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Teobaldo Depetrini - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
TEOBALDO DEPETRINI Una volta nelle squadre di calcio il lavoro non si distribuiva – racconta Vladimiro Caminiti – non lavoravano tutti. Di undici c’era il portiere comandato di parare anche spezzandosi le nocche delle dita; e c’era il centravanti assegnato alle illusioni del gol, a ingrandirsi con quelle, ad appartarsi con quelle.I terzini facevano i terzini e basta, i mediani si occupavano di marcare e basta, le mezzeali concertavano l’azione del gol uno generalmente con più foga dell’altro che non si affrettava. Una volta, le squadre di calcio avevano i padroni del vapore che erano gli oriundi, e poi furono i nordici, pelandroni con lentiggini e alterigia. Una volta, nelle squadre di calcio dovevano correre in pochi, perché mediocri, perché comandati di correre e basta. Dovevano rompersi le ossa, potevano lamentarsi solo a letto, erano pagati poco e peggio. Rava si ribellò in nome di tutti quelli che non erano attaccanti e famosi.«Mi sono sempre chiamato Baldo, precisi per favore – mi disse Depetrini, una mattina, a casa mia, era in pastrano nordamericano dal nome del famoso generale, vendeva scatolette, era un muro cadente, non aveva più niente del suo passato di calciatore e i suoi occhi verdi erano gonfi di tutto ma non di speranza.«Questa di Teobaldo è inventata, mi sono sempre chiamato Baldo. E non staccato, De e poi Petrini, unito, sono stato sempre unito io, ho sempre corso per quattro, dovevo aiutarmi da solo. La Juventus mi aveva preso dalla Pro Vercelli, ero cresciuto nella stessa squadra dove si erano formati Piola e Ferraris II, cioè la Veloce. Cominciai a giocare proprio piccolo, a dodici anni ero qualcuno. I miei lavoravano sul riso, anche mio nonno. Vercelli vive comunque sul riso, lei lo sa?!››Infatti lo sapevo. Il riso, le discussioni, le contrattazioni, le cancellate alte a proteggere la gente del riso, con le rughe del lavoro duro, la speranza, il guadagno duro, stampate in viso. Vercellesi, col rispetto del centesimo o della lira. Non sprecano, non sprecheranno mai. Risparmiano. Si accontentano di poco. Sono umili e sgobboni. Come Depetrini nel calcio.«Avevo giocato in serie A con la Pro Vercelli i campionati dal ‘11 al ‘33. Mi facevano marcare Orsi ed io gli rendeva la vita difficile. Non mi incantava quello, non mi ha mai incantato. Non abboccavo alle sue finte. Lui si innervosiva. Bertolini era anziano e mi hanno chiamato a Torino. Nel ‘33-‘34 ho cominciato a giocare per la Juve. Ho giocato diverse volte. Poi ho letto che sono state dieci le partite che ho giocato quel primo anno. Ho esordito come ala destra a Casale. Si vince tre a zero e mi danno a bere un bicchiere di champagne. Ala destra. Ho fatto un gol. Ho sostituito Sernagiotto».Rivangando il passato, si rallegra, diventa eloquente.«Una vita ho giocato poi con la Juve, sedici anni consecutivi, dal 1933 al 1950, ne ho passate di tutte, ci sono stati i momenti bui, io ho rischiato pure di retrocedere con la Juve, dovettimo andare con Rosetta allenatore in ritiro a Torre Pellice. Però non ho guadagnato molto, era diverso ai miei tempi... E con la guerra di mezzo...».Il calcio dava a pochi, togliendolo anche a quelli come Depetrini. Orsi lo pagava anche Mussolini, Depetrini no.ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 1982Il nome di «Baldin» (così lo chiamano affettuosamente gli amici, i vecchi compagni di squadra) compare per la prima volta il 21 gennaio del 1934, in occasione di una partita del girone di ritorno del campionato 1933-34. La Juve, naturalmente, era campione d’Italia e immagino con quanto orgoglio il piccolo vercellese indossò la sua maglia bianconera con lo scudetto tricolore sul petto. La Juve era chiamata ad affrontare l’Alessandria allo Stadio Comunale; i «grigi» a quei tempi conoscevano ancora i fasti della serie A e ricordo che in quella stagione, oltre alla formazione «mandrogna», anche la Pro Vercelli e il Casale militavano nella massima divisione.Ecco, abbiamo citato il nome della Pro Vercelli. E non l’ho fatto a caso, perché per comprendere alla perfezione lo stile e la personalità del nostro amico Depetrini, non si può fare a meno di parlare della famosa «scuola» vercellese. Si può dire che la grande squadra di Milano-Ara-Leone rappresentò una sorta di ateneo calcistico e che quasi tutti i giocatori che poi ebbero a indossare la bianca casacca attinsero a piene mani dallo stile e dal temperamento di quei formidabili giocatori: citiamo Rosetta, Ardissone, Piola, Ferraris II°, Baiardi e, naturalmente, Baldo Depetrini.Lo stile calcistico della vecchia «Pro» era caratteristico: sbrigativo, veloce, pieno d’estro e di iniziative. Si basava moltissimo sul fiato e sulla solidità degli atleti. Uno dei più noti rappresentanti di quella scuola, Guido Ara, ebbe a riassumere la sua «estetica» nel motto: il calcio non a sport da signorine! Piaceva motto, a quell’epoca, l’indimenticabile Ettore Berra: osservò che tali caratteristiche si dovevano probabilmente spiegare con l’origine della società, che «veniva dalla ginnastica», aveva dunque imparato a giocare quasi da sola, senza un vero e proprio tecnico della palla. Sarebbe però erroneo e ingiusto identificare la tendenza sostanziale della scuola vercellese con un elogio della violenza come tale. Per quanto i giocatori in casacca bianca si meritassero le prime definizioni iperboliche del linguaggio sportivo per il fatto che si avventavano contro l’avversario con leonina irruenza e con l’«accompagnamento di secchi scatti della voce», nel gioco vercellese c’era più razionalità di quanto si potesse immaginare. In tempi in cui si giocava in undici, ma l’individualità regnava sempre sovrana, la Pro Vercelli seppe dimostrare che si poteva vincere e divertire anche con il gioco di squadra, e fornì anche uno dei primi esempi di razionale allenamento atletico e tecnico.Baldo Depetrini apparteneva indubbiamente a quella scuola. Se lo si dovesse paragonare a uno dei grandi vercellesi del passato, lo accosterei a Leone, che, come lui, giocava nel ruolo di mediano laterale. Leone era un uomo rude, leale ma rude. Le finte e i ricami di Ara non lo interessavano; per lui il gioco era lotta, fatica, sacrificio. Affrontava l’avversario con l’impeto dello schermidore che non conosce che la botta dritta; scavalcato, ritornava sui suoi passi, risoluto, caparbio, mai vinto.Sono proprio le doti che, poco tempo fa, decantava Ugo Locatelli parlando dell’amico Depetrini con il quale ha giocato in maglia bianconera per dieci campionati consecutivi. Diceva Locatelli: «Avete mai visto Depetrini cadere in terra? Quasi mai! Il giocatore che cade rimane estromesso dall’azione; tagliato fuori dal gioco. Questo a Depetrini non succedeva mai: era sempre in piedi, magari superato, ma ugualmente in grado di recuperare, di essere d’aiuto ai compagni, con quella sua chiarissima visione di gioco, con quell’intuito che lo portava ad anticipare le mosse dell’avversario, con quella sua potenza e rudezza che, in fase difensiva, lo rendevano praticamente insuperabile!»Ci pare che il giudizio di Locatelli, grande calciatore e acutissimo osservatore, sia fondamentale per presentare ai lettori il piccolo grande Depetrini.I tecnici della Juventus lo avevano visto giocare nelle file della Pro Vercelli e ne erano rimasti entusiasti. Conferme non necessarie erano poi venute nelle partite di campionato delle stagioni 1931-32 e 1932-33, quattro gare in cui il mediano della Pro Vercelli aveva avuto il non facile compito di controllare un uomo della classe di Raimundo Orsi; quattro partite tutte concluse con il successo della Juventus, ma nelle quali il «grande» Orsi non riuscì mai a segnare un gol, se non su calcio di rigore nella gara del 19 marzo 1933.L’acquisto di Depetrini, marcatore inesorabile, venne deciso all’unanimità.Come abbiamo già detto, l’esordio in prima squadra della Juve avvenne a Torino in un incontro con l’Alessandria; in quella occasione alla formazione bianconera mancava un’ala destra, e venne scelto Depetrini il quale, non solo se la cavò con grande onore, ma riuscì addirittura a mettere a segno la terza rete bianconera. Ancora come ala destra «Baldin» giocò le successive partite contro il Casale e la Roma; poi, essendo venuto a mancare Orsi, ecco che venne deciso di schierare il vercellese come ala sinistra: altre tre partite, contro Torino, Palermo e Triestina. Ancora ala destra contro il Genoa a Marassi e poi, finalmente, le ultime tre partite di campionato nel suo ruolo di mediano destro, contro Milan (4-0), Pro Vercelli (2-0) e Lazio (2-0). Ho citato i risultati delle tre gare per metter in rilievo il fatto del nessun gol incassato, segno di un perfetto equilibrio nella difesa della squadra.Nella stagione successiva (1934-35) le presenze di Depetrini furono 14; nel 1935-36 ne contiamo 24 su 30 gare; e così via di seguito, con un crescendo di rendimento eccezionale, con una continuità di presenze che collocano il nome di Depetrini al 6° posto assoluto nella graduatoria della Juventus: 336 partite di campionato con la maglia bianconera e 9 reti segnate.Un atleta di tanta classe e rendimento non poteva certo sfuggire all’occhio attento di Vittorio Pozzo che, nel quadro di un rinnovamento della squadra nazionale che aveva vinto i «mondiali» del 1934 a Roma, convocò ben presto il mediano juventino, destinato a dividersi con Serantoni la responsabilità di sostituire il classico Pizziolo della Fiorentina.Baldo Depetrini fece dunque il suo esordio in azzurro a Roma il 17 maggio del ‘36, in un incontro piuttosto difficile, contro un avversario tradizionalmente ostico, l’Austria, dove giocavano campioni di fama internazionale, come il portiere Platzer, il terzino Schmaus, il mediano Urbanek e gli attaccanti Sindelar e Jerusalem. L’incontro si chiuse in pareggio, 2-2, dopo che gli austriaci avevano chiuso in vantaggio per 1 a 0 il primo tempo. Naturalmente Depetrini venne confermato per la successiva partita con l’Ungheria, a Budapest, del 31 maggio. Altri campioni in Campo, da Polgar a Dudas, da Turay a Sarosi, da Toldi a Tiktos, quest’ultimo avversario diretto del piccolo vercellese. L’Italia disputò una bella partita, grande fu Depetrini e meritatissimo il successo per 2 a 1 sulla formazione magiara.Per un certo periodo Depetrini, sempre in gran forma e in perfette condizioni fisiche, venne messo da parte; ma nel maggio del 1939, in occasione della grande sfida di San Siro tra il calcio italiano e i «maestri» inglesi, ecco che Depetrini venne richiamato in servizio, previo spostamento di Serantoni nel ruolo di interno destro. Risultato: 2 a 2, con il famoso gol di Piola con la «manina». E «Baldin»? Un autentico leone, come dimostrò ancora di esser anche nelle partite della tournee balcanica, contro Jugoslavia, Ungheria e Romania, tre terribili battaglie. Anche a Helsinki una splendida partita e una convincente vittoria. In totale: 12 partite in azzurro e una sola sconfitta quella di Zurigo nel novembre del ‘39 contro una sorprendente formazione elvetica.Sia nelle file della Juventus (e prima ancora nella Pro Vercelli), sia in quelle della nazionale, Baldo Depetrini confermò, al di là delle riconosciute doti tecniche, di essere plasmato con l’acciaio; la sua solidità atletica, infatti, è stata la nota spiccante della taglia di giocatore chiave per la squadra nella quale militava, qualsiasi squadra ne avesse bisogno per coordinare i congegni, irrobustire il telaio, possedere una lancia e uno scudo da utilizzare via via, a seconda delle esigenze e degli sviluppi della partita.A Depetrini hanno sempre guardato i tecnici che avevano bisogno di un giocatore a un tempo provetto, esperto e gagliardo, che deve dare ordine ed equilibrio al gioco.È stato sempre difficile misurare e precisare la somma di benessere tecnico che un solo giocatore può apportare al complesso d’una squadra, ma sarebbe davvero difficile negare quanto sia stato utile, dal 1933 al 1949, un giocatore del calibro di Depetrini. Nitidissimo a stato sempre il senso architettonico del gioco e della partita giocata da «Baldin». Nel corso delle battaglie più accese, si è avuta la sensazione che il mediano vercellese recasse stampate sulle membrane del cervello le linee geometriche che la palla componeva e scomponeva nell’aria e sul terreno. Depetrini non è mai stato un solista, ma un lavoratore-tecnico per conto della collettività.Il meglio del giocatore si è sempre rispecchiato nel meticoloso lavoro di tamponamento e di sostegno, con una cifra elevatissima di rendimento. Disciplinato (non solo in senso tattico), attaccatissimo ai colori sociali, pronto a qualsiasi sacrificio, con un fisico che per vent’anni ha resistito a ogni sforzo. Un esempio stupendo da indicare ai giovani di oggi. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/baldo-depetrini.html -
Teobaldo Depetrini - Calciatore E Allenatore
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TEOBALDO DEPETRINI https://it.wikipedia.org/wiki/Teobaldo_Depetrini Nazione: Italia Luogo di nascita: Vercelli Data di nascita: 12.03.1913 Luogo di morte: Torino Data di morte: 08.01.1996 Ruolo: Centrocampista Altezza: 171 cm Peso: 68 kg Nazionale Italiano Soprannome: Baldo - Baldino Alla Juventus dal 1933 al 1949 Esordio: 21.01.1934 - Serie A - Juventus-Alessandria 3-1 Ultima partita: 05.06.1949 - Serie A - Padova-Juventus 3-0 388 presenze - 10 reti 2 scudetti 2 coppe Italia Allenatore della Juventus 1956-1957 e 1958-1959 34 panchine - 18 vittorie - 9 pareggi - 7 sconfitte Teobaldo Depetrini (Vercelli, 12 marzo 1913 – Torino, 8 gennaio 1996) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo mediano. Teobaldo Depetrini Depetrini alla Juventus nella stagione 1940-1941 Nazionalità Italia Altezza 171 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1951 - giocatore 1969 - allenatore Carriera Giovanili 192?-1930 Pro Vercelli Squadre di club 1930-1933 Pro Vercelli 66 (1) 1933-1949 Juventus 388 (10) 1949-1951 Torino 30 (0) Nazionale 1936-1946 Italia 12 (0) Carriera da allenatore 1951-1952 Siena 1952-1954 Pro Vercelli 1954-1957 Cenisia 1957 Juventus 1958-1959 Juventus 1959-1960 Biellese 1960 Sarom Ravenna 1961-1962 Pro Vercelli 1965-1969 Ciriè Carriera Giocatore Cresciuto calcisticamente nella Pro Vercelli, esordì in Serie A con i bianchi il 31 maggio 1931, giocando per tre stagioni insieme a Silvio Piola e compagni. Nel frattempo la Juventus aveva messo gli occhi su di lui, facendolo arrivare a Torino nel 1933, nel pieno dell'epoca del Quinquennio d'oro. Depetrini (primo da sinistra) con alcuni compagni in bianconero all'inizio degli anni 1940 Nelle stagioni successive diventerà un punto fondamentale della linea mediana bianconera, collezionando 388 presenze di cui 359 in campionato (304 in Serie A, 23 nel campionato di guerra e 32 nella transitoria Divisione Nazionale del secondo dopoguerra), 23 in Coppa Italia e 6 in Coppa dell'Europa Centrale, conquistando due scudetti e due coppe nazionali. Anche l'esperienza azzurra è tutta legata al periodo nella Juventus: Depetrini debuttò nell'Italia di Vittorio Pozzo nel 1936, chiudendo con la nazionale nel 1946 con un attivo di 12 presenze. All'età di trentasei anni lasciò la maglia bianconera per andare a vestire quella granata dei concittadini del Torino, nell'immediato dopo-Superga, con cui militò per due stagioni prima di chiudere la carriera agonistica nel 1951. Allenatore Alla Juventus ritornerà da tecnico, sedendo in panchina dapprima nelle ultime gare della tribolata stagione 1956-1957, subentrando all'esonerato Sandro Puppo, e poi come sostituto di Ljubiša Broćić per la gran parte dell'annata 1958-1959. Fu allenatore anche del Siena, del Cenisia, della Biellese, della Sarom Ravenna, della Pro Vercelli e del Ciriè, attività parallela al lavoro di rappresentante di caffè e altri prodotti alimentari. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 2 - Juventus: 1933-1934, 1934-1935 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1937-1938, 1941-1942 -
CESARE VALINASSO Nasce a Torino, il 27 novembre 1909. Ultimo di tre figli (il padre era sarto) mosse i primi passi nell'Oratorio Michele Rua di Torino. Nel 1928 entrò nelle giovanili della Reggina, disputando sei partite nel corso della stagione 1928-29. In seguito, a causa del servizio di leva, passò alla Novellara e alla Biellese. In quel periodo esordì anche in Nazionale giovanile, in occasione di un incontro vinto per 8-1 contro la Francia.Passato alla Juventus, ebbe in sorte di sostituire Combi in cinque giornate del campionato 1933-34 (conquistando così il suo primo titolo di Campione d'Italia), ma fu riconfermato a pieni voti nella stagione successiva, quando il grande Gianpiero, dopo la superba conclusione dei Mondiali di Roma, decise di rinunciare all'attività agonistica. Valinasso, uomo tranquillo e sicuro, atleta tecnicamente dotato, disputò tutte le trentaquattro partite del torneo 1934-35, cucendo sulla maglia il secondo scudetto della sua carriera.Valinasso, alla sua prima stagione da portiere titolare, ebbe modo di stabilire un record di imbattibilità che sarebbe rimasto imbattuto per quarant’anni. La striscia positiva iniziò il 20 gennaio 1935 (Juventus-Milan, conclusasi con il punteggio di 1-0) e si interruppe in occasione del derby contro il Torino (vinto dalla Juventus per 3-1), in cui subì un goal a un quarto d'ora dalla fine, fermando l'imbattibilità a 681 minuti.Nell'estate dello stesso anno fu ceduto alla Roma, dove fece da riserva a Masetti. Terminò la carriera con una stagione da titolare al Venezia. Sposato e con quattro figli, morì nel 1990, a causa di un male incurabile, all'Ospedale Martini di Torino.RENATO TAVELLA, DA “IL ROMANZO DELLA GRANDE JUVENTUS”Valinasso, un altro buono in quanto a riservatezza. Eppure l’erede di Combi, alto e slanciato, di nome Cesare oltretutto, avrebbe buone credenziali per essere, se non proprio spavaldo come un condottiero o un imperatore, almeno presupponente al livello di un giovanotto a cui il successo arride. Invece no. Forse non gli pare ancora vero di essere transitato, in un baleno, dalla squadra “liberi” del rione Barca di Torino alla Biellese, alla Rappresentativa Piemontese, alla Juventus. Di essere Campione d’Italia per la seconda volta. Presente, eppure sperduto, con quel po’ di giusta timidezza, nel vociare della festa. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/03/cesare-valinasso.html
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CESARE VALINASSO https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Valinasso Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 27.11.1909 Luogo di morte: Torino Data di morte: 04.04.1990 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: Colla Alla Juventus dal 1933 al 1936 Esordio: 18.02.1934 - Serie A - Torino-Juventus 1-2 Ultima partita: 10.05.1936 - Serie A - Alessandria-Juventus 3-2 73 presenze - 72 reti subite 2 scudetti Cesare Valinasso (Torino, 27 novembre 1909 – Torino, 4 aprile 1990) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Cesare Valinasso Valinasso (in piedi, sesto da destra) alla Juventus nella stagione 1934-1935 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1942 Carriera Squadre di club 1928-1929 Reggina 6 (-13) 1930-1931 A.C. Novellara ? (-?) 1931-1933 Biellese 49 (-?) 1933-1936 Juventus 73 (-72) 1936-1938 Roma 13 (-?) 1938-1940 Venezia 26 (-?) 1940-1941 Santhià ? (-?) 1941-1942 Biellese 9 (-?) Carriera Ultimo di tre figli, il padre era sarto, mosse i primi passi nell'Oratorio Michele Rua di Torino. Nel 1928 entrò nelle giovanili della Reggina, disputando sei partite nel corso della stagione 1928-1929. Successivamente, a causa del servizio di leva, passò all'A.C. Novellara e alla Biellese. In quel periodo esordì anche in Nazionale giovanile, in occasione di un incontro vinto per 8-1 contro la Francia. Ceduto alla Juventus nel 1933, fu uno dei protagonisti del cosiddetto quinquennio d'oro divenendo inizialmente riserva di Combi, di cui prese il posto di titolare nel 1934. Dopo due stagioni in bianconero, Valinasso fu ceduto alla Roma dove fu la riserva di Masetti. Successivamente vestì la maglia da titolare al Venezia per una stagione, e militò nuovamente nella Biellese fino al 1942. Sposato e con quattro figli, morì nel 1990 a causa di un male incurabile all'Ospedale Martini di Torino. Durante la stagione 1934-1935, Valinasso, alla sua prima stagione da portiere titolare, ebbe modo di stabilire un record di imbattibilità che sarebbe rimasto imbattuto per 40 anni. La striscia positiva iniziò il 20 gennaio 1935 (Juventus-Milan, conclusasi con il punteggio di 1-0) e si interruppe in occasione del derby contro il Torino (vinto dalla Juventus per 3-1), in cui subì un gol a un quarto d'ora dalla fine fermando l'imbattibilità a 681 minuti. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1933-1934, 1934-1935
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Felice Placido Borel (II)
