già in primavera si era assicurata l'altra metà del cartellino per 2,8 mln di euro versati all'Empoli. Il 6 gennaio 2005 realizza la rete del definitivo 3-1 nel Derby contro la Roma, rivale cittadina dei biancocelesti. In casa del Lecce realizza la prima tripletta con la maglia laziale. Appena arrivato dimostra subito un grande feeling, sia in campo che fuori, con il lazialissimo Paolo Di Canio, suo compagno di reparto e di stanza. Abile nelle fasi di possesso palla, l'attaccante veneziano si distingue anche per le fasi di non possesso, è capace di fare la seconda punta, si rivela un buon assist-man, in grado anche di giocare a sua volta con una seconda punta alle sue spalle, spesso riuscendo a realizzare reti da posizioni molto complicate. Nella stagione 2005-2006 realizza un gol in Intertoto, competizione europea nella quale la Lazio arriva in semifinale, e ben 16 reti in campionato, con la Lazio che giunge sesta anche grazie ai gol del "numero 18" biancoceleste, che di nuovo risulta essere decisivo nella stracittadina d'andata, fissando il risultato sull'1-1. Il ruolino di marcia di Rocchi non cambia rispetto alla stagione precedente, difatti saranno nuovamente 17 i gol realizzati in 41 presenze. I numeri del bomber laziale sono entusiasmanti, tanto da essere schierato per la prima volta in Nazionale italiana dal CT Roberto Donadoni nell'amichevole contro la Croazia. L'annata successiva vede la Lazio conquistare il terzo posto in campionato e Rocchi il suo record di marcature stagionali, realizzando 16 reti in Serie A da sommare alle 3 marcature messe a segno in altrettante partite di Coppa Italia (2 contro il Rende e 1 contro il Messina). Nella stagione 2007-2008 ricopre ancora il ruolo di centravanti titolare al fianco del macedone Goran Pandev, debuttando in Champions League, anche grazie ai suoi due goal rifilati alla Dinamo Bucarest nel 3º turno preliminare di qualificazione. Nella fase a gironi del torneo continentale mette a segno una doppietta contro il Werder Brema (2-1), ma fallisce ben tre calci di rigore durante la competizione (con Dinamo Bucarest, Werder Brema e Real Madrid). Nonostante l'opaco inizio di campionato della squadra guidata da mister Delio Rossi, il bomber laziale realizza 14 reti, di cui alcune di pregevole fattura, su tutte quella del definitivo 2-1 rifilata nei minuti finali alla Sampdoria. Regala alla Lazio l'accesso alla semifinale di Coppa Italia mettendo a segno il gol del 2-1 in casa della Fiorentina. Il 20 febbraio 2008 rinnova il contratto legandosi per altri 5 anni alla società del presidente Lotito, legandosi praticamente a vita ai colori biancocelesti. Al termine dell'annata 2007-2008 ha raggiunto la doppia cifra nella classifica marcatori per il quinto anno consecutivo. Il 19 marzo 2008 vince il suo terzo Derby (3-2), segnando su calcio di rigore il suo quarto gol nella stracittadina. A causa dell'infortunio di Luciano Zauri, Rocchi scende spesso in campo con la fascia di capitano. Il 17 luglio la Lazio cede in prestito Zauri alla Fiorentina, e di conseguenza il centravanti veneto diventa capitano della squadra e chiude l'annata, così come il macedone Pandev, con un bottino di 19 reti messe a segno. Da destra: il presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, consegna la Coppa Italia 2008-2009 al capitano laziale Rocchi. Rocchi viene convocato come fuoriquota dalla Nazionale in occasione delle Olimpiadi di Pechino. Durante la gara Corea del Sud-Italia, dopo aver segnato la rete del momentaneo 2-0, il bomber laziale si infortuna gravemente alla gamba. È costretto a saltare le prime otto gare stagionali della Lazio (sei di campionato e due di Coppa Italia) e al suo rientro, avvenuto il 19 ottobre 2008, trova la sua squadra in testa alla classifica. Tuttavia i romani cadono 3-1 a Bologna e l'unica nota positiva è proprio il rientro con gol del capitano. Tre settimane più tardi realizza la prima doppietta stagionale (3-0 al Siena); comincia poi un periodo di cinque partite senza vittoria e senza segnare che allontanano Rocchi e compagni dalla vetta, fino al gol vittoria rifilato al Palermo. Il 3 marzo 2009, nel match Lazio-Juventus 2-1 di Coppa Italia, realizza il suo gol numero 80 con la maglia biancoceleste; cinque giorni dopo entra nel secondo tempo di Napoli-Lazio, realizzando la doppietta decisiva per lo 0-2 finale. Alza, in coppia con il vice-capitano Cristian Ledesma, la Coppa Italia 2008-2009, vinta ai calci di rigore nella finale contro la Sampdoria, gara in cui Rocchi tocca le 200 presenze ufficiali con la squadra romana. 2009-2013 Nell'estate del 2009, il bomber biancoceleste sceglie di abbandonare dopo cinque anni la maglia numero 18 per indossare la gloriosa numero 9, che era stata in precedenza indossata da campioni del calibro di Silvio Piola, Giorgio Chinaglia e Bruno Giordano, suoi predecessori nella classifica dei migliori cannonieri della Lazio. L'8 agosto 2009, in occasione della finale di Supercoppa italiana a Pechino, realizza la rete del momentaneo 2-0: la gara finirà 2-1 per la Lazio ed il capitano può così alzare al cielo il suo secondo trofeo vinto con il club capitolino. Nella gara d'esordio del campionato 2009-2010, giocata il 23 agosto contro l'Atalanta, realizza la sua prima rete stagionale, decisiva ai fini del risultato (1-0). Il 1º ottobre torna a segnare nelle coppe europee dopo due anni, battendo il portiere del Levski Sofia nel 4-0 rifilato dalle Aquile ai bulgari. Sempre in Europa League segna il gol del vantaggio laziale sul Villarreal al 92' della partita, terminata col risultato di 2-1 per i romani. La Lazio viene poi eliminata dalla competizione alla fase a gironi. Dopo un lungo digiuno realizzativo, Rocchi torna al gol contro il Livorno, in campionato, nella partita vinta 4-1. In Coppa Italia segna, nella gara unica dei quarti di finale, il secondo gol della Lazio nel 3-2 in favore della Fiorentina, risultato che sancisce l'eliminazione dei capitolini dalla competizione nazionale. Va a segno anche nel Derby di ritorno, in cui porta momentaneamente in vantaggio i biancocelesti, che verranno poi rimontati 2-1 dai giallorossi. Termina l'annata con 10 reti totali, 6 in campionato (con la Lazio giunta al 12º posto in classifica), 1 in Coppa Italia, 1 in Supercoppa Italiana e 2 in Europa League. Nel campionato 2010-2011 realizza il primo gol stagionale in Lazio-Bologna (3-1) alla seconda giornata. Dopo un lungo infortunio, torna disponibile nel finale di campionato: torna al gol nel penultimo turno di campionato, realizzando la rete del 2-1 sul Genoa, partita che finirà poi 4-2 per i biancocelesti. Troverà nuovamente la via della rete anche otto giorni dopo, nell'ultima giornata di campionato, con il gol dell'1-0 sul Lecce in una partita finita poi 4-2 per la squadra romana: questo gol gli permetterà di portarsi a quota 77 gol in Serie A con la maglia della Lazio, agganciando così al terzo posto di questa speciale classifica Chinaglia e Puccinelli. La stagione 2011-2012 si apre nel migliore dei modi per il capitano biancoceleste che, alla prima gara ufficiale dell'anno, va subito in rete nell'andata del play-off di Europa League contro i macedoni del Rabotnički, sconfitti dalle Aquile con un netto 6-0. Nella gara di ritorno, terminata 3-1, realizza altre due reti, che lo proiettano a quota 99 realizzazioni complessive con la maglia della Lazio. Il 30 ottobre 2011, alla decima giornata di campionato, fa il suo esordio contro il Cagliari, realizzando a due minuti dalla fine il gol del definitivo 0-3: con questa rete ha raggiunto i 100 gol con la maglia biancoceleste: è il quinto giocatore a riuscirci dopo Piola, Signori, Chinaglia e Giordano. Il 5 dicembre 2011 realizza la prima doppietta stagionale contro il Novara, sconfitto 3-0 dai capitolini. Il bomber veneziano non si ferma, e in occasione degli ottavi di finale di Coppa Italia sigla il secondo dei tre gol che la Lazio rifilerà al Verona (3-2) dopo la rete di André Dias e prima del gol della vittoria siglato da Hernanes al 93'. La Lazio raggiunge così la qualificazione ai quarti di finale dove sarà eliminata dal Milan (3-1). Il 22 gennaio 2012 il capitano biancoceleste si ripete a San Siro portando in vantaggio la sua squadra contro l'Inter con un gran gol che però risulterà inutile ai fini del risultato (2-1 per i nerazzurri). Rocchi arriva a quota 105 reti complessive con la maglia della Lazio il 1º febbraio 2012, nella seconda giornata del girone di ritorno, quando la Lazio batte il Milan in campionato dopo 14 anni (all'Olimpico finisce 2-0). Suo il gol che chiude il match e porta l'attaccante della Lazio a sole tre lunghezze da Giordano. A gennaio 2013, dopo tre presenze, decide di lasciare la squadra di cui è stato capitano e nella quale ha segnato 105 gol in 293 presenze in 9 stagioni, accettando l'offerta arrivata dall'Inter. Inter Il 4 gennaio 2013 l'Inter, tramite un comunicato apparso sul sito ufficiale, annuncia l'ingaggio a titolo definitivo di Rocchi per una cifra vicina ai 500.000 euro. Il 6 gennaio fa il suo esordio con la maglia nerazzurra nella partita persa per 3-0 contro l'Udinese. Il 7 aprile nella partita persa 3-4 contro l'Atalanta segna il suo primo gol con l'Inter, nonché il centesimo in Serie A. Il 21 aprile regala la vittoria all'Inter nella partita contro il Parma, con un gol all'82º minuto su assist di Jonathan. Il 19 maggio segna la sua terza rete, nell'ultima giornata di campionato persa 2-5 contro l'Udinese. In totale con l'Inter gioca 15 partite e segna 3 gol. A fine stagione il suo contratto giunge alla scadenza e non viene rinnovato. Padova Il 13 novembre 2013, il Padova informa di aver perfezionato il passaggio in biancoscudato dell'attaccante veneziano. Rocchi si lega alla società patavina con un contratto fino a giugno 2014. Viene convocato per la prima volta il 16 novembre nella sfida contro il Brescia terminata (0-0), tuttavia senza scendere in campo. Debutta il 20 dicembre nella partita contro il Pescara persa dai biancoscudati 1-0 entrando al minuto 75 al posto di Cristian Pasquato. Segna il suo primo gol stagionale il 24 gennaio 2014 nella sconfitta per 2-1 sul campo del Trapani. Haladás Nell'agosto 2014 firma per l'Haladás formazione ungherese che milita nella massima divisione. Il 13 settembre debutta in campionato nella sfida persa per 2-0 contro la Honvéd dei connazionali Vierchowod e Alcibiade, tre giorni dopo fa il suo debutto in coppa di lega contro il Siófok vincendo 2-0 e segnando entrambi i gol che permettono alla sua squadra di vincere e passare il turno. Il 5 ottobre segna il suo primo gol in campionato contribuendo alla vittoria per 2-0 ai danni del Lombard Pápa. Dopo un breve periodo trascorso in tribuna a causa di un infortunio al ginocchio, ritorna a segnare in campionato il 2 maggio il gol del momentaneo 1-3 nella sfida interna contro il Dunaújváros che terminerà poi 1-4. Il 31 maggio all'ultima giornata di campionato mette il sigillo nella seconda