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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. GIANCARLO ALESSANDRELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Alessandrelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Senigallia (Ancona) Data di nascita: 04.03.1952 Ruolo: Portiere Altezza: 180 cm Peso: 77 kg Soprannome: Radiolina - Alex Alla Juventus dal 1971 al 1972 e dal 1975 al 1979 Esordio: 15.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Lecce 1-1 Ultima partita: 13.05.1979 - Serie A - Juventus-Avellino 3-3 12 presenze - 22 reti subite 3 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Giancarlo Alessandrelli (Senigallia, 4 marzo 1952) è un ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Giancarlo Alessandrelli Alessandrelli alla Juventus nel 1975 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1986 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1971-1972 Juventus 0 (0) 1972-1973 → Ternana 25 (-32) 1973-1974 → Arezzo 32 (-30) 1974-1975 → Reggiana 3 (-3) 1975-1979 Juventus 12 (-22) 1979-1980 Atalanta 14 (-7) 1980-1981 Sanremese 34 (-31) 1981-1982 Atalanta 0 (0) 1982-1983 Rondinella 24 (-21) 1983-1984 Fiorentina 0 (0) 1985-1986 Rondinella 6 (-11) Carriera Cresciuto nelle giovanili della Juventus, entra nella squadra maggiore come terzo portiere e contestualmente si aggiudica con la Primavera il Campionato 1971-1972. Alessandrelli (in piedi, primo da sinistra) nella Ternana del 1972-1973 Per fargli fare esperienza i piemontesi lo cedono in prestito inizialmente alla Ternana, società nella quale gioca titolare disputando 25 partite, debuttando in Serie A il 24 settembre 1972 in occasione dell'incontro Napoli-Ternana (1-0), e poi all'Arezzo, in Serie B. Nel 1974-1975 si trasferisce quindi alla Reggiana dove non veste la maglia da titolare e colleziona 3 presenze come vice di Maurizio Memo. La Juventus lo richiama nel 1975-1976 per rilevare Massimo Piloni nel ruolo di riserva di Dino Zoff. Gioca titolare in alcuni incontri di Coppa Italia e in occasione della gara di ritorno valevole per il primo turno della Coppa dei Campioni 1977-1978 contro l'Omonia. Dopo quattro anni di panchina, in cui indossa il n. 12 in campionato per 113 volte, nell'ultima giornata del campionato 1978-1979 Giovanni Trapattoni lo fa subentrare a Zoff nel corso di Juventus-Avellino; in meno di mezz'ora Alessandrelli subisce tre reti e la partita si conclude 3-3. L'anno successivo viene ceduto all'Atalanta, in Serie B, dove torna a giocare con più continuità. Dopo una stagione nella Rondinella, in Serie C1, conclude la carriera nell'annata 1983-1984 ritornando nella serie maggiore, quale riserva di Giovanni Galli nelle file della Fiorentina. Palmarès Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1971-1972 Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1971-1972, 1976-1977, 1977-1978 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1978-1979 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977
  2. PAOLO ROSSI «Io non segno quasi mai di potenza, generalmente conquisto quei due metri che costano il gol all’avversario. Per me, è fondamentale il gioco senza palla, lo smarcamento, quando la palla non c’è, è indispensabile. Non ho avuto dalla sorte un grande fisico e mi debbo far furbo». Nato a Prato il 23 settembre 1956, a 16 anni è già juventino e sgambetta gracilino al Combi: è un Rossi scattante, con la sua caratteristica corsa, pronto ad avventarsi su ogni pallone. Italo Allodi lo ha voluto portare a Torino a tutti i costi, in quanto il ragazzino gli era piaciuto. «Ho dei ricordi bellissimi di quel periodo, ero uno dei tanti ragazzini di quegli anni, con molti dubbi e poche certezze; l’arrivo nella società più importante d’Italia mi diede una grande carica. Provenivo da Firenze, dove avevo giocato per quattro anni in una piccola società, la Cattolica Virtus; poi, il grande salto nella Juventus. Mi aveva già prenotato, quando avevo 14 anni, Luciano Moggi, allora responsabile del settore giovanile bianconero, dopo avermi visto giocare in un torneo a Chieti. Due anni dopo, sbarcai a Torino». Gli osservatori della Juventus pensano che Paolo sia un buon elemento, ma che debba farsi le ossa, poiché è così debole di gambe. «Gli infortuni giungevano, puntuali, tutti gli anni; mi hanno tolto tre menischi in tre stagioni e, allora, quell’operazione faceva perdere almeno sei o sette mesi di preparazione. L’ultima è stata nel 1974; l’allenatore della Primavera era Castano, un grandissimo personaggio nell’ambiente di quegli anni. Con lui sono diventato uomo e calciatore e grazie al suo aiuto ho esordito in Coppa Italia con la prima squadra. Ricordo che vincemmo a Cesena per 1-0, con gol di Musiello; l’allenatore era Vycpálek ed ho avuto l’occasione di giocare con giocatori del calibro di Capello e Altafini, tanto per fare due nomi fra i più conosciuti. Fu una stagione eccezionale». Paolo viene mandato a Como, è la stagione 1975-76, dove come allenatore c’è Osvaldo Bagnoli. Gioca ala destra, disputa 6 partite e segna anche una rete, ma è sempre alle prese con i menischi: un vero calvario senza fine, in quanto, ogni volta, bisogna riprendere con massacranti sedute di allenamento, per tonificare il tono muscolare. A Como, però, non credono in lui, puntano su un altro Rossi, Renzo, anch’egli attaccante, che poi sarà ceduto all’Inter e che finirà presto nel dimenticatoio. La stagione successiva è ceduto al Lanerossi Vicenza ed ha la fortuna di trovare un presidente come Farina e un tecnico come Giovan Battista Fabbri. L’attaccante titolare e autentica bandiera della società biancorossa, Vitali, è in rotta con la dirigenza: occorre un sostituto, viene buttato in mischia proprio Paolo, a suo agio con il gioco dei veneti, incentrato sul contropiede. È un trionfo: gioca 36 partite, segna 21 gol, trascina il Vicenza in Serie A. L’inarrestabile ascesa, del non ancora Pablito, non conosce pausa, nemmeno in confronto con i grandi campioni della Serie A: vince la classifica dei cannonieri con 24 reti, davanti a uno specialista come Beppe Savoldi e porta il Lanerossi al 2° posto in classifica. «Fabbri è stato un padre per me, il classico padre di famiglia che ti consiglia, ti prende sotto la sua protezione, è stato proprio così. Teneva le fila di tutto l’ambiente, ha fatto in modo che si creasse una grande unione tra di noi. Era un grande conoscitore e un grande amante del calcio, predicava il fatto che tutti a cominciare dai difensori dovevano giocare a pallone. Io, in particolare, gli devo molto, è stato lui che mi ha trasformato da ala a centravanti, ha visto subito che potevo avere un ruolo diverso e ha cambiato sicuramente la mia carriera. Ho avuto un grande rapporto con Farina, è stato un presidente unico, pur con tutti i suoi difetti. Aveva una grande personalità, grande umorismo. Era uno che ci sapeva fare e con cui era estremamente piacevole passare del tempo. Sotto altri aspetti, nella gestione della società, poteva essere anche un duro, probabilmente era un presidente d’altri tempi. Secondo me Farina era una spanna sopra gli altri, aveva delle idee innovative. Mi ricordo che il primo anno di Serie A, si era inventato l’abbonamento biennale per farsi anticipare i soldi che gli servivano, erano cose che all’epoca sembrava incredibile potessero uscire dalla mente di una persona, ma lui era così, aveva queste intuizioni». Tutti grandi club inseguono questo ragazzo e anche a Torino non si sono dimenticati di lui. Nel giugno del ‘78, Boniperti e Farina vanno in Lega a misurarsi alle buste, per risolvere la comproprietà dell’attaccante. La Juventus, infatti, aveva conservato la proprietà della metà del cartellino del giocatore. Boniperti si presenta con le idee abbastanza chiare: Paolo può valere, al massimo, un paio di miliardi, cifra già eccezionale per quei tempi. Farina è pronto a fare altrettanto ma è ingannato da una telefonata, che dice che la Juventus avrebbe scritto nella busta una cifra incredibile: due miliardi e mezzo. Farina, senza pensarci due volte, scrive due miliardi e 750 milioni creando un autentico caso, al punto che anche Franco Carraro, allora presidente della Lega, decide di dimettersi per protesta. Da quel momento, la fortuna gira le spalle a Rossi: il Vicenza precipita in Serie B, accompagnata da una voragine di debiti. Paolo emigra a Perugia, in prestito, dove è travolto dallo scandalo del calcio scommesse. Il suo caso divide l’opinione pubblica. Il giocatore si dichiarerà sempre innocente e le circostanze del suo coinvolgimento non appaiono mai del tutto chiare. Al riguardo, il pubblico accusatore, Corrado De Biase, racconterà in un’intervista rilasciata alcuni anni dopo i fatti: «Non avevo dubbi sulla colpevolezza di parecchi inquisiti. Solo di Rossi non ero convinto. Lui aveva sempre negato tutto. Era stato accusato di aver aderito alla proposta di fare un pareggio concordato dal Cruciani, alla presenza di un testimone. Proposi un faccia a faccia tra Rossi e Cruciani. Fu una scena drammatica. Soffrii per Rossi, che non riuscì a convincere i giudici della sua innocenza. Per la stampa, Rossi lo avevo condannato io. Ma era colpa mia se il giocatore non era riuscito a convincere della sua innocenza la Commissione Disciplinare?». Sembra la fine della sua carriera, invece è la svolta positiva. Durante la squalifica, Rossi, torna a Vicenza ed è contattato da alcune società e fra cui l’Inter di Fraizzoli. Sandro Mazzola ha molte idee sul conto di Rossi, stipula un accordo scritto tra Fraizzoli, Farina e il giocatore, ma all’ultimo momento il patron nerazzurro si tira indietro e il trasferimento salta. Boniperti non ha mai smesso di seguire con attenzione la vicenda di Pablito e non ha mai digerito nemmeno lo sgarbo di Farina. Quando torna alla carica nel marzo del 1981, trova il presidente veneto molto più disponibile, pronto a cedere il giocatore per ripianare il deficit in cui si trova la sua società. La Juventus paga quanto aveva sborsato Farina con gli interessi e così Pablito torna a vestire la casacca bianconera. «Boniperti mi chiamò: “Verrai con noi in ritiro, ti allenerai con gli altri, anzi più degli altri”. Mi sono sentito di nuovo calciatore. La lettera di convocazione adesso farebbe ridere. Diceva di presentarsi con i capelli corti, indicava cosa mangiare e cosa bere. Boniperti era un mago in queste cose. Quando arrivai mi disse: “Paolo, se ti sposi è meglio, così sei più tranquillo”. Mi sono sposato a settembre. L’avrei fatto lo stesso, diciamo che sono stato un po’ spinto. Comunque devo ringraziare lui, Trapattoni e Bearzot. Il Trap mi ha allenato con la sua grinta, ci ha messo molta dedizione, Bearzot mi chiamava spesso. Non mi faceva promesse ma mi incoraggiava a lavorare bene, perché lui mi teneva sempre in considerazione. Fondamentale». Il 2 maggio 1982, Rossi torna in campo a Udine a fianco di Virdis. Trapattoni dice: «È quello di un tempo». E lui: «Non ricordavo più l’emozione di una partita vera. Due anni di silenzio mi hanno maturato. Proprio in questo momento mi dico: non c’è solo il calcio». Nonostante le 3 presenze nella Juventus, Rossi è convocato ugualmente in Nazionale, gioca in Spagna, diventa Pablito, storia risaputa. «La convocazione me l’aspettavo, Bearzot aveva fiducia in me, in Argentina ero andato bene. Ma le prime partite sono un disastro. Tre pareggi con Polonia, Perù e Camerun: qualificazione per differenza reti. Non ero in forma, anzi. Un fantasma. Trovavo difficoltà a fare tutto, era anche un blocco mentale. Ma la fiducia dei compagni e di Bearzot mi hanno dato una carica eccezionale. I ragazzi scherzavano sul fatto che mi reggessi a stento in piedi. Era importante anche la presa in giro. Per lo stress ero dimagrito 5 chili. Mi facevano stimolazioni elettriche alle gambe. E ricordo che il cuoco tutte le sere mi portava in camera un bicchiere di latte e una brioche. Finita ogni gara Bearzot mi diceva: “Stai tranquillo, ora preparati per la prossima”. Anche dopo la sostituzione col Perù. Eravamo un gruppo eccellente, la prova fu il silenzio stampa di Vigo. Accettavamo le critiche tecniche, ma non le cattiverie gratuite. Si scrisse di tutto: bella vita, casinò, Graziani che aveva perso 70 milioni. Che io e Cabrini stavamo insieme. Non ne potevamo più di stupide illazioni e decidemmo di starcene zitti. La gara con l’Argentina è stata decisiva, vinta giocando bene. Io non segnai, ma stavo meglio. Non pensavamo certo di vincere il mondiale, però ci convincemmo di poter giocare alla pari con chiunque. Forse nel ‘78 eravamo più forti, io compreso, ma questa squadra era un concentrato di carattere. Il primo gol al Brasile, lo ricordo come il più bello della mia vita. Non ho avuto il tempo di pensare a nulla: ho sentito come un senso di liberazione. È incredibile come un episodio possa cambiarti radicalmente: niente più blocchi mentali e fisici. Dopo quel gol, tutto è arrivato con naturalezza. Ma non pensate che ci siamo goduti le vittorie. Una volta qualificati per la semifinale, Bearzot disse solo: “Pensiamo alla Polonia”. Sempre concentrati, sempre in apnea fino alla finale. Per questo forse il ricordo più nitido che ho è la sensazione al fischio finale contro la Germania. Eravamo campioni del mondo. Feci solo mezzo giro di campo coi compagni: ero distrutto. Mi sedetti su un tabellone a guardare la folla entusiasta e mi emozionai. Ma dentro sentivo un fondo di amarezza. Pensavo: “Fermate il tempo, non può essere già finita, non vivrò più certi momenti”. E capii che la felicità, quella vera, dura solo attimi». Al ritorno dal Mondiale, all’atto di rinnovare il contratto con la Juventus, una frase infelice a proposito della necessità di “allevare i figli con lo stipendio giusto”, fa imbufalire Boniperti e il contratto non viene firmato. Con lui, a contestare il presidente juventino, ci sono Tardelli e Gentile. Ma le delusioni non sono finite, nonostante le sue 18 realizzazioni: lo scudetto va alla Roma e la Coppa Campioni sfugge nella serata di Atene contro l’Amburgo. Nella stagione successiva, Rossi contribuisce con 13 gol alla conquista del titolo e poi al trionfo in Coppa delle Coppe; il rapporto con i colori bianconeri continua, c’è la Coppa dei Campioni da vincere, ma Rossi è sempre meno protagonista, più comprimario che altro. Le scelte di Trapattoni lo infastidiscono, cosicché quando Farina, che è diventato presidente del Milan, ritorna alla carica, Pablito accetta il corteggiamento a si trasferisce a Milano. «Diventai una specie di apri varchi, fu una scelta di Trapattoni dettata dalla necessità. Poi arrivarono Boniek, Platini, c’era Bettega: qualcuno doveva restare fuori e, caso strano, toccava sempre al sottoscritto. In bianconero ho vissuto dei momenti molto belli, ma anche alcuni molto brutti. A un certo punto ero stufo di calcio, andavo agli allenamenti perché ero costretto. Mi sembrava che attorno a me mancasse totalmente la fiducia, quando dovevano sostituire un giocatore, toccava sempre a Rossi. Mi sembrava una scelta fatta a tavolino, ci restavo male. Con i tifosi juventini non mi sono mai trovato bene, forse ha rovinato il rapporto la faccenda dell’ingaggio, quando avevo chiesto qualche soldo in più. Oltretutto nella Juventus giocavo in una posizione poco congeniale alle mie caratteristiche, ma mi sono adattato, anche sacrificandomi. Alla Juventus ho imparato tantissime cose, la società voleva confermarmi ma io, ormai, mi sentivo come un leone in gabbia. Meglio cambiare aria». La sua carriera in bianconero finisce con la tragica serata di Bruxelles: è destino che nel cammino di questo giocatore ci sia sempre qualcosa di drammatico. La stessa cosa avviene puntualmente anche al Milan, dove Farina fa letteralmente conti falsi per assicurarsi Rossi. Pablito costa 10 miliardi fra ingaggio e parametri ma Farina non si arrende e vuole ricomprarlo da Boniperti a tutti i costi. Inizia un lungo tira e molla che si protrae per mezza estate, finché Rossi non indossa la maglia rossonera. L’entusiasmo fra i tifosi di Via Turati è incontenibile, si sognano trionfi antichi. Il Milan ha un attacco formidabile, Rossi-Hateley-Virdis, il Vi-Ro-Ha; si fanno paragoni scomodi con il famosissimo Gre-No-Li, ma saranno solo amare delusioni. Oltre agli insuccessi sul campo, comincia a profilarsi il “Caso Farina”, uno scandalo che coinvolge la società rossonera, che si conclude con la fuga in Sud Africa del presidente e con l’arrivo di Berlusconi. Si conclude così questo insolito rapporto fra Farina e Rossi: Pablito resta al Milan, ma è un’altra grande delusione. Termina, malinconicamente, la sua carriera a Verona, come un gregario qualsiasi. VLADIMIRO CAMINITI Un pratese di guancia sfuggente con quegli occhi ramificati nella malizia. Un sorriso che è sempre un sorrisino prendingiro. Qualcuno l’ha definito il più moderno centravanti che ci sia mai stato e forse è definizione calzante; finché va in campo fresco, è un “odiable”, inafferrabile come il più lesto dei ladruncoli. E insomma, rapina le difese sull’ultima parabola, sul minimo errore, sul più banale equivoco: è lì che zompa, incredibile ma vero l’ha già infilata. Avevamo creduto che Anastasi, come rapidità fosse, il massimo consentito a un terrestre. Non avevamo fatto i conti con Paolo Rossi, in grado di far gol non già su un soldino o su un millimetro, ma sul respiro appena accennato di un difensore, nella mischia più pazzesca, tramutando ogni parabola nel gol più perfetto. Di una perfezione tale da potersi definire mitica. ITALO CUCCI, “GUERIN SPORTIVO” DEL FEBBRAIO 2021 Paolo Rossi calciatore ha vissuto molte vite. La più bella – ne sono sicuro – a Vicenza. L’armonica città del Palladio gli ha dato tempra di lavoratore, passione di viaggiatore, spirito di sacrificio (come a Robi Baggio, dopo), un parlar cantato e un sorriso goldoniano. Fu quello, il Rossi che entrò a forza nelle copertine e nelle pagine del Guerin Sportivo, lieve quanto contagioso. A metà dei Settanta, quando diventai direttore, in quel di San Lazzaro di Savona, eravamo un gruppo di reduci (o esuli) da altri mondi. Giovanni Brera, che aveva cominciato a lavorare nel Verdino ancora ragazzo – si firmava Gibigianna – ci sfotté definendoci “quelli della tentacolare San Lazzaro”, scandalizzato dal trasferimento della gloriosa testata nata a Torino e cresciuta a Milano in un angolo della provincia bolognese, neanche a Bologna che in verità ci ignorò tutta la vita. Perché eravamo bastardi: solo Stefano Germano, Roberto Guglielmi e Claudio Sabattini erano del cittadone, Elio Domeniconi genovese, Darwin Pastorin torinese, io marchignolo, Mino Allione e Serena Zambon veneti. Fu Serena, bella e potente segretaria di Redazione, a farci scoprire Paolo Rossi. Che non era solo un calciatore del Lanerossi Vicenza ma una “invenzione” di Giussi Farina. Perfezionato, sul campo, da Gibì Fabbri da San Pietro in Casale, l’Altro Fabbri – dicevamo – per distinguerlo dal Mondino di Castel Bolognese, diventato famoso per aver trasformato il Mantova in un Brasile e l’Italia in una Corea. Non si viaggiava molto, al Guerin, ma a Vicenza ci andavo anch’io, a volte ospite della tavola tradizionale e generosa di Giussi Farina, quel che si dice un signore all’antica. Fissato sui giovani – avevo visto nascere Rivera e Bulgarelli, più tardi, per dire, anche Maradona a Baires e Baggio, pure a Vicenza – rimasi incantato dalla splendida semplicità di Rossi. Che chiamai subito Paolino per una sua certa fragilità complessiva, cominciando a narrarne le imprese. A differenza di tanti fuoriclasse, artisti del Bel Giuoco, piedi buoni o, come si diceva, poeti, Paolino era un artista del pallone mai lezioso, mai alla ricerca di giochesse fantastiche, bello nell’esecuzione del gol ma prima dell’attimo fuggente un corpo perfetto coordinato in una mossa obliqua da torre pendente nel cogliere la palla e metterla in rete. Bello, ripeto, anche se Brera lo diceva brevilineo, altri culobasso. E venne il giorno della prima copertina, la sua immagine come l’avevo voluta, il titolo banale ma significativo: “È nata una stella”. Il resto della compagnia criticante arrivò con grave ritardo, noi Paolino l’avevamo adottato e già... incaricato di mettersi la maglia azzurra per onorare la Patria. Enzo Bearzot ci credette e lo portò al Mundial argentino, nel ‘78, contro il parere di tutti. Guerin escluso, naturalmente. Ebbi più d’una occasione di parlargli ma se ben ricordo non gli chiesi mai un’intervista. Da quel punto di vista sembrava non aver nulla da dire. Non ne aveva voglia, semplicemente, perché non gli interessava diventare famoso. La prima volta che lo incontrai, credendolo pratese autentico, gli parlai dei “Maledetti Toscani” del suo concittadino Curzio Malaparte ma non fece una piega. E allora gli ripetei quel detto che inquadrava la singolare personalità dei suoi concittadini un po’ sbruffoni: “Son di Prào e voglio esse’ rispettào, pos’ì ssasso e mang’ì bbào”. (Sono di Prato e voglio essere rispettato, posa il sasso e mangia il verme). Insomma, come dicono i marchigiani, “magna e sta’ zitt”. Ma non fece una piega. Stette zitto, infatti. Così negli anni, sempre, quando ci si ritrovava felici nei luoghi del calcio – stadi e studi tv – senza smancerie. Non credo che si possa dire amicizia. Solo silenziosa condivisione di importanti fatti della vita. E pensate che da questi dorati silenzi nacque una passione. M’ero fatto un’idea di Paolino, a quei tempi, ch’era professionalmente per lui negativa. Non amava atteggiarsi a divo, pratica che invece pagava; non amava le polemiche, talché prima di Baires 78 se lo filavano in pochi; giocava strano e non dava spunti per mandolinate classiche: mi accorsi, seguendolo da vicino ovunque, che fra i segreti della sua potenza di goleador c’è n’era uno appena visibile: i due secondi d’anticipo sul portiere dopo avere fatto fuori il difensore con la stessa rapidità. Bastava vedere i suoi avversari feriti dal gol: impietriti, ammutoliti. Forse ammirati. I vicentini impazzivano per lui, gli altri no – i fenomeni di provincia li celebri una volta eppoi li molli, non fanno vendere i giornali – anche perché la sua spontanea riservatezza gli toglieva punti. E mercato. Salvo poi vedere un giorno due protagonisti di vertice, Boniperti e Farina, azzuffarsi per lui a suon di centinaia di milioni che finirono per diventare scandalosi miliardi. E lui zitto. Bravo. Corretto. Discreto. Come dicevo, nel calcio i bravi e buoni han poco seguito, così come gli angeli sono meno popolari dei diavoli. Quando Paolino inciampò nel Calcioscommesse o Totonero, gran parte della critica fu felice di fargli pagare i silenzi (ad personam) visti come arroganza. E molto italiano accanirsi con un grande in caduta. Dicono sia coraggio, è vigliaccheria prodotta dall’invidia. E dire che Paolino non s’era mai pavoneggiato, aveva semplicemente ignorato quei personaggi che Giovanni Arpino aveva scolpito da poco in “Azzurro tenebra”: le Belle Gioie e le Iene. (Un giorno, a Valencia, chiesi all’Arp perché avesse scelto di confondere la sua immensa statura di narratore con gli scribi da stadio, si alzò da tavola, se ne andò e non ci parlammo più per anni). Io che Paolo Rossi lo conoscevo bene e lo sapevo forte di un’onestà naturale, debole di una generosità solidale, fui subito convinto che non avesse partecipato alla truffa di quei trafficanti romani di ortofrutticoli e partite di calcio. Né pensai mai a un reato così grave da spedire camionette di carabinieri il 23 marzo 1980 sui campi a prelevare gli sciagurati giocatori di pallone in diretta tivù su “90° Minuto”; mi convinsi, piuttosto, di una mossa clamorosa per distrarre il popolo da eventi politici tali da creare turbamenti governativi. Nel 1980, uno dei più importanti banchieri del mondo, Michele Sindona, era stato condannato dal tribunale di New York per frode. Fu l’inizio della fine per le attività illecite portate avanti dalla Loggia Massonica P2, importante e influente, con pesante coinvolgimento anche del mondo editoriale e dell’informazione in genere. Il nome di Pablito, già eroe di Argentina 78, si spendeva meglio di quello di Licio Gelli (lui pure molto noto e apprezzato in Argentina, per altri motivi...). Le manette erano scattate per i giocatori Stefano Pellegrini dell’Avellino, Sergio Girardi del Genoa, Massimo Cacciatori, Bruno Giordano, Lionello Manfredonia e Giuseppe Wilson della Lazio, Claudio Merlo del Lecce, Enrico Albertosi e Giorgio Morini del Milan, Guido Magherini del Palermo, Gianfranco Casarsa, Mauro Della Martira e Luciano Zecchini del Perugia. Altri ricevettero ordini di comparizione, tra cui, appunto, Paolo Rossi del Perugia, Giuseppe Dossena e Giuseppe Savoldi del Bologna, e Oscar Damiani del Napoli. Lo scandalo produsse solo frettolose condanne sportive: il 23 dicembre 1980 tutti gli indagati vennero penalmente prosciolti poiché il fatto non sussisteva. La sentenza arrivò a dire che l’eventuale combine costituiva per il Totocalcio solo un ulteriore elemento di imprevedibilità. Il Guerin innocentista dava fastidio all’esercito di giustizialisti scesi in campo per massacrare i pedatori. Ma noi non mollammo la presa, finché i reprobi riacquistarono il diritto a riprendere la loro attività. Pubblicai una copertina significativa – HANNO AMMAZZATO PABLO, PABLO È VIVO – e proprio mentre stava infuriando la polemica sul suo ritorno in Nazionale voluto da Bearzot, parlai con il grande capo del calcio italiano, Artemio Franchi. Gli dissi d’impegnarsi a emettere un’amnistia per tutti i tesserati vittime del Totonero nel caso riuscissimo a vincere il Mundial, cosa di cui ero certo tant’è che il Guerin fu trattato da matto, come il sottoscritto. Franchi, pur essendo un amico, la pensava come la maggioranza degli italiani e rispose alla mia folle proposta con una risata: “Giuro che se vinciamo il Mondiale ci sarà la sua amnistia”. Così fu – ne rido ancor oggi – ma non fu la “mia” amnistia, il liberatore fu Paolo Rossi con i suoi gol. Tesserati condannati anche da decenni – personalmente in passato mi ero battuto inutilmente per Romeo Anconetani – riebbero la “fedina” pulita. Nei giorni dell’addio a Paolino s’è parlato solo dello scandalo, del processo e delle condanne, essendo gran parte dell’informazione ancora disturbata dal successo dell’Italia di Paolorossi e del suo Vecio sostenitore: Gibì Fabbri e Enzo Bearzot non erano stati solo i suoi maestri ma anche i suoi padri, impegnati a costruire il campione e l’uomo insieme. A Barcellona la Nazionale soggiornava alla “Casa del Baron” e l’inappuntabile cronista Bruno Bernardi – uno dei pochi fuori della mischia degli avvelenatori quotidiani (ai quali tuttavia risparmio, la citazione, come avrebbe voluto Pablito) – riportò sulla “Stampa” la disposizione delle camere per i giocatori: Zoff-Scirea; Cabrini-Rossi; Causio-Selvaggi; Galli-Conti; Antognoni-Graziani; Dossena-Altobelli; Marini-Bergomi; Massaro-Vierchowod; Baresi-Collovati; Bordon-Oriali. Solo Tardelli e Gentile hanno una singola poiché «Schizzo» soffre di insonnia (Bearzot lo chiama affettuosamente il «coyote»). Un bischero innominato ne approfittò per creare intorno alla coppia Cabrini-Rossi l’idea che fossero gay, anzi maricones come subito li definirono spagnoli e brasiliani. La mossa idiota diede tuttavia il suo frutto: il silenzio stampa ordinato su richiesta di Bearzot dalla Federazione, gestito da Guido Vantaggiato, Carlo De Gaudio e in concreto da Dino Zoff, l’unica voce azzurra (la voce del silenzio) a disposizione dei criticonzi. Molti dei quali – nutriti di astio più che di competenza – pretendevano che al posto di Rossi ci fosse Pruzzo, capocannoniere del campionato. Bearzot, fedele alle scelte già fatte in Argentina, aveva semplicemente sostituito con Pablito “Penna Bianca” Bettega, infortunato. Ci fu anche chi prese sul serio la scelta del Vecio, un ritaglio dell’“Unità” lo certifica: “Grosso allarme, poi in parte rientrato, all’allenamento che gli azzurri hanno sostenuto nel tardo pomeriggio a Pontevedra. A un certo punto Paolino Rossi si è infatti bloccato durante gli esercizi atletici, ma il medico subito intervenuto ha fugato ogni più grossa preoccupazione e ha accertato trattarsi di una lieve forma di sciatalgia. Il malanno, trattato subito in modo energico, potrebbe essere presto assorbito ed è anzi probabile che non impedisca a Rossi di schierarsi al suo posto nella partitella prevista per oggi contro una formazione giovanile del Pontevedra”. Un giorno potei incontrare Paolino perché a me era consentito accedere al ritiro come solitario profeta della Vittoria Azzurra; pochi altri erano infatti amichevolmente vicini a Bearzot e alla Nazionale – come Giovanni Arpino e Pier Cesare Baretti – mentre io già la “vendevo” mondiale, dunque trattato da mentecatto, tuttavia sostenuto dall’editore del Guerin, Luciano Conti, che si fidava di me e arrivò a godere il giorno delle trecentoquarantamila copie con la copertina di Dino Zoff con la Coppa imitata da Renato Gattuso. In quell’occasione un vecchio collega di Budapest mi pregò perché chiedessi a Bearzot di fargli intervistare Pablito per la tv ungherese. “Impossibile – mi disse Enzo – c’è il silenzio stampa, vero Guido?”. E Guido Vantaggiato rispose: “Il silenzio vale solo per la stampa italiana. Non possiamo negarci al mondo”. Finimmo in un salottino, il collega, l’operatore con la telecamera, io e Paolino che si presentò sicuro, con il miglior sorriso dai tempi di Baires. Rispose a tutte le domande e ogni tanto mi guardava con complicità. Alla fine lo salutai e non ci dicemmo niente, come nei tempi successivi. Potevo aspettarmi un grazie ma non lo volevo. Lo ebbi, comunque, quando Paolino, il nostro Paolino, Guerinetto ad honorem, segnò tre gol al Brasile al Sarria e sollevò la Coppa al Bernabeu. Era rinata una stella che non cadrà mai. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/paolo-rossi.html
