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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. ERCOLE RABITTI All’alba degli anni settanta – racconta Vladimiro Caminiti – è riuscito ad arrivare alla prima squadra un maestro di calcio come monsù Rabitti. Fu un momento di fortuna, magari, oltre che specialissimo nella storia della Juventus, alla caduta del presidente oratore Catella all’inizio del regno del geometra Boniperti come dirigente unico responsabile, ecco l’allenatore delle squadre minori, il piccolo sanguigno, dalle orecchiette caprine, dagli occhi azzurri smerigliati, Ercole Rabitti riceve la squadra all’uscita dalla scena dell’hidalgo appassionato Luis Carniglia e la guida per mesi con mano tecnica audace e sicura, con idee modernissime e preparazione atletica di squillante novità, meritandosi la considerazione pur di professional navigati come Helmut Haller. Gran momento oltre che per monsù, per il suo allievo prediletto Furino. Finalmente appagati e compensati, anche economicamente, i sacrifici di un maestro vero di calcio, nell’avviare, nell’educare, nel migliorare il calciatore in erba formandolo nel carattere oltre che nel fisico. Furino ha preso da lui, ha imparato i segreti del suo calcio. La parentesi di Rabitti allenatore della Juventus si esaurì con uno stratagemma della società. Improvvisamente, Rabitti accusò dolorini intercostali e l’opinione anche dei sanitari fu che un periodo di riposo gli facesse assai bene. Tanto più che su suggerimento di Italo Allodi, arrivava come allenatore per la stagione ‘70-71 Armando Picchi. Ma si intuiva già che la parentesi bianconera Boniperti-Allodi non era destinata a vita lunga. Allodi, personaggio alquanto spettacolare e di eccentrica vivacità mentale, non riusciva a legare con Boniperti soprattutto sul piano delle valutazioni tecniche. Rabitti giocatore aveva cominciato da ala destra e centravanti, diventando poi una mezzala. Aveva buone doti tecniche ma scarsa autonomia. Iniziò a giocare nell’Entella società giovanile torinese. Lavorava alla Fiat come disegnatore reparto autovetture e autocarri di Mirafiori sezione impiegati e ricorda quegli anni come una corsa sola a prendere tram sbocconcellando panini e saltando pasti. La passione era tanta e riuscì a colpire Berto Caligaris, il quale lo accompagnò dal gran dirigente Mazzonis cui disse testualmente: «“Questo ragazzino per me ha le doti a fior di pelle. Prendiamolo, non si può sbagliare”. E Mazzonis disse: “Cosa fa?” “Lavora alla Fiat” rispose Caligaris. E a me, Mazzonis chiese: “Quanto guadagni alla Fiat?” “450 lire al mese” ho risposto. “Alla Juve te ne daremo 600” rispose lui. “Non sono riuscito a dire di sì tanto ero contento...”». Di sé come allenatore della Juventus in quella esperienza cruciale del torneo 69-70 parla con rancore e quasi rabbia. Rancore e rabbia anche nei propri confronti, la considera la grande occasione non sfruttata della vita professionale. «Diciassette risultati utili consecutivi, con otto vittorie di seguito. Purtroppo bo preso in mano la squadra in un momento di trasformazione della società. Mi si dice che bo mancato di capacità psicologica. Certo oggi non ripeterei certi atteggiamenti». In realtà, Rabitti non riuscì a intendersi con Boniperti e non riuscì ad apprezzare Allodi. Fierissimo della sua parte tecnica di duca e stratega smarrì la calma operativa e non gli bastò avere lavorato sovranamente bene sul piano tecnico e della preparazione tecnica e atletica. Dovette dire addio alla sua Juventus e accasarsi al Torino come allenatore delle squadre minori. Il fatto di avere sempre lavorato con i ragazzi, modellandoli, plasmandoli, creandoli dal niente, lo fece apprezzare soltanto in campo e nei rapporti con i giocatori. Non compatendo i divi professional e pretendendo dai dorati pelandroni lo stesso impegno dei suoi ragazzi ebbe più di qualche pericoloso battibecco sedato a fatica dal presidente. Prigioniero del suo concetto di allenatore unico responsabile della parte tecnica non ammetteva né interessamenti di Boniperti alla stretta vicenda tecnica, né ingerenze di estranei. Una strana lacuna psicologica gli impediva serenità nei rapporti con gran parte della stampa e la radiotelevisione; né poteva pretendere di isolare la squadra attorno a se stesso monsù del calcio giocato con tecnica e sentimento. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” NOVEMBRE 1969 Ercole Rabitti è un juventino purosangue: nato a Torino il 24 agosto 1921, è entrato fin da ragazzo, quindici anni, a far parte della famiglia bianconera; dopo avere fatto la trafila nelle squadre giovanili, debuttò in prima squadra nel ruolo di centravanti, nel campionato 1940-41: avversaria la Sampdoria, che allora si chiamava Sampierdarenese: risultato 3 a 0, con un gol del «nostro». Dopo aver giocato sei partite come titolare, fu poi dato in prestito al Casale, quindi al Cuneo in serie B, allo Spezia, al Viareggio sempre nella serie cadetta. Nel 1948 fu ceduto al Como, dove, vincendo il campionato inferiore, tornò in serie A: tre anni nella squadra lariana e poi altrettanti al Fanfulla: ancora due campionati al Cecina e all’Anconitana, ed infine, nel 1959, epilogo della carriera come giocatore nell’Asti. La Juventus, che aveva stipulato con il Pordenone una convenzione per il prelievo di giovani calciatori, lo inviò nella città veneta come istruttore. L’anno dopo Rabitti è a Torino, dove gli viene affidato tutto il settore giovanile della Società, carica che manterrà per sei anni consecutivi, con un intermezzo (fine ‘64) nella prima squadra dopo la partenza di Monzeglio (due partite nella Coppa Città di Torino, con Dukla, Torino e Stella Rossa e una di Coppa Italia). Dopo avere svolto fino a pochi mesi fa il compito di osservatore, ai primi di agosto è di nuovo chiamato a dirigere i giovani bianconeri; e ora lo ritroviamo nuovamente come allenatore in prima. Conosciamo da parecchi anni Rabitti: è un trainer preparato, serio, che sa profondamente di calcio; intransigente nel lavoro e nella disciplina, riesce a spremere il meglio da ogni elemento e ha la grande dote di saper dare la carica, negli allenamenti e prima delle partite. I giocatori, sia i giovanissimi emersi sotto la sua guida (i vari Zigoni, Roveta. Rinero, Furino, Tancredi, Piloni, Pandolfi), sia i cosiddetti «grandi», gli vogliono bene e lo ascoltano perché non si dà arie, lavora con loro e più di loro, li sostiene nei momenti di crisi recuperandoli al meglio, e traendo sempre il massimo da ognuno. Rabitti non crede troppo nella tattica della panchina: «Secondo me non ha un’importanza determinante come qualcuno vorrebbe far credere: la partita si prepara giorno per giorno durante la settimana, e la domenica sul campo vediamo rispecchiate le risultanze di questo lavoro; naturalmente bisogna che il tecnico in panchina sia preparato all’imponderabile, vedi infortunio con relativa entrata del tredicesimo, vedi mossa dell’avversario da combattere, vedi suggerimenti ai ragazzi sull’esatta posizione da assumere o sul marcamento; ma ripeto, sono soltanto sfumature: tutto è già stato studiato e predisposto prima, alla lavagna e sul campo». «D’altra parte», prosegue l’allenatore, «dalla panchina, con tutto il vociare che ti ritrovi intorno, anche se ti metti a gridare è difficile che ti capiscano; e quand’anche, se magari rinfacci a caldo a un giocatore l’errore appena commesso, finisci che lo deprimi ancora di più, per cui in definitiva la cosa è controproducente; diciamo piuttosto che mi torna utile un cosiddetto giocatore “faro”, che ho designato in Del Sol: questo, durante l’incontro, deve ogni tanto guardare verso di me in panchina, e ricevere qualche piccola istruzione, qualche ritocco alle marcature, da comunicare poi ai compagni; i quali naturalmente sono a conoscenza dei compiti di portavoce di questo elemento; mi viene così più facile controllare la situazione in campo, ma sempre, ripeto, per cose marginali». Chiediamo a Rabitti se per lui ha maggior valore la tecnica artistica dell’ingegnere, oppure la volontà dell’operaio. «Prima di tutto il giocatore, ingegnere o operaio che sia, deve essere un atleta, nel pieno senso della parola; voglio dire che al giorno d’oggi anche un “grande” che magari col pallone riesce a fare ciò che vuole, se non è al massimo della forma atletica non tocca palla o quasi. È logico che in una squadra vi sia chi pensa di più e chi meno, chi fa lavorare di più il cervello e chi di più le gambe; l’importante è amalgamare questi due diversi elementi, e cercare di fonderli in un solo, unico blocco; parlo sia della domenica sul campo, che durante la settimana negli allenamenti, come pure nella vita privata: tutti amici insomma, pronti a darsi una mano reciproca a favore della squadra come complesso; quello insomma che avete visto contro l’Inter». È ottimista Rabitti? «Senza rubbio, e a ragion veduta, senza sbruffonerie: ho dei ragazzi che non sono inferiori a nessuno, so di lavorare con un materiale pregiato, che ha solo bisogno di essere mantenuto al massimo livello di condizione per rendere al massimo: i ragazzi sanno che io non chiedo loro cose impossibili, ma solo quello che ritengo possano dare; già dai primi contatti hanno dimostrato di capirmi, e così non ci sono state inutili perdite di tempo; siamo tutti dei professionisti pagati dalla Società, e con alle spalle milioni di tifosi che ci appoggiano e attendono da noi il meglio; abbiamo un solo traguardo e dobbiamo arrivarci insieme: da questa collaborazione reciproca sono certo avremo tutti grosse soddisfazioni». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/04/ercole-rabitti.html
  2. ERCOLE RABITTI https://it.wikipedia.org/wiki/Ercole_Rabitti Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 24.08.1921 Luogo di morte: Ferrara Data di morte: 27.05.2009 Ruolo: Attaccante Altezza: 168 cm Peso: 60 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1939 al 1943 Esordio: 28.04.1940 - Coppa Italia - Juventus-Brescia 3-0 Ultima partita: 11.10.1942 - Serie A - Venezia-Juventus 1-1 7 presenze - 1 rete 1 coppa Italia Allenatore della Juventus dal 1963 al 1964 e dal 1969 al 1970 31 panchine - 15 vittorie - 9 pareggi - 7 sconfitte Ercole Rabitti (Torino, 24 agosto 1921 – Ferrara, 27 maggio 2009) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Ercole Rabitti Rabitti al Fanfulla negli anni 1950 Nazionalità Italia Altezza 168 cm Peso 60 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1957 - giocatore 1981 - allenatore Carriera Squadre di club 1939-1943 Juventus 7 (1) 1943-1944 Casale 14 (0) 1945-1946 Cuneo 20 (3) 1946-1947 Spezia 33 (9) 1947-1948 Viareggio 33 (9) 1948-1952 Como 116 (36) 1952-1955 Fanfulla 86 (15) 1955-1956 Cecina 28 (8) 1956-1958 Anconitana 54 (12) 1958-1959 Asti 25 (4) Carriera da allenatore 19??-1964 Juventus Giovanili 1964 Juventus 1966-1967 Savona 19??-1969 Juventus Giovanili 1969-1970 Juventus 197?-1980 Torino Giovanili 1980-1981 Torino Carriera Giocatore Come calciatore, Rabitti esordì in Serie A con la Juventus il 26 maggio 1940 nell'incontro di campionato Juventus-Napoli 2-1. Con la maglia bianconera, però, collezionò appena 7 presenze e 1 rete, cosicché proseguì la sua carriera in altre squadre, in particolare con il Como dal 1947 al 1952, con 116 presenze e 35 reti realizzate. Prese così parte alla stagione migliore del club lariano, che nel campionato di Serie A 1949-1950 conquistò il settimo posto. Allenatore Rabitti allenatore del Torino nella stagione 1980-1981, tra i suoi calciatori D'Amico (a sinistra) e van de Korput (a destra). Come allenatore, dopo aver iniziato nel settore giovanile nella Juventus, nella parte finale della stagione 1963-1964 venne promosso sulla panchina della prima squadra bianconera, subentrando a Eraldo Monzeglio il quale contestualmente passò ad affiancarlo come direttore tecnico. Allenò in seguito il Savona nel campionato di Serie B 1966-1967, conclusosi con la retrocessione dei liguri. Tornato nel frattempo a occuparsi del vivaio della Juventus, nell'annata 1969-1970 venne richiamato in prima squadra sostituendo in ottobre Luis Carniglia: rimontando da una pessima situazione di classifica, sfiorò lo scudetto dando filo da torcere al Cagliari poi campione d'Italia. Successivamente passò ai concittadini del Torino dove per vari anni allenò nel settore giovanile; nel febbraio del 1980 subentrò a Luigi Radice alla guida della prima squadra, conducendo i granata al terzo posto finale in campionato e alla finale di Coppa Italia (persa contro la Roma), prima di venire a sua volta sostituito nel marzo del 1981 da Romano Cazzaniga. È morto il 27 maggio 2009 all'età di 87 anni. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Campionato italiano di Serie B: 1 - Como: 1948-1949 IV Serie: 1 - Anconitana: 1956-1957 (girone E) Allenatore Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Torino: 1976-1977
  3. LELIO COLANERI Classe 1917, da San Vito Romano. Ala come si era ali nei primi anni Quaranta, veloce e guizzante a cercare di gabbare il terzino di giornata per poi crossare in mezzo alla buona ventura. Colaneri, in una Juve di transizione che non ha più gli estri romantici del quinquennio glorioso, ha però la fortuna di arrivare in un momento buono, l’anno della conquista della seconda Coppa Italia. Gioca un bel po’, ventitré partite e sei reti in tutto, prima di fare le valige e passare alla Salernitana. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/06/lelio-colaneri.html
