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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. SERHIJ KOVALENKO https://it.wikipedia.org/wiki/Serhij_Kovalenko_(calciatore) Nazione: Ucraina Luogo di nascita: - Data di nascita: 10.05.1984 Ruolo: Attaccante Altezza: 183 cm Peso: 80 kg Nazionale Ucraino Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 2003 al 2004 0 presenze - 0 reti Serhij Kovalenko (10 maggio 1984) è un calciatore ucraino, attaccante del Belshina. Serhij Kovalenko Nazionalità Ucraina Altezza 183 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Attaccante Squadra Belšyna Carriera Giovanili ????-2004 Juventus Squadre di club1 2003-2004 Juventus 0 (0) 2004 Cisco Lodigiani 4 (0) 2004-2006 Standard Liegi 33 (4) 2006 Lokeren 1 (0) 2006-2007 Standard Liegi 11 (1) 2007-2008 Roeselare 8 (0) 2008-2009 Tarpeda Žodzina 24 (4) 2009- Belšyna 26 (4) Nazionale ???? Ucraina U-21 16 (10)
  2. GIANNI DI MARZIO https://it.wikipedia.org/wiki/Gianni_Di_Marzio Nazione: Italia Luogo di nascita: Napoli Data di nascita: 08.01.1940 Luogo di morte: Padova Data di morte: 22.01.2022 Ruolo: Dirigente Responsabile dell'area estera della Juventus dal 2001 al 2006 Giovanni Di Marzio, detto Gianni (Napoli, 8 gennaio 1940 – Padova, 22 gennaio 2022), è stato un allenatore di calcio, dirigente sportivo e commentatore televisivo italiano. Ha allenato in Serie A il Catanzaro e successivamente il Napoli e il Catania, tra gli anni settanta e ottanta. Gianni Di Marzio Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex calciatore) Carriera Squadre di club 1962-1963 Boys Caivanese ? (?) 1963-1964 Ischia 3 (2) Carriera da allenatore 1968-1969 Internapoli Vice 1969-1971 Napoli Giovanili 1971-1972 Nocerina 1972-1973 Juventus Stabia 1973-1974 Brindisi 1974-1977 Catanzaro 1977-1979 Napoli 1979-1980 Genoa 1980-1982 Lecce 1982-1983 Catania 1984-1985 Padova 1987-1988 Cosenza 1988-1989 Catanzaro 1989-1990 Cosenza 1991-1992 Palermo Biografia Gianni Di Marzio inizia a scrivere mentre è ancora nel pieno della carriera di allenatore, curando una rubrica su l'Unità. Inoltre, è stato opinionista di RMC Sport Network, di TMW Radio Sport e della radio napoletana Radio Marte. È morto il 22 gennaio 2022 a Padova all'età di 82 anni: ad annunciarlo, tramite i social network, è stato il figlio Gianluca, giornalista sportivo e noto volto televisivo di Sky Sport. Carriera Allenatore Ha smesso presto di giocare a causa di un infortunio. Come allenatore subentrò in un primo momento ad Arnaldo Sentimenti alla guida dell'Internapoli, debuttando nell'allora Serie C nell'1-1 contro il Chieti, con un gol in rimonta di Wilson. Diego Armando Maradona e Gianni Di Marzio Passò poi alla Nocerina, dove fu al centro di polemiche con il locale ambiente sportivo, alla Juve Stabia e al Brindisi, dove sostituì Luís Vinício. I maggiori successi in carriera Di Marzio li ha ottenuti allenando il Catanzaro col quale inizialmente perse lo spareggio promozione per la Serie A nel 1975 contro l'Hellas Verona a Terni (0-1), per poi conquistare la promozione, seconda della storia del club calabrese, nella stagione successiva. Dal 1977 al 1979 è al Napoli, dove ottiene il quinto posto in classifica, piazzamento UEFA, perdendo una finale di Coppa Italia a Roma contro l'Inter. È costretto a lasciare durante la seconda stagione a favore di Luís Vinício. Nel 1978 iniziò una collaborazione domenicale con il quotidiano L'Unità, commentando la giornata calcistica che stava per iniziare ed esprimendo le proprie previsioni sui risultati. Dal 1979-1980 ha allenato il Genoa in Serie B. Dal 1980 al 1982 allena il Lecce in Serie B. È stato l'allenatore che ha portato il Catania in Serie A nel 1982-1983 ed è rimasto in panchina fino alla 12ª giornata del 1983-1984, sostituito da Giovan Battista Fabbri. Nell'annata 1984-85 siede sulla panchina del Padova in Serie B. Ha allenato il Cosenza, con cui nel 1987-1988 ha centrato la promozione in Serie B, attesa da ventiquattro anni. Nella Serie B 1989 1990, a dicembre, torna a guidare il Cosenza, sostituendo l'esonerato Gigi Simoni, ottenendo la salvezza all'ultima giornata (0-0 sul campo della Triestina), grazie anche alla classifica avulsa. Confermato per la Serie B 1990-1991 sulla panchina del Cosenza, è esonerato a inizio novembre e sostituito da Reja. Durante la sua carriera ha ricevuto per due volte il premio Seminatore d'oro, assegnato al migliore allenatore della stagione di ogni categoria e che successivamente ha preso il nome di Panchina d'oro: il primo gli è stato consegnato per l'annata 1971-1972 con la Nocerina in Serie C e il secondo come allenatore del Catanzaro in Serie B nell'anno 1975-1976. Il 4 giugno 2015 ritira ad Amalfi il Premio Saraceno nell'ambito della kermesse Football Leader, organizzata dall'Associazione Italiana Allenatori Calcio. Dirigente Con il Cosenza ha lavorato negli anni successivi come direttore sportivo. Da direttore sportivo ha lavorato anche con il Venezia del presidente Maurizio Zamparini dal 1996 al 1998, con il club veneto che riconquistava la Serie A dopo oltre trent'anni. È stato responsabile dell'area estera della Juventus dal 2001 al 2006. Dal 2011 al 2016 ha collaborato con la società inglese del Queens Park Rangers come consulente di mercato. Dal 7 aprile 2016 è entrato a far parte dello staff dirigenziale del Palermo in qualità di consulente personale del presidente Maurizio Zamparini. Ha avuto il compito, tra gli altri, di provvedere alla valutazione tecnica della rosa della Prima Squadra nel finale del campionato 2015-16 e nella successiva stagione sportiva. Palmarès Individuale Seminatore d'oro: 2 - 1971-1972 - Serie C - 1975-1976 - Serie B
  3. ROMY GAI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Dirigente Chief Revenue Officer & Marketing Director e CEO Assistant alla Juventus dal 1992 al 2006
  4. PIETRO GILLI https://it.wikipedia.org/wiki/Piero_Gilli Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 09.01.1897 Luogo di morte: Torino Data di morte: 19.09.1967 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Piero Alla Juventus dal 1921 al 1924 Esordio: 02.10.1921 - Prima Divisione - Verona-Juventus 1-2 Ultima partita: 20.04.1924 - Prima Divisione - Inter-Juventus 2-2 19 presenze - 2 reti Piero Gilli (Torino, 8 luglio 1897 – Torino, 19 settembre 1967) è stato un calciatore italiano, di ruolo ala. Piero Gilli Gilli (in piedi, secondo da destra) alla Juventus nella stagione 1920-1921 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Ala Carriera Squadre di club 1921-1924 Juventus 19 (2) Carriera Fece il suo esordio con la maglia della Juventus contro il Verona il 2 ottobre 1921 in una vittoria per 2-1, mentre la sua ultima partita fu contro l'Inter il 20 aprile 1924 in un pareggio per 2-2 dove segnò i due suoi unici gol in bianconero. In due stagioni collezionò 19 presenze. Rimase in società anche al termine della sua carriera agonistica.
  5. PAUL ARNOLD WALTY Half-back destro, cioè terzino, è una specie di personaggio salgariano, con baffi spropositatamente lunghi; impiegato di bella presenza nella vita di tutti i giorni, è una colonna della squadra Campione d’Italia del 1905.«Walty – scrive “La Stampa Sportiva” – il ventriloquo della squadra, gode pure nel pubblico di molte simpatie, per la sua tenacia, per la sua abilità e per il suo aureo silenzio nella partita. Ha il solo torto di avere i baffi già un po’ lunghi e ciò, se gli attira una tacita e rispettosa ammirazione, gli nega l’entusiasmo irrompente». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2009/08/walty.html
  6. PAUL ARNOLD WALTY https://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Arnold_Walty Nazione: Svizzera Luogo di nascita: Aarburg Data di nascita: 05.01.1881 Luogo di morte: Lugano Data di morte: 01.01.1969 Ruolo: Mediano Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1904 al 1905 Esordio: 05.03.1905 - Prima Categoria - Juventus-Milanese 3-0 Ultima partita: 02.04.1905 - Prima Categoria - Juventus-Genoa 1-1 4 presenze - 0 reti 1 scudetto Paul Arnold Walty (Aarburg, 5 gennaio 1881 – Lugano, 1969) è stato un calciatore svizzero, di ruolo mediano. Un giornalista sportivo di quel periodo lo descrisse così: «Walty, il ventriloquo della squadra, gode pure nel pubblico di molte simpatie, per la sua tenacia, per la sua abilità e per il suo aureo silenzio nella partita. Ha il solo torto di avere i baffi già un po’ lunghi e ciò, se gli attira una tacita e rispettosa ammirazione, gli nega l’entusiasmo irrompente.» (La Stampa Sportiva) Paul Arnold Walty Walty nel 1905 alla Juventus Nazionalità Svizzera Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1911 Carriera Squadre di club 1902-1904 Milan 4 (0) 1905 Juventus 4 (0) 1911 Luino ? (?) Carriera Paul Arnold Walty fu un giocatore svizzero della Juventus e del Milan. Con il Milan collezionò 4 presenze in tre anni senza realizzare reti. Fece il suo esordio nella Juventus contro l'US Milanese il 5 marzo 1905 in una vittoria per 3-0 mentre la sua ultima partita fu nel medesimo anno il 2 aprile contro il Genoa in un pareggio per 1-1. Collezionò in maglia bianconera solo quattro presenze che però gli permisero di laurearsi campione d'Italia nel 1905. Palmarès Calciatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1905
  7. CORRADO GARIGLIO https://it.wikipedia.org/wiki/Corrado_Gariglio Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: 11.03.1904 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1923 al 1925 0 presenze - 0 reti Corrado Gariglio (11 marzo 1904 – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Corrado Gariglio Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1933 Carriera Squadre di club 1922-1924 Pastore 20+ (3+) 1924-1927 Alessandria 25 (1) 1927-1928 Napoli 10 (1) 1931-1932 Settimese ? (?) 1932-1933 SNIA Viscosa Torino ? (?) Carriera Ala sinistra, militò nella massima serie con il Pastore Torino nella stagione 1922-1923, disputando 20 gare e segnando 3 reti. Lasciato il club torinese nel 1924, passò all'Alessandria con cui totalizzò 24 presenze ed un gol nel campionato di Prima Divisione 1924-1925, una presenza nel campionato di Divisione Nazionale 1926-1927, e 3 presenze con un gol all'attivo nella Coppa CONI 1927, competizione poi vinta dai grigi. Terminata l'esperienza con l'Alessandria nel 1927, giocò per un anno nel Napoli e poi terminò la carriera giocando con la Settimese e la SNIA Viscosa di Torino.
  8. GONCALO BRANDÃO https://it.wikipedia.org/wiki/Gonçalo_Brandão Nazione: Portogallo Luogo di nascita: Lisbona Data di nascita: 09.10.1986 Ruolo: Difensore Altezza: 182 cm Peso: 72 kg Nazionale Portoghese Soprannome: - Alla Juventus nel 2010 Esordio: 23.05.2010 - Amichevole - New York Red Bulls-Juventus 3-1 Ultima partita: 25.05.2010 - Amichevole - Fiorentina-Juventus 1-0 0 presenze - 0 reti Gonçalo Jardim Brandão (Lisbona, 9 ottobre 1986) è un calciatore portoghese, difensore del Porto B. Gonçalo Brandão Nazionalità Portogallo Altezza 182 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Difensore Squadra Porto B Carriera Giovanili 1994-2004 Belenenses Squadre di club 2003-2005 Belenenses 16 (1) 2005-2006 → Charlton 0 (0) 2006-2008 Belenenses 3 (0) 2008-2011 Siena 43 (0) 2011-2012 Parma 2 (0) 2012-2013 → Cesena 23 (0) 2013-2014 → CFR Cluj 1 (0) 2014-2017 Belenenses 79 (1) 2017-2018 Estoril Praia 10 (0) 2018-2019 Losanna 23 (1) 2019- Porto B 3 (0) Nazionale 2001-2002 Portogallo U-16 3 (0) 2002-2003 Portogallo U-17 10 (1) 2004-2005 Portogallo U-19 12 (0) 2007 Portogallo U-20 3 (0) 2007-2009 Portogallo U-21 10 (0) 2009 Portogallo 2 (0) Caratteristiche tecniche È un difensore centrale che si può adattare al ruolo di terzino sinistro. Carriera Club Ha fatto il suo esordio nella Superliga con il Belenenses contro il Porto il 18 ottobre 2003, segnando un gol. Durante la stagione 2005-2006, va in prestito per un anno al Charlton Athletic. Il 4 febbraio 2007 è tornato a giocare nel Belenenses in una partita contro il Vitória Setúbal. Nel giugno 2008 si trasferisce al Siena a titolo definitivo, firmando un contratto quinquennale. Subito dopo la fine della stagione 2009-2010, partecipa ad una tournée di amichevoli negli Stati Uniti con la Juventus. È proprio durante questa tournée che in amichevole si rompe il tendine d'Achille destro, infortunio che lo terrà fuori dai campi per quasi tutta la stagione 2010/2011, facendogli collezionare appena 2 presenze. Il 24 giugno 2011 passa in prestito al Parma con cui gioca appena due partite nell'arco dell'intera stagione. Nonostante lo scarso impiego i ducali esercitano il riscatto del giocatore, in uno scambio di comproprietà che coinvolge anche Dellafiore. Nazionale Con la Nazionale portoghese Under 21 ha disputato 10 partite. Conta inoltre due presenze con la Nazionale maggiore lusitana, entrambe giocate nel 2009.
  9. JACK BROWN Il primo scozzese di cui si conserva traccia si chiama Brown, neppure il nome di battesimo è tramandato ai posteri, ma in fondo va bene anche così, nella Juve dei pionieri più arcaici, anno di grazia 1902. Di lui si sa che lavorava come tecnico specializzato in una filanda e che aveva il calcio lungo, requisito fondamentale per giocare in difesa e cacciare via il più lontano possibile il pallone dai paraggi del proprio goal-keeper, pardon portiere. Primo britannico a giocare nella Juve, primo straniero in assoluto, sia pure pari merito con lo svizzero Itzler. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/search?q=Brown
  10. ENRICO PAULUCCI Le nuvole si sono addensate sulla città – racconta Emilio Fede su “Hurrà Juventus” del maggio 1965 – e cominciano a cadere le prime gocce di pioggia. «Fa perfino piacere sentirsi bagnati quando si dipinge questi scorci di paesaggio», dice Enrico Paulucci. Calza il suo berretto alla Sherlock Holmes, tutto quadrettoni grigi e azzurri ed è seduto su uno sgabellino. La tela fissa un angolo di Torino fra i più suggestivi: Piazza Vittorio e i Murazzi. «Preferisco il mare – aggiunge – questo lo sanno tutti. Ho quasi sempre dipinto barche e marine con l’azzurro come solo le riviere italiane possono offrire. I miei quadri più belli sono di tema marinaro. Tranne uno che purtroppo ho perduto: si chiamava “Mischia sotto la porta dei rossi”, era un momento del derby fra la Juventus e il Torino. Un ricordo degli anni in cui indossavo la maglia di difensore della squadra bianconera».Enrico Paulucci, direttore dell’Accademia Albertina, titolare della cattedra di pittura, è stato infatti portiere della Juventus fino a metà del campionato 1925 quando cedette il posto a Combi. Pochi oggi ricordano nel distinto, austero pittore che è succeduto allo scomparso Felice Casorati nella direzione dell’Accademia Albertina, il ragazzo vivace e rompicollo che difese prima fra gli Allievi, poi in Prima Squadra la porta della squadra bianconera. «Ed ero anche bravo, anzi bravino per essere sinceri», precisa il professor Paulucci. Gli chiediamo perché di quel bravino forse dovuto alla modestia. Lui sorride «Avevo un difetto inammissibile per un portiere: ero distratto. Fra un’azione e l’altra pensavo ai miei problemi al di fuori del gioco oppure fissavo il pubblico per scoprire come avrei potuto dipingerlo in un quadro ad olio e scoprivo che mancava lo sfondo del mare. Un giorno, preso da queste distrazioni, mi accorsi solo all’ultimo momento che il centravanti avversario era a pochi metri dalla mia porta e aveva scoccato un tiro fortissimo. Feci un balzo felino e riuscii ugualmente a deviare il pallone in calcio d’angolo. Mi chiamarono gatto ma io sapevo che era stata fortuna se non avevo incassato il goal. A diciotto anni decisi di abbandonare il calcio, ma non la Juventus. Sono ancora un tifoso accanito».Paulucci ha sessantatré anni, dipinge da oltre quarant’anni. I suoi quadri sono apparsi alle mostre più importanti sia nazionali che internazionali: dalla Biennale di Venezia, a Roma, San Paolo, Tokio. Egli fa parte del gruppo dei sei (Menzio, Paulucci, Carlo Levi, Chessa, Galante, Boswel) a capo della corrente moderna del figurativismo astratto che hanno fatto parlare di sé in tutto il mondo. Ritrovarlo oggi alla cattedra di pittura ironico e divertito, critico severo di se stesso e della propria arte costituisce un contrasto non indifferente con il lontano passato del quale ci vogliamo occupare: Paulucci portiere juventino. «Errore di gioventù – dice scherzando – che però ha rappresentato un momento fra i più belli della mia vita. Forse lo definisco errore per nascondere il rimpianto. Non ero tagliato per la carriera di calciatore ma ancora qualche anno avrei potuto restare nella Juventus. Avevo disputato due campionati riserve, vincendone uno; un campionato ero stato nei ragazzi che allora si chiamavano Boys. Poi ero stato chiamato in prima squadra, nel 1925. Ricordo la partita contro il Savona, contro la Lazio, a Roma, allo stadio Nazionale. Ero piccolo, magro e sembrava perfino impossibile che potessi alzarmi a toccare la traversa. Invece riuscivo a muovermi con una tale agilità che stupiva tutti. Non voglio dire di essere stato un gran portiere, ma il mio dovere lo facevo con scrupolo. Allora si giocava d’impeto, di volontà e per attaccamento ai colori della società. Non avevamo stipendio, non si pensava neppure al guadagno. Il fatto di indossare la maglia di una società come la Juventus era un premio sufficiente a compensare qualunque fatica».Gli anni nella società bianconera portarono davvero fortuna al giovane Paulucci. Dopo le belle prestazioni con l’undici della Juventus fu chiamato anche in Nazionale: disputò alcune partite nella rappresentativa degli studenti, contro la Germania e la Romania. Sembrava quindi destinato alla carriera di calciatore. Ma i suoi genitori preferivano che studiasse. Suo padre, generale dell’esercito, gli consigliò di non perdere tempo a inseguire sogni di ragazzo, ma di dedicarsi agli studi. Enrico era combattuto fra la passione sportiva e la volontà del padre. I suoi compagni di squadra, Novo, Brenna, Bigatto, Marchi, Ferraris II, Sesia, Giriodi, Gallina insistevano perché restasse fra i pali, ma ben presto il gatto distratto si arrese alla famiglia. A metà del campionato (siamo nel 1925) fu sostituito da Combi. «Con un portiere come quello la gente non si è accorta nemmeno che io non facevo più parte della Juventus», commenta Paulucci con ironia non disgiunta da un certo tono di malinconia. Continuò ad allenarsi, a seguire, quando era libero da impegni di scuota, la squadra, ma oramai era un estraneo. Più tardi conseguì la laurea in legge, poi quella in scienze economiche e nel frattempo dipingeva quadri di ispirazione marinara.Gli chiediamo cosa ne pensa della Juventus di oggi. «Sempre una grande squadra. Certo vorrei vederla in corsa per lo scudetto – dice – ma sono certo che questo avverrà il prossimo campionato. Molto è stato fatto quest’anno dal signor Herrera e molto si potrà fare in avvenire…Ci dia un giudizio su Sivori? «Un bel giocatore. Quando lo vedo giocare mi entusiasmo. Direi che è uno dei pochi calciatori il cui stile è vicino alla mia pittura: astratta. Sembra un giocoliere più che un giocatore, un funambolo-acrobata. Ai miei tempi bisognava avere un gran fisico ed essere combattivi. Ricordo quel Valerio Bona che era un cannoniere tanto forte era il suo tiro. Ma il gioco