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FELICE PLACIDO BOREL È stato sicuramente uno dei più grandi attaccanti del calcio nazionale, probabilmente il più forte centravanti della Juventus di tutti i tempi. Felice, figlio di Ernesto Borel, un pioniere del calcio juventino, pertanto figlio d’arte, esordì, appena sedicenne, con la maglia granata del Torino, nella formazione dei Balon-boys. I molti osservatori della società granata, sparpagliati per i campi della periferia e negli oratori dei salesiani, avevano sentito certamente parlare di questo autentico talento calcistico. Ma fu un austriaco, Karl Sturmer, responsabile tecnico del Torino nella stagione 1929-30, a completare la formazione calcistica di Felice Borel.Sturmer è stato il più abile preparatore e insegnante per i giovani calciatori che mai ci sia stato in Italia. Chi ha frequentato i corsi di Sturmer, poteva vantare un corredo tecnico personale di primissimo ordine. Se poi, come nel caso di Borel, il tecnico austriaco aveva la possibilità di lavorare su una base di eccellenza, ecco che saltava fuori il fuoriclasse.La Juventus, abituata da sempre a scegliere gli acquisti non tra gli elementi promettenti, ma nelle esigue file dei campioni già conosciuti come tali, si mosse. Arrivando quasi di sorpresa sulle gradinate dello stadio Filadelfia, il barone Giovanni Mazzonis poté rendersi personalmente conto di quanto fosse abile nel gioco di attacco quel ragazzino, che altri non era se non il figlio di quell’altro Borel, Ernesto per l’appunto, che con lo stesso Mazzonis aveva giocato nella Juventus nei campionati dal 1906 al 1910.Giovanni Mazzonis convinse Borel a trasferirsi nelle file della Juventus. Felice non assomigliava per niente a suo padre calciatore; quest’ultimo era tozzo e possente, Felice era alto, snello, d’aspetto gentile, sicuramente il più riuscito, calcisticamente parlando, della famiglia. Anche l’altro fratello, Aldo, dopo una fugace apparizione nelle file del Torino (giocò anche una partita in prima quadra nel maggio del 1930 contro la Pro Vercelli), aveva militato a lungo nelle file del Casale, della Fiorentina e del Palermo, con una breve presenza anche nelle file nella stessa Juventus. Era un buon calciatore, ma sicuramente non della levatura del fratello Felice.«Mio nonno – racconta Betty, l’unica figlia di Farfallino – era nato nei pressi di Porta Palazzo e aveva sposato Gabriella de Matteis, erede della più rinomata fabbrica di pizzi della città. Di carattere assai simile a quello di mio padre, Ernesto aveva tantissime qualità, ma un pessimo senso degli affari: nel 1931 aprì, in piazza Castello, a due passi dal bar di Combi, un negozio di articoli sportivi e un’agenzia di viaggi che ebbero vita breve. Mio zio Aldo, invece, nato nel 1912, era l’esatto contrario di mio padre, sempre allegro e ridanciano; seppur particolarmente serio, posato e austero, andava molto d’accordo con papà, anche se nella piena maturità le loro strade si divisero del tutto. Infatti, a metà degli anni Sessanta, Aldo si trasferì in Spagna, da dove tornò soltanto qualche mese prima di morire».Fu soprannominato Farfallino e i motivi di questo nomignolo rimangono per certi aspetti misteriosi; forse per ricordare il suo inimitabile modo di correre danzato. Aveva una classe che nessuna scuola calcistica, nemmeno quell’eccelsa di Sturmer, poteva prestare ad alcuno. La velocità, lo scatto con il quale riusciva a umiliare gli specialisti dell’atletica, l’intelligenza, il dribbling, il tiro: Felice aveva proprio tutto.«Il viso di un ragazzo spensierato – così il giornalista Bruno Roghi terminava il suo entusiastico pistolotto sul nuovo astro nascente del calcio italiano – ride volentieri con i luminosi occhi neri. Viso da fanciullone, taglia di atleta. Di alta statura, ben modellato, asciutto, senza essere fragile, Borel ha la classica macchina del centravanti. La sua falcata è ampia, balzante, equilibratissima nel ritmo. Quel Borel ci è proprio sembrato in possessori felicissimo talento calcistico. Egli ha la calma di un veterano del gioco, il tocco di un artista, il senso dell’azione collettiva, lo scatto che brucia il terreno, il tiro a rete che difficilmente sbaglia il bersaglio».Questo spiega perché, appena diciassettenne, poteva già insidiare il posto a un grande centrattacco com’era a quell’epoca, Vecchina, il padovano che, nei due campionati vinti dai bianconeri nel 1931 e nel 1932, aveva realizzato trentadue goal. Nane era anche stato in Nazionale, il che testimonia del suo valore, ma aveva un ginocchio in disordine e l’allenatore Carlo Carcano sapeva molto bene che, senza nulla togliere a Vecchina, l’inserimento di Borel in prima quadra avrebbe significato un passo decisivo verso la perfezione che raggiunse quella mitica squadra.Raccontava: «L’inizio del campionato 1932-33 non fu troppo fortunato per la Juventus. Nella gara inaugurale di quella stagione, disputata in settembre, si dovette andare a giocare allo stadio Moccagatta di Alessandria. Carcano mandò in campo la nostra migliore formazione, quella con Combi, Rosetta, Caligaris, Varglien I, Monti. Bertolini, Sernagiotto, Cesarini, Vecchina, Ferrari. Orsi. A quei tempi i grigi possedevano una squadra di notevoli possibilità, ma nessuno poteva prevedere, come, in effetti, avvenne, che l’Alessandria battesse la Juventus. Due goal li segnò l’ala destra Cattaneo e uno Scagliotti; per noi andarono in goal Vecchina e Orsi dal dischetto del rigore. Il 25 settembre, seconda gara di campionato, giocammo sul nostro campo di Corso Marsiglia e battemmo il Padova per 3-1. Cesarini segnò due reti, l’altra la mise a segno Ferrari; ma Renato si fece male e nella successiva trasferta di Napoli, Carcano mi mandò in campo nel ruolo di mezzala. Non credo di aver giocato una splendida partita, ma fui sicuramente sufficiente. D’altra parte, con la tattica del Metodo, non potevo improvvisarmi nel ruolo d’interno. La Juventus fu battuta da una rete segnata nella ripresa da Attila Sallustro, centrattacco del Napoli; l’undici partenopeo, a quell’epoca, contava su ottimi giocatori, come il portiere Cavanna, i terzini Vincenzi e Innocenti, il mediano Colombari, la mezzala Mihalic e l’ala sinistra Ferraris II. A Torino contro la Roma tornò in squadra Cesarini che segnò anche l’unico goal della partita. E nemmeno la domenica successiva, a Vercelli, dove non giocò Vecchina, l’allenatore mi ripropose in formazione: fece giocare Imberti. Poi tornò ancora una volta Vecchina, il cui ginocchio faceva le bizze. E finalmente a Torino, contro il Bari, entrai stabilmente in squadra, nel mio ruolo di centrattacco. Particolare curioso: vincemmo per 4-0, ma non misi a segno neppure un goal. A scagliare il primo pallone in rete riuscii il 20 novembre, alla nona giornata di campionato, nel corso della partita contro la Lazio. Vincemmo per 4-0. Realizzai le prime due reti, facendo molto arrabbiare l’amico Sclavi, passato dalla Juventus a guardia della porta della squadra romana. Gli altri due goal li segnarono Munerati e Cesarini. Con la formazione al gran completo (quella con Munerati all’ala destra al posto di Sernagiotto) affrontammo poi il Torino nel derby: ed anche in quell’occasione il mio unico goal fu decisivo. Una soddisfazione senza pari, che rinsaldò in modo definitivo il mio morale. La domenica successiva, con Sernagiotto al posto di Munerati, liquidammo la Triestina con un punteggio tennistico: 6-1. Tre miei goal, uno di Sernagiotto, uno di Ferrari e uno di Orsi. Va ricordato un particolare importante: la facilità con la quale gente come Orsi, Ferrari, Monti, Bertolini, Cesarini e Munerati creavano un alto numero di occasioni da rete. Dopo l’exploit con la Triestina, segnai mediamente un goal a partita, nel senso che, se stavo una domenica a digiuno, in quella successiva mettevo dentro un paio di palloni. Nella partita contro il Palermo, sapendo che poi a Genova sarebbero andati in campo molti rincalzi, segnai addirittura tre reti. Terminai con ventinove reti realizzate in ventotto partite. E mi ripetei nella stagione successiva, andando in goal ben trentadue volte in trentaquattro partite giocate. Nell’ultimo dei cinque campionati consecutivi vinti dalla Juventus, segnai solo tredici goal, riuscendo tuttavia a raggiungere la ragguardevole cifra di settantaquattro reti in novantuno partite disputate nei primi tre campionati con la maglia della Juventus».Nel campionato 1935-36 Felice Borel giocò solamente otto incontri a causa dei postumi delle ripetute operazioni al ginocchio. «Ho giocato tutta la vita con una gamba sola», amava ricordare a chi gli domandava il motivo del suo spostamento a mezzala a soli ventisei anni. La stagione successiva, tuttavia, egli tornò a pieno servizio, disputando, in qualità di interno a fianco di Guglielmo Gabetto, ventisei partite e realizzando ben diciassette goal, uno in meno dell’amico centrattacco.«Papà – continua la figlia Betty – era davvero una persona fuori dal comune; assommava in sé le migliori qualità del genitore, del compagno di giochi, dell’amico e del confidente. Io e lui ci siamo sempre capiti al volo, soltanto con uno sguardo. Seppur fosse per certi versi intransigente, mi ha sempre coccolato e viziato con il suo modo di fare garbato e aperto. Era amato proprio da tutti, in quanto uomo puro e generoso, che dava senza mai chiedere nulla in cambio».Nel 1941 Borel, insieme a Gabetto e al portiere Bodoira, passò al Torino con la cui maglia disputò, naturalmente alla grande, un solo campionato. Poi, il ritorno alla Juventus con il doppio incarico di giocatore e allenatore sino a quando, nel 1946, appese le scarpe al chiodo a soli trentuno anni. Trascorsa qualche stagione, l’ex Farfallino tornò al calcio con grande entusiasmo.«Dopo la tragedia di Superga, papà (che, nel frattempo, insieme al talent-scout Voglino aveva scoperto un certo Boniperti) si mise ad allenare prima il Torino, quindi il Napoli e infine il Catania. Poi, volendosi avvicinare a casa, decise di voltare pagina cimentandosi nell’attività di assicuratore a Pinerolo sino a che, nel 1961, Umberto Agnelli lo nominò general manager dei bianconeri. Più avanti, quando stabilì che la sua vita si sarebbe divisa tra la casa torinese di via Bertola e Finale Ligure, divenne il responsabile di tutti gli osservatori della società».In totale Borel ha disputato con la maglia della Juventus 286 incontri di campionato, mettendo a segno 160 goal; nel 1993, dopo aver convissuto per qualche anno con un male che raramente perdona, Farfallino se ne è volato via, sbattendo appena le ali. Era cresciuto nella Juventus, una vera scuola di vita oltre che di calcio; quel calcio di cui non si stancava mai di parlare, raccontando, a chiunque gli desse la possibilità, alcuni dei tanti episodi gloriosi di cui, mezzo secolo prima, era stato un indiscusso protagonista.VLADIMIRO CAMINITI, “I PIÙ GRANDI”«Io fui chiamato per sostituire Vecchina, ma anche quei due grossi centravanti di Rosa e Imberti. Nel 1932 si inaugurò il campo di La Spezia. Mancando Cesarini convocato in Nazionale e altri bianconeri pure convocati in azzurro, andammo con una formazione mista, il primo tempo giocai mezzodestro e perdevamo 1-0. Nell’intervallo, Carcano insultò tutti, dicendo che dovevamo vergognarci. Anche Mazzonis era furente e non ci guardò nemmeno. Così nel secondo tempo ci impegnammo, segnammo quattro reti. Carcano mi disse che io ero soltanto centravanti. Così il mercoledì successivo andammo a giocare in amichevole a Cannes, dove aveva giocato anche mio padre, vincemmo 7-0 e fui schierato centravanti».Tuo papà ha giocato nella Juventus dei pionieri. «Era un tipo tranquillo, ma si divertiva a correre. Era tre volte più scattante di me».Tu sei nato nei Balon-boys intestati a Baloncieri. «Nel 1928 nascevano i Balon-boys; siccome la Juventus non aveva squadre ragazzi, per partecipare al campionato ragazzi ho firmato il cartellino dell’ULIC e contemporaneamente il cartellino verde della Juventus».Tutto e il contrario di tutto, continuando a vivere sotto i suoi cieli belli e melodiosi, è Felice Placido Borel, che la falcata agilissima, l’eleganza dello stile fecero soprannominare Farfallino. Arrivò con lui nella Juventus il centravanti radioso. Raggiava la luce di una bellissima gioventù, era un pizzico snob e palesemente invaghito prima di se stesso, poi del mondo intero; e il suo carattere diffidente di ogni volgarità lo segnala come il vero maestro di Giampiero Boniperti nel gesto e nell’educazione. E bisogna rivolgersi a lui perché si accendano tutti i lampadari, e si legga chiaramente anche nei dettagli l’inimitabile storia bianconera.«Mazzonis è stato il primo dirigente di calcio veramente proiettato sul futuro del calcio. È andato lui a cercare Orsi, Monti e Cesarini. Soltanto Novo, parlo prima che arrivasse Boniperti, era stato grande come lui. Era democratico per eccellenza, ma di un’autorità dittatoriale. Era come doveva essere, perché la squadra la mandava avanti lui, mica Edoardo che gli lasciava carta bianca su tutto. Si comportò benissimo con Cesarini che era un pazzoide, aveva firmato per tre anni e, nel 1931, voleva ricattare la Juventus. Lui non fece una piega, il barone che poi non era barone. Cesarini voleva essere pagato come Orsi che prendeva 100.000 lire, invece continuò a corrispondergli 36.000 annue. Maglio, l’altro argentino se n’era tornato in America, ma Mazzonis non si piegò. Cesarini restò quattro mesi fuori squadra; rientrando, perse quei quattro mesi. Monateri, che era un grosso industriale, quello che ha creato la Venchi Unica e lo stadio di Corso Marsiglia, e che adorava Cesarini, dovette arrendersi, non ci furono agevolazioni sentimentali. Mazzonis era uno degli uomini più ricchi di Torino, la sua famiglia veniva per ricchezza dopo quella di Agnelli e Gualino, ma non era nobile, un suo cugino era barone di Pralafera. Vantava anche un contado».La parola di Farfallino è seducente, molti miti e leggende vengono sbriciolati. «Il deficit della Juventus nel 1928 era pagato, un cinquanta per cento da Edoardo Agnelli e l’altro cinquanta per cento da Mazzonis. Nel 1931, il deficit venne diviso in sedici parti che furono divise tre sedicesimi ad Agnelli, tre a Mazzonis, due a Remmert, due al tavolo del poker del Circolo della Juventus di Via Bogino, uno a Monateri, uno a Valerio e Gaspare Bona a testa, uno tra Tapparone, Fubini, Nizza, il Conte Ghigo».La mente di Farfallino è lucida, perlustra e rischiara tutte le zone di ombra. Anche se uno spesso si chiede: ma sarà vero? «La squadra incassava per tutto il campionato tra un milione e 1.100.000 lire».Se deve spiegare la tattica, non si tira indietro: delucida e ribadisce. «Aveva un gioco pratico, il risultato era la base di tutto, lo spettacolo veniva dopo. Facciamo degli esempi. Rosetta non faceva mai un passo più del necessario, Combi si allenava in modo tutto suo, venti minuti di allenamento con quattro palloni scagliatigli addosso che valevano più di dieci ore di lavoro, non voleva che si scherzasse, bisognava tirargli come in partita, era un grande portiere, per qualche numero migliore di Plánička, però meno completo. Cevenini III, che sapeva mettere la palla dove voleva, pur non avendo potenza, tirando a effetto e tagliando il tiro, lo faceva ammattire. Caligaris era l’apposto di Rosetta, entusiasta, correva, sprecava, urlava, giocava, ma non era poi tanto coraggioso. Varglien I era l’atleta perfetto, fisicamente ma non tecnicamente. Monti era un giocatore eccezionale, molto grosso ma molto mobile, però non aveva velocità progressiva. Bertolini era idolatrato dagli inglesi, era il calciatore inglese, forte, deciso, generoso, Orsi è stato il giocatore più grande che abbia conosciuto, alto 1.60 pesava sessanta chili e non riusciva a fermarlo nessuno».Si colgono esagerazioni, affermazioni, peregrinazioni dell’io fantastico, ma in mezzo c’è la realtà di uno squadrone “umano”.Erano già divi alcuni di quei campioni? Borel questo non lo dice. Erano delle teste matte, ma insomma “erano”. «Monti faceva sparire tutto, rubava tutto quello che gli capitava a tiro, quando spariva qualcosa si andava subito da lui. Una volta nel 1934, per una partita a Parigi contro il Red Star Racing, entriamo in quel grande albergo, c’era un bel veliero sulla mensola, il giorno dopo non c’era più. “Fuori la barca – scrisse l’albergatore a Mazzonis – o vi denunzio tutti; oppure ci spedite, per evitare la denuncia, 4.000 franchi”. Monti restituì la barca facendo mille smorfie e il caso fu risolto. E quel pazzoide di Cesarini? Sempre nel 1934, a Vienna, il giorno stesso in cui fu trucidato Dolfuss, Caligaris era spaventatissimo dopo il discorso che ci fece Mazzonis di stare tutti uniti e di non aprire bocca con nessuno, perché Mussolini aveva mandato le truppe al Brennero. Al mattino, la partita con l’Admira si giocava all’una e mezzo, vedemmo un negozio con una vetrina meravigliosa, montata tutta con una sola cravatta. Bene. Cè ha fatto sparire la cravatta. Perdemmo 3-1 quella partita, lo stadio era stipatissimo, mai vista tanta gente in uno stadio».Non sapevi che Mazzonis era soprannominato Stalin? Sei proprio un ignorante. «Tutti tremavano davanti a Stalin, io no, io gli ho detto e ripetuto cento volte che non credevo nella sua parola d’onore. Infatti, mi manipolò il contratto come voleva, volevo essere lasciato libero alla fine di ogni campionato, ma lui niente, come se parlassi a un sordo».Anche tristezze, figure torbide. «Il conte Rolando Ricci, figlio del generale, un pederasta ucciso da un altro pederasta nel 1944, si occupava del vivaio. Scoprii Rava, Gabetto, Genta, Gentili, Bracco, eccetera, trentasei giocatori. Un giorno mi fece la lista».Tutto vero? Ma quali sono per Felice Placido Borel i confini tra verità e falsità? Inquieto crudelissimo Farfallino, i suoi capelli bianchi, e quei suoi occhi nerissimi di cui si innamorò mezza Torino. Un centravanti, “il” centravanti, dalle movenze flessuose, irresistibile nel fango, inferiore, forse, solo a Meazza.«Io ho cominciato a giocare a calcio a sei anni, a sette andavo già alla Juventus in Corso Marsiglia. Mi ricordo la prima partita di Combi nel 1923, allora la Juventus andava in campo senza tuta, con quelle giacchette tutte bianche così chic, bordate nero. Al campo non andavano più di 2.500 persone. Anche mio fratello Aldo giocava bene».Peccato che si invecchia tutti, e tutti attende un eguale destino di oscurità senza fine. Il calcio non avrà più, né potrebbe più nemmeno concepirlo, in tempi di scatenamento, e scotennamento, televisivo, un artista così riuscito, un campione così infantile nutrito di cieli azzurri e di visioni.Borel II è stato un centravanti dal talento alato, le ginocchia un po’ delicate dovevano farlo soffrire ma, tutto considerato, è stato lui a far soffrire i difensori, elusivo nel gioco e infallibilmente felice nel tiro, come scrisse Pozzo: «Il suo pallone secco e preciso era sempre indirizzato fuori dalla portata della parata del portiere».Dinoccolato, agilissimo, flessuoso, con piede trentasei. L’inimitabile Farfallino. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/felice-placido-borel.html -
Felice Placido Borel (II)
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
FELICE PLACIDO BOREL https://it.wikipedia.org/wiki/Felice_Borel Nazione: Italia Luogo di nascita: Nizza (Francia) Data di nascita: 05.04.1914 Luogo di morte: Torino Data di morte: 21.02.1993 Ruolo: Attaccante Altezza: 166 cm Peso: 55 kg Nazionale Italiano Soprannome: Farfallino Alla Juventus dal 1932 al 1941 e dal 1942 al 1946 Esordio: 02.10.1932 - Serie A - Napoli-Juventus 1-0 Ultima partita: 16.06.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Bari-Juventus 0-2 308 presenze - 158 reti 3 scudetti 1 coppa Italia Campione del mondo 1934 con la nazionale italiana Allenatore della Juventus dal 1942 al 1946 64 panchine - 37 vittorie Felice Placido Borel (Nizza, 5 aprile 1914 – Torino, 21 febbraio 1993) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Campione del mondo con la nazionale italiana nel 1934. Felice Borel Borel II alla Juventus negli anni 1930 Nazionalità Italia Altezza 166 cm Peso 55 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1949 - giocatore 1967 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Torino Squadre di club 1932-1941 Juventus 205 (119) 1941-1942 Torino 25 (7) 1942-1946 Juventus 75 (24) 1946-1948 Alessandria 1 (0) 1948-1949 Napoli 1 (0) Nazionale 1933-1934 Italia 3 (1) Carriera da allenatore 1942-1946 Juventus 1946-1948 Alessandria 1948-1949 Napoli 1954 Cenisia D.T. 1954-1956 Fossanese 1958-1959 Catania D.T. 1966-1967 Ternana Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Biografia Soprannominato Farfallino, era figlio di Ernesto e fratello minore di Aldo Giuseppe, anche loro calciatori; per distinguerlo da questo ultimo, negli almanacchi calcistici viene segnalato come Borel II. Era figlio di commercianti di Nizza Marittima e aveva frequentato il liceo classico. Caratteristiche tecniche Era un centravanti dallo spiccato senso del gol, distintosi inoltre per le qualità tecniche e l'abilità nello sfuggire alla marcatura dei difensori avversari. La sua carriera fu in gran parte condizionata dagli infortuni, ascrivibili alla fragilità fisica. Carriera Giocatore Club Da sinistra: Borel con l'allenatore Carlo Carcano alla Juventus. Esordì in Serie A con la Juventus appena diciottenne, il 2 ottobre 1932, in occasione di una sconfitta con il Napoli. Dal 1932 al 1935 contribuì alla vittoria di 3 Scudetti consecutivi, laureandosi capocannoniere nelle stagioni 1932-33 (con 29 gol in 28 presenze) e 1933-34: nel primo caso il numero di reti fu superiore agli incontri disputati, stabilendo un record che soltanto Christian Vieri riuscì ad eguagliare settant'anni dopo con 24 centri in 23 apparizioni. Risultò inoltre il calciatore più giovane a vincere la classifica dei marcatori, primato tuttora resistente. Pur vivendo da protagonista il Quinquennio d'oro bianconero, il suo apporto venne limitato dai numerosi infortuni. Dopo una sola stagione al Torino fece rientro alla Vecchia Signora, militandovi sino al 1946. Concluse poi la carriera difendendo i colori dell'Alessandria e del Napoli, in quest'ultimo caso in Serie B, per ritirarsi nel 1949. Nazionale Disputò 3 gare con la nazionale italiana, segnando un gol — peraltro al debutto — contro l'Ungheria. Partecipò al campionato del mondo 1934 come riserva del bolognese Angelo Schiavio, scendendo in campo nella ripetizione dei quarti di finale con la Spagna. Conta inoltre 5 presenze e 3 reti con la nazionale B. Allenatore Come allenatore-giocatore diresse la Juventus, per conto della quale scoprì Giampiero Boniperti, l'Alessandria e il Napoli; allenò poi la Fossanese in IV Serie. Da direttore tecnico affiancò dapprima brevemente Luigi Bertolini alla guida del Cenisia, all'epoca la terza squadra di Torino militante in IV Serie, nel 1954, e poi Carmelo Di Bella sulla panchina del Catania nel campionato cadetto del 1958-1959. Ha inoltre guidato la Ternana, subentrando in corsa a Cesare Nay durante il campionato di Serie C della stagione 1966-1967, e avuto un'esperienza in Canada. Dopo il ritiro Fu anche giornalista aiutando vari colleghi nelle interviste, oltreché osservatore, dirigente e general manager per Umberto Agnelli; spinse inoltre per la creazione di una scuola calcio a Finale Ligure, la città dove visse per lungo tempo e dove fu sepolto, scuola che prese il suo nome. Morì il 21 febbraio 1993, ultimo superstite della nazionale campione del mondo nel 1934; ai suoi funerali, svoltisi prima a Torino e poi a Finale Ligure, assistettero numerose persone, tra cui le squadre di Juventus e Torino nonché la formazione locale finalese. Dall'ottobre 1997 lo stadio comunale di Finale Ligure è intitolato alla sua memoria. Record Calciatore più giovane ad aver vinto la classifica marcatori della Serie A (19 anni, 2 mesi e 10 giorni). Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 3 - Juventus: 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1937-1938 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Italia 1934 Coppa Internazionale: 1 - 1933-1935 Individuale Capocannoniere della Serie A: 2 - 1932-1933 (29 gol), 1933-1934 (31 gol) -
