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ATTILIO LOMBARDO https://it.wikipedia.org/wiki/Attilio_Lombardo Nazione: Italia Luogo di nascita: Santa Maria la Fossa (Caserta) Data di nascita: 06.01.1966 Ruolo: Centrocampista Altezza: 175 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Popeye - Attila - Lampadina - Bombetta - Bald Eagle Alla Juventus dal 1995 al 1997 Esordio: 06.12.1995 - Champions League - Steaua Bucarest-Juventus 0-0 Ultima partita: 01.06.1997 - Serie A - Juventus-Lazio 2-2 51 presenze - 4 reti 1 scudetto 1 supercoppa italiana 1 champions league 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Attilio Lombardo (Santa Maria la Fossa, 6 gennaio 1966) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, assistente di Roberto Mancini nella nazionale italiana. È uno dei sei calciatori italiani, insieme a Filippo Cavalli, Giovanni Ferrari, Sergio Gori, Pierino Fanna e Aldo Serena, ad aver vinto lo scudetto con tre società differenti; nel suo caso, con Sampdoria, Juventus e Lazio. Attilio Lombardo Lombardo alla Sampdoria nel 1989 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Italia (Assistente) Termine carriera 2002 - giocatore Carriera Giovanili 19??-1983 Pergocrema Squadre di club 1983-1985 Pergocrema 38 (9) 1985-1989 Cremonese 141 (17) 1989-1995 Sampdoria 201 (34) 1995-1997 Juventus 51 (4) 1997-1999 Crystal Palace 48 (8) 1999-2001 Lazio 33 (2) 2001-2002 Sampdoria 34 (4) Nazionale 1990-1997 Italia 18 (3) Carriera da allenatore 1998 Crystal Palace Interim 2002-2005 Sampdoria Allievi Naz. 2005-2006 Sampdoria Primavera 2006-2007 Chiasso 2008 Castelnuovo 2008-2009 Legnano 2009 Spezia 2010-2012 Manchester City Coll. tecnico 2012-2013 Manchester City Riserve 2013-2014 Galatasaray Coll. tecnico 2014-2015 Schalke 04 Vice 2016-2018 Torino Vice 2019- Italia Assistente Biografia Nel corso della carriera gli sono stati affibbiati vari soprannomi: dapprima Bombetta agli esordi nella Cremonese, quindi Popeye negli anni alla Sampdoria — quello a cui è rimasto più legato — e infine Bald Eagle ("Aquila Calva"), in virtù della sua precoce calvizie, durante la militanza nel Crystal Palace. Anche suo figlio Mattia, nato nel 1995, è diventato un calciatore professionista. Caratteristiche tecniche Giocatore Lombardo (a sinistra) in gol per la Cremonese nel 1987 sul campo di Bologna Ala destra dotata di propensione al sacrificio e facilità di corsa, Lombardo spiccava per la notevole vitalità atletica e resistenza fisica, qualità che gli consentì di scendere in campo per 144 incontri consecutivi in Serie A. In carriera ha giocato 613 partite, per un totale di 46 415 minuti, segnando in totale 86 gol e fornendo 9 assist. Carriera Giocatore Club Lombardo (in basso) esulta per la Sampdoria, festeggiato dal compagno di squadra Vialli, dopo il suo gol al Napoli nella stagione dello Scudetto 1990-1991. Nato nel Casertano e trasferitosi da bambino a Zelo Buon Persico, nel Lodigiano, mosse i primi passi nel calcio professionistico in Serie C2, diciottenne, con la maglia del Pergocrema Nel 1985 passò alla Cremonese, in Serie B. A Cremona disputò quattro campionati cadetti, tra cui quelli sotto la guida di Tarcisio Burgnich, mettendosi in luce come ala destra capace di incunearsi nelle difese avversarie e di mettere a referto un buon bottino di gol. Con i grigiorossi ottenne nella stagione 1988-1989 la promozione in Serie A, arrivata al termine dello spareggio contro la Reggina: il 25 giugno 1989, sul neutro di Pescara, nell'epilogo ai tiri di rigore fu proprio Lombardo a mettere a segno il penalty decisivo. Nell'estate del 1989 approdò così in massima serie, ma con la maglia della Sampdoria, cui nel frattempo era stato ceduto per 4 miliardi di lire. A Genova, sotto la guida di Vujadin Boškov, vinse la Coppa delle Coppe 1989-1990, lo storico Scudetto nella stagione 1990-1991, la Supercoppa italiana 1991 e la Coppa Italia 1993-1994. Nel 1992 disputò anche la finale di Coppa dei Campioni persa ai supplementari contro il Barcellona, risultando tra i migliori in campo. Da sinistra: Peruzzi, Lombardo e Torricelli alla Juventus nella stagione 1996-1997 Nell'estate del 1995 passò alla Juventus di Marcello Lippi per 10,5 miliardi di lire. La prima stagione a Torino fu tuttavia molto sfortunata per Lombardo sul piano personale: un grave infortunio occorsogli nel precampionato (frattura di tibia e perone) lo costrinse a rimanere fermo per molti mesi, partecipando da comprimario alle vittorie della Supercoppa italiana 1995 e della UEFA Champions League 1995-1996. Ristabilitosi per l'annata 1996-1997, contribuì ai successi dello Scudetto, della Coppa Intercontinentale e della Supercoppa UEFA. Nel 1997 si trasferì in Inghilterra, giocando una stagione e mezza al Crystal Palace che lo acquistò per 5,9 miliardi di lire. Il 13 marzo 1998 assunse anche il ruolo di player manager della squadra londinese, carica retta ad interim fino al 29 aprile seguente. Tornò in Italia nel gennaio del 1999 per accasarsi alla Lazio. Rimase a Roma per i successivi dodici mesi, contribuendo alla conquista dell'ultima edizione della Coppa delle Coppe e del campionato 1999-2000, quest'ultimo il terzo della carriera per Lombardo con altrettanti club diversi. Nel gennaio del 2001 tornò quindi alla Sampdoria allenata da Gigi Cagni, in Serie B, dove chiuse la carriera agonistica nel 2002. Nazionale Lombardo vestì per 18 volte la maglia della nazionale tra il 1990 e il 1997. In maglia azzurra non ebbe molta fortuna: pur avendo preso parte ad alcune gare di qualificazione per i Mondiali di Stati Uniti 1994 e Francia 1998, e per gli Europei di Svezia 1992 e Inghilterra 1996, non partecipò a nessuna delle fasi finali di queste competizioni. Allenatore Lombardo nel 2013, collaboratore tecnico di Mancini al Galatasaray. Dopo la parentesi sulla panchina del Crystal Palace, dal 13 marzo al 29 aprile 1998, al ritiro dal calcio giocato inizia ad allenare le giovanili della Sampdoria: per tre stagioni gli Allievi Nazionali, e nella stagione 2005-2006 la formazione Primavera. Lascia il ruolo il 18 luglio 2006. Dal 21 luglio 2006 si siede sulla panchina della squadra svizzera del Chiasso, ma la sua esperienza oltre il Ticino termina il 27 maggio 2007 quando rassegna le dimissioni, ufficialmente per mancanza di stimoli. Nella stagione 2007-2008 torna alla Sampdoria in veste di osservatore, ma il 24 aprile 2008 lascia l'incarico per subentrare sulla panchina del Castelnuovo, in Serie C2, in sostituzione del dimissionario Massimo Barbuti, guidando la squadra nelle ultime due gare di campionato e nei successivi, vittoriosi play-out. Si dimette dall'incarico il successivo 27 maggio, firmando il giorno successivo per il Legnano che allena nel campionato di Lega Pro Prima Divisione 2008-2009. Lascia la squadra lilla il 19 giugno 2009, e il 4 luglio seguente si accorda con lo Spezia, in Lega Pro Seconda Divisione. Si dimette dall'incarico il successivo 12 ottobre, a seguito del pari con l'Olbia, lasciando comunque la squadra ligure al terzo posto in classifica. Il 17 luglio 2010 segue l'ex compagno di squadra Roberto Mancini al Manchester City, ricoprendo il ruolo di osservatore degli avversari. In questa veste, il 13 maggio 2012, festeggia la vittoria del campionato inglese, attesa dai Citizens da ben 44 anni. Il successivo 11 luglio viene nominato allenatore della squadra riserve mancuniana, in sostituzione dell'esonerato Andy Welsh. Conclude il campionato Under-23 al diciannovesimo posto, mentre con l'Under-21 arriva sesto nel proprio girone, non riuscendo ad accedere alla fase successiva. Il 15 maggio 2013 lascia il ruolo dopo l'esonero di Mancini dalla prima squadra, avvenuto due giorni prima. Nella stagione 2013-2014, ancora al seguito di Mancini, è al Galatasaray come collaboratore tecnico, mentre nella successiva è ingaggiato come vice di Roberto Di Matteo allo Schalke 04; lascia l'incarico il 26 maggio 2015, dopo le dimissioni di Di Matteo. Il 21 maggio 2016, con l'arrivo al Torino di Siniša Mihajlović quale allenatore, ne diventa il vice, venendo esonerato il 4 gennaio 2018 insieme al resto dello staff. Il 13 marzo 2019 entra nello staff della nazionale italiana come uno degli assistenti del commissario tecnico Mancini. Con questo ruolo, nell'estate 2021 (dopo il rinvio per il covid) prende parte alla vittoriosa spedizione azzurra al campionato d'Europa 2020. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Da sinistra: Crespo, López, Verón, Sensini e Lombardo festeggiano il successo della Lazio nella Supercoppa italiana 2000 Campionato italiano: 3 - Sampdoria: 1990-1991 - Juventus: 1996-1997 - Lazio: 1999-2000 Supercoppa italiana: 3 - Sampdoria: 1991 - Juventus: 1995 - Lazio: 2000 Coppa Italia: 2 - Sampdoria: 1993-1994 - Lazio: 1999-2000 Competizioni internazionali Lombardo (a destra) e Ferrara festeggiano il successo della Juventus nella Supercoppa UEFA 1996 Coppa delle Coppe: 2 - Sampdoria: 1989-1990 - Lazio: 1998-1999 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 2 - Juventus: 1996 - Lazio: 1999 Individuale Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - 1993-1994 (5 gol)
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VLADIMIR JUGOVIC Lo slavo con gli occhi di ghiaccio e un mezzo sorriso che guarda truce negli occhi Van der Sar, portierone dell’Ajax prima di trafiggerlo su rigore, la tiepida notte dello stadio Olimpico sullo sfondo di una finale di Champions League: è questa l’immagine che i tifosi bianconeri conserveranno per sempre nella loro memoria. «Del tiro dal dischetto di Roma, se ci penso, sento ancora le stesse sensazioni di allora. Era l’ultimo, quello che valeva la coppa. Quel goal mi ha permesso di entrare nella storia di un club glorioso come la Juventus e di vincere la seconda Coppa Campioni. Cambierei qualcosa di quella notte? Mi gusterei maggiormente il successo. Subito dopo la finale di Roma andai a giocare con la mia Nazionale invece di festeggiare con i compagni».Vladimir Jugović, centrocampista di Trstenik, classe 1969, che Lippi ha fortissimamente voluto nell’estate del 1995 per rafforzare in quantità e qualità un centrocampo alla prova del fuoco della Champions League. Quando arriva a Torino, non è più un ragazzino e il calcio che conta lo mastica oramai da anni. Cresciuto nella Stella Rossa che vince la Coppa dei Campioni, mostra con la maglia della Sampdoria del suo maestro e scopritore Boškov, di saperci fare anche nel campionato più difficile del mondo.«Ho iniziato a giocare a dodici anni in una piccola squadra dove, però, sono rimasto solo sei mesi. Subito dopo, sono passato alla Stella Rossa con la quale ho fatto tutte le trafile, sino ad arrivare alla prima squadra. L’esperienza nel settore giovanile è stata molto importante, perché non ho mai giocato con i ragazzi della mia età, ma sempre con quelli più grandi, dai quali ho imparato molto. A sedici anni ho fatto l’esordio in prima squadra, anche se per un’amichevole. A diciotto anni ho fatto il servizio militare e, al mio ritorno a Belgrado, ho dovuto affrontare una situazione difficile e prendere una decisione che si è poi rivelata molto importante per la mia carriera. Infatti, l’allenatore della Stella Rossa non mi considerava per niente; così, dopo solo una partita, ho deciso di andare nel Rad, squadra molto meno ambiziosa, dove ho trovato un bravo allenatore e dove sono riuscito a esprimere al meglio le mie capacità, disputando un buon campionato. La stagione successiva sono tornato alla Stella Rossa ed ho vinto la Coppa Campioni, giocando da titolare. Ma la mia vera consacrazione coincide con la vittoria nella Coppa Intercontinentale, conquistata a Tokyo nel dicembre del 1991; in quell’occasione ho due dei tre goal con i quali abbiamo battuto i cileni del Colo Colo. A Tokyo, ho capito che avrei davvero potuto farcela nel difficile mondo del calcio».Arrivato a Torino, Vladimir ha subito le idee chiare: «Vorrei vincere il campionato e la Champions League e mi impegnerò al massimo per raggiungere questi traguardi. Il calcio dovrebbe essere solo un gioco, ma la sua legge impone di vincere».La Juventus che ha già Conte, Sousa e Deschamps adesso si ritrova pure questo giocatore tosto che sa contrastare mettendo unghie e denti, ma anche impostare e, per di più, tira in porta da qualunque posizione, centrando molto spesso la porta. La squadra che spazza via Steaua, Rangers e Borussia Dortmund, nella prima tornata della Champions, capisce di aver trovato un puntello adeguato ai nuovi bisogni. Anche in campionato Jugo ci mette poco a rendersi utile. 27 agosto del 1995, prima giornata al Delle Alpi con la Cremonese che tenta improbabili barricate e Juventus che stenta, finché arriva la cannonata di Jugović da fuori area che fa giustizia e apre la goleada.Per la coppa, invece, l’acuto avviene in semifinale: 3 aprile 1996, a Torino scende il Nantes, bisogna chiudere il conto nel match di andata per non rischiare una trasferta caldissima in Francia. Segna Vialli, raddoppia Jugović, perentorio, sempre dalla distanza È il prologo alla notte dello stadio Olimpico, 22 maggio 1996. La Champions alzata al cielo da Vialli è l’ultimo atto, il penultimo è il rigore decisivo trasformato da Vladimir.Jugo si conferma anche nella stagione successiva: prima la Coppa Intercontinentale a Tokyo, con prestazione sopra le righe, poi la Supercoppa a spese del Paris Saint-Germain e infine lo scudetto, al quale dedica trenta partite e ben sei reti. Storica la doppietta al Milan nella serata del 6 aprile 1997, da raccontare ai nipoti. A San Siro, Juventus travolge Milan 6-1, di Jugović il primo e il terzo sigillo. Il suo ultimo goal è ancora in notturna, il 15 maggio: il Piacenza è travolto 4-1 mentre il Parma pareggia col Milan ed esce di scena, consegnando in anticipo il tricolore ai bianconeri.L’avventura di Jugović si chiude qui. Due stagioni con molti successi e un mare di soddisfazioni, scudetto più tutte le coppe, Intercontinentale compresa. In totale, settantaquattro partite e dieci reti, due anni pienissimi. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/vladimir-jugovic.html#more
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VLADIMIR JUGOVIC https://it.wikipedia.org/wiki/Vladimir_Jugović Nazione: Serbia Luogo di nascita: Trstenik Data di nascita: 30.08.1969 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 76 kg Nazionale Jugoslavo Soprannome: Jugo Alla Juventus dal 1995 al 1997 Esordio: 27.08.1995 - Serie A - Juventus-Cremonese 4-1 Ultima partita: 28.05.1997 - Champions League - Borussia Dortmund-Juventus 3-1 77 presenze - 10 reti 1 scudetto 1 supercoppa italiana 1 champions league 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Vladimir Jugović (Trstenik, 30 agosto 1969) è un ex calciatore serbo, di ruolo centrocampista. Vladimir Jugović Jugović alla Sampdoria nella stagione 1994-1995 Nazionalità Jugoslavia (1969-1992) Jugoslavia (1992-2003) Serbia e Montenegro (2003-2006) Serbia (dal 2006) Altezza 178 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 2005 Carriera Giovanili 1989-1990 Stella Rossa Squadre di club 1989 Stella Rossa 1 (0) 1990 → Rad Belgrado 16 (7) 1990-1992 Stella Rossa 60 (10) 1992-1995 Sampdoria 81 (18) 1995-1997 Juventus 77 (10) 1997-1998 Lazio 27 (2) 1998-1999 Atlético Madrid 17 (3) 1999-2001 Inter 38 (3) 2001-2003 Monaco 19 (0) 2003-2004 Admira Wacker M. 25 (3) 2004-2005 LR Ahlen 19 (2) Nazionale 1991-1992 Jugoslavia 4 (1) 1994-2002 Jugoslavia 37 (2) Carriera Club Jugović (al centro) alla Stella Rossa nel 1991, pressato dai marsigliesi Di Meco e Abedi Pelé nella vittoriosa finale di Coppa dei Campioni. Crebbe sportivamente nella Stella Rossa di Belgrado con cui tra il 1991 e il 1992 vinse due campionati, una Coppa dei Campioni e una Coppa Intercontinentale (venendo nominato miglior giocatore di quest'ultima manifestazione, dopo aver segnato una decisiva doppietta contro i cileni del Colo-Colo). Arrivò in Italia nel 1992, acquistato dalla Sampdoria allenata dallo svedese Sven-Göran Eriksson. Nella prima stagione il centrocampista jugoslavo mise a segno 9 reti in campionato, rivelandosi uno dei migliori stranieri approdati in Serie A in quel periodo. Dopo tre stagioni in maglia blucerchiata, con la quale vinse la Coppa Italia 1993-1994, si trasferì alla Juventus, che pagò il suo cartellino 8 miliardi di lire. Con la squadra piemontese conquistò uno scudetto, una Supercoppa italiana, la seconda Champions League della carriera (vinta nella finale giocata a Roma contro l'Ajax, grazie al suo gol decisivo nell'epilogo ai rigori), un'altra Intercontinentale e una Supercoppa UEFA. Jugović (a destra) e Bokšić al raduno della Juventus in vista della stagione 1996-1997 Nel 1997 fu acquistato dalla Lazio, dove rimase una sola stagione, raggiunse la finale di Coppa UEFA, persa a Parigi contro l'Inter, e vinse la sua seconda Coppa Italia: nella doppia finale contro il Milan, in cui segnò anche una rete nel 3-1 della gara di ritorno. L'anno successivo si trasferì in Spagna acquistato dell'Atlético Madrid, rimanendovi una sola stagione. In seguito, ritornò in Italia per militare nell'Inter. Nel 2001 venne ingaggiato dal Monaco ed esordì nel campionato francese. Concluse la sua carriera agonistica giocando prima nell'Admira Wacker e infine nell'LR Ahlen, congedandosi dal calcio giocato nel 2005. Nazionale Debuttò con la nazionale jugoslava l'8 agosto 1991, nella partita contro la Cecoslovacchia. In seguito, con la Jugoslavia (solo Serbia-Montenegro), partecipò al campionato del mondo 1998 in Francia e al campionato d'Europa 2000 in Belgio e Paesi Bassi, totalizzando 4 presenze in ciascun torneo. Dopo il ritiro Lavora come opinionista sportivo per alcune televisioni, anche del suo paese. Si occupa inoltre di scouting per giovani leve serbe, oltre a intraprendere la carriera di procuratore sportivo. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato jugoslavo: 2 - Stella Rossa: 1990-1991, 1991-1992 Coppa Italia: 2 - Sampdoria: 1993-1994 - Lazio: 1997-1998 Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 1995 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1996-1997 Competizioni internazionali Jugović (primo da destra) festeggia con i compagni di squadra della Juventus il trionfo nella finale di Champions League 1995-1996 Coppa dei Campioni/UEFA Champions League: 2 - Stella Rossa: 1990-1991 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 2 - Stella Rossa: 1991 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Individuale Miglior giocatore della Coppa Intercontinentale: 1 - 1991
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TOMMASO ROCCHI L’azzurro gli dona quasi quanto il bianconero – afferma Loris Marzocchi su “Hurrà Juventus” del gennaio 1996 –. Tommaso Rocchi non fa distinzioni di colori quando si tratta di gol. Il centravanti della Primavera di Cuccureddu e della Nazionale Under 18 sta vivendo una stagione indimenticabile. Il numero nove è nel suo destino, anche se come caratteristiche si sente più una seconda punta. In effetti il suo rapido “caracollare” lungo il fronte d’attacco lo rende prezioso nel creare spazi per i compagni, ma il suo fiuto dl goleador lo porta a movimenti tattici che molte volte sono decisivi sotto rete. Veloce, buon dribblatore furbo nell’esecuzione quanto basta per garantirgli una fiducia illimitata. Da ragazzino, nei cinque anni passati al Venezia dopo la prima esperienza di piccolo calciatore con l’Alvisiana, ha messo a segno 270 gol. Molti, moltissimi, tanto che l’occhio degli osservatori si puntò presto su di lui. Il passaggio alla Juventus è di quattro anni fa. Due stagioni con gli Allievi Nazionali sotto la guida di Cavasin e altrettante con la Primavera, compresa la stagione attuale. Un ragazzo cresciuto bene a tutti i livelli, senza troppi grilli per la testa e con l’intendimento che per arrivare all’obiettivo fissato occorre sacrificarsi con umiltà. Il distacco dalla famiglia è stato un momento difficile, ma nello stesso tempo di maturazione. Papà Luigi e mamma Marina hanno cercato in tutti i modi di sostenerlo affettivamente con continui viaggi tra la Serenissima e la capitale Sabauda, così come hanno fatto Matteo e Roberto, i fratelli più grandi. Una famiglia molto unita dagli affetti e dall’unità d’intenti. Nulla è stato lasciato al caso. Tommaso si è formato come calciatore e come uomo sotto l’ala bianconera, ma a fianco ha sempre avuto il continuo appoggio dei familiari. Una miscela educativa estremamente importante nell’ambito di un Settore Giovanile. “Zio” Lodigiani fa miracoli di tempismo nel gestire i ragazzi e i loro corsi di studio, ma alla fine la “voce” che arriva prima al cuore e alla testa è quella di casa. In un ambito così ideale di crescita, il giovane Rocchi, quatto quatto, si è fatto strada senza troppo rumore. Si è fatto stimare piano piano, senza acuti dirompenti. Ha costruito la sua credibilità di calciatore avviato al professionismo su dati di fatto. L’anno scorso, pur facendo la riserva a Grabbi e Fantini, ha firmato 12 gol in campionato, 2 in Coppa Italia e 2 al Torneo di Viareggio. Uno score che lascia intravedere le realtà di un ragazzo sempre concentrato, uno che chiamato alla bisogna riesce a lasciare il segno. Qualità rara e ulteriormente sviluppata prima in Nazionale Under 17 e poi con l’Under 18. In azzurro Rocchi ha confermato una adattabilità notevole e per di più portatrice di successi. Vittoria azzurra nel torneo internazionale degli Emirati Arabi Uniti (3 partite, 2 gol), altro successo in Svizzera (4 partite, 3 gol). Il boom nell’Under 17 gli ha aperto la strada alla Nazionale superiore dove si è clamorosamente confermato nella prima fase di qualificazione europea (4 match, 8 reti). I due successi esterni in Bulgaria e a Malta, entrambi per 1 a 0, portano il suo sigillo di bomber “rapinoso”. Tommaso, però, non si lascia trasportare dai sogni, resta coi piedi per terra. Sa che il viaggio nel mondo del calcio è affascinante ma periglioso, e che va vissuto sulla propria pelle. La Juventus, dal canto suo, è consapevole di avere in organico un gioiello da mettere in vetrina al momento opportuno. Lippi lo ha già messo sul suo taccuino. Il sogno dell’esordio potrebbe avverarsi in tempi non lontani. Poi quello che verrà è nei piedi di Tommaso, un ragazzo veneziano che fa onore al suo nome. Concretezza e verifica giorno per giorno. Toccar con mano è sempre meglio... 〰.〰.〰 Lascia la città sabauda nell’estate del 1996, senza aver mai giocato un solo minuto in una gara ufficiale con la casacca bianconera. Dopo un lungo girovagare nelle serie inferiori, trova la sua consacrazione a Empoli, riscoprendosi un bomber vero. Il suo momento di gloria lo vive proprio contro la Juventus, in un rocambolesco 3-3 del 25 gennaio 2004: si gioca al Castellani, la sera è fredda. La squadra toscana, allenata da Perotti, si schiera con Bucci, Lucchini (Pratali dal 73’), Cribari, Vargas, Cupi, Ficini, Grella Buscè, Vannucchi (Zanetti dal 69’), Di Natale e Rocchi (Tavano dall’88’). La compagine torinese, guidata da Lippi, risponde con Buffon, Thuram, Iuliano (Pessotto dal 69’), Montero, Zambrotta, Camoranesi (Di Vaio dal 74’), Conte, Tacchinardi, Nedved, Trézéguet e Del Piero (Miccoli dal 69’). Passa in vantaggio l’Empoli con Rocchi, poi Trézéguet rimette le cose a posto per la Vecchia Signora con una doppietta. Ma Tommaso vuole stupire il suo ex allenatore e, con due reti, riporta sopra i biancoazzurri. Si profila una clamorosa sconfitta per Del Piero e compagni ma bisogna fare i conti con Trézéguet che, alla mezzora, infila la rete del 3-3 finale. Rocchi passerà poi alla Lazio e, nei nove anni trascorsi nella capitale, continuerà a segnare con regolarità, riuscendo anche a esordire in Nazionale. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/09/tommaso-rocchi.html