io l’ho sempre visto alla maniera di Sivori. Lui dà spettacolo fragile e tecnico com’è quando trova la vena migliore. Insomma direi che è un bel tipo».Cioè lei vorrebbe un gioco astratto? «Gioco no, ma giocatori sì. La nostra pittura viene definita astrattismo concreto. Così dovrebbe essere per i calciatori. Astratti nello stile, ma concreti nel gioco. Sembra assurdo, ma il pubblico deve essere libero di far lavorare la fantasia».C’è qualcosa che rimpiange del suo lontano passato di atleta? «Il mio unico quadro dedicato al calcio: quella “Mischia sotto la porta dei rossi” che è andato perduto. L’avevo dipinto con tanto amore tradendo per una volta il mare. Era un’immagine così irreale che mi lasciava sognare e ricordare le ore passate a sgambettare sui prati verdi e fare balzi in mezzo ai pali. Non sono del resto il solo pittore che ha avuto un passato calcistico. Basti pensare a Durante e Sclavi. Il che dimostra che assieme ai pennelli abbiamo saputo manovrare anche un pallone».Nel grande studio privato in Via Cavour le cui finestre si affacciano sui tetti della vecchia Torino che protendono verso il cielo grappoli di comignoli antichi, Enrico Paulucci conserva, fra gli oggetti che più gli sono cari, anche alcune fotografie che Io ritraggono nella formazione bianconera. La data è del campionato 1924-25, un anno legato a nomi di atleti che fanno ora parte della storia del nostro calcio migliore.RACCONTAVALa Juventus aveva un campo con la tribuna di legno e, sotto la tribuna, gli spogliatoi: eravamo quasi tutti ragazzi. Ci compravamo tutto: le scarpe, le magliette. Si giocava la domenica, gli spettatori potevano arrivare sì e no a duemila. Autorità presenti poche o nessuna, giornalisti sì. Il lunedì si correva a cercare le Gazzette. «Bravo il portiere Paulucci”!» Dopo di me venne Combi, gran portiere, non ho mai provato invidia per lui, era più bravo di me. Io mi tuffavo bene, ero un portiere “Plongeur”, ma il pallone qualche volta mi scappava di mano, i pennelli no, già li usavo per i miei primi quadri. Alle trasferte si andava per conto nostro, in treno, anche a Roma, dove sul campo il dischetto del rigore era un chiusino. E la sera a dormire qua e là nelle pensioncine. Avevamo un allenatore bravo, che si chiamava Armano e che poi sposò “Tota Bigiota” che teneva il buffet del campo. Ancora oggi, qualche volta, sogno che l’amico presidente della Juventus, venga a propormi di sostituire un portiere. Che gioia, corro a cercare le vecchie scarpe bullonate, la maglia bianca e nera. Quanti giocatori, tra settant’anni, sogneranno ancora la maglia che indossano oggi? Quanti avranno la mia nostalgia? Speriamo! Bello il gioco del calcio, specialmente come lo facevamo noi. Un’aria, un vento, un impeto di gioia.ALESSANDRA BOCCI, “LA giornalaccio rosa DELLO SPORT” 7 DICEMBRE 1991Paulucci, il portiere del piccolo calcio antico.Il gatto distratto ha la memoria limpida. «Mi chiamavano così perché ero agile ma avevo spesso altro per la testa. Qualche volta vicino a me passava un pallone, dimenticavo perché ero lì e lo lasciavo scivolare in rete».Enrico Paulucci, pittore, ha novant’anni e due lauree prese per confondere l’avversione del padre a tele e colori. Da ragazzo giocava nella Juventus, fra i pali ha vinto un campionato boys e uno con le formazioni delle riserve, ma ha giocato tante partite in prima squadra prima che arrivasse Combi a fargli ombra. Aveva vent’anni. «Combi era troppo più grande, più pesante e più potente di me, un bravo giocatore, forte e svelto. Smisi».Dal pallone a Casorati, dall’amicizia col portierone bianconero a quella con Calvino e Montale: racconta, Paulucci, e quando parla dice football, come si usava allora in un calcio che non conosceva serie A e B, un calcio nel quale si vincevano solo medagliette, si viaggiava in seconda classe, si dormiva in alberghi di terz’ordine, e se si perdevano le maglie si poteva giocare anche in camicia. «Eppure in quella Juve c’erano cinque nazionali, e in quella di oggi neanche uno», dice lui sorridendo.Lo studio sul Lungo Po torinese è luminoso nonostante la giornata grigia, pieno di tele da finire. Ma l’attenzione di Paulucci è concentrata su di una scatola di cartone che custodisce il suo passato di sportivo. «Il football allora era una cosa molto umana, giocata da studenti; ora è tecnologico, un grande spettacolo, più complicato, meccanico; lo vedo come il circo. Con ciò non voglio dire che non mi piace più: mi piace, ma è calcio postindustriale, adatto a questi tempi. Football fatto a macchina».Ma non può dimenticare, l’amico di Combi («onesto, serio e la serietà è una bella cosa: oggi dicono di essere seri, ma cambiano con un miliardo in più»), il calcio fatto su erba vera, con alberi veri intorno, e delle volte un tombino al posto del dischetto di rigore. Allora la Juve giocava in mezzo ai pioppi, e l’artista in cerca di colori ricorda e ancora ama i campi aperti delle città povere.Li ama, ma non li dipinge. «Una volta ho fatto un quadro sul calcio, si intitolava “Mischia sotto la porta rossa”. Era il mio periodo futurista, brevissimo. Quel quadro è finito sul fondo di una cassa che doveva servirmi a imballarne altri. Peccato. Comunque i colori del calcio sono belli, sarebbe interessante fare un quadro sul football solo a macchie di colore. Il calcio dal punto di vista pittorico è bellissimo, lo era allora più di adesso con le tettoie che rendono gli stadi dei salotti. Non mi piacciono niente, questi stadi: non si vede più il cielo, la stagione, il sole. Campi finti, prodigi di tecnica, però il calcio non è più così interessante dal punto di vista estetico, non c’è più il contatto con la natura. Perché io non ho dipinto calcio? L’arte moderna non è adatta alla cronaca».E le tinte del football scompaiono di nuovo nel bianconero della memoria, davanti a foto di vecchia Juve, a diplomi e ritagli, Paulucci non vuole parlare di pittura; getta uno sguardo intorno, guarda le mani sporche di rosso («ho firmato un quadro, si vede che il colore sotto era fresco»), torna con la mente all’albergo di Roma «dove per allenarsi si faceva la corsa con le cimici», al treno che li portava a Livorno, seconda classe e tanta allegria, tanto che si scordarono le valigie nel vagone. «Eravamo senza maglie e sa cosa abbiamo fatto? Siamo andati al mercato e ci siamo comprati delle camicie bianche, di quelle senza collo come si usava allora. Abbiamo giocato così».Nella capitale, durante le prime Olimpiadi universitarie italiane, aprile 1922, capitava di essere «alloggiati» sulla paglia dello zoo. Ma ci si divertiva, si incontravano squadre finite giù, Savona, Casale, Livorno, e lo stile Juve già esisteva. «Era lo stile di una squadra in fondo aristocratica. Erano regole di comportamento civile, dovevamo essere a posto anche se giocavamo in camicia; lo juventino non doveva mai essere uno sbracataccio che urlava. Ci voleva un certo riserbo, una certa signorilità. E a quei tempi mai più uno sarebbe passato da una squadra all’altra: c’era passione, la passione ci guidava. Ora c’è la passione del tifo ma è un’altra cosa. Ci sono gli sponsor, aveva ragione Pound: dove arriva il denaro non si è più sicuri di nulla».L’artista confessa di «rimpiangere un po’ quel mondo. L’uomo tende a diventare un numero, e questo non mi piace tanto. Una squadra ha bisogno di un numero dieci, e va a pescare il dieci. Serve un uno, ecco l’uno. Non c’è più passione, solo spettacolo».Perché questo è rimasto, lo spettacolo: più di prima, meglio di prima. «Quando vedo i portieri di oggi in tv schizzare come palle di gomma mi riempio di ammirazione, sono bravissimi».Però che tristezza quei campi salotto, quell’erba finta che luccica in tv, quel vip che guarda il calcio in poltrona. «Sono rimasto tifoso della Juve, ma non mi va di andare in quella specie di palchi imperiali. E non mi piace la grande folla di tifosi diventati corpo compartecipe, una specie di coro greco. Non mi va, e poi sono vecchio. Fino a qualche anno fa ancora andavo allo stadio. Ogni tanto mi invitano, ma in fondo preferisco vedere il football in tv».Luci sul Po. Fuori ora è buio, ma nell’aria dello studio brillano i colori dei quadri. «Chi l’avrebbe detto, che un giornale sportivo mi sarebbe venuto a cercare settant’anni dopo quelle partite – riflette Paulucci –. E io che credevo che solo l’arte restasse». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/05/enrico-paolucci.html#more
  11. ENRICO PAULUCCI https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Paulucci Nazione: Italia Luogo di nascita: Genova Data di nascita: 13.10.1901 Luogo di morte: Torino Data di morte: 22.08.1999 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: Gatto Alla Juventus dal 1918 al 1921 Esordio: 22.06.1919 - Amichevole - Livorno-Juventus 0-1 Ultima partita: 12.06.1921 - Amichevole - Reggiana-Juventus 2-3 0 presenze - 0 reti subite Enrico Paulucci o Paulucci delle Roncole (Genova, 13 ottobre 1901 – Torino, 22 agosto 1999) è stato un pittore italiano, uno dei componenti del Gruppo dei Sei di Torino. In gioventú ha giocato a calcio nel ruolo di portiere della Juventus. Biografia Senza titolo, bozzetto per mosaico (19555-1959), Collezione Mosaici Moderni della Pinacoteca di Ravenna Figlio del generale marchese Paolo Paulucci Delle Roncole (o Paolucci delle Roncole) e di Amalia Mondo, originaria di Montegrosso, Enrico Paulucci da adolescente si trasferì a Torino al seguito della famiglia e qui compì gli studi classici, si laureò in scienze economiche e in legge. Durante gli anni del liceo mostrò già la sua inclinazione per la pittura e mentre seguiva i corsi universitari cominciò a esporre nelle mostre locali, partecipando anche per brevi periodi al movimento futurista. Negli anni 1927-1928 cominciò a frequentare i pittori più noti dell'area torinese. In questi anni strinse amicizia con Felice Casorati, e in seguito con Lionello Venturi ed Edoardo Persico. Nel 1928 si recò a Parigi, dove approfondì la conoscenza della pittura francese, dall'Impressionismo in poi, e si interessò all'opera di Pablo Picasso, Henri Matisse, Raoul Dufy, e Georges Braque. Il Gruppo dei Sei pittori di Torino Nel 1929 tornò a Torino, dove si unì agli amici Gigi Chessa, Carlo Levi, Nicola Galante, Francesco Menzio e Jessie Boswell, e con loro costituì il Gruppo dei Sei di Torino, sostenuto da Lionello Venturi e Edoardo Persico. Il gruppo guarda alla pittura francese postimpressionista (Cézanne, Derain, Matisse, Bonnard, Dufy). Il Gruppo dei Sei parlava di libertà e d'Europa in un clima in cui l'arte era minacciata dal nazionalismo e da ripiegamenti autarchici. La prima mostra del gruppo fu tenuta in un magazzino prima adibito a deposito di tappeti nella centralissima Galleria Lombardi. Altre mostre si tennero anche a Genova e a Milano. Il gruppo si sciolse nel 1931, ma Paulucci, Menzio e Levi esposero ancora insieme nel 1931-1932 a Parigi, Londra e Roma. Paulucci e Casorati A Torino Paulucci fondò insieme a Felice Casorati lo studio Casorati-Paulucci, dove organizzò molte mostre d'avanguardia, tra cui la prima mostra italiana d'arte astatta del gruppo milanese del Milione. Insieme a Casorati diresse anche lo studio La Zecca. Nel 1938 fondò e diresse il Centro delle Arti, che presenta mostre di artisti ancora poco conosciuti a Torino. L'insegnamento Nel 1939, Paulucci fu chiamato alla cattedra di pittura dell'Accademia Albertina, di cui divenne anche direttore nel 1955. Il suo insegnamento era libero da pregiudizi accademici, e perciò segnò l'inizio di un orientamento più attuale degli studi. I suoi primi allievi furono Mario Davico e Mattia Moreni, che diventò poi uno dei maggiori interpreti del naturalismo astratto italiano. Paulucci cercò subito di stimolare e aprire gli occhi ai giovani, ai quali prima di allora erano ignoti persino Cézanne e l'Impressionismo. Rielaborazione dopo la guerra Durante la guerra, Paulucci si trovò lo studio e la scuola distrutti, perciò fu costretto a trasferirsi a Rapallo, dove si costruì uno studio. Con la fine della guerra, tornò a Torino e la sua pittura cominciò a subire una rielaborazione, lenta ma continua, da cui nacque la prima mostra delle "Barche" alla Bussola. Nel 1947 ottenne il secondo premio all'unica edizione del Premio Iseo, nel 1952 viene premiato al concorso della città di Sestri Levante e l'opera "Lungomare a Sestri Levante" (olio su compensato) è tutt'ora proprietà del Comune, mentre nel 1955 divenne direttore dell'Accademia Albertina; venne poi nominato membro dell'Accademia di San Luca a Roma, e in seguito anche membro dell'Accademia Clementina di Bologna e dell'Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze. Nel 1958 vinse il Premio Michetti, che andò ad aggiungersi a quelli della Spezia, di Villa San Giovanni e al premio da lui ottenuto alla II Quadriennale di Roma del 1935 (su 9 partecipazioni) partecipa inoltre alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia nel 1954 e nel 1966 edizioni in cui ottiene il riconoscimento di una sala personale (aveva gia partecipato alla mostra di Venezia del 1930 con 18 opere). Dopo il 1960 Dopo il 1960 sono da ricordare: la mostra “I Sei di Torino” del 1965 alla Galleria civica d'arte moderna e contemporanea di Torino; nel 1966 la sala personale alla XXXIII Biennale di Venezia; nel 1979 l'antologica alla Promotrice delle Belle Arti di Torino; nel 1980, la personale al Palazzo Pianetti Tesei di Jesi; nel 1983, la personale a Palazzo Bianco e Palazzo Rosso di Genova; nel 1986, l'esposizione “Astratto-Concreto” allo Studio d'Arte Le Immagini di Torino; nel 1987, la mostra antologica del Comune di Acqui Terme (Palazzo Robellini); nel 1988, la mostra “Primo Tempo” allo Studio d'Arte Le Immagini di Torino; nel 1989, l'antologica al Palazzo dei Leoni di Messina; nel 1990, la personale al Palazzo dei Congressi di Alba; nel 1992 e nel 1994, le personali all'Antico Castello sul Mare di Rapallo. Nel 1993 Paulucci ricevette il Premio Pannunzio a Torino, nel 1994 la medaglia d'oro della Presidenza della Repubblica per i Benemeriti della cultura e dell'arte e, nel 1995, il Premio Cesare Pavese. Nel 1996, venne inaugurata la mostra “Omaggio a Paulucci” alla Fondazione Palazzo Bricherasio a Torino, ripresa poi nel 1997 al Palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra. Attività all'estero Paulucci ebbe un'attività intensa anche all'estero. Sono da ricordare: nel 1930 l'esposizione alla Bloomsbury Gallery di Londra, nel 1931 quella alla Jeune Europe di Parigi, nel 1937 alla Akademie der Künste di Berlino, nel 1942 a Linz, nel 1946 a Londra, nel 1949 a Praga e al Cairo, nel 1951 ai Musées di Nizza, nel 1951 e nel 1953 alla I e alla II Biennale di San Paolo del Brasile, nel 1955 al Nationalmuseum di Stoccolma e alla Biennale Hispanoamericana di Barcellona, nel 1957 a New York (Columbia University), nel 1961 a Copenaghen, Oslo, Göteborg, nel 1963 a Skopje, nel 1979 in Finlandia. Ultimi anni Paulucci muore il 22 agosto del 1999, a quasi novantotto anni, al terzo piano di un palazzo ottocentesco in Piazza Vittorio Veneto, nel centro storico di Torino. Oggi il suo appartamento ospita un archivio che documenta l'esperienza artistica del pittore. Tale archivio fu curato con dedizione da Federico Riccio, di nobile e antica famiglia astigiana, impeccabile stile, vecchia signorilità torinese, per trent'anni gallerista con la moglie Laura Ferrero, caro amico e importante collezionista di Enrico Paulucci, fondatore e direttore dal 2000 dello Studio Paulucci Archivi e Documentazioni, che fu una fucina di idee, mostre, iniziative e, soprattutto, un luogo in cui si catalogavano memorie e bellezza. L'appartamento è stato sede, fino al 16 giugno 2001, di una mostra che raccoglieva quarantacinque ritratti eseguiti da Carlo Levi, compagno di Paulucci nell'avventura pittorica dei Sei. Il pittore aveva voluto, da tempo, che il luogo della sua ultima dimora fosse Montegrosso d'Asti, il paese in cui nacque la madre. Lì aveva fatto costruire la tomba di famiglia e l'aveva arricchita componendo un mosaico giocato su una infinita tonalità di blu, azzurro e turchese raffigurante una nave che solca il mare (forse) dell'Eternità. Ora riposa accanto alla moglie Gita Maccagno, alla madre Amalia, al padre Paolo e alla sorella Maria. Paulucci e la Liguria Per Paulucci la Liguria rappresentò sempre il luogo in cui ritirarsi; mantenne sempre infatti il legame con la sua città d'origine, Genova, che lui aveva amato e conosciuto da bambino fino ai dodici anni. Questo legame era condiviso anche dagli altri componenti del gruppo dei Sei di Torino: Gigi Chessa per esempio passò un periodo di convalescenza a Nervi (Genova). Per Paulucci la Liguria fu anche un importante luogo di incontri con altri intellettuali: qui infatti incontrò lo spezzino Pietro Maria Bardi, presso la Galleria del quale a Milano in via Brera Persico portò il gruppo dei Sei di Torino a battesimo. Un altro incontro importante avvenuto in Liguria è l'incontro con Enrico Sacchetti, che nelle estati a Santa Margherita Ligure esortava Paulucci a dipingere i paesaggi liguri. Paulucci, inoltre, tra il 1950 e il 1955, espose quattro volte al Premio di pittura Golfo della Spezia: nel 1950, poi nel 1951, anno in cui ricevette il premio insieme a Augusto Magli, Renzo Grazzini e Giulio Turcato, in seguito nel 1952, e infine nel 1955. «La Liguria è tutta variamente stupenda, nelle spiagge di Ponente o nelle rocce a strapiombo di Levante; ma anche straordinariamente bella e piena di inattese e nascoste meraviglie per poco che ci si addentri nelle sue vallate aspre, dove l'ulivo cede al pino e al castagno, e dove ancora resistono lontano dalle unghie dei nuovi barbari antiche tracce e nobili rovine barbaresche e splendori barocchi, ed esemplari spontanee architetture aggrappate alle schiene dei monti. Ma poi da sempre amo la Liguria perché da sempre consumo in lei i miei giorni più belli, giorni d'estate, quelli di una ancor possibile felicità in un mondo di incontri stimolanti, di stimolanti accensioni della fantasia, di fronte al mare che da sempre porta con sé il sapore della libertà e dell'avventura.» (Enrico Paulucci, 1979) Per omaggiare Paulucci, a dieci anni dalla sua scomparsa, l'Istituzione per i Servizi Culturali del Comune della Spezia tramite il Centro di Arte Moderna e Contemporanea della Spezia ha organizzato una mostra monografica, in collaborazione con l'Archivio Paulucci di Torino e l'Associazione Culturale "Lerici Pea", che documenta l'attività dell'artista dalla fine degli anni venti fino agli ultimi lavori. La rassegna raccoglie circa cento opere di Paulucci e si articola in diverse sezioni relative ai principali nuclei tematici del suo lavoro pittorico: Paesaggi (liguri, piemontesi e romani), Barche e marine, Figure e ritratti, Nature morte, Astratto/Concreto. Contiene poi una sezione di inediti riguardanti gli studi di design (Paulucci fu, tra l'altro, fondatore della rivista Casabella) e bozzetti per scenografie teatrali e cinematografiche. Centrale al senso di questa mostra è l'ininterrotto rapporto di Paulucci con la Liguria che si è espresso in moltissime opere, con una costante presenza del Golfo del Tigullio accompagnata da incontri intellettuali di primissimo piano, con legami con gli artisti e i critici liguri, con premi ricevuti e con