MARIO GENTA https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Genta Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 01.03.1912 Luogo di morte: Genova Data di morte: 09.01.1993 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1932 al 1934 Esordio: 18.06.1933 - Serie A - Genoa-Juventus 3-2 1 presenza - 0 reti 1 scudetto Campione del mondo1938 con la nazionale italiana Mario Genta (Torino, 1º marzo 1912 – Genova, 9 gennaio 1993) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, campione del mondo con la Nazionale italiana nel 1938. Mario Genta Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex mediano) Termine carriera 1951 - giocatore 1974 - allenatore Carriera Squadre di club 1932-1934 Juventus 1 (0) 1934-1935 Pavia 17 (0) 1935-1946 Genoa 222 (7) 1946-1950 Prato 108 (2) 1950-1951 Entella 23 (0) Nazionale 1938-1939 Italia 2 (0) Carriera da allenatore 1946-1947 Prato 1950-1951 Entella 1954-1955 Siena 1956-1958 Frosinone 1958-1959 Entella 1961-1963 Parma 1963-1964 Modena 196?? Sestri Levante 1965-1967 Massese 1967-1969 Entella 1969-1970 Carrarese 1970-1971 Torres 1971-1973 Grosseto 1973-1974 Entella Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Carriera Club Iniziò la carriera agonistica nella Juventus, sodalizio con cui, grazie ad un'unica presenza il 18 giugno 1933, nella sconfitta esterna per 3-2 contro il Genova 1893, si aggiudicò lo scudetto nella stagione 1932-1933. Successivamente passò al Pavia e nel 1935 al Genova 1893. Con i rossoblù esordì il 22 settembre 1935 nella sconfitta esterna per 4-1 contro il Bologna. Nella sua militanza con i liguri vinse la Coppa Italia 1936-1937. Genta era nella rosa della squadra rossoblù che partecipò alla Coppa Città di Genova, che nei primi mesi del 1945 sostituì il normale campionato a causa degli eventi bellici che sconvolgevano l'Europa in quel periodo. La competizione fu vinta dai rossoblù, che sorpassarono all'ultima giornata i rivali del Liguria; a Genta e a ciascun vincitore della competizione furono date in premio 20.000 lire dal futuro presidente rossoblù Antonio Lorenzo. Dopo la seconda guerra mondiale indossò le maglie del Prato, club in cui rivestì nel suo primo anno di militanza anche l'incarico di allenatore e infine dell'Entella, anche qui con il medesimo duplice ruolo. Nazionale Tra i convocati per il Campionato mondiale di calcio 1938, si laureò Campione del mondo pur senza disputare alcuna partita nel torneo. In carriera registrò due presenze complessive in Nazionale, entrambe nel 1939 contro la Germania. Allenatore Dopo il ritiro dall'attività agonistica, è stato in seguito apprezzato allenatore di numerose squadre, tra cui Siena, Parma, Grosseto, Frosinone, Modena, Torres, Sestri Levante ed Entella, quest'ultima in quattro diverse occasioni. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1932-1933 Coppa Italia: 1 - Genova 1893: 1936-1937 Coppa Città di Genova: 1 - Genova 1893: 1945 Serie C: 1 - Prato: 1948-1949 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia 1938 Allenatore Competizioni nazionali Serie D: 2 - Entella: 1959-1960; Grosseto: 1972-1973
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DUILIO SANTAGOSTINO https://it.wikipedia.org/wiki/Duilio_Santagostino Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 15.04.1914 Luogo di morte: Torino Data di morte: 06.10.1982 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1932 al 1936 Esordio: 28.05.1933 - Serie A - Juventus-Fiorentina 5-0 Ultima partita: 24.05.1936 - Coppa Italia - Juventus-Fiorentina 1-3 4 presenze - 0 reti 1 scudetto Duilio Santagostino (Torino, 15 aprile 1914 – Torino, 6 ottobre 1982) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Duilio Santagostino Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1943 Carriera Squadre di club 1932-1936 Juventus 4 (0) 1937-1940 Biellese ? (?) 1940-1942 Saviglianese ? (?) 1942-1943 Settimese ? (?) Carriera Durante la sua carriera calcistica ha collezionato una presenza in Serie A con la maglia della Juventus, nella stagione 1932-1933 in Juventus-Fiorentina (5-0). Contro la Fiorentina giocò anche una partita di Coppa Italia nel 1936. Giocò altre due partite in Coppa dell'Europa Centrale, a Vienna e Genova contro l'Admira Vienna nel 1934. Giocò poi nella Biellese dal 1937 al 1940 e nel Savigliano e Settimese le stagioni successive. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935
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PEDRO SERNAGIOTTO A soli cinquantasette anni – scrive Umberto Maggioli su “Hurrà Juventus” dell'aprile 1965 – è mancato improvvisamente a San Paolo del Brasile, dove era nato nel maggio 1908, Pietro Sernagiotto, calciatore che ha onorato lo sport sui campi di gioco del vecchio e del nuovo continente, italiano di stirpe, brasiliano di nascita, juventino di adozione. Di lui nell’ambiente bianconero è stato e sarà sempre vivo il ricordo: sia di uomo che di giocatore. Calcisticamente si era formato in quella magnifica fucina che fu la Palestra Italia, società paulistana che accoglieva la parte migliore della nostra colonia di emigrati in terra brasiliana: magnifica fucina di atleti e di patrioti che avevano il culto della loro terra di origine.Già in Brasile Pietro Sernagiotto, figlio di friulani che avevano cercato fortuna oltre oceano, godeva di notevole celebrità e gli sportivi di laggiù, per la sua distinzione e autorevolezza di personalità, anche se emanava da fisico di proporzioni alquanto ridotte, gli avevano affibbiato un soprannome che gli calzava a pennello. Era Ministrinho: ossia piccolo ministro, come se la fama sportiva dovesse andare di pari passo con quella politica. Anche se il ragazzo non si fosse mai immischiato, né avesse accennato di volerlo fare, nelle faccende inerenti la politica.Ma oltre tale nomignolo i fans brasiliani gliene avevano coniato un altro: molto più azzeccato e giustificato dai fatti. Era anche Flecha de Oro, freccia d’oro cioè. La minuscola ala destra con il suo gioco caratteristico suscitava, infatti, l’immagine di un dardo scoccato da un’invisibile balestra. Caratteristico era, infatti, il suo scatto fulmineo che lasciava quasi sempre in asso ogni più attento avversario addetto alla sua marcatura; la partenza da fermo di Pietro Sernagiotto appariva infatti sorprendente e nessun difensore riusciva a prevederla e prevenirla. Era anche molto veloce, ma si trattava di una velocità iniziale che, dati i ridotti mezzi fisici del soggetto, non riusciva a essere mantenuta a lungo.Molti sportivi che ricordano bene Ministrinho non avranno dimenticato certi caratteristici duelli che nel periodo in cui giocò in Italia ingaggiò con un mediano laterale che oltre magnifico calciatore era anche perfetto cultore di atletica leggera, versato in modo particolare nella velocità pura e negli ostacoli: Alfredo Pitto. Ministrinho spesso sorprendeva, piantava Pitto e se ne andava sgambettando turbinosamente lungo la linea laterale, ma l’altro si riprendeva immediatamente, partiva all’inseguimento e non lasciava allontanare troppo il pericoloso rivale e, se Freccia d’oro non riusciva a passare il pallone al compagno meglio postato, l’Alfredo riusciva ad avere ragione del Pietro.La Juventus si assicurò i servigi di Sernagiotto sul finire del 1930. Tra la società bianconera e la direzione della Palestra italia, gli accordi erano stati definiti e il giocatore s’imbarcò per la traversata dell’Atlantico. A Genova era andato ad attendere il nuovo acquisto l’Ing. Benè Gola, delegato dalla presidenza, il quale dando il benvenuto allo sbarco al nuovo giunto ebbe la sgradita sorpresa di venire a conoscenza che, durante la navigazione emissari di altra società italiana, che non staremo qui a ricordare poiché si tratta di avvenimenti lontani e oramai quasi dimenticati, avevano carpito la buona fede del ragazzo e gli avevano fatto firmare un altro cartellino di tesseramento. Ciò dimostra quanto Pietro Sernagiotto fosse anima candida e incline a pensare che tutti i suoi simili agissero rettamente e senza secondi fini.Il fatto suscitò scalpore e i nostri dirigenti federali non poterono ignorarlo: risultato ne fu che Pietro Sernagiotto si vide comminata la squalifica di un anno, che dovette scontare quasi per intero. Nel periodo della punizione la Juventus usufruì del giocatore negli incontri amichevoli non ufficiali e l’attività completa del nuovo acquisto si ebbe nelle stagioni 1931-32, 1932-33 e 1933-34, che coincisero esattamente con la conquista di altrettanti titoli nazionali riusciti alla Juventus nel periodo del cosiddetto ruggente quinquennio.Ministrinho era un’ala destra di elevate possibilità; senza assurgere addirittura al valore di autentico fuoriclasse il suo peso, se non fisico, ma esclusivamente tecnico, lo faceva sentire nel rendimento generale dell’undici. Adoperava indifferentemente i due piedi e i suoi passaggi erano sempre sfruttabilissimi per esatto indirizzo e dosatura; i tiri poi riuscivano spesso micidiali, e per la giusta direzione cui erano avviati ed anche per la potenza più che notevole che sempre avevano. Flecha de oro, la cui altezza era di 1,53, con peso e muscolatura proporzionati, era un tiratore poderoso che lasciava perplessi quanti lo osservavano e che stentavano sempre a rendersi ragione come da tanta modestia di mezzi fisici ne potessero uscire effetti tanto rovinosi per i portieri avversari. Nelle tre stagioni che Ministrinho passò nelle file bianconere ebbe modo di giocare cinquanta partite di campionato, realizzando quindici segnature, esattamente quante ne riuscirono ad altra ala, sinistra però, ossia Stivanello.Di carattere franco e gioviale Pietro Sernagiotto ebbe amici ed estimatori nell’ambiente juventino. In squadra i suoi amici più intimi, e sicuri, furono Luisito Monti e Bertolini, che si assunsero anche l’incarico di suoi alti protettori. Per quanto Sernagiotto fosse subito riuscito ad affermarsi nell’ambiente calcistico nazionale e bianconero ebbe sempre un po’ la strada chiusa: nella Juventus da Federico Munerati, nella Nazionale da altri, come un altro italo brasiliano, Guarisi, e l’italo argentino Guaita; ebbe tuttavia anche l’onore di essere chiamato dal commendator Vittorio Pozzo all’onore della maglia azzurra, giocando la sua unica partita quale Nazionale il 22 ottobre del 1933, quando la nostra formazione B chiuse in pareggio, per 4-4, con l’undici B ungherese a Vercelli; e con Sernagiotto figurarono nella nostra prima linea anche Silvio Piola e Nereo Rocco. Alla fine del primo tempo gli azzurri vincevano per 3-1, ma i magiari riuscirono a riequilibrare le sorti per loro compromesse.Sernagiotto si sposò a Torino quando fece giungere da San Paolo la sua graziosa fidanzata, e a Torino nacque anche il suo primogenito. Altri due rampolli ebbe dopo il suo rientro in Brasile, che avvenne all’inizio del 1935. Meticoloso amministratore delle proprie sostanze ed economo di carattere aveva messo in disparte un discreto gruzzolo che gli fu prezioso al suo rientro per dedicarsi al commercio delle calzature, che era sempre stata attività familiare. Dopo la Juventus giocò ancora un paio di stagioni nella sua squadra di origine, che da Palestra Italia si era intanto trasformata in Palmeiras e che figura tuttora tra le più importanti organizzazioni calcistiche della Lega Paulistana.Pietro Sernagiotto, che è stato sempre cittadino italiano, aveva serbato un ricordo appassionato della Juventus e accoglieva sempre con grande cordialità tutti quegli amici juventini che talvolta avevano occasione di recarsi in Brasile e a San Paolo, non mancando mai di recarsi a fargli visita. Appariva lievemente ingrassato e aveva sempre goduto di perfetta salute.L’ultimo juventino che lo aveva visto e salutato circa nove mesi fa è Cornelio Giordanetti che, come tutti gli juventini e non juventini sanno, è stato sempre una specie di ambasciatore bianconero in terra brasiliana e che era andato a salutarlo nel grande e ben fornito negozio di calzature che Pietro Sernagiotto possedeva in un rione quasi centrale della metropoli brasiliana. Stava bene, appariva poco invecchiato e godeva di una discreta agiatezza tra gli affetti familiari. Niente lasciava presagire una fine repentina e così prematura.Un altro bianconero se n’è andato, ma è un altro bianconero che tutta la grande famiglia della Juventus ricorda e ricorderà sempre. Finché juventini seguiteranno a vivere in questo mondo: e pensiamo ve ne saranno sempre. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/pietro-sernagiotto.html#more
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PEDRO SERNAGIOTTO https://it.wikipedia.org/wiki/Pedro_Sernagiotto Nazione: Brasile Italia Luogo di nascita: San Paolo Data di nascita: 17.11.1908 Luogo di morte: San Paolo Data di morte: 05.04.1965 Ruolo: Ala Altezza: 153 cm Peso: - Nazionale Brasiliano e Italiano Soprannome: Ministrinho Alla Juventus dal 1931 al 1934 Esordio: 29.06.1932 - Coppa Europa Centrale - Juventus-Ferencvaros 4-0 Ultima partita: 08.07.1934 - Coppa Europa Centrale - Juventus-Ujpest Dosza 1-1 60 presenze - 16 reti 3 scudetti Pedro Sernagiotto (San Paolo, 17 novembre 1908 – San Paolo, 5 aprile 1965) è stato un calciatore brasiliano naturalizzato italiano, di ruolo ala. È noto anche con il nome italianizzato di Pietro Sernagiotto o con il soprannome brasiliano di Ministrinho, ossia "Piccolo Ministro": quest'ultimo gli fu dato dal suo dirigente Italo Bosetti come tributo a Giovanni Del Ministro alias Ministro, idolo del tempo e del quale Sernagiotto ricordava lo stile di gioco. Pedro Sernagiotto Sernagiotto alla Juventus nei primi anni 1930 Nazionalità Brasile Italia Altezza 153 cm Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1943 Carriera Squadre di club 1927-1930 Palestra Itália 54 (20) 1931-1934 Juventus 60 (16) 1934-1935 Palestra Itália 2 (0) 1936-1938 San Paolo 66 (13) 1939-1940 Portuguesa ? (?) 1941-1943 Palmeiras 88 (24) Nazionale 1930 Brasile 3 (0) 1934 Italia B 1 (0) Carriera Club Nato in una famiglia veneto-friulana, visse nel centro di San Paolo, nei pressi di Rua Augusta. Crebbe calcisticamente nella Palestra Itália, esordendo in prima squadra il 13 novembre 1927, non ancora diciassettenne. Sul finire del 1930 venne notato dai dirigenti della Juventus, in cerca di una giovane ala con cui rimpiazzare il declinante Federico Munerati. Acquistato dalla società torinese, tuttavia a bordo del transatlantico che lo stava portando dal Sudamerica all'Europa, venne avvicinato da due emissari del Genoa e convinto a firmare, in buona fede, per la squadra ligure; allo sbarco a Genova, la scoperta della doppia firma costò al brasiliano un anno di squalifica da parte della Federcalcio. Durante i successivi dodici mesi la Juventus poté schierare il neoacquisto solo nelle amichevoli, prima che Sernagiotto tornasse ufficialmente nei ranghi con la stagione 1931-1932, in cui contribuì subito alla vittoria dello scudetto. Con il club torinese vinse consecutivamente altri due campionati, nelle edizioni 1932-1933 e 1933-1934, partecipando alla fase centrale del cosiddetto Quinquennio d'oro. Nel 1934 fece rientro in Brasile dove proseguì la sua carriera con il Palestra Itália, poi divenuto Palmeiras, fino al 1943, vestendo nel frattempo anche le maglie del San Paolo e del Portuguesa. Nazionale Nel 1929 esordì in amichevole con la nazionale brasiliana. Dopo aver ottenuto la cittadinanza italiana, disputò anche una partita con l'Italia B, il 22 ottobre 1933 a Vercelli contro l'Ungheria, conclusasi con un pareggio per 4-4. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934 Campionato Paulista: 1 - Palmeiras: 1942
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ENZO ROSA https://it.wikipedia.org/wiki/Enzo_Rosa Nazione: Italia Luogo di nascita: Balzola (Alessandria) Data di nascita: 24.04.1913 Luogo di morte: Varazze (Savona) Data di morte: 20.02.1994 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1931 al 1934 Esordio: 04.10.1931 - Serie A - Casale-Juventus 1-1 Ultima partita: 21.02.1932 - Serie A - Juventus-Casale 3-2 3 presenze - 1 rete 1 scudetto Enzo Rosa (Balzola, 24 aprile 1913 – Varazze, 20 febbraio 1994) è stato un calciatore italiano. Enzo Rosa Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1942 - giocatore Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1931-1934 Juventus 3 (1) 1934-1935 Pavia 8 (1) 1935-1936 Atalanta 6 (2) 1936-1937 Biellese 15 (7) 1937-1938 Casale 4 (0) 1939-1940 Piacenza 0 (0) 1940-1941 Pinerolo 1 (0) 1941-1942 Casale 1 (0) Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1931-1932 Serie C: 1 - Casale: 1937-1938