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TOMMASO ROCCHI https://it.wikipedia.org/wiki/Tommaso_Rocchi Nazione: Italia Luogo di nascita: Venezia Data di nascita: 19.09.1977 Ruolo: Attaccante Altezza: 177 cm Peso: 76 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1995 al 1996 Esordio: 22.08.1995 - Amichevole - Bologna-Juventus 4-2 0 presenze - 0 reti Tommaso Rocchi (Venezia, 19 settembre 1977) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante, tecnico della formazione Under-14 della Lazio. Con 105 gol complessivi in 293 presenze con la maglia della Lazio, capitano dal 2008 al 2013, è sesto tra i migliori realizzatori di sempre della società romana. Tommaso Rocchi Rocchi in azione alla Lazio nel 2008 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Squadra Lazio (Under-14) Termine carriera 1º luglio 2016 - giocatore Carriera Giovanili 1986-1993 Venezia 1993-1996 Juventus Squadre di club 1996-1997 → Pro Patria 27 (6) 1997 → Fermana 4 (0) 1997-1998 → Saronno 28 (10) 1998-2000 Como 62 (20) 2000-2001 Treviso 37 (8) 2001-2004 Empoli 104 (28) 2004-2013 Lazio 244 (82) 2013 Inter 13 (3) 2013-2014 Padova 20 (5) 2014-2015 Haladás 17 (3) 2015-2016 Tatabánya 6 (2) Nazionale 1995 Italia U-17 7 (4) 1995-1996 Italia U-18 8 (3) 1998 Italia U-21 1 (1) 2006-2007 Italia 3 (0) 2008 Italia olimpica 2 (1) Carriera da allenatore 2016-2020 Lazio Under-14 2020-2022 Lazio Under-18 2023- Lazio Under-14 Carriera Giocatore Club Gli esordi Cresciuto nelle giovanili del Venezia, una volta giunto alla categoria Giovanissimi rinuncia a un contratto quadriennale offertogli dall'allora presidente lagunare Maurizio Zamparini, per trasferirsi all'età di 16 anni nella formazione Primavera della Juventus. Con i bianconeri vince tra le altre cose il Campionato Primavera 1993-1994, e viene poi inserito nella rosa della prima squadra per la stagione 1995-1996, senza però giocare alcuna partita col gruppo che trionfa in Champions League. La Juventus decide a fine stagione di mandare il giovane attaccante a farsi le ossa nelle serie minori. Fino al campionato 1999-2000 ha giocato un totale di 121 partite in Serie C con le maglie di Pro Patria, Fermana, Como e Saronno, mettendo a segno un totale di 36 reti. Nei due anni successivi ha militato in Serie B con le squadre del Treviso e dell'Empoli, totalizzando 19 gol in 74 gare. Empoli Con la maglia dell'Empoli, Rocchi debutta in Serie A, disputando i campionati 2002-2003 e 2003-2004 (67 partite e 17 gol), dimostrando, soprattutto nella seconda stagione, notevoli capacità tecniche ed interessanti doti realizzative. Il 2004 inizia bene per l'attaccante veneziano che, il 18 gennaio, realizza il gol della storica vittoria empolese a San Siro contro l'Inter, e solo una settimana dopo è protagonista assoluto mettendo a segno una tripletta nella sfida tra Empoli e Juventus (3-3). Il 31 agosto è acquistato dalla Lazio in comproprietà per 1,3 mln di euro, vestendo la maglia numero 18 biancoceleste. Lazio 2004-2009 Dall'annata 2004-2005 milita nella Lazio del neo-presidente Claudio Lotito. Rocchi realizza il suo primo gol in campionato a Brescia (0-2) il 22 settembre 2004. Al termine della stagione saranno 13 le reti messe a segno in 35 partite di campionato, 2 gol in 5 gare di Coppa UEFA ed altrettante segnature in una sola partita di Coppa Italia; chiude totalizzando 17 reti in 41 partite, guadagnandosi definitivamente la fiducia del club romano che già in primavera si era assicurata l'altra metà del cartellino per 2,8 mln di euro versati all'Empoli. Il 6 gennaio 2005 realizza la rete del definitivo 3-1 nel Derby contro la Roma, rivale cittadina dei biancocelesti. In casa del Lecce realizza la prima tripletta con la maglia laziale. Appena arrivato dimostra subito un grande feeling, sia in campo che fuori, con il lazialissimo Paolo Di Canio, suo compagno di reparto e di stanza. Abile nelle fasi di possesso palla, l'attaccante veneziano si distingue anche per le fasi di non possesso, è capace di fare la seconda punta, si rivela un buon assist-man, in grado anche di giocare a sua volta con una seconda punta alle sue spalle, spesso riuscendo a realizzare reti da posizioni molto complicate. Nella stagione 2005-2006 realizza un gol in Intertoto, competizione europea nella quale la Lazio arriva in semifinale, e ben 16 reti in campionato, con la Lazio che giunge sesta anche grazie ai gol del "numero 18" biancoceleste, che di nuovo risulta essere decisivo nella stracittadina d'andata, fissando il risultato sull'1-1. Il ruolino di marcia di Rocchi non cambia rispetto alla stagione precedente, difatti saranno nuovamente 17 i gol realizzati in 41 presenze. I numeri del bomber laziale sono entusiasmanti, tanto da essere schierato per la prima volta in Nazionale italiana dal CT Roberto Donadoni nell'amichevole contro la Croazia. L'annata successiva vede la Lazio conquistare il terzo posto in campionato e Rocchi il suo record di marcature stagionali, realizzando 16 reti in Serie A da sommare alle 3 marcature messe a segno in altrettante partite di Coppa Italia (2 contro il Rende e 1 contro il Messina). Nella stagione 2007-2008 ricopre ancora il ruolo di centravanti titolare al fianco del macedone Goran Pandev, debuttando in Champions League, anche grazie ai suoi due goal rifilati alla Dinamo Bucarest nel 3º turno preliminare di qualificazione. Nella fase a gironi del torneo continentale mette a segno una doppietta contro il Werder Brema (2-1), ma fallisce ben tre calci di rigore durante la competizione (con Dinamo Bucarest, Werder Brema e Real Madrid). Nonostante l'opaco inizio di campionato della squadra guidata da mister Delio Rossi, il bomber laziale realizza 14 reti, di cui alcune di pregevole fattura, su tutte quella del definitivo 2-1 rifilata nei minuti finali alla Sampdoria. Regala alla Lazio l'accesso alla semifinale di Coppa Italia mettendo a segno il gol del 2-1 in casa della Fiorentina. Il 20 febbraio 2008 rinnova il contratto legandosi per altri 5 anni alla società del presidente Lotito, legandosi praticamente a vita ai colori biancocelesti. Al termine dell'annata 2007-2008 ha raggiunto la doppia cifra nella classifica marcatori per il quinto anno consecutivo. Il 19 marzo 2008 vince il suo terzo Derby (3-2), segnando su calcio di rigore il suo quarto gol nella stracittadina. A causa dell'infortunio di Luciano Zauri, Rocchi scende spesso in campo con la fascia di capitano. Il 17 luglio la Lazio cede in prestito Zauri alla Fiorentina, e di conseguenza il centravanti veneto diventa capitano della squadra e chiude l'annata, così come il macedone Pandev, con un bottino di 19 reti messe a segno. Da destra: il presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, consegna la Coppa Italia 2008-2009 al capitano laziale Rocchi. Rocchi viene convocato come fuoriquota dalla Nazionale in occasione delle Olimpiadi di Pechino. Durante la gara Corea del Sud-Italia, dopo aver segnato la rete del momentaneo 2-0, il bomber laziale si infortuna gravemente alla gamba. È costretto a saltare le prime otto gare stagionali della Lazio (sei di campionato e due di Coppa Italia) e al suo rientro, avvenuto il 19 ottobre 2008, trova la sua squadra in testa alla classifica. Tuttavia i romani cadono 3-1 a Bologna e l'unica nota positiva è proprio il rientro con gol del capitano. Tre settimane più tardi realizza la prima doppietta stagionale (3-0 al Siena); comincia poi un periodo di cinque partite senza vittoria e senza segnare che allontanano Rocchi e compagni dalla vetta, fino al gol vittoria rifilato al Palermo. Il 3 marzo 2009, nel match Lazio-Juventus 2-1 di Coppa Italia, realizza il suo gol numero 80 con la maglia biancoceleste; cinque giorni dopo entra nel secondo tempo di Napoli-Lazio, realizzando la doppietta decisiva per lo 0-2 finale. Alza, in coppia con il vice-capitano Cristian Ledesma, la Coppa Italia 2008-2009, vinta ai calci di rigore nella finale contro la Sampdoria, gara in cui Rocchi tocca le 200 presenze ufficiali con la squadra romana. 2009-2013 Nell'estate del 2009, il bomber biancoceleste sceglie di abbandonare dopo cinque anni la maglia numero 18 per indossare la gloriosa numero 9, che era stata in precedenza indossata da campioni del calibro di Silvio Piola, Giorgio Chinaglia e Bruno Giordano, suoi predecessori nella classifica dei migliori cannonieri della Lazio. L'8 agosto 2009, in occasione della finale di Supercoppa italiana a Pechino, realizza la rete del momentaneo 2-0: la gara finirà 2-1 per la Lazio ed il capitano può così alzare al cielo il suo secondo trofeo vinto con il club capitolino. Nella gara d'esordio del campionato 2009-2010, giocata il 23 agosto contro l'Atalanta, realizza la sua prima rete stagionale, decisiva ai fini del risultato (1-0). Il 1º ottobre torna a segnare nelle coppe europee dopo due anni, battendo il portiere del Levski Sofia nel 4-0 rifilato dalle Aquile ai bulgari. Sempre in Europa League segna il gol del vantaggio laziale sul Villarreal al 92' della partita, terminata col risultato di 2-1 per i romani. La Lazio viene poi eliminata dalla competizione alla fase a gironi. Dopo un lungo digiuno realizzativo, Rocchi torna al gol contro il Livorno, in campionato, nella partita vinta 4-1. In Coppa Italia segna, nella gara unica dei quarti di finale, il secondo gol della Lazio nel 3-2 in favore della Fiorentina, risultato che sancisce l'eliminazione dei capitolini dalla competizione nazionale. Va a segno anche nel Derby di ritorno, in cui porta momentaneamente in vantaggio i biancocelesti, che verranno poi rimontati 2-1 dai giallorossi. Termina l'annata con 10 reti totali, 6 in campionato (con la Lazio giunta al 12º posto in classifica), 1 in Coppa Italia, 1 in Supercoppa Italiana e 2 in Europa League. Nel campionato 2010-2011 realizza il primo gol stagionale in Lazio-Bologna (3-1) alla seconda giornata. Dopo un lungo infortunio, torna disponibile nel finale di campionato: torna al gol nel penultimo turno di campionato, realizzando la rete del 2-1 sul Genoa, partita che finirà poi 4-2 per i biancocelesti. Troverà nuovamente la via della rete anche otto giorni dopo, nell'ultima giornata di campionato, con il gol dell'1-0 sul Lecce in una partita finita poi 4-2 per la squadra romana: questo gol gli permetterà di portarsi a quota 77 gol in Serie A con la maglia della Lazio, agganciando così al terzo posto di questa speciale classifica Chinaglia e Puccinelli. La stagione 2011-2012 si apre nel migliore dei modi per il capitano biancoceleste che, alla prima gara ufficiale dell'anno, va subito in rete nell'andata del play-off di Europa League contro i macedoni del Rabotnički, sconfitti dalle Aquile con un netto 6-0. Nella gara di ritorno, terminata 3-1, realizza altre due reti, che lo proiettano a quota 99 realizzazioni complessive con la maglia della Lazio. Il 30 ottobre 2011, alla decima giornata di campionato, fa il suo esordio contro il Cagliari, realizzando a due minuti dalla fine il gol del definitivo 0-3: con questa rete ha raggiunto i 100 gol con la maglia biancoceleste: è il quinto giocatore a riuscirci dopo Piola, Signori, Chinaglia e Giordano. Il 5 dicembre 2011 realizza la prima doppietta stagionale contro il Novara, sconfitto 3-0 dai capitolini. Il bomber veneziano non si ferma, e in occasione degli ottavi di finale di Coppa Italia sigla il secondo dei tre gol che la Lazio rifilerà al Verona (3-2) dopo la rete di André Dias e prima del gol della vittoria siglato da Hernanes al 93'. La Lazio raggiunge così la qualificazione ai quarti di finale dove sarà eliminata dal Milan (3-1). Il 22 gennaio 2012 il capitano biancoceleste si ripete a San Siro portando in vantaggio la sua squadra contro l'Inter con un gran gol che però risulterà inutile ai fini del risultato (2-1 per i nerazzurri). Rocchi arriva a quota 105 reti complessive con la maglia della Lazio il 1º febbraio 2012, nella seconda giornata del girone di ritorno, quando la Lazio batte il Milan in campionato dopo 14 anni (all'Olimpico finisce 2-0). Suo il gol che chiude il match e porta l'attaccante della Lazio a sole tre lunghezze da Giordano. A gennaio 2013, dopo tre presenze, decide di lasciare la squadra di cui è stato capitano e nella quale ha segnato 105 gol in 293 presenze in 9 stagioni, accettando l'offerta arrivata dall'Inter. Inter Il 4 gennaio 2013 l'Inter, tramite un comunicato apparso sul sito ufficiale, annuncia l'ingaggio a titolo definitivo di Rocchi per una cifra vicina ai 500.000 euro. Il 6 gennaio fa il suo esordio con la maglia nerazzurra nella partita persa per 3-0 contro l'Udinese. Il 7 aprile nella partita persa 3-4 contro l'Atalanta segna il suo primo gol con l'Inter, nonché il centesimo in Serie A. Il 21 aprile regala la vittoria all'Inter nella partita contro il Parma, con un gol all'82º minuto su assist di Jonathan. Il 19 maggio segna la sua terza rete, nell'ultima giornata di campionato persa 2-5 contro l'Udinese. In totale con l'Inter gioca 15 partite e segna 3 gol. A fine stagione il suo contratto giunge alla scadenza e non viene rinnovato. Padova Il 13 novembre 2013, il Padova informa di aver perfezionato il passaggio in biancoscudato dell'attaccante veneziano. Rocchi si lega alla società patavina con un contratto fino a giugno 2014. Viene convocato per la prima volta il 16 novembre nella sfida contro il Brescia terminata (0-0), tuttavia senza scendere in campo. Debutta il 20 dicembre nella partita contro il Pescara persa dai biancoscudati 1-0 entrando al minuto 75 al posto di Cristian Pasquato. Segna il suo primo gol stagionale il 24 gennaio 2014 nella sconfitta per 2-1 sul campo del Trapani. Haladás Nell'agosto 2014 firma per l'Haladás formazione ungherese che milita nella massima divisione. Il 13 settembre debutta in campionato nella sfida persa per 2-0 contro la Honvéd dei connazionali Vierchowod e Alcibiade, tre giorni dopo fa il suo debutto in coppa di lega contro il Siófok vincendo 2-0 e segnando entrambi i gol che permettono alla sua squadra di vincere e passare il turno. Il 5 ottobre segna il suo primo gol in campionato contribuendo alla vittoria per 2-0 ai danni del Lombard Pápa. Dopo un breve periodo trascorso in tribuna a causa di un infortunio al ginocchio, ritorna a segnare in campionato il 2 maggio il gol del momentaneo 1-3 nella sfida interna contro il Dunaújváros che terminerà poi 1-4. Il 31 maggio all'ultima giornata di campionato mette il sigillo nella seconda rete nella partita che finirà poi 3-0 ai danni del Puskás Académy sancendo la definitiva salvezza nella massima serie del suo club. A fine stagione dopo 3 reti in 17 incontri rimane svincolato. Tatabánya Dopo essere rimasto senza contratto, decide di rimanere un altro anno in Ungheria firmando un contratto annuale con il Tatabánya, militante in Nemzeti Bajnokság III, allenata da Bruno Giordano. Fa il suo esordio il 6 settembre 2015 nella sfida interna persa per 0-4 contro il Puskás Akadémy 2. Dopo un periodo di stop a causa di un risentimento muscolare riesce a segnare i suoi primi gol con il suo nuovo club mettendo a segno una doppietta che gli permette di raggiungere quota 200 gol in carriera nella vittoria per 5-1 contro il Sárvár. Successivamente, prima con una ricaduta dell'infortunio già patito e poi con le dimissioni di mister Giordano, nel resto della stagione non colleziona più nessuna presenza, finendo spesso in panchina e tribuna. Chiude la sua seconda stagione ungherese con 6 presenze e 2 reti ed il quinto posto finale in campionato. Sarà questa l'ultima annata sul campo per l'attaccante veneziano, il quale decide di appendere gli scarpini al chiodo. Nazionale Ha giocato in Nazionale sotto la gestione del CT Roberto Donadoni. Ha esordito a 28 anni, nella partita amichevole Italia-Croazia (0-2) del 16 agosto 2006 (prima partita dopo la vittoria dei Mondiali 2006, durante la quale non giocò nessun Campione del mondo, ad eccezione del portiere Marco Amelia). Successivamente Donadoni lo ha schierato all'Atleti Azzurri d'Italia di Bergamo in occasione della gara amichevole contro la Turchia e, a distanza di quasi un anno dalla prima convocazione, nella trasferta a Tórshavn contro le Isole Fær Øer nelle qualificazioni all'Europeo 2008. Nel 2008 viene convocato da Pierluigi Casiraghi nella Nazionale Olimpica per partecipare alle Olimpiadi di Pechino come unico fuoriquota del gruppo azzurro. In questo torneo segna un gol contro la Corea del Sud, ma si procura una microfrattura al perone che lo costringe ad abbandonare la competizione dopo la seconda partita del girone. Il giocatore laziale confesserà in lacrime di aver voluto giocare nonostante un dolore al piede, e che l'aver dovuto lasciare il torneo olimpico gli ha causato una grande tristezza. Verrà successivamente sostituito da Antonio Candreva. Allenatore Nell'estate 2016 inizia la carriera da allenatore nelle giovanili della Lazio, chiamato a guidare la squadra Giovanissimi Provinciali Fascia B delle Aquile, mentre la stagione successiva viene promosso su quella dell'Under-15 biancoceleste. Continua la sua esperienza nel vivaio laziale guidando la categoria Under-14, poi di nuovo l'Under-15, fino ad arrivare all'Under-18. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1993-1994 Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1994 Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 1994-1995 Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Lazio: 2008-2009 Supercoppa italiana: 1 - Lazio: 2009
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Corrado Grabbi - Calciatore E Allenatore Giovanili
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CORRADO GRABBI Nasce a Torino il 29 luglio 1975; nipote di Giuseppe, giocatore juventino degli anni Venti, cresce nella squadra bianconera, facendo tutta la trafila delle squadre giovanili. Diventa anche capitano della Primavera, nella quale sta muovendo i primi passi Alessandro Del Piero. Nella stagione 1994-95, Lippi lo promuove in prima squadra e il suo esordio in Serie A non tarda ad arrivare. È l’11 dicembre 1994 e la Juventus è di scena allo stadio Olimpico di Roma, contro la Lazio. La Juventus è sotto di un goal, quando viene espulso il laziale Cravero, autore di un bruttissimo fallo. Lippi ha un colpo di genio, toglie un difensore (Carrera) e inserisce Ciccio. La Juventus si trasforma; pareggia Del Piero dopo un minuto e, nel secondo tempo, prima Marocchi e poi lo stesso Ale (con uno splendido goal, uno di quelli che saranno chiamati “alla Del Piero”) portano la Juventus sul 3-1. A nove minuti dalla fine, Corrado è lanciato da solo contro Marchegiani; con una freddezza da consumato bomber Ciccio mette la palla in rete, realizzando la sua prima rete in Serie A. Poi, ci saranno i goal laziali di Casiraghi e di Fuser, ma la Juventus riuscirà a espugnare l’Olimpico, iniziando una favolosa cavalcata che la porterà a vincere lo scudetto. Grabbi è schierato anche nella partita successiva, contro il Genoa; la sua prestazione è buona ma non riesce a segnare. Scenderà in campo anche in Coppa Uefa, contro gli austriaci dell’Admira Wacker e in Coppa Italia, sempre contro la Lazio. Alla fine di quella stagione, è ceduto alla Lucchese.“HURRÀ JUVENTUS” NOVEMBRE-DICEMBRE 1994Il nonno, Giuseppe, nel 1926 vinse lo scudetto con la maglia della Juventus, il secondo della storia; il papà, Gigi, si è espresso fino alla Primavera bianconera e poi ha contribuito al rilancio del Settore Giovanile come allenatore; lui, Corrado Grabbi detto Ciccio, sta seguendo lo stesso percorso. Le giovanili bianconere, dopo aver partorito l’anno scorso un’incredibile nidiata, si trovano di nuovo ad ammirare un giovanotto che in questo inizio di stagione sta attirando su di sé l’attenzione della critica. Se la Primavera è la vetrina luminosa dove viene presentata la parte terminale del lavoro svolto, allora c’è da essere fieri che un “prodotto” del proprio vivaio si stia mettendo in luce a livello nazionale.Il bomber Grabbi nasce come giocatore proprio nei Pulcini della Juventus. Il suo è stato un iter tipico nelle giovanili, ma a un certo punto il sogno del ragazzo stava per infrangersi a causa di una malattia reumatica che all’età di tredici anni lo ha tenuto bloccato a letto per sei mesi. Un calvario tremendo per un ragazzino abituato a correre e a esprimersi su un campo di calcio. Anche in quell’occasione Ciccio ha saputo tenere duro e il sacro fuoco che aveva dentro lo ha sostenuto nella fase di ripresa agonistica. Tra i compagni del Combi e gli amici (Caielli e Del Sarto) del vicino Sporting, la sua maturazione si è gradatamente concretizzata.Intelligente è stata la scelta (consigliata) di trascorrere una stagione lontano da Torino dopo il campionato nella Berretti. L’anno tra i dilettanti, nelle file dello Sparta Novara, è stato determinante per la sua esplosione di cannoniere. Dieci reti in campionato e una ventina con la maglia della Nazionale di categoria agli ordini di Berrettini: Grabbi ha conquistato la fiducia dei dirigenti bianconeri a suon di goal, ma anche grazie alla sua tecnica.A sostituire Del Piero nei cuori degli affezionati del Combi non poteva essere chiamato un elemento più valido e spettacolare. Grabbi ha tutto per sfondare anche tra i grandi: potenza fisica, furbizia e quel po’ di mestiere che la sua dinastia gli ha trasmesso. Il destino pare gli abbia riservato un piano di vita che sembra essere stato preparato molti decenni fa. La storia di nonno Giuseppe, calciatore e ingegnere edile, non è nata per caso. Il binomio calcio e mattone non si è mai interrotto, nella dinastia dei Grabbi. Ciccio, mentre al sabato si scatena a suon di reti (già dieci alla sesta giornata), durante la settimana costruisce l’altro suo futuro studiando da geometra.Per ora, però, l’impresa del padre può attendere. Il calcio giovanile italiano sta per scoprire un futuro protagonista. Molto dipenderà da lui stesso. Di certo la Juventus lo guiderà passo passo verso i traguardi che sogna. Non per nulla Giraudo, Bettega, Moggi e Secco sono puntuali osservatori dietro la rete del Combi.Il ragazzo merita un’attenzione particolare; se continua di questo passo, ogni ipotesi è possibile: anche quella che un giorno non troppo lontano possa percorrere la stessa strada di nonno Giuseppe. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/corrado-grabbi.html -
Corrado Grabbi - Calciatore E Allenatore Giovanili
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CORRADO GRABBI https://it.wikipedia.org/wiki/Corrado_Grabbi Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 29.07.1975 Ruolo: Attaccante Altezza: 181 cm Peso: 80 kg Soprannome: Ciccio Alla Juventus dal 1994 al 1995 Esordio: 06.12.1994 - Coppa Uefa - Juventus-Admira Wacker 2-1 Ultima partita: 11.04.1995 - Coppa Italia - Juventus-Lazio 2-1 4 presenze - 1 rete 1 scudetto 1 coppa Italia Corrado Grabbi (Torino, 29 luglio 1975) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante, tecnico della squadra Under-14 della Juventus. Corrado Grabbi Grabbi alla Ternana nella stagione 1998-1999 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Squadra Juventus (U-14) Termine carriera 2008 - giocatore Carriera Giovanili 1992-1993 Juventus Squadre di club 1993-1994 → Sparta Novara 31 (8) 1994-1995 Juventus 4 (1) 1995 → Lucchese 8 (1) 1995-1996 → Chievo 18 (2) 1996-1998 Modena 58 (30) 1998-1999 Ternana 14 (2) 1999-2000 → Ravenna 29 (13) 2000-2001 Ternana 34 (20) 2001-2002 Blackburn 14 (1) 2002 → Messina 12 (4) 2002-2004 Blackburn 16 (1) 2004 → Ancona 7 (0) 2005-2006 Genoa 25 (8) 2006-2007 Arezzo 7 (0) 2007-2008 Bellinzona 6 (0) Carriera da allenatore 2009-2010 Juventus Pulcini 2010-2013 Juventus Esordienti 2013-2015 Juventus Giov. Reg. 2015-2019 Juventus U-15 (Vice) 2019-2021 Juventus U-15 2021- Juventus U-14 Biografia Soprannominato "Ciccio" fin da piccolo, è nipote di Giuseppe Grabbi, mediano della Juventus degli anni 1920, a sua volta vincitore di un titolo nazionale nella stagione 1925-1926; anche il padre, Luigi, ha giocato nelle giovanili del club bianconero, fino ad arrivare alla Primavera, mentre il figlio Edoardo ha effettuato la trafila nel vivaio del club torinese, fino ai Giovanissimi. È cresciuto a pochi passi dallo stadio Comunale di Torino, dove si allenava all'epoca la Juventus: una volta arrivato nelle giovanili della squadra bianconera, da centrocampista fu spostato subito al reparto più avanzato. In giovane età Grabbi non supera l'esame di maturità e si definisce un «geometra mancato». Sposato con Elisa, la coppia ha due figli. Caratteristiche tecniche Giocatore Emerso agli esordi come un centravanti molto dotato sia fisicamente sia tecnicamente, ciò nonostante numerosi infortuni ne hanno fortemente minato la carriera, costringendolo dapprima a ciclici stop e infine a un precoce ritiro dall'attività agonistica. Carriera Giocatore Gli inizi alla Juventus, prestiti vari Dopo esser cresciuto nelle giovanili della Juventus, dov'era anche capitano, per la stagione 1993-1994 passò in prestito allo Sparta Novara, tra i dilettanti. Per l'annata seguente tornò alla Juventus, dove fece la spola tra le giovanili di Antonello Cuccureddu, con cui vinse la Coppa Italia Primavera, e la prima squadra di Marcello Lippi, con cui esordì in Serie A l'11 dicembre dello stesso anno, nella gara dell'Olimpico di Roma contro la Lazio vinta 4-3 dai bianconeri, realizzando nell'occasione il suo primo e unico gol in maglia bianconera; cinque giorni prima aveva già fatto il suo debutto assoluto in campo europeo, nella gara di Coppa UEFA contro gli austriaci dell'Admira/Wacker. Al termine della stagione 1994-1995, pur da comprimario poté fregiarsi delle vittorie bianconere in Serie A e in Coppa Italia, che rimarranno gli unici trofei della sua carriera professionistica. Grabbi con la squadra Primavera della Juventus nella stagione 1994-1995 L'anno successivo venne mandato in prestito prima alla Lucchese, dove stentò a segnare (1 gol in 8 partite) e poi, da novembre, al Chievo, in entrambi i casi in Serie B: anche a Verona non riuiscì a segnare con continuità, realizzando solo 2 gol in 18 sfide di campionato. Nel 1996 passò poi al Modena, compagine di Serie C con cui siglò 30 gol in 58 partite. Come emerso dalla sua testimonianza contro Luciano Moggi e suo figlio Alessandro nell'ambito del processo Gea World, nel 1997 Grabbi si sarebbe dovuto trasferire al Prato ma, di fronte al rifiuto del giocatore, l'ex dirigente della Juventus gli rispose: «dovresti giocare nel giardino di casa tua»; Secondo lo stesso Grabbi, «hanno cercato di distruggermi, in Italia, altrimenti non si spiegherebbe perché stavo in retrovia nel Modena in Serie C e [dopo qualche anno, ndr] il Blackburn ha investito su di me 22 miliardi di vecchie lire». Ternana Le prestazioni offerte nel biennio in Emilia convinsero la Ternana ad acquistarlo nel luglio del 1998. Durante il periodo in Umbria uscì illeso da un incidente d'auto sul raccordo autostradale Terni-Orte. Nella prima stagione con la squadra umbra fu frenato da una rara malattia, il morbo di Ledderhose, che gli impedì quasi di camminare e per la quale finì spesso sotto i ferri, segnando solamente 2 gol (contro Monza e, dal dischetto, Verona) in 14 incontri di campionato. Dopo essere stato operato dai medici della Juventus per la prima volta nel giugno del 1998, andò in prestito per un'annata al Ravenna dove realizzò 13 gol. In questo periodo espletò anche gli obblighi di leva, guarendo completamente dalla malattia nell'ottobre del 1999 e prendendosi cinque mesi di convalescenza. Tornò così a Terni dove nel 2000-2001 disputò la miglior stagione della sua carriera, con 20 gol e 15 assist che lo fecero entrare nel cuore dei tifosi rossoverdi; in quell'annata Grabbi formò un prolifico trio d'attacco con Massimo Borgobello e Fabrizio Miccoli, portando la compagine rossoverde a sfiorare la promozione in Serie A. L'esperienza inglese, l'inizio del declino In virtù di ciò attirò le attenzioni degli inglesi del Blackburn, che ne acquistarono il cartellino nel luglio del 2001 in cambio di 22 miliardi di lire (6,7 milioni di sterline): l'acquisto, avallato dal tecnico Graeme Souness, si rivelò tuttavia un flop tanto che, secondo la stampa britannica, mai tanti soldi furono buttati «nella spazzatura»; ancora oggi è considerato uno dei peggiori trasferimenti nella storia della Premier League, campionato in cui non riuscì a incidere segnando solo 1 gol in 14 presenze e venendo dunque girato in prestito al Messina, in Serie B, nel gennaio del 2002. Neanche in Sicilia seppe riproporre la forma avuta nell'ultimo periodo a Terni, ma contribuì comunque alla conquista della salvezza grazie alla doppietta firmata, nell'ultimo turno, contro il Crotone. Rientrato in Inghilterra, Souness provò a dargli un'altra chance in Premier League ma Grabbi deluse nuovamente le aspettative: in 41 incontri tra campionato e coppe realizzò solo 5 gol e, ormai stanco di lui, nel gennaio del 2004 il Blackburn lo cedette a titolo definitivo e gratuito all'Ancona. Grabbi giustificò le sue mediocri prestazioni oltremanica con il difficile ambientamento al calcio e al clima britannico, aggiungendo anche i difficili rapporti con i suoi compagni di squadra. Ritornato in Italia, si presentò nelle Marche completamente fuori forma e dopo un paio di mesi s'infortunò; rientrò circa un mese dopo, allenandosi a parte. Ad Ancona però, non riuscì a evitare la retrocessione della squadra in Serie B, disputando solo 7 gare a causa del succitato stop fisico. Durante il periodo anconitano, nel marzo del 2004 tornò inoltre a soffrire del morbo di Ledderhose che l'aveva già colpito in passato a Terni, e che gli provocò l'ispessimento dell'arco plantare rendendogli difficile persino solo camminare. Ultimi anni L'anno successivo, debilitato da vari problemi al ginocchio, rimane inattivo. L'11 settembre 2005 venne ingaggiato dal Genoa di Giovanni Vavassori, contribuendo alla promozione della squadra ligure tra i cadetti. Prima del match di ritorno dei play-off contro il Monza, devastato dagli infortuni che lo avevano perseguitato negli anni (ha subito 8 interventi chirurgici ai piedi), annunciò di aver preso in esame la possibilità di ritirarsi dall'attività agonistica a causa delle sue condizioni fisiche, ma di essersi poi persuaso a continuare vista l'insistenza dei tifosi, dei compagni di squadra e del presidente genoano Enrico Preziosi. Nel gennaio del 2007 fu ceduto all'Arezzo, squadra dalla quale poi rescisse il contratto durante la successiva sessione estiva di calciomercato. Firmò quindi un accordo con il Bellinzona, compagine svizzera militante nella Challenge League, con la quale ottenne la promozione nella Super League. Al termine dell'annata 2007-2008 pose fine a una carriera costellata da troppi infortuni. In carriera ha totalizzato complessivamente 9 presenze e 2 reti in Serie A, 30 presenze e 2 reti in Premier League, e 122 presenze e 42 reti in Serie B. Allenatore Nella stagione 2009-2010 entra nello staff tecnico del settore giovanile della Juventus, diventando allenatore dei Pulcini. L'annata successiva passa gli Esordienti, mentre nel campionato 2013-2014 assume la carica di tecnico dei Giovanissimi Regionali. Dopo esserne stato vice negli anni precedenti, tra il 2019 e il 2021 è l'allenatore della squadra Under-15. Dall'estate 2021 passa a guidare la squadra Under-14. Nel corso degli anni diviene uno dei tecnici di riferimento del vivaio bianconero: in questa veste si fa apprezzare per il lavoro svolto sui giovani, sia sul piano tecnico sia soprattutto su quello umano, contribuendo alla crescita di elementi quali Moise Kean. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1994-1995 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Competizioni giovanili Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 1994-1995 -
