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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. ANDREAS MÖLLER Andreas «Andy» Möller – scrive Marco Zunino su “Hurrà Juventus” del luglio/agosto 1992 – il più amato, odiato, dotato calciatore tedesco del momento. Andreas Möller, uno dei nuovi assi nella manica della Vecchia Signora. E nato a Francoforte il 2 settembre 1967 e nella sua città, a maggio, si è spostato con Michaela Winter, la ragazza conosciuta a sedici anni sui banchi di scuola, nel quartiere di Sossenheim. Sono almeno quattro stagioni che in Germania si parla di lui come del più grande talento in circolazione. Un po’ Boniek, un po’ Platini, dieci anni dopo. Muscolatura asciutta (180x73), tocco morbido, movenze eleganti, Andreas Möller è quel che si dice un giocatore atipico: giostra su tutta la trequarti, da destra a sinistra e viceversa, impostando e rifinendo la manovra, non disdegnando la stoccata a rete, anche dalla lunga distanza. Ma non è un regista. Destro naturale, non ha comunque problemi se si trova a calciare con il sinistro. Nell’ultimo campionato ha realizzato 12 reti in 37 partite disputate (delle 38 della Bundesliga tedesca), ha regalato ai propri compagni di squadra dieci assist vincenti e il bisettimanale sportivo tedesco «Kicker» lo ha inserito nell’undici tipo della stagione. Eccellente il suo controllo di palla, ottimo il piede destro con il quale sa rendersi pericolosissimo sui calci piazzati ma anche dalla bandierina del calcio d’angolo, da dove può fare partire insidiosi cross parabolici diretti all’incrocio dei pali della porta avversaria. Può incontrare problemi se impiegato al centro del campo; al contrario, sa diventare irresistibile se trova corridoi esterni dove infilarsi. Predilige la trequarti destra, un po’ a ridosso della fascia, ma non ha eccessivi problemi se schierato a sinistra. Bruciante è lo scatto, di quelli che lasciano sul posto (corre i 30 metri in 3,83 secondi), come notevole è l’arrembante falcata che lo porta a toccare gli 11,2 secondi sui 100 metri. E la velocità non incide sulla tecnica; anzi, è proprio in corsa, palla al piede; che Möller fa vedere le cose migliori. Sotto rete non scherza: negli ultimi quattro campionati non ha mai segnato meno di 10 gol: 11 nell’89, 10 nel ‘90, 16 nel ‘91, 12 quest’anno. Berti Vogts: «Siamo di fronte al più grande talento espresso dal calcio tedesco negli ultimi dieci anni». Franz Beckenbauer: «Ha tutto per diventare un grande del calcio, a 24 anni ha ancora ampi margini di miglioramento». Otto Rehhagel: «Andreas Möller è il Mozart del calcio tedesco». SIMONE POMPILI, RADIOBLACKANDWHITE1897.COM DEL 22 MAGGIO 2020 Il suo arrivo a Torino è datato 1992, un anno che, ricordandolo oggi, farà tremare i polsi di molti tifosi, poiché rappresenterà l’inizio della costruzione di quella Juve che da lì a qualche anno diventerà tra le più forti formazioni bianconere di sempre. In quella stagione veniva riconfermato Giovanni Trapattoni in panchina; a centrocampo rientrava dal prestito all’Inter Dino Baggio (subito rinominato Baggio 2 per non confonderlo con l’allora capitano Roberto); in attacco arrivavano Ravanelli e Vialli, quest’ultimo strappato alla Sampdoria per la cifra di 30 miliardi. In difesa, uno sconosciuto Moreno Torricelli si apprestava a vestire la maglia della Vecchia Signora, dopo che il Trap se ne era innamorato durante un’amichevole primaverile contro i dilettanti della Caratese, dando così vita a una delle più belle favole calcistiche di quegli anni; infine approdavano a Torino i due stranieri David Platt e Andreas Möller, a completamento di un corposo rinnovamento della rosa. Il suo esordio in Italia avviene nella coppa nazionale contro la Fidelis Andria, in cui Andy si toglie lo sfizio di segnare il primo goal italiano. Riesce ad andare in rete anche nel suo prologo in campionato, dove la Juventus travolge l’Atalanta per 4-1 in casa; non sarà però un cammino entusiasmante quello dei bianconeri in Serie A. Le prestazioni sono altalenanti e gli uomini di Trapattoni non si inseriscono mai in maniera decisa nella lotta scudetto con il Milan di Capello, che alla fine si laurea Campione d’Italia – nonostante le importanti performance di Möller e le reti di Baggio che alla fine del torneo saranno 21. «Con la maglia bianconera posso giocare nel campionato più difficile e tecnico del mondo, e anche in una grande vetrina internazionale come la Coppa Uefa. Certo, non è facile giocare in Italia e, confesso, qualche problema ce l’ho; a me piace giocare a briglia sciolta, poter spaziare a destra e a sinistra e, non sempre, me ne rendo conto, questo è possibile. Ma credo di essere pronto a sacrificarmi, di poter ancora maturare tatticamente». Tutt’altra faccenda è invece il cammino in Coppa Uefa che la Juve già aveva vinto per la seconda volta due stagioni prima. La Vecchia Signora infatti anche in quella circostanza si apprestava a fare la storia del calcio europeo andando a conquistare la sua terza vittoria del torneo e a diventare la prima squadra a riuscirci in quella manifestazione. La Juventus, ironia della sorte, si impone in finale battendo nella doppia sfida la squadra che aveva permesso ad Andy di entrare di diritto nel giro degli attaccanti più forti di quegli anni: il Borussia Dortmund. Möller segna il goal del definitivo 3-0 nella gara di ritorno del Delle Alpi (l’andata si era conclusa 3-1 per i bianconeri fuori casa) aiutando così i piemontesi, non solo ad alzare la Coppa Uefa, ma a stabilire pure l’ennesimo record in Europa, e cioè vincere con il maggior scarto in una doppia finale di questa competizione. Già, proprio contro il suo amato Borussia. Chissà cosa avrà pensato Andy quella sera mentre festeggiava con i suoi compagni la vittoria di un così importante trofeo, e all’oscuro di ciò che sarebbe poi accaduto qualche anno dopo… Intanto la Juventus, anch’essa ignara, stava per inanellare negli anni subito immediati a quel trionfo, un filotto di vittorie di trofei che l’avrebbe portata a vincere anche la sua seconda Coppa dei Campioni nella stagione 95/96. Andreas Möller era ormai un ricordo; il tedesco era già stato allontanato da Torino e tra le motivazioni, le più importanti sono riportate in questo stralcio di articolo di Repubblica del 1994, in cui l’allora dirigenza bianconera cercava di spiegare così le proprie scelte. «L’insulto etnico e il luogo comune a sfondo razziale non sono previsti dal tariffario-multe della Juventus, ma si tratta di tabelle destinate a un repentino rinnovamento. Del resto, è l’ora delle grandi e piccole metamorfosi; così Andreas Möller dovrà pagare qualche decina di milioni (dai venti ai trenta) per quel “mafioso” sussurrato all’arbitro Nicchi, e sarà comunque poco. Perché certe parole non hanno prezzo. Per la prima volta in tre settimane, Boniperti e Bettega interpretano un fatto nell’identico modo, senza attenuanti, senza concessioni. Möller si vedrà dunque alleggerire lo stipendio: le tariffe juventine prevedono dieci milioni di multa per ogni giornata di squalifica, ma qui esiste l’aggravante dell’aggettivo e la recidiva del comportamento. Poi dovrà cercarsi una nuova squadra. Il suo contratto non sarà rinnovato per ragioni economiche, disciplinari e tattiche; perché Möller, in crisi da tre mesi, incide sul bilancio, sulla tranquillità dello spogliatoio e sul gioco di Roberto Baggio. Il quale, insieme e d’accordo con Vialli, non ha mai potuto soffrire il tedesco. Il calcio vive una nuova realtà economica e noi ci adegueremo. Non è un problema solo bianconero. I cambiamenti di scenario non devono però essere intesi come rivoluzione tattica: non esiste modernità se per questa si intende il gioco a zona. Ne è una conferma ideologica l’assunzione di Marcello Lippi, ormai sicura». Alda Merini scriveva: «La miglior vendetta? La felicità. Non c’è niente che faccia più impazzire la gente che vederti felice». È quanto accadde ad Andy il 28 maggio del 1997 all’Olympiastadion di Monaco di Baviera, contro la Juventus, in finale di Coppa dei Campioni. Inutile ricordare che la Juve ci arrivava da detentrice del titolo; superfluo menzionare il palo colpito da Zinedine Zidane; pleonastico ripensare al goal annullato a Christian Vieri; malinconico richiamare alla memoria che Del Piero dovette subentrare dalla panchina perché reduce da infortunio e che illuse tutti con quella magia di tacco, che solo una lacrima salata potrebbe davvero descriverne l’essenza più vera. Andreas Möller non segnò in quella partita, ma alzò davanti a tutti la sua Coppa, la sua felicità, quella prima volta della Ruhr, come a volersi mostrare in tutta la sua adorabile insolenza: sì, perché si può perdonare anche questo a un giocatore che, nel bene o nel male, avrà sempre un posto nella stanza dei ricordi di ogni tifoso juventino. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/andreas-moller.html#more
  2. ANDREAS MÖLLER https://it.wikipedia.org/wiki/Andreas_Möller Nazione: Germania (Ovest) Luogo di nascita: Francoforte sul Meno Data di nascita: 02.09.1967 Ruolo: Centrocampista Altezza: 181 cm Peso: 70 kg Nazionale Tedesco Soprannome: Andy Alla Juventus dal 1992 al 1994 Esordio: 27.08.1992 - Coppa Italia - Juventus-Fidelis Andria 4-0 Ultima partita: 01.05.1994 - Serie A - Juventus-Udinese 1-0 78 presenze - 30 reti 1 coppa Uefa Campione del mondo 1990 con la nazionale tedesca Campione d'Europa 1996 con la nazionale tedesca Andreas Möller (Francoforte sul Meno, 2 settembre 1967) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore tedesco, di ruolo centrocampista, direttore del settore giovanile dell' Eintracht Francoforte. Andreas Möller Möller in azione alla Juventus nei primi anni 1990 Nazionalità Germania Ovest Germania (dal 1990) Altezza 181 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2004 - giocatore Carriera Giovanili 1973-1981 BSC SW 1919 Frankfurt 1981-1985 Eintracht Francoforte Squadre di club 1985-1987 Eintracht Francoforte 35 (5) 1988-1990 Borussia Dortmund 75 (24) 1990-1992 Eintracht Francoforte 69 (28) 1992-1994 Juventus 78 (30) 1994-2000 Borussia Dortmund 153 (47) 2000-2003 Schalke 04 86 (6) 2003-2004 Eintracht Francoforte 11 (0) Nazionale 1987 Germania Ovest U-20 1+ (1) 1988-1990 Germania Ovest U-21 4 (2) 1988-1999 Germania 85 (29) Carriera da allenatore 2007-2008 Vikt. Aschaffenburg 2015-2017 Ungheria Vice Palmarès Mondiali di Calcio Under-20 Argento Cile 1987 Mondiali di calcio Oro Italia 1990 Europei di calcio Argento Svezia 1992 Oro Inghilterra 1996 Caratteristiche tecniche Giocatore Centrocampista offensivo, era utilizzato anche nel ruolo di ala o seconda punta. Carriera Giocatore Möller (a destra) in gol per il Borussia Dortmund contro la sua ex squadra juventina nelle semifinali di Coppa UEFA 1994-1995 Cresciuto calcisticamente nell'Eintracht Francoforte, la squadra della sua città, nel 1988 si trasferisce per due stagioni al Borussia Dortmund conquistando il suo primo trofeo, la Coppa di Germania. Nel 1990 ritorna una prima volta a Francoforte, militando tra le file dell'Eintracht fino al 1992. In Italia veste per due anni la maglia della Juventus che lo acquista per 3,5 miliardi di lire, con cui solleva nella stagione 1992-1993 la Coppa UEFA, segnando anche la terza e ultima rete nella vittoriosa finale di ritorno giocata contro i suoi ex compagni di Dortmund. L'esperienza bianconera termina nel 1994, dopo due stagioni e 30 gol tra campionato e coppe. Tornato in patria, proprio nelle file del Borussia, qui vince per due volte la Bundesliga e, nel 1997, dapprima la UEFA Champions League, battendo nella finale di Monaco di Baviera proprio la sua ex squadra juventina, campione uscente, e poi la Coppa Intercontinentale, venendo eletto in quest'ultima manifestazione miglior giocatore della finale. Tra il 2000 e il 2003 milita poi nello Schalke 04, sollevando due Coppe di Germania e sfiorando il titolo nazionale all'ultimo minuto, causa il pareggio al 94' dei rivali del Bayern Monaco contro l'Amburgo. Chiude la carriera di calciatore nel 2004, con un'ultima stagione ancora a Francoforte sul Meno. In nazionale, dal 1988 al 1999, totalizza 85 presenze e 29 reti, diventando campione del mondo nel 1990 e d'Europa nel 1996. Allenatore e dirigente Dal 1º luglio 2007 è stato allenatore del Vikt. Aschaffenburg, fino al 30 giugno 2008. Dal 1º luglio dello stesso anno è stato poi direttore sportivo del Kickers Offenbach, carica che ha mantenuto fino al 30 aprile 2011. Il 20 ottobre 2015 è entrato a far parte dello staff tecnico della nazionale ungherese, coadiuvando il primo allenatore Bernd Storck, suo compagno di squadra ai tempi del Borussia Dortmund; il 17 ottobre 2017, insieme a tutto lo staff di Storck, viene esonerato dalla federazione magiara. Il 5 ottobre 2019 viene nominato responsabile del settore giovanile del Eintracht Francoforte. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa di Germania: 3 - Borussia Dortmund: 1988-1989 - Schalke 04: 2000-2001, 2001-2002 Supercoppa di Germania: 3 - Borussia Dortmund: 1989, 1995, 1996 Campionato tedesco: 2 - Borussia Dortmund: 1994-1995, 1995-1996 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Borussia Dortmund: 1996-1997 Coppa Intercontinentale: 1 - Borussia Dortmund: 1997 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Germania Ovest: Italia 1990 Campionato d'Europa: 1 - Germania: Inghilterra 1996 Individuale Miglior giocatore della Coppa Intercontinentale: 1 - 1997
  3. DINO BAGGIO «Mi chiama Borsano, il presidente del Torino, e mi chiede se voglio andare alla Juve. Al volo dico io, che da piccolo tenevo anche per i bianconeri. Visite mediche, accordo fatto e presentazione con tanto di foto. Poi, mi telefona Boniperti, ero in vacanza. Mi dice di andare subito in sede. Vado e mi lascia a bocca aperta: per quest’anno vai all’Inter, poi torni da noi. Ma come, mi avete fatto fare anche le foto con la maglia della Juve e dopo due giorni vado via? Poi, capii. Doveva tornare Trapattoni alla Juve. La verità è che sono stato il primo giocatore a essere scambiato con un allenatore!».NICOLA CALZARETTA, DAL SUO LIBRO “TUTTI GLI UOMINI CHE HANNO FATTO GRANDE LA JUVENTUS F.C.”Due sole stagioni nella Juventus, eppure c’è il suo timbro sull’unico trofeo conquistato dalla Juve del Trapattoni bis, la Coppa Uefa del 1993. Una squadra in cerca d’autore quella bianconera, sebbene gli attori siano da Oscar. C’è Roby Baggio, nel suo anno migliore. C’è Andy Möller, tedesco atipico, fantasioso e leggero. C’è Luca Vialli, costosissimo acquisto boom dell’estate. Quindi il baffo di Kohler, il dinamismo di Conte, la sicurezza di Peruzzi, l’irruenza del primo Ravanelli, le geometrie di Marocchi.E poi c’è lui, l’altro Baggio, quello alto e lungo e che come Roby ha origine venete. Nessuna parentela tra i due, per diversi anni compagni di banco. Un po’ nella Juventus e abbastanza in Nazionale. Una carriera iniziata presto, in quello che era un tempo il cosiddetto fertile vivaio del Torino. Non una formula giornalistica, ma la realtà di una società che ogni anno proponeva nomi nuovi per il calcio granata e per quello italiano. Il fisico lo aiuta, i piedi sono buoni e la grinta non manca.Così nel 1991, a vent’anni, è già uomo mercato per un trasferimento che non passa inosservato, visto che lo prende la Juve. Giusto il tempo della foto ufficiale in bianconero con la maglia marchiata Upim, e dopo una settimana si trova all’Inter in parziale contropartita del Trap che fa il percorso inverso.L’esilio dura solo un anno. A fine campionato, torna alla Juventus, stavolta targata Danone, dopo aver debuttato nella Nazionale maggiore con Arrigo Sacchi che lo impiega come centrale nel quartetto di centrocampo. Sembra essere quello il ruolo migliore per lui, che, nato attaccante, nel cuore della manovra dà il meglio di sé, riuscendo ad andare spesso al tiro. A Trapattoni, però, manca il terzino sinistro. Ha già fatto diversi esperimenti l’anno prima. Gli torna il Baggino e non ci pensa due volte.Dino è eclettico, ha fisico, tiene la posizione e ha una bella corsa. Baggio ci sta, ma si vede che morde il freno e non decolla. No, non è cosa sulla fascia, meglio tornare al centro. Si convince anche il Trap.È la svolta, che matura a novembre 1992. Con il 4 sulla schiena, in un’epoca in cui al numero è possibile ancora associare un ruolo, Baggio fa la differenza.Soprattutto in Coppa Uefa, decisivo come non mai con gol spettacolari. La prima zampata nell’andata dei sedicesimi, contro i cecoslovacchi del Sigma Olomouc: pallonetto di prima intenzione da metà campo a ribattere una respinta al limite dell’area del portiere. Il secondo graffio nel ritorno dei quarti, a Torino contro il Benfica. Il suo è il gol del 2-0 che ribalta il risultato dell’andata: tocco sotto porta, da centravanti d’area. Ma i capolavori, Dino Baggio da Camposampiero, li riserva per le due finali contro il Borussia Dortmund. Ne fa 3, capocannoniere indiscusso dei centottanta minuti che regalano alla Juve la sua terza Coppa Uefa. All’andata, il suo sinistro piazzato dopo dribbling sull’avversario rimette in pista la Juve sotto di un gol, aprendo la strada alla goleada. Nel ritorno, il suo uno-due nel primo tempo mette KO i gialli fosforescenti dell’ex Reuter. Botta di sinistro dalla breve distanza dopo assist di tacco di Vialli: Juve 1, Borussia 0. Quindi colpo di testa su punizione laterale di Andy Möller. Una sua specialità: stacco ad anticipare la parabola, collo teso e rotazione perfetta. Il pallone picchia sul palo lontano e gonfia la rete. Mentre il Delle Alpi esplode. Festa grande in campo e sugli spalti. Möller e Kohler se la ridono di gusto.Dino Baggio, con le sue gote rosse e lisce, guarda già al futuro. L’anno che verrà gli riserverà sorprese poco gradite. Pendolare tra campo e panchina, si consola con l’azzurro. In America è uno dei big della Nazionale vicecampione del mondo. Torna dagli Stati Uniti e per lui non c’è più posto nella Juve. Se ne va a Parma e, quando vede bianconero, trova sempre il modo di andare a segno.Proprio con la maglia bianco-crociata il 9 gennaio 2000 si rende protagonista di un episodio increscioso: secondo tempo di Parma-Juventus, Baggio si rende colpevole di un duro intervento su Zambrotta che viene sanzionato col cartellino rosso. Arrabbiatissimo, se la prende con tutti i giocatori juventini e con l’arbitro Farina: sarà squalificato per sei giornate e mulato di 200 milioni di lire.«È da quel momento che sono cominciati i miei guai e sono rimasto fuori dal giro della Nazionale. Mi sono beccato un rosso molto discutibile per un intervento su Zambrotta. L’arbitro era Farina. Mi ha cacciato ed io ho protestato vivacemente, facendo il segno dei soldi, strofinando indice e pollice. Per quel gesto sono finito fuori dal giro della Nazionale. Ricordo sempre che mi arrivò una telefonata dalla Federazione con la quale mi dicevano che avrei saltato due partite e che dopo mi avrebbero richiamato. Non era mai successo prima. Chiesi spiegazioni e mi fu detto che la mia punizione doveva servire da esempio. Ho anche perso la Nazionale. Avevo 29 anni e fino alla squalifica ero uno dei titolari. A giugno del 2000 poi c’erano gli Europei ai quali avrei dovuto partecipare. Dopo le 6 giornate di stop, sono tornato a giocare. Ed ero in campo anche nello spareggio con l’Inter per la Champions a maggio. Ero in forma, stavo benissimo. Aspettavo una chiamata dalla Nazionale. Mi telefonò Dino Zoff. Mi disse che non mi aveva visto bene fisicamente. Afferrai al volo. Dissi al mister che capivo che non era colpa sua. Tra l’altro con Zoff ho sempre avuto un ottimo rapporto e alla Lazio è stato l’unico allenatore che mi ha fatto giocare. Era già tutto deciso ed era un’ulteriore punizione per quello che era successo a gennaio. Non mi sono mai pentito. Anche se il lunedì seguente, il Parma mi mandò a forza al “Processo” di Biscardi per recitare la parte del figliol prodigo che si pente per quello che ha fatto. Ma di vero non c’era nulla. Quel gesto lo avrei fatto mille volte». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/dino-baggio.html#more
