andrea
Tifoso Juventus-
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Voleva fare il tripleteeee 🎺🎹
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https://x.com/PSG_espanol/status/1928915990731014180?t=PwJCSAcNOIMrPiNdFXwrpQ&s=19
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Tra un quarto d'ora vai a ca**re, magari il PSG raddoppia
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Si è scusato per aver segnato
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Nessun indisponibile nell'Inter, fossimo andati noi in finale...
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La Juve si complimenterà con l'Inter questa sera?
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L'algoritmo ha scelto lui
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La società non è minimamente interessata al Mondiale Lasciamo il posto al Napoli
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tabella marcia cl Confronto col 2023/2024 e tabella di marcia per la qualificazione in CL
andrea ha risposto al topic di Platini © in Juventus Forum
La stagione della Juve un po' di dati https://x.com/a_crosta/status/1927302255633449216?t=nTylsB-va3RGyhxhSWxjOA&s=19- 345 risposte
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- confronto 2024/2023
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sondaggio Damien Comolli, l’amministratore delegato della Juventus
andrea ha risposto al topic di Maethjü in Juventus Forum
Miglior piazzamento in campionato il sesto posto con il Liverpool https://x.com/ngigneGra/status/1928393304166498414?t=sf-GCthM4INx6yNGlFgnww&s=19 Arrivare quarti sarà un'impresa -
prossimo allenatore Chi vorreste oggi alla guida della Juve
andrea ha risposto al topic di Platini © in Juventus Forum
Voglio vedere quanto tempo ci metteremo a scegliere l'allenatore -
Non e che il PSG è una squadra spagnola?
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Van de Korput https://ilnobilecalcio.it/2021/09/04/van-de-korput-il-suo-cognome-scateno-della-facile-ironia/
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Igor Tudor sarà l'allenatore della Juventus anche per la prossima stagione
andrea ha risposto al topic di Morpheus © in Archivio Calciomercato
Con questa società ectoplasmatica ci serviva Conte Adesso teniamoci Tudor, ma il problema è la società- 3986 risposte
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Igor Tudor sarà l'allenatore della Juventus anche per la prossima stagione
andrea ha risposto al topic di Morpheus © in Archivio Calciomercato
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«L’Heysel? Ho ancora i brividi Così all’alba con De Michelis riportammo a casa gli italiani» Brunetta: pensavo che Gianni fosse morto, poi quel volo con 80 feriti Di Giovanni Viafora · 29 mag 2025 «Mi vengono ancora i brividi. Pensavo fosse un gioco di appuntamenti saltati, divenne l’inizio di un incubo». Renato Brunetta, oggi presidente del Cnel, era a Bruxelles quel 29 maggio 1985, la notte della strage dell’heysel: 39 morti (32 italiani), 600 feriti. Una piaga mai rimarginata. Era con Gianni De Michelis, allora ministro del Lavoro. Professore, cosa facevate là? «Eravamo in città per il semestre europeo di presidenza italiana. Gianni presiedeva la riunione dei ministri del Lavoro. Io ero il suo consigliere economico. Una giornata intensa, poi c’era quella partita come diversivo. Io non sono un grande tifoso, ma sa...». De Michelis andò allo stadio prima di lei? «Sì. Finita la parte formale, toccava a noi sherpa scrivere il documento finale in tre lingue. Gianni mi disse: “Vado, raggiungimi al secondo tempo”. Io restai. Lavoravamo con il bianchetto e la macchina da scrivere. Era un lavoro certosino, ma anche una routine collaudata. Il clima era quello del dovere che si compie, al servizio del proprio Paese». Poi? «Salgo in macchina, la radio trasmette notizie confuse. Vedo gente che corre per strada. Il tassista suggerisce di lasciar perdere. Mi convinco: tanto la partita stava finendo. Ero affamato, andai al ristorante. Dovevamo trovarci tutti lì dopo il match. Una tavolata prenotata in un locale elegante del centro, dovevano esserci nomi importanti: Kissinger, Agnelli, diplomatici, giornalisti. Nessuno però arrivava. Io, nell’attesa, divorai tutti i grissini, da solo». Quando ha capito che non era un semplice ritardo? «Alle 23.30, poi mezzanotte, ancora niente. Torno in albergo, chiedo al portiere com’è finita la partita. E lui: “Ma si vergogni, con quello che è successo!”