ENRICO FANTINI LORIS MARZOCCHI, “HURRÀ JUVENTUS” LUGLIO 1995 Enrico è l’alter ego di Grabbi. Se Ciccio è tecnica e istrionismo, Fantini è il prototipo dell’attaccante-atleta che fa della sua fisicità un’arma dirompente. Scattante e velocissimo, in progressione diventa un autentico “babau” soprattutto se riesce a buttarsi negli spazi che le diverse situazioni di gioco creano. La sua storia di giovane calciatore ha una chiave di pendolarità tra Cuneo e Torino. Alla Juventus è arrivato sette anni fa quando, appena dodicenne, fu pescato nei “baby” del Beinette e portato agli ordini di Maggiora nella squadra Giovanissimi. Era poco di più di un bimbo, fragile nel corpo e naturalmente nello spirito. Fu una stagione in cui non convinse troppo i tecnici bianconeri e il suo ritorno a casa fu una conseguenza quasi inevitabile. Ma dentro al ragazzino che stava crescendo, stava lievitando piano piano, il giocatore di calcio. In tre stagioni al Cuneo, Fantini ha fatto progressi da gigante in ogni senso. Intanto il piccolo ragazzino che sgambettava nei Giovanissimi è diventato un giovanotto che denuncia oggi un’altezza di 184 centimetri intorno alla quale ha costruito un vero fisico da Marine. Non solo. Con il suo gioco di attaccante di razza, la sua mobilità di punta irrefrenabile, ha sviluppato doti tali da rendersi appetibile a diverse società. Quando era in “zona parcheggio” a Cuneo, gli si era fatto sotto anche il Milan che a lungo aveva insistito per portarlo a Milanello. Ma sulle piste del bomber era già tornata anche la Juventus con l’allora Direttore Sportivo delle giovanili Roncarolo. Toccò però a Furino l’opera di convincimento conclusiva. Un incontro a casa Fantini, presenti i genitori Pietro e Maddalena e il ritorno al Combi era cosa fatta. Con una clausola ben precisa: il ragazzo avrebbe fatto il pendolare, niente pensione con il resto dei giovanotti della Primavera e della Berretti. Più importante era la garanzia del focolare domestico, anche a discapito di grandi sacrifici e di ore a tremolare sul treno. Una scelta di principio non completamente condivisa dalla società che lo avrebbe voluto costantemente nel gruppo, ma che finora ha dato riscontri positivi. Basta guardarlo negli occhi. Fantini è l’immagine della serenità giovanile, di colui che guarda avanti con fiducia senza mai cercare l’illusione-rifugio nel gioco-lavoro che in questo momento sta svolgendo (con grande profitto e serietà). Intanto si è messo le spalle al sicuro arrivando a conseguire il diploma di perito elettronico perché «se non va bene con il calcio, almeno ho un pezzo di carta su cui puntare». Parole sagge, di un ragazzo maturo dal sorriso quasi automatico, disarmante. La vita gli ha insegnato a difendersi anche dalle critiche e a proteggere il proprio operato con legittima fermezza. Dai periodi non troppo brillanti ne è sempre uscito bene e alla fine ha sempre avuto ragione lui. La recente conquista della storica Coppa Italia porta a caratteri d’oro la sua firma. Nella doppia finale con il Bari è stato implacabile prima dal dischetto, nel match di andata al Combi, e poi in contropiede nello stadio mondiale di Bari. Due goal che, da soli, valgono una stagione tra l’altro già carica di soddisfazioni. L’anno scorso tra Berretti e Primavera raccolse un bottino di quindici reti; quest’anno, a tempo pieno con Cuccureddu, è già arrivato a dodici (compreso un goal all’Indonesia dal valore solamente statistico) e ci sono ancora da affrontare le fasi finali dei play-off. In Fantini credono in molti, anche Lippi che lo ha più volte convocato in prima squadra e gli ha regalato uno spezzone di partita contro la Roma all’Olimpico. Un esordio in Serie A di venti minuti che ha dato modo di constatare di che pasta dura è fatto il ragazzo. Nel frattempo ha pure giocato nella Nazionale Under 19 di Giannini mettendo a segno un goal contro la Grecia. La sua vita da pendolare proseguirà anche nella prossima stagione con il servizio militare (partenza a giugno destinazione Avellino). Nei suoi sogni c’è il Mondiale Militare che si svolgerà a Roma in settembre. Per ora non è tra i convocati ma è tra quelli in preallarme. La maglia azzurra con le stellette, magari in coppia con Del Piero sarebbe il massimo. Per il Settore Giovanile un motivo di orgoglio in più, per Fantini da Beinette una bella storia da raccontare in famiglia. Per ora l’elettronica può attendere. La storia bianconera di Fantini sarà molto breve: lo spezzone di partita contro la Roma resterà l’unica presenza di Enrico nella Juventus. Nella stessa estate del 1995, infatti, sarà ceduto alla Cremonese. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/11/enrico-fantini.html
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ENRICO FANTINI https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Fantini Nazione: Italia Luogo di nascita: Cuneo Data di nascita: 27.02.1976 Ruolo: Attaccante Altezza: 180 cm Peso: 69 kg Nazionale Italiano Under-20 Soprannome: - Alla Juventus dal 1994 al 1995 Esordio: 28.05.1995 - Serie A - Roma-Juventus 3-0 1 presenza - 0 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Enrico Fantini (Cuneo, 27 febbraio 1976) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Campione d'Italia in giovane età con la Juventus (1994-1995), nella sua carriera ha poi ottenuto otto promozioni con sette diverse squadre: Chievo (2000-2001), Modena (2001-2002), Fiorentina (2003-2004), Torino (2005-2006), Cuneo (2010-2011 e 2011-2012), Savona (2012-2013) e Virtus Mondovì (2013-2014). Enrico Fantini Fantini nel 2005 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 69 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 10 dicembre 2015 - giocatore Carriera Giovanili 1987-1988 Cuneo 1989-1995 Juventus Squadre di club 1994-1995 Juventus 1 (0) 1995-1996 → Cremonese 20 (1) 1996-1997 Venezia 17 (1) 1997-1998 → Alessandria 33 (10) 1998-1999 → Livorno 31 (7) 1999-2000 → Cittadella 20 (5) 2000-2001 → Chievo 40 (3) 2001-2002 → Modena 18 (2) 2002-2004 Venezia 53 (11) 2004-2005 Fiorentina 48 (2) 2005-2006 → Torino 38 (9) 2006-2007 Bologna 19 (2) 2007-2009 Modena 41 (3) 2009-2010 Alessandria 32 (3) 2010-2013 Cuneo 79 (45) 2013 Savona 11 (0) 2013-2014 Virtus Mondovì 24 (16) 2014 Corneliano Roero 2 (1) 2015 Ama Brenta Ceva 11 (9) Nazionale 1992-1994 Italia U-18 11 (4) 1993-1995 Italia U-19 9 (3) 1995-1996 Italia U-20 13 (5) Carriera da allenatore 2015-2016 Virtus Mondovì 2016-2017 Albese Carriera Giocatore Fantini in azione alla Juventus nel 1995 Cresciuto nel Beinette, formazione del suo paese d'origine, viene ceduto al Cuneo nelle cui file è presto notato dalla Juventus, che lo acquista facendolo maturare nel settore giovanile. Dopo alcune presenze nelle varie rappresentative giovanili azzurre, nel 1995 grazie al tecnico Marcello Lippi debutta diciannovenne in Serie A con la maglia bianconera e, pur riportando una sola presenza, può comunque fregiarsi da comprimario del titolo di campione d'Italia. La stagione seguente è ancora in massima categoria con la divisa grigiorossa della Cremonese di Gigi Simoni, con cui segna una rete in 19 gare. Nella stessa stagione un grave incidente automobilistico gli impedisce di esordire nella Nazionale Under-21. Nel 1996 il Venezia, in Serie B, lo acquista in comproprietà dalla Juventus. Successivamente, con la modalità del prestito, milita in varie squadre di Serie C1 quali Alessandria, Livorno e Cittadella. Nel gennaio 2000 ritorna nella serie cadetta indossando la maglia del Chievo. Nel 2001 passa al Modena e, nonostante un grave infortunio, contribuisce comunque al ritorno nella massima serie dei canarini. Nell'anno seguente ritorna al Venezia, che nel frattempo acquista il suo intero cartellino, dove risulterà decisivo per la salvezza dei lagunari. Nelle stagioni successive indossa le maglie di Fiorentina, dove ritrova la Serie A grazie anche alle sue due reti nello spareggio interdivisionale contro il Perugia, Torino, dove entra nella storia granata per il primo gol della rinascita post-fallimento, e Bologna dove però, a causa di un brutto infortunio, non riesce a dare pienamente il suo contributo. Fantini in azione al Cittadella nel 1999 Il 6 agosto 2007 ritorna al Modena firmando un contratto triennale. Il 7 agosto 2009, dopo aver rescisso il contratto con la squadra emiliana, scende di categoria e approda all'Alessandria, in Lega Pro Prima Divisione; per lui si tratta di un ritorno avendo già indossato la casacca grigia nel 1997. Dopo una breve preparazione con i disoccupati dell'Equipe Romagna, nel settembre 2010 firma un contratto con il Cuneo, in Serie D, squadra con la quale aveva iniziato in giovane età a giocare al pallone. Riporta i biancorossi in Lega Pro Seconda Divisione segnando 31 gol, vincendo a fine stagione anche lo scudetto di categoria. Si ripete l'anno dopo segnando 12 gol e portando i cuneesi alla storica promozione in Prima Divisione tramite i play-off. Nel gennaio 2013, dopo aver rescisso il contratto con la squadra biancorossa, passa al Savona, in Seconda Divisione, squadra con la quale ottiene il salto in Prima Divisione, settima promozione in carriera. A luglio dello stesso anno approda alla Virtus Mondovì, nel campionato di Promozione, contribuendo con 16 reti alla promozione dei griogiorossi in Eccellenza. A fine agosto 2014 passa alla neofondata Corneliano Roero, con la quale partecipa al campionato piemontese di Eccellenza; l'esperienza si interrompe a dicembre dello stesso anno. Nell'agosto 2015 comincia ad allenarsi con l'Ama Brenta Ceva, formazione cuneese di Seconda Categoria, con cui esordisce ufficialmente il 13 settembre a Chiusa Pesio mettendo a referto due assist e un gol su rigore. Il 10 dicembre dello stesso anno si ritira dall'attività agonistica. Allenatore Dopo aver iniziato a occuparsi già durante gli ultimi anni dell'attività agonistica della scuola calcio della Virtus Mondovì, nel 2015 intraprende con lo stesso club la carriera di allenatore. Nel novembre 2016 subentra come tecnico all'Albese, squadra militante in Eccellenza. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1993-1994 Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1994 Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 1994-1995 Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1994-1995 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Scudetto Serie D: 1 - Cuneo: 2010-2011 Competizioni regionali Campionato di Promozione: 1 - Virtus Mondovì: 2013-2014 (girone D)
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SIMONE TOGNON Nazione: Italia Luogo di nascita: Padova Data di nascita: 25.06.1975 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1994 al 1995 Esordio: 04.06.1995 - Serie A - Juventus-Cagliari 3-1 1 presenza - 0 reti 1 scudetto
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ALESSIO TACCHINARDI Un’idea dell’ex juventino Cesare Prandelli – scrive Salvatore Lo Presti, su “Hurrà Juventus” del settembre 1994 – lo trasformò pochi anni addietro da anonimo cursore di fascia in promettentissimo play-maker (un ruolo in via di estinzione malgrado ce ne sia un’impellente richiesta). Un litigio fra gli attuali dirigenti dell’Atalanta e il nuovo corso juventino (erano già d’accordo per lasciarlo un’altra stagione a Bergamo a maturare con Mondonico, quando le richieste esorbitanti per definire le posizioni di Morfeo e Locatelli interruppero bruscamente il dialogo e incrinarono i rapporti fra i due club, tradizionalmente amici) dirottò Alessio Tacchinardi a Torino con un anno di anticipo rispetto ai tempi previsti. Per una curiosa coincidenza, a Torino Tacchinardi ritrova Marcello Lippi, l’uomo che per primo, dopo Prandelli, ne aveva intravisto le grandi possibilità e che lo aveva fatto esordire in Serie A, poco più che diciassettenne, contro il Cesena. Nel cuore, però, Alessio ha sempre avuto la Juve e i suoi idoli. Nato a Crema il 23 luglio 1975, ha fatto rapidamente le sue scelte: la Juve e Platini. D’altra parte in quei tempi (fine anni Settanta, primi Ottanta) la scelta era obbligata: c’era una squadra che vinceva e dettava legge e c’era un campione che parlava con la «r» moscia, dava spettacolo e incantava, oltre a risultare spietatamente decisivo. «Quando avevo dodici o tredici anni» ricorda Alessio, «mio padre mi portò a Torino per vedere per la prima volta dal vivo la mia squadra preferita. Era una Juve-Samp, ricordo ancora l’emozione per la cornice di folla del "Comunale” e per il fatto di poter vedere giocare dal vivo i miei idoli. Fu una bellissima partita, decisa da uno straordinario gol di Platini. Cosa potevo pretendere di più?». La carriera di Alessio Tacchinardi prese la via di Bergamo, dopo che suo fratello Massimiliano, difensore di ruolo di qualche anno più grande di lui, aveva trovato fiducia nelle giovanili dell’Inter. Impostato fin da giovanissimo come centrocampista, Alessio Tacchinardi negli Allievi dell’Atalanta era stato utilizzato stabilmente come tornante. Vista la sua personalità, il senso della posizione, l’autorità e la perentorietà del lancio, Prandelli decise di proporlo come regista. L’esperimento riuscì perfettamente e il giovanissimo Alessio fu protagonista assoluto dell’irripetibile stagione che portò la squadra nerazzurra a dominare la scena giovanile vincendo il Torneo di Viareggio e il campionato nazionale «Primavera». Un’esplosione talmente prepotente, quella di Tacchinardi (insieme con l’altro promettentissimo gioiello Morfeo), da meritare le attenzioni di Marcello Lippi, allenatore della prima squadra, e quelle della Juventus. Lippi ne fu talmente convinto da farlo esordire in prima squadra, contro il Cesena. La Juve anticipò tutti e se lo assicuro definitivamente pur lasciandolo maturare a Bergamo. «Non sono certo io che devo scoprire Tacchinardi» ha detto ripetutamente Lippi in questo scorcio di stagione, «visto che due anni addietro l’ho lanciato in Serie A. Qui a Torino, quest’anno l’ho trovato maturato, fisicamente e psicologicamente. Certo, deve ancora crescere. Ma il senso della posizione e la capacità di orchestrare il gioco e orientare la manovra le possiede già». Alla Juve, Tacchinardi ha trovato davanti a sé due centrocampisti di consolidata fama internazionale come Paulo Sousa e Deschamps. Ma è il portoghese, indubbiamente, l’uomo cui somiglia di più. «Avere davanti a me Paulo Sousa è molto importante» ci diceva Tacchinardi durante il ritiro di Buochs, «perché gioca come piace a me. Da lui potrò imparare molto e crescere ulteriormente». Il portoghese, che non è certo un vecchio, è stato anch’egli molto accattivante nei suoi giudizi. «Tacchinardi» ha detto Paulo Sousa «ha già grandi qualità: il suo senso della posizione e la rapidità nell’impostare sono già buone. A mio avviso dovrebbe rischiare un tantino di più il lancio lungo: piedi e intelligenza non gli fanno certo difetto». «Ha già una notevole maturità» ha fatto eco Didier Deschamps dopo le prime partitelle, «deve solo migliorare nel recupero della palla: una qualità che cresce insieme con la maturazione fisica». Oggi Alessio Tacchinardi, che ha già alle spalle una consistente esperienza come «vice-Sauzée» nella sfortunata stagione scorsa dell’Atalanta, si propone già come una valida alternativa a Paulo Sousa, anche se Lippi qualche volta lo ha provato pure al fianco del portoghese. Lui si dice pronto a qualsiasi esperienza e si gode questa sua prima stagione di grande calcio: «La mia più grande emozione è stata quando ho festeggiato il diciannovesimo compleanno a Buochs, da giocatore della Juventus. Il fatto di essere insieme con tutti quei grandi campioni, mi ha fatto accapponare la pelle». Tacchinardi ha un sogno. Abbastanza ambizioso ma suffragato da circostanze accattivanti, per gli amanti della cabala. «Tre anni fa ho vinto lo scudetto Allievi e ho giocato col triangolino sulla maglia nella stagione successiva. Due anni fa ho vinto quello Primavera, e nella scorsa stagione con l’Atalanta baby ce l’avevo ancora sulla maglia. Nella scorsa stagione l’hanno vinto Del Piero e compagni e quest’anno, quando giocherò in "Primavera", lo avrò ancora addosso, lo scudetto. Ecco, vorrei che l’anno prossimo la tradizione non si interrompesse. E siccome non dovrei più giocare con la Primavera, fra un anno...». 〰.〰.〰 La Juventus gioca a zona e Lippi decide di schierarlo nel ruolo di difensore centrale: una soluzione azzeccata, poiché gli permette di compiere grandi passi. La convocazione nell’Under 18 gli spalanca cieli azzurri. Sergio Vatta, il tecnico che lo ha lanciato in Nazionale, dice: «Alessio è fra i migliori giocatori che ho avuto. Possiede una straordinaria visione di gioco e sa intuire con molto anticipo come si muoveranno i compagni». Poi lo scudetto, la Coppa Italia e la Nazionale. Gioca la prima gara in azzurro come difensore, accanto a Ferrara e Costacurta, il 6 settembre ‘95 a Udine contro la Slovenia. «Ricordo fortemente l’esordio con la maglia azzurra a 21 anni e la settimana in cui mi sono preparato a vestirla, per un calciatore la nazionale è probabilmente il traguardo più emozionante. Quando però sei nel vortice non riesci a fermarti e a gustare queste emozioni, adesso quando ci ripenso è straordinario rivivere quei momenti». CAMILLO FORTE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1995 «E chi l’avrebbe mai detto che un giorno avrei indossato la maglia juventina? Una sensazione strana che ancora oggi mi porto dietro. Al mattino mi sveglio e dico: ma è proprio tutto vero?». – Giochi nel ruolo che fu di Scirea, mica uno scherzo… «State a sentire. Per strada i tifosi mi fermano e dopo avermi fatto i complimenti mi dicono: “Alessio, continua così. Diventerai come Gaetano”. Miglior augurio non mi potevano fare. Li ringrazio e spero di non deluderli perché Scirea è stato uno dei difensori più forti del mondo. Io, invece, ho vent’anni e mille cose da imparare». – Rapida, bruciante, inarrestabile la tua scalata. «Ti riferisce alla convocazione azzurra? La dedico alla soprattutto a mio padre che stato vicino nei momenti difficili. Quali? L’anno scorso, per esempio, quando mi sono infortunato al ginocchio». – Come hai fatto a diventare libero... di sognare? «Pensare che all’inizio ero un po’ scettico. Lippi decise di provarmi nel ruolo per una situazione d’emergenza, alla fine della scorsa stagione; quest’anno siamo partiti dall’inizio con questa strategia e adesso eccomi qui». – Non ci sono alterazioni emotive nello sguardo e nella tua voce. «Perché sono un entusiasta: l’entusiasmo è la migliore delle medicine, produce effetti eccezionali sul tessuto muscolare e sulla psiche». – Tu e Del Piero, il futuro della Juventus. «Speriamo, per ora spero di essere il presente assieme a tutti gli altri miei compagni. La stagione è lunga, gli obiettivi tanti». – Iniziamo dallo scudetto che avete vinto da poco. «Una sensazione che non dimenticherò mai. Ricordo tutto di quei momenti. L’inizio, lo scetticismo dell’opinione pubblica. Poi, strada facendo, ci siamo accorti che non eravamo tanto male, anzi. Milan, Parma e via di seguito: le abbiamo battute tutte». – Quando hai capito che potevate conquistare il tricolore? «L’otto gennaio dello scorso anno. AI Tardini, 3-1 per noi». – Spendi due parole per Marcello Lippi. «Sarebbe troppo facile parlare di lui, ma se siamo cresciuti così tanto il merito è soprattutto suo. Poi, naturalmente, lo staff tecnico che ha portato ii nostro allenatore. Gente preparata che non lascia niente di intentato e studia tutto anche nei più piccoli particolari». – I tuoi compagni, racconta. Vialli è il leader. E perché? «State a sentire. Ero da poco alla Juve e, in una partita, ho visto Luca inseguire un avversario qualsiasi per più di trenta metri. Al termine dell’azione mi sono detto: Vialli è proprio un grande. Da quel giorno ho capito che per diventare bravi non bisogna avere paura della fatica». – Non solo Vialli, però. «Sì, perché per vincere bisogna avere i campioni come lui e Ravanelli ma anche un gruppo di cui, con orgoglio, faccio parte». – Quest’anno, alla luce dei primi risultati, sembra di nuovo una lotta tra voi e il Milan. «Non dimentichiamo le altre, il Parma e le due romane. C’è ancora tempo per recuperare. La stagione è lunga». – A 19 anni conquisti la Juve, a 20 la Nazionale. Nel frattempo hai vinto scudetto, Coppa Italia e partecipato a una finale Uefa. Non solo: da riserva sei diventato titolare e da centrocampista ti sei trasformato in libero. Quante cose in soli dodici mesi, tutte belle e avvincenti! «Proprio così. Ma il difficile arriva adesso, devo cercare di migliorarmi». – La svolta: di chi il merito? »Scusate l’insistenza, ma la domanda ha una risposta scontata: Marcello Lippi. Se non fosse stato lui a indicarmi la svolta, a quest’ora sarei ancora alla ricerca di un qualcosa di concreto. Lui, infatti, mi ha lanciato in serie A. Lui, prima di tutti, ha capito che potevo giocare da libero». – Giusto, e poi? «I miei compagni, soprattutto quelli che vanno in panchina o addirittura in tribuna. I loro consigli sono stati fondamentali quelli di Fusi e Carrera, quelli di tanti altri». – Siamo pignoli e, soprattutto, convinti che ti manca una cosa. Con il tiro che ti ritrovi segni poco. Perché? «Cercherò di rimediare. Quando mi trovo in zona gol, o meglio in zona tiro, proverò a tirare. In passato qualche rete sono riuscito a farla». – La Champions League, adesso. «Bella, avvincente, unica. Possiamo vincerla, ci proveremo. I nostri tifosi vogliono il trofeo più ambito da festeggiare e noi faremo il possibile per regalarglielo. Regalarcelo. Sino a oggi sono riuscito a trasformare in realtà tutti i sogni, la Coppa dei Campioni è uno di questi. Chissà». – Per concludere? «Non mi sembra vero, essere qui alla Juventus con lo scudetto cucito dalla parte del cuore. Ovviamente bianconero...». Dopo l’exploit, soffre una crisi di identità di ruolo: libero o centrocampista? Il dubbio viene sciolto dal campo nel 1997: da quel momento in poi, in Italia e in Europa, applaudiranno un grande centrocampista dotato anche di una gran fucilata da fuori area. Carletto Ancelotti ne fa uno dei protagonisti dei suoi quasi due scudetti. Quando Umberto Agnelli scarica il tecnico emiliano per restituire la panchina a Lippi, Tacchinardi regala a Carletto un gol di rara bellezza contro l’Atalanta, ultima gara di un campionato sfortunato, il 2000-01. Con tecnico viareggino sono altri anni di grandi trionfi: due scudetti, due Supercoppe Italiane e una finale di Coppa Campioni persa contro il Milan. È il turno di Capello: con Don Fabio, Tacchinardi conosce più la panchina che il campo, ma riesce a conquistare un nuovo tricolore, il sesto della sua eccezionale carriera. Nell’estate del 2005, Alessio abbandona la Juventus e si accasa in Spagna, nel Villareal; nonostante non sia una squadra formata da grandi campioni, Tacchinardi riesce a trasferirne tutta la sua esperienza fino a portarla alla semifinale di Coppa dei Campioni, eliminati dall’Arsenal, con grande rimpianto per un calcio di rigore fallito, nel finale della partita di ritorno, dall’argentino Riquelme. «Dopo l’arrivo di Capello mi sono sentito ai margini della squadra. Così, quando è arrivata la proposta del Villareal, l’ho accettata. In Spagna ci sono meno tensioni e pressioni. Lì se provi la giocata e non ti riesce, non ti fischiano. Diciamo che in Spagna, come in altri paesi, c’è più cultura sportiva. Quando abbiamo eliminato l’Inter dalla Champions, ho provato una grandissima gioia!». MAURIZIO SARRICA, DA “CALCIO GP” DEL MARZO 2011 È sempre stato juventino dentro, Alessio Tacchinardi, fin dalla nascita. Colori che scorrono più forti che mai, continuamente, nelle sue vene perché: «Mi sono sentito sempre uno della curva, ho gioito, sofferto e lo faccio ancora con loro, i miei tifosi». Giocava accanto a gente del calibro di Zidane, Davids, Deschamps, ma non si faceva mai intimorire dal blasone altrui anzi era il primo a lottare, la sua grinta non aveva eguali, rubava palloni e subito impostava, da vero e proprio leader. Ha passato lunga vita alla corte della sua dama, donandole tutti gli ornamenti più belli, tutto quello che c’era da conquistare. L’unico suo rimpianto è stato quello: «Di non aver chiuso la carriera nella mia squadra del cuore, ci tenevo tanto, ma se poi mi dicono che dovevo fare la riserva a Tiago e Almirón...». Parole di amore, di rabbia, tristezza. Frasi da juventino vero. Concetti e pensieri che emergono ancora oggi, tanto che Alessio parla di disastro, confusione ed errori imperdonabili per spiegare quello che sta succedendo alla Vecchia Signora e invita a trovare la possibile soluzione alla crisi coniando il seguente motto: «Dare la Juventus agli juventini, dal settore giovanile alla prima squadra». – Non ti prendevi quasi mai le luci della ribalta, eppure sei sempre stato uno dei primi a essere acclamato dai tifosi. Perché? «Avevo un grandissimo attaccamento alla maglia. Finita la partita, sia dopo una vittoria che una sconfitta, andavo sempre sotto la curva, a ringraziare la mia gente. Loro ti sostengono sempre se dai l’anima in campo, sanno che ci sta se qualche volta non vinci, ma devi sputare sangue per questi colori, la maglia bianconera pesa tantissimo, non tutti lo sanno». – Ricordi una vittoria particolare, una di quelle capaci di lasciare il segno, fondamentali per dare il via al vostro ciclo vincente? «Mi viene subito in mente la vittoria in rimonta, dallo 0-2 al 3-2, contro la Fiorentina. Quello è stato uno spartiacque importante per il nostro futuro vincente. Dieci giorni fa, poi, ho visto anche un’altra partita che ha fatto la storia, Milan-Juventus 1-6. Che nostalgia ragazzi, che squadra». – Che nostalgia canaglia di Luciano Moggi si direbbe in questi casi. «Beh, che dire. Stiamo parlando del migliore direttore sportivo di tutti i tempi. Normale che tutti lo rimpiangano. Ma non solo lui, anche uno come Giraudo manca a questa società. Il Direttore sapeva mantenere tutti sulla stessa lunghezza d’onda, andava d’accordo con tutti, Birindelli, Pessotto, Davids. Riusciva a comprendere e a capire i caratteri di tutti. Ricordo, ad esempio, che, quando all’età di 24-26 anni non trovavo molto spazio tra i titolari e manifestavo la voglia di andarmene, la sera mi portava a cena e riusciva sempre a calmarmi, da grande psicologo. Perché lui era anche quello, insomma un punto di riferimento. Non aveva soldi per fare il mercato, ma lo sapeva fare. Noi avevamo in panchina un certo Michele Padovano che quando entrava spaccava le partite, Birindelli, Pessotto, Zalayeta. Con questi giocatori abbiamo sbancato il Camp Nou». – E poi dicono che ai tempi della Triade si vinceva perché si era aiutati dagli arbitri. «Non scherziamo. Possono dire quello che vogliono, la Juve è sempre stata la più forte. Quando l’Inter veniva a Torino giocava da provinciale, pensava solo a difendersi. L’ho battuta anche quando ero al Villareal e da favorita si comportava sempre allo stesso modo. Voglio lanciare una provocazione. Se i dirigenti della Juve nel 2006 avessero detto che la squadra sarebbe ripartita dall’Interregionale, volevo vedere se poi non ci facevano rimanere in A con una penalizzazione ma con gli scudetti al suo posto. Lo sbaglio è stato fatto all’inizio, la rinuncia a ricorrere al TAR. È stato come ammettere le proprie colpe». – Il tuo nome fa parte delle 50 stelle del firmamento, dei giocatori che hanno fatto la storia di questa gloriosa società, che dalla prossima stagione rimarranno scolpite per sempre nella nuova casa bianconera. «Prima di tutto voglio ringraziare di cuore tutti i tifosi juventini per questo riconoscimento. Non vedo l’ora di riabbracciarli, sono unici. È il coronamento di tanti anni spesi dando tutto, anima e cuore per questa società. Il mio desiderio è quello di vedere ancora oggi tanti miei ex compagni al servizio della Juventus, a partire già dalle giovanili. Sarebbe il giusto riconoscimento per quello che abbiamo fatto». ALESSANDRO BARETTI, DA TUTTOSPORT.COM DEL 12 APRILE 2014 Davanti ha solo Alessandro Del Piero. Alessio Tacchinardi è il secondo calciatore nella storia bianconera per presenza nelle competizioni internazionali (93 per il mediano, 130 per l’attaccante). Da sempre tifoso della squadra con cui ha giocato dal 1994 al 2005, il centrocampista con la Juve ha vinto anche la Champions League, nel 1995-96. – Tacchinardi, definisca lo juventinismo? «Una cosa che prende i tifosi, la squadra e la società e li rende un blocco unito contro tutto e tutti. E che si esprime nella voglia di vincere sempre, di essere i più forti sapendo di ricevere in cambio odio da ogni altro elemento esterno al mondo Juve. Un odio che nutre la fame di vittorie, e che rende i nostri successi ancora più belli. Conte ha perfettamente ragione: da una parte ci sono gli juventini, dall’altra tutto il resto. Prima di diventare un calciatore bianconero ero un semplice tifoso, all’interno dello spogliatoio ho capito meglio il senso della Juve. All’inizio non capivo le facce dei compagni quando si pareggiava, mi dicevo che in fondo avevamo fatto un punto. Poi ho capito che se giochi nella Juve, il pareggio equivale a una sconfitta. Conta unicamente il successo, esattamente come dice Boniperti». – E l’anti-juventinismo cos’è? «La critica costante. L’invidia verso il più forte. Quando le altre squadre cambieranno mentalità, potranno risolvere il senso di inferiorità rispetto alla Juventus. Smettendo di pensare che vinciamo grazie a presunti aiuti. Semmai i trionfi arrivano perché ogni componente è perfetta. Città compresa. A Torino, quando esci e vai al ristorante, la gente non viene a salutarti, ti lascia vivere. Questo, per un professionista, è molto importante. Decisivo, poi, è il fatto che la società sia tornata in mano a un Agnelli. Con la gestione Cobolli Gigli-Blanc l’identità bianconera si stava perdendo». – Amato dal popolo bianconero, inviso agli altri: quale sentimento è prevalso? «Il secondo. Anche perché giocavo in una Juve di calciatori che in campo non guardavano in faccia nessuno: Conte, il sottoscritto, Davids e Montero, per dirne alcuni. Tra gli avversari, ci facevamo pochi amici. Ma abbiamo vinto tanto». – Un episodio di chiaro anti-juventinismo? «L’anno scorso sono stato a un passo dall’allenare una squadra giovanile di una società importante. Sono stato bocciato perché bianconero. E ne vado fiero». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/alessio-tacchinardi.html#more