  4. DINO BAGGIO https://it.wikipedia.org/wiki/Dino_Baggio Nazione: Italia Luogo di nascita: Camposampiero (Padova) Data di nascita: 24.07.1971 Ruolo: Centrocampista Altezza: 188 cm Peso: 80 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1992 al 1994 Esordio: 27.08.1992 - Coppa Italia - Juventus-Fidelis Andria 4-0 Ultima partita: 20.03.1994 - Serie A - Juventus-Parma 4-0 73 presenze - 10 reti 1 coppa Uefa Dino Baggio (Camposampiero, 24 luglio 1971) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Nel 1994 è stato vicecampione del mondo con la nazionale italiana. È il giocatore con più gol realizzati nelle finali di Coppa UEFA/Europa League (cinque reti distribuite in due finali di andata e ritorno). Ribattezzato Baggio 2 dalla stampa italiana per distinguerlo dal corregionale Roberto Baggio, di cui è stato compagno di squadra alla Juventus e in nazionale, in maglia azzurra conta 60 presenze con sette reti, e ha preso parte a due Mondiali (1994 e 1998) e un Europeo (1996). Dino Baggio Baggio con il Parma nel 1995 Nazionalità Italia Altezza 188 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2008 - giocatore Carriera Giovanili 1976-1984 Tombolo 1984-1990 Torino Squadre di club 1990-1991 Torino 25 (2) 1991-1992 → Inter 27 (1) 1992-1994 Juventus 73 (10) 1994-2000 Parma 172 (19) 2000-2003 Lazio 44 (1) 2003-2004 → Blackburn 9 (1) 2004 → Ancona 13 (0) 2004-2005 Lazio 0 (0) 2005 Triestina 3 (0) 2008 Tombolo 1 (0) Nazionale 1990-1992 Italia U-21 18 (1) 1992 Italia olimpica 5 (0) 1991-1999 Italia 60 (7) Carriera da allenatore 2011-2012 Padova Coll. tecnico Palmarès Europei di calcio Under-21 Oro Spagna 1992 Mondiali di calcio Argento Stati Uniti 1994 Biografia Amante del teatro, esordisce l'8 marzo 2008 al teatro Accademico di Castelfranco Veneto nei panni di un soldato romano ne La Passione di Cristo, con la compagnia Va Pensiero di Tombolo. Nella compagnia recita anche sua moglie, Maria Teresa Mattei, ex ragazza di Non è la Rai e nel cast di Buona Domenica fino al matrimonio. Caratteristiche tecniche Con un inserimento dalle retrovie, una delle sue specialità, Dino Baggio segna alla Juventus il definitivo 1-1 nella finale di ritorno della Coppa UEFA 1994-1995, rete che consegnò al Parma il trofeo Incontrista affidabile, completo e forte fisicamente, dotato di corsa e spirito di sacrificio, si distinse per la sua grinta agonistica e per le sue abilità nel contenimento e nei contrasti; queste caratteristiche gli permisero di diventare uno dei migliori centrocampisti italiani degli anni novanta. Grazie alla sua duttilità tattica, era capace di coprire qualsiasi ruolo a centrocampo; infatti, nonostante giocasse prevalentemente come mediano con attitudini difensive, durante la carriera è stato impiegato in quasi tutti i ruoli in campo. Nonostante fosse prevalentemente un interdittore, era anche capace di contribuire in fase offensiva, grazie alle sue abilità di effettuare inserimenti e alle sue doti nel gioco aereo e nelle conclusioni dalla distanza. Era inoltre dotato di una discreta tecnica individuale e di una visione di gioco che lo rendevano capace di effettuare precisi lanci per i compagni. Carriera Giocatore Club Comincia a muovere i primi passi a cinque anni nel campo di Tombolo, in provincia di Padova. A tredici anni viene notato dai dirigenti del Torino. Cresciuto calcisticamente nella squadra granata, esordisce in Serie A in Torino-Lazio (0-0) del 9 settembre 1990. Divenuto presto titolare, alla fine della stagione in maglia granata colleziona 25 presenze e un gol. Nel 1991 viene ceduto alla Juventus per 9,8 miliardi, che lo gira in prestito all'Inter per una stagione, durante la quale il giocatore colleziona 27 presenze e un gol. Dino Baggio con la maglia dell'Inter nel 1991 Tornato alla Juventus, diviene titolare vincendo la Coppa UEFA in finale contro il Borussia Dortmund: è stato il protagonista della doppia finale segnando il gol del pareggio all'andata (3-1) e una doppietta nel ritorno (3-0). Rimane ancora una stagione coi bianconeri prima di passare definitivamente al Parma di Nevio Scala per 14 miliardi di lire, con ingaggio da 1,8 miliardi netti a stagione per quattro anni. Al primo anno vince Coppa UEFA, la prima per il Parma, proprio contro la sua ex-squadra con Baggio ancora una volta protagonista: all'andata finisce 1-0 con gol del centrocampista mentre nel ritorno pareggiò di testa l'iniziale vantaggio di Vialli (1-1). Ciò fu sufficiente per alzare al cielo il suo secondo titolo europeo, terzo per il Parma. Rimane sempre titolare sia con Carlo Ancelotti sia con Alberto Malesani. Con quest'ultimo vince per la terza volta, la Coppa UEFA in finale contro i francesi dell'Olympique Marsiglia. Nell'andata dei sedicesimi di finale contro i polacchi del Wisła Cracovia, Baggio viene ferito alla testa da un coltello lanciato da un tifoso che gli causa cinque punti di sutura. A causa di ciò il Wisła fu sospeso dalle coppe europee per un anno. Nello stesso anno conquistò la Coppa Italia in finale contro la Fiorentina e ad agosto la Supercoppa italiana sul Milan campione d'Italia. Dino Baggio alla Juventus, esultante dopo il suo secondo gol nella vittoriosa finale di ritorno della Coppa UEFA 1992-1993 Durante la partita Parma-Juventus del 9 gennaio 2000, in quel momento scontro al vertice per la vittoria del campionato, commise un fallo su Zambrotta, sanzionato con il cartellino rosso dall'arbitro Farina e seguito dal gesto del pollice e indice sfregati a mo' di contasoldi e da uno sputo a terra. Venne squalificato per due partite (inizialmente sei) e multato dal Parma per 20 milioni di lire, oltre a saltare la partita amichevole della Nazionale contro la Svezia del 23 febbraio 2000 per decisione di Luciano Nizzola, allora presidente della FIGC. In seguito non verrà più convocato in nazionale, saltando anche i successivi Europei. Nell'ottobre del 2000 viene acquistato dai Campioni d'Italia in carica, la Lazio, e nel 2003 viene ceduto in prestito agli inglesi del Blackburn. A gennaio è di nuovo in Italia, all'Ancona, dove si trasferisce sempre con la formula del prestito. Torna poi nel 2004 alla Lazio dove viene messo ai margini della rosa di prima squadra tanto che, insieme al compagno Paolo N***o, avvia una causa per mobbing contro la società del presidente Claudio Lotito. Tra il 2000 e il 2005, ha giocato solo sprazzi di 67 incontri con la Lazio, il Blackburn e l'Ancona. Nel 2005 passa alla Triestina, per ripartire con una nuova esperienza dalla Serie B; dopo tre presenze decide, nell'ottobre dello stesso anno, di rescindere il contratto con gli alabardati e di ritirarsi. Nel febbraio del 2008, dopo due anni e mezzo dal suo apparente ritiro, torna al calcio giocato. All'età di quasi trentasette anni milita in Terza Categoria, nella squadra del Tombolo, allenata dal suo primo allenatore, Cesare Crivellaro. In Serie A ha disputato 333 partite realizzando 25 gol. Nelle coppe europee conta 73 partite con tredici gol. Nazionale Dino Baggio in nazionale nel 1993, pressato da un avversario portoghese Nazionali giovanili Con la nazionale Under-21, guidata da Cesare Maldini, ha vinto l'Europeo Under-21 del 1992, e nello stesso anno ha partecipato alle successive Olimpiadi di Barcellona. Nazionale maggiore Convocato dal neo commissario tecnico Arrigo Sacchi, esordisce in nazionale maggiore il 21 dicembre 1991, a 20 anni, giocando titolare nell'ultima partita delle qualificazioni a Euro 1992, vinta per 2-0 contro Cipro a Foggia. Realizza la sua prima rete in nazionale il 24 febbraio 1993, a Porto, nella gara delle qualificazioni mondiali vinta 3-1 in trasferta contro il Portogallo. Divenuto titolare, forma per numerosi anni l'asse centrale di centrocampo con il coetaneo Demetrio Albertini. Partecipa al Mondiale 1994 negli Stati Uniti, dove è protagonista e segna due reti: nelle vittorie contro la Norvegia (1-0) nella fase a gironi e la Spagna (2-1) nei quarti di finale. Scende in campo in tutte e sette le gare della rassegna iridata e gioca da titolare la finale del 17 luglio 1994 persa solo ai rigori contro il Brasile. Prende parte al successivo Europeo 1996 in Inghilterra, dove l'Italia viene eliminata al primo turno. In questa manifestazione, tuttavia, scende in campo solo nella seconda gara del girone, persa 2-1 contro la Rep. Ceca. Di seguito, con il selezionatore Cesare Maldini, Baggio partecipa al Mondiale 1998, dove è titolare nelle cinque gare disputate dall'Italia che viene eliminata nei quarti di finale, dopo i rigori, dai padroni di casa della Francia. Viene confermato anche nella successiva gestione di Dino Zoff, fino all'amichevole del 13 novembre 1999 persa contro il Belgio (1-3) a Lecce, che rimane la sua ultima partita in maglia azzurra. In nazionale ha totalizzato 60 presenze e 7 gol. Allenatore Dal 2011 al 2012 ha ricoperto il ruolo di maestro della tecnica nelle giovanili del Padova. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Torino: 1989-1990 Coppa Italia: 1 - Parma: 1998-1999 Supercoppa italiana: 1 - Parma: 1999 Competizioni internazionali Coppa Mitropa: 1 - Torino: 1991 Coppa UEFA: 3 - Parma: 1994-1995, 1998-1999 - Juventus: 1992-1993 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - 1992
  5. GIUSEPPE RASETTI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1952 al 1953 e dal 1954 al 1956 Esordio: 27.11.1952 - Amichevole - Juventus-Aosta 4-0 Ultima partita: 10.06.1956 - Amichevole - Cuneo-Juventus 2-4 0 presenze - 0 reti
  6. FABIO ARTICO https://it.wikipedia.org/wiki/Fabio_Artico Nazione: Italia Luogo di nascita: Venaria Reale (Torino) Data di nascita: 09.12.1973 Ruolo: Attaccante Altezza: 186 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1990 al 1993 Esordio: 23.07.1991 - Amichevole - Bolzano-Juventus 1-4 Ultima partita: 05.06.1992 - Amichevole - Vicenza-Juventus 1-2 0 presenze - 0 reti Fabio Artico (Venaria Reale, 9 dicembre 1973) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano di ruolo attaccante, direttore sportivo dell'Alessandria. Fabio Artico Artico all'Alessandria nella stagione 2010-2011 Nazionalità Italia Altezza 186 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 14 giugno 2016 Carriera Giovanili 1990-1993 Juventus Squadre di club 1993-1997 Pro Vercelli 114 (31) 1997 Empoli 2 (0) 1997-1998 → Giulianova 25 (13) 1998 Empoli 1 (0) 1998-1999 → Reggina 29 (15) 1999-2000 Ternana 33 (10) 2000 Pescara 3 (0) 2000-2001 → Piacenza 24 (7) 2001-2002 Pescara 23 (4) 2002-2003 SPAL 27 (9) 2003 Messina 8 (0) 2003-2004 SPAL 12 (3) 2004-2005 Ivrea 31 (8) 2005-2007 Pro Patria 60 (13) 2007-2012 Alessandria 144 (58) 2015-2016 Ivrea 8 (2) Carriera Giocatore Cresciuto nelle file della Juventus (dove viene impostato come centrocampista), arriva alle soglie della prima squadra, senza tuttavia esordire in Serie A. In seguito a un grave infortunio, nell'estate 1993 viene ceduto alla Pro Vercelli, dove viene impostato come prima punta dall'allenatore Codogno: con le Bianche Casacche vince lo Scudetto Dilettanti nella stagione 1993-1994, traguardo a cui contribuisce realizzando 10 reti. Rimane alla formazione vercellese fino al 1997, toccando un massimo di 14 reti nel campionato di Serie C2 1996-1997; dopo questo exploit passa all'Empoli, con cui debutta in Serie A il 14 settembre 1997 sul campo del Napoli. Nella sessione autunnale del mercato, dopo 2 presenze nella massima serie, viene prestato al Giulianova, in Serie C1, dove realizza 13 reti. Artico in azione alla Ternana nella stagione 1999-2000 Rientrato brevemente a Empoli, nella stagione 1998-1999 passa alla Reggina, dove contribuisce con 15 reti alla prima promozione dei calabresi in Serie A. Nella stagione seguente viene acquistato dalla Ternana, contribuendo alla salvezza della squadra umbra in Serie B con 10 gol. Prelevato dal Pescara, disputa 3 partite nel campionato di Serie B 2000-2001, prima di trasferirsi in prestito al Piacenza nel mercato autunnale; in Emilia realizza 7 reti come spalla del capocannoniere Nicola Caccia, conquistando nuovamente la promozione in Serie A. A fine stagione rientra al Pescara, nel frattempo retrocesso in Serie C1, e successivamente veste la maglia della SPAL per due stagioni, intervallate da una parentesi in Serie B al Messina. Nel 2004, per motivi familiari, si riavvicina a casa, disputando una stagione nell'Ivrea, in Serie C2, e due nella Pro Patria, in Serie C1. Nel 2007 viene ingaggiato dall'Alessandria, in Serie D, con cui ottiene una promozione in Lega Pro Seconda Divisione e con cui, nel 2008-2009, ha disputato i play-off, diventandone nel frattempo il capitano. Nelle ultime stagioni viene impiegato con minore continuità, contribuendo comunque al raggiungimento dei play-off nel campionato di Lega Pro Prima Divisione 2010-2011. Il 18 febbraio 2012, nel corso dell'anticipo serale di Lega Pro Seconda Divisione contro il Rimini nel quale si festeggiano i 100 anni dell'Alessandria, segna il primo gol nella vittoria dei Grigi, diventando quindi il primo marcatore del secondo secolo di vita di questa squadra. A fine stagione annuncia il ritiro dal calcio giocato, disputando la sua ultima partita il 6 maggio 2012 sul campo del Lecco. Nel novembre 2015, dopo tre anni di stop, torna a giocare con l'Ivrea 1905, in Terza Categoria piemontese. Il 29 novembre realizza il suo primo gol della seconda esperienza eporediese nella vittoria per 3-1 contro l'Ivrea Montalto. Si ripeterà poi il 7 febbraio nel 4-1 contro lo Chambave, e a fine stagione la squadra ottiene la promozione in Seconda Categoria; nella stessa stagione conquista con gli arancioni la Coppa Piemonte battendo 4-2 il Bistagno. Dopo il ritiro A partire da maggio 2012 risulta eletto come consigliere comunale presso la città di Alessandria, dove ha sostenuto la candidatura politica del sindaco Maria Rita Rossa. Dal 26 luglio dello stesso anno, la stessa Alessandria lo richiama per affidargli il ruolo di osservatore del club piemontese, nell'intento di trovare nuovi talenti e giocatori che possono essere segnalati e risultare interessanti per la società, in chiave futura. Dal 1º luglio 2013 è il responsabile dell'area tecnica del Cuneo, ruolo che ricopre per una sola stagione. Dal 2017 diventa osservatore per la Juventus. Il 3 giugno 2019 viene ingaggiato dall'Alessandria come nuovo direttore sportivo. Palmarès Competizioni nazionali Scudetto Dilettanti: 1 - Pro Vercelli: 1 - 1993-1994 Campionato italiano Serie D: 1 - Alessandria: 2007-2008 (girone A) Competizioni regionali Terza Categoria: 1 - Ivrea: 2015-2016 Coppa Piemonte: 1 - Ivrea: 2015-2016
  7. MASSIMILIANO GIACOBBO https://it.wikipedia.org/wiki/Massimiliano_Giacobbo Nazione: Italia Luogo di nascita: Cittadella (Padova) Data di nascita: 15.07.1974 Ruolo: Centrocampista Altezza: 187 cm Peso: 78 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1991 al 1993 Esordio: 06.06.1993 - Serie A - Juventus-Lazio 4-1 1 presenza - 0 reti Massimiliano Giacobbo (Cittadella, 15 luglio 1974) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Massimiliano Giacobbo Nazionalità Italia Altezza 187 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 2007 Carriera Giovanili 198?-1992 Juventus Squadre di club1 1991-1993 Juventus 1 (0) 1993-1996 Foggia 24 (0) 1996-1997 Gualdo 15 (1) 1997-1998 Casarano 28 (0) 1998-1999 Arezzo 27 (4) 1999-2001 Pescara 50 (3) 2001-2002 Ancona 15 (0) 2002-2003 Messina 13 (0) 2003-2004 Ancona 4 (0) 2004-2007 Cittadella 83 (14) Carriera È cresciuto nelle giovanili della Juventus, con la quale ha esordito in Serie A a neppure 17 anni il 6 giugno 1993. Successivamente è passato al Foggia per rimanervi oltre tre anni (nelle prime due stagioni, in Serie A, ha totalizzato 10 gettoni). In seguito ha militato in diverse squadre di Serie C1 e di Serie B. Ha chiuso la carriera nel Cittadella, squadra della sua città.
  8. JESS VANSTRATTAN https://it.wikipedia.org/wiki/Jess_Vanstrattan Nazione: Australia Luogo di nascita: Gosford Data di nascita: 19.07.1982 Ruolo: Portiere Altezza: 191 cm Peso: 83 kg Nazionale Australiano Under-20 Soprannome: - Alla Juventus dal 2007 al 2008 Esordio: 18.07.2007 - Amichevole - Mezzocorona-Juventus 0-5 Ultima partita: 30.05.2008 - Amichevole - Melbourne Victory-Juventus 1-4 0 presenze - 0 reti subite Jess Kedwell Vanstrattan (Gosford, 19 luglio 1982) è un allenatore di calcio ed ex calciatore australiano, di ruolo portiere, allenatore dei portieri del Melbourne Victory. Jess Vanstrattan Nazionalità Australia Altezza 191 cm Peso 83 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Squadra Melbourne Victory (All. Por.) Termine carriera 2015 - giocatore Carriera Giovanili Northern Spirit Squadre di club 1999-2000 Northern Spirit 3 (-?) 2001-2003 Verona 0 (0) 2003-2004 → Carrarese 1 (-?) 2004-2007 Verona 8 (-17) 2007 → Ancona 1 (-1) 2007-2008 → Juventus 0 (0) 2008-2010 Gold Coast United 18 (-?) 2010-2011 C.C. Mariners 3 (-?) 2015 Newcastle Jets 0 (0) Nazionale 1999 Australia U-17 6 (-5) 2001 Australia U-20 2 (-5) Carriera da allenatore 2015-2017 Newcastle Jets Portieri 2017-2018 Melbourne City Portieri 2018-2019 Melbourne Victory Portieri 2019-2020 C.C. Mariners Portieri 2021- Melbourne Victory Portieri Palmarès Mondiali di calcio Under-17 Argento Nuova Zelanda 1999 Caratteristiche tecniche All'inizio viene impiegato in attacco, ma crescendo viene arretrato progressivamente fino a raggiungere la porta. Carriera Club La sua carriera calcistica è iniziata all'età di 7 anni nel settore giovanile del Terrigal. Nel 1999 viene scoperto durante i mondiali under 17 in Nuova Zelanda, nei quali la rappresentativa australiana giunge seconda, perdendo la finale ai rigori contro il Brasile, da un osservatore d'eccezione della Juventus, Roberto Bettega. Viene quindi portato in Italia dove viene ingaggiato in comproprietà da Verona e Juventus. Dopo i primi anni a Verona dove non scende mai in campo, viene ceduto in prestito nel 2003 alla Carrarese. Il 31 agosto 2003, alla prima giornata di campionato al Benelli di Ravenna, è vittima di un grave infortunio al ginocchio che ne frena l'ascesa. Quella resterà la sua unica partita nel campionato. Il ritorno a Verona non è fortunato e colleziona solo 8 presenze in tre stagioni. Nell'estate 2007 rescinde il contratto con il Verona per trasferirsi in Serie A alla Juventus come terzo portiere dietro a Buffon e Belardi, ma l'8 agosto 2007 la commissione tesseramenti della Federcalcio accoglie il ricorso della società veneta annullando la risoluzione del contratto e quindi anche il successivo contratto firmato con i bianconeri. Il 21 agosto torna alla Juventus con la formula del prestito, cambiando il suo numero di maglia che passa dal 22 al 13. Verso la fine della stagione annuncia di voler lasciare la Juventus per tornare in Australia e cercare di riconquistare la nazionale in vista dei prossimi mondiali in Sudafrica. Il Gold Coast United FC, formazione che milita nella Hyundai A-League australiana, il 30 settembre 2008 ufficializza l'acquisto del portiere. In dicembre 2008 ha effettuato un provino con il Bellinzona, ma a seguito di problemi con il permesso di lavoro non ha potuto essere tesserato. Il 19 luglio 2010 viene ingaggiato dai Mariners, squadra della massima serie australiana, dopo esser stato lasciato libero a parametro zero dal Gold Coast United. Viene svincolato alla scadenza del contratto il 14 aprile 2011. Nazionale Con la maglia australiana partecipa ai Mondiali Under-17 del 1999 giocati in Nuova Zelanda, arrivando secondo dietro ai pari età del Brasile, mentre nel 2001 partecipa ai Mondiali Under-20.