tantissime mostre a lui tributate. Proprio perché Paulucci è stato il principale pittore dei paesaggi liguri del Novecento, la mostra è stata inserita a pieno titolo nel cartellone culturale della prima Festa della Marineria promossa dal Comune della Spezia dell'11 al 16 giugno 2009. Attività artistica I soggetti raffigurati nelle opere sono: paesaggi, figure, marine, nature morte. Le tecniche principali sono: olio, gouache; cura molto anche la grafica (penna, matita, litografia, acquaforte). Paulucci si è dedicato, oltre all'attività di incisore, a quella di grafico pubblicitario, e a quella di scenografo teatrale e cinematografico collaborando con Mario Soldati, Carlo Levi, Alessandro Blasetti, Alberto Moravia, Bosio, Pavolini, e Giorgio Strehler con rappresentazioni alla Fenice di Venezia e in altri maggiori teatri italiani. L'ultimo film girato negli studi di Torino, "La duchessa di Parma" di Blasetti, si gira negli ambienti da lui disegnati. Inoltre, Paulucci, sollecitato da Gigi Chessa e da Persico, si concentra con una notevole produzione di studi critici anche sull'architettura, scrivendo saggi innovativi e di grande spessore. L'artista cerca di rendere comprensibile il suo percorso non solo con le opere ma anche con gli scritti che accompagnano la sua produzione, portando così avanti in contemporanea sia il lavoro di pittore che quello di scrittore. La fortuna critica del pittore Nel libro "Enrico Paulucci, se non dipingo non sono" (a cura di Laura Riccio, Marzia Ratti, Pia Spagiari, saggi e contributi di Antonio Del Guercio, Adriana Beverini, Marzia Ratti, Laura Riccio, Pia Spagiari, Milano, Silvana Editore Spa, 2009) troviamo diverse opinioni sul conto di Paulucci: «Paulucci ricostruisce un mondo che è vero solo perché è inventato, ma dove il mosaico cromatico non lascia di un filo la sicura consistenza delle cose; l'innesto lirico non trascura l'amore del concreto e ne ritrasmette felicemente la misura. Un esempio di pittura civile, come ancor oggi si può volere: che la vita abbia tutte le libertà tranne quella di non essere più vita e la pittura tutte le fantasie meno quella di non essere più pittura.» (Federico Riccio, 1980) «Nel pittore Paulucci una cosa che mi piace(ed è a nostro vedere precipuo per l'artista vero) è la sincerità che nei grandi va spesso accompagnata con un'altra dote: la spontaneità, l'immediatezza, una sorta di infallibilità meravigliosa, ma che è sempre lodevole.» (Filippo de Pisis, 1943) «Per essere calata dentro una realtà storica cui risponde evento per evento, la pittura di Paulucci, nonostante lo scintillio non mai messo a tacere dal suo cubo-fauvismo, non è immobile. Si snoda anzi attraverso una serie di svolte significative: la più importante, a mio avviso, quella del '47, con la rinunzia alla tavolozza impastata del decennio precedente e la riscoperta di un grafismo luminoso e secco. E felicissimo nei guazzi, dove il pennello vibra tracciando contorni serpentati, profili ad allegri festoni. Aveva certo ragione Persico: la pittura di Paulucci non è frivola; ma Persico aveva torto quando le negava di essere "decorativa". È ben vero che i valori della decorazione li abbiamo riscoperti da poco, e da poco riparliamo liberamente di mestiere pittorico, senza scandalo per gli intellettuali benpensanti.» (Rossana Bossaglia, 1979) «Non fu mai, Paulucci, pittore identificabile con un particolare luogo o situazione. Ricco invece del nomadismo intellettuale che privilegia il genio, il mondo viaggia con lui, le sue radici traslocano ed attecchiscono rapidamente in ogni nuova occasione: Torino, Roma e Rapallo sono situazioni straordinariamente consimili per una personalità poliedrica, caratterizzata da una forza portentosa, capace di catalizzare gli influssi piegandoli e temperandoli in funzione di un unico scopo: la sua arte. Il suo sogno, il suo ideale, la sua vita. La sua tavolozza di pittore si arricchisce via via di colori splendenti e pastellosi, lievi ed aciduli, rosati e vermigli, viola, aranci ed azzurri, gialli e verdi; i lampi di Matisse ed i lucori di Derain, la stesura piana di Braque e la svirgolata prospettiva di Cézanne, la nitidezza di Dufy, il tocco angelico di de Pisis e un pizzico ancora della polvere vellutata di Felice Carena, in una sintesi di spazio e luce, dove oggetti e colline, vele ed alberi galleggiano su superfici nuvoleggianti, annotate di macchie, ora d'aria ora di cielo. Con un dono innato: la leggerezza, l'impalpabilità, l'ironia, l'apparente disordine del volo di una farfalla o di un cardellino, che riassumono in una purezza quasi astratta una summa di sapienza antica, di gioia equilibrata, di ammicchi al dandysmo e lo snob. Come in un canto, un fischiettare anzi, libero ed immediato. Per arrivare alla liricità dell'emozione con la straordinaria semplicità di una pittura che non complica, non discute, non illude.» (Gianfranco Schialvino) Attività sportiva Fu portiere della Juventus nella stagione 1920-1921, aiutandola a raggiungere il secondo posto nel torneo dell'Italia settentrionale. Onorificenze Medaglia d'oro per i benemeriti della cultura e dell'arte
  12. LUIGI DELNERI PAOLO ROSSI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 2010 Le immagini sono in bianconero. Era il 7 ottobre 1973 e la strada del giovane Delneri passava per Torino. Allo Stadio Comunale gioca il Foggia e tra i pugliesi esordisce in Serie A un ragazzo con la maglia numero 8. Testa alta, si muove per tutto il campo e lo si vede impegnato in qualche buon suggerimento per i compagni d’attacco. Il primo incrocio con la Juventus per Gigi Delneri è un giorno che si ricorda per tutta la vita. Ma adesso è tutta un’altra vita, quella dell’allenatore. E la Juventus non è più un’avversaria, ma la società che si affida alle sue competenze per riscattarsi da una brutta stagione. «Quando ero in Serie A – racconta – sapevo essere veloce nell’esecuzione più che nel passo, perché già alla mia epoca se non avevi questa capacità non riuscivi a stare in campo, bisognava saper vedere il gioco prima degli altri. È il pensiero che determina principalmente il ritmo e le squadre che ho poi allenato hanno incarnato questa filosofia. Diciamo pure che mi sarebbe piaciuto essere un centrocampista più bello da vedersi, per questo poi apprezzo determinate caratteristiche che non avevo quali il dribbling, la fantasia, il tiro in porta». – Nel calcio contemporaneo c’è ancora spazio per qualche forma d’innovazione? «Il calcio è sempre in evoluzione e lo si registra nel particolare. È la cura dei dettagli a fare la differenza, soprattutto sul piano dell’organizzazione tattica. A me piace lavorare in questa direzione». – Lei ha fatto un lungo percorso prima di arrivare al grande calcio, attraversando tutte le categorie dalla Serie D in avanti. È un’esperienza formativa allenare in diversi campionati? «La cosa più importante è accumulare esperienze nel corso del tempo. Con gli anni impari ad affrontare diversi problemi, aumenti il tuo bagaglio di conoscenze, capisci le differenze di ogni ambiente con cui entri in contatto. Sono fermamente convinto che per essere un allenatore vincente devi riuscire a farlo ovunque tu vada e che si possa acquisire un certo tipo di mentalità anche in esperienze lontane dalla Serie A. Il lavoro dell’allenatore è difficile in ogni categoria e sono orgoglioso di avere vinto in tutti i campionati che ho affrontato. E considero momenti fondamentali della mia crescita anche aver conquistato la zona Uefa con il Chievo o la Champions League con la Sampdoria, in quelle piazze valgono quanto uno scudetto e forse persino qualcosa di più. Adesso c’è la Juventus, un’ulteriore tappa che considero la più importante della mia carriera». – La vera novità fu che al Chievo portò a grandi livelli una società alla sua prima partecipazione in Serie A e ci riuscì con un coraggio non comune per una “provinciale”... «Credo che il mio Chievo, soprattutto nel girone d’andata della stagione d’esordio, abbia rappresentato una svolta storica per il calcio italiano e abbia cambiato per sempre |’atteggiamento delle piccole verso le grandi. Si è passati dalla cultura dell’adattamento, per la quale ti preoccupavi solo di annullare i grandi campioni, all’idea che anche con mezzi limitati si potesse fare qualcosa di buono». – Nell’estate del 2004 poteva già arrivare alla Juventus, lo stesso Marcello Lippi disse che era un allenatore bravissimo, destinato a una grande squadra. Si può dire che è arrivato in ritardo... «È vero, ero vicino alla Juventus, ma devo dire che è questo il momento giusto. L’anagrafe dice che ho 60 anni, ma io sono molto giovane. Nel calcio conta avere idee, passione, applicazione nel lavoro che fai, devi sposare l’ambiente e la società e trovare il giusto feeling con i tifosi. Io mi sento un grande entusiasmo e sono felice di essere qui adesso a giocarmi le chance per fare qualcosa di importante». – La scorsa stagione la Sampdoria è stata protagonista di una grande impresa. L’obiettivo di partenza era decisamente lontano dalla conquista del quarto posto... «Già se fossimo arrivati in Europa League sarebbe stato un ottimo risultato, la Sampdoria era fuori dal giro europeo. Esserci tornati addirittura attraverso la Champions è stato fantastico, ha ricreato un entusiasmo che a Genova non si vedeva da quasi vent’anni. Non è stata un’impresa facile, anche perché la squadra ha cambiato il modo di giocare, all’inizio c’era da creare la giusta conoscenza tra allenatore e giocatori, bisognava trovare i giusti equilibri. Siamo stati bravi a partire bene, poi abbiamo registrato un calo fisiologico perché non avevamo il tasso tecnico per competere più in alto. La svolta si è avuta nel ritorno, quando senza Cassano il gruppo si è sentito responsabilizzato, ha trovato autostima e consapevolezza nei propri mezzi e si è innescato così un ruolino di marcia da primato: basti pensare che al giro di boa eravamo nella parte destra della classifica». – Lei giustificò la famosa esclusione di Cassano sul piano puramente tecnico e disse che «Solo i gabbiani, forse, credevano che lo avrei messo fuori». È stato uno straordinario messaggio interno per dare compattezza al gruppo... «Il mio non è stato un modo di dire. In quel momento il problema della Sampdoria non erano le punte, ma la fase difensiva. Mi spiego: non si può giocare sempre con un’intensità a mille, bisogna sapersi ritagliare nel corso dell’incontro alcune fasi di respiro, di gestione tranquilla. Con Cassano rischiavamo di perdere troppo facilmente il pallone e quindi ci esponevamo ad attacchi pericolosi. In quel momento avevo bisogno di giocatori meno bravi tecnicamente ma più disponibili sotto il profilo agonistico e più aggressivi sul portatore di palla avversario. In questa maniera abbiamo creato un calcio “operaio”, più redditizio sul piano dei risultati». – Quando si parla del suo 4-4-2 è opinione comune sottolineare una vocazione offensiva. In realtà, le sue squadre colpiscono soprattutto per l’estrema attenzione difensiva. La Sampdoria non ha nomi di primissimo piano, ma il reparto arretrato è stato tra i meno battuti... «È vero. E in casa siamo stati addirittura la miglior difesa d’Europa. Lo dico con una formula paradossale: la difesa deve sapere attaccare. E deve essere un’espressione matematica: se i quattro componenti del reparto stanno molto bene allineati e si muovono in sincronia, lo spazio che devono coprire si riduce tantissimo e il compito si semplifica. La divisione delle zone di appartenenza è fondamentale, ci vuole un grande lavoro quotidiano. Certo, conta anche il valore dei singoli, ma con la giusta applicazione tattica si ottengono grandi risultati collettivi. Alla Juventus ci sono difensori che sono campioni e che hanno qualità fisiche di primissimo ordine, sono sicuro che lavoreremo bene. È chiaro poi che nell’immaginario collettivo del tifoso la copertina la guadagnano gli attaccanti, del resto sono i giocatori che suscitano maggiore entusiasmo e producono esaltazione, perché con una giocata ti possono anche risolvere una partita. Ma un allenatore ha il dovere di costruire dietro una grande solidità, altrimenti rischia di vanificare tutto il lavoro fatto». – Nel 4-4-2 hanno grande importanza gli esterni. Però di ali davvero in grado di andare fino sul fondo non se ne vedono poi tante in Italia e pure in Europa... «Intanto non è che uso sempre solo questo modulo. Diciamo che parto sempre dalla difesa a quattro, questo sì. Il punto vero è che a me piace una squadra d’attacco e cerco il modo più adatto perché si possa attuare. Per essere precisi, prediligo un 4-2-4 rispetto a un 4-2-3-1: alla Roma, infatti, giocavo con Amantino Mancini a destra, Cassano a sinistra e Totti e Montella di punta e segnavamo molto. Gli esterni vanno cercati sul mercato e credo che per le ambizioni che la Juventus nutre verranno trovati. Dopodiché non vanno escluse altre soluzioni, come adattare due punte e metterle laterali. Credo comunque che la Juventus mi abbia voluto anche perché sa qual è la mia impostazione e sono convinto che mi metterà nelle condizioni per agire al meglio». – Che idea si è fatto delle difficoltà della Juventus 2009-10? «Per certi versi è inspiegabile. Quando si entra in certe crisi è difficile uscirne, una situazione negativa finisce per alimentare quella successiva. Il valore dei componenti della rosa non è certo quello di un settimo posto. Probabilmente, oltre al peso degli infortuni, ci sono stati problemi psicologici legati alla prematura eliminazione in Champions League, una sconfitta troppo pesante perché si riuscisse a metabolizzarla in fretta, è successo anche alla Sampdoria dopo la sconfitta nel derby. Ci sono partite che rappresentano veri e propri snodi, basta poco per far cambiare il senso a un’intera stagione». – Conclusa una stagione così negativa, si riesce fare tabula rasa e a ripartire su nuove basi o c’è il rischio che rimanga un’eredità che zavorra anche la costruzione del futuro? «Sono convinto che riusciremo a resettare tutto. Già solo un cambio di modulo può offrire motivazioni diverse. Un gruppo di lavoro nuovo significa una grande svolta collettiva, ogni singolo è chiamato ai rimettersi in gioco. Posso garantire che punteremo a costruire una Juventus che possa regalare ai tifosi le soddisfazioni che meritano. Saremo una squadra che cercherà d’imporsi, non ci adatteremo agli avversari, ma sceglieremo una nostra identità da proporre sempre e comunque». – L’ambiente chiede giustamente alla Juventus di tornare a vincere. Ho la sensazione che ci sia un bisogno vitale anche solo di un trofeo e che non si conceda più tempo per fasi di passaggio, nonostante si arrivi da una stagione decisamente deficitaria. «Intanto confido che i grandi cambiamenti in società e nella conduzione tecnica possano dare fiducia e mettere in circolo idee ed energie positive, che creino un clima costruttivo. La Juventus ha l’obbligo di crearsi una mentalità vincente che rispecchi quella storia che i tifosi amano. Sono stato subito chiaro: il nostro primo compito è recuperare credibilità. Non significa giocare da Juve una partita, ma avere una serietà dentro e fuori dal campo e manifestare una cultura di gruppo che sia visibile e percepibile anche dai nostri avversari. Costruire una squadra significa accontentare la società in tutto quello che chiede: il mio impegno sarà massimo per soddisfare questo compito». – Lei passa per un sergente di ferro, però i suoi giocatori parlano anche di una persona molto divertente. «Sono intransigente, non c’è dubbio, e cerco sempre di ricevere il massimo rispetto perché lo garantisco a mia volta. Qualcuno mi ha rimproverato di essere troppo diretto in certe esternazioni, io invece lo considero un pregio: se ho da dire una cosa non sto zitto, preferisco affrontare di petto le situazioni. I giocatori della Juventus devono sapere che tratto tutti nella stessa maniera, per me non c’è chi è più importante degli altri. Diciamo che sono un “dittatore democratico”…». – Qual è la curiosità maggiore di questa sua nuova avventura? «Sono fiducioso. Vedo grandi possibilità di lavorare come piace a me, non ci sono pregiudizi come quando approdai al Porto dove c’erano leadership consolidate all’interno della squadra impossibili da modificare e per questo me ne andai via molto presto. Dovremo essere bravi a ricreare entusiasmo attorno alla squadra. I tifosi ora devono avere un’unica certezza: daremo il massimo per conquistarli e lo faremo unendo tutte le componenti della società in un’unica direzione per raggiungere il posto dove la Juve merita di stare e dove è sempre stata. Sono sicuro che saremo tutti dalla stessa parte». 〰.〰.〰 Dal 7° posto dell’accoppiata Ferrara-Zaccheroni al 7° posto di Delneri. Non c’è pace in quegli anni per la Juventus che, per il secondo anno consecutivo, non riesce nemmeno a centrare la Zona Uefa. La cosa positiva di quella stagione è che si pongono le basi per i grandi trionfi a venire (con gli acquisti di Pepe, Bonucci, Barzagli, Matri, Quagliarella, Storari) e che si lanciano in Prima Squadra tanti giovani che faranno più o meno bene lontano da Torino (Ekdal, Sørensen, Liviero, Giannetti, Cammilleri, Boniperti, Libertazzi, Buchel). Il mercato è fatto privilegiando la “quantità” e non la “qualità”. Delneri punta molto sulla Furia Serba (alias Milos Krasić) e su Quagliarella. E saranno proprio loro due a tenere a galla la Juve, con le grandi giocate e le numerose realizzazioni. Poi, con l’infortunio dell’attaccante di Castellamare e la scomparsa del serbo dopo il “fattaccio” di Bologna (vedi simulazione punita con tre giornate di squalifica e l’unanime condanna di tutto il mondo calcistico, arbitri compresi), la truppa bianconera si sfalda piano piano. Con essa anche il suo comandante, troppo legato al suo 4-4-2 e tradendo un’incapacità a poter cambiar modulo una volta capito che non era il più adatto per quella squadra. Soprattutto, balzano agli occhi i numerosi sbandamenti difensivi – molti dei quali casalinghi – che spesso e volentieri vanificano la produzione offensiva. E questo non permette quasi mai di tradurre in punti la grande mole di gioco sviluppato dalla truppa bianconera in più occasioni. «Nello scorso torneo la Juve sembrava afflitta dalla paura di perdere. Quest’anno, invece, siamo stati frenati dalla paura di vincere», afferma Andrea Agnelli. «Agnelli era già all’epoca appassionato, competente – racconterà più tardi il mister di Aquileia –. Capace di imparare, anche: ha dato continuità, costruendo una corazzata passo dopo passo. Quando c’ero io, non si potevano mica prendere certi calibri. Dopo di me prese Conte. Grande scelta. La storia ha dato ragione ad Agnelli: la Juve è tornata subito a essere la regina del campionato e non si è più fermata. Un alibi però c’è ed è la rosa che avevo a disposizione. La maglia n.7, per dire, non era sulle spalle di Ronaldo ma di Salihamidžić: un segno dei tempi, appunto. Mancava qualità in mezzo al campo: Pirlo e Vidal io non li ho mai avuti. E una rosa più profonda. Non eravamo una squadra da scudetto, ma da terzo-quarto posto sì. Nel ritorno persi per infortunio giocatori chiave come Quagliarella. Ho ottimi ricordi e capisco come un settimo posto alla Juve non possa bastare, però non butto via quella stagione. Ai tifosi ricordo che con me arrivarono Bonucci e a gennaio Barzagli: quest’ultimo lo caldeggiai io, memore di quanto avesse fatto bene al Chievo. La lite Melo-Chiellini? Scaramucce da vivere come tali. Melo era un solista dal carattere particolare, rude e istintivo: Chiellini lo juventino per antonomasia. Una certa incompatibilità di carattere era più che normale». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/08/luigi-delneri.html