  3. PAOLO ROSSI https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Rossi_ Nazione: Italia Luogo di nascita: Prato Data di nascita: 23.09.1956 Luogo di morte: Siena Data di morte: 09.12.2020 Ruolo: Attaccante Altezza: 174 cm Peso: 67 kg Nazionale Italiano Soprannome: Pablito Alla Juventus dal 1973 al 1975 e dal 1981 al 1985 Esordio: 01.05.1974 - Coppa Italia - Cesena-Juventus 0-1 Ultima partita: 29.05.1985 - Coppa dei campioni - Liverpool-Juventus 0-1 138 presenze - 43 reti 2 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 1 supercoppa Uefa Campione del mondo 1982 con la nazionale italiana Paolo Rossi (Prato, 23 settembre 1956 – Siena, 9 dicembre 2020) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Con la nazionale italiana si è laureato campione del mondo nel 1982. Soprannominato Pablito dopo il suo exploit al campionato del mondo 1978 in Argentina, lo si ricorda principalmente per le sue prodezze e per i suoi gol alla successiva rassegna iridata di Spagna '82, dove si aggiudicò il titolo di capocannoniere. Nello stesso anno vinse anche il Pallone d'oro. Insieme a Roberto Baggio e Christian Vieri detiene il record italiano di marcature nei mondiali a quota 9 gol. È stato il primo giocatore in assoluto (eguagliato dal solo Ronaldo nel 2002) ad aver vinto nello stesso anno il mondiale, il titolo di capocannoniere di tale competizione e il Pallone d'oro. Occupa la 42ª posizione nella speciale classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata dalla rivista World Soccer. Nel 2004 è stato inserito nella FIFA 100, una lista dei 125 più grandi giocatori viventi, selezionata da Pelé e dalla FIFA in occasione del centenario della federazione. È risultato 12º nell'UEFA Golden Jubilee Poll, un sondaggio online condotto dalla UEFA per celebrare i migliori calciatori d'Europa dei cinquant'anni precedenti. È inserito dal 2016 nella Hall of Fame del calcio italiano e dal 2021 nella Walk of Fame dello sport italiano. Paolo Rossi Paolo Rossi solleva il Pallone d'oro 1982 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 67 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1987 Carriera Giovanili 1961-1967 Santa Lucia 1967-1968 Ambrosiana 1968-1972 Cattolica Virtus 1972-1975 Juventus Squadre di club 1973-1975 Juventus 3 (0) 1975-1976 → Como 6 (0) 1976-1979 Lanerossi Vicenza 94 (60) 1979-1980 → Perugia 28 (13) 1981-1985 Juventus 135 (43) 1985-1986 Milan 20 (2) 1986-1987 Verona 20 (4) Nazionale 1976-1978 Italia U-21 10 (5) 1977-1986 Italia 48 (20) Palmarès Mondiali di calcio Oro Spagna 1982 Biografia Iniziò a giocare a calcio all'età di nove anni con il Santa Lucia, squadra dell'eponima frazione pratese messa in piedi dal locale medico, il dottor Paiar; nella stessa squadra militava anche il fratello maggiore Rossano. Al padre Vittorio, ex ala destra del Prato, è oggi dedicato il campo sportivo del Santa Lucia. Dal primo matrimonio in gioventù con Simonetta nacque un figlio; dopo il divorzio, nel 1998 conobbe la giornalista Federica Cappelletti che poi sposò nel 2010 e dalla quale ebbe due figlie. Come cantante realizzò nel 1980 un 45 giri, con la canzone Domenica, alle tre, il cui testo tratta il tema del rapporto tra i calciatori e le proprie compagne. Nel 1999 venne candidato alle elezioni europee per Alleanza Nazionale - Patto Segni, nella circoscrizione Nord-Est ottenendo oltre 11.000 preferenze, non venendo eletto. Nel 2000 si candidò alla presidenza della Lega Pallavolo Serie A femminile, senza tuttavia essere eletto. In televisione ricoprì il ruolo di opinionista per varie emittenti italiane quali Sky Sport, Premium Sport e Rai Sport. Nel 2011 partecipò inoltre al programma Ballando con le stelle come concorrente. A Vicenza, città dove assurse alla notorietà e a cui rimase legato negli anni seguenti, tanto da ricevere pochi mesi prima della morte anche la cittadinanza onoraria berica, gestì per lungo tempo un'agenzia immobiliare insieme all'ex compagno di squadra Giancarlo Salvi. Nei suoi ultimi vent'anni di vita tornò a vivere nella natìa Toscana, stabilendosi in Valdambra dove dal 2003 aveva messo in piedi un complesso agrituristico a Bucine, in località Poggio Cennina. Il rapporto con Fabbri e Bearzot Da sinistra: Rossi in nazionale al campionato del mondo 1978, mentre festeggia con il commissario tecnico Enzo Bearzot e Franco Causio Rossi al Lanerossi Vicenza ebbe un ottimo rapporto con l'allenatore Giovan Battista Fabbri, sia dentro che fuori dal campo. Fabbri fu l'artefice della trasformazione tattica del giocatore da ala a centravanti puro. Il giocatore ricordò così il rapporto col suo mentore: «Fabbri è stato un padre per me, il classico padre di famiglia che ti consiglia, ti prende sotto la sua protezione, è stato proprio così. Teneva le fila di tutto l'ambiente, ha fatto in modo che si creasse una grande unione tra di noi. Era un grande conoscitore e un grande amante del calcio, predicava il fatto che tutti a cominciare dai difensori dovevano giocare a pallone. Io, in particolare, gli devo molto, è stato lui che mi ha trasformato da ala a centravanti, ha visto subito che potevo avere un ruolo diverso e ha cambiato sicuramente la mia carriera». Rossi (a destra) e il tecnico Giovan Battista Fabbri in una pausa d'allenamento con il Lanerossi a fine anni 1970 Importante per la carriera di Rossi fu anche il commissario tecnico dell'Italia, Enzo Bearzot. Il tecnico lo confermò tra i convocati per il campionato del mondo 1978 e fu l'artefice del grande successo del giocatore sul campo. Bearzot, inoltre, fu anche uno dei pochi che credettero nell'innocenza di Pablito a seguito dello scandalo scommesse. Nonostante un'opposizione generale, il citì decise di convocarlo al campionato del mondo 1982; una chiamata che lo stesso Rossi reputava possibile, conoscendo la stima che Bearzot aveva nei suoi confronti: «La convocazione me l'aspettavo, Bearzot aveva fiducia in me, in Argentina ero andato bene». Al funerale del tecnico, scomparso il 21 dicembre 2010, Rossi lo ricordò con queste parole: «Io a lui devo tutto, senza di lui non avrei fatto quel che ho fatto. Era una persona di una onestà incredibile e un tecnico di grande spessore. Incarnava la figura dell'italiano popolare, e anche se non è stato uno scienziato o un artista, rimarrà nella storia dei nostri grandi del secolo scorso». Autobiografie Nel 2002 pubblicò la sua autobiografia intitolata Ho fatto piangere il Brasile: «L'ho scritto perché i miei tre gol al Brasile, in quel fantastico, indimenticabile tre a due, sono il fiore all'occhiello della mia vita di calciatore. Un ricordo che non si cancellerebbe neanche a distanza di un milione di anni». Nel 2012 scrisse il libro 1982. Il mio mitico mondiale insieme a sua moglie Federica Cappelletti, giornalista e scrittrice. Rossi spiegò che l'aiuto di sua moglie fu importante per la costruzione del libro: «Mia moglie è stata fondamentale. È lei che ha insistito. Voleva scoprire perché, dopo così tanti anni, la gente mi ferma ancora per strada ricordando l'esperienza spagnola della nostra nazionale». Rossi riuscì a raccogliere tutti i fatti della sua vita calcistica grazie all'aiuto di un suo amico di Firenze, Renzo Baldacci: «Ha rilegato, in volumi, tutti gli articoli che mi riguardavano. Tutto ciò costituisce la mia memoria storica. Per scrivere il libro abbiamo impiegato sei mesi. Senza l'aiuto di questo prezioso archivio avremmo impiegato anni». Impegno sociale Rossi, dopo aver concluso l'attività calcistica, ha contribuito molto all'impegno sociale. Nel 2007, insieme ai ciclisti Matteo Tosatto e Filippo Pozzato, all'avvocato Claudio Pasqualin e a Don Backy, ha preso parte alle registrazioni del disco Voci dal cuore, il cui ricavato è stato devoluto al Progetto Conca d'Oro, ONLUS di Bassano, e all'associazione Bambini cardiopatici nel mondo; l'ex attaccante ha cantato la canzone La leva calcistica della classe '68. Nel 2009 è stato testimonial italiano della FAO per sensibilizzare l'opinione pubblica e raccogliere fondi in favore della lotta globale contro la fame nel mondo. Nel 2012 è stato testimonial della seconda edizione della manifestazione "Un mese per l'affido", organizzata allo scopo di sensibilizzare l'opinione pubblica ad accogliere temporaneamente nelle loro case bambini e ragazzi in serie difficoltà. Il 16 maggio 2014 ha preso parte al torneo di calcio benefico "Bambini senza confini", organizzato da don Paolo De Grandi e giocato allo stadio Città di Arezzo per raccogliere fondi da destinare ai bambini palestinesi. Morte È morto all'ospedale di Santa Maria alle Scotte di Siena la sera del 9 dicembre 2020, all'età di 64 anni, a causa di un tumore ai polmoni che l'aveva colpito mesi addietro. Il funerale si è svolto tre giorni dopo presso il duomo di Vicenza, dove la salma di Rossi è arrivata portata dai suoi storici compagni di nazionale; il giorno precedente, pur tra le restrizioni dettate dalla contemporanea pandemia di COVID-19, migliaia di persone gli avevano reso omaggio presso la camera ardente allestita eccezionalmente sul terreno dello stadio Romeo Menti. Dopo i funerali, il feretro è giunto a Perugia, città di origine della vedova Federica, per delle cerimonie più riservate dapprima al cimitero monumentale e poi allo stadio Renato Curi, prima di ricevere definitiva sepoltura a Bucine. Nei giorni seguenti la scomparsa, un minuto di raccoglimento è stato osservato sia dall'UEFA sui campi dell'Europa League sia dalla FIGC su quelli di tutti i campionati italiani. Tra le prime iniziative celebrative, le intitolazioni alla sua memoria dello stadio di Bucine (4 settembre 2021), del piazzale antistante lo stadio Menti di Vicenza (28 settembre 2021) e del centro sportivo perugino di Pian di Massiano (2 dicembre 2021), oltre a un mezzobusto nella natìa Prato, nel piazzale della Cipresseta a Santa Lucia (8 novembre 2021). Caratteristiche tecniche Rossi (a sinistra) in maglia Lanerossi nel 1979, al tiro durante un derby veneto contro il Verona. Rossi era un attaccante veloce, molto abile negli spazi stretti dell'area di rigore, dove poteva sfruttare le sue doti di tempismo e opportunismo; Giorgio Tosatti lo definì «un impasto di Nureyev e Manolete», un giocatore con «la grazia del ballerino e la spietata freddezza del torero». Rossi raccontò così le sue caratteristiche tecniche: «Io non segno quasi mai di potenza, generalmente conquisto quei due metri che costano il goal all'avversario. Per me, è fondamentale il gioco senza palla, lo smarcamento, quando la palla non c'è, è indispensabile. Non ho avuto dalla sorte un grande fisico e mi debbo far furbo». Rossi, qui durante la sua militanza alla Juventus nei primi anni 1980, controlla il pallone di testa, fondamentale in cui eccelleva. Schierato inizialmente come ala destra, il suo ruolo cambiò nel Lanerossi Vicenza quando l'allenatore Giovan Battista Fabbri decise di proporlo come centravanti; questo diventerà il ruolo definitivo dell'attaccante italiano. Riguardo a questo cambio di posizione, Rossi dichiarò: «Forse sono stato il primo centrattacco rapido e svelto, che aveva nelle intuizioni la sua dote principale, unita a una tecnica sopraffina. Uno dei segreti del mio successo è stato quello di giocare intelligentemente, pensando sempre cosa fare un secondo prima che mi arrivasse il pallone, proprio per supplire alla mancanza di qualità fisiche eccelse. Giocare sull'anticipo era una mia grande prerogativa, cercavo sempre di rubare il tempo al mio avversario, sfruttando le mie doti di opportunista: in area di rigore cercavo sempre di sfruttare ogni piccolo errore dei difensori, facendomi trovare nel posto giusto al momento giusto». Dopo il mondiale 1982, con Giovanni Trapattoni sulla panchina della Juventus, Rossi diventò invece «una specie di apri varchi» e cominciò a giocare in una posizione poco congeniale alle sue caratteristiche, anche a causa dell'arrivo in squadra di giocatori come Zbigniew Boniek e Michel Platini. Carriera Giocatore Club Gli inizi: Juventus e Como Un giovane Rossi supera Antonio Cabrini (sullo sfondo) in un'amichevole tra la formazione Primavera juventina e la Cremonese, nell'annata 1974-1975; pochi anni dopo, entrambi saranno titolari in azzurro al mondiale 1978 Cominciò a giocare a calcio nel Santa Lucia, squadra dell'eponima frazione pratese in cui è nato. Dopo aver passato una stagione nell'Ambrosiana, altra società pratese, si trasferì alla Cattolica Virtus, a livello giovanile una delle principali società di Firenze, in cui approdò dodicenne. A quell'età, però, il vero divertimento del giovane Paolo era giocare con il fratello Rossano nell'oliveto della natìa Santa Lucia. Nel 1972, a sedici anni, passò alla Juventus nonostante in famiglia fossero contrari, come ricordò lo stesso Rossi in un'intervista: «Non è stato facile, ai miei genitori non è che l'idea andasse molto. Sono rimasti scottati dall'esperienza di mio fratello, anche lui in bianconero, che dopo un anno è stato rispedito a casa. Mia madre non ne vuole sapere di mandare a Torino un altro figlio così giovane, mio padre consiglia al dottor Nesticò, un dirigente della Cattolica, di sparare una cifra alta, per dissuadere quelli juventini, ma non c'è verso. Italo Allodi viene a casa nostra, fa opera di mediazione e alla fine per quattordici milioni e mezzo [di lire, ndr] faccio la valigia». Rossi al Como nella stagione 1975-1976, all'esordio in Serie A, in una figurina Calciatori A Torino, tuttavia, il suo percorso nelle varie selezioni giovanili fu spesso interrotto da una serie impressionante di infortuni: addirittura tre operazioni al menisco nel giro di due stagioni. Nonostante ciò, il 1º maggio 1974 esordì in prima squadra in un incontro di Coppa Italia a Cesena; non ancora diciottenne, in questa gara Rossi giocò per la prima volta con nomi come Dino Zoff, Claudio Gentile e Franco Causio, con cui poi si sarebbe laureato campione del mondo. Nella stagione successiva collezionò altre due presenze nella competizione, prima di passare nel 1975 al Como. Qui però le cose non andarono granché bene: dopo l'esordio in Serie A datato 9 novembre 1975, in occasione della sconfitta esterna contro il Perugia, Rossi scese in campo soltanto per altre cinque volte nell'arco di quel torneo, chiuso con la retrocessione dei lariani, senza riuscire ad andare a segno. La svolta della carriera era però dietro l'angolo: la Juventus convinse infatti il Lanerossi Vicenza, nell'estate 1976, a prenderlo in compartecipazione. Lanerossi Vicenza A Vicenza Rossi trovò nel tecnico Giovan Battista Fabbri, per sua stessa ammissione, un secondo padre che gli diede fiducia e lo aiutò a crescere; l'allenatore emiliano segnò una svolta nella carriera di Rossi, grazie anche allo spostamento in campo da ala a centravanti. Importante anche il rapporto instauratosi col patron del club vicentino, Giuseppe Farina, che Rossi ritroverà poi nel decennio seguente sulla sponda rossonera di Milano e che così ricordò: «È stato un presidente unico, pur con tutti i suoi difetti. Aveva una grande personalità, grande umorismo. Era uno che ci sapeva fare e con cui era estremamente piacevole passare del tempo. Sotto altri aspetti, nella gestione della società, poteva essere anche un duro, probabilmente era un presidente d'altri tempi. Secondo me Farina era una spanna sopra gli altri, aveva delle idee innovative. Mi ricordo che il primo anno di Serie A, si era inventato l'abbonamento biennale per farsi anticipare i soldi che gli servivano, erano cose che all'epoca sembrava incredibile potessero uscire dalla mente di una persona, ma lui era così, aveva queste intuizioni». In maglia berica Rossi si laureò nel biennio 1977-1978 miglior marcatore prima della Serie B e poi della A, primo calciatore a conseguire tale primato Nella sua stagione d'esordio in biancorosso, Rossi venne subito schierato titolare, mantenendo il posto in squadra per tutta l'annata. Alla fine del campionato 1976-1977 si laureò capocannoniere della Serie B con 21 reti, che permisero al Lanerossi di conquistare la promozione in A. Il presidente Farina aumentò l'ingaggio di Rossi da 8 a 50 milioni e lo convinse a restare; infatti, nonostante l'ottima stagione, la Juventus decise di non riscattare l'idolo di Vicenza, preferendogli Pietro Paolo Virdis. Nella stagione 1977-1978 la neopromossa squadra berica faticò all'inizio a trovare vittorie. Riuscì a riprendersi a metà del girone d'andata e Rossi segnò persino due doppiette ai danni di Fiorentina e Roma, guadagnandosi le prime pagine dei giornali. Nel girone di ritorno seguì una doppietta al Perugia e un gol alla Juventus nella sfida scudetto, finita 3-2 per i bianconeri. Il Vicenza concluse quel campionato al secondo posto, trascinato da un Rossi miglior marcatore dell'anno con 24 gol. La sua prestazione convinse Enzo Bearzot a convocarlo al campionato del mondo 1978 in Argentina. Rossi (in piedi, secondo da destra) nel cosiddetto Real Vicenza 1977-1978, neopromosso e secondo classificato in Serie A Nell'estate 1978 Rossi fu protagonista di un clamoroso affare di mercato tra il Vicenza e la Juventus: le due società non trovarono l'accordo per la risoluzione della comproprietà, sicché furono costrette ad andare alle buste. L'offerta più alta fu quella di Farina che, al fine di tenere il giocatore, per metà cartellino offrì al presidente juventino Giampiero Boniperti ben 2 miliardi e 612 milioni. Quel prezzo destò scandalo in Italia, creando tutta una serie di contrastanti reazioni, anche politiche (la conseguenza più rilevante furono le dimissioni di Franco Carraro dalla FIGC). Lo stesso Farina disse in proposito: «Mi vergogno, ma non potevo farne a meno: per vent'anni il Vicenza ha vissuto degli avanzi. E poi lo sport è come l'arte, e Paolo è la Gioconda del nostro calcio». La notizia dell'esito dell'asta fu data da Nando Martellini mentre commentava l'incontro di preparazione al mondiale sudamericano tra Italia e Jugoslavia all'Olimpico di Roma. La stagione 1978-1979 fu negativa per Rossi. Il giocatore, infatti, subì un nuovo infortunio al ginocchio (colpito duro dallo stopper dei cecoslovacchi del Dukla Praga, Macela, durante il match d'andata di Coppa UEFA) e i suoi 15 gol non bastarono a salvare la squadra da un'incredibile retrocessione in Serie B, impronosticabile dopo il secondo posto dell'anno prima. Pochi giorni dopo il declassamento biancorosso, i giornali annunciarono il passaggio di Rossi al Napoli, ma il giocatore negò la cosa e affermò: «Lo spiego a Giorgio Vitali, il direttore sportivo che fa di tutto per convincermi: “No grazie, per me viene prima la vita e poi la professione, il calcio. E se devo invertire l'ordine delle cose ci devo pensare non una ma cento volte. Che vengo a fare a Napoli, il salvatore della patria? Con la gente che, me lo raccontava Sivori tempo fa, mi compra le sigarette e dorme per strada sotto casa mia, per vegliarmi: sono molto cari, ma non sono la persona giusta. Io posso offrire la mia personalità in campo, posso offrire calcio, ma da voi questo non basterebbe». Perugia Rossi con la casacca del Perugia nell'estate 1979 Col Lanerossi retrocesso, Rossi rimase in massima categoria passando al Perugia, in quegli anni rampante "provinciale" in ascesa. La formula della cessione, perfezionata tra Giussy Farina e il presidente dei grifoni Franco D'Attoma, era il prestito per due annate (500 milioni a stagione). Proprio il trasferimento del giocatore a Perugia segnò una sorta di spartiacque nel panorama calcistico nazionale: infatti, per finanziare l'oneroso arrivo in Umbria dell'attaccante, D'Attoma mise in piedi la prima sponsorizzazione di maglia. Fu un esordio assoluto, poiché mai prima d'allora, in Italia, una divisa da gioco era stata "griffata" da un marchio commerciale; Rossi e il Perugia furono i primi a rompere questo tabù. Rossi con il giubbino "griffato" del club umbro; le modalità del trasferimento a Perugia sancirono, di fatto, l'apertura del calcio italiano agli sponsor di maglia L'unica stagione di Rossi coi grifoni fu fortunata per quanto riguarda le realizzazioni: 13 gol in 28 gare di campionato e una rete in quattro partite di Coppa UEFA. Il giocatore fu a lungo il capocannoniere della Serie A (chiudendo poi terzo in questa graduatoria), ma ciò nonostante la formazione perugina non riuscì a ripetere il campionato di vertice della precedente annata, anche a causa dello scoppio in primavera dello scandalo scommesse che finì per coinvolgere, tra vari dubbi mai del tutto chiariti, lo stesso Rossi. La squalifica Lo stesso argomento in dettaglio: Scandalo italiano del calcioscommesse del 1980. Accusato di aver truccato la partita Avellino-Perugia (nella quale firmò peraltro una doppietta), Rossi venne squalificato dalla CAF per due anni, perdendo così anche la possibilità di partecipare con la nazionale all'imminente campionato d'Europa 1980 casalingo. Rossi ricordò così questo evento: «Non sapevo nulla delle scommesse: pensavo al classico pareggio accettato da due squadre che non vogliono farsi male. Seguii il processo come qualcosa di irreale, come se ci fosse un altro al posto mio. Capii che era tutto vero quando tornai a casa e vidi le facce dei miei». Raccontò così la vicenda che lo fece condannare: «Dopo cena, mentre sto giocando la solita partita a tombola, tanto per ammazzare il tempo, mi si avvicina il mio compagno Della Martira: "Paolo, vuoi venire un attimo che ci sono due amici che vogliono conoscerti?". Non sono capace di dire di no. Controvoglia affido le mie cartelle a Ceccarini e mi alzo. Nella hall vedo due tipi che non avevo mai visto, stringo loro la mano: "Piacere". Non capisco cosa vogliano da me. Improvvisamente Mauro Della Martira dice: "Paolo, questo è un mio amico che gioca alle scommesse". E l'amico dell'amico in spiccato accento romanesco: "Paolo, che fate domenica?". Rispondo genericamente: "Beh, cerchiamo di vincere". "E se invece pareggiate?". Non capisco dove voglia andare a parare, sono imbarazzato anche se non lo do a vedere. Non vedo l'ora di liberarmi dall'impiccio». Rossi in aula nel maggio 1980, imputato durante il primo processo sullo scandalo Totonero «Rispondo: "Il pareggio non è un risultato da buttare. L'Avellino ha un punto in meno di noi, ha vinto con la Juve e ha perso soltanto con il Torino". "Sai, abbiamo un amico dall'altra parte che dice che un pareggio andrebbe più che bene", aggiunge l'altro... "magari fai anche due gol". La discussione non mi piace per nulla. Voglio tornare alla mia tombola, queste facce non mi ispirano fiducia, taglio corto: "Mauro, mi aspettano, ci vediamo, fai tu", giusto per non fargli fare brutta figura. E torno al mio posto e riprendo a giocare. Tutto è durato appena due minuti, quelli che diverranno i due minuti più angoscianti della mia carriera». Il ritorno alla Juventus Rossi pensò di lasciare il paese e di ritirarsi dal mondo del calcio giocato a seguito della squalifica: «Provavo disgusto per il calcio. Ho pensato di andar via dall'Italia, di smettere. Dissi: "Non mi vedrete più in nazionale". Mi diedi all'abbigliamento sportivo, con Thoeni. Le cose peggiori? Il sospetto della gente, quegli sguardi... e le notti del sabato, sapendo che al risveglio non c'erano partite ad aspettarmi». Rossi preso d'assalto da fotografi e televisioni per il suo secondo esordio in maglia juventina, il 2 maggio 1982 a Udine, di nuovo in campo dopo la fine della squalifica Sandro Mazzola, all'epoca dirigente dell'Inter, si interessò subito a lui, ma all'ultimo momento si tirò indietro. Boniperti ritornò a interessarsi al giocatore e riuscì, stavolta, a portarlo con sé in bianconero, nonostante i dodici mesi di squalifica ancora da scontare. Rossi ricordò così la fiducia del presidente della Juventus: «Boniperti mi chiamò: "Verrai con noi in ritiro, ti allenerai con gli altri, anzi più degli altri". Mi sono sentito di nuovo calciatore. La lettera di convocazione adesso farebbe ridere. Diceva di presentarsi con i capelli corti, indicava cosa mangiare e cosa bere. Boniperti era un mago in queste cose. Quando arrivai mi disse: "Paolo, se ti sposi è meglio, così sei più tranquillo". Mi sono sposato a settembre. L'avrei fatto lo stesso, diciamo che sono stato un po' spinto. Comunque devo ringraziare lui, Trapattoni e Bearzot». Il Trap puntò fortemente sulla possibilità di recuperare l'atleta ai livelli precedenti la squalifica, mentre il Vecio, che lo avrebbe poi convocato per il vittorioso mundial spagnolo, si dichiarò convinto dell'innocenza di Rossi e mostrò di apprezzare il fatto che, mentre scontava la pena, si era preparato a tornare in campo allenandosi con continuità. Il gol di Rossi che decise al 90' la semifinale di ritorno della Coppa delle Coppe 1983-1984 contro il Manchester Utd (2-1) e qualificò la Juventus alla vittoriosa finale di Basilea Frattanto, in questo periodo di forzata lontananza dal calcio italiano, per Rossi parve profilarsi la possibilità di un approdo nel soccer nordamericano. Sul finire del 1980 scese infatti in campo con i Buffalo Stallions, franchigia statunitense allenata da Adolfo Gori, per un'amichevole preparatoria al locale campionato indoor; tuttavia tale scenario non si concretizzò, rimanendo questa l'unica apparizione oltreoceano del calciatore. La pena relativa al Totonero terminò nell'aprile 1982, sicché Rossi fece in tempo a giocare le ultime tre partite di campionato coi piemontesi, realizzando anche un gol all'Udinese e conquistando così lo scudetto, il 20º nella storia del club torinese. Il suo ritorno fu commentato così dal giocatore: «Non ricordavo più l'emozione di una partita vera. Due anni di silenzio mi hanno maturato. Proprio in questo momento mi dico: non c'è solo il calcio». Alla fine dell'anno solare, dopo aver vinto il mondiale di cui fu anche capocannoniere, Rossi fu insignito del Pallone d'oro di France Football, terzo italiano a riuscirci dopo Gianni Rivera e Omar Sívori. In quell'anno si recò da Boniperti per farsi rinnovare il contratto: a proposito della necessità di allevare i figli, Rossi chiese al presidente di aumentargli lo stipendio e a questa frase Boniperti si infuriò con il giocatore, rifiutandosi di formalizzare l'accordo; alla contestazione di Rossi si unirono anche i compagni Tardelli e Gentile, motivo per cui, dopo qualche anno, Boniperti deciderà di cederli a loro volta. Da destra: Rossi con Zbigniew Boniek e Michel Platini, il reparto d'attacco della plurivittoriosa Juventus di Giovanni Trapattoni nella prima metà degli anni 1980 Nell'annata successiva Rossi contribuì con 13 gol alla conquista del titolo nazionale, nonché al trionfo nella Coppa delle Coppe vinta a Basilea contro i lusitani del Porto. Nella stagione 1984-1985 arrivarono poi la Supercoppa UEFA e la Coppa dei Campioni, entrambe contro gli inglesi del Liverpool. Dopo questa stagione, stanco del poco utilizzo in campo e dei dissidi con Boniperti, Rossi decise di lasciare il club torinese, che lo cedette al Milan di Farina (già suo presidente a Vicenza) per 5,3 miliardi di lire. Il giocatore ricordò così la sua esperienza a Torino: «In bianconero ho vissuto dei momenti molto belli, ma anche alcuni molto brutti. Ad un certo punto ero stufo di calcio, andavo agli allenamenti perché ero costretto. Mi sembrava che attorno a me mancasse totalmente la fiducia, quando dovevano sostituire un giocatore, toccava sempre a Rossi. Mi sembrava una scelta fatta a tavolino, ci restavo male. Con i tifosi juventini non mi sono mai trovato bene, forse ha rovinato il rapporto la faccenda dell'ingaggio, quando avevo chiesto qualche soldo in più. Oltretutto nella Juventus giocavo in una posizione poco congeniale alle mie caratteristiche, ma mi sono adattato, anche sacrificandomi. Alla Juventus ho imparato tantissime cose, la società voleva confermarmi ma io, ormai, mi sentivo come un leone in gabbia. Meglio cambiare aria». Gli ultimi anni: Milan e Verona Il neoacquisto Rossi (a sinistra) al Milan nell'estate 1985 insieme a Giussy Farina, già suo presidente a Vicenza Arrivato a Milano nel 1985, a Rossi venne affidata la maglia numero dieci che era stata della bandiera rossonera Gianni Rivera. In Lombardia andò a comporre, insieme ai confermati Hateley e Virdis, il cosiddetto Vi-Ro-Ha, un tridente d'attacco che sulla carta era tra i più attesi alla vigilia della nuova stagione, ma che poi, nel corso del campionato, non seppe confermare le previsioni estive. La stagione rossonera con Nils Liedholm in panchina, infatti, non fu positiva per Rossi, che saltò per infortunio le prime dieci gare di campionato e trovò la rete solo in due occasioni, entrambe nel derby pareggiato 2-2 contro l'Inter: condivide con Gianni Comandini e Olivier Giroud, che lo eguaglieranno rispettivamente nel 2001 e nel 2022, il record di aver segnato una doppietta nella prima stracittadina meneghina disputata. Rossi ricordò tale exploit con grande entusiasmo, paragonandola alla vittoria contro il Brasile di tre anni prima: «Mi sembrava di essere al mundial. [...] Se l'Inter avesse avuto le maglie gialle come quelle del Brasile forse avrei fatto tre gol. Ma va bene così, non ricordo nemmeno io quando realizzai l'ultima doppietta». Entrato nella trattativa che portò Giuseppe Galderisi a Milano, disputò la sua ultima annata da professionista in provincia, nel Verona. Con la maglia degli scaligeri giocò 20 partite in Serie A realizzando 4 gol, di cui 3 su calcio di rigore e uno solo su azione (decisivo nella vittoria in extremis sul Torino del 18 gennaio 1987), contribuendo alla qualificazione in Coppa UEFA della squadra gialloblù, quarta a fine campionato. Rossi in azione al Verona nella stagione 1986-1987, l'ultima prima dell'addio al calcio giocato Al termine della stagione, preda di problemi alle ginocchia che lo tormentavano sin dagli inizi della carriera, diede l'addio definitivo all'attività agonistica, a soli trent'anni. Nazionale Rossi esordì in nazionale maggiore il 21 dicembre 1977, ventunenne, in una gara amichevole contro il Belgio disputata a Liegi, vinta 1-0 dagli Azzurri. Rossi ricordò così la sua prima esperienza in azzurro: «Anche se si trattava di un incontro amichevole è stata senza dubbio una delle più forti emozioni che io abbia mai provato. Vestire per la prima volta la maglia azzurra è stata una grandissima soddisfazione. Ricordo che quando è partito l'inno di Mameli mi sono sentito investito da una serie di responsabilità, prima fra tutte quella di rappresentare l'Italia intera». Il commissario tecnico Enzo Bearzot lo convocò per il campionato del mondo 1978. Nel corso della prima fase a gruppi segnò sia alla Francia, nella gara d'esordio a Mar del Plata il 2 giugno 1978, sia all'Ungheria; il 10 giugno contro l'Argentina padrone di casa, invece, fornì l'assist al compagno Bettega per il gol del definitivo 1-0. Segnò anche nella seconda fase a gruppi contro l'Austria, concludendo il mondiale con 3 gol, mentre l'Italia si aggiudicò il quarto posto dopo aver perso la finalina contro il Brasile. Al termine del manifestazione viene inserito nella squadra ideale del torneo. La squalifica lo tenne lontano dalla nazionale per due anni, facendogli saltare il campionato d'Europa 1980, ma appena Rossi finì di scontarla venne immediatamente convocato da Bearzot per il vittorioso campionato del mondo 1982; la chiamata di Pablito creò tuttavia discussioni, in quanto costrinse a lasciare a casa un giocatore come Roberto Pruzzo, capocannoniere del campionato nelle due stagioni precedenti. Rossi sembrò essere inefficace nella prima fase, che l'Italia superò ottenendo tre pareggi. Nella partita vinta 3-2 contro il Brasile, decisiva per la qualificazione alla semifinale, Rossi si sbloccò realizzando una tripletta. Rossi in maglia azzurra al mondiale argentino, mentre batte il portiere magiaro Mészáros La sfida, passata alla storia come la tragedia del Sarriá, fu ricordata così da Rossi: «Il primo gol al Brasile, lo ricordo come il più bello della mia vita. Non ho avuto il tempo di pensare a nulla: ho sentito come un senso di liberazione. È incredibile come un episodio possa cambiarti radicalmente: niente più blocchi mentali e fisici. Dopo quel gol, tutto è arrivato con naturalezza». In semifinale realizzò la doppietta che stese la Polonia. Infine, l'11 luglio 1982 realizzò la prima rete della finale vinta 3-1 contro la Germania Ovest: «Eravamo campioni del mondo. Feci solo mezzo giro di campo coi compagni: ero distrutto. Mi sedetti su un tabellone a guardare la folla entusiasta e mi emozionai. Ma dentro sentivo un fondo di amarezza. Pensavo: "Fermate il tempo, non può essere già finita, non vivrò più certi momenti". E capii che la felicità, quella vera, dura solo attimi». Grazie alle sei reti realizzate si aggiudicò il titolo di capocannoniere della manifestazione, il premio come milgior giocatore della competizone e l'inserimento nella squadra ideale del torneo. A fine anno, le sue prodezze mundial gli valsero anche il Pallone d'oro. Dopo il vittorioso mondiale, Rossi continuò a giocare in azzurro e prese parte alle qualificazioni al campionato d'Europa 1984, nelle quali realizzò un gol in otto presenze. Il 4 febbraio 1984 segnò la sua seconda tripletta in nazionale, nella gara amichevole vinta 5-0 contro il Messico, paese ospitante della futura rassegna iridata. Nonostante una negativa stagione 1985-1986 al Milan, Rossi venne comunque convocato per il campionato del mondo 1986, nel quale però non venne mai impiegato, poiché Bearzot gli preferì il giovane Giuseppe Galderisi. La sua ultima gara in azzurro rimase quindi la partita amichevole Italia-Cina (2-0) disputata l'11 maggio 1986 a Napoli. In nazionale realizzò complessivamente 20 gol in 48 presenze e detiene, con Roberto Baggio e Christian Vieri, il record di gol realizzati da un calciatore italiano ai mondiali (9). Insieme a Paolo Baldieri è inoltre l'unico calciatore ad aver segnato in cinque partite consecutive con la maglia dell'Italia Under-21. Dirigente In veste dirigenziale, è stato presidente onorario del Santa Lucia, società in cui mosse i primi passi da calciatore. Nel 2018 tornò al L.R. Vicenza come membro indipendente del consiglio di amministrazione, oltreché ambasciatore del club. Nella cultura di massa Rossi esulta durante il vittorioso campionato del mondo 1982 L'Italia di Enzo Bearzot del 1982, vincendo contro il titolato Brasile, scrisse una delle pagine più felici ed esaltanti del calcio italiano e mondiale, nota come la tragedia del Sarriá. La vittoria, a cui Rossi contribuì con una tripletta, è rimasta tuttora nella memoria di tutti i tifosi italiani e brasiliani, e questi ultimi non hanno mai perdonato le prodezze di Pablito. Questa partita è stata sicuramente uno dei motivi della sua grande popolarità. Nel 1989 Rossi si recò in Brasile per partecipare alla seconda edizione della Coppa Pelé. La sua permanenza nel paese verdeoro fu accolta con profonda ostilità e Pablito veniva appellato con il soprannome di carrasco do Brasil, ovvero il boia del Brasile: «Ero andato lì con la mentalità del turista e mi sono ritrovato a giocare in uno stadio di 35 000 persone con tutti gli occhi puntati addosso: Paolo Rossi, carrasco do Brasil. Il boia del Brasile. Non potevo avvicinarmi alla linea laterale che mi pioveva addosso di tutto, bucce di banana, noccioline, perfino monete, tanto che, alla fine del primo tempo, ho deciso di non rientrare in campo e il clima sugli spalti si è subito placato. Un giorno un tassista, dopo avermi riconosciuto, s'è fermato, ha accostato e mi ha intimato di scendere. Ho dovuto discutere per un po' prima di riuscire a fargli cambiare idea: mi ha riportato in hotel. Quei tre gol del mondiale di Spagna, quelli che hanno fatto piangere un intero popolo, non erano ancora stati digeriti, forse non lo saranno mai». Rossi (a sinistra) posa con Zico nel corso del campionato di Serie A 1983-1984 Nel 2012 Zico, membro della nazionale brasiliana dell'82, affermò che la vittoria dell'Italia sul Brasile in quella partita cambiò completamente il modo di giocare a calcio. Zico accusò l'Italia di aver creato «un calcio fondato sulla distruzione del gioco avversario e sul fallo sistematico». Rossi, in merito a queste dichiarazioni, rispose così: «Quel 3-2 fu una lezione per la quale il Brasile ci dovrebbe ringraziare e darmi un premio. Una sconfitta dalla quale impararono molto, soprattutto a giocare più coperti. Tanto è vero che poi hanno vinto altre due edizioni del mondiale. Zico naturalmente si lancia in un paradosso e non penso che a quella vittoria si possa attribuire un peso così grande. È vero, invece, che da allora il loro approccio è cambiato, è diventato più guardingo, si sono europeizzati. Anche perché tanti brasiliani hanno conosciuto i campionati del nostro continente. Eppure vederli giocare è sempre uno spettacolo. Pur evolvendosi, il loro calcio è rimasto lo specchio di un paese dove lo spettacolo resta importante». Antonello Venditti citò un "Paolo Rossi" nella canzone Giulio Cesare: «Era l'anno dei mondiali quelli del '66 | Paolo Rossi era un ragazzo come noi». La cultura di massa coglie generalmente il riferimento al calciatore, ma Venditti precisò successivamente che si trattava di uno studente antifascista: «In Giulio Cesare faccio riferimento a Paolo Rossi, ma non è l'eroe del Mundial di Spagna come in molti pensano ed hanno pensato. Io ricordavo uno studente morto negli scontri tra studenti e polizia a Roma nel 1966. "Un ragazzo come me", appunto». Al contrario, Stefano Rosso lo cita esplicitamente in una sua canzone, L'italiano, nella strofa: «Ma la domenica problemi grossi | segna Giordano o segna Paolo Rossi?». Nel giugno 2021 gli è stata dedicata la mostra d'arte Pablito: un mito. Da Prato alla Stratosfera nella natia Prato, curata dal collezionista Carlo Palli e per la quale oltre cento artisti hanno prodotto varie opere d'arte esposte al Teatro Politeama della città. Nel dicembre dello stesso anno, la compagnia aerea di bandiera italiana ITA Airways gli intitola il primo velivolo verniciato con la nuova livrea azzurra di compagnia, l'Airbus A320 con marche EI-DTE. Record Con 9 gol al campionato mondiale, è il miglior realizzatore della nazionale italiana (a pari merito con Roberto Baggio e Christian Vieri). Palmarès Rossi (a destra), in maglia vicentina, premiato come migliore marcatore della Serie B 1976-1977; posa con lui il suo storico patron Giussy Farina. Rossi bacia la Coppa del Mondo vinta dagli azzurri al campionato del mondo 1982, edizione di cui si laureò anche migliore marcatore con 6 gol. Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Lanerossi Vicenza: 1976-1977 Campionato italiano: 2 - Juventus: 1981-1982, 1983-1984 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1982-1983 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Spagna 1982 Individuale Capocannoniere della Serie B: 1 - 1976-1977 (21 gol) Capocannoniere della Serie A: 1 - 1977-1978 (24 gol) Referendum della giornalaccio rosa nella categoria "Uomo dell'anno": 1 - 1978 XI All-Star Team dei mondiali: 2 - Argentina 1978, Spagna 1982 Pallone d'argento del mondiale: 1 - Argentina 1978 Pallone d'oro del mondiale: 1 - Spagna 1982 Scarpa d'oro del mondiale: 1 - Spagna 1982 (6 gol) Pallone d'oro: 1 - 1982 World Soccer's World Player of the Year - 1982 Onze d'or - 1982 Miglior calciatore dell'anno secondo la rivista italiana Guerin Sportivo - 1982 Capocannoniere della Coppa dei Campioni: 1 - 1982-1983 (6 gol) World Soccer's World Player of the Year - 1982 Guerin d'oro speciale - 1987 Inserito nella FIFA 100 - 2004 Inserito nelle "Leggende del Calcio" del Golden Foot - 2007 Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria "Veterano italiano" - 2016 Inserito nella Walk of Fame dello sport italiano - 2021 Onorificenze Collare d'oro al Merito Sportivo — Roma, 19 dicembre 2017. Cittadinanza onoraria di Vicenza — Vicenza, 18 febbraio 2020.