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GIOVANNI VECCHINA La notizia della scomparsa di Nane Vecchina – scrive Alberto Fasano su “Hurrà Juventus” del maggio 1973 – ha colto gli amici bianconeri tra un’edizione e l’altra del nostro giornale. Ma il personaggio ci è troppo caro per non tributargli, sia pure in ritardo, un doveroso omaggio. Lo sapevamo da tempo malato, ma speravamo che la sua fibra eccezionale gli facesse superare le crisi sempre più frequenti e violente. Lo scorso anno eravamo andati a trovarlo in clinica e avevamo provato un senso di inenarrabile tristezza. Chi lo aveva visto nei periodi del suo formidabile fulgore atletico, non lo avrebbe quasi riconosciuto.Giovanni Vecchina era nato a Venezia il 19 agosto 1902. Apparteneva anche lui, dunque, alle schiere del calcio veneto che ha sempre esercitato sensibile influsso nel gioco in Italia, in virtù della robustezza e della sanità della razza. Da ragazzo aveva militato nelle squadre minori del Venezia, distinguendosi non solo per le spiccate attitudini di realizzatore, ma anche per una visione corale del gioco. Nel 1924 passò al Padova, la squadra veneta che in quel periodo si trovava all’apice del suo rendimento. Tra i biancorossi militavano atleti di straordinarie doti tecniche e fisiche, dal portiere Paglianti, ai terzini Danieli e Barzan; dalla famosa mediana Girani-Fagioli-Fayenz, alla strepitosa linea attaccante composta dai due Busini (il Duca e Toni), i due Monti (Bisa e Cice, rispettivamente contrassegnati con i numeri ordinali II e III), e poi lui, Nane Vecchina, nel ruolo di centrattacco. Questa formazione aveva concluso il campionato in seconda posizione alle spalle del Genoa; poi nei 1925 (Lega Nord, Girone B) il Padova si era classificato al quarto posto, dietro a Bologna, Pro Vercelli e Juventus. Il gioco dei patavini era veloce, duro, spigoloso, all’inglese; e infatti trainer dei biancoscudati era proprio un inglese, l’indimenticabile Burgess il quale aveva di Vecchina una grande stima; stima meritata, perché Nane fu un grande centrattacco in un’epoca di grandi stoccatori, anni in cui giocavano Peppino Meazza, Angelo Schiavio e Giulio Libonatti. Nel campionato 1924-25 il Padova vinse le sue due partite con la Juventus: 2-1 a Padova e 2-0 a Torino; Vecchina fu sempre tra i migliori e una delle reti incassate da Combi a Torino portava la sua firma, un goal di strepitosa potenza. Nella stagione successiva Vecchina realizzò ancora un goal alla Juve nella gara giocata a Padova e continuò praticamente a dare dispiaceri a Combi ogni qual volta i biancoscudati si trovavano di fronte ai bianconeri. L’ultima prodezza del centrattacco patavino porta la data del 26 gennaio 1930, giorno in cui il Padova sconfisse la Juventus e Nane mise a segno la stoccata del successo. Un simile centrattacco era molto meglio averlo in squadra come compagno che come avversario: fu così che il giocatore venne acquistato dalla Juve (per la grossa cifra di 100.000 lire) e iniziò a giocare nella stagione 1930-31. La partita inaugurale del campionato era Juventus-Pro Patria: i bianconeri vinsero per 4-1, con tre reti di Vecchina e una di Cesarini. Altri tre goal (in quello stesso campionato) il centrattacco mise a segno contro la Pro Vercelli (risultato 5-1) e contro il Genoa (risultato 4-1). In quella sua prima stagione bianconera Vecchina realizzò sedici goal (senza mai tirare un calcio di rigore) e cucì sulla maglia il primo dei suoi tre scudetti. Nella stagione 1931-32 le reti realizzate furono quindici (sempre senza l’aiuto dei rigori), mentre nel 1932-33 poté giocare solo nove partite a causa di un infortunio al ginocchio destro: mise a segno due reti. La Juventus, fortunatamente aveva già in squadra un altro sensazionale centrattacco, Felice Borel II, giocatore di luminosa classe, senz’altro superiore per doti tecniche a Vecchina. Anche Borel, tuttavia, alcuni anni più tardi ebbe la sua carriera stroncata da una grave lesione al ginocchio destro. La carriera di Giovanni Vecchina può considerarsi conclusa alla fine del 1933. Giocò ancora con alterna fortuna un paio di stagioni nelle file del Torino, poi emigrò in Svizzera e disputò due campionati nel Servette; quindi decise di appendere le scarpe al chiodo. In tempi in cui, come abbiamo ricordato, giostravano in Italia grandi condottieri d’attacco come Meazza, Schiavio e Libonatti, Vecchina venne convocato una decina di volte in Nazionale. In maglia azzurra disputò due partite in A e una in B. L’esordio avvenne a San Siro contro l’Olanda: giocò nel ruolo di mezzala sinistra, facendo coppia con Baloncieri e avendo a fianco il piccolo guizzante Libonatti. Come allenatore non ebbe mai fortuna: la sua migliore stagione rimane quella del 1946-47, alla guida del Lanerossi Vicenza. Proprio a Vicenza ai primi di aprile Giovanni Vecchina ha chiuso la sua carriera terrena. Era stato un ottimo calciatore, ma tutti lo avevano sempre stimato per le sue straordinarie doti umane. Con lui se ne è andato un indimenticabile amico. VLADIMIRO CAMINITI Vecchina, un veneziano tosto dalle ginocchia un po’ delicate, arriva alla Juventus anche lui in età atletica avanzata, ventotto anni, la Juventus lo iscrive ai ruoli, e il falso conte Mazzonis non se ne pentirà mai. Va bene che all’apparire dell’astro Borel, Vecchina invecchierà precocemente, e verrà rifilato al cugino di casa, il Torino, con il quale i rapporti, nonostante tante chiacchiere, sono sempre stati storicamente più che buoni. Su tre campionati nella Juventus, il veneziano ha fatto valere la discreta classe e vinto i primi tre scudetti dell’inobliabile serie. Il campionato a diciotto 1930-31 è forse il migliore che Vecchina disputa dei tre. Carlo Carcano è un allenatore psicologo e un buon preparatore atletico (se ne avvantaggerà anche Vittorio Pozzo in Nazionale). Vecchina è all’apice del rendimento e il suo apporto è sempre positivo. In un campionato lungo e massacrante, la Juventus traversa periodi difficili, ma risale ogni volta con la classe delle sue individualità superiori; non è ancora squadra completa in difesa, Carcano deve spesso cambiare, ma il registro tattico è superbo dalla metà campo in poi con Ferrari regista, nonché goleador implacabile: segna sedici goal, quanti il nostro veneziano. L’asso pigliatutto è Mumo Orsi, venti goal che ne fanno brillare tutto il talento. Talento che possiede anche Vecchina, le cui giocate sono meno appariscenti, ma il cui senso del goal è provvidenziale in parecchie partite. La classifica finale vedrà i bianconeri primi con cinquantacinque punti, a quattro lunghezze la Roma che il 15 marzo 1931, al Testaccio, infliggerà ai bianconeri un umiliante 0-5. In effetti, Vecchina fu tra i pochi a salvarsi; la difesa uscì umiliata, a partire dal trio Combi, Rosetta, Caligaris. Varglien I, schierato centromediano, lottò inutilmente come un leone. Fulvio Bernardini gran regista segnò due goal, Volk centrattacco di autentica classe, Lombardo e Fasanelli completarono l’opera disgregatrice. La Juventus uscì a testa bassa, e tra i fischi dei romanisti estasiati da quello stadio in legno. Saprà subito rifarsi a Torino, nel campo in cemento di Corso Marsiglia sette giorni dopo, rifilando quattro reti al Genova 1893 e proprio Giovanni Vecchina sarà l’uomo della riscossa: irresistibilmente trascinerà l’attacco, segnando tre bellissimi goal. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/giovanni-vecchina.html
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GIOVANNI VECCHINA https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Vecchina Nazione: Italia Luogo di nascita: Venezia Data di nascita: 16.08.1902 Luogo di morte: Vicenza Data di morte: 05.04.1973 Ruolo: Attaccante Altezza: 181 cm Peso: 80 kg Nazionale Italiano Soprannome: Nane Alla Juventus dal 1930 al 1933 Esordio: 28.09.1930 - Serie A - Juventus-Pro Patria 4-1 Ultima partita: 18.06.1933 - Serie A - Genoa-Juventus 3-2 75 presenze - 33 reti 3 scudetti Giovanni Vecchina (Venezia, 16 agosto 1902 – Vicenza, 5 aprile 1973) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Era noto anche come "Nane". Giovanni Vecchina Vecchina al Padova Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1940 - giocatore 19?? - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Aurora Venezia 19??-19?? Venezia Squadre di club1 1919-1922 Venezia ? (?) 1922-1924 Petrarca ? (?) 1924-1930 Padova 117 (86) 1930-1933 Juventus 75 (33) 1933-1935 Torino 32 (3) 1935-1936 Servette ? (?) 1935-1937 Biellese 20+ (6+) 1937-1938 Venezia 3 (0) 1938-1939 Palmese ? (?) 1939-1940 Siracusa 14 (3) Nazionale 1928-1931 Italia 2 (0) Carriera da allenatore 1938-1939 Palmese 1939-1940 Siracusa 1940-1941 Napoli Riserve 1942-1943 Rovigo 1946-1947 Vicenza 1948 Vicenza 1947-1948 Napoli 1949-1950 Pistoiese 1953-1954 Portogruaro 1959-19?? Azzurra Sandrigo Carriera Giocatore Club Dopo gli esordi, a cavallo degli anni 10 e 20 del XX secolo, con le maglie di Venezia e Petrarca, legò il suo nome principalmente a quello del Padova, club con cui disputò sei campionati prima dell'istituzione del girone unico, figurando tra i migliori marcatori del tempo. Accasatosi ai biancoscudati nel 1924, lasciò la formazione veneta nel 1930 dopo la prima edizione nella neonata Serie A. Vecchina alla Juve del Quinquennio nel 1932, tra Orsi (a sinistra) e Munerati (a destra). Nello stesso anno approdò alla Juventus di Carlo Carcano, dove rimase per tre stagioni. Per l'iniziale biennio fu il centravanti titolare dei bianconeri, perdendo il posto solo nell'ultima annata causa l'esplosione del giovane Felice Borel, vincendo sotto la Mole tre scudetti — i primi del cosiddetto Quinquennio d'oro — prima di cambiare squadra ma non città, passando ai rivali del Torino con cui esordì in una partita interna contro la Lazio (1-1), rimanendo in granata per due stagioni. Nel 1935 si trasferì al Servette di Ginevra. Tornato in Italia dopo una stagione, seguirono due anni nella Biellese, prima di far brevemente ritorno a Venezia e chiudere infine la carriera agonistica sul finire del periodo interbellico, con Palmese e Siracusa, club questi ultimi in cui si cimentò nel doppio ruolo di giocatore-allenatore. Nazionale Ha giocato anche due partite con la maglia azzurra dell'Italia, la prima il 2 dicembre 1928 a Milano, contro i Paesi Bassi (3-2), e la seconda il 12 aprile 1931 a Oporto, contro il Portogallo (0-2), senza collezionare reti. Allenatore La sua prima esperienza da allenatore è stata a Palmi, in Serie C nella stagione 1938-1939, quando divenne allenatore-giocatore della Palmese. Ha chiuso la carriera da giocatore fungendo anche da allenatore a Siracusa: in quella stessa annata ne fu anche il capitano. Condusse quindi il Rovigo nella stagione 1942-1943, dopo essere subentrato a Renato Bottaccini, guidando poi blasionate squadre come il Vicenza, dove fu esonerato il 28 settembre 1947 per lasciare il posto a Emilio Berkessy, e il Napoli, subentrando nel corso della stagione 1947-1948 a Raffaele Sansone. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 3 - Juventus: 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933
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GILBERTO POGLIANO https://it.wikipedia.org/wiki/Gilberto_Pogliano Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 02.02.1908 Luogo di morte: Torino Data di morte: 12.07.2002 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1930 al 1931 Esordio: 04.01.1931 - Serie A - Modena-Juventus 1-2 1 presenza - 0 reti 1 scudetto Gilberto Pogliano (Torino, 2 febbraio 1908 – Torino, 12 luglio 2002) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Gilberto Pogliano Pogliano (quarto da destra) nel Parma del 1934-1935 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1940 Carriera Squadre di club 1929-1930 Cuneo ? (?) 1930-1931 Juventus 1 (0) 1931-1933 Catania 42 (17) 1933-1935 Parma 50 (26) 1935-1936 Cremonese 8 (1) 1936-1937 Parma 30 (1) 1937-1938 Varese 21 (0) 1938-1939 Acqui ? (?) 1939-1940 La Chivasso ? (?) Carriera Dopo aver militato nell'allora seconda divisione con la squadra di Cuneo, nel 1930 passò alla squadra riserve della Juventus; durante la stagione fu chiamato a disputare un incontro con la prima squadra, il 4 gennaio 1931 nella partita Modena-Juventus (1-2), e grazie a quell'unica presenza si aggiudicò, come i compagni di squadra, lo scudetto che i bianconeri vinsero al termine di quell'annata, il primo del cosiddetto Quinquennio d'oro. Giocò poi con le maglie del Parma dal 1933 al 1937, la stagione 1935-36 la disputò alla Cremonese, poi disputò una stagione, la 1937-38 col Varese. Chiuse la carriera nell'Acqui e nel Chivasso. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1930-1931 Prima Divisione: 1 - Parma: 1933-1934 (girone D) Campionato italiano Serie C: 1 - Cremonese: 1935-1936 (girone B)
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JUAN MAGLIO Genova, primo agosto 1931. Sbarca dal transatlantico proveniente da Buenos Aires un giovanotto dall’aspetto poco rassicurante, vestito di blu, con cappello nero e bagaglio ridotto all’osso. È Josè Maglio, argentino, mezzala destra, se ne dice un gran bene, qualcuno pensa che possa addirittura prendere il posto di Cesarini. In quanto a originalità, però, non è secondo al grande Cè; viaggia senza valigia e tiene nel taschino un pettinino e uno specchietto.Taciturno oltre ogni immaginazione, vestito sempre con abiti scuri (il che lo rendeva sgradito a chi era superstizioso), odioso della compagnia; non poteva certamente trovarsi a suo agio, in un ambiente che faceva della goliardia, il proprio motto.Debutta in campionato nel pareggio 1–1 sul campo della Pro Patria il 20 settembre 1931 e firma il goal del pareggio su assist di Orsi. Così descrive l’azione “La Stampa”: «Maglio, che si trova davanti a Agosteo, avuta la palla da Orsi la pone in rete. La palla disegna una traiettoria falsa e il portiere bustese, che è anche abbagliato dal sole, non può fare altro che raccogliere la palla stessa in fondo al goal».In campo parla un linguaggio sopraffino, sa adattarsi a tutti i ruoli dell’attacco e ogni tanto riesce anche a realizzare qualche rete, come il primo novembre 1931, Juventus batte Alessandria 3–0; oppure il 29 novembre, 4–1 alla Pro Vercelli con doppietta dello stravagante argentino, che ha preso il posto a Cesarini, relegandolo in tribuna. Maglio è un giocatore di ottima caratura tecnica, pronto su ogni pallone e dal discreto colpo di testa. Il 17 gennaio 1932, contro l’Ambrosiana, gioca la sua miglior partita, segnando pure due dei sei goal del trionfo juventino.Poi, improvvisamente, all’indomani di un Milan–Juventus, il 28 febbraio 1932, scompare senza lasciare traccia. Così scrisse “La Stampa”: «Martedì sera alle 19:15 il giocatore salì sul treno per Parigi con moglie e figlio senza darne comunicazione alla società. Alla base probabilmente una multa da 1.000 lire comminatagli dopo la partita contro il Napoli per aver saltato alcuni allenamenti senza autorizzazioni dell’allenatore Carcano. Ma la notizia della multa sembrava averla accolta senza contestazioni promettendo di intensificare gli allenamenti per recuperare le condizioni migliori. E a Milano si era battuto con determinazione. Nulla lasciava presagire una fuga così misteriosa».«Da segnalare – si legge sul libro “Tango bianconero” – che dalla Juventus aveva già incassato (in rate mensili da 3.600 lire) le 40.000 lire concordate come premio di ingaggio per le tre stagioni per cui si era impegnato a giocare in maglia bianconera. Girarono strane voci a riguardo, pare infatti che un suo amico che gli faceva anche da manager, tale Viglienghi, avesse allacciato trattative con l’Huracán di Buenos Aires per farlo rientrare in Argentina. La Juventus ovviamente lo denunciò alla FIGC e alla FIFA (ma con poche speranze, visto che il club argentino militava in una lega che non affiliata alla FIFA). Si sa per certo che indossò nel 1932 la maglia del Gimnasia y Esgrima La Plata per passare l’anno dopo nel Chacarita Juniors, e apparire nel 1934 prima fra le file del Vélez Sarsfield e infine in quelle del Ferro Carril Oeste. Con qui verosimilmente chiuse la carriera».Qualcuno insinuò che la fuga di Maglio fosse stata pilotata da Cesarini, che era spesso costretto alla tribuna per far posto al connazionale. Nessuno, ovviamente, si prese la briga di indagare; in fondo, in quella squadra, di uno come Maglio non si sentiva certo il bisogno. Cesarini tornò titolare e la Juventus riprese a vincere, come se niente fosse successo. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/jose-maglio.html
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JUAN MAGLIO https://it.wikipedia.org/wiki/Juan_Maglio Nazione: Argentina Luogo di nascita: Buenos Aires Data di nascita: 22.02.1904 Luogo di morte: Buenos Aires Data di morte: 06.05.1964 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale Argentino Soprannome: Juancito Alla Juventus dal 1931 al 1932 Esordio: 02.09.1931 - Coppa Europa Centrale - Sparta Praga-Juventus 3-2 Ultima partita: 28.02.1932 - Serie A - Milan-Juventus 0-0 18 presenze - 6 reti 1 scudetto Juan Félix Maglio (Buenos Aires, 22 febbraio 1904 – Buenos Aires, 6 maggio 1964) è stato un calciatore argentino, di ruolo attaccante. In Italia divenne conosciuto come Juan José Maglio. Juan Maglio Maglio al San Lorenzo negli anni 1920 Nazionalità Argentina Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1935 Carriera Squadre di club 1922 Almagro ? (?) 1923-1925 San Lorenzo 1925 Nueva Chicago ? (?) 1926-1930 San Lorenzo 173 (75) 1931 Gimnasia La Plata 6 (1) 1931 F. del Estado ? (?) 1931-1932 Juventus 17 (6) 1933 Chacarita Juniors 10 (4) 1934 Ferro Carril Oeste 1 (1) 1935 Vélez Sarsfield 2 (0) Nazionale 1925-1931 Argentina 9 (6) Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1931-1932
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Giovanni Ferrari - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
GIOVANNI FERRARI Detto Gioanin o Giovannin, esordì in Prima Divisione (come si chiamava allora la Serie A) quando non aveva ancora sedici anni, nella stagione 1923-24, nella file dell’Alessandria, allenata dall’ungherese Béela Révéezs. Le stagioni seguenti, visse in simbiosi calcistica con il grandissimo allenatore Carlo Carcano, tanto da seguirlo a Napoli nell’Internaples, la più forte squadra campana che contese all’Alba di Roma l’onore di rappresentare la Lega Sud nella finale contro la Lega Nord per il titolo italiano nel 1925-26.L’Alba ebbe la meglio sull’lnternaples, ma i romani furono poi battuti nettamente (7-1 e 5-0) dalla Juventus che schierava: Combi; Rosetta e Allemandi; Grabbi, Viola e Bigatto; Munerati, Vojak I, Pastore, Hirzer e Torriani.Tornato da Napoli per il campionato 1926-27, Ferrari rimase nell’Alessandria, allenata da Carcano, sino al giugno 1930. L’ultima partita in grigio di Giovannin fu a Udine il primo giugno di quell’anno, contro la Triestina. L’anno seguente emigrò a Torino chiamato, nella Juventus, dallo stesso Carcano diventato allenatore dei bianconeri.Modesto, serio, laborioso, Giovannin si trovò a suo agio nel grande club di Edoardo Agnelli ma diretto dal barone Mazzonis che, fra gli altri, poteva schierare il divo Orsi per un premio di 100.000 lire, una Fiat 509 e 8.000 lire mensili di stipendio, e Renato Cesarini, nato a Senigallia però emigrato a Buenos Aires da bambino. Il bizzarro, allegro, mattacchione Cesarini, era una magnifica mezzala destra capace di tutto e, con l’austero Ferrari, formò una strana, straordinaria coppia in bianconero come nella Nazionale. Renato l’impenitente, ascoltava i consigli di Giovanni e la Juventus vinse cinque scudetti consecutivi.Nel campionato 1935-36 Giovanni Ferrari emigrò a Milano, sponda neroazzurra, chiamato dal presidente Pozzani, il popolare Generale Po. Giocando a fianco di Meazza, Ferraris II, Frossi, Attilio Demaria, Ferrara I e Ferrara II (questi tre ultimi di scuola argentina), Giovannin si aggiudicò altri due scudetti con il suo gioco infaticabile, altruista, tecnico, potente e i suoi tanti goal: trentadue nell’Ambrosiana in cinque stagioni come ne aveva fatti sessantasette nella Juventus. Scaricato a Bologna, come giocatore alla fine della carriera, Ferrari andò a raccogliere l’ottavo scudetto nel 1940-41 in tempo di guerra.Lo scorbutico piemontese Vittorio Pozzo, giornalista e Commissario Unico degli azzurri due volte Campioni del Mondo, selezionò per la prima volta Giovanni Ferrari il 9 febbraio 1930 a Roma contro la Svizzera superata (4-2) con le reti di Magnozzi, Orsi e Meazza (due): l’alessandrino giocò mezzala destra a fianco del barese Costantino. Nella Coppa del Mondo 1934, Giovanni Ferrari formò uno straordinario attacco con Guaita, Meazza, Schiavio e Orsi all’ala sinistra, invece a Parigi nel 1938 i suoi compagni di prima linea furono Biavati, ancora Meazza, Piola e Colaussi, il triestino.Confessò: «Ho battuto Zamora nel Mondiale del 1934 a Firenze, però la maggiore soddisfazione la provai l’anno precedente, a Roma, contro gli inglesi. Erano i maestri. Con un lungo tiro ingannai il portiere Hibbs; peccato che, poco dopo, Bastin ottenne il pareggio che, tuttavia, ci fece onore. Il mistero sugli inglesi, ritenuti invincibili, incominciò a svelarsi».Quindi la lunga attività come tecnico. Giocatore-allenatore nella Juventus, poi trainer dell’Inter, e infine l’arrivo alla Nazionale, con la quale, non riuscì a evitare il fallimento della spedizione Mondiale in Cile, patendo molto la totale mancanza di fiducia nei suoi confronti, tanto che fu affiancato da Mazza e Spadaccini, con Pasquale a tirare i fili. Ha sempre amato insegnare ai giovani, insegnava calcio, non tecniche raffinate, lui così antico e così semplice.ALBERTO FASANO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1983La scomparsa di Giovanni Ferrari ha addolorato tutti gli sportivi che seguono le vicende del calcio nazionale ed ha lascito addirittura sgomenti quanti ebbero la ventura di conoscere da vicino il grande campione alessandrino.Fu nel periodo della permanenza alla Juventus di Giovanni Ferrari che ebbi modo di conoscere dalla viva voce del protagonista molti particolari della sua vita, specie di quella parte che riguarda il modo con il quale Gioanin fece il suo ingresso nel mondo della palla rotonda.Forse la passionaccia per il calcio gli entrò nel sangue non appena fu capace di camminare. Da ragazzino, insieme agli inseparabili amici Avalle, Rapetti e Scagliotti, percorse migliaia di volte le strade adiacenti il suo domicilio, specialmente Piazza Valfrè, prendendo a calci piccole palle di gomma o fatte di stracci. Quei ragazzi disputavano partite di incommensurabile durata: iniziavano alla luce del sole e finivano sotto la flebile luce dei lampioni.Quando aveva quattordici anni, afferrò al volo qualche frase pronunciata da gente che conosceva il calcio, gente che aveva constatato con quale arte il giovane Ferrari sapeva trattare la palla. Era un timido, il caro Gioanin, e non avrebbe mai osato presentarsi ai dirigenti delle squadre minori dell’Alessandria se non fosse stato spinto dagli amici Avalle e Rapetti.Fu il destino a dargli una mano. Un pomeriggio, insieme agli amici, stava giocando a palla per le strade cittadine quando, urtato da un compagno, cadde a terra e andò a sbattere il mento contro una delle rotaie del tram a vapore che faceva servizio per Spinetta Marengo. Si procurò una lussazione mascellare e una larga ferita al mento. L’incidente, oltre a renderlo inabile al gioco, lo aveva anche liberato dagli impegni di bottega (era aiuto commesso in un negozio di tessuti).Appena le sue condizioni migliorarono, sebbene ancora incerottato, un giorno se ne andò insieme all’amico Rapetti al campo dei grigi che dovevano sostenere un allenamento. Giunto allo stadio con largo anticipo sull’orario fissato per l’allenamento stesso, si mise a palleggiare (lui in borghese) con il Rapetti (in tenuta da gioco). Ferrari