rete nella partita che finirà poi 3-0 ai danni del Puskás Académy sancendo la definitiva salvezza nella massima serie del suo club. A fine stagione dopo 3 reti in 17 incontri rimane svincolato. Tatabánya Dopo essere rimasto senza contratto, decide di rimanere un altro anno in Ungheria firmando un contratto annuale con il Tatabánya, militante in Nemzeti Bajnokság III, allenata da Bruno Giordano. Fa il suo esordio il 6 settembre 2015 nella sfida interna persa per 0-4 contro il Puskás Akadémy 2. Dopo un periodo di stop a causa di un risentimento muscolare riesce a segnare i suoi primi gol con il suo nuovo club mettendo a segno una doppietta che gli permette di raggiungere quota 200 gol in carriera nella vittoria per 5-1 contro il Sárvár. Successivamente, prima con una ricaduta dell'infortunio già patito e poi con le dimissioni di mister Giordano, nel resto della stagione non colleziona più nessuna presenza, finendo spesso in panchina e tribuna. Chiude la sua seconda stagione ungherese con 6 presenze e 2 reti ed il quinto posto finale in campionato. Sarà questa l'ultima annata sul campo per l'attaccante veneziano, il quale decide di appendere gli scarpini al chiodo. Nazionale Ha giocato in Nazionale sotto la gestione del CT Roberto Donadoni. Ha esordito a 28 anni, nella partita amichevole Italia-Croazia (0-2) del 16 agosto 2006 (prima partita dopo la vittoria dei Mondiali 2006, durante la quale non giocò nessun Campione del mondo, ad eccezione del portiere Marco Amelia). Successivamente Donadoni lo ha schierato all'Atleti Azzurri d'Italia di Bergamo in occasione della gara amichevole contro la Turchia e, a distanza di quasi un anno dalla prima convocazione, nella trasferta a Tórshavn contro le Isole Fær Øer nelle qualificazioni all'Europeo 2008. Nel 2008 viene convocato da Pierluigi Casiraghi nella Nazionale Olimpica per partecipare alle Olimpiadi di Pechino come unico fuoriquota del gruppo azzurro. In questo torneo segna un gol contro la Corea del Sud, ma si procura una microfrattura al perone che lo costringe ad abbandonare la competizione dopo la seconda partita del girone. Il giocatore laziale confesserà in lacrime di aver voluto giocare nonostante un dolore al piede, e che l'aver dovuto lasciare il torneo olimpico gli ha causato una grande tristezza. Verrà successivamente sostituito da Antonio Candreva. Allenatore Nell'estate 2016 inizia la carriera da allenatore nelle giovanili della Lazio, chiamato a guidare la squadra Giovanissimi Provinciali Fascia B delle Aquile, mentre la stagione successiva viene promosso su quella dell'Under-15 biancoceleste. Continua la sua esperienza nel vivaio laziale guidando la categoria Under-14, poi di nuovo l'Under-15, fino ad arrivare all'Under-18. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1993-1994 Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1994 Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 1994-1995 Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Lazio: 2008-2009 Supercoppa italiana: 1 - Lazio: 2009
  18. CORRADO GRABBI Nasce a Torino il 29 luglio 1975; nipote di Giuseppe, giocatore juventino degli anni Venti, cresce nella squadra bianconera, facendo tutta la trafila delle squadre giovanili. Diventa anche capitano della Primavera, nella quale sta muovendo i primi passi Alessandro Del Piero. Nella stagione 1994-95, Lippi lo promuove in prima squadra e il suo esordio in Serie A non tarda ad arrivare. È l’11 dicembre 1994 e la Juventus è di scena allo stadio Olimpico di Roma, contro la Lazio. La Juventus è sotto di un goal, quando viene espulso il laziale Cravero, autore di un bruttissimo fallo. Lippi ha un colpo di genio, toglie un difensore (Carrera) e inserisce Ciccio. La Juventus si trasforma; pareggia Del Piero dopo un minuto e, nel secondo tempo, prima Marocchi e poi lo stesso Ale (con uno splendido goal, uno di quelli che saranno chiamati “alla Del Piero”) portano la Juventus sul 3-1. A nove minuti dalla fine, Corrado è lanciato da solo contro Marchegiani; con una freddezza da consumato bomber Ciccio mette la palla in rete, realizzando la sua prima rete in Serie A. Poi, ci saranno i goal laziali di Casiraghi e di Fuser, ma la Juventus riuscirà a espugnare l’Olimpico, iniziando una favolosa cavalcata che la porterà a vincere lo scudetto. Grabbi è schierato anche nella partita successiva, contro il Genoa; la sua prestazione è buona ma non riesce a segnare. Scenderà in campo anche in Coppa Uefa, contro gli austriaci dell’Admira Wacker e in Coppa Italia, sempre contro la Lazio. Alla fine di quella stagione, è ceduto alla Lucchese.“HURRÀ JUVENTUS” NOVEMBRE-DICEMBRE 1994Il nonno, Giuseppe, nel 1926 vinse lo scudetto con la maglia della Juventus, il secondo della storia; il papà, Gigi, si è espresso fino alla Primavera bianconera e poi ha contribuito al rilancio del Settore Giovanile come allenatore; lui, Corrado Grabbi detto Ciccio, sta seguendo lo stesso percorso. Le giovanili bianconere, dopo aver partorito l’anno scorso un’incredibile nidiata, si trovano di nuovo ad ammirare un giovanotto che in questo inizio di stagione sta attirando su di sé l’attenzione della critica. Se la Primavera è la vetrina luminosa dove viene presentata la parte terminale del lavoro svolto, allora c’è da essere fieri che un “prodotto” del proprio vivaio si stia mettendo in luce a livello nazionale.Il bomber Grabbi nasce come giocatore proprio nei Pulcini della Juventus. Il suo è stato un iter tipico nelle giovanili, ma a un certo punto il sogno del ragazzo stava per infrangersi a causa di una malattia reumatica che all’età di tredici anni lo ha tenuto bloccato a letto per sei mesi. Un calvario tremendo per un ragazzino abituato a correre e a esprimersi su un campo di calcio. Anche in quell’occasione Ciccio ha saputo tenere duro e il sacro fuoco che aveva dentro lo ha sostenuto nella fase di ripresa agonistica. Tra i compagni del Combi e gli amici (Caielli e Del Sarto) del vicino Sporting, la sua maturazione si è gradatamente concretizzata.Intelligente è stata la scelta (consigliata) di trascorrere una stagione lontano da Torino dopo il campionato nella Berretti. L’anno tra i dilettanti, nelle file dello Sparta Novara, è stato determinante per la sua esplosione di cannoniere. Dieci reti in campionato e una ventina con la maglia della Nazionale di categoria agli ordini di Berrettini: Grabbi ha conquistato la fiducia dei dirigenti bianconeri a suon di goal, ma anche grazie alla sua tecnica.A sostituire Del Piero nei cuori degli affezionati del Combi non poteva essere chiamato un elemento più valido e spettacolare. Grabbi ha tutto per sfondare anche tra i grandi: potenza fisica, furbizia e quel po’ di mestiere che la sua dinastia gli ha trasmesso. Il destino pare gli abbia riservato un piano di vita che sembra essere stato preparato molti decenni fa. La storia di nonno Giuseppe, calciatore e ingegnere edile, non è nata per caso. Il binomio calcio e mattone non si è mai interrotto, nella dinastia dei Grabbi. Ciccio, mentre al sabato si scatena a suon di reti (già dieci alla sesta giornata), durante la settimana costruisce l’altro suo futuro studiando da geometra.Per ora, però, l’impresa del padre può attendere. Il calcio giovanile italiano sta per scoprire un futuro protagonista. Molto dipenderà da lui stesso. Di certo la Juventus lo guiderà passo passo verso i traguardi che sogna. Non per nulla Giraudo, Bettega, Moggi e Secco sono puntuali osservatori dietro la rete del Combi.Il ragazzo merita un’attenzione particolare; se continua di questo passo, ogni ipotesi è possibile: anche quella che un giorno non troppo lontano possa percorrere la stessa strada di nonno Giuseppe. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/corrado-grabbi.html
  19. CORRADO GRABBI https://it.wikipedia.org/wiki/Corrado_Grabbi Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 29.07.1975 Ruolo: Attaccante Altezza: 181 cm Peso: 80 kg Soprannome: Ciccio Alla Juventus dal 1994 al 1995 Esordio: 06.12.1994 - Coppa Uefa - Juventus-Admira Wacker 2-1 Ultima partita: 11.04.1995 - Coppa Italia - Juventus-Lazio 2-1 4 presenze - 1 rete 1 scudetto 1 coppa Italia Corrado Grabbi (Torino, 29 luglio 1975) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante, tecnico della squadra Under-14 della Juventus. Corrado Grabbi Grabbi alla Ternana nella stagione 1998-1999 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Squadra Juventus (U-14) Termine carriera 2008 - giocatore Carriera Giovanili 1992-1993 Juventus Squadre di club 1993-1994 → Sparta Novara 31 (8) 1994-1995 Juventus 4 (1) 1995 → Lucchese 8 (1) 1995-1996 → Chievo 18 (2) 1996-1998 Modena 58 (30) 1998-1999 Ternana 14 (2) 1999-2000 → Ravenna 29 (13) 2000-2001 Ternana 34 (20) 2001-2002 Blackburn 14 (1) 2002 → Messina 12 (4) 2002-2004 Blackburn 16 (1) 2004 → Ancona 7 (0) 2005-2006 Genoa 25 (8) 2006-2007 Arezzo 7 (0) 2007-2008 Bellinzona 6 (0) Carriera da allenatore 2009-2010 Juventus Pulcini 2010-2013 Juventus Esordienti 2013-2015 Juventus Giov. Reg. 2015-2019 Juventus U-15 (Vice) 2019-2021 Juventus U-15 2021- Juventus U-14 Biografia Soprannominato "Ciccio" fin da piccolo, è nipote di Giuseppe Grabbi, mediano della Juventus degli anni 1920, a sua volta vincitore di un titolo nazionale nella stagione 1925-1926; anche il padre, Luigi, ha giocato nelle giovanili del club bianconero, fino ad arrivare alla Primavera, mentre il figlio Edoardo ha effettuato la trafila nel vivaio del club torinese, fino ai Giovanissimi. È cresciuto a pochi passi dallo stadio Comunale di Torino, dove si allenava all'epoca la Juventus: una volta arrivato nelle giovanili della squadra bianconera, da centrocampista fu spostato subito al reparto più avanzato. In giovane età Grabbi non supera l'esame di maturità e si definisce un «geometra mancato». Sposato con Elisa, la coppia ha due figli. Caratteristiche tecniche Giocatore Emerso agli esordi come un centravanti molto dotato sia fisicamente sia tecnicamente, ciò nonostante numerosi infortuni ne hanno fortemente minato la carriera, costringendolo dapprima a ciclici stop e infine a un precoce ritiro dall'attività agonistica. Carriera Giocatore Gli inizi alla Juventus, prestiti vari Dopo esser cresciuto nelle giovanili della Juventus, dov'era anche capitano, per la stagione 1993-1994 passò in prestito allo Sparta Novara, tra i dilettanti. Per l'annata seguente tornò alla Juventus, dove fece la spola tra le giovanili di Antonello Cuccureddu, con cui vinse la Coppa Italia Primavera, e la prima squadra di Marcello Lippi, con cui esordì in Serie A l'11 dicembre dello stesso anno, nella gara dell'Olimpico di Roma contro la Lazio vinta 4-3 dai bianconeri, realizzando nell'occasione il suo primo e unico gol in maglia bianconera; cinque giorni prima aveva già fatto il suo debutto assoluto in campo europeo, nella gara di Coppa UEFA contro gli austriaci dell'Admira/Wacker. Al termine della stagione 1994-1995, pur da comprimario poté fregiarsi delle vittorie bianconere in