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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. RUI BARROS È stato il Porto, squadra dall’andatura ubriacante, di bassotti rapaci, a incrementare in Italia la conoscenza del calcio portoghese – afferma Vladimiro Caminiti su “Hurrà Juventus” del settembre 1988 –. Personalmente ricordo certe grandi prestazioni della Nazionale lusitana contro tedeschi e francesi, i suoi scatenatissimi puffi hanno sempre riscosso la mia simpatia. In verità, in Portogallo i giocatori non vengono misurati in altezza, nemmeno i portieri, come succede ahimè in Italia, tranne che da parte di addetti ai lavori coscienti e preparati. E la storia della Juventus è qui ad ammonirci, coi vari Sernagiotto, Bo, Muccinelli, per non citare il solito ruggente Furino, che la statura nulla ha da dividere e condividere con la vera classe. E poi c’è quel tal proverbio, in botte piccola con quel che segue... Rui Gil Soares de Barros ha appena ventitré anni, da compiere a novembre peraltro, e costituisce un grande investimento di Madama. Ha detto Boniperti, anche con i piccoli missili si abbattono le corazzate. Anche le portaerei per questo. Tutta la storia del nostro calcio celebra impestati piccoletti capaci di ogni impresa. E ora la Juve si è preso il più serio, il più professionale, il più dotato di questi piccoletti capeggiati dall’iracondo Maradona. Prima operazione riuscita di Rui Barros; è corso a tagliarsi i capelli per ordine di Boniperti. I giornali ci hanno ironizzato. Ormai pare che senza fiumi di capelli non si possa concepire una squadra di calcio. Trecce, orecchini e via di seguito. Rui Barros no, lui accenna ad amare un braccialetto come portafortuna. E questo ci sta tutto. Anche la Juve di Combi era superstiziosa. Ricordate la narrazione che me ne fece un giorno, pateticamente nostalgica, Varglien il maggiore? É nato a Lordelo, una manciata di chilometri da Oporto, il 24 novembre 1965, con una nidiata di fratellini, da un papà falegname. Tre fratelli e cinque sorelle hanno reso difficile e impegnativa la vita di mamma Barros. Ma lui, che cresceva poco, salvo attaccarsi subito maledettamente a una palla di stracci prima di mettersi sotto il cuscino la prima palletta di gomma, di studiare non ne aveva proprio voglia, così il padre se lo portò molto presto in bottega. Per Gil Soares una manna, perché così tutto il tempo libero lo passava a giocare a calcio, facendosi notare per la sua velocità di piede e il suo accanimento, pur così piccolo, a quindici anni si stabilizzava sul metro e sessanta attuale, ma era già famoso e il Lordelo lo cedeva alla famosa squadra nazionale del Porto. È il 1986. In casa Barros c’è sempre bisogno di soldi e il Porto è disposto soltanto a pagargli la nota spese, e insomma il piccoletto viene ceduto in prestito al Varzim che assegnerà al ragazzo il primo stipendio della sua vita. Che festeggia invitando al ristorante tutta la sacra famiglia. Ragazzo bravo, Rui Barros, di sentimenti cattolicissimi, serissimo, si allena con immensa passione, e nel Varzim va come un fulmine e questo determina la risoluzione del Porto di richiamarlo e ingaggiarlo da professionista. Ora il Porto ha un allenatore dall’occhio fine, Ivic, lo stesso che quel bravuomo di Graziano non aveva capito ad Avellino. E Barros fa presto a conquistare il posto di titolare, Ivic non ha dubbi nell’affidargli le incombenze del più celebre Futre, di cui tutti parlano. Ma parleranno presto anche di Rui Barros, col suo metro e sessanta e la sua elettricità, il fosforo nei suoi piedi scatenati, gioca all’attacco e risulta inafferrabile come un folletto, con un gol splendido di volo affonda la corazza dell’Ajax nella Supercoppa, il mondo lo scopre, anche gli osservatori mandati da Boniperti. In campionato con dodici gol partecipa al trionfo del Porto. Nello stesso anno vince scudetto, Coppa portoghese, supercoppa, tutto. Chi l’aveva scartato si deve mangiare mani e il resto. E insomma, arriva pure in Nazionale, tre partite tra i moschettieri e tre tra gli olimpici. Zoff lo scopre alla guida della sua Olimpica, il terribile piccoletto fa venire il mal di testa a Galia. Ora Rui Barros che possono chiamare quanto vogliono Rui Bassos è nella Juventus, un piccolo bruciante talento con tutte le caratteristiche del più fascinoso calcio portoghese. Non avendo molte idee, ma piuttosto tanti pregiudizi, ecco che i soliti nemici di Madama si sono scatenati con le solite frasi fatte, Il giocatore ha fatto presto a tacitare le cassandre, fin dalle prime uscite, giocando a grossi livelli ogni partita, un fulmine, una saetta. Diciamocelo tra noi, a calcio tatticamente tanto cambiato sembrerebbe più ardua la vita dei piccoletti. Invece Ermes Muccinelli oggi si divertirebbe un mondo tra tanti armadi. E risaputo che il grande Pierone Rava tra tutti soffriva solo il piccolo pestifero Edmondino Fabbri. Intendiamoci. È un problema di classe. Il gioco del calcio è il più provvido proprio per consentire gloria a ogni soldo di cacio. Il pollicino della Juventus è pronto a scatenarsi in campionato e in Coppa. Quante corazzate affonderà? 〰.〰.〰 Quando Dinomito diventa allenatore della Juventus, fa il suo nome come primo rinforzo per la squadra bianconera e venerdì 22 luglio ‘88, con una mossa che prende in contropiede un po’ tutti, la Juventus presenta Rui Barros. Rui non ha molto tempo a disposizione per ambientarsi; dopo essere stato costretto a fare una visita dal barbiere, è già tempo di raduno. Via Filadelfia è bloccata dai tifosi, che riservano al piccolo portoghese, il saluto più caldo; sono bastate 24 ore per prenderlo in simpatia, sentimento che non lo abbandonerà mai più: «Sì, è vero, sono stato molto fortunato, potevo finire a tagliare legna, invece faccio i gol nel campionato più bello del mondo e nel mio paese sono un idolo. Io, però, non perdo mai la misura della realtà, per questo continuo a stare con i piedi per terra, ad allenarmi con umiltà e serietà. Il calcio è un mondo fantastico ma ricco di insidie». L’avventura in bianconero comincia alla grande, in Coppa Italia; la Juventus travolge il Vicenza, 5-1, e Barros è subito protagonista, con gli assist che mandano Altobelli a segnare una tripletta. I tifosi imparano ad amare questo campione tascabile che lotta su ogni palla come se fosse quella della vita. Tanto più che in campionato Rui si fa valere con prestazioni che non ammettono repliche. Come a Bologna, partita con un risultato d’altri tempi; la Juventus schioda lo 0-0 con una giocata del portoghese e costruisce sulle sue invenzioni, una vittoria (4-3) che la rilancia dopo anni ai vertici della classifica. Le conferme arrivano subito dopo: Barros risolve in zona gol (alla fine della stagione saranno 15 su 45 partite) e ispira i compagni, da Laudrup ad Altobelli. Una sua doppietta a Cesena, consente alla Juventus di tornare a vincere dopo mesi fuori casa. Un’altra doppietta sancisce l’ultima vittoria stagionale della Juventus a spese del Verona, con quarto posto finale. Barros è confermato e, nella stagione successiva contribuisce in modo determinante alla doppia vittoria in Coppa Italia e in Coppa Uefa; suo, a coronamento di uno splendido contropiede, il primo dei tre gol con cui i bianconeri superano il Colonia del futuro juventino Hässler e conquistano la finale. In campionato, una partita su tutte: 11 marzo 1990, la Juventus surclassa il Milan capolista e riapre il campionato. È un 3-0 firmato da Schillaci, autore del primo gol, e, soprattutto, dal piccolo portoghese, che segna due reti: la seconda, in contropiede, dopo una volata palla al piede di 50 metri, vanamente braccato da mezza difesa rossonera. Alla fine, saranno 94 partite con 19 gol: «Devo ringraziare Dino Zoff; ha sempre avuto delle belle parole nei miei confronti. Ed io sono orgoglioso di avere, come tecnico, un uomo della sua statura morale e con un passato, forse, irripetibile». Sarà ceduto a fine anno, sacrificato a un radicale quanto improvvido rinnovamento, voluto da Montezemolo e da Maifredi. Lo rimpiangeranno in molti. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/gil-soares-rui-barros.html
  2. RUI BARROS https://it.wikipedia.org/wiki/Rui_Barros Nazione: Portogallo Luogo di nascita: Lordelo Data di nascita: 24.11.1965 Ruolo: Centrocampista Altezza: 158 cm Peso: 60 kg Nazionale Portoghese Soprannome: La Formica Atomica Alla Juventus dal 1988 al 1990 Esordio: 21.08.1988 - Coppa Italia - Cosenza-Juventus 0-0 Ultima partita: 16.05.1990 - Coppa Uefa - Fiorentina-Juventus 0-0 95 presenze - 19 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Rui Gil Soares de Barros (Lordelo, 24 novembre 1965) è un allenatore di calcio ed ex calciatore portoghese, di ruolo centrocampista. Rui Barros Rui Barros alla Juventus nel 1989 Nazionalità Portogallo Altezza 158 cm Peso 60 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2000 - giocatore Carriera Squadre di club 1984-1985 Covilhã 25 (5) 1985-1987 Varzim 30 (8) 1987-1988 Porto 34 (12) 1988-1990 Juventus 95 (19) 1990-1993 Monaco 81 (14) 1993-1994 Olympique Marsiglia 17 (4) 1994-2000 Porto 134 (25) Nazionale 1987-1996 Portogallo 36 (4) Carriera da allenatore 2005-2010 Porto Vice 2006 Porto Interim 2014-2016 Porto Vice 2016 Porto Interim 2018-2021 Porto B Carriera Giocatore All'inizio della sua carriera viene mandato dal Porto in vari club per giocare e fare esperienza. Di prestito in prestito arriva a disputare il campionato di seconda divisione portoghese con la maglia del Covilhã. In seguito passa al Varzim e nel 1987 il Porto lo riporta alla base per sostituire Paulo Futre, passato all'Atlético Madrid. Nell'anno d'oro del Porto disputa 34 partite segnando 12 gol, contribuendo in maniera determinante ai successi della squadra che si aggiudicherà campionato, coppa nazionale, Coppa Intercontinentale e Supercoppa UEFA; in quest'ultima, nella finale di andata segna la rete decisiva all'Ajax. Viene quindi eletto calciatore portoghese dell'anno. Rui Barros (a destra) in azione al Monaco, alle prese con un avversario romanista nel corso della Coppa delle Coppe 1991-1992 Le prestazioni con la maglia del Porto e della nazionale portoghese fanno sì che Rui venga notato dalla Juventus, che lo acquista nel luglio 1988 per 7,5 miliardi di lire. Nella prima stagione in maglia bianconera segna 15 reti, mentre nella successiva il giocatore portoghese, seppur meno efficace sottorete, è tra i protagonisti del double continentale Coppa Italia-Coppa UEFA; al termine della suddetta stagione, dopo 19 gol in oltre 90 partite durante il suo biennio a Torino, a seguito del repulisti che porterà Luca Cordero di Montezemolo e Luigi Maifredi al timone della Juventus, verrà ceduto al Monaco. Resterà alle dipendenze del club monegasco per un triennio. Nella stagione 1990-1991, sotto la guida di Arsène Wenger e con George Weah come compagno di reparto, guida il Monaco alla vittoria della Coppa di Francia e al secondo posto in campionato. Nella seguente stagione, con quattro reti realizzate, contribuisce al raggiungimento della finale di Coppa delle Coppe, persa a Lisbona contro il Werder Brema. Concluderà la sua avventura nel Principato nell'estate 1993 con la squadra qualificata per la Champions League, nonostante il terzo posto in campionato, a seguito dell'affaire VA-OM. Rui Barros (a destra) in nazionale nel 1993, all'inseguimento dell'italiano Benarrivo La stagione alle dipendenze dell'Olympique Marsiglia fu complicata. La squadra, infatti, nonostante il secondo posto in campionato fu retrocessa d'ufficio in seconda divisione a seguito del procedimento giudiziario che individuò le responsabilità di Bernard Tapie nel succitato illecito VA-OM. Rui terminerà la stagione con 17 presenze a 4 reti. Nell'estate 1994 tornerà per la terza volta al Porto dove disputerà le ultime stagioni della sua carriera. Giocherà in maniera regolare con la maglia dei Dragões che vinsero cinque scudetti di fila dal 1995 al 1999. Al termine della stagione successiva, disputata sempre con la casacca del Porto, alla soglia dei 35 anni appenderà ufficialmente gli scarpini al chiodo. Con la maglia della nazionale disputerà in totale, dal 1987 al 1996, 36 partite realizzando 4 reti. Allenatore Il 2 giugno 2005 viene assunto dal Porto come assistente del tecnico olandese Co Adriaanse. Il 9 agosto 2006 prese il posto dello stesso Adriaanse dimissionario; guidò la squadra in due partite amichevoli disputate in Inghilterra e vinte contro Portsmouth e Manchester City. Il 19 agosto guida il Porto alla vittoria della Supercoppa portoghese contro il Vitória Setúbal, conquistando così il suo primo trofeo da allenatore. Il 21 agosto lascia il posto di allenatore a Jesualdo Ferreira, tornando a occupare quello di assistente; rimane nel ruolo di vice fino al 2 giugno 2010, per poi passare due giorni dopo a capo dei osservatori. L'8 gennaio 2016 viene nominato tecnico ad interim dei Dragões al posto dell'esonerato Julen Lopetegui; un paio di giorni dopo lascia la panchina a Sérgio Conceição. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato portoghese: 6 - Porto: 1987-1988, 1994-1995, 1995-1996, 1996-1997, 1998-1999, 1999-2000 Coppa del Portogallo: 3 - Porto: 1987-1988, 1997-1998, 1999-2000 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Coppa di Francia: 1 - Monaco: 1990-1991 Supercoppa di Portogallo: 4 - Porto: 1995, 1997, 1999, 2000 Competizioni internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Porto: 1987 Coppa Intercontinentale: 1 - Porto: 1987 Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Individuale Calciatore portoghese dell'anno: 1 - 1988 Allenatore Club Supercoppa di Portogallo: 1 - Porto: 2006
  3. FEDERICO GIAMPAOLO Trequartista dal talento sopraffino, arriva alla Juventus alla fine degli anni ‘80 e viene aggregato alla Primavera di Cuccureddu. Senza avere mai la fortuna e l’onore di vestire il bianconero della Prima Squadra, inizia a girovagare per tutta la penisola con alterna fortuna, per poi cominciare la carriera di allenatore. GIANNI SPINELLI, “GUERIN SPORTIVO” DEL 20-26 NOVEMBRE 1991 Platt, Fortunato, Farina? Macché... Nel Bari dei trenta miliardi, per riferirci alla sola campagna–acquisti estiva, il più bello (l’unico...) del reame è lui: Federico Giampaolo, anni 21, di Giulianova, una Cenerentola in versione maschile a lungo trascurata dalla matrigna–Salvemini. Zibì Boniek, alla disperata ricerca di una formazione decente, ha cominciato a puntare su questo ragazzino interessante: a Firenze, in casa col Milan, nella partita di Coppa con la Samp e, quindi, nel derby di Foggia. Il derby straperso, ma incoraggiante per il gioco del Bari e soprattutto per un giocatore da votazione alta, appunto Giampaolo, ex Cenerentola, autore di un gol alla Sivori. Applausi. E riconoscimenti. Fra i primi, quelli di Cesare Maldini, commissario tecnico dell’Under 21: «Bravo. Per me è stata una novità. Avevo letto sui giornali della buona prestazione a Genova, con la Samp, ma non mi aspettavo tanta lucidità e freddezza. Il gol, poi, è stato un autentico capolavoro...». Maldini non ha perso tempo: lo ha convocato per l’Under 21, ma un infortunio ha messo fuori causa il giovane talento. Dunque, Giampaolo bello del Bari. Un ragazzo da scoprire anche come personaggio. Sorridente, disponibile, senza molti grilli per la testa. Si presenta: «Sono nato a Teramo, ma sono di Giulianova. Mio padre lavora in ospedale, mia madre è casalinga. Come ho cominciato? Seguendo mio fratello che, attualmente, gioca nel Gubbio (C2). All’inizio, la molla era la curiosità: mi divertivo. Così ho iniziato la trafila nel Giulianova, una società che ha sempre avuto un gran vivaio: Tancredi, il povero Curi, De Patre, tanto per fare dei nomi, sono venuti fuori dalla mia stessa “scuola”. Ho avuto un maestro eccezionale a cui devo molto: Roberto Vernisi. Ora allena la Santegidiese in Interregionale. Per quattro anni mi ha forgiato, prima come uomo, poi come calciatore. Era molto severo, ma a 12 anni serve avere una guida così». – Giovanili, poi il debutto in prima squadra... «A 17 anni, allenatore Giorgini, col mio Giulianova. Ho giocato in C2, penso benino...». – Tanto da essere notato dalla Juventus... «Sì. Fui acquistato dalla Juve. Due stagioni nella Primavera, allenatore Cuccureddu. La Primavera, dal punto di vista agonistico, è un passo indietro. Ma respiri l’aria di una grande società e maturi. A Torino ho capito che era anche il caso di smettere di studiare. A Giulianova avevo frequentato fino al quarto anno l’Istituto Tecnico Industriale. Il calcio ti assorbe e c’era anche il servizio militare a Roma. Ogni lunedì ritornavo a Torino in aereo ed ero, in alcuni periodi, stanco morto. Cuccureddu, per due o tre volte, il sabato mi lasciò in panchina e la squadra, guarda caso, infilò tre vittorie consecutive. Mi stava venendo il complesso: forse è meglio che non giochi...». – È pessimista? «Dipende. Alterno momenti diversi: a volte sono ottimista, a volte no. Tornando alla Juve, mi rifeci subito, riuscendo a collezionare qualche panchina in A. Per esempio, la società mi portò in tournée negli Usa». – Dalla Juve allo Spezia, in C1. Siamo allo scorso campionato. Giampaolo riprende la parola. «È la politica della Juve: ragazzo, devi farti le ossa. Un’esperienza positiva, con un grande tecnico, Ferruccio Mazzola. Un padre che ci trattava come figli, capiva tutti i nostri problemi e ci metteva a nostro agio: si chiacchierava, si usciva con lui. Ho giocato tutte le partite, meno due per squalifica e una per infortunio. Ho fatto anche quattro gol». – Definendo il suo ruolo, ci pare... «Sono un interno di rifinitura, anche se fuori casa Mazzola mi faceva giocare dietro la prima punta. Mi