  9. GARRONE Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 20.11.1955 - Amichevole - Monza-Juventus 3-1 0 presenze - 0 reti
  10. ALESSANDRO DAL CANTO La sua carriera professionistica inizia nelle file della Juventus dove, nelle stagioni 1992-93 e 1993-94, disputa tre partite in Serie A esordendo il 14 marzo 1993 in Brescia-Juventus 2-0. Le prospettive sembrano buone ma, nell’estate del 1994, la Juventus lo lascia partire. Inizia quindi un lungo peregrinare in lungo e in largo per la penisola. MAURIZIO TARNAVASIO “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1993 La prima volta che incontrammo Alessandro Dal Canto fu poco più di due anni fa, in occasione di un Piacenza-Juventus del campionato Allievi svoltosi in una fredda e nebbiosa domenica mattina tipicamente padana. A quell’epoca il non ancora sedicenne ragazzo della provincia di Treviso veniva schierato come terzino sinistro. Nella stagione successiva Alex si mette in luce come ultimo uomo della difesa, ruolo ricoperto anche all’inizio di questa stagione, quella della promozione nella formazione Primavera guidata da Antonello Cuccureddu. Ebbene, dobbiamo dire che di Dal Canto colpiscono sin da subito le doti non facilmente reperibili in calciatori così giovani: la grande grinta e una serietà non comune lasciavano presagire già allora una più che promettente crescita globale, se solo il talento avesse potuto essere indirizzato verso i canoni di un calcio un po’ più maturo. E così puntualmente è stato: in soli otto mesi il riccioluto (e in apparenza ombroso) Alessandro ha compiuto quasi senza accorgersene un doppio salto in avanti. Non è, infatti, proprio da tutti ritrovarsi a giocare in Serie A dopo una così veloce trafila nelle giovanili. «In effetti, il salto è stato davvero improvviso, ma anche abbastanza indolore: la naturale soggezione che all’inizio avevo nei confronti dell’apparato della prima squadra è andata via via scomparendo. E se la scorsa estate mi dava da pensare persino il passaggio dagli Allievi alla Primavera per via dei diversi requisiti fisici e di esperienza richiesti nella categoria superiore, il fatto di ritrovarmi da novembre così in alto mi pare veramente fantastico: la mia grande fortuna è stata quella di essere visto bene da Trapattoni durante le partitelle del giovedì». Racconta qualcosa di te, in modo che gli amici bianconeri possano cominciare a conoscerti. «Sono nato a Castelfranco Veneto il 10 marzo 1975 e ho iniziato a giocare seriamente a calcio a otto anni nel Giorgione. Verso i tredici sono passato al Montebelluna, dove per due stagioni consecutive sotto la guida di Cavasin, ora alla guida degli Allievi bianconeri, sono approdato alle finali nazionali della categoria Giovanissimi, e nella stagione 1990-91 finalmente l’arrivo in Juve. Riguardo alla scuola, sono iscritto come privatista al quarto anno di Ragioneria, e conto di diplomarmi in tempo; per quanto concerne invece il carattere dicono che sia piuttosto buono e altruista ma poco compagnone, tanto da sembrare a qualcuno un po’ chiuso». E com’è l’Alessandro Dal Canto calciatore in ascesa? «Credo un buon apprendista, e non lo dico per falsa modestia. Se forse sono grintoso al punto giusto ed equilibrato tatticamente, devo ancora migliorare notevolmente il destro e giungere a una formazione calcistica il più completa possibile. In fin dei conti soltanto l’altro ieri giocavo con i ragazzi come me. Oltretutto so la mia situazione attuale è estremamente aleatoria: sono salito su un trampolino senza aver raggiunto ancora alcuna meta, nonostante qualche apparizione in Serie A. Le mie motivazioni a emergere sono assolutamente integre, se non addirittura aumentate rispetto a qualche mese fa, e mi dispiace vedere che qualche coetaneo di altri club si monti la testa per così poco». In tema di sincerità: dopo tre anni di Juve quali sono le tue impressioni sulla società bianconera vista dal di dentro? E su Torino? «Mi sembra sinceramente davvero bene organizzata sotto ogni punto di vista, con un settore giovanile in fermento. La città invece non mi fa impazzire, in quanto troppo fredda e impersonale per il mio carattere. Ma dal momento che sono da sempre un tifoso bianconero “doc” la scelta di venire qui si è dimostrata quanto mai felice». Come ti è sembrato di primo acchito il professionismo visto dall’interno? «Sicuramente meglio di quanto immaginassi, soprattutto grazie all’estrema semplicità dei miei nuovi compagni di squadra. Però mi sono anche reso conto che l’obbligo di primeggiare spesso genera tensioni che alla lunga potrebbero portare a un inevitabile stress». Quali sono le motivazioni prioritarie per le quali vorresti vivere il mondo del calcio dal di dentro? «Innanzitutto viene la passione per il gioco, smisurata e sincera, poi il piacere di avere una certa notorietà, quindi il denaro e infine la possibilità di conoscere il mondo da vicino». I sacrifici sin qui fatti paiono al momento ripagati. Ma che effetto fa lasciare a quindici anni la casa, la famiglia e la propria città per inseguire altrove quella che per molti è purtroppo soltanto una chimera? «In effetti, al mio arrivo a Torino mi sono sentito parecchio spaesato, anche perché quell’avventura non coinvolgeva alcun altro compagno di squadra o compaesano. Ma per fortuna qui ho subito fraternizzato con Jonathan Binotto, che conoscevo solo di vista: ebbene, da tre anni in pensione viviamo nella stessa camera e siamo diventati inseparabili e non c’è problema o confidenza che non coinvolga entrambi. Devo dire che questo rapporto mi è servito tantissimo. Consentendomi di superare ogni impasse, per cui il mio augurio più sincero è che presto anche Jonathan possa dividere con me nuove gioie: le qualità certo non gli mancano, e di questo se ne sono già accorti sia Trapattoni che il selezionatore della Nazionale di categoria. Quindi basta aspettare: negli ultimi anni la mia Juve ha dimostrato a più riprese di voler contare su noi giovani. I vari Micillo, Giampaolo, Serena, Di Muri e Zanini non sono certo passati qui per caso». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/06/alessandro-dal-canto.html
  11. ALESSANDRO DAL CANTO https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Dal_Canto Nazione: Italia Luogo di nascita: Castelfranco Veneto (Treviso) Data di nascita: 10.03.1975 Ruolo: Difensore Altezza: 180 cm Peso: 77 kg Nazionale Italiano Under-23 Soprannome: - Alla Juventus dal 1992 al 1994 Esordio: 27.01.1993 - Coppa Italia - Juventus-Parma 2-1 Ultima partita: 30.05.1993 - Serie A - Pescara-Juventus 5-1 4 presenze - 0 reti 1 coppa Uefa Alessandro Dal Canto (Castelfranco Veneto, 10 marzo 1975) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, tecnico della Viterbese. Alessandro Dal Canto Dal Canto nel 2011 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Squadra Viterbese Termine carriera 2009 - giocatore Carriera Giovanili 1991-1992 Juventus Squadre di club 1992-1994 Juventus 4 (0) 1994-1995 Vicenza 35 (1) 1995-1996 Torino 16 (0) 1996 Vicenza 2 (0) 1996-2000 Venezia 96 (2) 2000 Bologna 18 (0) 2000-2003 Vicenza 50 (1) 2003 → Uralan 21 (0) 2004 Vicenza 11 (0) 2004-2005 Catanzaro 26 (0) 2005-2006 Perugia 13 (0) 2006-2007 AlbinoLeffe 47 (0) 2007-2009 Treviso 27 (0) Nazionale 1992-1993 Italia U-18 5 (0) 1997 Italia U-23 4 (0) Carriera da allenatore 2009-2011 Padova Primavera 2011-2012 Padova 2013 Vicenza 2013-2014 Venezia 2015-2016 Italia U-17 2016-2017 Empoli Primavera 2017-2018 Juventus Primavera 2018-2019 Arezzo 2019-2020 Siena 2020-2021 Livorno 2021- Viterbese Palmarès Giochi del Mediterraneo Oro Bari 1997 Carriera Giocatore Club La sua carriera iniziò nelle file della Juventus, con cui esordì da professionista il 27 gennaio 1993 in occasione della vittoriosa sfida di Coppa Italia (2-1) contro il Parma; tra le stagioni 1992-1993 e 1993-1994 disputò altre 3 partite in Serie A con la maglia bianconera, con l'esordio in campionato risalente al 14 marzo 1993 in Brescia-Juventus (2-0). In seguito passò per una prima volta al Vicenza, con cui, in Serie B, disputò 35 partite, realizzando anche il primo gol da professionista. Nel 1995-1996 fu al Torino, con il quale giocò 16 partite nella massima serie per poi ritornare, la stagione successiva, in cadetteria nelle file del Vicenza. Nel dicembre 1996 passò al Venezia, dove rimase per quattro stagioni, scendendo in campo 96 volte tra Serie A e B e siglando 2 reti. Nel gennaio 2000 si trasferì Bologna, con cui disputò 18 partite prima di passare, nell'ottobre successivo, nuovamente al Vicenza, dove rimase tre stagioni, disputando 49 incontri e segnando una rete. Un giovane Dal Canto in azione alla Juventus nei primi anni 1990 Nel gennaio 2003 un nuovo trasferimento che lo fece diventare uno dei primi italiani a giocare nell'Est europeo, precisamente in Russia, con la maglia dell'Uralan, con la quale giocò 21 partite nella Premjer-Liga, divenendo il primo giocatore italiano di sempre a militarvi. Ritornò in Italia nel gennaio 2004 per vestire nuovamente la maglia del Vicenza, con cui giocò 11 partite, per un totale di 97 con la maglia biancorossa. Nella stagione 2004-2005 giocò ancora in Serie B, ma con la maglia del Catanzaro (26 presenze), per poi passare, nella stagione successiva, in Serie C1, tra le file del Perugia (13 presenze). Trascorse in Umbria solo mezza stagione, dato che nel gennaio 2006 si trasferì all'AlbinoLeffe dove rimase due stagioni, collezionando 47 presenze totali. Nell'estate 2007, svincolato, venne ingaggiato dal Treviso, dove chiuse la carriera nel 2009. Nazionale Dal 1992 al 1993 ha giocato 5 partite con la nazionale Under-18, mentre nel 1997 ha giocato 4 partite con la nazionale Under-23. Ha partecipato nelle file della selezione padana all'edizione 2008 della Viva World Cup, campionato mondiale di calcio tra nazionali della NF-Board e non riconosciute dalla FIFA, edizione vinta dalla stessa Padania. Allenatore Il 16 luglio 2009 diviene l'allenatore della formazione Primavera del Padova. Il 15 marzo 2011, dopo l'esonero di Alessandro Calori, gli viene affidata la guida della prima squadra biancoscudata, in Serie B, con cui debutta il successivo 19 marzo nella vittoriosa sfida contro il Pescara (2-0). Con i patavini sfiora la promozione in Serie A, perdendo la finale play-off contro il Novara. I buoni risultati ottenuti con i biancoscudati gli valgono la conferma alla guida della prima squadra. Alla fine della stagione 2011-2012, dopo aver mancato l'accesso alla zona play-off, non viene riconfermato sulla panchina della squadra. Frattanto il 5 luglio 2012 acquisisce a Coverciano con il massimo dei voti il titolo di allenatore di Prima Categoria UEFA Pro e quindi il diritto di ricoprire il ruolo di tecnico in una squadra della massima serie. Il 28 gennaio 2013 viene chiamato alla guida del Vicenza, dopo l'esonero di Roberto Breda; a fine campionato non riesce a evitare la retrocessione della squadra berica in Lega Pro. Il successivo 3 luglio diventa l'allenatore del Venezia, venendo esonerato il 20 ottobre 2014, alla nona giornata del campionato di Lega Pro. Il 13 luglio 2015 viene nominato selezionatore dell'Italia Under-17, con cui raggiunge la fase finale del campionato europeo di categoria in Azerbaigian, venendo eliminato dopo le tre partite del girone. Il 17 giugno 2016 passa alla guida della formazione Primavera dell'Empoli, con cui raggiunge la finale del Torneo di Viareggio 2017 persa contro il Sassuolo. Il successivo 19 giugno viene nominato allenatore della formazione Primavera della Juventus. Con i bianconeri viene eliminato agli ottavi di Coppa Italia dal Torino e nella semifinale del Torneo di Viareggio e di campionato per mano di Fiorentina e Inter. Il 13 giugno 2018 lascia il club piemontese e lo stesso giorno diventa il tecnico dell'Arezzo che guida ad un buon quarto posto nel girone e fino alla semifinale play-off. La stagione successiva non rinnova e il 4 luglio 2019 firma un contratto con la Robur Siena. Arriva 6º nel girone A della Serie C e perde il secondo turno dei play-off. Data la mancata iscrizione della formazione bianconera, il 16 settembre 2020 viene ufficializzato come nuovo allenatore del Livorno, sempre in Serie C. Il 1º marzo 2021, con la squadra penultima in classifica, viene sollevato dall'incarico. Il 10 maggio 2021 viene annunciato come nuovo tecnico della Viterbese, militante nel Girone B della Serie C, per la stagione 2021-2022. Il 4 ottobre, dopo 7 giornate di campionato e solo 3 punti conquistati che inchiodano la squadra all'ultimo posto della classifica, viene esonerato. Il 6 marzo 2022 viene richiamato alla guida dei laziali, al posto dell'esonerato Francesco Punzi, con la squadra al penultimo posto, assieme all'Imolese. Raggiunge il sedicesimo posto e si salva ai play-out battendo la Fermana. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1993-1994 Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1994 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 Nazionale Giochi del Mediterraneo: 1 - Bari 1997 Coppa del mondo VIVA: 1 - Padania: 2008
  12. Non tiferei Inter nemmeno sotto tortura
  13. MARIO FERRARO Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1910 al 1911 Esordio: 30.04.1911 - Prima Categoria - Milanese-Juventus 4-1 1 presenza - 0 reti
  14. MALETTI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1920 al 1921 Esordio: 26.06.1921 - Amichevole - Saluzzo-Juventus 1-1 0 presenze - 0 reti
  15. TESTA https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1951-1952 Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1951 al 1952 Esordio: 24.04.1952 - Amichevole - Juventus-Biellese 7-2 0 presenze - 0 reti
  16. MIGUEL ALEXANDRE AREIAS LOPES Nazione: Portogallo Luogo di nascita: Vila Nova de Gaia Data di nascita: 02.06.1977 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2006 al 2007 Esordio: 04.09.2006 - Amichevole - Roma-Juventus 1-0 0 presenze - 0 reti
  17. GRIGORIS KASTANOS https://it.wikipedia.org/wiki/Grīgorīs_Kastanos Nazione: Cipro Luogo di nascita: Nicosia Data di nascita: 30.01.1998 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: 71 kg Nazionale Cipriota Soprannome: - Alla Juventus dal 2018 al 2019 Esordio: 13.04.2019 - Serie A - Spal-Juventus 2-1 1 presenza - 0 reti 1 scudetto Grīgorīs Kastanos (Nicosia, 30 gennaio 1998) è un calciatore cipriota, centrocampista della Salernitana in prestito dalla Juventus e della nazionale cipriota. Grīgorīs Kastanos Kastanos con la nazionale cipriota nel 2015 Nazionalità Cipro Altezza 176 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Centrocampista Squadra Salernitana Carriera Giovanili 2010-2014 EN Paralimni 2014-2017 Juventus Squadre di club 2017 → Pescara 8 (0) 2017-2018 → Zulte Waregem 1 (0) 2018-2019 Juventus U23 30 (3) 2018-2019 Juventus 1 (0) 2019-2020 → Pescara 24 (0) 2020-2021 → Frosinone 34 (2) 2021- → Salernitana 18 (1) Nazionale 2013 Cipro U-16 2 (1) 2014 Cipro U-17 6 (1) 2015 Cipro U-21 2 (0) 2015- Cipro 43 (3) Caratteristiche tecniche Trequartista e all'occorrenza seconda punta o mezzala, è ambidestro e possiede delle ottime qualità tecniche. Bravo nel verticalizzare l'azione, si distingue per la discreta visione di gioco che gli permette di calibrare precisi assist per i compagni e possiede una buona freddezza sotto porta. Ottimo battitore dei calci da fermo, che predilige battere con il piede destro, è un calciatore rapido negli inserimenti, abile nell'uno contro uno e nell'attaccare la profondità. Carriera Club Muove i suoi primi passi nelle giovanili dell'Enosis Paralimni, società di calcio cipriota. Il 31 gennaio 2014, dopo aver compiuto il sedicesimo anno di età, viene prelevato dalla Juventus in cambio di 60.000 euro (più bonus). Il 30 marzo 2016 vince il Torneo di Viareggio con la formazione Primavera. Sua è una delle tre reti con cui i bianconeri si impongono per 3-2 in finale contro il Palermo. Il 19 gennaio 2017 passa in prestito per sei mesi al Pescara. Esordisce con gli abruzzesi il 28 gennaio contro l'Inter a San Siro, diventando il primo calciatore cipriota a giocare in Serie A. Il 27 luglio 2017 passa in prestito allo Zulte Waregem in Belgio, insieme al compagno Nicola Leali. Il 14 settembre esordisce in Europa League contro il Nizza, subentrando al 74' al posto di Nill De Pauw. Non trovando spazio, il 31 gennaio 2018 torna alla Juventus. La stagione seguente viene aggregato alla Juventus U23, in Serie C. Il 13 aprile 2019 esordisce con la prima squadra contro la SPAL da titolare, diventando il primo giocatore cipriota a giocare con la Juventus. A fine stagione si laurea campione d'Italia. Il 22 agosto 2019 torna in prestito al Pescara, in Serie B. Il 12 settembre 2020 passa in prestito al Frosinone. Segna il primo gol con i ciociari il 4 gennaio 2021, nella sconfitta casalinga contro la SPAL per 2-1. Il 14 agosto 2021 approda, sempre in prestito con diritto di riscatto, alla Salernitana. Il 9 gennaio 2022, segna su punizione il suo primo gol con i campani, nonché primo gol in massima serie, nella vittoria per 1-2 in casa dell'Hellas Verona, diventando il primo cipriota a realizzare una rete in Serie A. Nazionale Il 5 marzo 2015 viene convocato - all'età di 17 anni - dal CT Pambos Christodoulou per l'incontro tra Cipro e Belgio valevole per le qualificazioni all'Europeo 2016. Esordisce quindi in nazionale maggiore il 28 marzo (il Belgio vincerà l'incontro 5-0), subentrando a 5' dal termine al posto di Kōnstantinos Makridīs. Palmarès Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 2016 Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 2018-2019
  18. MORENO TORRICELLI Nasce a Erba (CO) il 23 gennaio 1970. La sua storia ha dell’incredibile; si può dire che interpreta la fiaba di Cenerentola ambientata nel mondo del calcio. Torricelli, infatti, lavora come magazziniere in una fabbrica di mobili della Brianza ma, grazie a un’amichevole disputata dalla Juventus nel luglio del 1992 contro la squadra nella quale milita per hobby, la Caratese (Campionato Nazionale Dilettanti), la sua vita cambia.«Dai quindici ai ventidue anni ho lavorato fino alle sei del pomeriggio. Fare il falegname non mi dispiaceva, così come essere un calciatore solo per divertimento e qualche spicciolo. Avevo già allora una volontà di ferro. Ero uno di quelli che appena finito il turno preparava la borsa e volava al campo sportivo per l’allenamento. Fino a tardi, almeno tre volte a settimana. Sacrifici che oggi ricordo con grande piacere. Sarebbe stato bello farli anche se non fossi arrivato in Serie A. In origine ero un libero. Staccato, si diceva quando la marcatura era solo a uomo. Ho giocato così nei primi anni a Oggiono. Poi nel 1990 andai a Carate Brianza, dove arrivò un allenatore, Antonelli, che portò idee nuove. Il Sacchi dei campionati minori. Ci fece giocare in linea e mi spostò a giocare sulla fascia. Mi ha inventato come terzino, sono stato bravo ad adattarmi».Giovanni Trapattoni, impressionato dalla carica agonistica e dalla grinta del giocatore, lo convoca in prova nel ritiro precampionato bianconero e convince la Juventus ad acquistarlo per pochi milioni di lire: «All’improvviso è spuntata la Juventus e fino all’ultimo non ci ho creduto. Mi seguivano due società; avrei potuto andare alla Pro Vercelli, ho fatto un provino per il Verona, infine sembravo destinato al Lecce. Poi è arrivata la grande occasione, due amichevoli con la Juventus che aveva bisogno di prestiti per le gare di Vicenza e Ancona. La favola è cominciata lì. Con la Juventus, mica una squadra qualsiasi».Non fatica molto a diventare titolare fisso della squadra che in quella stagione si aggiudica la Coppa Uefa, battendo in finale i tedeschi del Borussia Dortmund: «Probabilmente non ho avuto nemmeno il tempo di rendermene conto che giocavo con la Juventus, mi sono subito sentito a mio agio. Ora mi sembra tutto normale, grazie all’aiuto dei miei compagni che, sin dal primo giorno, si sono comportati con me come se fossi uno di loro».Giocatore volitivo e dalla grande grinta, Torricelli occupa indifferentemente tutti i ruoli della difesa juventina, anche se preferisce giocare sulla fascia destra. Proprio per la sua generosità, per la sua voglia si lottare e per la sua determinazione, diventa immediatamente l’idolo dei tifosi juventini.Dal Trap si passa a Lippi, ma la musica non cambia; Moreno è sempre titolare fisso della squadra bianconera. Le due stagioni migliori per Torricelli sono la 1994-95 e la 1995-96. Conquista lo scudetto, la Coppa Italia, la Champions League, la Coppa Intercontinentale, la Supercoppa europea e la Supercoppa Italiana, disputando partite memorabili per intensità e grinta. Da incorniciare è la finale contro l’Ajax, nella quale sfiora il goal dopo una corsa di cinquanta metri verso la porta avversaria e viene eletto miglior giocatore in campo.Naturalmente, arriva anche la convocazione in Nazionale con la quale disputa dieci partite, partecipando al Campionato Europeo inglese: «La stagione del primo scudetto è stata unica, memorabile; siamo partiti senza i favori del pronostico poi, strada facendo, arrivano le vittorie. Un pomeriggio, allo stadio Tardini, prima di Parma-Juventus, Luca Vialli si mise a strillare: “Ragazzi, il treno passa una sola volta, non facciamolo scappare”. Detto e fatto; battemmo i rivali emiliani per 3-1 e ci avviammo trionfalmente verso il titolo. Secondo me, quella è stata la partita della nostra svolta».Nelle stagioni 1996-97 e 1997-98 Geppetto è ancora protagonista ed è determinante per la conquista due scudetti. Nell’estate del 1998, dopo 230 partite e tre goal in maglia bianconera, chiede e ottiene di essere ceduto alla Fiorentina, dove ad allenare la squadra c’è proprio Giovanni Trapattoni, l’uomo che lo aveva scoperto sei anni prima. Moreno lo ringrazia con un’ottima stagione che termina con la conquista da parte della squadra viola del terzo posto in campionato e con l’accesso ai preliminari di Champions League.Disputerà ancora tre stagioni con i viola, fino all’estate del 2002, anno del fallimento economico della società. Nel gennaio 2003 si trasferisce in Spagna, nell’Español, dove disputa due stagioni. Torna in Italia nel novembre 2004 giocando nelle file dell’Arezzo, nel campionato di Serie B.