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ALESSIO TACCHINARDI https://it.wikipedia.org/wiki/Alessio_Tacchinardi Nazione: Italia Luogo di nascita: Crema (Cremona) Data di nascita: 23.07.1975 Ruolo: Centrocampista Altezza: 187 cm Peso: 80 kg Nazionale Italiano Soprannome: Takky Alla Juventus dal 1994 al 2005 Esordio: 04.09.1994 - Serie A - Brescia-Juventus 1-1 Ultima partita: 24.04.2005 - Serie A - Lazio-Juventus 0-1 404 presenze - 15 reti 7 scudetti 1 coppa Italia 4 supercoppe italiane 1 champions league 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale 1 trofeo intertoto Alessio Tacchinardi (Crema, 23 luglio 1975) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Alessio Tacchinardi Tacchinardi alla Juventus nel 2003, in conferenza stampa prima di una sfida di Champions League. Nazionalità Italia Altezza 187 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1º luglio 2008 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Pier Giorgio Frassati 19??-19?? Pergocrema 19??-19?? Atalanta Squadre di club 1992-1994 Atalanta 9 (0) 1994-2005 Juventus 404 (15) 2005-2007 → Villarreal 45 (3) 2007-2008 Brescia 34 (9) Nazionale 1992-1993 Italia U-18 9 (1) 1994-1997 Italia U-21 12 (1) 1995-2003 Italia 13 (0) Carriera da allenatore 2009-2010 Pergocrema Allievi 2012 Pergocrema Allievi. Naz. 2012-2013 Brescia Allievi. Naz. 2013 Pergolettese 2015-2016 Pergolettese 2018 Lecco 2019 Crema 2021 Fano 2022 Lecco Palmarès Europei di calcio Under-21 Oro Spagna 1996 Biografia È fratello minore di Massimiliano, anche lui calciatore, quest'ultimo con una carriera prettamente nelle serie minori italiane. Caratteristiche tecniche Giocatore Dopo gli inizi da tornante nel settore giovanile dell'Atalanta, Cesare Prandelli, suo tecnico nella squadra Primavera dei bergamaschi, lo sposta a regista di centrocampo per meglio sfruttarne personalità, senso della posizione e lancio in avanti; ciò anche per via della buona tecnica di base nonché visione di gioco, tutte qualità che gli permettono inoltre di impostare velocemente l'azione. Con l'approdo alla Juventus, nel primo biennio a Torino Marcello Lippi lo arretra inizialmente con successo a difensore centrale, in uno schieramento a zona. Dopo la positiva stagione 1994-1995 in questo ruolo, tuttavia, una successiva crisi tecnica lo porta ad abbandonare il reparto arretrato per ritornare stabilmente, dal 1997, a centrocampo, posizione in cui sporadicamente trova anche la rete grazie a potenti conclusioni dalla distanza. Carriera Giocatore Club Atalanta Un giovane Tacchinardi agli esordi con l'Atalanta nel 1993 Inizia a dare i primi calci nella natìa Crema, nella Pier Giorgio Frassati, squadra dell'oratorio del quartiere San Bernardino. Prosegue quindi nel settore giovanile della principale società cittadina, il Pergocrema, prima di entrare ancora bambino nel vivaio dell'Atalanta. Con gli orobici compie tutta la trafila delle squadre giovanili, cresciuto da tecnici quali Eugenio Perico, Fermo Favini e soprattutto Cesare Prandelli – «l'allenatore che mi ha cambiato la vita» –; a Bergamo diviene presto capitano e leader di un gruppo che annovera altri promettenti elementi quali Domenico Morfeo, Tomas Locatelli, Paolo Foglio e Gianluca Savoldi, vincendo nei primi anni 90 prima il Campionato Allievi Nazionali e poi il Campionato Primavera. In quest'ultima stagione, 1992-1993, comincia inoltre ad allenarsi stabilmente con la prima squadra atalantina, fino ad esordire da professionista il 24 gennaio 1993, diciassettenne, mandato in campo dall'allenatore Marcello Lippi durante la vittoria interna 2-1 sull'Ancona. Juventus Nell'estate 1994 si trasferisce alla Juventus per 4 miliardi di lire. Inizialmente acquistato come elemento di prospettiva da mandare nell'immediato a svezzare altrove – «i dirigenti mi dicono che andrò solo in ritiro con loro per poi essere prestato alla Sampdoria» –, nel corso del precampionato riesce a far cambiare i piani venendo così inserito in pianta stabile nella rosa bianconera. A Torino ritrova Lippi il quale, nonostante l'ancora giovane età di Tacchinardi, nella stagione d'esordio gli concede 24 presenze in campionato, facendo sì che contribuisca attivamente alla conquista del ventitreesimo scudetto della storia juventina; nella stessa annata solleva anche la Coppa Italia. L'anno successivo la squadra piemontese vince la Champions League, anche se il centrocampista non scende in campo nella finale di Roma contro gli olandesi dell'Ajax. Tacchinardi (in piedi, secondo da sinistra) nella Juventus della stagione 1998-1999 Con la Juventus vince negli anni successivi altri quattro campionati, due dei quali, 2001-2002 e 2002-2003, lo vedono protagonista della mediana torinese in coppia con Edgar Davids. Grazie alle sue prestazioni e al suo attaccamento alla maglia, nel 2011 è stato omaggiato dai tifosi bianconeri di una stella celebrativa nella walk of fame dello Juventus Stadium. Villarreal e Brescia Nell'estate 2005 viene ceduto in prestito biennale agli spagnoli del Villarreal, con cui raggiunge la semifinale della Champions League 2005-2006. Terminata l'esperienza in Spagna, il 20 luglio 2007 rescinde il contratto, dopo tredici stagioni, con la società bianconera, accasandosi in Serie B al Brescia di Serse Cosmi. Con le rondinelle disputa una buona stagione soprattutto sul versante realizzativo, con 9 reti in 36 presenze che contribuiscono al raggiungimento della semifinale play-off; tuttavia nel corso dell'annata «comincio a sentire dolori al ginocchio, la cartilagine è lesionata, faccio fatica ad allenarmi bene», sicché il 5 luglio 2008 rescinde consensualmente il contratto con i lombardi. Nella prima parte della stagione 2008-2009 si allena con la squadra Amatori della polisportiva di Capergnanica, nel campionato CSI, ma alla fine prende la decisione di ritirarsi dal calcio professionistico per mancanza di ulteriori stimoli. Nazionale Tacchinardi (in piedi, secondo da sinistra) all'esordio in nazionale maggiore, il 6 settembre 1995. Durante gli anni all'Atalanta colleziona 9 presenze e un gol nell'Italia under 18. Il passaggio alla Juventus, nel 1994, coincide con l'esordio in Under-21. Titolare stabile della formazione guidata da Cesare Maldini, partecipa con gli azzurrini alle qualificazioni per il campionato europeo di categoria del 1996, e fa parte della rosa che successivamente vince la competizione. Il 6 settembre 1995 esordisce nel frattempo con la nazionale maggiore, convocato da Arrigo Sacchi, nella partita valevole per le qualificazioni al campionato europeo di calcio 1996 e vinta 1-0 contro la Slovenia; per il successivo lustro, rimane tuttavia questa la sua unica presenza in maglia azzurra. Torna in nazionale nel 2000, richiamato da Dino Zoff. Stavolta ha modo di vestire l'azzurro in maniera più continuativa, e pur senza far parte della rosa fissa degli azzurri né partecipare a fasi finali di Mondiali o Europei, sotto le gestioni tecniche di Zoff e Giovanni Trapattoni scende in campo per altre 12 volte fino al 2003. Allenatore Come per quella di calciatore, anche la carriera di allenatore inizia nella natìa Crema, quando nel 2009 diviene tecnico della formazione Allievi del Pergocrema. Il 29 giugno 2012 assume la guida degli Allievi Nazionali del Brescia. Il 30 maggio 2013 assume l'incarico di allenatore della prima squadra della Pergolettese, nel campionato di Lega Pro Seconda Divisione. Nonostante un filotto di sette risultati utili consecutivi, il 25 settembre si dimette per motivi personali. Il 4 luglio 2015, a distanza di due anni torna sulla panchina dei gialloblù, stavolta in Serie D. A fine campionato lascia nuovamente i cremaschi, dopo averli condotti alla salvezza. Il 28 gennaio 2018 subentra ad Alessio Delpiano sulla panchina del Lecco, in Serie D. Al termine della stagione, chiusa al settimo posto della classifica, lascia la squadra lombarda rifiutando il rinnovo del contratto, adducendo motivi personali. Dopo una stagione d'inattività, il 25 giugno 2019 va a sedersi sulla panchina del Crema, in Serie D; tuttavia anche quest'esperienza ha breve durata, dimettendosi 12 novembre dello stesso anno. Il 22 marzo 2021 viene scelto come nuovo tecnico del Fano, terzultimo in Serie C, in sostituzione del dimissionario Flavio Destro; a fine campionato non riesce a evitare la retrocessione dei marchigiani, dopo avere perso i play-out con l'Imolese. Il 20 giugno 2022 ritorna dopo un quadriennio sulla panchina del Lecco, in Serie C, tuttavia un inizio negativo di campionato gli costa l'esonero dopo quattro giornate. Dopo il ritiro Dalla stagione 2014-2015 è opinionista sportivo per i canali Mediaset. Palmarès Giocatore Peruzzi, Iuliano, Tacchinardi, Zidane, Lombardo, Del Piero, Porrini, Di Livio e Dimas celebrano i trionfi della Juventus nel 1996 in Champions League e Coppa Intercontinentale. Club Competizioni giovanili Campionato Allievi Nazionali: 1 - Atalanta: 1991-1992 Campionato Primavera: 1 - Atalanta: 1992-1993 Torneo di Viareggio: 1 - Atalanta: 1993 Trofeo Dossena: 1 - Atalanta: 1993 Competizioni nazionali Campionato italiano: 7 - Juventus: 1994-1995, 1996-1997, 1997-1998, 2001-2002, 2002-2003, 2004-2005, 2005-2006 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Supercoppa italiana: 4 - Juventus: 1995, 1997, 2002, 2003 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Coppa Intertoto UEFA: 1 - Juventus: 1999 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - Spagna 1996
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PAULO SOUSA Il primo vero e importante colpo dell’era-Bettega per la stagione ‘94-95 – si legge su “Hurrà Juventus” del maggio 1994 a firma di Manuel Martin de Sà – è già stato centrata. Il suo nome è Paulo Manuel Carvalho Sousa, proviene dalla Sporting Lisbona ed è stato reclutato per mettere in ordine e sistemare definitivamente il centrocampo juventino. È lui l’uomo della provvidenza, quello che avrà il compito (insieme a Robby Baggio e a tutti gli altri, s’intende, di dare avvio a un riscatto che tarda da ben otto lunghi e frustranti anni. Sul campione portoghese, in chiave calcistica, ormai si è detto quasi tutto: che sa recuperare palloni come nessuno al mondo; che il suo atteggiamento in campo ricorda quello di un altro Paulo, il brasiliano Falcão (un paragone che lui non scarta a priori); che con i suoi fendenti diagonali semina il panico e lo scompiglio nelle retrovie avversarie; che vede, valuta e risolve in un attimo le situazioni più intricate; che ha carattere, tempra, personalità, stile; che ha uno spiccato senso tattico e una notevole carica agonistica; che è superdotato tecnicamente e atleticamente. Insomma, che è un fuoriclasse in tutti i sensi, per di più arricchito da un encomiabile spirito altruista. Tutte cose indovinate, veritiere, giuste, seppure qualche volta inframmezzate di altre non tanto esatte, per non dire del tutto fantasiose. Fin qui il calciatore. E il Sousa-uomo qualunque, com’è in realtà? Sotto il profilo strettamente umano, quali sono le sue doti? I suoi pregi e i suoi difetti? Questo è l’altro aspetto sul quale la stampa italiana non si è ancora soffermata (a onor del vero neppure quella portoghese), e che magari è il lato più interessante del nostro eroe. Per conoscerlo, siamo andati a trovare Sousa allo stadio José Alvalade, dopo un logorante allenamento durato due ore (com’è nelle abitudini di Carlos Queiroz), in una brutta giornata di fustigante pioggia e vento freddo, con in mezzo una stancante e non proprio divertente seduta di foto per questo stesso servizio. «Sono nato e cresciuto a Viseu, nel centro del Portogallo, in seno a una famiglia di pochi averi ma in cui, al contrario, non mancavano l’armonia, l’affetto, il senso del dovere e della giustizia. Cioè, un focolare eticamente ineccepibile» esordisce il neoacquisto bianconero. «Mio padre Delfim era ed è meccanico di moto e mia madre, Maria Madalena, sarta. Meno male che adesso, con il mio aiuto, può permettersi di stare a casa. Chi svolge lavoro dipendente, per di più umile non può di certo campare nell’agiatezza, stenta a far quadrare il bilancio domestico. Io sono il primogenito. Poi è arrivato un fratello e le cose, naturalmente, dal punto di vista dei mezzi, non sono migliorate». Nell’infanzia, Sousa fa quello che di solito fanno i ragazzi di origine campagnola: va a scuola e sferra i primi calci nelle strade impolverate del suo paese. L’eccezione è il fratello minore, che dal mondo del football non si è mai lasciato sedurre. Fino ai dodici anni è stato così. Il traguardo da inseguire era quello del profitto scolastico, degli esami che occorreva superare. Ma a quell’età è ancora facile conciliare gli impegni scolareschi con il divertimento. Tant’è vero che, proprio in quel periodo Paulo, trova ancora il tempo e il modo di provare altre attività sportive come il basket e l’at1etica leggera, corse sulla media e lunga distanza. Non voleva smentire una specie di diffusa predestinazione della sua terra, che ha dato i natali a famosi corridori di fondo. L’unico rimpianto è non aver mai provato con la pallavolo, la disciplina sportiva che gradisce di più. Tra i dodici (quando firma il primo cartellino per il Repesenses) e i quindici anni la scuola e il calcio convivono fianco a fianco senza intralci e senza motivi di recriminazione dell’una verso l’altro. Intanto, mentre si mette in evidenza nella formazione degli «iniciados›› che disputa il campionato portoghese della categoria (zona nord), e che trascinata da lui si batte a tu per tu con le rappresentative del Porto del Boavista, Sousa conclude anche il ginnasio (nono anno di scolarità), con un dieci e lode in matematica. Il sogno era diventare insegnante, più precisamente maestro elementare. Ma è stato un sogno mancato, perché il destino ha deciso diversamente. Infatti, uno di quelli osservatori (olheiros, da olh=occhio) che percorrono di continuo il Paese in lungo e in largo, Peres Bandeira, già c.t. delle Nazionali giovanili, lo segnala al Benfica: «Il signor Bandeira si mise in contatto con mio padre e l’accordo venne raggiunto in pochi giorni. Anche se tifavo Sporting e il trasloco mi allontanava dai miei e scombussolava radicalmente i miei progetti, non potevo permettermi il lusso di rifiutare l’occasione di spiccare il primo grande salto della mia vita». Al Benfica furono sette anni di apprendistato, di evoluzione, di maturazione, di affermazione. «Quasi tutto quello che valgo come calciatore lo debbo all’allenatore Tamagnini Nenè (un goleador del Benfica negli anni 60, n.d.r.)». Il corollario logico di questa crescita è l’arrivo stabile prima alla Nazionale juniores (campione mondiale Under 20 nell’89 a Ryad, in Arabia Saudita) e poi a quella principale. «Debbo ringraziare Carlos Queiroz, perché mi ha proiettato a livello internazionale e instillato in me la mentalità vincente, e Sven Göran Eriksson, perché mi ha lanciato in prima squadra quando ero appena un diciannovenne. Due grandi allenatori che hanno segnato in modo tangibile e indelebile la mia carriera». I primi anni a Lisbona li ha vissuti avidamente, cercando di assorbire tutto quello che una grande città può offrire a un giovane come lui, dalle nuove esperienze ed emozioni alle nuove amicizie. «Mi sono adattato abbastanza agevolmente, meglio di quanto immaginavo. Ciò mi fa sperare che anche a Torino non sia difficile. Il segreto forse sarà nella mia capacità di fare amicizie. L’etichetta che mi hanno affibbiato, di essere troppo riservato, non corrisponde per niente alla realtà. Anzi. Il fatto è che non mi fido di nessuno al primo impatto. Ma se l’impressione iniziale è favorevole, allora mi sciolgo. È vera inoltre un’altra cosa, magari sorprendente: riesco più facilmente a trovare amici fuori dall’ambiente del calcio che al suo interno. Secondo me, il mondo del calcio, purtroppo, è molto egoista, molto individualista». La sua parabola (ventiquattro anni il prossimo 30 agosto) non ha ancora raggiunto l’apice. Il margine di miglioramento è tuttora ampio, anche se Paulo era già da ben tre anni un caposaldo del centrocampo del Benfica e adesso, dopo il clamoroso trasferimento della scorsa estate, di quello dello Sporting, che con lui sogna uno scudetto che non vince da dodici anni. Su questo trasferimento, però, e sullo scalpore che ha suscitato, Sousa, prototipo per antonomasia della nuova generazione di calciatori portoghesi, preferisce tacere. E un suo diritto. Il mestiere di calciatore l’ha costretto a girovagare un po’ dappertutto. Logico, quindi, che conosca l’Italia o almeno alcune delle sue città più importanti e che una opinione se la sia fatta. Di Torino, per quanto strano possa sembrare, è entusiasta: «È proprio così. Torino mi piace più di Milano e anche di Roma. Non lo dico per piaggeria verso i torinesi, ma perché è la nuda e cruda verità. La trovo accogliente, calorosa, confortevole, rasserenante, intimista, piena di fascino. Penso si addica al mio carattere. Me l’avevano dipinta fredda, distante, altezzosa, ma secondo me questo cliché non se lo merita. Eppoi, il fatto di essere una metropoli prealpina, di inverni rigorosi, quasi quasi mi rincuora. Sono nato nei dintorni della Serra da Estrela, la più alta montagna del Portogallo, con la vetta a quota duemila metri». La nuova recluta bianconero è un ragazzo «aggiornato», su cui segni dei tempi, com’è normale che sia, hanno lasciato l’impronta. Va matto per la moda italiana, che ritiene la più affascinante del mondo, specie per i colori sgargianti di Versace. Anche le belle automobili non lo trovano insensibile. «Per una questione di comodità, confort, sicurezza» come dice lui. Ma anche per passione. Purtroppo, non gli avanza il tempo per la lettura dei grandi classici della letteratura, fra gli italiani però conosce Moravia e Pasolini. «Nel tempo libero ascolto musica moderna, tutta la musica moderna. I miei cantanti preferiti sono Prince ed Eros Ramazzotti, che so molto legato al mondo del calcio: se non sbaglio, è un grande tifoso juventino. Adesso, però, debbo anche trovare lo spazio per imparare l’italiano. Voglio arrivare a luglio e farmi già intendere». Non è neppure un frequentatore assiduo delle sale cinematografiche. Quando ci va è sempre per vedere un bel film d’avventura, meglio ancora se il protagonista è Bruce Willis. Sul comportamento dell’Italia nel Mondiale USA ‘94, Paulo Sousa non ha dubbi: «Gli azzurri di Sacchi saranno all’altezza del prestigio e del nobile passato. Ne sono sicuro. Qualche scivolone in questa fase di messa a punto, in cui i risultati non contano, è perfettamente comprensibile e giustificabile. Magari è addirittura auspicabile. Nelle amichevoli e negli allenamenti la motivazione è assai meno forte››. Dei campioni del passato, ammira soprattutto Maradona (per l’estro) e Platini (per la tenuta sempre a grande livello), mentre fra quelli del presente il suo idolo è Roberto Baggio al quale non lesina elogi: «È un giocatore fantastico, tra lui e il pallone c’è un rapporto di magia, lo tratta come se forse un prestigiatore. Giocare a suo fianco sarà meraviglioso». A Torino, Sousa non verrà da solo. Assieme a lui ci sarà la fidanzata Cristina, una coetanea che lui definisce così: «È una ragazza stupenda, che mi capisce al volo, mi conforta e mi aiuta a superare i momenti più difficili. È molto forte di spirito, riesce sempre a capovolgere le situazioni più avverse. Sarà perché sono innamorato, ma non le trovo difetti. Ci vogliamo bene, siamo cattolici, ma non pensiamo di sposarci subito». Sul campo, qualche volta, nelle fasi più concitate della partita, Paulo Sousa sembra dar segni di intemperanza e insofferenza, parla, gesticola, si fa sentire. Come mai, sarà che sente in pieno la responsabilità del leader? «Non lo so. Se un leader è quello che per svolgere il suo compito alla meglio ha bisogno di farsi sentire dai compagni, di parlare e magari di strillare, affinché loro lo capiscano e lui capisca loro, allora sì, sono un leader e mi trovo bene in questi panni». I portoghesi in genere sono dei nostalgici, chi ama il «fado» e sente la saudade si strugge se vive lontano dai suoi cari. Farà come Rui Barros e Futre, che quando sono andati all’estero si sono portati dietro mezza famiglia? «Sono in perfetta sintonia con i miei genitori, che restano indubbiamente i miei migliori consiglieri, oltretutto perché desiderano sempre disinteressatamente il meglio per me. Quindi, mi mancano. Così, almeno a intervalli, per periodi brevi di qualche settimana, avrò modo di tenerli assieme a me, a Torino. Non è nostalgia, è amore». Dalla Juventus è stato ingaggiato, a quanto pare, per svolgere il ruolo di centrocampista centrale. Sarà il compito che ritiene più congeniale alle sue caratteristiche? «Questo un tema sul quale non mi pronuncio. Spetta agli allenatori decidere, è il loro mestiere, io mi attengo disciplinatamente ai loro ordini. Da loro ho sempre imparato. A ogni modo, mi considero abbastanza “polivalente”, capace di assolvere qualsiasi mansione. Non mi sento presuntuoso. Due anni fa, allo stadio Do Bessa, contro il Boavista in campionato, Toni mi ha mandato in porta a sostituire l’espulso Neno e, alla fine, me la sono cavata con un bel sette in pagella. Del resto, ho iniziato a giocare centravanti, per venire poi chiamato a coprire i ruoli di ala destra, terzino e libero, prima di essere impostato da Eriksson come centrocampista centrale. Nella Juventus, sarà l’allenatore Lippi a stabilire come impiegarmi e a sfruttare nel miglior dei modi le mie attitudini. Sono tranquillo, saprà utilizzarmi al posto giusto. Il miracolo che ha compiuto a Napoli, la qualificazione alla Coppa Uefa conquistata nonostante i ben noti problemi di ogni natura che ha dovuto affrontare, parlano da sé». A questo punto della carriera, Paulo Sousa avrà già un bel gruzzolo di soldi da parte. Come li ha investiti? «Prima nella famiglia, che tutto merita, dispensandole un po’ di benessere dopo tanti sacrifici; poi in beni immobili, con l’acquisto di appartamenti e aree fabbricabili. Non so se continuerò a rimanere legato al calcio, bisognerà dunque costruire il futuro su altre basi». La politica gli è quasi indifferente. Vota perché è un suo dovere civico, ma non ci crede più di tanto. «C’è molta disonestà intorno a noi, ovunque» spiega, «molta corruzione, perfidia e sfruttamento. Un’ideologia, secondo me, vale l’altra. Tra la teoria e la pratica c’è un abisso». I discorsi talvolta infiammati che si fanno in Italia sui vantaggi della zona e della difesa in linea sul gioco all’italiana, oppure viceversa, non lo sfiorano nemmeno: «Due soli principi: 1) il giocatore deve inserirsi con anima e cuore nello schema tracciato dall’allenatore, qualunque esso sia; 2) il tecnico migliore è quello che riesce a trovare un modulo tattico che si addica alle caratteristiche dei suoi giocatori». Finiamo il colloquio con Paulo Sousa. Se sul campo sarà così esplicito ed esauriente, così lucido e disponibile, così deciso e intraprendente, siamo sicuri che presto entrerà nei cuori dei tifosi juventini. Prima di concludere, comunque, cosa vorrebbe dire ai lettori di Hurrà? «Che farò del tutto per renderli felici; che prego il buon Dio di darmi man forte per potere superare senza traumi i naturali impacci e disagi derivanti dai primi contatti con i compagni di squadra, i dirigenti e la struttura societaria; che ho illimitata fiducia in Roberto Bettega, che mi ha lasciato una impressione lusinghiera; che so che da lui avrò tutto il sostegno necessario, che non mi mancherà niente; che è con uomini di questo stampo che la società può raggiungere tutti i traguardi che si è prefissa. L’importante è essere uniti. Se mi è consentito un appello, chiederei a tutti unione, intesa, solidarietà. E, amicizia. Con tali presupposti nessuna meta ci è preclusa». 〰.〰.