  4. PIERALDO NEMO Giocatore tutto estro e fantasia, Pieraldo Nemo è aggregato alla “Primavera” juventina nell’estate del 1973. Vestirà la casacca bianconera in una sola occasione, contro il Cesena in Coppa Italia; in questa partita giocata in Romagna il 1° maggio ‘74, vinta per 1-0 con rete di Musiello, esordisce un esile ragazzino con la maglia numero 7, di cui si sentirà parlare parecchio qualche anno dopo. Paolo Rossi è il suo nome. Per il buon Nemo, il passaggio alla Prima Squadra resterà un sogno ben chiuso in un cassetto. Dalla stagione successiva, infatti, si trasferirà al Catanzaro e, con la maglia giallorossa, si toglierà la soddisfazione di giocare in serie A. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1974 Generalmente quasi tutte le pagine di «Hurrà Juventus» sono dedicate ai giocatori di prima squadra, ai cosiddetti «titolari», oppure alle vecchie glorie, a grosse partite del passato, alla Nazionale: insomma, lo spazio è sempre interamente o quasi occupato dai «grandi» del calcio, di oggi o di ieri. Praticamente nulla è lasciato, (salvo che non vincano per lo meno un Campionato italiano di categoria) alle nuove leve, a coloro cioè che, in potenza almeno, hanno tutte le doti per poter sostituire, un giorno non poi tanto lontano, gli attuali giocatori della «rosa». Proprio per loro, per questi ragazzi alla vigilia del grande balzo o della grande delusione, inizia da questo numero di aprile una nuova rubrica, dal titolo perentorio: «Ci siamo anche noi!». Una rubrica che vede impegnati, tre alla volta, gli elementi che fanno parte della squadra «Primavera», tutti cioè sui 19-20 anni, e per i quali ho preparato alcune domandine che serviranno a inquadrare il personaggio sia dal punto di vista sportivo che da quello umano, dando la possibilità a questi ragazzi, curati dal non dimenticato Tino Castano, di esternare i propri convincimenti, le loro idee, le speranze, le ambizioni nascoste. I primi tre a essere torchiati sono il portiere Enrico Massimiani, nato a Roma il 2 febbraio 1955, il «libero» Lorenzo Balestro, nato a Verona il 23 giugno 1954, e la punta Pieraldo Nemo, nato il 6 gennaio 1955 a Fondi di Latina ma residente a Torino. Massimiani è il tipico ragazzo serio, posato, di poche parole, disciplinatissimo, un romano un po’ annacquato, senza cioè quella simpatica parlantina come ad esempio il suo connazionale Spinosi. È il tipico portiere di posizione, non plateale se non tirato per i capelli, non si emoziona. Sul tipo di Zoff per intenderci. Balestro è il classico «timido» che in campo si trasforma; davanti ad un’intervista spesse volte arrossisce, prende tempo prima di rispondere, anche se poi lo fa a tono e le sue repliche sono sempre acute e intelligenti; in area invece e un’iradiddio, dirige la difesa, intercetta, ricucisce, di testa e di piede, con un talento al di sopra del normale. Pieraldo Nemo è il Muccinelli della situazione; non molto alto di statura, fa impazzire i terzini, ha uno scatto bruciante e un dribbling stretto che mette sempre in difficoltà i difensori che volta a volta gli assegnano; buon tiro in porta, è cattivello quanto basta, prendendo e restituendo con gli interessi botte e affini. Simpaticissimo, tiene sempre allegra la compagnia con barzellette e con imitazioni varie, tra cui, particolarmente azzeccata, quella di un fantomatico e non meglio identificato pappagallo. Sono stato con loro una mezz’oretta, ed ho occasione di vederli spesso in sede; posso dire che sono proprio ragazzi «stile Juventus», nella vita come nel gioco: intelligenti, non saputoni, consci delle proprie forze e delle debolezze, soprattutto educati, cose che nei giovani d’oggi rappresentano grosse, grossissime doti. Se non sfonderanno con la palla rotonda saranno sempre, in tutte le fasi della loro carriera, dei perfetti juventini. Ma eccoci alle domandine: – Per riuscire a emergere, quali doti secondo voi occorrono? MASSIMIANI: Conta molto la fortuna, diciamo il cinquanta per cento: se il tuo celebre collega, titolare, non si fa mai male, è difficile che tu riesca a prendere il suo posto. BALESTRO: Non sono d’accordo; cosa contano sono le doti naturali e lo spirito di sacrificio; se non ci sono, puoi avere anche la fortuna più sfacciata ma non combinerai mai nulla; voglio dire cioè che questa tanto decantata fortuna bisogna meritarsela; per me comunque non ha più valore di un trenta per cento. NEMO: Sostanzialmente sono più d’accordo con Balestro; dipende però anche dal ruolo; ad esempio, giocando da attaccante, penso si abbiano maggiori possibilità di entrare nel gioco; per un portiere invece è logico che c’è un posto solo. Anch’io comunque sono per il trenta per cento di fortuna. – I vostri genitori sono contenti dell’attività da voi adottata? BALESTRO: I primi tempi erano piuttosto scettici, adesso sono d’accordo, approvano cioè la scelta fatta. MASSIMIANI: Mio papà è sempre stato contentissimo in quanto è uno sportivo, mia madre aveva qualche dubbio; d’altra parte, andare via di casa a 14 anni… NEMO: Papà e mamma sono d’accordo. – Se si fossero opposti, come vi sareste comportati? Avreste forzato la mano? BALESTRO: Ci studia su, accarezzandosi più volte il mento prima di rispondere: Ma, il primo istinto sarebbe stato quello di buttarmi a tutti i costi contro ogni parere nell’avventura, poi forse ripensandoci dopo una notte, sarei rimasto a casa; sono molto attaccato alla famiglia e non potrei vivere in disaccordo con i miei. MASSIMIANI: Non so; certo prima di arrendermi avrei parlato, avrei perorato la causa con tutti gli argomenti, forse avrei lasciato tutto; comunque è andata bene, tutti in armonia, per cui non andiamo a sottilizzare. NEMO: Beh, io vivo a Torino, per cui non ho problemi; sto in famiglia c così posso accontentare babbo, mamma e calcio insieme. – Quali sono i maggiori sacrifici fa cui deve sottoporsi un giovane calciatore? BALESTRO: Secondo me il più grosso è quello di stare lontano da casa; alla sera prima di addormentarmi non dico proprio che ci scappa una lacrima ma siamo molto vicino; per il resto le piccole privazioni a cui siamo assoggettati non le ritengo degne della parola sacrificio. NEMO: Posso dire che ci priviamo degli abituali divertimenti della nostra età; i quali, più che annullati, sono di certo mollo stemperati. MASSIMIANI: No, nessun sacrificio grosso, piccole cose di cui è logico, avendo una meta da raggiungere, privarsi. Anzi, direi di più, i sacrifici maggiori li fanno i nostri genitori che hanno i loro ragazzi lontano. – Cosa pensate di questa cosiddette «contestazioni»? BALESTRO: Secondo me pochi credono veramente in un ideale, e a questi bisogna fare tanto di cappello, di qualunque ideale si tratti; gli altri, la massa, lo fa solo per distinguersi. MASSIMIANI: Credo che la massa non abbia ideali precisi, va dietro ai più preparati. NEMO: Concordo. Perché secondo voi i giovani si fanno crescere i capelli, baffi e barba? IN CORO: Non sappiamo; per quanto ci riguarda siamo stati dal parrucchiere da poco, quindi… Comunque non ci vediamo nulla di male, purché vi sia sempre un certo ordine. – Trovate giusto che un allenatore pretenda dai giocatori una pulizia completa? IN CORO: Non lo troviamo giusto; se in campo si rende, che abbia la barba, o i capelli sulla schiena non dovrebbe contare. Comprendiamo che forse, esteticamente, non è che facciano bella figura, però ciascuno e libero di acconciarsi come meglio crede. – Cambiereste le attuali regole calcistiche? Si è parlato di abolire il fuori-gioco, di allargare le porte e così via. IN CORO: No, lasciamo le cose come stanno, vanno bene così. – C’è qualche giocatore a cui vi ispirate? NEMO: Il mio idolo da ragazzo è sempre stato Sivori. MASSIMIANI: Da piccolo mi piaceva da matto Cudicini: mi racconta ancora oggi mio papà, che di notte mi svegliavo e saltavo sul letto al grido di «Cudicini paratutto!». Ora ho sottomano nientepopodimeno che Zoff, e cche vvolete de più?... BALESTRO: Da ragazzo al mio paese mi chiamavano Sivori, perché sapevo fare bene i tunnel. – Cosa pensate di questa intervista? IN CORO: Beh, è la prima volta; ci sentiamo un po’ imbarazzati; certo che ci fa piacere poter dire il nostro pensiero, vedere la foto sul giornale; in quattro anni che siamo alla Juve non ci era mai capitato. Questo numero andrà a ruba… – Voi siete ragazzi intelligenti; se un giorno vi accorgeste di non avere abbastanza stoffa per fare il calciatore, che decisione prendereste? MASSIMIANI: Sarebbe un triste giorno, ma comunque dovrei preoccuparmi dell’avvenire; se trovassi subito un lavoro smetterei di colpo, altrimenti, in attesa, mi arrangerei magari in qualche squadretta, tanto per far saltare fuori di che vivere. BALESTRO: La penso come Massimiani. NEMO: Non ne farei una malattia, non sarei il primo a smettere. – Quali sono le vostre letture preferite? E i dischi? E i film? MASSIMIANI: Leggo parecchio, libri dove vi sia qualcosa di vero, di umano, di vita vissuta, e che insegnino qualcosa sotto il profilo sociale. Preferisco i dischi di John Lennon e Francesco De Gregori. Vado spesso al cine, la mia attrice preferita è Jacqueline Bisset. NEMO: Porca miseria, la Bisset sarà forte, ma vuoi mettere Laura Antonelli? Comunque, per rimanere ai libri, leggo quelli di avventure, fumetti di guerra e attualità. Ascolto musica pop e il mio cantante preferito è Elton John. BALESTRO: Leggo di tutto, soprattutto libri di sentimento: il mio autore preferito è Vasco Pratolini; adoro i complessi in genere e ammiro Francesco Guccini, anche se imita troppo Bob Dylan. Come attrice diciamo Ursula Andress. E diciamo… https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/03/pieraldo-nemo.html
  5. PIERALDO NEMO https://it.wikipedia.org/wiki/Pieraldo_Nemo Nazione: Italia Luogo di nascita: Fondi (Latina) Data di nascita: 06.01.1955 Ruolo: Attaccante Altezza: 168 cm Peso: 60 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1973 al 1974 Esordio: 01.05.1974 - Coppa Italia - Cesena-Juventus 0-1 1 presenza - 0 reti Pieraldo Nemo (Fondi, 6 gennaio 1955) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano. Pieraldo Nemo Nazionalità Italia Altezza 168 cm Peso 60 kg Calcio Ruolo Attaccante-Ala destra Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1973-1974 Juventus 1 (0) 1974-1978 Catanzaro 101 (4) 1978-1981 Campobasso 80 (12) 1981-1982 Vigor Senigallia 22 (4) 1982-1983 Turris 22 (1) 1983-1984 Osimana 22 (0) Carriera da allenatore 1997-1998 Sassoferrato 2003-2004 Vis Pesaro 2004-2005 Taranto Carriera Calciatore Ha fatto parte della rosa della Juventus nella stagione 1973-74, con la quale disputò una partita di Coppa Italia. Nel 1974 passa al Catanzaro dove milita per due stagioni in Serie B prima di ottenere la promozione in Serie A; nell'anno dei giallorossi in massima serie Nemo disputa 21 partite. Nella stagione seguente di Serie B rimane al Catanzaro, che aiuta a risalire in Serie A con 15 presenze ed una rete (nella vittoria 1-2 a Cagliari). Nella Serie A 1978-1979 disputa una sola partita, prima di passare al Campobasso dove disputa tre stagioni in Serie C1. Termina la carriera in Serie C2 con le maglie di Vigor Senigallia, Turris e Osimana. In carriera ha totalizzato complessivamente 22 presenze in Serie A e 79 presenze e 4 reti in Serie B. Allenatore Ha allenato il Sassoferrato tra il 1997 e il 1998. In seguito ha guidato la Vis Pesaro nella Serie C1 2003-2004 e poi il Taranto nella Serie C2 2004-2005.
  6. GIULIANO MUSIELLO ALBERTO REFRIGERI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1973 Sarà forse il ritmo della vita moderna, sempre incalzante, il più delle volte caotico e conseguentemente snervante, ma la puntualità e la precisione dei tempi della gioventù mi sembrano proprio, per restare in termini di attualità, fortemente inquinate. Per evitare di essere tagliato fuori o di essere considerato prematuramente un matusa, cosa che non permetterò mai, mi sono anch’io adeguato ai tempi, non prendendo mai per oro colato anche le affermazioni più categoriche; per cui, quando stamane allo stadio ho pregato Musiello di passare nel pomeriggio in sede per una breve intervista, avutane risposta categorica; «Sarò da lei alle diciotto», non mi passò nemmeno per l’anticamera del cervello che alle sei mi sarei seduto alla scrivania a chiacchierare con il nostro Pel di Carota. E invece proprio mentre il campanile della chiesa di San Carlo, quello che vedo dalla mia finestra a cento metri in linea d’aria, suonava sei rintocchi, un timido «Permesso!» alla porta dell’ufficio: era la testa rossa di Musiello: «Sono puntuale?» «Porca miseria, Giuliano, hai spaccato il minuto, complimenti!» Giuliano Musiello, altezza 1,82, fisico sodo, ben fatto, proporzionato; sguardo simpatico, intelligente; educato e compito, forse un tantino diffidente; nato a Torviscosa, in provincia di Udine, il 12 gennaio 1954, ha militato due anni in Serie C nella Spal, giocando complessivamente ventiquattro partite e segnando otto goal. L’anno successivo si è poi trasferito a Bergamo giocando un campionato con la maglia neroazzurra dell’Atalanta, e ora è approdato alle rive bianconere indossando quella con scudetto e stella. Ma passiamo subito ad alcune domandine al personaggio Musiello. Anzitutto, come sei arrivato al calcio? «Beh, da ragazzo giocavo nei vari tornei dei bar della provincia, poi mi hanno notato quelli del Cervignano e mi hanno assunto, giovanissimo, nel locale NAG; poi sono stato ceduto alla Spal, indi alI’Atalanta e ora alla Juve. Tutto qui; d’altra parte ho soltanto diciannove anni e mezzo e sulla mia carriera non è che si possa scrivere un lungo romanzo». – Qual è la tua dote migliore? «Direi il temperamento; non mi abbatto mai; anche nelle occasioni più precarie cerco sempre di lottare, non mi do mai per vinto, insomma nessuna difficoltà o contrattempo mi fa paura. Penso che solo così si possa fare carriera». – Sei sempre sincero? «Assolutamente, non dico mai nero se voglio che si capisca bianco; cioè non mi piace fingere, se c’è qualcosa che non va preferisco togliermi subito il rospo». – Ti arrabbi sovente? «A dire il vero non mi arrabbio mai; sono un tipo socievole, che sta allo scherzo, un amicone come si dice; Insomma, vivo e lascio vivere; e, con questi presupposti, mi sembra che sia difficile arrabbiarsi». – Sei un tipo emozionabile? «Penso di no; logicamente pochi minuti prima che inizi la partita un po’ di tremarella affiora, specie se è un incontro di una certa importanza; il tutto però scompare appena entri in campo; tutta quella folla che applaude, urla, fischia, le trombe dei tifosi che ti assordano le orecchie, contribuiscono a stemperare quella patina di emozione, e allora l’unico pensiero si concentra sulla partita, sul tuo avversario, sui goal da segnare, sulle botte che ti ammolleranno i difensori avversari». – Ne prendi tante di queste botte? «Il mestiere di centravanti di sfondamento comporta questi rischi; è logico che, specialmente quando entri in area, nessuno faccia complimenti; per cui, una volta che scendi sul terreno di gioco, sai già cosa ti aspetti. Comunque non è che stia lì a prenderle tranquillamente; insomma, cerco anch’io di rispondere pan per focaccia». – C’è un centravanti al quale ti ispiri? «Modestamente penso di avere delle mie caratteristiche tutte particolari, diciamo comunque che il mio modello è un numero nove coraggioso, che sappia farsi rispettare In area di rigore, e che segni grappoli di goal». – Durante la tua breve carriera, c’è stato un difensore che ti ha impressionato di più? «Il marcamento di una punta è sempre ossessivo, non ti lasciano nemmeno il tempo di respirare, comunque ve ne sono due che alla fine della partita mi hanno fatto restare con la lingua fuori, uno è Bellugi, l’altro l’attuale collega Morini». – Qui alla Juve come ti sei trovato? «Divinamente bene; pochi giorni prima del raduno ero, come si può dire, preoccupato; sa, l’arrivare in una grande squadra come la Juventus, con compagni nuovi, tutti celebri, tutti Campioni d’Italia, era logica una certa circospezione. Invece devo ammettere di avere trovato, sin dai primi minuti, un’accoglienza veramente amichevole, simpatiche pacche sulle spalle e un cameratismo eccezionale, una vera famiglia insomma». – Quando hai esordito in Serie A? «Lo scorso anno nell’Atalanta, proprio contro il Torino; segnai anche un bel goal di testa a Castellini». – I tuoi genitori vennero a vederti? «Sì, papà, mamma, e tutti i fratelli; siamo in sei, cinque maschi e una femmina, di cui tre sposati». – Alla sera, a Torviscosa, hanno fatto festa? «Non molto, comunque penso che ai miei concittadini abbia fatto piacere». – Cosa pensi dei tifosi in generale? «Tutto il bene possibile; sapessero quanto aiuta un loro applauso, un loro incoraggiamento; vede, purtroppo non siamo dei robot e qualche volta si sbaglia, mi sembra logico; come in tutti i mestieri di questo mondo ci sono delle giornate buone e quelle dove tutto gira storto; quella in cui ti senti bene e puoi dare il massimo e quella dove invece, magari per una piccola indisposizione, non rendi al cento per cento. Ebbene, è proprio in quei momenti, diciamo così, di bassa pressione che il calore del pubblico ti dà la forza di reagire, di superare il periodo critico, di potere esprimere tutto insieme il tuo valore. Per quanto mi riguarda personalmente, vado sempre in campo per dare fino all’ultima goccia di sudore, e se i tifosi mi danno una mano, prometto di spaccare tutto». – Fai un pensierino alla Nazionale? «Per ora no, devo ancora farmi le ossa nella Juventus; diciamo che per il momento cerco di conquistarmi un posto in maglia bianconera, e in un secondo tempo, se avrò fortuna, mi sposterò a quella azzurra». – Come passi il tempo libero? «Mi piace molto dormire, riposarmi; vado poco al cinema». – Hai un po’ di nostalgia della famiglia? «Beh, i primi tempi sì; ora sono quasi cinque anni che sto lontano da casa, per cui ho fatto una certa abitudine; soltanto qualche sera, specie d’inverno quando fuori è freddo e buio, il pensiero corre spesso e volentieri al paese, alle persone amate, ai luoghi dove sono nato; ma passa subito, a vent’anni non è permesso emozionarsi». – Sei fidanzato? «Sì, a Torviscosa, con Loredana». – Secondo te, è meglio per un giocatore sposarsi in giovane età? «Io penso di sì; vede, la vita da scapolo ha diversi lati buoni, ma anche, e sono i più, diversi cattivi: se uno trova la ragazza giusta, invece mette su famiglia e si organizza molto meglio, specialmente nei pasti e nella regolarità di vita in genere, e tutto questo penso si ripercuota benevolmente anche nel campo di lavoro, in questo caso nel rendimento in campo». – Sei superstizioso? «In linea generale no, diciamo che se ho fatto qualche gesto particolare prima di una partita vittoriosa, la volta dopo lo ripeto». – Secondo il tuo parere, qual è la limitazione maggiore per un calciatore? «Limitazioni ve ne sono, naturalmente; ma essendo stato abituato sin da giovane a privarmi di tante cose, ora ci ho fatto una certa abitudine, per cui, almeno per quanto mi riguarda, andare a letto presto la sera, non mangiare determinati cibi, non fumare, è diventata una cosa normale, un regime oramai fisso di vita. Direi di più: se dovessi cambiare mi troverei in imbarazzo. Per cui, ripeto, nessun sacrificio». – Qual è il tuo piatto preferito? «A me piace di tutto; c’è però un piatto che, specie quando fatto dalla mamma, mi fa venire l’acquolina in bocca». – E sarebbe? «I fusilli al ragù; ne mangerei anche due chili». – Vedi la TV? «Abbastanza, mi piacciono i film e i documentari in genere». – Nella musica leggera, hai qualche preferenza? «Mi piace moltissimo Gabriella Ferri, come attrice e come cantante; trovo che interpreta le canzoni in maniera formidabile; un’artista completa insomma». – Ho saputo che hai un fratello che gioca anche lui al pallone? «Sì, mio fratello maggiore; ha otto anni più di me: ha giocato nel Como, Ascoli e Modena; attualmente è nelle file del Padova». – Cosa pensa lui del fratello minore? «Ha molta fiducia, dice che ho tutte le doti per sfondare; spero ardentemente che abbia ragione; io, per quanto posso, sto facendo di tutto per accontentarlo». – Un’ultima cosa, Giuliano; hai qualche hobby? «Sì, la pesca; appena ho un po’ di tempo libero, specie d’estate, mi metto a sedere sulle rive di un torrente, e passo ore e ore a buttare la lenza; trovo che si respira aria buona, e soprattutto che serve a distenderti, specie sotto il profilo nervoso; è veramente uno sport, se così possiamo chiamarlo, rilassante; e per noi calciatori, che tutto l’anno siamo praticamente sotto pressione, non soltanto per quanto riguarda il fisico, questa distensione è tutta manna». È finita l’intervista, e non mi restano che poche righe per inquadrare il personaggio: l’idea che mi sono fatta di Musiello è più che ottima: mi è sembrato un ragazzo a posto, senza grilli per il capo, con una volontà di riuscire favolosa, un carattere forgiato nel ferro, che non ha paura di nulla, né dei difensori avversari in area di rigore né delle avversità della vita. L’ho visto alcune volte in allenamento e a squarci in partite ufficiali; è un giocatore che parte da lontano, che difende bene la palla, che sa costruire l’azione oltreché concluderla, fortissimo di testa e soprattutto di gomiti; in entrambi gli aspetti cioè, quello privato e quello di giocatore, un elemento molto Interessante, che sa dove vuole arrivare, e mi sa tanto, questo vale anche come augurio, che ci arriverà quanto prima. Nonostante l’ottimismo del giornalista della testata ufficiale bianconera, il buon Giuliano non sfonderà mai a Torino. Infatti, verrà schierato da Vycpálek solamente in Coppa Italia, durante la quale avrà, comunque, l’occasione per realizzare una rete, nell’incontro vinto contro il Cesena. Nell’estate successiva verrà ceduto e comincerà un lungo peregrinare in lungo e in largo per lo stivale, trovando spiccioli di gloria a Roma, sponda giallorossa. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/11/giuliano-musiello.html
  7. GIULIANO MUSIELLO https://it.wikipedia.org/wiki/Giuliano_Musiello Nazione: Italia Luogo di nascita: Torviscosa (Udine) Data di nascita: 11.01.1954 Luogo di morte: Saluzzo (Cuneo) Data di morte: 23.01.2024 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1973 al 1974 Esordio: 07.11.1973 - Coppa Italia - Foggia-Juventus 0-1 Ultima partita: 01.05.1974 - Coppa Italia - Cesena-Juventus 0-1 5 presenze - 1 rete Giuliano Musiello (Torviscosa, 11 gennaio 1954 – Saluzzo, 23 gennaio 2024) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Giuliano Musiello Musiello all'Atalanta nei primi anni 1970 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1987 Carriera Giovanili 19??-19?? Cervignano Squadre di club 1970-1972 SPAL 24 (8) 1972-1973 Atalanta 25 (2) 1973-1974 Juventus 5 (1) 1974-1975 Atalanta 32 (6) 1975-1976 Avellino 32 (18) 1976-1978 Roma 54 (10) 1978-1979 Genoa 4 (0) 1978 Verona 21 (3) 1979-1980 Genoa 25 (4) 1980-1982 Foggia 37 (4) 1982-1984 Novara 60 (10) 1984-1985 Ravenna 28 (4) 1985-1986 Cuneo 28 (3) 1986-1987 Savona 20 (4) Nazionale 197? Italia U-21 1 (0) Biografia Giuliano venne accreditato anche come Musiello II in quanto il fratello maggiore, Mario, fu a sua volta un calciatore che militò in Serie B e C, tra le altre, nel Catanzaro e nel Modena. Caratteristiche tecniche Attaccante dal vigoroso fisico nonché dotato nel gioco aereo, si descrisse come un «numero nove coraggioso», un «centravanti di sfondamento» dal grande temperamento: «non mi abbatto mai, anche nelle occasioni più precarie cerco sempre di lottare, non mi do mai per vinto». Carriera Musiello alla Juventus nell'estate 1973 Cominciò a giocare a pallone da ragazzo, nei tornei amatoriali organizzati dai bar della provincia friulana. Notato dal Cervignano, crebbe nel loro settore giovanile fino a quando venne ceduto alla SPAL del presidente Paolo Mazza, debuttando con i ferraresi in Serie C. Passò quindi all'Atalanta dove ebbe modo di esordire in Serie A il 12 novembre 1972, nella sfida interna contro il Torino, in cui all'86' realizzò a Luciano Castellini la decisiva rete dell'1-0 finale. Diciannovenne, si fece notare dai campioni d'Italia della Juventus che, ritenendolo un elemento promettente, lo acquistarono nell'estate 1973. In Piemonte il giovane attaccante non riuscì tuttavia a sfondare, con il tecnico Čestmír Vycpálek che gli concesse apparizioni solamente in Coppa Italia, manifestazione dove siglò al Cesena il suo unico gol in maglia bianconera. Dopo una stagione fece quindi ritorno a Bergamo, in Serie B, passando poi nel campionato 1975-1976, durante il mercato autunnale, all'Avellino del commendatore Antonio Sibilia dove, supportato dagli assist di Stefano Trevisanello, parve esplodere definitivamente segnando 18 reti che lo portarono a vincere il titolo di capocanniere del torneo cadetto (in coabitazione con il genoano Roberto Pruzzo), e grazie alle quali è tuttora ricordato come uno dei migliori centravanti ad aver vestito la maglia biancoverde. Musiello esulta dopo un gol per la Roma nel 1977 L'exploit in terra campana gli valse una nuova occasione in massima categoria, stavolta nelle file della Roma dove disputò due discrete stagioni, pagando tuttavia una certa discontinuità. Da qui in avanti iniziò quindi un lungo peregrinare per la penisola, difendendo i colori di Genoa, Verona e Foggia tra Serie A e B, per scendere poi in Serie C2 al Novara e chiudere infine con il calcio nei campionati dilettantistici. In carriera totalizzò complessivamente 100 presenze e 15 reti in Serie A, e 130 presenze e 32 reti in Serie B. Palmarès Club Campionato Interregionale: 1 - Ravenna: 1984-1985 (girone F) Individuale Capocannoniere della Serie B: 1 - 1975-1976 (18 gol, ex aequo con Roberto Pruzzo)
  8. ALESSANDRO ZAGANO https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Zagano Nazione: Italia Luogo di nascita: Crema (Cremona) Data di nascita: 03.10.1955 Ruolo: Difensore Altezza: 178 cm Peso: 73 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1973 al 1974 Esordio: 23.05.1974 - Amichevole - Lucchese-Juventus 0-4 Ultima partita: 30.05.1974 - Amichevole - Parma-Juventus 1-1 0 presenze - 0 reti Alessandro Zagano (Crema, 3 ottobre 1955) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Alessandro Zagano Zagano con la maglia della Fiorentina Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1986 Carriera Giovanili ????-1970 Milan 1970-1973 Juventus Squadre di club 1973-1974 Juventus 0 (0) 1974-1975 → Brindisi 35 (0) 1975-1976 → Piacenza 37 (1) 1976-1979 Lecce 96 (0) 1979-1980 Fiorentina 15 (0) 1980-1982 Pistoiese 53 (1) 1982-1983 Perugia 9 (0) 1983-1984 Bologna 8 (0) 1984-1986 SPAL 43 (0) Caratteristiche tecniche Giocava come difensore centrale, solitamente schierato in marcatura a uomo. Tecnicamente non raffinato, ha giocato a zona solamente nella sua ultima stagione, agli ordini di Giovanni Galeone. Carriera Zagano con la maglia della Pistoiese. Cresciuto nelle giovanili del Milan, all'età di 15 anni viene notato dalla Juventus, che lo convince a trasferirsi a Torino. Con i bianconeri integra varie categorie giovanili, arrivando fino alla Primavera e alla Nazionale Juniores. Nel 1974, a 19 anni, viene mandato in prestito al Brindisi, in Serie B. In Puglia disputa un campionato da titolare, giocando 35 partite con un gol. Rientrato alla Juventus, viene nuovamente ceduto in prestito nel campionato cadetto, prima al Piacenza (retrocesso a fine stagione) e poi al Lecce, che nel 1977 lo riscatta definitivamente dalla società bianconera. Rimane in forza ai giallorossi per tre stagioni in Serie B, fino al 1979, quando viene acquistato dalla Fiorentina, unico acquisto del calciomercato viola di quell'estate. In Toscana è inizialmente titolare, debuttando nella massima serie il 16 settembre 1979 contro l'Udinese. A causa dell'avvio negativo di stagione della squadra perde progressivamente il posto a favore del giovane Giovanni Guerrini, e conclude la stagione con 15 presenze in campionato e 4 in Coppa Italia. Ceduto alla Pistoiese neopromossa in Serie A, forma con Marcello Lippi e Mauro Bellugi il reparto difensivo degli arancioni, senza poter evitare la retrocessione della squadra. La carriera di Zagano prosegue in Serie B per una stagione nel Perugia, prima di scendere in Serie C1 con il Bologna, con cui ottiene la promozione in Serie B nella stagione 1983-84. Passa quindi alla SPAL, sempre in terza serie, e dopo due stagioni decide di ritirarsi all'età di trentun anni. In carriera ha totalizzato complessivamente 44 presenze in Serie A e 192 presenze e 2 reti in Serie B. Dopo il ritiro Pur in possesso del patentino da allenatore di Terza Categoria, ha abbandonato l'ambiente calcistico, e vive tuttora a Bologna, dove è entrato a far parte del Cammino Neocatecumenale insieme a tutta la sua famiglia. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Lecce: 1975-1976 Coppa Italia Semiprofessionisti: 1 - Lecce: 1975-1976 Competizioni internazionali Coppa Italo-inglese per semiprofessionisti: 1 - Lecce: 1976
  9. GIORGIO MASTROPASQUA Ventidue anni e tre stagioni di onorato servizio in terra umbra – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del novembre 1973 – questo il curriculum che Giorgio Mastropasqua può vantare, al suo ritorno in casa bianconera. Un ritorno per nulla sommesso, se vero è che il suo nome più volte ricorse nelle cronache del precampionato juventino, e segnatamente dei giorni duri dei primi allenamenti a Villar Perosa.Mastropasqua appartiene alla folta schiera dei difensori «liberi», ma qui più che mai occorre fare delle distinzioni. Dire «libero» induce immediatamente a pensare a una specie di pilastro appostato dietro stopper e terzini, pronto a mettere pezze a eventuali situazioni difficili. Un uomo in più davanti al portiere, insomma, in omaggio ai sacri principi difensivistici del «primo non prenderle». Ebbene, Mastropasqua proprio non rientra nella categoria in questione. Facciamo un salto indietro e spieghiamo.Lasciamo stare i ricordi del Perugia ‘70-71, sono cose di gioventù; il Mastropasqua che esemplifica alle folle la nuova concezione del ruolo di «libero» è quello dei due campionati alla Ternana, il Mastropasqua che si innesta alla perfezione nel meccanismo che Viciani esige dai suoi, nel «gioco corto» vale a dire. Il «libero» non deve soltanto fungere da difensore in seconda battuta, essendo che il calcio moderno chiede a lui molto di più. Deve sapersi sganciare per poter dare il proprio apporto illuminante alla manovra, in poche parole deve saper «costruire» il gioco, anziché limitarsi a distruggere. E Mastropasqua impara alla perfezione la lezione tattica, che pure lascia scettico più di un conoscitore del mondo pallonieristico nostro.Che cosa ricorda l’interessato, di quel periodo cruciale della sua «formazione» tattica? «Certo, alla Ternana mi hanno aperto una strada nuova, assegnandomi un compito tattico un po’ diverso dal solito. A parte il campionato di B, in cui la squadra andava avanti benone e non c’era il tempo di sottilizzare su questo o quel particolare tattico, il mio modo di interpretare il ruolo di “libero” è venuto alla ribalta l’anno scorso. All’inizio del campionato, ricordo che tutti dicevano bene, o addirittura benissimo, di questo mio modo di giocare. Il “libero che costruisce”, si diceva, è una piacevole novità nel calcio italiano, e apre nuove prospettive anche quanto a spettacolo, perché è un punto contro il difensivismo più esasperato. Così mi convocarono nella “Under 23”, incoraggiandomi a giocare come giocavo nella Ternana. Naturalmente, nella mia squadra, il posto in cui giocavo, più avanzato e con la possibilità frequente di presentarmi in zona-gol, era anche dettato da esigenze precise, diciamo dal fatto che Viciani non disponeva di un vero uomo-gol, e dunque tutti quanti dovevamo darci da fare per sopperire a questa lacuna. Non solo il “libero” andava avanti, ma anche i terzini, a turno. Purtroppo, le cose continuarono in modo un po’ diverso da come erano cominciate: la squadra cominciò a scivolare verso le posizioni di coda, e questo suscitò critiche a non finire sul tipo di gioco svolto, sull’eccessiva disinvoltura con cui si interpretava il gioco difensivo, e via dicendo. Naturalmente mi ritrovai al centro delle polemiche: la mia posizione, improvvisamente, non andava più bene, e finii per cedere il posto anche nella “Under 23”».Già: dopo la bella prova sostenuta a Verona contro la Svizzera (1-1), Giorgio nostro si vede sbarrata la strada proprio a causa del suo particolare modo di intendere i compiti tattici del «libero»: «Mi dissero che, per farmi giocare, avrebbero dovuto costruire l’intera squadra per me».Così, in un modo un po’ meno brillante di come era cominciata, si chiude la parentesi umbra di Mastropasqua: all’orizzonte, nell’estate ‘73, c’è di nuovo la Juve; ed è persino superfluo dire che il ritorno è graditissimo: «Alla Juve sono praticamente nato, e molti dei miei compagni di adesso già giocavano con me nelle formazioni giovanili: vedi Viola, Piloni, Bettega e Causio. Con Bettega ho disputato un campionato “Primavera”, mentre con Piloni ricordo un anno in “De Martino”. Con Rabitti capii che avrei potuto combinare qualcosa di buono come calciatore: fu nel ‘69-70, quando avevo appena diciotto anni, che mi chiamò per la prima volta nella “rosa” di prima squadra».E siamo al dunque: vogliamo sapere qualcosa di più di questo «libero» tornato speranzoso alla base? Sotto con le domande.Pensi che la concorrenza, nel tuo ruolo, ti consenta sin da quest’anno di conquistarti una posizione in squadra? «È difficile rispondere; certo, nel ruolo di “libero” ho davanti a me rivali terribili, ma la stagione è lunga, e potrei trovare spazio, prima o poi. Comunque, per il momento, non mi preoccupo eccessivamente, mi sta bene anche di fare anticamera. Non potrà che giovarmi sul piano dell’esperienza. Sono giovane come calciatore, addirittura giovanissimo come “libero”».Tocchiamo un punto su cui molto si è parlato durante l’estate: si è scritto di Mastropasqua utilizzabile più avanti, come vice-Capello. Tu che ne dici? «È un’idea come un’altra: personalmente, mi sento più “libero”, anche se penso che potrei adattarmi abbastanza facilmente. Penso che questa faccenda del vice-Capello sia venuta fuori perché, nelle partitelle a Villar, giocavo sempre a tutto campo. Ma in partita ufficiale è un’altra cosa. Comunque, non dipende da me».Tornando per un attimo alla faccenda del «libero che costruisce», a chi ti sei ispirato nella parte che ti era stata affidata? «In Italia non è che potessi cercare dei modelli: è un modo di giocare piuttosto inglese o tedesco. Per questo è lì che mi sono un po’ ispirato, in particolare a Beckenbauer, che giudico insuperabile nell’assolvere quel compito».Terni e Torino: due ambienti diversi, no? «Sì, parecchio. Giocando nella Juve si è parte di un “giro” di vertice, si è sempre e comunque al centro dell’attenzione. A Terni, la mentalità è quella della squadra di provincia. Ciò non toglie che lì mi sia trovato benone, con un pubblico favoloso, specialmente nell’anno della promozione in A».Propositi di riprenderti il posto di «libero» nella «Under 23»? «Dipende principalmente dalle mie presenze in bianconero: difficilmente viene convocato chi non gioca in campionato. Vedi Longobucco, due anni fa. Comunque, ci spero».Che cosa pensi che farà la Juve in Campionato? «Indubbiamente bene. Siamo avvantaggiati dalla maggiore esperienza, e quindi non ci sono problemi di affiatamento. Naturalmente, dipenderà molto dalle avversarie di sempre, il Milan innanzitutto, e poi l’Inter».Abbiamo finito questa chiacchierata con Mastropasqua. L’impressione è che questo ragazzo farà strada: il talento non manca, serietà e impegno sono fuori discussione. E l’occasione potrebbe presentarsi quanto prima. 〰.〰.〰 Per Giorgio sarà un campionato molto deludente; troppo grande il carisma di Salvadore, per poterlo sostituire. Al termine del campionato 1973-74, le sue presenze saranno solamente 8. Mastropasqua viene ceduto all’Atalanta, in cambio di un giovane libero che entrerà nella storia juventina e del calcio mondiale. Il suo nome è Gaetano Scirea. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/07/blog-post.html