  4. LELIO COLANERI https://it.wikipedia.org/wiki/Lelio_Colaneri Nazione: Italia Luogo di nascita: San Vito Romano (Roma) Data di nascita: 07.04.1917 Luogo di morte: San Vito Romano (Roma) Data di morte: 25.09.1994 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1941 al 1942 Esordio: 12.10.1941 - Coppa Italia - Juventus-Pro Patria 5-0 Ultima partita: 19.09.1942 - Coppa Italia - Mater Roma-Juventus 1-6 23 presenze - 5 reti 1 coppa Italia Lelio Colaneri (San Vito Romano, 7 aprile 1917 – 25 settembre 1994) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Lelio Colaneri Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1947 Carriera Squadre di club 193?-1937 Roma 0 (0) 1938-1939 Macerata ? (?) 1939-1941 Fanfulla 65 (27) 1941-1942 Juventus 23 (5) 1942-1943 → Biellese 8 (2) 1943-1945 → Ala Italiana 14+ (10+) 1945-1947 Salernitana 22 (6) Carriera In gioventù militò nella Roma; giocò poi in Serie A con la Juventus. Durante la seconda guerra mondiale disputò in prestito i campionati romani nelle file della Tirrenia, poi divenuta Ala Italiana; ceduto definitivamente dalla Juventus, terminò la carriera con la Salernitana, che trascinerà alla promozione in Serie A nella stagione 1946-1947. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Campionato italiano di Serie B: 1 - Salernitana: 1946-1947
  5. RAÚL BANFI Arrivato in Italia dal Racing Avellaneda con la fama di sfonda reti, questo uruguagio dal tratto marcato, approdò al Modena nel 1940. La sua prima apparizione con i Canarini fu molto positiva: 9 reti in 16 partite, ma i suoi goal non furono sufficienti a evitare la retrocessione del club emiliano.La Serie B, si rivelò molto più adatta alle caratteristiche di Banfi, trovando avversari meno tecnici e più adatti al suo gioco di potenza. 24 partite e 22 reti; un biglietto da visita che avrebbe inorgoglito chiunque.La Juventus lo acquistò, battendo la concorrenza di numerose squadre, ma, il rendimento del sudamericano, contrastò nettamente con le impressioni ricavate in precedenza. Banfi, in attacco, subì la concorrenza dell’albanese Lushta, che con i suoi 16i goal tenne la Juventus in sella; Raul, invece, fu presente solo 12 volte presente, mettendo a segno 4 reti.3 su 4 nel giro di una settimana. 16 novembre 1941, Torino: la Juventus sconfisse il Milan 3-2, giocando un grandissimo primo tempo, chiuso sul 3-0; primo goal con stoccata dal limite di Banfi. 23 novembre, Bergamo, un altro 3-2 e, stavolta, Banfi realizzò una doppietta. Segnerà ancora alla Fiorentina, il 15 febbraio.Quando il Modena chiese il ritorno in Emilia del giocatore, i dirigenti juventini non si opposero e Banfi ritornò in Serie B, segnando nuovamente tantissimo.Dopo Modena, si trasferì a Mantova e a Prato, chiudendo nel capoluogo toscano la sua avventura italiana. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/raul-banfi.html
  6. VITTORIO SENTIMENTI Nato a Bomporto (Modena) il 18 agosto 1918, è il terzo della dinastia di cinque fratelli, tutti dedicatisi al calcio. Cresce nelle file del Modena che, negli anni precedenti la seconda Guerra Mondiale, militava in Serie A e, per tradizione, era solito schierare giocatori di notevole grinta e di eccellenti qualità atletiche. I fratelli Sentimenti si misero subito in evidenza, essendo giocatori di indubbio talento, specialmente il terzo e il quarto della stirpe, atleti che recitarono poi la parte più importante della loro carriera indossando la maglia della Juventus. Vittorio Sentimenti III, detto Ciccio, si fece notare da alcuni osservatori bianconeri, nel corso del campionato 1938-39; dopo aver pareggiato (1-1) sul proprio campo nel girone di andata, la Juventus venne nettamente sconfitta a Modena nell’incontro di ritorno (2-0 con reti di Bazan e Zironi) e Ciccio fu un autentico protagonista di quell’impresa. Nella stagione 1941-42, a guerra iniziata, Vittorio arrivò alla Juventus e si giovò moltissimo della presenza, al suo fianco, di un fuoriclasse come Felice Borel, che lo maturò completamente dal punto di vista calcistico. Ciccio aveva un gioco semplice, lineare e preciso; in possesso di una notevole tecnica che gli permetteva qualsiasi prodezza con il pallone, sapeva seminare gli avversari con dribbling secchi e improvvisi, che iniziava sempre con un’abilissima finta di reni. Essendo ambidestro, poi, poteva applicare con la massima versatilità alla palla il colpo più opportuno, che aveva sempre la caratteristica della massima imprevedibilità. Aveva la grande capacità di capire immediatamente la via più corta per arrivare al gol: in poche parole, è stato una delle figure più interessanti del calcio italiano degli anni ‘40. Militò nella Juventus degli anni bui a cavallo del secondo conflitto mondiale e nel suo palmarès, compare solamente un Coppa Italia, vinta nel 1942. In totale ha collezionato 218 presenze (210 in campionato e 8 in Coppa Italia) confortate da un bottino di 70 reti (63 e 7 rispettivamente). Nell’estate del 1949 lascia la Zebra per accasarsi alla Lazio e, dalla capitale, rientra a Torino un triennio più tardi per approdare alla maglia granata dalla quale, quasi quarantenne, si separa al termine della stagione 1955-56 per ritornare a vestire la maglia del Modena. SI RACCONTA SU “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 1964 Eravamo cinque fratelli, io ero il terzo, Sentimenti Vittorio. Cioè Sentimenti terzo. Famiglia emiliana, di Bomporto, che sta vicino a Modena. Logico che, dovendo io come gli altri fare il calciatore, incominciassi a imparar l’arte nel cortile di casa mia e poi nelle squadre di casa mia. Così crebbi nella scuola del Modena, una scuola che ricordo con piacere, come sempre si ricordano con piacere tutte le scuole giovanili. Quando si invecchia ci si pensa, a quelle scuole, e verrebbe voglia di tornare indietro, se non altro per ritornare giovani. Ero allievo nelle file minori gialloblù e avevo il temperamento dell’attaccante, ma non ero un «fisso», girovagavo per tutti i ruoli, come credo capiti a ogni ragazzo in cerca di una maturità agonistica, tecnica. I fatti dimostrano (e questi fatti sono ricordi) che io mi elevavo sui miei compagni. Avevo soltanto sedici anni, la prima squadra del Modena era in Serie B, il girone di ritorno era appena incominciato. Correva la stagione 1935-36. A un certo momento i dirigenti dissero: «E se provassimo quel Sentimenti in prima squadra?». Decisero di buttarmi dentro per vedere come me la cavavo. Il coraggio non mi mancava e la possibilità di fare un passo avanti nella mia carriera mi interessava, e parecchio. In sostanza, come ala destra, giocai tutte le ultime dodici o tredici partite di quel campionato e mi guadagnai i gradi di titolare per l’anno dopo. Che fu un anno (il ‘36-‘37) pieno di gloria. Difatti il Modena fu promosso dalla Serie B alla Serie A. Io ero titolare in prima squadra, ma continuavo a girovagare un po’ per tutti i ruoli dell’attacco. Giocai ala destra, ala sinistra, centravanti, mezzala. Ero una specie di jolly. Non avevo pace, come non aveva pace il mio Modena che, fino al 1941, seguitò a retrocedere in B e a essere promosso in A. Un’ossessionante altalena che dava le vertigini ma che entusiasmava, in un certo senso. Quando nel ‘41-‘42 il Modena passò per l’ennesima volta dalla B alla A, mi acquistò la Juventus. Fu alla Juventus che io maturai definitivamente, che io divenni un giocatore di calcio affermato e tutto intero. Per questo, soprattutto, io ricordo i miei trascorsi bianconeri: perché, appunto, alla Juventus, io mi sono laureato calciatore, se così posso dire. E sono traguardi che non si possono scordare. Rammento che l’anno in cui io mi trasferii a Torino, vennero alla Juventus, dall’Ambrosiana Inter, Olmi e Locatelli e fu pure acquistato un sudamericano: Banfi. Comunque il periodo più gradito scattò con l’ingaggio di mio fratello Lucidio, Sentimenti IV, che dopo essere stato militare, passò alla Juventus nel ‘42-‘43. Lui portiere, io attaccante. Assieme, com’eravamo una volta in famiglia, a Bomporto, per otto anni! Ricordo, in quel periodo, memorabili scontri con il Torino, che era fortissimo, ricordo la Coppa Italia che vinse la Juventus, ricordo i nomi dei miei compagni più illustri, già anziani, o giovani matricole della maglia bianconera: Piola, Meazza, Rava, Foni, Dalmonte, Parola, Locatelli, Depetrini, i due Varglien, Lushta, Colaussi, Muccinelli e poi un ragazzotto biondo di Barengo: Giampiero Boniperti… Ma un nome ricordo particolarmente, il nome di quello che a mio parere è stato uno dei più forti attaccanti d’Italia del periodo d’oro: Felicino Borel. Io ero ben visto da tutti, ero abbastanza quotato, giocavo ala destra, mezzala destra, mezzala sinistra: Sentimenti III copriva tutti i buchi che si aprivano all’attacco. E volentieri. Ma con Borel vicino, io mi sentivo un altro. Lui sapeva segnare e sapeva far segnare, la palla la colpiva come pochi, la passava come pochi. Rinverdì gli entusiasmi Giampiero Boniperti al quale ho l’orgoglio di poter dire d’aver fatto vincere due o tre classifiche dei cannonieri. Ma ormai la mia avventura juventina stava per concludersi. Nel 1949 me ne andai con Lucidio alla Lazio e alla Lazio restai tre anni. Poi io passai al Torino, dal ‘52 al ‘55-‘56. Infine, nel ‘56-‘57 giocai l’ultimo mio campionato nel Modena. Partito dal Modena tanti anni prima, morivo a Modena come calciatore. Sono stato il calciatore boomerang, io dico! Oggi alleno i giovani del Torino, questo è il mio mestiere, ma il lavoro non mi fa dimenticare il vertice della mia parabola di calciatore boomerang. Il vertice lo toccai alla Juventus. Le partite con Felicino Borel sono tutte nella mia memoria. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/vittorio-sentimenti.html
  7. VITTORIO SENTIMENTI https://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Sentimenti Nazione: Italia Luogo di nascita: Bomporto (Modena) Data di nascita: 18.08.1918 Luogo di morte: Torino Data di morte: 27.09.2004 Ruolo: Centrocampista Altezza: 166 cm Peso: 70 kg Soprannome: Ciccio - Il Bersagliere Alla Juventus dal 1941 al 1949 Esordio: 12.10.1941 - Coppa Italia - Juventus-Pro Patria 5-0 Ultima partita: 05.06.1949 - Serie A - Padova-Juventus 3-0 218 presenze - 69 reti 1 coppa Italia Vittorio Sentimenti (Bomporto, 18 agosto 1918 – Torino, 27 settembre 2004) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. È il terzo di cinque fratelli: Ennio (I), Arnaldo (II), Lucidio (IV) e Primo (V), pertanto è noto anche come Sentimenti III. Il suo soprannome da calciatore era Ciccio o anche il Bersagliere. Vittorio Sentimenti Sentimenti III alla Juventus negli anni 1940 Nazionalità Italia Altezza 166 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1959 - giocatore 1962 - allenatore Carriera Giovanili 1933-1936 Modena Squadre di club 1933-1941 Modena 124 (59) 1941-1949 Juventus 218 (69) 1949-1952 Lazio 76 (9) 1952-1956 Torino 88 (8) 1956-1957 Modena 11 (0) 1958-1959 Aosta 5 (0) Carriera da allenatore 1958-1962 Aosta Biografia La famiglia Sentimenti La famiglia Sentimenti comprendeva diversi giocatori di calcio: Arturo Sentimenti Augusta Sentimenti Arturo Sentimenti Augusta Fregni ? Sentimenti ? Ennio Sentimenti Arnaldo Sentimenti (24 maggio 1914 - 12 giugno 1997) Vittorio Sentimenti (18 agosto 1918 - 27 settembre 2004) Lucidio Sentimenti (1º luglio 1920 - 28 novembre 2014) Primo Sentimenti (28 dicembre 1926 - 13 ottobre 2016) Lino Sentimenti (25 giugno 1929 - 9 luglio 2020) Carriera Inizia la carriera con le giovanili del Modena nei primi anni '30, venendo saltuariamente convocato in alcune partite della prima squadra in Serie B tra il 1933 e il 1936. Passa definitivamente in prima squadra dal campionato di Serie B 1936-1937 rimanendo nelle file canarine per cinque stagioni, tre in Serie B e due in Serie A, vincendo la classifica cannonieri di Serie B (24 reti, a pari merito col bresciano Renato Gei) nella stagione 1940-1941, prima di trasferirsi alla Juventus nella stagione 1941-1942. In bianconero rimane fino al termine del campionato 1948-1949 e poi viene ceduto alla Lazio dove rimane per tre stagioni (76 presenze e 9 reti) affiancato dai fratelli Lucidio e Primo. Nel 1952-1953 passa al Torino per quattro anni, per poi tornare ancora a Modena nell'estate del 1956. Chiude la carriera nell'Aosta, nel campionato dilettanti, in veste di allenatore-giocatore nel 1959. In carriera ha totalizzato complessivamente 421 presenze e 94 reti in massima serie e 88 presenze (più uno spareggio) e 44 reti in Serie B. Palmarès Club Campionato italiano di Serie B: 1 - Modena: 1937-1938 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Individuale Capocannoniere della Serie B: 1 - 1940-1941 (24 gol, insieme a Renato Gei) Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - 1942-1943 (5 gol)
  8. MICHELE SANTACROCE https://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Santacroce Nazione: Italia Luogo di nascita: Bari Data di nascita: 01.02.1921 Luogo di morte: Collegno (Torino) Data di morte: 15.06.1978 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1943 al 1944 Esordio: 23.01.1944 - Campionato di guerra - Juventus-Genoa 3-1 Ultima partita: 25.06.1944 - Campionato di guerra - Juventus-Varese 6-1 11 presenze - 6 reti Michele Santacroce (Bari, 1º febbraio 1921 – Collegno, 15 giugno 1978) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Michele Santacroce Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1941-1942 Sanremese ? (?) 1942-1943 Vicenza 2 (0) 1943-1944 Juventus 11 (6) 1945-1946 Cuneo ? (?) 1946-1947 Varese 19 (0) 1947-1949 Reggina 48 (10) 1951-1952 Paolana ? (?) Carriera Iniziò la carriera agonistica nella Sanremese, club con cui ottiene l'ottavo posto del Girone D della Serie C 1941-1942. Nel 1942 passa al Vicenza, club con cui ottiene dodicesimo posto della Serie A 1942-1943. Nel 1944 è all'allora Juventus Cisitalia, club con cui raggiunge le semifinali interregionali del campionato d'Alta Italia; fece il suo esordio in bianconero contro il Genova il 23 gennaio 1944, in una vittoria per 3-1, mentre la sua ultima partita fu contro il Varese il 25 giugno seguente, in una vittoria per 6-1. Nella sua unica stagione a Torino collezionò 11 presenze e 6 reti. Lasciata la Juventus passa al Cuneo, club con cui retrocede al termine della Serie B-C Alta Italia 1945-1946. La stagione seguente la disputa nel Varese, ottenendo il quindicesimo posto del girone A che garantì ai lombardi la permanenza in cadetteria. Nel 1947 la Juventus lo cede alla Reggina, club di terza serie in cui rimane fino al 1949 disputando 48 partite con 10 reti. Nella stagione 1951-1952 è tra le file della Paolana, club con cui raggiunge l'undicesimo posto del Girone M.