. Lì capii. Rimasi pietrificato. Era tutto il giorno che non toccavo cibo, che non dormivo. In quel momento ho sentito la fatica più grande: quella della coscienza che si sveglia bruscamente». E De Michelis? «Nessuna notizia. Provo a chiamarlo, nulla. Provo l’ambasciata, nulla. Temo il peggio. Era l’epoca in cui non esistevano i cellulari. Verso le tre, tre e mezza, finalmente mi chiama. Anche lui era in ansia: pensava che fossi io il disperso. Ci abbracciammo nell’arresto”. la hall dell’albergo. Era stravolto, aveva gli occhi lucidi e il tono rotto». Che cosa le raccontò? «Che aveva visto tutto. Che si era trovato in mezzo a scene da incubo. Mi disse che a un certo punto, vedendo la polizia belga paralizzata, aveva tentato di dare ordini, indicazioni. Di aiutare. Ma un ufficiale lo minacciò: “O sta zitto o Allora si qualificò. Era Gianni: deciso, intelligente, pronto all’azione. Non ho dubbi che così salvò delle vite. Molti tornarono a casa anche grazie a lui». Nella sua ultima intervista prima di morire, rilasciata proprio al Corriere, Francesco Merloni di Ariston disse che si trovò negli spogliatoi con Boniperti e De Michelis. Boniperti non voleva giocare. «Ci fu un conflitto. La gestione della polizia belga fu becera. La peggiore polizia del mondo. E c’erano carenze spaventose in quello stadio». Come furono le ore dopo? «Durissime. Ci svegliammo all’alba. Gianni organizzò subito un giro negli ospedali. Voleva vedere i feriti italiani, portare conforto. Li ricordo come fosse ora: teste fasciate, occhi persi, corpi senza scarpe. La calca aveva strappato tutto. Alcuni ci guardarono con riconoscenza, altri con dolore muto. Poi Gianni ebbe un’idea illuminante». Quale? «Eravamo arrivati a Bruxelles con un aereo militare, che ci aspettava per il rientro. Disse: usiamolo per riportare a casa i feriti che possono viaggiare. Tanto noi eravamo in tre. Fu tutto organizzato in poche ore. Arrivarono ambulanze, auto. Aiutammo a farli salire. Alcuni piangevano, altri sorridevano. Era commovente. Lo staff di bordo fu eccezionale». Quante persone riusciste a riportare in Italia? «Settanta, forse ottanta. Tutti con garze sulla testa, pattine da aereo ai piedi, occhi lucidi. Sembrava un pellegrinaggio, non un volo. A bordo distribuivo caramelle e parole di conforto. Atterrammo in sequenza a Milano, Torino, Genova, Firenze, Roma. Credo anche Napoli. A ogni scalo, c’erano famiglie ad aspettare». Una scena toccante... Ero il suo sherpa Di notte girammo gli ospedali a portare conforto. I tifosi erano scalzi e con la testa rotta «Indimenticabile. Quando mettevamo piede a terra, c’erano abbracci silenziosi. Il dolore non faceva rumore, ma riempiva tutto. Io ero esausto. E Gianni, invece? Una volta a Roma mi disse: “Ti porto a casa”. Lo ringraziai. Poi gli chiesi: “E tu?”. Rispose sereno: “Ho una cena”. Aveva ancora energie. Un uomo straordinario». Non ne avete mai più parlato? «Mai. Troppo il dolore. Un peso che ognuno ha portato in silenzio. Era successo qualcosa che andava oltre le parole. Una ferita collettiva, ma anche profondamente personale». Che immagine le resta, dopo quarant’anni? «Un misto di buio e umanità. L’orrore e la reazione. La follia e la solidarietà. L’Heysel fu un trauma. Ma quella notte ci furono anche gesti luminosi, generosi, silenziosi. Conservo il dolore di quelle ore. Ma anche l’orgoglio di esserci stato. E di aver fatto, nel mio piccolo, la cosa giusta». Ha più rivisto una partita? «No, mai. Un paio di mesi fa, invece, per la prima volta sono rientrato in uno stadio. L’Olimpico a Roma. Mi ci hanno portato a margine di un evento. Ero io, da solo, nello stadio vuoto. Di una bellezza inimmaginabile».