vedono, e mi vedo, rifinitore portato all’offensiva...». – Col famoso numero dieci, quello che piace a tutti. «È vero. E, fra i numeri dieci, ci sono i miei due idoli: Maradona e Mancini». Veniamo al Bari. Un altro prestito, per completare quel discorso sulle... ossa. «Il massimo per me. Una società ambiziosa e la Serie A. Finora ci è andata male, ma il mio entusiasmo resta tutto». – Con Salvemini non c’era feeling? «No. Non mi vedeva. Se fosse rimasto, avrei chiesto di andar via. Poi è arrivato Boniek e mi sono sentito subito più seguito». – Con Boban rischia però di fare spesso panchina... «Non sarà un trauma. L’importante è sentirsi considerati: le occasioni ci sono per tutti, quindi anche per me». – Ma questo Bari si salverà? «Sono fiducioso. Prima o dopo i risultati verranno». Insomma, un Giampaolo immerso nella realtà barese, ambientato, con tanti amici. Ha imparato anche a voler bene a una città difficile come Bari. Prendete l’incendio del Teatro Petruzzelli, simbolo e mito culturale del Sud. Quelle fiamme gli sono entrate dentro, colpendo la sua sensibilità: «Quel cumulo di rovine, che tristezza». Giampaolo non vive di solo calcio. Ha amici, interessi e hobby. Musica, discoteca, tennis, passione per le auto sportive e per i viaggi sono l’altro mondo di Federico. La musica. È un relax: «Preferisco i cantanti italiani: Mina, Battisti, Venditti». Un ventenne che si nutre di Mina e Battisti è raro da trovarsi. Il «fenomeno», visto in chiave psicologica, denota grande sensibilità e carattere tendente al romantico. Le auto sportive? Per ora Federico le ammira nei saloni. Non pensa di investire in... Ferrari o Jaguar, anche se la tentazione è forte. I viaggi: Giampaolo ha girato in lungo e in largo l’Italia: «Le nostre bellezze sono uniche. A volte vogliamo fare gli originali, disprezzando il Belpaese. E solo una moda. Certo, affascinano anche i Paesi lontani: conosci civiltà diverse, scopri altri modi di vivere. Sono stato in America con la Juve. E, con degli amici, in Messico. Perché il Messico? Incuriosiva me e gli altri. Un Paese strano, come strani e misteriosi sono messicani». E dopo il Messico? Giampaolo ci sta pensando, senza frenesie. Adesso ci sono Bari e la Juve... ADALBERTO SCEMMA, “GUERIN SPORTIVO” DEL 14-20 OTTOBRE 1992 Un pacco dono spedito da Boniperti. C’era da chiudere l’affare Piovanelli (tre anni di contratto, un ingaggio oneroso) e Stefano Mazzi, giovane presidente del Verona, l’aveva buttata lì senza troppa convinzione: «Ho rinunciato a Michele Serena» questo il discorso fatto a Giampiero «e ti sto dando una bella mano prendendomi un attaccante che è un’incognita. Ma a questo punto voglio Giampaolo. E l’unico che mi può sostituire Stojkovic. In meglio...». Tira e molla sul filo della battuta (Boniperti e i Mazzi sono vecchi amici), poi la firma: Federico Giampaolo al Verona, con tanti saluti alle squadre di A in lista di attesa e con tanti saluti, anche, ai sogni di Stefano Mazzi, che sperava in una cessione definitiva: «La Juve si è tenuta la comproprietà» dice a denti stretti il presidente del Verona «e i fatti, ancora una volta, stanno dando ragione a Boniperti». Un inizio di campionato dirompente, per Giampaolo, ed ecco fiorire le prime ipotesi di un rientro alla casa madre. C’è Franco Causio a inondare la sede di piazza Crimea di relazioni positive. E c’è Franco Landri che fa un po’ il pesce in barile, in attesa di altre partite-boom. E di altre relazioni. E lui, Federico Giampaolo? «Io firmerei» dice subito «un contratto a vita con il Verona. Alla Juve non penso ancora. È il sogno di tutti, lo so, ma io sono già passato da quella porta e non l’ho mai sentita mia. Un conto è essere stabilmente nel giro della prima squadra, un altro è rimanere in parcheggio nella Primavera. La Juve mi ha dato altre cose, certo, è stata una esperienza felice e l’attenzione che mi viene riservata ora mi rende orgoglioso. Però, se mi chiedessero che cosa scelgo, che cosa preferisco, ecco che non avrei dubbi: rimarrei per sempre a Verona». Federico Giampaolo aveva lasciato Bari con un’etichetta scomoda, quella di atleta discontinuo. Un «cavallo matto» capace di grandi fiammate e di pause improvvise, messo in castigo da Salvemini e riciclato da Zibì Boniek, che in parte ci si riconosceva. «Salvemini» ammette Giampaolo «non mi vede va proprio. Ho caratteristiche che evidentemente non si adattano al calcio che teorizza lui. Altro discorso per Boniek, invece. Lui mi ha dato subito fiducia e credo di averlo ripagato concretamente, anche se non siamo riusciti a salvarci». Fatta esclusione per Salvemini («Nessun problema, però, sotto il profilo umano: il nostro “conflitto" era esclusivamente di carattere tecnico»), il rapporto di Giampaolo con gli allenatori è sempre stato esemplare: «E qui devo proprio cominciare da Vernisi, sconosciuto ai più ma fondamentale per la mia carriera. L’ho avuto a Giulianova, una di quelle persone che ti restano dentro per sempre. Ma della stessa pasta è anche Ferruccio Mazzola, che ho avuto a La Spezia: un allenatore ma anche un fratello maggiore, un amico. Come tecnico avrebbe meritato maggiore fortuna, non ha raccolto sicuramente in proporzione ai suoi meriti». – Si diceva la stessa cosa di Federico Giampaolo, fino alla scorsa stagione... «Dicevano che ero un incostante e forse era proprio vero. Facevo una cosa buona poi sparivo per un po’. Difficile capire il perché. Il bello è che all’inizio di ogni campionato, da tre anni a questa parte, mi ripetevo le stesse cose: questo è il tuo anno, non puoi fallire. Invece non arrivava mai, andavo a sbattere sempre il muso contro una realtà troppo diversa dai sogni». – Un giocatore irrisolto, insomma. Qual è stata la molla giusta? «La fiducia. Chi ha qualità, prima o poi, deve tirarle fuori, è solo una questione di tempo. Se uno non sfonda vuol dire che gli manca qualcosa. La mia stagione è cominciata bene ma è presto per i bilanci. Non sono ancora un campione, devo dimostrare un sacco di cose. E giusta la strada che ho imboccato, questo sì. Reja mi ha capito, mi ha aiutato, mi lascia libero di giocare come voglio». – Nessuna disciplina tattica? «Parto dalla fascia, ma non ho l’obbligo di andare a coprire. Il resto lo fa la squadra, ed è una squadra che si muove seguendo una logica ben precisa. Qui ci sono compagni esperti: basta seguirli». – Qual è la prerogativa principale di questo Verona? «Non ci sono differenze sostanziali tra gli incontri casalinghi e quelli esterni. Su novanta minuti ne passiamo almeno settanta all’attacco, è un martellamento continuo». Sono state proprio le qualità naturali di questo ragazzo a convincere Boniperti: «Non deluderà», è stato il giudizio sintetico di Giampiero. Un giudizio subito avallato da Landri, come si è detto, e anche da Mazzi. Lui, Giampaolo, prende atto e ringrazia: «La Juve continua a credere in me ed è per questo che mi ha ceduto soltanto in comproprietà. La fiducia di Boniperti mi dà la carica, però... io sogno la Serie A con il... Verona, sogno la promozione. E una volta arrivato in A, perché cambiare?». Un diploma di perito tecnico industriale, una ammirazione sfrenata per Maradona, un hobby «tranquillo»: la televisione. La scheda di Federico Giampaolo è scandita dalla semplicità. Così come decifrabili sono i gusti musicali (Lucio Battisti) e quelli cinematografici (Mel Gibson l’attore preferito, Sharon Stone e Meryl Streep in testa alla classifica delle attrici). «È un ragazzo d’oro» dice Reja, «capace di adattarsi senza difficoltà alle varie situazioni tattiche. Ha piedi buoni, una visione di gioco limpida, uno spessore atletico discreto. Credo che possa migliorare ancora. Mi ha stupito favorevolmente, tra l’altro, la facilità con cui si è inserito nel gruppo: segno che ha buon carattere». E c’è anche un flash di Ezio Rossi: «Mi ricorda» dice il capitano del Verona «il Lentini giovane. È forte sia sotto il profilo tecnico che dal lato agonistico. Tenendo conto dell’età, credo possa diventare davvero un grande. Ha personalità. Sulla carta, è già un leader». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2017/04/federico-giampaolo.html
  4. FEDERICO GIAMPAOLO https://it.wikipedia.org/wiki/Federico_Giampaolo Nazione: Italia Luogo di nascita: Teramo Data di nascita: 03.03.1970 Ruolo: Attaccante Altezza: 175 cm Peso: 71 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1988 al 1990 e 1993 Esordio: 15.06.1989 - Amichevole - Giulianova-Juventus 2-4 Ultima partita: 16.09.1993 - Amichevole - Borgotorre-Juventus 0-9 0 presenze - 0 reti Federico Giampaolo (Teramo, 3 marzo 1970) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Federico Giampaolo Giampaolo ad Avezzano nel 2017 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 2010 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Giulianova Squadre di club 1987-1988 Giulianova 27 (4) 1988-1990 Juventus 0 (0) 1990-1991 Spezia 31 (4) 1991-1992 Bari 20 (1) 1992-1993 Verona 29 (5) 1993 Juventus 0 (0) 1993-1994 → Palermo 21 (1) 1994-1997 Pescara 101 (35) 1997-1998 Genoa 37 (10) 1998-1999 Salernitana 25 (3) 1999-2001 Pescara 60 (14) 2001-2002 Cosenza 22 (5) 2002-2005 Pescara 92 (19) 2005-2006 Ascoli 0 (0) 2006 Modena 25 (1) 2006-2007 Crotone 24 (5) 2007-2008 Cavese 25 (5) 2008-2009 Sorrento 26 (4) 2009-2010 Noicattaro 11 (4) Nazionale 1992 Italia U-21 1 (0) Carriera da allenatore 2010-2011 Noicattaro Vice 2011-2013 Bari Primavera 2013-2014 Pescara Primavera 2014 Vallée d'Aoste 2015-2016 Fidelis Andria Vice 2016-2017 Bari U-17 2017-2019 Avezzano 2019-2021 Recanatese 2021 L'Aquila Biografia È fratello minore di Marco, anche lui allenatore ed ex calciatore. Caratteristiche tecniche Giocatore È stato un trequartista abile tecnicamente, capace di fornire assist decisivi agli attaccanti puri e al contempo di trovarsi davanti alla porta grazie a repentine accelerazioni o a giocate fulminee che gli hanno permesso di realizzare molti gol. Allenatore Utilizza il modulo tattico 4-3-1-2 (4 difensori, 3 centrocampisti, 1 trequartista e 2 attaccanti). Carriera Giocatore Giampaolo alla Juventus sul finire degli anni 1980 Dopo essere cresciuto calcisticamente nelle formazioni giovanili del Giulianova inizia la carriera nel 1987 con la prima squadra della città abruzzese in cui milita anche il fratello Marco. In Serie C2 colleziona 27 presenze e 4 gol. Ciò permette il suo passaggio in Serie A nella Juventus dove tuttavia in due anni, dal 1988 al 1990 ha giocato nella formazione Primavera non avendo modo di esordire a livello ufficiale in prima squadra. Nel 1990 va quindi a giocare nello Spezia, in Serie C1, collezionando 31 presenze e 4 gol. Nel 1991 ritorna in massima serie ma questa volta con la maglia del Bari, mettendo a referto 20 presenze e un gol. Nel 1992 esordisce in Serie B con il Verona, con cui totalizza 29 presenze e 5 gol e nello stesso anno fa la sua unica apparizione con la maglia azzurra della Nazionale Under 21. Nel 1993 cambia nuovamente squadra, rimanendo tra i cadetti con la maglia del Palermo, in prestito, collezionando 21 presenze e un gol. Nel 1994 giunge nel Pescara dove riesce a dare stabilità alla sua carriera, rimanendo in Abruzzo sino al 1997 (il primo anno è in prestito dalla Juventus) collezionando 101 presenze e 35 gol. Passa poi al Genoa ove rimane per un anno condito da 37 presenze e 10 gol. Si accasa quindi alla Salernitana, il primo anno in serie A e il secondo in B, inanellando nella massima serie 23 presenze e 3 gol. Nel gennaio 2000 ritorna a Pescara collezionando 60 presenze e 14 gol. Giampaolo al Verona nell'annata 1992-1993 Nel 2001 è a Cosenza, in serie cadetta, dove con 22 presenze e 5 gol contribuisce alla salvezza conquistata dall'allenatore Luigi De Rosa. Nel 2002 ritorna per la terza volta al Pescara dando il suo contributo per la promozione in serie B. Rimane col club abruzzese fino al 2005, mettendo a referto 92 presenze e 19 gol: con i suoi 68 gol realizzati complessivamente nei vari campionati in riva all'Adriatico, è il secondo miglior cannoniere del club biancoazzurro dopo Mario Tontodonati e il calciatore pescarese con più presenze dopo Ottavio Palladini. Nel 2005 passa all'Ascoli allenato dal fratello Marco, in Serie A, giocando tuttavia solo due partite in Coppa Italia ad agosto. In settembre passa così al Modena con cui inanella 25 presenze e 1 gol. Nel 2006 è a Crotone, non riuscendo a evitare la retrocessione dei calabresi in C1 a fronte di 24 presenze e 5 gol. Nel 2007 passa alla Cavese, sempre in terza serie, società che lascia dopo una stagione per accasarsi, nell'estate del 2008, al Sorrento dove vince la Coppa Italia Lega Pro, segnando peraltro la rete decisiva alla Cremonese nella finale di ritorno. Nell'estate 2009 firma per un'ultima stagione con il Noicattaro, in Seconda Divisione, concludendo in Puglia la sua carriera agonistica con 11 presenze e 4 gol agli inizi del 2010. In carriera ha totalizzato complessivamente 37 presenze e 3 reti in Serie A e 387 presenze e 78 reti in Serie B. Allenatore Ritiratosi dal calcio giocato, il 24 febbraio 2010 entra nello staff tecnico del mister Sauro Trillini, divenendo allenatore in seconda del Noicattaro. Nel 2011 diventa l'allenatore della formazione Primavera del Bari. Il 23 luglio 2013 diventa l'allenatore della Primavera del Pescara. Dal mese di agosto a fine settembre 2014 è stato l'allenatore del Vallée d'Aoste, in Serie D. Nella stagione 2015-2016 è il vice di Luca D'Angelo alla guida della Fidelis Andria in Lega Pro. Nel luglio 2016 diventa allenatore della squadra Under 17 del Bari. Dal 2017 al 2019 ha allenato l'Avezzano in Serie D. Il 7 giugno 2019 diventa il nuovo tecnico della Recanatese. Il 19 febbraio 2021, dopo la sconfitta con il Montegiorgio, i leopardiani comunicano il suo esonero. Il 29 giugno 2021 assume la guida tecnica dell'Aquila, squadra militante nel campionato di Eccellenza Abruzzese. Il 12 dicembre, dopo la sconfitta di Spoltore e con la squadra al 4º Posto in classifica, si dimette dall'incarico. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia Lega Pro: 1 - Sorrento: 2008-2009
  5. DIEGO LASAGNI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: 28.07.1992 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2009 al 2010 Esordio: 29.04.2010 - Amichevole - Juventus-Santarcangelo 6-0 0 presenze - 0 reti
  6. MARIO EULA Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1915 al 1916 Esordio: 02.01.1916 - Amichevole - Torinese-Juventus 1-2 Ultima partita: 06.02.1916 - Amichevole - Juventus-Torinese 5-2 0 presenze - 0 reti
  7. ORSENIGO Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1920 al 1921 Esordio: 03.10.1920 - Amichevole - Juventus-Alessandria 2-2 0 presenze - 0 reti
  8. MICHELE ILLIANO Nazione: Italia Luogo di nascita: Le Grazie-Porto Venere (La Spezia) Data di nascita: 01.04.1947 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1965 al 1967 Esordio: 16.03.1966 - Amichevole - Novara-Juventus 2-1 Ultima partita: 29.09.1966 - Amichevole - Ravenna-Juventus 0-3 0 presenze - 0 reti
  9. ALESSANDRO GRANDO Nazione: Italia Luogo di nascita: Bracciano (Roma) Data di nascita: 12.11.1983 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2002 al 2003 Esordio: 08.08.2002 - Amichevole - Juventus-Vigevano 4-0 Ultima partita: 07.09.2002 - Amichevole - Messina-Juventus 0-2 0 presenze - 0 reti