“G.S.” DEL FEBBRAIO 2010Cosa ricordi del primo incontro con Luciano Moggi alla Juventus? «Cambiava un’epoca. Dall’Avvocato si passava al Dottor Umberto. Da una dirigenza a gestione familiare a una più fredda e tecnica. Da Boniperti a Giraudo e Moggi. Non fu un passaggio indolore. Della vecchia gestione rimase solo il magazziniere. Per stare al passo con il Milan era l’unica strada da percorrere. E Moggi rappresentava il top, comprese le voci maligne».Voci legittime? «Di sicuro è che se la Juve voleva tornare a vincere, Moggi, per l’esperienza e le capacità, era il dirigente più adatto per costruire qualcosa di importante».Tu come hai vissuto il passaggio? «Non c’era più Francesco Morini come team manager, non c’era più Boniperti. Erano stati ceduti anche diversi compagni. E poi andò via Trapattoni, al quale ero molto legato. È stato grazie a lui che sono arrivato alla Juve direttamente dall’Interregionale».All’epoca si parlò di favola: è giusto dipingerla così? «L’incredibile sta nel salto mortale da una categoria dilettantistica alla società più titolata d’Italia nel giro di pochissimo tempo. Fin qui può anche essere una favola. Però c’erano delle basi importanti, altrimenti non avrei retto il colpo. E questa è tutta realtà».Che ricordi conservi? «Non ho dimenticato niente, come potrei? Era il 1992. La Juve doveva giocare alcune amichevoli di fine stagione ed io fui aggregato alla squadra come prestito. In quel periodo ero seguito da alcune società di C, insomma qualcosa si sarebbe mosso. Giocai bene, credo che Trapattoni abbia apprezzato la mia grinta, la determinazione, la fame che avevo. E così per l’anno dopo chiese alla società di acquistarmi».Il primo ingaggio a quanto ammontava? «Ottanta milioni, più i premi. Ma la cifra la mise Boniperti perché io firmai in bianco. Andai in sede con il mio procuratore, ma il presidente non lo fece neanche entrare».È vero che come prima cosa ordinasti una Lancia Thema? (ride) «Verissimo, d’altronde ero senza macchina. La BMW che mi ero comprato con tutti i risparmi che avevo, mi era stata rubata. Senza auto e senza denari, approfittai degli sconti Fiat. Mi è andata bene».Quanto ha inciso Trapattoni nella tua riuscita? «È stato determinante. Con me ha rischiato grosso. Non è da tutti puntare su un giovane che viene dai Dilettanti. Il nostro era un rapporto speciale, ci parlavamo in dialetto. E non sai quante volte sono rimasto a fine allenamento con lui per migliorare la tecnica».Dal Trap a Lippi. «Non fu un passaggio indolore. Inizialmente è stata durissima. Dico subito che Lippi è il miglior allenatore che ho avuto, il più completo. Però quando arrivò le distanze tra di noi erano notevoli. Dovevamo capirci, conoscerci, ma non è stato semplice. Al punto che stavo quasi per andare alla Roma».Davvero? «Un giorno durante la solita chiacchierata prima dell’allenamento, il Mister mi attacca davanti a tutti. Per me, un fulmine a ciel sereno. Ci fu un battibecco tra me e lui. Incredibile. Dalla rabbia, mi vennero le lacrime agli occhi».Motivo? «Non c’erano motivi specifici. Io avevo alle spalle due campionati tra i professionisti. Voleva qualcosa di più da me. Di sicuro non gli piaceva che io fumassi. Lì per lì l’ho odiato: perché attaccarmi di fronte ai compagni? Con il tempo ho capito che era il suo modo per spronare i giocatori, per tenerli sulla corda. Tutto in funzione del gruppo».A volte questa del gruppo sembra una storiella un po’ artificiosa. «Niente affatto. Per Lippi il gruppo è il fulcro di tutto, basta vedere quello che è successo ai Mondiali. La Juventus è stata per lui la prima grande occasione. Il rischio era grosso pure per lui e aveva bisogno che la squadra lo aiutasse».Chiese a Vialli di rimanere. «Luca era giù di corda. Lippi seppe ricaricarlo e rinacque. Vialli in allenamento era un rompiballe incredibile. Guai a sbagliare un passaggio: voleva il pallone preciso dove indicava lui. Ma in partita era il primo a darti una mano. Finiva un’azione di attacco ed era già vicino a noi difensori per aiutarci. Un vero leader, anche fuori dal campo. Quello che non è stato Baggio».In che senso? «Roby era uno tranquillo. Io credo che, per il grande giocatore che era, avrebbe potuto dare di più in termini di personalità, anche con i dirigenti. Per dirti: Vialli era uno che se avevi un problema se ne faceva carico con la società».Lippi quando svoltò davvero? «Dopo la sconfitta per 2-0 a Foggia, parlò al gruppo senza mezzi termini. Disse che si era stufato di vedere la squadra che rinculava e subiva. Se proprio dobbiamo rischiare, disse, allora andiamo avanti. Da lì nacque l’idea del tridente. Fu la scossa vincente».Con Del Piero sempre più spesso in campo al posto di Baggio. «Ma al di là dei singoli, la forza di quella Juve era nella voglia di sacrificarsi per arrivare alla vittoria. Vedere quei tre davanti che non si fermavamo mai, dava a tutti noi una carica eccezionale».Merito della cura Ventrone? «Mamma mia. Al confronto gli allenamenti con Trapattoni erano passeggiate. Ci ammazzava. Ogni giorno ci aspettavano 500 addominali».Ma nessuno lo ha mai mandato a quel paese? «A turno lo abbiamo fatto tutti, ma poi si vinceva e allora Ventrone era bravo. In campo andavi come una scheggia».Solo per merito della preparazione atletica? «No, anche della tua forza di volontà e della carica che ti dà il successo».La cosa più bella che ti ha dato la Juventus? «La Coppa dei Campioni a Roma nel 1996. Ricordo tutto: la notte insonne, il viaggio in pullman fino allo stadio, la formazione letta dal Mister due ore prima, l’adrenalina che ti scuote. E poi il campo. La vittoria. La Coppa e il palco. E gli occhi di Vialli che brillano, perché il treno stavolta si è fermato. La gioia per aver giocato una delle più belle partite della mia vita, correndo per due ore. E alla fine, sorteggiato per il controllo antidoping con Kluivert, la battuta dell’avversario sconfitto: “Ti hanno beccato, eh?”».NICOLA CALZARETTA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 2012Moreno Torricelli. Nella storia bianconera nessuno come lui. Non solo e non tanto per il doppio salto mortale dall’Interregionale alla Juventus, cinque categorie in un colpo solo. Quanto perché, a quelle altezze, lui ci si è abituato da subito, senza bombole di ossigeno. Correva l’anno 1992. E per il giovane difensore nato a Erba il 23 gennaio 1970 cambiava la vita. Da magazziniere in un mobilificio, alla maglia bianconera. Da terzino nella Caratese a compagno di Baggio e Vialli. Senza timori, né paure. Anzi. Il primo trofeo è la Coppa Uefa nel 1993, quindi il campionato e la Coppa Italia con Lippi due anni dopo. Ed è con lo scudetto e la coccarda tricolore cuciti sul petto che Torricelli, maglia bianconera numero due, affronta il ritorno contro il Real Madrid il 20 marzo 1996. In palio la semifinale di Champions League: «Il Delle Alpi era pieno, una delle poche volte in cui ho visto lo stadio esaurito. L’atmosfera era quella giusta. Grande tensione, anche perché in campionato eravamo messi male e la Champions era l’unico obiettivo della stagione».Faceva paura il Real Madrid? «Quello del Real è sempre stato un nome ingombrante. Poi c’erano dei veri ossi duri come Hierro, Michel e Luis Enrique. Al Bernabéu d avevano messo seriamente in difficoltà. Merito di San Peruzzi se finì solo 1-0 per loro».Come fu preparata la gara di ritorno? «Non ci furono novità particolari. Piuttosto non erano disponibili Ferrara, Paulo Sousa e Ravanelli. Ma quella squadra lì poteva contare su un gruppo veramente di qualità. Il resto lo fece la sfida in sé, un vero e proprio duello: dentro o fuori, tutto di un fiato».L’inizio è promettente: al 16’ Del Piero segna su punizione. «Ed eravamo in parità. Lì è cominciata la vera partita. Grandissimo Ale, uno dei giocatori più forti che abbia mai incontrato. Mi sono fermato mille volte ad ammirarlo in allenamento mentre tirava le punizioni».Per rubargli i segreti? «Con i miei piedi? (ride) No. Semmai era bello vedere la sua dedizione, il suo impegno, la volontà che ci metteva per migliorarsi ogni giorno sempre di più: un esempio, mi creda».Era lui il leader di quella Juve? «No, era ancora troppo giovane. Il leader era Luca Vialli, un perfezionista. Negli allenamenti era un rompiscatole incredibile, ma in partita era il primo a darti una mano. Un vero capitano, anche fuori dal campo. Vialli era uno che se avevi un problema, se ne faceva carico anche nei confronti della società. Comunque in quella squadra, ognuno di noi aveva una caratteristica che lo rendeva leader».Per esempio? «La calma di Pessotto, la classe di Del Piero, la sicurezza di Peruzzi, la capacità di sdrammatizzare di Ferrara, la generosità e la cura dei dettagli di Conte. Su tutti, poi Marcello Lippi a gestire in maniera eccezionale. E pensare che il primo incontro con il Mister fu quasi uno scontro».Come mai? «Alla Juventus era cambiato tutto. Dalla dirigenza al team manager. E al posto di Trapattoni, ecco Lippi».Trapattoni la coccolava di più? «Devo tutto al Trap. Il Mister è stato determinante. Puntando su di me ha rischiato grosso. Il nostro, poi, era un rapporto speciale, ci parlavamo in dialetto. Lippi era semplicemente diverso, c’era più distanza. Confesso che pensai davvero di andare alla Roma che mi stava cercando».Meno male che la storia è andata in altro modo. «Dovevamo solo conoscerci e apprezzarci a vicenda. Lippi è il miglior allenatore che ho avuto perché il più completo. E poi con lui ho vinto tutto quel che c’era da vincere».Torniamo al Real. Finisce il primo tempo e il risultato è sempre di 1-0. «Nella ripresa entra Di Livio al posto di Jugović. Per il resto, tutto uguale, compresa l’aumentata convinzione di poter passare il turno».Passano otto minuti e Padovano realizza il 2-0. «Il Delle Alpi venne giù. Ma il goal era nell’aria. Già nel primo tempo avevamo sfiorato il raddoppio. Dopo la gioia, però, ci fu la presa di coscienza che da lì in avanti sarebbe stata ancora più dura».II Real attacca, ma nel frattempo Alkorta viene espulso. «Il guaio è che proprio io beccai un rosso pochi minuti dopo. Ricordo che guardai la partita dal sottopassaggio in compagnia di Zamorano che era squalificato. Lì vidi il pallone calciato da Rincon che sfiorò il palo. Era quasi il novantesimo. Sarebbe stato il goal del sorpasso del Real. Un po’ di fortuna non guasta mai».L’arbitro Van der Ende finalmente fischia la fine e la Juve è in semifinale di Champions. «Una gioia immensa, adesso c’era soltanto un altro ostacolo da superare prima di arrivare alla finale di Roma. Che avremmo vinto».Che ricordi ha della notte romana? «Per me è stata la vittoria più esaltante, quella che mi ha dato una scossa di adrenalina incredibile. Ma anche il campionato e l’Intercontinentale sono conquiste eccezionali. Lo scudetto è una vittoria particolare, la assapori un po’ alla volta mentre prende forma. A Tokyo fu tutto strano. Solo dopo il ritorno in Italia mi sono realmente reso conto di cosa avevamo fatto».Anche del suo modo di esultare con la maglia al contrario? «Erano i primi tempi che il nome veniva stampato dietro. Mi venne così, senza pensarci troppo, di girarmi la maglia in modo che nome e numero fossero sul davanti. Credo di essere stato il primo».Che sta facendo adesso? «Mi sto dedicando alla famiglia. Ho avuto anche qualche proposta per allenare in Serie B ma credo che, dopo la scomparsa di mia moglie, sia più giusto adesso pensare ai figli».Come si reagisce a queste entrate dure del destino? «Pensando alle cose veramente importanti. Devo dire che lo sport insegna molto. Soprattutto a trovare la forza per superare gli ostacoli e a mantenere l’equilibrio». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/moreno-torricelli.html
  19. MORENO TORRICELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Moreno_Torricelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Erba (Como) Data di nascita: 23.01.1970 Ruolo: Difensore Altezza: 184 cm Peso: 82 kg Nazionale Italiano Soprannome: Cenerentolo - Geppetto Alla Juventus dal 1992 al 1998 Esordio: 27.08.1992 - Coppa Italia - Juventus-Fidelis Andria 4-0 Ultima partita: 20.05.1998 - Champions League - Juventus-Real Madrid 0-1 230 presenze - 3 reti 3 scudetti 1 coppa Italia 2 supercoppe italiane 1 champions league 1 coppa Uefa 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Moreno Torricelli (Erba, 23 gennaio 1970) è un ex calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo difensore. Moreno Torricelli Torricelli alla Juventus nel 1996 Nazionalità Italia Altezza 184 cm Peso 82 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1º luglio 2006 - giocatore 30 giugno 2010 - allenatore Carriera Giovanili 19??- 19?? Folgore Verano 19??- 19?? Como 19??- 19?? Folgore Verano Squadre di club 19??-1988 Folgore Verano ? (?) 1988-1990 Oggiono 49 (0) 1990-1992 Caratese 57 (3) 1992-1998 Juventus 230 (3) 1998-2002 Fiorentina 99 (2) 2003-2004 Espanyol 33 (0) 2004-2005 Arezzo 26 (2) Nazionale 1996-1999 Italia 10 (0) Carriera da allenatore 2007-2008 Fiorentina Esordienti 2009 Pistoiese 2009-2010 Figline Biografia All'epoca della sua militanza nella Juventus, Roberto Baggio lo soprannominò Geppetto, nomignolo che lo accompagnò per tutta la carriera. La prima moglie Barbara, sposata nel 1995 e morta nel 2010 di leucemia, gli ha dato tre figli. Dopo essere rimasto vedovo, lascia la carriera di allenatore e si ritira con i figli a Lillianes, nella terra d'origine della compagna. Da metà anni 2010 è occasionalmente opinionista per il canale tematico Juventus TV e per Rai Sport. Giocatore Club Gli inizi Terzino volitivo e dalla grande grinta, inizia a giocare nella formazione Pulcini della Folgore Verano. Visionato dal Como, disputa in prestito con gli azzurri il campionato Allievi Regionali, ma non riesce a convincere tornando così alla base. Con la formazione di Verano Brianza arriva a giocare in prima squadra fino al campionato 1987-1988. A fine stagione viene ceduto all'Oggiono, appena approdato nel campionato lombardo di Promozione. Rimane con i rossoblù per due annate prima di essere ceduto alla Caratese, in Serie D. Juventus Torricelli interviene in scivolata sull'interista Bergkamp nel derby d'Italia del 28 novembre 1993. All'inizio degli anni 1990 lavora come falegname in una fabbrica di mobili della Brianza e gioca a calcio solo a livello dilettantistico, ma grazie a un'amichevole disputata proprio dalla Caratese contro la Juventus, la sua vita cambia: nella primavera 1992 viene aggregato ai bianconeri per un periodo di prova, impressionando positivamente l'allenatore Giovanni Trapattoni, sicché l'estate seguente viene acquistato per 50 milioni di lire. Esordisce in Serie A il 13 settembre 1992 nella partita contro l'Atalanta, vinta per 4-1. Non patisce il grande salto di categoria e diviene subito un titolare inamovibile dei bianconeri, che in quella stagione si aggiudicano la Coppa UEFA battendo in finale i tedeschi del Borussia Dortmund. Gli juventini Peruzzi, Lombardo e Torricelli a Palermo nel febbraio 1997, alla vigilia della vittoriosa finale di ritorno della Supercoppa UEFA 1996. Le due annate migliori per il giocatore sono quelle 1994-1995 e 1995-1996: in tale biennio vince infatti lo scudetto, la Coppa Italia, la Champions League, la Coppa Intercontinentale, la Supercoppa italiana e la Supercoppa UEFA. In questo periodo, il 10 settembre 1995 realizza il suo primo gol nel massimo campionato italiano, siglando il momentaneo raddoppio nel 4-0 al Piacenza. Nelle stagioni 1996-1997 e 1997-1998 è ancora protagonista, conquistando due nuovi titoli nazionali e un'altra Supercoppa italiana, raggiungendo in più altre due finali di Champions League. Fiorentina e ultimi anni Nell'estate 1998, finito nel frattempo ai margini della rosa juventina, chiede e ottiene di essere ceduto alla Fiorentina; tra le ragioni principali della scelta c'è il sopravvenuto arrivo a Firenze di Trapattoni, l'allenatore che lo aveva scoperto e valorizzato sei anni prima. Disputa quattro stagioni con i viola, vincendo la Coppa Italia 2000-2001. Da sinistra: Edmundo, Batistuta, Torricelli e Rui Costa alla Fiorentina durante la finale di andata della Coppa Italia 1998-1999. Nell'estate 2002, dopo una retrocessione sul campo in Serie B, sopraggiunge il fallimento economico per la società toscana, che svincola così tutta la sua rosa. Dopo un semestre senza contratto, nel gennaio 2003 il difensore si trasferisce in Spagna nelle file dell'Espanyol, dove milita per due campionati. Torna in Italia nel novembre 2004, dopo alcuni mesi da svincolato, accasandosi all'Arezzo, in Serie B; lo stesso mese fa il suo esordio con la squadra allenata da Pasquale Marino e contestualmente nel campionato cadetto, contro il Catanzaro. Chiude l'esperienza aretina dopo avere totalizzato 26 presenze, contribuendo alla permanenza in categoria del club. Nell'estate 2006 si allena brevemente con i giocatori senza contratto, prima di ritirarsi definitivamente dal calcio giocato. Nazionale Tra il 1996 e il 1999 ricevette 21 convocazioni nella nazionale italiana, totalizzando 10 presenze. Dopo aver esordito il 24 gennaio 1996 nell'amichevole contro il Galles vinta 3-0, disputò il campionato d'Europa 1996 agli ordini del commissario tecnico Arrigo Sacchi, scendendo in campo nell'ultima gara della fase a gironi (Germania-Italia 0-0), che sancì l'eliminazione degli Azzurri. In seguito prese parte, senza giocare alcun incontro, al campionato del mondo 1998, chiamato dal CT Cesare Maldini. Restò nel giro della nazionale anche nei primi mesi della gestione di Dino Zoff, disputando la sua ultima gara il 10 febbraio 1999 (Italia-Norvegia 0-0). Dopo il ritiro Torricelli nel 2020 Nel 2007-2008 è alla guida degli "Esordienti Regionali" della Fiorentina, ruolo che condivide con un altro ex viola, Massimo Orlando. Il 17 febbraio 2009 diventa l'allenatore della Pistoiese, ma l'esordio non è molto felice: nonostante il punto guadagnato (1-1) sul campo del Foggia, Torricelli si fa espellere dopo soli 19' per proteste. Con la compagine arancione non riesce a centrare la salvezza, svanita per via della sconfitta subìta nei play-out contro il Foligno. Il 23 giugno 2009 viene nominato allenatore del Figline, neopromosso in Prima Divisione; si avvale della collaborazione di Gianmatteo Mareggini come preparatore dei portieri e di Anselmo Robbiati come allenatore in seconda. Al termine della stagione, in cui sfiora l'accesso alla zona play-off, si dimette dall'incarico. Nell'estate 2014 viene ingaggiato dal Pont Donnaz Hône Arnad, club sovracomunale valdostano, come supervisore delle formazioni giovanili. Palmarès Giocatore In alto, Torricelli e Vialli sollevano la Coppa UEFA 1992-1993 vinta in bianconero. In basso, Torricelli, Padovano e Del Piero festeggiano la vittoria juventina nella Champions League 1995-1996. Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1994-1995, 1996-1997, 1997-1998 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1994-1995 - Fiorentina: 2000-2001 Supercoppa italiana: 2 - Juventus: 1995, 1997 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996