non sapeva di essere attentamente osservato dall’allenatore Carcano: il palleggio morbido e sicuro impressionò il tecnico a tal punto da indurlo a invitare Ferrari la sera stessa in sede per firmare il cartellino che lo legava all’Alessandria.Fu proprio in quella squadra che il giocatore alessandrino ebbe le prime soddisfazioni, raccolse generali consensi, disputò il suo primo campionato di Serie A e fu addirittura convocato in Nazionale. Ad Alessandria, ultima venuta nell’arengo provinciale, aveva portato una nota stilistica nuova, trasformando in una scuola tecnica quella che era stata prevalentemente una scuola di ardimento e di sacrificio.Di questa scuola Baloncieri e Ferrari possono essere considerati gli alunni migliori (come lo furono Rosetta per la Pro Vercelli e Caligaris per il Casale), cioè due atleti che riassunsero le caratteristiche di intelligenza, di intuizione, di volontà di tutta una generazione di calciatori. Cevenini III, tanto per fare un esempio, si isolava in un certo modo dalla squadra, faceva numero a sé; Ferrari, invece, vi si immergeva tutto: un giocatore che rappresentava l’ordine, la continuità, con metodicità del gioco, una macchina che pulsava continuamente, che dava al gioco un’andatura, un ritmo, una cadenza.Posso dire, per averli visti giocare tutti e due, che Ferrari è stato il continuatore dello stile, della tecnica dell’idea di gioco del formidabile Adolfo Baloncieri. Purtroppo con la partenza di Ferrari dall’Alessandria verso la Juventus, la scuola alessandrina doveva chiudere il suo meraviglioso ciclo. Il gioco perse allora quel tanto che gli era rimasto di ispirazione provinciale e andò sempre più acquistando un netto carattere nazionale, cioè una fusione di tendenze diverse, armonizzate da un concetto tecnico più generale.Non mi è nemmeno difficile tracciare un profilo tecnico del vecchio amico scomparso. Tante e tante volte l’ho visto giocare, ho analizzato la sua tecnica di gioco, l’intelligenza con la quale partecipava agli incontri, sia nelle squadre di club che in Nazionale. Giovanni Ferrari: il calcolo applicato al gioco del calcio. Un giocatore freddo, positivo, il buon senso fatto persona. Gli sportivi lo ricordano come la tipica mezzala del metodo, cioè mezzala di manovra, da tessitura.Era una macchina che lavorava e funzionava a regolari colpi di stantuffo, uno dopo l’altro, continui, implacabili. Giocatore di una tecnica sobria, poco portato a osare, ma che costruiva la partita un’azione sull’altra, come le pietre di un edificio, le imbeccate pronte per tutti, gli occhi attenti a misurare l’ostacolo e a valutare una situazione tattica, un uomo metodico che sembrava possedere un misterioso senso del ritmo; giocava con una cadenza sempre uguale, apparentemente un po’ lenta, ma che faceva forse più strada di ogni altra; quello sfornare continuo di palloni scoccati per ogni direzione, quel senno di gioco che dava l’impressione di un saggio fra tanti scavezzacolli. Tutto, insomma, ha contribuito a fare di Ferrari un elemento di grandissima classe.Gioanin Ferrari, giudicato a posteriori, è stato proprio il giocatore sorto nell’epoca sua, cresciuto nel suo più conveniente clima di gioco. Posso senz’altro affermare (confortato in ciò dall’opinione di illustrissimi competenti, quali Ugo Locatelli, Piero Rava, Baldo Depetrini e Silvio Piola) che egli è stato, nel corso di un decennio, la migliore mezzala sinistra europea. Ed è l’elogio più alto che il critico può scrivere dell’indimenticabile giocatore alessandrino.Maestro sommo sul terreno di gioco, per gli avversari e per i compagni: una vera scienza calcistica, quella scienza che Ferrari per lunghi anni elargì poi a tutti i suoi allievi, attenti ascoltatori delle sue lezioni al Centro Tecnico di Coverciano. Per questo sono convinto che la morte di Giovanni Ferrari sia stata una grave perdita per il mondo del calcio nazionale.RENATO TAVELLA, DA “IL ROMANZO DELLA GRANDE JUVENTUS”Ventenne dall’aria già matura, stempiato e serafico, l’alessandrino Gioanin Ferrari quando scende dal treno a Porta Nuova e infila i portici che conducono alla vicina sede juventina, forse, per la prima volta in vita sua si sente investito da un senso di particolare nervosismo. Non è da lui, in genere così flemmatico e pacato, riflessivo. Per questo la cosa lo mette in gran sospetto e gli fa pensare che, “stavolta”, il momento è per davvero molto particolare.E pensare che credeva di essere inattaccabile in tal senso. Vaccinato, come si usa dire. Di situazioni emotive ne aveva dovute affrontare eccome nella sua carriera, malgrado fosse pur sempre un novizio alle prime prove sui grandi palcoscenici. Gli venne in mente, ad esempio, la fuga da Napoli in piena notte. Lui e Carcano, dopo quella sconfitta che aveva mandato in bestia i tifosi partenopei al punto di promettere certi «ti aspetto fuori» da far paura. «Basta con lo stare a Napoli e basta con l’Internapoli. Mai più», avevano seguitato a ripetersi, mentre il treno dal Meridione, caldo e agitato, li riportava nella più fredda, ma assai più tranquilla Alessandria. Già, Alessandria, la sua cittadina. Dove aveva scoperto il calcio e da dove era stato pescato da Vittorio Pozzo per la Nazionale. Giusto l’altro ieri. E adesso la Juventus, la squadra di Agnelli.«Gioanin, son qui». Come risvegliato dai suoi pensieri, Ferrari vede all’improvviso Carcano pararglisi in faccia. «Sì, sì – balbetta – buongiorno». «Dai, che il barone Mazzonis ti aspetta».VLADIMIRO CAMINITIChe fosse il pupillo di Carcano, è accertato. Che le cronache di calcio dei nostri nonni, e per questo, anche quelle dei nostri padri, sorvolassero beatamente su tutto ciò che non fosse pallone, nei giorni di un’Italia massimamente ipocrita, nei giornali non si leggeva di suicidi, e la cronaca nera, era ridotta all’essenziale anche questo è risaputo. Nei giorni di guerra, Emilio De Martino continuava a scrivere i suoi edulcorati romanzi sportivi, quando è evidente che, fin dal suo sorgere e poi irrobustirsi, la Juventus con Edoardo Agnelli il magnate, presidente con Giovanni Mazzonis factotum, e dirigenti ammanicati col fatto economico e quasi spilorci perché solo gli assi godevano dei loro favori, per tutti gli anni Trenta della gloria totale e della conquista della popolarità nazionale, ebbe i suoi problemi e pure problemacci, che sapeva risolvere con discrezione, perché i panni sporchi si lavano in famiglia.Che Carcano avesse il vizietto dunque è risaputo, ma ciò non toglie che sia stato un grandissimo lavoratore, e un professionista serio, anche molto dotato sotto il profilo psicologico, come dimostrano cento episodi, e specialmente uno raccontato da Luigi Cavallero papà di Ferruccio, e ambedue diversamente sventurati (il padre morì nella fiammata di Superga col Grande Torino, il secondo si sarebbe spento a trent’anni sulla soglia di una luminosa carriera giornalistica) a proposito di Combi.Giovanni Ferrari, in sostanza uno dei grandi meriti di Carcano allenatore della Juventus, (Carcano godeva anche l’alta stima di Pozzo tanto che ne faceva l’allenatore della Nazionale), alessandrino puro sangue, insieme a Baloncieri e a Rivera costituisce la triade delle grandi mezzeali che dopo aver rivestito la maglia dell’Alessandria, attinsero alla gloria.Ferrari è stato il regista di centrocampo più completo, se si vuole, dell’intera storia del calcio italiano; due Campionati del Mondo (1934 e 1938), otto scudetti, ne documentano le infinite risorse. Non veloce, velocizzava il gioco con il pallone passato di prima, spesso verticalmente, con lanci di cinquanta metri, e aveva moltissimo nerbo nel contrasto. Era un grande atleta, nonché un cursore sorvegliato stilisticamente e abilissimo nel piazzamento; vince con la Juve cinque scudetti consecutivi, prima di passare a Milano, all’Ambrosiana di Meazza, per continuare a vincere; senza tricolore sul petto non viveva; la tattica che si fa strategia, lo ebbe principe della Juventus di Carcano dal 1930 al 1935, sia che si trattasse di lanciare Vecchina e Orsi o Borel II e Orsi, o di risolvere personalmente.Monti e Ferrari furono la spina dorsale di quella squadra inimitabile, cattivissima quanto leale nel gioco, che sapeva speculare sul goal senza concedere all’avversario un’unghia di terreno, che aveva un portiere quasi eroico nelle mischie, e cominciò a declinare soltanto quando sulla diga foranea del porto di Genova, ammarando nell’idrovolante guidato da Arturo Ferrarin, il presidente Edoardo andò a incontrare un’atroce assurda morte.«L’impasto di squadra meglio riuscita dall’epoca d’oro della Pro Vercelli». «La bella creazione dei dirigenti affidata alle sapienti mani di Carcano». «Modello ed esempio di organizzazione e di educazione calcistica». Roggi, il mancato pianista veronese, Casalbore che avrebbe poi fondato “Tuttosport”, quell’arguto umorista di Carlin, la cui matita “parlava” assai più e meglio della penna, il sentimentalismo di De Martino, la sincera retorica di Pozzo. E insieme a tutto questo, la regia equidistante e virile di Gioann Ferrari, l’alessandrino pupillo di Carcano, che pilota anche la Nazionale come la Juventus (e poi l’Ambrosiana) ai massimi traguardi. Come dire uno dei più grandi centrocampisti della storia mondiale, e forse è più giusto definirlo mezzala, la mezzala tessitrice del gioco, continuo, mai trafelato, sempre puntuale, dal tiro potente, un trascinatore e un creatore di gioco divenuto leggenda. Quanto all’uomo, e alla sua scorbutica natura (uomo di poche parole e di tanto pragmatismo) chi sa veramente sviscerare l’animo umano? https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/giovanni-ferrari.html -
Giovanni Ferrari - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
GIOVANNI FERRARI https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Ferrari Nazione: Italia Luogo di nascita: Alessandria Data di nascita: 06.12.1907 Luogo di morte: Milano Data di morte: 02.12.1982 Ruolo: Centrocampista Altezza: 172 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Gioanin Alla Juventus dal 1930 al 1935 e 1941-1942 Esordio: 28.09.1930 - Serie A - Juventus-Pro Patria 4-1 Ultima partita: 08.02.1942 - Coppa Italia - Juventus-Padova 1-0 193 presenze - 79 reti 5 scudetti 1 coppa Italia Campione del mondo 1934 e 1938 con la nazionale italiana Allenatore della Juventus dal 1941 al 1942 16 panchine - 7 vittorie - 4 pareggi - 5 sconfitte Giovanni Ferrari (Alessandria, 6 dicembre 1907 – Milano, 2 dicembre 1982) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo mezzala. Annoverato tra i migliori giocatori della sua generazione (Carlo Felice Chiesa lo ha definito «una della più complete mezzali sinistre della storia») e considerato come il prototipo dell'interno sinistro nel Metodo, è uno dei calciatori italiani più vincenti, potendo vantare nel palmarès personale due Coppe del Mondo e una Coppa Internazionale conquistate negli anni 1930 con la nazionale di Vittorio Pozzo, e otto campionati nazionali, di cui cinque consecutivi con la Juventus. È uno dei sei calciatori italiani (con Filippo Cavalli, Sergio Gori, Pierino Fanna, Aldo Serena e Attilio Lombardo) che sono riusciti a vincere lo scudetto in tre diverse squadre, nel suo caso con Juventus, Ambrosiana-Inter e Bologna. È inoltre l'unico atleta, assieme a Cesare Maldini, ad aver partecipato al mondiale sia nelle vesti di giocatore che in quelle di allenatore della nazionale azzurra. Giovanni Ferrari Ferrari alla Juventus nei primi anni 1930 Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Mezzala Termine carriera 1942 - giocatore 1962 - allenatore Carriera Giovanili 1922-1925 Alessandria Squadre di club 1923-1925 Alessandria 15 (1) 1925-1926 Internaples 15 (16) 1926-1930 Alessandria 104 (64) 1930-1935 Juventus 187 (78) 1935-1940 Ambrosiana-Inter 108 (24) 1940-1941 Bologna 16 (2) 1941-1942 Juventus 6 (1) Nazionale 1930-1938 Italia 44 (14) Carriera da allenatore 1941-1942 Juventus 1942-1943 Ambrosiana-Inter 1944-1945 Pavia 1945 Brescia 1947-1948 Cantonal Neuchâtel 1948-1950 Prato 1950-1951 Padova 1958-1959 Italia 1960-1962 Italia Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Oro Francia 1938 Coppa Internazionale Argento 1931-1932 Oro 1933-35 Biografia La casa natale di Giovanni Ferrari in via Tripoli, ad Alessandria. Crebbe nel popolare quartiere della Cararola, uno dei più poveri d'Alessandria, che prendeva il nome da un canale di scolo che l'attraversava; sin da giovanissimo mostrò interesse per il pallone, tanto che dichiarò: «la "passionaccia" per il gioco del calcio è entrata in me non appena sono stato capace di camminare». Precoce talento, diventò popolare tra i giovani della città e attirò l'interesse della squadra cittadina, da cui venne tesserato nel 1921; in quel momento lavorava come aiuto-commesso in un negozio di tessuti. Convinse subito l'allenatore Carlo Carcano, che seguì in varie squadre tra gli anni 1920 e 1930; fu tra gli uomini-simbolo della Juventus del Quinquennio d'oro e della nazionale italiana di Vittorio Pozzo. Smise di giocare nel 1942, per dedicarsi all'allenamento, attività nella quale non eguagliò gli stessi risultati conseguiti da calciatore. Fu per lungo tempo istruttore presso il Centro Tecnico Federale di Coverciano, rivestendo peraltro assieme a Paolo Mazza il ruolo di commissario tecnico dell'Italia durante il campionato del mondo 1962. Tra le sue ultime apparizioni pubbliche vi fu la sfilata al Camp Nou di Barcellona, nella cerimonia inaugurale del campionato del mondo 1982; nell'occasione volle portare con sé la prima tessera della Federazione, datata 1921. Morì pochi mesi dopo all'ospedale San Carlo Borromeo di Milano per un collasso cardiocircolatorio, conseguenza di un'emorragia esofagea e gastrica che lo aveva colpito alcuni giorni prima; lasciò la moglie e una figlia. Gli sono stati intitolati il campo sportivo di via Alessandro Tonso, ad Alessandria, e l'Aula Magna del Centro Tecnico di Coverciano. Caratteristiche tecniche Giocatore Ettore Berra considerava Ferrari un modello per gli attaccanti della sua epoca; scrisse su Il Calcio Illustrato nel 1938: «è non solo il miglior giuocatore della sua generazione, ma è l'uomo che insegna a tutti come si giuochi per la squadra e non solo per il proprio tornaconto, come s'inizi un'azione, come ci si comporta negli sviluppi di quest'azione. Si può dire che tale ruolo è, dal punto di vista tecnico una creazione sua. Prima di Ferrari, il mezzo-sinistro era un giuocatore qualunque [...]. Quando darà un addio allo sport porterà con sé il segreto del suo giuoco. Nessuno finora l'ha eguagliato, nessuno lo vale». Nello stesso anno, l'ex-calciatore e giornalista francese Lucien Gamblin lo definì su L'Auto «probabilmente il miglior calciatore italiano da dieci anni a questa parte [...]. Degno successore di Baloncieri, stratega notevole e fine tecnico, il cui giuoco resta sobrio e impersonale [...]», concludendo «nessuno sa meglio di lui iniziare o condurre un attacco nelle migliori condizioni, e, se il suo tiro a rete non ha niente di speciale come potenza, non pecca certo di imprecisione». Il gol-scudetto di Ferrari alla Fiorentina il 2 giugno 1935, che permise alla Juventus di stabilire il suo Quinquennio d'oro. Il paragone con Baloncieri, altro prodotto della «scuola alessandrina» fu approfondito da Gianni Brera: «normotipo di larga cassetta e solide gambe, è di gran lunga il più specializzato e dotato dei centrocampisti italiani. Non ha la nevrile eleganza di Baloncieri, ma lo supera per fondo atletico e impegno. Possiede minor senso del gol, ma è largamente più assiduo nei recuperi difensivi [...]. È il tipico mediano di spola: dove arriva lui, l'equilibrio di squadra è assicurato». Angelo Rovelli lo descrisse come «calciatore solido, pragmatico, lineare [...], stantuffo di centrocampo ma pure abile nel puntare a rete». Agli esordi ebbe compiti offensivi che, a partire dal passaggio alla Juventus (1930) andarono limitandosi: in nazionale, date le presenze di Schiavio e di Piola come centravanti, Vittorio Pozzo gli affiancò Meazza per creare «una coppia costruttrice di giuoco, come poche altre in Europa». Le doti di regista di Ferrari furono evidenziate da Antonio Ghirelli: «giuocatore d'una tecnica sobria, poco portato ad osare, costruiva la partita un'azione sull'altra [...], le imbeccate pronte per tutti, gli occhi attenti a mirare l'ostacolo e a valutare una situazione tattica, un metodico che sembrava avesse un misterioso senso del ritmo». Calciatore disciplinato e corretto, nel 1931 ricevette un encomio dalla dirigenza della Juventus per non aver reagito, durante una gara di campionato, allo schiaffo di un avversario. Allenatore Fautore di un gioco offensivo, Ferrari era ricordato da Enzo Bearzot come «un buon maestro»; infatti, pur non raccogliendo particolari successi nell'allenamento, fu a lungo istruttore dei corsi per allenatori del centro tecnico di Coverciano. Raccontò Fino Fini: «Giovanni era fatto per insegnare [...]. Ricordo il primo corso per allenatori. Spiegava la tecnica e agli esami era severo». Carriera Giocatore Club L'Alessandria e la parentesi a Napoli Ferrari (in prima fila, secondo da destra) nell'Alessandria della stagione 1927-1928. Entrò nelle giovanili dell'Alessandria nel 1921, a quattordici anni non ancora compiuti; tre amici calciatori, Giuseppe Rapetti, Edoardo Avalle e Cinzio Scagliotti, lo segnalarono al giocatore-allenatore Carcano, che ne apprezzò particolarmente il palleggio morbido e sicuro. Poco tempo dopo giocò per la prima volta con la squadra riserve, a Torino, mentre il debutto in prima squadra avvenne il 7 ottobre 1923, a 15 anni e 10 mesi, sul campo della Sampierdarenese (vittoria dei grigi per 2-1). Nelle prime due stagioni giocò saltuariamente, segnando la sua prima rete il 1º febbraio 1925, nel 6-1 al Mantova. Nel 1925 fu segnalato da Carcano, neo-allenatore dell'Internaples, ai dirigenti, che lo acquistarono per 5 000 lire. L'interno fu decisivo nella stagione 1925-1926, in cui l'ancora inesperta squadra campana raggiunse per la prima volta nella sua storia le finali di Lega Sud, poi perse contro l'Alba Audace di Roma. Considerato il successo della coppia, i dirigenti alessandrini, che uscivano da una difficile stagione in cui la squadra aveva rischiato la retrocessione, si convinsero a ingaggiare Carcano come allenatore per la stagione 1926-1927 e a riacquistare il diciottenne Ferrari sborsando 12 000 lire, più del doppio di quando avevano ricavato l'anno prima dalla sua cessione. Lo sforzo economico fu ricompensato da ottime prestazioni in campionato e dalla vittoria dell'Alessandria in Coppa CONI (Ferrari segnò un gol nella finale di ritorno, contro il Casale); a dargli sicurezza durante gli spunti offensivi fu l'innesto di Luigi Bertolini, chiamato da Carcano a coprirgli le spalle in mediana. Parte, scrisse Mario Ferretti, «di quella famosa linea attaccante che fu spauracchio – a quei tempi – d'ogni difesa: Cattaneo, Avalle, Banchero, Ferrari, Chierico», nella stagione 1927-1928 Ferrari segnò 24 reti in 32 gare, sospingendo l'Alessandria verso la vittoria dello scudetto, mancata per questione di pochi punti. Sempre più frequentemente richiesto da grandi squadre, nel 1929 Ferrari rimase all'Alessandria poiché questa, non potendogli offrire un ingaggio migliore, scelse di promettergli la cessione gratuita per l'anno successivo, a patto di rimanere ancora per un campionato. Il torneo 1929-1930 fu positivo per il club e grazie alla prolificità dell'interno, che segnò 19 reti e nel corso della stagione debuttò in nazionale, si mantenne a lungo al vertice della classifica, per poi cedere posizioni nel corso del girone di ritorno. A quel punto la società fece un estremo tentativo per non svincolare il giocatore, escludendolo dai titolari delle ultime gare per scarso impegno e sperando così di poter venir meno ai patti; Ferrari giocò la sua ultima partita in maglia cinerina il 1º giugno 1930, a Udine (Triestina-Alessandria 1-0); è a oggi il terzo marcatore nella storia dell'Alessandria. La Juventus del Quinquennio Ferrari (secondo da destra) con la Juve del Quinquennio nella stagione 1933-1934. Ferrari fu espressamente richiesto alla Juventus da Carcano, nel momento in cui fu offerta a questi la guida della prima squadra; essendo a conoscenza degli accordi tra il calciatore e l'Alessandria, era cosciente che il suo ingaggio per la società non avrebbe rappresentato un pesante esborso. Ferrari ne ebbe 22 000 lire annue più bonus. Alla Juventus, dove già erano presenti centravanti prolifici (Vecchina e poi Borel) Carcano poté sfruttare le doti di manovra di Ferrari, che andò dunque a infoltire il roccioso centrocampo della squadra fungendo da «motore». Il calciatore stesso, negli anni della maturità, raccontò: «I cannonieri c'erano già, non era necessario avvicinarsi troppo all'area. Piuttosto, bisognava servire le ali, specie Orsi, perché Cesarini si dimenticava troppo spesso di farlo». Con i bianconeri vinse cinque scudetti in altrettante stagioni e fu, in tutti i cinque campionati, il secondo cannoniere della squadra, malgrado la riduzione degli obblighi d'attacco; disputò 160 partite su 166. Particolarmente importante fu la rete segnata all'81' di Fiorentina-Juventus del 2 giugno 1935 che, in virtù della contemporanea sconfitta dell'Ambrosiana-Inter sul campo della Lazio, assegnò lo scudetto ai bianconeri. Fu quella anche l'ultima gara di Ferrari con la Juventus; alla fine