  10. ALESSANDRO ALTOBELLI In fondo la faccia, o meglio, l’espressione di quella faccia, è la stessa – afferma Tony Damascelli sul “Guerin Sportivo” del 3 agosto 1988 –. «Scusate il ritardo» non è soltanto il titolo di un film, ma lo slogan che accompagna la vita di Alessandro-Massimo Altobelli-Troisi, uno che a 33 anni («vi prego, dite 32», ci corregge) ricomincia dalla Juventus, tanto per restare in film, anzi in tema. Non è un colpo di sole estivo, nemmeno un’illusione ottica, Altobelli che veste alla bianconera: ma sì, è proprio lui, l’ex garzone di macelleria a Sonnino, lo Spillo di Brescia, l’incompreso di Milano, il «mundial» di Madrid, il capocannoniere azzurro in Messico, insomma tutte queste cose insieme, confuse e arruffate come i capelli suoi, su quel viso piccolo e triangolare, buffo e un po’ afro, vispi ha gli occhi anche se certi giorni Altobelli-Troisi sembra piovuto dal cielo, passante per caso attraverso il mondo nostrano, comune e mortale o, se preferite, appena caduto dal letto. Dunque è proprio lui, juventino per gioco e per fare sul serio, quando nessuno se lo sarebbe più aspettato. Pensate un po’ che Ian Rush, quando ancora covava la varicella (!) e scriveva per Shoot la presentazione ai campionati Europei si lasciava andare a pronostici sballati: «Altobelli è stato un grande servitore della sua Nazionale» testo e pensiero di Rush «degli ultimi sei anni, ma adesso incontra fatica a mantenere lo stesso alto livello di rendimento. Dovrà lavorare per trovare un posto nella rosa dei venti uomini, ma la sua esperienza può essere importante per gli Europei. Del resto, si tratta dell’ultimo atto importante della sua carriera, infatti dopo gli Europei andrà a giocare in Svizzera». Zero in geografia, in magia. Diciamo così. O forse Torino sta nel Canton Ticino? Rush non sapeva, dunque, che Altobelli si diverte: «Roba da fantascienza, da barzelletta, se qualcuno me lo avesse detto anche un mese fa». Juventino da poco, ma già al cento per cento. Insomma dice di aver capito che da Piazza Duse a Milano a Piazza Crimea a Torino non sono cambiati soltanto l’indirizzo e la città, ma anche l’andazzo: «Sì, proprio così, l’andazzo. Qui a Torino si capisce subito con quale tipo di persone si ha a che fare. Volete un esempio? Ho incontrato Boniperti e mi ha trasmesso una carica, un senso di rivincita incredibili. Lui è uno che vuole sempre essere il primo, a tutti i costi, lo si capisce subito. È toccato anche a me stavolta ricevere il messaggio. Agnelli, in vece, lo avevo conosciuto soltanto da avversario, nel senso che negli spogliatoi del San Siro e del Comunale di Torino gli avevo stretto la mano e lui mi aveva fatto i complimenti». Dai complimenti al contratto di lavoro, secondo il nuovo stile di casa Fiat e casa Juventus. Ma Altobelli parla ancora di passato recente, dell’Inter insomma, senza aspettare la domanda, spontaneamente: «Ho lasciato amici, tanti e grandi. E un presidente bravissimo». Il telegramma potrebbe concludersi qui e, come avrete letto e decifrato, non si fa menzione dell’allenatore. Insomma, Giovanni Trapattoni è passato senza lasciare traccia. Segue nuovo comunicato: «Non posso dimenticare quello che ho fatto a Milano, ma mi sono chiesto tante volte perché mai tutto quello che ho fatto per l’Inter non è servito a nulla. Anzi, ha alimentato tanti equivoci. Insomma, sono diventato famoso per l’azzurro e non per il neroazzurro, coi gol segnati con la Nazionale e non con l’Inter. Sapete perché? Perché con l’Inter ho vinto pochissimo. Nella vita contano i fatti, i risultati finali, non quello che uno ha saputo fare nonostante tutto». A trentatré anni, anzi trentadue, Altobelli si è stancato di partecipare, insomma il barone de Coubertin è stato sostituito dal geometra Boniperti: «La soddisfazione più grande è arrivata il giorno in cui ho incontrato il presidente della Juventus in sede. Lui mi ha detto: finalmente con noi, erano anni che cercavamo di prenderla. Di portarla qui». E adesso? «Adesso sto bene fisicamente, ho il morale a mille, sento di avere qualcosa in più rispetto a ieri, perché questo trasferimento, inaspettato, imprevedibile ma prestigioso, mi riempie di orgoglio. E poi la Juventus è sempre la Juventus». Boniperti, rispetto a Pellegrini ha un hobby che fa impazzire di gioia Altobelli: «II presidente è un buon cacciatore. Anch’io lo sono. Con Pellegrini non potevo invece competere, nel senso che lui non sa proprio sparare. Invece con Boniperti mi divertirò». Attenzione alla mira. Doppietta, automobili con radiotelefono, Ferrari Testarossa, Altobelli arriva da padrino in casa del padrone, ma chiarisce l’eventuale equivoco: «Lo stile Juventus? È presto per parlarne, ma lo stile è qualcosa che uno si porta appresso da quando nasce. Non si può inventare da un momento all’altro, non si può trasferire da un tipo all’altro. Ho letto e sentito dire che alla Juventus si vive come in caserma. A me non è stato ancora imposto nulla». Torno allo slogan iniziale, scusate il ritardo: «Quando ero arrivato all’Inter speravo di poter giocare con Platini. Poi Fraizzoli decise di ricusarlo. Adesso sono arrivato alla Juve e Michel non c’è più. Forse sarebbe stato più opportuno organizzare meglio i nostri programmi di lavoro. Sarebbe stato meglio soprattutto per il sottoscritto...». Torna a parlare dell’Inter: «Sono contento per Pellegrini. Finalmente ha potuto costruire una squadra competitiva. Quante volte sono stato costretto a dire le bugie, ad annunciare cioè che eravamo tra i favoriti, gli uomini da battere, prima e durante il campionato. Adesso lo posso anche confessare, non era vero, ma oggi, come avversario, posso dire che quest’Inter è davvero forte». Non dice bugie sulla Juventus, cioè non si sbilancia e questo farà inquietare Boniperti. Torna a parlare di se stesso: «Non son uno che si è saputo vendere bene al pubblico. Non sono un presenzialista, il tipo che corre dietro ai premi o alle interviste. Se avessi giocato altrove forse sarei diventato più popolare, sarei, come dice lo spot televisivo della Scavolini, il più amato dagli italiani. Invece mi ritrovo a ricostruire una carriera». Si è ritrovato, anche in altre occasioni, a ripulire un’immagine sporcata da voci maligne, da insinuazione che riguardavano le sue amicizie, i vizietti legati al mondo delle scommesse. Un giorno, durante i mondiali messicani, con gli azzurri in festa nella comunità italiana di Chipilo, lo circondammo in cento, noi giornalisti come poliziotti, perché dall’Italia era rimbalzata la voce che Altobelli, proprio lui, era ufficialmente coinvolto in un nuovo scandalo delle partite truccate: «C’è gente che non mi ha mai voluto bene, anche tra i giornalisti. C’è gente che ha cercato e cerca ancora di farmi del male. Sono una figura discussa, sì, è vero. Hanno detto e scritto anche della mia famiglia. Ma vi dico, ad esempio, che se mia moglie mi seguirà a Torino è perché lo abbiamo deciso insieme e Boniperti non c’entra nulla». D’accordo, ma ci siamo dimenticati di parlare di pallone. Giochetto estivo: quanti gol segnerà Altobelli? «Abbastanza». Arigiochetto estivo: da titolare o da riserva? «Vedremo, dipende da Zoff». Lo stile Juventus è già stato recepito, assorbito e digerito. Ma c’è, per fortuna, un rigurgito finale, un ritorno all’antica, un motto giocoso: questo Rui Barros, ribattezzato Rui Bassos, è davvero il più piccolo compagno della tua vita? «Sì, lo giuro, mai visto un tipo così alto, anzi così basso. Nemmeno all’asilo». «Quando i bianconeri vincevano scudetti e Coppe a ripetizione erano antipatici, è normale – afferma durante il ritiro pre-campionato – come organizzazione è tra le più forti, più serie. Boniperti è l’emblema anche se ha alle spalle un personaggio carismatico come Gianni Agnelli. L’Avvocato è molto simpatico, ottimo intenditore di calcio. Negli ultimi tempi si è divertito poco. Speriamo di farlo divertire ancora». Spillo con la maglia bianconera, disputa solamente una stagione, totalizzando 34 presenze e realizzando 15 gol. Fino a metà stagione, l’apporto è soddisfacente; in Coppa Uefa va a segno con regolarità, in Coppa Italia è strabiliante (segna una tripletta al Vicenza e una al Taranto) e in campionato regala ai tifosi la rete della vittoria nel derby del 31 dicembre ‘88. «Anche i palloni persi non vanno sottovalutati, così mi hanno insegnato e allora ho seguito istintivamente l’azione e mi è andata bene, ho segnato questo gol importante. Non c’era l’avvocato Agnelli, ma penso che avrà apprezzato ugualmente la mia rete. Ma non solo lui e Boniperti saranno contenti. Penso, infatti, a tutti i tifosi juventini. Potevo segnare a San Siro contro l’Inter prima di Natale ma quel gol sarebbe diventato quello della mia rivalsa personale. Questo resterà a lungo impresso nella memoria della gente. E poi dovevamo vincerla questa partita giocata con il lutto al braccio. Per Zoff che ha perso la mamma, per l’ex presidente Catella, per l’indimenticato Sarroglia. Il derby di Torino non è diverso da quello di Milano e, così come mi sentivo profondamente interista al momento di affrontare il Milan, sono subito riuscito a calarmi nei panni bianconeri. Fin da agosto, devo dire, sono entrato subito in sintonia con la Juventus, mi sono sentito uno della famiglia e mi piace dimostrare che posso giocare con continuità». La domenica successiva apre le marcature della vittoria bianconera a Roma, contro i giallorossi. Questo il commento di Caminiti sul “Guerin Sportivo”: «Mi sia consentito soffermarmi ancora sul nome fatidico: Altobelli. È stato lui il deus ex machina, l’uomo che ha spalancato il palcoscenico all’ovazione omerica della folla. Il suo gol è stato decisivo. Si deve dire a proposito di questo giocatore unico e raro che i suoi gol sono quasi sempre decisivi. La meccanica stessa dell’azione col passaggio velocissimo, da destra del piccolo Rui Barros prevedeva l’entrata nel palcoscenico del grande solista. Infatti Altobelli è zompato al volo confuso con altri due avversari a toccare per primo quel pallone inimitabile. Inimitabile come il talento di Altobelli, venuto fuori al fuoco lento della vocazione, attraverso anni e anni di fatica, un ragazzo cresciuto tecnicamente insieme a Beccalossi, ma rispetto a Beccalossi presto vero campione. Questo gol così raro gli è anche costato un infortunio. Forse perché pareggiava un altro mito del calcio, Borel. Si è trattato del centotrentaduesimo gol di Altobelli che ha così raggiunto proprio l’antenato juventino. Aggiungo, da lontano, che il Sandro nazionale arieggia perfino fisicamente il centrattacco juventino nella leggerezza e nell’araldica fantasia dei suoi gol. Altobelli o Borel insomma: il mito del cannoniere. Speriamo che Sandro si rimetta presto. Nella disfida dello scudetto la Juventus potrebbe anche avvantaggiarsi sui suoi fortissimi avversari proprio per le qualità davvero meravigliose del suo antico giovanissimo cannoniere». Ma la carta di identità pretende sempre di essere rispettata e il suo rendimento cala. Cosicché Zoff gli preferisce, spesso e volentieri, l’emergente Buso. Nonostante tutto, la volontà di Altobelli è quella di rimanere a Torino: «Ho 33 anni e sono consapevole che la mia carriera è ormai giunta al tramonto; il mio desiderio sarebbe quello di concluderla in bianconero. Starei in panchina volentieri, giocando part-time a seconda delle esigenze della squadra; a differenza di Cabrini, che sente di poter dare ancora molto sul campo, non soffrirei a essere messo un po’ da parte per lasciare spazio ai miei colleghi più giovani; in fondo, alla mia età, ogni partita diventa l’ultimo esame». Ma Boniperti non lo accontenta e Spillo ritorna al Brescia, dove conclude la sua carriera, dopo aver disputato 337 partite in Serie A e realizzato 132 gol. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/alessandro-altobelli_28.html
  11. ALESSANDRO ALTOBELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Altobelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Sonnino (Latina) Data di nascita: 28.11.1955 Ruolo: Attaccante Altezza: 181 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Spillo Alla Juventus dal 1988 al 1989 Esordio: 21.08.1988 - Coppa Italia - Cosenza-Juventus 0-0 Ultima partita: 25.06.1989 - Serie A - Juventus-Verona 3-0 34 presenze - 15 reti Campione del mondo 1982 con la nazionale italiana Alessandro Altobelli (Sonnino, 28 novembre 1955) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante, campione del mondo con la nazionale italiana nel 1982. Considerato uno dei migliori attaccanti italiani del secondo dopoguerra, ha legato il suo nome all'Inter, dove ha militato dal 1977 al 1988. Con la squadra nerazzurra ha disputato 466 partite e segnato 209 reti – secondo in assoluto alle spalle di Giuseppe Meazza (284) – vincendo uno scudetto (1979-1980) e due Coppe Italia (1977-1978 e 1981-1982). In nazionale ha debuttato nel 1980 e partecipato a due campionati d'Europa (Italia 1980, Germania Ovest 1988) e a due campionati del mondo (Spagna 1982, Messico 1986), oltre che al Mundialito. In maglia azzurra ha totalizzato 61 presenze e 25 reti, una delle quali nella finale del Mondiale 1982 contro la Germania Ovest. È il miglior marcatore nella storia della Coppa Italia grazie alle 56 reti realizzate, nonché il miglior cannoniere italiano in Coppa UEFA/Europa League con 25 gol. Inoltre, risulta essere il massimo cannoniere dell'Inter nella coppa nazionale e nelle competizioni UEFA per club, rispettivamente con 46 e 35 marcature (34 per le statistiche della UEFA). Pur essendo stato uno dei migliori realizzatori della sua epoca, non ha mai vinto la classifica dei marcatori della Serie A: sfiorò questo titolo nella stagione dello scudetto, quando segnò un gol in meno del capocannoniere Roberto Bettega. Alessandro Altobelli Altobelli con l'Inter negli anni 1980 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1990 Carriera Giovanili 19??-1973 Latina Squadre di club 1973-1974 Latina 28 (7) 1974-1977 Brescia 76 (26) 1977-1988 Inter 317 (128) 1988-1989 Juventus 34 (15) 1989-1990 Brescia 32 (7) Nazionale 1979-1980 Italia U-21 2 (2) 1980 Italia Olimpica 3 (3) 1980-1988 Italia 61 (25) Palmarès Mondiali di calcio Oro Spagna 1982 Caratteristiche tecniche Soprannominato Spillo per il fisico esile e longilineo, Altobelli era un centravanti dal repertorio completo: ambidestro, era in possesso di ottime doti tecniche e notevole abilità nel gioco aereo, nonché di grande velocità e prolificità sotto porta. Per via di tali caratteristiche, Pietro Vierchowod lo descrisse come un precursore di Marco van Basten, annoverandolo insieme all'olandese tra i più forti attaccanti affrontati in carriera. Carriera Giocatore Club Altobelli agli esordi con il Brescia nella stagione 1974-1975 Cresciuto nel settore giovanile del Latina, debutta in prima squadra nella stagione di serie C 1973-74 segnando sette gol e viene notato dal Brescia che lo acquista per farlo esordire in Serie B. Con le rondinelle disputa tre campionati, segnando 26 reti. Nell'estate 1977 è ingaggiato dall'Inter: esordisce in Serie A l'11 settembre, nella sconfitta interna (0-1) con il Bologna. Al termine della stagione, conquista la Coppa Italia segnando un gol al Napoli in finale. Nella stagione 1979-1980 si laurea campione d'Italia e rimane in corsa fino all'ultima giornata per il titolo di capocannoniere: autore di 15 gol – tra cui una tripletta alla Juventus nel derby d'Italia dell'11 novembre 1979 –, viene preceduto di una marcatura da Roberto Bettega. Bissa il successo in coppa nazionale nell'edizione 1981-1982, con un'altra rete in finale, questa volta al Torino. Nell'annata 1983-1984 realizza una quaterna contro il Catania. Il 26 agosto 1987, con una tripletta sempre contro il Catania diventa il miglior marcatore della coppa nazionale, salendo a 49 reti e scavalcando così Boninsegna (fermo a 48). Altobelli in maglia interista nella stagione 1982-1983 Terminata l'esperienza in nerazzurro, anche per contrasti con l'allenatore Trapattoni, nell'estate 1988 si trasferisce ai rivali della Juventus. Rimane in bianconero per una sola stagione, riportando anche un serio infortunio che non gli permette di esprimersi al meglio. Ritrovatosi svincolato, nel precampionato 1989 si aggrega inizialmente all'Ascoli, in massima serie; tuttavia, non trovando un accordo contrattuale con la società marchigiana, in settembre scende di categoria tornando dopo dodici anni al Brescia, con cui gioca l'ultima sua stagione agonistica prima di ritirarsi alla conclusione del torneo cadetto 1989-1990. Nazionale Viene convocato in nazionale dal CT Enzo Bearzot per la fase finale del campionato d'Europa 1980 organizzato dall'Italia, in sostituzione dello squalificato Rossi. Esordisce il 18 giugno 1980, a 24 anni, nella terza gara della fase a gironi pareggiata (0-0) contro il Belgio. Nella finale per il terzo posto, persa contro la Cecoslovacchia, realizza un rigore della sequenza finale. Il 24 settembre successivo segna le prime reti in nazionale, realizzando una doppietta nella partita amichevole vinta per 3-1 contro il Portogallo a Genova. È protagonista al campionato del mondo 1982 in Spagna, chiusosi con il trionfo italiano. In occasione della finale di Madrid dell'11 luglio contro la Germania Ovest, subentra all'infortunato Graziani al 7' e segna nei minuti finali la rete del momentaneo 3-0. Altobelli in azione con la maglia dell'Italia nel 1984 Al successivo campionato del mondo 1986 in Messico è il centravanti titolare dell'Italia e segna 4 dei 5 gol realizzati dagli Azzurri nella competizione; causa inoltre un'autorete nell'incontro della fase a gironi vinto 3-2 contro la Corea del Sud (gara in cui fallisce anche un calcio di rigore). L'Italia viene tuttavia eliminata agli ottavi di finale dalla Francia di Michel Platini. Dopo il ritiro di Scirea, con il nuovo CT Azeglio Vicini diventa il vice-capitano dietro Antonio Cabrini, e veste la fascia in 8 occasioni tra la fine del 1986 e il 1987. Scende in campo per la prima volta con la fascia da capitano al braccio l'8 ottobre 1986, nell'amichevole vinta 2-0 contro la Grecia a Bologna. A 32 anni partecipa infine al campionato d'Europa 1988 in Germania Ovest, in cui subentra dalla panchina nelle 4 gare disputate dall'Italia, ed è autore di un gol alla Danimarca nella fase a gironi. La sua ultima presenza in nazionale rimane la semifinale europea persa 2-0 contro l'Unione Sovietica il 22 giugno 1988 a Stoccarda. Conta 61 presenze e 25 reti in azzurro, risultando al sesto posto nella classifica dei marcatori (insieme a Baloncieri e Filippo Inzaghi😞 è preceduto da Riva (35), Meazza (33), Piola (30), Baggio e Del Piero (27). Dirigente Ha ricoperto il ruolo di direttore sportivo del Padova dal 1995 al 1998, e in seguito di osservatore dell'Inter. Dopo il ritiro Altobelli negli anni 2010 Ha fatto parte della nazionale italiana di beach soccer, diventando capocannoniere dei mondiali del 1995 e 1996. Nel novembre 1991 è eletto consigliere comunale a Brescia tra le file della Democrazia Cristiana. Nel 1996 si è candidato, per il centro-destra, alla Camera dei deputati nel collegio Brescia-Roncadelle: ottenendo il 34,8% dei voti è stato sconfitto da Emilio Del Bono, rappresentante de l'Ulivo. A partire dagli anni 2000 ha svolto il ruolo di commentatore sportivo per BeIN Sports Arabia. Dal settembre 2020 è opinionista di A tutta rete, programma domenicale di Rai 2 condotto da Marco Lollobrigida. Sarà poi anche opinionista di Notti Europee in occasione dell’Europeo e di 90º minuto, programmi condotti sempre da Marco Lollobrigida. Palmarès Club Coppa Italia: 2 - Inter: 1977-1978, 1981-1982 Campionato italiano: 1 - Inter: 1979-1980 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Spagna 1982 Individuale Top 11 Carlin's Boys: 1 - 1974 Capocannoniere della Coppa delle Coppe: 1 - 1978-1979 (7 gol) Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - 1981-1982 (9 gol) Capocannoniere della Campionato mondiale di beach soccer: 2 - 1995 (12 gol), 1996 (14 gol) Onorificenze Collare d'oro al Merito Sportivo — Roma, 19 dicembre 2017.