  9. RENATO OLMI https://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Olmi Nazione: Italia Luogo di nascita: Trezzo sull'Adda (Milano) Data di nascita: 12.07.1914 Luogo di morte: Crema (Cremona) Data di morte: 15.05.1985 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1941 al 1942 Esordio: 12.10.1941 - Coppa Italia - Juventus-Pro Patria 5-0 Ultima partita: 12.04.1942 - Coppa Italia - Juventus-Modena 4-1 22 presenze - 1 rete 1 coppa Italia Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Renato Olmi (Trezzo sull'Adda, 12 luglio 1914 – Crema, 15 maggio 1985) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Fu Campione del Mondo nel 1938 con la Nazionale Italiana. Renato Olmi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1947 Carriera Squadre di club 1931-1933 Crema ? (?) 1933-1936 Cremonese 70 (12) 1936-1937 Brescia 26 (14) 1937-1941 Ambrosiana-Inter 107 (1) 1941-1942 Juventus 22 (1) 1942-1943 Ambrosiana-Inter 10 (0) 1943-1944 Cremonese 12 (0) 1945-1947 Crema 30 (0) Nazionale 1940 Italia 3 (0) Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Caratteristiche tecniche Giocava come centromediano. Carriera Viene abbandonato dalla madre al brefotrofio di Milano ed è affidato a una coppia cremasca. Cominciò la sua carriera a 15 anni in una squadra uliciana di Crema prima di approdare al Crema e dopo due stagioni disputate nella Cremonese, passò prima al Brescia, poi all'Ambrosiana Inter con la quale vinse due scudetti. Totalizzò tre partite in nazionale partecipando come riserva ai Campionati del Mondo del 1938, in Francia. Nel 1941 passò alla Juventus disputando 22 partite e segnando un gol, rifece poi la sua carriera a ritroso tornando per un anno all'Ambrosiana Inter, per due anni alla Cremonese e terminando la sua carriera al Crema 1908 nel 1949 dopo aver disputato due campionati in Serie B e uno in Serie C. Si sposa con Giovanna Crivelli, cremasca e studentessa alla Facoltà di Lettere dell’Università Cattolica ed hanno tre figlie. Si afferma come imprenditore. Nel 2015 l’A.C. Crema gli dedica la maglia numero 5 e gli intitola la Curva Nord dello stadio Voltini. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C: 1 - Cremonese: 1935-1936 Campionato italiano: 2 - Ambrosiana: 1937-1938, 1939-1940 Coppa Italia: 2 - Ambrosiana: 1938-1939 - Juventus: 1941-1942 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia 1938
  10. UGO LOCATELLI «Sono stato, in certo senso, un ragazzo precoce, calcisticamente parlando – raccontò di se stesso – perché, dopo aver militato nelle squadre giovanili del Brescia, all’età di sedici anni ero già titolare della squadra azzurra che a quell’epoca disputava il campionato di Serie B. Ero agile, scattante, dotato di un tiro non fortissimo, ma molto preciso. Giocavo centrattacco e, per qualche stagione, nessuno pensò mai a cambiarmi ruolo.Il Brescia era stato promosso in Serie A nella stagione 1933-34 e fu proprio in quell’anno che feci conoscenza con i grandi campioni della Juventus dell’epoca d’oro. Non avevo giocato la gara del girone di andata a Torino a fine novembre, gara conclusasi con una secca sconfitta per 5-1 delle Rondinelle; ma nell’incontro del girone di ritorno, disputato il 15 aprile sul vecchio campo di Brescia, andai in campo anch’io, nel ruolo di centrattacco. Me la vidi con il mastodontico Monti, giocatore di incredibile potenza e grande classe. Il Brescia, nelle cui file giocavano ottimi atleti, come il portiere Peruchetti e i due fratelli Frisoni, uno mediano, l’altro attaccante, disputò una gagliarda partita, ma non riuscì a spuntarla».Nella stagione seguente Ugo Locatelli fu ceduto in prestito all’Atalanta, in Serie B, per poi tornare a Brescia, dove si era trasferito, trovando, nel doppio ruolo di giocatore-allenatore, l’indimenticabile Umberto Caligaris. Fu proprio Caliga a cambiare il ruolo al giocatore, spostandolo da centravanti a mediano. «Un’esperienza positiva, perché mi consentiva di partecipare in modo più completo alla partita giocando in difesa, a centrocampo e sfruttando occasionalmente le mie doti di uomo di attacco. Nel gennaio 1936 tornai a incontrare la Juventus a Brescia, e ancora una volta gli azzurri vennero sconfitti, per 1-0. Realizzò Gabetto, uno dei pochi giovani in quella squadra di autentici vecchioni. C’erano ancora Rosetta, Monti, Varglien II, Borel, mentre Foni e Depetrini erano al massimo dello splendore tecnico».Ugo esordì nella Nazionale Olimpica in occasione del vincente torneo calcistico delle Olimpiadi di Berlino, il 3 agosto 1936: aveva appena vent’anni, come il suo grande amico Piero Rava. Quattro partite drammatiche e molto combattute, con Stati Uniti, Giappone, Norvegia e Austria prima di cogliere il grande trionfo all’Olimpia Stadion di Berlino. L’esordio in Nazionale A, avvenne il 5 dicembre 1937 a Parigi, contro la Francia, che presentò tra i due pali un insuperabile Di Lorto: ragione per cui l’incontro si chiuse con il risultato di 0-0.Poi nel 1938 la grande e gloriosa avventura dei mondiali in terra di Francia, durante i quali, Locatelli fu protagonista: «Ricordo più volentieri la vittoria olimpica, piuttosto che quella mondiale. A mio parere, infatti, vincere un’Olimpiade, primeggiare davanti ad autorità e pubblico non solo amante del calcio, ma dello sport in genere, essere premiati sotto quel fuoco di Olimpia, ti dà una sensazione particolare. Per avvalorare ancora di più la mia tesi, che può essere personale, sta il fatto che, quando siamo tornati in Italia, appena messo piede dentro il confine, abbiamo trovato migliaia di persone ad attenderci e acclamarci, anziché i quattro gatti del Mondiale. E voglio ancora precisare una cosa; la vittoria alle Olimpiadi mi ha assicurato una specie di tessera con ingresso a vita in ogni tribuna d’onore italiana, per tutti gli sport. Una tessera su cui sta scritto Campione Olimpico e non Campione del Mondo di calcio».Nel 1941, Ugo fu acquistato dalla Juventus. Con lui arrivò anche Olmi. Se la Juventus avesse potuto disporre di forti attaccanti, gli scudetti sarebbero piovuti in grande quantità; la società bianconera, infatti, poteva vantare un assetto difensivo e di centrocampo di grande qualità: tra i pali c’era l’intramontabile Peruchetti (rilevato, poi, dal grande Cochi Sentimenti IV) e come terzini due Campioni del Mondo, Foni e Rava. La mediana era formata da Depetrini (che Locatelli considera tra i migliori mai visti in Italia), Parola e Locatelli. Sei giocatori, sei autentici campioni.Ugo indossò la maglia bianconera sino al 1949, dopo aver disputato 181 partite e realizzato otto goal. Si ritirò dall’attività agonistica per qualche eccessiva preoccupazione, suggerita da un elettrocardiogramma non proprio pulito; la Juventus, però, non volle privarsi di un uomo tanto prezioso, di un tecnico così raffinato e lo confermò come capo del settore tecnico giovanile. Tanto prezioso era stato l’apporto di Ugo come giocatore, ugualmente fu il contributo da tecnico e osservatore.Ugo Locatelli disputò, in totale, ben 360 partite di campionato di Serie A, alle quali vanno aggiunte le quaranta di Serie B, senza dimenticare le ventidue presenze in Nazionale e i due prestigiosi trofei: Olimpionico a Berlino, Campione del Mondo a Parigi.“HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1964Come juventino, sono un uomo da spiegare, me ne accorgo. Se uno sa dove sono nato e dove ho giocato per tanti anni, nei miei anni internazionali, conclude novanta su cento che io, almeno nel cuore, debbo sentirmi interista. E invece, vedete, sono profondamente juventino. Ora vi racconto.Sono un gardesano, di Toscolano Maderno, lombardissimo. Ed ho incominciato a giocare, seriamente, in Lombardia; direte che era ovvio e forse è così. Ho incominciato nel Brescia, a sedici anni, nel 1932. Il Brescia faceva la B, io ci giocavo come centravanti. Non era quello il mio ruolo definitivo, ma a quindici anni un calciatore non è ancora formato, praticamente è giusto che vada a spasso per i ruoli in cerca del suo ruolo.Maturavo si capisce, e maturava con me anche tutto il Brescia, tanto è vero che nel 1935 siamo stati promossi in Serie A. È stato quello il mio ultimo campionato per quella squadra, il mio primo campionato di mediano. Mediano dal 1935 in poi, sino alla fine. Mi aveva adocchiato l’Inter e all’Inter sono stato trasferito nel 1936. Cinque stagioni in neroazzurro, titolare del ruolo di mediano destro. Insomma ero un mediano destro che, guardate il caso, nelle occasioni più importanti giocava mediano sinistro. Le occasioni più importanti erano le partite in Nazionale. Una media di cinque all’anno. Infatti, sono stato azzurro venticinque volte, nei miei cinque anni di permanenza all’Inter.Un’Olimpiade, un Mondiale, sempre titolare, sempre mediano sinistro, io che all’Inter giocavo mediano destro. C’è una ragione precisa. In Nazionale, a destra giocavano sempre, in quegli anni, Depetrini e Serantoni. Punto e basta. A me, in fondo, la cosa non interessava. Oggi ci sono dei calciatori, giovani o anziani che siano, i quali fanno tragedie se un allenatore li impiega in un ruolo che a loro non va. Sono tutte storie che bisognerebbe non ascoltare. Uno deve abituarsi a giocare dappertutto, e con il sorriso sulle labbra.Figuratevi io, in quell’epoca là, negli anni d’oro, se a queste cose ci badavo! I miei amici e compagni di squadra erano Monzeglio, Foni, Rava, Andreolo, Biavati, Meazza, Piola, Ferrari, Depetrini, Serantoni, faccio soltanto qualche nome. Con questi compagni si vinceva sempre, era una cosa meravigliosa! Ed io mi sentivo profondamente interista e profondamente nazionale. Per forza, come facevo, altrimenti? Eppure non mi sentivo ancora un giocatore maturo, completo. Eppure ero già in Nazionale. Pensavo: quando diventerò ancora più forte, chissà cosa faccio, in Nazionale!Mi sbagliavo, nettamente, ma ero in buona fede. Dopo la venticinquesima partita in azzurro e i due scudetti vinti all’Inter, mi ha acquistato la Juventus, esattamente nella stagione 1941-42. E sono rimasto alla Juventus, in attività normale, sino al 1948-49. È un bel po’ e il fatto è che, proprio in quest’ultimo periodo, sono riuscito a completarmi, sul piano atletico e su quello dell’esperienza. Ma di Nazionale non se n’è più parlato. Ora giocavo titolare mediano sinistro nella Juventus, magari sarei potuto essere il titolare mediano destro della Nazionale, per capovolgere quella vecchia storia, che vi ho raccontato, che mi riguardava quand’ero all’Inter. Ma nulla, invece, soltanto Juventus. E c’è una ragione. Io ho giocato per la Juventus negli anni in cui è esploso il Grande Torino. Il Torino andava praticamente in blocco in Nazionale, si può dire che il Torino era diventato la Nazionale. Ed io giocavo nella Juventus, ho giocato anche con Borel.Senza Nazionale, allora, ma con tanta Juventus che mi riempiva prima il cervello e poi le vene e che pian piano cacciava fuori dalle mie vene lombardo-interiste i ricordi lombardo-interisti. E qui sono diventato juventino sempre di più. Tanto è vero che, quando a trentaquattro anni, nel 1949, ho smesso di giocare, sono rimasto con entusiasmo alle dipendenze della Juventus. Dal 1952, per dieci anni, ho avuto l’incarico di istruttore del settore squadre minori e mi son venuti fuori, per esempio, Mattrel, Vavassori, Emoli (che per metà, debbo riconoscerlo, è anche di Bertolini), Stacchini, Leoncini, Robotti. Sono stati anche questi anni di soddisfazioni. Ho mollato quest’attività nel 1962 pur restando a disposizione della società come osservatore e come responsabile delle sezioni minori. Ora io faccio queste cose e tutte le altre che la società mi comanda di fare.Se dunque ricapitolo i miei trascorsi, superficialmente potrei dividermi fra Inter e Juventus. Ma sono alla Juve oramai da ventidue anni, che sono quasi una vita. I cinque dell’Inter non li ho più addosso, non c’è nulla da fare. Mi sento un gardesano tutto juventino. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/ugo-locatelli.html
  11. UGO LOCATELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Ugo_Locatelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Toscolano Maderno (Brescia) Data di nascita: 05.02.1916 Luogo di morte: Torino Data di morte: 28.05.1993 Ruolo: Centrocampista Altezza: 171 cm Peso: 68 kg Nazionale Italiano Soprannome: Dottore Alla Juventus dal 1941 al 1943 e dal 1944 al 1949 Esordio: 12.10.1941 - Coppa Italia - Juventus-Pro Patria 5-0 Ultima partita: 05.06.1949 - Serie A - Padova-Juventus 3-0 181 presenze - 8 reti 1 coppa Italia Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Ugo Locatelli (Toscolano Maderno, 5 febbraio 1916 – Torino, 28 maggio 1993) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante, fu Campione del Mondo con la Nazionale Italiana nel 1938 e Campione Olimpico nel 1936. Ugo Locatelli Nazionalità Italia Altezza 171 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Attaccante, centrocampista Termine carriera 1949 Carriera Squadre di club 1932-1936 Brescia 24 (8) 1934-1935 → Atalanta 15 (5) 1935-1936 Brescia 29 (2) 1936-1941 Ambrosiana-Inter 146 (1) 1941-1943 Juventus 60 (3) 1943-1944 Brescia 7 (0) 1944-1949 Juventus 121 (5) Nazionale 1936-1940 Italia 22 (0) Palmarès Olimpiadi Oro Berlino 1936 Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Caratteristiche tecniche Era agile, rapido e possedeva un tiro preciso ma non potente. Iniziò la sua carriera giocando come centravanti, per poi essere spostato a mediano da Umberto Caligaris durante la stagione 1935-1936. Giocò anche come mezzala durante la permanenza all'Atalanta. Carriera Club Locatelli cominciò la sua carriera tra le file del Brescia, dove militò dal 1933 al 1936 : con la maglia delle Rondinelle debuttò in Serie A il 10 settembre 1933, in una gara contro la Roma. Locatelli (accosciato, secondo da sinistra) nella Juventus della stagione 1942-1943 La militanza nel club bresciano fu inframezzata nel 1934 da un prestito all'Atalanta. Esordì con il club orobico il 27 gennaio 1935 contro la Comense (1-0), giocando come centravanti e segnando al 40º minuto di gioco il gol decisivo. Avrebbe segnato altri quattro gol in nerazzurro: contro SPAL, L.R. Vicenza, Venezia e L'Aquila. Nel 1936 viene acquistato dall'Ambrosiana-Inter, con cui vincerà due scudetti (1938 e 1940) e una Coppa Italia (1939 ) fino al 1941 giocò 168 incontri in nerazzurro, di cui 146 in Serie A. Fece il suo esordio il 21 giugno 1936 in una partita contro una squadra di Brno, valida per le competizioni europee dell'epoca; segnò il suo unico gol il 1º ottobre 1939, in un incontro vinto 4-0 sul Napoli. Dopo l'esperienza a Milano si trasferì alla Juventus rimanendovi fino al 1949 (escludendo una breve parentesi nel 1943 al Brescia nel campionato Alta Italia), anno del suo ritiro. Per otto anni scese in campo in 181 occasioni, segnando 8 reti e vincendo la Coppa Italia nel 1942. In seguito divenne prima capo del settore giovanile e poi osservatore della Juventus. Nazionale Ha giocato 22 incontri con la maglia della Nazionale italiana. Nel 1936 fu convocato da Vittorio Pozzo per i Giochi Olimpici di Berlino: il regolamento limitava la partecipazione ad atleti non professionisti, ma l'Italia conquistò la medaglia d'oro. Fu poi convocato per i Mondiali 1938, a cui gli Azzurri partecipavano da Campioni del Mondo in carica. L'Italia vinse la competizione, e Locatelli scese in campo nella finale vinta 4-2 contro l'Ungheria. È uno dei quattro calciatori che hanno vinto sia i Mondiali sia le Olimpiadi: gli altri tre sono Pietro Rava, Sergio Bertoni e Alfredo Foni. Palmarès Club Campionato italiano: 2 - Ambrosiana: 1937-1938, 1939-1940 Coppa Italia: 2 - Ambrosiana: 1938-1939 - Juventus: 1941-1942 Nazionale Oro olimpico: 1 - Italia: Berlino 1936 Campionato mondiale: 1 - Italia: Francia 1938