〰 Nell’estate del 1994, quando la grande rivoluzione lippiana è agli albori, Paulo Sousa diventa bianconero. La Juventus parte con qualche timore, poiché la squadra è nuova per oltre metà, ma con gente come Paulo Sousa le paure passano presto. Mancava alla Juventus un tipo alla Rijkaard, un interditore capace di proporsi e soprattutto fare la spola tra difesa e attacco, come dicevano i cronisti del calcio che fu. Paulo è modernissimo nella concezione del gioco, ma incarna questo prototipo antico e sempre valido. La Juventus, che vince con le stoccate di Vialli e Ravanelli e incanta con le prime prodezze del giovanissimo Del Piero, ha nel portoghese il cuore pulsante. «Il mio gioco è fatto di parecchie cose, – dice Paulo dopo pochi mesi in bianconero – sono molto portato al recupero del pallone e al rilancio immediato. Ma in questa fase, non mi limito solo a far girare la palla. Cerco invece di verticalizzare, di cercare il compagno meglio piazzato o mi inserisco e mi propongo io stesso, per spingere, sostenere le punte. Finché non sono stato nel pieno possesso dei miei mezzi atletici, ho dovuto limitare la mia azione. Appena ho recuperato la piena condizione, ho cominciato a giocare alla mia maniera, cercando di dare alla squadra quello che il tecnico si aspetta da me. L’ho detto più volte: in Italia, alla Juventus, sono venuto per fare un salto di qualità e per vincere qualcosa. E ora che sto bene penso proprio di riuscirci». Una stagione da incorniciare, il lusitano ha una continuità di rendimento impressionante. Gioca 26 partite saltando per infortunio qualche gara, ma facendo sempre fortemente sentire il timbro della sua presenza. Più propenso a far segnare i compagni che a cercare avventure in proprio, Paulo Sousa trova però, in modo estemporaneo quanto meritatissimo, la gloria del gol proprio nell’occasione più importante: è l’8 gennaio 1995, quando la Juventus capolista rende visita alla sua inseguitrice più accreditata, il Parma. Sono i ducali a portarsi in vantaggio con l’ex Dino Baggio; passano pochi minuti e un tiro di Paulo Sousa, sorprendendo Giovanni Galli, si infila nell’angolo alto più lontano. È il gol che lancia la rimonta bianconera, che culminerà in una netta vittoria. E quando, il 21 maggio, sempre contro il Parma secondo in classifica, si materializza anche per la matematica il primo scudetto degli anni ‘90, sono in tanti a dire e a scrivere che uno degli artefici massimi della conquista è proprio Paulo Sousa. Brillante anche nella sfortunata galoppata in Coppa Uefa persa nella doppia finale, ancora contro il Parma, il portoghese incornicia il suo primo anno bianconero mettendo la firma anche sulla conquista della Coppa Italia, battendo nuovamente la compagine allenata da Nevio Scala. «Ho sempre saputo che correre è importante, perché in campo c’è una palla sola ed io voglio starle vicino. Però non bisogna correre a vuoto, tutto deve seguire un disegno. Tutti danno grande importanza all’ultimo passaggio, perché spesso il gol nasce in quel momento. Ma io credo sia decisivo soprattutto il primo. Non bisogna aver paura di rischiare: all’inizio sbagliavo molto e mi criticavano, però il mio modo di giocare è questo, dovevo solo trovare l’intesa col resto della squadra. Ho sempre amato Falçao, forse è vero che il mio tipo di gioco lo ricorda ma ognuno è se stesso. Non è vero che il regista appartiene al calcio del passato: anche oggi serve chi organizza. La differenza rispetto alle altre epoche è la velocità, tutto deve procedere in millesimi di secondo». La stagione successiva Paulo non riesce a garantire che un rendimento incostante, a causa di un infortunio al ginocchio e delle marcature asfissianti alle quali è sottoposto. Fa comunque salire a 29 le sue presenze in campionato e riesce a mettere la firma nella conquista più attesa e prestigiosa: Coppa dei Campioni. Prima del trionfo di Roma, c’è una partita chiave, la semifinale di ritorno a Nantes, in cui il lusitano è l’assoluto protagonista di una delle più strepitose azioni dell’intera stagione: conquistata palla nella sua metà campo, parte in contropiede infilando gli avversari come birilli e presentandosi per la conclusione vincente davanti al portiere francese. Un gol stupendo che sancisce la qualificazione bianconera per la finalissima. È anche l’ultima perla del biennio bianconero. Il portoghese parte da Torino, destinazione Dortmund. «Io volevo restare alla Juve – confessa ad Angelo Caroli su “La Stampa” – ma Lippi non mi vedeva inserito nella squadra che è stata costruita grazie ai tanti arrivi. E, a quel punto, ha spinto per la mia cessione. Lascio a Torino tanti buoni ricordi, Per le persone per bene contano parecchio. Mi mancheranno certi luoghi, certi amici, certe atmosfere. E mi mancherà la Juve, la sua storia, il suo ideale. I tifosi sapevano di poter contare su uno che li trascinava con entusiasmo, con voglia di vincere e professionalità. Non li ho delusi, parlano i fatti. E insieme abbiamo vinto tutto. Il primo anno è stato stupendo. Ho mantenuto le premesse e le promesse, confermando il mio valore. Nel secondo anno sono spuntati i problemi, nonostante il successo in Champions League. Abbiamo sbagliato in molti. Io non dovevo dimostrarmi troppo generoso. E c’è chi ha approfittato della mia voglia di rendermi utile. Nessuno mi ha mai obbligato a scendere in campo, ma qualcuno mi ripeteva: “Per favore Paulo, anche con una gamba sola, vedi se puoi darci una mano”. L’Europeo ha dimostrato che, quando sto bene, non temo rivali. E ho servito chi credeva che io avessi tanti problemi». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/paulo-sousa.html
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PAULO SOUSA https://it.wikipedia.org/wiki/Paulo_Sousa Nazione: Portogallo Luogo di nascita: Viseu Data di nascita: 30.08.1970 Ruolo: Centrocampista Altezza: 177 cm Peso: 76 kg Nazionale Portoghese Soprannome: - Alla Juventus dal 1994 al 1996 Esordio: 31.08.1994 - Coppa Italia - Juventus-Chievo 0-0 Ultima partita: 22.05.1996 - Champions League - Ajax-Juventus 1-1 79 presenze - 2 reti 1 scudetto 1 coppa Italia 1 supercoppa italiana 1 champions league Paulo Manuel Carvalho de Sousa (Viseu, 30 agosto 1970) è un allenatore di calcio ed ex calciatore portoghese, di ruolo centrocampista. Paulo Sousa Sousa nel 2014 Nazionalità Portogallo Altezza 177 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2002 - giocatore Carriera Giovanili 1984-1986 Repesenses 1986-1989 Benfica Squadre di club 1989-1993 Benfica 47 (2) 1993-1994 Sporting Lisbona 31 (2) 1994-1996 Juventus 79 (2) 1996-1998 Borussia Dortmund 27 (1) 1998-2000 Inter 31 (0) 2000 → Parma 8 (0) 2000-2001 Panathīnaïkos 10 (1) 2002 Espanyol 9 (0) Nazionale 1989 Portogallo U-20 2 (0) 1989-1991 Portogallo U-21 9 (1) 1991-2002 Portogallo 51 (0) Carriera da allenatore 2005-2008 Portogallo U-16 2008 Portogallo Assistente 2008-2009 QPR 2009-2010 Swansea City 2010 Leicester City 2011-2013 Videoton 2013-2014 Maccabi Tel Aviv 2014-2015 Basilea 2015-2017 Fiorentina 2017-2018 Tianjin Quanjian 2019-2020 Bordeaux 2021 Polonia 2021-2022 Flamengo 2023 Salernitana Palmarès Mondiali Under-20 Oro Arabia Saudita 1989 Caratteristiche tecniche Giocatore Paragonato a Paulo Roberto Falcão, fu un centrocampista centrale dotato di «ottima tecnica, personalità, grande senso geometrico, bel lancio»; pur se caratterizzato da apparente lentezza, era in possesso di ottime doti fisiche e di notevole resistenza allo sforzo prolungato. Si disimpegnò con egual successo sia in fase difensiva — molto abile nel sottrarre il pallone agli avversari, si rivelò in particolare «uno specialista del fallo tattico» —, sia in quella propositiva. La sua carriera agonistica, nonostante il lusinghiero palmarès, risentì tuttavia di irrisolti guai alle ginocchia, conseguenti a malanni giovanili scorrettamente curati e poi cronicizzatisi, che a più riprese ne frenarono il rendimento. Allenatore In panchina si dimostra molto preparato tatticamente e per questo nient'affatto restìo a sperimentare in tal senso, schierando le sue squadre con differenti moduli a seconda dell'avversario ma sempre con una filosofia di gioco ben riconoscibile. Nonostante agli esordi si fosse guadagnato la fama di difensivista, le sue formazioni mostrano in realtà un approccio abbastanza offensivo nonché improntato al bel gioco. Carriera Giocatore Club Sousa alla Juventus nella stagione 1994-1995 Cominciò a giocare in patria nel vivaio del Repesenses, passando nel 1986 alle giovanili del Benfica; nel 1989 approdò in pianta stabile nella prima squadra di Sven-Göran Eriksson, dove rimase per quattro stagioni conquistando al debutto una Supercoppa di Portogallo (e raggiungendo la finale di Coppa dei Campioni persa contro il Milan), nel 1991 il campionato e, due anni dopo, la coppa nazionale, militando a fianco di elementi quali un esperto Paulo Futre e un giovane Rui Costa. Nell'estate del 1993, complice i problemi economici del club biancorosso, venne ceduto assieme ad António Pacheco ai concittadini dello Sporting Lisbona dove rimase per una stagione, giocando in un reparto che vedeva anche il bulgaro Balăkov e il connazionale Luís Figo. Dal 1994 al 1996 militò nella Juventus, che lo acquistò dai lusitani per 10 miliardi di lire. Nella prima annata in Italia, schierato dall'allenatore Marcello Lippi a centrocampo in coppia con un altro neoacquisto, il francese Deschamps, Sousa fu determinante nel conseguimento del double nazionale composto dallo scudetto, mancante al club torinese da nove anni, e dalla Coppa Italia (arrivando inoltre alla finale di Coppa UEFA persa contro il Parma), venendo insignito del Guerin d'oro quale miglior giocatore della Serie A; inversamente nella seconda, sia a causa di vari infortuni sia perché gli avversari presero a marcarlo a uomo, offrì un rendimento al di sotto delle aspettative, conquistando comunque nel corso della stagione una Supercoppa Italiana e giocando poi da titolare la vittoriosa finale di Champions League contro l'Ajax. Due furono le sue reti in maglia bianconera, entrambe in match di cartello: la prima in campionato, l'8 gennaio 1995, nella sfida-scudetto del Tardini contro il Parma, e la seconda il 17 aprile 1996 al Nantes, nella semifinale di ritorno della Champions League giocata al la Beaujoire. Da destra: Sousa all'Inter nel 1998, in pressing sul madridista Seedorf con l'altro interista Simeone. In seguito vestì dal 1996 al 1998 la maglia dei tedeschi del Borussia Dortmund, con cui si aggiudicò nel 1997 la sua seconda Champions League, battendo in finale proprio i suoi ex compagni juventini — divenendo uno dei soli quattro giocatori (con Marcel Desailly, Gerard Piqué e Samuel Eto'o) ad aver vinto la massima competizione europea per club, per due anni di fila, con due società diverse —, e la Coppa Intercontinentale, quest'ultima superando il Cruzeiro. Nel gennaio del 1998 tornò in Italia trasferendosi per 13,2 miliardi di lire all'Inter, club dove rimase fino al 2000, ma da qui in avanti il suo rendimento non raggiungerà mai più i picchi del passato; militò successivamente nelle file del Parma (2000), degli ellenici del Panathīnaïkos (2000-2001) e degl'iberici dell'Espanyol (2002) sino al ritiro dall'attività agonistica, arrivato poco prima di compiere trentadue anni, a causa di sempre più pressanti problemi fisici. Nazionale Assieme a elementi quali Couto e João Pinto, nel 1989 fece parte del talentuoso Portogallo Under-20 che, allenato da Carlos Queiroz, vinse in Arabia Saudita il suo primo campionato mondiale di categoria; a cavallo degli anni 1980 e 1990 difese poi i colori dell'Under-21 lusitana. Sousa in nazionale nella sfida del 17 novembre 1993 tra Italia e Portogallo Nel 1991 avvenne l'approdo nella nazionale maggiore portoghese, di cui indossò la maglia per 51 volte dal debutto, avvenuto il 16 gennaio 1991 in un'amichevole con la Spagna (1-1), all'ultima apparizione nel 2002, ancora in un'amichevole, con la Cina (2-0). Giocò per il suo paese al campionato d'Europa 1996 in Inghilterra, e al campionato d'Europa 2000 in Belgio e nei Paesi Bassi, e fu membro della squadra portoghese al campionato del mondo 2002 in Corea e Giappone, dove tuttavia non disputò alcuna partita ritirandosi definitivamente al termine della competizione. Allenatore Gli inizi, le esperienze inglesi La carriera in panchina inizia con il Portogallo Under-16, guidato dal 2005 al 2008, quando ricopre brevemente anche il ruolo di assistente del commissario tecnico del Portogallo, Carlos Queiroz, già suo tecnico nelle selezioni giovanili lusitane. Il 19 novembre dello stesso anno è ingaggiato dagli inglesi del QPR come allenatore della prima squadra; il 9 aprile 2009 il patron Flavio Briatore lo allontana a campionato in corso, con le Hoops che dopo ventisei giornate stazionano al decimo posto, distanti nove punti dalla zona play-off. Per l'annata 2009-2010 è sulla panchina dello Swansea City, formazione con cui raggiunge il settimo posto finale in Championship, miglior piazzamento dei gallesi da ventisette anni a quella parte. Il 7 luglio 2010 firma con il Leicester City, ma dopo meno di tre mesi, il 1º ottobre, con all'attivo una sola vittoria in campionato su nove partite, è il quattordicesimo allenatore a essere esonerato dalle Foxes dal 2004. Videoton e Maccabi Tel Aviv Il 15 maggio 2011 si accorda con il Videoton, club campione d'Ungheria, con il quale però viene subito eliminato al secondo turno preliminare di Champions League, per mano dello Sturm Graz. Con la squadra magiara raggiunge il secondo posto in campionato, vincendo due Supercoppe e una Coppa di Lega. Il 7 gennaio 2013 si dimette per motivi familiari e, il 12 giugno seguente, firma con il Maccabi Tel Aviv, chiamato dal direttore sportivo Jordi Cruijff. Con la formazione israeliana, dopo essere stato eliminato dagli svizzeri del Basilea al terzo turno preliminare di Champions League, inanella un buon cammino in Europa League raggiungendo i sedicesimi di finale, dove viene nuovamente eliminato dai RotBlau. A fine stagione, dopo aver fatto bissare la vittoria nel campionato alla squadra gialloblù, risolve il contratto. Basilea e Fiorentina Il 28 maggio 2014 stipula un accordo proprio con il Basilea. Al suo primo tentativo vince il campionato elvetico, il sesto consecutivo per i rossoblù; arriva inoltre in finale di Coppa Svizzera, dove perde contro il Sion, mentre in Champions League viene eliminato agli ottavi dal Porto. Terminata la stagione, il 17 giugno 2015 risolve anticipatamente il contratto con il club elvetico e, quattro giorni dopo, si accorda con gli italiani della Fiorentina, giungendo così ad allenare in cinque campionati diversi nello spazio di sei anni. Comincia la Serie A con sei vittorie nelle prime sette giornate, un record mai raggiunto nella storia viola; dopo una positiva prima parte di stagione, in cui Sousa riporta dopo sedici anni i toscani in testa alla classifica, una successiva flessione fa chiudere loro il campionato al quinto posto. Confermato dalla squadra gigliata nella stagione successiva, chiude l'annata all'ottavo posto fallendo l'obiettivo delle coppe europee; al termine della stessa non viene confermato e sostituito da Stefano Pioli. Tianjin Quanjian e nazionale polacca Il 6 novembre 2017 approda in Cina assumendo la guida tecnica del Tianjin Quanjian; viene esonerato il 4 ottobre 2018, con la squadra a metà classifica. L'8 marzo 2019 torna ad allenare in Europa, subentrando sulla panchina del Bordeaux; rimane in Francia fino al termine della stagione 2019-2020, risolvendo il successivo 10 agosto il contratto che lo legava ai girondini. Il 21 gennaio 2021 diviene commissario tecnico della Polonia. Nel giugno dello stesso anno guida la nazionale biancorossa alla fase finale del campionato d'Europa 2020 (posticipato causa covid), chiuso al primo turno. Rimane il selezionatore dei polacchi nei mesi seguenti, per le successive qualificazioni al campionato del mondo 2022, non riuscendo a ottenere l'accesso diretto alla fase finale in Qatar e venendo pertanto relegato al turno di spareggi. Il 29 dicembre 2021, prima della disputa degli stessi, risolve anticipatamente il contratto con la federazione polacca. Flamengo e Salernitana Il giorno stesso dell'addio alla nazionale polacca, viene formalizzato l'accordo come tecnico dei brasiliani del Flamengo. Il 9 giugno 2022 viene sollevato dall'incarico dopo la sconfitta esterna per 1-0 contro il Bragantino. Il 15 febbraio 2023 fa ritorno in Serie A, subentrando all'esonerato Davide Nicola alla guida della Salernitana, in quel momento quintultima in classifica. Il debutto sulla panchina granata, quattro giorni dopo, non è positivo coincidendo con una sconfitta interna per 0-2 contro la Lazio; ciò nonostante nel prosieguo del campionato, con una serie di risultati utili, riesce a traghettare la squadra campana a una salvezza anticipata. Al contrario nella stagione seguente, dopo un avvio al di sotto delle aspettative, il 10 ottobre 2023 viene esonerato lasciando i granata al penultimo posto. Record Uno dei tre calciatori vincitori della Coppa dei Campioni/UEFA Champions League con due squadre differenti in due anni consecutivi (nel suo caso, Juventus, 1995-96 e Borussia Dortmund, 1996-97; peraltro Sousa vinse la sua seconda Champions League proprio contro la Juventus); condivide il record con Marcel Desailly (Olympique Marsiglia, 1992-93 e Milan, 1993-94; Desailly vinse invece la sua prima Champions League contro la sua futura squadra) e Samuel Eto'o (Barcellona, 2008-09 e Inter, 2009-10). Palmarès Giocatore Club Paulo Sousa e Alessandro Del Piero festeggiano il successo della Juventus nella Champions League 1995-1996 Competizioni nazionali Supercoppa di Portogallo: 1 - Benfica: 1989 Campionato portoghese: 1 - Benfica: 1990-1991 Coppa del Portogallo: 1 - Benfica: 1992-1993 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1994-1995 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 1995 Supercoppa di Germania: 1 - Borussia Dortmund: 1996 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 2 - Juventus: 1995-1996 - Borussia Dortmund: 1996-1997 Coppa Intercontinentale: 1 - Borussia Dortmund: 1997 Nazionale Campionato mondiale Under-20: 1 - 1989 Individuale L'allenatore Marcello Lippi e Sousa premiati con il Guerin d'oro per la stagione 1994-1995 Guerin d'oro della rivista Guerin Sportivo: 1 - 1994-1995 Allenatore Supercoppa d'Ungheria: 2 - Videoton: 2011, 2012 Coppa di Lega ungherese: 1 - Videoton: 2011-2012 Campionato israeliano: 1 - Maccabi Tel Aviv: 2013-2014 Campionato svizzero: 1 - Basilea: 2014-2015
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ROBERT JARNI Fra gli ex di Juventus e Torino – si legge sulla pagina Facebook de La Maglia Bianconera del 17 febbraio 2018 – trova posto anche Robert Jarni: il croato ha giocato una sola stagione sia in bianconero che in granata, ma la sua carriera è stata comunque ricca di soddisfazioni. Non completamente compreso sotto la Mole, il biondo di Čakovec, classe 1968, ha comunque messo insieme una carriera lunga e decorosa, che l’ha portato a vestire le maglie di otto club: fra questi, anche il Real Madrid, con il quale ha vinto la Coppa Intercontinentale nel 1998.Con la sua nazionale, Jarni ha collezionato ottantuno presenze, vestendo la fascia da capitano e togliendosi il lusso di segnare anche un goal alla Germania a Francia 98, quando i “vatreni” conquistarono il bronzo mondiale facendo tremare i padroni di casa in semifinale.Robert s’illustra nell’Hajduk, il Bari lo nota e lo fa suo nell’estate del 1991. Il ragazzo piace, e sale un altro scalino nella piramide del calcio italiano: nel 1993 passa al Toro. In granata milita il tempo di un solo campionato: nel 1994 passa alla Juve. Un trasferimento che lo esalta: da sempre, Jarni è un ammiratore della Vecchia Signora. In bianconero, deve scontrarsi con la regola all’epoca in vigore: tre stranieri in campo, non uno di più. Lippi può già avvalersi di Sousa, Kohler e Deschamps: tutto considerato, non si può certo fare una colpa al tecnico viareggino se rinuncia spesso e volentieri al croato e si affida a un altro laterale come Orlando, più dozzinale di Jarni ma comunque garante di solidità e continuità di rendimento.Pur se le sue prove non hanno lasciato tracce inscalfibili nella nostra storia, Robert Jarni era un gran bel giocatore. Disponeva di un mancino di tutto rispetto, potente e preciso, che sciorinava dopo essersi ottimamente coordinato. Le sue fughe lungo la fascia erano belle a vedersi quanto fruttifere: i suoi cross, piazzati in corsa da fondo campo, non erano mai traversoni casuali; piuttosto, parabole taglienti, atte a creare scompiglio nelle retroguardie avversarie. Un bel motore, una bella falcata contraddistinguevano il suo gioco, un gioco più votato alla proposizione che al ripiegamento. Ma anche dietro, grazie a un tackle scivolato di rango, riusciva a farsi intendere.Robert Jarni era un terzino sinistro degli anni Novanta: quando i terzini si osavano ancora definire tali e non solo esterni bassi ed erano, specie quelli operanti sulla fascia sinistra, dotati della stessa spinta propulsiva di un’ala di ruolo.«Me ne andai al Betis in accordo con la società: alla Juve non avrei potuto giocare con continuità, gli altri stranieri erano degli alieni; rimanendo a Torino avrei perso anche la nazionale per Euro 96. La “sentenza Bosman”, infatti, avrebbe fatto giurisprudenza solo dal 1996-97. Il mio score in bianconero comprende solo trenta presenze e una rete, ma è impreziosito da due importanti vittorie di squadra: campionato e Coppa Italia. La Juve era una macchina perfetta, ogni giocatore doveva solo pensare alla salute e ad allenarsi. Accanto al presidente Bettega, c’era Giraudo che faceva quadrare i conti, e c’era Moggi, che aveva competenze sotto tutti i profili. La Famiglia Agnelli si era dotata di un formidabile gruppo dirigente. All’epoca, Andrea era giovanissimo, ora è a capo del team sabaudo in veste operativa: devo dire che si sta comportando alla grande, la Signora è sempre un modello di organizzazione. Seguo ancora con simpatia le vicende della Juventus, anche se confesso che mio figlio Janus parteggia per i bianconeri più di me». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/robert-jarni.html
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ROBERT JARNI https://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Jarni Nazione: Croazia Luogo di nascita: Cakovec Data di nascita: 26.10.1968 Ruolo: Centrocampista/Difensore Altezza: 180 cm Peso: - Nazionale Jugoslavo e Croato Soprannome: Croazia Express Alla Juventus dal 1994 al 1995 Esordio: 11.09.1994 - Serie A - Juventus-Bari 2-0 Ultima partita: 21.05.1995 - Serie A - Juventus-Parma 4-0 30 presenze - 1 rete 1 scudetto 1 coppa Italia Robert Jarni (Čakovec, 26 ottobre 1968) è un allenatore di calcio, ex giocatore di calcio a 5 ed ex calciatore croato, di ruolo centrocampista o difensore. Robert Jarni Jarni al Torino nel 1993 Nazionalità Jugoslavia Croazia (dal 1991) Altezza 180 cm Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, difensore) Termine carriera 2002 - giocatore Carriera Giovanili 1984-1985 MTČ-Sloga Čakovec 1985-1986 Hajduk Spalato Squadre di club 1986-1991 Hajduk Spalato 128 (17) 1991-1993 Bari 52 (3) 1993-1994 Torino 23 (0) 1994-1995 Juventus 30 (1) 1995-1998 Betis 98 (19) 1998-1999 Real Madrid 27 (1) 1999-2001 Las Palmas 43 (6) 2001-2002 Panathīnaïkos 5 (0) Nazionale 1987 Jugoslavia U-20 ? (?) 1990-1991 Jugoslavia 7 (1) 1992-2002 Croazia 80 (1) Carriera da allenatore 2007 Hajduk Spalato Vice 2007-2008 Hajduk Spalato 2010 Istria 2012-2013 Hajduk Spalato U-19 2013-2014 Sarajevo 2014-2015 Pécs 2015-2016 Puskás Akadémia 2017-2019 Croazia U-19 2019-2020 NorthEast Utd Palmarès Jugoslavia Mondiali Under-20 Oro Cile 1987 Europei di calcio Under-21 Argento 1990 Croazia Mondiali di calcio Bronzo Francia 1998 Carriera Calcio Giocatore Club A livello di club Jarni giocò in numerosi campionati europei. Cominciò nel Čakovec, squadra della sua città, ma presto fu preso dall'importante Hajduk Spalato. Nel 1991 il Bari lo prelevò e lo portò a giocare in Italia. Due stagioni dopo fu comprato dal Torino e quindi ceduto ai rivali della Juventus (che già lo aveva nel mirino ai tempi della sua militanza pugliese) nel 1994 per la cifra di 900 milioni di lire. Sulla sponda bianconera non riuscì tuttavia a mantenere le aspettative della vigilia, e chiuse dopo sole 12 presenze in campionato, spesso relegato in panchina dall'allenatore Lippi. Jarni al Bari nel 1992 Dal 1995 al 1998 giocò in Spagna, al Betis. Nell'estate 1998 si trasferì al Coventry City, per essere subito venduto ai freschi campioni d'Europa del Real Madrid. Nella capitale spagnola rimase una stagione, senza brillare e giocando da sostituto, prima di andare al Las Palmas, squadra spagnola che portò nella Primera División. La stagione 2001-2002 al Panathīnaïkos fu l'ultima prima di annunciare il ritiro, nel giugno 2002. Nazionale Jarni fu un regolare membro della Croazia tra gli anni novanta e i primi del 2000. Questo gli permise di diventare il giocatore con più presenze nella storia della nazionale croata, con 80 gare giocate, benché il record che lui detenne per quattro anni dopo il ritiro è stato poi sorpassato da Dario Šimić (oltre che da altri calciatori negli anni successivi), che ha giocato la sua 82^ partita nel giugno 2006. Con la maglia della Jugoslavia prima, e della Croazia poi, Jarni prese parte a tre rassegne iridate, Italia 1990, Francia 1998 e Corea-Giappone 2002, e a un Europeo, nel 1996 in Inghilterra. Il punto più alto della sua carriera fu la campagna dei Mondiali 1998 in Francia, torneo in cui giocò un ruolo fondamentale per portare la Croazia alla medaglia di bronzo. La nazionale balcanica divenne così la seconda squadra debuttante ad un Mondiale, dal dopoguerra in poi, capace di raggiungere le semifinali: l'ultima squadra che vi era riuscita era stato il Portogallo nel 1966. Jarni tra l'altro realizzò il primo dei gol della Croazia nella vittoria per 3-0 sulla favorita Germania nei quarti di finale della rassegna francese. Allenatore Nell'agosto 2007 torna all'Hajduk nelle inedite vesti di vice di Sergije Krešić, il quale si dimetterà due mesi dopo, lasciando la squadra in mano a Jarni per il resto della stagione. La formazione spalatina terminerà al 5º posto in classifica, con 30 punti di distacco dalla Dinamo Zagabria. Il 4 agosto 2010 viene nominato nuovo allenatore dell'Istria 1961 al posto dell'esonerato Ante Miše. Dopo due pareggi e quattro sconfitte, Jarni rassegna le dimissioni. Il 17 dicembre 2012 viene nominato tecnico dell'Under-19 dell'Hajduk Spalato. Il 3 dicembre 2013 è stato assunto come tecnico dell'Sarajevo. Il 9 aprile 2014 dopo gli ultimi risultati deludenti e con la squadra al quarto posto in campionato a quattro punti dalla vetta viene esonerato. Il 25 novembre viene nominato tecnico del Pécs, prende la squadra all'ultimo posto in classifica. Viene eliminato nella Coppa di Ungheria ai quarti di finale dal MOL Fehérvár per 5 a 1 e in campionato si piazza all'undicesimo posto ottenendo una meritata salvezza. Il 1 giugno 2015 con la squadra in problemi finanziari e senza licenza per partecipare in prima divisione ungherese, lascia il club. L'8 giugno viene nominato nuovo tecnico del Puskás Akadémia. Il 16 aprile 2016 dopo la sconfitta interna contro il Békéscsaba per 1 a 0 viene esonerato. Il 16 giugno 2017 viene nominato dalla federazione croata selezionatore dell'Under-19. Calcio a 5 Dopo il ritiro dal calcio, Jarni cominciò la carriera nel calcio a 5 allo Spalato, dove giocò fino all'ottobre 2006. Giocò in due partite e segnò un gol con la maglia della Croazia nelle qualificazioni ai Mondiali. Palmarès Calcio Club Competizioni nazionali Coppa di Jugoslavia: 2 - Hajduk Spalato: 1986-1987, 1990-1991 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1994-1995 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Segunda División: 1 - Las Palmas: 1999-2000 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Real Madrid: 1998 Nazionale Campionato mondiale Under-20: 1 - Jugoslavia: Cile 1987