  12. OLEKSANDR ZAVAROV Alexandr Zavarov sta consumando – scrive Stefano Germano sul “Guerin Sportivo” del 31 agosto 1998 – i suoi ultimi giorni... russi: Reykjavik e poi, forse, quello di campionato contro il Dnepr, con mezzo scudetto in palio. Dopo di ché, finalmente, la partenza per Torino, dove Zoff e Boniperti lo aspettano a braccia aperte. In attesa che Sasha, come lo chiamano tutti, si ritrovi «italiano», siamo andati a Mosca a precedere la sua partenza per il nostro Paese: facendo, nell’occasione, una divertente scoperta. Quella, cioè, che nessuno gli aveva ancora detto... del licenziamento di Rush (per far coppia col quale Zavarov credeva di essere stato ingaggiato). «Ma davvero?», ci ha domandato a occhi sgranati. E, quando gli abbiamo confermato la notizia ci ha guardato come se facesse fatica a crederci. Poi ha riguadagnato la perfetta padronanza delle sue reazioni e ha aggiunto: «Se la società ha deciso così avrà avuto le sue buone ragioni». Ormai, comunque, il nuovo Zar juventino ha iniziato il suo conto alla rovescia: i giorni che lo dividono da quello che anche lui ritiene essere il «più bel campionato del mondo» stanno passando velocemente e domenica o lunedì, si metterà agli ordini di Zoff. «Giocare in una squadra come la Juventus nel campionato più difficile che ci sia», continua, «da un lato mi intimorisce, e dall’altro mi esalta. Paura? Direi proprio di no, anche se non posso nascondermi le difficoltà che incontrerò tutte le domeniche. A Torino c’è chi mi vuole erede diretto di Platini e sostituire un fuoriclasse come lui è la cosa più difficile che possa capitare a un calciatore. Platini è stato un maestro: io sono e continuerò a essere solo me stesso. Anche se mi piacerebbe poter vincere, in bianconero, quello che ho vinto in Unione Sovietica con la maglia della Dinamo Kiev e quello che ha vinto lui in Italia, in Europa e nel mondo con quella della Juventus». Hall dell’hotel Mezhdunarodnaya di Mosca: è dalla camera 319 che venerdì scorso è cominciato il nostro... assalto alla roccaforte del calcio sovietico. Prima telefonata con Novogorsk, zona proibita agli stranieri dove la nazionale è in ritiro: dall’altra parte del filo, a parlare con Ludmilla, nostra guida e interprete, c’è Logofeev, uno degli assistenti di Nikita Simonian direttore generale di tutte le nazionali sovietiche. A suo parere, non ci dovrebbero essere problemi; prima, però, bisogna chiederlo al «boss» che sta allenando la Nazionale in campo. L’appuntamento è quindi rimandato di un quarto d’ora e la conversazione si conclude così: «Spasiba», grazie tante, e... aspettiamo. Il tempo passa con una lentezza tanto esasperante che nemmeno il canto del gallo a carillon che è nella hall riesce a rendere più accettabile. Il secondo tentativo di Ludmilla dà i risultati sperati e, dall’altra parte del filo, Simonian concede il suo okay che però dipende, essendo Novogorsk «off-limits», da un’autorizzazione della Federazione, senza la quale non trovi taxi o auto pubblica che ti porti in questa zona a cinquanta chilometri dal centro della città. Alla ricerca di questo preziosissimo documento, ci trasferiamo tutti alla sede del Comitato olimpico sovietico: non fosse il tardo pomeriggio di un fine settimana, la speranza di trovare qualche funzionario di buona volontà ci sarebbe; qui però, quando si avvicina il momento di partire per il week end, la gente toglie le tende con la massima velocità possibile e peggio per chi resta. Il primo impatto, alla reception, appare decisamente favorevole: i due poliziotti di guardia ci fanno salire al primo piano dove un funzionario conduce Ludmilla nella stanza del presidente della Federazione di... Pallavolo: il «nyet» ovviamente, è scontato e prevedibile. A questo punto, Ludmilla chiede di nuovo aiuto al funzionario che ci fa sedere e sparisce; noi continuiamo a controllare con ansia l’orologio che scandisce inesorabilmente il passare del (nostro) tempo. D’altra parte, cosa si può fare di diverso? Assolutamente nulla anche perché tutte le porte sono terribilmente uguali per cui indovinare chi c’è dietro è impossibile. Le speranze di avere il tanto sospirato «da» si stanno riducendo al lumicino. E a questo punto, però, che da una benedettissima stanza numero 303, esce un benefattore che resterà sconosciuto: ci guarda e se ne va. Poi torna, chiede chi siamo e che cosa vogliamo e, a questo punto, tra lui e Ludmilla si intreccia un dialogo tanto fitto quanto incomprensibile. «Quello del 303» come lo abbiamo subito soprannominato, sembra interessato alla soluzione del nostro problema; prima di allontanarsi un’altra volta dice ancora qualcosa a Ludmilla e, di lì a pochi minuti, ci accompagna nell’ufficio di Viaceslav Mikhailovic Gavrilov, vicepresidente del Comitato olimpico sovietico, un elegante e educatissimo signore dai capelli bianchi che prende atto delle nostre necessità e che ci risponde con una piccola bugia: «Zavarov è a Kiev». Niente da fare. Ma le nostre informazioni sono sicure e garantiscono il contrario: Zavarov è a Novogorsk con la nazionale, abbiamo già parlato con Simonian che è d’accordo di farci incontrare il giocatore. Solo che, per andare là, ci vuole un permesso che solo il Comitato può darci. La conversazione tra Gavrilov e Ludmilla non promette niente di buono: i «nyet» si sprecano e gli occhi della nostra interprete si rannuvolano con sempre maggiore frequenza. A un certo punto, Gavrilov chiede a Ludmilla se è di discendenza tartara. «Sì, per parte di madre», risponde lei, e lui: «Anche mia moglie è per metà tartara». E in nome di questa inattesa colleganza, anche se i «nyet» continuano a tener banco, la tensione si scioglie e tutti cominciamo a sperare in qualcosa di positivo. Sono momenti che sembrano non finire mai e, pur non capendo una sola parola del loro dialogo, cerco di interpretare il viso di Ludmilla e quello di Gavrilov. A questo punto Gavrilov fa telefonare a Simonian; gli chiede se è vero che è d’accordo con noi per metterci Zavarov e Belanov a disposizione; ci comunica che, di andare a Novogorsk, è meglio nemmeno pensarci, ma subito dopo ci chiede se un appuntamento da qualche altra parte ci va ugualmente bene. “E come no?" è la nostra risposta e a questo punto, come dal cilindro di un prestigiatore, saltano fuori luogo (lo stadio della Dinamo Mosca) e ora (mezzogiorno del sabato). Missione compiuta, quindi, e un enorme sospiro di sollievo in quanto, al novantanove per cento, l’incontro coi due fuoriclasse sovietici e ormai certo. Il giorno dopo a Mosca piove che Dio la manda: verranno, Nikita, Sasha e Igor al campo della Dinamo? I dieci minuti che precedono mezzogiorno, ora fissata per l’appuntamento, sembrano non finire più; quando da un’auto nera che va a metano, escono i nostri: sono sorridenti e disponibili come sarebbe stata follia sperare. Per Zavarov sono complimenti e auguri; per Belanov... arrivederci a presto; per Simonian l’occasione migliore per ricordare quando, negli anni Cinquanta, la Fiorentina offrì la bellezza di 80mila dollari allo Spartak per averlo. La risposta, però, fu «nyet»: secondo abitudine, verrebbe da dire. D’altro canto, però, a quei tempi la parola «perestrojka» ora tanto di moda era assolutamente sconosciuta e pronunciarla era proibito. I due fuoriclasse della Dinamo e della Nazionale sovietica ci parlano a lungo della loro vita e dei loro sogni: virtualmente realizzati quelli di Sasha; ancora tanto lontani dalla realtà quelli di Igor. Poi, per tutti, c’è la solita trafila di strette di mano e di «dasvidanja, spasiba», arrivederci e grazie. E quando la macchina nera che va a metano lascia il piazzale dello stadio della Dinamo di Mosca, il cielo torna a rannuvolarsi: per me, ad ogni modo, da un capo all’altro della capitale c’è un immenso arcobaleno. La tensione di tre giorni si è finalmente dissolta ma ha lasciato il segno: un’enorme spossatezza si è impadronita di me per cui niente piazza Rossa e Cremlino, ma solo un sonno ristoratore nella camera 319 dell’Hotel Mezhdunarodnaya. E adesso, come è giusto, parliamo di Zavarov; anzi, parla Zavarov; quelle che seguono sono le sue parole tradotte fedelmente senza aggiunte né commenti. «Sono nato a Voroscilovgrad il 26 aprile 1961 e ho cominciato a prendere a calci un pallone, a sette anni, nelle giovanili dello Zaria avendo come allenatore Boris Forniciov, un uomo cui debbo moltissimo poiché mi ha insegnato i primi rudimenti di quello che sarebbe poi divenuto il mio mestiere. A diciassette anni entrai nella rosa di prima squadra e il mio debutto in Prima Divisione ebbe luogo, contro la Dinamo di Tbilisi, il 26 aprile del ‘79, giorno del mio diciottesimo compleanno. Non segnai e mi dispiace ancora oggi perché avrei voluto festeggiare con un gol la maggiore età. Mi sono però rifatto in seguito». Chiamato alle armi, invece della polizia a Kiev Zavarov sceglie l’esercito a Rostov e veste la maglia dell’SKA e, a proposito di SKA, ricorda ancor oggi con grande piacere che «fu proprio contro quella che sarebbe diventata la mia squadra che segnai il primo gol in Prima Divisione, quando lo Zaria pareggiò 2-2 coi militari». Negli anni che trascorre all’SKA, Zavarov è allenato da Zonin e da Fedotov, due ex nazionali sovietici «e due grandi maestri di vita oltre che di calcio, a loro devo molto per tutto quello che so fare oggi». La sua compagna nella vita è Olga: «L’ho conosciuta al cinema, non ricordo più che film proiettavano. Ci siamo sposati il 12 novembre dell’80 e abbiamo due figli, Sasha di sei anni e Valerio di dieci giorni. Tutti e tre mi raggiungeranno a Torino verso i primi d’ottobre, quando Sasha dovrà andare a scuola a Milano presso il Consolato sovietico di quella città. Pur se ora parlo soltanto il russo, non credo che in Italia avrò particolari problemi sia perché il calcio è una lingua universale sia perché ho già cominciato a studiare l’italiano con un metodo accelerato. Penso quindi che, in un paio di mesi, sarò in grado di capire e di farmi capire. L’importante, ad ogni modo, è che questa mia avventura italiana cominci il più presto possibile perché ho una gran voglia di conoscere i miei compagni di squadra, i dirigenti, i tifosi, tutto». Laureato in Educazione fisica, molto probabilmente Alexandr Zavarov non sarebbe mai arrivato da noi se, verso i primi d’agosto, Anatoly Pogrebnoy, capo del dipartimento rapporti con l’estero del Comitato olimpico sovietico, non avesse ricevuto una telefonata. Chi ci fosse dall’altro capo del filo è assolutamente «top secret»: ciò che invece è noto è che, a condurre le trattative, è stato Victor Galaev, funzionario dello stesso Comitato. A ferragosto, giorno più, giorno meno, il... matrimonio tra Zavarov e la Juventus era un fatto compiuto: a officiarlo è stato lo stesso Pogrebnoy avendo, come... testimoni, Galev da una parte e Boniperti dall’altra. Dopo la cerimonia, i due «sposini» non sono andati, com’è tradizione a Mosca, a rendere omaggio al Milite Ignoto e a Lenin, ma il rinfresco c’è stato ugualmente con champagne a fiumi e vodka a litri! Zavarov e la Juventus si sono giurati amore eterno (per la verità l’amore durerà tre anni, ad ogni modo rinnovabili) e, in attesa di vivere sotto lo stesso tetto all’ombra della Mole, è stata festa grande. Ma chi conosce, dei suoi futuri compagni, Zavarov? «Altobelli, Cabrini, Laudrup». E Zoff? «Lo conosco per quello che ha fatto come portiere; da allenatore, invece, non so niente». E Boniperti? «Boniperti l’ho conosciuto quando ho siglato il contratto». E l’Avvocato Agnelli? «L’Avvocato Agnelli? Non lo so, quando ho firmato per la Juve non l’ho visto, ma c’era... tanta gente!». Come si vede, Zavarov non è solo un grande campione, è anche uomo dotato di notevole senso dell’umorismo: lui, l’Avvocato Agnelli non si ricorda di averlo ancora conosciuto personalmente, ma la colpa è appunto della gran confusione che c’era il giorno del suo matrimonio con la Juve: una festa davvero grande per tutti, oltre che l’inizio di una nuova era per il calcio sovietico e quello italiano. Con l’Avvocato avrà modo di parlare lungamente in Italia, se riuscirà a stabilire il rapporto pregiato che il Signor Fiat aveva con Michel Platini: le premesse, sul piano tecnico, ci sono tutte. Tra i più ferventi ammiratori di Zavarov è Nikita Simonian, 61 anni. Del neo juventino, dice: «Lo conosco da quando era un ragazzo e, a mio parere, oggi Sasha non ha rivali in Europa. Grande calciatore ma anche uomo simpaticissimo, con lui la Juventus si è assicurata l’uomo che le mancava. Dotato di enorme personalità, Zavarov è un leader nato e anche fuori dal campo sa farsi apprezzare per l’equilibrio e il carisma che possiede. A mio parere, la sua partenza per l’Italia sarà un affare per tutti: per la Juventus che, con lui, si è assicurata il Platini del futuro; per lui che, a contatto con un mondo assolutamente nuovo, potrà cominciare a fare quelle esperienze che ancora gli mancano e per il calcio sovietico perché. grazie a lui e agli altri che sono già partiti che stanno per partire, comincerà a uscire da quell’isolamento in cui è praticamente sempre rimasto». Anche Simonian, quindi, non esclude che altri seguano Zavarov. Ma chi e quando? «Chi», risponde il tecnico, «lo si sa, visto che i loro nomi sono sulla bocca di tutti: Belanov e, ancor di più, Dassaev. Quando: Dassaev forse già quest’anno se i rapporti che abbiamo in piedi con il Siviglia si concretizzeranno; Belanov, penso il prossimo anno». E gli altri, tipo Protasov e Mikhailichenco? «Per quest’anno no di certo, sia perché sono ancora troppo giovani sia perché il nostro calcio non può depauperarsi oltre certi limiti». Disco rosso, quindi, per gli ultimi due; disco... rosa per l’ex «Pallone d’Oro» e disco... verdino per il buon Rinat che, dopo aver tanto meritato della patria sovietica, un trasferimento in Spagna se lo è largamente guadagnato. Le aspettative sono presto deluse: Sasha gioca un campionato mediocre in una squadra mediocre, guidata con buona volontà da Dino Zoff, che gli fa vestire la maglia numero 10, troppo pesante e nemmeno tanto amata dal russo. «Sono frastornato e innervosito – confessa – dall’attenzione che mi circonda. Non ero abituato a finire tutti i giorni sui giornali. Non ho problemi fisici, non ho problemi con Zoff e la società: ma devo capire meglio il calcio italiano. Se sarà necessario in futuro accetterò senza problemi la panchina». Quel campionato è vinto dall’Inter di Trapattoni che sbaraglia tutti i record, ma anche Napoli e Milan sono nettamente superiori alla Juventus, che i piccoletti Zavarov e Rui Barros non riescono a tenere a galla. STEFANO GERMANO DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 5 LUGLIO 1989 Cerchiamo di spiegare perché Sasha ha fallito nella sua prima stagione juventina. Indubbiamente, nella nuova città non si è integrato e, per di più, alla Juve è arrivato al termine di due anni in cui, fra campionato, Coppe e Nazionale, non ha potuto tirare il fiato. Ma non basta: a Torino da lui si aspettavano cose che non poteva dare. Inevitabile, quindi, la caduta di tensione e la crisi di identità tecnico-tattica. Abituato a vivere in un mondo in cui all’uomo e alle sue decisioni personali è lasciato pochissimo spazio, in Italia Zavarov si è trovato completamente spiazzato: ben presto il giocatore si è trasformato in un robot cui è stata staccata la spina. All’inizio, a far da tramite tra lui e il resto del mondo, ha provato Tatiana Grechi, L’interprete livornese che, oltre a tradurre domande e risposte dall’italiano in russo e viceversa, si è comportata, se non da madre, quantomeno da sorella maggiore, spiegandogli ciò che era giusto fare e ciò che non lo era, sin dove faceva bene a comportarsi in una determinata maniera e dove, al contrario, sbagliava. Era indubbiamente una faticaccia ma, pur attraverso parecchie incomprensioni, il... ménage dava i suoi frutti. Tra i compagni, quello che aveva preso a balia l’introverso Sasha era stato Stefano Tacconi, il più estroverso tra tutti i bianconeri, e proprio questa differenza di carattere aveva aiutato non poco l’inserimento del giocatore in un mondo totalmente diverso da quello cui era stato abituato ma che «doveva» assolutamente essere il suo. Purtroppo, per Zavarov la lingua italiana continuava a essere un oggetto misterioso, ma dove non arrivava lui ci pensava la signora Tatiana. Le cose, quindi, si sarebbero potute mettere al meglio se, da Kiev, non fosse arrivata Olga, la moglie di Sasha, una donna dolce nell’aspetto ma dal carattere – si dice – duro come l’acciaio. Olga (che forse vedeva in Tatiana chi sminuiva il suo potere nei confronti del marito) e la signora Grechi, dopo un breve periodo di... sopportazione, pare siano arrivate ai ferri corti. E alla fine, ad abbandonare il campo, è stata ovviamente l’interprete. Isolato nella sua bella villa in collina, Zavarov si è chiuso sempre più in se stesso: ha imparato abbastanza bene l’italiano (che parla con accento russo e voce gutturale) ma questo non e bastato a far cadere la cortina di incomprensione sorta tra lui e il mondo esterno. Abituato a vivere in modo assolutamente «normale» a Kiev, il giocatore ha indubbiamente sofferto la pressione cui lo hanno sottoposto i torinesi: «Non posso andare al supermercato», mi disse una volta, «senza che la gente mi si siringa attorno per avere un autografo o per abbracciarmi. E questo, credimi, per chi non è abituato, finisce per essere una fatica molto maggiore che allenarsi per tre ore». Forse è proprio questo suo rifiuto della popolarità (e, soprattutto, dei suoi... costi) la causa principale del fallimento di Zavarov alla Juventus. Se poi a tutto questo si uniscono le tensioni che il giocatore ha accumulato nel corso del suo soggiorno italiano, nessuno può meravigliarsi più di tanto se, alla fine, come il personaggio di un film famoso, anche lui ha... ballato una sola estate. Chi è stato più a lungo vicino a lui dall’agosto dello scorso anno a oggi, ricorda le molte volte in cui lo sguardo del giocatore sembrava cercare un’identità perduta al di là di un orizzonte sempre più lontano. Rimpiangeva Kiev e l’Ucraina? Forse. Oppure si accorgeva che, poco alla volta, tutte le rosee speranze coltivate si erano tradotte in una realtà più nera della pece? Forse anche