  12. GIUSEPPE PERUCHETTI Nasce a Gardone Val Trompia, il 30 ottobre 1907. Cresciuto nella “Giuseppe Bernardelli” di Gardone Val Trompia, dove gioca per sei stagioni, parte per il servizio militare a Bressanone nel Secondo Reggimento Artiglieria da Montagna. Tornato a casa è tesserato dalla Boifava di Brescia, società da dove erano usciti i fratelli Evaristo e Berardo Frisoni, Pasolini, Gadaldi, Giuliani e Maffioli.Dopo poco tempo la Boifava viene sciolta e Beppe gioca le ultime partite del campionato 1927-28 nella squadra uliciana del Villa Cogozzo. Nell’estate del 1928 passa giovanissimo al Brescia, formandosi alla scuola di Giuseppe Trivellini, ex portiere della Nazionale.Molto bravo tra i pali, la sua specialità è la deviazione in angolo di pugno. Nelle “Rondinelle” esordisce il 18 novembre 1928, settima giornata di andata del girone B del campionato di Divisione Nazionale: Brescia-Biellese 1-0. Rimane a Brescia sette stagioni e si mette a tal punto in evidenza da meritare la convocazione in Nazionale. L’esordio in maglia azzurra avviene il 17 maggio 1936 (Italia-Austria 2-2). Dieci giorni dopo, la sua prestazione a Budapest lo consacra definitivamente come uno dei migliori portieri italiani.Nell’estate del 1936 si trasferisce all’Ambrosiana-Inter, chiamato a sostituire Carlo Ceresoli. In maglia neroazzurra rimane cinque stagioni, compresa una da allenatore, vincendo due scudetti e una Coppa Italia. Nella stagione 1940-41, insieme a Italo Zamberletti, diventa allenatore dell’Inter, avallando tra l’altro la cessione di Meazza al Milan. La squadra neroazzurra arriva seconda dietro al Bologna. L’anno seguente, caso unico nel calcio italiano, rimette i guantoni e difende la porta della Juventus, con cui conclude la sua carriera, vincendo la Coppa Italia nel 1942.Si spegne a Gardone Val Trompia, il 21 maggio 1995.CORRADO OLOCCO, DA “QUANDO LA JUVE SI ALLENAVA AL COPPINO (1942-43... STORIE DI CALCIO E AMICIZIA TRA LA JUVE SFOLLATA AD ALBA E GLI ALBESI)”Andò peggio, invece, a Perucchetti, la cui vicenda partigiana è racchiusa in alcuni documenti custoditi dalla famiglia e in una scheda, conservata nell’archivio dell’Istituto storico della Resistenza di Torino. La scheda lo indica come residente ad Alba, in via Pertinace, nato a Gardone Val Trompia, di professione calciatore, nome di battaglia Beppe (uno pseudonimo molto meno altisonante del Pantera Nera che gli affibbiarono i giornalisti milanesi negli anni gloriosi dell’Inter), partigiano nella seconda Divisione Langhe dal 10 ottobre 1944.Dai certificati di detenzione conservati dai famigliari, è possibile ricostruire con una certa precisione anche luoghi e tempi di prigionia di Perucchetti. Il calciatore fu arrestato assieme ad altre quattro persone dagli Arditi il 28 novembre del 1944 con l’accusa di “Falso in atto pubblico e favoreggiamento delle bande ribelli”. Dal 29 novembre 1944 al 2 gennaio 1945 Perucchetti fu rinchiuso nel carcere di Alba. Poi, fu trasferito alle “Nuove” di Torino, dalle quali uscirà il 26 aprile.In un primo tempo, la sentenza emessa dal Tribunale speciale fu di condanna a morte, trasformata poi in pena detentiva (pare anche grazie all’interessamento della Juventus che mise a disposizione i propri avvocati). Furono mesi di carcere molto duro, che lasciarono il segno sul fisico dell’ex portiere. Dalla prigionia alle “Nuove” la famiglia di Perucchetti conserva un biglietto inviato il 17 marzo dal cappellano del carcere, padre Ruggero Cipolla, alla fidanzata del calciatore, nel quale si legge: «Ogni giorno vedo Beppe e sovente mi parla di lei. Oggi mi pregò di inviarle un saluto, il che faccio ben volentieri per assicurarle che sta bene e che presto spera di poterla rivedere».Altre informazioni sull’attività partigiana di Perucchetti emergono dal certificato rilasciato dal comando militare regionale del CLN a fine guerra, nel quale si legge che l’ex calciatore ha fatto parte della seconda Divisione Langhe in qualità di partigiano e informatore. Qualunque sia stato il ruolo di Perucchetti durante la Resistenza, i famigliari custodiscono ancora il “Certificato al patriota” rilasciato alla fine del conflitto, firmato dal comandante supremo alleato delle forze del mediterraneo centrale Harold Alexander e controfirmato da Piero Balbo Poli, uno dei grandi protagonisti delle Resistenza nelle Langhe.Esattamente a due mesi dalla fine della guerra, il 25 giugno del 1945, Perucchetti sposò nella chiesa di San Damiano, nella centralissima via Maestra, Gloria Bruno, la ragazza che aveva conosciuto al campo da tennis nel periodo dello sfollamento. Tra i biglietti d’auguri, oltre a quello dell’US Albese, ce ne sono due piuttosto interessanti. Uno è firmato da alcuni amici di Perucchetti, tra cui Beppe Fenoglio e Pinot Gallizio (personaggi che, a partire del decennio successivo e fino ai giorni nostri, lasceranno un segno importante nella cultura albese), il fotografo Aldo Agnelli (autore delle più note immagini di Beppe Fenoglio) e Nino Falciola, il figlio del Carlin Cignetti (nelle Langhe, i soprannomi passavano spesso di padre in figlio; così si spiega la firma “Nino Falciola” e non Nino Cignetti).Un altro biglietto d’auguri per le nozze di Perucchetti è invece siglato, su carta intestata del Comando della XXI Brigata Matteotti, dal comandante partigiano Paolo Farinetti, altra figura importante della storia albese del Novecento, scomparso all’inizio del 2009. Sarà lui, ventidue anni dopo, il 28 luglio del 1967 a controfirmare come consigliere comunale anziano, la delibera di acquisto da parte del Comune della casa dei coniugi Perucchetti all’angolo tra via Pierino Belli e via Pertinace. Sindaco di Alba nel 1967 era l’avvocato Paganelli, quello che da ragazzino venticinque anni prima andava a vedere gli allenamenti dei bianconeri al Coppino e in bici quelli del Toro a Cinzano. «Negli anni Sessanta il piano regolatore prevedeva l’ampliamento della vicina via Pierino Belli e la casa era destinata a essere abbattuta. Poi, le esigenze cambiarono e la casa rimase al suo posto», ricorda Paganelli.Oggi, in un piccolo centro di provincia, il matrimonio tra un calciatore di serie A e una ragazza dell’alta società cittadina farebbe gola agli esperti di gossip o di cronaca rosa. E, sia pure con la classica moderazione piemontese, nel loro piccolo, anche le nozze di Perucchetti fecero notizia, tanto da finire sulle pagine di giornalaccio rosa d’Alba, che scrisse: «Lunedì 25, nella parrocchia dei Santi Cosma e Damiano, in una suggestiva coreografia di fiori, luci e canti, il noto calciatore, tanto popolare nella nostra città signor Giuseppe Perucchetti si univa in matrimonio con la signorina Gloria Bruno, figlia dell’avvocato Bruno. Assisteva al matrimonio il parroco Can. Chiesa, che successivamente celebrava la Messa nuziale». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2013/01/giuseppe-perucchetti.html
  13. GIUSEPPE PERUCHETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Peruchetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Gardone Val Trompia (Brescia) Data di nascita: 30.10.1907 Luogo di morte: Gardone Val Trompia (Brescia) Data di morte: 21.05.1995 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: Pantera Nera Alla Juventus dal 1941 al 1944 Esordio: 12.10.1941 - Coppa Italia - Juventus-Pro Patria 5-0 Ultima partita: 25.06.1944 - Campionato di guerra - Juventus-Varese 6-1 39 presenze - 60 reti subite 1 coppa Italia Giuseppe Peruchetti (Gardone Val Trompia, 30 ottobre 1907 – Gardone Val Trompia, 21 maggio 1995) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Giuseppe Peruchetti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Carriera Giovanili 1921-1926 G.Bernardelli Squadre di club 1926-1927 Boifava ? (-?) 1927-1928 Villa Cogozzo ? (-?) 1928-1936 Brescia 196 (-267) 1936-1940 Ambrosiana-Inter 115 (-99) 1941-1944 Juventus 39 (-60) Nazionale 1936 Italia 2 (-3) Carriera da allenatore 1940-1941 Ambrosiana-Inter 1948-1949 Reggina 1949-1950 Reggina 19?? Beretta Gardone Biografia Durante la guerra fece parte delle milizie partigiane nella "Seconda Divisione Langhe", ove fu compagno di lotta di Beppe Fenoglio, venne arrestato e condannato a morte, che evitò grazie anche agli avvocati della Juventus, subì una lunga prigionia nel carcere di Alba. Il 25 giugno 1945 si sposò con Gloria Bruno. Morì tragicamente nel maggio del 1995, cadendo dalla finestra di casa. Carriera Cresciuto nella "Giuseppe Bernardelli" di Gardone Val Trompia, dove giocò per 6 stagioni, partì per il servizio militare prestato a Bressanone nel 2º Reggimento Artiglieria da Montagna. Tornato a casa fu tesserato dalla "Boifava" di Brescia, società da dove erano usciti i fratelli Evaristo e Berardo Frisoni, Angelo Pasolini, Andrea Gadaldi, Luigi Giuseppe Giuliani e Mario Maffioli. Ma in breve tempo la Boifava fu sciolta. Gioca le ultime partite del campionato 1927-28 nella squadra uliciana del Villa Cogozzo quando passa giovanissimo al Brescia, formandosi alla scuola di Giuseppe Trivellini, ex portiere della nazionale. Peruchetti (in piedi, primo da destra) alla Juventus nella stagione 1942-1943 Molto bravo tra i pali, la sua specialità è la deviazione in angolo, di pugno. Nelle Rondinelle esordisce il 18 novembre 1928, 7ª giornata di andata del girone B del campionato di Divisione Nazionale: Brescia-Biellese 1-0. A Brescia Peruchetti rimane sette stagioni e si mette a tal punto in evidenza da meritare la convocazione in Nazionale. L'esordio in maglia azzurra avviene il 17 maggio 1936 (Italia - Austria 2-2). Dieci giorni dopo, la sua prestazione a Budapest lo consacra definitivamente come uno dei migliori portieri italiani. Nell'estate del 1936 si trasferisce all'Ambrosiana-Inter, chiamato a sostituire Carlo Ceresoli. In maglia neroazzurra rimane cinque stagioni, compresa una da allenatore. Con l'Ambrosiana-Inter, vinse da protagonista due scudetti e una Coppa Italia stregando tifosi e giornalisti milanesi, che gli appiccicarono addosso il soprannome di Pantera Nera, per via delle sue parate acrobatiche e del colore della divisa che era solito indossare. Nella stagione 1940-1941, insieme a Italo Zamberletti, diventa allenatore dell'Inter, avallando tra l'altro la cessione di Meazza al Milan. La squadra nerazzura arriva seconda dietro al Bologna. L'anno seguente, caso unico nel calcio italiano, rimette i guantoni e difende la porta della Juventus, con cui concluse la sua carriera, vincendo la Coppa Italia nel 1942. Ha detenuto per settantanove anni il record di imbattibilità come portiere del Brescia (750 minuti). Rimase imbattuto tra il 20 novembre 1932, quando subì due reti dal Novara, al 19 febbraio 1933 (quando subì una rete nella vittoria per 3-1 contro la Comense). Tale record fu scalzato nel 2012 da Michele Arcari. Lasciato il calcio giocato fu tra i campionati di Serie C 1948-1959 e Serie C 1949-1950 allenatore della Reggina. Tornato Gardone Val Trompia fu allenatore e osservatore del Beretta Gardone. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Inter: 1937-1938, 1939-1940 Coppa Italia: 2 - Inter: 1938-1939 - Juventus: 1941-1942
  14. EGIDIO MICHELONI https://it.wikipedia.org/wiki/Egidio_Micheloni Nazione: Italia Luogo di nascita: San Martino Buon Albergo (Verona) Data di nascita: 27.09.1913 Luogo di morte: San Martino Buon Albergo (Verona) Data di morte: 12.08.1992 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1941 al 1942 Esordio: 22.02.1942 - Serie A - Genoa-Juventus 1-4 Ultima partita: 07.06.1942 - Serie A - Napoli-Juventus 4-1 11 presenze - 13 reti subite 1 coppa Italia Egidio Micheloni (San Martino Buon Albergo, 27 settembre 1913 – 12 agosto 1992) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Egidio Micheloni Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1943 Carriera Squadre di club 1934-1939 Verona 77 (-81) 1939-1941 Milano 23 (-30) 1941-1942 Juventus 11 (-13) 1942-1943 Verona 24 (-18) Carriera Durante la sua permanenza al Milan, all'epoca denominato "Milano", si alternò tra i pali con il compagno di squadra Mario Zorzan. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942