  10. GIORGIO MASTROPASQUA https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Mastropasqua Nazione: Italia Luogo di nascita: Rivoli (Torino) Data di nascita: 13.07.1951 Ruolo: Difensore/Centrocampista Altezza: 182 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Under-23 Soprannome: - Alla Juventus dal 1973 al 1974 Esordio: 02.09.1973 - Coppa Italia - Spal-Juventus 0-5 Ultima partita: 01.05.1974 - Coppa Italia - Cesena-Juventus 0-1 8 presenze - 0 reti Giorgio Mastropasqua (Rivoli, 13 luglio 1951) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore o centrocampista. Giorgio Mastropasqua Mastropasqua alla Ternana nel 1972-1973 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore, centrocampista) Termine carriera 1989 - giocatore Carriera Giovanili 1969-1970 Juventus Squadre di club 1970-1971 → Perugia 2 (0) 1971-1973 → Ternana 63 (3) 1973-1974 Juventus 8 (0) 1974-1979 Atalanta 135 (13) 1979-1980 Bologna 26 (3) 1980-1982 Lazio 69 (5) 1982-1984 Catania 44 (1) 1984-1986 Piacenza 60 (0) 1986-1988 Pavia 62 (1) 1988-1989 Gorle ? (?) Nazionale 1972 Italia U-23 1 (0) Carriera da allenatore 1992-1994 Fiorente Colognola 1994-1996 Scanzorosciate 1996-2000 Verdello 2000-2009 Rivoli 2011 AlzanoCene 2012-2013 AlzanoCene Caratteristiche tecniche Giocatore Mastropasqua in allenamento alla Juventus nella stagione 1973-1974 Giocava come libero, sia pur interpretando il ruolo in modo differente da quello abituale negli anni Settanta. Grazie alle proprie qualità tecniche, era in grado di impostare l'azione in prima persona a partire dalla difesa, senza limitarsi a distruggere il gioco e rilanciare in avanti. Per questo modifica la propria posizione in campo, agendo qualche metro davanti alla difesa e non dietro a tutti i compagni di squadra, quasi in posizione di centrocampista arretrato. Carriera Giocatore Gli esordi: Juventus e Ternana Mastropasqua in maglia juventina nel 1973 Cresciuto nel vivaio juventino (insieme, tra gli altri, a Roberto Bettega), viene inserito nel giro della prima squadra nel 1969, sotto la guida di Ercole Rabitti. Dall'anno successivo viene ceduto in prestito, prima al Perugia, dove non lascia traccia, e poi per due stagioni alla Ternana. In rossoverde diventa titolare inamovibile della squadra allenata da Corrado Viciani, che ne modifica le attitudini tattiche per adattarlo al suo gioco corto, e conquista la promozione in Serie A al termine del campionato 1971-1972. Nella stagione successiva Mastropasqua debutta nella massima serie, il 24 settembre 1972 in Napoli-Ternana 1-0; in quella stessa annata esordisce anche nella nazionale Under-23. La stagione però si conclude con la retrocessione degli umbri, anche a causa di una tenuta difensiva non perfetta, che provocherà critiche al giovane libero torinese e la perdita del posto in nazionale. Rientrato a Torino, rimane per una stagione come riserva di Sandro Salvadore, collezionando solamente 8 presenze. Atalanta, Bologna, Lazio e Catania Nell'estate 1974, insieme a Gian Pietro Marchetti, viene ceduto all'Atalanta come contropartita nel passaggio di Gaetano Scirea alla Juventus. Rimane a Bergamo per cinque stagioni, per un totale di 135 presenze e 13 reti, facendo ritorno in Serie A nel 1977 sotto la guida di Battista Rota. Mastropasqua (a destra) all'Atalanta, assieme a Ezio Bertuzzo e Salvatore Jacolino, prima della sfida contro la SPAL del 9 gennaio 1977. In seguito milita per una stagione nel Bologna (Serie A) e per due nella Lazio, appena retrocessa in Serie B a causa del calcioscommesse. Con i capitolini manca il ritorno nella massima serie, e nel 1982 si trasferisce al Catania, allenato da Gianni Di Marzio. In Sicilia ottiene la sua terza promozione in Serie A dopo gli spareggi, ma l'anno successivo gli etnei concludono all'ultimo posto, nettamente staccati, e Mastropasqua scende in campo solamente 9 volte, le ultime in Serie A, a causa di un grave infortunio. Gli ultimi anni: Piacenza, Pavia e Gorle Nel 1984, a 33 anni, scende in Serie C1 vestendo la maglia del Piacenza (allenato da Rota), di cui è capitano e leader: vi rimane per due stagioni, cogliendo due terzi posti e sfiorando l'approdo in Serie B. Chiude la carriera a 38 anni, dopo altre due annate nel Pavia, che porta dalla Serie C2 alla Serie C1, e un'ultima stagione con i dilettanti del Gorle. In carriera ha totalizzato complessivamente 112 presenze e 8 reti in Serie A con le maglie di Ternana, Juventus, Atalanta, Bologna e Catania, e 229 presenze e 17 reti in Serie B nelle file di Perugia, Ternana, Atalanta, Lazio e Catania. Allenatore Dopo varie esperienze in formazioni dilettantistiche bergamasche, nel luglio 2011 viene nominato allenatore dell'AlzanoCene, militante in Serie D. Nell'autunno, tuttavia, si dimette con la squadra in posizione dei centroclassifica, a causa di numerose critiche ricevute, per ritornare alla guida dei bianconeri all'inizio della stagione 2012-2013. Palmarès Giocatore Campionato italiano di Serie B: 1 - Ternana: 1971-1972
  11. CLAUDIO GENTILE Nel giugno 1958, cominciava a brillare ed a far parlare di sé la stella di Pelè, ma nessuno di quei ragazzini che sfidavano il sole nelle polverose strade del quartiere Sant’Antonio a Tripoli, disputandosi accanitamente una palla, aveva la benché minima idea che in quei giorni in Svezia si disputassero i campionati mondiali di calcio. Neanche se qualcuno glielo avesse detto, il loro interesse sarebbe mutato: erano ben più importanti le sfide quotidiane tra figli di emigranti e piccoli arabi che, in fondo simili a quelle che tutti i giorni si disputano nei nostri oratori, avevano però protagonisti ben lontani dall’identificarsi o voler emulare i celebrati campioni del tempo.In quelle sfide, giocate il più delle volte a piedi scalzi, occorreva tanta determinazione, grandi o piccoli che si fosse. E fu lì che Claudio Gentile imparò a forgiare il suo carattere, non potendo immaginare che ventidue anni dopo il suo nome sarebbe stato consegnato alla storia del calcio da un titolo mondiale e dall’essere stato capace di fermare gli ideali successori di Pelè, Zico e Maradona.«Sono cresciuto in Libia, mio padre si era trasferito con la famiglia a Tripoli ed è lì che ho avuto le prime esperienze calcistiche; esperienze a livello di bambini, ovviamente, ma che mi hanno dato un’impronta incredibile. In parole povere, giocavamo a calcio, ma finiva a botte; io ero piccolo, ma ricordo che ogni pomeriggio, dopo la scuola, ci trovavamo in strada, gli italiani da una parte e gli arabi dall’altra. Si cominciava fra cento sorrisi poi, alla minima discussione, giù botte da orbi; sono stato temprato così alla battaglia, lì bisognava colpire il pallone ma, soprattutto, guardarsi alle spalle, per evitare i calcioni che arrivavano».Se i Campionati del Mondo in Spagna rappresentano il fiore all’occhiello, sono gli 11 campionati giocati in maglia bianconera (nei quali ha totalizzato 415 presenze e 10 goal) ad aver affermato, partita dopo partita, le qualità di grande combattente di Claudio Gentile. Gli anni juventini rappresentano un magnifico esempio di carattere e professionalità, uniti alla volenterosa capacità di adattarsi alle esigenze della squadra.Gentile arrivò alla Juventus nell’estate del 1973 dopo una militanza, poco più che anonima, ad Arona (serie D) e Varese (serie B). Per trovar posto in prima squadra non incontrò grosse difficoltà, i problemi vennero in seguito: «Inizialmente, ero l’alternativa a Furino, mi toccò fare il mediano, giocare cioè in un ruolo abbastanza atipico per me. D’altronde la concorrenza come difensore di fascia era terribile: c’erano Marchetti, Spinosi e Longobucco. Giocatori validi e senz’altro più esperti di me. Esordii in bianconero il 2 dicembre 1973 e fu una bella vittoria, 5-1 con il Verona. Giocai mediano ed, almeno a quanto mi disse l’allenatore ed quanto lessi sui giornali, me la cavai benino e venni confermato. I veri guai iniziarono qualche mese più tardi, quando ormai venivo considerato più di una promessa. La forma incominciò a scadere, rischiai di uscire di squadra. Furono giorni bruttissimi. Mi dissi: è ora che dimostri di essere uomo oltre che giocatore. Fu la molla per risalire».Una molla alla quale Gentile ricorse spesso, rendendosi conto che quella era l’interpretazione professionale giusta per continuare a vestire la maglia juventina: «Giocare nella Juventus, non è né facile né difficile, come vorrebbe qualcuno. Però se non sei uomo, vai sicuramente a fondo. Perché si è condannati a vincere sempre e non ci si può mai permettere di sbagliare. Non è vero che alla Juventus ti vengono chiesti maggiori sacrifici sul piano fisico: l’unico vero guaio è se non riesci a farti la mentalità vincente. Ho visto tanti, più bravi di me, naufragare per non aver retto lo stress psicologico. Io, posso dire di non dover niente a nessuno. A Varese, ad esempio, né Sandro Vitali, né l’allenatore Maroso si accorsero mai di me. Le loro attenzioni erano piuttosto rivolte a Manueli, Calloni e Gorin. Per loro, io ero uno che aveva soltanto tanta volontà».L’emozione del primo derby: «Mi toccò marcare Claudio Sala, l’elemento più difficile da controllare, perché non sapevi mai dove ti poteva scappare via. Me la cavai benino».Facendo leva sulla propria grinta e determinazione, Gentile ha dunque costruito la sua carriera juventina vincendo tutto eccetto la Coppa dei Campioni: al suo attivo sono 6 scudetti, 2 Coppe Italia, un Mundialito, una Coppa Uefa, una Coppa delle Coppe. Tanti, naturalmente, i ricordi: «La mia stagione magica fu quella 1976-77. Trapattoni era convinto delle mie qualità, al punto da farmi giocare a sinistra nonostante io non sia mancino e anzi con quel piede ci sappia fare piuttosto poco. Invece di spaventarmi, feci leva anche quella volta sulla grinta. E tutto andò benissimo, dando ragione a Trapattoni. Vincemmo campionato e Coppa Uefa ed io disputai la mia miglior stagione in bianconero».Nella tarda primavera del 1984 il divorzio dalla Juventus: «Fu una scelta difficile perché, oltretutto, non avrei per nessuna ragione al mondo voluto fare uno sgarbo a Boniperti. Non dimentico certo quello che il presidente ha significato per me, la sua fiducia e la sua stima per la mia carriera. Non ho tradito, bensì fatto una scelta; a trentun anni mi offrivano delle condizioni migliori di lavoro e le ho accettate, come avrebbe fatto qualsiasi professionista con famiglia a carico. Cambiano soltanto le cifre, la sostanza è la stessa».Nell’album dei ricordi di Gento (soprannome che gli venne dato dai compagni e forse anche per questo gli è sempre stato più gradito di quel Gheddafi riferito alle sue origini) ci sono anche capitoli curiosi. Uno di questi è quello riferito a tal Galuppi, attaccante del Vicenza: «Altro che Maradona o Zico: è quel Galuppi lì che mi fece ammattire ogni volta che lo incontrai. Una vera dannazione, mi sgusciava da tutte le parti ed io non riuscivo a fermarlo neppure ricorrendo alle maniere forti. Mi spiace per lui, ma è stata una fortuna per me che non sia riuscito a sfondare ai massimi livelli del calcio!».VLADIMIRO CAMINITIL’artigiano che modella i suoi piccoli capolavori, con quelle mani che gli anni hanno reso rugose e dello stesso colore della creta che adopera, ci fa capire dell’uomo la volontà tesa ad un traguardo, modesto che sia. Ma tante volte un artigiano è più di un artista, alla società da certamente di più; ed il parallelo mi è utile per confrontare la carriera di Claudio Gentile di Tripoli a quella di tanti ragazzoni come lui persi per strada, non avendo posseduto la vocazione del lavoro, l’amore per un ideale, da servire in ogni momento della giornata. La Juventus lo aveva prelevato dal Varese, dove spiccava la sua pelle scura insieme al suo tackle ruvido e cattivo. Ma chi poteva prevedere sviluppi radiosi a quel gioco rudemente difensivo? Invece, prima l’occhio attento di Vycpálek, poi i progressi effettivi del ragazzo gli fecero conquistare la maglia di titolare, presto anche in Nazionale. E nacque uno dei più risoluti cerberi della pedata tattica, un fenomeno per applicazione che anche il piede si decideva a seguire, il Gentile poco gentile che però si allunga nella corsa e la cui discesa sull’out culmina in cross peranco precisi, peranco decisivi. Non credo che il suo capolavoro sia stata la marcatura di Maradona contro l’Argentina al Sarriá di Barcellona. Certo, fino a quel momento il calcio era ancora gioco virile, i ruzzoloni e le capriole di Maradona non commossero l’arbitro romeno. In realtà, nelle sue oltre 400 partite in bianconero, Claudio Gentile ha testimoniato una classe plebea adamantina, per cuore, per vigore, per spirito di sacrificio, anche per tecnica: un grandissimo terzino, che ben può stare al confronto dei migliori, Allemandi, Foni e Monzeglio compresi. Quale migliore elogio, per un tripolino che aveva cominciato a giocare scalzo nei polveroni?NICOLA CALZARETTA, DAL “GS” DEL DICEMBRE 2013Ci troviamo a Como. La convocazione è per le tre del pomeriggio, al Sinigallia. Claudio Gentile; maglioncino azzurro su camicia a righe bianche e blu, arriva puntuale. Oltre 400 presenze con la Juve e 71 con la Nazionale: Campione del Mondo nel 1982 da giocatore, Campione d’Europa nel 2004 da Commissario Tecnico dell’Under 21, oltre alla medaglia di bronzo alle Olimpiadi. Prima che gli venisse inspiegabilmente tolta la guida degli Azzurrini. Giusto il tempo di trovare il parcheggio ed entriamo allo Yacht Club Como, tra lo stadio e il lago. Nell’elegante salone d’ingresso luccicano coppe e trofei in quantità. Sulle pareti, le foto di barche vincenti. Dietro un’ampia vetrata, il Lario, sul quale si riflettono i sovrastanti monti e le splendide ville di Cernobbio. Un colpo d’occhio magnifico, anche se la giornata autunnale è grigiognola, con il sole che riesce a malapena a fare capolino. Pochissime le imbarcazioni che escono, giusto qualche canoa per gli allenamenti di canottaggio.Ci sediamo nella stanza attigua al salone, al bar. Sul tavolino compare un volume con vecchie foto juventine. C'è pure la sua, anni Ottanta, sotto lo scudetto c’è già lo sponsor Ariston. Sorride Claudio Gentile, fresco sessantenne (è nato il 27 settembre 1953) nel rivedersi in maglietta e pantaloncini. Anche se per lui il tempo pare essersi fermato: fisico asciutto e riccioli ancora oggi colore della pece. «Vado molto spesso in bicicletta. Ho sempre apprezzato il ciclismo, soprattutto quella grande componente di sofferenza che si porta con sé». Ci diamo del tu.Ma è vero che una volta per vedere una gara hai simulato un malessere? «Campionato del Mondo su strada, Mondiale del 1980, si correva a Sallanches, in Francia. Era il 31 agosto ed eravamo in ritiro. Dissi a Trapattoni che non mi sentivo bene per rimanere in camera a guardarmi la corsa. Vinse Hinault, secondo Baronchelli. È stata l’unica volta in cui ho fregato il Trap».E lui quante volte ti ha fregato facendoti giocare dappertutto? (ride) «No, niente colpi bassi da parte del Mister. Semmai lui ha sfruttato una mia qualità, quella di sapermela cavare discretamente in più ruoli. In difesa li ho ricoperti tutti, e anche a centrocampo ho spesso fatto il jolly, giocando anche con il 10. Su tutte, comunque, me ne ricordo una con il 7 contro Luigi Martini della Lazio, al mio primo anno alla Juve con Vycpálek: non ho mai corso tanto come quella volta».Tu comunque nasci marcatore: «Sì, fin dai primi passi con il Maslianico, qui vicino Como, la mia prima squadra».A proposito, com’è che arrivi proprio a Como? «Perché lì vicino, a Brunate, viveva un fratello di mio padre. Era uno dei pochi punti di riferimento che avevamo in Italia quando nel 1961 fummo costretti a lasciare la Libia: l’aria laggiù si stava facendo pesante».Che ricordi hai della tua infanzia a Tripoli? «Molto belli. Abitavo vicino alla chiesa di Sant’Antonio. Lì nei pressi c’era un campetto, tutti i giorni erano partite di calcio, italiani contro arabi. Loro erano molto più smaliziati di noi e spesso giocavano a piedi nudi. C’era già una discreta rivalità, ma solo per il pallone. Per il resto si viveva in armonia. A Tripoli di italiani ce ne erano molti, la gran parte proveniente dalla Sicilia».Come tuo padre? «Mio padre è originario di Noto ed è emigrato in Libia molto presto. Lì ha conosciuto mia madre Elvira. Si sono sposati e sono arrivati tre figli. Frequentavamo le scuole italiane, ma avevamo un’ora di arabo al giorno, obbligatoria. Mio padre lavorava nell’edilizia, mentre uno zio aveva un’officina meccanica. Ci raccontava di Gheddafi che aveva una Fiat 124 e che spesso la portava da lui a farla sistemare. Poi tutto si è complicato e siamo stati costretti a lasciare l’Africa».Fu un viaggio doloroso? «Ho ricordi molto nitidi di quando sono andato via, anche se avevo soltanto otto anni. Lasciavo tutto lì: amicizie, giochi, legami. Non è stato semplice. La passione per il pallone sicuramente mi ha aiutato».Sognavi di diventare calciatore? «Mi piaceva il calcio, c’era la passione. Volevo arrivare, questo sì. Un giorno dissi che se mai avessi vinto uno scudetto, lo avrei fatto cucire sulla maglia a mia madre. Mi sono fatto veramente un mazzo così per raggiungere l’obiettivo. Ancora oggi mi inorgoglisce avercela fatta».Quali sono stati i punti di svolta dei tuoi inizi? «Il primo quando entrai nel settore giovanile del Maslianico, paesino nel comasco. Il Como mi voleva, ma non metteva i soldi per pagarmi la funicolare da Brunate. Quelli del Maslianico sì. In casa non si navigava nell’oro, io stesso a quattordici anni lavoravo come operaio per contribuire alle spese».Andavi ancora a scuola? «No, ma ho recuperato dopo, quando ero già alla Juventus. La mattina mi allenavo e il pomeriggio studiavo, assieme a Scirea che faceva le magistrali. Mi sono diplomato a Torino, odontotecnico».Odontotecnico? «Mio suocero faceva il dentista».Torniamo al pallone e agli altri passi decisivi: «La seconda svolta fu l’ingresso nel settore giovanile del Varese. Dissi a me stesso: “Non posso perdere quest’occasione, devo fare di tutto per migliorare”. Così dopo ogni allenamento mi fermavo per lavorare, specie sulla tecnica. I piedi non erano proprio gentili».È questo il motivo per cui i dirigenti del Varese parevano non avere molta fiducia in te? «Credo di sì. In marcatura ero forte, ma ero un po’ grezzo. Poi magari c’erano altri nomi che riempivano maggiormente gli occhi. Morale della favola, nel 1971, a diciotto anni neanche compiuti, mi mandano in prestito all’Arona, in Serie D».Bocciato? «Diciamo rimandato (sorride). Ma l’anno di Arona è stato fondamentale. Giocai tutto il campionato, segnai anche 4 goal di cui uno all’Astimacobi del mio amico Antognoni e poi ci fu un colpo di fortuna».Cioè? «Giochiamo un’amichevole contro il Cagliari, che è in ritiro sul Lago Maggiore. Nel primo tempo marco Angelo Domenghini, poi passo su Gigi Riva. E mi faccio valere, al punto che Arrica, il presidente del Cagliari, stacca un assegno e lo consegna ai dirigenti dell’Arona per il mio cartellino. Che è però di proprietà del Varese».A quel punto che succede? «La notizia si diffonde e il Varese, nel frattempo retrocesso in Serie B, mi richiama subito alla base. In panchina c’è Pietro Maroso, che ho avuto nel settore giovanile e che mi conosce bene. Promosso titolare. Grande stagione: alla fine fui eletto miglior giovane».È stato in quel momento che hai avuto la percezione che potevi starci con i grandi? «La molla era scattata qualche tempo prima, sempre durante un’amichevole, stavolta con il Cesena. Marcai Ariedo Braida, ex del Varese, che alla fine della partita, rivolto al Direttore sportivo Sandro Vitali, disse stupito: “Ma dove l’avete preso?”. Ecco, quelle parole le ricordo perfettamente, perché in quel momento mi dissi: “Claudio, ora devi crederci davvero!”».E quando ti è stato detto che andavi alla Juventus, ci hai creduto o no? «Me lo disse il presidente Borghi, a fine campionato. Era il 1973, non avevo ancora vent’anni. Ci ho creduto, ma nonostante sia sempre stato tifoso bianconero, gli dissi che alla Juve non ci sarei andato».Che cosa? «Proprio così. Non c’era posto per me alla Juventus con i vari Salvadore, Cuccureddu, Morini, Longobucco, Mastropasqua, Gian Pietro Marchetti e Luciano Spinosi. Gli dissi: “Ed io dove gioco?”. E lui: “Non ti preoccupare. Devi andare e basta”. A quei tempi il giocatore non aveva nessuna voce in capitolo».Ricordi anche la prima volta con Boniperti? «Mi volle conoscere subito, a giugno, gli avevano detto che ero piccolino. Mi strinse la mano, mi squadrò e si rese conto che non era così. Il secondo appuntamento a luglio, in ritiro a Villar Perosa, per il contratto. Ovviamente fece tutto lui ed io misi solo la firma».A Villar Perosa ci fu anche il primo incontro con Gianni Agnelli, giusto? «A un certo punto dal cielo spuntò un elicottero. Era l’Avvocato. Dopo l’atterraggio, scese dalla scaletta e venne verso il centro del campo, dove eravamo raccolti tutti noi. Io, in realtà, me ne stavo nascosto, quasi impaurito. Ma lui chiese: “Dov’è il libico che abbiamo preso?”. Alzai la mano, sbucai in mezzo agli altri e lui: “Ma lo sa che abbiamo Gheddafi in società?”».Fu lui a darti come soprannome quello dell’allora leader libico? «Sì, ma a me in verità non è mai piaciuto, non ho mai nutrito simpatie per Gheddafi. Ma me lo mise l’Avvocato, una figura di incredibile carisma. Ti faceva capire, anche senza grandi manifestazioni esteriori, che aveva stima di te. E tanto bastava».Domanda uggiosa: telefonava anche a te alle sei di mattina? «Posso dire che dopo i Mondiali del 1982 mi ha chiamato per sapere chi era più forte tra Maradona e Zico».E tu cosa gli hai risposto? «Che con me nessuno dei due aveva fatto goal».Come fu decisa la tua marcatura su Maradona? «Diciamo che nel passato era capitato spesso a Tardelli di occuparsi del dieci avversario. Tuttavia, qualche giorno prima della partita, Bearzot venne in camera mia e mi chiese: “Te la senti di marcare Maradona?”. Ed io: “E qual è il problema?”. Non appena il Commissario Tecnico uscì dalla stanza mi maledissi. “Ma che c**** m’è venuto in mente?”».Ne hai riparlato con Bearzot? «No. Tra noi giocatori, specie dopo il primo turno, esisteva un patto di ferro. E lo stesso con il Commissario Tecnico. Ci avevano trattati malissimo e senza rispetto, specie alcuni giornali. Per questo fu deciso il silenzio stampa».Cosa è che vi dette particolarmente fastidio? «Tutto il gioco al massacro, fin da prima del Mondiale. Noi eravamo imballati, per carità, si giocava male, non ci riusciva più nulla. Ma quando scrissero di Rossi e Cabrini gay e che per il passaggio del primo turno a ciascuno di noi sarebbero andati settanta milioni, lì fu chiaro che dovevamo proteggerci in qualche modo».Per questo portavi i baffi? «In un certo senso sì. Feci una scommessa già nel pre ritiro ad Alassio con alcuni giornalisti sfiduciati. Me li sarei fatti crescere e me li sarei tolti se fossimo arrivati nelle prime quattro. Ho vinto io».Torniamo a Maradona: «Mi sono messo a studiarlo. Avevo delle videocassette, facevo nottata andando avanti-indietro con il nastro per memorizzare i suoi movimenti, le finte, come lo servivano, cosa faceva appena aveva la palla».Tradotto in pratica: come andava arginato? «Non andava fatto girare. Quello era il momento in cui rischiavi di non prenderlo più. Per cui giocare d’anticipo e cercare di estraniarlo il più possibile dal gioco dei compagni, in modo che avessero difficoltà a servirlo. In più, evitare di fare fallo in prossimità dell’area di rigore, perché sulle punizioni poteva essere micidiale».In campo ti sei aiutato con qualche trucchetto? «La regola d’oro è: farsi sentire senza farsi vedere».E Maradona? «Mi ha insultato per tutta la partita. Ma io non sono caduto nella trappola. Anzi, lui si è innervosito sempre di più. Se non vuoi avere pressione, cambia mestiere».Maradona annullato, normale che Bearzot ti affidi poi anche Zico: «Normale un bel niente. Per la partita contro il Brasile, le marcature erano Oriali su Zico ed io su Eder, che avevo studiato a puntino. Bearzot in quel caso fu molto astuto. Eravamo sulle scalette del Sarriá, nel sottopassaggio, prima di entrare in campo. Il Commissario Tecnico mi chiama e mi fa: “Marchi Zico”. Ed io: “Solo lui o anche Eder?”».Anche in questo caso, avversario annullato: «L’unica differenza è che Zico era più portato a giocare con i compagni rispetto a Maradona. Per il resto stesso trattamento e stessi trucchetti».In più c’è la maglia strappata: «Il tessuto non era dei migliori! A parte le battute, con Zico siamo amici, mi ha anche invitato in Brasile perché recitassi nel film che racconta la sua vita. Lui ha sempre ammesso che la mia marcatura è stata dura, ma non scorretta».Ne sei proprio sicuro? Tempo fa fece scalpore una sua intervista in cui pareva dicesse il contrario: «Non è così. Lui ha detto altre cose, seminai riferite agli aspetti tattici e alle differenze nel tipo di gioco tra Brasile e Italia. Non ce l’aveva con me. Il problema è che talvolta si travisa la realtà o, peggio, si inventano classifiche che non stanno né in cielo, né in terra».TI riferisci a qualche Top Ten particolare? «Sì, a quella dei giocatori più cattivi stilata dal quotidiano inglese “The Times” qualche anno fa. Io sono all’ottavo posto e dopo di me ci sono Bergomi e Tardelli. Ma io non ho mai fatto male a nessuno, gli attaccanti che ho marcato hanno tutti giocato la partita successiva. Sono stato espulso solo una volta, per doppia ammonizione, e il secondo giallo fu per un mani a centrocampo».Ti sento molto carico: «Mi ha dato molto fastidio questa cosa. D’altronde gli inglesi ce l’hanno con noi perché li abbiamo sempre bastonati, come i tedeschi. Ma la cosa che mi ha ferito di più è che nessun giornale italiano mi abbia difeso. Ho dovuto fare tutto da solo».Però Brera ti chiamava il Feroce Saladino: «A parte che da Brera accettavi tutto, dentro quel nomignolo lui aveva messo assieme le mie origini e il mio modo deciso di intendere la marcatura. Un modo che mi ha permesso di mettere la museruola a tanti attaccanti di livello internazionale: nessuno di quelli che ho marcato ai Mondiali e agli Europei mi ha mai fatto goal. Da Kempes a Krankl, da Fischer a Boniek».Se ti dico Didier Six? «Un diavolo. Prima azione del Mondiale d’Argentina, palla a loro, Bossis lancia Six sulla mia fascia e lui mi va via in velocità, crossa al centro e Lacombe segna: trentaquattro secondi ed eravamo già sotto di un goal. Il guaio è che io stavo parlando con Scirea, proprio per dirgli che questo Six era veloce e di coprirmi bene le volte che sarei avanzato. Quando è arrivato il passaggio, mi sono fatto sorprendere. Ma nel secondo tempo mi sono riscattato: feci io l’assist per il goal decisivo di Zaccarelli».Che ricordi hai del Mundial argentino? «Dal lato sportivo un ricordo agrodolce. Bellissima la prima parte, con la ciliegina sulla torta della vittoria contro i padroni di casa e futuri Campioni del Mondo, con il bellissimo goal di Bettega».A proposito di Italia-Argentina, è vero che voi juventini non accettaste il turn-over con i granata? «No, mai successo. La verità è che chi vinceva rimaneva a Buenos Aires e noi ci tenevamo a vincere».Dicevi del ricordo agrodolce. «Le amarezze sono venute dopo, soprattutto con il 2-1 con l’Olanda con quegli incredibili tiri da lontano. Meritavamo la finale e sarebbe stato fantastico giocarsi la Coppa con l’Argentina».Di ciò che accadeva fuori, aveste la percezione che qualcosa non andasse? «Un po’ sì, perché quando ci trasferivamo con il pullman, capitava di vedere la polizia che usava con una certa facilità il manganello. E poi a Buenos Aires vedemmo le madri dei Desaparecidos».Cosa unisce l’Italia di Argentina a quella di Spagna 1982? «Intanto Enzo Bearzot, un padre per tutti noi, sempre pronto a difendere i suoi ragazzi. Una persona per bene, di valore e di valori. Dal lato calcistico fu bravissimo nel mantenere l’ossatura della squadra giovane e brillante del 1978, migliorandola con alcuni inserimenti mirati. Su tutti Bruno Conti, la rivelazione spagnola».Quando avete capito di aver vinto il Mondiale? «La vittoria sull’Argentina ci ha rimesso in piedi, ma la svolta è stata con il 3-2 al Brasile. Era la squadra più forte, ma noi siamo stati più furbi. In più si è finalmente risvegliato Paolo Rossi. Da lì è cambiato tutto, soprattutto a livello mentale. La semifinale con la Polonia non la feci, perché ero squalificato, ma ero tranquillissimo perché nessuno ci avrebbe più fermato».Neanche la Germania? «Figurati! E abbiamo anche sbagliato un rigore. Quella squadra era forte nella testa. Nonostante l’errore, nel secondo tempo li abbiamo massacrati».E tu al goal di Tardelli ti lasci andare a un’esultanza fuori programma: «Mi venne così, di mettermi a cavalcioni su un mucchio azzurro in cui c’erano Tardelli, Oriali e Pablito. Poi arrivò anche Cabrini. In quel momento, francamente, ho pensato che era fatta».Qual è l’ultima immagine di quel Mondiale che ti è rimasta nel cuore? «I festeggiamenti con il presidente Pertini dopo la finale. Senza formalismi, senza protocollo. Un momento di gioia pura, semplice. Lì ho avuto la percezione per la prima volta della grandezza del traguardo raggiunto e che dietro di noi c’era una nazione intera a gioire».Tranne una bella fetta della stampa: «Ci volle ancora un po’ di tempo, ma poi anche i rapporti con chi ci aveva duramente attaccato tornarono buoni. Per i giornali fu una bella lezione Spagna 1982».Chiudiamo i ricordi azzurri, prima di tornare alla Juve, con la trasferta canadese nel maggio 1984 che, di fatto, costò per alcuni anni la Nazionale a Roberto Mancini: «Eravamo a Toronto, quella con il Canada è stata l’ultima partita giocata in Nazionale. Una sera io e Tardelli chiedemmo il permesso al Mister di uscire e portammo con noi Mancini, che però non avvisò nessuno. Bearzot si preoccupò moltissimo, lo cercò dappertutto».E quindi? «Il Mister se la legò al dito, arrabbiandosi con il Mancio. Noi cercammo di fargli capire che la colpa era nostra. Ma non volle sentire ragioni. Si era spaventato a morte non riuscendo a trovarlo. Tieni conto che all’epoca Roberto non aveva ancora vent’anni».Tu li avevi compiuti da poco quando hai esordito in Serie A con la Juventus, 2 dicembre 1973. «Juventus-Verona 5-1. Mediano al posto di Furino. Ma la cosa incredibile era che pochi giorni prima, il 28 novembre, giocai addirittura da titolare la finale di Coppa Intercontinentale contro l’Independiente, sempre con il numero quattro. Presi una serie di gomitate e calci da paura, al che Vycpálek dalla panchina mi gridò: “Ragazzo, se non ti svegli esci fuori nero”. Quelle parole mi dettero la scossa giusta, anche per il dopo».Infatti, già l’anno seguente avevi in pratica sbaragliato la concorrenza: «Salvadore chiuse la carriera, Marchetti e Mastropasqua andarono all’Atalanta in cambio di Scirea. Sulla panchina arrivò Carlo Parola, che mi promosse titolare. Ero uno dei terzini assieme a Cuccureddu. Saltai solo una partita e ad aprile debuttai anche in Nazionale. Ma soprattutto, alla fine vincemmo il campionato. Ero felicissimo, finalmente si avverava il sogno di far cucire lo scudetto a mia madre».È la vittoria a cui sei più legato? «Direi di sì, anche se la doppietta campionato e Coppa Uefa del 1977 ha un sapore del tutto speciale, dato che arrivò finalmente la prima affermazione intenzionale. Quella rimane l’ultima Juve totalmente italiana ad aver trionfato in Europa».Nel frattempo era arrivato Giovanni Trapattoni: «Il Trap ha rappresentato la novità, la rottura con il passato. L’anno prima, tra l’altro, con Parola ebbi qualche problema, mi tenne fuori squadra per un mese: secondo lui non stavo rendendo come prima. Chissà, forse aveva ragione, ma intanto persi anche la Nazionale».Con il Trap cosa cambiò? «Cambiò tutto, dalla gestione dello spogliatoio alla preparazione della partita, alla cura della tecnica. Il Trap è un maestro, ti insegna a calciare, a stoppare, a marcare. Non molla mai la presa. Un martello. Io da lui ho imparato moltissimo: non mi sono mai sentito arrivato, neanche quando ho vinto il Mondiale».Con il Trap hai vissuto i tuoi migliori anni alla Juve, vincendo tutto. C’è stato mai uno screzio? «No. Nemmeno quando mi faceva giocare stopper (ride). L’unica volta in cui abbiamo avuto visioni diverse è stato ad Atene, nella finale contro l’Amburgo. Mi disse di marcare Bastrup, che però mi portava sempre a sinistra. Ci siamo trovati io e Cabrini dalla stessa parte, quasi a marcarci a vicenda. Io gli urlavo di cambiare la marcatura, ma lui disse di no. Sia chiaro: non è stata certamente questa la causa della nostra sconfitta, perché quella sera nessuno di noi ha reso al cento per cento».Hai citato Cabrini. Quando Trapattoni decise di dargli una maglia da titolare, hai tremato? «Francamente no. Anzi, quando è entrato in pianta stabile lui, io sono tornato finalmente a fare il terzino destro. Quello era il mio ruolo, oltretutto con Causio c’erano degli automatismi collaudati. Lui accennava il dribbling ed io partivo in sovrapposizione. In quella Juve si giocava a occhi chiusi e si vinceva spesso».E perché nelle Coppe facevate fatica? È capitato di uscire al primo turno di Coppa Campioni: «La formula di allora era crudele e talvolta capitava di dover affrontare avversari più avanti nella preparazione, perché il loro campionato iniziava prima del nostro. E buttavi via una stagione. Altre volte non ci ha voluto bene la sorte. Nel 1977-78 siamo andati fuori in semifinale nei supplementari con il Bruges. Ci negarono un rigore e poco prima del goal decisivo di Vandereycken, che marcavo io, fui espulso per aver toccato il pallone con la mano. Ero appena entrato negli spogliatoi che sentii lo stadio tremare. Una maledizione».E la Coppa dei Campioni rimane un sogno: «E vero, ma sono riuscito a vincere comunque tantissimo e a chiudere con la Juve con un’altra incredibile doppietta: scudetto e Coppa delle Coppe nel 1984».Perché lasciasti la Juventus a trentun anni e andasti alla Fiorentina? «Mi volevano anche l’Inter e la Roma. Il presidente Viola, nell’estate del 1983, si era persino nascosto nell’aeroporto di Fiumicino con il contratto in mano per farmelo firmare, mentre con la Juve stavo partendo per una tournée negli Stati Uniti. Scelsi la Fiorentina che mi offrì tre anni di contratto e un buonissimo ingaggio. Fui molto onesto con Boniperti e con la società».Non c’entra nulla quello che era successo nell’estate del 1982 con il divorzio successivo? «No, quella volta lì io, Tardelli e Rossi ci impuntammo perché non ritenevamo giusto che gente come Platini o Boniek prendesse più di noi che eravamo alla Juve da una vita ed eravamo diventati Campioni del Mondo».Siamo alle ultime battute. Al di là delle vittorie, c’è un altro momento a cui sei particolarmente legato nei tuoi undici anni in bianconero? «È il goal vittoria nel derby, 25 ottobre 1981. Cross di Brady e di testa batto Terraneo. Una soddisfazione enorme, anche perché la partita con il Toro era per noi un mezzo incubo. I granata erano assatanati. Ricordo i duelli con Pulici e Graziani e la fatica enorme una volta con Claudio Sala. Ma la cosa più terrificante era il libero Cereser che ti aspettava al limite dell’area con le braccia larghe per picchiarti».Chi ha deluso e chi ha avuto meno nelle tue molte Juventus? «Virdis poteva dare di più, non lo vedevo convinto. Meglio potevano fare anche Musiello e Mastropasqua, giovani e dotati. Il più sottovalutato, invece, è stato Massimo Bonini, penalizzato dal fatto di essere nato a San Marino».Ultima domanda: hai qualche tatuaggio? «No, non mi piacciono. Una volta, però, mi è venuto il desiderio di farmi disegnare sul braccio la Coppa del Mondo. Ma ci ho rinunciato». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/claudio-gentile.html#more