  13. LUIGI DELNERI https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Delneri Nazione: Italia Luogo di nascita: Aquileia (Udine) Data di nascita: 23.08.1950 Ruolo: Allenatore Altezza: 180 cm Peso: - Soprannome: Gigi Alla Juventus dal 2010 al 2011 50 panchine - 20 vittorie - 19 pareggi - 11 sconfitte Luigi Delneri, detto Gigi (Aquileia, 23 agosto 1950), è un ex calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. In veste di tecnico ha legato il suo nome al Chievo dei miracoli, che sotto la sua guida ottenne la promozione in Serie A nel 2001 e all’esordio assoluto nella massima serie si classificò 5º ottenendo la qualificazione per la Coppa UEFA, in quella che è considerata una delle più grandi imprese nella storia del calcio italiano. Luigi Delneri Delneri sulla panchina dell’Atalanta nel 2007 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1º luglio 1985 - giocatore 6 ottobre 2020 - allenatore Carriera Squadre di club 1968-1972 SPAL 66 (0) 1972-1974 Foggia 51 (5) 1974-1975 Novara 33 (1) 1975-1978 Foggia 92 (6) 1978-1980 Udinese 59 (7) 1980-1981 Sampdoria 33 (1) 1981-1982 L.R. Vicenza 31 (4) 1982-1983 Siena 24 (1) 1983-1984 Pro Gorizia 32 (8) 1984-1985 Opitergina 32 (4) Carriera da allenatore 1985-1986 Opitergina 1986-1989 Pro Gorizia 1989-1990 Partinicaudace 1990-1991 Teramo 1991-1992 Ravenna 1992-1994 Novara 1994-1996 Nocerina 1996-1998 Ternana 1998 Empoli 1998-1999 Ternana 2000-2004 Chievo 2004 Porto 2004-2005 Roma 2005-2006 Palermo 2006-2007 Chievo 2007-2009 Atalanta 2009-2010 Sampdoria 2010-2011 Juventus 2012-2013 Genoa 2015-2016 Verona 2016-2017 Udinese 2020 Brescia Caratteristiche tecniche Allenatore In tutta la sua carriera di allenatore ha sempre utilizzato il modulo tattico 4-4-2 a doppio mediano. Carriera Giocatore Delneri all'Udinese a fine anni '70 Una lunga carriera da centrocampista, nella quale si ricorda la coppia di centrocampo con Nevio Scala al Foggia, i trascorsi con Udinese e Sampdoria (gioca 33 partite, realizza un unico gol nel derby della Lanterna della stagione 1980-1981, segnato su calcio d'angolo sotto la gradinata Sud). Dopo le brevi parentesi al Lanerossi Vicenza ed al Siena Calcio torna in Friuli, precisamente a Gorizia in serie C2 1983-84, dove trova il suo allenatore Edy Reja, ed ottiene una salvezza all'ultima giornata, battendo il Calcio Venezia. In quel 2-1 del 3 giugno 1984, mette pure la sua firma con un gol. Delneri finisce la sua esperienza a Oderzo nel 1985, quando il presidente Ettore Setten lo convince a diventare allenatore. Delneri al Foggia nel 1973 In carriera ha totalizzato complessivamente 106 presenze e 7 reti in Serie A con le maglie di Foggia e Udinese e 163 presenze e 13 reti in Serie B nelle file di SPAL, Foggia, Novara, Udinese e Sampdoria, e ottenuto tre promozioni in massima serie (due col Foggia nelle stagioni 1972-1973 e 1975-1976 e una con l'Udinese nell'annata 1978-1979). Allenatore Dai dilettanti al Miracolo Chievo Dopo pochi mesi allena il Pro Gorizia, nel 1989 conduce il Partinicaudace al secondo posto nei dilettanti, nella stagione 1990-1991 ottiene il terzo posto col Teramo in Serie C2. Allena il Ravenna (vinse il campionato di C2 1991-1992), e sempre in C2 Novara per due stagioni, dal 1992 al 1994, Nocerina, dove in due annate vince un campionato di Serie C2 1994-1995 e raggiunge i play-off di Serie C1 l'anno successivo, perdendoli. Nel 1996 gli è affidata la Ternana: dalla Serie C2 conduce il club umbro in Serie B, con due promozioni di fila e imbattibilità di 39 partite a cavallo dei campionati di Serie C2 1996-1997 e Serie C1 1997-1998. Dopo la vittoriosa finale play-off di Serie C1 di Ancona con la Nocerina, lascia la Ternana e va in Serie A con l'Empoli ma durante il ritiro con la squadra toscana nell'estate 1998, sorgono problemi anche tattici coi giocatori e la società, Delneri perciò non inizia neanche il campionato, venendo licenziato. Richiamato a stagione in corso in sostituzione di Antonello Cuccureddu alla Ternana in Serie B, è esonerato e sostituito da Vincenzo Guerini. Nel 2000 Delneri è ingaggiato dal Chievo, squadra di un piccolo borgo veronese militante in Serie B. Ottiene subito la promozione in Serie A, giungendo terzo in Serie B 2000-2001, la prima nella storia dei clivensi, e nella stagione d'esordio in massima categoria fa dei gialloblù la squadra-rivelazione del campionato portandola, grazie a un gioco vivace ed efficace, a marciare inaspettatamente come capolista nel girone d'andata e a chiudere poi l'annata a un lusinghiero quinto posto, che vale il debutto europeo della piccola realtà veneta in Coppa UEFA. Nei tornei seguenti, con Delneri in panchina la compagine clivense raggiunge un settimo posto nel 2003, e un nono nel 2004. La parentesi al Porto, Roma e Palermo Nell'estate del 2004 è ingaggiato dalla società portoghese del Porto, allora campione d'Europa, ma il 7 luglio seguente viene licenziato, prima di inizio stagione ufficiale, a seguito di dissapori con i "senatori" dello spogliatoio della squadra. A settembre, dopo quattro giornate di campionato giocate, è ingaggiato dalla Roma in sostituzione del dimissionario Rudi Völler. Mantiene l'incarico sino al marzo successivo, quando si dimette dopo la sconfitta per 3-0 subita a Cagliari, la terza consecutiva dopo le precedenti per 1-2 con la Juventus e per 2-0 a Palermo. In ventiquattro gare di campionato con la Roma ottiene 34 punti e poche soddisfazioni. Nell'estate del 2005 firma per il Palermo che allena fino a gennaio 2006, che dopo aver raggiunto la qualificazione ai sedicesimi di finale di Coppa UEFA, quando è esonerato dal presidente Maurizio Zamparini a seguito della sconfitta 1-3 subita ad opera del Siena in Serie A; Delneri dichiara che la sua esperienza a Palermo è stata un fallimento, anche a causa di incomprensioni con il presidente dei rosanero il quale, a distanza di quattro anni, ha ammesso di essersi sbagliato nel relazionarsi con l'allenatore di Aquileia. Ritorno a Chievo, Atalanta A ottobre 2006 è richiamato dal presidente Luca Campedelli, per cercare di risollevare il Chievo, in sostituzione dell'esonerato Giuseppe Pillon. La stagione si conclude con la retrocessione in Serie B e con il suo esonero. Nella stagione 2007-2008 è sulla panchina dell'Atalanta dopo le recenti e deludenti esperienze. Durante il girone d'andata, l'Atalanta disputa un campionato buono stabilendosi in zona UEFA (fra il sesto e settimo posto) e chiude a quota 25 punti. Il girone di ritorno, discontinuo, alterna ottimi risultati in casa (tra cui un 4-1 rifilato alla rivelazione Sampdoria di Walter Mazzarri e Antonio Cassano) e poche soddisfazioni nelle gare in trasferta con soli sette punti ottenuti. L'Atalanta conclude il campionato al nono posto con 48 punti, raggiungendo la salvezza con due giornate d'anticipo. Fra gli altri risultati, clamorosa è la doppia vittoria sul Milan. Nel 2008-2009 Delneri disputa un campionato tranquillo stazionando sempre nelle posizioni di centro classifica. Da sottolineare la vittoria per 3-1 sull'Inter di José Mourinho poi campione d'Italia. La dirigenza, non più guidata da Ivan Ruggeri, dichiara di non voler andare oltre la salvezza. A poche settimane da fine stagione annuncia che non allenerà più la squadra bergamasca l'anno successivo. Termina la stagione all'undicesimo posto con 47 punti. Sampdoria Delneri alla guida della Sampdoria nel 2009 Il 1º giugno 2009 la Sampdoria ufficializza l'ingaggio di Delneri da nuovo allenatore, con contratto di un anno. L'inizio di campionato dei blucerchiati, con quattro vittorie in altrettante gare, porta la squadra al primo posto solitario dopo sei giornate con, tra gli altri, la vittoria a Marassi con l'Inter campione d'Italia in carica. Le gare successive registrano un peggioramento nelle prestazioni dei genovesi e vedono Antonio Cassano relegato fuori rosa dall'allenatore, anche per un infortunio che sembra allontanare i due. Segue la risalita del club che porta al quarto posto solitario, che la Samp mantiene fino a fine campionato mettendo assieme il record societario di punti (67) nei tornei a venti squadre; Delneri, con 41 punti nel girone di ritorno, centra la qualificazione ai preliminari di Champions League, massima competizione che mancava alla squadra blucerchiata da diciotto anni. Da sottolineare anche l'imbattibilità casalinga durante la stagione. Il 17 maggio 2010 termina il rapporto di lavoro con la Sampdoria, che al suo posto ingaggia Domenico Di Carlo. Juventus e Genoa Il 19 maggio 2010 firma un contratto biennale che lo lega alla Juventus. Il 21 maggio 2011, al termine di quella che sarà la sua unica stagione sulla panchina bianconera, annuncia il suo addio al club piemontese (verrà sostituito da Antonio Conte nelle settimane seguenti) in seguito ai risultati negativi raccolti dalla squadra sia in campionato, settima come l'anno precedente, e, dopo vent'anni, non qualificata alle competizioni europee, sia in campo continentale, dove è stata eliminata nella fase a gironi dell'Europa League. L’ufficialità del divorzio arriva dieci giorni dopo, con una nota della società. Il 24 ottobre 2012 è presentato come nuovo allenatore del Genoa sostituendo l'esonerato Luigi De Canio, diventando il sesto allenatore (dopo Paolo Tabanelli, Gipo Poggi, Roberto Lerici, Guido Vincenzi, Luigi Cagni), ad aver guidato entrambe le formazioni genovesi. Nelle sue prime 5 gare subisce 5 sconfitte consecutive. Il 20 gennaio 2013, a seguito della sconfitta interna con il Catania (0-2), è esonerato insieme al suo staff. Coi liguri, in 13 gare totali di campionato, ha ottenuto 2 vittorie, 2 pareggi e 9 sconfitte. Verona e Udinese Delneri a una partita di vecchie glorie dell'Udinese nel 2019 Il 1º dicembre 2015 viene ingaggiato come allenatore dal Verona, al posto dell'esonerato Andrea Mandorlini, con la squadra all'ultimo posto della classifica; per la seconda volta nella sua carriera, dopo Genova, anche a Verona prende le redini dell'altra squadra della città. Il 23 maggio 2016, dopo la retrocessione in Serie B, la società scaligera comunica che il contratto del tecnico friulano non sarà rinnovato. Il 3 ottobre 2016 sostituisce Beppe Iachini sulla panchina dell'Udinese, esordendo il 15 ottobre allo Juventus Stadium con una sconfitta per 2-1. Seguono due vittorie contro Pescara e Palermo. Sotto la sua guida la squadra bianconera disputa un campionato tranquillo, chiudendo al tredicesimo posto. Nella stagione successiva viene esonerato alla tredicesima giornata con la squadra a soli tre punti dalla zona salvezza. Brescia Il 4 settembre 2020, dopo tre anni di inattività, viene ufficializzato come nuovo tecnico del Brescia, in Serie B. Il 6 ottobre seguente è esonerato dopo appena due partite di campionato, in cui ottiene un pareggio (1-1) e subisce una sconfitta (3-0), inframmezzata da una vittoria per 3-0 a tavolino in Coppa Italia. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Udinese: 1978-1979 Coppa Italia Serie C: 1 - L.R. Vicenza: 1981-1982 Competizioni internazionali Coppa Mitropa: 1 - Udinese: 1979-1980 Allenatore Club Campionato italiano Serie C2: 3 Ravenna: 1991-1992 (girone A) Nocerina: 1994-1995 (girone C) Ternana: 1996-1997 (girone B) Individuale Panchina d'oro: 1 - 2001-2002 Oscar del calcio AIC: 1 - Migliore allenatore: 2002 L'allenatore dei sogni: 1 - 2002 Premio Gianni Brera allo sportivo dell'anno: 1 - 2003
  14. ALBERTO ZACCHERONI PAOLO ROSSI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 2010 Quando si parla della sua storia si ragiona sempre sul suo marchio di fabbrica, il famoso 3-4-3 ai tempi dell’Udinese. Pochi ricordano, invece, che una delle sue grandi operazioni con il Milan dello scudetto fu la rivalutazione di una vecchia guardia (Albertini, Maldini, Costacurta e altri) che sembrava ormai impossibilitata a raggiungere alti livelli, insieme a innovazioni tattiche in corso d’opera abbinate alla crescita dell’entusiasmo. Nella Juve di oggi sono altre le mete da raggiungere, ma resta l’urgenza di ritrovare un Dna vincente offuscato da un brutto inverno. Parlando con lui, però, le ragioni dell’attualità si sposano a un ritratto della sua professione che lo colloca a metà tra un detective e un giocatore di scacchi. Insomma, la figura dell’allenatore come fusione di Sherlock Holmes e Kasparov… – Come ha trovato la Juventus da dentro dopo averla vissuta da avversario? «In questi ultimi anni ho sempre indicato due società che reputo all’avanguardia sotto il profilo della gestione della squadra. La prima è l’Udinese, come modello di club con risorse limitate, che riesce a ovviarvi grazie a un’ottima politica basata sui giovani e sulla scoperta di talenti, in giro per il mondo e nelle categorie inferiori. A grandissimi livelli, nonostante nell’ultimo decennio si siano affacciate nuove realtà tra le big – vi ricordate quando si parlava di sette sorelle? – ho sempre considerato la Juventus l’unica società gestita davvero come un’azienda. Credo che questa sia la via maestra da percorrere, i bilanci a posto, insieme ai risultati sportivi, anche se tra i tifosi giustamente circolano parole d’ordine come passione e cuore». – Le chiedo una definizione del suo mestiere. Che cosa significa fare l’allenatore? «Quando uno che non mi conosce mi chiede che lavoro faccio io rispondo sempre che mi occupo di calcio, non lo considero assolutamente un lavoro. Ma se devo dare una definizione più profonda, il mio lavoro consiste innanzitutto nel riuscire a capire con chi ho a che fare nel più breve tempo possibile. La seconda fase è assegnare compiti e ruoli. Per fare bene queste due operazioni è necessario possedere le sei settimane del precampionato dove si può vivere senza lo stress dei tre punti. È in quel periodo che ci si conosce bene, non solo l’aspetto tecnico-tattico, ma anche sotto quello mentale, che ti permette di sapere che cosa puoi chiedere a un giocatore». – Alla luce di questo ritratto, le qualità di un buon allenatore sono intuizione, competenza e studio? «Ne aggiungo una quarta: l’esperienza. Io ho avuto una prima opportunità di approdare in Serie A a 41 anni e per una serie di circostanze ho dovuto rinviare l’appuntamento. Sulle prime ci sono rimasto male, pensavo di avere perso il treno giusto. Poi, anni dopo, quando finalmente ce l’ho fatta, mi sono reso conto che quel ritardo era stato la mia fortuna perché non avevo ancora maturato la giusta esperienza. Ho fatto la gavetta: sono partito dai Dilettanti e ho attraversato tutte le serie. E ho scoperto che ci sono diversi passaggi: se sei bravo in Interregionale puoi fare bene fino alla B. La A è un altro mondo. E i grandi club sono ancora qualcosa di più, un ulteriore gradino della tua crescita». – Quanto è cambiata la figura dell’allenatore in questi ultimi anni? «Non credo che ci sia stata una mutazione profonda dei nostri compiti. A cambiare davvero è la quantità d’informazioni di cui possiamo disporre. È su questa base che oggi posso lavorare nella Juventus arrivando in corso d’opera. Qui sto facendo un corso accelerato per poter incidere maggiormente sul piano nervoso. Nelle aziende si usa dire: la gestione delle risorse umane. Io ho un gruppo di uomini importanti, ognuno con una propria personalità e una specifica pressione mediatica e ambientale che grava su di lui. Le mie ore di lavoro devono riuscire a imporsi in un contesto reso complicato dai tanti messaggi che arrivano a ogni giocatore da fonti diverse». – Nel suo primo mese di Juve ho avuto l’impressione che lei sia un allenatore che difficilmente può essere descritto con una formula: non regala facili slogan ma spiega il calcio con concetti più estesi. «Io non sono molto mediatico, non lo sono mai stato, e questo è un mio limite. Oggi apparire conta più che essere, la soluzione migliore sarebbe una sana via di mezzo. È vero però che quando parlo amo spiegare bene le cose accadute sul campo e le motivazioni delle mie scelte: non sono uno che si nasconde o che sposta l’obiettivo altrove». – Il primo compito che si è assunto alla Juventus è stato rimotivare i singoli. Il dialogo individuale, l’osservazione dell’allenamento, la verifica della partita: cosa serve per riuscire in quest’impresa? «Facendo leva sulle conoscenze acquisite nel tempo cerco di toccare le corde giuste, sapendo che il tempo è poco e i margini di errore elevati. Cerco di sfruttare ogni momento che ho a disposizione: parlo con chi reputo abbia più bisogno e anche collettivamente. Poi si capiscono tante cose vivendo lo spogliatoio, dove cerco di cogliere anche solo da uno sguardo messaggi che possono essermi utili. Infine, è fondamentale la tempestività: se mi accorgo che c’è un problema lo affronto subito, non mi piace rinviare perché si rischia solo di aggravare la situazione». – Qual è la sua idea di gestione di una squadra di calcio? «C’è una società che ti chiama e ti affida la conduzione tecnica indicandoti un obiettivo. L’allenatore deve costruirci sopra un’idea che consenta di raggiungerlo. I rischi sono tanti: a me è capitato di rifiutare una squadra non per un mancato accordo contrattuale, ma perché ritenevo impossibile raggiungere la meta prefissata con i mezzi a disposizione. Un altro pericolo è che possa essere sbagliata l’idea. Il terreno più insidioso è comunque la quotidianità, che contiene sempre una marea di problemi e rende il viaggio accidentato. Perché tutto riesca è fondamentale che i giocatori ti seguano, che in qualche maniera non siano vittime di pregiudizi o che rimangano troppo legati a precedenti esperienze positive, in virtù delle quali possano pensare che la strada per vincere sia solo una, quella che già hanno praticato in precedenza. Detto questo, io non impongo un modello “a prescindere”: studio le caratteristiche di chi ho a disposizione e cerco di plasmare un gioco che le esalti». – Mi sorge una domanda immediata: come elabora l’idea in un contesto come la Juve di oggi? «Ho bisogno di due tipi d’informazione. Il primo è l’ambito tecnico e nel nostro caso sono fortunato: la Juve la conoscevo bene, anche seguendola a distanza mi ero fatto un’opinione. Il secondo è l’aspetto caratteriale, un altro elemento di valutazione molto importante che non puoi conoscere se non vivi dal di dentro. Poi, procedendo nel tempo, acquisisci altre nozioni, come la dimensione atletica e la componente psicologica». – Resto sull’idea: è un progetto di gioco, una gestione della gara, l’insieme di varie combinazioni? «La squadra intanto deve tenere bene il campo. Ai ragazzi ripeto un concetto base: è fondamentale stare dentro la partita. Dal primo all’ultimo secondo. Una partita è fatta di occasioni da cogliere, per le quali bisogna sapersi trovare nel posto giusto al momento giusto. Perciò dobbiamo trovare una posizione di partenza corretta per stare bene in campo: io fornisco pochissimi riferimenti ma chiari, cerco di semplificare i compiti ai miei giocatori e