  15. CARLO CERESOLI Solamente due presenze nella stagione 1941-42 per Carlo Ceresoli, ottimo portiere diventato famoso per essere stato uno degli undici “Leoni di Highbury”. ROMANO DA PRATO, “IL CALCIO E IL CICLISMO ILLUSTRATO” DEL 16 AGOSTO 1964 La lancetta dei secondi non aveva compiuto ancora il suo primo giro, che l’arbitro svedese Olsson decretò il calcio di rigore a favore degli albionici, per un fallo di Allemandi su Drake. Incaricato del tiro, l’ala sinistra Brooke, un mancino dalla «sventola» veramente irresistibile. A guardia della rete italiana, cera Carlo Ceresoli, l’indomita portiere dell’«Ambrosiana-Inter». Brooke prese una breve e rincorsa, effettuò un tiro a mezza altezza che «Carlo» deviò, con la punta delle dita in calcio d’angolo, salvando così la rete italiana da una immediata capitolazione. Ci riferiamo al mirabile ed indimenticabile incontro di «Highbury» del 14 novembre 1934. Al termine del confronto, perso dai nostri per 3 a 2, a causa di un infortunio toccato a «Luisito» Monti, al 2’ minuto di gioco, colpito, proditoriamente, da un calcione affibbiatogli da Drake, divenuto poi manager del «Chelsea», Guglielmo Marconi, il celebre scienziato si complimentò nonostante l’insuccesso, con Ceresoli che, con Peppino Meazza, era stato il prim’attore, il protagonista di quella incandescente partita. All’indomani, i giornali londinesi elogiarono moltissimo, la bella prova dell’estremo difensore «azzurro». Il famoso tecnico Ivan Sharpe ala sinistra dell’Inghilterra alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912, in seguito presidente dei giornalisti sportivi del Regno Unito, disse di lui: «L’Italia ha giocato una partita gagliarda: Ceresoli si è dimostrato un autentico “eroe”». L’incontro di Londra è il pezzo più pregiato nel mosaico calcistico di Ceresoli. Ricostruiremo, ora, brevemente, il suo «itinerario», andremo alla ricerca degli aneddoti, degli episodi più esaltanti, delle perle più preziose che si aggiunsero alla brillante collana dell’ex «n. 1» della nazionale italiana. Bergamo, la civettuola città lombarda, gli diede i natali il 1° giugno 1910. Come tutti i ragazzi, all’inizio della loro carriera, Ceresoli tirò i primi calci su alcuni campetti periferici. Il suo sogno era quello di militare nella locale squadra dell’Atalanta. Ed infatti, a diciotto anni Ceresoli esordì nelle file degli orobici il I novembre 1928, disputando una grande partita contro la Triestina, sconfitta per 4 a 2. L’avvenimento sportivo coincise con l’inaugurazione dello stadio. Le sue prodigiose prestazioni costituirono il trampolino di lancio per il passaggio ad un’altra forte squadra, una compagine che si aggiudicherà il primo campionato a girone unico: l’Ambrosiana-Inter di Meazza. Ma, nell’«undici» meneghino, Ceresoli dovette, inizialmente, fare anticamera a Degani e a Smerzi. Ma il suo valore venne alla luce, dopo due stagioni. L’allenatore ungherese Weisz, vistolo più volte all’opera lo mise direttamente in prima squadra. Fu un trionfo. «Carletto» conquistò subito la difficile ed esigente platea milanese, con slancio, con ardore, con combattività. La sua rete parve stregata, gli attaccanti di maggior grido, come Piola, stentarono a superare Ceresoli, ardimentoso nelle uscite, spericolato negli interventi volanti. Pozzo si accorse di lui, ed in occasione dei campionati mondiali romani del 1934, gli affidò la guardia della rete, nell’incontro eliminatorio contro la Grecia, a Milano, il 25 marzo 1934. Gli «azzurri» vinsero per 4 a 0 e Ceresoli giocò da par suo. Fu, questo, il primo degli otto incontri che il «bergamasco» disputò in nazionale (aveva giocato la prima partita tra i cadetti, il 3 dicembre del 1933, contro la Svizzera a Lugano, incontro terminato con lo straripante successo dei nostri per 7 a 0). Nel 1935, Ceresoli lasciò l’Inter, per militare nei ranghi del Bologna, dove formò dapprima con Fiorini e Gasperi, poi con Pagotto e Ricci un trio difensivo d’eccezione, laureandosi tre volte campione d’Italia, in maglia rossoblù. Passò quindi al Genova dove restò per due annate. Indi, un salto tra le file degli «Zebroni» juventini. Poi, la lunga esperienza di allenatore nel dopoguerra, Dal 1946 al 1950 al «Palazzolo»; successivamente, all’Atalanta, alla Salernitana, nuovamente al «Palazzolo» con il definitivo ritorno al suo «Primo amore» (l’Atalanta) come istruttore ai giovani e come «vice». Ceresoli ha lasciato un’impronta ben tangibile nel turbinoso mondo del football italiano. Lo rammenteremo sempre come un portiere completo, un difensore che dava tutto se stesso per il buon esito della contesa, ma soprattutto, lo ricorderemo, come «l’eroe di Londra». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/06/carlo-ceresoli.html
  16. CARLO CERESOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Ceresoli Nazione: Italia Luogo di nascita: Bergamo Data di nascita: 14.06.1910 Luogo di morte: Bergamo Data di morte: 22.04.1995 Ruolo: Portiere Altezza: 178 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: Carletto Alla Juventus dal 1941 al 1942 Esordio: 15.03.1942 - Serie A - Juventus-Atalanta 1-1 Ultima partita: 22.03.1942 - Serie A - Venezia-Juventus 2-0 2 presenze - 3 reti subite 1 coppa Italia Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Carlo Ceresoli (Bergamo, 14 giugno 1910 – Bergamo, 22 aprile 1995) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere, Campione del Mondo con la Nazionale Italiana nel 1938. Carlo Ceresoli Ceresoli nel 1937 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1942 - giocatore 1969 - allenatore Carriera Giovanili 1923-1927 Ardens Squadre di club 1927-1928 Alzano ? (-?) 1928-1932 Atalanta 102 (-?) 1932-1936 Ambrosiana-Inter 119 (-122) 1936-1939 Bologna 72 (-71) 1939-1941 Genova 1893 23 (-33) 1941-1942 Juventus 2 (-3) Nazionale 1934-1938 Italia 8 (-10) Carriera da allenatore 1949-1951 Marzoli Palazzolo 1951-1952 Atalanta 1952-1953 Salernitana 1963-1964 Atalanta 1968-1969 Atalanta Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 1 I due numeri indicano le presenze e le reti segnate Carriera Giocatore Club Cresciuto nell'Ardens di Bergamo, arrivò all'Atalanta nel 1928 con cui esordì in Divisione Nazionale il 13 gennaio 1929 a 18 anni in una stagione culminata con la retrocessione della squadra (i bergamaschi sarebbero poi arrivati quarti in Serie B alla sua ultima stagione), passò all'Inter, con cui nelle stagioni 1932-1933 (in cui la squadra fu finalista di Coppa dell'Europa Centrale con l'Austria Vienna), 1933-34 e 1934-35 giunse secondo in Serie A. Fu quindi ceduto al Bologna (con cui vinse anche il Torneo dell'Esposizione di Parigi e di cui, dopo l'introduzione della numerazione sulle maglie nel campionato 1938-1939, divenne il primo "numero 1") con cui si laureò due volte campione d'Italia, nel 1936-1937 e nel 1938-1939 (in cui però nel 1938 si procurò un'incrinatura ossea al braccio), per trasferirsi poi al Genova 1893, che nella stagione 1939-1940 giunse quinta; terminò la sua carriera ad alto livello nella Juventus, con cui vinse la Coppa Italia. Nazionale Giocò in Nazionale ai tempi del commissario tecnico Pozzo, debuttando il 25 marzo 1934 a Milano nella partita di qualificazione per il campionato mondiale contro la Grecia. Designato come portiere titolare per i mondiali del 1934 che si sarebbero disputati in Italia, s'infortunò al braccio durante la preparazione colpito da un tiro di Pietro Arcari, che lo costrinse a saltare il mondiale. Riprese il suo posto tra i pali il 14 novembre 1934 in Inghilterra-Italia 3-2 — che passò alla storia del calcio come la Battaglia di Highbury — gara in cui parò un rigore a Eric Brook: Brook, specialista nei calci di rigore, fece partire dal dischetto un tiro angolato e potente che il portiere italiano riuscì a deviare in angolo. Questa è considerata una delle parate più famose della storia del calcio. Successivamente vinse la Coppa del Mondo del 1938, da riserva di Aldo Olivieri. In totale ha disputato 8 partite subendo 10 reti. Allenatore La sua prima panchina importante fu quella dell'Atalanta; l'inizio del campionato non fu comunque dei più felici; arrivò quindi a far pressioni sulla società perché fornissero rinforzi per l'attacco dell'Atalanta, che portarono la dirigenza ad acquistare il capitano della nazionale svedese Hasse Jeppson: la squadra passò dal terzultimo posto al dodicesimo al termine del campionato e il giocatore fu ceduto per l'allora notevole somma di 105 milioni al Napoli; l'anno successivo passò alla Salernitana che giunse 11ª in Serie B ma in seguito ritornò ad allenare la società bergamasca, 11ª in Serie A nel campionato 1963-1964 con lui alla guida. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Bologna: 1936-1937, 1938-1939 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Competizioni internazionali Torneo Internazionale dell'Expo Universale di Parigi 1937: 1 - Bologna: 1937 Nazionale Coppa Internazionale: 1 - 1933-1935 Campionato mondiale: 1 - Francia 1938
  17. LUIGI COLAUSSI Il Paolo Rossi del Mondiale ‘38 – scrive Bruno Perucca su “La Stampa” del 27 dicembre 1991 – ha chiuso il suo rapporto con la vita e con il calcio, dopo mesi di battaglia contro un male che non l’ha perdonato. Gino Colaussi è morto nella sua Trieste, nell’ospedale di Opicina. Domattina i pochi amici del suo tempo, gli sportivi e la città, lo accompagneranno al cimitero. Vittorio Pozzo lo aveva inserito nel gruppo azzurro subito dopo il primo campionato del mondo vinto (1934). L’esordio in nazionale del «Cola» avvenne il 27 ottobre 1935 a Praga, con la sconfitta per 1-2 di fronte alla Cecoslovacchia nella partita dell’omaggio italiano ai rivali battuti nella finale di Roma ‘34. C’era ancora Planicka nella porta ceka. Gino Colaussi provò invano ad abbattere quel mito con i suoi tiri. Ci riuscì Pitto ma invano. Due reti di Horak celebrarono la platonica rivincita cecoslovacca. Da quella gara, Colaussi è rimasto nel Club Italia. Pozzo aveva bisogno di un’ala sinistra vera, scattante, decisa. E il commissario tecnico portò in Francia, ai mondiali ‘38, il giocatore al quale teneva moltissimo malgrado non stesse bene. I postumi di una frattura, si è scritto. Ma in una intervista d’epoca a Giuseppe Meazza si legge: «Gino era nei guai per un dolore inguinale». Lo si ricorda adesso come il Paolo Rossi del ‘38, perché i suoi gol furono determinanti come quelli di Pablito nell’82 in Spagna. Tenuto a riposo precauzionale da Pozzo nella prima partita con la Norvegia a Marsiglia (infatti la squadra soffrì molto per vincere 2-1), Colaussi partecipò concretamente alle vittorie successive contro Francia e Brasile, con una doppietta alla finale con l’Ungheria. Tre partite, quattro reti del Gino. Sempre suo l’1 a 0. Se i gol contano sempre, quei tre sono stati le chiavi del mondiale vinto. È stata l’estate d’oro del calciatore rivelatosi a Trieste ma nato il 4 marzo 1914 a Gradisca d’Isonzo, a 40 chilometri dalla città che lo accolse fra i giovani rossoalabardati, dopo i primi calci ufficiali nell’Itala. Le formazioni giovanili, quindi la prima squadra. Lo volevano già la Spal ed il Messina, quando la Triestina (agosto 1930) mise gli occhi sul ragazzo che segnava grappoli di reti. Il presidente Celso Carretti lo portò all’allenatore magiaro Stefano Toth dicendogli: «Su questo Colaussi ci credo, lo guardi giocare». Il provino avvenne il 14 settembre 1930 in una amichevole Triestina-Fascio Grion. Affare fatto. Per ingaggio due camicie a righe, che il Gino ha sempre negato di aver ricevuto in regalo: «Le pagai con i rimborsi del viaggio». Dieci anni a Trieste, quindi nell’estate ‘40 il passaggio alla Juventus, il Genoa aveva offerto 900 mila lire alla Triestina, ma il carisma e l’abilità dei dirigenti bianconeri prevalsero e la Juve se lo aggiudicò per la metà: 450 mila lire. Era comunque la cifra record dell’epoca. Due stagioni a Torino, due anni senza squilli. Juventus quinta nel torneo ‘40-41, per Colaussi 24 presenze e 5 reti, una delle quali sul campo della Triestina con pareggio di Grezar destinato a venire sull’altra sponda torinese per morire a Superga. E alla Juve, nel ‘68, arrivò anche per una fugace apparizione il nipote Giordano, rivelatosi anch’egli nella Triestina e passato attraverso Lanerossi e Brescia. Colausig il cognome di Giordano, quello vero della famiglia. Era stato cambiato d’ufficio in Colaussi ai tempi in cui il regime vietava i nomi stranieri. Nel campionato successivo i bianconeri ottennero il sesto posto. Per il Gino 16 presenze e due gol. Ma vinse la Coppa Italia, prima della cessione al Vicenza. Arrivava la guerra a spaccare l’Italia e anche il football. Dopo, per Colaussi, Padova e Triestina. Un ritorno a casa intervallato da viaggi per la successiva carriera di allenatore, soprattutto dei giovani. Nella ricerca di lavoro in un mestiere che gli piaceva solo a livello di istruttore, anche otto mesi ad insegnare calcio in Libia. Con lui Biavati, l’attaccante del doppio passo. A pagarli fu un giovane amministratore, un certo Gheddafi. Che li fece penare non poco, prima di saldargli gli stipendi dovuti. Il bilancio della sua vita di calciatore è 339 presenze e 63 gol in serie A, di 26 e 15 in azzurro. Intelligenza, fantasia, ragionamento, scatto, tiro e disciplina. Queste le qualità che Vittorio Pozzo riconosceva pubblicamente a Colaussi. E fu il ct a chiedergli, rivolgendosi anche alla fidanzata, di rinviare le nozze per allenarsi al mondiale del ‘38. Gino non ci credeva, non si sentiva fisicamente in grado di rispondere alla chiamata. «Mi bastano pochi tuoi minuti per partita» gli disse il commissario tecnico. Ne giocò 270, per le quattro reti più importanti della sua vita. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/01/luigi-colaussi.html