  20. MICHELANGELO RAMPULLA Michelangelo Rampulla lega il suo destino all’anonimato di una panchina – scrive Angelo Caroli su “Hurrà Juventus” del novembre/dicembre 1998 –. E lo fa con atto volontario. “Un gesto romantico”, spiega lui con il tono di chi prende tutto terribilmente sul serio. E quando il destino lo fa riemergere dalle nebbie del dimenticatoio, ecco che i giornali si affrettano a chiedere aiuto alla memoria storica per rispolverare l`episodio del gol realizzato quando militava nella Cremonese. Con quel “colpo di testa”, è il caso di dirlo, Michelangelo diventa il primo portiere italiano a indossare il vestito del bomber. Un capolavoro degno di Michelangelo, è fin troppo facile il gioco di parole. Ma Rampulla, che nel singolare genere di imprese è un rivoluzionario, già nell’89 e sempre in zona Cesarini, tenta di profanare la porta altrui, a Monza, ma il guardiano brianzolo con un volo di arcangelo gli gela l’urlo in gola. E perfino nell’85 il nostro eroe tra i pali accarezza le ambizioni del cannoniere a Cesena, ancora contro il Monza. Stavolta è Torresin a negargli il gol, parandogli il tiro dagli undici metri. Già perché Eugenio Fascetti, nel Varese, gli insegna a calciare Coppe se fosse un attaccante. Dopo quello sbaglio su rigore, Michelangelo non fa che coltivare il culto della vendetta, che arriva nel febbraio del ‘92. Ma è evidente che il portiere nato 36 anni fa a Patti, paesino di 700 anime in provincia di Messina, in cuor suo alimenta fin da giovane il vizietto di fare il rivoluzionario. E quando la Cremonese sta perdendo ingiustamente con l’Atalanta di Ferron e Caniggia, Michelangelo getta un’occhiata frenetica verso la panchina dove siede Giagnoni, gli fa un segno e si vede rispondere con eloquente scuotimento del capo: “Vai e castiga, Miché”! Mancano briciole di secondi al termine del match, un velo sembra calare insieme con la sera sulle velleità dei cremonesi. Venti secondi e i giochi sono fatti, venti lunghissimi secondi «durante i quali anticipai con il cervello ciò che sarebbe successo. Io, proprio io, una variante impazzita che però, al massimo, avrebbe stornato l’attenzione dei difensori avversari sui miei compagni di squadra nell’affollatissima area di rigore. E pensai perfino a Pagliuca che qualche settimana prima aveva tentato di togliere la Samp dai guai in un match con il Toro. Prese il palo, e quell’ardire mi era rimasto nella testa. Ma torniamo a Cremonese-Atalanta. I secondi volavano e mi venne la folgorazione. Sentii dentro di me che sarebbe stato gol, e, anche questo un segno del destino, un impulso strano mi spinse sul secondo palo, mentre Chiorri batteva il corner. Arrivai quatto quatto, nessuno badò a me, i bergamaschi forse si chiedevano “ma che cosa vuole questo qua” e mi lasciarono pascolare tranquillamente. Colpii bene e fu uno a uno. Addio pace...». E già perché mentre il buio precipitava su Cremona, il nostro eroe finì presto ai tifosi che se lo mangiavano con un affetto immisurabile. E soltanto il giorno dopo, nella quiete verdeggiante di Gazzada, a 4 chilometri da Varese dove Rampulla aveva una casa di campagna, i giornalisti possono ascoltare il suo racconto, che sembra una favola per bambini. Ma Rampulla non è tutto qui. Michelangelo si guadagna le greche fra i pali con il suo repertorio vario, vicino alla completezza, tanto che squadre come l’Inter prima e la Lazio dopo lo corteggiano senza tregua. Ma ahimè, non si sa bene per quale stranezza della vita, la sua residenza calcistica resta Cremona. E a ogni estate si ripete il refrain della disillusione. Michelangelo pare rassegnarsi dopo una carriera sviluppatasi a Varese, Cesena, Cremona e dopo l’ennesimo sogno di fare le valigie destinazione Lazio. Invece spunta la Juve che lo inserisce nelle sue nobili schiere. È la classica palla da cogliere al balzo, un boccone prelibato. Michelangelo è alle soglie dei 30 anni, capisce che è il passo che deve fare poiché la Signora è la donna delle fantasticherie giovanili, delle arrampicate all’irreale. E firma. Ma le promesse di trovare una collocazione in prima squadra si spezzano di fronte ai diritti del più giovane e più forte (lo ammette Rampulla stesso), Angelo Peruzzi. E allora il popolo si domanda: caro Michelangelo, è possibile accettare il ruolo di panchinaro a vita invece che trovare luce sotto altri cieli della serie A? Lui non si scompone e ribatte: «A 30 anni non si può rifiutare un’offerta tanto prestigiosa, la Juve era ed è il top e ho accettato. Però la mia non è un’esistenza fatta solo di panchina. Ricordatevi che ho disputato 500 partite tra serie A e serie B. E che la richiesta di un club famoso, blasonato come la Juve, è anche un riconoscimento professionale alle mie qualità. Ed eccomi con la maglia bianconera e nel ruolo di rincalzo». Di lusso, aggiungiamo noi. 〰.〰.〰 «Quando sono stato ingaggiato dalla Juventus, ho fatto felice mio padre, Lui è sempre stato molto più tifoso di me, più tifoso di qualsiasi altro. Ai tempi di Paolo Rossi, Boniek e Platini, si presentò un giorno al lavoro, con la macchina dipinta di bianconero: a strisce, ovviamente. Dal 1969 al 1979 sono stato abbonato a “Hurrà Juventus”; ricordi da tifoso ne ho tantissimi, quasi tutti legati a grandi successi. Dal vivo, ho ammirato la Juventus due volte a Palermo e poi sempre in televisione. Lo stile bianconero mi ha sempre colpito, sia da tifoso che da avversario; alla Juventus, nulla viene lasciato al caso, persino i dettagli più insignificanti rivestono un’importanza determinante. Doveva essere un’esperienza fugace, invece a Torino mi sono fermato per dieci campionati, coprendo le spalle anche a Van der Sar, Buffon e Carini. Ho giocato più di quanto immaginassi e ho vinto davvero tutto». In effetti, Michelangelo, approfitta dei numerosi guai muscolari che affliggono Peruzzi e riesce a ritagliarsi un poco di gloria, poiché la Juventus di quegli anni vince tutto. Come nella Supercoppa Italiana del 1995-96, quando entra in campo causa l’espulsione di Peruzzi e contribuisce, con un paio di parate sicure, alla conquista del trofeo. Con l’arrivo del portiere olandese e di Buffon, lo spazio si riduce notevolmente e a Rampulla non restano che le briciole di qualche presenza in Coppa Italia. Nell’estate del 2002, Michelangelo decide di appendere gli scarpini al chiodo ma resta alla Juventus in veste di collaboratore. Un grande esempio di professionismo da parte di Rampulla che, con le sue enormi potenzialità, avrebbe potuto giocare titolare in qualsiasi squadra, ma che ha sempre preferito rimanere nella sua amata Juventus, anche se questo comportava l’essere costretto a guardare gli altri giocare dalla panchina. FRANCESCO DI CASTRI, DA JUVEATRESTELLE.IT DEL 18 MARZO 2019 Ci sono due modi di dire molto noti che, se portati nel mondo del calcio, hanno un significato diverso da quello universalmente accettato. Ad esempio, “l’ancora di salvezza”, detta anche “di riserva”, veniva gettata dalle imbarcazioni in caso di estrema necessità; se riferita al mondo degli uomini è l’ultima possibilità, il rimedio, l’espediente o la persona cui ricorrere in una situazione disperata. Oppure, la “ruota di scorta”, ruota supplementare di cui sono dotati i veicoli (anche se oggi come oggi non ci sono più); riferita alle persone, viene vista come una persona tenuta in scarsa considerazione cui si ricorre solo in mancanza di alternative migliori. Per noi calciofili non è così. Nel mondo del calcio siamo abituati al fatto che ci siano i “titolari” e le “riserve”, che in genere sono giocatori di un valore complessivo minore dei titolari (ma non sempre). Le riserve hanno molteplici funzioni. Far rifiatare i titolari, essere delle alternative tattiche, “spaccare” le partite. Tant’è vero che spesso i campionati e le coppe vengono vinte da chi, tra le “riserve”, ha i giocatori migliori. Al giorno d’oggi, dove gli impegni sono molti e ravvicinati, il “turnover” la fa da padrone, anche in ruoli che fino a poco tempo fa erano gestiti per tutta la stagione da un solo giocatore. Mi riferisco soprattutto al ruolo del portiere. Quando il campionato era a 16 squadre e i calciatori arrivavano, compresa la nazionale e le coppe, a giocare poco più di 40 partite a stagione, il turnover non era mai preso in considerazione se non a causa di infortuni e squalifiche. Ad esempio, nell’82 l’infortunio di Bettega aprì le porte della prima squadra a “Nanu” Galderisi, così come nel 2000, all’Europeo, Toldo diventò titolare per l’infortunio di Buffon. Ma se eri riserva di un “mostro”? Zoff, dal 1972 al 1983 alla Juve, giocò 330 partite consecutive in campionato, cioè tutte. E le sue riserve? Massimo Piloni (1969-75) solo una presenza in Coppa Italia; Giancarlo Alessandrelli (1975-1979), solo 26 minuti, all’ultima di campionato, con anche la beffa di tre gol subiti; Luciano Bodini (1979-89), zero presenze in campionato, almeno sino al ritiro di “Superdino”. Con i portieri successivi, Tacconi e Peruzzi, ci fu un po’ più di spazio per il cosiddetto “12”: specialmente con “cinghialone”, che aveva la tendenza a infortunarsi, il secondo portiere ebbe molte più chance che in precedenza. Michelangelo Rampulla, nato a Patti, in provincia di Messina, il 10 agosto 1962, iniziò nelle giovanili della Pattese. Dall’80 all’83 giocò nel Varese, poi, dall’83 all’85 nel Cesena e dall’85 al ‘92 nella Cremonese. Il 23 febbraio 1992 si giocava Atalanta-Cremonese, e i bergamaschi erano in vantaggio. Ultimi minuti. In area la mischia era furibonda, per la Cremonese era una delle ultime opportunità per poter riagguantare gli orobici. Sembrava un normale parapiglia quando all’improvviso sbucò Rampulla. Chiorri tirò nel mucchio la punizione, i difensori dell’Atalanta non riuscirono a organizzarsi per tempo e il portiere grigiorosso colpì di testa la sfera che si insaccò alle spalle di Ferron. Il gesto di Rampulla, oltre che dare ancora qualche speranza alla Cremonese (che a fine stagione, però, sarebbe retrocessa) fu fissato nell’immaginario collettivo calcistico per anni, poiché Rampulla fu il primo portiere a realizzare un gol su azione nel campionato di Serie A. «Quando giocavo alla Cremonese il mio motto era: non importa contro chi giochiamo, undici siamo noi e undici sono loro». Nell’estate 1992 venne ingaggiato dalla Juventus che, dopo la partenza del capitano Stefano Tacconi e la conseguente promozione a titolare del giovane Angelo Peruzzi, necessitava di un rimpiazzo di affidamento in panchina. Nonostante fosse stato preso come riserva, Rampulla giocò la doppia sfida di Coppa Italia contro la Fidelis Andria ed esordì in campionato alla prima giornata contro il Cagliari (per infortunio di Peruzzi). Anche in Coppa Uefa, sempre per infortunio del titolare, giocò entrambe le sfide di semifinale contro il PSG, risultando determinante per il passaggio del turno. Ricordo una parata eccezionale, da grande portiere: cross di Roche dalla sinistra, tiro al volo “spizzato” di Weah che riesce a indirizzare nell’angolino basso alla sinistra di Rampulla. Guizzo felino del portiere che devia in calcio d’angolo. Nel 1995 giocò entrambe le partite della finale di Coppa Italia contro il Parma mantenendo la porta inviolata in entrambe le partite. Restò imbattuto, sempre contro gli emiliani, anche l’anno dopo, in occasione della Supercoppa italiana, subentrando a Del Piero per rilevare l’espulso Peruzzi e contribuì all’1-0 finale. «Gli anni di Lippi dove abbiamo vinto tutto il primo anno e la Champions al secondo, mi ricorderò sempre che all’inizio di ogni stagione in ritiro parlavamo già della finale per capire solo contro chi l’avremmo giocata, quello era il nostro unico “problema”, pensate che mentalità». Della Champions ricordava: «È una bellissima sensazione, quella che ogni ragazzo quando inizia a giocare a pallone sogna. Sogna di vincere lo Scudetto, la Coppa Campioni e vabbè, la Coppa del Mondo con la Nazionale. In ordine ci sono il Mondiale poi la Champions e infine il Campionato. Quando tu la tocchi e pensi a chi l’ha vinta prima di te, ti rendi conto che tutti i sacrifici che hai fatto sono valsi a qualcosa». Con il cambio tecnico, prima Ancelotti, poi Lippi, cambiarono anche i portieri titolari, passando da Van der Sar a Buffon: Rampulla divenne così il “terzo” portiere. Al termine del campionato 2001-2002, ormai alle soglie dei quarant’anni, decise di ritirarsi. Ma la presenza in bianconero non terminò, perché dal 2002 Rampulla entrò nell’organico: prima come coordinatore degli allenatori dei portieri; poi come allenatore dei portieri della prima squadra; infine come allenatore dei portieri della squadra Primavera, rimanendo in squadra fino al 2010, per poi seguire Lippi nella sua avventura in Cina. Nonostante le poche presenze, vinse tanto in bianconero: quattro scudetti (1994/95, 1996/97, 1997/98, 2001/02), due Supercoppa Italiana (1995, 1997), una Coppa Italia (1994/95), una Coppa Uefa (1992/93), una Champions League (1995/96), una Supercoppa Uefa (1996), una Coppa Intercontinentale (1996) e un trofeo Intertoto (1999). E, per me, Michelangelo Rampulla da Patti, sarà per sempre la migliore ruota di scorta che una squadra possa mai avere, o, per rimanere nel linguaggio calcistico, uno dei migliori “dodicesimi” nella storia della Juventus. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/michelangelo-rampulla.html
  21. MICHELANGELO RAMPULLA https://it.wikipedia.org/wiki/Michelangelo_Rampulla Nazione: Italia Luogo di nascita: Patti (Messina) Data di nascita: 10.08.1962 Ruolo: Portiere Altezza: 187 cm Peso: 82 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Portiere Goleador Alla Juventus dal 1992 al 2002 Esordio: 27.08.1992 - Coppa Italia - Juventus-Fidelis Andria 4-0 Ultima partita: 12.12.2001 - Coppa Italia - Juventus-Sampdoria 5-2 99 presenze - 80 reti subite 4 scudetti 1 coppa Italia 2 supercoppe italiane 1 champions league 1 coppa Uefa 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale 1 trofeo intertoto Michelangelo Rampulla (Patti, 10 agosto 1962) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo portiere. È ricordato per essere stato il primo portiere a realizzare un gol su azione nel campionato italiano di Serie A: accadde nella stagione 1991-1992, contro l'Atalanta, all'epoca in cui Rampulla difendeva i pali della Cremonese. Michelangelo Rampulla Rampulla alla Juventus nel 1999 Nazionalità Italia Altezza 187 cm Peso 82 kg Calcio Ruolo Preparatore dei portieri (ex portiere) Termine carriera 1º luglio 2002 - giocatore Carriera Giovanili 19??-1980 Pattese Squadre di club 1979-1980 Pattese 19 (-?) 1980-1983 Varese 96 (-82) 1983-1985 Cesena 73 (-61) 1985-1992 Cremonese 241 (-214; 1) 1992-2002 Juventus 99 (-80) Nazionale 1982-1984 Italia U-21 10 (-6) Carriera da allenatore 2006-2007 Juventus Portieri 2007-2009 Juventus Primavera (Portieri) 2009-2010 Juventus Portieri 2011 Derthona 2012-2015 Guangzhou E. Portieri 2016-2019 Cina Portieri 2021 Siena Vice 2022-2023 Salernitana Portieri Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1984 Caratteristiche tecniche Giocatore Era un portiere piuttosto abile nel gioco coi piedi ed efficace, a suo giudizio, nell'opporsi ai calci di rigore. Carriera Giocatore Club Pattese, Varese e Cesena Un giovane Rampulla al Varese nella stagione 1982-1983 Nato a Patti, nel messinese, figlio di un commerciante di alimentari e tifoso juventino, Rampulla ebbe le prime esperienze calcistiche nella Pattese, squadra della sua città; nonostante si sentisse attaccante, suo padre lo convinse a cimentarsi da portiere, ruolo nel quale emerse immediatamente. Con la Pattese ebbe tempo di raggiungere la promozione in Serie D prima che un giovane Giuseppe Marotta, all'epoca direttore sportivo del Varese, lo convincesse nel 1980 a trasferirsi al club lombardo, in Serie B. A Varese, complice un infortunio del primo portiere e un momento di forma negativa del suo sostituto, Rampulla si ritrovò, da terzo portiere qual era nelle gerarchie d'inizio campionato, a titolare dopo soli due incontri; esordì in campionato il 21 settembre 1980 contro il Milan (0-0). Dopo tre anni in Lombardia, Rampulla venne ceduto al Cesena, squadra nella quale riuscì a imporsi spesso come titolare e a disputare 73 incontri in tre stagioni di campionato, tutte in Serie B. Cremonese Nel 1985, dopo aver sfiorato l'opportunità di rimpiazzare Luciano Castellini, appena ritiratosi, nella porta del Napoli, Rampulla si accasò alla Cremonese, reduce da una stagione di Serie A, conclusasi con un'immediata retrocessione. Con il club grigiorosso Rampulla rimase sette stagioni, guadagnando una prima promozione nell'annata 1988-1989, grazie alla quale esordì in massima categoria nella stagione seguente. All'immediata retrocessione tra i cadetti, fece seguito un altrettanto immediato ritorno in Serie A per la stagione 1991-1992, a cui è legata la sua più statisticamente rilevante performance. Nel corso dell'incontro disputatosi il 23 febbraio 1992 a Bergamo contro l'Atalanta, Rampulla segnò di testa al 92', sugli sviluppi di un calcio di punizione, il gol che pareggiò quello dell'orobico Bianchezi: fu la prima volta, nella storia del campionato italiano, in cui un portiere realizzò una rete durante un'azione di gioco e non in situazioni di palla ferma. Lo storico gol di Rampulla in Atalanta-Cremonese del 23 febbraio 1992 Il gol di Rampulla rimase un unicum in Serie A per i successivi nove anni, ed eguagliato nei decenni seguenti solo dai colleghi Massimo Taibi della Reggina nel 2001 (contro l'Udinese) e Alberto Brignoli del Benevento nel 2017 (contro il Milan). Quanto a Rampulla, la sua storica rete non bastò a fine stagione ai grigiorossi per raggiungere la salvezza. Juventus Nonostante la sopravvenuta retrocessione con la Cremonese, Rampulla ebbe modo di continuare a calcare i campi della massima divisione: nell'estate 1992 venne infatti ingaggiato dalla Juventus che, dopo la partenza del capitano Stefano Tacconi e la conseguente promozione a titolare del giovane Angelo Peruzzi, necessitava di un rimpiazzo di affidamento in panchina. Il portiere siciliano si mostrò all'altezza del compito, rimanendo stabilmente a Torino per il successivo decennio ed entrando a posteriori nel novero dei migliori dodicesimi nella storia del club. Da destra: Rampulla alla Juventus nel campionato 1995-1996, intento a spronare i compagni di reparto Ferrara, Pessotto e Porrini. Benché fosse chiaro fin dall'inizio il suo ruolo di seconda scelta, fu schierato a Cagliari nella prima giornata di campionato stante il forfait di Peruzzi per infortunio. Quell'annata in Coppa UEFA la Juventus era giunta fino ai quarti di finale con Peruzzi tra i pali; a causa di una sfortunata congiuntura di problemi fisici occorsa alla rosa bianconera, che non risparmiò neppure lo stesso numero uno, l'allenatore Giovanni Trapattoni fu costretto a schierare una squadra d'emergenza in vista della semifinale di coppa contro il Paris Saint-Germain: l'occasione segnò il debutto europeo per Rampulla, alla sua quarta presenza assoluta coi piemontesi dopo tre incontri di campionato. La Juventus vinse 2-1 l'incontro di andata a Torino e, persistendo l'indisponibilità di Peruzzi, Rampulla fu schierato anche nella sfida di ritorno al Parco dei Principi di Parigi, nel corso del quale fu determinante, con alcune importanti parate (in particolare su Weah e Roche), nel mantenere il risultato aperto sullo 0-0 finché Roberto Baggio, a meno di un quarto d'ora dalla fine, realizzò l'1-0 che assicurò ai piemontesi la finale e la successiva conquista del trofeo. Nel 1995 disputò da titolare entrambe le partite della finale di Coppa Italia vinta dalla Juventus contro il Parma (vittoria per 1-0 nell'andata a Torino, dove a metà del secondo tempo fu sostituito per infortunio dal giovane Lorenzo Squizzi, e poi per 2-0 nel ritorno a Parma), mantenendo così la propria porta inviolata per l'intero doppio confronto. Restò imbattuto, sempre contro gli emiliani, anche l'anno dopo in occasione della Supercoppa italiana, in cui subentrò ad Alessandro Del Piero per rilevare l'espulso Peruzzi e contribuì all'1-0 finale. Rampulla (in piedi, secondo da destra) con la Juventus 1997-1998 Fino a tutto il 1999, in ragione dei frequenti malanni fisici cui era soggetto Peruzzi, Rampulla fu sovente schierato in campo (delle sue 49 presenze in campionato con la Juventus, 46 sono a tutto il campionato 1998-1999, e le ultime 3 non vanno oltre il 2000); inoltre, dall'edizione 1995-1996 a quella del 2000-2001 fu sempre schierato almeno in un incontro di Champions League, segnalandosi anche per un rigore parato al norvegese Skammelsrud nei minuti finali della gara contro il Rosenborg del 30 settembre 1998, terminata 1-1. Con l'arrivo dei nuovi titolari Edwin van der Sar nel biennio 1999-2001 e Gianluigi Buffon a seguire, nonché per l'avanzare dell'età, Rampulla trovò via via minore impiego; nella parte finale della sua decennale esperienza torinese, venne inoltre scavalcato come prima riserva nel ruolo dal giovane Fabián Carini. Al termine del campionato 2001-2002, conclusosi con il suo quarto scudetto personale, decise di ritirarsi alle soglie dei quarant'anni. È rimasto popolare tra i tifosi bianconeri, nonostante il ruolo da comprimario: sono a lui intitolati due fan club juventini, rispettivamente a Massa e a Caltanissetta. Nazionale Rampulla (in piedi, primo da destra) in nazionale per la fase finale del campionato europeo Under-21 1984 Durante gli anni a Varese si mise anche in luce a livello internazionale, venendo chiamato nell'Italia Under-21 dall'allora commissario tecnico, Azeglio Vicini, e debuttando con gli Azzurrini il 20 aprile 1983; prima di lasciare il club lombardo, Rampulla ebbe modo di disputare un secondo incontro per la selezione giovanile. Dopo il trasferimento a Cesena il portiere mise a referto ulteriori 8 incontri internazionali con gli Azzurrini, sempre agli ordini di Vicini, per un totale di 10 gare. Dopo il ritiro A partire dal 2002 Rampulla rimase nella Juventus ricoprendovi vari incarichi: all'inizio di organizzazione (coordinamento allenatori portieri) poi, nel 2006, sotto la gestione di Didier Deschamps, di allenatore dei portieri della prima squadra. Tornato, con Claudio Ranieri, ad allenare i portieri della squadra Primavera, con l'arrivo di Ciro Ferrara sulla panchina della Juventus (2009) Rampulla riprese ad allenare in prima squadra. Con l'arrivo di Alberto Zaccheroni, venne sostituito da Alessandro Nista; quindi il 1º ottobre 2010 Rampulla e la Juventus rescissero ogni contratto. Rampulla (a destra) e Marcello Lippi sulla panchina della nazionale cinese durante la Coppa d'Asia 2019 Nell'estate 2011 divenne l'allenatore del Derthona, squadra militante in Serie D. Il 5 dicembre seguente, pur stazionando al secondo posto della classifica con la squadra tortonese, venne annunciata la separazione consensuale. Nel 2012 si recò in Cina con Marcello Lippi per allenare i portieri del Guangzhou E., dove rimase fino al 2015. Il 2 giugno 2016 divenne presidente della Cremonese, subentrando nella carica a Luigi Simoni; si dimise il 20 ottobre seguente. Quindi dallo stesso anno tornò al seguito di Lippi, nel frattempo chiamato alla guida della nazionale cinese. Lasciò la squadra nel novembre 2019, contestualmente alle dimissioni di Lippi. Il 25 ottobre 2021 entrò nello staff tecnico del Siena, compagine di Serie C, in qualità di vice dell'allenatore Massimiliano Maddaloni, rimanendo in carica fino al successivo 15 dicembre quando, dopo una serie negativa di risultati, lui e il tecnico campano vennero esonerati. Nel febbraio 2022 passò a ricopre il ruolo di preparatore dei portieri nello staff tecnico della Salernitana, in Serie A, agli ordini dapprima di Davide Nicola e poi dell'ex compagno di spogliatoio juventino Paulo Sousa. Venne sollevato dall'incarico nell'ottobre 2023, contestualmente all'esonero di Sousa. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Peruzzi, Iuliano e Rampulla festeggiano il trionfo della Juventus nella Supercoppa di Lega 1997 Campionato italiano: 4 - Juventus: 1994-1995, 1996-1997, 1997-1998, 2001-2002 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Supercoppa italiana: 2 - Juventus: 1995, 1997 Competizioni internazionali Ravanelli, Peruzzi, Rampulla e Sousa festeggiano il trionfo della Juventus nella Champions League 1995-1996 Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Coppa Intertoto UEFA: 1 - Juventus: 1999