dell'anno fu inserito in lista di trasferimento. Il passaggio all'Ambrosiana-Inter Nel 1935 l'improvvisa morte di Edoardo Agnelli portò novità dirigenziali in seno alla società bianconera. Questa optò per una politica d'austerità, e quando a Ferrari fu negato un lieve aumento di stipendio, questi, che già aveva assistito all'allontanamento del mentore Carcano nel corso della stagione precedente, scelse di cambiare squadra. Rifiutò le offerte della Lazio prefendo quelle dell'Ambrosiana-Inter, determinata a ricomporre l'accoppiata con Meazza già vista in nazionale. Ferrari (in piedi, terzo da destra) nell'Ambrosiana-Inter campione d'Italia 1937-1938. Durante quest'esperienza, Ferrari diede prova di «magistero e continuità atletica», dimostrandosi «aduso a giocare allo stesso (sfiancante) ritmo dal primo all'ultimo minuto, impegnato nel lavoro di cucitura al servizio della squadra». Con Ferrari titolare, Meazza si laureò per due volte capocannoniere, e l'Ambrosiana vinse il campionato del 1937-1938, il primo della gestione di Ferdinando Pozzani. Nel 1938 gli giunse una ricca offerta dell'Arsenal; risulta essere questa una delle prime richieste di giocatori stranieri da parte di un club inglese: Ferrari rifiutò (Chiesa scrive che «non se la sentì»). A partire dalla stagione 1938-1939, nonostante la vittoria del precedente campionato e il successo al mondiale francese, Ferrari (così come Meazza, bloccato da un embolo a un piede) fu gradualmente accantonato dal nuovo allenatore nerazzurro Tony Cargnelli, che gli preferiva il giovane Candiani. Nella stagione 1939-1940 Ferrari era ormai relegato tra le riserve, e vinse il suo settimo scudetto personale collezionando appena otto presenze. Il Bologna dei veterani All'inizio della stagione 1940-1941 Hermann Felsner, allenatore del Bologna, chiese alla società l'ingaggio di Ferrari, trentatreenne e ormai ai margini nell'Ambrosiana. Lo impiegò alternandolo, a turno e a seconda dello stato di forma, ai due interni della squadra, i trentenni Andreoli e Sansone; il Bologna andò a vincere così, con largo anticipo, il sesto scudetto della sua storia, l'ultimo del ciclo dello «squadrone che tremare il mondo fa». Per Ferrari fu anche l'ottavo e ultimo scudetto in carriera; nella stagione successiva ritornò alla Juventus come calciatore-allenatore. Disputò la sua ultima partita di campionato il 1º febbraio 1942, in Bologna-Juventus 2-0, prima di giocare ancora una volta, la settimana dopo, nel quarto di finale di Coppa Italia vinto per 1-0 contro il Padova. Nazionale Ferrari (sesto da sinistra) nell'Italia campione del mondo 1934 Il debutto con l'Italia avvenne a 22 anni, allo stadio del PNF, in Italia-Svizzera 4-2; nella stessa partita debuttò Giuseppe Meazza, che sotto la guida di Vittorio Pozzo andò a formare con Ferrari una celebre coppia di mezzali definita, nel 1938, «il duo più straordinario del mondo». Nell'aprile di quell'anno esordì anche in nazionale B, con cui collezionò 7 reti in 4 presenze. Ferrari giocò cinque partite su sei del vittorioso campionato del mondo 1934 ospitato dall'Italia, segnando una rete nell'ottavo di finale, contro gli Stati Uniti, e un'altra a Zamora, nel quarto contro la Spagna. Il 14 novembre dello stesso anno fu tra i protagonisti della gara contro l'Inghilterra ricordata come "Battaglia di Highbury"; su Lo Sport Fascista scrisse: «Li abbiamo battuti moralmente a casa loro, nel cuore, e siamo stati più che alla pari per tecnica di gioco». Il 13 maggio 1933 era stato il primo italiano a segnare un gol alla nazionale inglese, che ricordò come uno dei momenti più appaganti della sua carriera: «Ho battuto Zamora nel mondiale del 1934 a Firenze, però la maggiore soddisfazione la provai l'anno precedente, a Roma, contro gli inglesi. Erano i maestri. Con un lungo tiro ingannai il portiere Hibbs; peccato che, poco dopo, Bastin abbia ottenuto il pareggio che, tuttavia, ci fece onore. Il mistero sugli inglesi, ritenuti invincibili, incominciò a svelarsi». Soprattutto, Ferrari è ritenuto uno dei calciatori più importanti nella vittoria del campionato del mondo 1938 in Francia. Su Il Calcio Illustrato l'inviato Renzo De Vecchi spiegò che le due mezzali «stavano, generalmente, più arretrate, e talvolta si videro anche sulla linea dei terzini, ciò che invece non si verificò in campo francese, brasiliano e ungherese». L'Auto, uno dei principali giornali sportivi dell'epoca, scrisse: «Ferrari e Meazza, artefici della vittoria per il modo abile, chiaro, intelligente impiegato nella costruzione del gioco offensivo della loro squadra»; il corrispondente di Paris-Soir Jean Eskenazi inserì il mezzo sinistro nella formazione ideale del torneo. Con gli azzurri Ferrari vinse anche la Coppa Internazionale 1933-1935. Disputò l'ultima gara il 4 dicembre 1938, a Napoli, in Italia-Francia 1-0; aveva collezionato 44 presenze (2 da capitano) e 14 reti. Allenatore Club Juventus e Ambrosiana-Inter Nel 1941-1942 Ferrari fece ritorno alla Juventus dopo sei anni per ricoprire il ruolo di giocatore e allenatore; in quella stagione, spiegò Paolo Facchinetti, «esigenze di rinnovamento» comportarono una «strana campagna acquisti, che vide la cessione fra gli altri di Borel II, di Gabetto e del portiere Bodoira». Ferrari diede le dimissioni dall'incarico dopo quattordici gare, con la squadra quinta, già nettamente distanziata dal gruppo di testa; fu sostituito da Luis Monti, rimanendo in rosa come giocatore. Al termine della stagione la Juventus si aggiudicò la Coppa Italia, l'unica della carriera per Ferrari. Nella stagione successiva si legò invece all'Ambrosiana, reduce da un campionato deludente e dalle dimissioni del presidente Pozzani. La squadra rimase a lungo a contatto con le prime posizioni, per poi cedere nelle battute finali del torneo; durante le partite dell'ultima giornata contro il pericolante Venezia, i giocatori nerazzurri assunsero un atteggiamento passivo e Ferrari scelse di espellere un proprio giocatore, Ubaldo Passalacqua, «per scarso impegno». La Commissione di Controllo della Federazione multò Ferrari per questo gesto, poiché anch'esso avrebbe favorito il Venezia. La sospensione dei campionati e il dopoguerra Ferrari (a sinistra) allenatore del Brescia nella stagione 1945-1946 Nel 1944, durante la sospensione dei campionati dovuta all'evolversi della seconda guerra mondiale, Ferrari fu ingaggiato dal Pavia in un'ottica di rafforzamento della squadra voluta dal presidente Giovanni Valsecchi per la partecipazione al Torneo Benefico Lombardo 1944-1945; la squadra chiuse il torneo al terzo posto. Allenò poi il Brescia durante la Divisione Nazionale 1945-1946. Nella stagione 1947-1948 seguì la prima squadra del Cantonal Neuchâtel nella massima serie svizzera; la squadra retrocesse al termine del torneo, ma l'opera di Ferrari, scrisse La Stampa in quell'anno, «fu apprezzata dai dirigenti elvetici». Nella stagione successiva vinse la Serie C 1948-1949 con il Prato; allenò anche il Padova, in A, nel 1950-1951: chiamato a campionato in corso a sostituire Pietro Serantoni, venne sollevato dall'incarico prima del termine della stagione, e rimpiazzato da Frank Soo. Seguì inoltre diverse squadre giovanili (Alessandria, Inter) e fu osservatore per la FIGC, notando tra gli altri Giacomo Losi. Nazionale Dal 1950 entrò nei ranghi federali e divenne istruttore tecnico nei corsi per allenatori. Fu dapprima aiutante di campo per la nazionale, poi nel 1958 fu chiamato a sostituire Giuseppe Viani con una commissione tecnica formata dai dirigenti Pino Mocchetti e Vincenzo Biancone. Dopo un breve ritorno di Viani, Ferrari gli subentrò in solitaria, ottenendo la qualificazione al campionato del mondo 1962 in Cile. Sotto la guida dell'ex mezzala, «la massima rappresentativa italiana conobbe tra l'autunno del 1960 e la primavera del 1962 una stagione complessivamente positiva», anche se il gioco offensivo da lui proposto poiché congeniale ai vari oriundi venne criticato dal giornalista Gianni Brera, in particolare dopo la sconfitta contro l'Inghilterra del maggio 1961. Per la fase finale, in Cile, gli furono affiancati Helenio Herrera, che rinunciò dopo poco tempo, e il presidente della SPAL Paolo Mazza. A partire dall'esclusione dal novero dei convocati di Mario Corso, dopo un litigio con lo stesso Ferrari, la spedizione cilena fu travagliata sin dal principio, anche per i contrasti tra i due componenti della commissione tecnica, a causa delle diverse visioni di gioco (Mazza era un difensivista). Ferrari ricordò l'esperienza declinando le responsabilità per l'esito negativo del mondiale: «se l'Italia fu eliminata in Cile, non è colpa mia. Lo dissi allora e lo ripeto oggi. Io non contavo niente. Quando mi venne comunicata la decisione di affiancarmi Mazza, risposi che con me Mazza non avrebbe litigato. In parole povere avrei fatto decidere a lui». L'Italia, considerata tra le favorite, uscì al primo turno, principalmente a causa del caotico esito della partita contro i padroni di casa del Cile, nella partita ricordata come "Battaglia di Santiago". Omar Sívori denunciò poi il pesante condizionamento della stampa, dichiarando di essere stato testimone di una conversazione in cui i due commissari si erano fatti influenzare, nella scelta dei titolari da schierare contro il Cile, da alcuni importanti cronisti fautori del difensivismo (tra i quali pare vi fosse lo stesso Brera). Al ritorno Ferrari lasciò dunque la guida nella nazionale; per il giornalista Giuseppe Signori «ebbe il torto in Cile e prima di Santiago di non opporsi a troppe cose, come a persone sbagliate. Passivamente accettò in silenzio il peggio, limitandosi a parlare dopo», come ammise lui stesso, rammaricandosene, nella lettera di dimissioni inviata alla Federazione. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 8 - Juventus: 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Ambrosiana-Inter: 1937-1938, 1939-1940 Bologna: 1940-1941 Coppa Italia: 2 Ambrosiana-Inter: 1938-1939 - Juventus: 1941-1942 Coppa CONI: 1 - Alessandria: 1927 Nazionale Campionato mondiale: 2 - Italia 1934, Francia 1938 Coppa Internazionale: 1 - 1933-1935 Individuale Inserito nella Hall of Fame - I Magnifici del calcio italiano - 2000 Inserito nella Hall of fame del calcio italiano - 2011 (riconoscimento alla memoria) Allenatore Club Campionato italiano Serie C: 1 - Prato: 1948-1949 (girone C) -
ALDO VOLLONO https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Vollono Nazione: Italia Luogo di nascita: Genova Data di nascita: 03.08.1906 Luogo di morte: Brunate (Como) Data di morte: 05.06.1946 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1930 al 1931 Esordio: 18.01.1931 - Serie A - Inter-Juventus 2-3 Ultima partita: 26.04.1931 - Serie A - Legnano-Juventus 1-2 10 presenze - 3 reti 1 scudetto Aldo Vollono (Genova, 3 agosto 1906 – Brunate, 5 giugno 1946) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Aldo Vollono Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1934 Carriera Squadre di club 1928-1930 Triestina 20 (2) 1930-1931 Juventus 10 (0) 1931-1932 Triestina 11 (3) 1932-1933 Bari 2 (0) 1933-1934 Antibes ? (?) Palmarès Campionato italiano: 1 - Juventus: 1930-1931
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FRANCESCO RIER https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Rier Nazione: Italia Luogo di nascita: Rovereto (Trento) Data di nascita: 02.12.1908 Luogo di morte: Rovereto (Trento) Data di morte: 05.05.1991 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1930 al 1931 Esordio: 28.09.1930 - Serie A - Juventus-Pro Patria 4-1 Ultima partita: 14.06.1931 - Serie A - Brescia-Juventus 1-1 28 presenze - 2 reti 1 scudetto Francesco Rier, noto anche come Franco (Rovereto, 2 dicembre 1908 – Rovereto, 5 maggio 1991), è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Francesco Rier Rier alla Juventus nel 1930 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1940 Carriera Squadre di club 1926-1927 Rovereto ? (?) 1927-1928 Modena 19 (16) 1928-1930 Lazio 29 (8) 1930-1931 Juventus 28 (2) 1931-1932 Servette ? (?) 1932-1934 Nizza 11+ (0+) 1934-1936 Brescia 47 (9) 1936-1939 Palermo 56 (7) 1939-1940 Rovereto ? (?) Caratteristiche tecniche Alla Lazio giocava come interno, poi alla Juventus diventa un mediano. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1930-1931 Competizioni regionali Terza Divisione: 1 - Rovereto: 1926-1927 Prima Divisione: 1 - Rovereto: 1939-1940
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EUGENIO CASTELLUCCI SALVATORE LO PRESTI, DAL SUO LIBRO “TANGO BIANCONERO” Una pallida apparizione (2 sole presenze nel campionato 1930/31, quello del primo dei cinque scudetti consecutivi) fece Eugenio Castellucci, centrocampista e all’occorrenza anche difensore, di 27 anni, con una lunga carriera in Argentina. Nato a Cordoba il 21 aprile 1903, crebbe nelle giovanili del Defensor de Belgrano giocando in prima squadra fra il 1922 e il 1925 (con una parentesi all’Urquiza nel 1924). Passato nel 1926 al General San Martin, è stato successivamente alla Platense e quindi all’Atlanta (con la cui maglia prese parte a una storica vittoria contro il Baracas Central (4-1 nel 1927) prima di passare al Chacarita Juniors dove conobbe Renato Cesarini, che probabilmente ne favorì l’approdo alla Juventus. Eugenio Castellucci esordì nella Juve contro il Napoli il 3 maggio 1931 (2-1 in trasferta) e venne confermato la settimana dopo contro la Triestina (4-0). Malgrado non sia dispiaciuto, non ritrovò più posto nel prosieguo di stagione. Barale prese il suo posto e l’avventura juventina dell’argentino si concluse lì. Dopo la sua fugace apparizione in bianconero tornò in Argentina. Nel 1932 lo troviamo del Defensor del Belgrano e nel 1933 del General San Martin. Poi se ne perdono le tracce, almeno per quel che riguarda il calcio che conta. Nel Defensor de Belgrano dovrebbe aver giocato complessivamente 51 partite (49 fra il 1922/25 quando fece parte della formazione che vinse il torneo di 5ª divisione, successo che gli valse l’inserimento in prima squadra, e 2 nel 1932). https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/04/eugenio-castellucci.html
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EUGENIO CASTELLUCCI https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Castellucci Nazione: Argentina Luogo di nascita: - Data di nascita: 21.04.1903 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1930 al 1931 Esordio: 03.05.1931 - Serie A - Napoli-Juventus 1-2 Ultima partita: 10.05.1931 - Serie A - Juventus-Triestina 4-0 2 presenze - 0 reti 1 scudetto Eugenio Castellucci (21 aprile 1903 – ...) è stato un calciatore argentino, di ruolo centrocampista. Eugenio Castellucci Nazionalità Argentina Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1931 Carriera Squadre di club 1926 Gral. San Martín 16 (0) 1926 Platense 1 (0) 1927 Atlanta 17 (1) 1928-1929 Chacarita Juniors 40 (1) 1929 Argentino T.L. 4 (1) 1930 Chacarita Juniors 14 (0) 1930-1931 Juventus 2 (0) Caratteristiche tecniche In Argentina giocò come difensore destro e mediano destro. Carriera Nella stagione 1930-1931 vinse uno scudetto con la Juventus. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1930-1931
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Luigi Bertolini - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
LUIGI BERTOLINI \ «Sono nato a Busalla, nel 1904, per caso. La mamma, prossima all’evento, abitava ad Alessandria, dov’era nata. Mio padre, Aristide, era di Caprino Veronese; un tipo strambo, per come posso rammentarlo. S’imbarcò per l’America che ero ancora bambino. Faceva il pittore e si aggiustava a suonare la chitarra. Un fratello di mamma aveva un negozio di frutta e verdura. Come ebbi l’età e la forza di lavorare mi volle con sé. Vita dura, mica scherzi. Mi alzavo di mattino presto, verso le 4, per andare al mercato generale, con il carretto. Ne tornavo tre ore dopo e facevo il garzone di bottega. Dopo la sfaticata giornaliera, a sera, andava a scuola. Diploma di Arti e mestieri, licenza commerciale, medaglia d’oro per il disegno meccanico. Nei pochi momenti di svago, via in piazzetta a giocare alla palla. Di stracci, mica con il pallone vero. Ci davo dentro un paio di ore, poi la fame e il sonno mi inducevano a smetterla.Mi ero fatto, con gli anni, lungo e secco. Abile comunque per il servizio di leva nel 22° Fanteria. Si era nel 1924 e il football cominciava davvero a fare strada. Si disputò persino un torneo militare ed ebbi, con la squadra reggimentale, il mio primo titolo italiano: campione militare di calcio. Da notare che giocavo centravanti, segnando fior di goal con la testa, già ricoperta dalla benda bianca che poi mi fu quasi d’emblema per il resto della carriera.Finito il servizio di leva raggiunsi a Savona un amico dei tempi passati. Faceva il manovale in ferrovia lavorando di notte. Dividemmo in due il lavoro e in due la sua paga settimanale. Faticavamo a turni di due ore, dormendo con lo stesso ritmo.Un giorno l’amico mi avvertì di aver parlato di me ai dirigenti del Savona, che a quel tempo militava in Serie B. Gli chiesi se era impazzito. Mi rispose di non preoccuparmi. Sapeva il fatto suo, mi aveva visto tante volte giocare ad Alessandria sulle piazze o nella Borsalino che era convinto di non sbagliare.Piuttosto incerto mi recai alla prova. Un’ora dopo firmavo un contratto per giocare nel Savona. Stipendio di calciatore: 25 lire al mese, oltre ad un lavoro all’Ilva acciaierie d’Italia. Finii il torneo come capocannoniere».Proprio i suoi goal lo resero famoso e i dirigenti dell’Alessandria, che se lo erano lasciato scappare nel 1925, lo riebbero per la cifra di 1.000 lire, con l’intenzione di farne il centravanti di riserva.Gli avevano anche promesso un lavoro, ma questa promessa non fu mai mantenuta; così, per tirare avanti, il nostro Luigi si adattò a molti umili espedienti di modestissimo guadagno, come vendere giornali o aggiustare biciclette. Una vita di sacrifici.Numerose volte, forse per dare una dimostrazione non necessaria della sua forza d’animo, Bertolini raccontò incredibili avventure legate al tempo della sua giovinezza.«Allenatore dell’Alessandria era Carcano. Vedendomi all’opera nelle riserve si chiedeva perché mai giocassi bene il primo tempo e nel secondo non facessi altro che cadere a terra. Venne finalmente a domandarmelo e gli risposi che con 25 lire alla settimana non riuscivo a mangiare altro che caffelatte e brioche.Il giorno dopo venivo messo a pensione all’albergo Croce Verde dove iniziai un duello (che mi vide sempre vittorioso) contro le più grosse bistecche che mi fosse dato di vedere. Con il nutrimento giusto ripresi vigore e in pochi mesi passai alla prima squadra».Non avendo il posto di titolare in prima squadra, Bertolini doveva provvedere alla propria attrezzatura di gioco; lo faceva abitualmente, acquistando scarponi militari alla Cittadella e sostituendo i bulloni ai chiodi, in modo da essere a posto con il regolamento calcistico.Ma quando, imponendosi con le armi della tecnica e del coraggio, conquistò il posto in prima squadra, le scarpe cominciò a riceverle dal magazziniere.L’esordio avvenne presto. «Era di scena ad Alessandria il fortissimo Torino, quando si ammalò il mediano Papa. Carcano mi cercò (era di sabato) e mi avvertì che il giorno seguente avrei esordito in serie A. “Giocherai mediano” mi disse svelto e se ne andò.Gli corsi appresso: “Come mediano? Ma se sono il centravanti delle riserve. Il mediano non lo so fare. E poi, proprio contro il Torino”.