  18. LUIGI COLAUSSI https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Colaussi Nazione: Italia Luogo di nascita: Gradisca d'Isonzo (Gorizia) Data di nascita: 04.03.1914 Luogo di morte: Trieste Data di morte: 24.12.1991 Ruolo: Attaccante Altezza: 163 cm Peso: 66 kg Nazionale Italiano Soprannome: Gino Alla Juventus dal 1940 al 1942 Esordio: 27.10.1940 - Serie A - Napoli-Juventus 2-2 Ultima partita: 26.04.1942 - Serie A - Torino-Juventus 2-1 43 presenze - 7 reti 1 coppa Italia Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Gino Colaussi, all'anagrafe Luigi Colàusig (Gradisca d'Isonzo, 4 marzo 1914 – Trieste, 24 dicembre 1991), è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, campione del Mondo con l'Italia ai Mondiali del 1938. Gino Colaussi Colaussi al termine della finale del campionato del mondo 1938 Nazionalità Italia Altezza 163 cm Peso 66 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1952 - giocatore 1971 - allenatore Carriera Giovanili ????-1930 Itala Gradisca Squadre di club 1930-1940 Triestina 248 (42) 1940-1942 Juventus 43 (7) 1942-1945 Vicenza 47 (23) 1945-1946 Triestina 26 (3) 1946-1948 Padova 45 (12) 1948-1949 Thiene ? (?) 1949-1950 Ternana 14 (2) 1950-1951 Tharros ? (?) 1951-1952 Olbia 7 (1) Nazionale 1935-1940 Italia 26 (15) 1938 Italia B 1 (1) Carriera da allenatore 1948-1949 Thiene 1949-1950 Ternana 1950-1951 Tharros 1951-1953 Olbia 1956-1967 Campobasso 1959-1961 Alcamo 1963 Triestina 19?? Vittoria 19?? Canicattì 1967-1968 Alcamo 1969-1970 Latina Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Biografia Fratello minore di Giordano, era pertanto conosciuto anche come Colaussi II. Il cognome paterno Colàusig verrà italianizzato in Colaussi durante l'epoca fascista. Anche il nipote Giordano Colausig avrebbe intrapreso la carriera calcistica. Di umili origini (era figlio di agricoltori), prima di praticare il calcio a livello professionistico lavorava come ciabattino, guadagnando due lire per ogni paio di scarpe. Terminata la carriera calcistica, aprì un bar a Bassano del Grappa ma ebbe notevoli difficoltà economiche che lo portarono anche a impegnare la medaglia d'oro vinta nel Mondiale 1938, e nel 1986 lo Stato italiano gli concesse un vitalizio. È morto il 24 dicembre 1991 all'ospedale Santorio di Trieste. Dopo la sua scomparsa gli sono stati dedicati lo stadio Comunale di Gradisca d'Isonzo e una tribuna dello Stadio Nereo Rocco. Caratteristiche tecniche Ala sinistra, era veloce, scattante e dotato di un buon tiro; nonostante la struttura fisica modesta, sapeva farsi valere nei contrasti. Queste qualità, unitamente alla sua freddezza sottoporta, lo rendevano un buon realizzatore e compensavano il divario di classe con altri interpreti del ruolo come Raimundo Orsi. La sua specialità erano i cross e i traversoni. Pur essendo prevalentemente mancino, sapeva disimpegnarsi bene anche con il piede destro. Secondo alcuni giornalisti fu l'inventore del cosiddetto doppio passo, storicamente attribuito al bolognese Amedeo Biavati. Carriera Giocatore Club Crebbe calcisticamente nell'Itala di Gradisca passando giovanissimo alla Triestina su indicazione personale del presidente Celso Cerretti all'allenatore István Tóth; con la maglia degli alabardati esordì in Serie A il 28 settembre 1930 a sedici anni contro il Bologna, segnando il suo primo gol in massima serie il 2 novembre 1930, nella vittoria interna contro l'Ambrosiana per 5-0. Rimase in forza alla Triestina per dieci stagioni consecutive, rivelandosi come una delle migliori ali del campionato. Colaussi (accosciato, primo da sinistra) nella Juventus del 1940-1941 Nel 1940, dopo un corteggiamento durato diversi anni, passò alla Juventus per la somma di 450.000 lire nonostante il Genova 1893 avesse offerto il doppio alla Triestina. L'inizio della sua militanza in bianconero fu condizionato dal servizio militare svolto in Istria, che ne ritardò la preparazione e l'inserimento in squadra, e anche le successive prestazioni furono inferiori alle attese, al punto da essere definito da un giornalista dell'epoca un limone spremuto. Pur poco impiegato nella seconda stagione, contribuì alla conquista della Coppa Italia 1941-1942. Nel campionato 1942-1943 fu ceduto al L.R. Vicenza, accentuando il declino del proprio rendimento. Rimane ai berici anche durante il campionato di guerra; al termine del conflitto, rimise la casacca rossoalabardata per un'ultima annata, nel campionato di Divisione Nazionale 1945-1946. Con la Triestina disputò in totale undici stagioni, per un totale di 275 partite con 47 reti, che lo collocano al secondo posto nella classifica assoluta delle presenze di squadra, dietro a Piero Pasinati. Nel 1946 scese per la prima volta in Serie B, ingaggiato dal Padova con cui disputò il suo ultimo biennio professionistico contribuendo alla promozione in Serie A nel 1948. Nelle stagioni successive ricoprì più volte il ruolo di allenatore-giocatore nelle serie inferiori: fu al Thiene nella stagione 1948-1949, alla Ternana nella stagione 1949-1950, scendendo sporadicamente in campo per far fronte alla difficile situazione in cui versava il club rossoverde. Nel biennio successivo fu ancora allenatore-giocatore, nelle file della Tharros di Oristano e poi con l'Olbia, con cui disputò la sua ultima stagione. Nazionale Esordì in azzurro sotto la gestione di Vittorio Pozzo il 27 ottobre 1935, contro la Cecoslovacchia. Divenne titolare nel ruolo di ala sinistra sostituendo Raimundo Orsi, tornato in Argentina, ed era considerato insostituibile da Pozzo, che lo convocò per il Mondiale del 1938 nonostante precarie condizioni fisiche, chiedendogli anche di rinviare il proprio matrimonio. Lasciato a riposo nella partita inaugurale contro la Norvegia, andò a segno contro Francia e Brasile e si ripeté nella finalissima contro l'Ungheria vinta per 4-2, realizzando una doppietta che portò il suo ruolino personale a 4 reti in 3 partite nella competizione. Dopo la partita offrì una cena a base di caviale e champagne a tutti i compagni e membri dello staff tecnico. Sul finire degli anni Trenta cedette progressivamente il posto da titolare ad Pietro Ferraris e Carlo Reguzzoni. In totale ha disputato 26 partite in Nazionale, realizzando 15 reti. Conta anche una presenza e una rete nella Nazionale B, il 15 maggio 1938, nel 4-0 inflitto al Lussemburgo. Allenatore Appese le scarpe al chiodo, Colaussi tentò la carriera di allenatore, sempre prediligendo il lavoro con i giovani e l'attività di istruttore. Dopo le esperienze come allenatore-giocatore, rimase all'Olbia conducendolo alla promozione in IV Serie nel campionato 1952-1953, nel quale fece esordire in prima squadra diversi giovani tra cui Gustavo Giagnoni. Nel 1959 passò sulla panchina dell'Alcamo, militante nel campionato di Prima Categoria siciliana. Ottenne la promozione in Serie D al termine del campionato 1960-1961, tuttavia fu esonerato durante il campionato successivo, concluso con la retrocessione. Ciononostante, ricevette il Seminatore d'oro per i dilettanti nel 1962. Nel 1963 tornò brevemente a Trieste come allenatore, subentrando a Enrico Radio nel campionato 1962-1963 e proseguì nelle serie inferiori con Campobasso, Vittoria, Canicattì, di nuovo Alcamo e infine Latina, in Serie C, subentrando a Domenico Biti senza poter evitare la retrocessione. Dopo questa esperienza si trasferì per alcuni mesi in Libia, insieme ad Amedeo Biavati, alla guida di una rappresentativa dilettantistica nel paese nordafricano su incarico della Federcalcio; fece rientro in Italia nel 1971, a causa delle difficili condizioni di vita degli italiani dopo la rivoluzione di Muʿammar Gheddafi. Palmarès Giocatore Club Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Serie B: 1 - Padova: 1947-1948 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia 1938 Coppa Internazionale 1933-1935 Individuale XI All star team dei mondiali: 1 - Francia 1938 Allenatore Promozione: 1 - Olbia: 1952-1953 Prima Categoria: 1 - Alcamo: 1960-1961
  19. CESARE GOFFI https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Goffi Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 05.05.1920 Luogo di morte: Torino Data di morte: 20.02.1995 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1940 al 1942 Esordio: 27.10.1940 - Serie A - Napoli-Juventus 2-2 Ultima partita: 11.01.1942 - Serie A - Juventus-Livorno 2-3 9 presenze - 20 reti subite 1 coppa Italia Cesare Goffi (Torino, 5 maggio 1920 – 20 febbraio 1995) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Cesare Goffi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1950 - calciatore Carriera Squadre di club 1937-1939 Casale 21 (-?) 1939-1940 Cosenza ? (-?) 1940-1942 Juventus 9 (-20) 1942-1943 Padova 15 (-?) 1943-1944 Biellese 8 (-?) 1944-1945 Istituto Sociale Torino ? (-?) 1945-1946 Cuneo 9 (-?) 1946-1950 Catania 75 (-79) 1951-1954 Marsala 63 (-?) 1954-1956 Ivrea 7 (-?) Carriera da allenatore 1946-1947 Catania Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Campionato italiano Serie C: 1 - Catania: 1948-1949 (girone D)
  20. FRANCO MORZONE https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_1939-1940 Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 07.09.1918 Luogo di morte: Rivarolo Canavese (Torino) Data di morte: 30.04.1998 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1939 al 1940 Esordio: 17.09.1939 - Serie A - Inter-Juventus 4-0 1 presenza - 0 reti
  21. MARIO BO Il piccolo e scaltro savonese non teme niente, neppure i più arcigni difensori. Proveniente dal vivaio del Torino, gioca otto stagioni in bianconero dal 1939 al 1946 (con una parentesi al Genova e all’Ambrosiana), vincendo la Coppa Italia del 1942. Sessanta presenze e venti reti è il suo tabellino.«A Carlin piacevano i suoi occhi – racconta Caminiti – che aveva di un azzurro ligure. Bisognava dargli la palla, e poi dirgli: martella, col suo dribbling testardo riusciva sempre a piazzare il cross e Gabetto giovane preferiva i cross di Bo, perché si ammorbidivano sull’ultimo metro, allo zompare dell’imbrillantinato turinéis. Di altre ali piccole la Juve ne avrebbe avute, fino a Ermes Muccinelli, ma uno come Bo non più. Cresciuto nei Balon Boys e lanciato dal Toro, diventò juventino nel 1939 e rinnovò le sfide belluine del derby, picchiando lui per primo il difensore grosso che fosse. Anche con l’aria di lavorucchiare sul pallone era tremendo, strani estri lo ispiravano, con tocchi smarcanti e più di segnare lui, molti goal fece segnare. Ma tutti i suoi nove goal in bianconero sono dei capolavori, perfetti come teoremi». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/04/mario-bo.html
  22. MARIO BO https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Bo Nazione: Italia Luogo di nascita: Savona Data di nascita: 04.12.1912 Luogo di morte: Torino Data di morte: 04.12.2003 Ruolo: Centrocampista Altezza: 166 cm Peso: 69 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1939 al 1941 e dal 1944 al 1946 Esordio: 17.09.1939 - Serie A - Inter-Juventus 4-0 Ultima partita: 07.04.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Bologna-Juventus 2-1 60 presenze - 22 reti Mario Bo (Savona, 4 dicembre 1912 – Torino, 4 dicembre 2003) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Mario Bo Bo (accosciato, secondo da destra) nella Juventus della stagione 1940-1941 Nazionalità Italia Altezza 166 cm Peso 69 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1950 Carriera Giovanili 1925-1928 Eden San Paolo 1928-1931 Torino Squadre di club 1931-1939 Torino 185 (42) 1939-1941 Juventus 39 (12) 1941-1942 Genova 1893 10 (2) 1942-1943 Ambrosiana-Inter 12 (3) 1944-1946 Juventus 21 (10) 1946-1950 Fossanese 87 (21) Carriera Club Gli inizi e il Torino Nativo di Savona, iniziò a giocare a calcio nell'Eden San Paolo di Torino, dove rimase per tre anni prima di essere aggregato alle giovanili del Torino (note poi come Balon Boys in onore di Adolfo Baloncieri). Passato in prima squadra nel 1931, esordì in Serie A nello stesso anno (e poco prima di compiere 19 anni) in Torino - Bari del 22 novembre, siglando una doppietta nel complessivo 6-1 per i torinesi. Chiuso però dai titolari Gino Rossetti, Onesto Silano e Julio Libonatti, raccolse solo sei presenze nella sua prima stagione (segnando un ulteriore gol, anche se inutile, nella partita Milan - Torino del 29 maggio 1932, persa per 6-1). Nelle stagioni successive divenne titolare, con i granata che si mantennero in posizioni di centro classifica. L'annata migliore fu senza dubbio il 1935-1936: Bo mise a segno nove reti in 25 presenze in campionato, il Torino terminò il campionato in terza posizione, vinse la Coppa Italia e arrivò fino agli ottavi di finale della Coppa dell'Europa Centrale, dove fu eliminato dagli ungheresi dell'Újpest. Le tre stagioni successive videro la conferma della squadra ad alti livelli, ma non arrivò alcun trofeo: nel 1936-1937 i granata confermarono il terzo posto dell'anno precedente, ma furono eliminati agli ottavi della Coppa Italia; nel 1937-1938 arrivarono al nono posto e furono sconfitti in finale di Coppa Italia della Juventus; infine nel 1938-1939 il Torino terminò secondo alle spalle del Bologna. In quest'ultima annata Bo giocò la sua ultima partita con la maglia granata, la gara Torino - Bari del 28 maggio 1939 vinta per 2-1, segnando il gol del momentaneo 1-0 che fu anche l'ultimo suo gol con la casacca del Torino. A fine stagione venne ceduto all'altra squadra di Torino, la Juventus: in totale, con la maglia granata marcò 201 presenze e 46 reti tra campionato e coppe (solo in campionato, 185 partite e 42 reti). Juventus, Genova e Ambrosiana Nella sua prima stagione con i bianconeri, Bo marcò sette reti in 18 presenze, esordiendo in campionato il 17 settembre 1939 nella gara Ambrosiana - Juventus 4-0: la squadra giunse terza in campionato e arrivò fino alla semifinale di Coppa Italia, dove fu sconfitta dalla Fiorentina poi campione. Nel 1940-1941 Bo segnò quattro reti in 21 gare, ma la stagione della Juventus non decollò: eliminata agli ottavi di Coppa Italia, la squadra terminò il campionato al quinto posto senza mai essere veramente in corsa per il titolo (alla fine appannaggio del Bologna). Al termine della stagione, Bo si trasferì al Genova 1893, dove fu però relegato al ruolo di riserva e scese in campo in sole 10 partite, mettendo a segno 2 reti, frutto di una doppietta siglata contro la Fiorentina. Con i liguri il savonese si trattenne solo un anno, prima di accasarsi all'Ambrosiana-Inter dove, anche qui come riserva, segnò tre reti in 12 gare. Anche qui la sua esperienze durò solo un anno: nel 1944 tornò infatti alla Juventus. Ritorno alla Juventus, la Fossanese e il ritiro Tornato a vestire i colori bianconeri, partecipò al Campionato Alta Italia 1944 (organizzato in un'Italia divisa dalla Linea Gotica), con la squadra allora denominata Juventus-Cisitalia, siglando otto gol in 18 partite: la formazione torinese giunse 2ª nel Girone Eliminatorio Ligure-Piemontese e 2ª nel Girone Ligure-Lombardo-Piemontese delle semifinali. Dopo l'interruzione del campionato nel 1944-1945 a causa della guerra, giocò un'ulteriore stagione nella stagione 1945-1946 dove marcò due reti in sole tre presenze con la maglia della Juventus. Nel 1946 si trasferì alla Fossanese, squadra piemontese militante in serie C, con la quale concluse la carriera nel 1950 all'età di 37 anni. Al termine della carriera, contò 267 presenze nella massima serie con 68 reti. Nazionale Nonostante le numerose presenze in Serie A, Bo ottenne solo una convocazione in Nazionale B. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Torino: 1935-1936