questo è vero: ciò che invece è vero senza possibilità di equivoci è che Zavarov, chiamato ad aprire una via italiana al calcio sovietico, come ambasciatore del suo Paese ha totalmente fallito anche se gli si debbono concedere alcune attenuanti. Probabilmente, per riuscire, Zavarov avrebbe avuto bisogno di un carattere più forte, di una maggiore abitudine a decidere del suo futuro in prima persona senza demandare l’incarico a qualcun altro. Non fosse nato e cresciuto in Unione Sovietica, forse questo gli sarebbe stato possibile: così, invece, non c’è stato nulla da fare. Sottoposto a varie e concentriche pressioni, il giocatore ha finito per non capirci più niente e anche l’intervento di Lobanovski (i due hanno chiacchierato alcune ore, di notte, lontani da occhi e orecchie indiscreti) non solo non lo ha aiutato a uscire dalla crisi, ma lo ha spinto ancora di più nel baratro. Nonostante tutte queste difficoltà Sasha viene confermato e, nel campionato successivo, arriva il connazionale Alejnikov. Su richiesta dello stesso Zavarov, Zoff gli concede la maglia numero 9, che Sasha veste abitualmente in Nazionale. La Juventus riesce a conquistare la Coppa Italia e la Coppa Uefa, ma l’apporto del russo è marginale, tanto è vero Zoff schiera spesso l’emergente Casiraghi al suo posto, al fianco dell’autentica sorpresa del torneo, Toto Schillaci. Al termine della stagione si disputano i Mondiali italiani; per l’Unione Sovietica è una delusione enorme. La squadra perde le prime due partite contro Romania e Argentina e a nulla vale il perentorio 4-0 contro il Camerun. La nazionale russa è eliminata al primo turno, la Grande Armata del colonnello Lobanovski è affondata definitivamente. Anche nella Juventus ci sono grandi novità: Zoff è sostituito da Maifredi, si inaugura il nuovo corso di Montezemolo e per Sasha non c’è più spazio. Viene ceduto in Francia, al Nancy, dove continuerà la sua parabola discendente. Appesi gli scarpini al chiodo, Zavarov comincia la carriera di allenatore guidando squadre di secondo piano francesi e svizzere. «Zavarov era un buono, incapace di far male a una mosca – racconta l’ex compagno juventino Pasquale Bruno – ma non parlava una parola di italiano. E le barriere linguistiche, oltre al difficile adattamento a Ovest, per uno che veniva dal blocco comunista, furono forse il più grande ostacolo al suo inserimento nel calcio italiano. Ingiusto definirlo però un bidone, come venne poi etichettato da molti. Gli scarsi eravamo noi, non lui. Venne in una Juve minore, con l’impossibile eredità di Platini da gestire. Lui proveniva dalla fortissima Dinamo Kyiv di Lobanovski. E non poteva essere un caso. E, comunque non era a Michel che assomigliava, ma semmai a un Totti, più avanzato, dribbling secco e visione di gioco. Aveva dei buoni spesa per i supermercati e girava per Torino con una Duna: noi sospettavamo fosse quella di Ian Rush. Ma non è che comunque ai tempi noi lo facessimo sentire in difetto: tutti avevamo l’obbligo di andare all’allenamento in Fiat. Io avevo una Panda 4x4 per dire e nessuno si permetteva di girare in Ferrari, durante il lavoro. Una debolezza però Sasha ce l’aveva: l’alcol: vedevi girare queste bottiglie di vino, non si sa uscite da dove, negli autobus che ci riportavano dalle trasferte vicine. Puntualmente finivano in fondo, dove guarda caso c’erano sempre lui e Laudrup». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/aleksandr-zavarov.html
  13. OLEKSANDR ZAVAROV https://it.wikipedia.org/wiki/Oleksandr_Zavarov Nazione: Unione Sovietica Ucraina Luogo di nascita: Vorosilovgrad Data di nascita: 26.04.1961 Ruolo: Centrocampista/Attaccante Altezza: 171 cm Peso: 70 kg Nazionale Sovietico Soprannome: Sasha - Lo Zar Alla Juventus dal 1988 al 1990 Esordio: 14.09.1988 - Coppa Italia - Juventus-Ascoli 0-2 Ultima partita: 28.04.1990 - Serie A - Lecce-Juventus 2-3 76 presenze - 13 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Oleksandr Anatolijovyč Zavarov (Vorošilovgrad, 26 aprile 1961) è un allenatore di calcio ed ex calciatore sovietico e, successivamente, ucraino, di ruolo centrocampista o attaccante. È maggiormente conosciuto con la grafia russa del suo nome, Aleksandr Zavarov. Oleksandr Zavarov Zavarov nel 2009 Nazionalità Unione Sovietica Ucraina (dal 1991) Altezza 171 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1998 - giocatore Carriera Giovanili 1968-1977 Zarja Squadre di club 1977-1979 Zarja 23 (7) 1980-1981 SKA Rostov 64 (13) 1982-1983 Zarja 30 (10) 1983-1988 Dinamo Kiev 136 (36) 1988-1990 Juventus 76 (13) 1990-1995 Nancy 133 (23) 1995-1998 CO Saint-Dizier 50 (17) Nazionale 1979 Unione Sovietica U-20 1+ (1+) 1985-1990 Unione Sovietica 41 (6) Carriera da allenatore 1995-2003 CO Saint-Dizier 2003-2004 Wil 2004 Astana 2005 Metalist 2006-2010 Arsenal Kiev 2012-2016 Ucraina Assistente 2012 Ucraina Palmarès Mondiali di Calcio Under-20 Argento Giappone 1979 Europei di calcio Argento Germania Ovest 1988 Biografia Soprannominato Sacha, come lo chiamavano a Kiev, Zavarov è sposato con Olga, ha due figli, uno nato nel 1982, Oleksandr. A Zavarov piace giocare a scacchi e leggere libri. Figlio di operai, ha due fratelli, uno anch'egli operaio e l'altro conducente d'autobus. È un cristiano ortodosso ed è diplomato in educazione fisica. Arrivato a Torino, va ad abitare nella casa che era di Ian Rush, calciatore juventino appena ceduto al Liverpool. Aveva imparato l'inglese, ma durante gli anni l'ha in gran parte dimenticato. Nonostante abbia giocato per un paio d'anni in Italia, non si è mai sforzato d'imparare l'italiano, avendo assunto un interprete che traduceva per lui. Anche a causa di ciò ci furono spesso incomprensioni tra il sovietico e il tecnico Dino Zoff, è anche per questo non riesce a integrarsi mai né nel club né nella città torinese. Disadattato, Zavarov non era infatti mai riuscito a uscire dal calcio e dallo stile di vita sovietico. Durante la seconda stagione torinese, la società bianconera acquista il connazionale Sergei Aleinikov, anche per far ambientare al meglio Zavarov. Inizialmente i due diventano amici, ma dopo poche settimane quest'ultimo prende distacco anche dal sovietico di origini bielorusse. Nel 2012 si è occupato dell'organizzazione dell'Europeo in Polonia e Ucraina. Nel 2015, nonostante il richiamo alle armi da parte dell'esercito ucraino, si è rifiutato di andare alla guerra del Donbass contro i separatisti filorussi, motivando ciò con il dichiararsi pacifista nonché con il considerare la Russia come una seconda patria. Caratteristiche tecniche Giocatore «Come Maradona, Zavarov ha una tecnica incredibile, può decidere una partita in qualsiasi momento, sa organizzare il gioco e difendersi.» (Lobanovski su Zavarov nel 1987.) Zavarov nel 1988 tra i suoi due allenatori dell'epoca: il selezionatore sovietico Lobanovs'kyj (a sinistra) e il tecnico juventino Zoff (a destra) Centrocampista offensivo, trequartista o fantasista talentuoso, gioca spesso nel ruolo di regista, pur non essendo classificabile tecnicamente come tale, e con la nazionale sovietica è un centravanti arretrato, «fonte principale del gioco sovietico». Alla Juventus, Zoff lo schiera spesso a centrocampo in veste di regista ma il sovietico non si trova nel ruolo. È un giocatore di qualità, tecnico, dal buon dribbling, capace di fare finte di corpo, rapidi campi di direzione, che corre, inventa gioco, bravo a smistare i palloni ma non un costante realizzatore. Abbastanza debole in fase difensiva e dotato di un buon lancio lungo, in Italia si rivela essere lento, impacciato, poco propositivo e un mediocre realizzatore/rifinitore, incapace anche di fare movimenti senza palla, soprattutto atti allo smarcamento. Grazie ai suoi piedi e alla sua intelligenza tattica, era uno dei migliori interpreti del "calcio laboratorio" (o "laboratorio Lobanovski" o "calcio del duemila") giocato dalla Dinamo Kiev di Valeri Lobanovski, tanto che lo stesso Lobanovski lo paragona a Maradona. Esploso nel 1986 e poi confermatosi durante il campionato d'Europa 1988 come calciatore di alto livello, dalle grandi potenzialità e da aspettative anche più grandi, al suo approdo alla Juventus è considerato un «campione», un «fuoriclasse», un fenomeno. Doveva essere il leader della Juventus, ma finisce per essere un «corpo estraneo alla squadra, solitario». Calciatore triste, dal carattere timido, introverso e distaccato, è stato uno degli idoli di Andrij Ševčenko, uno dei migliori calciatori ucraini di sempre. Carriera Giocatore Club Gli inizi, Dinamo Kiev Zavarov (a sinistra) in azione con la maglia della Dinamo Kiev nell'estate 1988, alle prese con l'interista Matthäus nel corso del Memorial Armando Picchi Dopo aver esordito con lo Zorja, in prima divisione sovietica, si trasferisce al Rostov, rientra al suo primo club nel 1982, giocando nella seconda categoria dell'URSS. Nel 1983 è acquistato dalla Dinamo Kiev: con quest'ultima società vince sei titoli nazionali in cinque anni, tra cui due campionati sovietici consecutivi e la Coppa delle Coppe nel 1986, affermandosi tra i capocannonieri dell'edizione e segnando nell'occasione anche un gol in finale agli spagnoli dell'Atlético Madrid (3-0). In seguito a queste eccellenti prestazioni, nel 1986 è votato sia calciatore sovietico sia calciatore ucraino dell'anno. Giocando e segnando anche ai Mondiali messicani, è inserito nella lizza per il Pallone d'oro del 1986, classificandosi al sesto posto: qualche anno dopo, il vincitore del Pallone d'oro e suo connazionale Igor Belanov, dichiara che Zavarov meritava di vincerlo al posto suo, avendogli servito parecchi assist. In un sondaggio indetto nel gennaio 1987 dai giornalisti sovietici, Zavarov è giudicato superiore a Belanov. Conclude l'esperienza sovietica con 66 gol in 253 incontri di campionato, alla media di 1 rete ogni 4 partite. Juventus Nell'estate del 1988 per portare Zavarov in Italia, si deve negoziare sia con la Dinamo Kiev sia con il Ministero dello sport perché i calciatori sono stipendiati dallo Stato, quindi dipendono da esso. Approdato in Italia, il primo agosto annuncia in una conferenza stampa d'esser stato acquistato dalla Juventus, anticipando la società e l'allenatore Zoff. Una settimana più tardi, il suo acquisto è ufficializzato e l'operazione costa 7 miliardi di lire (5 milioni di dollari, dei quali 2 vanno al Ministero dello sport, 2 alla Dinamo Kiev, 1 allo Stato). Firma un triennale, divenendo il primo calciatore sovietico a militare nel campionato italiano. Per concludere l'affare il club bianconero mobilita anche la FIAT. Inoltre, l'ingaggio accordato nel contratto va al governo sovietico che in seguito passa a Zavarov uno stipendio mensile di 1,2 milioni di lire (circa 600 euro odierni, uno dei più bassi stipendi di tutto il calcio professionistico italiano). Per contratto la società gli fa avere una Fiat Tipo. Lo juventino Zavarov salta il leccese Righetti nel corso del campionato italiano 1988-1989 Zavarov arriva senza troppo clamore in un momento difficile per la società juventina, poiché in seguito al ritiro di Michel Platini il club torinese sta cercando un degno erede; anche perché quello precedentemente designato, Marino Magrin, non sembra all'altezza di tale compito, tant'è che il presidente Giampiero Boniperti non gli aveva assegnato nemmeno il numero dieci che era del francese e che gli spetterebbe, giocando nello stesso ruolo, preferendo dargli il meno impegnativo numero otto che era stato dello stesso Boniperti in passato. Al suo arrivo a Torino, circa lo stesso Platini, inizialmente Zavarov dichiara che «lui è stato un grandissimo giocatore, io non lo sono, forse lo diventerò, farò il possibile», ma in seguito cambia idea e afferma di essere anche migliore del francese; ben presto, tuttavia, le prestazioni che offre sul campo cominciano a dargli torto. Acquistato troppo tardi per essere inserito nella lista per le competizioni UEFA, Zavarov deve aspettare fino ai quarti di finale, a marzo, per poter sperare di giocare in Europa. A causa della sua militanza nella Dinamo, Zavarov è ribattezzato dalla stampa Alessandrino di Kiev o l'uomo di Kiev e anche come lo Zar (di Luhansk), per via del suo passato allo Zorja. Accolto calorosamente dai tifosi, il 14 settembre seguente, il sovietico debutta in casa nella sfida di Coppa Italia contro l'Ascoli (0-2), rendendosi decisivo in negativo nella sconfitta bianconera, realizzando suo malgrado un'autorete che consente agli ospiti di passare in vantaggio dopo un quarto d'ora: cinque minuti dopo è costretto al cambio per infortunio, uscendo al posto di Antonio Cabrini. Si riprende in tempo per la partita contro il Brescia in Coppa Italia: sigla una doppietta, dando l'iniziale impressione di poter essere un degno erede di Platini, poi al debutto in campionato va in gol il 16 ottobre 1988 in Juve-Cesena (2-2). Secondo il giornalista Gigi Riva, a fine stagione Zavarov sarà, assieme a Lothar Matthäus, lo straniero più positivo del torneo. Il 12 novembre successivo, Arrigo Sacchi lo convoca per un incontro della nazionale di Lega contro la Polonia a Milano (2-2), ma il sovietico si rifiuta di andare, dichiarando di essere infortunato, perché nella precedente partita contro il Milan, il tecnico rossonero l'aveva schernito. Zavarov in azione in maglia juventina nella stagione 1989-1990 Parte sottotono nella sfida contro il Napoli di Maradona (persa 3-5), giocando bene nella seconda frazione di gioco, dove riesce a fornire un assist con un passaggio filtrante (per Roberto Galia, 1-3), riuscendo poi a segnare anche il gol del parziale 2-3. Nella settimana seguente, la Juventus affronta e batte il Lecce (1-0), ma Zavarov si distingue per l'espulsione rimediata a pochi minuti dal termine per un fallo di reazione su Roberto Miggiano. Nei giorni seguenti il sovietico subisce un brusco crollo di condizione, anche a causa del fatto che era abituato a giocare in un campionato solare (da gennaio a ottobre) e quindi non si era mai riposato e il fisico aveva sorretto finché aveva potuto, nonostante anche in seguito continui a dichiarare che sta bene fisicamente. Il bilancio in questi suoi primi tre mesi è già molto deludente, inoltre si rivela allergico alle conferenze stampa e ai giornalisti, rilasciando di sovente dichiarazioni spaesate. Nella seconda parte della stagione, il tecnico bianconero schiera Zavarov prima da regista, poi da trequartista, poi da attaccante aggiunto e infine ritornando al ruolo di regista. Gioca in maniera decente solo contro il Pescara (1-1). Nel mese di marzo, il sovietico comincia a soffrire maggiormente il calcio e lo stile di vita italiano rispetto ai primi mesi, complici alcune incomprensioni. Dopo avergli confermato la fiducia, pian piano nel corso della stagione, Zoff finisce per lasciare spesso e volentieri il sovietico in panchina. Alla sua prima stagione bianconera, è poco incisivo sotto porta e a fine stagione la dirigenza juventina, considerando la stagione di Zavarov fallimentare, cerca di piazzarlo in prestito all'Hellas Verona o al Bologna e in un secondo momento sembra che il sovietico debba arrivare assieme al connazionale Sergei Aleinikov tra le file del Genoa. Nonostante fosse già pronto un contratto per il prestito a Bologna, Zavarov resta alla Juve per un'altra stagione e, onde creargli un ambiente migliore, gli viene affiancato il compagno di nazionale Aleinikov. Ritorna ad allenarsi per qualche giorno con la Dinamo Kiev. Alla sua seconda stagione alla Juventus, col paragone con Platini che continua a condizionarlo negativamente, decide che la maglia numero dieci pesa troppo sicché la cede a Giancarlo Marocchi, facendosi dare la numero nove: ciò nonostante, a posteriori Zavarov è ricordato come il peggiore numero dieci della storia bianconera. Dopo le buone prestazioni nel precampionato decide la prima sfida europea della stagione bianconera, segnando lo 0-1 contro il Górnik Zabrze. In seguito a qualche giornata decente (va in gol contro Ascoli, Udinese e il Taranto in Coppa Italia), Zavarov ha un nuovo calo di forma nel novembre 1989, ma nonostante ciò, Zoff si ritiene soddisfatto per quanto mostrato dal sovietico nei primi mesi della sua seconda stagione. Zavarov, tra i compagni di squadra Bruno (a sinistra) e Bonetti (a destra), festeggia la vittoria della Juventus nella Coppa UEFA 1989-1990 Il 10 gennaio 1990 decide la sfida valida per il terzo turno di Coppa Italia contro il Pescara (0-1) e nella settimana seguente va in gol contro la Fiorentina (2-2). Verso la fine di febbraio si stira il retto femorale destro in allenamento, dovendo stare fuori dai terreni di gioco per almeno un mese. Verso metà marzo ritorna ad allenarsi in gruppo, ma a inizio aprile non si è ancora ripreso totalmente, rischiando d'aver già terminato la stagione in anticipo. Nell'aprile 1990 le sofferenze (psicologiche più che fisiche) di Zavarov si fanno più acute e il pretesto per andarsene da Torino sarebbe un pestone rifilatogli da Maradona qualche settimana prima nella sfida a Napoli. Già ad aprile si sa che Zavarov verrà ceduto e che probabilmente la Juventus dovrà pagare l'anno che gli resta nel contratto (circa 2 000 dollari, più una buonuscita di circa 100 milioni di lire). Segna ancora contro Udinese (1-1) e nell'ultima partita di campionato a Lecce (2-3): a fine stagione conquista il double vincendo da comparsa Coppa Italia e Coppa UEFA, ma nell'arco delle due stagioni disputate con i colori della Juventus, complessivamente delude le grandi aspettative create attorno a sé. Totalizza 13 gol in 76 partite tra campionato e coppe con la società italiana. Oggi è considerato come uno dei più grandi flop (o "bidoni") del calcio italiano e uno dei peggiori acquisti nella storia della Juventus. Nancy e Saint-Dizier Nel 1990 è ceduto in Francia, nel Nancy, altra squadra di Platini di cui doveva essere l'erede, arrivando ai francesi proprio grazie alla mediazione di Le Roi, anche perché il padre di quest'ultimo, Aldo Platini, è un dirigente nel club. Gioca nel Nancy sino alla metà del decennio con risultati discreti, anche se migliori rispetto al suo periodo in Italia. Si trasferisce al Saint-Dizier, in quinta divisione francese, di cui veste la maglia fino al 1998 per poi intraprendere la carriera da allenatore. Nazionale Zavarov in azione con la maglia dell'Unione Sovietica al campionato del mondo 1990 Conta 41 presenze e 6 reti con la nazionale sovietica, messe assieme tra il 1985 e il 1990. In questo periodo è uno dei calciatori fondamentali della Nazionale. Esordisce il 7 agosto 1985 contro la Romania (2-0), realizzando il suo primo gol con l'URSS nei Mondiali 1986, alla decima presenza, contro il Canada nella fase a gironi. Con la maglia dell'URSS fu finalista a Euro '88, battuto dai Paesi Bassi, e prese parte ai mondiali di Italia '90, oltre a quelli già citati di Messico '86. Allenatore Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, tenta di fare l'imprenditore, con successi così scarsi che decide di ritornare nel mondo del calcio, per fare l'allenatore. Dopo aver fatto l'allenatore-giocatore in quinta divisione francese, nell'agosto 2003 si trasferisce al Wil, dov'è chiamato dal presidente, il suo connazionale e Pallone d'oro 1986, Igor Belanov, che ha appena rilevato la società, terzultima in classifica nella prima divisione svizzera. Zavarov però non ha la licenza per allenare e la federcalcio svizzera gli dà un permesso fino al 31 dicembre 2003. Scaduto il permesso, nel 2004 resta nel Wil e diviene direttore sportivo, lasciando la panchina a Joachim Müller. In seguito allena i kazaki dell'Astana, le giovanili dell'FK Mosca e le giovanili del Nancy (lavorando anche in una brasserie nei pressi di Nancy). Nel gennaio 2005 è ufficializzato il suo passaggio sulla panchina del Metalist. Nella stagione seguente passa all'Arsenal Kiev, ottenendo la salvezza alla prima stagione. Nel 2010, dopo aver perso 8 incontri su 10, si dimette dall'incarico. Dal 2012 è nello staff tecnico della nazionale ucraina. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato sovietico: 2 - Dinamo Kiev: 1985, 1986 Coppa dell'URSS: 3 - SKA Rostov: 1981 - Dinamo Kiev: 1984-1985, 1986-1987 Supercoppa sovietica: 2 - Dinamo Kiev: 1985, 1986 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Dinamo Kiev: 1985-1986 Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Individuale Calciatore sovietico dell'anno: 1 - 1986 Calciatore ucraino dell'anno: 1 - 1986 Capocannoniere della Coppa delle Coppe: 1 - 1985-1986