  22. ANTONIO CONTE NICOLA CALZARETTA, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 2011 Antonio Conte il capitano, adesso mister, suo padre, Cosimino, lo ha sempre detto: «Diventerà un grande allenatore». Più che una profezia, una certezza. Il modo indicativo è lì a certificarlo. Non sogni di babbo, pur consentiti, ci mancherebbe. Ma previsioni fondate di chi è del mestiere. Di chi al pallone ha dedicato una vita intera, presidente-allenatore-segretario della Juventina di Lecce per oltre trent’anni. Lì (e poteva essere diversamente?) ha mosso i primi passi Antonio. A tre anni già seduto in panchina accanto al babbo, a nove ufficialmente tesserato nel settore giovanile della Juventina. Maglia bianconera, pantaloncini e calzettoni bianchi: la perfetta copia della Juventus vera, la squadra del cuore del biondissimo Antonio. Un amore senza se e senza ma. La riprova quando un giornale lancia un concorso, chiedendo ai partecipanti di inviare il disegno del proprio calciatore preferito: il piccolo Conte manda quello di Roberto Bettega, il suo idolo. Anno Domini 1979. Non è dato conoscere se e quanti poster bianconeri abbia nella sua camera. Di certo si sa che cresce bene e che gioca ancora meglio. Inevitabile e meritato, arriva il passaggio al Lecce. La testa rimane saldata al collo e i piedi alla terra. Unica concessione, a quattordici anni, una Vespa usata. Ma a correre in campo è lui. Due anni dopo arriva addirittura il debutto in A. È il 6 aprile 1986, Antonio non ha ancora 17 anni. Scommette su di lui mister Fascetti, uno che vede lontano. Gioca gli ultimi dieci minuti al posto di Vanoli. La gioia per il debutto, però, non dura molto. La sfortuna, che con lui sarà particolarmente accanita, si presenta subito sotto forma di una tibia rotta dopo uno scontro con un compagno. Stop forzato ai box. Tempra e carattere che si rafforzano ulteriormente. Torna più forte e sicuro di prima. Impressiona la sua grinta e la voglia di arrivare. Nel mezzo ecco pure il diploma di ragioniere, dopo cinque anni di superiori senza mai andare a settembre. Accidenti che tipo! Gli anni ‘80 stanno per chiudersi. Per Conte si aprono sempre di più le porte della Prima Squadra. È Carlo Mazzone che gli mette le ali. Lui prende al volo l’occasione e non molla più la maglia da titolare. È una bella squadra quel Lecce: Pasculli, Virdis, Barbas, Giacomo Ferri. C’è anche Checco Moriero, anche lui classe 1969, quello che da piccoli lo batteva nelle gare di atletica, ma poi Antonio si rifaceva con le ragazze, confidando sul gentile aspetto e sull’azzurro dei suoi occhi. La consacrazione arriva con il campionato 1989-90: 28 presenze e un gol, il primo in A, contro il Napoli, davanti a Maradona. Compimenti e successi. I primi soldi veri. Una parte destinati all’acquisto della Golf usata che gli vende Giuliano Terraneo, il portiere-poeta che chiude la sua lunga carriera proprio a Lecce nel 1990. Il nome di Conte inizia a circolare. Debutta anche con l’Under 21, si fa un altro buon campionato con i giallorossi fino all’improvvisa chiamata della Juventus. Novembre 1991. A dire il vero il suo arrivo a Torino passa un po’ sottotraccia. È il mercato d’autunno, quello di “riparazione”; ultimo appello. In quei primi anni ‘90 è ancora così. Le sessioni di mercato sono due e molto contenute. Estate e autunno, per gli ultimi e definitivi ritocchi. È Giovanni Trapattoni, alla sua seconda tornata sulla panchina bianconera, che chiede l’acquisto di Conte. Al Trap, si sa, i mediani tutto cuore e grinta piacciono da matti, forse perché ci si specchia un po’ dentro. Boniperti lo accontenta. E chiama casa Conte. Dall’altro capo del telefono mamma Ada: «Immagino quanto le costerà rinunciare a un figlio che si trasferisce a 1.000 chilometri – sono le parole del presidente –. Ma voglio tranquillizzarla, alla Juve troverà un’altra famiglia che saprà crescerlo e aiutarlo nei momenti difficili». Sarà così. Intanto l’acquisto è concluso facilmente. Antonio arriva a Torino. La nebbia gli mette un po’ di ansia. Le labbra sono cucite dall’emozione. Il cuore è in tumulto. Boniperti gli mostra le scarpette con cui ha giocato a Wembley e i trofei della Juve. «Ricordo bene il giorno che arrivai a Torino. Per l’emozione non spiaccicai una parola. C’erano campioni come Roberto Baggio, mi venne istintivo dare del “lei” a tutti. Anzi, del “voi”, perché sono leccese e dalle mie parti si usa così. Pensai: “Qui non duro a lungo, sono di passaggio, non posso permettermi un salto così lungo, dalla B in Puglia alla squadra più forte d’Italia”». Ma per fortuna il vento che scaccia la nebbia, si porta via anche i timori del giovanotto pugliese. Le foto, la figurina Panini stampata in extremis per inserirla nell’album e Antonio Conte si trova in mezzo a Schillaci e Baggio, Tacconi e Marocchi, Julio Cesar e Kohler. Inutile dire che lui è felicissimo, bianconero nel sangue com’è. L’inizio è in salita. Nella prima amichevole che gioca, con un maldestro passaggio indietro al portiere, favorisce il gol avversario. Lui ci rimane malissimo, ma sono peccati veniali. Trapattoni lo tiene sulla corda e gli offre supplementi di lezioni tecniche e tattiche. Lui risponde presente e alla fine gioca 14 partite e cosa più importante, si conquista un posto da titolare per l’anno successivo. È già maturato tantissimo, dopo soltanto pochi mesi di cura Trap. Di lui si parla come il mediano del futuro, erede di Furino e Bonini. Antonio ci sta, non si spaventa. Brillano sul suo viso gli occhi azzurri chiarissimi. La stagione ‘92-93 è trionfale per la Juve e per lui. Arriva la Coppa Uefa. Conte si tiene ben stretto il posto in squadra, né il Trap è intenzionato a dare la sua maglia ad altri. È cresciuto ancora. Non solo mediano. Centrocampista globale, perno della manovra, cacciatore di palloni ed anche goleador. E che goleador. Reti spesso spettacolari, gol frutto dell’istinto e di una tecnica di base che Conte migliora giorno dopo giorno. Il popolo juventino, che già l’ha in simpatia, lo eleva agli onori della canonizzazione bianconera il 10 aprile 1993. È domenica di derby, la partita che mette i brividi. Il Torino e il suo furore, con quel tremendismo granata che alla Juventus temono. Ci pensa Antonio Conte a dare la giusta misura alle cose e, dunque, alla superiorità ancestrale dei bianconeri. A nove minuti dall’inizio porta in vantaggio la Juventus. A nove minuti dalla fine realizza il gol del definitivo 2-1, dopo il pareggio granata di Aguilera. La sua corsa, folle e gioiosa, dopo la marcatura decisiva, è la corsa, folle e gioiosa, di ogni tifoso vero della Juve. In soli due anni, Conte è una delle colonne della Juventus e uno dei nomi nuovi su cui punta Arrigo Sacchi per la sua Nazionale che nel 1994 arriva seconda dietro il Brasile. Antonio c’è, uno dei pochi bianconeri stimati e voluti dal Commissario Tecnico Sacchi. E non è cosa da poco. Anzi. Umile e generoso, educato e colto, quando arriva Marcello Lippi ha l’intelligenza di mettersi a disposizione, senza reclamare nulla. Conte è juventino. Aspetta il suo turno, con pazienza e dedizione. Che arriva, impreziosito da gol stupendi, come il colpo di testa in tuffo contro il Borussia Dortmund nella prima di Champions League. La fascia di capitano ben presto gli circonda il braccio sinistro. Gliela consegna Vialli, l’avallo Io appone mister Lippi. «È un grande onore, oltre che una responsabilità di cui vado fiero. Questa fascia è anche simbolica, in squadra ci sono, infatti, più capitani!». I tifosi, poi, gliene regaleranno una personalizzata: “Senza di te non andremo lontano. Antonio Conte è il nostro capitano”. «Penso che i tifosi apprezzino il mio modo di essere dentro e fuori dal campo. Con me sono sempre stati davvero fantastici. Nei momenti più difficili mi sono stati vicini, dimostrandomi calore e simpatia». Conte capitano e la Juve va lontanissimo. Champions, Intercontinentale e un’altra dozzina di trofei tra scudetti, coppe e supercoppe assortite, alla fine saranno 15 in totale. Lui c’è, anche quando la malasorte si diverte a rendergli più dura la giornata. Tre le stazioni della sua personale via crucis. La prima durante la finale dell’Olimpico il 22 maggio 1996, dopo uno scontro con Davids. La coscia gli si gonfia come un cocomero. Addio Europei. «Quella sera, provai la soddisfazione più grande e l’amarezza più intensa. Pochi giorni dopo, i miei compagni partivano per gli Europei ed io ero in un letto di ospedale con una coscia gonfia e dolorante». La seconda il 9 ottobre dello stesso anno, con la maglia della Nazionale. Salta il legamento crociato del ginocchio sinistro. Lungo stop e addio Tokyo. Terza stazione, il 24 giugno 2000, durante gli Europei che lui ha bagnato con una rovesciata-gol (sua specialità) di rara bellezza. Contro la Romania, un’entrata da codice penale di Hagi gli frantuma una caviglia e il torneo per lui finisce lì. Dolorose cadute e resurrezioni miracolose. Anzi no: resurrezioni figlie legittime della volontà di ferro e della tenacia di un ragazzino che con la maglia della Juve è diventato uomo. Dice di lui il Trap: «Era duttile e intelligente. Una forza della natura nella fase difensiva e in quella offensiva: non è un caso che sia diventato allenatore. Giocando in mezzo capisci meglio le dinamiche di tutti i reparti». “Voglio arrivare alla Juve”, lo dichiara subito, appena seduto sulla panchina dell’Arezzo, nel 2006: «L’idea di approdare alla Juventus prima o poi non è stata un’ossessione, semmai un pensiero piacevole e soprattutto inevitabile. Perché appena ho smesso di fare il calciatore e ho intrapreso un nuovo mestiere ho pensato subito che mi sarebbe piaciuto arrivare alla Juventus. Il motivo è molto semplice: questa è casa mia. Non si può stare lontani troppo a lungo». Tredici stagioni in bianconero. Dal 1991 al 2004. Prima capitano, adesso mister. Antonio Conte, il terzo leccese juventino in ordine di tempo, dopo Causio e Brio. Anche lui, come i suoi concittadini, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della Grande Juventus da calciatore. Ora, siamo sicuri, saprà farlo anche da mister. STEFANO DISCRETI, DAL LIBRO “I NOSTRI CAMPIONI” In una testimonianza scritta rivelata al sottoscritto, mi raccontò questo episodio: «Era un periodo in cui mister Lippi mi faceva giocare mediano sulla destra, ruolo che non gradivo troppo. Fui intervistato proprio in quei giorni ed evidentemente il giornalista fu bravo a estrapolare questo mio leggero malumore. Sai come fanno poi i giornali. Il giorno dopo il titolo fu: “Conte: vinco ma non mi diverto”. Successivamente, al mio ingresso negli spogliatoi trovai, attaccato al mio armadietto, questo messaggio: “Se vuoi divertirti, vai all’Una Park”. All apostrofo una! Ti rendi conto che cosa provocò in me quella frase scritta da quell’ignorantone di Angelo? (scrivi pure ignorantone, tanto è in senso affettuoso). Ancor oggi, quando rincontro Di Livio, lo prendo in giro». IL FRATELLO, DA “TUTTOSPORT” DEL 25 NOVEMBRE 2011 Antonio è un vincente, ha chiamato la figlia Vittoria perché non sa parlare di altro, sua moglie è una santa: prima o poi parlerà di tattica anche lei, Siamo una famiglia bianconera, papà fondò una squadra a Lecce e la chiamò Juventina. Antonio al tempo era già determinato, per lui non esistono ostacoli impossibili ma solo sfide da vincere e ora pensa a far vincere la Juve 24 ore al giorno. Cosa temiamo in famiglia? La prima sconfitta. Quando è capitato in passato da giocatore e da allenatore si nota il cambiamento di umore, diventa intrattabile, non esce di casa. Pensa e ripensa agli errori. Io reagii male quando nel 1991 Antonio andò alla Juve, A dieci anni mi veniva a mancare in casa il fratello maggiore. Mia madre? All’inizio era preoccupata ma poi ci pensò Boniperti che parlo anche con lei per velocizzare la trattativa visto che c’era anche la Roma su Antonio. Mio padre invece fu orgoglioso del passaggio in bianconero ma non se ne vantò mai, è sempre stato schivo. 〰.〰.〰 Comincia l’avventura di Antonio sulla panchina bianconera. Questa volta il mercato è basato sulla “qualità”: arrivano Pirlo, Vucinić, Lichtsteiner e un semisconosciuto cileno, Arturo Vidal. E proprio il dover utilizzare il cileno e mettere Pirlo in condizione di esprimersi al meglio, “costringe” Conte ad abbandonare il suo amato 4-2-4 per un più produttivo 3-5-2. «Abbiamo lavorato due mesi su quel sistema di gioco, secondo me il più difficili da adottare. Poi, col passare dei giorni e degli allenamenti, mi sono convinto sempre di più che sarebbe stato un delitto non utilizzare insieme Pirlo, Vidal e Marchisio. Da qui ho studiato nuove soluzioni, senza abbandonare mai la nostra proposta di gioco». Il trio difensivo è composto da Chiellini, Bonucci e Barzagli, la famosa BBC. Una specie di linea Maginot, quasi impossibile da superare. Gli attaccanti non segnano molto, ma ci pensano i centrocampisti (Marchisio in primis) e i difensori (lancio di Pirlo e gol di Lichtsteiner, vero leitmotiv della stagione) a riempire il tabellino delle realizzazioni. Ottimo anche il rendimento della panchina: Giaccherini, Padoin e il redivivo Cáceres non deludono mai quando chiamati in causa. La Zebra non perde mai, anche se i pareggi sono tanti. «L’imbattibilità è qualcosa di straordinario, di impensabile. Adesso sappiamo che al massimo ci potranno raggiungere, mai superare». Ma si batte due volte l’Inter, i campioni in carica del Milan allo Stadium e si rimonta in modo clamoroso la partita a Fuorigrotta. L’inseguimento al Diavolo è serrato ma i rossoneri cedono sul finale. E quando a Trieste, vincendo contro il Cagliari per 2-0, lo scudetto è cosa matematica, il pensiero dei tifosi non può non andare a chi ha provato ad affossare la Juve, all’anno in serie B e ai due settimi posti. «Ho avuto la fortuna di veder subito accettata la mia idea di calcio e la mia gestione del gruppo. Si trattava di tornare a giocare da grande squadra, non da provinciale. Dissi che, se proprio dovevamo perdere, era meglio che succedesse trafitti da un contropiede mentre attaccavamo, piuttosto che aspettare la fine difendendoci nella propria area. Ebbi la sensazione che i calciatori non aspettassero altro che sentire queste parole. La vittoria più importante è stata quella di Palermo, quando abbiamo sorpassato il Milan. Ho capito che potevamo arrivare fino alla fine, che avevamo rimesso l’osso in bocca. E che togliercelo sarebbe stata dura». Si arriva anche in finale di Coppa Italia contro il Napoli, ma gli azzurri sono molto più motivati dei bianconeri e la partita non ha storia. Conte, il condottiero, il martello, va all’assalto del bis e della Coppa dei Campioni. Per la prima volta, dopo 18 anni, in ritiro non c’è Ale Del Piero. Il capitano, infatti, non rientrando nei piani dell’allenatore leccese, emigra in Australia. Ritorna Giovinco dal prestito, arrivano dall’Udinese Isla e Asamoah. Ma il colpo grosso è costituito da un giovinotto francese, detto il Polpo. Paul Pogba è il suo nome e sarà lo spacca campionato. Si parte con la conquista della Supercoppa italiana a spese del Napoli, coi partenopei che non si presentano per la cerimonia di premiazione. Lo scudetto viene vinto in carrozza, mentre in Europa le cose non andranno così bene. Si battono i Blues allo Stadium, ma il Bayern elimina la Vecchia Signora con una doppia vittoria per 2-0. «Qualche problema all’inizio c’è stato. Anche se facevamo buoni risultati la squadra non esprimeva sempre i nostri concetti di gioco e abbiamo avuto anche fortuna in certi casi. Ma appena siamo rientrati nella giusta dimensione, abbiamo vinto uno scudetto a ritmi da record. In Champions abbiamo avuto la sfortuna di incontrare il Bayern nei quarti. In Europa è difficilissimo e alla vittoria finale devi arrivare per gradi, con pazienza, attraverso un progetto vincente e il nostro lo è». Estate 2013: con l’arrivo di Fernando Llorente e Carlos Tevez, Conte cambia nuovamente volto alla squadra. La BBC è sempre sugli scudi, ma questa volta c’è un attaccante di razza in mezzo all’area. Ma è Carlitos che farà la differenza con una stagione strepitosa condita da 21 reti. Continua la crescita di Vidal che metterà insieme ben 18 realizzazioni, le stesse di Fernando. Ancora una Supercoppa italiana, con un roboante 4-0 in casa della Lazio. Ancora uno scudetto vinto, con tanto di record di punti (102) per il campionato a 20 squadre. «Il nostro obiettivo era vincere lo scudetto, ma dopo la certezza matematica abbiamo fatto di tutto per raggiungere questo incredibile traguardo», dice un raggiante Conte. Purtroppo, le note dolenti arrivano dalla Coppa Campioni. La Juve non supera ai gironi anche a causa della sconfitta contro il Galatasaray, su un vergognoso campo arato dalle ruspe turche. Retrocessi in Europa League e sconfitti in semifinali contro il Benfica. L’impressione generale è che, per inseguire un effimero record, Conte abbia snobbato la competizione che avrebbe visto disputare la finale proprio allo Stadium. E si arriva al triste epilogo. Dopo due giorni di ritiro Conte abbandona il ritiro e la Vecchia Signora. «Non si può mangiare in un ristorante da 100 euro con soli 10 euro i tasca», solo le rabbiose parole di commiato, in netto contrasto con la società, rea (a suo parere) di non mettergli a disposizione una squadra competitiva. Peccato che Allegri, il suo successore, con la stessa squadra sfiorerà la vittoria in Coppa Campioni, perdendo immeritatamente la finale contro il Barcellona. Ma questa è tutta un’altra storia. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/antonio-conte.html