  12. CLAUDIO GENTILE https://it.wikipedia.org/wiki/Claudio_Gentile Nazione: Italia Luogo di nascita: Tripoli (Libia) Data di nascita: 27.09.1953 Ruolo: Difensore Altezza: 178 cm Peso: 71 kg Nazionale Italiano Soprannome: Gheddafi - Gento Alla Juventus dal 1973 al 1984 Esordio: 29.08.1973 - Coppa Italia - Juventus-Ascoli 3-1 Ultima partita: 16.05.1984 - Coppa delle coppe - Porto-Juventus 1-2 415 presenze - 10 reti 6 scudetti 2 coppe Italia 1 coppa delle coppe 1 coppa Uefa Campione del mondo 1982 con la nazionale italiana Claudio Gentile (Tripoli, 27 settembre 1953) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, campione del mondo con la nazionale italiana nel 1982. Considerato uno dei migliori terzini della storia del calcio italiano, legò la sua attività calcistica principalmente alla Juventus, squadra nella quale militò per undici stagioni a cavallo tra gli anni 1970 e 1980, vincendo sei campionati di Serie A, due coppe nazionali, una Coppa delle Coppe e una Coppa UEFA, e disputando inoltre una finale di Coppa dei Campioni. Assieme al portiere Dino Zoff, al libero Gaetano Scirea e al terzino sinistro Antonio Cabrini, tutti e tre compagni di club e nazionale, Gentile fu membro di una delle migliori linee difensive di sempre. In nazionale ha totalizzato 71 presenze, partecipando a due Mondiali (Argentina 1978 e Spagna 1982) e a un Europeo (Italia 1980), distinguendosi in più occasioni come uno dei pilastri della squadra. Da allenatore, alla guida dell'Italia Under-21, ha vinto un Europeo di categoria nel 2004. Claudio Gentile Gentile alla Juventus nella stagione 1981-1982 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1988 - giocatore Carriera Giovanili 1964-1968 Maslianico 1968-1971 Varese Squadre di club 1971-1972 → Arona 34 (4) 1972-1973 Varese 34 (1) 1973-1984 Juventus 415 (10) 1984-1987 Fiorentina 70 (0) 1987-1988 Piacenza 20 (0) Nazionale 1974 Italia U-23 2 (0) 1975-1984 Italia 71 (1) Carriera da allenatore 1998-2000 Italia U-20 2000 Italia Vice 2000-2006 Italia U-21 2004 Italia olimpica 2014 Sion Palmarès Olimpiadi Bronzo Atene 2004 Mondiali di calcio Oro Spagna 1982 Europei di calcio Under-21 Bronzo Svizzera 2002 Oro Germania 2004 Biografia Nato nell'allora Regno Unito di Libia da genitori originari di Noto, a loro volta cresciuti in Libia durante gli anni della colonizzazione italiana, da bambino Gentile inizia a giocare nei vicoli di Tripoli con compagni arabi e altri figli di coloni: qui acquisisce la grinta e la cattiveria agonistica che lo avrebbero contraddistinto lungo la sua carriera professionistica. Prevenendo le persecuzioni agli italiani che avranno inizio qualche anno dopo con l'instaurarsi del regime gheddafiano, all'età di otto anni rientra frettolosamente in Italia con la sua famiglia e si stabilisce a Brunate, nel Comasco. Proprio le origini libiche gli hanno valso l'appellativo di Gheddafi, tuttavia mai amato dallo stesso Gentile per via dei succitati eventi che avevano portato alla brusca separazione dalla sua terra natale — «non si rendevano conto di quanto detestassi quel soprannome [...]: non lo sopportavo perché sapevo che cosa aveva fatto [Gheddafi, ndr] agli italiani e ai miei parenti» —, preferendo essere identificato con il semplice vezzeggiativo del proprio cognome, Gento. Nel 2013 il suo nome compare inizialmente tra gli indagati in un'inchiesta fiorentina su false fideiussioni per l'iscrizione di alcuni club alla Lega Pro; per lui, sei mesi dopo, il Tribunale di Firenze richiede l'archiviazione del procedimento in quanto «del tutto estraneo» ai fatti. Caratteristiche tecniche Giocatore Gentile (a sinistra) esce dal campo con Antonio Cabrini, coppia di terzini della Juventus e della nazionale tra gli anni 1970 e 1980. Già distintosi come difensore eclettico e tenace nelle file del Varese, poco più che ventenne seppe emergere quale «rivelazione» della Juventus vincitrice del campionato 1974-1975, grazie alla sua abilità nel coniugare una costante partecipazione alla manovra con il controllo dell'«avversario più pericoloso», ispirandosi sul piano difensivo a specialisti della marcatura a uomo come Tarcisio Burgnich e Angelo Anquilletti. Dapprima schierato nel ruolo di terzino destro, agli ordini di Giovanni Trapattoni si spostò sulla corsia opposta: pur essendo inizialmente poco avvezzo all'uso del sinistro, acquisì la capacità di effettuare precisi traversoni anche col piede debole, in virtù di un progressivo raffinamento tecnico voluto dall'allenatore, confermandosi protagonista dei due successivi Scudetti bianconeri, nelle stagioni 1976-1977 — «il mio miglior campionato in assoluto» — e 1977-1978. Negli anni a seguire, l'affermazione di Antonio Cabrini come fluidificante mancino lo restituì alla fascia destra, stavolta con compiti più difensivi per via di esigenze tattiche: la propensione al gioco d'attacco restò comunque tra i suoi punti di forza, consentendogli di formare con il compagno di squadra un duo atipico, vista l'abilità di entrambi nell'arrivare sul fondo, e a lungo decisivo per i successi della Juventus e della nazionale italiana. Gentile (a sinistra) in marcatura sul fantasista Zico nel campionato di Serie A 1983-1984. In precedenza, il loro "duello" con le maglie di Italia e Brasile era stato tra i momenti salienti del campionato del mondo 1982. Oltre che da terzino, poteva essere impiegato in varie zone del centrocampo — specialmente nel ruolo di mediano, a lui piuttosto gradito — rivelandosi invece refrattario ad agire da stopper, posizione ricoperta con profitto in caso di necessità, ma che lo costringeva a minimizzare le sortite offensive. In forza alla Fiorentina, ultratrentenne, tornò a disimpegnarsi come terzino di spinta, per poi concludere la carriera da libero nelle file del Piacenza. «Irriducibile combattente», nel 2007 è stato inserito dal quotidiano inglese The Times all'ottavo posto nella classifica dei calciatori più rudi di tutti i tempi; nonostante questo, ha ricevuto una sola espulsione in carriera, peraltro per somma di ammonizioni. Carriera Giocatore Club Gli esordi: Arona e Varese Un giovane Gentile (in piedi, secondo da destra) al Varese nella stagione 1972-1973 Inizia l'attività nel settore giovanile del Maslianico, da cui lo preleva il Varese dopo una trattativa col presidente del Maslianico, R. D'Angelo, che cedette assieme a lui i giovani promettenti Garganigo (poi diventato professionista come Gentile) Secchi e Bianchi. La precedente trattativa con il Como era saltata per motivi economici. Con i biancorossi lombardi compie tutta la trafila delle giovanili, tuttavia non viene ancora considerato all'altezza della prima squadra sicché viene ceduto in prestito all'Arona, dove disputa la stagione 1971-1972 nel campionato di Serie D. Le prestazioni di Gento inducono il Varese a riportarlo alla base: gioca una stagione da titolare tra i cadetti (1972-1973), segnalandosi tra i migliori giovani della categoria, ma ancora una volta non convince l'allenatore Pietro Maroso e il direttore sportivo Sandro Vitali. L'affermazione: Juventus Gentile (a sinistra) e Roberto Bettega con la maglia della Juventus nel campionato 1974-1975. Nell'estate del 1973 viene acquistato dalla Juventus, voluto da Giampiero Boniperti, per oltre 200 milioni di lire, in vista della sostituzione dell'anziano Sandro Salvadore. Viene inizialmente impiegato come riserva di Giuseppe Furino, per la contemporanea presenza di Marchetti, Spinosi e Longobucco nel ruolo di terzino. Esordisce in campionato in maglia juventina il 2 dicembre 1973, nella vittoria per 5-1 sul Verona, giocando proprio da mediano, e nei mesi successivi guadagna gradualmente maggior spazio in prima squadra, nonostante un evidente calo di forma nel finale. In quella stagione disputa anche il derby della Mole, giocando in marcatura su Claudio Sala: il duello si ripeterà più volte negli anni successivi. Gentile agli sgoccioli della sua esperienza juventina, in un momento di relax al termine della stagione 1983-1984. A partire dalla stagione 1974-1975 forma con Antonello Cuccureddu la coppia di terzini titolare; inizialmente è impiegato sulla fascia sinistra e in seguito, dopo l'affermazione di Antonio Cabrini, sulla destra, con compiti più difensivi. Con l'altro giovane difensore Gaetano Scirea contribuisce alla conquista del suo primo Scudetto, tuttavia nel campionato 1975-1976, a causa di una squalifica e di attriti con l'allenatore Carlo Parola, perde temporaneamente il posto in squadra, sostituito da Marco Tardelli. Nella stagione successiva, con Giovanni Trapattoni allenatore, torna titolare contribuendo a un nuovo Scudetto dei bianconeri e alla vittoria in Coppa UEFA. Conclude l'esperienza juventina nel 1984, dopo undici stagioni di militanza nelle quali vince complessivamente sei Scudetti, due Coppe Italia, una Coppa UEFA e una Coppa delle Coppe. Colleziona 283 presenze in campionato, e 415 in totale comprendendo la Coppa Italia e le Coppe europee. Il finale di carriera: Fiorentina e Piacenza Nell'estate del 1984, all'età di trentuno anni, lascia la Juventus per trasferirsi alla Fiorentina, approfittando della nuova normativa sullo svincolo dei giocatori. L'esperienza in viola, durata tre stagioni, è costellata di difficoltà: inizialmente viene contestato dalla tifoseria, a causa del suo passato bianconero, e in seguito ha problemi con l'allenatore Aldo Agroppi, a causa della politica di svecchiamento da lui portata avanti a discapito dei giocatori più anziani. Gentile (a destra) alla Fiorentina nel campionato 1984-1985, in marcatura sul sampdoriano Evaristo Beccalossi. Svincolatosi dal club gigliato, trascorre alcuni mesi senza squadra, partecipando (insieme all'altro campione del mondo Marco Tardelli) al ritiro per calciatori disoccupati organizzato a Pomezia. Nel dicembre del 1987 viene ingaggiato dal Piacenza, squadra neopromossa in Serie B: scende in campo in 20 occasioni, contribuendo alla salvezza del club prima di concludere definitivamente la carriera agonistica. In carriera ha totalizzato 353 presenze e 9 gol in Serie A. Nazionale Dopo il debutto nella nazionale Under-23, il 29 settembre 1974 contro i pari età della Jugoslavia, ha esordito con la nazionale maggiore il 19 aprile 1975, a ventuno anni, nella partita Italia-Polonia (0-0) disputata a Roma. Nel corso del 1976 esce temporaneamente dal giro azzurro, avendo perso il posto da titolare nella Juventus e a causa di alcuni dissapori con il commissario tecnico Fulvio Bernardini. Tornato in azzurro, diventa titolare fisso con Enzo Bearzot, e realizza il suo primo e unico gol in nazionale l'8 giugno 1977, a Helsinki, nella partita vinta 3-0 contro la Finlandia. Gentile (a sinistra) in nazionale al campionato del mondo 1978, alle prese con l'argentino Mario Kempes. Ha partecipato da titolare al campionato del mondo 1978 in Argentina, nel quale è stato considerato tra i migliori difensori della manifestazione, giocando inizialmente come terzino destro e, dopo l'infortunio a Mauro Bellugi, come stopper; impiegato in marcatura su campioni quali Mario Kempes, Hans Krankl, Johnny Rep e Roberto Dinamite, ha impedito ai suoi diretti avversari di realizzare reti. In seguito è stato titolare al campionato d'Europa 1980 organizzato in Italia, segnalandosi nuovamente tra i migliori, e al vittorioso campionato del mondo 1982 in Spagna, dove si è fatto notare per le sue marcature a uomo su Maradona e Zico. In entrambi i casi è stato ammonito, saltando così la semifinale vinta contro la Polonia; rientra tra i titolari nella finale contro la Germania Ovest, nella quale viene impiegato in marcatura su Pierre Littbarski. Ha disputato la sua ultima gara in nazionale il 26 maggio 1984, a trent'anni, nella partita amichevole Canada-Italia (0-2) giocata a Toronto, indossando nell'occasione la fascia da capitano. In totale ha collezionato 71 presenze con gli Azzurri. Dirigente e allenatore Terminata l'attività agonistica, Gentile è rimasto nel mondo del calcio, indirizzandosi inizialmente verso l'attività dirigenziale. Nella stagione 1990-1991 è tornato alla Juventus in veste di collaboratore, in particolare per la ristrutturazione del settore giovanile bianconero. Tra il 1991 e il 1993 è direttore generale del Lecco, ricoprendo anche il ruolo di direttore sportivo dal marzo del 1992. Gentile nel 2006, in veste di commissario tecnico dell'Italia Under-21. In seguito è entrato nel settore tecnico della FIGC, come allenatore della nazionale Under-20. Nel 2000 è inizialmente vice di Giovanni Trapattoni sulla panchina della nazionale A; in ottobre sostituisce Marco Tardelli (nel frattempo passato all'Inter), come commissario tecnico della nazionale italiana Under-21. Con la rappresentativa giovanile è arrivato alle semifinali nell'Europeo di categoria del 2002, ha vinto l'edizione del 2004, conquistando nello stesso anno la medaglia di bronzo ai Giochi olimpici di Atene. Ha concluso la sua avventura sulla panchina degli Azzurrini con l'eliminazione ai quarti di finale nell'Europeo del 2006. Nel luglio dello stesso anno viene sostituito da Pierluigi Casiraghi per decisione del commissario straordinario della FIGC Guido Rossi e del suo vice Demetrio Albertini, nonostante i risultati ottenuti e le rassicurazioni sulla riconferma. Negli anni successivi non ha allenato alcuna squadra, pur essendo stato in corsa per la sostituzione di Ciro Ferrara sulla panchina della Juventus, e per la panchina della nazionale libica, dopo la caduta di Gheddafi. In un'intervista concessa alla giornalaccio rosa dello Sport nel settembre del 2013, ha rivelato che nell'estate del 2006, prima di essere sostituito alla guida dell'Under-21, un grande club gli aveva offerto un ingaggio e Gentile ne aveva informato la Federcalcio, che gli chiese di aspettare: quando fu allontanato dalla guida degli Azzurrini, era nel frattempo sfumata anche la possibilità di allenare il grande club, sicché questi eventi lo spinsero a citare a giudizio la FIGC; ha quindi rifiutato le offerte di diverse società calcistiche ricevute dal 2006 in poi, perché se le avesse accettate non avrebbe potuto rivolgersi alla magistratura civile. Il 5 giugno 2014 viene ingaggiato come allenatore del Sion, ma il 10 dello stesso mese non si presenta al raduno della squadra e, nei giorni successivi, inizia con la proprietà una controversia per la risoluzione del contratto. Palmarès Giocatore Club Gentile (in primo piano), con (sullo sfondo, da sinistra) Tardelli, Koetting e Cabrini, festeggia la vittoria della Juventus nella Coppa Italia 1982-1983. Competizioni nazionali Campionato italiano: 6 - Juventus: 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982, 1983-1984 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1978-1979, 1982-1983 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Spagna 1982 Individuale Europei Top 11: 1 - Italia 1980 All-Star Team dei Mondiali: 1 - Spagna 1982 Candidato al Dream Team del Pallone d'oro Allenatore Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - Italia Under-21: Germania 2004 Bronzo olimpico: 1 - Italia Olimpica: Atene 2004 Individuale Premio speciale del Settore tecnico della FIGC: 1 - 2006 Onorificenze Medaglia di bronzo al valore atletico «Campione italiano professionisti» — Roma, 1975. Medaglia d'oro al valore atletico «Campione mondiale» — Roma, 1982. Collare d'oro al Merito Sportivo — Roma, 19 dicembre 2017.
  13. TIZIANO ASCAGNI https://it.wikipedia.org/wiki/Tiziano_Ascagni Nazione: Italia Luogo di nascita: Voghera (Pavia) Data di nascita: 08.06.1954 Ruolo: Attaccante Altezza: 182 cm Peso: 79 kg Soprannome: Zingaro del gol Alla Juventus dal 1972 al 1973 Esordio: 16.05.1973 - Coppa Italia - Juventus-Reggiana 1-1 1 presenza - 0 reti Tiziano Ascagni (Voghera, 8 giugno 1954) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Tiziano Ascagni Ascagni alla Triestina nella stagione 1981-1982 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 79 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1989 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Vogherese Squadre di club 1970-1972 Vogherese ? (20) 1972-1973 Juventus 1 (0) 1973 Latina 5 (0) 1973-1974 Legnano 8 (1) 1974-1975 Udinese 13 (2) 1975-1976 Carpi 28 (13) 1976-1978 Juniorcasale 62 (20) 1978-1979 Ternana 19 (1) 1979-1980 Varese 32 (10) 1980-1981 Cremonese 29 (5) 1981-1983 Triestina 68 (18) 1983-1984 Parma 21 (2) 1984-1986 Brescia 51 (5) 1986-1987 Spezia 29 (4) 1987-1988 Fiorenzuola ? (?) 1988-1989 Castelverde ? (?) Carriera da allenatore 1988-1992 Castelverde 1992-2014 Cremonese Giovanili Caratteristiche tecniche Giocatore tecnico e fantasioso, giocava come trequartista o seconda punta. Carriera Giocatore Cresce nella Vogherese, con cui debutta nel campionato di Promozione a 16 anni, nel 1970, realizzando 20 reti in due stagioni. Due anni dopo è nelle giovanili della Juventus, con cui non riesce a esordire in Serie A, scendendo in campo solo in Coppa Italia contro la Reggiana. A partire dal 1973 inizia a peregrinare in numerose squadre delle serie inferiori, guadagnandosi per questo il soprannome di Zingaro del gol. Dopo alcune annate con poche presenze con Latina, Legnano e Udinese, si mette in luce nel campionato di Serie D 1975-1976 con la maglia del Carpi, nel quale realizza 13 reti. Acquistato dal Juniorcasale, gioca stabilmente per due campionati di Serie C, realizzando 6 reti nel primo e 14 nel secondo, chiuso dai piemontesi al secondo posto. Le sue prestazioni in maglia nerostellata gli valgono il trasferimento in Serie B, alla Ternana: esordisce tra i cadetti il 24 settembre 1978, nel 2-2 interno contro il Palermo. In rossoverde non ripete le prestazioni degli anni precedenti, realizzando un solo gol in 19 partite, contro il Taranto. A fine stagione ridiscende in Serie C1, categoria nella quale diventa uno specialista in promozioni pur frenato da discontinuità caratteriali. Nella stagione 1979-1980 realizza 10 reti nel Varese che vince il campionato, mentre l'anno successivo contribuisce con 5 gol alla promozione della Cremonese. Anche in questo caso non segue la sua squadra tra i cadetti, accasandosi alla Triestina: vi rimane per due stagioni, formando la coppia d'attacco titolare con Franco De Falco e ottenendo una nuova promozione, nel 1983. In quell'anno realizza 6 reti, giocando come spalla e uomo-assist per Franco De Falco che va a segno 25 volte. Nell'ottobre 1983 lascia i giuliani dopo un avvio di stagione negativo tra i cadetti, e viene acquistato dal Parma: qui ottiene la sua quarta promozione in Serie B. Passa quindi al Brescia, dove colleziona 51 presenze in due annate che coincidono con altrettanti salti di categoria: dalla Serie C1 alla B (1985) e dalla B alla A (1986). Dopo un'annata allo Spezia, in Serie C1, su consiglio del dirigente della Cremonese Erminio Favalli va a chiudere la carriera nel Fiorenzuola, nel Campionato Interregionale, dove fa coppia in attacco con Hubert Pircher. In Valdarda Pircher e Ascagni non riescono a condurre la squadra alla promozione, e l'attaccante vogherese viene sospeso per motivi disciplinari dalla dirigenza. Chiude la carriera in Terza Categoria, nel Castelverde, come allenatore-giocatore. Ha totalizzato 49 presenze e 2 reti in Serie B, con Ternana, Triestina e Brescia; ha inoltre ottenuto cinque promozioni nella serie cadetta, record per la Serie C. Allenatore Terminata l'attività agonistica, resta al Castelverde come allenatore, prima di occuparsi del settore giovanile della Cremonese a partire dal 1992. Palmarès Giocatore Campionato Italiano Serie C1: 4 Varese: 1979-1980 (girone A) Triestina: 1982-1983 (girone A) Parma: 1983-1984 (girone A) Brescia: 1984-1985 (girone A)
  14. LELIO ANTONIOTTI Formatosi nello Sparta di Novara – ricorda Caminiti – aveva esordito in A nella Pro Patria di Busto Arsizio (1946-47), segnando e facendo segnare. Con leggiadre cadenze, quasi resuscitava il proverbiale Sindelar. Con un colpo di tosse e uno sbotto di sangue Lelio interrompeva una partita ed entrava in ospedale. Aveva sofferto la fame ragazzino e non erano bastati entusiasmi e bistecche della pace a rassodarne il fisico.Tornato a giocare si trasformava lentamente in un rifinitore (Lazio 1951-52), con cadenze eleganti, molto riflessive, un adattamento alle svolte tattiche suggerite nel Torino da Annibale Frossi (1953-54), spesso di strenua intelligenza pratica.Nella Juve di Sandro Puppo il sognatore (1955-57), avrebbe dovuto far da balia ai Puppanti del vivaio, realizzò due goal, era una Juventus abbandonata da Gianni Agnelli in un mare di guai, appena colpita nel grande cuore di Giampiero Combi, diretta da un trio di esperti: dottor Nino Cravetto, dottor Marcello Giustiniani, avvocato Enrico Craveri, i quali, in realtà, più che esperienza del ruolo avevano nobiltà juventina.Fallivano le impostazioni tecnico-teoriche di Sandro Puppo, anche lo svedesino Kurt Hamrin non si ambientava, in quel torneo 1956-57 i Viola, Corradi, Garzena, Emoli, Nay, Oppezzo, Hamrin, Conti, Antoniotti, Colombo, Stivanello, con altri come Aggradi, Donino, Romano, Stacchini, Caroli, Bartolini, Dell’Omodarme, Voltolina, riuscirono a toccare il fondo dell’umiliazione per la raffinata direzione, con il piazzamento finale a trentatré punti, cioè in zona retrocessione (la Triestina retrocedeva con ventinove punti).Bisognava riprendere quota. L’avvocato Gianni decideva per il fratello Umberto. Dal Galles arrivava quel gigante di Charles e dall’Argentina un cabezón di nome Sivori.BRUNO ROGHI, DA “IL CALCIO E IL CICLISMO ILLUSTRATO” DEL 22 NOVEMBRE 1956Si sente dire di Lelio Antoniotti che è il solo giocatore attuale che rappresenti una buona imitazione di Peppino Meazza. Se per un verso questo raffronto è positivo tornando a vantaggio di Antoniotti, per un altro verso il raffronto è limitativo, per non dire negativo, perché sottrae ad Antoniotti una parte della sua originalità d’artista del gioco in quanto imitatore di un atleta ritenuto dagli esperti inimitabile, appunto il «balilla».L’errore è di impostazione. L’originalità non consiste, a nostro parere, nel «non imitare» ma nel «non farsi imitare». Veniamo al caso nostro. Se è vero che Antoniotti è nella corrente stilistica che ha avuto in Meazza il massimo e insuperato esponente, è altrettanto vero che ben pochi sono i giocatori dei tempi nostri che sappiano modellare il gioco alla maniera del centravanti del novarese Sparta, già personaggio dei palcoscenici verdi all’età di diciott’anni allorché la sorte lo provvide degli unghioli del «tigrotto» bustese, lui che di felino aveva soltanto l’elasticità e la snellezza.Il suo curricolo di carriera elenca una serie cospicua di squadre alle quali ha dato il suo nome e i suoi servigi: Pro Patria. Lazio, Torino, Juventus. C’è da credere che Antoniotti abbia nel sangue l’inclinazione al nomadismo. Per quanto lo conosco, ciò non rientra nel suo temperamento. Lo provano i cinque anni da lui trascorsi nella maglia cerchiata della Pro Patria.La verità è forse diversa. Forse i passaggi di Antoniotti da una squadra all’altra, specie negli ultimi anni, si spiegano con la necessità di determinati allenatori di dotare i reparti di quell’accento dì gioco che un tipo alla Antoniotti possiede pressoché in esclusiva: il gioco intelligente.La natura si è fermata al m. 1,68 quando l’ha stirato in altezza. La natura non ha impiegato più di 60 chilogrammi quando l’ha messo sulla bilancia. Ha plasmato in lui un «leggero» dei rettangoli del calcio. Ne ha poi ravvivato le membra e l’estro con quello «spirito della leggerezza» che è la spiccata prerogativa del suo stile di calciatore, e diciamo pure il suo punto di debolezza, almeno all’occhio e alla scarpa dei suoi meno complimentosi avversari.Il giocatore leggero, ma fornito di tutti i numeri della tecnica raffinata, è un giocatore segnato a dito dagli atleti di rottura che montano la guardia alle zone proibite del campo. Per cavarsela, egli è costretto a giocare d’astuzia, là dove la forza non giova. Tutta la carriera di Antoniotti è idealmente condensata in una specie di manuale dell’astuzia: l’astuzia indispensabile per mantenere elevato lo standard del rendimento sui campi moderni dove, agente provocatore il catenaccio (o qualcosa di simile, è sempre più ridotto e periglioso il margine concesso alle manovre degli attaccanti leggeri.Visto sotto altro profilo, il gioco di Antoniotti è tutto ciò che resta e resiste, nel segno del «metodo», all’ondata vittoriosa delle nuove tattiche e delle nuove esperienze calcistiche. Si può parlar di lui come dell’ultimo dei Moicani in tema di fedeltà alle vecchie formule. Ciò non significa che Antoniotti sia giocatore negato al «sistema» e perciò isolato, disorientato ed estraneo alle imperiose concezioni del calcio moderno. Il suo inserimento nel gioco a sistema è perspicuo, ma indiretto. Antoniotti accetta il gioco moderno, e, tuttavia, non appena l’occasione propizia gli fa l’occhiolino, agilmente ne esce fuori per abbandonarsi all’invito seducente della palla antica, della palla, per tornare all’inizio del nostro profilo, che ebbe in Meazza il suo interprete geniale.Il ritorno di Antoniotti alle cifre e alle sequenze del gioco a metodo è palese nella sua arte della serpentina, nella sua attitudine a inventare l’azione inaspettata, nei suoi guizzi che sfiorano l’erba del prato, nel suo stesso modo di filtrare attraverso i reticolati delle munite difese avversarie.Un altro elemento che concorre a fissare la personalità di Lelio – un nome goldoniano, guarda un po’, che suggerisce l’idea della galanteria e della finezza, non senza un alito di svaporatezza – può essere riscontrato nel rapporto tra la sua età e la sua notorietà.Antoniotti è meno vecchio di quanto sia famoso. È d’un paio d’anni sotto la trentina, e nello stesso tempo è un «classico» del repertorio sportivo. La diffusione del suo nome nei testi del gioco è cominciata presto, prestissimo, e ciò non può essere spiegato se non alla luce nitida della sua bravura e della stessa immediatezza onde il suo nome è divenuto il simbolo di un particolare gergo del gioco. Fin da quando, non ancora ventenne, si imbrogliava e si sbrogliava dalle misure del pugnace gioco bustese – così poco rispondente alle sue attitudini naturali – Antoniotti era visto e ammirato alla guisa di un Mowgli, il famoso fanciullino di Kipling che era capitato nel branco dei lupi, nel profondo della giungla, e ne era divenuto, a un tempo, l’idolo e il capo. Calatelo ora nella tana dei tigrotti, e vedrete che il paragone, alla sua maniera spensierata, calza.Ma anche là, in casa bustese, il suo gioco non si è corrotto al morso della partita di combattimento. Anche nel calcio si diventa ciò che si è, pertanto la maturazione atletica di Lelio, nel senso rigorosamente tecnico delle sue prestazioni, ha potuto svilupparsi nei cinque anni della sua appartenenza alla Pro Patria, nonostante il diverso linguaggio che lui e la sua squadra parlavano. Infine non si deve escludere a priori che proprio nella squadra lombarda, sempre alle prese con gli spettri della retrocessione, Antoniotti abbia acquistato quella punta di mordente che oggi gli permette di battersi, senza battersela, contro avversari di lui più massicci e spericolati.La fedina calcistica di Antoniotti è pulita. Il suo gioco ha nella correttezza e nella cavalleria i suoi specchi. Ciò lo onora in tempo, come i nostri, di fedine sporche. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/04/lelio-antoniotti.html#more
  15. LELIO ANTONIOTTI https://it.wikipedia.org/wiki/Lelio_Antoniotti Nazione: Italia Luogo di nascita: Bard (Aosta) Data di nascita: 17.01.1928 Luogo di morte: Novara Data di morte: 29.03.2014 Ruolo: Attaccante Altezza: 168 cm Peso: 58 kg Soprannome: Lello Alla Juventus dal 1956 al 1957 Esordio: 16.09.1956 - Serie A - Lazio-Juventus 0-3 Ultima partita: 31.03.1957 - Serie A - Milan-Juventus 4-1 18 presenze - 2 reti Lelio Antoniotti, detto Lello (Bard, 17 gennaio 1928 – Novara, 29 marzo 2014), è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Lelio Antoniotti Nazionalità Italia Altezza 168 cm Peso 58 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1959 Carriera Giovanili Sparta Novara Squadre di club 1945-1946 Sparta Novara ? (?) 1946-1951 Pro Patria 119 (48) 1951-1953 Lazio 53 (10) 1953-1956 Torino 78 (13) 1956-1957 Juventus 18 (2) 1957-1958 Lanerossi Vicenza 16 (1) 1958-1959 Novara 7 (0) Carriera Club Gli inizi e gli anni alla Pro Patria Nativo di Bard, piccolo centro della Valle d'Aosta, Antoniotti iniziò a giocare a calcio nei primi anni quaranta nelle giovanili dello Sparta Novara, società con la quale esordì nel campionato di Serie C 1945-1946 e che arrivò ultima nel suo girone. Nella stagione successiva venne ingaggiato dalla Pro Patria, militante in Serie B, con la quale mise a segno ventidue reti in 35 presenze e conquistò la promozione in Serie A. Antoniotti (accosciato, secondo da sinistra) nella Pro Patria del 1950-51 Esordì nella sua prima annata in Serie A il 28 settembre 1947 nella gara Pro Patria - Sampdoria (1-0), mentre la prima rete arrivò nella giornata successiva, il 5 ottobre, nella vittoria per 1-0 contro la Fiorentina. In totale collezionò undici marcature in 33 gare, con la squadra che conquistò la salvezza terminando all'ottavo posto. Nel 1948-1949, campionato noto per la tragedia di Superga, la stagione sembrò iniziare benissimo per Antoniotti, a segno otto volte in 15 gare, tra cui una tripletta alla Sampdoria. Fu colpito però da una grave pleurite e costretto a saltare buona parte del campionato (con la squadra che terminò diciassettesima, ad un punto dalla retrocessione) e quasi totalmente la stagione successiva, nella quale scese in campo solo in quattro occasioni mettendo comunque a segno una rete, in Pro Patria-Fiorentina 3-0 del 28 maggio 1950 (la Pro Patria terminò il campionato all'undicesimo posto). Tornato titolare nel 1950-1951, in 32 presenze mise a segno solo sei reti, con la squadra che terminò al decimo posto. Al termine della stagione, l'attaccante valdostano fu ceduto alla Lazio, quarta nel campionato appena trascorso e qualificata per la Zentropa Cup (edizione non ufficiale della Coppa Mitropa). Lazio, Torino e Juventus Antoniotti con la maglia della Lazio. La prima stagione di Antoniotti con la maglia della Lazio non fu all'altezza delle aspettative: l'attaccante mise infatti a segno solo sei reti in 29 gare. La squadra terminò comunque al quinto posto, spinta dai gol del turco Şükrü Gülesin: nella Zentropa Cup invece i biancocelesti subirono due sconfitte, perdendo la semifinale per 5-0 contro il Rapid Vienna e la finale 3º-4º posto contro la Dinamo Zagabria per 2-0. Anche nella stagione successiva il giocatore valdostano si mette su bassi livelli, siglando solo quattro reti in 24 presenze: la squadra laziale concluse al decimo posto in classifica e Antoniotti venne ceduto al Torino. Arrivato tra i granata, che ancora dovevano recuperare dall'incidente di Superga, Antoniotti si mantenne sui livelli già visti alla Lazio: in tre stagioni (dal 1953 al 1956) segnò tredici reti in 78 presenze con la squadra che si mantenne nelle posizioni centrali della classifica. Al termine della stagione 1955-1956 fu ceduto alla Juventus: con i bianconeri, che terminarono al nono posto in quell'annata, mise a segno solo due reti in 18 partite. Rimase solo una stagione nella Juventus, prima di passare al Lanerossi Vicenza. Vicenza, Novara e il ritiro Anche nella squadra vicentina, così come alla Juventus, Antoniotti si trattenne solo una stagione, siglando solo una rete in 16 partite nel 1957-1958. La squadra si classificò settima e il valdostano fu lasciato libero di trovarsi una nuova squadra per la stagione successiva. Antoniotti giocò la stagione 1958-1959 nel Novara, militante in Serie B, giocando solo sei partite senza segnare alcuna rete, dopodiché si ritirò dal calcio giocato. Al termine della carriera, contò 249 presenze e 52 reti in Serie A e 41 presenze e 22 reti in Serie B. Nazionale Antoniotti non fu mai convocato in Nazionale Maggiore: ottenne solo una convocazione nell'allora Nazionale Giovanile il 6 maggio 1951, quando ancora militava nella Pro Patria. Dopo il ritiro Terminata la carriera da calciatore, entrò a far parte dello staff della FIGC, come docente di tecnica calcistica prima e come responsabile del NAGC (Nucleo Addestramento Giovani Calciatori) poi, direttamente al Centro di Coverciano. Fece inoltre parte degli esaminatori del Supercorso degli allenatori per quello che riguardava l'area tecnica.