  14. GIANCARLO MAROCCHI Da Imola, classe 1965 è un centrocampista di talento sbocciato, giovanissimo, nel Bologna di Maifredi: «Maifredi è un tipo particolare, con il quale ho ottenuto successi strepitosi a Bologna. A Torino, non è stato così abile da ripetere le stesse imprese. Difficile stabilirne i motivi, lui non ha saputo reagire, noi non abbiamo saputo aiutarlo».Venne acquistato dal Bologna all’età di quindici anni, per due milioni di lire; fece la normale trafila, fino al fugace esordio in Serie B, seguito dalla retrocessione in Serie C. Ha vissuto il crollo dei rossoblu, ma anche la rinascita, partecipando a quest’ultima da protagonista.Purtroppo, non riuscì mai a scrollarsi di dosso l’immagine del Cicciobello, cioè del bambolotto: «Fu Cadè ad affibbiarmi quel soprannome; un giorno, cerca di scuotermi, mandandomi in panchina ed io non ne feci un dramma; sono sicuro che si attendeva una reazione completamente diversa da parte mia».A ventitré anni veste la maglia bianconera e, nonostante la giovane età, colpisce per essere un veterano del centrocampo: «Con Zoff mi sono trovato subito a meraviglia; ci ha messo tranquillità e ci ha trasmesso la consapevolezza di essere forti, con il suo grande carisma».Caparbio e geometrico, ma anche capace di cambi di ritmo notevoli, è centrocampista duttile bravo sia a coprire che a costruire. La sua seconda stagione bianconera, campionato 1989-90 è addirittura straordinaria: viene naturale paragonarlo a Tardelli, per la sua grande capacità di giocare e segnare per una Juventus che, grazie anche alla sua continuità, vince sia la Coppa Italia, sia la Coppa Uefa.«Sono arrivato in punta di piedi e con non poche preoccupazioni. Venivo dal Bologna, non avevo esperienze solide di Serie A. Ricordo benissimo il mio arrivo in sede per firmare il contratto: c’era mia moglie con me, eravamo tutti e due molto preoccupati. Qui, dicevamo fra di noi, chissà come andrà a finire; poi, a conti fatti, si è dimostrata la scelta migliore della mia vita calcistica, Mi sono trovato benissimo con i compagni, molti dei quali erano nuovi, come me. E mi sono ambientato subito a Torino, cosa che ritenevo tutt’altro che scontata. La società? Dico solo che si è dimostrata all’altezza della sua fama».Grazie a queste grandi prestazioni, riesce a conquistare la maglia azzurra proprio alla vigilia di Italia ‘90. Non avrà molto spazio nel Mundial, ma si riprenderà dalla delusione diventando una colonna della Juventus. Il Trap lo schiera terzino sinistro e Marocchi è ancora trascinatore nella conquista di un’altra Coppa Uefa nel 1993 e poi, nella piena maturità, da un contributo importante anche nella conquista del suo primo scudetto, che è poi anche il primo dell’era Lippi, nella stagione 1994-95.A completare un albo d’oro eccezionale arriverà addirittura, l’anno dopo, la Champions League, in veste di utile comprimario ma, lasciando il segno con uno splendido goal a Glasgow, nella goleada contro i Rangers.Lascia la Juventus per tornare nel suo Bologna all’indomani del trionfo sull’Ajax, dopo aver giocato 319 partite e segnato venticinque reti. Tra i fedelissimi di tutti i tempi.ANGELO CAROLIÈ un ragazzo bolognese molto sveglio, dotato di spirito agonistico, di forte personalità, di buonissima tecnica (calcia di preferenza con il sinistro), valido anche nel gioco di testa, capace di concludere un’iniziativa offensiva con tiro oppure (virtù molto rara) di andare a fondo campo e suggerire il pallone indietro, al collega che si propone in area di rigore. La dote che più mi colpisce è l’essersi adattato a un ruolo non suo, che lo obbliga a operare in zona più arretrata e a frenare le naturali inclinazioni a un costante schema offensivo.In un pomeriggio di autunno, durante la trasmissione “Grande calcio”, realizzata da “Radioreporter 93”, propongo a Marocchi una scommessa: due bottiglie di Cliquot Ponsardin che entro l’anno debutterà in Nazionale! Lui sorride, accetta la scommessa ed io vince le due bottiglie, prima che i bengala illuminino la notte di San Silvestro.NICOLA CALZARETTA, “GS” DELL’OTTOBRE 2015Giancarlo Marocchi, nato il 4 luglio. Per lui, l’anno è il 1965. Un cinquantenne fresco fresco, ciuffo biondastro sulla fronte, acconciatura mai modificata come testimonia la raccolta Panini. Le annate da consultare vanno dal 1984 al 2000, da Bologna a Bologna, passando per la Juventus. Con alcuni buchi, però. «Lo so, nella raccolta 1995-96 non c’è la mia figurina con la maglia bianconera. Non ero tra i titolari, ma la verità è che per ogni squadra c’erano solo sedici giocatori. Mancava anche Jugović, che realizzò il rigore decisivo nella finale di Champions a Roma». Non c’è che dire, ha la risposta sempre pronta Cicciobello (nickname affibbiatogli da Giancarlo Cadè, uno dei suoi primi allenatori nel Bologna degli anni Ottanta), perché sveglio e veloce nell’apprendere e nel mettere in pratica lo è sempre stato. In campo e anche fuori. Bella carriera, divisa tra Bologna e Juventus, con un pizzico di azzurro che non guasta. Una promozione in A con i rossoblu, uno scudetto, due Coppe Italia, due Coppe Uefa e la Champions. Ci incontriamo a Milano Marittima. Qui ha la sua residenza estiva, poche le concessioni esotiche. «Uno pensa: smetto di fare il calciatore e vado in giro per il mondo per le vacanze. Sbagliato: me ne sto sull’Adriatico per tutte le ferie». Per le altre stagioni la sua vita si divide tra l’amata Bologna, dove risiede e gli studi milanesi di SKY, opinionista brillante e pungente, con tanto di scontro in diretta TV con Mario Balotelli, un paio di anni fa.Ma tu ne capisci di calcio? (risata) «Balotelli replicò così a una mia critica precisa che esigeva invece una risposta circostanziata e non frasi fatte mandate. Insomma, lo colpii nel segno e lui sbottò con quella domanda».Dunque, implicitamente affermi che di calcio ne capisci. (altro sorriso) Sì, sì. E posso dire anche molto, perché la mia è una visuale completa frutto delle varie esperienze fatte. Prima il calciatore, poi il dirigente, quindi l’opinionista. Riesco a giudicare la stessa azione da più punti di vista. A ogni modo, grazie a quella reazione di Balotelli per due giorni sono diventato famosissimo».Famoso lo eri già. «Credo di sì. Qualcosa ho fatto e ho vinto».Diverse coppe, ma un solo scudetto con la Juventus, un po’ poco. Perché? «Perché in quegli anni vincevano l’Inter dei record, il Milan di Sacchi e degli olandesi e il Napoli di Maradona. Noi per un certo periodo eravamo un passo indietro».Non ti rode? «No, ero comunque alla Juventus, al top. Sono stato talmente bene, sia dal punto di vista professionale che ambientale, che non ho nessuna recriminazione. La carriera di ogni giocatore è grosso modo segnata e non ci si deve mai girare indietro. Le decisioni, anche la giocata da fare in campo, si prendono all’istante».Sicuro di non avere nessun rimpianto? «Sicuro. C’è solo una cosa che vorrei poter cambiare».E cioè? «1990, stagione fantastica. Due coppe con la Juve e poi la convocazione per il Mondiale in casa. Ero felicissimo, ma a Italia ‘90 non giocai neanche un minuto. Ero spompato, avevo esaurito la benzina. Ecco, potessi tornare indietro, mi metterei la testa del 1998».Per gestirti meglio? «Proprio così. Magari non avrei giocato lo stesso, ma avrei saputo dosare gli sforzi e arrivare a quell’appuntamento così importante in condizioni migliori. Il guaio è che accadde tutto così di corsa, che solo oggi, a mente fredda, mi rendo conto di come gli eventi siano corsi con una velocità pazzesca».In due anni ti sei ritrovato dalla Serie B con il Bologna a un Mondiale vestito di azzurro. «Proprio così. Anche Io stesso trasferimento alla Juve nel 1988 si risolse in una fiammata».Come andò? «Conquistata la promozione in Serie A con il Bologna, il presidente Gino Corioni e il Direttore Sportivo Nello Governato, senza nessun avviso, mi portarono in macchina a Torino. All’epoca non avevo agenti, né procuratori. Non mi servivano. Per me il mondo iniziava e finiva a Bologna».Non avevi ambizioni? «Non è tanto quello. Un calciatore, ma direi ogni sportivo deve avere delle ambizioni, perché il bello sta nell’andare sempre un passo in là, nel salire un gradino in più, insomma nel migliorarsi. Questo vale per tutti gli ambiti, nello sport ancora di più».E allora? «Sono nato e cresciuto con il rossoblu addosso. Sono sempre stato tifoso del Bologna. La passione me l’ha trasmessa mio padre, che ha potuto vedere dal vivo lo squadrone dell’ultimo scudetto, quello che “giocava in Paradiso”. Sono cresciuto con il mito di Bulgarelli e Pascutti. Tutte le domeniche eravamo allo stadio. Il sogno era di indossare quella maglia, prima o poi».Sogno realizzato. «A me bastava quello. Sono entrato a far parte del vivaio del Bologna molto presto. Abitavo a Imola e mi andavo ad allenare in treno. Mi portavo dietro anche i libri, ma alcune volte la stanchezza mi vinceva. Una volta mi addormentai e scesi due fermate dopo. A diciassette anni ero già in prima squadra. Ho conosciuto personaggi fantastici: Adelmo Paris, Antonio Logozzo, Franco Fabbri, Livio Pin, Sauro Frutti. Su tutti metto però Gianluca De Ponti, con cui ho condiviso la camera le prime volte. Grandissimo fumatore. Si svegliava alle otto e subito una Muratti per colazione. Insomma, in mezzo a questa gente c’ero anch’io».Certo un Cicciobello tra questi califfi si fa fatica a vederlo. «Il soprannome in realtà si fermava alla prima impressione. Sono sempre stato biondo con una grande facciona e due belle gote. Ero tra i più giovani. Ma in campo ero proprio il contrario del bambolotto pacioso. Ho sempre giocato con applicazione e quella dose di cattiveria agonistica necessaria per stare a galla su certi campi. I bravi maestri non mi sono mai mancati».A chi ti riferisci? «Agli allenatori Cervellati e Giuseppe Vavassori, che mi hanno fatto esordire. All’esempio dei compagni più esperti. E poi i mille racconti di un calcio che oggi non c’è più. Si marcava a uomo e i duelli iniziavano già nel sottopassaggio. Minacce più o meno velate, tacchetti più appuntiti, accorgimenti tattici giusto per rendere la vita ancora più dura all’avversario di turno».Sicuro che oggi sia diverso? «Sì. Nei ritiri si giocava a carte, si discuteva, si stava più tempo insieme. Per telefonare c’erano le mitiche cabine. Non è un giudizio. Erano tempi diversi».Quelli sono stati anche i tuoi primi tempi di calciatore. Che ricordi conservi? «Il mio primo anno non fu positivo: il Bologna retrocesse in C. Ma già la stagione successiva ci riscattammo tornando subito tra i cadetti ed io giocai per quasi tutto il campionato. Lo stadio era sempre pieno, nonostante la caduta. E sai perché? Perché il Bologna ha nel suo DNA il bel gioco. Il pubblico vuole divertirsi, la categoria gli interessa fino a un certo punto».Dopo poche stagioni sei già uno dei punti fermi. «A vent’anni ero tra i titolari. Giocavo in B. Non mi mancava niente. E invece ancora non avevo fatto i conti con Eraldo Pecci».In che senso? «Fu lui che mi dette la vera scossa. Successe quando tornò a giocare in rossoblu, nel 1986. Un giorno mi prende e mi fa: “Mi dà l’impressione che a te non interessi vincere o perdere. Ti basta giocare. E invece no, si va in campo per vincere”».E tu? «Io rimasi colpito. Folgorato. Sono quelle frasi che ti restano appiccicate addosso e che ti cambiano. È stata la svolta della mia carriera. Ho fatto il salto di qualità, ma la qualità della vita è cambiata in peggio, perché da quel momento sono diventato calciatore».1988: il Bologna è promosso in A. «Altro sogno che si avvera. Facemmo un campionato stupendo con la guida di Gigi Maifredi. Un’annata eccezionale: bel gioco, vittorie, critiche positive. Per me, la grande soddisfazione di aver potuto dare il mio contributo. Tutto bello, mancava solo l’esordio in Serie A con la maglia del Bologna».E invece ecco il viaggio in auto verso Torino. «Non fui rapito, né avevo le bende agli occhi. Con me c’era anche Barbara, con cui mi ero sposato da un anno. Fu tutto così veloce da non avere avuto neanche il tempo di capire quel che mi stava accadendo. Avevo ventitré anni e già la mia carriera viaggiava fortissimo».Bologna-Torino tutta di un fiato? «Forse ci fermammo per un caffè, ma non ci furono tappe intermedie. Ricordo che parcheggiammo davanti alla sede della Juventus, entrammo nell’ufficio di Boniperti, strette di mano, sorrisi. Io mi limitai a firmare il contratto. E via per il viaggio di ritorno».Sensazioni? «Incrociai lo sguardo di mia moglie. Un po’ di preoccupazione c’era. Forse mi avrebbe fatto bene rimanere un altro anno a Bologna, pensai. Ma furono sensazioni del momento. Ero alla Juventus ed ero contento».Come furono i primi momenti in bianconero? «Ho ricordi molto belli. I compagni mi accolsero benissimo ed io ci misi molto poco a entrare in sintonia con l’ambiente. La cosa strana è che arrivi alla Juve e credi di trovare nello spogliatoio il decalogo dei comportamenti: capelli corti, rispetto per i ruoli, puntualità, l’educazione. Niente di tutto ciò, nessuno ti dice nulla. Lo impari da solo».Cosa c’è di particolare in quell’ambiente? «La storia, la tradizione, il prestigio che deriva dal legame viscerale con la famiglia Agnelli. Io sono arrivato nella Juve dell’Avvocato e ho giocato le ultime stagioni con la Juve del dottor Umberto. Senti la presenza della “famiglia”, la percepisci, ti serve da ulteriore sprone. Ti entra il tarlo della vittoria».Il momento in cui ti rendi conto di tutto questo? «Quando indossi la maglia bianconera. È una cosa misteriosa e magica, difficile da spiegare. Metti la maglia e sai che se pareggi o perdi, non sei stato degno di averla indossata e ti avvolge una sensazione di disagio. Se vinci, hai fatto solo il tuo dovere».Riuscivi a gustarti le vittorie? «Poco. Era così. Lo è stato per me come per tanti miei compagni, anche gli ex più recenti come Del Piero. La troppa velocità e quella sensazione di normalità che accompagnava i successi non mi hanno mai consentito di gustare pienamente la conquista. E questo un po’ mi dispiace. Così come mi rode non avere nessun ricordo del mio esordio in A. Ho in mente solo l’avversario, il Como, e il risultato finale, 3-0 per noi. Poi il buio».Nel 1990, ecco le tue prime coppe bianconere. «Il grande merito fu di Dino Zoff e del suo carisma. Mi immaginavo come sarebbe stato bello giocare con uno come lui: a quarant’anni era riuscito a vincere un Mondiale. Zoff è stato un grandissimo allenatore. Sapeva motivarti al massimo con una naturalezza incredibile. Prima di ogni partita, chiunque fosse l’avversario, diceva: “Dobbiamo vincere”. Aveva la presunzione calcistica, caratteristica che ho cercato di fare mia».Hai un aneddoto particolare che ti lega a lui? «Dopo la partita di Coppa Uefa contro l’Oţelul Galaţi, dove ero praticamente all’esordio, tra l’altro cavandomela anche bene, lui nell’allenamento successivo mi fece un cazziatone, perché durante la partita mi ero preso con un avversario. Il messaggio fu forte e chiaro: la mia squadra aveva rischiato di restare in dieci. Questo era più importante della buona prestazione».Non era una gran Juve, quella del 1990. «Avevamo davanti almeno tre squadre. Ma la Coppa Italia la vincemmo battendo il Milan di Sacchi e degli olandesi, la Coppa Uefa superando in finale la Fiorentina di Baggio. Eravamo comunque forti e motivati».Chi metti tra le delusioni e chi tra le note più positive di quella Juve? «Zavarov non mantenne le promesse. Buon giocatore, ma totalmente spaesato. Era un uomo di Lobanovs’kyj, pendeva dalle sue labbra, un altro mondo e un’altra cultura. Tra i più metto Rui Barros, una formica atomica vera. Spuntava dappertutto. Non sapevi mai dov’era e credo che nemmeno lui a volte lo sapesse. E poi c’era gente come Galia, De Agostini, Tricella. Più Totò Schillaci, che aveva una fame incredibile».Nel febbraio 1990 si era dimesso Boniperti. «Di tutto quel che succedeva a livello di società, a noi della squadra non arrivava nulla. C’era il massimo rispetto dei ruoli. Per noi c’era Zoff che