  23. ANTONIO CONTE https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Conte Nazione: Italia Luogo di nascita: Lecce Data di nascita: 31.07.1969 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Capitano - Martello Alla Juventus dal 1991 al 2004 Esordio: 17.11.1991 - Serie A - Juventus-Torino 1-0 Ultima partita: 04.04.2004 - Serie A - Inter-Juventus 3-2 419 presenze - 44 reti 5 scudetti 1 coppa Italia 4 supercoppe italiane 1 champions league 1 coppa Uefa 1 trofeo intertoto Allenatore della Juventus dal 2011 al 2014 151 panchine - 102 vittorie 3 scudetti 2 supercoppe italiane Antonio Conte (Lecce, 31 luglio 1969) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, tecnico del Napoli. Giocatore combattivo e molto versatile tatticamente, è cresciuto nel settore giovanile del Lecce, con cui ha esordito in Serie A e in cui ha militato per nove annate, per poi assurgere ad alti livelli nella Juventus, club di cui ha vestito la maglia per tredici stagioni, a cavallo degli anni 1990 e 2000, diventandone capitano e simbolo in virtù della propria dedizione, tenacia e grinta. In bianconero ha vinto cinque campionati italiani di Serie A, oltre a trofei internazionali quali la Coppa UEFA 1992-1993, la UEFA Champions League 1995-1996 e la Coppa Intertoto UEFA 1999. Con la nazionale italiana è stato vicecampione del mondo nel 1994 e vicecampione d'Europa nel 2000. Considerato tra gli allenatori più capaci della sua generazione, ha iniziato la sua attività in panchina segnalandosi per le promozioni in Serie A con Bari (2008-2009) e Siena (2010-2011). Tornato alla Juventus, questa volta in veste tecnica, tra il 2011 e il 2014 si è confermato campione d'Italia per tre stagioni consecutive (una striscia in precedenza riuscita ai soli Carcano, Capello e Mancini e successivamente migliorata dal solo Allegri), oltre ad avere vinto due Supercoppe italiane (2012 e 2013). Tra il 2014 e il 2016 è stato commissario tecnico della nazionale italiana, che ha guidato nella fase finale del campionato d'Europa 2016, quindi tra il 2016 e il 2018 ha allenato il Chelsea, con cui ha trionfato nella Premier League 2016-2017 e nella FA Cup 2017-2018. Dal 2019 al 2021 ha guidato l'Inter, con cui ha raggiunto la finale della UEFA Europa League 2019-2020 e si è laureato campione d'Italia (quarto successo personale) nell'edizione 2020-2021. A livello individuale è stato eletto una volta Panchina d'argento (2009), quattro volte Panchina d'oro (2012, 2013, 2014 e 2021) e quattro volte migliore allenatore AIC (2012, 2013, 2014 e 2021), nonché miglior allenatore ai Globe Soccer Awards (2013). Nel 2022 è stato introdotto nella Hall of Fame del calcio italiano. Antonio Conte Conte nel 2015 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Napoli Termine carriera 1º luglio 2004 - giocatore Carriera Giovanili 1982-1985 Lecce Squadre di club 1985-1991 Lecce 89 (1) 1991-2004 Juventus 419 (44) Nazionale 1994-2000 Italia 20 (2) Carriera da allenatore 2005-2006 Siena Vice 2006 Arezzo 2007 Arezzo 2007-2009 Bari 2009-2010 Atalanta 2010-2011 Siena 2011-2014 Juventus 2014-2016 Italia 2016-2018 Chelsea 2019-2021 Inter 2021-2023 Tottenham 2024- Napoli Palmarès Mondiali di calcio Argento Stati Uniti 1994 Europei di calcio Argento Belgio-Paesi Bassi 2000 Biografia Sposato dal 2013 con Elisabetta, dalla loro unione è nata una figlia. Ha una laurea in scienze motorie, conseguita all'Università di Foggia nel 2008 con il voto di 110 e lode. Ha un fratello minore, Gianluca, che lo accompagna nello staff come match analyst e assistente tecnico. Caratteristiche tecniche Giocatore Conte in azione con la Juventus nella stagione 1992-1993. «Era duttile e intelligente. Una forza della natura nella fase difensiva e in quella offensiva: non è un caso che sia diventato allenatore. Giocando in mezzo capisci meglio le dinamiche di tutti i reparti.» (Giovanni Trapattoni, 2014) Conte era un giocatore combattivo e forte fisicamente, abile nell'inserirsi a sorpresa in area di rigore per concludere a rete, caratteristica che lo rendeva sovente decisivo in campo: centrocampista discretamente prolifico, si segnalò per marcature d'istinto e, talvolta, acrobatiche e spettacolari; pur non eccellendo sotto l'aspetto tecnico, col passare degli anni migliorò anche sul piano del palleggio. Il suo ruolo originale era quello di centrale di centrocampo, ma sotto la guida di Marcello Lippi ha ricoperto vari ruoli del reparto, come quello più difensivo di mediano; in virtù della sua duttilità, all'occorrenza è stato impiegato anche come esterno destro da vari allenatori. Allenatore Tecnico dotato di forte carisma e personalità, tra i cardini della sua metodologia di lavoro c'è un «senso di competitività esasperato» financo a livelli «instancabili e ossessivi». Proprio questa sua indole — che gli ha valso il soprannome di Martello — si è rivelata un'arma a doppio taglio nel corso della carriera in panchina: da una parte l'ha fatto salire alla ribalta per la capacità di ottenere risultati immediati, spesso ribaltando i pronostici della vigilia; dall'altra, gli strascichi di una condotta così totalizzante — «quando parli di calcio con Antonio Conte, o quando lo segui in televisione, lo vedi che è provato fisicamente, soprattutto quando perde», ha detto di lui il collega Slaven Bilić — l'hanno portato a logorare invariabilmente, repentinamente e bruscamente i rapporti con l'ambiente di turno. Conte (in primo piano) e il collega Arsène Wenger seguono da bordocampo l'evolversi della finale di FA Cup 2016-2017 Per quanto concerne i suoi principi di gioco, si era fatto notare agli esordi per l'avere abbracciato stabilmente un modulo spregiudicato come il 4-2-4, scelta che gli aveva fatto guadagnare l'iniziale fama di «integralista» tattico. Negli anni seguenti, in particolare nelle esperienze di Torino, Londra e Milano, ha parzialmente smentito tale nomea plasmando la sua idea di calcio in funzione degli elementi a disposizione in rosa, quindi optando anche per schieramenti similmente offensivi come il 4-3-3 e il 3-4-3, più bilanciati come il 3-4-1-2 o più coperti come il 3-5-1-1. A conti fatti, tuttavia, è il 3-5-2 che ha finito per assurgere a «marchio di fabbrica» della sua seconda parte di carriera. Un approccio a sua volta integralista, e tutt'altro che esente da critiche, nei confronti di uno schieramento in cui Conte riversa gran parte dei suoi dettami di gioco: un ampio possesso palla e una costruzione dell'azione che passa da un playmaker difensivo e da un regista di centrocampo, con la presenza di esterni chiamati ad agire lungo tutta la fascia, sia in ripiegamento sia in proiezione offensiva. In particolare, con il passare degli anni ha palesato una crescente e quasi dogmatica propensione per la difesa a tre, di cui è riconosciuto tra i massimi teorici della sua generazione. Carriera Giocatore Club Lecce Un giovane Conte con la maglia del Lecce Iniziato al calcio dal padre Cosimo, ex calciatore dilettante, titolare di un autonoleggio e presidente nonché factotum della Juventina Lecce, società calcistica del capoluogo salentino, Conte è ceduto al Lecce all'età di 13 anni in cambio di 200 000 lire e una fornitura di 8 palloni. Da piccolo è chierichetto e gioca a calcio al campo dell'oratorio della parrocchia di "Sant'Antonio a Fulgenzio", poi frequenta l'istituto tecnico commerciale "Francesco Calasso" di Lecce. Cresce calcisticamente nella principale squadra della propria città, il Lecce, con cui debutta in Serie A il 6 aprile 1986, a 16 anni e 8 mesi, mandato in campo da Eugenio Fascetti nei minuti finali di Lecce-Pisa (1-1). L'arrivo di Carlo Mazzone sulla panchina giallorossa è decisivo per la maturazione mentale e fisica di Conte, il quale, nonostante la giovane età, in breve tempo diventa un elemento imprescindibile per la squadra. Nel 1987 si frattura la tibia della gamba destra, infortunio che mette in pericolo la sua carriera agonistica e gli fa saltare quasi tutto il campionato 1987-1988, che vede i salentini ottenere la promozione in Serie A: le presenze stagionali di Conte in serie cadetta saranno solo 3. Tornato in campo nell'annata 1988-1989, segna il suo primo gol in Serie A, oltreché l'unico con la maglia leccese, in casa del Napoli, nella partita vinta al San Paolo per 3-2 dai partenopei, il 5 novembre 1989. Rimane l'unica rete nelle sue sette stagioni trascorse coi giallorossi, collezionando in totale 99 presenze, di cui 89 in campionato. Juventus 1991-1996: i primi successi Durante la carriera a Lecce, Conte attira le attenzioni di Giovanni Trapattoni, tecnico della Juventus; nella sessione di calciomercato dell'autunno 1991, dopo 9 presenze in Serie B con i salentini, è quindi acquistato dal club torinese per 7 miliardi di lire. Il 17 novembre, alla decima giornata di campionato, debutta con la nuova squadra nella vittoria per 1-0 nel derby di Torino, subentrando nel finale a Salvatore Schillaci. Il neoacquisto Conte accolto alla Juventus dall'allenatore Giovanni Trapattoni nell'autunno del 1991 Per la stagione 1992-1993 diventa una pedina inamovibile della squadra bianconera. Il 16 settembre 1992 bagna con una rete il proprio esordio in Coppa UEFA, nella vittoria per 6-1 dei bianconeri contro l'Anorthōsis. Il 10 aprile decide con una doppietta (primi gol in Serie A con la maglia bianconera) il derby di Torino, vinto dalla Juventus per 2-1; questa sarà la sua prima e unica doppietta in carriera. Conte conclude la sua seconda stagione alla Juve con 3 reti (2 in campionato e una in Coppa UEFA) e contribuendo alla vittoria della Coppa UEFA. Nella finale di andata contro il Borussia Dortmund gioca da titolare, mentre rimane in panchina nella decisiva finale di ritorno. Nella stagione 1993-1994 Conte si conferma sui livelli della precedente, mostrandosi inoltre più prolifico sottorete. Realizza 4 gol in campionato e due in Coppa UEFA e, al termine della stagione, convince il CT Arrigo Sacchi a convocarlo per il campionato del mondo 1994. Con l'arrivo di Marcello Lippi sulla panchina della Juve, Conte si trova a essere impiegato in più ruoli a centrocampo, molti di questi non sempre graditi dal giocatore. Gioca ottime partite e risulta decisivo in molte gare di Coppa UEFA. Conte conclude la sua stagione mettendo a segno 3 reti (una in campionato alla Sampdoria e due in Coppa UEFA) e contribuendo alla vittoria dello scudetto e della Coppa Italia da parte dei bianconeri. Conte (a destra) e il suo capitano Roberto Baggio in maglia bianconera nella stagione 1991-1992 Il 13 settembre 1995 realizza una rete nella gara d'esordio in UEFA Champions League, quella vinta per 1-3 dai bianconeri in casa del Borussia Dortmund; qualche settimana più tardi, il 18 ottobre, sigla la propria seconda rete in Champions nella vittoria per 4-1 dei bianconeri sui Rangers. Le fatiche europee si riverberano sul cammino in campionato, dove la Juventus non riesce a difendere il titolo, ma sul piano personale Conte è ormai tra i senatori della squadra bianconera: il 20 aprile 1996 scende in campo a San Siro nel derby d'Italia indossando per la prima volta la fascia di capitano, trovando nell'occasione anche la seconda e decisiva rete che vale il successo 2-1 dei suoi. Il successivo 22 maggio scende in campo da titolare nella finale di UEFA Champions League all'Olimpico di Roma contro l'Ajax, ma è costretto a uscire anzitempo al 44' per problemi fisici, sostituito da Vladimir Jugović; i torinesi vinceranno la competizione ai tiri di rigore mentre negli spogliatoi Conte scoprirà che l'infortunio è più grave del previsto, impedendogli di prendere parte con la nazionale al successivo campionato d'Europa 1996. 1996-2001: gli anni da capitano Nell'estate 1996, stante la partenza di Gianluca Vialli, Conte succede a quest'ultimo come nuovo capitano della squadra. La sua prima stagione con la fascia al braccio si rivela, tuttavia, molto sfortunata. Dopo avere recuperato dal problema fisico occorsogli nella finale contro l'Ajax, a novembre si infortuna nuovamente, stavolta in maniera ancora più grave, durante Italia-Georgia, riportando una rottura del legamento crociato anteriore sinistro. L'infortunio lo costringe all'operazione e a chiudere anzitempo l'annata, non consentendogli quindi di fregiarsi delle vittorie bianconere in Coppa Intercontinentale e Supercoppa UEFA e relegandolo a comprimario nel cammino verso il tricolore dei suoi compagni di squadra. Conte alla Juventus nella stagione 1996-1997, in cui divenne il capitano della plurivittoriosa squadra di Marcello Lippi. Torna a pieno regime per la stagione 1997-1998, che si apre con la vittoria della sua seconda Supercoppa nazionale, giocando la finale del 23 agosto 1997 vinta dalla Juventus per 3-0 sul Vicenza: nell'occasione Conte sigla la rete che fissa il risultato e che, a livello personale, pone simbolicamente fine all'annus horribilis da cui è reduce. Il successivo 31 agosto, alla prima di campionato, segna la rete del definitivo 2-0 in casa contro il Lecce, sua ex squadra; a fine stagione, con 44 presenze e 6 gol, Conte contribuisce alla vittoria dello scudetto, il suo terzo in carriera. La stagione 1998-1999 si apre in maniera negativa sia sul piano sportivo, con la sconfitta in Supercoppa italiana contro la Lazio, sia su quello personale; perde temporaneamente i gradi di capitano per scelta dello spogliatoio — che li affida a un convalescente Alessandro Del Piero — e soprattutto entra in rotta con il tecnico Lippi, uscendo per questo dal novero dei titolari. Nella seconda parte dell'annata, con le sopravvenute dimissioni dell'allenatore viareggino e l'arrivo sulla panchina juventina di Carlo Ancelotti, Conte ritrova immediatamente centralità nell'undici bianconero: il tecnico reggiolese lo riposiziona nel ruolo di centrocampista centrale, rendendolo un intoccabile nel suo 3-5-2. Rinfrancato e motivato dalla rinnovata leadership, Conte approfitta del nuovo modulo per cercare con più frequenza la porta. La sua verve sottorete si palesa in particolar modo nella fase a eliminazione diretta di UEFA Champions League, dove il capitano juventino è grande protagonista, ripagando la fiducia di Ancelotti siglando ben 3 gol: il 3 marzo 1999 realizza la seconda marcatura bianconera nell'andata dei quarti di finale contro l'Olympiakos; va in gol anche nella gara di ritorno, il 17 dello stesso mese, trovando nei minuti finali l'1-1 che permette ai suoi di superare il turno; infine il successivo 7 aprile porta in vantaggio la Juventus nella semifinale di andata pareggiata 1-1 in casa del Manchester Utd. Sarà proprio questa squadra, nella sfida di ritorno, a eliminare i torinesi con il risultato finale di 2-3. A fine anno, Conte eguaglia il suo record di marcature stagionali (7) stabilito l'annata precedente. Conte in azione in maglia juventina nel campionato 1999-2000: al braccio la fascia personalizzata donatagli dagli ultras bianconeri dell'epoca, e del quale il numero otto era uno dei massimi idoli. Nella stagione 1999-2000, nonostante l'arrivo di nuovi giocatori come Sunday Oliseh e Gianluca Zambrotta, Conte rimane titolare nel centrocampo juventino. Il 24 agosto 1999 realizza il suo primo gol stagionale nella finale di ritorno della Coppa Intertoto, conclusa con un pareggio 2-2 sul campo del Rennes e con la conseguente vittoria del trofeo da parte bianconera. A fine stagione segna in totale 6 gol in 38 presenze complessive tra campionato e coppe e, complice la positiva annata, riceve la convocazione del commissario tecnico Dino Zoff per il campionato d'Europa 2000. Nella stagione 2000-2001, chiusa al secondo posto, totalizza 28 presenze e 3 gol. 2001-2004: l'epilogo A partire dall'annata 2001-2002, ormai trentaduenne e alle prese con un fisico falcidiato da vari acciacchi, Conte entra nella fase calante della carriera agonistica. Il ritorno sulla panchina juventina di Lippi lo priva definitivamente dei gradi di capitano a vantaggio di Del Piero e, conseguentemente, di un posto tra i titolari. Pur scivolato tra le seconde linee, in questa stagione riuscirà comunque a dare ancora un importante contributo alla causa bianconera: ricucito man mano il rapporto col tecnico viareggino e, anche senza fascia, rimasto tra le voci più autorevoli dello spogliatoio, il centrocampista colleziona 28 presenze e 1 gol in un campionato che si conclude con la vittoria dello scudetto, quello del «5 maggio», passato agli annali per l'impronosticabile sorpasso all'ultima giornata sui rivali dell'Inter. Sarà questa, a posteriori, l'ultima stagione di Conte ad alti livelli. Nel campionato 2002-2003 è impiegato sporadicamente, pur potendosi fregiare nuovamente del titolo italiano; ha inoltre modo di giocare la finale di UEFA Champions League persa ai rigori contro il Milan dove, subentrato nel secondo tempo, colpisce di testa una clamorosa traversa della porta di Dida. Al termine della stagione 2003-2004 decide di ritirarsi dal calcio giocato, rifiutando un ulteriore rinnovo propostogli dalla società, sia per i sopraggiunti 35 anni d'età sia per l'ideale fine di un ciclo a Torino, con il contemporaneo e definitivo addio di Lippi alla panchina bianconera. Conte gioca la sua ultima partita in Serie A a San Siro il 4 aprile 2004, un derby d'Italia contro l'Inter (3-2), mentre l'ultima in Europa era stata il precedente 25 febbraio al Riazor di A Coruña, contro il Deportivo La Coruña (1-0). In 13 stagioni con la Juventus, ha collezionato in campionato 295 presenze e 29 gol, in totale 419 presenze e 44 gol. Nazionale Conte al suo esordio in nazionale, nel 1994, contro la Finlandia. Il suo esordio nella nazionale maggiore avviene sotto la guida di Arrigo Sacchi a 24 anni, il 27 maggio 1994, nell'amichevole premondiale contro la Finlandia; viene quindi convocato dallo stesso commissario tecnico per il campionato del mondo 1994 negli Stati Uniti d'America. Nel corso della manifestazione gioca titolare la sfida dei quarti di finale contro la Spagna e subentra nel secondo tempo nella semifinale contro la Bulgaria. Rimane in panchina nella decisiva sfida in finale contro il Brasile, persa ai tiri di rigore. Non partecipa al campionato d'Europa 1996 in Inghilterra, a causa di un infortunio patito poche settimane prima con la Juventus nella finale di UEFA Champions League. Convocato solo in due occasioni da Cesare Maldini, peraltro senza scendere in campo, non prende parte al campionato del mondo 1998 in Francia. Torna a giocare in nazionale il 27 marzo 1999, durante la gestione del nuovo CT Dino Zoff, nella trasferta contro la Danimarca valevole per le qualificazioni al campionato d'Europa 2000: nell'occasione realizza di testa il suo primo gol in azzurro, fissando il risultato sul definitivo 1-2 per l'Italia. Conte (accosciato, secondo da sinistra) in azzurro a Bologna nel 1999, per la gara contro il Galles valevole per le qualificazioni al campionato d'Europa 2000. Viene scelto da Zoff per la fase finale dell'Europeo in Belgio e nei Paesi Bassi. L'11 giugno, nella prima gara della fase a gironi contro la Turchia, Conte realizza in rovesciata il primo gol degli azzurri nel torneo, contribuendo alla vittoria dell'Italia per 2-1. Disputa anche l'altra partita della fase a gironi contro il Belgio e quella dei quarti di finale contro la Romania, dove, a causa di un fallo di Gheorghe Hagi che gli procura una lesione ai legamenti della caviglia destra, conclude in anticipo l'Europeo, poi perso dall'Italia in finale, al golden goal, contro la Francia. In maglia azzurra ha totalizzato 20 presenze e 2 reti. Allenatore Gli inizi con Siena e Arezzo Già sul finire della carriera agonistica, Conte aveva palesato l'intenzione di rimanere nel mondo del calcio come allenatore. Il desiderio di intraprendere questa nuova professione in seno allo staff juventino è, tuttavia, osteggiato dal neotecnico della prima squadra, Fabio Capello, così l'ex centrocampista comincia dalla panchina di un altro club bianconero, il Siena, dove nel campionato 2005-2006 va a ricoprire il ruolo di vice per Luigi De Canio. Della stagione successiva è la sua prima esperienza da capo allenatore, venendo chiamato a guidare l'Arezzo, che va a iniziare il campionato di Serie B con una penalizzazione di 6 punti in classifica, conseguenza di Calciopoli. Dopo un pessimo avvio che vede la formazione amaranto stagnare sul fondo della graduatoria, Conte viene esonerato il 31 ottobre 2006 e sostituito da Maurizio Sarri; viene richiamato il 13 marzo 2007, subentrando allo stesso Sarri e ritrovando la squadra ancora all'ultimo posto. Questa volta l'avvicendamento sortisce effetti e, con 24 punti nelle ultime 10 partite, Conte trascina gli aretini a sfiorare una salvezza che appariva insperata fino a poche settimane prima, ma infine sfuggita all'ultima giornata. Senza la succitata penalizzazione, l'Arezzo si sarebbe classificato undicesimo, evitando agevolmente il declassamento in Serie C1. Bari Il 28 dicembre 2007 diventa il nuovo allenatore del Bari, subentrando al dimissionario Giuseppe Materazzi; quella con i galletti pugliesi è per lui la seconda esperienza sulla panchina di una squadra di Serie B. Ottiene la salvezza anticipatamente piazzandosi a metà classifica, segnalandosi inoltre per la vittoria del derby pugliese contro il Lecce, fatto che porta a forti attriti con i suoi conterranei salentini. Per la stagione 2008-2009, conferma l'impegno con il Bari nella serie cadetta. In Puglia schiera un modulo che ha nelle fasce offensive il suo punto di forza, ispirato al modulo adottato da Gian Piero Ventura al Pisa nella stagione precedente; il Bari di Conte si proietta da solo in testa alla classifica e ottiene infine, dopo otto anni, la promozione in Serie A, matematicamente giunta l'8 maggio 2009, con quattro giornate di anticipo, a seguito della sconfitta del rivale Livorno con la Triestina. Il 2 giugno Conte accetta inizialmente il rinnovo del contratto con il club pugliese, tuttavia, dopo tre settimane, risolve consensualmente l'accordo con la società biancorossa. Atalanta, ritorno a Siena Conte nel 2009, durante la sua breve esperienza da tecnico dell'Atalanta. Dopo quasi tre mesi dall'addio al Bari, il 21 settembre 2009 è ingaggiato in Serie A dall'Atalanta, subentrando all'esonerato Angelo Gregucci. Alla prima panchina in massima categoria, in casa col Catania (0-0), Conte è espulso per proteste. La prima vittoria in A è il 18 ottobre, sul campo dell'Udinese. Dopo aver ottenuto 13 punti in 13 partite (3 vittorie, 4 pareggi, 6 sconfitte), si dimette il 7 gennaio 2010, in seguito alla sconfitta rimediata in casa col Napoli. Il successivo 1º febbraio, vince il premio Panchina d'argento della