mai di complicarli. Stabilito questo, l’interpretazione della gara è variabile, gli avversari non li muovo io e dobbiamo essere bravi a imparare come leggere la partita». – “A me piacciono gli allenatori che parlano poco e osservano molto: altrimenti, non puoi entrare nella psicologia dei giocatori: Zaccheroni è uno così”: è una frase di Paolo Maldini, uno che l’ha conosciuta bene... «Paolo è stato con me tre anni. Io non sono uno che urla, non credo che per farsi rispettare dai giocatori sia necessario essere autoritari. Il rispetto lo ottieni con la chiarezza, essendo diretti, stabilendo regole certe. Quando le basi del rapporto sono ben definite non è possibile andare allo scontro, perché ognuno rispetta il proprio ruolo e tutto funziona. Maldini ne è stato l’esempio. Da capitano mi avrebbe anche fatto comodo che certe volte avesse preso la parola, magari per spronare i compagni nell’intervallo di una partita. Ma lui sapeva quali erano i nostri compiti e non l’ho mai sentito intervenire al mio posto. È così che si fa». – Si è trovato di fronte una Juve senza serenità. Come si lavora con una crisi di questo tipo? «Non ci voleva Einstein per analizzare i mali della Juve. La squadra è di spessore, con troppi infortuni che ne hanno condizionato il rendimento, ma è impossibile dimenticare quanto di buono è stato fatto all’inizio. Se sei riuscito nella prima parte della stagione a vincere tante partite e a stabilire una buona continuità significa che non ti manca la qualità. Non mi interessa analizzare le cause della crisi che poi ha attraversato. Si deve ripartire dalla consapevolezza dei nostri mezzi: io non devo fare altro che ripristinare alcune caratteristiche che si sono perse nel tempo». – Le complico la diagnosi della nostra malattia. La Juve ha vissuto grandi momenti d’entusiasmo – le vittorie con Sampdoria e Inter – seguite da terrificanti rovesci immediatamente dopo con Napoli e Bayern. È un quadro “clinicamente” difficile da guarire... «Nonostante i primi risultati positivi della mia gestione, sono conscio che non abbiamo consolidato nulla. Non si può dare niente per scontato in un lasso di tempo così breve. Per questo sono vigile 36 ore al giorno... Mi devo aspettare di tutto e devo trovare rapidamente le risposte alle difficoltà». – È stimolante doversi occupare di far rendere al meglio Diego, in un’epoca che non vede molto di buon occhio la figura del trequartista? «Di me si ricorda soprattutto il 3-4-3 dell’Udinese, un sistema di gioco che in Europa nessuno praticava. Ci sono arrivato dopo tante variazioni nel corso della mia carriera, ma ho sempre avuto il trequartista, magari camuffandolo. Nel 4-4-2 della Lazio, mi è esploso tra le mani Stankovic che partiva da sinistra e si accentrava, mettendosi tra le linee, assumendo i compiti che in precedenza erano di Nedved. Giocava a ridosso delle punte ed era il centrocampista più avanzato, però non era il trequartista che gioca con le spalle rivolte alla porta. Nel Venezia e nel Cosenza ho avuto trequartisti più evidenti, meno nascosti. Nella stessa Udinese, dove giocavo con 4 centrocampisti in linea, le mezze punte erano addirittura due e si alternavano: Poggi e Amoroso tornavano indietro a prendere palla a seconda delle esigenze mentre Bierhoff mi dava profondità come attaccante più avanzato. Non era quindi un tridente, come tanti scrivevano. È fondamentale che si studino bene le caratteristiche dei giocatori. Io sono soddisfatto del rendimento di Diego, ha ampi margini di miglioramento nell’interpretazione del ruolo: deve ancora adattarsi alle difficoltà altissime del campionato italiano. Noi siamo maestri nel far giocare male gli altri e i trequartisti pagano questa situazione». – Nel calcio c’è ancora qualcosa da inventare dopo oltre un secolo di tattiche? «Per un allenatore è un dovere avere lo stimolo di battere strade nuove. Nei primi sei anni della mia carriera sono arrivato cinque volte al primo posto senza giocare mai nello stesso modo. Due squadre uguali non potranno mai esistere, perché non esistono due giocatori uguali. L’allenatore è come il sarto: deve cucire l’abito indosso all’uomo che ha di fronte». – Silvio Berlusconi al Milan la definì per l’appunto un sarto. Qui alla Juve le hanno subito appiccicato addosso l’etichetta di “traghettatore”. Come si trova con queste definizioni? «Non la trovo né infernale né sminuente. Traghettatore? Va bene così. Ho avuto la fortuna di fare la professione che mi piace. E la mia gratificazione è centrare il risultato chiesto da chi mi ha chiamato. Poi voglio che venga valorizzato il patrimonio tecnico che mi è stato affidato: non sopporto che un giocatore renda di più con un altro allenatore. Infine, ci tengo a far esordire qualche giovane, lanciarlo nel grande calcio e riuscire a rimettere in carreggiata chi magari attraversa un momento di crisi o sembra entrato nella fase calante della sua carriera. Questo è il mio lavoro, al di là di ogni definizione. E non mi pesa l’idea di essere provvisorio, tanto è vero che solo al Milan ho avuto un contratto biennale, per il resto ho sempre scelto di essere messo in discussione stagione dopo stagione, anche quando mi sono fermato a lungo. Non voglio certezze, anzi, secondo me i contratti dovrebbero essere sempre costruiti così: si guadagna in rapporto al raggiungimento dell’obiettivo. Saremmo tutti più liberi, come lo sono stato io all’Inter quando ho mollato appena avuta la sensazione che una parte della dirigenza non mi volesse più. Preferisco togliere il disturbo piuttosto che restare solo perché ci vincola un accordo scritto». – Lei fa parte di una cultura, quella romagnola, che ha prodotto allenatori divorati dalla passione. Arrigo Sacchi era famoso per lo stress e anche lei trascorre 90 minuti in piedi... «È vero: adesso digrigno i denti, nel passato mi mordevo il labbro. La partita la vivo totalmente. Il calcio è una passione che mi è nata quando ancora ero nella pancia di mia madre. Vicino a me c’è sempre stato un pallone. Ricordo le discussioni con mio zio che mi diceva di non giocare perché sporcavo le pareti di casa o perché trascuravo lo studio. Non avrei voluto fare qualcosa di diverso, se non il calciatore, ma sono stato bloccato a 17 anni da una malattia polmonare e poi non avevo grandi mezzi tecnici. Vedendo le mie squadre non si direbbe, ma ero un difensore rognoso, di quelli che si appiccicano in marcatura e mordono. Diciamo un po’ alla Caceres, con la barba però...». – Esiste una formula per costruire una rosa competitiva, con una quantità precisa di campioni, di giovani, di uomini d’esperienza? «Tutto dipende dagli obiettivi che ha la società: se punta su un solo ambito o se vuole giocarsela fino in fondo su più fronti. Se l’obiettivo è uno solo, possono essere sufficienti 16 o 17 giocatori di un certo livello e un nutrito gruppo di giovani. Altrimenti si deve alzare la soglia dei titolari, ma non se devono avere 25: troppa concorrenza non fa bene. E poi, al di là di come costruisci l’organico, c’ê un dato che mi preme sottolineare nella costruzione di una squadra: poter lavorare tranquillamente a inizio stagione. Quando arrivai al Milan, ad esempio, ci chiudemmo a Milanello, lavorammo duramente, facendo solo amichevoli nel circondario. Ed è così che la squadra è uscita alla distanza, come è successo tutte le volte che ho potuto lavorare dall’inizio. Il segreto dello scudetto del Milan nel 1999 è tutto lì». – C’è un complimento che la inorgoglisce? «È una domanda difficile. Io sono un uomo di sostanza, non sono uno che sogna. Quel che mi preme maggiormente è la stima dei miei giocatori, quando mi riconoscono come una persona leale. I migliori rapporti li ho avuti con i campioni, con gli atleti professionali, mentre non amo quelli più “mediatici”. Se mi si dice che sono uno diretto, che parla chiaro, significa che si è capito chi sono ed è una bella soddisfazione». 〰.〰.〰 Zaccheroni approda a Torino il 29 gennaio 2010 ed eguaglia József Viola e Giovanni Trapattoni, essendo riuscito nella propria carriera a sedersi sulle panchine di tutte e tre le grandi del calcio italiano. Assunto con l’obiettivo di raggiungere la qualificazione in Coppa dei Campioni, debutta il 31 gennaio nella partita Juve-Lazio 1-1. I tifosi bianconeri accolgono con indifferenza l’arrivo del mister romagnolo, ben consci che il campionato sarebbe finito in modo deludente. Le uniche speranze restano quelle di trovare qualcosa di buono su cui puntare l’anno successivo. Ma sarà un disastro su tutti i fronti. La Juventus prosegue nel suo cammino altalenando poche prestazioni buone a tante disastrose, come il pareggio casalingo contro il Siena, dopo essere stati in vantaggio per 3-0. O la pessima figura rimediata a Londra, nel match col Fulham in Europa League (sconfitta per 1-4). E ancora la batosta nella “sua” Udine per 0-3. Dulcis in fundo le ultime due partite, terminate entrambe in modo indegno: battuti dal Parma all’Olimpico (2-3) e dal Milan a San Siro (0-3). Certo, non è tutta colpa sua ma non è in grado di incidere minimamente nella crisi juventina. Inoltre, non riesce nemmeno a garantire quella “scossa” usuale dopo un cambio in panchina. La truppa bianconera chiude il campionato al 7° posto con 55 punti qualificandosi in Europa League. A Zaccheroni non viene rinnovato il contratto e lascia così tristemente la Juventus. «Alla Juve molti giocatori erano a fine carriera e mi tornano in mente tutti gli indisponibili che avevo ogni volta: mai sotto i 12-13. Ma io ho la mia idea. Se ci si mette lì ad analizzare nel tempo le squadre che hanno avuto parecchi infortuni stagione per stagione, si noterà che la costante è che in quelle squadre c’è tensione. I giocatori si fanno male quando, dico io, “l’aria non è pulita”. E in quella Juve l’aria non era per niente pulita. Io avevo un buonissimo rapporto con Felipe Melo. Una volta pensavano avessi bisticciato perché non gli diedi la mano dopo il cambio, ma in realtà gli dissi: “hai fatto bene ma da te voglio di più perché tu puoi fare la differenza con quella forza fisica mostruosa”. In allenamento non l’ho mai visto litigare o dare calci a nessuno... Mi riportavano che era un po’ disordinato fuori dal campo, ma l’allenatore non deve andare a marcare i giocatori nella vita privata. Bisogna cercare di farglielo capire. Se uno poi in campo mi dà tutto, se anche mi fa tardi la notte e poi fa bene in campo, allora io faccio anche finta di non saperlo». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/01/alberto-zaccheroni.html
  15. ALBERTO ZACCHERONI https://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Zaccheroni Nazione: Italia Luogo di nascita: Meldola (Forlí-Cesena) Data di nascita: 01.04.1953 Ruolo: Allenatore Altezza: 170 cm Peso: 76 kg Soprannome: Zac Alla Juventus nel 2010 21 panchine - 8 vittorie - 5 pareggi - 8 sconfitte Alberto Zaccheroni (Meldola, 1º aprile 1953) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Conosciuto con il diminutivo di Zac, è stato il primo tecnico italiano ad essersi aggiudicato un trofeo internazionale (Coppa d'Asia 2011) alla guida di una nazionale straniera (il Giappone). Nel 1999 ha vinto il campionato di Serie A come allenatore del Milan. Condivide inoltre con Giuseppe Pillon il record di 3 promozioni consecutive dalla serie D alla serie B, due conseguite col Baracca Lugo e una col Venezia. Alberto Zaccheroni Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1975- giocatore Carriera Giovanili 1967-1969 Cesenatico ? (?) 1969-1970 Bologna ? (?) 1970-1975 Cesenatico ? (?) Carriera da allenatore 1975-1984 Cesenatico Giovanili 1984-1985 Cesenatico 1985-1987 Riccione 1987-1988 San Lazzaro 1988-1990 Baracca Lugo 1990-1993 Venezia 1993 Bologna 1994-1995 Cosenza 1995-1998 Udinese 1998-2001 Milan 2001-2002 Lazio 2003-2004 Inter 2006-2007 Torino 2010 Juventus 2010-2014 Giappone 2016 Beijing Guoan 2017-2019 Emirati Arabi Uniti Palmarès Coppa d'Asia Oro Qatar 2011 Bronzo Emirati Arabi Uniti 2019 Coppa dell'Asia orientale Oro Corea del Sud 2013 Coppa delle Nazioni del Golfo Argento Kuwait 2017 Carriera Club Esordi da allenatore La carriera di calciatore (giocò come terzino nelle giovanili del Cesenatico e del Bologna) fu breve a causa di una malattia polmonare contratta nel 1970 che gli impedisce di allenarsi e di giocare per due anni. Vive le prime esperienze da allenatore a Cesenatico, con le squadre giovanili. Nel febbraio 1984 subentra a Giancarlo Magrini sulla panchina della prima squadra, in Serie C2 a 14 giornate dalla fine del torneo, con il Cesenatico ultimo in graduatoria: ottiene 6 vittorie, 4 pareggi e 4 sconfitte che valgono un'insperata salvezza. Stessa storia si ripete la stagione successiva: Zaccheroni subentra alla guida della prima squadra dalle giovanili, e anche questa volta centra la salvezza in C2. Negli anni successivi siede sulle panchine di Riccione (primo nel campionato interregionale), San Lazzaro e Baracca Lugo (con cui vince il suo secondo campionato Interregionale). Dopo le esperienze con Venezia (con cui conquista la promozione che vale la Serie B dopo un'assenza di 24 anni) e Bologna, è protagonista di un campionato cadetto con il Cosenza nella stagione 1994-1995, dove nonostante una penalizzazione di 9 punti salva la squadra rossoblù con largo anticipo, arrivando a toccare in primavera le soglie della zona promozione; quello alla guida dei calabresi, lo ricorderà come il campionato più difficile della sua vita. Udinese Nel 1995 passa all'Udinese, che lo ingaggia facendolo approdare in Serie A. Con questa squadra Zaccheroni impone il modulo 3-4-3 (schierando spesso il tridente Poggi-Bierhoff-Amoroso) e si piazza prima al 10º posto, poi 5º posto, portando per la prima volta la squadra friulana in Coppa UEFA, e successivamente al 3º posto, alle spalle di Juventus e Inter. Milan Zaccheroni, alla stagione di debutto sulla panchina del Milan, festeggia la vittoria dello scudetto 1998-1999. La qualificazione in Coppa UEFA ottenuta coi friulani (inedito terzo posto, con Oliver Bierhoff capocannoniere in Serie A) gli vale la panchina del Milan, guidato nel 1998-1999 (anno del centenario della società rossonera) alla vittoria dello scudetto, vinto in rimonta sulla Lazio con sette vittorie nelle ultime sette giornate. La stagione 1999-2000, cominciata subito male per il suo Milan con la sconfitta 1-2 col Parma in Supercoppa Italiana, si chiude al terzo posto in campionato. L'esperienza sulla panchina milanista termina a marzo 2001, quando il presidente Silvio Berlusconi lo esonera dopo l'eliminazione in Champions League, scaturita dal pareggio casalingo col Deportivo La Coruña. Berlusconi espresse il proprio dissenso pubblicamente, soprattutto durante la stagione 2000-2001, paragonando Zaccheroni a un tessitore che ha buona tela ma non la sa tessere. Lazio, Inter e Torino Nella stagione 2001-2002 subentra dopo poche giornate di campionato a Dino Zoff alla guida della Lazio. Complici anche risultati non previsti della squadra romana (come la clamorosa sconfitta 1-5 nel derby con la Roma), e nonostante l'accesso in Coppa UEFA centrato all'ultima giornata grazie alla vittoria sull'Inter il 5 maggio 2002, il presidente Sergio Cragnotti a fine stagione non conferma il tecnico romagnolo, sostituendolo con Roberto Mancini. Il 22 ottobre 2003 viene ingaggiato dall'Inter, subentrando all'esonerato Héctor Cúper. Alla seconda gara in nerazzurro, porta la squadra a vincere per la prima volta sul campo del Chievo. Conduce l'Inter al quarto posto in campionato, qualificandosi per la Champions League, ma un mese più tardi rassegna le proprie dimissioni. Il 7 settembre 2006, a due giorni dall'inizio del campionato, è ingaggiato come allenatore del Torino del presidente Urbano Cairo, nell'anno del centenario della squadra granata. Assume l'incarico con la squadra in crisi, riuscendo inizialmente a ottenere buoni risultati (tra i quali la vittoria con l'Empoli nel giorno della festa del centenario dei granata) e a porre rimedio alla situazione portandola all'8º posto prima della sosta natalizia. Alla ripresa, dopo una lunga serie di sconfitte consecutive a inizio 2007, il 26 febbraio è sostituito da Gianni De Biasi. Juventus Il 29 gennaio 2010 torna ad allenare dopo 3 anni, subentrando all'esonerato Ciro Ferrara sulla panchina della Juventus: nell'occasione diventa, insieme a József Viola e Giovanni Trapattoni, il terzo tecnico ad essere riuscito a sedersi sulle panchine di tutte e tre le grandi del calcio italiano. Assunto da una Juventus in crisi di risultati con l'obiettivo dichiarato di raggiungere la qualificazione in Champions League, debutta il 31 gennaio 2010 nella partita Juventus-Lazio, finita 1-1. La prima vittoria è contro il Genoa 3-2 il 14 febbraio, pochi giorni dopo arriva la prima vittoria in Europa League, contro l'Ajax ad Amsterdam 1-2, competizione dalla quale la Juventus uscirà nel turno successivo col Fulham, vincendo 3-1 in casa, perdendo 4-1 a Londra. Con l'organico impegnato su due fronti e ridotto all'osso per i tanti infortuni, manca la qualificazione in massima competizione europea. Chiude il campionato al settimo posto con 55 punti, qualificandosi in Europa League, senza che gli venga rinnovato il contratto in scadenza (al suo posto la squadra torinese ingaggia Luigi Delneri). Nazionale giapponese Il 30 agosto 2010 entra a far parte del ristretto gruppo di allenatori italiani con esperienze alla guida di una nazionale straniera, assumendo l'incarico di C.T. della nazionale del Giappone, ruolo in cui sostituisce Takeshi Okada. Zaccheroni dichiara di ritenere questo ruolo l'unica sfida di suo interesse e di sperare di lasciare un'importante eredità. La sua gestione si apre con quattro amichevoli che vedono un Giappone ottimo, che batte 1-0 il Paraguay, 2-1 il Guatemala e 1-0 la forte Argentina e pareggia 0-0 con la Corea del Sud. Il successo più importante di Zaccheroni nel Paese del Sol Levante è la vittoria della Coppa d'Asia 2011, disputatasi in Qatar. La squadra del tecnico romagnolo vince il girone imponendosi addirittura per 5-0 contro l'Arabia Saudita, ai quarti di finale elimina 3-2 i padroni di casa del Qatar e in semifinale supera ai rigori la Corea del Sud. La conquista del trofeo avviene con la sconfitta in finale dell'Australia per 1-0 dopo i tempi supplementari, col il gol della vittoria che giunge nel secondo tempo supplementare, al 110', per opera di Tadanari Lee. Nelle successive qualificazioni ai campionati del mondo, dopo il pareggio con l'Uzbekistan, Zaccheroni ottiene il tredicesimo risultato utile consecutivo con la nazionale giapponese, superando i precedenti record di Zico e Troussier. In seguito a questi successi, il 18 ottobre 2011 Zaccheroni viene ufficialmente ricevuto dall'imperatore nipponico (onore che viene concesso molto raramente) Akihito, il quale esprime stima e riconoscimento all'allenatore italiano per aver riportato la Coppa d'Asia in Giappone. A novembre 2011 perde la propria imbattibilità dopo 19 partite, venendo sconfitto dalla Corea del Nord. A giugno 2013 porta il Giappone a essere la prima squadra qualificata al Mondiale che si svolgerà in Brasile nel 2014. Il 28 giugno 2013, battendo i padroni di casa, vince in Corea del Sud la Coppa dell'Asia orientale, la prima nella storia del Giappone. Il 25 giugno 2014, dopo il Mondiale in Brasile, in cui la nazionale nipponica è stata eliminata al termine della fase a gironi, annuncia di non voler rinnovare il contratto, venendo sostituito da Javier Aguirre. Durante il Mondiale in Brasile, Yasuhito Endō, il calciatore giapponese che vanta più presenze in nazionale, ha spiegato in un'intervista della FIFA che lui e la maggior parte dei suoi compagni della nazionale non parlano e non capiscono l'italiano, e l'allenatore Zaccheroni, per ben 4 anni, non avendo a sua volta dimestichezza con il giapponese, quando capitava che il suo interprete fosse assente, era costretto a comunicare con la squadra a gesti. Beijing Guoan Dal 19 gennaio al 18 maggio 2016 allena la squadra cinese del Beijing Guoan. Viene esonerato a seguito della sconfitta casalinga con lo Hebei avendo collezionato solo 9 punti in 9 partite. Nazionale emiratina Il 16 ottobre 2017 diventa il nuovo commissario tecnico della nazionale degli Emirati Arabi Uniti. Il 5 gennaio 2018 guida la squadra al secondo posto nella Coppa delle Nazioni del Golfo, battuto in finale dall'Oman ai tiri di rigore. Un anno dopo conduce gli Emirati Arabi Uniti alle semifinali della Coppa d'Asia 2019, venendo eliminato dal Qatar. Al termine della competizione lascia la nazionale alla scadenza naturale del contratto. Commentatore televisivo Dal 1º settembre 2016 all'ottobre del 2017 ha commentato le partite della nazionale italiana, su Rai 1, al fianco di Alberto Rimedio. Palmarès Allenatore Club Campionato Interregionale: 2 - Riccione: 1986-1987 - Baracca Lugo: 1988-1989 Campionato italiano: 1 - Milan: 1998-1999 Nazionale Coppa d'Asia: 1 - Giappone: Qatar 2011 Coppa dell'Asia orientale: 1 - Giappone: Corea del Sud 2013 Individuale Panchina d'oro: 2 - 1996-1997, 1998-1999 Seminatore d'Oro: 1 - 1998 L'allenatore dei sogni: 1 - 1998 Trofeo Maestrelli: 1 - 1998 Timone d'Oro: 1 - 1999 Oscar del calcio AIC: 1 - Migliore allenatore: 1999 Premio speciale del Settore tecnico della FIGC: 1 - 2010 Onorificenze Commendatore dell'Ordine della stella d'Italia — 2 maggio 2012