sapeva come tenerci sulla corda e guidarci».Ma Boniperti alla squadra non hai mai fatto trapelare niente? «No, ma questo non significa che non c’erano rapporti personali. Io e il presidente siamo molto legati, nelle occasioni di incontro c’è grande affetto e simpatia, anche perché siamo nati lo stesso giorno: il 4 luglio».Primi due anni alla Juve, due Coppe e la Nazionale che è favorita per il Mondiale in casa. «Non male, no? Ma si torna al discorso della velocità. Che ha caratterizzato anche il mio arrivo in Nazionale, bruciando le tappe. Non so se è un record, ma dal mio debutto in A alla prima in azzurro passò pochissimo tempo».Torniamo alla Juve. L’addio di Boniperti portò al ribaltone societario e tecnico con l’arrivo di Maifredi. Per un flop epocale. Che ci dici al proposito? «Va detto che Maifredi fu una scelta di Boniperti e non della nuova dirigenza. Sono in difficoltà tutte le volte che si tocca quest’argomento. Io ho avuto Gigi al Bologna. L’ho detto, quella fu una stagione eccezionale, irripetibile, dove tutto filò per il verso giusto. E lui poté procedere spedito per la sua strada con il suo 4-3-3 che faceva divertire ed era vincente».Alla Juve invece? «Sarebbero occorsi dei cambiamenti, anche da parte sua, che invece non ci furono. Credeva che bastasse l’entusiasmo, la voglia di riscatto, che prima o poi i risultati sarebbero arrivati. In realtà, la squadra era squilibrata. Häßler, per dire, non poteva fare la mezzala. Gigi non ha saputo leggere la situazione che, a un certo punto, è precipitata».Ma lo spogliatoio era unito, tutti remavano dalla parte dell’allenatore? «Sappi una cosa: in una squadra perché le cose funzionino e per arrivare anche a raggiungere dei risultati, è necessario che nello spogliatoio, più della metà dei giocatori abbia la consapevolezza che il calcio è un gioco di squadra. In quella Juve, anche lì, questa soglia allo scudetto minima c’era e nessuno remava contro».Forse Tacconi la pensa diversamente. «Non credo che Tacconi abbia mai preso goal apposta per punire l’allenatore. È stata una stagione fallimentare con colpe di tutti».Magari ci fosse stata una società più forte dietro Maifredi. «Magari. Tuttavia il Mister ha avuto dalla società quello che tutti gli allenatori sognano: carta bianca».Cosa rimane nella testa di Marocchi dopo quella stagione? «Una grande delusione, amarezza per i tifosi, il peso della maglia che raddoppia. Ma anche le serate trascorse in camera con Häßler a cercare di comunicare in inglese. Pessimo il suo, pessimo il mio, credo che il più delle volte abbiamo fatto finta di capirci».Estate 1991, si torna all’antico con Boniperti e Trapattoni. «L’Avvocato Agnelli corse subito ai ripari. Fui contento del ritorno del presidente».Quanto al Trap? «Lui era la Juve, aveva vinto tutto. Ero curioso, ho scoperto un uomo con una voglia contagiosa di pallone e con un’incredibile capacità di gestire lo spogliatoio. Ma di lui ricordo anche due clamorosi abbagli».Avanti, prego. «Il primo, più eclatante, è quello di non aver capito che il leader di quella squadra era Vialli. Per il Trap, prima venivano Baggio e Möller, quei giocatori che secondo lui gli potevano risolvere la partita. Vialli ne soffriva, ma il Mister non ha saputo leggere la situazione».L’altro abbaglio? «Quello di farmi giocare terzino sinistro».Come andarono realmente le cose? «Niente di particolare. Lui aveva bisogno di coprire al meglio quel ruolo e me lo propose. Io ho sempre avuto il massimo rispetto per l’allenatore e per le sue scelte. In primis il rispetto dei ruoli. Sono stato educato così e lo sport ha rafforzato questa mia caratteristica».Non hai mai discusso, insieme alla squadra o con l’allenatore, per l’impostazione di una partita? «Meno spazio hanno i giocatori, meglio è. Ne va dell’autorevolezza e del ruolo del tecnico. Anche lo schema più brutto, anche l’idea più raccapricciante, va messa in pratica con il massimo impegno. Poi magari in campo i giocatori trovano l’adattamento migliore».Torniamo all’esperimento del Trap. «Ci ho messo tutta la buona volontà, ma la testa si rifiutava. Non mi sentivo utile in quella posizione. Ho sempre fatto il centrocampista, ora più mezzala, ora più trequartista. E credo di essermela sempre cavata bene grazie a buona tecnica e velocità di pensiero».Trapattoni non si ricordava che avevi avuto anche il dieci di Platini. (ride) «Andiamoci piano. Il mio era un dieci depotenziato. La verità è che non lo voleva nessuno. Zavarov era affezionato al nove, Rui Barros non si staccava dal suo otto. Comunque sia, il terzino sinistro per un po’ l’ho fatto, poi anche il Mister si è convinto. Ma non sono stato io a dirgli che preferivo tornare nel mezzo».Tra parentesi, hai anche segnato dei bei goal giocando nel tuo ruolo naturale. «E la cosa incredibile è che spesso li fanno vedere e rivedere in televisione. E c’è Marchegiani che si arrabbia con me, perché tra le reti più teletrasmesse c’è pure quella che realizzai nel 4-3 all’Olimpico in Lazio-Juve: “Sembra che tu mi abbia fatto decine di goal” e invece è sempre lo stesso».Nel 1993 vinci la tua seconda Coppa Uefa. «Altra immensa gioia e un grazie particolare a Roberto Baggio. Ho giocato con lui anche a Bologna. È la bellezza pura del calcio. È andato al di sopra del reale con la sua classe e con la sua fantasia».Passa un anno e altro ribaltone in casa Juventus. «Qui ne avemmo maggiore cognizione. Io ero uno degli anziani. La palla era passata dall’Avvocato al fratello Umberto, che volle uomini di sua fiducia».E nacque la Triade. «Bettega era il nuovo Boniperti, l’ex bandiera che rappresentava la juventinità sempre e comunque. Moggi era il miglior dirigente calcistico sulla piazza e per la Juve, che doveva tornare a vincere lo scudetto, era il passaggio obbligato. Giraudo era il manager a tutto tondo, a mio avviso, il vero innovatore di quel nuovo assetto dirigenziale».E poi Marcello Lippi. «Aveva idee e fame di vittoria. Sapeva di essere a un punto decisivo della sua carriera. Aveva fatto la gavetta, con esoneri annessi. Il migliore tra tutti i tecnici che ho avuto. Quello più completo e vincente. Capace di letture immediate della partita e della situazione».Mi puoi fare un esempio concreto? «Quando capì che aveva in mano una squadra potente, che correva il doppio dell’avversario, che aveva voglia di azzannare la gara, non si fossilizzò sullo schema di partenza, che era il 3-5-2. Tolse un difensore e mise un attaccante. Come a dire: vista la squadra che ho, non voglio certo essere io a tenerla legata indietro».Hai parlato di potenza e ti cito Ventrone. «Anche questa è storia. Vincente. Ricordo sempre lo stupore nel vedere, il primo giorno di ritiro, una palestra mai vista prima. Iniziammo a fare un lavoro totalmente diverso, massacrante ma produttivo».Credevate di vincere lo scudetto? «La Juve è sempre favorita, lo sanno tutti. All’inizio non lo credevamo. Poi c’è scoppiata in mano la forza travolgente di una squadra, dove oltre il 70% dei giocatori pensavano al calcio come sport di squadra».Nel 1995 ecco scudetto e Coppa Italia, l’anno dopo la Champions. E tu? «Io gioco di meno, mi metto a disposizione del Mister e della squadra. Perché comunque sapevo di essere importante. Non solo perché me lo diceva Lippi. Sia che giocassi, sia che andassi in panchina, sia quelle poche volte in cui sono andato in tribuna».Mi viene il sospetto che tu abbia sempre fatto parte della maggioranza positiva dello spogliatoio. «Modestamente sì. Non ho mai sopportato chi non accetta le decisioni dell’allenatore e sbuffa o fa cose peggiori quando viene sostituito. Io nello spogliatoio ho sempre detto tutto ai compagni. Con chiarezza e decisione. In quella Juve di Lippi, il gruppo era al top. Non ci sono mai stati richiami sui comportamenti. Semmai ci si incazzava per le posizioni non tenute in campo o per i movimenti sbagliati».Con la Champions vinta, chiudi con la Juve. «Come sigla finale niente male. A cui si aggiunge un’altra piccola soddisfazione: essere riusciti a strappare alla Triade un premio vittoria altissimo, quasi un anno del mio ingaggio. Da una parte io e Vialli, di là loro tre. Riunioni lunghissime. Una volta si arrabbiarono a turno e uscirono uno alla volta dalla stanza. Rimanemmo soli io e Luca, ma alla fine si vinse».A proposito di Triade e di quel che è emerso una decina di anni dopo, che idea ti sei fatto di Moggi? «Contestualizzo la vicenda e dico che era un momento in cui c’era, forte, la tendenza a pensare di poter trarre dei vantaggi dal “fuori campo”. In questo Moggi era sicuramente il più strutturato, non a caso il più copiato e che qualcuno aveva anche tentato di strappare alla Juve. Parlava con i designatori, incideva sui media, pilotava i processi televisivi. Detto questo, mi chiedo: ma veramente tutto questo ha potuto far cambiare un risultato in campo? È il dubbio che mi rimane».Addio Juve e ritorno all’amata Bologna. «L’idea fu mia. Chiamai Oriali, che all’epoca era dirigente rossoblu. Gli dissi che avevo una gran voglia di tornare. Trovato l’accordo, il passo più difficile fu convincere Ulivieri. Lui era dell’idea che la mia fosse una scelta di comodo. Venivo dalla Juve, cosa me ne fregava del Bologna? All’inizio mi fece la guerra, poi gli dimostrai che si stava sbagliando».E da lì è nato l’amore. «Ulivieri è il più intelligente e raffinato tra i miei Mister. A lui interessa la perfezione. Lo schema, la giocata. Poi se si vince, meglio. Con lui mi sono divertito anche a parlare di politica».Che bilancio fai della tua seconda vita rossoblu? «Più che positivo. Ho recuperato il rapporto con i tifosi. Nel mio cuore è rimasto l’applauso che mi ha accompagnato nell’ultima partita. Un’ovazione di cinque minuti che mi ha ripagato dell’unica delusione patita, quella di non aver raggiunto la finale Uefa nel 1999».Il calcio cosa ti ha dato? «Alcuni dolori e molti racconti. Tra i primi penso a Gaetano Scirea, alla notizia della sua morte che ci arrivò sul pullman di ritorno da Verona. Tutto il mondo sapeva, noi no. E tre giorni dopo di nuovo in campo al Comunale e quel gagliardetto messo al centro dell’area di rigore. Scirea era lì, quella sera, mi emoziono ancora. E poi Andrea Fortunato. Lo vidi l’ultima volta pochi mesi prima che se ne andasse. Avevamo giocato a Roma, così alcuni di noi decisero di raggiungere Perugia per andarlo a salutare. Una storia straziante».E tra i racconti? «Le storie del Brasile sentite dalla voce di Julio Cesar, della gioia che dà il calcio a chi non ha altro per cui gioire e quelle della guerra civile nella ex Jugoslavia ascoltate, con pudore e in silenzio, da Jugović».Un’ultima domanda: che cosa chiedi per te? «Dopo questa intervista, spero che Balotelli si sia convinto che di calcio ne capisco». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/07/giancarlo-marocchi.html
  15. GIANCARLO MAROCCHI https://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Marocchi Nazione: Italia Luogo di nascita: Imola (Bologna) Data di nascita: 04.07.1965 Ruolo: Centrocampista Altezza: 179 cm Peso: 76 kg Nazionale Italiano Soprannome: Cicciobello Alla Juventus dal 1988 al 1996 Esordio: 21.08.1988 - Coppa Italia - Cosenza-Juventus 0-0 Ultima partita: 20.04.1996 - Serie A - Inter-Juventus 1-2 319 presenze - 25 reti 1 scudetto 2 coppe Italia 1 supercoppa italiana 1 coppa dei campioni 2 coppe Uefa Giancarlo Marocchi (Imola, 4 luglio 1965) è un dirigente sportivo, commentatore televisivo ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Giancarlo Marocchi Marocchi alla Juventus nel 1990 Nazionalità Italia Altezza 179 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 14 maggio 2000 Carriera Giovanili 19??-19?? Bologna Squadre di club 1982-1988 Bologna 171 (13) 1988-1996 Juventus 319 (25) 1996-2000 Bologna 116 (5) Nazionale 1988-1991 Italia 11 (0) Palmarès Mondiali di calcio Bronzo Italia 1990 Carriera Club Muove i suoi primi passi nel Bologna, squadra che lo preleva dalle giovanili dell'Imola, sua città di origine, e con il quale esordisce, non ancora diciassettenne, in Serie B nel campionato 1982-1983. Dopo la retrocessione dei felsinei in Serie C1 diventa titolare, riconquistando la promozione fra i cadetti e disputando altre quattro stagioni in rossoblù, emergendo al contempo come uno dei punti di forza del centrocampo petroniano. Marocchi al Bologna nel 1988, alle prese con il triestino Strappa. Nel 1987-1988 è tra i trascinatori della squadra verso una promozione in Serie A che mancava alla società bolognese da sei anni. In seguito passa alla Juventus per 4,5 miliardi di lire, club nel quale diventa subito titolare senza saltare alcuna partita del campionato 1988-1989. Nella sua seconda stagione a Torino, 1989-1990, conquista i suoi primi trofei grazie al double continentale composto da Coppa Italia e Coppa UEFA; a tali successi seguono un'altra Coppa UEFA nell'edizione 1992-1993, il double nazionale formato dallo scudetto - assente in casa bianconera da nove anni - e da una seconda Coppa Italia nell'annata 1994-1995, e, nell'ultima sua stagione in maglia juventina, la Champions League 1995-1996, non prendendo tuttavia parte alla vittoriosa finale di Roma contro gli olandesi dell'Ajax. Tornato al Bologna nell'estate del 1996, disputa altri quattro campionati in maglia rossoblù, raggiungendo con la squadra emiliana la semifinale di Coppa UEFA 1998-1999; qui, nella sfida di ritorno al Dall'Ara contro i francesi dell'Olympique Marsiglia, riceve un'espulsione rimediando quattro turni di squalifica. Con i bolognesi chiude definitivamente la carriera nel 2000, all'età di trentacinque anni. In diciotto stagioni da professionista ha disputato 500 partite in campionato con 33 reti; 287 con il Bologna (18 reti) e 213 con la Juventus (con 15 reti). Le presenze in Serie A sono 329 (213 con la Juventus e 116 con il Bologna) con 20 reti. Nazionale Marocchi (secondo da destra) assieme a De Agostini, Tacconi e Schillaci nel ritiro degli azzurri, durante il campionato del mondo 1990. Il 22 dicembre 1988 è convocato in nazionale dal commissario tecnico Azeglio Vicini, esordendo da titolare nella gara vinta per 2-0 contro la Scozia. Disputa, tra il 1988 e il 1991, 11 partite in azzurro, ed è tra i convocati per il campionato del mondo 1990 organizzato in Italia; tuttavia, non scende in campo nel corso della manifestazione, chiuso nel ruolo da Giannini, Berti e Ancelotti nonché dal compagno di squadra in bianconero De Agostini. Marocchi esce definitivamente dal giro azzurro dopo che a Vicini subentra Arrigo Sacchi. La sua ultima partita in nazionale risale al 13 febbraio 1991, a Terni, contro il Belgio (0-0). Dopo il ritiro Terminata l'attività agonistica, in un primo tempo abbandona il mondo del calcio per poi comunque tornarvi all'interno del Bologna dove ha rivestito più ruoli: osservatore, team manager, direttore generale e, dal 2006 fino a maggio del 2010, responsabile tecnico del settore giovanile. Diventa poi commentatore tecnico per Sky Sport. Palmarès Club Marocchi solleva il trofeo della Coppa Italia 1994-1995 vinta con la Juventus Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Bologna: 1987-1988 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1989-1990, 1994-1995 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1994-1995 Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 1995 Competizioni internazionali Da destra: Marocchi, Ravanelli e Torricelli festeggiano il successo juventino nella UEFA Champions League 1995-1996 Coppa UEFA: 2 - Juventus: 1989-1990, 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intertoto UEFA: 1 - Bologna: 1998 Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica italiana «Di iniziativa del presidente della Repubblica» — 1991 Medaglia d'argento al valore atletico «3º classificato nel campionato mondiale (brevetto 1452)» — 1990 Medaglia di bronzo al valore atletico «Campione italiano professionisti (brevetto 14628)» — 1995