Serie A e in Coppa Italia, che rimarranno gli unici trofei della sua carriera professionistica. Grabbi con la squadra Primavera della Juventus nella stagione 1994-1995 L'anno successivo venne mandato in prestito prima alla Lucchese, dove stentò a segnare (1 gol in 8 partite) e poi, da novembre, al Chievo, in entrambi i casi in Serie B: anche a Verona non riuiscì a segnare con continuità, realizzando solo 2 gol in 18 sfide di campionato. Nel 1996 passò poi al Modena, compagine di Serie C con cui siglò 30 gol in 58 partite. Come emerso dalla sua testimonianza contro Luciano Moggi e suo figlio Alessandro nell'ambito del processo Gea World, nel 1997 Grabbi si sarebbe dovuto trasferire al Prato ma, di fronte al rifiuto del giocatore, l'ex dirigente della Juventus gli rispose: «dovresti giocare nel giardino di casa tua»; Secondo lo stesso Grabbi, «hanno cercato di distruggermi, in Italia, altrimenti non si spiegherebbe perché stavo in retrovia nel Modena in Serie C e [dopo qualche anno, ndr] il Blackburn ha investito su di me 22 miliardi di vecchie lire». Ternana Le prestazioni offerte nel biennio in Emilia convinsero la Ternana ad acquistarlo nel luglio del 1998. Durante il periodo in Umbria uscì illeso da un incidente d'auto sul raccordo autostradale Terni-Orte. Nella prima stagione con la squadra umbra fu frenato da una rara malattia, il morbo di Ledderhose, che gli impedì quasi di camminare e per la quale finì spesso sotto i ferri, segnando solamente 2 gol (contro Monza e, dal dischetto, Verona) in 14 incontri di campionato. Dopo essere stato operato dai medici della Juventus per la prima volta nel giugno del 1998, andò in prestito per un'annata al Ravenna dove realizzò 13 gol. In questo periodo espletò anche gli obblighi di leva, guarendo completamente dalla malattia nell'ottobre del 1999 e prendendosi cinque mesi di convalescenza. Tornò così a Terni dove nel 2000-2001 disputò la miglior stagione della sua carriera, con 20 gol e 15 assist che lo fecero entrare nel cuore dei tifosi rossoverdi; in quell'annata Grabbi formò un prolifico trio d'attacco con Massimo Borgobello e Fabrizio Miccoli, portando la compagine rossoverde a sfiorare la promozione in Serie A. L'esperienza inglese, l'inizio del declino In virtù di ciò attirò le attenzioni degli inglesi del Blackburn, che ne acquistarono il cartellino nel luglio del 2001 in cambio di 22 miliardi di lire (6,7 milioni di sterline): l'acquisto, avallato dal tecnico Graeme Souness, si rivelò tuttavia un flop tanto che, secondo la stampa britannica, mai tanti soldi furono buttati «nella spazzatura»; ancora oggi è considerato uno dei peggiori trasferimenti nella storia della Premier League, campionato in cui non riuscì a incidere segnando solo 1 gol in 14 presenze e venendo dunque girato in prestito al Messina, in Serie B, nel gennaio del 2002. Neanche in Sicilia seppe riproporre la forma avuta nell'ultimo periodo a Terni, ma contribuì comunque alla conquista della salvezza grazie alla doppietta firmata, nell'ultimo turno, contro il Crotone. Rientrato in Inghilterra, Souness provò a dargli un'altra chance in Premier League ma Grabbi deluse nuovamente le aspettative: in 41 incontri tra campionato e coppe realizzò solo 5 gol e, ormai stanco di lui, nel gennaio del 2004 il Blackburn lo cedette a titolo definitivo e gratuito all'Ancona. Grabbi giustificò le sue mediocri prestazioni oltremanica con il difficile ambientamento al calcio e al clima britannico, aggiungendo anche i difficili rapporti con i suoi compagni di squadra. Ritornato in Italia, si presentò nelle Marche completamente fuori forma e dopo un paio di mesi s'infortunò; rientrò circa un mese dopo, allenandosi a parte. Ad Ancona però, non riuscì a evitare la retrocessione della squadra in Serie B, disputando solo 7 gare a causa del succitato stop fisico. Durante il periodo anconitano, nel marzo del 2004 tornò inoltre a soffrire del morbo di Ledderhose che l'aveva già colpito in passato a Terni, e che gli provocò l'ispessimento dell'arco plantare rendendogli difficile persino solo camminare. Ultimi anni L'anno successivo, debilitato da vari problemi al ginocchio, rimane inattivo. L'11 settembre 2005 venne ingaggiato dal Genoa di Giovanni Vavassori, contribuendo alla promozione della squadra ligure tra i cadetti. Prima del match di ritorno dei play-off contro il Monza, devastato dagli infortuni che lo avevano perseguitato negli anni (ha subito 8 interventi chirurgici ai piedi), annunciò di aver preso in esame la possibilità di ritirarsi dall'attività agonistica a causa delle sue condizioni fisiche, ma di essersi poi persuaso a continuare vista l'insistenza dei tifosi, dei compagni di squadra e del presidente genoano Enrico Preziosi. Nel gennaio del 2007 fu ceduto all'Arezzo, squadra dalla quale poi rescisse il contratto durante la successiva sessione estiva di calciomercato. Firmò quindi un accordo con il Bellinzona, compagine svizzera militante nella Challenge League, con la quale ottenne la promozione nella Super League. Al termine dell'annata 2007-2008 pose fine a una carriera costellata da troppi infortuni. In carriera ha totalizzato complessivamente 9 presenze e 2 reti in Serie A, 30 presenze e 2 reti in Premier League, e 122 presenze e 42 reti in Serie B. Allenatore Nella stagione 2009-2010 entra nello staff tecnico del settore giovanile della Juventus, diventando allenatore dei Pulcini. L'annata successiva passa gli Esordienti, mentre nel campionato 2013-2014 assume la carica di tecnico dei Giovanissimi Regionali. Dopo esserne stato vice negli anni precedenti, tra il 2019 e il 2021 è l'allenatore della squadra Under-15. Dall'estate 2021 passa a guidare la squadra Under-14. Nel corso degli anni diviene uno dei tecnici di riferimento del vivaio bianconero: in questa veste si fa apprezzare per il lavoro svolto sui giovani, sia sul piano tecnico sia soprattutto su quello umano, contribuendo alla crescita di elementi quali Moise Kean. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1994-1995 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Competizioni giovanili Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 1994-1995
  20. ENRICO FANTINI LORIS MARZOCCHI, “HURRÀ JUVENTUS” LUGLIO 1995 Enrico è l’alter ego di Grabbi. Se Ciccio è tecnica e istrionismo, Fantini è il prototipo dell’attaccante-atleta che fa della sua fisicità un’arma dirompente. Scattante e velocissimo, in progressione diventa un autentico “babau” soprattutto se riesce a buttarsi negli spazi che le diverse situazioni di gioco creano. La sua storia di giovane calciatore ha una chiave di pendolarità tra Cuneo e Torino. Alla Juventus è arrivato sette anni fa quando, appena dodicenne, fu pescato nei “baby” del Beinette e portato agli ordini di Maggiora nella squadra Giovanissimi. Era poco di più di un bimbo, fragile nel corpo e naturalmente nello spirito. Fu una stagione in cui non convinse troppo i tecnici bianconeri e il suo ritorno a casa fu una conseguenza quasi inevitabile. Ma dentro al ragazzino che stava crescendo, stava lievitando piano piano, il giocatore di calcio. In tre stagioni al Cuneo, Fantini ha fatto progressi da gigante in ogni senso. Intanto il piccolo ragazzino che sgambettava nei Giovanissimi è diventato un giovanotto che denuncia oggi un’altezza di 184 centimetri intorno alla quale ha costruito un vero fisico da Marine. Non solo. Con il suo gioco di attaccante di razza, la sua mobilità di punta irrefrenabile, ha sviluppato doti tali da rendersi appetibile a diverse società. Quando era in “zona parcheggio” a Cuneo, gli si era fatto sotto anche il Milan che a lungo aveva insistito per portarlo a Milanello. Ma sulle piste del bomber era già tornata anche la Juventus con l’allora Direttore Sportivo delle giovanili Roncarolo. Toccò però a Furino l’opera di convincimento conclusiva. Un incontro a casa Fantini, presenti i genitori Pietro e Maddalena e il ritorno al Combi era cosa fatta. Con una clausola ben precisa: il ragazzo avrebbe fatto il pendolare, niente pensione con il resto dei giovanotti della Primavera e della Berretti. Più importante era la garanzia del focolare domestico, anche a discapito di grandi sacrifici e di ore a tremolare sul treno. Una scelta di principio non completamente condivisa dalla società che lo avrebbe voluto costantemente nel gruppo, ma che finora ha dato riscontri positivi. Basta guardarlo negli occhi. Fantini è l’immagine della serenità giovanile, di colui che guarda avanti con fiducia senza mai cercare l’illusione-rifugio nel gioco-lavoro che in questo momento sta svolgendo (con grande profitto e serietà). Intanto si è messo le spalle al sicuro arrivando a conseguire il diploma di perito elettronico perché «se non va bene con il calcio, almeno ho un pezzo di carta su cui puntare». Parole sagge, di un ragazzo maturo dal sorriso quasi automatico, disarmante. La vita gli ha insegnato a difendersi anche dalle critiche e a proteggere il proprio operato con legittima fermezza. Dai periodi non troppo brillanti ne è sempre uscito bene e alla fine ha sempre avuto ragione lui. La recente conquista della storica Coppa Italia porta a caratteri d’oro la sua firma. Nella doppia finale con il Bari è stato implacabile prima dal dischetto, nel match di andata al Combi, e poi in contropiede nello stadio mondiale di Bari. Due goal che, da soli, valgono una stagione tra l’altro già carica di soddisfazioni. L’anno scorso tra Berretti e Primavera raccolse un bottino di quindici reti; quest’anno, a tempo pieno con Cuccureddu, è già arrivato a dodici (compreso un goal all’Indonesia dal valore solamente statistico) e ci sono ancora da affrontare le fasi finali dei play-off. In Fantini credono in molti, anche Lippi che lo ha più volte convocato in prima squadra e gli ha regalato uno spezzone di partita contro la Roma all’Olimpico. Un esordio in Serie A di venti minuti che ha dato modo di constatare di che pasta dura è fatto il ragazzo. Nel frattempo ha pure giocato nella Nazionale Under 19 di Giannini mettendo a segno un goal contro la Grecia. La sua vita da pendolare proseguirà anche nella prossima stagione con il servizio militare (partenza a giugno destinazione Avellino). Nei suoi sogni c’è il Mondiale Militare che si svolgerà a Roma in settembre. Per ora non è tra i convocati ma è tra quelli in preallarme. La maglia azzurra con le stellette, magari in coppia con Del Piero sarebbe il massimo. Per il Settore Giovanile un motivo di orgoglio in più, per Fantini da Beinette una bella storia da raccontare in famiglia. Per ora l’elettronica può attendere. La storia bianconera di Fantini sarà molto breve: lo spezzone di partita contro la Roma resterà l’unica presenza di Enrico nella Juventus. Nella stessa estate del 1995, infatti, sarà ceduto alla Cremonese. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/11/enrico-fantini.html