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Le lezioni che ci può dare ancora l’Heysel · 24 mag 2025 Andrea Lorentini oggi è un collega, un giornalista sportivo. Figlio di Roberto, una delle vittime dell’Heysel e medaglia d’argento al valore civile per essere morto tentando di salvare un connazionale, e nipote di Otello, il quale fondò l’associazione tra le famiglie delle vittime di Bruxelles per affrontare il processo e ottenere giustizia dopo la strage dell’heysel. Nel 2015 ha rifondato l’associazione fra i Familiari delle Vittime dell’Heysel per più motivi. Difendere la memoria dei propri cari, troppo spesso offesi e vilipesi negli stadi e sui social media. Portare avanti progetti contro la violenza nello sport in scuole e università. Organizzare convegni, momenti di riflessione, giornate intorno al 29 maggio 1985 e alla strage dell’Heysel. “Uno spartiacque arrivato troppo presto. Quando ho perso mio padre avevo appena tre anni e quindi sono cresciuto, di fatto, orfano con tutte le conseguenze che ne possono derivare. Anche se avrò una gratitudine eterna per mia mamma e, soprattutto, per i miei nonni paterni, Otello e Liliana, per avere cresciuto me e mio fratello non facendoci pesare questa enorme assenza e garantendoci una vita sostanzialmente serena”. Perché nel 2015 hai deciso di (ri)fondare l’associazione fra i Familiari delle Vittime dell’heysel? “Per non disperdere l’eredità di Otello: il suo impegno civico nella lotta contro la violenza nello sport e quello per tenere viva la memoria delle vittime dell’Heysel in ogni sede, anche civile e penale. E sviluppare progetti di educazione civico-sportiva rivolti alle nuove generazioni per riempire di contenuti la memoria”. C'è un obiettivo non raggiunto cui tenevi particolarmente? “Una memoria condivisa con la Juventus. Ci abbiamo provato all’inizio del nostro percorso ad aprire un nuovo capitolo. Non ci siamo riusciti pienamente”. C’è un obiettivo ambizioso che cercherete di raggiungere in tutti i modi? “L’istituzione di una giornata nazionale contro la violenza nello sport”. Qual è stato, se c’è stato, il ruolo della Juventus nel processo di erudizione della memoria? “Come spiegavo prima, negli anni non ha avuto un ruolo proattivo come ci si poteva aspettare. Apprezzo, comunque, il fatto che la nuova società, nel quarantesimo anniversario, inaugurerà alla Continassa, in un luogo aperto al pubblico, un monumento in memoria dei 39 morti dell'Heysel" E la Figc? “Nell’ultimo decennio è stata presente. Nel 2015 abbiamo ritirato insieme all’associazione la maglia numero 39 della Nazionale con una cerimonia proprio allo stadio Heysel, oggi re Baldovino. Un gesto simbolico, ma di grande significato per testimoniare come quella triste pagina debba elevarsi a tragedia di un intero Paese. Nel 2024 quando gli azzurri sono tornati a giocare a Bruxelles hanno reso nuovamente omaggio alle vittime. Aggiungo che la maglia numero 39 è esposta al Museo del Calcio di Coverciano con il quale abbiamo attivato una fattiva collaborazione e per la quale ringrazio profondamente il presidente Matteo Marani, molto attento e sensibile alla memoria”. In quale preciso momento hai capito che (ri)fondare l’associazione fra i Familiari delle Vittime dell’heysel è stato fondamentale per raccogliere l’eredità della memoria? “Quando hanno iniziato a riconoscere l’associazione come un’entità istituzionale”. Gli inglesi, i tifosi del Liverpool in particolare, hanno sempre avuto un atteggiamento ambiguo su quello che è successo il 29 maggio 1985, dicendosi responsabili ma non colpevoli, cosa ne pensi? “Penso che sia un modo ipocrita di raccontare le cose. La responsabilità non è solo la loro, ma da condividere con Uefa e Belgio, però gli assassini materiali sono stati gli hooligans. Più colpevoli di così è difficile immaginarli”. Perché si confonde spesso la strage dell’Heysel con il tifo calcistico e a chi fa comodo? “Perché c’è poca conoscenza dei fatti e il pensiero comune e maggioritario è che le vittime fossero tutti tifosi juventini. Fa comodo a chi vuole usare l’Heysel come contrapposizione”. Da quali fake news devi difendere ciclicamente la memoria dell’Heysel? “Da quelle che parlano di vittime originate da scontri tra tifosi quando invece la dinamica di quello che è accaduto nel settore Z è fin troppo chiara”. Al di là dell’Heysel qual è l’eredità personale che ti ha trasmesso nonno Otello? “Il suo gesto di estremo altruismo è l’esempio più alto che potesse lasciarmi” “La speranza che la memoria trasmessa alle nuove generazioni serva per una convivenza civile migliore”.
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sondaggio Un eventuale ritorno di Antonio Conte alla Juventus come lo prendereste?
andrea ha risposto al topic di TurinGoeba in Cestino
Juve, Milan, Inter, Napoli: chi resterà con il cerino in mano?- 2465 risposte