  16. ROBERTO GALIA Dire cose importanti in perfetto silenzio è un privilegio degli uomini veri – afferma Maurizio Crosetti su “Hurrà Juventus” del maggio 1992 –. Dirle senza urlare, in un calcio ricco di eccessi, è impresa titanica. Eppure, Roberto Galia percorre questo strano mondo da tanti anni ed è riuscito a non cambiare, a non fare deroghe. Il bello è che, la sua, non è l’umiltà un po’ appiccicosa e retorica dei vinti, ma una serenità che deriva dalla piena coscienza dei propri mezzi e dei propri limiti; una «scheda» personale che il centrocampista bianconero tiene a mente e usa come cartina di tornasole della realtà: «Mi conosco, so di non essere un fuoriclasse ma un giocatore prezioso forse sì. Ho cambiato diverse maglie, sono sempre andato d’accordo con i miei allenatori e sempre ho avuto la precisa sensazione di essere utile. Non è poco». No, non lo è. Troppo comodo incantare le platee in virtù delle doti naturali, della classe indiscutibile. Se nasci Platini o Baggio, la vita puoi complicartela solo tu. Ma se nasci Galia, tutto è più difficile dall’inizio: «Me ne accorsi appena arrivato alla Juventus. Quando toccavo il pallone, dalle tribune si alzava una specie di mormorio che pian piano diventava contestazione aperta. Quella sfera mi bruciava tra i piedi; avevo paura di sbagliare, non ci capivo più nulla». Altri si sarebbero smarriti. Avrebbero deciso che la Juventus non faceva per loro. Roberto ha continuato la scalata con lo spirito del gregario: «Devo ringraziare Zoff e Maifredi, cioè i tecnici che mi hanno dato coraggio a dispetto del giudizio generale. E aver convinto gli scettici è stata la mia vittoria più importante». Galia è un mix di saggezza popolare e tenacia. Nato a Trapani ma cresciuto a Como, sintetizza il meglio di due anime. Altra impresa notevole, in tempi di leghe e beghe, nord-sud: «Sono legato alla Lombardia, però non posso dimenticare la mia terra. Le esperienze di vita e sportive mi hanno insegnato che in ogni luogo ci sono persone ricche di contenuti e degne di essere conosciute. Il razzismo è davvero un atteggiamento assurdo». Esistono giocatori che ogni allenatore vorrebbe. Ecco, Galia ne è il prototipo: Perché sa soffrire, capisce la partita, è tatticamente sagace, difende e attacca. E ha due piedi più che dignitosi. Non a caso ha segnato, da centrocampista-difensore, quindici gol in Serie A. L’ultimo «importante», contro l’Inter, addirittura da antologia: scatto «alla Schillaci», pallonetto «alla Baggio» e palla in rete. Boato della folla, quella stessa che non poteva vederlo: «Segnare è sempre importante, tifa sentire bene: ed io sono abbastanza abituato a segnare». E difatti la Juventus ha vinto la Coppa Italia del ‘90 proprio grazie a una prodezza di Galia, a San Siro contro il Milan. Oltre 250 partite in serie A, più di cento con la maglia bianconera. Eppure di copertine ne sono arrivate poche, di titoloni ancora meno. E ogni estate, il mediano gregario sente pronunciare il proprio nome tra quelli che potrebbero cambiare squadra. Salvo non cambiarla mai: «Sono abituato anche a questo e non ci bado, i giornalisti fanno il loro mestiere ed io credo che esista molta verità in quello che scrivono: ogni anno rischio di andar via, perché ci sono squadre e allenatori che mi vogliono». Parole pronunciate senza un filo di presunzione o arroganza. Ma è un dato di fatto che quelli come Galia, contino più delle presunte stelle. Forza del cosiddetto «rendimento». O, per dirla con uno slogan pubblicitario, della «qualità costante nel tempo». «Il mio gioco» spiega Galia «ha pochissimi lampi e, quando mi riesce qualche numero a effetto, la gente si stupisce. È successo in occasione del gol all’Inter: nessun problema. Però io credo di offrire un contributo sicuro. I miei campionati non sono quasi mai condizionati da alti e bassi». «È un giocatore ideale» spiega Trapattoni «perché con lui si va sul sicuro. Lavora con grande applicazione e altissimo senso professionale, non si fa mai trovare impreparato, è un titolare a tutti gli effetti anche quando non gioca. Ho sempre detto che per conquistare gli scudetti serve gente così. Un allenatore ha bisogno di certezze, deve poter ottenere un rendimento medio garantito: il principale segreto del successo è la costanza. Certo, poi devono scattare altri meccanismi, servono i colpi risolutivi, ma senza la base ogni discorso è inutile. Pensando alla squadra come a una casa, direi che Galia è un pezzo delle fondamenta». Anche i compagni apprezzano questo siciliano di poche parole. «Come carattere siamo diversi» dice Tacconi «ma lo stimo molto. È un ragazzo intelligente, un gran lavoratore. E ha carattere. Roberto è sempre stato al proprio posto: una dote rara». Esiste poi un’ultima qualità, forse la principale. L’educazione, la maturità di chi non ha mai fatto polemiche se relegato in panchina. La serenità di chi accetta di ricominciare daccapo ogni stagione, alla conquista di una maglia che, alla fine, arriva sempre, ma che non è affatto scontata. Anzi, è probabile che arrivi proprio perché rincorsa, sudata, voluta. Questi sono i silenziosi discorsi di Roberto Galia. CAMILLO FORTE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1992 È finito il periodo in cui Roberto Galia veniva definito il «tappabuchi» della Juventus: erano altri tempi, grami per lui, difficilissimi da superare. Eppure ce l’ha fatta. Ora i tifosi lo adorano, Trap lo stima e i compagni lo rispettano... Ed è arrivata anche la chiamata in Nazionale. Da tappabuchi e gregario a Principe Azzurro: un bel salto, una soddisfazione unica. Galia nel club Italia in America. E, guarda la fatalità, negli Usa, si svolgeranno i prossimi Mondiali: non è il caso di correre con la fantasia, ma questo non è un pericolo. Roberto Galia ha sempre tenuto i piedi ben saldi per terra anche nei momenti più difficili, quando avrebbe avuto voglia (e forse il diritto) di prendere a pedate nel sedere qualcuno. Acqua passata, certo. Però i ricordi restano e da questi il mediano ha sempre trovato la forza di reagire: «Guai se non avessi fatto così: a quest’ora non sarei più nella Juve. Invece ho lottato con tutte le mie forze per mantenere questa maglia che con il passare degli anni sento sempre più mia. Mi appresto a disputare la quinta stagione juventina ed evidentemente qualcosa di buono sono riuscito a farlo. Mai nessuno mi ha regalato niente e forse è stato meglio così». Un tuffo nel film bianconero della sua vita è doveroso. Immagini già viste e riviste mille volte, le difficoltà incontrate, la valigia sempre pronta, poi puntuali le riconferme e il duplice trionfo in Europa (Coppa Uefa) e in Italia (Coppa Italia): «Vorrei fermarmi su questo punto. Evidentemente qualcuno si è già dimenticato di questi nostri due successi. E visto che nel calcio non si vive di soli ricordi, siamo pronti per vincere lo scudetto. A disposizione di questi fuoriclasse che sono arrivati, tutti di prim’ordine, metterò la mia esperienza juventina. Devono subito capire che cosa significa indossare la nostra maglia. Se lo apprenderanno subito, potranno togliersi parecchie soddisfazioni». La concorrenza è agguerrita: mai come nel campionato 1992-93 ci saranno parecchie formazioni in grado di puntare al titolo, con il solito Milan sempre più competitivo, consapevole di avere una rosa imbottita di campioni: «Lo sappiamo benissimo...». Non è una novità, certo. Dati di fatto, però, impongono doverose riflessioni. Bisogna capire, ad esempio, che cosa ha avuto il Milan della passata stagione in più rispetto alla Juve. Solo così si possono sferrare gli attacchi decisivi, vincere la... guerra e non soltanto le battaglie. Galia affronta il contraddittorio senza problemi. Del resto è abituato ad accettare le regole del gioco, anche se a volte possono far male. Non siamo di fronte a un processo, ci mancherebbe: «Iniziamo dicendo che del Milan non abbiamo mai avuto paura, semmai rispetto. Negli scontri diretti non siamo mai usciti con le ossa rotte e il più delle volte li abbiamo messi in seria difficoltà. Ma alla distanza sono stati più forti, niente da dire. A noi è mancato il colpo risolutivo, soprattutto in trasferta: certe partite bisognava vincerle per mettere paura al Diavolo». Ora c’è la nuova Juve, rinforzata, bella a vedersi e ambiziosa: «I nuovi acquisti mi piacciono. Vialli segna con facilità anche in partitella, figuriamoci in campionato. Lui e Baggio, poi, s’intendono a meraviglia, una bella coppia. Ma attenzione ai vari Platt, Möller, Ravanelli, Rampulla e Dino Baggio. Siamo “coperti” in tutti i ruoli, adesso dipende esclusivamente da noi. Bisogna partire subito spediti, dimostrare che siamo una squadra che non teme nessuno. Poche storie: è all’inizio che si vincono gli scudetti». Ha visto campioni che se ne sono andati, altri che arrivano... «E questa è la Juve, solo in un grande club come il nostro può esserci un via vai del genere. Ma adesso è diverso: con Boniperti e il Trap ci sentiamo tranquilli, quasi protetti. Loro sanno darci una carica incredibile ed è venuto il momento di ripagarli con le soddisfazioni che meritano». Per loro, certo. Pure per i tifosi. Ma soprattutto anche per se stesso: «Il mio grande desiderio è quello di chiudere la carriera qui alla Juve e festeggiare tanti trionfi: magari da accarezzare quando avrò i capelli bianchi». È lo spirito che piace tanto a Boniperti e non per niente Galia è da cinque stagioni a Torino, proprio per questo non è mai stato ceduto. Il tempo per trasformare il suo sogno in realtà non gli manca. E conoscendo il suo carattere siamo sicuri che alla fine vincerà lui, così come ha fatto altre volte. La lotta, quella dura, non lo spaventa, nonostante il suo fisico asciutto e longilineo non sia quello di un corazziere: intanto non è più un «tappabuchi» (e forse non lo è mai stato...). Se Sacchi ha ancora bisogno di un giocatore con gli attributi giusti, sa dove trovarlo. Alla Juve, naturalmente. Da cinque anni lui è qui e, salutandoci, lo sottolinea ancora una volta. Basta con le parole: Galia non è tipo che ama parlare, preferisce i fatti ed è arrivato il momento di ruggire. L’attacco al Milan è cominciato. I numeri di Roberto: 225 presenze e 11 reti, 1 Coppa Italia e 2 Coppa Uefa. E, non ultimo, il rispetto e l’apprezzamento dei tifosi bianconeri. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/roberto-galia.html
  17. ROBERTO GALIA https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Galia Nazione: Italia Luogo di nascita: Trapani Data di nascita: 16.03.1963 Ruolo: Difensore/Centrocampista Altezza: 177 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Il Postino di Trapani - Il Cavallino Siculo Alla Juventus dal 1988 al 1994 Esordio: 24.08.1988 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 5-1 Ultima partita: 10.04.1994 - Serie A - Napoli-Juventus 0-0 225 presenze - 11 reti 1 coppa Italia 2 coppe Uefa Roberto Galia (Trapani, 16 marzo 1963) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore o centrocampista. Roberto Galia Galia alla Sampdoria nel 1985 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore, centrocampista) Termine carriera 1997 - giocatore Carriera Giovanili 1980 Como Squadre di club 1980-1983 Como 56 (6) 1983-1986 Sampdoria 71 (2) 1986-1988 Verona 57 (7) 1988-1994 Juventus 225 (11) 1994-1995 Ascoli 6 (0) 1995-1997 Como 81 (1) Nazionale 1982-1984 Italia U-21 12 (0) 1986-1988 Italia olimpica 12 (1) 1992 Italia 3 (0) Carriera da allenatore 2001-2004 Como Vice 2004 Como 2004-2006 Chiasso 2007 Pro Vercelli 2007-2008 Turate 2010 Atletico Erba 2015-2016 Como Primavera 2016-2017 Como Berretti Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1984 Caratteristiche tecniche Giocatore Ha iniziato a giocare come terzino, impiegabile su entrambe le fasce del campo, passando in seguito al ruolo più avanzato di mediano. Di piede destro naturale e abile nelle incursioni in attacco, era apprezzato per il suo impegno costante e per le sue notevoli doti fisiche e atletiche. Carriera Giocatore Club Cresciuto nel settore giovanile del Como, esordisce in Serie A il 10 maggio 1981, a 18 anni, nella sfida casalinga contro il Napoli (0-1); il 24 maggio dello stesso anno, proprio all'ultima giornata di campionato, un suo gol al Bologna determina il 2-1 finale che regala la salvezza ai lariani. Di contro, l'anno successivo le sue 21 presenze non riescono a salvare i biancoblù dalla retrocessione. Nella stagione 1982-1983 fa parte di un Como imbottito di talentuosi giovani cresciuti nel vivaio, capace di sfiorare la promozione (rimane agli annali una vittoria sul Milan poi vincitore del campionato), che però sfugge agli spareggi contro Catania e Cremonese. Galia in azione alla Juventus nella stagione 1990-1991 Passato alla Sampdoria nell'estate seguente, Galia è schierato titolare per tre stagioni consecutive, in cui dà prova della sua versatilità giocando sia da terzino, su entrambe le fasce, sia da mediano: con i blucerchiati partecipa alla vittoria della Coppa Italia 1984-1985, il primo trofeo nella storia del club. Nel 1986 è ingaggiato dal Verona allenato da Osvaldo Bagnoli, il quale posiziona Galia davanti alla difesa in pianta stabile. Nell'estate 1988 passa alla Juventus, con cui gioca per le successive sei stagioni, riscuotendo la fiducia di tutti gli allenatori che si alternano sulla panchina bianconera: dapprima Dino Zoff, poi Luigi Maifredi e infine Giovanni Trapattoni. A Torino conquista un'altra Coppa Italia nel 1990, siglando peraltro il decisivo 1-0 nella finale di ritorno contro il Milan, e due Coppe UEFA: la prima sempre nel 1990, contro la Fiorentina, in cui segna un'altra rete nella finale di andata, e la seconda nel 1993, contro il Borussia Dortmund. Ancora trentunenne, nell'estate 1994 passa all'Ascoli, con cui però rimane solo fino a novembre dello stesso anno, e poi chiude la carriera con un triennio nel club che l'aveva lanciato, il Como, con cui retrocede dalla Serie B alla Serie C1 nella prima stagione. Annovera oltre 300 presenze e 15 gol in A, 65 presenze e 6 gol in B e 54 gare in C1. Nazionale Galia (accosciato, primo da destra) in nazionale per la fase finale del campionato europeo Under-21 1984 Ha giocato 12 gare con la nazionale Under-21, con cui ha fatto il suo esordio il 6 ottobre 1982 nell'1-1 contro l'Austria), nonché 12 gare con la nazionale olimpica nel biennio 1986-1988: qui allenato da Dino Zoff nelle fasi di qualificazione e poi da Francesco Rocca al torneo olimpico di Seul 1988), ha segnato anche il gol della vittoria in Italia-Portogallo (1-0) durante le fasi di qualificazione. Quanto alla nazionale maggiore, Galia ha avuto modo di vestire la maglia azzurra solo nell'estate 1992, in occasione della U.S. Cup: qui il commissario tecnico Arrigo Sacchi lo schiera, peraltro fuori posizione, in tre occasioni, nello 0-0 col Portogallo del 31 maggio, in cui subentra a Luca Fusi, nel 2-0 all'Irlanda del 4 giugno, in cui scende in campo per la prima volta da titolare, e nell'1-1 contro i padroni di casa degli Stati Uniti del 6 giugno, dov'è sostituito da Fusi. Allenatore Ha iniziato la carriera in panchina come vice di Loris Dominissini al Como nel campionato di Serie B 2001-2002. Conquistata la massima serie, torna in cadetteria dopo la retrocessione della stagione 2002-2003 e addirittura dirige la squadra nelle ultime otto partite del campionato 2003-2004, quando la squadra ritorna in Serie C1. Nel 2004 viene contattato dal Chiasso, nella seconda divisione svizzera. Da fine febbraio a giugno 2007 ha allenato la Pro Vercelli, in Serie C2, sfiorando i play-out. Il 6 dicembre dello stesso anno comincia la sua avventura sulla panchina del Turate, squadra di Serie D, al posto del dimissionario Domenico Zilio. È stato responsabile tecnico della Juventus Soccer School di Cogliate. Nel maggio 2012 torna al Como per occuparsi del rilancio del settore giovanile biancoblù. Nel luglio 2015 assume l'incarico di allenatore della formazione Primavera del Como, in coppia con Andrea Ardito. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 2 - Sampdoria: 1984-1985 - Juventus: 1989-1990 Coppa Italia Serie C: 1 - Como: 1996-1997 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 2 - Juventus: 1989-1990, 1992-1993
  18. JONOTHON CARLOS ELLIOT Nazione: Brasile Luogo di nascita: Rio Branco Data di nascita: 04.12.1984 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2001 al 2002 Esordio: 22.05.2002 - Amichevole - Juventus-Cossatese 3-2 0 presenze - 0 reti
  19. ANTONIO NICCO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 07.10.1944 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1962 al 1964 Esordio: 08.06.1963 - Amichevole - Albese-Juventus 0-9 Ultima partita: 11.08.1963 - Amichevole - Juventus-Juve De Martino 6-1 0 presenze - 0 reti
  20. GIOVANNI NICCO https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1955-1956 Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: 01.01.1936 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 01.09.1955 - Amichevole - Juventus-Juve De Martino 2-3 0 presenze - 0 reti
  21. ENRICO PIETRO GIACINTO MOLINATTI https://it.wikipedia.org/wiki/Sport-Club_Juventus_1897-1898 https://it.wikipedia.org/wiki/Foot-Ball_Club_Juventus_1899 Nazione: Italia Luogo di nascita: Pavia Data di nascita: 16.03.1878 Luogo di morte: Parigi Data di morte: 10.02.1938 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1897 al 1900 0 presenze - 0 reti
  22. CHRISTIAN TROMBINI https://it.wikipedia.org/wiki/Christian_Trombini Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 23.01.1973 Ruolo: Portiere Altezza: 187 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1991 al 1993 Esordio: 03.10.1991 - Amichevole - Vogherese-Juventus 1-5 Ultima partita: 24.02.1993 - Amichevole - Pavia-Juventus 1-5 0 presenze - 0 reti 1 coppa Uefa Christian Trombini (Torino, 23 gennaio 1973) è un ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Christian Trombini Nazionalità Italia Altezza 187 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 2005 Carriera Giovanili 1986-1992 Juventus Squadre di club 1992-1993 Juventus 0 (0) 1993-1994 → Massese 21 (-28) 1994-1995 → Pistoiese 0 (0) 1995-1996 → Montevarchi 13 (-13) 1997-1998 Pro Vercelli 48 (-50) 1998-2000 Zurigo 12 (-?) 2000-2001 Riccione 10 (-10) 2001-2002 Canavese 7 (-?) 2003-2005 Rivarolese ? (-?) Caratteristiche tecniche Portiere fisicamente imponente, era freddo e abile nelle uscite. Carriera Erede di una famiglia di portieri, cresce nelle giovanili della Juventus diventando titolare della squadra Primavera nel 1991; viene aggregato alla prima squadra come terzo portiere nella stagione 1992-1993, sedendo diverse volte in panchina. Nel 1993 viene mandato in prestito alla Massese, in Serie C1, alternandosi ad Andrea Pierobon; l'anno successivo passa alla Pistoiese, dove è relegato al ruolo di riserva di Angelo Pagotto. Disputa poi una stagione al Montevarchi, sempre in terza serie. Dopo due stagioni da riserva rescinde il contratto con la Juventus, e nel febbraio 1997 firma per la Pro Vercelli, in Serie C2, contribuendo in modo decisivo alla salvezza dei piemontesi. Dopo un'ulteriore stagione a difesa della porta vercellese, nel 1998 passa agli svizzeri dello Zurigo, ingaggiato a causa dell'infortunio del titolare Ike Shorunmu e della sua riserva. Con la formazione svizzera disputa due campionati e mezzo, debuttando anche nella Coppa UEFA 2000-2001, in occasione della sconfitta interna per 2-1 contro il Genk. Nel 2000 torna in Italia, ingaggiato prima dal Riccione e poi dal neonato Canavese, entrambi in Serie D. Chiude la carriera con un biennio nella Rivarolese. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Svizzera: 1 - Zurigo: 1999-2000 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: Coppa UEFA 1992-1993
  23. RICCARDO TURICCHIA Nazione: Italia Luogo di nascita: Imola (Bologna) Data di nascita: 05.02.2003 Ruolo: Difensore Altezza: 180 cm Peso: 79 kg Nazionale Italiano U-20 Soprannome: - Alla Juventus dal 2021 al 2022 Esordio: 09.10.2021 - Amichevole - Juventus-Alessandria 2-1 0 presenze - 0 reti 01/2026 - 06/2027 Virtus Entella Defence 46 01/2025 - 01/2026 Juventus II Italy Defence 32 05/2025 - 06/2025 Juventus Italy Defence 39 07/2024 - 01/2025 US Catanzaro Italy Defence 3 10/2021 - 06/2024 Juventus II Italy Defence 34 07/2022 - 06/2023 Juventus U19 Italy Defence 02/2020 - 06/2022 Juventus U19 Italy Defence 3 07/2019 - 06/2020 Juventus U17 Italy Defence 08/2018 - 06/2019 Juventus U16 Italy Defence 07/2018 - 08/2018 Cesena FC U16 Italy Defence 07/2016 - 06/2018 Cesena FC U15 Italy Defence
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