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LUCA FUSI Nato a Lecco il 7 giugno del 1963, esordisce, nemmeno diciannovenne, in Serie A, con il Como. La sua carriera si snoda vestendo anche le maglie della Sampdoria (con cui vince la Coppa Italia del 1988), del Napoli (vincendo la Coppa Uefa del 1989 e lo scudetto del 1990) e del Torino (dove conquista la Coppa Italia del 1993), prima di approdare alla Juventus.Una carriera in punta di piedi, in silenzio, ha portato Luca dall’altra parte della barricata, alla Juventus. La sua serietà, la sua correttezza di atleta e di uomo, le sue qualità tecniche, hanno consentito che, il passaggio dalla maglia granata a quella bianconera, sia avvenuto serenamente e senza clamori.Dopo aver dato ampio saggio delle sue qualità come centrocampista con Sampdoria e Napoli, si è rifatto a Torino, dove ha trovato l’ambiente ideale per mantenersi ad altissimi livelli, grazie alla sua intelligenza calcistica che lo ha portato ha rivestire anche il ruolo di libero moderno, vale a dire primo regista della squadra. Quando pensava di essere vicino alla pensione e a iniziare una nuova carriera, quella di allenatore dei giovani, viene scelto dalla Vecchia Signora per avallare le sue ambizioni. Una fiducia meritata e che lo rende orgoglioso.«Comincio un’avventura nuova e affascinante, non lo nego – racconta ad Angelo Caroli, su “La Stampa” del 20 luglio 1994 – anche perché i traguardi sono suggestivi. Al Toro, del resto, sono cambiate tante cose, non c’è più nessuno della vecchia guardia. Neppure Mussi, cui sono legato moltissimo. Ma è la vita, nel calcio è normale cambiare indirizzo, e trovarti contro, all’improvviso, amici con cui hai diviso soddisfazioni, tante, e amarezze, poche. Qui mi sembra di respirare l’atmosfera di quando andai al Napoli, era 1988-89, si sentiva profumo di scudetto, anche se quella volta centrammo soltanto l’Uefa. C’era Diego Maradona, immenso talento, ma anche adesso sono in ottima compagnia, a cominciare da Roberto Baggio e Vialli. Un Pallone d’Oro non ce l’hanno tutti in squadra, anche in condizioni imperfette ha trascinato l’Italia fino a una finale insperata. Senza di lui, rischiava di tornare a casa prima. Vialli l’ho conosciuto alla Sampdoria. Era il leader, con Mancini ha fatto la grandezza della squadra. Ecco, Baggio e Vialli sono tipi che fanno la differenza. Ma non dimenticatevi di Del Piero, il giovanotto ha davanti a sé immense prospettive. Trovo tutto fantastico, un’organizzazione perfetta, impeccabile, l’allenatore parla tanto con noi, è molto importante. E ho compagni di squadra bravissimi. Il mio primo obiettivo è conquistare i tifosi, vengo dal Toro e i sostenitori bianconeri devono capire che ora sono al cento per cento della Juve. Chiedo perciò la loro fiducia, farò di tutto per meritarmela».Purtroppo però, le cose in bianconero non vanno bene; dopo una rovinosa sconfitta a Foggia, Marcello Lippi decide di passare alla difesa a zona e per Fusi non c’è più spazio. Terminerà la sua unica stagione in bianconero con appena diciotto presenze, fregiandosi comunque del titolo di Campione d’Italia e conquistando anche la Coppa Italia. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/luca-fusi.html
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LUCA FUSI https://it.wikipedia.org/wiki/Luca_Fusi Nazione: Italia Luogo di nascita: Lecco Data di nascita: 07.03.1963 Ruolo: Centrocampista Altezza: 175 cm Peso: 67 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1994 al 1996 Esordio: 31.08.1994 - Coppa Italia - Juventus-Chievo 0-0 Ultima partita: 22.11.1995 - Champions League - Juventus-Borussia Dortmund 1-2 24 presenze - 0 reti 1 scudetto 1 coppa Italia 1 supercoppa italiana 1 champions league Luca Danilo Fusi (Lecco, 7 marzo 1963) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, tecnico del Bellaria Igea Marina. Luca Fusi Fusi al Torino nella stagione 1993-1994 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 67 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Bellaria Igea Marina Termine carriera 1997 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Bulciago 19??-19?? Como Squadre di club 1981-1986 Como 125 (5) 1986-1988 Sampdoria 60 (0) 1988-1990 Napoli 60 (2) 1990-1994 Torino 119 (1) 1994-1996 Juventus 24 (0) 1996-1997 Lugano 20 (0) Nazionale 1988-1992 Italia 8 (0) Carriera da allenatore 1997-2000 Atalanta Giovanissimi 2000-2003 Atalanta Berretti 2005-2007 Cesena Primavera 2007-2008 Bellaria Igea Marina 2008-2009 Real Marcianise 2009-2010 Foligno 2013-2014 Castel Rigone 2014-2015 Santarcangelo Berretti 2015-2016 Santarcangelo Allievi Naz. 2016-2018 Santarcangelo Berretti 2018-2019 Santarcangelo Juniores 2019- Bellaria Igea Marina Carriera Giocatore Club Ha cominciato a giocare a calcio nel Bulciago, oratorio del paese d'origine del padre Antonio Iniziò la carriera professionistica nel Como, giocando poi nella Sampdoria (che lo acquista per 3,5 miliardi) fino al 1988 e vincendo in quell'anno la Coppa Italia. Fusi in azione alla Juventus nel 1994 Passato al Napoli per 5,8 miliardi di lire, vinse la Coppa UEFA nel 1989 e lo scudetto del 1990, tuttavia non rimase molto in maglia azzurra, passando al Torino, con cui vinse un'altra Coppa Italia nel 1993. Nel 1992 i granata raggiunsero la finale di Coppa Uefa, poi persa, grazie anche a un suo gol al Real Madrid nella semifinale di ritorno. Giocò infine nella Juventus fra il 1994 e il gennaio del 1996, vincendo un altro titolo italiano e un'altra Coppa Italia. Concluse la sua carriera nel 1997 tra le file della squadra svizzera del Lugano. In carriera ha collezionato complessivamente 311 presenze e 5 reti in Serie A e 63 presenze e 3 reti in Serie B. Nazionale Ha esordito nella Nazionale maggiore il 31 marzo 1988 a Spalato contro la Jugoslavia, sostituendo al 74' Luigi De Agostini. Figura tra i convocati agli Europei del 1988, ma non ha giocato nessuna partita. Allenatore Dopo aver ricoperto per due stagioni l'incarico di allenatore della squadra Primavera del Cesena, nella stagione 2007-2008 è stato il tecnico del Bellaria Igea Marina, in Serie C2. Dal 20 giugno 2008 ha firmato per il Real Marcianise, squadra di Prima Divisione. Il 7 luglio 2009 firma per il Foligno, altra compagine della medesima categoria; viene esonerato dall'incarico il 27 aprile 2010. Nella stagione 2013-2014 allena il Castel Rigone, club di Seconda Divisione. Inizialmente riesce a guidare la squadra al 5º posto ma successivamente il club incappa in una serie di risultati negativi con 34 punti si classifica penultimo, così retrocedendo in Serie D. A fine stagione la società viene sciolta. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Napoli: 1989-1990 - Juventus: 1994-1995 Coppa Italia: 3 - Sampdoria: 1987-1988 - Torino: 1992-1993 - Juventus: 1994-1995 Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 1995 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa UEFA: 1 - Napoli: 1988-1989 Coppa Mitropa: 1 - Torino: 1991
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Didier Deschamps - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
DIDIER DESCHAMPS Deschamps, anni 25 – scrive Angelo Caroli su “La Stampa” del 7 maggio 1994 – è stato acquistato per una cifra appena inferiore ai 2 miliardi di lire (indennità di fine contratto). Riceverà poco meno di un miliardo a stagione, vincolo triennale. Il motore dell’Olympique e della Nazionale francese era accompagnato dal suo consulente, Werth.Allegro e felice, Didier non si è lasciato intrappolare dai luoghi comuni e dalla retorica. Ha subito spiegato di essere «rimasto impressionato dall’accoglienza in perfetto francese. Anche Vialli mi ha dato il benvenuto nella mia lingua. Umberto Agnelli mi ha chiesto del Marsiglia, della Francia. Poi ci siamo appartati io, Bettega e Giraudo. Il fotografo del club mi ha ripreso con la maglia bianconera, quelle due stelle d’oro mi hanno fatto tremare. Mi sono sentito già uno della Juve. Vivo come in un sogno, l’anno scorso si parlò di me in bianconero, ma nessuno mi aveva contattato. Dico la verità, mi par di sognare».Si mescolano passato e presente, freschi fotogrammi da dimenticare (i guai dell’Olympique, ndr) e progetti ambiziosi. Nella Juventus ha giocato Platini, francese come lui. Deschamps sorride prima di ammettere che «una volta entrato in collegamento con la Juventus, ho pensato al grande Michel. Vorrei riuscire anch’io a rendere il vostro campionato più bello. I nuovi dirigenti mi hanno spiegato che la Juventus s’è ringiovanita a ogni livello, che vuole tornare a vincere dopo otto anni di astinenza. E mi hanno detto: sei l’uomo giusto al posto giusto. Bettega mi ha visto giocare a Monaco. Evidentemente mi ha giudicato da Juve. Spero di accontentarli, dando loro ciò che si aspettano. Sono felice e, in questo tipo di felicità, i soldi non c’entrano».Nato a Bayonne, il 15 ottobre 1968, cresce nel Nantes, dove gioca per cinque stagioni, prima di approdare una prima volta a Marsiglia, nel 1989. L’anno successivo veste la maglia blu del Bordeaux e poi altri tre stagioni nell’Olympique Marsiglia, dove vince lo scudetto, la Coppa dei Campioni e conquista il posto fisso nella Nazionale transalpina.Arriva alla corte di Lippi, nell’estate del 1994 e subito subisce un infortunio gravissimo: parziale rottura del tendine di Achille. Didier si deve fare operare e la convalescenza è molto lunga, sei mesi.Didier non è il tipo che si arrende facilmente: una volta guarito diventa subito indispensabile costituendo con Paulo Sousa, una coppia di centrocampo fortissima che porta la squadra bianconera a vincere scudetto e Coppa Italia e arrivare in finale di Coppa Uefa.«Cosa ho trovato a Torino? Una grande società, una professionalità impeccabile da parte di tutti, dal magazziniere al massaggiatore, dai medici al presidente e tutti i dirigenti. Ci mettono nelle migliori condizioni per dare sempre il cento per cento. Sono arrivato a Torino che avevo vinto due campionati francese e una Coppa dei Campioni, ma la Juventus mi ha dato ancora di più».Fortissimo nel pressing a tutto campo e nel contrasto, ha un senso della posizione che gli consente di integrarsi con qualsiasi compagno, senza la minima difficoltà. È uno di quei giocatori, magari poco appariscenti, che fanno sempre sentire il peso della loro grande generosità agonistica e uno spiccato senso tattico. Il numero di palloni che tocca e i chilometri che percorre sono incalcolabili.L’unico difetto che gli si può appuntare è che segna raramente: infatti, nelle 178 partite disputate con la Juventus, realizza solamente 4 goal.Diventa insostituibile anche nella Nazionale francese della quale è l’indiscusso capitano e con la quale vince il Mondiale casalingo del 1998 e gli Europei olandesi del 2000; con la maglia “bleu” totalizza 103 presenze e 4 goal.Con la Juventus disputa altre quattro stagioni ad altissimo livello, vincendo tutto quello che si può desiderare: in totale il suo palmarès vede tre scudetti, una Coppa Italia, una Champions League, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa Europea e due Supercoppe Italiane.Nel 1998 entra, come altri suo compagni, in collisione con Marcello Lippi e il tecnico viareggino sarà costretto a dimettersi dall’incarico.«Premetto che nessuno può essere soddisfatto per quello che è successo. Però è vero, sabato mattina ho litigato con Lippi, non per la decisione tecnica di tenermi fuori squadra, fatto che pure mi ha deluso e fatto arrabbiare ma che ho accettato, piuttosto perché avevo delle cose da dirgli e gliele ho dette. Mi dispiace che sia successo alla vigilia delle sue dimissioni. Per ora non lo chiamerò, ma in seguito accadrà. Questa vicenda non toglie nulla al nostro rapporto, del resto in questi cinque anni Lippi ha litigato con molti giocatori. Succede anche tra moglie e marito. Responsabile della sua dipartita? Lo sono per quello che non ho fatto sul campo, io sono uno dei più anziani del gruppo e da me ci si aspetterebbe di più».L’estate successiva lascia Torino, per raggiungere Vialli al Chelsea, dove ritrova Marcel Desailly, suo amico fraterno. L’esperienza inglese non sarà molto fortunata e Didier terminerà la carriera l’anno seguente a Valencia. Intrapresa l’attività da allenatore, sfiora una Champions League con i francesi del Monaco, sconfitti in finale dal Porto di Mourinho.Nell’estate del 2004 è il maggiore candidato a sedere sulla panchina della Juventus del dopo Lippi, prima del blitz “umbertiano” che porta a Torino Fabio Capello. L’appuntamento, però, è solamente rimandato; nella turbolenta estate del 2006, infatti, la nuova dirigenza bianconera lo ingaggia, per riportare la Juventus in Serie A.Quando mancano due giornate alla fine del campionato 2006-07, raggiunta la matematica promozione nella massima serie, Didier rassegna le proprie dimissioni da allenatore della Juventus.«Accettai la panchina della Juve senza sapere se avrei allenato in C, in B e con quale penalizzazione. Si parlava di -30, -18. Fu un modo per sdebitarmi con chi mi aveva dato tantissimo nei cinque anni vissuti a Torino da giocatore. Ottenendo la promozione in A penso di avere saldato il mio debito, di essermi messo in pari».Successivamente, Didì, si pentirà di quella decisione: «Sul momento mi sembrò una decisione giusta, coerente. Invece fu un errore tutto mio. Con il passare del tempo ho realizzato che la gente del calcio non aveva colto le ragioni di quella mia scelta. Faccio un esempio: fui contattato dal Liverpool e la prima cosa che i miei interlocutori mi chiesero durante la riunione fu: “Perché se ne andò dalla Juve?”Io e la società avevamo visioni diverse sul futuro e devo dire che anche chi mi stava vicino, come il mio agente, non mi consigliò al meglio. In pratica nulla fece per ricomporre la frattura. Fatto sta che venivamo da un’annata psicologicamente difficile, in cui ci ritrovammo in città e stadi mai visitati prima dalla Juve. Ogni partita era una battaglia. Consumammo davvero molte energie e sapevo che le aspettative l’anno successivo sarebbero state ancora più alte. Ma non si poteva pretendere di vincere subito lo scudetto, bisognava andare per gradi, ricostruire.La mia posizione all’epoca era chiara: meglio prendere tre giocatori fortissimi all’anno, piuttosto che sei o sette di medio valore. Per essere all’altezza del proprio passato e delle aspettative che la circondano, la Juve ha bisogno di un continuo ricambio di campioni. Certo la qualità ha un prezzo, ma in quell’anno in B riuscii a lanciare giovani come Marchisio e De Ceglie, quindi potevamo concentrarci su pochi rinforzi di alto livello. E il discorso regge, anche se parliamo di due grandi rinforzi, piuttosto che cinque arrivi di medio valore». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/dider-deschamps.html -
Didier Deschamps - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
DIDIER DESCHAMPS https://it.wikipedia.org/wiki/Didier_Deschamps Nazione: Francia Luogo di nascita: Bayonne Data di nascita: 15.10.1968 Ruolo: Centrocampista Altezza: 170 cm Peso: 72 kg Nazionale Francese Soprannome: Didí Alla Juventus dal 1994 al 1999 Esordio: 31.08.1994 - Coppa Italia - Juventus-Chievo 0-0 Ultima partita: 23.05.1999 - Serie A - Juventus-Venezia 3-2 178 presenze - 4 reti 3 scudetti 1 coppa Italia 2 supercoppe italiane 1 champions league 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Campione del mondo 1998 con la nazionale francese Campione d'Europa 2000 con la nazionale francese Allenatore della Juventus dal 2006 al 2007 43 panchine - 30 vittorie - 11 pareggi - 2 sconfitte 1 campionato di serie B Campione del mondo 2018 - c.t. della nazionale francese Nations League 2021 - c.t. della nazionale francese Didier Claude Vincent Deschamps (Bayonne, 15 ottobre 1968) è un allenatore di calcio ed ex calciatore francese, di ruolo centrocampista, commissario tecnico della nazionale francese. Da calciatore ha vinto tre campionati francesi (uno dei quali revocato) e una UEFA Champions League con l'Olympique Marsiglia, tre campionati italiani, una Coppa Italia, due Supercoppe italiane, una Champions League, una Coppa Intercontinentale e una Supercoppa UEFA con la Juventus e una Coppa d'Inghilterra col Chelsea. È stato inoltre nominato miglior calciatore francese da France Football nel 1996. Nel ruolo di allenatore ha sollevato una Coppa di Lega francese con il Monaco e altre tre Coppe di Lega, un campionato francese e due Supercoppe di Francia con l'Olympique Marsiglia. Ha inoltre guidato la Juventus nel campionato di Serie B 2006-2007, raggiungendo la promozione in Serie A e la vittoria matematica del torneo. Campione del mondo nel 1998 e d'Europa nel 2000 con la nazionale francese, in entrambi i casi nelle vesti di capitano, nel 2012 ne è stato nominato selezionatore e in questa veste ha condotto i Bleus al secondo posto nell'europeo di Francia 2016 e alle vittorie del mondiale di Russia 2018 — nell'occasione, assieme a Mario Zagallo e Franz Beckenbauer, è diventato una delle sole tre personalità nel mondo del calcio ad avere trionfato al mondiale sia da calciatori sia da allenatori e, come nel caso del solo Beckenbauer, da capitano della nazionale vincitrice — e della UEFA Nations League del 2020-2021. Didier Deschamps Deschamps nel 2018 Nazionalità Francia Altezza 170 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Francia Termine carriera 2001 - giocatore Carriera Giovanili 1976-1983 Aviron Bayonnais 1983-1985 Nantes Squadre di club 1986-1989 Nantes 111 (4) 1989-1990 Olympique Marsiglia 17 (1) 1990-1991 → Bordeaux 29 (3) 1991-1994 Olympique Marsiglia 106 (5) 1994-1999 Juventus 178 (4) 1999-2000 Chelsea 27 (0) 2000-2001 Valencia 13 (0) Nazionale 1989-2000 Francia 103 (4) Carriera da allenatore 2001-2005 Monaco 2006-2007 Juventus 2009-2012 Olympique Marsiglia 2012- Francia Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1998 Oro Russia 2018 Europei di calcio Oro Belgio-Paesi Bassi 2000 Argento Francia 2016 UEFA Nations League Oro Italia 2021 Biografia Nato a Bayonne, zona basca del sud della Francia, vive a Cap-d'Ail. È cugino di primo grado dell'ex tennista Nathalie Tauziat. Caratteristiche tecniche Giocatore Era un centrocampista difensivo dotato di grande personalità e temperamento, derivanti a detta dello stesso Deschamps dalle sue origini di confine — «sono basco [...] e della mia gente ho la caparbietà. Quando ci mettiamo in testa una cosa, vogliamo arrivare allo scopo» —, tanto da essere paragonato all'ex juventino Giuseppe Furino al suo arrivo a Torino. Di piede mancino, la diligenza tattica e la rapidità di movimento gli consentivano di essere molto efficace in fase di ripiegamento, eccellendo in particolar modo nel tackle; dotato di un'ottima tecnica di base, ciò gli permetteva inoltre di rilanciare l'azione e proporsi a sua volta in avanti, pur se la sua indole difensiva lo portava più a rifinire per i compagni che non a cercare la battuta a rete. Allenatore Predilige adottare moduli basati su una difesa a quattro elementi, come il 4-4-2, il 4-3-3 o il 4-2-3-1, tutti accomunati dallo sfruttamento del gioco sulle corsie esterne. Carriera Giocatore Club Gli inizi al Nantes Dopo una breve parentesi nel rugby inizia a giocare a calcio nella locale squadra della natìa Bayonne, l'Aviron Bayonnais, mentre frequenta la scuola primaria. All'età di 15 anni, nel corso della Ligue d'Aquitaine, è notato dagli scout del Nantes, con il quale firma un contratto nell'aprile 1983. Gli bastano solo due anni nel settore giovanile dell'FCN, noto per essere uno dei migliori in Francia, per dar prova del suo talento. Nel 1985 è promosso in prima squadra e il 27 settembre, a diciassette anni, fa il suo debutto in première division nella vittoriosa trasferta sul campo del Brest. Le quattro stagioni trascorse a Nantes sono determinanti per il prosieguo della sua carriera: non vince alcun trofeo, causa un club all'epoca di mezza classifica, ma matura una notevole esperienza, disputando 111 partite in campionato. Durante la sua ultima stagione in maglia gialloverde, inoltre, viene convocato per la prima volta nella nazionale francese. Olympique Marsiglia e Bordeaux Nel 1989 si trasferisce all'Olympique Marsiglia per 17 milioni di franchi. Durante la sua prima stagione in biancazzurro è spesso relegato in panchina: disputa soltanto 17 partite, con una rete all'attivo, la maggior parte delle quali subentrando a partita in corso. Ciò nonostante viene eletto rivelazione dell'anno da France Football e vince il suo primo campionato, malgrado l'avere patito problemi di adattamento nel club. Al termine dell'annata, anche per non mettere a repentaglio il suo posto in nazionale, accetta il trasferimento in prestito al Bordeaux. Deschamps (a sinistra) al Bordeaux nel 1990, mentre insegue il romanista Thomas Berthold durante un incontro di Coppa UEFA. La stagione disputata con la maglia dei girondini è decisiva per la sua carriera: ha modo di giocare regolarmente sicché al termine della stessa, dopo avere disputato 29 partite, nell'estate 1991 può fare ritorno al club di Bernard Tapie. Inizialmente quest'ultimo vorrebbe usarlo come pedina di scambio con il Paris Saint-Germain nella trattativa per portare Jocelyn Angloma alla corte dei marsigliesi, ma il giovane centrocampista si oppone fermamente; resta pertanto all'OM e, anzi, ne diviene una pedina fondamentale. Nella stagione 1991-1992 disputa 36 gare in campionato, con 4 reti all'attivo, e vince il suo secondo titolo nazionale, il primo da protagonista. La stagione 1992-1993 è quella della consacrazione. Vince il terzo campionato nonché secondo consecutivo, seppur successivamente revocato a seguito dell'affaire VA-OM, ma soprattutto il 26 maggio 1993 lui e tutto l'Olympique Marsiglia entrano nella storia del calcio francese conquistando il loro primo titolo continentale, la Champions League: nella finale di Monaco di Baviera i biancazzurri sconfiggono per 1-0 il Milan e Deschamps, da capitano della squadra, è chiamato a sollevare al cielo la coppa. L'OM diventa il primo club transalpino campione d'Europa. Nella stagione successiva, 1993-1994, disputa 34 partite in un campionato che la squadra conclude al secondo posto. Al termine della stagione, tuttavia, la federazione francese, dopo avere accertato le responsabilità di Tapie nell'organizzazione dell'illecito VA-OM, retrocede d'ufficio la formazione in D2: questo fatto, assieme alla voglia di misurarsi con un campionato più competitivo, spingono Deschamps a lasciare Marsiglia e la Francia. Juventus Deschamps in azione per la Juventus nel campionato 1994-1995. Nell'aprile 1994 la Juventus, anticipando i tempi, blocca Deschamps il quale, in scadenza di contratto, può essere prelevato pagando all'Olympique Marsiglia, secondo i parametri UEFA che in epoca pre-Bosman regolavano il mercato degli svincolati, un indennizzo intorno ai tre miliardi e mezzo di lire; il mese seguente il centrocampista di Bayonne firma ufficialmente con il club italiano. È una Signora nuova, lontana dallo scudetto da nove anni e che per questo ha appena cambiato molto, in campo e dietro le scrivanie. L'avventura bianconera del francese non parte nel migliore dei modi: in ottobre viene operato al tendine di Achille sinistro e resta così lontano dai campi per quasi metà stagione. Una volta guarito diventa subito indispensabile, costituendo con l'altro neoacquisto Paulo Sousa una coppia di centrocampo dall'alto rendimento, che porta la squadra torinese a vincere campionato e Coppa Italia, oltre ad arrivare in finale di Coppa UEFA persa contro il Parma. Forte nel pressing a tutto campo e nel contrasto, con uno spiccato senso tattico, viene subito apprezzato da Marcello Lippi per la sua duttilità, lo spirito di sacrificio e l'intelligenza tattica; il tecnico gli consegna le chiavi del centrocampo bianconero per la stagione seguente in cui il club è ai margini della lotta per lo scudetto; il Milan stacca immediatamente i piemontesi che, nonostante un tentativo di riavvicinamento nel finale della stagione, chiuderanno il torneo al secondo posto. Diversa è la storia in Champions League: Deschamps è infatti il perno della squadra che, dopo un cammino entusiasmante nei precedenti turni, il 22 maggio 1996 batte ai rigori l'Ajax all'Olimpico di Roma; si tratta, sia per il club juventino sia per centrocampista, del secondo trionfo nella massima competizione europea. In precedenza, nel corso della stagione aveva già messo in bacheca la Supercoppa italiana. Da sinistra: i connazionali Zinédine Zidane e Deschamps nel ritiro estivo juventino della stagione 1996-1997. È ancora protagonista nell'annata 1996-1997, ricca di trofei per il francese e i suoi compagni di spogliatoio. Il 27 novembre 1996, battendo a Tokyo gli argentini del River Plate si aggiudica la Coppa Intercontinentale. Il 6 febbraio 1997, dopo avere battuto nel doppio confronto (1-6 in trasferta e 3-1 in casa) il Paris Saint-Germain, alza al cielo la Supercoppa UEFA. Contribuisce, con 26 presenze e 1 rete (nel successo per 1-4 contro l'Udinese), alla conquista dello scudetto nell'anno del centenario del club torinese, e arriva alla finale di Champions League dove la squadra viene sconfitta dal Borussia Dortmund. Nella stagione seguente vince il suo terzo scudetto, il secondo consecutivo con la formazione juventina, e la seconda Supercoppa di Lega; raggiunge inoltre la terza finale consecutiva di Champions League, la sua quinta finale europea in sei anni, persa contro il Real Madrid. L'annata 1998-1999 è travagliata sia per la Juventus sia per il giocatore: i risultati non arrivano, e Lippi inizia a escludere frequentemente Deschamps dall'undici titolare. I rapporti tra i due si deteriorano, così come col resto dello spogliatoio, culminando in un duro scontro tra il tecnico viareggino e il centrocampista francese alla vigilia della partita casalinga contro il Parma. Sul finire della stagione, l'unica senza successi a Torino, manifesta la volontà di chiudere con la Juventus ritenendo ormai esaurita la propria esperienza in seno al club. Sveste la maglia bianconera dopo cinque stagioni, con 4 reti in 178 presenze complessive, vincendo tutto: il suo palmarès juventino vede 3 scudetti, 1 Coppa Italia, 1 UEFA Champions League, 1 Coppa Intercontinentale, 1 Supercoppa UEFA e 2 Supercoppe italiane. Gli ultimi anni con Chelsea e Valencia Deschamps (a sinistra) al Chelsea nel 1999, in contrasto sul laziale Juan Sebastián Verón durante una sfida di Champions League. Il 21 giugno 1999 si accorda con il Chelsea, allenato dall'amico ed ex compagno di squadra a Torino Gianluca Vialli; a Londra ritrova inoltre Marcel Desailly, suo amico fraterno. Con la maglia dei Blues disputa 27 gare andando a segno una volta, vincendo una FA Cup. Non riesce tuttavia ad adattarsi al calcio inglese, sicché al termine della stagione si trasferisce al Valencia per una cifra pari a circa 2,7 milioni di sterline. Anche l'esperienza spagnola non si rivela però felice: con la maglia del club valenciano, allenato da Héctor Cúper, ha modo di disputare soltanto 8 gare a causa di numerosi infortuni, e assiste dalla panchina alla sconfitta contro il Bayern Monaco nella finale di Champions League disputata a San Siro. Nell'estate 2001 dà il suo addio al calcio giocato. Nazionale Viene convocato per la prima volta nella nazionale francese dal selezionatore Michel Platini nel 1989, a 20 anni, e il 29 aprile debutta nella partita contro la Jugoslavia valida per le qualificazioni al campionato del mondo 1990, rilevando al 76' Daniel Xuereb. La sua carriera internazionale inizia in uno dei momenti più bui del calcio transalpino: dapprima i Bleus falliscono la qualificazione a Italia '90, poi chiudono senza vittorie la fase finale del campionato d'Europa 1992, e infine non riescono a ottenere il pass per il campionato del mondo 1994. Deschamps (accosciato, secondo da sinistra) in nazionale nel 1994 Con l'inizio dell'era di Aimé Jacquet le cose cambiano sia per i Galletti sia per il centrocampista di Bayonne. Il tecnico di Sail-sous-Couzan inizia a ricostruire la squadra in vista del campionato d'Europa 1996, consegnando inizialmente i gradi di capitano a Éric Cantona; ma nel gennaio 1995 il talento francese chiude per sempre con la nazionale, suo malgrado, dopo la squalifica di nove mesi rimediata con la sua squadra di club, causa un violento