  23. GIUSEPPE VIANI Non tutti ricordano come quando e perché Gipo Viani – si legge su “Hurrà Juventus” del febbraio 1969 – il popolare tecnico stroncato da infarto in un albergo di Ferrara la mattina del 6 gennaio, venne a Torino per vestire la maglia della Juventus. Gipo aveva militato nelle file dell’Inter e, con la casacca neroazzurra aveva vinto il titolo di Campione d’Italia nel primo campionato a girone unico (1929-30). Poi, passato alla Lazio, per cinque anni era stato il perno della mediana della società biancoceleste: un giocatore elegante, pratico, senza fronzoli; dominatore sui palloni alti che attraversavano la sua area di rigore, grintoso, ma non falloso, atletico, ma sufficientemente veloce.Purtroppo nell’ultimo anno di permanenza alla Lazio il suo rendimento si fece saltuario. Forse c’erano anche ragioni extra sportive a renderlo preoccupato e meno diligente nella preparazione atletica. Alla fine della stagione 1938-39 i dirigenti della Lazio decisero di metterlo in lista di trasferimento.Viani venne a Torino. Andò da Borel II, al quale era legato da buona amicizia e Farfallino perorò la causa di Gipo: la Juventus, a quell’epoca, si trovava priva di un forte centromediano e forse Viani avrebbe potuto risolvere i problemi della seconda linea bianconera. Invece il giocatore non riuscì a convincere appieno i tecnici juventini. Sotto certi punti di vista Viani, allegro, spensierato, pazzerellone, amante delle carte e del biliardo, poteva essere paragonato a Renato Cesarini.Alla Juventus Viani non ebbe fortuna. Giocò in prima squadra una sola partita, quella della prima domenica di campionato; per il resto della stagione militò nelle riserve e si può dire che, come giocatore, Viani fini alla Juventus la sua carriera. Tornò grande dopo la guerra, quando andò ad allenare la Salernitana. Da quel momento iniziò la sua ascesa come tecnico: in quella veste egli poté dimostrare che il gioco del calcio non aveva per lui alcun mistero. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/giuseppe-ferruccio-viani.html
  24. GIUSEPPE VIANI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Viani Nazione: Italia Luogo di nascita: Treviso Data di nascita: 13.09.1909 Luogo di morte: Ferrara Data di morte: 06.01.1969 Ruolo: Centrocampista Altezza: 183 cm Peso: 83 kg Soprannome: Gipo - Lo Sceriffo Alla Juventus dal 1939 al 1940 Esordio: 14.01.1940 - Serie A - Juventus-Liguria 4-0 Ultima partita: 11.02.1940 - Serie A - Modena-Juventus 1-2 5 presenze - 0 reti Giuseppe Ferruccio Viani, detto Gipo, (Treviso, 13 settembre 1909 – Ferrara, 6 gennaio 1969) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Con 639 presenze è quinto assoluto nella classifica di presenze degli allenatori in Serie A. In sua memoria è intitolato lo Stadio Comunale di Nervesa della Battaglia. Trasferitosi a Nervesa della Battaglia il 1º agosto 1956. Nel 2018 ottiene un riconoscimento alla memoria nella Hall of Fame del calcio italiano. Giuseppe Viani Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 83 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1943 - giocatore 1969 - allenatore Carriera Squadre di club 1924-1926 Olimpia Treviso ? (?) 1926-1928 Treviso 21 (10) 1928-1934 Ambrosiana 137 (11) 1934-1938 Lazio 114 (1) 1938-1939 Livorno 27 (0) 1939-1940 Juventus 5 (0) 1940-1941 Siracusa 25 (2) 1941-1943 Salernitana 42 (1) Carriera da allenatore 1940-1941 Siracusa 1941-1943 Salernitana 1945 Benevento 1945-1946 BPD Colleferro 1946-1948 Salernitana 1948-1949 Lucchese 1949-1951 Palermo 1951-1952 Roma 1952-1956 Bologna 1956-1965 Milan 1958 Italia 1960 Italia 1960 Italia olimpica D.T. 1965-1966 Genoa 1968 Bologna D.T. 1968-1969 Udinese D.T. Caratteristiche tecniche Allenatore Alcune fonti lo indicano come il primo allenatore ad introdurre il ruolo del libero, altri, come il giornalista Gianni Brera, hanno attribuito invece questo merito a Ottavio Barbieri. Ciò che è certo, è che sfruttò al meglio l'invenzione del Vianema sorta da un'idea di un suo giocatore, Antonio Valese ai tempi della Salernitana: in tal senso fu uno dei primi -se non il primo- allenatore ad introdurre il ruolo del libero in modo sistematico. Il Vianema si configurò come una revisione del sistema da cui ebbe in seguito origine il catenaccio all'italiana. L'utilizzo del Vianema consentì alla Salernitana di non sfigurare contro squadre di Serie A ritenute molto più forti, riuscendo ad ottenere preziosi pareggi e vittorie, e soltanto per un punto non ottenne una salvezza che mostrò di meritare, in quanto l'arbitro fiorentino Vittorio Pera si rese protagonista di un pessimo arbitraggio nella sfida salvezza dei "granata del Sud" contro la Roma, come fonti autorevoli testimoniano (fra cui Antonio Ghirelli, nella sua Storia del calcio). Carriera "Gipo" Viani tra i compagni di squadra Ferraris IV e Fantoni II: una delle più forti mediane della storia della Lazio Giocatore Cresce calcisticamente nelle file dell'Olimpia di Treviso in Terza Divisione e del Treviso in Prima Divisione. Nel 1929 viene ceduto, assieme a Umberto Visentin, all'Ambrosiana. Esordisce in Serie A il 6 ottobre 1929 in Ambrosiana-Livorno (2-1). Nella stagione 1929-30 vince lo scudetto con la squadra milanese. Dopo sei stagioni in maglia nerazzurra, gioca con Lazio, Livorno e Juventus. Termina la sua carriera calcistica tra il 1940 e il 1943 nel Siracusa e nella Salernitana. Allenatore Per tutta la sua carriera fu accompagnato dal soprannome "Lo sceriffo", tanto per i suoi metodi risoluti quanto per una notevole somiglianza con John Wayne. Club Siracusa e Salernitana Nei suoi ultimi 3 anni da calciatore cominciò anche ad allenare, diventando allo stesso tempo "Allenatore-Giocatore" del Siracusa e poi della Salernitana: con i siciliani restò un anno (dal 1940 al 1941) e portò il club al primo posto nella classifica finale del girone H della Serie C 1940-1941; in quanto detentore del girone venne ammesso ai gironi finali per la promozione diretta in Serie B, poi sfumata: partecipò al girone A finale, ma arrivò in terza posizione, non raggiungendo i primi due posti validi per un solo punto; con i granata, invece, restò due anni (dal 1941 al 1943) e, alla prima stagione arrivò di nuovo capolista, ma la squadra non venne ammessa ai gironi finali per illecito sportivo, mentre l'annata successiva rimase sulla panchina campana, arrivò per la seconda volta consecutiva in prima posizione in classifica e arrivò in seconda posizione nel girone A della fase finale, ottenendo dunque la promozione in Serie B. La cadetteria, però, stenterà ad arrivare, in seguito agli attacchi bellici della Seconda guerra mondiale che hanno costretto l'interruzione dei campionati. Benevento e Colleferro Dopo due anni di inattività allenò il Benevento, con cui vinse il campionato di C (anche se il club per motivi economici non formalizzerà l'iscrizione alla B), e dopo, sino al 1946, passò al B.P.D. Colleferro. Seconda avventura alla Salernitana Successivamente, Viani ritornò alla Salernitana, in Serie B. Con i campani conquistò la promozione in Serie A adottando un modulo tattico originale. Il sistema, detto Vianema in onore dell'allenatore, prevedeva l'assenza dell'attaccante centrale, impiegato come un libero, e una manovra offensiva molto efficace avviata sulle fasce laterali. Lucchese e Palermo Dopo la positiva esperienza in Campania, diventò tecnico della Lucchese, per l'anno 1948-1949, dove concluse all ottavo posto finale in campionato, e, per un biennio (dal 1949 al 1951), divenne tecnico del Palermo, chiudendo con un tredicesimo posto e poi decimo posto finale. Roma In seguito alla prima e unica retrocessione della Roma in Serie B, avvenuta nella stagione 1950-1951, venne scelto come allenatore dei giallorossi, con il quale conquistò immediatamente la massima serie, dopo aver tenuto il comando della classifica e aver domato il Brescia con un punto di vantaggio. Nonostante la promozione, decise di dimettersi da tecnico dei capitolini. Bologna Per un quadriennio, dal 1952 sino al 1956, fu chiamato alla guida del Bologna, con cui ottenne dei risultati di alta classifica, concludendo in modo positivo le stagioni con gli emiliani. Milan Nel 1956 fu ingaggiato dal Milan, che condusse da allenatore fino al 1958 e in qualità di direttore tecnico dal 1958 al 1965. In questi nove anni vinse 3 scudetti (1956-1957, 1958-1959 e 1961-1962) e la Coppa dei Campioni 1962-1963 dopo aver perso la finale del 1958 con il Real Madrid. Come direttore tecnico perde la quarta edizione della Coppa Intercontinentale 1963, dove si affrontarono il Milan e il Santos. Sempre in questo periodo Viani concluse un affare di calciomercato assai vantaggioso con la Roma: Víctor Benítez passò in giallorosso in cambio del trasferimento al Milan di Sormani e Schnellinger. Nazionale Italiana Tra il 1958 e il 1960 fu nominato commissario tecnico della Nazionale italiana e ricopri il ruolo di D.T. della Nazionale Olimpica italiana. Genoa, di nuovo Bologna e infine Udinese Dopo l'avventura nel Milan diresse il Genoa, poi ancora il Bologna (per la seconda metà della stagione 1967-1968, subentrando a gennaio a Luis Carniglia) e infine l'Udinese. Palmarès Viani con la maglia dell'Ambrosiana nella stagione 1928-29. Giocatore Campionato italiano: 1 - Ambrosiana Inter: 1929-30 Allenatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Milan: 1956-57, 1958-59 (D.T.), 1961-62 (D.T.) Campionato italiano di Serie B: 2 - Salernitana: 1946-47 - Roma: 1951-52 Serie C: 2 - Siracusa: 1940-1941 - Salernitana: 1942-1943 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 1 - Milan: 1962-1963 (D.T.)
  25. CARLO PAROLA La sua consacrazione definitiva avvenne quando la famiglia Panini decise di utilizzare una fotografia di Carletto che effettua in perfetto stile una rovesciata, come simbolo del proprio album di figurine. Per tutti i bambini italiani, Parola diventò quello della rovesciata.«In bicicletta andavo veramente forte in salita, peccato che non fossi altrettanto bravo in discesa. Ma a rendermi prudente era stata una brutta caduta, piombando a valle da Pino Torinese, con serie conseguenze, la frattura di un braccio. Fu il calcio che spuntò nei miei orizzonti qualche anno dopo la morte di mio padre. Abitavo a Cuneo, dove non c’era il Velodromo, ma dove esisteva il campo sportivo: e fu là che presi confidenza con la sfera di cuoio e mi convertii a quello che giudico ancora oggi il più bel gioco del mondo.Quando tornai a Torino, insieme ad alcuni amici appassionati, fondai una squadretta che, dal nome del corso adiacente al prato sul quale si giocava, venne chiamata Brianza. Avevo appena 10 anni ma ricordo che in quella compagine feci di tutto, dal difensore al centravanti, dal mediano all’ala e persino il portiere. La nostra squadretta non tardò a farsi un proprio nome ed ebbe anche i suoi tifosi che, domenicalmente, la seguivano, spingendosi in audaci trasferte magari fino a Porta Susa.A quei tempi ero iscritto alla scuola allievi Fiat. Lavoravo, studiavo e giocavo a calcio, naturalmente, nella squadra ragazzi del Fiat: ero centravanti, segnavo moltissimi goal. Gli osservatori della Juventus mi seguivano con interesse e quell’anno su indicazione di Zambelli finii nelle file del club che sognavo giorno e notte. Portavo a casa 18 lire al mese: pensate quando andarono da mia madre e le chiesero se mi avrebbe lasciato giocare per 750 lire al mese! Mi guardò e mi chiese: “Ma è proprio vero?”.Seppi più tardi che ero costato alla Juventus qualcosa come 60.000 lire, una bella cifra indubbiamente. Mi misi al lavoro con tutto l’entusiasmo possibile, avevo 18 anni e una gran voglia di sfondare. Mi cambiarono subito di ruolo: da centravanti passai dalla parte opposta, cioè nel ruolo di chi controllava i goleador. Forse fu anche per questo che affrontai sempre gli ex colleghi con una certa attenzione. Tremavo al pensiero che un giorno avrei potuto sostituire un certo Monti, io che avevo 18 anni e che davo del “voi” ai Foni, ai Rava e ai Gabetto. Un giorno accadde: esordii nella Juventus, in serie A. Proprio contro la mia attuale squadra, il Novara; vincemmo per 1-0 e fu una giornata bellissima, indimenticabile, io, ragazzino, in mezzo a tanti campioni! Come stopper metodista, mi difesi abbastanza bene e in seguito presi sempre più confidenza con il mio ruolo fino a impormi come titolare.Passare dai ragazzi Fiat alla grande Juventus fu una cosa meravigliosa: penso che per ogni giocatore sia la stessa cosa, anche se sovente l’esordio è talmente infarcito di emozioni che si finisce con il perdere il senso della realtà. Fu 10 anni dopo che vincemmo lo scudetto, subito dopo la scomparsa del Grande Torino. Noi continuammo la tradizione che voleva il titolo appannaggio dei club torinesi. Fu una stagione meravigliosa: pensate che segnammo la bellezza di 100 goal. Il presidentissimo Agnelli aveva acquistato Martino, Hansen, Præst e altri campioni, avevamo Carver come allenatore. Il suo italiano era ancora incomprensibile per cui la tattica nasceva in campo a seconda delle necessità.Fu allora che inventammo il libero anche se pochi se ne accorsero. Senza che lo stesso Carver se ne accorgesse, Karl Hansen fungeva da mediano, Mari si piazzava sul centravanti avversario ed io stavo in ultima battuta alle sue spalle, proprio come succede al giorno d’oggi. Allora però non si parlava tanto di tattiche: si giocava, si pensava a segnare il maggior numero possibile di goal e a subirne il meno possibile. Con questo non è che rinunciassimo ad attaccare anzi lo facevamo con 4 punte. Era il nostro gioco elastico a centrocampo a permetterci queste possibilità, tattica alla quale si richiamano anche oggi molte società.Avevamo grandi avversari, come il Milan del trio Gre-No-Li, eppure vincemmo in bellezza. Parlando di quella formazione con Boniperti, concordammo in una giornata dedicata ai ricordi, che quella forse fu la formazione più completa del dopoguerra. Vincemmo il campionato con diversi punti di vantaggio. Era la mia decima stagione nella Juventus (complessivamente ho giocato in bianconero 15 campionati) la più bella, indubbiamente; anche lo scudetto successivo non fu così ricco di soddisfazioni».SERGIO DI BATTISTA, DA “LA STORIA DELLA JUVENTUS” DI PERUCCA, ROMEO E COLOMBERONel Louvre del calcio è