  16. MARIO KIREV https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Kirev Nazione: Bulgaria Luogo di nascita: Dupnica Data di nascita: 15.08.1989 Ruolo: Portiere Altezza: 193 cm Peso: 96 kg Nazionale Bulgaro Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 2009 al 2011 0 presenze - 0 reti subite Mario Kirev (Dupnica, 15 agosto 1989) è un calciatore bulgaro, portiere del Pirin Blagoevgrad. Mario Kirev Nazionalità Bulgaria Altezza 193 cm Peso 96 kg Calcio Ruolo Portiere Squadra Pirin Blagoevgrad Carriera Giovanili 1999-2003 Germanea 2003-2007 Slavia Sofia 2009 Juventus 2009-2010 Juventus Squadre di club 2007-2009 Slavia Sofia 10 (-5) 2009 → Grasshoppers 0 (0) 2010 → Thun 0 (0) 2010-2011 Juventus 0 (0) 2011-2012 → Timișoara 7 (-5) 2012-2014 ACS Poli Timișoara 19 (-15) 2014 Olt Slatina 1 (-2) 2015-2017 Slavia Sofia 42 (-52) 2017-2018 Nea Salamis 9 (-12) 2018-2019 Kamza 1 (-2) 2019 Drita 11 (-10) 2019-2020 Olympiakos Nicosia 4 (-8) 2020-2021 Kjustendil ? (-?) 2021 Montana 4 (-7) 2021- Pirin Blagoevgrad 0 (0) Nazionale 2009 Bulgaria U-21 4 (-5) Carriera Club Slavia Sofia Inizia a giocare nel club dilettantistico di Sapareva Banya, il Germanea fino all'età di 14 anni quando passò nel settore giovanile dello Slavia Sofia. Nell'agosto 2007 firmò il suo primo contratto da professionista con lo Slavia Sofia ed il 25 aprile 2008 ha debuttato contro lo Spartak Varna nella venticinquesima giornata della massima serie bulgara, giocando poi anche altre 2 partite. Nella stagione successiva è diventato il portiere titolare a disposizione di Stevica Kuzmanovski. Juventus Nel dicembre del 2008 ha partecipato ad un periodo di stage nella Juventus ed il 22 gennaio 2009 ha firmato un contratto di 4 anni e mezzo con la società torinese che lo acquista per 600.000 euro. Pochi giorni dopo, il 27 gennaio, è stato ceduto in prestito al Grasshoppers fino al termine della stagione con un'opzione per il prossimo campionato. Il 9 luglio 2009 torna alla Juventus per il ritiro estivo di Pinzolo, al termine del quale rimane in rosa come quarto portiere della prima squadra alternandosi con Pinsoglio nella formazione Primavera. Dopo aver vinto il Torneo di Viareggio 2010 come secondo portiere della Primavera della Juventus, viene di nuovo ceduto in prestito in Svizzera, questa volta al Thun. Nell'estate del 2010 torna nuovamente alla Juventus ed ottiene la prima convocazione stagionale nella nona giornata di campionato. Ottiene la sua seconda convocazione stagionale con la prima squadra alla trentacinquesima giornata di campionato grazie all'assenza di Marco Storari. Timișoara ed ACS Poli Timișoara Il 5 settembre 2011 la Juventus ufficializza il suo passaggio in prestito al SSU Politehnica Timișoara. Il 5 settembre 2012 passa a titolo definitivo alla squadra romena del SSU Politehnica Timișoara. Nazionale Nel 2009 ha disputato 4 partite con la Nazionale bulgara Under-21. Palmarès Club Competizioni nazionali Challenge League: 1 - Thun: 2009-2010 Liga II: 1 - Timișoara: 2011-2012 Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 2010
  17. IAGO FALQUE https://it.wikipedia.org/wiki/Iago_Falque Nazione: Spagna Luogo di nascita: Vigo Data di nascita: 04.01.1990 Ruolo: Centrocampista/Attaccante Altezza: 174 cm Peso: 69 kg Nazionale Spagnolo Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 2008 al 2010 Esordio: 07.08.2009 - Amichevole - Juventus-Villarreal 1-4 Ultima partita: 25.05.2010 - Amichevole - Fiorentina-Juventus 1-0 0 presenze - 0 reti Iago Falque Silva, noto come Iago Falque (Vigo, 4 gennaio 1990), è un calciatore spagnolo, centrocampista o attaccante dell'América de Cali. Iago Falque Iago Falque con la maglia della Roma nel 2015 Nazionalità Spagna Altezza 174 cm Peso 69 kg Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Squadra América de Cali Carriera Giovanili 2000-2001 Real Madrid 2001-2008 Barcellona 2008-2009 Juventus 2009-2010 → Bari 2010 Juventus Squadre di club 2010-2011 → Villarreal B 36 (11) 2011-2012 Tottenham 0 (0) 2012 → Southampton 1 (0) 2012-2013 Tottenham 1 (0) 2013 → Almería 18 (2) 2013-2014 → Rayo Vallecano 28 (3) 2014-2015 Genoa 32 (13) 2015-2016 Roma 22 (2) 2016-2020 Torino 108 (32) 2020 → Genoa 10 (2) 2020-2021 → Benevento 11 (1) 2022- América de Cali 5 (0) Nazionale 2007 Spagna U-17 12 (3) 2008-2009 Spagna U-19 8 (3) 2009 Spagna U-20 1 (0) 2011 Spagna U-21 1 (0) Palmarès Europei di calcio Under-17 Oro Belgio 2007 Mondiali di calcio Under-17 Argento Corea del Sud 2007 Biografia Nasce a Vigo in Galizia; sua madre, Carmela Silva, è senatrice al parlamento spagnolo per il PSOE. Caratteristiche tecniche Mancino naturale è dotato di buone attitudini offensive e velocità. Nasce centrocampista laterale di destra, ma può giocare anche come trequartista, ala o seconda punta, che è il ruolo più consono alle sue caratteristiche. Dispone inoltre di grande intelligenza tattica il che gli permette di poter impostare la manovra offensiva effettuando dei cross precisi verso l'area di rigore, oltre a essere bravo nei movimenti senza palla. Falque è dotato di un'ottima tecnica che gli permette di saltare il diretto avversario grazie al caratteristico doppio passo. Carriera Club Gli inizi Cresce nella cantera del Barcellona, ma non viene mai aggregato né alla prima squadra di Frank Rijkaard, né alla formazione B di Luis Enrique. Sfrutta questo per ottenere la "carta di libertà", che gli permette di passare a parametro zero alla Juventus il 30 agosto 2008. L'accordo tra le due squadre prevede il versamento di un indennizzo al club blaugrana, 2,5 milioni di euro, nel caso in cui raggiunga determinati obiettivi individuali o di squadra nel corso della durata contrattuale. Il 2 settembre firma un contratto quadriennale. Il 6 dicembre arriva la prima convocazione in prima squadra, in occasione della partita contro il Lecce, valevole per la quindicesima giornata di Serie A. Il 25 agosto 2009 viene ceduto con la formula del prestito secco con premio per la valorizzazione al Bari, neopromosso in Serie A. Dopo aver giocato il girone d'andata nella Primavera dei pugliesi, senza scendere in campo con la prima squadra, il 15 gennaio 2010 ritorna alla Juventus. Il 29 luglio 2010 si trasferisce nel Villarreal B con la formula del prestito con diritto di riscatto che, al termine della stagione, non viene esercitato. Tottenham e vari prestiti Il 25 agosto 2011 si trasferisce in prestito per una stagione al Tottenham. Il 16 gennaio 2012 la Juventus comunica la cessione a titolo definitivo del giocatore per € 1 milione (di cui 250000 € ai Blaugrana). Il 17 gennaio viene girato subito in prestito al Southampton. Ha fatto il suo debutto con la maglia del Southampton sette giorni più tardi, nella sconfitta per 0-2 in casa contro il Leicester City. Quella è stata l'unica partita da lui giocata coi Saints. Terminato il prestito torna agli Spurs, con cui il 9 dicembre ha giocato la sua unica partita di Premier League (finita 1-2 per gli avversari) nei cinque minuti finali contro l'Everton al posto di Jermain Defoe, visto che il 23 gennaio 2013 viene ceduto in prestito all'Almería fino al termine della stagione, debuttando per gli andalusi il 4 febbraio contro il Real Madrid Castilla. Al club lui ha dato il suo contributo per fare sì che tornasse in Liga. Rientrato nuovamente a Londra, per la stagione successiva viene ceduto ancora in prestito. Il 24 agosto 2013 si trasferisce infatti a Madrid tra le file del Rayo Vallecano, dove colleziona 28 presenze e 3 gol nella Liga. Ha debuttato sei giorni più tardi nella sconfitta per 2-1 in casa contro il Levante. Nel febbraio 2014, Falque ha segnato il suo primo gol per il Rayo, in una vittoria per 4-1 contro il Málaga. Genoa Il 1º agosto 2014 viene acquistato a titolo definitivo dal Genoa. Gioca la sua prima partita ufficiale con la maglia rossoblù il 24 agosto nella gara in trasferta, valevole per il terzo turno preliminare della Coppa Italia, vinta 1-0 contro il Lanciano. Dopo essere riuscito ad entrare negli schemi di mister Gasperini, il 2 novembre, alla sua prima partita da titolare in maglia rossoblù, segna la sua prima rete in Serie A siglando il momentaneo 2-1 per il Genoa nella vittoria per 4-2 della squadra ligure allo Stadio Friuli sull'Udinese. Il 24 febbraio 2015 firma il momentaneo vantaggio del Genoa nel Derby della Lanterna, finito poi 1-1. Il 29 aprile 2015 segna il suo decimo gol stagionale siglando su rigore il definitivo 3-1 per il Genoa contro il Milan, contribuendo così a riportare la squadra rossoblù ad una vittoria che contro i rossoneri al Meazza non arrivava dal 1958. L'11 maggio 2015 sigla la sua 11ª rete stagionale, nella partita contro il Torino vinta 5-1 dai liguri. Nel successivo incontro di campionato, fuori casa contro l'Atalanta (1-4 per il Genoa il risultato finale), segna la sua prima doppietta in serie A e sale a quota 13 in campionato. Roma Il 1º luglio 2015 si trasferisce a titolo temporaneo alla Roma per 1 milione di euro con obbligo di riscatto alla prima presenza ufficiale per 7 milioni più 1 milione di bonus legato al raggiungimento di determinati obiettivi sportivi. Il 22 agosto fa il suo debutto ufficiale, subentrando al 66º minuto a Mohamed Salah nel match pareggiato 1-1 contro l'Hellas Verona. Il 12 settembre 2015 trova il primo gol in giallorosso contro il Frosinone, sbloccando il risultato nella vittoria per 2-0 sui ciociari. Il 20 ottobre trova il suo primo gol in Champions League contro il Bayer Leverkusen, match terminato 4-4. Termina la sua esperienza nella Roma disputando in totale 27 gare e marcando 3 reti. Nella sua esperienza romana ha trovato meno spazio a partire da gennaio, mese in cui si è insediato sulla panchina dei giallorossi Luciano Spalletti. Torino Il 18 luglio 2016 viene ufficializzato il suo passaggio al Torino insieme al compagno Adem Ljajić. Il trasferimento a Torino avviene a titolo temporaneo con diritto di riscatto. Sceglie la maglia numero 14. Segna il suo primo gol nel Toro nella sconfitta per 2-1 contro l'Atalanta l'11 settembre 2016. Il 25 settembre 2016 segna una doppietta nella vittoria per 3-1 contro la Roma, sua ex-squadra, allo Stadio Olimpico Grande Torino. Il 4 gennaio 2017 viene ufficializzato l'acquisto a titolo definitivo da parte del Torino per la cifra di 6 milioni nell'operazione che porta Iturbe a vestire la maglia granata. il 12 febbraio 2017 segna la sua decima rete in campionato nella vittoria interna col Pescara per 5-3; termina la sua prima stagione in granata con 12 gol e 8 assist in Serie A. Nella stagione 2017-2018 conferma il buon rendimento in maglia granata e - al termine del girone d'andata - è il capocannoniere e trascinatore del Torino con 7 reti in 19 partite, tra cui il gol a San Siro contro l'Inter del 5 novembre 2017 nel pareggio esterno per 1-1. Il 6 gennaio 2018, in occasione della prima giornata del girone di ritorno del campionato e del contestuale debutto del nuovo allenatore Walter Mazzarri sulla panchina del Toro, sigla la rete del 3-0 nella vittoria interna contro il Bologna. In occasione della 30ª giornata segna la sua decima rete in campionato nella trasferta di Cagliari, vinta per 4 reti a 0 dai granata. Al termine della stagione è il capocannoniere della squadra con 12 reti e 8 assist in Serie A. Il 21 ottobre 2018 segna il suo primo gol della sua terza stagione in granata nel pareggio esterno (2-2) contro il Bologna. Il campionato di Iago è tuttavia condizionato dagli infortuni e da un modulo - il solido 3-5-2 dei piemontesi - che non ne esalta le caratteristiche; termina il torneo con 6 reti all'attivo, raggiungendo la quota di 100 presenze con la maglia del Torino in occasione della trasferta del Franchi. Nell'estate del 2019 smette il numero 14 per vestire la casacca numero 10 e fa il suo debutto con la maglia granata in Europa in occasione del turno preliminare di Europa League contro il Debrecen (3-0). Tuttavia trova poco spazio in stagione disputando solo 4 gare in Serie A. Prestiti a Genoa e Benevento Il 30 gennaio 2020 fa ritorno (in prestito) al Genoa. Sceglie di indossare la maglia numero 10. Fa il suo secondo esordio in maglia rossoblu il 23 febbraio, in occasione della sconfitta casalinga contro la Lazio. Il primo gol lo realizza il 23 giugno nella sconfitta per 1-4 contro il Parma, segnando su rigore l'unico gol dei genoani. Si ripeterà nella sfida successiva contro il Brescia, siglando il gol del 2-1 che darà il via alla rimonta dei rossoblu. A fine stagione, però, il Genoa decide di non riscattarlo e il centrocampista fa quindi ritorno a Torino. Il 29 settembre 2020 viene ceduto in prestito al neopromosso Benevento. L'esordio con i campani avviene il 4 ottobre seguente, in occasione della partita interna col Bologna, vinta per 1-0. Il primo gol arriva il 17 gennaio 2021, siglando il gol della bandiera nella sconfitta in casa del Crotone per 4-1. Rientrato al Torino a fine stagione, il 31 agosto 2021 rescinde il proprio contratto con il club piemontese. Nazionale Ha partecipato con la Spagna Under-17 al Campionato europeo di categoria nel 2007. Gioca le 5 gare del torneo fino alla finale, diventando il capocannoniere della squadra, a pari merito con Bojan Krkić, grazie alle due reti messe a segno contro Francia ed Ucraina nella fase a gruppi, e vincendo la competizione battendo l'Inghilterra in finale. Grazie a questa vittoria la rappresentativa spagnola si qualifica al Campionato mondiale di calcio Under-17 del 2007. Nella competizione mondiale gioca le 7 gare che portano la Spagna fino alla finale contro la Nigeria, persa 3-0 solo ai rigori, realizzando una rete contro la Corea agli ottavi. Il 28 dicembre 2008 scende in campo con la rappresentativa galiziana maggiore (non riconosciuta da UEFA e FIFA) in un'amichevole contro l'Iran. Nell'autunno 2009 partecipa con la selezione spagnola Under-20 al Mondiale di categoria, disputando il secondo tempo della gara contro il Venezuela. Palmarès Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 2 - Juventus: 2009, 2010 Nazionale Competizioni giovanili Campionato d'Europa Under-17: 1 - Belgio 2007
  18. AYUB DAUD Nazione: Somalia Luogo di nascita: Mogadiscio Data di nascita: 24.02.1990 Ruolo: Centrocampista Altezza: 172 cm Peso: 62 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 2008 al 2009 Esordio: 14.03.2009 - Serie A - Juventus-Bologna 4-1 1 presenza - 0 reti Club career 08/2013 - 07/2015 Budapest Honvéd Forward 11/2011 - 08/2013 FC Chiasso Forward 01/2011 - 06/2011 AS Gubbio Forward 07/2010 - 01/2011 AC Lumezzane Forward 07/2009 - 06/2010 FC Crotone Forward 01/2009 - 06/2009 Juventus Forward https://www.worldfootball.net/player_summary/ayub-daud/
  19. ALBIN EKDAL Bello e possibile. Lineamenti puliti e viso dolce, – scrive Alec Cordolcini sul “Guerin Sportivo” del 15-21 gennaio 2008 – in un paese come l’Italia che ha eletto l’apparenza quale stella polare della propria società, Albin Ekdal non dovrebbe incontrare eccessive difficoltà di ambientamento. Attenzione però: dietro le belle apparenze, l’aitante (1,86 x 75) ragazzino svedese nasconde robuste quantità di talento, materia prima che toccherà alla Juventus levigare e plasmare secondo le proprie esigenze. Ne potrebbe uscire un credibile vice-Nedved, oppure un rifinitore dall’andamento più dinamico di Tiago. Ekdal giocava così, centrocampista avanzato in una mediana a quattro oppure esterno sinistro nel modulo a rombo, nel Brommapojkarna, il club di Stoccolma (Bromma è un quartiere nella parte occidentale della capitale svedese, dove Albin è nato il 28 luglio 1989) nel quale è cresciuto e con cui ha fatto il suo esordio nel calcio professionistico. A dispetto delle esigue dimensioni (la media spettatori si aggira attorno alle mille unità, cresciute a oltre 4mila soltanto durante la stagione in Allsvenskan), il Brommapojkarna è un club tra i più strutturati a livello giovanile nell’intera Svezia, tanto che nel 2006 è arrivato il titolo nazionale Under 18, dopo aver inflitto un pesante 4-0 in finale al più blasonato Malmö. Mattatori del torneo la punta Axel Johansson e proprio l’inesauribile fonte di gioco della squadra Albin Ekdal, che aveva da poco rifiutato di trasferirsi al Chelsea per poter proseguire gli studi in Svezia. Scontato per entrambi il passaggio alla prima squadra l’anno successivo, in quella che è stata una stagione storica per i “ragazzi di Bromma” (questo il significato di Brommapojkarna), alle prese con il primo campionato di Allsvenskan della loro storia. Un’avventura finita male, con l’immediata retrocessione in seconda divisione (ultimo posto con gli stessi punti del Trelleborg, decisivi gli scontri diretti), ma in cui la squadra si è tolta lo sfizio di battere per due volte nel derby di Stoccolma il favoritissimo Djurgarden, la squadra svedese che nel nuovo secolo ha vinto più volte il campionato, tre (2002, 2003 e 2005). Nel primo caso è stato proprio un assist di Ekdal (che a causa di un infortunio al ginocchio chiuderà il campionato con sole 15 presenze, di cui 9 da titolare, senza realizzare nessun gol) a mandare in rete Joakim Runnemo per quello che è stato il primo gol realizzato in assoluto dal Brommapojkarna nella massima divisione svedese. Titolare fisso prima nell’Under l7 e poi nell’Under 19 svedese, Ekdal è considerato in patria il prospetto più interessante dai tempi di Kim Källström, il centrocampista attualmente in forza al Lione al quale è stato più volte accostato. Lui però vola ancora più alto: il suo idolo si chiama Kaká. Papà Lennart è giornalista e conduttore televisivo, perciò alle luci dei riflettori suo figlio Albin è già abituato. Anche a quelle delle discoteche, riporta la stampa rosa svedese raccontandone i successi con il gentil sesso. Bello e possibile, si diceva. Ma soprattutto bravo. La Juventus, con la quale ha sottoscritto un contratto quinquennale, è in assoluto uno dei posti migliori in cui dimostrarlo. I dirigenti bianconeri raggiungono l'accordo per acquistarlo per 600mila euro ma per la firma del contratto attendono l'esito dell'operazione alla caviglia a cui Albin si sottopone in febbraio. Il 20 marzo i dottori della società torinese avallano l'acquisto, verificata la perfetta riuscita dell'intervento e il 27 maggio viene ufficializzato il trasferimento del giocatore svedese alla Juventus. Inizialmente aggregato alla Primavera, fa il suo esordio in prima squadra e in Serie A il 18 ottobre 2008 nella gara persa 2-1 contro il Napoli. Impiegato spesso con la squadra giovanile, vince il Torneo di Viareggio battendo in finale la Sampdoria. Durante la competizione risulta uno dei più positivi della squadra, andando a segno una volta, nella partita vinta 8-7 ai rigori contro la Lazio, come secondo rigorista. Ma in prima squadra, nonostante la Vecchia Signora non se la passi troppo bene, è impossibile trovar posto per il giovanotto e così, dopo altri due subentri (contro Bologna e Chievo) il 15 luglio 2009 viene prestato al Siena. Rientra in riva al Po nell’estate del 2010, giusto in tempo per fare il ritiro e giocare pochi minuti nella partita in Europa League, disputata a Dublino, contro lo Shamrock Rovers. Poi, un lungo girovagare per lo stivale, senza più ritrovare la casacca bianconera se non come avversaria. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/12/albin-ekdal.html