  21. ENRICO FANTINI https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Fantini Nazione: Italia Luogo di nascita: Cuneo Data di nascita: 27.02.1976 Ruolo: Attaccante Altezza: 180 cm Peso: 69 kg Nazionale Italiano Under-20 Soprannome: - Alla Juventus dal 1994 al 1995 Esordio: 28.05.1995 - Serie A - Roma-Juventus 3-0 1 presenza - 0 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Enrico Fantini (Cuneo, 27 febbraio 1976) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Campione d'Italia in giovane età con la Juventus (1994-1995), nella sua carriera ha poi ottenuto otto promozioni con sette diverse squadre: Chievo (2000-2001), Modena (2001-2002), Fiorentina (2003-2004), Torino (2005-2006), Cuneo (2010-2011 e 2011-2012), Savona (2012-2013) e Virtus Mondovì (2013-2014). Enrico Fantini Fantini nel 2005 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 69 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 10 dicembre 2015 - giocatore Carriera Giovanili 1987-1988 Cuneo 1989-1995 Juventus Squadre di club 1994-1995 Juventus 1 (0) 1995-1996 → Cremonese 20 (1) 1996-1997 Venezia 17 (1) 1997-1998 → Alessandria 33 (10) 1998-1999 → Livorno 31 (7) 1999-2000 → Cittadella 20 (5) 2000-2001 → Chievo 40 (3) 2001-2002 → Modena 18 (2) 2002-2004 Venezia 53 (11) 2004-2005 Fiorentina 48 (2) 2005-2006 → Torino 38 (9) 2006-2007 Bologna 19 (2) 2007-2009 Modena 41 (3) 2009-2010 Alessandria 32 (3) 2010-2013 Cuneo 79 (45) 2013 Savona 11 (0) 2013-2014 Virtus Mondovì 24 (16) 2014 Corneliano Roero 2 (1) 2015 Ama Brenta Ceva 11 (9) Nazionale 1992-1994 Italia U-18 11 (4) 1993-1995 Italia U-19 9 (3) 1995-1996 Italia U-20 13 (5) Carriera da allenatore 2015-2016 Virtus Mondovì 2016-2017 Albese Carriera Giocatore Fantini in azione alla Juventus nel 1995 Cresciuto nel Beinette, formazione del suo paese d'origine, viene ceduto al Cuneo nelle cui file è presto notato dalla Juventus, che lo acquista facendolo maturare nel settore giovanile. Dopo alcune presenze nelle varie rappresentative giovanili azzurre, nel 1995 grazie al tecnico Marcello Lippi debutta diciannovenne in Serie A con la maglia bianconera e, pur riportando una sola presenza, può comunque fregiarsi da comprimario del titolo di campione d'Italia. La stagione seguente è ancora in massima categoria con la divisa grigiorossa della Cremonese di Gigi Simoni, con cui segna una rete in 19 gare. Nella stessa stagione un grave incidente automobilistico gli impedisce di esordire nella Nazionale Under-21. Nel 1996 il Venezia, in Serie B, lo acquista in comproprietà dalla Juventus. Successivamente, con la modalità del prestito, milita in varie squadre di Serie C1 quali Alessandria, Livorno e Cittadella. Nel gennaio 2000 ritorna nella serie cadetta indossando la maglia del Chievo. Nel 2001 passa al Modena e, nonostante un grave infortunio, contribuisce comunque al ritorno nella massima serie dei canarini. Nell'anno seguente ritorna al Venezia, che nel frattempo acquista il suo intero cartellino, dove risulterà decisivo per la salvezza dei lagunari. Nelle stagioni successive indossa le maglie di Fiorentina, dove ritrova la Serie A grazie anche alle sue due reti nello spareggio interdivisionale contro il Perugia, Torino, dove entra nella storia granata per il primo gol della rinascita post-fallimento, e Bologna dove però, a causa di un brutto infortunio, non riesce a dare pienamente il suo contributo. Fantini in azione al Cittadella nel 1999 Il 6 agosto 2007 ritorna al Modena firmando un contratto triennale. Il 7 agosto 2009, dopo aver rescisso il contratto con la squadra emiliana, scende di categoria e approda all'Alessandria, in Lega Pro Prima Divisione; per lui si tratta di un ritorno avendo già indossato la casacca grigia nel 1997. Dopo una breve preparazione con i disoccupati dell'Equipe Romagna, nel settembre 2010 firma un contratto con il Cuneo, in Serie D, squadra con la quale aveva iniziato in giovane età a giocare al pallone. Riporta i biancorossi in Lega Pro Seconda Divisione segnando 31 gol, vincendo a fine stagione anche lo scudetto di categoria. Si ripete l'anno dopo segnando 12 gol e portando i cuneesi alla storica promozione in Prima Divisione tramite i play-off. Nel gennaio 2013, dopo aver rescisso il contratto con la squadra biancorossa, passa al Savona, in Seconda Divisione, squadra con la quale ottiene il salto in Prima Divisione, settima promozione in carriera. A luglio dello stesso anno approda alla Virtus Mondovì, nel campionato di Promozione, contribuendo con 16 reti alla promozione dei griogiorossi in Eccellenza. A fine agosto 2014 passa alla neofondata Corneliano Roero, con la quale partecipa al campionato piemontese di Eccellenza; l'esperienza si interrompe a dicembre dello stesso anno. Nell'agosto 2015 comincia ad allenarsi con l'Ama Brenta Ceva, formazione cuneese di Seconda Categoria, con cui esordisce ufficialmente il 13 settembre a Chiusa Pesio mettendo a referto due assist e un gol su rigore. Il 10 dicembre dello stesso anno si ritira dall'attività agonistica. Allenatore Dopo aver iniziato a occuparsi già durante gli ultimi anni dell'attività agonistica della scuola calcio della Virtus Mondovì, nel 2015 intraprende con lo stesso club la carriera di allenatore. Nel novembre 2016 subentra come tecnico all'Albese, squadra militante in Eccellenza. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1993-1994 Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1994 Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 1994-1995 Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1994-1995 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Scudetto Serie D: 1 - Cuneo: 2010-2011 Competizioni regionali Campionato di Promozione: 1 - Virtus Mondovì: 2013-2014 (girone D)
  22. SIMONE TOGNON Nazione: Italia Luogo di nascita: Padova Data di nascita: 25.06.1975 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1994 al 1995 Esordio: 04.06.1995 - Serie A - Juventus-Cagliari 3-1 1 presenza - 0 reti 1 scudetto
  23. ALESSIO TACCHINARDI Un’idea dell’ex juventino Cesare Prandelli – scrive Salvatore Lo Presti, su “Hurrà Juventus” del settembre 1994 – lo trasformò pochi anni addietro da anonimo cursore di fascia in promettentissimo play-maker (un ruolo in via di estinzione malgrado ce ne sia un’impellente richiesta). Un litigio fra gli attuali dirigenti dell’Atalanta e il nuovo corso juventino (erano già d’accordo per lasciarlo un’altra stagione a Bergamo a maturare con Mondonico, quando le richieste esorbitanti per definire le posizioni di Morfeo e Locatelli interruppero bruscamente il dialogo e incrinarono i rapporti fra i due club, tradizionalmente amici) dirottò Alessio Tacchinardi a Torino con un anno di anticipo rispetto ai tempi previsti. Per una curiosa coincidenza, a Torino Tacchinardi ritrova Marcello Lippi, l’uomo che per primo, dopo Prandelli, ne aveva intravisto le grandi possibilità e che lo aveva fatto esordire in Serie A, poco più che diciassettenne, contro il Cesena. Nel cuore, però, Alessio ha sempre avuto la Juve e i suoi idoli. Nato a Crema il 23 luglio 1975, ha fatto rapidamente le sue scelte: la Juve e Platini. D’altra parte in quei tempi (fine anni Settanta, primi Ottanta) la scelta era obbligata: c’era una squadra che vinceva e dettava legge e c’era un campione che parlava con la «r» moscia, dava spettacolo e incantava, oltre a risultare spietatamente decisivo. «Quando avevo dodici o tredici anni» ricorda Alessio, «mio padre mi portò a Torino per vedere per la prima volta dal vivo la mia squadra preferita. Era una Juve-Samp, ricordo ancora l’emozione per la cornice di folla del "Comunale” e per il fatto di poter vedere giocare dal vivo i miei idoli. Fu una bellissima partita, decisa da uno straordinario gol di Platini. Cosa potevo pretendere di più?». La carriera di Alessio Tacchinardi prese la via di Bergamo, dopo che suo fratello Massimiliano, difensore di ruolo di qualche anno più grande di lui, aveva trovato fiducia nelle giovanili dell’Inter. Impostato fin da giovanissimo come centrocampista, Alessio Tacchinardi negli Allievi dell’Atalanta era stato utilizzato stabilmente come tornante. Vista la sua personalità, il senso della posizione, l’autorità e la perentorietà del lancio, Prandelli decise di proporlo come regista. L’esperimento riuscì perfettamente e il giovanissimo Alessio fu protagonista assoluto dell’irripetibile stagione che portò la squadra nerazzurra a dominare la scena giovanile vincendo il Torneo di Viareggio e il campionato nazionale «Primavera». Un’esplosione talmente prepotente, quella di Tacchinardi (insieme con l’altro promettentissimo gioiello Morfeo), da meritare le attenzioni di Marcello Lippi, allenatore della prima squadra, e quelle della Juventus. Lippi ne fu talmente convinto da farlo esordire in prima squadra, contro il Cesena. La Juve anticipò tutti e se lo assicuro definitivamente pur lasciandolo maturare a Bergamo. «Non sono certo io che devo scoprire Tacchinardi» ha detto ripetutamente Lippi in questo scorcio di stagione, «visto che due anni addietro l’ho lanciato in Serie A. Qui a Torino, quest’anno l’ho trovato maturato, fisicamente e psicologicamente. Certo, deve ancora crescere. Ma il senso della posizione e la capacità di orchestrare il gioco e orientare la manovra le possiede già». Alla Juve, Tacchinardi ha trovato davanti a sé due centrocampisti di consolidata fama internazionale come Paulo Sousa e Deschamps. Ma è il portoghese, indubbiamente, l’uomo cui somiglia di più. «Avere davanti a me Paulo Sousa è molto importante» ci diceva Tacchinardi durante il ritiro di Buochs, «perché gioca come piace a me. Da lui potrò imparare molto e crescere ulteriormente». Il portoghese, che non è certo un vecchio, è stato anch’egli molto accattivante nei suoi giudizi. «Tacchinardi» ha detto Paulo Sousa «ha già grandi qualità: il suo senso della posizione e la rapidità nell’impostare sono già buone. A mio avviso dovrebbe rischiare un tantino di più il lancio lungo: piedi e intelligenza non gli fanno certo difetto». «Ha già una notevole maturità» ha fatto eco Didier Deschamps dopo le prime partitelle, «deve solo migliorare nel recupero della palla: una qualità che cresce insieme con la maturazione fisica». Oggi Alessio Tacchinardi, che ha già alle spalle una consistente esperienza come «vice-Sauzée» nella sfortunata stagione scorsa dell’Atalanta, si propone già come una valida alternativa a Paulo Sousa, anche se Lippi qualche volta lo ha provato pure al fianco del portoghese. Lui si dice pronto a qualsiasi esperienza e si gode questa sua prima stagione di grande calcio: «La mia più grande emozione è stata quando ho festeggiato il diciannovesimo compleanno a Buochs, da giocatore della Juventus. Il fatto di essere insieme con tutti quei grandi campioni, mi ha fatto accapponare la pelle». Tacchinardi ha un sogno. Abbastanza ambizioso ma suffragato da circostanze accattivanti, per gli amanti della cabala. «Tre anni fa ho vinto lo scudetto Allievi e ho giocato col triangolino sulla maglia nella stagione successiva. Due anni fa ho vinto quello Primavera, e nella scorsa stagione con l’Atalanta baby ce l’avevo ancora sulla maglia. Nella scorsa stagione l’hanno vinto Del Piero e compagni e quest’anno, quando giocherò in "Primavera", lo avrò ancora addosso, lo scudetto. Ecco, vorrei che l’anno prossimo la tradizione non si interrompesse. E siccome non dovrei più giocare con la Primavera, fra un anno...». 