stagione 2008-2009 per avere riportato il Bari nella massima divisione; il premio è istituito dal settore tecnico della Federcalcio e riservato agli allenatori della Serie B che si siano particolarmente distinti durante il campionato. Il 23 maggio 2010 diventa allenatore del neoretrocesso Siena, ritornando sulla panchina dove, da vice di Luigi De Canio, aveva iniziato il percorso da tecnico. Con i toscani ottiene il secondo posto finale in campionato, che vale la promozione diretta in Serie A (seconda della sua carriera dopo quella con il Bari) con tre giornate di anticipo. Juventus Ormai considerato tra i migliori tecnici emergenti della sua generazione, il 31 maggio 2011 Conte ritorna dopo sette anni in seno alla squadra di cui era stato bandiera e capitano da calciatore, la Juventus: il presidente Andrea Agnelli gli affida il difficile compito di riportare la squadra bianconera, ancora a secco di successi nel post-Calciopoli e in uno dei momenti sportivamente più difficili della sua storia, ai vertici del calcio italiano. L'11 settembre ottiene la sua prima vittoria in campionato con la Juventus battendo 4-1 il Parma, inaugurando lo Juventus Stadium. Il successivo 25 ottobre, alla nona giornata del campionato, la squadra si impone per 2-1 contro la Fiorentina, portando la Juventus in solitaria alla testa della classifica, evento che non accadeva da cinque anni, dalla stagione calcistica 2005-2006. Con la vittoria esterna a Lecce dell'8 gennaio 2012, Conte entra nella storia della Juventus eguagliando il record della stagione 1949-1950 con 17 risultati utili consecutivi dalla prima di campionato. La settimana dopo supera il record stabilendone uno nuovo di 18 risultati utili consecutivi da inizio campionato, col pareggio interno col Cagliari (1-1). Una settimana dopo la Juve ottiene il titolo d'inverno dopo avere battuto 0-2 l'Atalanta. Chiude imbattuto il girone d'andata con 11 vittorie, 8 pareggi, 0 sconfitte. Conte nel 2012 alla guida della Juventus Il 12 marzo una giuria di esperti, giornalisti e dirigenti sportivi decreta Conte vincitore del Premio Maestrelli per la stagione in corso, precedendo Guidolin e Mazzarri. Il 6 maggio vince il suo primo campionato da allenatore battendo 2-0 il Cagliari a Trieste (campo neutro) alla 37ª giornata, grazie anche alla contemporanea sconfitta del rivale Milan nel derby milanese, portando il distacco a 4 punti. Conclude il campionato raccogliendo 23 vittorie e 15 pareggi, mantenendo l'imbattibilità. La striscia di risultati utili consecutivi termina il 20 maggio, quando la Juventus perde 2-0 col Napoli, finale di Coppa Italia. L'11 agosto 2012, a Pechino, vince la prima Supercoppa italiana da allenatore, battendo ancora il Napoli 4-2. Il 5 maggio 2013 vince il secondo scudetto consecutivo alla guida della Juventus con 3 giornate d'anticipo, diventando il quinto allenatore alla guida della squadra capace di vincere due scudetti nei primi due anni dopo Carcano (1930-1931 e 1931-1932), Parola (1959-1960 e 1960-1961), Vycpálek (1971-1972 e 1972-1973) e Trapattoni (1976-1977 e 1977-1978). Il 18 agosto 2013 vince la sua seconda Supercoppa italiana battendo 4-0 la Lazio all'Olimpico di Roma. Il 12 gennaio 2014 ottiene il record di 11 vittorie consecutive, superando il precedente primato del Quinquennio d'oro di Carcano. Il 4 maggio è campione d'Italia per il terzo anno di fila, in virtù della sconfitta della rivale Roma a Catania. Oltre a ciò, sul piano personale, il tecnico, al suo terzo scudetto in panchina, entra nel novero dei colleghi più titolati nel campionato italiano di calcio, appaiando colleghi quali Garbutt, Herrera, Mancini e Weisz. A fine torneo la Vecchia Signora taglia due traguardi storici: 102 punti in campionato (record europeo) e totale imbattibilità casalinga con 57 punti ottenuti su altrettanti disponibili. Nella stessa stagione porta la Juventus in semifinale di UEFA Europa League, dov'è estromessa dal Benfica: un'eliminazione cocente per i tifosi bianconeri che, per la prima volta in questo ciclo, non risparmiano critiche a Conte nella gestione del doppio confronto coi lusitani e, in generale, del doppio impegno campionato-coppa; fatto che a posteriori comincia a incrinare il fin lì saldo rapporto tra il tecnico e l'ambiente torinese. La situazione pare appianarsi nelle settimane seguenti, quando la società conferma il tecnico in panchina anche per la stagione seguente; tuttavia il 15 luglio 2014, a ritiro estivo iniziato, a sorpresa Conte, entrato definitivamente in rotta con la dirigenza juventina circa i piani futuri della squadra, si dimette risolvendo il proprio contratto. Nazionale italiana Conte (al centro) dà indicazioni ai suoi dalla panchina azzurra, durante la trasferta di Baku contro l'Azerbaigian valevole per le qualificazioni al campionato d'Europa 2016. Il 14 agosto 2014 si accorda con la FIGC per ricoprire, fino al campionato d'Europa 2016, il doppio incarico di commissario tecnico della nazionale italiana e di coordinatore delle squadre giovanili azzurre. Il 4 settembre esordisce sulla panchina dell'Italia con una vittoria, sconfiggendo 2-0 in amichevole i Paesi Bassi. Il 10 ottobre 2015, con la vittoria per 3-1 a Baku contro l'Azerbaigian, raggiunge la qualificazione all'Europeo. Alla fase finale in Francia, l'Italia vince il proprio girone con due vittorie contro il Belgio per 2-0 e contro la Svezia per 1-0 e subendo una sconfitta contro l'Irlanda per 1-0, qualificandosi per gli ottavi di finale, dove gli azzurri battono 2-0 i campioni in carica della Spagna. Nei quarti di finale l'Italia cede il passo alla Germania dopo i tiri di rigore, in una gara che mette la parola fine all'esperienza di Conte in azzurro: il club inglese del Chelsea aveva infatti ufficializzato, tre mesi prima, l'ingaggio di Conte come proprio allenatore a partire dalla stagione di Premier League 2016-2017. Chelsea Il 14 luglio 2016 s'insedia quale nuovo tecnico del Chelsea. Il 15 agosto ottiene la sua prima vittoria sulla panchina dei Blues durante il derby londinese contro il West Ham Utd, per 2-1. Il 12 maggio 2017, vincendo per 1-0 sul campo del West Bromwich, il tecnico si laurea campione d'Inghilterra alla stagione d'esordio e con due turni di anticipo; è il quarto allenatore italiano ad aggiudicarsi il titolo inglese dopo Carlo Ancelotti, Roberto Mancini e Claudio Ranieri. Arriva inoltre in finale di FA Cup, venendo però sconfitto dai concittadini dell'Arsenal. Conte (in primo piano) al Chelsea nel precampionato della stagione 2016-2017 Alla positiva annata d'esordio, tuttavia, fa seguito una più negativa sul piano sportivo e, ancor più, ambientale. Sconfitto ancora dai Gunners nella sfida di Community Shield, nel corso dell'annata il Chelsea, dopo aver superato come secondo classificato un difficile girone di UEFA Champions League comprendente Roma, Atlético Madrid e Qarabağ, viene eliminato agli ottavi di finale dal Barcellona; in campionato non riesce a difendere il titolo, chiudendo la classifica al quinto posto e fallendo l'obiettivo minimo della qualificazione in Champions. La vittoria a fine stagione dell'ottava FA Cup della storia Blues, raggiunta battendo in finale il Manchester Utd per 1-0, non riesce a ricucire i rapporti tra Conte e la società londinese, che il 13 luglio 2018 annuncia l'esonero dell'allenatore leccese. Inter Dopo un anno sabbatico e a distanza di cinque anni dalla sua precedente esperienza in Serie A, il 31 maggio 2019 diventa il nuovo allenatore dell'Inter, in sostituzione dell'esonerato Luciano Spalletti. Il debutto in nerazzurro è del 26 agosto seguente, in campionato, battendo per 4-0 a San Siro la squadra dei suoi esordi, il Lecce. L'arrivo sulla panchina interista di una storica ex bandiera juventina rinfocola immediatamente la più grande rivalità del calcio italiano e, nello specifico, divide nettamente gli animi della tifoseria nerazzurra; ciò nonostante, a Milano il tecnico è protagonista di un positivo avvio, rigenerando repentinamente un ambiente che, negli anni precedenti, raramente aveva saputo essere protagonista: vince le prime sei gare di campionato, stracittadina compresa, un filotto che in casa nerazzurra aveva l'unico precedente nella stagione 1966-1967 con Helenio Herrera in panchina. Il 6 gennaio 2020, con la vittoria per 3-1 al San Paolo sul Napoli, Conte raggiunge le 100 vittorie in Serie A da allenatore, il più veloce a tagliare questo traguardo nella storia del campionato italiano. Il successivo 9 febbraio, vincendo anche il derby di ritorno, diventa il primo tecnico interista a fare sue entrambe le stracittadine alla sua stagione di esordio, dopo Carlo Carcano nell'annata 1945-1946. Proprio dopo il derby, che aveva proiettato la squadra in testa alla classifica, questa accusa una flessione di risultati, lasciando definitivamente la vetta; il tecnico salentino porta comunque i lombardi al secondo posto finale — piazzamento che mancava dall'edizione 2010-2011 —, dietro alla sola Juventus campione con due turni di anticipo. Di rilievo anche il cammino stagionale nelle coppe europee, seppur a due facce: smaltita la delusione per la precoce eliminazione nella fase a gironi di UEFA Champions League, in UEFA Europa League gli uomini di Conte raggiungono l'atto conclusivo del torneo — a ventidue anni dall'ultima volta nella manifestazione e a dieci dall'ultima finale europea assoluta per i nerazzurri —, dove tuttavia non riescono a sollevare il trofeo, venendo sconfitti dal Siviglia. L'inizio del campionato successivo è contrassegnato da risultati altalenanti nei primi due mesi, che tuttavia tengono la squadra a contatto con le posizioni di vertice; al ritorno dalla sosta di novembre, l'Inter inanella una striscia di otto vittorie consecutive che la proietta al secondo posto, a ridosso del Milan poi campione d'inverno. Dopo qualche passo falso sul finire del girone di andata, chiuso alle spalle dei concittadini, all'inizio della tornata conclusiva i nerazzurri ottengono undici successi consecutivi e ipotecano il tricolore. Il 2 maggio 2021, grazie alla vittoria sul Crotone e complice il pareggio della rivale Atalanta con il Sassuolo, l'Inter si laurea campione d'Italia con quattro giornate d'anticipo: per Conte, che riporta il titolo ai meneghini dopo undici anni, si tratta del quarto campionato italiano vinto da allenatore e del quinto in assoluto, contando anche quello con il Chelsea. Nuovamente deludenti, invece, sono i percorsi nelle coppe: in UEFA Champions League l'Inter viene eliminata già nella fase a gironi, mentre in Coppa Italia esce in semifinale. Nonostante il successo tricolore, il 26 maggio 2021 arriva la repentina risoluzione contrattuale tra l'allenatore e il club milanese, alla luce delle divergenze d'intenti sul futuro della squadra. Tottenham Il 2 novembre 2021 subentra a stagione in corso alla guida del Tottenham, in sostituzione dell'esonerato Nuno Espírito Santo. Due giorni dopo debutta sulla panchina dei londinesi, vincendo per 3-2 la gara interna a New White Hart Lane contro il Vitesse valevole per la fase a gironi di Europa Conference League. In Premier League, dopo lo 0-0 al debutto a Goodison Park con l'Everton, la prima vittoria arriva il 21 novembre grazie al 2-1 casalingo sul Leeds Utd. Il 29 dicembre seguente, a seguito del pareggio sul campo del Southampton diventa il primo allenatore degli Spurs ad essere imbattuto in campionato nelle prime sette gare disputate (4 vittorie e 3 pareggi), superando Jacques Santini e Tim Sherwood, entrambi fermi a sei con rispettivamente due vittorie e quattro pareggi il primo e cinque vittorie e un pareggio il secondo. Chiude il campionato al quarto posto, riportando il Tottenham in UEFA Champions League dopo un biennio. La stagione seguente si rivela difficile, sia sul piano sportivo sia personale. Dapprima, nell'ottobre 2022 muore improvvisamente, a causa di una leucemia mieloide acuta, il preparatore atletico della squadra londinese, Giampiero Ventrone, a cui Conte aveva legato gran parte dei suoi trascorsi da calciatore e poi da allenatore; quindi nel febbraio 2023 lo stesso tecnico salentino è costretto a lasciare temporaneamente la guida degli Spurs, per i postumi di un intervento di asportazione della cistifellea e successivo periodo di convalescenza, venendo sostituito in panchina dal suo vice Cristian Stellini. A fronte di cammini insoddisfacenti sia in campo nazionale sia internazionale, nelle settimane seguenti il rapporto tra Conte e l'ambiente entra definitivamente in crisi: il 26 marzo 2023 la società inglese ufficializza la risoluzione contrattuale col tecnico. Napoli Dopo un anno sabbatico, il 5 giugno 2024 viene nominato tecnico del Napoli, in Serie A. Debutta sulla panchina azzurra il successivo 10 agosto, in occasione dei trentaduesimi di Coppa Italia, nella gara interna contro il Modena pareggiata per 0-0, superando poi il turno ai tiri di rigore. Controversie Il 26 luglio 2012, Conte viene deferito dalla Procura Federale nell'ambito del terzo filone dell'inchiesta sportiva sul calcioscommesse, con l'accusa di omessa denuncia in relazione alle partite Novara-Siena 2-2 e AlbinoLeffe-Siena 1-0 del campionato di Serie B 2010-2011, quando sedeva sulla panchina senese. Il successivo 1º agosto la Commissione Disciplinare definisce «non congrua» l'istanza di patteggiamento a 3 mesi e 200 000 euro concordata tra il procuratore Palazzi e i legali del tecnico; caduta ogni possibilità di un nuovo accordo tra le parti, il giorno seguente viene resa nota la richiesta di 15 mesi di squalifica da parte della Procura Federale. Il 10 agosto 2012, l'allenatore viene squalificato per 10 mesi dalla Commissione Disciplinare della Federcalcio. Il 22 dello stesso mese, lo stop viene confermato dalla Corte Federale che riformula parzialmente la decisione della Disciplinare, prosciogliendo allenatore per Novara-Siena, ma ribadendo la squalifica di 10 mesi per l'omessa denuncia di Albinoleffe-Siena. Il 29 agosto il tecnico presenta ricorso al Tribunale Nazionale d'Arbitrato per lo Sport (TNAS) del CONI per ottenere la procedura d'urgenza e la sospensione cautelare della squalifica; il presidente del TNAS accoglie l'istanza di urgenza del ricorso, respingendo invece quella cautelare per neutralizzare la squalifica, con un rimando su questa decisione ai giudici dell'arbitrato competenti. Il 5 ottobre 2012, il TNAS riduce la squalifica inflitta in secondo grado a 4 mesi, consentendo al tecnico di tornare in panchina a partire dal successivo 8 dicembre. Sul fronte della giustizia ordinaria, il 7 luglio 2015 la Procura di Cremona chiede il rinvio a giudizio per Conte e altri 103 indagati con l'accusa di frode sportiva in relazione alla partita AlbinoLeffe-Siena, mentre per Novara-Siena il PM Di Martino chiede l'archiviazione così come per l'originaria accusa di associazione a delinquere. Il 5 aprile 2016 la procura cremonese chiede per Conte 6 mesi di reclusione con pena sospesa e 8 000 euro di multa, anziché 8 mesi, considerando lo sconto di un terzo previsto dal rito abbreviato: il 16 maggio seguente Conte viene assolto dal giudice dell'udienza preliminare «per non aver commesso il fatto». Palmarès Giocatore Conte solleva la Champions League 1995-1996 vinta in maglia juventina Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 5 - Juventus: 1994-1995, 1996-1997, 1997-1998, 2001-2002, 2002-2003 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Supercoppa italiana: 4 - Juventus: 1995, 1997, 2002, 2003 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intertoto UEFA: 1 - Juventus: 1999 Allenatore Conte premiato nel 2013 ai Globe Soccer Awards quale migliore allenatore dell'anno Club Campionato italiano di Serie B: 1 - Bari: 2008-2009 Campionato italiano: 4 - Juventus: 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014 - Inter: 2020-2021 Supercoppa italiana: 2 - Juventus: 2012, 2013 Campionato inglese: 1 - Chelsea: 2016-2017 Coppa d'Inghilterra: 1 - Chelsea: 2017-2018 Individuale Panchina d'argento: 1 - 2008-2009 Panchina d'oro: 4 - 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2020-2021 Gran Galà del calcio AIC: 4 - Miglior allenatore: 2012, 2013, 2014, 2021 L'allenatore dei sogni: 1 - 2012 Globe Soccer Awards: 1 - Miglior allenatore dell'anno: 2013 giornalaccio rosa Sports Awards: 2 - Miglior allenatore dell'anno: 2015, 2021 Premier League Manager of the Month: 3 - Ottobre 2016, Novembre 2016, Dicembre 2016 FA Premier League Manager of the Year: 1 - 2016-2017 Panchina d'oro speciale: 1 - 2016-2017 Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria Allenatore - 2021 Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica italiana — Roma, 12 luglio 2000
  24. RUBENS PASINO https://it.wikipedia.org/wiki/Rubens_Pasino Nazione: Italia Luogo di nascita: Alessandria Data di nascita: 23.07.1971 Ruolo: Centrocampista Altezza: 167 cm Peso: 66 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1991 al 1992 Esordio: 28.11.1991 - Amichevole - Cuneo-Juventus 0-4 Ultima partita: 10.06.1992 - Amichevole - Ancona-Juventus 2-3 0 presenze - 0 reti Rubens Pasino (Alessandria, 23 luglio 1971) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Rubens Pasino Nazionalità Italia Altezza 167 cm Peso 66 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2010 - giocatore Carriera Giovanili 1986-1990 Juventus Squadre di club 1990 Juventus 0 (0) 1990-1991 → Novara 2 (0) 1991-1992 Juventus 0 (0) 1992-1993 Lecco 31 (7) 1993-1994 Pergocrema 24 (9) 1994-1995 Ascoli 8 (1) 1994-1999 Reggina 122 (11) 1999 Crotone 47 (10) 2000-2003 Modena 72 (16) 2003-2004 Napoli 41 (1) 2004-2005 Modena 12 (0) 2005-2006 Pisa 9 (2) 2006 Monza 11 (0) 2006-2007 Boca San Lazzaro 11 (2) 2007-2009 Virtus Castelfranco 28 (8) 2009-2010 Castellarano 9 (0) Carriera da allenatore 2010-2012 Sassuolo Giov. Naz. Carriera Giocatore Cresciuto nelle giovanili della Juventus nella seconda metà degli anni ottanta, nella stagione 1990-1991 viene ceduto in prestito dai bianconeri al Novara, in Serie C2, con la quale gioca 2 partite. L'anno dopo torna alla Juventus, dove non riesce a trovare spazio nella prima squadra allenata da Giovanni Trapattoni. Di conseguenza dalla stagione 1992-1993 comincia a girare per i campi della Serie C, prima al Lecco (31 presenze e 7 gol) e poi al Pergocrema (24 presenze e 9 reti) prima di approdare alla Reggina, dopo una breve parentesi in Serie B nell'Ascoli. Alla Reggina è tra i protagonisti e ottiene una promozione in Serie B nella squadra allenata da Giuliano Zoratti nella stagione 1994-1995. Dopo cinque stagioni lascia lo Stretto per approdare al Crotone. Nella stagione 1998-1999, autore di 10 gol in 32 partite, conquista con il Crotone allenato da Antonello Cuccureddu un'altra promozione in Serie B. Viene poi acquistato nel 2000 dal Modena. Sotto la guida di Gianni De Biasi il fantasista piemontese è autore di 16 gol in 64 partite e due promozioni consecutive, dalla Serie C1 alla Serie A, con l'aggiunta della Supercoppa di Serie C conquistata nella primavera del 2001. Nella stagione 2002-2003 debutta in Serie A in Modena-Milan (0-3) del 15 settembre 2002. Con i canarini disputa 8 partite nella massima serie segnando una rete proprio nel suo ex Stadio Oreste Granillo di Reggio Calabria nella gara vinta dai modenesi per 1-0, e nel gennaio del 2003 viene ceduto al Napoli, con il quale gioca anche nella stagione successiva. Quindi, in seguito al fallimento della società partenopea, torna al Modena dove resta per una stagione nella serie cadetta. Successivamente ha militato nel Pisa e nel Monza prima di trasferirsi al Boca San Lazzaro. A seguito della retrocessione a Pasino non viene rinnovato il contratto, così dal luglio 2007 partecipa al ritiro dei calciatori senza contratto tenutosi a Coverciano. Tuttavia nel 2007 trova un posto nella Virtus Castelfranco in serie D, dove rimarrà anche l'anno successivo, per poi passare al Castellarano dove concluderà la sua carriera da calciatore nel 2009-2010. Dopo il ritiro Nell'agosto 2010 viene ingaggiato dal Sassuolo come allenatore della squadra Giovanissimi Nazionali, guidandola per il successivo biennio e raggiungendo in ambedue le stagioni le fasi finali di categoria. Alla fine della carriera calcistica si appassiona al footvolley: si laurea vicecampione italiano nell'estate del 2011 e si classifica decimo al campionato mondiale di Dubai nel novembre dello stesso anno. Dal 2019 è uno dei primi praticanti del teqball in Italia, vincendo diversi tornei in ambito nazionale in coppia con Nicolò Consolini e classificandosi sesto al mondiale di Budapest nel dicembre 2019. Palmarès Giocatore Campionato italiano Serie C1: 3 Reggina: 1994-1995 (girone B) Crotone: 1999-2000 (girone B) Modena: 2000-2001 (girone A) Supercoppa di Lega di Serie C: 1 - Modena: 2001 Pasino in gol contro il Cuneo in amichevole
  25. FILIPPO SATRIANO Nazione: Italia Luogo di nascita: Gioiosa Jonica (Reggio Calabria) Data di nascita: 04.04.1961 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1978 al 1980 Esordio: 13.08.1978 - Amichevole - Casale-Juventus 0-2 Ultima partita: 22.05.1980 - Amichevole - Aosta-Juventus 2-4 0 presenze - 0 reti
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