  20. ALBIN EKDAL https://it.wikipedia.org/wiki/Albin_Ekdal Nazione: Svezia Luogo di nascita: Stoccolma Data di nascita: 28.07.1989 Ruolo: Centrocampista Altezza: 186 cm Peso: 82 kg Nazionale Svedese Soprannome: - Alla Juventus dal 2008 al 2010 Esordio: 18.10.2008 - Serie A - Napoli-Juventus 2-1 Ultima partita: 29.07.2010 - Europa League - Shamrock Rovers-Juventus 0-2 4 presenze - 0 reti Albin Ekdal (Stoccolma, 28 luglio 1989) è un calciatore svedese, centrocampista dello Spezia e della nazionale svedese. Albin Ekdal Nazionalità Svezia Altezza 186 cm Peso 82 kg Calcio Ruolo Centrocampista Squadra Spezia Carriera Giovanili 1996-2007 Brommapojkarna 2009 Juventus Squadre di club 2007-2008 Brommapojkarna 24 (0) 2008-2009 Juventus 4 (0) 2009-2010 → Siena 26 (1) 2010-2011 Bologna 23 (1) 2011-2015 Cagliari 116 (8) 2015-2018 Amburgo 54 (1) 2018-2022 Sampdoria 119 (3) 2022- Spezia 0 (0) Nazionale 2006-2007 Svezia U-17 23 (5) 2007-2008 Svezia U-19 8 (2) 2008-2011 Svezia U-21 12 (2) 2011- Svezia 66 (0) Biografia Il padre, Lennart, è un noto giornalista televisivo, mentre la madre è ostetrica. Anche suo fratello minore Hjalmar ha intrapreso l'attività di calciatore professionista. Il 29 luglio 2019 si rende protagonista di uno spot contro il sessismo nel mondo dello sport e del calcio. Caratteristiche tecniche Può essere impiegato come trequartista, centrale o esterno di centrocampo. Se la cava anche come regista. Dispone di buona leadership ed è un buon colpitore di testa. Carriera Club Gli inizi Sin dai 6 anni di età cresce nelle giovanili dell'IF Brommapojkarna, uno dei vivai più floridi della Svezia. Quindicenne, viene notato dagli osservatori della squadra inglese del Chelsea, ma l'accordo non si concretizza per volontà dello stesso giocatore e del padre, che gli consiglia di rimanere a Stoccolma per terminare gli studi. Nel 2007, a 17 anni, debutta in prima squadra nel campionato svedese, collezionando 24 presenze. Juventus Nel gennaio del 2008 i dirigenti della Juventus raggiungono l'accordo per acquistarlo per 600 000 euro ma per la firma del contratto si attende l'esito dell'operazione alla caviglia a cui si sottopone in febbraio. Il 20 marzo i dottori della società torinese avallano l'acquisto, verificata la perfetta riuscita dell'intervento, e il 27 maggio viene ufficializzato il trasferimento del giocatore alla Juventus. Per lui un contratto quadriennale fino al 2012. Inizialmente aggregato alla Primavera, fa il suo esordio in prima squadra e in Serie A il 18 ottobre nella gara persa 2-1 contro il Napoli. Impiegato spesso con la Primavera della Juventus, vince il Torneo di Viareggio battendo in finale la Sampdoria. Durante il torneo risulta uno dei più positivi della squadra, andando a segno una volta, nella partita vinta 8-7 ai rigori contro la Lazio, come secondo rigorista. Siena e Bologna Il 15 luglio 2009 viene ceduto in prestito al Siena. Segna il suo primo gol in Serie A il 9 gennaio 2010 a San Siro contro l'Inter (4-3). Nella sua stagione al Siena colleziona 27 presenze e 1 gol. Il 1º luglio 2010 rientra alla Juventus, quindi il 13 agosto 2010 viene ceduto al Bologna in comproprietà per 2,4 milioni di euro. L'anno successivo, esattamente il 25 giugno 2011, si risolve la comproprietà alle buste tra Juventus e Bologna per 1,2 milioni di euro e quindi il giocatore ritorna in bianconero. Cagliari Ekdal al Cagliari nel 2012 Il 20 agosto 2011 il Cagliari acquista metà del cartellino del giocatore dalla Juventus per 1,5 milioni di euro. È il primo calciatore svedese nella storia del Cagliari. Il 1º febbraio 2012 segna il suo primo gol nel Cagliari, nella partita vinta dai sardi contro la Roma, siglando il 4-2 finale. Chiude la stagione con 30 presenze e 1 gol in Serie A e 1 presenza in Coppa Italia. Il 22 giugno 2012 il Cagliari rileva l'intero cartellino per 1,2 milioni di euro pagabili nelle successive tre stagioni sportive. Segna il suo primo gol nella stagione 2012-2013 nella seconda giornata contro l'Atalanta al minuto 91, pareggiando il gol iniziale di Denis. Questo si rivela essere il suo unico gol in stagione, conclusa con 31 presenze in campionato. Nell'annata 2013-2014 segna il primo gol della stagione alla quarta giornata durante il pareggio con la Sampdoria per 2-2, prima di procurarsi uno stiramento all'adduttore della gamba sinistra nella partita successiva contro il Livorno; infortunio che lo tiene fuori dai campi di gioco per circa due mesi. Rientra l'8 dicembre per la sfida contro il Genoa. Conclude l'annata con sole 22 presenze, in quanto costretto a saltare il finale di stagione a causa di un altro infortunio, questa volta alla spalla sinistra. Il 28 settembre 2014 realizza la sua prima tripletta, consentendo agli isolani di espugnare il campo dell'Inter dopo 19 anni. Amburgo Dopo una trattativa di circa un mese, il 18 luglio 2015 firma un contratto quadriennale con l'Amburgo. L'ufficialità arriva attraverso il profilo ufficiale Twitter della società tedesca. Sceglie di vestire la maglia numero 20 e debutta in Bundesliga il 14 agosto nella partita Bayern Monaco-Amburgo (5-0). Con i tedeschi totalizza 57 presenze e un gol, oltre alla prima storica retrocessione del club in Zweite Liga, arrivata il 12 maggio 2018. Sampdoria e Spezia Lascia la Germania dopo tre stagioni, ritornando in Italia alla Sampdoria. Fa il suo esordio nella prima partita di campionato dei blucerchiati persa 1-0 contro l'Udinese subentrando nel secondo tempo al posto di Jakub Jankto. Diventa titolare del centrocampo blucerchiato, realizzando la prima rete al terzo anno il 6 dicembre 2020 in occasione della sconfitta contro il Milan (1-2). Il 13 luglio 2022, dopo essere rimasto svincolato, firma un contratto biennale con lo Spezia. Nazionale Ekdal con la maglia della Svezia al Mondiale 2018. Dopo diverse presenze nelle rappresentative Under-17 e 19 svedesi, il 19 novembre 2008 ha esordito nell'Under-21 dei CT Tommy Söderberg e Jörgen Lennartsson a Waalwijk nel 3-0 sui Paesi Bassi. Ha fatto il suo esordio con la nazionale maggiore il 10 agosto 2011, nella partita amichevole giocata contro l'Ucraina, vinta dalla Svezia per 1-0. A circa nove mesi di distanza dalla sua seconda presenza (amichevole con la Cina nel 2012), nel giugno del 2013 torna a far parte della selezione svedese venendo convocato per le partite contro Macedonia (amichevole), Austria e Fær Øer (qualificazioni ai mondiali 2014). Gioca da titolare la prima e la terza di queste partite, fornendo buone prestazioni, e ricevendo i complimenti sia dal proprio CT sia dal compagno di squadra Zlatan Ibrahimović. Nel novembre 2013 viene premiato dalla Swedish Football Association come migliore centrocampista svedese del 2013, precedendo sul podio Alexander Kačaniklić del Fulham e Anders Svensson dell'Elfsborg, con la motivazione di «giocatore tattico, elegante e sicuro, e con brillanti idee di gioco. È andato migliorando di prestazione in prestazione, e in questa stagione ha ottenuto meritatamente la sua grande occasione in nazionale». Viene convocato per gli Europei 2016. Viene convocato per i Mondiali russi del 2018, dove fa il suo esordio contro la Corea del Sud. Viene schierato titolare anche nelle altre 4 gare giocate dalla squadra eliminata ai quarti dall'Inghilterra. Viene convocato per gli Europei 2020.
  21. CHRISTIAN POULSEN C’era una volta il maiale che “non può allenare” – scrive Andrea De Benedetti sul “Guerin Sportivo” del 22 luglio 2008 –. Adesso è la volta del “bidone che non può giocare”. I tifosi juventini hanno un modo tutto loro per dare il benvenuto ai nuovi arrivati a Torino, e quello riservato a Christian Poulsen non è certo il più antipatico della serie. Bidone, in fondo, è una parola che sa d’antico, che evoca il suono cavo di una grossa latta vuota, ma che in qualche modo non intende offendere il destinatario, semmai chi è riuscito a scambiarlo per un barile pieno di petrolio e lo ha pagato in proporzione. Ci vuole una bella faccia di tolla – hanno protestato i tifosi bianconeri – per pagare un pezzo di tolla 9 milioni e 750 mila euro, che è un modo inutilmente goffo per non ammettere di averne spesi 10 (ovvero l’esatto ammontare della clausola rescissoria). E non vale nemmeno la scusa che lo cercava anche il Barça, visto che per Laporta, come si suol dire, basta che respirino. Il fatto è che per una cifra appena superiore, secondo loro, si poteva comprare meglio. Per esempio Flamini: più giovane, più forte e a costo zero. Invece è finito al Milan, ed è proprio questo che ai fan juventini appare più di ogni cosa intollerabile, cioè il fatto che prima, temporibus Moggis, al poker del mercato la Juve bluffava tutta l’estate ma alla fine riusciva regolarmente a calare il full, mentre adesso, giocando sempre a carte scoperte, lascia sul piatto cifre enormi e il poker alla fine lo fanno gli altri. Ma non è questa la sede per piangere sul denaro versato, semmai per spiegare se e in che misura quello per Poulsen possa considerarsi ben speso. La risposta alla prima questione è sostanzialmente un sì. Il 28enne danese non è metallo pesante ma neanche lamiera sottile; i piedi non parlano il lignaggio delle muse ma neanche quello che si ascolta frequentando certe bettolacce, come il suo carattere spigoloso potrebbe dare a intendere. Sta nel purgatorio, dove abitano quelli che non sono ammessi all’empireo dei fuoriclasse ma che non sono nemmeno condannati al girone infernale dei brocchi, con il non lieve vantaggio, rispetto ad altri suoi simili, di esserne perfettamente consapevole. Sa fare tante cose, quasi tutte con diligenza e buon profitto: il pilone nel 4-4-2, il centrocampista esterno nel 4-3-3, e all’occorrenza persino il difensore (allo Schalke 04 gli capitava spesso). Se passate il paragone sacrilego, si potrebbe dire che somiglia un po’ a Marco Tardelli come grinta, dinamismo, carattere e duttilità. Oltre a quanto detto sopra, il biondo sa inoltre correre, tirare (un paio di reti a stagione le garantisce) e soprattutto come far innervosire anche i giocatori più pii e inoffensivi del pianeta con un prodigioso e inimitabile repertorio di provocazioni. Molti, in questi giorni, hanno rievocato l’episodio dello sputo di Totti e quello di quando Ancelotti, durante uno Schalke-Milan, sostituì Kaká temendo che all’angelico Ricardo venisse il raptus di sfilarsi le alucce e prendere a testate il demonio biondo. Pochi invece ricordano la volta in cui un altro giocatore sostanzialmente pacifico come Johan Micoud gli strizzò gli zebedei esasperato dalle sue morbose manifestazioni d’affetto in campo. Ma la Juve non lo ha comprato per assicurarsi il Materazzi danese e nemmeno per fare le veci di Xabi Alonso, che obbiettivamente, dal punto di vista tattico, le sarebbe servito assai di più. La Juve lo ha preso soprattutto perché lo considera un vincente, essendo il suo curriculum, almeno da questo punto di vista, del tutto inattaccabile. Campione danese nel 2001 con la maglia del FC Copenaghen, allo Schalke è rimasto all’asciutto, ma solo perché la Bundesliga funziona come le Olimpiadi, dove si può conquistare qualcosa solo ogni quattro anni (gli altri tre tocca sempre al Bayern), A Siviglia, in compenso, ha vinto quattro titoli nei primi dodici mesi (Coppa Uefa, Coppa del Re, Supercoppa europea e spagnola) diventando uno dei pilastri di una squadra che, è bene ricordarlo, è stata in vetta al ranking mondiale per oltre due anni. A livello personale, inoltre, è stato eletto calciatore dell’anno in patria nel 2005 e nel 2006, ed è ben vero che in Danimarca i Laudrup nascono di rado, ma è sempre preferibile essere il migliore tra i danesi che il quindicesimo trai croati o tra i portoghesi (ogni riferimento a fatti o giocatori realmente esistenti è assolutamente voluto). Ora resta da capire se alla Juve servisse di più un vincente in un ruolo già abbondantemente coperto o piuttosto un “pareggiante” (sul carattere di Xabi Alonso aleggiava qualche dubbio, senza contare l’atavica difficoltà degli spagnoli ad adattarsi al nostro calcio) in una posizione sguarnita. Probabilmente nessuno dei due. Probabilmente la “biade” Blanc-Secco avrebbe potuto pensarci ancora un po’ e stare a vedere come si muoveva il mercato. Probabilmente avrebbe potuto non scoprire le carte tutte in una volta, aspettando che qualcuno muovesse la prima tessera nel domino del mercato per andare a raccogliere una di quelle che rimanevano in piedi. Però, insomma, fossimo tifosi della Juventus non saremmo così apocalittici. Anzi, conoscendo il carattere di Poulsen, sappiamo sin d’ora che quel “bidone” con cui l’hanno accolto sarà il miglior propulsore per la sua stagione. Perché il metallo è quello che è, ma la benzina è tanta. Tantissima. Gioca la prima partita ufficiale con la maglia bianconera il 13 agosto, nella gara di andata del preliminare di Coppa Campioni, disputata a Torino contro l’Artmedia Bratislava e vinta 4-0. Il 31 dello stesso mese debutta in Serie A nel pareggio esterno per 1-1 con la Fiorentina. Le prime gare sono confortanti, nella partita contro l’Udinese fornisce, infatti, un assist perfetto per il gol di Amauri e centra in pieno un palo con un potente e preciso tiro dalla distanza. Il 18 ottobre, durante la gara col Napoli, dopo un altro assist ad Amauri, subisce uno stiramento che lo costringe a uno stop di circa due mesi. Torna in campo l’11 gennaio 2009, negli ultimi minuti della partita di campionato contro il Siena. L’8 febbraio realizza una bella rete in Catania-Juve, permettendo alla sua squadra bianconera di battere i siculi. 29 presenze e una rete sono il suo bottino stagionale. Nell’estate 2009, la Juventus acquista il brasiliano Felipe Melo dalla Fiorentina e Poulsen inizia la stagione come riserva. Tuttavia, a causa dei molteplici infortuni di Sissoko e Marchisio, e anche dell’altalenante rendimento del brasiliano, è spesso chiamato in causa, sia come interno di centrocampo nel rombo, sia come mediano nel 4-2-3-1. GIULIO SALA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 2010 C’è un’immagine di Christian Poulsen che merita di essere ricordata, quasi di essere portata ad esempio. È quella che lo ritrae sul campo di Pinzolo, mentre affronta la preparazione atletica di quest’estate. La Juventus ha cambiato registro. È tornato Massimo Neri e con lui le famigerate “ripetute”: quelle corse sfiancanti, mai troppo amate dai giocatori, tanto utili a “fare fiato”. I bianconeri le affrontano in gruppetti, divisi per ruolo. Christian no, corre da solo. Il perché è presto detto: già dopo i primi test, si è visto che nessuno è in grado di stargli dietro e i distacchi che rifila ai compagni sono quasi imbarazzanti. Non è però tanto sulle sue doti podistiche, per quanto eccezionali, su cui vogliamo soffermarci, quanto su quella corsa solitaria. Christian in effetti, in quei momenti, solo doveva sentirsi davvero. Era sul mercato, ormai è risaputo. I cori dei tifosi, mai troppo teneri con lui, erano indirizzati ad altri. L’attenzione della stampa anche. Quando spuntava il suo nome sui giornali era solo per accostarlo a qualche destinazione estera, neanche troppo allettante: Turchia, per intenderci, o Inghilterra, ma in squadre di seconda fascia. Christian, cortesemente, declinava gli inviti, e continuava a correre, da solo. L’unica compagnia, quella dei mille pensieri che gli affollavano la mente: «Sentivo che era il momento giusto per lavorare sodo, specie dopo un anno difficile, nel quale non avevo reso, anche a causa di un infortunio. Il fatto poi che ci fosse un nuovo allenatore era uno stimolo in più. Volevo mostrare che avevo ancora molto da dare alla Juventus, anche durante i test atletici. Certo, la situazione per me non era facile, perché c’erano molti giocatori nel mio ruolo, ma ero contento di poter affrontare la preparazione estiva senza problemi. L’anno precedente, di fatto, l’avevo saltata, perché si stava ancora completando il mio passaggio dal Siviglia e quest’estate avvertivo il bisogno di lavorare duro». – Non doveva essere facile, sapendo di essere sul mercato... «In quei giorni si facevano molte speculazioni sul mio futuro. I giornali scrivevano che sarei stato ceduto, si facevano i nomi di diverse squadre. Io non sapevo cosa sarebbe accaduto, ma volevo dimostrare di essere un professionista. Se la Juventus avesse deciso di tenermi, avrebbe dovuto sapere di poter contare su di me». – Quando è stato acquistato Felipe Melo, cos’hai pensato? «Che dovevo lavorare ancora più duramente… Non avevo reso bene e la società ha cercato un altro giocatore. Per me ovviamente non è stato facile, ma credo proprio che quei giorni a Pinzolo mi abbiano aiutato, sia a dimostrare la mia ferma volontà di rimanere, sia ad affrontare l’inizio della stagione con una buona base atletica». – Nonostante il tuo impegno a Pinzolo, quando la squadra parte per la Peace Cup in Spagna, tu non vieni convocato. Forse è stato il momento più difficile. «Sicuramente. Oltretutto la Peace Cup si è giocata a Siviglia, dove ho vissuto due splendidi anni, contro la mia ex squadra… È stata un’ulteriore prova per la mia forza di volontà: ho tenuto duro e alla fine ho avuto ragione». – Hai voluto fortemente rimanere a Torino. Per orgoglio, ma anche per la tua famiglia. «La famiglia è tutto. Io e mia moglie