〰.〰.〰 La Juventus gioca a zona e Lippi decide di schierarlo nel ruolo di difensore centrale: una soluzione azzeccata, poiché gli permette di compiere grandi passi. La convocazione nell’Under 18 gli spalanca cieli azzurri. Sergio Vatta, il tecnico che lo ha lanciato in Nazionale, dice: «Alessio è fra i migliori giocatori che ho avuto. Possiede una straordinaria visione di gioco e sa intuire con molto anticipo come si muoveranno i compagni». Poi lo scudetto, la Coppa Italia e la Nazionale. Gioca la prima gara in azzurro come difensore, accanto a Ferrara e Costacurta, il 6 settembre ‘95 a Udine contro la Slovenia. «Ricordo fortemente l’esordio con la maglia azzurra a 21 anni e la settimana in cui mi sono preparato a vestirla, per un calciatore la nazionale è probabilmente il traguardo più emozionante. Quando però sei nel vortice non riesci a fermarti e a gustare queste emozioni, adesso quando ci ripenso è straordinario rivivere quei momenti». CAMILLO FORTE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1995 «E chi l’avrebbe mai detto che un giorno avrei indossato la maglia juventina? Una sensazione strana che ancora oggi mi porto dietro. Al mattino mi sveglio e dico: ma è proprio tutto vero?». – Giochi nel ruolo che fu di Scirea, mica uno scherzo… «State a sentire. Per strada i tifosi mi fermano e dopo avermi fatto i complimenti mi dicono: “Alessio, continua così. Diventerai come Gaetano”. Miglior augurio non mi potevano fare. Li ringrazio e spero di non deluderli perché Scirea è stato uno dei difensori più forti del mondo. Io, invece, ho vent’anni e mille cose da imparare». – Rapida, bruciante, inarrestabile la tua scalata. «Ti riferisce alla convocazione azzurra? La dedico alla soprattutto a mio padre che stato vicino nei momenti difficili. Quali? L’anno scorso, per esempio, quando mi sono infortunato al ginocchio». – Come hai fatto a diventare libero... di sognare? «Pensare che all’inizio ero un po’ scettico. Lippi decise di provarmi nel ruolo per una situazione d’emergenza, alla fine della scorsa stagione; quest’anno siamo partiti dall’inizio con questa strategia e adesso eccomi qui». – Non ci sono alterazioni emotive nello sguardo e nella tua voce. «Perché sono un entusiasta: l’entusiasmo è la migliore delle medicine, produce effetti eccezionali sul tessuto muscolare e sulla psiche». – Tu e Del Piero, il futuro della Juventus. «Speriamo, per ora spero di essere il presente assieme a tutti gli altri miei compagni. La stagione è lunga, gli obiettivi tanti». – Iniziamo dallo scudetto che avete vinto da poco. «Una sensazione che non dimenticherò mai. Ricordo tutto di quei momenti. L’inizio, lo scetticismo dell’opinione pubblica. Poi, strada facendo, ci siamo accorti che non eravamo tanto male, anzi. Milan, Parma e via di seguito: le abbiamo battute tutte». – Quando hai capito che potevate conquistare il tricolore? «L’otto gennaio dello scorso anno. AI Tardini, 3-1 per noi». – Spendi due parole per Marcello Lippi. «Sarebbe troppo facile parlare di lui, ma se siamo cresciuti così tanto il merito è soprattutto suo. Poi, naturalmente, lo staff tecnico che ha portato ii nostro allenatore. Gente preparata che non lascia niente di intentato e studia tutto anche nei più piccoli particolari». – I tuoi compagni, racconta. Vialli è il leader. E perché? «State a sentire. Ero da poco alla Juve e, in una partita, ho visto Luca inseguire un avversario qualsiasi per più di trenta metri. Al termine dell’azione mi sono detto: Vialli è proprio un grande. Da quel giorno ho capito che per diventare bravi non bisogna avere paura della fatica». – Non solo Vialli, però. «Sì, perché per vincere bisogna avere i campioni come lui e Ravanelli ma anche un gruppo di cui, con orgoglio, faccio parte». – Quest’anno, alla luce dei primi risultati, sembra di nuovo una lotta tra voi e il Milan. «Non dimentichiamo le altre, il Parma e le due romane. C’è ancora tempo per recuperare. La stagione è lunga». – A 19 anni conquisti la Juve, a 20 la Nazionale. Nel frattempo hai vinto scudetto, Coppa Italia e partecipato a una finale Uefa. Non solo: da riserva sei diventato titolare e da centrocampista ti sei trasformato in libero. Quante cose in soli dodici mesi, tutte belle e avvincenti! «Proprio così. Ma il difficile arriva adesso, devo cercare di migliorarmi». – La svolta: di chi il merito? »Scusate l’insistenza, ma la domanda ha una risposta scontata: Marcello Lippi. Se non fosse stato lui a indicarmi la svolta, a quest’ora sarei ancora alla ricerca di un qualcosa di concreto. Lui, infatti, mi ha lanciato in serie A. Lui, prima di tutti, ha capito che potevo giocare da libero». – Giusto, e poi? «I miei compagni, soprattutto quelli che vanno in panchina o addirittura in tribuna. I loro consigli sono stati fondamentali quelli di Fusi e Carrera, quelli di tanti altri». – Siamo pignoli e, soprattutto, convinti che ti manca una cosa. Con il tiro che ti ritrovi segni poco. Perché? «Cercherò di rimediare. Quando mi trovo in zona gol, o meglio in zona tiro, proverò a tirare. In passato qualche rete sono riuscito a farla». – La Champions League, adesso. «Bella, avvincente, unica. Possiamo vincerla, ci proveremo. I nostri tifosi vogliono il trofeo più ambito da festeggiare e noi faremo il possibile per regalarglielo. Regalarcelo. Sino a oggi sono riuscito a trasformare in realtà tutti i sogni, la Coppa dei Campioni è uno di questi. Chissà». – Per concludere? «Non mi sembra vero, essere qui alla Juventus con lo scudetto cucito dalla parte del cuore. Ovviamente bianconero...». Dopo l’exploit, soffre una crisi di identità di ruolo: libero o centrocampista? Il dubbio viene sciolto dal campo nel 1997: da quel momento in poi, in Italia e in Europa, applaudiranno un grande centrocampista dotato anche di una gran fucilata da fuori area. Carletto Ancelotti ne fa uno dei protagonisti dei suoi quasi due scudetti. Quando Umberto Agnelli scarica il tecnico emiliano per restituire la panchina a Lippi, Tacchinardi regala a Carletto un gol di rara bellezza contro l’Atalanta, ultima gara di un campionato sfortunato, il 2000-01. Con tecnico viareggino sono altri anni di grandi trionfi: due scudetti, due Supercoppe Italiane e una finale di Coppa Campioni persa contro il Milan. È il turno di Capello: con Don Fabio, Tacchinardi conosce più la panchina che il campo, ma riesce a conquistare un nuovo tricolore, il sesto della sua eccezionale carriera. Nell’estate del 2005, Alessio abbandona la Juventus e si accasa in Spagna, nel Villareal; nonostante non sia una squadra formata da grandi campioni, Tacchinardi riesce a trasferirne tutta la sua esperienza fino a portarla alla semifinale di Coppa dei Campioni, eliminati dall’Arsenal, con grande rimpianto per un calcio di rigore fallito, nel finale della partita di ritorno, dall’argentino Riquelme. «Dopo l’arrivo di Capello mi sono sentito ai margini della squadra. Così, quando è arrivata la proposta del Villareal, l’ho accettata. In Spagna ci sono meno tensioni e pressioni. Lì se provi la giocata e non ti riesce, non ti fischiano. Diciamo che in Spagna, come in altri paesi, c’è più cultura sportiva. Quando abbiamo eliminato l’Inter dalla Champions, ho provato una grandissima gioia!». MAURIZIO SARRICA, DA “CALCIO GP” DEL MARZO 2011 È sempre stato juventino dentro, Alessio Tacchinardi, fin dalla nascita. Colori che scorrono più forti che mai, continuamente, nelle sue vene perché: «Mi sono sentito sempre uno della curva, ho gioito, sofferto e lo faccio ancora con loro, i miei tifosi». Giocava accanto a gente del calibro di Zidane, Davids, Deschamps, ma non si faceva mai intimorire dal blasone altrui anzi era il primo a lottare, la sua grinta non aveva eguali, rubava palloni e subito impostava, da vero e proprio leader. Ha passato lunga vita alla corte della sua dama, donandole tutti gli ornamenti più belli, tutto quello che c’era da conquistare. L’unico suo rimpianto è stato quello: «Di non aver chiuso la carriera nella mia squadra del cuore, ci tenevo tanto, ma se poi mi dicono che dovevo fare la riserva a Tiago e Almirón...». Parole di amore, di rabbia, tristezza. Frasi da juventino vero. Concetti e pensieri che emergono ancora oggi, tanto che Alessio parla di disastro, confusione ed errori imperdonabili per spiegare quello che sta succedendo alla Vecchia Signora e invita a trovare la possibile soluzione alla crisi coniando il seguente motto: «Dare la Juventus agli juventini, dal settore giovanile alla prima squadra». – Non ti prendevi quasi mai le luci della ribalta, eppure sei sempre stato uno dei primi a essere acclamato dai tifosi. Perché? «Avevo un grandissimo attaccamento alla maglia. Finita la partita, sia dopo una vittoria che una sconfitta, andavo sempre sotto la curva, a ringraziare la mia gente. Loro ti sostengono sempre se dai l’anima in campo, sanno che ci sta se qualche volta non vinci, ma devi sputare sangue per questi colori, la maglia bianconera pesa tantissimo, non tutti lo sanno». – Ricordi una vittoria particolare, una di quelle capaci di lasciare il segno, fondamentali per dare il via al vostro ciclo vincente? «Mi viene subito in mente la vittoria in rimonta, dallo 0-2 al 3-2, contro la Fiorentina. Quello è stato uno spartiacque importante per il nostro futuro vincente. Dieci giorni fa, poi, ho visto anche un’altra partita che ha fatto la storia, Milan-Juventus 1-6. Che nostalgia ragazzi, che squadra». – Che nostalgia canaglia di Luciano Moggi si direbbe in questi casi. «Beh, che dire. Stiamo parlando del migliore direttore sportivo di tutti i tempi. Normale che tutti lo rimpiangano. Ma non solo lui, anche uno come Giraudo manca a questa società. Il Direttore sapeva mantenere tutti sulla stessa lunghezza d’onda, andava d’accordo con tutti, Birindelli, Pessotto, Davids. Riusciva a comprendere e a capire i caratteri di tutti. Ricordo, ad esempio, che, quando all’età di 24-26 anni non trovavo molto spazio tra i titolari e manifestavo la voglia di andarmene, la sera mi portava a cena e riusciva sempre a calmarmi, da grande psicologo. Perché lui era anche quello, insomma un punto di riferimento. Non aveva soldi per fare il mercato, ma lo sapeva fare. Noi avevamo in panchina un certo Michele Padovano che quando entrava spaccava le partite, Birindelli, Pessotto, Zalayeta. Con questi giocatori abbiamo sbancato il Camp Nou». – E poi dicono che ai tempi della Triade si vinceva perché si era aiutati dagli arbitri. «Non scherziamo. Possono dire quello che vogliono, la Juve è sempre stata la più forte. Quando l’Inter veniva a Torino giocava da provinciale, pensava solo a difendersi. L’ho battuta anche quando ero al Villareal e da favorita si comportava