calcio a un tifoso che lo aveva insultato mentre usciva dal campo, a seguito di un'espulsione. Scaricato Cantona, Jacquet decide di rivoluzionare l'undici base: fuori i "vecchi" come Papin e Ginola, e spazio a quella che in seguito sarà definita la "generazione d'oro". In quest'ottica di cambiamenti, il sélectionneur transalpino affida definitivamente la fascia di capitano a Deschamps, a cominciare dall'amichevole contro la Germania del 1º giugno 1996. Diventa subito il leader dei Bleus che guida fino alla semifinale di Euro '96, dove vengono sconfitti ai tiri di rigore dalla Rep. Ceca, conseguendo comunque il migliore risultato della Francia da dieci anni a quella parte. Nel 1998, ormai da capitano e senatore dello spogliatoio, guida la sua nazionale alla vittoria del suo primo mondiale. Due anni dopo, ancora da capitano, guida i Bleus alla vittoria del campionato d'Europa 2000, consentendo così ai Galletti di diventare la seconda nazionale, dopo la Germania Ovest del 1974, a detenere contemporaneamente sia la Coppa del Mondo sia la Coppa Henri Delaunay. In occasione della semifinale contro il Portogallo, inoltre, raggiunge la sua centesima presenza con la maglia nazionale: è il primo giocatore francese in assoluto a tagliare questo traguardo. Il 2 settembre 2000 gioca, allo Stade de France contro l'Inghilterra, la sua ultima partita in nazionale; in una gara terminata 1-1, viene sostituito al 59' da Patrick Vieira. Lascia i Bleus dopo 103 presenze e 4 reti. Conta anche una presenza nell'Euskal Selekzioa, la rappresentativa formata da soli giocatori baschi. Allenatore Monaco A 33 anni ancora da compiere decide di concludere la carriera da calciatore e intraprendere quella in panchina. Rescinde il contratto con il Valencia, e il 9 giugno 2001 viene nominato allenatore del Monaco. Costruisce una squadra con un budget molto limitato, affiancando a giovani promesse (Givet, Squillaci, Rothen, Evra) giocatori di esperienza ma scartati da alcuni grandi club europei (Roma, Nonda, Morientes, Giuly). La prima stagione alla guida del club monegasco è tutt'altro che entusiasmante, fallendo l'obiettivo primario della qualificazione alla Champions League: in campionato, a seguito di un inizio disastroso, la squadra si stacca subito dalle posizioni di testa per chiudere infine a un anonimo al 15º posto; in Coppa viene invece eliminata a sorpresa ai quarti di finale dal Nîmes, squadra di Division 2, mancando così l'ultima possibilità di accesso a una competizione europea. Nell'annata seguente, nonostante la grave crisi finanziaria del club, guida la sua squadra a un lungo testa a testa in campionato con l'Olympique Lione, perdendo il titolo solo alle ultime giornate. Il 17 maggio 2003 vince comunque il suo primo trofeo da allenatore: la sua squadra sconfigge nella finale di Coppa di Lega per 4-1 il Sochaux. Nella stagione 2003-2004 compie il suo capolavoro alla guida del club del Principato: dopo un'estate turbolenta, che vede la squadra inizialmente retrocessa in Ligue 2 a causa di problemi finanziari, e poi ripescata, inizia a inanellare una serie di successi sia in campionato sia in Champions League. Durante il cammino europeo la sua squadra stupisce per la qualità del gioco, frizzante ma non scriteriato. Dopo avere primeggiato nel suo girone con relativa semplicità, infliggendo tra l'altro un sonoro 8-3 ai galiziani del Deportivo La Coruña, nella fase a eliminazione diretta ha la meglio dapprima della Lokomotiv Mosca negli ottavi e poi dei più quotati Galácticos del Real Madrid nei quarti: in particolare nel doppio confronto con gli spagnoli, dopo avere perso l'andata al Bernabéu per 4-2, al ritorno recupera l'iniziale svantaggio di 1-0 e sconfigge le favorite Merengues per 3-1. In semifinale elimina il Chelsea e si qualifica per la finale di Gelsenkirchen contro il Porto allenato da José Mourinho. Il sogno della squadra del Principato si spegne all'ultimo atto: nella finale i francesi giocano una partita sottotono e vengono sconfitti con un perentorio 3-0 dai lusitani. La quarta stagione alla guida dei biancorossi si rileva negativa per il tecnico di Bayonne. Dopo un buon inizio in campionato, la squadra si ritrova ben presto fuori dalla lotta per il titolo, e viene eliminata negli ottavi di Champions League dal PSV. Chiude infine al terzo posto in Ligue 1 e si qualifica per i preliminari di Champions League. A settembre 2005, dopo 4 sconfitte in 7 giornate di campionato e soprattutto dopo l'eliminazione all'ultimo turno preliminare di Champions League per mano del Betis di Siviglia, si dimette dall'incarico. Juventus Dopo quasi un anno d'inattività, il 10 luglio 2006 torna alla Juventus accettando il difficile incarico di allenare la squadra nel momento più difficile della propria storia: a seguito dello scandalo di Calciopoli, infatti, la formazione bianconera è stata retrocessa d'ufficio in Serie B con una forte penalizzazione in classifica. Deschamps si ritrova alla guida di una squadra solo lontana parente di quella a cui aveva preso parte da giocatore, privata di molti uomini importanti, ceduti sia per esigenze di bilancio sia per non aver accettato di giocare nella serie cadetta; pertanto il tecnico francese decide di lanciare, a fianco dei pochi senatori rimasti, vari giovani del vivaio, tra cui la futura bandiera bianconera Claudio Marchisio. Dopo un avvio tra alti e bassi, a seguito dell'impatto con un ambiente molto diverso da quello solitamente frequentato dalla Vecchia Signora, la squadra inizia a risalire posizioni in classifica finché il 20 maggio 2007, con la goleada esterna sull'Arezzo (5-1), ottiene con tre giornate di anticipo la matematica vittoria del campionato e annessa promozione in Serie A. Pur avendo riportato i bianconeri nell'élite del calcio italiano, come gli viene riconosciuto de facto dai tifosi juventini e dalla stampa specializzata, Deschamps non potrà mai fregiarsi de iure di questo trionfo, poiché appena cinque giorni dopo risolve a sorpresa il suo contratto con i torinesi, a causa di sopravvenuti dissidi con la dirigenza circa i piani futuri della società, che per le ultime due gare, ormai ininfluenti, viene affidata all'allenatore in seconda Giancarlo Corradini. Olympique Marsiglia Deschamps tecnico dell'Olympique Marsiglia nel 2011 Il 5 maggio 2009 l'Olympique Marsiglia annuncia Deschamps quale successore di Eric Gerets alla guida del club. Il 27 marzo 2010 guida l'OM alla vittoria della Coppa di Lega francese, battendo in finale il Bordeaux per 3-1: si tratta del primo successo marsigliese nella manifestazione, nonché del primo trofeo dopo 17 anni di digiuno. Il 5 maggio 2010, battendo 3-1 il Rennes, e in concomitanza con la sconfitta dell'Auxerre a Lione, l'OM si aggiudica il nono titolo della sua storia, a diciotto anni dal precedente. Il 28 luglio 2010 guida i marsigliesi alla vittoria della Supercoppa di Francia sconfiggendo per 5-4 ai rigori il Paris Saint-Germain. Nel dicembre dello stesso anno viene eletto allenatore francese dell'anno dalla rivista France Football. Nazionale francese Deschamps sulla panchina della Francia nel 2017 L'8 luglio 2012 viene nominato commissario tecnico della nazionale francese, ruolo in cui sostituisce Laurent Blanc, dimissionario dopo l'eliminazione della squadra ai quarti di finale del campionato d'Europa 2012. Deschamps riesce a qualificare i Bleus al campionato del mondo 2014 con qualche patema, solo ai play-off, e solo dopo aver rimontato l'Ucraina nella decisiva sfida di ritorno; nella fase finale in Brasile, con una rosa molto giovane, la Francia arriva ai quarti di finale, dove si arrende alla Germania (0-1) poi vincitrice del torneo. Guida in seguito la nazionale al campionato d'Europa 2016 ospitato proprio dalla Francia, dove Deschamps riesce a portare i Bleus alla finale di Parigi dopo aver eliminato, tra gli altri, i tedeschi campioni del mondo in carica in semifinale; seppur favoriti dai pronostici, all'atto conclusivo i padroni di casa vengono sconfitti dal Portogallo ai tempi supplementari (0-1). Rimasto in sella alla nazionale, nel biennio seguente raggiunge, seppur con qualche difficoltà, la qualificazione al campionato del mondo 2018. Nella fase finale in Russia, dopo avere vinto il proprio gruppo davanti alla Danimarca e aver eliminato l'Argentina agli ottavi, l'Uruguay ai quarti e il Belgio in semifinale, la Francia trionfa battendo per 4-2 la Croazia nella finale di Mosca, aggiudicandosi la Coppa del mondo per la seconda volta: nell'occasione Deschamps entra nel ristretto gruppo di campioni del mondo sia sul campo che in panchina, dopo il tedesco Franz Beckenbauer e il brasiliano Mário Zagallo. Nel corso della competizione Deschamps diventa inoltre il selezionatore con più panchine nella storia francese, superando il precedente record di Raymond Domenech in occasione della sfida contro gli argentini. Al trionfo mondiale fanno seguito gli impegni nella UEFA Nations League 2018-2019, alla cui final four la Francia non riesce a qualificarsi. Nelle qualificazioni al campionato d'Europa 2020, la Francia primeggia nel proprio girone e, in occasione dell'ultima partita del gruppo, vinta contro l'Albania, Deschamps raggiunge quota 100 panchine da commissario tecnico dei Blues. Malgrado i Bleus godano dei favori del pronostico, la fase finale del torneo, disputata nell'estate del 2021, si chiude per i francesi già agli ottavi di finale, a causa dell'inaspettata eliminazione ai tiri di rigore contro la Svizzera. Nei mesi seguenti la Francia di Deschamps si riscatta nella final four della UEFA Nations League 2020-2021, superando il Belgio in semifinale e la Spagna nella finale di Milano, conquistando così per la prima volta il trofeo. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Deschamps festeggia la vittoria della Juventus nel campionato italiano 1994-1995. Campionato francese: 2 - Olympique Marsiglia: 1989-1990, 1991-1992 Campionato francese: 1 (revocato) - Olympique Marsiglia: 1992-1993 Campionato italiano: 3 - Juventus: 1994-1995, 1996-1997, 1997-1998 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Supercoppa italiana: 2 - Juventus: 1995, 1997 Coppa d'Inghilterra: 1 - Chelsea: 1999-2000 Competizioni internazionali Ravanelli, Deschamps e Rampulla festeggiano il trionfo della Juventus nella Champions League 1995-1996. UEFA Champions League: 2 - Olympique Marsiglia: 1992-1993 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia 1998 Campionato d'Europa: 1 - Belgio-Paesi Bassi 2000 Individuale Calciatore francese dell'anno: 1 - 1996 Allenatore Club Coppa di Lega francese: 4 - Monaco: 2002-2003 - Olympique Marsiglia: 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012 Campionato francese: 1 - Olympique Marsiglia: 2009-2010 Supercoppa francese: 2 - Olympique Marsiglia: 2010, 2011 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia: Russia 2018 UEFA Nations League: 1 - Francia: Italia 2021 Individuale Allenatore di calcio francese dell'anno: 3 - 2003, 2010, 2018 Trophées UNFP du football: 1 - Miglior allenatore della Ligue 1: 2004 The Best FIFA Men's Coach: 1 - 2018 Squadra maschile dell'anno IFFHS: 1 - 2018 Miglior commissario tecnico dell'anno IFFHS: 2 - 2018, 2020 Inserito tra le “Leggende del calcio” del Golden Foot - 2018 Globe Soccer Awards: 1 - Miglior allenatore dell'anno: 2018 World Manager of the Year: 1 - 2018 Onorificenze Cavaliere dell'Ordine della Legion d'Onore — Parigi, 1º settembre 1998 Ufficiale dell'Ordine della Legion d'Onore — Parigi, 31 dicembre 2018. Di iniziativa del Presidente della Repubblica francese. -
ALESSANDRO ORLANDO Alessandro Orlando è arrivato alla Juve per vincere – scrive Silvia Grosso su “Hurrà Juventus” dell’ottobre 1994 –, anzi per continuare a vincere. Nonostante abbia soltanto ventiquattro anni, ha infatti accumulato esperienza e successi in alcune tra le più importanti società italiane. Ha esordito in Serie B con 1’Udinese di Lombardo nella stagione ‘87-88 e l’anno successivo ha conquistato la promozione in A: passato al Parma di Scala, ha fatto il bis nel campionato ‘89-90. Ancora un ritorno a Udine e finalmente l’esordio in A con la Sampdoria e la conquista della Supercoppa Italiana; ventinove presenze e la sofferta permanenza in A, nuovamente con la maglia de1l’Udinese, hanno caratterizzato la stagione ‘92-93. Poi il passaggio al Milan e i relativi successi: scudetto, Coppa dei Campioni e due Supercoppe italiane, prima contro il Torino e due mesi fa contro la Sampdoria. Orlando pensa ormai solamente al futuro, ma non può certo prescindere dalle sue esperienze passate, grazie alle quali ha potuto crescere e maturare sino al punto di trovare posto nella Juventus vincente targata Lippi: «Le prime stagioni a Udine e Parma non sono state esaltanti, perché ero molto giovane e giocavo poco. Dalla Sampdoria in poi tutto è migliorato e ho imparato veramente molto, sia dal punto di vista tecnico-professionale che da quello personale; avere la possibilità di allenarmi e di giocare al fianco di grandi campioni mi ha aiutato tantissimo. Sono state molte le persone importanti per la mia crescita e, se provassi a elencarle, rischierei di scordarne qualcuna; allenatori, compagni, dirigenti e amici, nel bene e nel male, mi hanno sempre lasciato qualcosa. Del Milan era impressionante la mentalità, che concepiva soltanto la vittoria, alla quale tutto era subordinato. Per quanto riguarda la tensione e i ritmi di lavoro, credevo che quelli di Milano fossero eccezionali; però ho visto che qui alla Juve è esattamente lo stesso, visto che stiamo giocando tre volte alla settimana e con determinazione e concentrazione invidiabili». Ma chi è veramente Alessandro Orlando? Ecco come lui stesso si descrive: «Non c’è molto da dire, non ho lati oscuri. Sono un ragazzo che crede ancora che il calcio sia un divertimento, ma un divertimento da affrontare con il massimo impegno. Essendo friulano sono inizialmente timido, ma questo non mi ha mai creato alcun problema nei rapporti con gli altri. Mi piace molto la natura e, quando non sono impegnato sui campi di calcio, amo viaggiare e andare a caccia; seguo poi la Formula Uno e il tennis, al quale mi dedico un po’ in estate». L’aver cambiato maglia da un giorno all’altro non gli ha creato alcun problema di adattamento, grazie anche al suo carattere e all’accogliente ambiente bianconero: «Ho trovato veramente un bel gruppo di ragazzi in gamba e affiatati. Sul campo, poi, i risultati ci stanno dando ragione e quindi il mio inserimento è stato ancora più semplice. Spero che la Juventus rappresenti una svolta per la mia carriera: ho ancora molte soddisfazioni da togliermi. Anche se ho avuto la fortuna di giocare sempre in grandi squadre, sono un po’ stufo di girare e di cambiare maglia ogni anno. Mi trovo benissimo in bianconero e vorrei che questa diventasse una sistemazione definitiva». Con l’arrivo di Orlando, l’organico juventino è più che mai completo e competitivo; il giovane terzino, mancino naturale, ha infatti dimostrato, sin dall’esordio, di essere l’elemento giusto per creare varchi e movimento sulla fascia sinistra. Purtroppo, nell’incontro casalingo con l’Inter, ha rimediato una lussazione alla spalla destra con conseguente stop di almeno tre settimane. Si tratta senza dubbio di un infortunio che non ci voleva, ma dal quale Alessandro sa di poter guarire senza forzare i tempi, visto l’alto livello qualitativo dell’intera rosa bianconera. 〰.〰.〰 Terzino sinistro che più sinistro non sì può. Lui stesso, con molta sincerità ma allo stesso tempo soddisfatto di questo, confessa con un pizzico d’orgoglio che in situazioni del genere non fa mai male: «Con la gamba sinistra riesco a fare tutto, con quella destra un po’ meno». A Torino cercano un mancino naturale da alternare a Robert Jarni. E così, grazie a una trattativa fulminea, Juventus e Milan portano a termine uno scambio che lascia di stucco gli altri operatori di mercato: Alessandro Orlando in bianconero, Paolo Di Canio in rossonero. Alessandro è un giocatore non altissimo ma ben strutturato (172 centimetri di altezza per sessantanove chilogrammi) e, soprattutto, agile. Agile e scattante, padrone della sinistra: intesa come fascia, ovviamente. La sua corsa è elegante, apprezzabile, il cambio di marcia anche, la visione di gioco buona: «Semmai, deve cercare – spiegano i tecnici che lo hanno avuto – la conclusione finale. Quando si trova in zona tiro, ci deve provare». Orlando rimarrà alla corte bianconera solamente quella stagione, totalizzando 18 presenze. Ma culminata con la conquista dello scudetto e della Coppa Italia. E, soprattutto, col ricordo di quel perfetto lancio per il meraviglioso gol di Del Piero contro la Fiorentina. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/alessandro-orlando.html
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ALESSANDRO ORLANDO https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Orlando Nazione: Italia Luogo di nascita: Udine Data di nascita: 01.06.1970 Ruolo: Difensore Altezza: 176 cm Peso: 79 kg Nazionale Italiano Under-21 e Olimpica Soprannome: - Alla Juventus dal 1994 al 1995 Esordio: 18.09.1994 - Serie A - Napoli-Juventus 0-2 Ultima partita: 11.06.1995 - Coppa Italia - Parma-Juventus 0-2 18 presenze - 0 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Alessandro Orlando (Udine, 1º giugno 1970) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, tecnico della squadra Under-17 del Donatello. Ha collezionato un palmarès di tutto rispetto (una UEFA Champions League, due scudetti, due Coppe Italia e due Supercoppe di Lega) con diverse formazioni, anche se essenzialmente come rincalzo; è uno dei 6 calciatori (gli altri sono Giovanni Ferrari, Riccardo Toros, Eraldo Mancin, Roberto Baggio e Andrea Pirlo) ad avere vinto due scudetti consecutivi con due squadre diverse. Ha complessivamente collezionato in carriera 102 presenze e una rete in Serie A, e 104 presenze e 5 reti in Serie B. Alessandro Orlando Orlando all'Udinese nel 1996 Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 79 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Squadra Donatello (Under-17) Termine carriera 2013 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Udinese Squadre di club 1987-1989 Udinese 3 (0) 1989-1990 → Parma 13 (1) 1990-1991 Udinese 30 (0) 1991-1992 Sampdoria 14 (1) 1992-1993 Udinese 29 (0) 1993-1994 Milan 15 (0) 1994-1995 Juventus 18 (0) 1995-1996 Fiorentina 7 (0) 1996-1998 Udinese 24 (0) 1998-2000 Treviso 50 (5) 2000-2001 Cagliari 8 (0) 2001-2003 Padova 42 (0) 2003-2004 Pordenone 11 (0) 2004 Cologna Veneta 9 (0) 2004-2007 Tamai 95 (18) 2007-2008 Manzanese ? (?) 2008-2013 Flumignano ? (?) Nazionale 1992 Italia U-21 1 (0) 1992 Italia olimpica 1 (0) Carriera da allenatore 2008-2013 Flumignano 2014-2016 Sevegliano 2016-2017 Sangiorgina 2018-2020 Ol3 2020- Donatello U-17 Caratteristiche tecniche Giocatore Terzino sinistro dotato di un forte tiro, eccelleva nei lanci lunghi per i compagni del reparto avanzato: non brillava però nella fase difensiva, risultando carente nell'uno contro uno. Mostrò inoltre buone capacità nei calci piazzati. Carriera Giocatore Club Udinese, Parma e Sampdoria Cresciuto nelle giovanili dell'Udinese, comparì tre volte in prima squadra nelle stagioni tra il 1987 e il 1989. Venne in seguito ceduto in prestito al Parma, con cui marcò 13 presenze e una rete, ottenendo la promozione in Serie A nella stagione 1989-1990. Al termine del prestito tornò in Friuli, dove nella stagione successiva disputò il campionato cadetto giocando 30 partite senza mettere a segno alcuna rete. Orlando in azione alla Sampdoria nel 1991 Impostosi all'attenzione dei club di massima serie, nell'estate del 1991 passò alla Sampdoria campione d'Italia per 5,8 miliardi di lire. Esordì quindi in Serie A con la maglia dei liguri il 1º settembre 1991, in Cagliari-Sampdoria (3-2). In blucerchiato tuttavia, pur facendo emergere buone doti di dinamismo, non riuscì a imporsi come titolare, e dopo 14 presenze e una rete in campionato (siglata nel successo interno contro il Parma del 1º marzo 1992) e 5 presenze in Coppa dei Campioni, fece ritorno all'Udinese neopromossa in Serie A. In questa stagione in massima serie giocò 29 incontri con i bianconeri, segnando il suo unico gol direttamente dalla bandierina del calcio d'angolo nello spareggio salvezza contro il Brescia, disputato il 12 giugno 1993 e vinto dai friulani per 3-1. Milan, Juventus e Fiorentina Nel 1993 fu ingaggiato dal Milan per 3,2 miliardi di lire. In rossonero giocò 15 spezzoni di partita in campionato, 6 in Champions League (con una rete nella vittoria esterna 6-0 contro il Copenaghen) e 4 in Coppa Italia, nella formazione che dominò la stagione aggiudicandosi lo scudetto, la Champions League e la Supercoppa italiana. Con i rossoneri iniziò pure la stagione successiva, ma nella sessione autunnale del calciomercato venne ceduto ai rivali della Juventus in uno scambio con Paolo Di Canio. Orlando, Roberto Baggio e Angelo Peruzzi festeggiano il successo della Juventus nella Coppa Italia 1994-1995. A Torino le presenze in campionato furono 13, in quanto riserva di Robert Jarni, ma permisero a Orlando di aggiudicarsi il secondo scudetto consecutivo, oltre alla Coppa Italia (dove giocò 5 gare); ciò però non gli valse la conferma per la stagione successiva. Venne infatti ceduto alla Fiorentina, dove giocò ancora meno delle stagioni precedenti: disputò infatti 7 incontri in campionato, e una gara in Coppa Italia, che fu alla fine vinta dai toscani aggiungendo un nuovo trofeo al palmarès del terzino. Ritorno a Udine, ultimi anni Nel 1996-1997 fece quindi nuovamente ritorno a Udine, dove disputò una discreta stagione (22 presenze e quinto posto finale per i friulani), mentre nell'annata successiva (dopo aver giocato altre 2 gare con l'Udinese) venne ceduto in autunno al Treviso, neopromosso tra i cadetti. Con i trevigiani rimase per due stagioni nella seconda serie, segnando cinque reti in 50 gare di campionato. Nell'estate del 2000 passò al Cagliari, dove però scese in campo in sole 8 occasioni nell'unica sua stagione in Sardegna, prima di passare al Padova, in Serie C1. Con i veneti giocò due stagioni, marcando 42 presenze senza siglare alcuna rete, prima di passare al Pordenone e poi al Cologna Veneta. Nel 2004 venne invece tesserato dal Tamai, militante in Serie D, dove rimase per tre stagioni, prima di disputare una stagione alla Manzanese, nel 2007-2008. Nazionale Mai convocato nella nazionale maggiore, ha totalizzato una presenza nell'Under-21, il 29 gennaio 1992 nella sfida esterna contro i pari età della Grecia. Ha fatto parte della rosa che ha disputato i Giochi di Barcellona 1992, senza però scendere in campo: ha disputato solo un incontro preolimpico amichevole contro l'Egitto. Allenatore Dal 2008 ricopre il ruolo di allenatore-giocatore del Flumignano, squadra militante nel campionato di Promozione del Friuli-Venezia Giulia; nel giugno del 2013, al termine della sua quinta stagione a Talmassons, lascia il club. Dal 2014 al 2016 allena la società friulana del Sevegliano, militante in Promozione, scendendo più volte in campo. Nella stagione 2016-2017 allena la società friulana della Sangiorgina, in Prima Categoria; l'esperienza, a causa del terz'ultimo posto finale e annessa sconfitta nei play-out, si conclude con l'esonero. Dopo una stagione d'inattività, dal 2018 siede per due stagioni sulla panchina dell'Ol3 di Faedis, militante in Promozione. Dal 2020 è l'allenatore della squadra Under-17 della società giovanile Donatello di Udine. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Supercoppa italiana: 3 - Sampdoria: 1991 - Milan: 1993, 1994 Campionato italiano: 2 - Milan: 1993-1994 - Juventus: 1994-1995 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1994-1995 - Fiorentina: 1995-1996 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Milan: 1993-1994
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Ciro Ferrara - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
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Ciro Ferrara - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