stiamo insieme da nove anni, abbiamo due bambini meravigliosi e per me è fondamentale che loro stiano bene e siano felici. È anche per loro che volevo fortemente rimanere qui. Dopo un solo anno, cambiare nuovamente città, addirittura nazione, sarebbe stato molto difficile per loro. Oltretutto a Torino si trovano magnificamente. E poi io volevo dimostrare di meritare la fiducia che la Juventus mi aveva concesso, acquistando il mio cartellino». – Già, il tuo acquisto... Non fu accompagnato con grande entusiasmo. I tifosi si aspettavano Xabi Alonso e l’accoglienza è stata freddina. «Io conosco le mie caratteristiche, i miei punti di forza e le mie debolezze. Sapevo che sarebbe stato difficile giocare in Italia e che avrei dovuto faticare per dimostrare ai tifosi di meritare la Juventus, ma ero felice di entrare a farne parte. Avevo giocato per quattro stagioni in Germania e per due in Spagna e arrivare qui era una grande occasione per la mia carriera». – Fu Ranieri a volerti alla Juventus. Come ti sei trovato con lui? «Bene. Lo scorso anno, nei primi tre mesi avevo giocato parecchio e avevo fatto abbastanza bene, nonostante le inevitabili difficoltà che ambientarsi in una nuova squadra comporta. Poi mi sono infortunato e, mentre ero fermo, la squadra ha vinto praticamente tutte le partite. A quel punto era ovviamente più dura rientrare e riprendersi il posto. Con Ranieri però non ho mai avuto problemi». – Che differenze cogli tra lui e Ferrara? «Ranieri è molto attento alla fase difensiva e predilige il 4-4-2. Ferrara, al contrario, ama un calcio più offensivo e spregiudicato. È estremamente piacevole giocare per lui e, in effetti, con i nuovi moduli mi trovo meglio, sia con il rombo che con il 4-2-3-1. Quest’ultimo sistema, tra l’altro, è lo stesso della Nazionale danese e dunque i meccanismi per me sono più semplici». – Sembri anche più a tuo agio con i compagni, nello spogliatoio... «Sì, mi sento più “accettato”. D’altra parte è normale trovare qualche difficoltà, quando si arriva in una nuova squadra e in un nuovo paese. Ambientarsi non è mai immediato: serve un po’ di tempo, anche solo per imparare la lingua ed entrare in confidenza con tutti. Ora mi trovo benissimo». – E i risultati si vedono. Sei tornato a giocare su ottimi livelli e ti sei ritagliato uno spazio importante. Non male per uno che doveva fare le valigie. La tua storia in fondo, ricorda un po’ quella di Nicola Legrottaglie... «È vero. Anche lui era sul mercato qualche anno fa e poi, una volta rimasto, è diventato un giocatore importante per questa squadra. Il calcio è così: si vivono momenti bellissimi e altri nei quali tutto sembra andare storto. Per superare questi ultimi non si può fare altro che rimanere concentrati su se stessi, avere fiducia nei propri mezzi e continuare a faticare. Ora anche per me le cose si sono messe bene. È stato fondamentale non aver patito infortuni; questo mi ha permesso di lavorare bene in estate e di trovare la miglior condizione e continuità di rendimento». – Continuità che è mancata alla Juventus. Un difetto che ci è costato l’uscita dalla Champions League. «Il nostro problema finora è stata la mancanza di costanza, nei risultati e nelle prestazioni. Abbiamo vissuto momenti difficili quest’anno, primo fra tutti il match contro il Bayern Monaco. Non credo ci siano ricette particolari per invertire la rotta. Come nel mio caso personale, anche per la squadra servono lavoro duro, che comunque non è mai mancato, e tempo. Soprattutto il tempo è un fattore fondamentale: abbiamo tanta qualità, ma se guardiamo altre grandi, come il Manchester o il Chelsea, vediamo che possono contare su gruppi consolidati, che giocano insieme da tanti anni e, in diversi casi, hanno anche lo stesso allenatore da molto tempo. Solo in questo modo si può crescere, anno dopo anno, un gradino alla volta». – Alla Juventus di tempo però se ne concede sempre poco. Per tradizione qui si può solo vincere... «Lo so bene ed è giusto che sia così, vista la grande storia di questa società. Questo spirito lo si coglie non appena si entra a farne parte, lo si vive ogni giorno e lo si percepisce anche quando si va in trasferta, visti i tanti tifosi che ci seguono. Il problema è che ormai anche altre squadre lo hanno sviluppato. Io credo comunque che siamo sulla strada giusta per costruire qualcosa di molto, molto importante». Purtroppo il danese non avrà la fortuna auspicata. Infatti, nell’ultima partita del girone di andata, il 10 gennaio, a causa di uno scontro con Gattuso, si frattura il perone. Rientra il 6 marzo, contro la Fiorentina, dopo quasi due mesi. Riconquista il posto da titolare e, alla fine della stagione, totalizza 32 presenze. Il 12 agosto 2010 è ceduto al Liverpool, terminando così la sua avventura in bianconero. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/09/christian-poulsen.html
  22. CHRISTIAN POULSEN https://it.wikipedia.org/wiki/Christian_Poulsen Nazione: Danimarca Luogo di nascita: Asnaes Data di nascita: 28.02.1980 Ruolo: Centrocampista Altezza: 182 cm Peso: 76 kg Nazionale Danese Soprannome: - Alla Juventus dal 2008 al 2010 Esordio: 13.08.2008 - Champions League - Juventus-Artmedia Petrzalka 4-0 Ultima partita: 15.05.2010 - Serie A - Milan-Juventus 3-0 60 presenze - 1 rete Christian Bjørnshøj Poulsen (Asnæs, 28 febbraio 1980) è un allenatore ed ex calciatore danese, di ruolo centrocampista, vice commissario tecnico della nazionale danese. È uno dei soli quattro calciatori, insieme all'olandese Justin Kluivert, al rumeno Florin Răducioiu e al montenegrino Stevan Jovetić, ad aver militato nei cinque principali campionati europei (Primera División, Premier League, Bundesliga, Serie A e Ligue 1). Christian Poulsen Poulsen allo Schalke 04 nel 2005 Nazionalità Danimarca Altezza 182 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore Squadra Danimarca (Vice) Termine carriera 29 dicembre 2016 - giocatore Carriera Giovanili 1985-1995 Asnæs Boldklub 1995-1997 Holbæk Squadre di club 1997-2000 Holbæk 83 (7) 2000-2002 Copenaghen 45 (11) 2002-2006 Schalke 04 111 (3) 2006-2008 Siviglia 62 (4) 2008-2010 Juventus 60 (1) 2010-2011 Liverpool 12 (0) 2011-2012 Évian TG 24 (0) 2012-2014 Ajax 54 (1) 2014-2015 Copenaghen 16 (1) Nazionale 1998-1999 Danimarca U-19 4 (0) 2001 Danimarca U-21 8 (0) 2001-2012 Danimarca 92 (6) Carriera da allenatore 2019-2021 Ajax Vice 2021- Danimarca Vice Caratteristiche tecniche Classico mediano, la sua posizione preferita era quella di interno di centrocampo, con compiti prevalentemente di copertura. Talvolta, per il discreto temperamento in fase difensiva, era stato impiegato anche come centrale o laterale in una difesa a quattro. Carriera Club Inizi Inizia a giocare molto giovane nel club della sua città natale, l'Asnæs Boldklub. Nel 1995 passa nel club amatoriale dell'Holbæk B&I, dove debutta nella squadra senior a 17 anni. Copenaghen Nel settembre del 2000 svolge un provino per il Copenaghen, uno dei principali club della Superliga danese, siglando il suo primo contratto da professionista dopo meno di una settimana. Riesce a sfondare in Danimarca quando assume un ruolo fondamentale nel centrocampo dei Løverne, sfruttando anche i problemi cardiaci del nazionale norvegese Ståle Solbakken nel marzo del 2001 e contribuendo alla vittoria della Superliga 2000-2001. Dopo un buon inizio nella stagione successiva, viene convocato dalla Nazionale maggiore dal CT Morten Olsen. Il Copenaghen finisce secondo nella Superliga, a pari punti con il Brøndby vincitore. Schalke 04 Poulsen durante il suo periodo allo Schalke 04. Dopo il Mondiale del 2002 viene acquistato per 7,7 milioni di euro dai tedeschi dello Schalke 04, dove cerca di prendere la posizione lasciata libera dal veterano Jiří Němec e dove trova il connazionale Ebbe Sand. Nella prima stagione disputa 24 gare giocando la maggior parte delle partite come difensore piuttosto che come centrocampista, sia nel club che in Nazionale. Le sue prestazioni nelle stagioni successive gli permettono di vincere il premio di calciatore danese dell'anno nel 2005. Siviglia Nel 2006 il contratto con lo Schalke scade e, dopo alcuni accostamenti a squadre italiane come Inter e Milan, firma un contratto con gli spagnoli del Siviglia, vincitori uscenti della Coppa UEFA 2005-2006, durante la quale avevano estromesso proprio lo Schalke. Nel match di esordio contribuisce alla vittoria in Supercoppa Europea per 3-0 contro il Barcellona, diventando per la seconda volta consecutiva il calciatore danese dell'anno. Nella prima stagione spagnola disputa 32 gare realizzando una rete ed aiuta il Siviglia a riconfermare il titolo UEFA, rivincendo l'edizione 2006-2007 della Coppa UEFA. In seguito vince anche la Coppa del Re e la Supercoppa di Spagna. Juventus Il 14 luglio 2008 firma un contratto quadriennale con la Juventus, che lo acquista per 9,85 milioni di euro. Il suo arrivo non viene ben accolto dai tifosi bianconeri, contrari all'acquisto, ma ben presto la tifoseria si rassegna, come sottolineato da uno striscione che dà il benvenuto al giocatore danese, esposto durante il ritiro a Pinzolo. Gioca la prima partita ufficiale con la maglia bianconera il 13 agosto nella gara di andata del Terzo turno preliminare della UEFA Champions League 2008-2009, disputata a Torino contro l'Artmedia Bratislava e vinta 4-0, mentre il 31 agosto debutta in Serie A nel pareggio esterno per 1-1 contro la Fiorentina. Le prime gare sono confortanti, in una partita contro l'Udinese fornisce infatti un assist per il gol di Amauri e centra in pieno un palo con un potente e preciso tiro dalla distanza. Il 18 ottobre, durante la gara contro il Napoli, dopo aver servito l'assist per il gol di Amauri, subisce uno stiramento al muscolo retto inferiore della coscia destra, che lo costringe ad uno stop di circa due mesi. Torna in campo l'11 gennaio 2009, negli ultimi minuti della partita di campionato contro il Siena. L'8 febbraio 2009 mette a segno il suo primo gol (che risulterà poi anche l'unico) sia in Serie A che con la maglia della Juventus negli ultimi minuti di Catania-Juventus (1-2), permettendo alla sua squadra di vincere. Inizia la stagione successiva come riserva, visto che il nuovo acquisto, il brasiliano Melo, occupa la sua stessa posizione in campo, quella di mediano davanti alla difesa. Tuttavia, a causa dei molteplici infortuni di Sissoko e Marchisio, viene spesso chiamato in causa, sia come interno di centrocampo nel rombo, sia come mediano nel 4-2-3-1. Liverpool Nell'agosto del 2010 viene ceduto dalla Juventus al Liverpool per l'importo di 5,475 milioni di euro. Evian-Tg Il 31 agosto 2011 lascia il Liverpool per aggregarsi alle file dell'Evian-Tg, squadra neopromossa nella Ligue 1 francese, diventando così il secondo calciatore, dopo Florin Răducioiu, ad aver giocato nei cinque principali campionati europei (Inghilterra, Spagna, Germania, Francia e Italia). Ajax Il 22 agosto 2012 firma un contratto biennale con l'Ajax. Debutta con la nuova maglia il 15 settembre da titolare nella sfida vinta per 2-0 contro il Waalwijk. Il 5 maggio vince il suo primo campionato olandese con l'Ajax. Conclude la stagione con 37 presenze totali. Nella stagione successiva segna il primo gol con la maglia dell'Ajax, il 13 aprile nella vittoria per 3-2 contro l'ADO Den Haag. A fine anno si laurea per la seconda volta di fila campione dei Paesi Bassi. Ritorno al Copenaghen Il 30 settembre 2014 da svincolato firma un contratto con il Copenaghen, torna così a giocare in Danimarca dopo 12 stagioni. Gioca 16 partite di campionato prima di rimanere svincolato. Nazionale Poulsen in azione con la maglia della Danimarca Nel settembre del 1998 viene convocato nella Nazionale Under-19, con la quale disputa 4 gare. Debutta in Nazionale maggiore il 10 novembre 2001 nel pareggio 1-1 contro i Paesi Bassi. Il suo primo gol con la maglia danese arriva il 26 marzo 2005 contro il Kazakistan in una partita di qualificazioni ai Mondiali 2006. È stato convocato per i Mondiali del 2002 ed agli Europei del 2004, dove fu protagonista di un episodio: durante la partita tra Italia e Danimarca, in seguito alla sua marcatura strettissima, ricevette uno sputo in faccia da Francesco Totti, poi squalificato per tre turni. Dopo il ritiro Ritiratosi il 29 dicembre 2016 e ottenuto il patentino da allenatore UEFA A, il 18 settembre 2018 entra nello staff tecnico della prima squadra dell’Ajax come stagista. Il 19 marzo 2019 l’Ajax annuncia che a partire dalla stagione seguente Poulsen sarà promosso vice allenatore di Erik ten Hag in prima squadra al posto di Alfred Schreuder. Nel settembre del 2021 diventa vice di Kasper Hjulmand, CT della nazionale danese. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato danese: 1 - Copenaghen: 2000-2001 Coppa di Lega tedesca: 1 - Schalke 04: 2005 Coppa di Spagna: 1 - Siviglia: 2006-2007 Supercoppa di Spagna: 1 - Siviglia: 2007 Campionato olandese: 2 - Ajax: 2012-2013, 2013-2014 Supercoppa dei Paesi Bassi: 1 - Ajax: 2013 Competizioni internazionali Coppa Intertoto UEFA: 2 - Schalke 04: 2003, 2004 Supercoppa UEFA: 1 - Siviglia: 2006 Coppa UEFA: 1 - Siviglia: 2006-2007 Individuale Calciatore danese dell'anno: 2 - 2005, 2006 Calciatore danese dell'anno (DBU): 1 - 2006
  23. Prova a prendermi il pallone se ci riesci ...... ANGEL DI MARIA RULES!
  24. MAURIZIO TROMBETTA https://it.wikipedia.org/wiki/Maurizio_Trombetta Nazione: Italia Luogo di nascita: Udine Data di nascita: 29.09.1962 Ruolo: Collaboratore Tecnico Altezza: 175 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Collaboratore tecnico della Juventus dal 2014 al 2019 e dal 2021 al 2024 Maurizio Trombetta (Udine, 29 settembre 1962) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Maurizio Trombetta Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Squadra Juventus (Coll. tecnico) Termine carriera 1993 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Udinese Squadre di club 1981-1982 Udinese 1 (0) 1982-1983 Catanzaro 12 (2) 1983-1985 SPAL 54 (6) 1985-1988 Giorgione 61 (16) 1988-1992 Triestina 109 (10) 1992-1993 Pistoiese 23 (4) Carriera da allenatore 1994 Udinese Allievi 1994-1995 Udinese Vice 1995-1997 Perugia Vice 1997-1998 Napoli Vice 1998-1999 Udinese Vice 1999-2003 Bologna Vice 2004 Ancona Vice 2006 Modena Vice 2006 Udinese Vice 2007-2008 Sevegliano 2008 CFR Cluj Vice 2008-2009 CFR Cluj 2010 Reggina Primavera 2010 Torviscosa 2011-2012 Târgu Mureș 2012-2014 Udinese Coll. tecnico 2014-2019 Juventus Coll. tecnico 2021-2024 Juventus Coll. tecnico Carriera Giocatore Ha iniziato la carriera da calciatore con l'Udinese squadra con la quale ha vinto il campionato Primavera 1980-1981 insieme ai friulani Paolo Miano, Gianfranco Cinello, Loris Dominissini, Luigi De Agostini. In prima squadra totalizza una sola presenza in Serie A, in occasione della sconfitta esterna contro il Cesena del 4 ottobre 1981. A fine stagione viene ceduto al Catanzaro, con cui disputa 12 incontri in massima serie, con 2 reti all'attivo, in due partite consecutive contro Ascoli e Verona (in quella che è finora l'ultima vittoria dei calabresi in massima serie). Nell'estate 1983 scende di due categorie per indossare la maglia della SPAL, appena retrocessa in Serie C1. Con gli estensi disputa due campionati in terza serie, quindi nella sessione autunnale del calciomercato 1985-1986 scende di un'altra categoria e passa al Giorgione, con cui realizza 6 reti in 28 gare. L'anno successivo resta inattivo, per poi ripartire sempre col Giorgione nel campionato di Serie C2 1987-1988, segnando 10 reti in 33 presenze. A fine stagione passa alla Triestina, con cui alla prima stagione centra la promozione in Serie B. Fra i cadetti disputa con gli alabardati due stagioni da titolare, restando coi giuliani anche dopo la retrocessione dell'annata 1990-1991. Nell'autunno 1992 passa infine alla Pistoiese, con cui disputa un campionato di Serie C2 prima di lasciare l'attività agonistica. In carriera ha totalizzato complessivamente 13 presenze e 2 reti in Serie A e 55 presenze e 6 reti in Serie B. Allenatore Ha iniziato ad allenare gli allievi dell'Udinese nel 1994. Dopo pochi mesi è stato chiamato da Giovanni Galeone sulla panchina dell'Udinese che all'epoca militava in Serie B. Come vice di Galeone ha vinto il Campionato di Serie B. L'anno dopo ha seguito Galeone a Perugia vincendo il campionato 1995-1996 e quindi a Napoli. Nel 1998 torna a Udine e questa volta è il vice di Francesco Guidolin. L'anno successivo (1999) con Guidolin va ad allenare il Bologna sempre in Serie A per 5 stagioni. Nel 2003-2004 è ancora con Galeone ad Ancona e torna di nuovo a Udine per salvare l'Udinese nella stagione 2006-2007. Nella stagione 2007-08 diventa primo allenatore del Sevegliano, in Eccellenza subentrando al vecchio allenatore alla settima di campionato, con la squadra ultima in classifica. Termina il campionato al quarto posto (31 punti fatti nel girone di ritorno), vincendo inoltre la fase regionale della Coppa Italia di Eccellenza. A fine stagione viene premiato come miglior allenatore del 2008 dei dilettanti friulani. Nel giugno 2008 viene ingaggiato dall'imprenditore rumeno Arpád Paszkany proprietario del CFR Cluj (Romania), vincitrice di campionato e Coppa di Romania l'anno precedente come allenatore in seconda. Dopo l'esonero del primo allenatore Ioan Andone viene promosso lui a primo allenatore con la squadra qualificata per la prima volta alla UEFA Champions League 2008-2009. L'esordio nella massima competizione europea per club è un successo: allo Stadio Olimpico il Cluj batte la Roma per 2 a 1 e pareggia 0 a 0 con il Chelsea. Il 18 dicembre 2008 viene in un primo momento esonerato per la "modesta" posizione nel campionato romeno, terzo a sei punti dalla prima, ma successivamente, dopo una riunione tra il presidente ed i suoi soci, viene confermato alla guida tecnica della squadra. Ancora dietrofront dei vertici del Cluj che motivano la scelta dell'esonero definitivo con il fatto che non hanno "pazienza" visto che devono rivincere il campionato. Dunque il 9 gennaio viene ufficialmente diramato il comunicato ufficiale di esonero nonostante il terzo posto in campionato e la qualificazione ai quarti di Coppa della Romania, tenuto conto che la squadra nei mesi precedenti ha dovuto giocare anche la Champions. Il 15 febbraio 2010 il presidente Foti lo ingaggia per sostituire mister Breda alla guida della formazione Primavera della Reggina. Il 4 novembre 2011 torna ad allenare in Romania nel Târgu Mureș. Il 4 marzo 2012 diventa il collaboratore tecnico di Francesco Guidolin all'Udinese. Dopo l'addio alla panchina dell'Udinese del tecnico veneto, rimane senza contratto; il 18 luglio 2014, con il passaggio di Massimiliano Allegri sulla panchina della Juventus, entra a far parte dello staff tecnico bianconero con il ruolo di collaboratore tecnico: riveste l'incarico fino al 2019, vincendo cinque scudetti consecutivi, e nuovamente dal 2021 fino al 2024. Palmarès Giocatore Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Udinese: 1980-1981 Competizioni nazionali Serie C2: 1 - Pistoiese: 1992-1993 Allenatore Competizioni nazionali Coppa di Romania: 1 - CFR Cluj: 2008-2009 Competizioni regionali Coppa Italia Dilettanti Friuli-Venezia Giulia: 1 - Sevegliano: 2007-2008
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