sempre allo stesso modo. Voglio lanciare una provocazione. Se i dirigenti della Juve nel 2006 avessero detto che la squadra sarebbe ripartita dall’Interregionale, volevo vedere se poi non ci facevano rimanere in A con una penalizzazione ma con gli scudetti al suo posto. Lo sbaglio è stato fatto all’inizio, la rinuncia a ricorrere al TAR. È stato come ammettere le proprie colpe». – Il tuo nome fa parte delle 50 stelle del firmamento, dei giocatori che hanno fatto la storia di questa gloriosa società, che dalla prossima stagione rimarranno scolpite per sempre nella nuova casa bianconera. «Prima di tutto voglio ringraziare di cuore tutti i tifosi juventini per questo riconoscimento. Non vedo l’ora di riabbracciarli, sono unici. È il coronamento di tanti anni spesi dando tutto, anima e cuore per questa società. Il mio desiderio è quello di vedere ancora oggi tanti miei ex compagni al servizio della Juventus, a partire già dalle giovanili. Sarebbe il giusto riconoscimento per quello che abbiamo fatto». ALESSANDRO BARETTI, DA TUTTOSPORT.COM DEL 12 APRILE 2014 Davanti ha solo Alessandro Del Piero. Alessio Tacchinardi è il secondo calciatore nella storia bianconera per presenza nelle competizioni internazionali (93 per il mediano, 130 per l’attaccante). Da sempre tifoso della squadra con cui ha giocato dal 1994 al 2005, il centrocampista con la Juve ha vinto anche la Champions League, nel 1995-96. – Tacchinardi, definisca lo juventinismo? «Una cosa che prende i tifosi, la squadra e la società e li rende un blocco unito contro tutto e tutti. E che si esprime nella voglia di vincere sempre, di essere i più forti sapendo di ricevere in cambio odio da ogni altro elemento esterno al mondo Juve. Un odio che nutre la fame di vittorie, e che rende i nostri successi ancora più belli. Conte ha perfettamente ragione: da una parte ci sono gli juventini, dall’altra tutto il resto. Prima di diventare un calciatore bianconero ero un semplice tifoso, all’interno dello spogliatoio ho capito meglio il senso della Juve. All’inizio non capivo le facce dei compagni quando si pareggiava, mi dicevo che in fondo avevamo fatto un punto. Poi ho capito che se giochi nella Juve, il pareggio equivale a una sconfitta. Conta unicamente il successo, esattamente come dice Boniperti». – E l’anti-juventinismo cos’è? «La critica costante. L’invidia verso il più forte. Quando le altre squadre cambieranno mentalità, potranno risolvere il senso di inferiorità rispetto alla Juventus. Smettendo di pensare che vinciamo grazie a presunti aiuti. Semmai i trionfi arrivano perché ogni componente è perfetta. Città compresa. A Torino, quando esci e vai al ristorante, la gente non viene a salutarti, ti lascia vivere. Questo, per un professionista, è molto importante. Decisivo, poi, è il fatto che la società sia tornata in mano a un Agnelli. Con la gestione Cobolli Gigli-Blanc l’identità bianconera si stava perdendo». – Amato dal popolo bianconero, inviso agli altri: quale sentimento è prevalso? «Il secondo. Anche perché giocavo in una Juve di calciatori che in campo non guardavano in faccia nessuno: Conte, il sottoscritto, Davids e Montero, per dirne alcuni. Tra gli avversari, ci facevamo pochi amici. Ma abbiamo vinto tanto». – Un episodio di chiaro anti-juventinismo? «L’anno scorso sono stato a un passo dall’allenare una squadra giovanile di una società importante. Sono stato bocciato perché bianconero. E ne vado fiero». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/alessio-tacchinardi.html#more
  24. ALESSIO TACCHINARDI https://it.wikipedia.org/wiki/Alessio_Tacchinardi Nazione: Italia Luogo di nascita: Crema (Cremona) Data di nascita: 23.07.1975 Ruolo: Centrocampista Altezza: 187 cm Peso: 80 kg Nazionale Italiano Soprannome: Takky Alla Juventus dal 1994 al 2005 Esordio: 04.09.1994 - Serie A - Brescia-Juventus 1-1 Ultima partita: 24.04.2005 - Serie A - Lazio-Juventus 0-1 404 presenze - 15 reti 7 scudetti 1 coppa Italia 4 supercoppe italiane 1 champions league 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale 1 trofeo intertoto Alessio Tacchinardi (Crema, 23 luglio 1975) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Alessio Tacchinardi Tacchinardi alla Juventus nel 2003, in conferenza stampa prima di una sfida di Champions League. Nazionalità Italia Altezza 187 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1º luglio 2008 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Pier Giorgio Frassati 19??-19?? Pergocrema 19??-19?? Atalanta Squadre di club 1992-1994 Atalanta 9 (0) 1994-2005 Juventus 404 (15) 2005-2007 → Villarreal 45 (3) 2007-2008 Brescia 34 (9) Nazionale 1992-1993 Italia U-18 9 (1) 1994-1997 Italia U-21 12 (1) 1995-2003 Italia 13 (0) Carriera da allenatore 2009-2010 Pergocrema Allievi 2012 Pergocrema Allievi. Naz. 2012-2013 Brescia Allievi. Naz. 2013 Pergolettese 2015-2016 Pergolettese 2018 Lecco 2019 Crema 2021 Fano 2022 Lecco Palmarès Europei di calcio Under-21 Oro Spagna 1996 Biografia È fratello minore di Massimiliano, anche lui calciatore, quest'ultimo con una carriera prettamente nelle serie minori italiane. Caratteristiche tecniche Giocatore Dopo gli inizi da tornante nel settore giovanile dell'Atalanta, Cesare Prandelli, suo tecnico nella squadra Primavera dei bergamaschi, lo sposta a regista di centrocampo per meglio sfruttarne personalità, senso della posizione e lancio in avanti; ciò anche per via della buona tecnica di base nonché visione di gioco, tutte qualità che gli permettono inoltre di impostare velocemente l'azione. Con l'approdo alla Juventus, nel primo biennio a Torino Marcello Lippi lo arretra inizialmente con successo a difensore centrale, in uno schieramento a zona. Dopo la positiva stagione 1994-1995 in questo ruolo, tuttavia, una successiva crisi tecnica lo porta ad abbandonare il reparto arretrato per ritornare stabilmente, dal 1997, a centrocampo, posizione in cui sporadicamente trova anche la rete grazie a potenti conclusioni dalla distanza. Carriera Giocatore Club Atalanta Un giovane Tacchinardi agli esordi con l'Atalanta nel 1993 Inizia a dare i primi calci nella natìa Crema, nella Pier Giorgio Frassati, squadra dell'oratorio del quartiere San Bernardino. Prosegue quindi nel settore giovanile della principale società cittadina, il Pergocrema, prima di entrare ancora bambino nel vivaio dell'Atalanta. Con gli orobici compie tutta la trafila delle squadre giovanili, cresciuto da tecnici quali Eugenio Perico, Fermo Favini e soprattutto Cesare Prandelli – «l'allenatore che mi ha cambiato la vita» –; a Bergamo diviene presto capitano e leader di un gruppo che annovera altri promettenti elementi quali Domenico Morfeo, Tomas Locatelli, Paolo Foglio e Gianluca Savoldi, vincendo nei primi anni 90 prima il Campionato Allievi Nazionali e poi il Campionato Primavera. In quest'ultima stagione, 1992-1993, comincia inoltre ad allenarsi stabilmente con la prima squadra atalantina, fino ad esordire da professionista il 24 gennaio 1993, diciassettenne, mandato in campo dall'allenatore Marcello Lippi durante la vittoria interna 2-1 sull'Ancona. Juventus Nell'estate 1994 si trasferisce alla Juventus per 4 miliardi di lire. Inizialmente acquistato come elemento di prospettiva da mandare nell'immediato a svezzare altrove – «i dirigenti mi dicono che andrò solo in ritiro con loro per poi essere prestato alla Sampdoria» –, nel corso del precampionato riesce a far cambiare i piani venendo così inserito in pianta stabile nella rosa bianconera. A Torino ritrova Lippi il quale, nonostante l'ancora giovane età di Tacchinardi, nella stagione d'esordio gli concede 24 presenze in campionato, facendo sì che contribuisca attivamente alla conquista del ventitreesimo scudetto della storia juventina; nella stessa annata solleva anche la Coppa Italia. L'anno successivo la squadra piemontese vince la Champions League, anche se il centrocampista non scende in campo nella finale di Roma contro gli olandesi dell'Ajax. Tacchinardi (in piedi, secondo da sinistra) nella Juventus della stagione 1998-1999 Con la Juventus vince negli anni successivi altri quattro campionati, due dei quali, 2001-2002 e 2002-2003, lo vedono protagonista della mediana torinese in coppia con Edgar Davids. Grazie alle sue prestazioni e al suo attaccamento alla maglia, nel 2011 è stato omaggiato dai tifosi bianconeri di una stella celebrativa nella walk of fame dello Juventus Stadium. Villarreal e Brescia Nell'estate 2005 viene ceduto in prestito biennale agli spagnoli del Villarreal, con cui raggiunge la semifinale della Champions League 2005-2006. Terminata l'esperienza in Spagna, il 20 luglio 2007 rescinde il contratto, dopo tredici stagioni, con la società bianconera, accasandosi in Serie B al Brescia di Serse Cosmi. Con le rondinelle disputa una buona stagione soprattutto sul versante realizzativo, con 9 reti in 36 presenze che contribuiscono al raggiungimento della semifinale play-off; tuttavia nel corso dell'annata «comincio a sentire dolori al ginocchio, la cartilagine è lesionata, faccio fatica ad allenarmi bene», sicché il 5 luglio 2008 rescinde consensualmente il contratto con i lombardi. Nella prima parte della stagione 2008-2009 si allena con la squadra Amatori della polisportiva di Capergnanica, nel campionato CSI, ma alla fine prende la decisione di ritirarsi dal calcio professionistico per mancanza di ulteriori stimoli. Nazionale Tacchinardi (in piedi, secondo da sinistra) all'esordio in nazionale maggiore, il 6 settembre 1995. Durante gli anni all'Atalanta colleziona 9 presenze e un gol nell'Italia under 18. Il passaggio alla Juventus, nel 1994, coincide con l'esordio in Under-21. Titolare stabile della formazione guidata da Cesare Maldini, partecipa con gli azzurrini alle qualificazioni per il campionato europeo di categoria del 1996, e fa parte della rosa che successivamente vince la competizione. Il 6 settembre 1995 esordisce nel frattempo con la nazionale maggiore, convocato da Arrigo Sacchi, nella partita valevole per le qualificazioni al campionato europeo di calcio 1996 e vinta 1-0 contro la Slovenia; per il successivo lustro, rimane tuttavia questa la sua unica presenza in maglia azzurra. Torna in nazionale nel 2000, richiamato da Dino Zoff. Stavolta ha modo di vestire l'azzurro in maniera più continuativa, e pur senza far parte della rosa fissa degli azzurri né partecipare a fasi finali di Mondiali o Europei, sotto le gestioni tecniche di Zoff e Giovanni Trapattoni scende in campo per altre 12 volte fino al 2003. Allenatore Come per quella di calciatore, anche la carriera di allenatore inizia nella natìa Crema, quando nel 2009 diviene tecnico della formazione Allievi del Pergocrema. Il 29 giugno 2012 assume la guida degli Allievi Nazionali del Brescia. Il 30 maggio 2013 assume l'incarico di allenatore della prima squadra della Pergolettese, nel campionato di Lega Pro Seconda Divisione. Nonostante un filotto di sette risultati utili consecutivi, il 25 settembre si dimette per motivi