  16. JOSÉ ALTAFINI «È un fanciullo mai cresciuto, ha il cuore ovunque e una valigia sempre pronta con camicie e pigiama, un giramondo che vive alla giornata, ma che costruisce il futuro con astuzia. Interpreta il calcio come un pioniere romantico, il professionismo gli dà quasi un senso di noia. Ma davanti a un pallone si diverte un mondo, in allenamento come in partita. E l’obiettivo è soltanto uno: trafiggere i portieri, in che modo non importa, basta che il pallone gonfi la rete». Dunque sono nato… Quando non lo ricordo, ma mia madre ha sempre detto che erano le nove e mezzo di sera del 24 luglio 1938: ed io, a quello che dice Mamma Maria ho sempre creduto. Mamma Maria è originaria di Lendinara in provincia di Rovigo come mio nonno Luigi. Mio padre Giaoacchino, invece, è nato a Caldomezzo. Ho passato l’infanzia come tutti i bambini brasiliani poveri: studiando il mattino e lavorando – quanti lavori ho fatto pur se a metà – il pomeriggio. Ho parlato prima di povertà: per tirare avanti, mamma e papà dovevano lavorare dalla mattina alla sera: la mamma in casa a tirare su noi piccoli e papà nelle piantagioni di canna da zucchero che crescono attorno a Piracicaba. Piracicaba è un paesone (o meglio una cittadina) nello stato di San Paolo: da quelle parti, ci sono due cose che accomunano tutti quanti i bambini: la passione per il calcio e il cibo. Che è sempre o quasi quello: una bella scodella di «feijaos e arroz» ovvero riso e fagioli. Quando ero bambino, la mamma aveva adottato per me un soprannome un po’ strano: mi chiamava «Quica», come il tamburello che serve, a Rio, ad accompagnare il samba durante il carnevale. Perché «Quica»? Forse perché ero duro com’è dura la pelle del tamburo o forse perché volevo sfondare a ogni costo come sognano tutti i poveri in ogni parte del mondo. Sì, volevo sfondare, perché non mi andava di continuare a mangiare riso e fagioli; perché non mi andava di continuare a fare i conti con il soldino da risparmiare. E speravo di sfondare quando studiavo; quando facevo il garzone da barbiere; quando scaricavo camion di saggina; quando lucidavo mobili. E volevo sfondare perché non mi volevo trovare, vecchio, a lavorare ancora nelle piantagioni di canna da zucchero, i «canaviais». Con tutta la rabbia che avevo in corpo, quindi, appena potevo prendevo a calci una palla quasi sempre fatta di stracci: e lo facevo a piedi nudi perché di scarpe, ognuno di noi, ne aveva un solo paio che serviva quando mettevamo il vestito buono la domenica. Giocavamo dappertutto: anche perché lo spazio non era certo un problema: attorno a Piracicaba c’erano prati e campi che la nostra fantasia trasformava in altrettanti Maracanà. La mia prima squadra fu il Club Atletico Piracicabano, serie B, del quale entrai a far parte che ero un bambino o poco più. In quella squadra eravamo dilettanti per cui quando – era il ‘55 – Idillio Gianotti, un commerciante di Piracicaba, mi propose di andare a San Paolo a provare per il Palmeiras, non lo feci nemmeno finire di parlare: gli dissi sì e il giorno dopo partimmo. Il provino fu tutt’altro che entusiasmante: forse perché Gianotti aveva parlato tanto bene di me, chi mi vide quel giorno rimase un po’ deluso. Ma anch’io avevo le mie buone ragioni: mi avevano schierato mezz’ala che non era il mio ruolo. L’affare, a ogni modo, andò in porto e, come primo ingaggio, ebbi due vestiti, uno grigio e uno blu, e due camicie bianche: forse le prime della mia vita. Alla mia squadra andarono 75.000 lire. Allenatore della squadra ragazzi del Palmeiras era Alfredo Gonzales il quale, dopo avermi visto giocare un paio di volte, mi prese da parte e mi disse: «Ragazzo, tu non sei una mezz’ala; tu sei un centravanti. Il tuo mestiere non è giocare per gli altri ma fare gol. Impara e diventerai grande». Io seguii a puntino i suoi consigli e, nel giro di un anno, passai dalla squadra ragazzi alla serie A. Nel Palmeiras ero il terzo centravanti: ero chiuso, quindi. Solo che io non ci stavo, tanto è vero che trasformavo ogni occasione che mi si presentava come l’ultima che avevo a disposizione. E mi avventavo come una furia su tutti i palloni. Come feci a Catanduva, durante la mia prima partita, quando, messo in campo col Palmeiras sotto di 4 gol, in 20 minuti segnai due reti e colpii due pali! Quello che feci in quella partita mi procurò la promozione in prima squadra per cui a vent’anni mi trovai titolare del Palmeiras e della nazionale Paulista. E a vent’anni diventai anche… Mazola. A chiamarmi così per la prima volta fu Claudio Cardoso, allenatore del Palmeiras quando mi volle con sé. Perché Mazola? Perché somigliavo al grande Valentino Mazzola e perché in Brasile si usa dare un soprannome a tutti i giocatori. E fu appunto come Mazola che arrivai, con la Seleçao in Italia. Era il ‘58 e noi ci preparavamo ai mondiali che si dovevano giocare in Svezia. Allenatore era Vicente Feola e di quella squadra, ricordo, facevano parte i due Santos, Gilmar e Pelé. Che era poco più che un ragazzino. In nazionale, esordii contro il Portogallo: il Brasile vinceva 1-0 quando Feola mi mandò in campo a sostituire Pagao. Poco dopo segnai il secondo gol per la mia squadra e diedi a Del Vecchio il pallone del 3-0. Prima della Svezia, giocai due partite in Italia contro Fiorentina e Milan: identico risultato: 4-0 per noi. Nel Milan ricordo che giocava Ghezzi e ricordo anche che mi raccontò in seguito che non sapeva darsi pace per un gol che gli segnai «em bycicleta». La mia partita contro i rossoneri segnò una svolta importantissima nella mia vita: il presidente Rizzoli, infatti, il giorno successivo mi acquistò per 242 milioni. In Svezia giocai poco: solo due partite e due gol. Ma d’altro canto, centravanti titolare era il grande Vavà e come potevo io, un «Mazola» qualunque, sperare di togliergli il posto? Rientrati in patria campioni del mondo, trovammo Rio come se ci fosse il carnevale: tutti ci trattavano da trionfatori e tutti ballavano samba. La sera dopo andai a Piracicaba dove mio zio Marchesoni mi comunicò che il Milan mi aveva comperato. Fissata la data di partenza attorno al ferragosto, mi restavano da fare ancora parecchie cose prima di partire, tra le quali sposare la mia ragazza, Eliana D’Addio: il matrimonio fu celebrato nella cattedrale di Praça da Sé. Dopo un breve viaggio di nozze, via in aereo con destinazione Milano dove trovai ad attendermi il ragionier Carlo Montanari, allora general manager del Milan, che non mi ha più perdonato di averlo costretto a restare in città in uno dei più caldi agosti degli ultimi trent’anni. Era il 18 agosto 1958: avevo vent’anni, tanta voglia di sfondare ma anche, debbo confessarlo, un bel po’ di paura perché sapevo di trovarvi il signor Viani: un orco o poco meno, mi avevano detto quelli che lo avevano conosciuto; un orco che da me si aspettava moltissimo e che, quindi, era ansioso di incontrarmi. Allora il signor Viani era il vero padrone: al Milan non si faceva nulla senza prima chiederglielo. E le sue parole erano vangelo! In questo campo, Viani è stato assolutamente inimitabile: tutta la squadra dipendeva da lui ed era lui che faceva il bello e il brutto tempo. Quando arrivai al ritiro precampionato, ero completamente spaesato, ma credo che mi si possa capire: il trasferimento in Italia, il matrimonio, il viaggio, il cambio di abitudini, tutto conferiva a fare di me una specie di disadattato. La prima partita che disputai, con la mia nuova maglia, fu un’amichevole a Monza. Che disastro fu! La gente mi fischiò, ma d’altro canto penso di aver diritto a qualche attenuante. Io, in Brasile, ero abituato a giocare in un determinato modo perché là si giocava così: in Brasile quando uno prendeva la palla cercava di risolvere il problema da solo; in Italia, invece, era tutto diverso; c’erano degli schemi da rispettare; c’era un certo gioco da fare. Ed io, a tutto questo, non ero abituato né tecnicamente né psicologicamente. Alla fine della partita, Viani mi prese da parte e cercò di farmi capire che in Italia bisognava agire in un modo diverso e che, anche se ero campione del mondo, non è che quelli vicino a me fossero, pellegrini o quasi. Quello di Viani fu senza dubbio un rimprovero giusto; un rimprovero che mi fece bene tanto è vero che la volta dopo, a Lugano, segnai 4 gol. La lezione l’avevo imparata subito e poi mi ero accorto che, con Liedholm e Schiaffino a fianco, strafare non aveva senso: bastava aspettare la loro imbeccata per fare gol. E in quel campionato, debbo dirlo, «Liddas» e «Pepe», di imbeccate me ne diedero a non finire tanto è vero che, in 32 partite, segnai 28 gol! Che Milan era quello! Oltre a me, Schiaffino e Liedholm; c’erano Radice e Grillo; Buffon e Salvadore e Maldini e Galli! In tutto un campionato, la squadra non perse un incontro! Ma se il Milan non perse, quell’anno, nemmeno una partita, io ne persi due. Per malinconia; per quella maledetta «saudade» che a noi brasiliani, prima o poi, ci prende. Era, la mia, una «saudade» di Piracicaba; di casa mia e di mia moglie; del mio mondo, insomma. Lo so benissimo che un professionista serio non dovrebbe soffrire di questi mali: io però, ero un professionista di vent’anni sbattuto lontano migliaia di chilometri dai suoi affetti e anche se al Milan avevo trovato amici più che colleghi, pure, non ce la facevo e soffrivo. E soffrendo non riuscivo a dare, in campo, quello che avrei voluto. Ma c’è di più: per dimenticare la nostalgia; per affogare la «saudade», cercavo di distrarmi nel modo sbagliato, uscendo per night. E fu qui che una sera Viani, informato non ho mai saputo da chi, mi scovò. Io lo scorsi appena entrato e per cercare di sfuggirgli mi buttai a pesce dietro un divano. Ma inutilmente: lui vide la mia mossa e si fece un’idea sbagliata sul mio conto. L’incontro che ebbi il giorno dopo con Viani me lo ricorda ancora: lui mi diede del «coniglio»; mi disse che non avevo il coraggio delle mie azioni e che, così come tiravo indietro la gamba in campo, lo stesso facevo nella vita privata. Ma che coniglio e coniglio! Io ero malato! Malato di dentro dove nessuno può vederti; dove non c’è medico che ti possa fare la radiografia. Come Dio volle, ad ogni modo, guarii, anche perché dal Brasile arrivò mio zio Marchesoni ed io bagnai la mia prima stagione italiana con lo scudetto. Con Viani non è che io ci sia mai andato molto d’accordo: ma d’altra parte, tra il suo carattere e il mio le distanze erano incolmabili. E poi, sembra impossibile, tutte le volte che io parlavo, lui non mi capiva. Come quando, l’anno dopo il mio arrivo, ad Alessandria, mi trovai di fronte Rivera per la prima volta e, alla fine della partita, dissi a Viani: «Mi metta accanto quel ragazzino e vedrà i gol che faccio». Nel Milan, con me, giocavano Liedholm e Schiaffino, due signori giocatori, ma quel ragazzino magro con i capelli tagliati a spazzola e gli occhi impauriti era sin da allora migliore di tutti e due messi assieme. Viani non mi diede ragione ma si informò su Rivera che, infatti, nel ‘60 arrivò al Milan. Nel frattempo io diventai… oriundo, nel senso che si scoprì, in un vecchio baule che mio padre e mia madre conservavano a Piracicaba, il passaporto di mio nonno Luigi. E diventando oriundo divenni anche nazionale e giocai contro Israele a Tel Aviv assieme a Mora, Lojacono, Sivori e Corso. In Israele feci due gol e quando tornai a Milano misi la maglia azzurra assieme a quella gialloverde del Brasile: per me, quelle due maglie, valgono uguale e di più di qualunque altra! Arrivato alla Nazionale contro Israele, continuai a indossare la maglia azzurra per altre cinque volte e feci parte anche della spedizione ai mondiali del Cile. Ero reduce da un altro scudetto e speravo proprio di fare bella figura: sapevo che il calcio italiano si attendeva molto da me. Appena arrivai in Cile, andai a trovare Pelé e gli diedi appuntamento per la finale che, secondo me, poteva essere soltanto Italia-Brasile. Ma una cosa sono le speranze e un’altra tutta diversa è la realtà fu quanto di più amaro ci potesse essere: facemmo 0-0 con la Germania e perdemmo con il Cile. E così tornammo a casa bastonati. Bisognava cambiare tutto e la prima decisione fu di precludere, alla gente come me, l’azzurro. Io, quindi, mi trovai impossibilitato a essere ancora italiano e con la certezza di non poter mai più giocare nemmeno come brasiliano! Mica male in verità! Al Milan, nel frattempo, era arrivato Rivera che mi aveva dato ragione in pieno tanto è vero che il campionato ‘61-‘62 lo rivincemmo noi dopo due anni di Juve: quella di Boniperti, Charles e Sivori. Rientrato dal Cile, come allenatore trovai Rocco: Viani era ancora general manager e tra lui e il «paron» le liti erano all’ordine del giorno. E volete sapere a causa di chi? Ma di Altafini perbacco! Per Viani, infatti, io ero quel coniglio e quel vigliacco che lui aveva sempre predicato mentre per Rocco ero un grande giocatore. E siccome Viani e Rocco erano veneti, quando litigavano lo facevano nel loro dialetto a base di parole come «zocador», «monade» e così via. Avendo vinto il campionato, il Milan aveva acquisito il diritto di fare la Coppa dei Campioni: il 22 maggio 1963, alla finale di Wembley ci trovammo contro il Benfica di Eusebio. La partita, per noi, cominciò che peggio non si sarebbe potuto: in campo c’erano solo i portoghesi che infatti andavano al riposo in vantaggio di un gol. Nell’intervallo, Rocco mi aggredì e in veneto come fa sempre quando è arrabbiato mi urlò: «Ciò Iòse g’ha razon Gipo: ti sé un coniglio». La sgridata di Rocco fece effetto: nella ripresa mi sentii trasformato e segnai due gol: il Milan divenne campione d’Europa e Rocco mi abbracciò dicendo: «Ciò, Iòse, ti sè un gran zocadòr». Purtroppo, quella di Londra fu l’ultima partita di Rocco al Milan: il «paron» aveva accettato le offerte del Torino e se ne andava: al suo posto arrivava Carniglia e a quello di Rizzoli, Felice Riva. Per me invece arrivò… l’inferno. Andammo a giocare la Coppa Intercontinentale in Brasile contro il Santos e rimediammo botte e gol: tutti tornammo a casa letteralmente pestati con la sola eccezione rappresentata dal sottoscritto. E questo diede l’opportunità a Viani per accusarmi ancora una volta di vigliaccheria. La prima reazione fu di andarmene ma restai: il Milan però finì a pezzi e la cosa fece ancora più impressione perché il suo posto lo prese l’Inter di H.H. Come Dio volle, a ogni modo, il campionato finì e quando arrivò il momento di firmare il contratto per il ‘64, il presidente continuò a rimandare giorno dopo giorno di incontrarsi con me. E siccome io, se non ho il contratto non mi alleno perché non voglio rischiare, ecco che rispuntò Viani con il solito discorso del coniglio. Io, a queste parole, avevo ormai fatto l’abitudine per cui non gli davo peso: non sopportai però l’affermazione di Riva che mi diede del ricattatore perché non avevo voluto accettare un contratto a rendimento: chi mi avrebbe, infatti, valutato? Il 15 settembre 1964, quindi presi la nave e tornai in Brasile deciso a smettere di giocare piuttosto di tornare al Milan. In verità, speravo di riprendere là a giocare tanto più che pensavo di poter contare sull’amicizia di Pelé. Andai da lui perché mi raccomandasse al Santos e lui, a parole mi diede le più ampie garanzie. In pratica, però, mi tirò alle gambe dicendo a tutti che non ero più un giocatore ma solo un piantagrane. Nel frattempo, però, il Milan aveva perso la sua lucentezza ed io, che oltre tutto non ero allenato, non potevo fare miracoli: arrivato a Milano il 31 gennaio 1965, il 7 febbraio rientrai in squadra. Ma il Milan perse. E tornò a perdere la domenica dopo e dopo ancora: in poche parole, la squadra si sfasciò di colpo e la responsabilità di tutto la buttarono su di me. Dietro di noi, quando io arrivai, c’era l’Inter a 7 punti: alla fine del campionato, saranno i nerazzurri i campioni d’Italia. Viani – che forse non aspettava altro – mi fece pagare la sua… sconfitta di alcuni mesi prima e me la fece pagare con gli interessi. Appena fu sicuro della vittoria dei nerazzurri, con me presente urlò a Riva: «Ha visto presidente il suo Altafini? Glielo dicevo io: quello non è un giocatore, è un coniglio!». E fu questa immagine che mi restò scolpita nel cervello; fu quest’offesa che rifiuto perché non merito che mi fece giurare davanti a Dio e davanti agli uomini che nel Milan non ci sarei rimasto. Nemmeno dipinto. Lasciato il Milan passai al Napoli di Fiore. Dopo anni che il Napoli aveva, nella migliore delle ipotesi, vegetato, i suoi dirigenti volevano che «vivesse»: e per questo si erano dati da fare per allestire una squadra molto forte. Assieme a me comprarono anche uno dei più grandi giocatori mai esistiti: quel Sivori che, dopo esser stato uno dei punti di forza della Juve, giungeva carico di fama (e di pettegolezzi) all’ombra del Vesuvio. Sui rapporti – e sulle liti – tra me e Omar si sono scritti romanzi: niente di vero però. Non è vero che tra brasiliani e argentini non corra buon sangue; non è vero che gli argentini considerino i brasiliani dei sottosviluppati. O per lo meno non lo è mai stato per me, tanto è vero che mi sono sempre trovato benissimo con gli argentini: oltre a Sivori, infatti, sono stato a fianco di Grillo, di Vernazza e sempre con ottimi risultati. Quando fui ceduto al Napoli e quando seppi che avrei trovato Sivori, feci l’impossibile per fare con lui il viaggio da Milano a Napoli. Fu un viaggio lunghissimo nel corso del quale gli dissi: «Omar, con la tua classe e i miei gol possiamo fare quello che vogliamo. E se facciamo buona figura, oltre a guadagnare un mucchio di soldi, possiamo vivere in una delle città più belle e affettuose del mondo». El cabezon – Omar l’ho sempre chiamato così – mi disse che era d’accordo e infatti all’inizio tutto andò al meglio. Era l’estate del ‘58, avevo 26 anni e tanta amarezza dentro per cui quando mi trovai in una città dove la gente mi osannava, mi sentii di nuovo a casa mia. Mi pareva di essere a Rio quando tornai in Brasile campione del mondo. E anche se Pesaola ci faceva lavorare come dei forzati ero felice come una pasqua tanto più che il raccordo tra me e Sivori era perfetto e in campo filavamo in perfetto amore. Il primo anno, grazie ai suoi suggerimenti, segnai 14 gol in 34 partite: il Napoli finì terzo a cinque punti dalla grande Inter di Herrera. L’anno successivo andò addirittura meglio: il Napoli finì secondo ed io segnai 16 gol in 27 partite diventando una specie di re di Napoli. Purtroppo però a Sivori, che era un ipersensibile, non andava giù che tutti parlassero solo di me perché facevo i gol e non di lui che li suggeriva: rinacquero quindi gli screzi che già mi avevano addolorato a Milano e diminuirono di conseguenza i gol. La gente cominciò a parlare di incompatibilità tra me e Sivori, di liti che finivano a sberle, ma non è vero: diciamo che Omar non se la sentiva più di farmi da gregario e che io, senza i suoi suggerimenti, non riuscivo più a trovare con la necessaria frequenza la via della rete. Malgrado tutto, di tanto in tanto riuscivo ancora a inventare reti da manuale, da «esagerato» come diciamo in Brasile. Una la segnai al Bologna in una partita che i rossoblù dovevano vincere a ogni costo. Mancavano pochi minuti alla fine quando feci gol: la gente rimase come ammutolita e poi si alzò ad applaudirmi per la bellezza di tre minuti: una cosa da non credere! Io piansi in mezzo al campo come un bambino perché come un bambino mi trovai pieno di gioia. Ma i momenti di grande gioia erano sempre meno: sentivo che attorno a me aumentava la gente che non aveva più fiducia nelle mie possibilità tanto è vero che, alla vigilia del campionato ‘71-‘72, l’ingegner Ferlaino mi propose un contratto a rendimento: per tanto che fai, tanto ti paghiamo. A fine stagione sei libero di andare dove ti pare. Il Napoli voleva fare l’affare ma la stessa cosa la volevo anch’io: e alla fine mi trovai libero di scegliere la società dove andare con un mucchio di gente che mi voleva. Scaduto il contratto con il Napoli, mi trovai… disoccupato. Ma senza problemi in quanto sapevo che un posto lo avrei comunque trovato. Mentre ero ancora in azzurro, infatti, Herrera, che allora allenava la Roma, mi invitò a casa sua. Era l’aprile del ‘72 e il «Mago», molto gentilmente, mi disse che, se avessi voluto, il centravanti della Roma, l’anno successivo, sarei stato io. «Di lei – aggiunse – farò un nuovo Di Stefano». Quando uscii dall’abitazione di Herrera era tutto praticamente fatto. Qualche giorno più tardi parlai con Anzalone col quale discussi il mio contratto: l’accordo fu trovato sulla base di 50 milioni più un milione a gol. Tutto a posto, quindi, niente da ridire senonché io, alla Roma, avrei dovuto andarci tanti anni prima; prima ancora che al Milan. Allora giocavo nel Palmeiras e su di me erano puntati gli occhi della società giallorossa che, anzi, mandò un suo osservatore a seguire Vasco De Gama-Palmeiras. Alla fine del tempo, eravamo in vantaggio per 2-0. Nell’intervallo, però ci fu detto chiaro e tondo che, se non avessimo perso, non saremmo usciti vivi dal campo. Io non sono mai stato un coniglio ma nemmeno un kamikaze: io, alla vita, ci tenevo e ci tengo per cui, ogni volta che il pallone mi arrivava tra i piedi, mi buttavo a terra, mi contorcevo, gridavo come un ossesso. O come un epilettico: e fu proprio a causa di questa «epilessia» che la Roma, nel ‘58, non mi prese. Per la verità non mi prese nemmeno nel 1972 ma per una ragione tutta diversa: Ferlaino, visto il mio ultimo campionato, aveva deciso di guadagnare sul mio trasferimento e, grazie a un cavillo, non mi concesse più la lista gratuita. Come tesserato del Napoli, quindi, mi mise sul mercato: il mio cartellino costava dei soldi e se lo assicurò la Juve. Io non centravo per niente, ma una volta di più fui io a farne le spese: Herrera, infatti, mi definì «donna da marciapiede» perché – secondo lui – a me interessavano solo i soldi. E così, sfumato per la seconda volta il mio passaggio alla Roma, mi trovai alla Juve allora diretta da Boniperti – mio nemico ai tempi in cui giocava con Sivori e Charles – e Allodi, altro nemico ai tempi in cui, con Moratti e H.H., era uno dei tre artefici del «miracolo nerazzurro». Perché Boniperti e Allodi mi acquistarono? Probabilmente perché la Juve aveva bisogno di una balia per i suoi molti giovani che, vincitori del campionato, erano attesi alla Coppa dei Campioni. Quando arrivai al ritiro di Villar, scoprii che qualche mio compagno di squadra imparava a leggere a scrivere quando io diventavo campione del mondo con il Brasile. Vycpalek — che allora allenava la Juve — era un acceso fautore della linea verde per cui, per me, tante possibilità di giocare non ce n’erano. A me però, anche così, andava bene lo stesso tanto più che ogni volta che mi veniva concessa la fiducia, trovavo modo di ripagarla a suon di gol. L’inizio non è stato dei più promettenti a causa di un eccesso di zelo da parte mia. Ci tenevo ad arrivare a Torino tirato il giusto e per questo, durante l’estate, seguii una dieta alimentare che poi, però, si rivelò eccessiva. I tre chili persi, penalizzavano oltre misura muscoli e gambe sicché, le mie prime apparizioni delusero i tifosi, anche perché dovevo sostituire Bettega. Finii presto in panchina, finché mi sbloccai definitivamente. E da lì, furono rose e fiori. E gol pesanti, come il 3 dicembre ‘72, con la Juve che rimonta e batte 2-1 la Fiorentina o il 21 gennaio ‘73, rete che schioda lo 0-0 con la Roma e ci fa restare in corsa per la conferma tricolore. Per non parlare poi del gol all’Olimpico, il 20 maggio ‘73: noi che all’ultima di campionato inseguiamo il Milan a un punto, noi che perdiamo al riposo, ma anche il Milan perde a Verona, ed ecco il mio golletto di testa per l’ 1-1. Poi ci penserà Cuccu al 2-1 che entra nella leggenda. Mi trasformo anche in re di coppa: salvo la squadra dall’eliminazione a Budapest, nei quarti di finale, segnando all’Ujpest il gol della speranza. Poi travolgo i britanni del Derby County del presuntuoso Clough in semifinale, con due reti e una partita monumentale. Le speranze di vincere la Coppa dei Campioni si infrangono purtroppo in finale, contro la grande Ajax di Cruijff. L’anno dopo non vinciamo nulla, ma le 21 presenze e i 7 gol si ripetono puntuali. E nel ‘74-‘75 torno a frequentare la leggenda: a 37 anni, segno 8 volte in 20 partite e, soprattutto, gonfio la rete nella partita-scudetto contro il “mio” Napoli, regalando l’ennesimo triangolino tricolore alla squadra bianconera. «Josè è un fenomeno di longevità e, per certi versi, ricorda Matthews, l’ala britannica che fu nominato baronetto dalla regina di Inghilterra per meriti sportivi. Ma Josè si risparmia, ha il senso della parsimonia anche sul campo; entra per sostituire un compagno ed ha già i muscoli caldi. Tocca quattro palloni e al quinto fa piangere il portiere. Porta via il piede dai tackle dolorosi, ma lo mette nel momento della verità, come i grandi toreri», dicono. Smetto a 38 anni. Anzi no: dalla Svizzera chiama il Chiasso che lotta in serie B, ed io vado per dare una mano anche ai cugini elvetici. Mi richiamano nuovamente nel ‘79, due anni dopo: stavolta in palio c’è la permanenza in A, centrata regolarmente grazie ai miei gol. L’ultima recita di un’avventura stellare. Sono del segno del leone, come Napoleone; tutti i leoni sono grandi, intelligenti e buoni. Sono allegro, bonaccione, spensierato, giocherellone, pronto a dare un sacco di vivacità alla mia vita e a quelle persone a cui questa vivacità manca; io voglio bene alla gente, sono sempre disposto ad assecondare i loro pensieri e le loro idee, difficilmente contraddico qualcuno. Nella mia vita, non credo di aver mai fatto male a qualcuno; la mia fede è questa, siamo tutti uguali: il ricco, il povero, il bravo, l’onesto e il cattivo. A volte, penso che l’unico torto della mia vita è stato quello di non aver avuto tanta grinta. Ora, a distanza di tanti anni, posso assicurare che un coniglio non lo sono mai stato; resto sempre un leone, con tutti i miei difetti e i miei pregi. Quando arrivai alla Juve, sapevo benissimo qual era il mio compito: in una squadra di ragazzi avrei dovuto fare la «balia». Bene: io, certe cose le capisco ma non dimentichiamo mai che sono nato in Brasile e che l’entusiasmo è parte importantissima del mio carattere. Ecco quindi perché, pur riconoscendo tutto, quando l’allenatore mi diceva di star fuori io ci soffrivo. E ne contestavo le decisioni. Tanto più che mi sentivo bene; che mi accorgevo, in campo, di rendere secondo le mie possibilità e di non essere per niente quel vecchione» che la carta d’identità denunciava. Quando uno sceglie il mio mestiere, non può non tenere sempre presente la disciplina; non può essere un anarchico o un protestatario: deve, al contrario, accettare in silenzio le decisioni dell’allenatore e, proprio per dimostrargli che ha avuto… torto, deve lavorare per essere sempre al meglio e per poter sempre rispondere in modo positivo alle sue chiamate. Chiuso. ANDREA PASQUALETTO, CORRIERE.IT DEL 9 GIUGNO 2018 «... io non ho la pensione da calciatore, non sono riuscito a farla. Ho versato solo tre anni di contributi. Quando ero andato a chiedere il riscatto mi avevano chiesto 70 milioni di lire di arretrati e ho detto ciao amici». – E quindi niente pensione? «Ho quella sociale: 700 euro al mese. Diciamo che sono tornato un po’ alle origini. Ma le scarpe ce le ho ancora eh». – Uno pensa che il campione del mondo Altafini, dopo aver giocato con Milan, Napoli e Juve, e dopo i successi televisivi, non debba fare i conti con la fine del mese. «Ascoltami, quando un uomo vive senza mai pensare ai soldi, i soldi non li fa. Ed io ho vissuto così. Non ho mai cercato il denaro. Pensavo solo a divertirmi, in campo e fuori, senza tanti calcoli. Ho molti difetti ma non sono tirchio e nemmeno invidioso dei miliardari. Tra l’altro, non riesco a chiedere i soldi, non l’ho mai fatto. Anche adesso, faccio fatica a dire quanto voglio di cachet per partecipare a un evento. E così ho un cachet bassissimo». – Com’era lo stipendio da calciatore? «Guarda, quello più alto lo prendevo alla Juventus. L’ultimo anno 67 milioni di lire lorde, 42 per cento di tasse, una casa ne costava 100. In Brasile al Palmeiras erano 400 cruzeiro al mese, circa 100 euro». – Altri tempi. «I calciatori non facevano i miliardi e nel mio caso ancora meno perché non avevo quel tipo di testa. Per esempio, quando sono andato a Napoli avevo dimezzato la paga per essere libero di andarmene quando volevo. Per me il calcio è poesia, è Pelé, è Messi, è Garrincha, è Zizinho. Poeti. E quando uno è poeta non pensa al denaro. Se poi è come me, fa anche delle sciocchezze». – Cioè? «Quando sono venuto in Italia a vent’anni chiamato dal Milan, mio zio Angelo ed io abbiamo commesso un errore grandissimo: contratto in cruzeiro brasiliani. Una moneta che in quegli anni si è svalutata tantissimo e così io guadagnavo sempre meno». – Insomma, Altafini è costretto a correre più di prima. «Diciamo che devo lavorare per vivere ma sono contento». – Però l’umore sembra alto, o no? «Io ho un angelo custode, uno spirito guida che mi protegge. Non scherzo eh... É sempre stato così. Fin da piccolo. Mi ha salvato un sacco di volte. Lui mi sveglia tutte le mattine, perché quando dormiamo siamo come morti, ed io lo ringrazio». – Spiritismo? «Io sono cattolico ma credo anche nello spiritismo. In Brasile c’è questo sincretismo. Credo nello spirito guida e nei medium». – Ottant’anni, tempo di bilanci... «Per prima cosa saranno 80 il 24 luglio. E poi io non me ne rendo conto, anzi, me ne sento 40. Non fumo, non bevo, non ho brutti vizi. Prendo ogni tanto un Gratta e vinci, faccio una puntatina a Dieci e lotto. Le emozioni della vita sono amore e gioco». – Donne? «Non mi guardano più». – É stata la vita che voleva? «Sì, una vita bellissima, tutto quello che sognavo mi è capitato. Ho sposato la donna che amavo e fatto il lavoro che desideravo. Anzi, sono andato oltre perché io sognavo di giocare nel Piracicaba in serie A. Mi sembrava tutto facile, tutto regalato. E non stavo tanto lì a guardare orari e diete come fanno adesso. Io ingrassavo ma mi divertivo, soprattutto al Napoli quando lo allenava Pesaola. Con lui in campo si entrava e si usciva ridendo. “E non rientrare prima delle tre di notte”, diceva. Con Rocco il coprifuoco era alle 22. Non mi sono mai piaciuti quelli che ti stanno col fiato sul collo. Tipo Conte adesso, io con lui sarei scappato». – Mai preso pilloline? «Come no. Prima dell’antidoping le squadre davano le pastigliette. Roba leggera però, tipo quelle per stare svegli e aumentare le prestazioni. Come prendere 5 o 6 caffè». – Il più grande rimpianto? «Il soprannome Mazola, mi ha segnato la vita. Perché quando sono venuto in Italia chiaramente non potevo essere Mazola e sono diventato Altafini e la gente faceva confusione. Non dovevo accettare quel nome». – La tivù ha deciso di metterla in panchina. Come mai? «Eh! Sono arrivati in Sky dei personaggi che mi facevano la guerra per prendere il mio posto ed io ho detto tanti saluti, amici. In Italia a volte viene premiata la raccomandazione e non la competenza. E poi mettono i giovani che urlano senza fantasia. Quando li sento abbasso il volume. Io ho inventato il manuale del calcio, il golasso...». – La gioia e il dolore più grandi della sua vita? «Gioie tante, non saprei, i Mondiali, le coppe, i figli, mia moglie... Il dolore quando è morto il mio cane 2-3 anni fa. Una tristezza e un dolore incredibile...». – Per moglie intende la seconda, Annamaria, con cui vive, giusto? Che era sposata con il suo compagno di squadra Barison. Un po’ come Icardi con Wanda Nara... «Questa storia di Barison la devo raccontare bene una volta per tutte. Eravamo compagni di squadra e amici al Milan e poi al Napoli. Quando è scoccata la scintilla, i nostri matrimoni, che già traballavano all’epoca del Milan, erano praticamente finiti. Io stavo ancora con Eleana, che avevo sposato a 17 anni in Brasile e mi ha dato due figlie. Con Anna siamo ancora insieme. Voglio dire, è stata una cosa seria, non un tradimento. Come Icardi, lui l’ha sposata e hanno pure dei figli, cavolo». – Se non avesse avuto i piedi buoni cosa avrebbe fatto? «Forse il meccanico. Quando ho iniziato a giocare con il Club Atletico Piracicaba stavo ancora studiando in una scuola di avviamento professionale. Odiavo la scuola. E comunque anche quando ci andavo ho sempre un po’ lavorato: dal barbiere, in una fabbrica di bibite, di mobili, dal macellaio, in una lavanderia e aiutante meccanico. Dai sette anni ho sempre lavorato perché così chiedeva mio papà Gioacchino, operaio in uno zuccherificio. Lui non voleva che giocassi a pallone. Però devo dire che poi ha cambiato idea». – Quando? «Quando ho avuto un po’ di soldi, a 18 anni, e ho comprato una casa dove ho fatto entrare anche lui e mia mamma». – Torna mai in Brasile? «Sì, ho lì due figlie e sei nipoti. L’ultima volta che sono andato ho organizzato anche una rimpatriata di vecchi amici. Non lo farò mai più: una tristezza, una cosa incredibile: uno senza denti, un altro storto, non riuscivano a parlare, a comunicare. Ho detto basta, chiuso». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/jose-altafini.html
  17. JOSÉ ALTAFINI https://it.wikipedia.org/wiki/José_Altafini Nazione: Brasile Italia Luogo di nascita: Piracicaba Data di nascita: 24.07.1938 Ruolo: Attaccante Altezza: 176 cm Peso: 77 kg Nazionale Brasiliano e Italiano Soprannome: Mazola - Mazzola Alla Juventus dal 1972 al 1976 Esordio: 30.08.1972 - Coppa Italia - Novara-Juventus 0-1 Ultima partita: 16.05.1976 - Serie A - Perugia-Juventus 1-0 119 presenze - 37 reti 2 scudetti José João Altafini, noto in Brasile anche come Mazola per la somiglianza con Valentino Mazzola (Piracicaba, 24 luglio 1938), è un ex calciatore brasiliano naturalizzato italiano, di ruolo attaccante. Ha fatto parte della nazionale brasiliana, con cui si è laureato campione del mondo nel 1958 e, dal 1961, di quella italiana. Al termine dell'attività agonistica è divenuto commentatore televisivo. José Altafini Altafini nel 2008 Nazionalità Brasile Italia (dal 1961) Altezza 176 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1980 Carriera Squadre di club 1954-1956 XV de Piracicaba 30 (2) 1956-1958 Palmeiras 114 (85) 1958-1965 Milan 205 (120) 1965-1972 Napoli 180 (71) 1972-1976 Juventus 119 (37) 1976 Toronto Italia ? (?) 1976-1979 Chiasso 33 (16) 1979-1980 Mendrisiostar 28 (11) Nazionale 1957-1958 Brasile 8 (4) 1961-1962 Italia 6 (5) Palmarès Mondiali di calcio Oro Svezia 1958 Biografia Nasce in una famiglia molto povera, da Gioacchino Altafini e Maria Marchesoni, entrambi italiani emigrati in Brasile. Già a nove anni si divide tra scuola e lavoro sino a conseguire un diploma di meccanico in un istituto professionale. Alla fine degli anni 1960 Altafini è protagonista di una traversìa familiare che ha una vasta eco sulla stampa rosa. Infatti il giocatore, al tempo già sposato con una ragazza brasiliana, si era innamorato di Annamaria Galli, moglie del suo compagno di squadra Paolo Barison. La donna, madre dei tre figli dell'ala sinistra milanista, andò a vivere con Altafini lasciando il marito: fu grande il clamore generato da questa situazione, considerati anche i tempi in cui accadde, in un'Italia che ancora non prevedeva l'istituto del divorzio. Altafini e Galli convolarono poi a nozze nel 1973. Carriera Giocatore Club Gli inizi in Brasile Dà i primi calci nell'XV de Piracicaba, una squadra minore della sua città natale. Nella sede del club è affissa una foto del Grande Torino e, notando la somiglianza del ragazzo con il compianto Valentino Mazzola, gli si attribuisce il nome d'arte di Mazzola. Nel luglio 1955 entra a far parte delle giovanili del Palmeiras di San Paolo, la squadra degli italo-brasiliani. Il 29 gennaio 1956 esordisce in prima squadra, entrando nel secondo tempo di un'amichevole contro il Catanduva e, con una doppietta, stabilisce il record (tuttora imbattuto) del più giovane marcatore della storia del club biancoverde (17 anni, 6 mesi e 5 giorni). Con la maglia del Palmeiras gioca due campionati dello Stato di São Paulo (1956 e 1957), segnando 32 reti in 63 partite; 85 gol in 114 partite, conteggiando anche le partite amichevoli e semiufficiali, con una media di 0,74, che è tuttora la quinta di sempre nella storia del Palmeiras. Il 9 giugno 1957 sigla una cinquina in Palmeiras-Noroeste (5-0), altro primato (sia pure a pari merito). Il 6 marzo 1958, segnando due reti al Santos di Pelè, Pepe e Zito, è uno dei protagonisti della storica partita Santos-Palmeiras 7-6 nel Torneo Rio-San Paolo. L'esperienza italiana Milan Altafini al Milan In vista dei Mondiali di Svezia, gioca e segna in alcune amichevoli di preparazione organizzate dalla nazionale brasiliana in Italia, contro Fiorentina e Inter; in quest'occasione è visionato dai dirigenti del Milan, che lo acquistano per 135 milioni di lire dell'epoca. Approdato ai rossoneri ad appena vent'anni, conferma anche in Serie A le sue doti di cannoniere. Il 27 marzo 1960, segna una quaterna (record tuttora imbattuto) in un derby di Milano che si conclude 5-3 a favore dei rossoneri; il 12 novembre 1961 riserva lo stesso trattamento sottorete alla Juventus. Nel campionato 1961-1962, vince la classifica dei marcatori a pari merito con Aurelio Milani. In sette stagioni a Milano vince due scudetti (1958-1959 e 1961-1962) e la Coppa dei Campioni 1962-1963, quest'ultima la prima nella storia dei rossoneri nonché per un club italiano, che rompe la fin lì egemonia iberica nell'albo d'oro della manifestazione. Altafini realizza in quell'edizione di Coppa dei Campioni ben 14 reti, un primato che resisterà fino all'edizione 2013-2014 (quando verrà superato da Cristiano Ronaldo autore di 17 gol); inoltre, nella partita con l'Union Luxembourg vinta per 8-0, sigla cinque reti stabilendo un altro record che tuttora divide con otto atleti. Soprattutto, è sua la doppietta con la quale il Milan supera in rimonta per 2-1, nella finale al Wembley Stadium di Londra, i portoghesi del Benfica. Napoli Altafini al Napoli Nel 1965, per polemiche con Amarildo e Paolo Ferrario, lascia il Milan per trasferirsi al Napoli dove rimane per sette anni, formando fino al 1968 un "duo delle meraviglie" con il fantasista italo-argentino Omar Sívori. Il 31 dicembre 1967, in Napoli-Torino 2-2, realizza, in rovesciata acrobatica, un golaço che manda in visibilio la tifoseria. Nell'annata 1967-1968 contribuisce inoltre con le sue reti al secondo posto finale in classifica della squadra partenopea, al tempo il miglior piazzamento degli azzurri nel campionato italiano. Juventus Nell'estate 1972, trentaquattrenne, approda alla Juventus insieme al compagno di squadra Dino Zoff. Nonostante la non più giovane età (rapportata alle carriere agonistiche del tempo), e pur partendo dietro ai titolari Pietro Anastasi e Roberto Bettega nelle gerarchie dell'attacco bianconero, a Torino vince da protagonista due scudetti, nelle stagioni 1972-1973 e 1974-1975, risultando spesso risolutivo subentrando dalla panchina: proprio tale situazione farà nascere nel calcio italiano il neologismo «alla Altafini», formula da allora usata per indicare l'impiego di calciatori ormai a fine carriera ma ancora decisivi in brevi spezzoni di partita. Contribuisce inoltre al raggiungimento della finale della Coppa dei Campioni 1972-1973, la prima nella storia della squadra juventina, segnando nell'arco della manifestazione un gol nei quarti ai magiari dell'Újpesti Dózsa, e una doppietta in semifinale agli inglesi del Derby County. Altafini e Dino Zoff alla Juventus Della sua militanza in maglia bianconera si ricorda, in particolare, la rete segnata in Juventus-Napoli del campionato 1974-1975, con la classifica che vedeva i padroni di casa in testa davanti ai campani, secondi a due lunghezze: entrato in campo come consuetudine a pochi minuti dalla fine, Altafini realizza all'88' il gol del 2-1, che consente alla Juventus di staccare i rivali e vincere lo scudetto. Pochi giorni dopo la partita, su di un cancello di accesso dello stadio San Paolo di Napoli appare la scritta «José core 'ngrato», ricordando i trascorsi azzurri dell'attaccante. Complessivamente nella sua carriera italiana ha segnato 216 reti in 459 gare di Serie A, quarto assoluto per realizzazioni (dopo Piola, Totti e Nordahl, e a pari merito con Meazza); è inoltre al secondo posto, dopo Javier Zanetti, per presenze in massima categoria, tra i calciatori non nati in Italia. Ultimi anni Chiusa la lunga parentesi italiana, si trasferisce in Canada per giocare nel Toronto Italia, squadra della National Soccer League. Con il club di Toronto vince la regular season del campionato 1976 ma perde la finale play-off contro il First Portuguese. Tornato in Europa, si accasa agli svizzeri del Chiasso, nel campionato svizzero di seconda divisione; anche grazie alle sue reti, la squadra consegue la promozione in Super League. Gioca poi un altro anno nella prima divisione elvetica con i chiassesi, prima di chiudere la carriera nel 1980, all'età di 42 anni e dopo un quarto di secolo di calcio professionistico, nel Mendrisiostar, squadra svizzera di seconda divisione. Nazionale Brasile Altafini con il presidente brasiliano Lula, in occasione del 50º anniversario del primo titolo mondiale della Seleção; sulla maglia che stringe tra le mani, il suo storico soprannome Mazzola. Il 16 giugno 1957, a 18 anni e 327 giorni, esordisce nel Brasile andando in gol contro il Portogallo. Il 7 e il 10 luglio successivo, contribuisce alla vittoria della sua nazionale nella Copa Roca, insieme all'esordiente Pelé, segnando ancora una rete. È quindi convocato per il campionato del mondo 1958 in Svezia, dov'è il più giovane dei brasiliani dopo Pelé. Qui è schierato nella prima partita contro l'Austria a cui segna una doppietta. Tre giorni dopo gioca ancora contro l'Inghilterra (0-0), ma si infortuna e viene lasciato a riposo per la partita successiva. Rientra nei quarti di finale contro il Galles, nella vittoriosa partita decisa da un gol di Pelé ma, per semifinale e finale, gli viene preferito Vavá, sicché assiste dalla panchina al trionfo dei suoi compagni, i quali conquistano la prima Coppa Rimet della Seleção. Trasferendosi in Italia subito dopo i Mondiali 1958, non poté più indossare la maglia verdeoro poiché, per le regole dell'epoca, venivano schierati in nazionale esclusivamente i giocatori che militavano nei campionati brasiliani. Italia Una volta riconosciuto cittadino italiano, in quanto oriundo, Altafini può indossare la maglia azzurra dell'Italia. In 6 gare complessivamente disputate realizza 5 reti, esordendo con gol il 15 ottobre 1961 contro Israele e partecipando poi al campionato del mondo 1962 in Cile. Qui è in campo il giorno della sfortunata partita Cile-Italia. Altafini con la maglia dell'Italia, in azione da oriundo nel 1962 durante un'amichevole contro la Francia La responsabilità dell'eliminazione della squadra azzurra viene indistintamente imputata agli oriundi, sicché l'italo-brasiliano Altafini (cui l'esito negativo della spedizione tricolore fa acquisire anche la reputazione di calciatore poco incline agli scontri fisici con i difensori avversari), pur non avendo ancora compiuto ventiquattro anni, non sarà più convocato. Dopo il ritiro «Che golaço!» (José Altafini durante le telecronache) A partire dagli anni 1980, Altafini lavora come commentatore televisivo e analista per emittenti quali TMC, TELE+, Sky Sport, Rai Sport e giornalaccio rosa TV. Dal 2001 al 2006, con Fabio Santini, conduce il programma Mai visto alla radio sull'emittente radiofonica RTL 102.5 e poi, per altri due anni, la trasmissione Cuore e batticuore in coppia con Valeria Benatti. Nel 1981, insieme a Luigi Colombo, lancia per la prima volta in Italia la telecronaca a due voci in occasione della finale di Football League Cup Liverpool-West Ham. Ha prestato la sua voce, insieme a quella di Pierluigi Pardo, per le telecronache dei videogiochi PES 2009, PES 2010 e PES 2011. Nel 2009, in collaborazione sempre con Pierluigi Pardo, ha pubblicato il libro Incredibile amici! — il cui titolo è un riferimento a un suo tormentone ricorrente durante le telecronache. Nel 2011 ha partecipato al doppiaggio della versione italiana del film di animazione Rio in cui interpreta la voce del bulldog Luiz, doppiato anche nel sequel Rio 2 - Missione Amazzonia, quest'ultima interpretazione gli ha valso il premio "Leggio d'oro come voce rivelazione cartoon". Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 4 - Milan: 1958-1959, 1961-1962 - Juventus: 1972-1973, 1974-1975 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 1 - Milan: 1962-1963 Coppa delle Alpi: 1 - Napoli: 1966 Nazionale Coppa Roca: 1 - Brasile: 1957 Campionato mondiale: 1 - Brasile: Svezia 1958 Individuale Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - Coppa Italia 1960-1961 (4 gol) Capocannoniere della Serie A - 1961-1962 (22 gol) Capocannoniere della Coppa dei Campioni - 1962-1963 (14 gol) Inserito tra le "Leggende del calcio" del Golden Foot - 2019