“Non ti preoccupare” fu la risposta “gioca come sai e andrà tutto bene”. Vincemmo per 3–1 su di un campo più fango che prato.Feci una gara spettacolosa. Vezzani e Baloncieri toccarono pochi palloni e impararono a conoscermi. Divenni, in un’ora e mezzo, l’idolo di Alessandria.Mi pareva di sognare. Un anno prima dormivo d’estate sotto il ponte del Tanaro, in una specie di capanna con un letto di paglia e di fieno».In campo, Bertolini, dava l’impressione di spendere all’inizio tutte le energie che aveva in corpo. Spesso, a metà partita, sembrava già in riserva sfiancato e sfiatato; ma non era che un’impressione. Il giocatore alessandrino era come un motore con il compressore che gira più del suo regime normale e Bertolini recuperava sempre.All’ultimo minuto era ancora quello del primo tempo, sempre con l’aspetto di un atleta sfinito che, miracolosamente, era arrivato alla fine della partita. Dove giocava lui, la zona risultava effettivamente coperta, lì non c’erano falle o buchi, né vuoti improvvisi. Sembrava che catturasse palloni facendoseli calamitare sulla fascia bianca che gli legava la fronte.Quando si trasferì alla Juventus, l’Alessandria mise nelle casse sociali la bellezza di 150.000 lire. A Bertolini non andò neppure una lira. Ma il barone Mazzonis, con esemplare magnanimità, gli pagò in anticipo lo stipendio di agosto, mese che di norma restava fuori dal contratto, poiché la paga correva da settembre a luglio, quando, cioè, si giocava.E Bertolini, nell’euforia del recentissimo ingaggio, si precipitò ad Alassio, a quei tempi rinomatissimo luogo di villeggiatura, spiaggia mondana e tentatrice, dove pullulavano le belle donne.Il neo bianconero ad Alassio dovette folleggiare non poco, perché era giovane, bello e felice. Ma il vice presidente Mazzonis, inevitabilmente, lo venne a sapere e nel giro di pochi giorni lo richiamò in sede con un telegramma, per rispedirlo di volata a finire le ferie a Forte dei Marmi, dove già c’erano Carlo Carcano e Giovanni Ferrari: al riparo, dunque, da ogni follia.E il buon Bertolini sorrideva, nostalgicamente, ogni qual volta rievocava queste cose.INTERVISTATO NEL 1966L’anno 1928 mi portò davvero fortuna. Fu per me una stagione meravigliosa che coronai con l’esordio in maglia azzurra contro il Portogallo. Vincemmo per 6–1, grazie anche all’apporto superbo della prima linea che contava sul fantastico Orsi, oltre che sul centravanti Sallustro.In due anni ero passato dai prati di Piazza d’Armi agli stadi che ospitavano le vedette del calcio mondiale.Nel 1929 affrontai vittorioso la Juventus. Una gara memorabile. L’Alessandria schierò: Curti; Viviano e Casta; Lauro, Gandini e Bertolini; Cattaneo, Avalle, Canchero, Ferrari e Chierico. Vincemmo 1-0 con un goal di Chierico.Al termine del campionato l’Alessandria iniziò la smobilitazione. Se ne andò l’allenatore Carcano (alla Juventus) portandosi appresso Ferrari. E fu proprio Gioanin a caldeggiare con Carcano il mio acquisto l’anno successiva. La cifra di cessione fu di 150.000 lire. Il mio stipendio passò di colpo da 100 lire a 5.000 lire mensili.Quando lessi il contratto mi parve di diventare matto. Di, cifre del genere ne avevo, fino a quel momento, solo sentito parlare. E poi c’erano i premi di partita: 500 lire per ogni confronto vinto, 250 per i pareggi.Nelle file bianconere assaporai davvero l’ebbrezza della fama. Fu una specie di girotondo quasi fiabesco. Alberghi di lusso, viaggi in vagone letto, schiere di tifosi in ogni parte d’Italia. Erano anni dorati. Vinsi in bianconero quattro scudetti consecutivi, dal 1931 al 1935.Ricordo con particolare emozione un campionato conquistato allo spasimo, dopo un estenuante inseguimento all’Ambrosiana che pareva irraggiungibile. A sette domeniche dalla conclusione eravamo 5 punti dietro i nerazzurri. All’ultima giornata il vantaggio dei milanesi era ridotto a un solo punto. Entrambe le squadre giocavano in trasferta: la Juventus a Firenze, l’Inter a Roma contro la Lazio. I nerazzurri furono sconfitti, noi vincemmo per 1–0 con un goal di Giovanni Ferrari.Due incidenti piuttosto seri mi capitarono nel periodo juventino. La frattura di una tibia contro la Triestina per un violento colpo subito ad opera dell’ala giuliana Mian.La frattura di due costole in un match internazionale contro l’Ungheria, da noi vinto. L’ala magiara Markos, un tracagnotto veloce e grintoso, per difendersi da una mia carica mi piazzò il gomito dritto nel petto. Sentii un dolore acutissimo, credetti di svenire. Mi ripresi subito, ma finii la gara piegato in due per il dolore.Tra i miei ricordi più belli, la gara ormai famosa di Londra, quando l’Inghilterra ci sconfisse per 3-2 dopo averci inflitto tre reti (a zero) nel primo tempo.Lo stadio di Highbury ribolliva come un vulcano. Poco prima dell’inizio Pozzo mi ordinò di togliermi la benda bianca che mi cingeva la fronte, alla quale era abituato oramai da anni. Gli inglesi, mi spiegò Pozzo, non accettavano quella piccola mania, definendola esibizionistica. Me la tolsi a malincuore. Senza quella benda candida sulla fronte mi pareva d’esser nudo di fronte a 100.000 spettatori.Nel clima rovente della battaglia di Highbury scordai benda e ogni altra cosa. Monti si fece male, frattura a un piede, dopo pochi minuti. Gli inglesi, che volevano ad ogni costo travolgere gli azzurri appena reduci dall’alloro mondiale di Roma, attaccarono con una violenza impressionante.Ridotti in 10 replicammo colpo su colpo e nella ripresa, con il pubblico che man mano si azzittiva, cominciammo la rimonta. Due volte Meazza fece centro e a 30 secondi dalla fine Guaita, solo davanti al portiere britannico, colpì il palo con un tiro irresistibile.Persi una sola partita, in maglia azzurra, e la triste storia mi toccò proprio a Torino, davanti al mio pubblico. Si giocava contro l’Austria dei Sindelar e dei Jenisalem. Andai completamente in barca, assieme a Combi e Caligaris. Perdemmo per 3–4 e il mio diretto rivale, l’ala destra Svoboda, fece centro due volte.Promisi solennemente ai miei compagni di squadra che se avessi incontrato altre volte Svoboda e quegli fosse riuscito ancora a segnare, io avrei abbandonato il football. Il duello si ripeté altre due volte, a Milano e a Roma nei mondiali. Svoboda non riuscì più a segnare. Io, continuai a giocare.Nel 1938 (avevo 34 anni) un dirigente juventino che aveva grossi interessi in riviera mi fece una proposta allettante: alle stesse condizioni della Juventus, dove ormai mi veniva rinnovato il contratto di anno in anno, mi avrebbe assunto come giocatore-allenatore del Rapallo per tre anni.Restai in Liguria anche dopo lo scoppio della guerra e ripresi l’attività sportiva come allenatore dell’Acireale nel 1946. L’anno seguente passai alla Reggina quindi, ritornai a Torino, anzi a Torre Pellice, dove avevo acquistato, a rate, un albergo.Con la Juventus ripresi i rapporti accettando di dirigere la preparazione delle squadre minori e vidi crescere sotto i miei occhi atleti notevoli come Umberto Colombo, Flavio Emoli, Tortonese, Bruno Garzena.Nel 1952 divenni, assieme a Combi, responsabile della prima squadra dopo l’allontanamento di Carver.Nel 1953 Pietro Beretta mi volle a Brescia, ma fu un esperimento non troppo fortunato che m’indusse a piantarla definitivamente con lo sport attivo.Inizia così, ancora una volta, una carriera. Assunsi una rappresentanza di sofà-letto, poi un’altra di mobili svedesi e danesi. Il giro seguì la corrente giusta e ora la mia azienda commerciale di Corso Giulio Cesare è solida ed efficiente.La mia vita scorre quieta, serena. Ho una figlia di 14 anni che pratica tutti gli sport. Per me c’è ogni tanto un tuffo nel passato quando corro ai raduni degli ex azzurri.Mi resta in fondo al cuore un desiderio grande e struggente. Vorrei riabbracciare Luisito Monti, l’uomo tutto di un pezzo che tanta parte ebbe nelle glorie juventine e della Nazionale. Di lui serbo un ricordo incancellabile. Forse in quegli anni ruggenti ero l’unico che fosse riuscito a conquistarne l’amicizia.Monti era un tipo speciale: da una parte l’attività professionale come calciatore (e alla società, come alla Nazionale dava il meglio di sé), dall’altra la vita privata, dove non tollerava intrusioni. Io gli fui amico, nel senso più profondo della parola.Ora lo so lontano, sempre arcigno come un tempo, sempre Uomo Roccia, come se gli anni non fossero passati anche per lui. A Luisito Monti dedico queste mie brevi note di vita vissuta, i miei ricordi di calciatore. A Luisito Monti, tenace come la mia Juventus.VLADIMIRO CAMINITINasce centravanti quest’half “anema e core”, amicissimo di Luisito Monti, e bello per destinazione. Nasce a Busalla, ed ha per destino di sgobbare, anche all’attacco. L’Alessandria l’acquistò per 1.000 lire, che in quei giorni erano quasi mille milioni di oggi, e insomma rappresentavano una fortuna.La Juventus che andava a svecchiarsi, vinto già il primo scudetto, assoldò così quest’alessandrino lungo e biondo, dagli occhi azzurrissimi, e non se ne dovette mai pentire. Lo squadrone assoluto diveniva realtà con Luisito Monti, Varglien II e lui, al posto di Barale II, Rier e Vollono, e gli scudetti fioccarono.Due, tre, quattro, cinque, e Bertolini spicca nella mischia con il suo fazzoletto imbrattato di sudore attorno alla fronte, sempre in procinto di cedere e di nuovo alla rincorsa con “anema e core”, nonostante da centrocampista sia stato proprio inventato da un giorno all’altro, in un’amichevole contro il Torino, nei giorni in cui giocava nell’Alessandria, chiamato all’ultimo momento a sostituire Papa II che si era acciaccato.La Juventus degli anni ‘30, grande programmatrice, non lasciava nulla al caso. Non era un caso che Bertolini colpisse i palloni sui traversoni anche al posto di Viri Rosetta e Caligaris, e di dovere spaziare e battersi là dove cuoce la frittata, nella padella ardente del centrocampo, era il suo compito, quasi la sua missione.Anche in Nazionale per questo, dentro gare di proverbiale rudezza, che ne tramandarono la scorza di podista eccezionale, sempre in procinto di cedere e indistruttibile.Aveva esordito il primo dicembre 1929, ancora alessandrino, in Nazionale, nell’amichevole giocata a San Siro contro il Portogallo, con quell’altro alessandrino doc di Baloncieri capitano, Combi, Rosetta e Caligaris trio difensivo, e all’ala sinistra un altro juventino, il prodigioso oriundo Orsi.Dire che avrebbe giocato il suo capolavoro, il 10 giugno 1934 a Roma, stadio nazionale del PNF, contro la Cecoslovacchia di Plánicka e Puc, è sommamente restrittivo. Certo, non si tirava indietro nemmeno nella vita quotidiana, lui il bello per antonomasia.Monti camminava, Rosetta intercettava con eleganza, Caligaris irrompeva bersaglieresco, Varglien I eseguiva in velocità, Sernagiotto si faceva fotografare accanto ad arbitri e guardalinee tre volte più grossi del mollichino che era, Cesarini dribblava facendo arrabbiare Orsi, ma nelle fasi stracche toccava a Bertolini togliere le castagne dal fuoco, come si suol dire, correndo per tutti, a costo di arrancare, salvando situazioni disperate. E quei suoi colpi di testa che sfioravano il sole!«La mia Juventus era maestra del contrattacco», mi raccontò pochi mesi prima di morire.Io lo avevo scovato in un’angusta stanzetta, l’ufficio di segreteria nel mobilificio di Corso Giulio Cesare a Torino gestito dalla moglie giunonica e severa, e lo pensavo, ascoltando quel vecchio dalle occhiaie grinzose e la testa bianca, col fazzoletto attorno alla fronte, fulgente come un dio vichingo, nei giorni fugaci della gloria.Non è che anche lui avesse guadagnato tanto da una carriera di sovrumane rincorse. E mi parve ne avesse ereditato stanchezze e nevrastenie, lo rivedo ciondolare per Corso Giulio Cesare, le guance rubizze e cascanti, gli occhi azzurri smemorati. Nessuno lo riconosceva più, nessuno si ricordava in quell’amaro tramonto di Bertolini il bello. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/luigi-bertolini.html -
Luigi Bertolini - Calciatore E Allenatore
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LUIGI BERTOLINI https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Bertolini Nazione: Italia Luogo di nascita: Busalla (Genova) Data di nascita: 13.11.1904 Luogo di morte: Torino Data di morte: 11.02.1977 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1931 al 1937 Esordio: 12.07.1931 - Coppa Europa Centrale - Juventus-Sparta Praga 2-1 Ultima partita: 14.03.1937 - Serie A - Roma-Juventus 3-1 161 presenze - 5 reti 4 scudetti Campione del mondo 1934 con la nazionale italiana Allenatore della Juventus dal 1951 al 1952 Luigi Bertolini (Busalla, 13 novembre 1904 – Torino, 11 febbraio 1977) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Carlo Felice Chiesa lo ha definito «uno degli uomini chiave della leggenda del quinquennio juventino e del periodo d'oro della nazionale di Pozzo», con cui ha vinto il campionato del mondo 1934. Luigi Bertolini Bertolini con la maglia dell'Italia Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1940 - giocatore 1955 - allenatore Carriera Squadre di club 1924-1925 Borsalino Alessandria ? (?) 1925-1926 Savona 19 (9) 1926-1931 Alessandria 119 (6) 1931-1937 Juventus 161 (5) 1937-1940 Tigullia 36+ (8+) Nazionale 1929-1935 Italia 26 (0) 1930 Italia B 3 (0) Carriera da allenatore 1937-1940 Tigullia 1946-1947 Acireale 1947-1948 Reggina 1951 Juventus 1952 Brescia 1952-1953 Cuneo 1953-1955 Cenisia 1965-1966 Chieri Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Biografia Nato in Liguria da madre originaria di Bardonecchia e padre veronese, crebbe ad Alessandria e iniziò a giocare a calcio con la squadra dilettantistica del quartiere San Michele; si diplomò in arti e mestieri. Lavorò dapprima come fruttivendolo nel negozio di uno zio, poi come meccanico specializzato presso la fabbrica di cappelli G.B. Borsalino fu Lazzaro. Nel 1924 si trasferì a Savona, dove venne ingaggiato dalla squadra di calcio locale che gli garantì anche un lavoro all'Ilva. Tornò due anni dopo nella sua città, tra le riserve dell'Alessandria, e scalò le gerarchie, passando infine a giocare ai più alti livelli con Juventus e nazionale. Dopo alcune esperienze da allenatore (una con la Juventus campione d'Italia nel 1952), si ritirò a vita privata e si dedicò al commercio di mobili. Morì a 72 anni per un aneurisma aortico, all'ospedale Martini di Torino; lasciò la moglie e una figlia. Bertolini oggi riposa nel cimitero Parco di Torino. Caratteristiche tecniche Giocatore Disse di lui il compagno di squadra Felice Borel: «Era idolatrato dagli inglesi: era il calciatore inglese, forte, deciso, generoso». Abile soprattutto nel colpo di testa, salì alla ribalta come prolifico centravanti, e fu per ricoprire questo ruolo che l'Alessandria lo ingaggiò dal Savona; osservandolo, l'allenatore dei grigi Carlo Carcano pensò invece di utilizzare la sua peculiarità in fase difensiva e lo schierò dunque in mediana, sulla sinistra, ruolo in cui raggiunse la fama. Era riconoscibile poiché, per proteggersi dai colpi del pallone, indossava un fazzoletto bianco sulla fronte. Carlo Felice Chiesa lo descrive come un «formidabile difensore, dalla tipica benda sulla fronte, con la quale pareva calamitare i palloni, tanto facile e perentorio gli riusciva il colpo di testa», e ne ricorda la «grande pulizia negli interventi in chiusura» e l'abilità «nella fase di rilancio». Carlo Moriondo lo ricorda «lungo, dinoccolato, il fazzoletto bianco attorno ai capelli ricciuti, imbattibile nei colpi di testa, con un eccezionale compasso di gambe che gli permetteva di garantire spazi enormi; un compendio di volontà e di tecnica [...] meno forte sulla struttura fisica». Carriera Giocatore Club Gli esordi ad Alessandria e Savona Tra le prime formazioni dilettantistiche alessandrine in cui militò sono annoverati il San Michele e il G.S.O. G.B. Borsalino. Nel 1924, dopo il servizio di leva, fu segnalato ai dirigenti del Savona da un amico; passò le selezioni e giocò tra gli striscioni biancoblù come centravanti, per una stagione. Carlo Felice Chiesa indica anche una sua temporanea militanza nel Vado. Ritorno ad Alessandria La sua prolificità attirò l'attenzione dei dirigenti dell'Alessandria, che lo acquistarono dal Savona per 1 000 lire, assicurandogli inizialmente anche un lavoro che tuttavia non arrivò; all'attività di calciatore, tra le riserve dei grigi, affiancò quelle precarie e mal retribuite di riparatore di biciclette e di venditore di giornali. Bertolini (al centro, primo da destra) all'Alessandria nella stagione 1927-1928. Fu notato dal tecnico Carlo Carcano, il quale segnalò ai vertici della squadra i problemi di malnutrizione del calciatore — il quale, per ragioni economiche, si limitava a dei «robusti caffelatte» — e chiese di garantirgli il vitto; ristabilitosi, il 13 febbraio 1927 debuttò in prima squadra, a Genova, nella gara persa contro la Sampierdarenese (1-2). A partire da quel momento fu schierato con regolarità nel ruolo di mediano sinistro, e contribuì nel 1927 alla vittoria della Coppa CONI. Ricordò come momento di svolta per la sua carriera la gara contro il Torino del 30 ottobre 1927: «Vincemmo per 3-1 su di un campo più fango che prato. Feci una gara spettacolosa. Vezzani e Baloncieri toccarono pochi palloni ed impararono a conoscermi. Divenni, in un'ora e mezzo, l'idolo di Alessandria. Mi pareva di sognare. Un anno prima dormivo d'estate sotto il ponte del Tanaro, in una specie di capanna con un letto di paglia e di fieno». Sotto la guida di Carcano andò a comporre una robusta mediana al fianco di Avalle e Gandini, dando un importante contribuito ad alcuni dei migliori campionati tra quelli disputati dalla squadra cinerina in massima serie. Giocò la sua ultima partita in maglia grigia il 14 giugno 1931, contro il Bologna: la gara terminò con una pesante sconfitta (1-6) e Bertolini, già in trattative con la Juventus, venne escluso dal direttore tecnico Amilcare Savojardo per le ultime due gare. La Juventus e gli ultimi anni Bertolini con la maglia della Juventus negli anni 1930. Secondo Mario Pennacchia, Bertolini era già da tempo affascinato dalla prospettiva di giocare nella Juventus, ed era rimasto amareggiato quando Carcano, passato ad allenare i bianconeri nel 1930, aveva portato con sé il solo Giovanni Ferrari; fu però proprio l'interno a richiedere, nell'estate 1931, l'acquisto di Bertolini, il quale gli avrebbe così garantito più copertura, considerata anche una scarsa attitudine di Virginio Rosetta al gioco aereo. Intervenne dunque il dirigente Giovanni Mazzonis il quale, forte della sua volontà, si assicurò il giocatore offrendo ai dirigenti grigi 180 000 lire. Con la squadra bianconera vinse da titolare quattro dei cinque scudetti del Quinquennio d'oro, andando a comporre la cosiddetta «mediana d'acciaio» con Luis Monti e Mario Varglien. Rimase alla Juventus per sei campionati, fino al 1937, quando divenne per tre stagioni giocatore e allenatore del Tigullia, compagine appena nata dalla fusione tra il Rapallo e il locale Gruppo Sportivo Littorio; con la squadra ligure vinse la Prima Divisione 1937-1938. Nazionale Debuttò in nazionale il 1º dicembre 1929, a San Siro, in Italia-Portogallo (6-1), nella prima da commissario unico di Vittorio Pozzo; inizialmente non fu confermato tra i titolari, andando a figurarvi stabilmente solo a partire dal febbraio 1931. Andò a formare una celebre linea mediana con Monti, già suo compagno di squadra alla Juventus, e Attilio Ferraris. I festeggiamenti della nazionale italiana dopo la vittoria al Mondiale 1934: Bertolini è riconoscibile per il fazzoletto legato in fronte. Con gli azzurri vinse nel 1934 la Coppa Rimet disputando da titolare quattro gare su cinque (mancò il primo quarto di finale). Fu inoltre tra i protagonisti della cosiddetta Battaglia di Highbury, nella quale raddoppiò i suoi sforzi in difesa per sopperire all'infortunio che aveva neutralizzato il compagno di reparto Monti all'inizio della partita, del quale peraltro, nella foga, non si era accorto (secondo le testimonianze, nella frenetica opera di contenimento, chiedeva insistentemente al terzino Luigi Allemandi: «Dov'è Luis?»). In totale ha disputato 26 gare indossando la maglia azzurra della nazionale A, e 3 con quella della nazionale B. Allenatore Giocatore-allenatore del Tigullia di Rapallo, con cui ottenne una promozione in Serie C nel 1938, proseguì nel secondo dopoguerra guidando ancora compagini di serie minori: nel 1946 divenne il primo allenatore nella storia dell'Acireale, mentre nell'annata 1947-1948 passò alla Reggina, in Serie C, venendo sostituito a campionato in corso da Guido Dossena. Divenuto osservatore della Juventus, fu promosso allenatore da Gianni Agnelli all'inizio della stagione 1951-1952, in seguito alle dimissioni che Jesse Carver presentò in polemica con la dirigenza. Nell'impossibilità d'ingaggiare subito György Sárosi per ragioni burocratiche, Bertolini, coadiuvato da Gianpiero Combi, guidò la squadra per dieci giornate, fino al mese di dicembre. Il campionato si chiuse con la vittoria dello scudetto, il nono nella storia della squadra torinese. Nella stagione successiva venne ingaggiato dal Brescia, in Serie B; fu sollevato dall'incarico dopo le prime otto giornate e negli anni a venire proseguì l'attività a livello dilettantistico con il Cuneo e il Cenisia di Torino. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 4 - Juventus: 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Prima Divisione: 1 - Tigullia: 1937-1938 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Italia 1934 -
Luis Monti - Calciatore E Allenatore