personali. Il 4 luglio 2015, a distanza di due anni torna sulla panchina dei gialloblù, stavolta in Serie D. A fine campionato lascia nuovamente i cremaschi, dopo averli condotti alla salvezza. Il 28 gennaio 2018 subentra ad Alessio Delpiano sulla panchina del Lecco, in Serie D. Al termine della stagione, chiusa al settimo posto della classifica, lascia la squadra lombarda rifiutando il rinnovo del contratto, adducendo motivi personali. Dopo una stagione d'inattività, il 25 giugno 2019 va a sedersi sulla panchina del Crema, in Serie D; tuttavia anche quest'esperienza ha breve durata, dimettendosi 12 novembre dello stesso anno. Il 22 marzo 2021 viene scelto come nuovo tecnico del Fano, terzultimo in Serie C, in sostituzione del dimissionario Flavio Destro; a fine campionato non riesce a evitare la retrocessione dei marchigiani, dopo avere perso i play-out con l'Imolese. Il 20 giugno 2022 ritorna dopo un quadriennio sulla panchina del Lecco, in Serie C, tuttavia un inizio negativo di campionato gli costa l'esonero dopo quattro giornate. Dopo il ritiro Dalla stagione 2014-2015 è opinionista sportivo per i canali Mediaset. Palmarès Giocatore Peruzzi, Iuliano, Tacchinardi, Zidane, Lombardo, Del Piero, Porrini, Di Livio e Dimas celebrano i trionfi della Juventus nel 1996 in Champions League e Coppa Intercontinentale. Club Competizioni giovanili Campionato Allievi Nazionali: 1 - Atalanta: 1991-1992 Campionato Primavera: 1 - Atalanta: 1992-1993 Torneo di Viareggio: 1 - Atalanta: 1993 Trofeo Dossena: 1 - Atalanta: 1993 Competizioni nazionali Campionato italiano: 7 - Juventus: 1994-1995, 1996-1997, 1997-1998, 2001-2002, 2002-2003, 2004-2005, 2005-2006 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Supercoppa italiana: 4 - Juventus: 1995, 1997, 2002, 2003 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Coppa Intertoto UEFA: 1 - Juventus: 1999 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - Spagna 1996
  25. PAULO SOUSA Il primo vero e importante colpo dell’era-Bettega per la stagione ‘94-95 – si legge su “Hurrà Juventus” del maggio 1994 a firma di Manuel Martin de Sà – è già stato centrata. Il suo nome è Paulo Manuel Carvalho Sousa, proviene dalla Sporting Lisbona ed è stato reclutato per mettere in ordine e sistemare definitivamente il centrocampo juventino. È lui l’uomo della provvidenza, quello che avrà il compito (insieme a Robby Baggio e a tutti gli altri, s’intende, di dare avvio a un riscatto che tarda da ben otto lunghi e frustranti anni. Sul campione portoghese, in chiave calcistica, ormai si è detto quasi tutto: che sa recuperare palloni come nessuno al mondo; che il suo atteggiamento in campo ricorda quello di un altro Paulo, il brasiliano Falcão (un paragone che lui non scarta a priori); che con i suoi fendenti diagonali semina il panico e lo scompiglio nelle retrovie avversarie; che vede, valuta e risolve in un attimo le situazioni più intricate; che ha carattere, tempra, personalità, stile; che ha uno spiccato senso tattico e una notevole carica agonistica; che è superdotato tecnicamente e atleticamente. Insomma, che è un fuoriclasse in tutti i sensi, per di più arricchito da un encomiabile spirito altruista. Tutte cose indovinate, veritiere, giuste, seppure qualche volta inframmezzate di altre non tanto esatte, per non dire del tutto fantasiose. Fin qui il calciatore. E il Sousa-uomo qualunque, com’è in realtà? Sotto il profilo strettamente umano, quali sono le sue doti? I suoi pregi e i suoi difetti? Questo è l’altro aspetto sul quale la stampa italiana non si è ancora soffermata (a onor del vero neppure quella portoghese), e che magari è il lato più interessante del nostro eroe. Per conoscerlo, siamo andati a trovare Sousa allo stadio José Alvalade, dopo un logorante allenamento durato due ore (com’è nelle abitudini di Carlos Queiroz), in una brutta giornata di fustigante pioggia e vento freddo, con in mezzo una stancante e non proprio divertente seduta di foto per questo stesso servizio. «Sono nato e cresciuto a Viseu, nel centro del Portogallo, in seno a una famiglia di pochi averi ma in cui, al contrario, non mancavano l’armonia, l’affetto, il senso del dovere e della giustizia. Cioè, un focolare eticamente ineccepibile» esordisce il neoacquisto bianconero. «Mio padre Delfim era ed è meccanico di moto e mia madre, Maria Madalena, sarta. Meno male che adesso, con il mio aiuto, può permettersi di stare a casa. Chi svolge lavoro dipendente, per di più umile non può di certo campare nell’agiatezza, stenta a far quadrare il bilancio domestico. Io sono il primogenito. Poi è arrivato un fratello e le cose, naturalmente, dal punto di vista dei mezzi, non sono migliorate». Nell’infanzia, Sousa fa quello che di solito fanno i ragazzi di origine campagnola: va a scuola e sferra i primi calci nelle strade impolverate del suo paese. L’eccezione è il fratello minore, che dal mondo del football non si è mai lasciato sedurre. Fino ai dodici anni è stato così. Il traguardo da inseguire era quello del profitto scolastico, degli esami che occorreva superare. Ma a quell’età è ancora facile conciliare gli impegni scolareschi con il divertimento. Tant’è vero che, proprio in quel periodo Paulo, trova ancora il tempo e il modo di provare altre attività sportive come il basket e l’at1etica leggera, corse sulla media e lunga distanza. Non voleva smentire una specie di diffusa predestinazione della sua terra, che ha dato i natali a famosi corridori di fondo. L’unico rimpianto è non aver mai provato con la pallavolo, la disciplina sportiva che gradisce di più. Tra i dodici (quando firma il primo cartellino per il Repesenses) e i quindici anni la scuola e il calcio convivono fianco a fianco senza intralci e senza motivi di recriminazione dell’una verso l’altro. Intanto, mentre si mette in evidenza nella formazione degli «iniciados›› che disputa il campionato portoghese della categoria (zona nord), e che trascinata da lui si batte a tu per tu con le rappresentative del Porto del Boavista, Sousa conclude anche il ginnasio (nono anno di scolarità), con un dieci e lode in matematica. Il sogno era diventare insegnante, più precisamente maestro elementare. Ma è stato un sogno mancato, perché il destino ha deciso diversamente. Infatti, uno di quelli osservatori (olheiros, da olh=occhio) che percorrono di continuo il Paese in lungo e in largo, Peres Bandeira, già c.t. delle Nazionali giovanili, lo segnala al Benfica: «Il signor Bandeira si mise in contatto con mio padre e l’accordo venne raggiunto in pochi giorni. Anche se tifavo Sporting e il trasloco mi allontanava dai miei e scombussolava radicalmente i miei progetti, non potevo permettermi il lusso di rifiutare l’occasione di spiccare il primo grande salto della mia vita». Al Benfica furono sette anni di apprendistato, di evoluzione, di maturazione, di affermazione. «Quasi tutto quello che valgo come calciatore lo debbo all’allenatore Tamagnini Nenè (un goleador del Benfica negli anni 60, n.d.r.)». Il corollario logico di questa crescita è l’arrivo stabile prima alla Nazionale juniores (campione mondiale Under 20 nell’89 a Ryad, in Arabia Saudita) e poi a quella principale. «Debbo ringraziare Carlos Queiroz, perché mi ha proiettato a livello internazionale e instillato in me la mentalità vincente, e Sven Göran Eriksson, perché mi ha lanciato in prima squadra quando ero appena un diciannovenne. Due grandi allenatori che hanno segnato in modo tangibile e indelebile la mia carriera». I primi anni a Lisbona li ha vissuti avidamente, cercando di assorbire tutto quello che una grande città può offrire a un giovane come lui, dalle nuove esperienze ed emozioni alle nuove amicizie. «Mi sono adattato abbastanza agevolmente, meglio di quanto immaginavo. Ciò mi fa sperare che anche a Torino non sia difficile. Il segreto forse sarà nella mia capacità di fare amicizie. L’etichetta che mi hanno affibbiato, di essere troppo riservato, non corrisponde per niente alla realtà. Anzi. Il fatto è che non mi fido di nessuno al primo impatto. Ma se l’impressione iniziale è favorevole, allora mi sciolgo. È vera inoltre un’altra cosa, magari sorprendente: riesco più facilmente a trovare amici fuori dall’ambiente del calcio che al suo interno. Secondo me, il mondo del calcio, purtroppo, è molto egoista, molto individualista». La sua parabola (ventiquattro anni il prossimo 30 agosto) non ha ancora raggiunto l’apice. Il margine di miglioramento è tuttora ampio, anche se Paulo era già da ben tre anni un caposaldo del centrocampo del Benfica e adesso, dopo il clamoroso trasferimento della scorsa estate, di quello dello Sporting, che con lui sogna uno scudetto che non vince da dodici anni. Su questo trasferimento, però, e sullo scalpore che ha suscitato, Sousa, prototipo per antonomasia della nuova generazione di calciatori portoghesi, preferisce tacere. E un suo diritto. Il mestiere di calciatore l’ha costretto a girovagare un po’ dappertutto. Logico, quindi, che conosca l’Italia o almeno alcune delle sue città più importanti e che una opinione se la sia fatta. Di Torino, per quanto strano possa sembrare, è entusiasta: «È proprio così. Torino mi piace più di Milano e anche di Roma. Non lo dico per piaggeria verso i torinesi, ma perché è la nuda e cruda verità. La trovo accogliente, calorosa, confortevole, rasserenante, intimista, piena di fascino. Penso si addica al mio carattere. Me l’avevano dipinta fredda, distante, altezzosa, ma secondo me questo cliché non se lo merita. Eppoi, il fatto di essere una metropoli prealpina, di inverni rigorosi, quasi quasi mi rincuora. Sono nato nei dintorni della Serra da Estrela, la più alta montagna del Portogallo, con la vetta a quota duemila metri». La nuova recluta bianconero è un ragazzo «aggiornato», su cui segni dei tempi, com’è normale che sia, hanno lasciato l’impronta. Va matto per la moda italiana, che ritiene la più affascinante del mondo, specie per i colori sgargianti di Versace. Anche le belle automobili non lo trovano insensibile. «Per una questione di comodità, confort, sicurezza» come dice lui. Ma anche per passione. Purtroppo, non gli avanza il tempo per la lettura dei grandi classici della letteratura, fra gli italiani però conosce Moravia e Pasolini. «Nel tempo libero ascolto musica moderna, tutta la musica moderna. I miei cantanti preferiti sono Prince ed Eros Ramazzotti, che so molto legato al mondo del calcio: se non sbaglio, è un grande tifoso juventino. Adesso, però, debbo anche trovare lo spazio per imparare l’italiano. Voglio arrivare a luglio e farmi già intendere». Non è neppure un frequentatore assiduo delle sale cinematografiche. Quando ci va è sempre per vedere un bel film d’avventura, meglio ancora se il protagonista è Bruce Willis. Sul comportamento dell’Italia nel Mondiale USA ‘94, Paulo Sousa non ha dubbi: «Gli azzurri di Sacchi saranno all’altezza del prestigio e del nobile passato. Ne sono sicuro. Qualche scivolone in questa fase di messa a punto, in cui i