immortalato il suo capolavoro: la rovesciata. È una delle immagini più famose nella iconografia del pallone, fissata per caso da un fotografo fiorentino che impellenti necessità avevano spinto nella trincea che una volta esisteva dietro le porte. La sagoma di Parola si staglia nella lieve foschia di una fredda domenica di sole. Sospeso nel vuoto, sorretto da invisibili fili, le braccia distese ad accompagnare, quasi a offrirlo alla platea, un gesto stilisticamente perfetto, la gamba sinistra piegata a sveltire il movimento, la destra tesa come una lancia: il pallone, colpito di pieno collo, vola via. Gli è vicino Egisto Pandolfini detto «motorino», che sta frenando la sua corsa, resa ormai vana dalla prodezza dell’avversario. Sullo sfondo si riconoscono il mediano Giacomo Mari e più indietro un altro attaccante della Fiorentina, il calvo Sperotto.Era il gennaio del 1950. Parola aveva già 29 anni e stava per vincere il primo scudetto di una carriera non sempre pari alla classe, Della sua rovesciata si parlava ormai da un pezzo, da quando l’aveva esibita la prima volta a San Sito nella partita contro l’Austria, sotto gli occhi di giornalisti, tecnici, dirigenti accorsi da tutta Europa per vedere cosa restasse, dopo i disastri della guerra, dei campioni del mondo e della famosa scuola danubiana. Da allora quell’estroso esercizio acrobatico era diventato il suo grande numero, un colpo a effetto. «La sua battuta melodrammatica, il suo do di piede» scrisse Bruno Roghi. E lui, taciturno, quasi a schermirsi: «No, una disperata azione di salvataggio». Sarebbe comunque rimasta nella memoria dei gesti epici, come la sforbiciata di Caligaris, il gol a invito di Meazza, il passo doppio di Biavati.Era un asso autentico, un vero «classico», uno dei maggiori prodotti in assoluto del nostro calcio. E stato per anni il giocatore più popolare della squadra più popolare d’Italia, il più famoso del mondo, con quelli del Grande Torino. Secondo maestro Brera – che lo vedeva troppo isolato in difesa – sarebbe stato un grandissimo centromediano metodista. «Si sentiva attaccante, dovette trasformarsi in difensore. Elegantissimo di stile, batteva pulito con i due piedi, aveva doti acrobatiche eccezionali. Non era un grande incontrista, non rischiava molto il tackle. I suoi diretti avversari segnavano un po’ troppo, questo sì».Sentite Nordahl, che fu uno di quelli: «Giocare contro di lui era esaltante: non si poteva fare a meno di eguagliarlo in bravura». E un altro critico, Ettore Barra: «È il nostro più grande centromediano sistemista, il più grande d’Europa, ma al sistema è giunto senza entusiasmo. Avrebbe anche potuto essere il miglior centromediano metodista». Erano i tempi del grande dibattito tra metodo e sistema, delle infinite discussioni sulla fantasia di una tattica di gioco e sulla pragmatica disciplina dell’altra. Lui metteva tutti d’accordo. «I metodisti superstiti ringraziano Parola per non averli dimenticati» scriveva il poeta Roghi. «Talvolta evade, parte a lunghe falcate come se andasse a prendere una boccata d’aria, C’è sempre un calcolo nel suo gioco, nulla viene fatto a caso, in ogni azione di difesa c’è sempre urto spunto di iniziativa, un invito al compagno, una proposta». Non era l’uomo dei corpo a corpo, delle giornate tempestose, ma, si diceva, dell’estro, della manovra che supera l’avversario in prontezza e intelligenza.La sua storici personale è, in un certo modo esemplare: da dipendente Fiat a campione d’Italia della Juve, non è capitato a molti nonostante i noti legami tra quella e questa. C’è poi qualche sfumatura in stile gozzaniano che non guasta, a uso degli agiografi. La perdita del padre quando è ancora un bambino, gli entusiasmi per il ciclismo e i motori (un giorno, già campione celebre, chiederà invano di partecipare alla Mille Miglia, al volante, come Ascari). Poi il trasferimento a Cuneo dove non c’è il velodromo e alla bicicletta è preferibile il pallone, i primi calci in periferia, la prima squadretta che fa accorrere ammiratori dai dintorni. Alla Fiat entra poco dopo aver finito le elementari, in tempi ancora lontani dalla scuola dell’obbligo.Aiuto meccanico: il suo contributo, in quella famigliola mutilata dal destino, è un salario di 250 lire al mese. Fa parte della squadra dopolavoristica e in una partita di allenamento contro la Juventus gli capita di affrontare Borel. Deve cavarsela bene perché gli offrono di passare in bianconero e chi ne caldeggia l’acquisto è nientemeno che Caligaris. La trattativa non è così facile come potrebbe sembrare. Il presidente del Gruppo Sportivo Fiat è, per vocazione solo in apparenza contraddittoria, torinista e vorrebbe Parola in maglia granata. Risponde no. Deve intervenire, con una spicciativa telefonata, il giovane Gianni Agnelli.Così Parola diventa l’anello ideale tra due epoche juventine. Arrivato pochi mesi dopo l’addio di Monti, ha tra i compagni Gabetto che lo informa sui segreti della rovesciata e poi, negli spogliatoi, gli regala due dita di brillantina; più tardi, già famoso, dovrà vedersela con un nuovo arrivato, un biondino di Barengo, tal Boniperti, che al primo allenamento gli farà un tunnel, ricambiato con un’entrata dura sulla caviglia perché impari subito, il ragazzino, a rispettare i grandi.Giocò la prima partita in serie A sull’erba di casa, lui torinese, a Torino contro il Novara. Aveva come compagni di linea Depetrini e Varglien I, la Juventus vinse con un gol dell’altro Varglien. Sul giornale si lesse che il «giovane Pirola» aveva fatto un discreto debutto. Poi, nel commento del martedì un autorevole critico azzardò un giudizio più impegnativo scrivendo che «a dispetto di chi lo riteneva intempestivo, Caligaris ha mostrato una volta ancora di saper misurare i tempi: il debutto del giovane Parola è stato veramente confortevole e ha detto chiaramente come la Juventus stia preparando un nuovo, grande centromediano».Diventò titolare due campionati più tardi al centro di un trio che vecchi tifosi ricordano – spesso capita alle formazioni del calcio – come una filastrocca infantile o il refrain di una canzone della gioventù, un’occasione di nostalgia: Depetrini, Parola, Locatelli. Con Parola il gioco della Juve aveva ritrovato una caratteristica che era tipica ai tempi di Monti: sapeva «servire lungo» e furono quei lanci e quei rifornimenti a permettere agli attaccanti di segnare tanti gol in una stagione che comunque non fu vittoriosa. A dominare la scena si era infatti presentata una nuova squadra: il Torino.I campioni granata Parola li ebbe come avversari in campionato e come compagni in Nazionale, dove Vittorio Pozzo a volte gli preferiva Rigamonti, che aveva meno classe ma più grinta. Nacque l’idea che quel grandissimo «classico» non fosse altrettanto grande come incontrista, non amasse molto rischiare con il tackle, non fosse abbastanza «cattivo». Spesso le buscava. «Il limite di Parola – è l’opinione di Boniperti – era solo di una certa fragilità ossea, o forse di pura sfortuna, per cui l’avevo definito il Coppi del calcio». Di 10 partite in Nazionale la metà furono sconfitte, l’ultima – quella del mesto e precoce addio – in Brasile ai mondiali del 1950 quando la Svezia eliminò gli azzurri. Parola finì infortunato per un calcio di Jeppson. Con un altro centravanti svedese, Gunnar Nordahl, aveva avuto una brutta storia pochi mesi prima in campionato, una grigia domenica di febbraio. Quell’incredibile pomeriggio del 7 a 1 contro il Milan a Torino. I nervi a fior di pelle per lo straripare dei milanisti e la sfortuna degli juventini (proprio Parola aveva centrato un palo quando la squadra era in vantaggio), un’entrata scorretta, un calcio di ripicca: «Mi espulsi io, prima ancora che l’arbitro mi cacciasse». Commento di Gianni Agnelli che quel giorno soffriva in tribuna: «È l’unica cattiva azione di tutta la sua vita».Questo era Parola, detto anche «Carletto l’europeo» per la più inutile, accademica ma anche famosa delle sue partite, quella del 1947 a Glasgow tra la Gran Bretagna e una rappresentativa che allineava incautamente le grandi stelle del calcio continentale. Era finita 6 a 1 per i britannici, due gol del centravanti Lawton, un autogol di Parola. Poi, al di là del risultato e delle apparenze, quei commenti che avrebbero celebrato una leggenda. «Ce Soir»: «Fortunatamente c’era Parola. Un Parola che ha fatto una partita straordinaria in condizioni delicatissime, in mezzo a una difesa quasi sempre scardinata e spremuta all’estremo. L’italiano sopportò validamente il confronto con i suoi più valenti avversari e ciò era più che una prodezza». Di analogo tenore i commenti dei giornali inglesi. Non poco per l’ex aiuto-meccanico del Gruppo Sportivo Fiat.«Per me fu un grande onore e così penso, per il calcio italiano. Le altre nazioni europee indugiavano nel riprendere i contatti con noi: la guerra aveva lasciato il segno anche nello sport. I selezionatori mi videro all’opera a San Siro nella mia seconda prova in azzurro. L’11 novembre 1945 a Zurigo avevo esordito contro la Svizzera: il primo dicembre dell’anno successivo Pozzo mi confermò contro l’Austria che battemmo per 3-2. Io giocai abbastanza bene, feci una delle mie rovesciate, ma in quell’occasione ci fu una grandissima partita da parte di Maroso che avrebbe meritato di giocare nella selezione europea. Scelsero soltanto me cosi partii tutto solo per l’Olanda. Ci allenammo a Rotterdam, dove conobbi Wilkes, asso del calcio locale, e poi Nordahl, Præst e così via dicendo. Il 7 maggio giocammo a Glasgow in uno scenario indimenticabile. Gli stadi sudamericani dovevamo ancora scoprirli e quelli italiani erano piuttosto piccoli: Glasgow, invece, conteneva 150.000 spettatori, una cosa impressionante, cosi come restò indimenticabile quella partita contro i campioni britannici. Ricordo che nello stesso anno, la Juventus andò a giocare in Svezia contro una squadra di cui non ricordo il nome. Ricordo bene, invece, il nome di un’ala sinistra che ci fece impazzire: si chiamava Liedholm, era giovanissimo, due anni dopo sarebbe venuto in Italia assieme ad altri fuoriclasse del suo paese. “Però”, commentammo alla fine dell’incontro “quell’ala non stonerebbe in Italia”. Più avanti ci fu l’invasione straniera, arrivarono in tanti, anche per la Juventus. Nordahl fu ingaggiato dalla Juventus, se non che venne poi smistato al Milan in cambio di Pløger. Peccato, perché i nostri 2 scudetti potevano essere con lui almeno 5. Perché fu Nordahl successivamente ad indicare alla sua società i nomi di Liedholm e di Gren e a farli venire in Italia dopo avere constatato di persona che nel nostro paese si stava bene. Pensate se quei tre fossero finiti alla Juventus: un attacco composto da Boniperti, Gren, Nordahl, Liedholm e Præst avrebbe fatto almeno 150 goal!».VLADIMIRO CAMINITINon esiste un altro, nella storia del calcio nostro, che emuli Parola nel suo modo di essere campione. È vero, c’era stato Rosetta, ma con Parola l’esercizio virtuoso diventa stile. Con Parola, il calcio parla al mondo, quel mondo di un’Italia ancora sbigottita se non disfatta che sgrana gli occhi su tutto, non ci sono più ideali, ogni valore è stato frantumato in un mare di sangue, ma si riaprono gli stadi e Parola esegue la sua rovesciata per tutti gli umili e diseredati, disegna l’illusione con la sua acrobazia meditata; la sua rovesciata, in Italia, contende alla pizza napoletana il primato della popolarità.Parola nasce in una famiglia che è un grumo di ristrettezze. Torino non è solo piazza San Carlo, e i Savoia sono da tre anni in esilio, nel 1949, quando Parola è celebre. L’Italia è una Repubblica, Parola è l’alfiere di una Juventus che gioca un calcio stellare, non troppo istintivo, con un ragazzo biondo che abbaglia per i suoi goal freddi e poetici (Boniperti). Il papà di Carlo, detto Nuccio, è morto precocemente, vittima di un suo stesso vizio: si era accoppato ingurgitando tabacco pur di non andare soldato.Il ragazzo si trovò presto a sostentare una famiglia. Al dopolavoro Fiat, sgobbava come garzone e nel tempo libero giocava a calcio, senza sapere che un singolare tipo di osservatore da qualche tempo, Parola aveva già 17 anni, veniva a osservarlo; l’orecchiuto compare Sandro Zambelli, detto Zambo, il cantore dell’altra Juventus, quello delle dame patronesse e dei signori in frac. Ora la Juventus, è il 1939, aspetta di ridarsi una verginità. Dopo la morte di Edoardo, gli Agnelli si sono messi da parte. Gianni è ragazzo. La presidenza viene affidata al conte dottor Emilio De La Forest de Divonne. Non si saprà mai nulla di questo patrizio. La storia dice che c’è la sua firma sul primo contratto di calciatore di Carlo Parola.Parola nel campionato 1939-40 entra nei ranghi, è utilizzato in vari ruoli. Ha piedi morbidi e il suo calcio detta legge. Tanto è giovane, tanto è bravo. La guerra frenerà anche il suo cammino, ma è ancora in tempo per farsi amare. L’esordio è avvenuto contro il Novara, il 3 dicembre 1939, poi è tutta una scalata. Finisce la guerra, la ripresa è ilare e tormentata, a Zurigo l’11 novembre 1945 Parola è in campo contro la Svizzera, 4-4, non è un falco sul vecchio Amadò che segna 3 goal, non è proprio la sua giornata. Certi critici, secondo me maldestri, opinano che Parola non sia mai stato un combattente.Non è esattamente così. Nelle sue tante partite in bianconero, nelle sue dieci presenze azzurre, Parola è sempre Parola, parla il calcio, vuole essere mai restrittivo, sempre evocativo di libertà. È il simbolo della libertà recuperata, non concepisce le strettezze di una marcatura assillante, in cui sono più bravi Rigamonti e Tognon. Ma nessuno lo vale per il gesto stilistico, per la capacità di giungere primo sulla traiettoria, annichilendo nei giorni di vena anche bisonte Nordahl sull’anticipo. Gioca nella Juventus fino al 1954, quando con John Hansen emigra nella Lazio.E forse l’allenatore non è stato pari al giocatore, ma il mondo va così, e salendo sull’erta che ricorda quell’ameno sito che è Ceriale, con il suo mare strabiliante, Parola mi dava questa spiegazione del suo quasi fallimento come tecnico: «Sono stato un giocatore troppo grande per essere anche un allenatore troppo grande». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/09/carlo-parola.html
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