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LUIS MONTI È stato grande fra i grandi; non c’era juventino che non lo ricordasse, che non avesse negli occhi le imprese di quel gigante, che non avesse apprezzato gli enormi sacrifici ai quali si sottopose per poter dimostrare anche alle platee italiane il valore mostrato prima in Argentina, in Uruguay e ad Amsterdam, nel torneo olimpico del 1928. Ma è bene dire subito che Luis giocò senz’altro meglio in Italia di quanto non avesse fatto negli anni giovanili in Sud America. Forse anche perché nella Juventus era circondato da grandissimi campioni. Quando fu creato il campionato a girone unico, i dirigenti della Juventus decisero di costruire una squadra favolosa, destinata a dettare legge per un lungo periodo. Gli anni Trenta in casa bianconera sarebbero stati il frutto di un’accorta e tenace fase preparatoria, avviata con la presidenza di Edoardo Agnelli, magnate di molti splendori. Luisito Monti aveva colpito tutti alle Olimpiadi di Amsterdam nel 1928 e la Juventus, di buona memoria e già fortunata con altri oriundi, pensò proprio a lui quando decise di completare la squadra. Monti, nel frattempo, aveva già interrotto l’attività agonistica: faceva il pastaio a Tigre, sobborgo di Buenos Aires, produceva (e mangiava) ravioli e tagliatelle. Aveva già compiuto i trent’anni e non era affatto allenato. Ma si lasciò convincere, anche per le insistenze di Orsi e Cesarini. Dopo essere sbarcato a Genova il primo agosto 1931, era atteso a Torino dalla curiosità dei giornalisti e dall’altra, ben più motivata, dei dirigenti bianconeri. Rimasero tutti di stucco quando lo videro scendere dal treno a Porta Nuova, perché il nuovo centromediano pesava la bellezza di novantadue chili e dimostrava assai più dei trent’anni dichiarati. Rendendosi conto della sbalordita delusione di tutti e colpito a fondo dall’ironia dei commenti che gli si rovesciarono addosso, Monti chiese fiducia e qualche mese di tempo. Glieli concessero, anche se erano in pochi a credere che quell’omaccione, appesantito dalla pinguedine, potesse far riaffiorare i muscoli e renderli di nuovo scattanti. Ma pochi conoscevano che razza di uomo fosse Luis. Per tutto il mese di agosto, lavorando da solo sotto il sole cocente, implacabile, deciso a spuntarla, raggiungeva il campo la mattina alle sei, correva, sudava, saltava, il torace coperto da tre maglioni, concedendosi il minimo apporto di calorie per ottenere ogni giorno una riduzione di peso. Spingeva avanti sull’erba un pallone medicinale (quelli pesanti tre o quattro chili) e stringeva i denti, sempre tornando a correre, a saltare, a sudare, perché i maligni si rimangiassero le cattiverie e i dubbi sulle sue possibilità di recupero e di rinascita. Quando la squadra si ricompose dopo le ferie per iniziare gli allenamenti in vista della nuova stagione agonistica, Monti era riuscito a perdere qualcosa come dodici chilogrammi. E la forma era già buona. Ma sulle capacità tecniche del giocatore nessuno aveva mai nutrito dubbi di sorta. Il primo allenamento con partita fu effettuato il 22 settembre e in quell’occasione Luis segnò la sua prima rete in bianconero: una bordata dal limite di inaudita potenza. Ancora un paio di settimane di duro lavoro, poi Monti si insediò al centro della mediana, miracoloso nel recupero fisico e nella straordinaria potenza di gioco. La sua carriera cominciava a trent’anni suonati, la Nazionale italiana l’avrebbe richiesto a trentadue, a trentatré avrebbe conquistato il titolo mondiale a Roma contro la Cecoslovacchia, dopo essere stato finalista con l’Argentina nel 1930 a Montevideo contro l’Uruguay. Infine il posto di titolare nella Juventus sarebbe stato suo sino al campionato 1938-39, quando oramai trentasettenne, totalizzò ventiquattro presenze su trenta partite. Luisito Monti era tutto casa e famiglia, gelosissimo della propria privacy. Probabilmente, Monti è stato l’inventore del silenzio stampa, in quanto, dopo la tormentata vicenda del suo arrivo a Torino, gli rimase una diffidenza invincibile verso i giornalisti, che giudicava, nel suo risentimento, gente capace di esaltare o di distruggere un giocatore, senza tanto pensarci, ma è stato ed è rimasto un uomo di grandissima dignità. È stato, senza dubbio, il più forte centromediano metodista apparso in Italia, dove non si era mai visto un atleta dotato di un tiro così forte con i due piedi, un bestione così grosso e pur così pulito e delicato nel tocco, incontrista feroce e praticamente insuperabile, acrobatico, sicuro negli stacchi e nelle incornate difensive. Poiché non amava correre (e con quella mole non era nemmeno facile!), Luisito veniva chiamato l’Uomo che cammina. In effetti, faceva correre la palla e sapeva lanciarla, come nessuno, in perfette proiezioni sugli esterni. Non fu facile per nessuno superarlo, assolutamente impossibile prenderlo in giro sul terreno di gioco. Ne sanno qualcosa Schiavio e Sindelar, un italiano e un austriaco, che, con la forza o con l’astuzia, cercarono di umiliare l’erculeo Luis. E accadde che entrambi, in diverse occasioni, lasciassero il campo in barella. Era nato a Buenos Aires il 15 maggio 1901 e aveva iniziato a giocare a calcio nelle formazioni giovanili del San Lorenzo de Almagro. Ben presto conquistò la maglia di titolare e in seguito fu acquistato dal Boca Juniors. Nazionale argentino alle Olimpiadi di Amsterdam (1928) e al primo campionato del mondo disputato in Uruguay (1930), Monti passò poi alla Juventus grazie alla sua doppia nazionalità. Luis, infatti, era figlio di genitori italiani emigrati in Argentina. Monti è stato l’unico giocatore ad aver giocato finali di Campionato del mondo per due nazionali diverse: nel 1930 con l’Argentina contro l’Uruguay (fu sconfitta per 1-2) e nel 1934 con l’Italia contro la Cecoslovacchia (fu vittoria per 2-1). «Con Monti forse sono l’unico della squadra – diceva Bertolini – a intendermi profondamente. Sono entrato a casa sua e nelle sue grazie. Odiava i giornalisti e i fotografi. Oggi ti esaltano, domani ti buttano in cantina, si lamentava. È stato uno dei più grandi centromediano che abbia visto. Era un uomo strano, si allenava in modo particolare. Al giovedì giocava la partitella con noi. Gli altri giorni, dalle cinque alle sei del mattino, tutto solo andava in Corso Marsiglia, ci fosse sole o ci fosse neve, finché fu in Italia si allenò sempre dalle cinque alle sei del mattino». VLADIMIRO CAMINITI Lo conobbi nell’estate 1978, all’Hindu Club di Baires; Gigi Peronace mi condusse attraverso un giro di quiete stanze fino a una camerata, in fondo a un tavolo era seduto un vecchione grifagno, con rughe nodose attorno agli occhi azzurri splendenti di un sorriso intenerito davanti all’ospite italiano. Gigi mi aveva fatto un piacere personale, ma prima era come se lo conoscessi da mezzo secolo quel vecchione. Me ne avevano parlato a lungo i suoi compagni di squadra Mario Varglien, Luigi Bertolini e Felice Placido Borel. Fu per il calcio italiano, dal campionato 1931-32, una leggenda vivente e scalciante in modo cinico: fu il centromediano che cammina. Aveva possanza, aveva stacco aereo, ma soprattutto un senso della posizione perfetto e si inizia con lui la Juventus più sagace e rapace, che non spreca un respiro. Il 5-3 della seconda di campionato con il Napoli è sintomatico, insegna un sacco di cose alla Juve che indossa già divise modernissime, la mutanda è come oggi, la maglia già ornata dal terzo triangolino. Il fatto è che Monti deve snellirsi, dall’Argentina era arrivato un bue, oltre ad allenarsi con lo zufolante Carcano, faceva footing di due ore all’alba per le silenziose strade di Torino. Stabilmente centromediano lo diventa dopo una partita da mezzala contro il Genova 1893 (il fascismo imponeva l’autarchia anche nei nomi delle società). Eccolo nella Juve tipo che andrà a conquistare il secondo scudetto consecutivo: Combi; Rosetta, Caligaris; Varglien I, Monti, Bertolini; Munerati, Cesarini, Vecchina, Ferrari, Orsi. Un lungo infortunio di Cesarini consente a Ferrero di giocare ventuno volte; le presenze di Monti in quel torneo a diciotto sono ventinove. Giocherà fino a trentotto anni, assommando 225 presenze. Saranno complessivamente 263, con quelle in Coppa Italia e nella Coppa dell’Europa Centrale. Vincerà quattro scudetti e una Coppa Italia. Ventidue goal, oltre a uno nelle diciotto presenze in Nazionale. La sua durezza, anzi la sua implacabilità nella lotta, lo fece apprezzare, ma anche redarguire in più di una circostanza da Pozzo, mentre era Viri Rosetta, con la sua calma filosofica, a consigliarlo per il meglio nel campionato. In realtà, al Mondiale 1934 fu protagonista negativo e bollato dalla stampa estera come un giocatore brutale. «Tutti i giornalisti stranieri che assistettero alle Olimpiadi del 1928 e ai due Mondiali cui prese parte, lo misero in evidenza», ha scritto Luciano Serra. «Carica troppo violenta di Monti», si legge sul “Corriere della Sera”, a firma di Emilio De Martino, in occasione del match mondiale con la Cecoslovacchia del 10 giugno 1934. Intendiamoci, non mi scandalizzo. Grande difensore centrale, dava del calcio un’interpretazione in tutto moderna, che sveltiva il gioco, con lanci alle ali di perfetta esecuzione. Coriaceo nella lotta, fu un acquisto medianico per dare alla Juventus quella solidità sprezzante che il suo gioco esigeva. Che poi legasse umanamente solo con Bertolini, è un altro discorso. Giocò fino a trentotto anni, e lamentò un unico infortunio: la frattura del piede destro il 14 novembre 1934 a Highbury, quando i leoni inglesi ci piegarono per 3-2, e non ci bastarono né le prodezze di Ceresoli né due goal del Balilla Meazza. Quella battaglia Mussolini non la vinse mai. ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1983 La notizia della scomparsa di Luisito Monti non mi ha colto di sorpresa. Sapevo da alcuni amici di Avellaneda che vecchio Luis non stava affatto bene; anche l’età avanzata (aveva ottantadue anni!) rappresentava un fattore negativo e già una volta (cinque anni fa) era riuscito a superare una crisi grazie alla sua tempra eccezionale. L’ultima volta che ci eravamo visti, era stato a Torino, in occasione della premiazione dei Nazionali bianconeri e granata effettuata a Palazzo Madama. Era ancora un uomo eccezionalmente in gamba. Sarebbe stata mia intenzione rivederlo in Argentina in occasione dei Campionati del Mondo organizzati in quel paese. Ma impegni di lavoro mi impedirono la trasferta a Buenos Aires: grazie all’affettuoso interessamento dell’amico Giglio Panza, ricevetti da Baires una cartolina con le firme e il saluto di due vecchi giocatori della Juve di altri tempi: Mumo Orsi e Luisito Monti. Fu quello l’ultimo messaggio da parte di un uomo che ebbi la fortuna di conoscere e di apprezzare in un’epoca in cui la Juventus dettava legge in campo nazionale, l’epoca dei cinque scudetti consecutivi. Quando, il primo agosto 1931, Luisito Monti arrivò in Italia, io avevo solo dodici anni, ma giocavo già nelle file dei giovanissimi bianconeri. Ebbi modo pertanto di seguire da vicino le vicende di questo grandissimo campione, nutrendo immediatamente sincera ammirazione verso un uomo che, a prezzo di incredibili sacrifici, doveva conquistare il podio sul quale salgono solo i superman più famosi. Quando l’allenatore Carcano ordinò le convocazioni per la ripresa del campionato, Monti appariva già abbastanza tirato, aveva perso oltre dodici chili. Ma aveva sempre paura di ingrassare e per quasi tutti gli anni in cui rimase a Torino, non fece altro che percorrere i lunghi viali cittadini a piedi, senza mai acquistare un’auto. Partiva dal campo di Corso Marsiglia e arrivava a mezzogiorno alla pasticceria Stratta di Piazza San Carlo per fare quattro chiacchiere con il cavalier Capello, titolare del negozio e suo sincero amico. Con noi ragazzini (e specialmente con il sottoscritto, che più degli altri gli gironzolava attorno) era paternamente affettuoso, ma non diceva più di tre parole: una ruvida carezza e via di corsa in campo. Luisito Monti era tutto casa e famiglia, gelosissimo della propria intimità familiare. Non si concedeva svaghi, raramente andava al cinema, mai i piedi in una sala da ballo o al night, come facevano i suoi connazionali Cesarini e Orsi. Strinse amicizia con Bertolini e aveva una predilezione per il più giovane dei campioni della Juve, per Farfallino Borel, che Luis giudicava addirittura più forte di Peppino Meazza. Per quanto posso dire, sfruttando un’opinione fattami in età giovanile, Monti è stato non solo un grande campione di calcio, ma anche un grand’uomo, ricco di umiltà e di dignità. La Nazionale e la Juve gli devono molto. FILIPPO FIORINI, “GS” DEL MARZO 2014 La memoria storica di uno dei più grandi campioni che abbiano mai pestato i campi di calcio dorme oggi nella penombra di una casa coloniale della cittadina di Escobar. Una casa bianca con gli scuri chiusi, nata sperduta a settanta chilometri da Buenos Aires e finita in mezzo al bolero dei palazzi nuovi, dei camion smarmittati e degli studenti in ricreazione che condiscono la lenta periferia argentina. «Non viene mai nessuno a trovarci, né dalla Federazione, né dalla FIFA. Il calcio si è dimenticato di mio padre e forse lui ne sarebbe contento, visto che odiava i giornalisti e scelse questo posto perché amava la campagna». Eduardo Monti ha settantadue anni, qualche rancore in groppa e un tempio di cimeli del suo vecchio, raccolti in comici eleganti e album di cuoio. Luisito Monti, il fantastico eroe dei due mondi, vive nei suoi ricordi come un mito di bontà: «Era un tipo taciturno ma buono. Un pane di Dio, diciamo da queste parti». Nato da genitori emiliani nell’Argentina dei primi del secolo, Luis si fece grande nella tradizione di famiglia, il calcio, e in questo superò ampiamente i risultati del fratello, dello zio e dei suoi due cugini, tutti passati con sorti alterne per la Serie A del loro paese. Dei molti traguardi tagliati da Monti, due spiccano senza dubbio sugli altri: fu il primo calciatore della storia a segnare un goal con la maglia dell’Argentina e sarà per sempre l’unico ad aver giocato due finali mondiali con due squadre diverse. Luigi perse, infatti, nel 1930 la prima mitica Coppa del Mondo in Uruguay, dove l’Albiceleste cadde per 4-2 contro i padroni di casa, e vinse invece la finale di Roma nel 1934, quando la squadra messa assieme da Pozzo, ampliata dalla presenza di alcuni oriundi, appuntò la prima stella sulla casacca azzurra, rimandando a casa i cecoslovacchi e inaugurando la lunga stagione vittoriosa del calcio italiano. Tutto nella vita di Monti ha a che fare con il numero due, con ciò che è doppio e ha due interpretazioni. Nacque con una doppia nazionalità e lo soprannominarono Doble Ancho, che vuol dire in primo luogo armadio a due ante (ironizzando sulla sua prestanza fisica), ma che può significare anche doppio asso nel gergo delle osterie di Buenos Aires e delle loro briscole malandrine. Centromediano metodista del vecchio calcio anni Trenta, Luisito era il punto centrale della “Doppia W” che disegnava la formazione in campo. Una carta vincente avanti e in copertura, che faceva goal e rubava palla. Agli inizi dell’attività, quando già era stato chiamato in quel San Lorenzo di Almagro che oggi vede in Papa Francesco il tifoso più famoso, Monti passava le mattine allenandosi e giocando per il Club Atletico Palermo, una squadretta di quartiere a cui doveva un voto di riconoscenza, come cittadino del barrio di Buenos Aires dov’era nato. Così, pure la sua carriera fu sempre doppia: arrivò alle stelle, le accarezzò e cadde senza poterle afferrare. Poi ebbe una seconda possibilità. Molti sostengono che la dura sconfitta incassata dall’Argentina nella finale della Coppa Rimet 1930, la prima della storia, fosse già cominciata alle Olimpiadi di Amsterdam nel 1928, dove la finale era stata vinta anche quella volta dall’Uruguay sui cugini. In realtà, il dualismo era iniziato il 30 ottobre del 1927, nell’undicesima edizione della Coppa America in Perù, che all’epoca si chiamava Campeonato Sudamericano. Delle quattro squadre iscritte, Argentina e Uruguay erano di gran lunga le più forti e si disputarono il torneo in una partita senza esclusione di colpi al Nacional di Lima. «Mio padre mi ha sempre raccontato che gli uruguaiani picchiarono duro per novanta minuti», ricorda l’unico erede maschio di Luis, che conserva una foto del momento in cui (quando il risultato era già arrivato su quel 3-2 per gli argentini che sarebbe poi diventato definitivo) il padre scatenò una rissa, prendendo a pugni diversi avversari. L’arbitro inglese David Thurner fece finta di non vedere, i tifosi uruguaiani invece no. L’anno dopo, i Charrua ebbero la loro rivincita battendo 2-1 l’Argentina nella famosa finale olimpica olandese. Avevano pareggiato 1-1 nel primo incontro e, come da regolamento dell’epoca, si rigiocò tre giorni dopo per decretare un vincitore. La rivalità storica era così inaugurata e quando, nel 1930, l’Uruguay ospitò la prima Coppa del Mondo, la sorte volle che la finale offrisse l’opportunità di uno spareggio agli arci nemici del Rio de la Plata. Si scese in campo il 30 luglio, mezzora dopo le tre di pomeriggio, sotto una neve mai vista a Montevideo. L’afflusso di pubblico fu sbalorditivo e le ore immediatamente precedenti la partita segnarono la portata di un evento che superava qualsiasi aspettativa. Gli argentini erano arrivati in massa, ma gli uruguagi riempivano il grosso degli spalti dello stadio Centenario appena costruito. Giocatori e arbitro avevano tutti subito minacce e intimidazioni di ogni genere. Monti, che nel corso del torneo aveva segnato due reti e commesso qualche fallo ai limiti del codice penale, vide una busta scivolare sotto la porta della sua camera d’albergo attorno a mezzogiorno. «Era una minaccia di morte per mia madre e mia sorella – racconta Eduardo – mio padre si spaventò molto. Chiese al tecnico di non scendere in campo, ma non ci fu verso e allora si mise la maglia». Fu la sua peggior partita. L’Uruguay andò in vantaggio, ma l’Argentina si rifece sotto e riuscì addirittura a rovesciare il tabellino sull’1-2 prima di andare negli spogliatoi. Nel secondo tempo, Monti si trovò tra i piedi il pallone della vittoria. Un peso secolare da prendersi nell’anima e riporre nella bacheca della storia, che però era più lontana del previsto: Doble Ancho sbagliò lo specchio e con quel tiro alto innescò l’inizio della sua prima fine. Dopo la rimessa dal fondo, vennero le due reti di Iriarte e del monco Castro, a cui mancava una mano. Venne la Coppa Rimet alzata dagli uruguagi, mentre lui fuggiva su una barca a remi salpata da un molo desolato, perché si sentiva ancora braccato dai suoi stalker. Venne il risentimento dei connazionali, la stampa che lo incolpava e la voglia di cambiare mestiere. «Allora non esistevano i veri professionisti», avrebbe ricordato molti anni dopo Francisco Varallo, che era in squadra con lui in quei primi Mondiali del 1930 e fu poi a lungo il più grande goleador del Boca Juniors. «In tutta la mia carriera non mi hanno mai fatto una visita medica e ci allenavamo sì e no tre volte a settimana». «Quando giocava al San Lorenzo, con cui vinse tre scudetti e fece quaranta goal in duecento partite, mio padre riceveva la paga di mezzo panino e mezza birra al giorno e dovette insistere per avere un pasto completo». Si ritirò a Tigre, una località a nord di Buenos Aires in cui nelle sere limpide poteva vedere quell’Uruguay che gli era stato fatale. Ma in quel 1930 sabbatico che si prese, in Italia qualcuno si ricordò di lui. La Juventus di Edoardo Agnelli aveva vinto solo due scudetti e pensava a una grande squadra per il futuro, partendo anche dalla base degli oriundi. Alcuni hanno addirittura sostenuto che le minacce subite da Luisito poco prima della finale di Montevideo, gli fossero arrivate per ordine di Benito Mussolini, che avrebbe inviato sul posto due delle sue spie più fidate per distruggere il morale del campione, gettarlo sul lastrico e portarlo in Italia a un prezzo d’occasione. Mentre questo capitolo della sua vita resta ancora oscuro, di certo c’è che il 22 settembre del 1931 Monti esordì allo stadio di Corso Marsiglia, segnando il suo primo goal in bianconero. Poco più di due mesi prima, era stato visitato a Buenos Aires dai dirigenti juventini, che l’avevano messo sotto contratto, nonostante il forte sovrappeso che avrebbe poi scandalizzato Torino il giorno del suo arrivo. «Per lui fu il periodo più bello», racconta Eduardo, che deve il suo nome allo storico presidente della Signora. «Si mise a lavorare sodo e perse tutti i chili di troppo in poche settimane». Avrebbe vinto quattro scudetti, segnato ventidue goal e lasciato la squadra dopo il suo trentasettesimo compleanno. La sua impresa più grande resta il primo Mondiale conquistato con la Nazionale azzurra. I giocatori dovevano fare dell’Italia fascista un mito grande come quello di Roma e in cui l’ex impiegato della Pirelli, giornalista e capitano degli alpini, Vittorio Pozzo, volle addirittura tre oriundi: Monti, Guaita e Orsi. Nella coppa, i nostri esordirono a Roma travolgendo per 7-1 gli Stati Uniti negli ottavi. Poi venne il primo stop contro la Spagna: 1-1 a Firenze e ripetizione il giorno dopo alla stessa ora, che spuntammo 1-0 con goal di Meazza. Stesso risultato due giorni dopo a San Siro contro l’Austria e poi la finale con la Cecoslovacchia. La partita iniziò nella tensione generale del gremito Stadio Nazionale di Roma. I tabellini restarono a lungo senza reti. Gli avversari segnarono il vantaggio al 76’ con Puč, in una gara in cui colpirono il palo addirittura tre volte. Ma nel calcio la palla deve entrare e Orsi, all’80’, e poi il bolognese Schiavio, al quinto minuto dei supplementari, mostrarono agli avversari come fare, portando l’Italia sul tetto del mondo. Monti non fu tra i marcatori del torneo, ma si tolse quel peso che gli era rimasto dalla finale di Montevideo e finalmente baciò la coppa. «Per lui il Mondiale fu il massimo, il momento più alto», sostiene il figlio, che racconta come da allora portò sempre in tasca lo scudo italiano che aveva sulla maglia. Anche quando nel 1935 Mussolini invase l’Etiopia e gli oriundi Guaita e Orsi abbandonarono il paese per protesta contro il regime, Monti restò. Finì per la seconda volta in vita sua la carriera da calciatore e si sedette in panchina, allenando la Juve, la Triestina, l’Atalanta e molte altre squadre. «Abbandonammo l’Italia nel 1947 solo per colpa della guerra. La nostra casa era stata bombardata e distrutta, facevamo la fame». In Argentina suo padre tentò ancora la strada del Commissario tecnico, ma si ritirò quasi subito. Stavolta il Doble Ancho era davvero andato in pensione e restò a coltivar l’orto finché il creatore non si ricordò di lui una mattina di settembre del 1983 e lo chiamò a rapporto. In tutti quegli anni, solo una volta il calcio era tornato a bussare alla sua porta. Fu quando gli azzurri di Bearzot arrivarono in Argentina per i Mondiali del 1978 e lo vollero in ritiro ogni giorno del torneo. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/luis-monti.html