risultati non contano, è perfettamente comprensibile e giustificabile. Magari è addirittura auspicabile. Nelle amichevoli e negli allenamenti la motivazione è assai meno forte››. Dei campioni del passato, ammira soprattutto Maradona (per l’estro) e Platini (per la tenuta sempre a grande livello), mentre fra quelli del presente il suo idolo è Roberto Baggio al quale non lesina elogi: «È un giocatore fantastico, tra lui e il pallone c’è un rapporto di magia, lo tratta come se forse un prestigiatore. Giocare a suo fianco sarà meraviglioso». A Torino, Sousa non verrà da solo. Assieme a lui ci sarà la fidanzata Cristina, una coetanea che lui definisce così: «È una ragazza stupenda, che mi capisce al volo, mi conforta e mi aiuta a superare i momenti più difficili. È molto forte di spirito, riesce sempre a capovolgere le situazioni più avverse. Sarà perché sono innamorato, ma non le trovo difetti. Ci vogliamo bene, siamo cattolici, ma non pensiamo di sposarci subito». Sul campo, qualche volta, nelle fasi più concitate della partita, Paulo Sousa sembra dar segni di intemperanza e insofferenza, parla, gesticola, si fa sentire. Come mai, sarà che sente in pieno la responsabilità del leader? «Non lo so. Se un leader è quello che per svolgere il suo compito alla meglio ha bisogno di farsi sentire dai compagni, di parlare e magari di strillare, affinché loro lo capiscano e lui capisca loro, allora sì, sono un leader e mi trovo bene in questi panni». I portoghesi in genere sono dei nostalgici, chi ama il «fado» e sente la saudade si strugge se vive lontano dai suoi cari. Farà come Rui Barros e Futre, che quando sono andati all’estero si sono portati dietro mezza famiglia? «Sono in perfetta sintonia con i miei genitori, che restano indubbiamente i miei migliori consiglieri, oltretutto perché desiderano sempre disinteressatamente il meglio per me. Quindi, mi mancano. Così, almeno a intervalli, per periodi brevi di qualche settimana, avrò modo di tenerli assieme a me, a Torino. Non è nostalgia, è amore». Dalla Juventus è stato ingaggiato, a quanto pare, per svolgere il ruolo di centrocampista centrale. Sarà il compito che ritiene più congeniale alle sue caratteristiche? «Questo un tema sul quale non mi pronuncio. Spetta agli allenatori decidere, è il loro mestiere, io mi attengo disciplinatamente ai loro ordini. Da loro ho sempre imparato. A ogni modo, mi considero abbastanza “polivalente”, capace di assolvere qualsiasi mansione. Non mi sento presuntuoso. Due anni fa, allo stadio Do Bessa, contro il Boavista in campionato, Toni mi ha mandato in porta a sostituire l’espulso Neno e, alla fine, me la sono cavata con un bel sette in pagella. Del resto, ho iniziato a giocare centravanti, per venire poi chiamato a coprire i ruoli di ala destra, terzino e libero, prima di essere impostato da Eriksson come centrocampista centrale. Nella Juventus, sarà l’allenatore Lippi a stabilire come impiegarmi e a sfruttare nel miglior dei modi le mie attitudini. Sono tranquillo, saprà utilizzarmi al posto giusto. Il miracolo che ha compiuto a Napoli, la qualificazione alla Coppa Uefa conquistata nonostante i ben noti problemi di ogni natura che ha dovuto affrontare, parlano da sé». A questo punto della carriera, Paulo Sousa avrà già un bel gruzzolo di soldi da parte. Come li ha investiti? «Prima nella famiglia, che tutto merita, dispensandole un po’ di benessere dopo tanti sacrifici; poi in beni immobili, con l’acquisto di appartamenti e aree fabbricabili. Non so se continuerò a rimanere legato al calcio, bisognerà dunque costruire il futuro su altre basi». La politica gli è quasi indifferente. Vota perché è un suo dovere civico, ma non ci crede più di tanto. «C’è molta disonestà intorno a noi, ovunque» spiega, «molta corruzione, perfidia e sfruttamento. Un’ideologia, secondo me, vale l’altra. Tra la teoria e la pratica c’è un abisso». I discorsi talvolta infiammati che si fanno in Italia sui vantaggi della zona e della difesa in linea sul gioco all’italiana, oppure viceversa, non lo sfiorano nemmeno: «Due soli principi: 1) il giocatore deve inserirsi con anima e cuore nello schema tracciato dall’allenatore, qualunque esso sia; 2) il tecnico migliore è quello che riesce a trovare un modulo tattico che si addica alle caratteristiche dei suoi giocatori». Finiamo il colloquio con Paulo Sousa. Se sul campo sarà così esplicito ed esauriente, così lucido e disponibile, così deciso e intraprendente, siamo sicuri che presto entrerà nei cuori dei tifosi juventini. Prima di concludere, comunque, cosa vorrebbe dire ai lettori di Hurrà? «Che farò del tutto per renderli felici; che prego il buon Dio di darmi man forte per potere superare senza traumi i naturali impacci e disagi derivanti dai primi contatti con i compagni di squadra, i dirigenti e la struttura societaria; che ho illimitata fiducia in Roberto Bettega, che mi ha lasciato una impressione lusinghiera; che so che da lui avrò tutto il sostegno necessario, che non mi mancherà niente; che è con uomini di questo stampo che la società può raggiungere tutti i traguardi che si è prefissa. L’importante è essere uniti. Se mi è consentito un appello, chiederei a tutti unione, intesa, solidarietà. E, amicizia. Con tali presupposti nessuna meta ci è preclusa». 〰.〰.〰 Nell’estate del 1994, quando la grande rivoluzione lippiana è agli albori, Paulo Sousa diventa bianconero. La Juventus parte con qualche timore, poiché la squadra è nuova per oltre metà, ma con gente come Paulo Sousa le paure passano presto. Mancava alla Juventus un tipo alla Rijkaard, un interditore capace di proporsi e soprattutto fare la spola tra difesa e attacco, come dicevano i cronisti del calcio che fu. Paulo è modernissimo nella concezione del gioco, ma incarna questo prototipo antico e sempre valido. La Juventus, che vince con le stoccate di Vialli e Ravanelli e incanta con le prime prodezze del giovanissimo Del Piero, ha nel portoghese il cuore pulsante. «Il mio gioco è fatto di parecchie cose, – dice Paulo dopo pochi mesi in bianconero – sono molto portato al recupero del pallone e al rilancio immediato. Ma in questa fase, non mi limito solo a far girare la palla. Cerco invece di verticalizzare, di cercare il compagno meglio piazzato o mi inserisco e mi propongo io stesso, per spingere, sostenere le punte. Finché non sono stato nel pieno possesso dei miei mezzi atletici, ho dovuto limitare la mia azione. Appena ho recuperato la piena condizione, ho cominciato a giocare alla mia maniera, cercando di dare alla squadra quello che il tecnico si aspetta da me. L’ho detto più volte: in Italia, alla Juventus, sono venuto per fare un salto di qualità e per vincere qualcosa. E ora che sto bene penso proprio di riuscirci». Una stagione da incorniciare, il lusitano ha una continuità di rendimento impressionante. Gioca 26 partite saltando per infortunio qualche gara, ma facendo sempre fortemente sentire il timbro della sua presenza. Più propenso a far segnare i compagni che a cercare avventure in proprio, Paulo Sousa trova però, in modo estemporaneo quanto meritatissimo, la gloria del gol proprio nell’occasione più importante: è l’8 gennaio 1995, quando la Juventus capolista rende visita alla sua inseguitrice più accreditata, il Parma. Sono i ducali a portarsi in vantaggio con l’ex Dino Baggio; passano pochi minuti e un tiro di Paulo Sousa, sorprendendo Giovanni Galli, si infila nell’angolo alto più lontano. È il gol che lancia la rimonta bianconera, che culminerà in una netta vittoria. E quando, il 21 maggio, sempre contro il Parma secondo in classifica, si materializza anche per la matematica il primo scudetto degli anni ‘90, sono in tanti a dire e a scrivere che uno degli artefici massimi della conquista è proprio Paulo Sousa. Brillante anche nella sfortunata galoppata in Coppa Uefa persa nella doppia finale, ancora contro il Parma, il portoghese incornicia il suo primo anno bianconero mettendo la firma anche sulla conquista della Coppa Italia, battendo nuovamente la compagine allenata da Nevio Scala. «Ho sempre saputo che correre è importante, perché in campo c’è una palla sola ed io voglio starle vicino. Però non bisogna correre a vuoto, tutto deve seguire un disegno. Tutti danno grande importanza all’ultimo passaggio, perché spesso il gol nasce in quel momento. Ma io credo sia decisivo soprattutto il primo. Non bisogna aver paura di rischiare: all’inizio sbagliavo molto e mi criticavano, però il mio modo di giocare è questo, dovevo solo trovare l’intesa col resto della squadra. Ho sempre amato Falçao, forse è vero che il mio tipo di gioco lo ricorda ma ognuno è se stesso. Non è vero che il regista appartiene al calcio del passato: anche oggi serve chi organizza. La differenza rispetto alle altre epoche è la velocità, tutto deve procedere in millesimi di secondo». La stagione successiva Paulo non riesce a garantire che un rendimento incostante, a causa di un infortunio al ginocchio e delle marcature asfissianti alle quali è sottoposto. Fa comunque salire a 29 le sue presenze in campionato e riesce a mettere la firma nella conquista più attesa e prestigiosa: Coppa dei Campioni. Prima del trionfo di Roma, c’è una partita chiave, la semifinale di ritorno a Nantes, in cui il lusitano è l’assoluto protagonista di una delle più strepitose azioni dell’intera stagione: conquistata palla nella sua metà campo, parte in contropiede infilando gli avversari come birilli e presentandosi per la conclusione vincente davanti al portiere francese. Un gol stupendo che sancisce la qualificazione bianconera per la finalissima. È anche l’ultima perla del biennio bianconero. Il portoghese parte da Torino, destinazione Dortmund. «Io volevo restare alla Juve – confessa ad Angelo Caroli su “La Stampa” – ma Lippi non mi vedeva inserito nella squadra che è stata costruita grazie ai tanti arrivi. E, a quel punto, ha spinto per la mia cessione. Lascio a Torino tanti buoni ricordi, Per le persone per bene contano parecchio. Mi mancheranno certi luoghi, certi amici, certe atmosfere. E mi mancherà la Juve, la sua storia, il suo ideale. I tifosi sapevano di poter contare su uno che li trascinava con entusiasmo, con voglia di vincere e professionalità. Non li ho delusi, parlano i fatti. E insieme abbiamo vinto tutto. Il primo anno è stato stupendo. Ho mantenuto le premesse e le promesse, confermando il mio valore. Nel secondo anno sono spuntati i problemi, nonostante il successo in Champions League. Abbiamo sbagliato in molti. Io non dovevo dimostrarmi troppo generoso. E c’è chi ha approfittato della mia voglia di rendermi utile. Nessuno mi ha mai obbligato a scendere in campo, ma qualcuno mi ripeteva: “Per favore Paulo, anche con una gamba sola, vedi se puoi darci una mano”. L’Europeo ha dimostrato che, quando sto bene, non temo rivali. E ho servito chi credeva che io avessi tanti problemi». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/paulo-sousa.html
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