  18. ALBERTO MARCHETTI Era il rincalzo ideale che tutte le società avrebbero voluto avere: mai un muso lungo, una polemica o un mugugno, ma sempre la certezza di poter contare su un giocatore pronto per ogni evenienza. Non un giocatore qualsiasi, ma uno lineare, ordinato tatticamente, ottimo cursore dotato di buone doti tecniche, di un’eccellente visione di gioco e di un tiro particolarmente potente. «Sono nato a Montevarchi il 6 dicembre ‘54 – racconta a Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del dicembre 1974 –. Ho giocato con gli “allievi” nella squadra del mio paese sin dal ‘68. È stato proprio un dirigente di quella società a portarmi a provare per la Juve, nel ‘70. Mi hanno preso subito. Da allora, ho giocato per due anni in “Primavera”, agli ordini del signor Bizzotto, vincendo tra l’altro un titolo italiano, nel ‘71-‘72, superando in finale la Roma. L’anno scorso, sono andato in prestito a giocare dalle parti di casa, ad Arezzo. È stata una esperienza utilissima: un campionato di B non da titolare ma... quasi. Ho giocato infatti 10 partite intere e altre 7 come “tredicesimo”. Ho persino segnato un gol, a Brindisi. L’ esordio, lo ricordo bene, è stato a Como: ero anche un po’ emozionato, perdemmo uno a zero Un anno, comunque, positivo sotto ogni punto di vista, in un ambiente di amici, con due allenatori, Bassi prima e poi Rossi, che mi hanno aiutato entrambi parecchio. E adesso rieccomi qui, a fare la spola tra caserma e Juve: quest’anno, certo non sarà facile combinare qualcosa di buono, ma ci proverò con il massimo impegno. La mia esperienza in serie B è stata molto interessante. Mi ha, credo, insegnato parecchie cose che mi torneranno utilissime. Per esempio, ho imparato a marcare stretto, a non concedere tregua all’avversario diretto. Ho sempre giocato da mediano-mezz’ala; per la verità, l’anno scorso, per ragioni tattiche particolari, venivo anche impiegato come finta ala, ma la sostanza era sempre la stessa. Adesso che mi ricordo, mi hanno anche fatto giocare terzino. Insomma, non fa molta differenza: purché mi si diano compiti di marcatore. Devo moltissimo al signor Bizzotto: ho imparato da lui tutte le nozioni fondamentali per diventare un calciatore». Quell’anno “Marco” mette insieme 4 presenze (una in Coppa Uefa contro gli scozzesi dell’Hibernian e 3 in Coppa Italia) e poi viene dato in prestito al Novara. Dopo due ottimi campionati in azzurro, entra a far parte della rosa di quella meravigliosa squadra che, nel 1976-77, conquista lo scudetto con 51 punti e vince la Coppa Uefa. Quella Juventus è una compagine fortissima e completa in ogni reparto; è evidente che per Marchetti, non è facile emergere fra tutti quei campioni. Così, dopo le 16 presenze messe insieme in quella stagione, Alberto comincia una lunga carriera che lo vede sempre titolare inamovibile in qualsiasi squadra giochi. Marchetti, ha avuto la sfortuna di trovarsi alla Juventus nel momento sbagliato; si capiva che era un ottimo calciatore, ma in quella Juventus non avrebbe mai potuto giocare, perché Furino, Benetti e Tardelli erano fuori portata per il 99% dei centrocampisti del tempo (nel mondo, non solo in Italia). A Cagliari disputò diverse eccellenti stagioni, al punto che Riva, allora dirigente della squadra isolana, lo definì il nuovo Benetti; probabilmente un’esagerazione, ma sicuramente, nel suo ruolo, era uno dei primi cinque italiani. Centrocampista centrale, buon incontrista, senso tattico sviluppato, discreta visione di gioco, dinamico; tutte qualità che lo portarono, in ben 17 anni di onorata carriera, a disputare oltre 500 presenze da professionista. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/alberto-marchetti.html
  19. ALBERTO MARCHETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Marchetti_(1954) Nazione: Italia Luogo di nascita: Montevarchi (Arezzo) Data di nascita: 16.12.1954 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 78 kg Nazionale Italiano B Soprannome: - Alla Juventus dal 1973 al 1975 e dal 1976 al 1977 Esordio: 16.05.1973 - Coppa Italia - Juventus-Reggiana 1-1 Ultima partita: 26.06.1977 - Coppa Italia - Lecce-Juventus 1-1 21 presenze - 0 reti 2 scudetti 1 coppa Uefa Alberto Marchetti (Montevarchi, 16 dicembre 1954) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Alberto Marchetti Marchetti al Cagliari nel 1979 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1991 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1973-1974 → Arezzo 17 (1) 1974-1975 Juventus 0 (0) 1975-1976 → Novara 32 (7) 1976-1977 Juventus 21 (0) 1977-1983 Cagliari 185 (19) 1983-1984 Udinese 24 (1) 1984-1987 Ascoli 74 (1) 1987-1990 Novara 89 (14) 1990-1991 Corbetta 23 (0) Nazionale 1983-1984 Italia B 5 (0) Carriera da allenatore 1992-1993 Juventus Domo 1993-1994 Montevarchi 1995-1996 Corbetta 1999 Novara 2002-2004 Brindisi 2008-2009 Borgomanero Carriera Dopo due stagioni con la Primavera della Juventus, e due campionati in prestito in Serie B prima all'Arezzo (stagione 1973-1974) e poi al Novara (annata 1975-1976), entra a far parte della rosa dei bianconeri, squadra in cui esordisce in Serie A il 10 ottobre 1976 in Juventus-Genoa (1-0), e con cui nella stagione 1976-1977 partecipa da rincalzo alle vittorie dello scudetto-record dei 51 punti e della Coppa UEFA. Dopo le 6 presenze messe insieme in quell'annata, comincia una carriera che lo vede sempre titolare nelle squadre successive; sei stagioni al Cagliari durante le quali realizza complessivamente 19 reti, un anno all'Udinese e tre all'Ascoli, per un totale di 283 presenze nei soli incontri di campionato. In carriera ha centrato due promozioni in massima serie, con i sardi nella stagione 1978-1979 e con i marchigiani nell'annata 1985-1986. A trentatré anni ritorna a Novara, in Serie C2. In carriera ha totalizzato complessivamente 185 presenze e 10 reti in Serie A, e 153 presenze e 19 reti in Serie B. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1971-1972 Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1974-1975, 1976-1977 Campionato italiano di Serie B: 1 - Ascoli: 1985-1986 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Coppa Mitropa: 1 - Ascoli: 1986-1987
  20. DINO ZOFF https://it.wikipedia.org/wiki/Dino_Zoff Nazione: Italia Luogo di nascita: Mariano del Friuli (Gorizia) Data di nascita: 28.02.1942 Ruolo: Portiere Altezza: 182 cm Peso: 78 kg Nazionale Italiano Soprannome: SuperDino Alla Juventus dal 1972 al 1983 Esordio: 27.08.1972 - Coppa Italia - Juventus-Foggia 3-0 Ultima partita: 25.05.1983 - Coppa dei Campioni - Amburgo-Juventus 1-0 476 presenze - 348 reti subite 6 scudetti 2 coppe Italia 1 coppa Uefa Campione del mondo 1982 con la nazionale italiana Campione d'Europa 1968 con la nazionale italiana Allenatore della Juventus dal 1988 al 1990 104 panchine - 53 vittorie - 34 pareggi - 17 sconfitte 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Dino Zoff (Mariano del Friuli, 28 febbraio 1942) è un ex calciatore, allenatore di calcio e dirigente sportivo italiano, di ruolo portiere. È stato campione d'Europa nel 1968 e campione del mondo nel 1982 con la nazionale italiana, che ha anche allenato dal 1998 al 2000. Considerato uno dei più grandi portieri nella storia del calcio, ha legato la propria attività calcistica principalmente alla Juventus, militandovi per undici anni a cavallo degli anni 1970 e 1980, senza mai saltare una partita di campionato; con i bianconeri ha collezionato 476 presenze (330 in Serie A), vincendo sei campionati italiani, due Coppe Italia e una Coppa UEFA, e ha disputato due finali di Coppa dei Campioni e una di Coppa Intercontinentale. Insieme al libero Gaetano Scirea e ai terzini Claudio Gentile e Antonio Cabrini, suoi compagni alla Juventus e in nazionale, Zoff ha costituito uno dei migliori reparti difensivi nella storia della disciplina. Ritiratosi dall'attività agonistica, ha intrapreso la carriera di allenatore, divenendo nel 1990, alla guida della Juventus, il primo tecnico capace di conquistare la Coppa UEFA dopo averla vinta da calciatore. Con la nazionale italiana ha preso parte a due campionati d'Europa (Italia 1968 e Italia 1980) e a quattro campionati del mondo (Messico 1970, Germania Ovest 1974, Argentina 1978 e Spagna 1982), ottenendo inoltre, come commissario tecnico degli azzurri, il secondo posto al campionato d'Europa 2000. Il successo al campionato mondiale 1982, conseguito all'età di quarant'anni – peraltro come capitano dell'Italia –, lo ha reso il vincitore più anziano nella storia della competizione nonché l'unico giocatore italiano ad aver ottenuto, a livello di nazionale, sia il titolo di campione d'Europa sia di campione del mondo. Sempre in azzurro detiene il record mondiale d'imbattibilità per squadre nazionali, non avendo subito reti per 1142 minuti consecutivi. È stato a lungo il giocatore con più partite disputate in Serie A e nella nazionale italiana – avendo totalizzato rispettivamente 570 e 112 presenze –, prima di essere superato in entrambe le voci statistiche da Paolo Maldini (nel 2000 relativamente alle apparizioni in maglia azzurra, nel 2005 per quanto concerne il massimo campionato italiano). Più volte candidato al Pallone d'oro, sfiorò la vittoria nel 1973, classificandosi secondo alle spalle di Johan Cruijff. Occupa la 47ª posizione nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata dalla rivista World Soccer. Nel 2004 è stato incluso nel FIFA 100 e annoverato fra le Leggende del calcio del Golden Foot; nello stesso anno, in occasione dei UEFA Jubilee Awards, è stato indicato dalla FIGC quale miglior giocatore italiano del cinquantennio precedente, risultando inoltre 5º – primo fra gli italiani – nell'UEFA Golden Jubilee Poll. È entrato a far parte della Hall of Fame del calcio italiano tra i Veterani e della Walk of Fame dello sport italiano tra le Leggende, rispettivamente nel 2012 e nel 2015. Dino Zoff Zoff alla Juventus nel 1972 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 22 giugno 1983 - giocatore 29 maggio 2005 - allenatore Carriera Giovanili 19??-1956 Marianese 1956-1961 Udinese Squadre di club 1961-1963 Udinese 40 (-54) 1963-1967 Mantova 131 (-111) 1967-1972 Napoli 143 (-110) 1972-1983 Juventus 476 (-348) Nazionale 1963-1964 Italia U-21 3 (-2) 1968-1983 Italia 112 (-84) Carriera da allenatore 1983-1984 Juventus Portieri 1985-1986 Italia Coll. tecnico 1986-1988 Italia olimpica 1988-1990 Juventus 1990-1994 Lazio 1997 Lazio 1998-2000 Italia 2001 Lazio 2005 Fiorentina Palmarès Mondiali di calcio Argento Messico 1970 Oro Spagna 1982 Europei di calcio Oro Italia 1968 Argento Belgio-Paesi Bassi 2000 Giochi del Mediterraneo Oro Napoli 1963 Biografia Sposato con Annamaria, conosciuta a Mantova durante il periodo di militanza nella locale squadra virgiliana, la coppia ha un figlio, Marco (1973), e due nipoti; si professa cattolico. Caratteristiche tecniche Giocatore «Non mi sono mai considerato migliore di qualcuno. Sono arrivato a 41 anni giocando sempre ad alto livello perché ho badato solo a me stesso, a migliorarmi giorno per giorno.» (Dino Zoff, 1989) Zoff difende la porta della nazionale italiana al campionato d'Europa 1980: il senso del piazzamento tra i pali fu tra le sue migliori qualità. Estremo difensore di sicura affidabilità e freddezza, Zoff si distingueva per il notevole senso del piazzamento, la sicurezza nelle uscite – sia alte che basse – e la sobrietà negli interventi, finalizzati più all'efficacia che alla spettacolarità: significative in tal senso l'attitudine a bloccare il pallone quando possibile, anziché respingerlo, e la preferenza per uniformi da gioco scarsamente appariscenti, utili a non evidenziare la sua posizione tra i pali. Atleta dotato di grande personalità, considerato un leader silenzioso, ha mantenuto un'eccellente condizione fisica per tutta la carriera, confidando nella possibilità di migliorarsi costantemente: la vittoria del campionato del mondo 1982 all'età di 40 anni e i 332 incontri disputati consecutivamente in Serie A sono due imprese ineguagliate. Prima che Gianluigi Buffon iniziasse a godere di altrettanta considerazione, al punto da alimentare dibattiti su chi sia stato il migliore dei due, Zoff è stato ritenuto in modo pressoché unanime il più grande portiere della storia del calcio italiano. Allenatore «Moltissimi allenatori sono pronti a dichiarare "questa è la mia squadra" quando vince e a rinnegarla con altrettanta disinvoltura quando perde. Io no: è mia in entrambi i casi.» (Dino Zoff, 1989) Una volta sedutosi in panchina Zoff ha proposto un calcio affine alla cosiddetta zona mista, ovvero una miscela tra lo storico gioco all'italiana e le innovazioni zoniste introdotte a cavallo degli anni 1970 e 1980. In questo senso è stabilmente ricorso a difese basate su un tradizionale libero, al quale tuttavia chiedeva anche di impostare l'azione nonché comandare la retroguardia, variando all'occorrenza sul gioco a zona. In linea generale è stato un allenatore che rifuggiva da schemi e moduli predefiniti, poiché convinto che la tattica passasse in secondo piano davanti al rapporto umano tra un tecnico e i suoi calciatori. Carriera Giocatore Club Udinese Zoff (secondo da destra) con l'Udinese nel 1962, impegnato sul campo della Juventus: i torinesi giocarono in maglia nera sicché Zoff, per evitare confusione, si fece prestare dai colleghi juventini la loro maglia bianca dell'epoca. Cresciuto nella Marianese, dopo una prima bocciatura a 14 anni ai provini con Inter e Juventus a causa della bassa statura (1,60 m circa), fu accettato in seguito dall'Udinese dopo che, grazie allo sviluppo (e, secondo lo stesso Zoff, all'alimentazione impartitagli da sua nonna a base di uova), crebbe di ben 22 cm. Con la squadra friulana debuttò in Serie A il 24 settembre 1961, al Comunale di Firenze, battuto 2-5 dalla Fiorentina che si impose con due doppiette ciascuna di Milani e Hamrin e con una rete di Jonsson. L'anno successivo, dopo la retrocessione dell'Udinese in Serie B, Zoff divenne titolare della squadra, anche se le sue prestazioni giudicate non convincenti lo posero in lista d'uscita nonostante gli apprezzamenti dell'allora presidente del club, Dino Bruseschi, che lo difese sempre dalle critiche talora aspre ed era quindi restìo a cederlo. Mantova Zoff ritornò in Serie A nel 1963, anno in cui fu acquistato dal Mantova per una cifra intorno ai 20 milioni di lire. Inizialmente designato a riserva dell'altro neoacquisto, il più esperto e sulla carta più affidabile Attilio Santarelli, già nel suo primo campionato in Lombardia il più giovane Zoff riuscì ben presto a sovvertire le gerarchie, conquistando le chiavi della porta virgiliana, grazie anche a un infortunio occorso a Santarelli a inizio stagione. Zoff (in basso) a difesa della porta del Mantova, in anticipo sull'interista Mario Corso, nella famosa sfida del 1º giugno 1967 che a posteriori segnò la fine della Grande Inter. Disputò in biancorosso 131 partite nell'arco di quattro stagioni: l'ultima da lui giocata allo stadio Danilo Martelli fu quella del 1º giugno 1967, la famosa Mantova-Inter (1-0) che a posteriori sancì il tramonto della Grande Inter. Nell'estate seguente, per Zoff ci fu il passaggio al Napoli e il debutto in nazionale. Napoli Nell'estate 1967 Zoff sembrava destinato a trasferirsi al Milan, con cui aveva raggiunto un'intesa di massima; tuttavia, l'affare saltò in extremis, con la squadra milanese che finì per ingaggiare Fabio Cudicini. Alla mezzanotte dell'ultimo giorno di calciomercato, Zoff si trasferì quindi al Napoli per 120 milioni di lire più il cartellino di Claudio Bandoni, grazie all'aiuto di Alberto Giovannini, direttore del quotidiano Roma allora di proprietà di Achille Lauro, quest'ultimo patron anche del club azzurro; il giornalista, con l'aiuto di Bruno Pesaola e all'insaputa di Lauro, finse infatti di essere il presidente della squadra. Zoff (a destra) e Antonio Juliano in una pausa d'allenamento con il Napoli In Serie A difese la porta dei partenopei per 143 incontri, scendendo in campo ininterrottamente dal debutto del 24 settembre 1967 (Napoli-Atalanta 1-0, prima giornata del campionato 1967-1968), alla sconfitta del 12 marzo 1972 (0-2 contro l'Inter, ventunesima giornata del campionato 1971-1972); pochi giorni dopo quest'ultimo incontro subì un infortunio al malleolo in allenamento, che interruppe la sua striscia di partite consecutive tenendolo fuori per 7 incontri, fino alla penultima giornata. Durante la sua militanza nel club campano stabilì due record: nella stagione 1970-1971 concesse solo 18 gol in 30 partite, riuscendo inoltre a mantenere la porta inviolata per le prime sei giornate, capitolando solo dopo 590', alla settima giornata, contro l'interista Jair. Concluse la sua esperienza nel Napoli disputando la finale della Coppa Italia 1971-1972, persa 2-0 contro il Milan. Juventus Zoff (a sinistra) alla Juventus nel 1975, con il suo storico dodicesimo Massimo Piloni. Nell'estate 1972, in una fase storica in cui il club partenopeo necessitava di essere svecchiato a livello di rosa e riorganizzato a livello economico, il trentenne Zoff, ormai considerato tra gli estremi difensori più forti della sua generazione, venne ingaggiato dalla Juventus nell'ambito di un cospicuo scambio di cartellini sull'asse Napoli-Torino che coinvolse, tra gli altri, il più giovane ma anche più incostante Pietro Carmignani, da cui il friulano ereditò le chiavi della porta bianconera. Negli anni in Piemonte, Zoff si renderà protagonista di una notevole costanza di rendimento, tant'è che fino alla fine della stagione 1982-1983 non avrebbe più saltato una partita di campionato. Ai bianconeri sono legate tutte le sue vittorie con squadre di club, tanto come giocatore quanto, successivamente, come allenatore: in undici stagioni vinse per sei volte il titolo di campione d'Italia (1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981 e 1981-1982), due Coppe Italia (1978-1979 e 1982-1983) e una Coppa UEFA (1976-1977, primo successo europeo della società torinese). Zoff, tra Causio e Furino, festeggia la vittoria della Juventus nella Coppa Italia 1978-1979. La sua attività, al termine della stagione 1982-1983, si concluse di fatto con la finale di Coppa dei Campioni (cui la Juventus era giunta imbattuta), persa ad Atene contro i tedeschi dell'Amburgo, il 25 maggio 1983. Nei giorni seguenti il portiere friulano ufficializzò il suo prossimo ritiro, chiedendo e ottenendo che per l'ultimo impegno stagionale della squadra bianconera, la doppia finale di Coppa Italia contro il Verona che gli varrà l'ultimo trofeo della carriera agonistica, la maglia da titolare venisse affidata al suo secondo Luciano Bodini. Durante i suoi anni alla Juventus, Zoff stabilì alcuni primati degni di nota: nel corso della stagione 1972-1973 mantenne la propria porta inviolata per 903', superando i precedenti 792' di Mario Da Pozzo e stabilendo così l'allora record d'imbattibilità nella Serie A a girone unico – un primato poi superato dai 929' di Sebastiano Rossi nel campionato 1993-1994 –; nell'annata 1981-1982 subì solo 14 reti, record societario per i bianconeri; inoltre, nelle undici stagioni disputate in maglia juventina non saltò mai una partita di campionato, scendendo in campo per 330 incontri consecutivi. Da destra: Zoff nel 1981, insieme al tecnico Giovanni Trapattoni e al presidente Giampiero Boniperti, in una puntata della Domenica Sportiva celebrativa del 19º scudetto juventino. Complessivamente, toccò la soglia delle 570 presenze in Serie A, un traguardo che lo renderà il giocatore con più apparizioni nel massimo campionato italiano fino al 2005, quando verrà scavalcato da Paolo Maldini; limitatamente al proprio ruolo, manterrà il primato per un ulteriore anno, oltrepassato da Gianluca Pagliuca nel 2006. Nazionale Nazionali giovanili I primi approcci di Zoff con l'azzurro avvennero nelle rappresentative giovanili. Nel 1963, senza maturare presenze, fece da dodicesimo a Rino Rado nella nazionale «probabili olimpici» – una rappresentativa Under-21 ante litteram – che vinse la medaglia d'oro al torneo calcistico dei IV Giochi del Mediterraneo di Napoli. L'esordio in maglia azzurra arrivò il 20 novembre dello stesso anno ad Ankara, stavolta con la nazionale giovanile olimpica – una rappresentativa creata ad hoc onde eludere lo status dilettantistico all'epoca richiesto dal Comitato Olimpico Internazionale –, in occasione della sfida contro i pari età turchi (2-2) valevole per le qualificazioni al torneo di Tokyo 1964: pur ottenendo nei mesi seguenti l'accesso alla fase finale, l'anno dopo Zoff e i suoi compagni di nazionale si videro preclusa la partecipazione all'Olimpiade nipponica, una volta emerso il succitato problema di una carriera professionistica già in essere per parte di loro. In totale, con la rappresentativa giovanile raccolse 3 presenze nel biennio 1963-1964. Nazionale maggiore 1968-1974 Zoff (in piedi, secondo da sinistra) con l'Italia scesa in campo nella vittoriosa finale del campionato d'Europa 1968. Zoff ricevette la prima convocazione in nazionale maggiore a 26 anni, durante le qualificazioni al campionato d'Europa 1968. L'Italia, giunta agli spareggi che avrebbero designato le quattro partecipanti alla fase finale del torneo, doveva ribaltare il 3-2 con cui la Bulgaria si era imposta nella gara di andata a Sofia; fino a quel momento il commissario tecnico azzurro, Ferruccio Valcareggi, aveva puntato su Enrico Albertosi come portiere titolare e su Lido Vieri come vice, ma degli infortuni occorsi a entrambi in prossimità della partita di ritorno costrinsero il selezionatore a ripiegare su Zoff e Roberto Anzolin, quest'ultimo già riserva di Albertosi al campionato del mondo 1966. Indeciso fino a poche ore dal fischio d'inizio su chi schierare, alla fine Valcareggi optò per il friulano, a suo dire perché «mi convinse il suo entusiasmo da debuttante», anche se non mancò chi parlò di un «omaggio alla geopolitica», con Zoff ritrovatosi a giocare praticamente «in casa» per via della sua militanza a Napoli, città scelta come sede della gara. Fatto sta che, il 26 aprile 1968 allo stadio San Paolo, il portiere si mostrò affidabile pur senza compiere grandi interventi, anzi stupendo i veterani della squadra per freddezza e lucidità messe in campo, e l'Italia ottenne la qualificazione imponendosi per 2-0. Nel giugno dello stesso anno, Zoff disputò da titolare la fase finale della competizione, al termine della quale l'Italia conquistò il primo titolo europeo della sua storia, battendo 2-0 la Jugoslavia nella ripetizione della finale, che si era conclusa 1-1; il portiere, i cui interventi nel primo atto della finale furono decisivi per mantenere la parità, sarà poi inserito nella squadra ideale del torneo. Zoff al ritorno in Italia dopo il deludente campionato del mondo 1974 L'ottimo europeo disputato garantì a Zoff, nonostante le sole 4 presenze al suo attivo, un posto da titolare per buona parte delle qualificazioni al campionato del mondo 1970 in Messico, ma nella fase finale del torneo le chiavi della porta furono nuovamente affidate ad Albertosi, fresco vincitore dello scudetto con il Cagliari e membro – insieme a Pierluigi Cera e Comunardo Niccolai, anch'essi convocati per il mondiale – di una linea difensiva che nel campionato appena concluso aveva concesso solo 11 reti, stabilendo un record. Zoff fece dunque da dodicesimo, assistendo dalla panchina al secondo posto dell'Italia, sconfitta in finale dal Brasile; pur senza mai polemizzare, definirà la sua esclusione dall'undici titolare «una grande sconfitta personale». Terminato il mondiale, Albertosi mantenne il posto da titolare per tutto il 1970, finché Zoff non lo scavalcò a partire dall'amichevole contro la Spagna del 20 febbraio 1971, divenendo stabilmente il nuovo numero uno azzurro: di lì in avanti, infatti, la sua titolarità non verrà più messa in discussione. Mancato l'accesso alla fase finale del campionato d'Europa 1972 (Zoff, infortunato, non poté scendere in campo nel quarto di finale perso contro il Belgio), sul finire dello stesso anno il portiere diede inizio a una striscia di imbattibilità che lo porterà a mantenere la porta inviolata per 1142 minuti – record assoluto per le nazionali di calcio –, da Italia-Jugoslavia del 20 settembre 1972 ad Haiti-Italia del 15 giugno 1974: quest'ultima fu la gara d'esordio del campionato del mondo 1974 in Germania Ovest, dove un'Italia alla fine di un ciclo fu eliminata al primo turno. 1974-1983 Zoff (in piedi, primo da sinistra) in una formazione azzurra del 1975 Terminata l'era Valcareggi, sostituito da Fulvio Bernardini il quale verrà poi affiancato da Enzo Bearzot, il 20 novembre 1974 Zoff indossò per la prima volta la fascia da capitano, in una partita contro i Paesi Bassi valida per le qualificazioni al campionato d'Europa 1976, cui l'Italia mancherà l'accesso come nell'edizione precedente; diverrà capitano a tutti gli effetti tre anni dopo, in seguito al ritiro dalla nazionale di Giacinto Facchetti. Con Bearzot promosso a unico CT, Zoff disputò quindi il campionato del mondo 1978 in Argentina, concluso al quarto posto; a seguito della sconfitta in semifinale per mano dei Paesi Bassi, che precluse agli azzurri l'accesso alla finale, Zoff fu duramente criticato da Gianni Brera a causa delle reti di Ernie Brandts e Arie Haan, realizzate con due tiri da lontano. Il campionato d'Europa 1980, con Zoff ancora titolare, vide l'Italia padrona di casa piazzarsi ancora al quarto posto, venendo sconfitta ai tiri di rigore dalla Cecoslovacchia nella finalina valida per la terza piazza; come già accaduto al termine dell'edizione 1968, Zoff verrà incluso nel team of the tournament. Il 17 ottobre 1981, nella gara contro la Jugoslavia valida per le qualificazioni al campionato del mondo 1982, eguagliò il record di presenze in nazionale, precedentemente stabilito da Facchetti con 94 incontri; lo supererà nel successivo impegno del 14 novembre contro la Grecia. Zoff (a destra), capitano degli azzurri, stringe la mano a Kevin Keegan prima della sfida contro l'Inghilterra a Euro 1980. L'ultima grande competizione disputata da Zoff con la maglia della nazionale fu il succitato mondiale 1982 in Spagna, una partecipazione che permise al portiere di stabilire alcuni primati: disputando il suo quarto torneo iridato eguagliò il record italiano di Enrico Albertosi e Gianni Rivera (poi pareggiato da altri giocatori e battuto nel 2014 da Gianluigi Buffon); nella partita d'esordio con la Polonia toccò inoltre la soglia delle 100 presenze in nazionale, risultando il primo italiano a riuscirci. Nel corso del torneo, il portiere azzurro offrì prestazioni di alto livello – che gli valsero la collocazione nell'All-Star Team del mondiale – e compì il suo intervento più famoso, da lui stesso considerato il più importante della propria carriera: nei concitati minuti finali della partita contro il Brasile, valida per l'accesso alla semifinale, Zoff fermò in presa sulla linea di porta un colpo di testa del difensore avversario Oscar, evitando una più rischiosa respinta e risultando decisivo per il successo italiano (3-2). Dopo la vittoriosa finale contro la Germania Ovest (3-1), l'11 luglio a Madrid, in qualità di capitano fu Zoff ad alzare il trofeo della Coppa del Mondo, stabilendo altri due record: divenne infatti, all'età di 40 anni, il più anziano vincitore della competizione nonché il primo e unico italiano ad aver vinto un mondiale e un europeo. Da sinistra: Zoff con Causio, il presidente della Repubblica Pertini e il selezionatore Bearzot al ritorno dal campionato del mondo 1982, con la Coppa del Mondo vinta. Il 29 maggio 1983, a 41 anni, Zoff scese in campo per l'ultima volta in azzurro, in Svezia-Italia (2-0) a Göteborg, sfida che coincise anche con l'ultima partita della sua carriera. Con 112 apparizioni (59 da capitano), Zoff è stato per 19 anni il detentore del record di presenze in nazionale, battuto da Paolo Maldini nel 2000. Allenatore e dirigente Gli inizi Alla fine della carriera agonistica Zoff rimase inizialmente alla Juventus, dove per la stagione 1983-1984 passò a ricoprire, all'interno dello staff tecnico di Giovanni Trapattoni, il ruolo di preparatore dei portieri: si occupò degli allenamenti della sua ex riserva Luciano Bodini e del neoacquisto Stefano Tacconi, quest'ultimo suo erede designato. Contemporaneamente, fuori dal campo prestò il suo nome per una linea di abbigliamento. Lasciò il club torinese nell'estate 1984, quando si vide precluso l'ingresso nello staff dirigenziale bianconero. Quindi nel gennaio 1985 entrò nei ranghi tecnici della FIGC, dapprima come collaboratore del commissario tecnico Bearzot, prendendo parte in questa veste al campionato del mondo 1986 in Messico, e dopodiché come selezionatore dell'Italia olimpica, che riuscì a qualificare nel 1988 ai Giochi della XXIV Olimpiade di Seul; qui gli azzurri, poi guidati in Corea del Sud da Francesco Rocca, chiuderanno il torneo olimpico al quarto posto. Juventus Zoff, tecnico della Juventus, posa con i trofei di Coppa UEFA e Coppa Italia dopo il double continentale della stagione 1989-1990. Zoff lasciò il ruolo di selezionatore della nazionale olimpica nel giugno 1988, nonostante il pass per Seul ottenuto, poiché già in predicato di dover cedere il ruolo a Rocca al termine del torneo a cinque cerchi; ciò per la mancata fiducia del presidente federale, Antonio Matarrese, intenzionato a demansionarlo a incarichi inerenti le nazionali giovanili, oltreché per alcuni dissapori con il successore di Bearzot sulla panchina della nazionale maggiore, Azeglio Vicini. Anticipata quindi la separazione dalla FIGC, venne richiamato dalla Juventus, ingaggiato stavolta come tecnico della prima squadra. Guidò i bianconeri per le successive due stagioni, entrambe terminate al quarto posto in campionato: mentre la prima annata si rivelò globalmente anonima, nella successiva Zoff riportò la squadra torinese ai vertici dopo alcuni anni altalenanti, centrando il double continentale Coppa Italia-Coppa UEFA, vinte rispettivamente contro il Milan di Sacchi e – nella prima finale europea tutta italiana – contro la Fiorentina. Il riassetto societario in atto ai vertici del club alla fine della stagione 1989-1990, già annunciato da alcuni mesi, portò tuttavia alla mancata conferma di Zoff in panchina nonostante le due coppe sollevate. Lazio In vista della stagione 1990-1991 il tecnico friulano assunse quindi la guida della Lazio dell'allora presidente Gianmarco Calleri, con la quale ottenne nei primi due campionati dei piazzamenti di metà classifica, per poi riportare al suo terzo anno biancoceleste la squadra romana nelle coppe europee, dopo quasi quindici anni, grazie al quinto posto ottenuto nella stagione 1992-1993. Zoff alla guida della Lazio nel 1992. Lasciata la panchina a Zdeněk Zeman al termine del campionato 1993-1994, rimase nell'organigramma biancoceleste passando contestualmente a ricoprire la carica di presidente, durante la gestione societaria del finanziere Sergio Cragnotti; mantenne la carica fino al 1998. Nel mezzo, nella seconda metà della stagione 1996-1997 assunse anche il doppio incarico di presidente e allenatore, dopo l'esonero di Zeman: i capitolini, che in quel momento occupavano la dodicesima piazza in classifica, sotto la conduzione di Zoff conclusero poi il campionato al quarto posto. Nazionale italiana A seguito dell'eliminazione dell'Italia ai quarti di finale del campionato del mondo 1998, nel luglio seguente Zoff fu chiamato a sostituire l'esonerato Cesare Maldini come commissario tecnico degli azzurri, con l'obiettivo di portare la nazionale al campionato d'Europa 2000. Pur con qualche passo falso nelle giornate conclusive, ottenne la qualificazione alla fase finale del torneo, promuovendo nel frattempo in pianta stabile in maglia azzurra elementi come Francesco Totti e Gianluca Zambrotta. Nell'estate 2000, sotto la guida di Zoff, all'europeo di Belgio e Paesi Bassi gli azzurri raggiunsero l'ultimo atto del torneo, dopo avere peraltro eliminato in semifinale gli Oranje padroni di casa ai tiri di rigore, in una stoica e sofferta partita rimasta da allora nell'immaginario del calcio italiano. Nella finale contro la Francia, dopo essere passati in vantaggio al 55', gli italiani furono raggiunti sul pari dai Bleus nei minuti di recupero, e poi battuti nei tempi supplementari al golden goal. Nei giorni seguenti la partita, Zoff fu apertamente criticato da Silvio Berlusconi, all'epoca leader di Forza Italia e presidente del Milan, il quale criticò pubblicamente il commissario tecnico per le sue scelte tattiche: in segno di protesta, Zoff reagì rassegnando le proprie dimissioni, «per dignità». Ritorno alla Lazio, Fiorentina Dopo essere tornato alla Lazio nel ruolo di vicepresidente, nel gennaio 2001 venne richiamato in panchina per subentrare al dimissionario Sven-Göran Eriksson: dopo una lunga serie di risultati utili consecutivi, a fine stagione ottenne un terzo posto, ma nella stagione seguente fu esonerato dopo poche settimane, causa un avvio sottotono, culminato nella sconfitta casalinga in Champions League contro i francesi del Nantes (1-3). Con 202 panchine, per i successivi diciannove anni è rimasto l'allenatore laziale con il maggior numero di presenze in competizioni ufficiali; tale record è stato superato nel 2020 da Simone Inzaghi. Quattro anni dopo, come sua ultima appendice della carriera di allenatore, nel campionato 2004-2005 ritornò in panchina con la neopromossa Fiorentina, subentrando in gennaio al posto dell'esonerato Sergio Buso: Zoff condusse la squadra viola alla salvezza, riuscendo ad avere la meglio nella volata finale su Bologna e Brescia. Al termine della stagione si ritirò definitivamente dal mondo del calcio. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 6 - Juventus: 1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1978-1979, 1982-1983 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Nazionale Giochi del Mediterraneo: 1 - Napoli 1963 Campionato d'Europa: 1 - Italia 1968 Campionato mondiale: 1 - Spagna 1982 Individuale Europeo Top 11: 2 - Italia 1968, Italia 1980 All-Star Team del mondiale: 1 - Spagna 1982 Nominato Golden Player per la FIGC (2004) Inserito nel FIFA 100 (2004) Inserito nelle "Leggende del calcio" del Golden Foot (2004) Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria Veterano italiano (2012) Inserito nella Walk of Fame dello sport italiano nella categoria Leggende (2015) Candidato al Dream Team del Pallone d'oro (2020) Allenatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Individuale Seminatore d'oro: 1 - 1990 Trofeo Maestrelli: 2 - 1992, 2001 World Manager of the Year: 1 - 2000 Onorificenze Grande Ufficiale Ordine al merito della Repubblica italiana «Di iniziativa del presidente della repubblica» — 2000 Commendatore Ordine al merito della Repubblica italiana «Di iniziativa del presidente della repubblica» — 1982 Collare d'oro al merito sportivo «Campione mondiale del 1982 (brevetto n. 719)» — 2017 Medaglia d'oro al valore atletico «Campione mondiale (brevetto n. 758)» — 1982 Medaglia d'argento al valore atletico «Campione europeo (brevetto n. 166)» — 1968 Riconoscimenti Il 2 ottobre 2003 ha ricevuto: Laurea Honoris Causa in Scienze motorie e sportive — Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale Nel maggio 2015, una targa a lui dedicata fu inserita nella Walk of Fame dello sport italiano a Roma, riservata agli ex atleti italiani che si sono distinti in campo internazionale.