CIRO FERRARA GIULIO SALA, “HURRÀ JUVENTUS” GIUGNO 2005Il 5 maggio 2005 Ciro Ferrara ha compiuto vent’anni; ventiquattro giorni dopo, il 29 maggio, ha vissuto la sua ultima domenica da calciatore. Nulla di strano comunque, il nostro è tutto fuorché un baby pensionato: le candeline spente un mese fa, non erano quelle di un compleanno, ma di un anniversario, quello della sua ventesima stagione in Serie A. Considerato il fatto che Ciro di anni ne ha trentotto, significa che ha trascorso più della metà della sua vita sui campi di calcio, a inseguire vittorie e avversari, raggiungendo il più delle volte entrambi e divenendo, partita dopo partita, prima un uomo, poi un campione, poi ancora un monumento.Un personaggio speciale, quello lo è sempre stato: quando lo scorso 15 maggio, al 43° minuto di Juventus-Parma, è entrato in campo, divenendo il decimo giocatore di sempre a raggiungere le 500 presenze in Serie A, il Delle Alpi gli ha riservato un’ovazione commossa, rispondendo all’invito di capitan Del Piero, che da bordo campo, dirigeva i cori, incitando lo stadio a gridare più forte. Una dimostrazione di simpatia e affetto da parte di tifosi e compagni, che non era solo il giusto tributo per il record, ma un doveroso omaggio all’ultimo atto di una carriera straordinaria, resa unica da statistiche impressionanti e da personaggi da leggenda.Una storia che inizia il 5 maggio 1985: al San Paolo giocano Napoli e Juventus, quasi uno schiaffo per chi non crede nel destino. In campo ci sono Maradona e Platini e quattro Campioni del Mondo di Spagna 1982. È un incontro di cartello, ma si gioca ugualmente la domenica pomeriggio: non esistono ancora Pay TV o Pay per View. Per seguire le partite in diretta, o vai allo stadio o ascolti Ameri e Ciotti alla radio e, per vedere i goal, aspetti “90° minuto” come una benedizione.È un mondo diverso: non ci sono cellulari, internet è ancora un mistero per tutti, Berlusconi non è neanche ancora Presidente del Milan. Ciro è un ragazzino di diciotto anni e si sta scaldando a bordo campo. Quando Rino Marchesi, l’allenatore del Napoli, lo chiama per farlo entrare, non sa che, in quel momento, sta mettendo la sua firma su uno dei capitoli più importanti della storia del calcio italiano. «E chi se lo aspettava di giocare? Era una domenica di fine stagione. Marchesi mi aveva portato già diverse volte in panchina e diverse volte mi aveva fatto scaldare, ma non ero mai entrato. Io andavo sempre a scaldarmi vicino alla bandierina; un giorno l’allenatore degli Allievi, mister Delella, mi disse: “Guarda che se non stai vicino alla panchina, il mister si dimentica che ti stai scaldando” e allora misi a frutto il suo consiglio. In realtà quella domenica si fece male Ferrario e così presi il suo posto dopo una ventina di minuti. Mi trovai di fronte Boniek e naturalmente cercai di fare del mio meglio. Terminò 0-0 ed io ero convinto di aver giocato bene e che fosse stata una grande gara. In realtà poi l’ho rivista e fu una partita scandalosa, bruttissima camminavano tutti in mezzo al campo».Quanto avevi sognato quel momento, quando eri piccolo? «Mah, a dire la verità, da piccolo proprio non ci pensavo. Come tutti i bambini ero appassionato di sport e di calcio in particolare ma fino a tredici anni non ho mai fatto parte di una squadra. Facevo tante attività, nuoto, mini basket, ma a calcio giocavo giusto con gli amici nel cortile di casa. Poi, a tredici anni, appunto, ho fatto il mio primo provino, nel Salvator Rosa, una squadra del Vomero. Il campo però era piuttosto lontano e andare fino là portava via troppo tempo allo studio, così dopo appena una settimana di allenamento non andai più. Per fortuna l’allora presidente Varriale chiamò a casa e parlò con i miei genitori ed io promisi loro che avrei continuato a studiare. Devo dire che, in quel periodo, i sacrifici maggiori li fecero proprio i miei, mia madre in particolare, che mi veniva a prendere a scuola per portarmi all’allenamento. Io da parte mia ho mantenuto la promessa e ho terminato gli studi».A scuola te la cavavi bene? «Tutto sommato sì, anche quando ho iniziato a giocare non ci sono stati grossi problemi, almeno nei primi tempi. Poi, verso i sedici, diciassette anni, quando ero già al Napoli, gli impegni diventavano per così dire più importanti, visto che iniziavo a entrare nel giro della prima squadra, e naturalmente avevo meno tempo. Diciamo che comunque sono stato un allievo scaltro, mi facevo interrogare solo quando ero preparato».Visto che non sognavi di fare il calciatore, che tipo di carriera avevi in mente? «Ero convinto di dover continuare l’attività di mio padre. Lui è un tecnico ortopedico e aveva il suo studio dove ogni tanto andavo per iniziare a conoscere il mestiere. Pensavo che quello sarebbe stato il mio lavoro, poi è capitato talmente tutto in fretta che non mi sono neanche reso conto di avere per le mani una grossa opportunità».Quando hai capito che ce l’avresti fatta? «Il giorno che sono andato in ritiro con la prima squadra. Fu un premio che la società riservò a me e ad altri tre ragazzi, per aver vinto il campionato Allievi. L’allenatore, Marchesi, durante le amichevoli mi metteva in campo, mi buttava nella mischia e allora cominciavo a dirmi: “Oh, Ciro, guarda che il treno non passa tanto spesso”. Non volevo lasciarmi sfuggire l’occasione anche se non pensavo di poter arrivare a certi livelli».Come ti sentivi ad allenarti con i campioni? «Era già un sogno essere in squadra con Bruscolotti, con Bagni, con Maradona. Quello era il primo ritiro di Diego con il Napoli. Li guardavo mentre si allenavano e mi chiedevo: “Ma che ci faccio io qui?”. Cercavo di rubargli qualche segreto, di capire da loro come ci si doveva comportare, avevo profondo rispetto per i compagni più grandi. Ora mi pare che le cose siano un po’ cambiate: sarà che ci sono più possibilità di allenarsi con la prima squadra, sarà che è più facile finire sui giornali ma credo che oggi i ragazzi perdano un po’ di umiltà. Il primo giorno di ritiro, io ero in imbarazzo: non sapevo se dare del lei o del tu; poi sono stati gli stessi compagni a mettermi a mio agio, però di borse ne ho portate tante. Oggi è un po’ più difficile che accada».Poi sei diventato un punto fermo di quel Napoli, non solo tu, partenopeo doc, ne sei diventato un simbolo. «Per me era un grande onore rappresentare non solo la squadra, ma anche la città. Oltretutto la società, spinta dal fatto di non aver mai vinto nulla di importante, era sempre alla ricerca di giocatori già affermati e difficilmente puntava su un ragazzo delle giovanili. Invece credo proprio che il primo scudetto sia stato vinto grazie ad un’ossatura fatta di giocatori campani, oltre che, naturalmente, grazie ai fenomeni che avevamo in squadra».Quello scudetto resta indimenticabile: tutta Napoli festeggiò per settimane. «La cosa bella quando si ottiene un risultato è festeggiare! E noi festeggiammo per tanto tempo! Ho vinto ancora diversi scudetti, ma quello per me resta il ricordo più importante, proprio per come fu vissuta quella vittoria, per la gioia, la felicità con cui fu accolto quel successo. I giornali lo descrissero come il riscatto di Napoli. In effetti, andare sui campi di Juve, Milan, Inter e dettare legge era una bella soddisfazione, per tutta la città».Mentre il Ferrara calciatore vinceva e faceva carriera, l’uomo metteva su famiglia. È a Napoli che hai conosciuto tua moglie. «Naturalmente. Ci conoscevamo da quando avevamo quindici anni e ci siamo sposati molto giovani. Lei, come tutta la sua famiglia, è sempre stata un punto di riferimento e pur standomi vicino nei momenti difficili, ha sempre avuto l’intelligenza di non entrare mai nel mio lavoro».Neanche quando è arrivato il momento di lasciare Napoli e di venire alla Juve? «Mah, si sapeva che il Napoli era in un momento di difficoltà e aveva necessità di vendere. C’era la possibilità di andare anche in altre squadre, alla Roma o al Parma, in città più vicine. Ne ho parlato con i miei familiari, ma ho preso io la decisione di venire alla Juve e loro successivamente l’hanno condivisa. Per me era importante avere la possibilità di rimanere a certi livelli e nonostante fossero nove anni che la Juventus non vinceva lo scudetto, scelsi Torino e credo proprio di non aver sbagliato».Napoli e Torino, due città molto diverse tra loro. Com’è stato il primo impatto? «Beh, Torino comunque è una città abbastanza meridionale, quindi non mi sentivo così lontano da casa! A parte gli scherzi, il primo impatto non è stato semplice, anche se conoscevo bene l’allenatore, Lippi, e molti compagni. Mi ricordo che giravo con mia moglie per il centro e ci chiedevamo: “E che ci facciamo qui?” Quando sono venuto alla Juve, avevo ventisette anni e per ventisette anni avevo sempre vissuto a Napoli, ero il capitano della squadra, guadagnavo bene. Ritrovarmi in un’altra città era una sensazione strana. Devo dire che aver vinto lo scudetto e la Coppa Italia il primo anno mi ha aiutato molto. Di successi poi ne sono arrivati tanti e quando si vince è tutto più facile. Certo le differenze tra le due città ci sono, eccome: sul piano sportivo: Napoli vive di calcio, Torino invece è più fredda, anche nel modo di vivere le vittorie. Qui si è obbligati a ottenere dei risultati, ma quando arrivano bisogna comunque esserne felici. Questo è proprio un rimprovero che sento di dover fare alla città: quando si vince, anche se si è abituati, bisogna festeggiare come merita».Ti aspettavi di riuscire a vincere già al primo anno di Juventus? «No, proprio perché la Juventus non vinceva da tempo. E invece, nonostante si stessero ponendo le basi di un progetto completamente nuovo, riuscimmo subito a compattarci in quello che divenne poi, il gruppo storico».Al primo anno, scudetto e Coppa Italia, poi, l’anno dopo, la Champions League. È stato quello il successo più gratificante nei tuoi anni alla Juve? «Riuscire a vincere la Coppa Campioni è importantissimo per la carriera di qualsiasi calciatore, Oltretutto, come dicevo, qui a Torino l’euforia per gli scudetti passa abbastanza in fretta: il sogno dei tifosi bianconeri è sempre la coppa, proprio per questo sono felice di aver fatto parte di quel gruppo».Un gruppo che sempre stato la forza della Juventus, nonostante, gli arrivi e le partenze di diversi campioni. «Negli anni sono andati via giocatori molto carismatici, dei veri e propri leader, ma ne sono arrivati altri, magari con caratteristiche diverse, ma sempre validi dal punto di vista tecnico. Io penso sia una questione di mentalità: quando arrivi alla Juventus, sai che devi comportarti e lavorare seriamente, perché la società ti mette a disposizione tutto, nei minimi particolari, permettendoti di pensare solo a giocare. Da questa squadra, negli oltre cento anni della sua storia, sono passati giocatori fortissimi, ma la continuità credo che sia sempre arrivata dalla società e dalla famiglia Agnelli. Ognuno di noi smetterà di giocare, ma la Juventus è destinata a vincere sempre».I tuoi successi in bianconero sono legati a Marcello Lippi. Insieme siete arrivati da Napoli e insieme avete vinto tutto. «Lippi ha dato tantissimo a questa società e a questa squadra, continuando ad aggiornarsi, evolvendosi, cambiando modo di giocare quando era il caso. Con la Juve ha sempre avuto un feeling particolare ed è riuscito fin da subito a creare un gruppo compatto e una mentalità vincente, la stessa che sono certo, riuscirà a dare anche alla Nazionale».A proposito di Nazionale: tu ti sei tolto grosse soddisfazioni con le squadre di club, ma in azzurro non sono sempre state rose e fiori. «In effetti, sono stato per tanti anni nel giro, ma ho avuto qualche infortunio che non mi ha mai permesso di essere protagonista, nel vero senso della parola. Nel 1998 proprio per un incidente molto grave fui costretto a saltare i Mondiali».Hai pagato anche l’arrivo di Sacchi sulla panchina azzurra. «Sicuro: per tre anni non fui convocato, ma mi presi una grossa rivincita quando venni richiamato. È stata una delle soddisfazioni più grandi, perché evidentemente lo convinsi che sarei potuto essere utile anche se il suo gioco era diverso da quello del Napoli».L’esordio in maglia azzurra resta comunque uno dei ricordi più belli. «Come no. Debuttai nel 1987, contro l’Argentina, contro Maradona. Per me fu molto imbarazzante trovarmelo di fronte: anche se lui cercava di mettermi a mio agio, parlandomi, dicendomi di stare tranquillo, affrontavo comunque Maradona, i Campioni del Mondo. Però li battemmo, poi Diego si arrabbiò per un po’ di tempo, ma meglio lui che io, no?»A proposito di Diego, che ora sta affrontando l’ennesima battaglia: ti capita mai di pensare, con il senno di poi, che forse tu e i tuoi compagni, in quegli anni, avreste potuto fare qualcosa di più per aiutarlo? «Guarda, bisogna prima chiarire che Diego, anche se può sembrare il contrario, ha un carattere molto forte, ha la testa bella dura. Per quanto mi riguarda, io l’ho conosciuto che avevo diciassette anni e a quel punto diventa difficile andare al cospetto di Maradona e parlargli in un certo modo, anche anni dopo. Credo che tutti noi abbiamo cercato di aiutarlo anche solo andando a chiamarlo a casa per farlo venire al campo ad allenarsi, a fare ciò che amava di più. Ora sta cercando di rimettersi in forma: non è facile, ma se ci si mette d’impegno sono sicuro che ce la potrà fare e mi riempirebbe davvero il cuore di gioia».C’è ancora una cosa che Diego potrebbe fare per renderti felice: venire al San Paolo il 9 giugno, per la tua partita di addio. Passeresti alla storia come l’uomo che ha riportato Maradona a Napoli. «Se riuscisse a venire sarei l’uomo più felice de mondo e credo che come me lo sarebbe ogni napoletano. Comunque sarà una bella festa, che ho voluto fortemente. Ho sempre detto che non mi sarebbe sembrato corretto finire la carriera nel Napoli, tornando a trentotto anni con tanti successi alle spalle, ma con poco da dare alla squadra, però avevo ancora un obiettivo, che non ho mai detto a nessuno: indossare ancora una volta la maglia del Napoli. Lo farò nella mia ultima partita».Quando hai deciso di smettere? «Questa stagione. È giusto che la Juventus ringiovanisca la rosa ed è giusto che io termini qui la mia carriera. Avrei avuto l’occasione, anche per il prossimo anno di andar giocare altrove, ma io ho ricevuto tanto dalla Juventus, soprattutto quando ho subito l’infortunio, sette anni fa. In quel momento avrei anche potuto andare via, ma la società invece ha creduto in me e mi ha permesso di giocare fino a trentotto anni. Sono sicuro che mi mancherà il campo. Ci sono stato per vent’anni. Il calcio è ciò che mi diverte di più, ma è arrivato il momento di smettere. Ho preso questa decisione molto serenamente e so che non me ne pentirò».Hai mai pensato che tra cento anni, quando qualcuno prenderà in mano l’almanacco del calcio, il tuo nome ci sarà ancora e anche in bella evidenza? Ti rendi conto di essere un monumento vivente alla storia del calcio? Ciro, orgoglioso e divertito, si ferma un attimo a pensare. «Forse significa che qualcosa di buono l’ho fatto, forse perché ho giocato in due sole squadre, entrambe vincenti. Le vittorie sul campo però vanno divise con il resto della squadra, con l’allenatore, con la società. Io spero di aver lasciato un ricordo positivo anche come uomo. Comunque chi tra cento anni prenderà in mano l’almanacco, su Ferrara dovrà fermarsi a leggere per almeno cinque minuti». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/ciro-ferrara.html -
Ciro Ferrara - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
CIRO FERRARA https://it.wikipedia.org/wiki/Ciro_Ferrara Nazione: Italia Luogo di nascita: Napoli Data di nascita: 11.02.1967 Ruolo: Difensore Altezza: 180 cm Peso: 90 kg Nazionale Italiano Soprannome: Stielike Alla Juventus dal 1994 al 2005 Esordio: 31.08.1994 - Coppa Italia - Juventus-Chievo 0-0 Ultima partita: 15.05.2005 - Serie A - Juventus-Parma 2-0 358 presenze - 20 reti 7 scudetti 1 coppa Italia 4 supercoppe italiane 1 champions league 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale 1 trofeo intertoto Allenatore della Juventus dal 2009 al 2010 Campione del mondo 2006 con la nazionale italiana (Collaboratore Tecnico) Ciro Ferrara (Napoli, 11 febbraio 1967) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Annoverato tra i migliori difensori degli anni 1980 e 1990, nel corso della sua carriera ha vestito le maglie di Napoli e Juventus, conquistando 9 scudetti (1986-87, 1989-90, 1994-95, 1996-97, 1997-98, 2001-02, 2002-03, 2003-2004 e 2004-2005), 2 Coppe Italia (1986-87 e 1994-95), una Coppa UEFA (1988-89), 5 Supercoppe italiane (1990, 1995, 1997, 2002 e 2003), 1 UEFA Champions League (1995-96), 1 Supercoppa UEFA (1996), 1 Coppa Intercontinentale (1996) e 1 Coppa Intertoto (1999). Tra il 1987 e il 2000 ha totalizzato 49 presenze in nazionale, partecipando al campionato d'Europa 1988 e al campionato del mondo 1990, chiusi entrambi al terzo posto, e al campionato d'Europa 2000, concluso in seconda posizione. In giovane età ha fatto parte anche dell'Under-21 e della selezione olimpica, con la quale ha disputato i Giochi di Seul 1988. I 9 campionati vinti lo collocano tra i giocatori più decorati nella storia della Serie A. Nel 1997 è stato incluso nella squadra dell'anno ESM e candidato al Pallone d'oro, classificandosi 33º. Ciro Ferrara Ferrara nel 2012 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 90 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 2005 - giocatore Carriera Giovanili 1981-1982 Salvator Rosa 1982 Grumese 1982-1984 Napoli Squadre di club1 1984-1994 Napoli 247 (12) 1994-2005 Juventus 358 (20) Nazionale 1985-1987 Italia U-21 6 (1) 1988 Italia olimpica 6 (1) 1987-2000 Italia 49 (0) Carriera da allenatore 2005-2006 Italia Coll. tecnico 2008-2009 Italia Coll. tecnico 2009-2010 Juventus 2010-2012 Italia U-21 2012 Sampdoria 2016-2017 Wuhan Zall Palmarès Mondiali di calcio Bronzo Italia 1990 Europei di calcio Argento Belgio-Paesi Bassi 2000 Biografia È nato a Napoli l'11 febbraio 1967, nel quartiere di Posillipo. Esiste un altro calciatore nato nella stessa città, nello stesso anno e con lo stesso nome, che ha fatto parte della rosa del Napoli nella stagione 1985-1986; essendo all'epoca entrambi nella stessa squadra, per differenziarli venivano chiamati per soprannome: al più anziano dei due toccò il nomignolo Stielike, con riferimento all'ex difensore della Germania Ovest noto per il suo energico stile di gioco. L'altro, che sarebbe diventato meno famoso, veniva chiamato Totó. Insieme alla famiglia, nel 2004 è comparso in una serie di spot televisivi della marca di yogurt Danette della Danone, mentre nel 2021 ha recitato negli spot TIMvision insieme a Lino Banfi e agli ex colleghi Christian Vieri e Filippo Inzaghi. In precedenza, nel 2002 era comparso, insieme ad altri due giocatori suoi conterranei, Fabio Cannavaro e Vincenzo Montella, nel film Volesse il cielo! di Vincenzo Salemme. Dalla stagione televisiva 2015-2016 è stato commentatore e opinionista tecnico per Premium Calcio, mentre nel 2021 diventa opinionista per DAZN. Nel 2019 ha partecipato al celebrity talent show di Canale 5, Amici Celebrities, mentre nel 2022 partecipa al reality Pechino Express in coppia col figlio Giovanbattista. A maggio 2005, sempre insieme a Cannavaro, ha creato la Fondazione Cannavaro-Ferrara, associazione di volontariato che si occupa dei bambini disagiati dei quartieri napoletani. Al termine dell'attività agonistica si è stabilito con la famiglia a Torino, dove ha aperto una pizzeria che porta il suo nome. Nel 2020 pubblica il libro Ho visto Diego e dico 'o vero con prefazione dell'amico ed ex compagno di squadra Diego Armando Maradona. Caratteristiche tecniche Giocatore Ferrara (a sinistra), giovane capitano napoletano, in marcatura sul milanista Marco van Basten nel campionato 1990-1991. Affermatosi in giovane età, Ferrara era un difensore grintoso ma corretto, molto dotato atleticamente nonché valido sul piano tecnico. Abile in acrobazia e nel gioco aereo, spiccava per carisma e personalità, ed era in grado di adattarsi a diversi ruoli e moduli tattici: poteva infatti agire da stopper, libero e terzino; inoltre, pur essendo uno specialista della marcatura a uomo, nella quale non lesinava interventi decisi — per questo motivo, avversari come Zbigniew Boniek e Ryan Giggs lo annoverarono tra i difensori più difficili da affrontare —, dimostrò di potersi disimpegnare con profitto anche negli schieramenti a zona, a dispetto di qualche scetticismo. Il suo repertorio comprendeva altresì una buona propensione agli sganciamenti offensivi. Carriera Giocatore Club Gli inizi, Napoli Ferrara al Napoli nella stagione 1987-1988 A quattordici anni fece il suo primo provino per il Salvator Rosa, squadra del quartiere napoletano del Vomero, grazie all'accordo che il presidente strappò ai suoi genitori: un giorno di allenamento in meno rispetto agli altri per avere più tempo da dedicare allo studio. La stagione successiva fu ceduto alla Grumese che tuttavia lasciò dopo un solo allenamento per la troppa lontananza da casa. Quindi, dopo un provino con il Napoli, entrò negli Allievi B e successivamente negli Allievi A del club azzurro. Per la vittoria dello scudetto di categoria, la squadra di Ferrara verrà premiata dal numero dieci della prima squadra, Diego Armando Maradona, nel corso della sua presentazione allo stadio San Paolo il 5 luglio 1984; come premio, a sorpresa Ferrara verrà poi convocato, insieme ad alcuni compagni degli Allievi, per il ritiro precampionato della prima squadra a Castel del Piano. Costretto momentaneamente in carrozzella dalla sindrome di Osgood-Schlatter, una volta ripresosi poté esordire in Serie A con la maglia azzurra il 5 maggio 1985, al San Paolo contro la Juventus, partita del campionato 1984-1985. Nella stagione 1986-1987 vinse i suoi primi trofei: lo scudetto e la Coppa Italia. Nella 1989 il Napoli vinse il suo primo trofeo europeo, la Coppa UEFA, battendo in finale lo Stoccarda: nella finale di ritorno Ferrara segnò il gol momentaneo del 2-1. Dopo due secondi posti consecutivi in campionato, Ferrara vinse da protagonista un altro scudetto nel 1989-1990, seguìto dalla Supercoppa italiana conquistata contro la Juventus. Nel 1991, dopo la cessione di Diego Armando Maradona, divenne capitano del Napoli, suffragando il suo status di bandiera del club, molto apprezzata dalla tifoseria. In dieci stagioni vestì la maglia azzurra 323 volte: 247 presenze in Serie A e 12 gol, 47 in Coppa Italia con due segnature e una in Supercoppa italiana, 28 presenze nelle coppe europee e un gol. Juventus Ferrara in azione alla Juventus nell'annata 1994-1995 Nell'estate del 1994 viene ceduto alla Juventus, dove ritrova Marcello Lippi il quale già lo aveva allenato a Napoli. Pagato 9,4 miliardi di lire, contribuisce con un rendimento eccellente alla vittoria dello scudetto, il terzo della sua carriera, e della Coppa Italia, la seconda per lui. L'anno successivo vinse ai rigori la Champions League, allo Stadio Olimpico di Roma contro l'Ajax di van Gaal, realizzando il primo penalty per la Juventus. Nella stagione successiva gli venne affiancato Paolo Montero, con il quale comporrà per anni una coppia difensiva di alto livello. A Torino vinse sette campionati, una Coppa Italia, quattro Supercoppe italiane, una Champions League, una Supercoppa UEFA, una Coppa Intertoto dell'UEFA e una Coppa Intercontinentale. Oltre a quella vinta nel 1996, ha disputato altre tre finali di Champions League: nel 1997 contro il Borussia Dortmund, nel 1998 contro il Real Madrid e nel 2003 contro il Milan. Il 15 maggio 2005, a trentotto anni, gioca la sua ultima partita ufficiale, contro il Parma allo Stadio delle Alpi. Si ritira al termine di quella stagione, vantando in tutto 500 partite in Serie A, nel corso di ventuno stagioni consecutive. Con la maglia bianconera ha giocato in totale 358 incontri: 253 partite in Serie A (più uno spareggio per l'accesso alle coppe europee) segnando 15 gol; 26 in Coppa Italia; e 3 finali di Supercoppa, con 2 segnature; 74 incontri europei con 3 centri e una presenza nella Coppa Intercontinentale. Al 2019 è quattordicesimo nella classifica di presenze in nella massima serie. Con Giancarlo De Sisti e Luciano Castellini, è uno dei tre calciatori ad aver collezionato almeno 200 presenze in Serie A con due differenti squadre. Nazionale Dopo aver totalizzato 6 presenze in Under-21, esordì nella nazionale maggiore il 10 giugno 1987, a 20 anni, in Italia-Argentina (3-1), amichevole disputata a Zurigo. Venne convocato dal commissario tecnico Azeglio Vicini per il campionato d'Europa 1988 e il campionato del mondo 1990, che videro l'Italia giungere al terzo posto. Le due competizioni furono inframmezzate dalla partecipazione con la nazionale olimpica ai Giochi di Seul 1988, chiusi dagli italiani al quarto posto. Ferrara, con la maglia dell'Italia, in azione durante la finale per il terzo posto contro l'Inghilterra al campionato del mondo 1990 Durante le qualificazioni per il campionato d'Europa 1992, Ferrara iniziò a essere impiegato con maggiore frequenza, insidiando la titolarità di Giuseppe Bergomi nel ruolo di terzino destro, ma, sul finire del 1991, l'approdo di Arrigo Sacchi sulla panchina dell'Italia determinò una brusca interruzione della sua carriera azzurra: dopo aver ricevuto tre convocazioni tra il novembre 1991 e il marzo 1992 (senza scendere in campo), il difensore partenopeo fu escluso per tre anni dal giro della nazionale, poiché ritenuto scarsamente adattabile alla marcatura a zona. Reintegrato nelle file azzurre a partire dal giugno 1995, Ferrara si affermò come titolare durante le qualificazioni al campionato d'Europa 1996, ma si infortunò prima dell'inizio della competizione, venendo sostituito dall'esordiente Alessandro Nesta. Sotto la guida di Cesare Maldini, successore di Sacchi, prese parte alle qualificazioni per il campionato del mondo 1998, ma dovette saltare anche quest'ultima manifestazione per via di un altro infortunio; al suo posto fu convocato il rientrante Bergomi. Il 23 febbraio 2000 scese in campo con la fascia da capitano degli azzurri nell'amichevole vinta 1-0 contro la Svezia. A trentatré anni venne convocato dal CT Dino Zoff per il campionato d'Europa 2000 chiuso dall'Italia al secondo posto, e dove nella sfida della fase a gironi contro la Svezia giocò l'ultima delle sue 49 gare in nazionale. Allenatore Inizi e giovanili Nel 2005, subito dopo il suo ritiro, è entrato nello staff della nazionale italiana da collaboratore tecnico del CT Marcello Lippi, partecipando alla vittoria del campionato del mondo 2006. Successivamente torna alla Juventus da responsabile del settore giovanile ed è commentatore televisivo per Sky Sport. Il 26 giugno 2008, col ritorno di Lippi sulla panchina azzurra, torna a ricoprire il ruolo di collaboratore tecnico, senza lasciare le responsabilità del settore giovanile bianconero. Il 18 maggio 2009, in seguito alla sua nomina di allenatore della Juventus, lascia l'incarico in nazionale. Juventus Il 18 maggio 2009 assume la carica di allenatore della Juventus dopo l'esonero di Claudio Ranieri. Esordisce sulla panchina bianconera il 24 maggio con vittoria per 0-3 a Siena, interrompendo la striscia negativa che non vedeva vincere la Juventus da 64 giorni e conquistando la qualificazione diretta alla fase a gironi della successiva Champions League. La settimana seguente, con la vittoria per 2-0 in casa sulla Lazio, la squadra raggiunge il secondo posto finale. Il 5 giugno 2009, dopo aver lasciato l'incarico in nazionale, è confermato allenatore della Juventus. Ferrara (a destra) nell'estate del 2009, mentre firma autografi da allenatore della Juventus La stagione seguente inizia con quattro vittorie consecutive in campionato, ma la squadra accusa presto segni di cedimento, e scivola in una fase negativa che culmina con l'eliminazione dalla Champions League e conseguente retrocessione in Europa League. Nonostante la vittoria 2-1 nel derby d'Italia di dicembre, la crisi di risultati prosegue anche nelle settimane seguenti; il 29 gennaio 2010, all'indomani dell'eliminazione in Coppa Italia per mano dell'Inter, Ferrara è esonerato e sostituito da Alberto Zaccheroni. Nazionale Under-21 Il 22 ottobre 2010 diventa allenatore dell'Italia Under-21, sostituendo Pierluigi Casiraghi. Il 17 novembre seguente esordisce battendo in amichevole la Turchia 2-1 allo stadio comunale di Fermo. Siede per l'ultima volta sulla panchina dell'Under-21 il 4 giugno 2012 in Irlanda-Italia 2-2. In totale colleziona 19 gare (12 vinte, 6 pareggiate, 1 persa). Sampdoria Il 1º luglio 2012 firma con la Sampdoria. Esordisce il 27 agosto nel campionato di Serie A, vincendo col Milan a San Siro ed eliminando il punto di penalità inflitto dal giudice sportivo alla squadra. Dopo altre due vittorie e due pareggi, a partire dalla sesta giornata, la squadra inizia una serie di sconfitte consecutive: quella col Palermo alla dodicesima giornata è la settima consecutiva e la prima con due gol di scarto (le sei precedenti erano sconfitte di misura), determinando il record negativo per la squadra per quanto riguarda la massima serie. Lo stesso Ferrara dichiara, al termine della gara, di avere la totale colpa ma di non volersi dimettere. La serie negativa finisce con la vittoria 3-1 sul Genoa nel derby, il primo in carriera. Il 17 dicembre, dopo la nona sconfitta subita (sette consecutive) col Catania 3-1 e con la squadra classificata al 15º posto, è esonerato e sostituito da Delio Rossi. Nella sua permanenza nella panchina blucerchiata, ha ottenuto in totale 18 punti (-1 a causa della penalizzazione) frutto di 5 vittorie, 3 pareggi e 9 sconfitte. Wuhan Zall Il 5 luglio 2016 torna ad allenare firmando per il Wuhan Zall, club della seconda divisione cinese. Subentra con la squadra al tredicesimo posto nella classifica, portandola alla sesta piazza finale. La stagione seguente, causa un avvio stentato (un punto nelle prime due giornate), viene esonerato. Palmarès Giocatore Club Ferrara e Attilio Lombardo festeggiano il successo della Juventus nella Supercoppa UEFA 1996 Competizioni giovanili Campionato Allievi Nazionali: 1 - Napoli: 1983-1984 Competizioni nazionali Campionato italiano: 9 Napoli: 1986-1987, 1989-1990 Juventus: 1994-1995, 1996-1997, 1997-1998, 2001-2002, 2002-2003. 2003-2004, 2004-2005 Coppa Italia: 2 - Napoli: 1986-1987 - Juventus: 1994-1995 Supercoppa italiana: 5 - Napoli: 1990 - Juventus: 1995, 1997, 2002, 2003 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Napoli: 1988-1989 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Coppa Intertoto UEFA: 1 - Juventus: 1999 Nazionale Ferrara (terzo da destra) festeggia coi compagni di nazionale la vittoria italiana al mondiale militare 1987 Campionato mondiale militare: 1 - Arezzo 1987 Individuale ESM Team of the Year - 1996-1997 Premio Nazionale Carriera Esemplare "Gaetano Scirea" - 2003 Pallone d'argento - 2002-2003 Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica Italiana — Roma, 30 settembre 1991. Di iniziativa del Presidente della Repubblica Italiana. Ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana — Roma, 12 luglio 2000. Di iniziativa del Presidente della Repubblica Italiana.