  21. FERNANDO VIOLA Prodotto del vivaio bianconero, veste la maglia più importante a vent’anni e ci arriva in una giornata per concentrazione di eventi, anche atmosferici oltre che sportivi: il giorno nel quale la Juventus di Vycpálek capisce in pratica di potere e volere lo scudetto numero 14. 12 marzo ‘72, al Comunale contro il Bologna: Nando Viola, elemento di spicco della Primavera, è chiamato a rimpiazzare niente meno che Causio già detto Brazil, a sua volta investito dei panni di Haller. «Esordire in Serie A – dice Fernando – è il miglior modo per prepararsi alla maggiore età. Certo, entrare nella Juventus in questo momento decisivo del campionato, è un’impresa. Prometto comunque il massimo impegno. Ho un po’ di emozione, ma sono sicuro che in campo tutto passerà».Piove a dirotto su Torino, il campo è un vero acquitrino: la compagine bianconera gioca bene, crea occasioni ma sono i felsinei a portarsi in vantaggio con Perani. Sembra impossibile poter risalire la china, ma la Juventus è coriacea e non molla mai, proprio come il suo allenatore. Nel giro di due minuti, 71’ e 72’, Anastasi e Marchetti rovesciano la situazione e la “Vecchia Signora” conquista due punti preziosissimi per continuare a inseguire quel sogno chiamato scudetto.Così inizia la sua carriera juventina, non lunga ma nemmeno effimera e comincia in un modo che più bello non si potrebbe. Gran prova la sua, pur tra mille difficoltà contingenti. La grinta, il temperamento da veterano, abbinati a un tocco di palla che incanta la platea, definiscono l’atleta e il calciatore senza bisogno di altro. Il buon Vycpálek capisce immediatamente di avere a che fare con un cavallo di razza, ma non può né vuole bruciare il ragazzo, in un momento delicatissimo della stagione. Di Viola c’è bisogno, infortuni in serie costringono l’allenatore a rivoluzionare ogni domenica la formazione. Così, Viola torna in campo sette giorni dopo la vittoriosa, anche per merito suo, battaglia con il Bologna. Gioca a Napoli e conferma le cose buone intraviste la domenica prima.Nel derby che può essere decisivo per l’assegnazione dello scudetto, sostituisce nel corso della ripresa lo spento Novellini e sono altri applausi, anche se la squadra si fa superare dai granata, dopo essere passata in vantaggio. Torna a tempo pieno nella gara del rilancio, contro il Varese, poi Vycpálek estrae dal cilindro la soluzione vincente; avanza Cuccureddu a mezzala e Viola è costretto a guardare da semplice spettatore l’avvincente finale.C’è ancora qualche scampolo di calcio vero, con il girone finale di Coppa Italia e il buon Nando trova nuovamente spazio e consensi, giocando alla grande nella vittoriosa ancorché platonica gara interna con l’Inter.A luglio è destinato in prestito a Mantova, dove trova il modo di mettersi in bella evidenza, in un campionato duro e faticoso come la Serie B.«Non posso dire che l’anno passato a Mantova non mi sia servito a nulla. Certamente mi è stato utile per formarmi una personalità; credo anche di aver acquistato una capacità maggiore di reazione. Certo, tra la B e la A ho notato differenze davvero grandi, che in una certa misura non mi aspettavo. Il gran correre e l’alto grado di agonismo me li aspettavo, ma in misura minore: adattarsi alla nuova realtà è stato per me piuttosto duro, specialmente per via del clima infuocato e della durezza del gioco che ho ravvisato praticamente a ogni partita. Nel caso nostro, a Mantova ci si mise oltre tutto di mezzo la sfortuna, e le sconfitte in serie finirono per scuotere non soltanto la squadra, ma un po’ tutto l’ambiente, dai dirigenti ai tifosi. I rimedi non sempre portarono a dei progressi, e la retrocessione ne è stata la prova più evidente».Il ritorno in bianconero avviene nel 1973-74 e Viola ritrova un ambiente che praticamente non è mutato per niente: poche le facce nuove, immutati i traguardi, sempre i massimi. L’anticamera, stavolta, è più breve. Dopo un inizio incerto, la squadra trova la via del gioco e dei gol e, in quel momento, trova anche in Viola un’ottima soluzione alternativa a Cuccureddu e Capello.Nando debutta ai primi di dicembre e il suo arrivo coincide con la rotonda vittoria per 5-1 a spese del Verona; con la maglia di Capello, propizia almeno un paio dei 5 gol juventini e si distingue per la sua continuità di azione. In un’altalena di presenze e di ritorni in tribuna, Nando torna a far parlare di sé nel girone di ritorno; a Genova, contro i rossoblu, è tra i migliori in campo e nel big match di sette giorni dopo, contro il Milan, si rende pericoloso con conclusioni dalla distanza, che rivelano in lui doti niente affatto comuni.La migliore partita della stagione Nando la gioca a San Siro, contro l’Inter: in una giornata importantissima per la Juventus, costretta a vincere per non lasciare via libera alla Lazio capolista, Viola mette lo zampino in entrambe le reti con le quali Bettega dà la vittoria ai suoi e gioca a tutto campo, con il mestiere e la concretezza di un veterano.«È stato un 2-0 indimenticabile – racconta – in mezzo quel tripudio di bandiere bianconere, all’università del calcio italiano. Ma tutta la mia stagione è stata buona; dopo San Siro, credevo di aver chiuso, perché il titolare non ero io, ma l’indisponibilità di Capello prima e di Cuccureddu poi, mi hanno aperto le porte del campo».In chiusura di stagione, in Coppa Italia, c’è altra gloria per il ragazzo di Torrazza, che a Cesena gioca al fianco di un ragazzino, debuttante assoluto, di cui si sentirà più tardi parlare: un certo Paolo Rossi. Scontata, naturalmente, la conferma di Viola per la stagione successiva, il 1974-75. Un’annata ricca di impegni, che fatalmente darà ancor più spazio ai giovani valorosi che ruotano intorno all’undici di base.La duttilità di Nando non sfugge al nuovo allenatore Parola, che concede spesso fiducia a questo ragazzo dal fisico possente, dal passo di maratoneta, ma pure dotato di un controllo di palla invidiabile. Viola sa marcare e rifinire, è insomma quel prototipo di giocatore completo che la moda olandese di quei giorni non può che additare ad esempio.Il campionato e la Coppa Uefa esaltano spesso le doti di Viola, cui il clima infuocato dei mercoledì di coppa pare essere particolarmente adatto. Si rende protagonista assoluto e pure goleador, nella vittoriosa partita dei quarti di finale contro l’Amburgo; il suo gol è un capolavoro di tecnica e tempismo, con uno slalom inarrestabile concluso da una fiondata secca e irresistibile.«Il gol di Fernando Viola al dodicesimo minuto – scrive Franco Costa su “Stampa Sera” – è il gol della consacrazione per questo ragazzo che faceva sempre trenta e mai trentuno. Giocava bene ma non mordeva, non azzannava l’avversario e la palla, quindi, non arrivava neanche al gol. Ieri sera ha dato spettacolo, esibendosi nel primo tempo e sacrificandosi nella ripresa. Per Viola, piemontese purosangue di Torrazza, quella con l’Hamburger è una partita storica, perché può segnare l’inizio della sua carriera come grande calciatore. Viola in questi anni ha cercato di farsi strada fra centrocampisti come Capello, Causio, Furino, Cuccureddu. Chiuso in partenza. Gli restava qualche soddisfazione in allenamento, qualche sostituzione in coppa o in campionato. Alla gente piaceva, così pulito, ordinato ed estroso nel gioco, ma non poteva entusiasmarsi, perché inserito saltuariamente, quindi disadattato; e sembrava, a noi, che il ragazzo non sapesse soffrire L’avevamo visto una volta chiudere gli occhi per saltare di testa temendo di farsi male, forse, contro un avversario. Una brutta impressione, cancellata finalmente dalla vigorosa prova di ieri sera contro quei tedeschi che non perdonano la paura e i tentennamenti. Viola sembrava dovesse essere uno di quegli enfant-prodige che con il trascorrere degli anni si riducono a enfants. Invece il ragazzo si è fatto evidentemente uomo, è migliorato in silenzio, lontano dalle attenzioni di molta gente e la partita di ieri sera si spiega. Per giocare come ha giocato ieri sera Fernando bisogna essere campioni. Questo è scontato. Non si improvvisa, né si inventa nulla nel calcio. Proprio perché esaminato e criticato in passato, la prova contro l’Hamburger stabilisce dimensioni esatte per il centrocampista di Torrazza al punto che oggi qualche intoccabile centrocampista della Juventus si chiede se quel Viola non rappresenta un rischio per il posto di titolare. Fernando non si chiede niente. Va bene cosi e sostituirà lo squalificato Causio domenica prossima. Neppure ieri sera si chiedeva qualcosa. Soltanto teneva sottolineare che forse aveva dimostrato di non essere un bluff e che la fioritura di un Viola per la prossima primavera è anche una garanzia per lo scudetto della Juventus».In campionato, la sua giornata di maggior fulgore coincide con il risultato più eclatante conquistato dalla squadra bianconera, quel 6-2 inflitto al Napoli sul proprio terreno. Una delle 6 marcature porta la firma dì Viola e non per caso, perché Nando è uno dei migliori in campo. Con una quindicina di gettoni di presenza, complessivamente tra campionato e coppa europea, Viola si consegna agli archivi di quella stagione con un ruolo tutt’altro che di secondo piano.Purtroppo per lui, i piani di ristrutturazione della società, in vista di un nuovo tentativo di scalata ai massimi traguardi italiani ed europei, prevedono anche il suo sacrificio. L’avventura bianconera di Nando Viola termina qui, dopo tre stagioni in prima squadra e un bel po’ di soddisfazioni, culminate nel contributo dato alla conquista di due scudetti. Quanto basta per farsi ricordare con grande simpatia.VLADIMIRO CAMINITICome è duro per un torinese arrivare a giocare in prima squadra, anche fornito di tutto, quadrato come un lottatore, simpatico e coi riccioli, se non si possiede il concetto del gioco corale, ci si appassiona del pallone, si amano le sgroppate e i tiri impossibili, non si partecipa con l’ispirazione giusta. Viola studente in lingue, uscito dal vivaio e malviso al suo primo maestro per ragioni private, ebbe nella Juve uno sbocco e cercò di imporsi. Giocò una grandiosa partita in Coppa Uefa contro l’Amburgo con un gol da campione, ma per il campionato ‘75-76 fu ceduto al Cagliari.Nenè vecchio, Riva acciaccato, Niccolai declinante, Vecchi con una mano a pezzi, campionato rovinoso e per il sardo Tiddia, quel bianconero aveva poco nerbo e troppa lingua, meglio altri. Girovagare è il suo destino e viene ceduto alla Lazio allenata dal mister ombroso Vinicio. Subito dichiara di dover giocare per diritto di classe e Vinicio lo lascia fuori. In realtà, è difficile afferrare il nocciolo della personalità strategica di questo attaccante, che scatta a testa bassa, che ha momenti deliziosi, che alla fine ti lascia perplesso perché ha aspettato più di accorrere, ha eseguito più di intuire. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/fernando-viola.html
  22. FERNANDO VIOLA https://it.wikipedia.org/wiki/Fernando_Viola Nazione: Italia Luogo di nascita: Torrazza Piemonte (Torino) Data di nascita: 14.03.1951 Luogo di morte: Roma Data di morte: 05.02.2001 Ruolo: Centrocampista Altezza: 174 cm Peso: 77 kg Soprannome: Nando Alla Juventus dal 1971 al 1972 e dal 1973 al 1975 Esordio: 15.09.1971 - Coppa Uefa - Marsa-Juventus 0-6 Ultima partita: 22.06.1975 - Coppa Italia - Juventus-Milan 2-1 50 presenze - 7 reti 2 scudetti Ferdinando Viola – detto Fernando – (Torrazza Piemonte, 14 marzo 1951 – Roma, 5 febbraio 2001) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Ferdinando Viola Viola (a destra) alla Juventus nel 1974, in allenamento al Campo Combi assieme a Silvio Longobucco. Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1986 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1971-1972 Juventus 4 (0) 1972-1973 → Mantova 36 (2) 1973-1975 Juventus 46 (7) 1975-1976 Cagliari 28 (3) 1976-1977 Lazio 19 (2) 1977-1978 → Bologna 18 (1) 1978-1982 Lazio 102 (10) 1982-1984 Genoa 41 (1) 1984-1985 Barletta 32 (3) 1985-1986 Subiaco ? (?) Carriera Viola (sullo sfondo) alla Lazio, assieme al perugino Pierluigi Frosio, nella stagione 1981-1982. Cresciuto calcisticamente nella Juventus, vi milita per tre stagioni senza esser mai titolare; in mezzo, una stagione in prestito al Mantova in Serie B, conclusa con la retrocessione dei virgiliani in Serie C. Successivamente passa per un anno al Cagliari, prima di accasarsi alla Lazio nelle cui file gioca per cinque stagioni (tre in massima serie e due in cadetteria) e dove resta fino al 1982, con la parentesi di una stagione al Bologna. Inizialmente coinvolto nel 1980 nello scandalo del Totonero, Viola non subisce squalifiche come giocatore e segue la Lazio retrocessa d'ufficio in serie cadetta, restando con le Aquile altre due annate. Ritrova la massima serie nell'estate del 1982 trasferendosi al Genoa, dove rimane per due stagioni, la seconda delle quali conclusa con la retrocessionedella formazione ligure. Termina quindi la carriera professionistica tra le file del Barletta, scendendo in Serie C1. Successivamente disputa la sua ultima annata calcistica, quella 1985-1986, con la squadra dilettantistica dell'ASC Subiaco. Dopo il ritiro Muore a Roma all'etá di cinquant'anni, vittima di un incidente stradale nel quartiere dei Parioli mentre è alla guida del suo scooter. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1971-1972, 1974-1975
  23. ADDIO A SILVIO LONGOBUCCO. 2 aprile 2022
  24. SILVIO LONGOBUCCO «Difficile inquadrare questo giovinotto, persuaderlo che non avesse nemici come ostinatamente credette fin dal suo affacciarsi nella Juve scudettata del pacioso boemo. Quanto lungo il passo da Terni romita a Torino austera e crudele; e l’emulazione, lotta al coltello tra sorrisi e mugugni con i colleghi per il posto in squadra, lo vide sconfitto. Terzino con sinistro e scatto rapace, saprà recuperare moderando gli impulsi nativi. Curando il destro attingerà la completezza tecnica», così lo descriveva il sommo Vladimiro Caminiti.Nasce a Scalea, in provincia di Cosenza il 5 giugno del 1951: «Il pallone era il mio sogno, tanto che a 15 anni mi beccai una squalifica, perché non avevo l’età per giocare in Prima Categoria. Arrivare in Serie A era il mio desiderio, ma la verità è che ho fatto una fatica tremenda a stare lontano dalla mia terra. A 14 anni mi prese il Torino e mi mandò ad Asti. Dopo 9 giorni era già sul treno per la Calabria. La nostalgia mi ha divorato. Anche quando sono andato alla Ternana».Nella squadra umbra gioca ottime partite; schierato da terzino o da stopper, è implacabile a marcare l’attaccante di turno: «Mi ricordo ancora il primo provino, una mezza comica. Da bravo ragazzo del Sud mi ero portato le scarpette con la suola in gomma. Da noi si giocava su campi in terra battuta, erba nemmeno a parlarne. Invece a Terni il campo era verdissimo. Non stavo in piedi. Ogni volta che dovevo fare uno scatto lasciavo delle buche per terra. Dopo venti minuti qualche anima pia mi procurò un paio di scarpe con i tacchetti. Il provino andò bene. Ma nel primo mese tentai per tre volte di scappare. Poi mi sono rassegnato. Alla Ternana sono rimasto due stagioni. Ho giocato tantissimo tra De Martino e Prima Squadra. Ma il desiderio era sempre di tornare a casa».Poi, arriva la chiamata della Juventus: «Ed io lo seppi dalla radio! Sembra incredibile, ma è cosi. Stavo facendo il CAR (periodo di addestramento militare) a Orvieto, ma mi trovavo all’ospedale militare di Perugia. Dovevo andare al Vicenza. La Ternana aveva fatto tutto con Romeo Anconetani che a quel tempo faceva il mediatore. E invece ecco la Juventus! Gioia mista a tanta paura. Un po’ per tutto. Dal lato professionale, perché non mi sentivo ancora all’altezza della Juve. E poi perché andavo dalla parte opposta della Calabria. Il primo mese bianconero l’ho passato da imboscato. Sono stato l’oggetto misterioso della Juve per qualche settimana. Ho sfruttato una serie di coincidenze per ritardare il mio arrivo a Torino. Devi sapere che la Ternana non aveva detto nulla alla Juve che ero militare. Chissà, forse credevano che questo avrebbe potuto ostacolare il trasferimento. E allora si inventarono che stavo in villeggiatura in un imprecisato campeggio con amici. Ho saputo dopo che i dirigenti juventini mi hanno cercato dappertutto. E quando mi hanno trovato hanno scoperto la verità».È appena stata costituita la squadra che promette sfracelli, ci sono già i Bettega e i Furino, i Causio e i Morini, i Cuccureddu e i Capello. Non c’è ancora Zoff, ma sarà questione di poco. Longobucco deve fare anticamera ma non ci sono problemi; Vycpálek si accorge subito che c’è del talento in questo ragazzo dal cognome scorbutico come il suo destro, essendo, nel piede mancino, riposte tutte le velleità di successo. Carmignani portiere, Spinosi e Marchetti terzini, Morini stopper. Non c’è spazio, chiaramente, nell’undici di partenza, per Ossobuco – come lo chiama Haller non riuscendo a pronunciare il suo cognome – ma a Silvio la pazienza non manca. La Juventus va avanti per la sua strada, inanellando partite capolavoro e risultati da primato. Il campionato si gioca in volata e, nella volata, entra in scena anche Silvio Longobucco.Fatalità, un pizzico di fortuna, che quasi sempre è unita a un po’ di sfortuna altrui. Marchetti e Furino, dopo la vittoriosa partita con il Cagliari, sono squalificati; alla vigilia della delicatissima trasferta di Firenze, penultima giornata del torneo, Vycpálek si affida al ragazzo calabrese, che ha saputo attendere in silenzio, preparandosi con scrupolo in ogni allenamento come se fosse la finale di Coppa dei Campioni. È il 21 maggio 1972, data fatidica. La Fiorentina prima vince per un gol di Merlo e poi è raggiunta nella ripresa. Pareggio risicato, ma un punto d’oro. Longobucco non delude le attese; ci mette una grinta decisamente fuori dalla norma, conquista un po’ tutti, a cominciare dal mister più pacioso e ottimista che mai. Si merita la conferma, nella giornata di grande festa che si va preparando. 28 maggio 1972, Juventus-Vicenza: Longobucco esordisce di fronte al pubblico torinese, che è folla come da tempo non si vedeva. Migliaia di bandiere per lo scudetto numero 14, il Vicenza è liquidato e il nostro è ancora tra i migliori.Ossobuco è confermato nella Juventus, che tenta la grandiosa accoppiata campionato e Coppa Campioni: «C’era Zoff, un campione di serietà, anche troppo! Mentre noi avevamo già fatto la doccia, lui era ancora in campo ad allenarsi. Poi c’era Causio, la prima donna. Sempre impeccabile, da vero barone. Lui e Morini erano i protagonisti della sfida del pullman. Vinceva chi saliva per ultimo sul pullman. Il farsi attendere aumentava il prestigio! E poi c’era Haller, un gaudente. Si fece beccare durante una trasferta all’estero, perché lasciò le sue generalità all’ingresso di un night. I dirigenti lo presero quasi con le mani nel sacco. Ma che squadra, però. Tre scudetti in quattro anni!».Parte alla pari con gli altri titolari della difesa e, dunque, l’attesa sarà più breve e meno sofferta. 12 presenze al tirar delle somme, un discreto bottino. Ma c’è di più, c’è la Coppa dei Campioni, con le sue serate magiche. E il 7 marzo 1973, anche Silvio da Scalea trova un posticino, nella gara interna con l’Újpest Dósza. Altro esame superato a pieni voti, a conferma del talento e del temperamento del ragazzo. A Derby e nella finalissima di Belgrado contro l’Ajax ci sarà di nuovo spazio per lui. Purtroppo, per il buon Silvio, la sua immagine tramandata ai posteri è la tristemente e famosa capocciata di Rep che, dopo pochi minuti dall’inizio della finale, lo sovrasta, inventandosi una specie di pallonetto che beffa Zoff: «L’Ajax era fortissima, fu sbagliata la scelta di stare chiusi in ritiro per giorni interi dentro una vecchia fortezza. Rep ebbe grande fortuna, oltre ad essere stato scorretto. Mi tenne giù coni il braccio sinistro ed io non riuscì a saltare. Gol da annullare. Ma non andò così».Dopo la grande delusione, inizia la stagione 1973-74, sempre più difficile per la Juventus, incontrastata protagonista degli ultimi due scudetti e quindi osservata speciale dalla concorrenza. Longobucco trova spazio addirittura dalla prima giornata, che coincide con una stentata vittoria a spese del Foggia. Ormai, è pedina fondamentale nella retroguardia che ha in Zoff e nel tandem Morini e Salvadore i suoi cardini di classe ed esperienza. Giocando accanto a simili campioni, anche Longobucco migliora il suo bagaglio tecnico e affina il proprio senso tattico, rivelandosi difensore irriducibile nella marcatura stretta, ma anche capace di inventare divagazioni offensive, magari rifinite con il suo efficacissimo sinistro: «Difendevo e attaccavo. Coprivo tutta la fascia. E spingevo tantissimo. Ricordo sempre Oscar Damiani che mi implorava di non correre con la sua “R” moscia. Ho marcato anche Bettega. La prima volta che l’ho incontrato è stato in Ternana-Varese, campionato di B, stagione 1969-70. Era il giorno del mio esordio, arbitrava Concetto Lo Bello e la partita fu ripresa dalla TV. L’allenatore mi mise in marcatura su di lui. Dico solo una cosa: meglio averlo avuto come compagno Bettega. E l’ho apprezzato molto, sotto tutti i punti di vista, nonostante la sua fissa per Lucio Battisti. Ci faceva una testa così con le sue canzoni. Le sapeva tutte. Un martello».In una stagione meno prodiga di entusiasmi e soddisfazioni per l’ambiente bianconero, raggiunge ben 24 presenze in campionato, mentre il suo ruolino di marcia internazionale subisce forzatamente uno stop, per l’eliminazione patita dalla Juventus nel turno iniziale di Coppa Campioni.E siamo al 1974-75, nuovamente trionfante per la squadra affidata a Parola. Con l’arrivo di Gentile e Scirea, la retroguardia juventina aumenta il numero e la consistenza dei suoi uomini di talento e la concorrenza per il posto diventa agguerritissima. Longobucco non riesce, anche per questo motivo, a ripetere l’exploit della stagione precedente e deve accontentarsi di una decina di apparizioni.Quanto basta, comunque, per confermare appieno il suo valore, ormai confortato da un mestiere rifinito, occupando tutti i ruoli di marcatore, sia centrale sia di fascia: «Ufficialmente, andai via perché gli spazi in difesa si erano ridotti. Ma io, con il senno di poi, credo abbia inciso anche l’episodio del pugno dato a Gorin del Milan: Juve-Milan, marco Gorin che è il 7 dei rossoneri. Mi provoca per tutta la partita e mi dà un cazzotto non visto da nessuno. Io aspetto il momento giusto e mi vendico. Per sfortuna gli spaccai la faccia e dovette uscire in barella. In seguito mi scusai con lui, ma contro di me si scatenò una campagna di stampa dai toni vagamente antimeridionali o leghisti se preferite. Anche Gianni Brera non si risparmiò. La sera alla “Domenica Sportiva” ci fu un testa a testa con Bettega che prese le mie difese».La non breve vicenda bianconera di Silvio Longobucco si esaurisce qui. Oltre una sessantina di presenze in campionato, una manciata di gettoni in campo internazionale, E, soprattutto, tre scudetti. Un ritratto tutt’altro che sbiadito. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/silvio-longobucco.html
  25. SILVIO LONGOBUCCO https://it.wikipedia.org/wiki/Silvio_Longobucco Nazione: Italia Luogo di nascita: Scalea (Cosenza) Data di nascita: 05.06.1951 Luogo di morte: Scalea (Cosenza) Data di morte: 02.04-2022 Ruolo: Difensore Altezza: 175 cm Peso: 69 kg Nazionale Italiano B Soprannome: Ossobuco Alla Juventus dal 1971 al 1975 Esordio: 28.09.1971 - Coppa Uefa - Juventus-Marsa 5-0 Ultima partita: 29.05.1975 - Coppa Italia - Juventus-Inter 1-2 80 presenze - 1 rete 3 scudetti Silvio Longobucco (Scalea, 5 giugno 1951 – Scalea, 2 aprile 2022) è stato un calciatore italiano, di ruolo terzino. Silvio Longobucco Longobucco al Cagliari nel 1975 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 69 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1986 Carriera Squadre di club 1969-1971 Ternana 34 (0) 1971-1975 Juventus 80 (1) 1975-1982 Cagliari 172 (3) 1982-1983 Cosenza 24 (1) 1983-1986 Scalea ? (?) Nazionale 1973 Italia B 1 (?) Caratteristiche tecniche Attivo agonisticamente tra la fine degli anni 60 e l'inizio degli anni 80 del XX secolo, Longobucco si formò inizialmente come marcatore per poi trasformarsi in terzino sinistro, in grado di proporsi come cursore in appoggio al centrocampo. Il suo punto di forza era la velocità che gli permetteva di effettuare buoni recuperi. Carriera Giocatore Longobucco (a destra) entra in campo con la Juventus per la finale della Coppa dei Campioni 1972-1973 Cresciuto nella Ternana, nelle file dei rossoverdi Longobucco esordì da professionista in Serie B nel corso della stagione 1969-1970, al termine della quale collezionò 6 presenze. Dopo un'altra stagione a Terni in cui scese in campo in 28 occasioni, nell'annata 1971-1972 fu acquistato dalla Juventus. Con la squadra bianconera Longobucco esordì in Serie A il 21 maggio 1972, in occasione del pareggio esterno contro la Fiorentina (1-1); la settimana dopo scese in campo da titolare nel successo interno sul Lanerossi Vicenza (2-0) che vale ai piemontesi la vittoria dello scudetto. Nell'arco di quattro anni sotto la Mole totalizzò 80 presenze con la squadra torinese, realizzando un gol in Coppa Italia, vincendo tre scudetti (di cui due consecutivi) e partecipando fin dal primo minuto alla finale della Coppa dei Campioni 1972-1973 persa 0-1 a Belgrado contro gli olandesi dell'Ajax: il gol venne segnato da Johnny Rep che sovrastò in elevazione proprio lo stesso Longobucco. La stagione migliore sul piano personale rimase quella del 1973-1974, in cui l'allenatore Čestmír Vycpálek gli riservò spesso una maglia da titolare in campionato. Nell'estate del 1975 venne ceduto al Cagliari: una destinazione scelta dalla Juventus nonostante le richieste di piazze più blasonate, onde non favorire delle possibili rivali al titolo. Con i sardi giocò per quattro stagioni in A e tre in B, totalizzando 172 presenze e 3 reti, queste ultime tutte segnate in cadetteria. Chiuse la carriera professionistica in Serie C1 nella stagione 1982-1983 vestendo la maglia del Cosenza, con cui vinse una Coppa Anglo-Italiana, aprendo fra l'altro le marcature in occasione della vittoriosa finale contro il Padova disputata a Cosenza il 25 aprile 1983 (2-0). Seguì quindi un ulteriore triennio nella natìa Scalea, nelle file della locale squadra dilettantistica, prima del definitivo ritiro. Dopo il ritiro Al termine dell'attività agonistica tornò a vivere a Scalea, dove ricoprì anche l'incarico di assessore allo sport nella giunta comunale. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973, 1974-1975 Competizioni internazionali Coppa Anglo-Italiana: 1 - Cosenza: 1983
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