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andrea

Tifoso Juventus
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Tutti i contenuti di andrea

  1. andrea

    EL PENTAPLETE

    Voleva fare il tripleteeee 🎺🎹
  2. andrea

    EL PENTAPLETE

    https://x.com/PSG_espanol/status/1928915990731014180?t=PwJCSAcNOIMrPiNdFXwrpQ&s=19
  3. andrea

    EL PENTAPLETE

    Tra un quarto d'ora vai a ca**re, magari il PSG raddoppia
  4. andrea

    EL PENTAPLETE

    Si è scusato per aver segnato
  5. andrea

    EL PENTAPLETE

    Nessun indisponibile nell'Inter, fossimo andati noi in finale...
  6. andrea

    EL PENTAPLETE

    https://x.com/ParisByMatch/status/1928841222627508516?t=ch2go_X7Bt42ZRfj2xDBSQ&s=19
  7. andrea

    EL PENTAPLETE

    La Juve si complimenterà con l'Inter questa sera?
  8. https://x.com/a_crosta/status/1928720796261798148?t=6Ef685qeBPqxHEAnYDN7Ag&s=19
  9. La società non è minimamente interessata al Mondiale Lasciamo il posto al Napoli
  10. La stagione della Juve un po' di dati https://x.com/a_crosta/status/1927302255633449216?t=nTylsB-va3RGyhxhSWxjOA&s=19
  11. Miglior piazzamento in campionato il sesto posto con il Liverpool https://x.com/ngigneGra/status/1928393304166498414?t=sf-GCthM4INx6yNGlFgnww&s=19 Arrivare quarti sarà un'impresa
  12. Voglio vedere quanto tempo ci metteremo a scegliere l'allenatore
  13. Non e che il PSG è una squadra spagnola?
  14. andrea

    EL PENTAPLETE

    https://x.com/OptaAnalyst/status/1928403376611488045?t=kHuXMGJB1BYzoQtfT8jWrQ&s=19
  15. andrea

    Liam Brady

    Van de Korput https://ilnobilecalcio.it/2021/09/04/van-de-korput-il-suo-cognome-scateno-della-facile-ironia/
  16. Con questa società ectoplasmatica ci serviva Conte Adesso teniamoci Tudor, ma il problema è la società
  17. https://x.com/Swaffle_7/status/1928046627761078570?t=V2SifuQDGVzPQmkct3pG_Q&s=19
  18. «L’Heysel? Ho ancora i brividi Così all’alba con De Michelis riportammo a casa gli italiani» Brunetta: pensavo che Gianni fosse morto, poi quel volo con 80 feriti Di Gio­vanni Via­fora · 29 mag 2025 «Mi ven­gono ancora i bri­vidi. Pen­savo fosse un gioco di appun­ta­menti sal­tati, divenne l’ini­zio di un incubo». Renato Bru­netta, oggi pre­si­dente del Cnel, era a Bru­xel­les quel 29 mag­gio 1985, la notte della strage dell’hey­sel: 39 morti (32 ita­liani), 600 feriti. Una piaga mai rimar­gi­nata. Era con Gianni De Miche­lis, allora mini­stro del Lavoro. Pro­fes­sore, cosa face­vate là? «Era­vamo in città per il seme­stre euro­peo di pre­si­denza ita­liana. Gianni pre­sie­deva la riu­nione dei mini­stri del Lavoro. Io ero il suo con­si­gliere eco­no­mico. Una gior­nata intensa, poi c’era quella par­tita come diver­sivo. Io non sono un grande tifoso, ma sa...». De Miche­lis andò allo sta­dio prima di lei? «Sì. Finita la parte for­male, toc­cava a noi sherpa scri­vere il docu­mento finale in tre lin­gue. Gianni mi disse: “Vado, rag­giun­gimi al secondo tempo”. Io restai. Lavo­ra­vamo con il bian­chetto e la mac­china da scri­vere. Era un lavoro cer­to­sino, ma anche una rou­tine col­lau­data. Il clima era quello del dovere che si com­pie, al ser­vi­zio del pro­prio Paese». Poi? «Salgo in mac­china, la radio tra­smette noti­zie con­fuse. Vedo gente che corre per strada. Il tas­si­sta sug­ge­ri­sce di lasciar per­dere. Mi con­vinco: tanto la par­tita stava finendo. Ero affa­mato, andai al risto­rante. Dove­vamo tro­varci tutti lì dopo il match. Una tavo­lata pre­no­tata in un locale ele­gante del cen­tro, dove­vano esserci nomi impor­tanti: Kis­sin­ger, Agnelli, diplo­ma­tici, gior­na­li­sti. Nes­suno però arri­vava. Io, nell’attesa, divo­rai tutti i gris­sini, da solo». Quando ha capito che non era un semplice ritardo? «Alle 23.30, poi mez­za­notte, ancora niente. Torno in albergo, chiedo al por­tiere com’è finita la par­tita. E lui: “Ma si ver­go­gni, con quello che è suc­cesso!”. Lì capii. Rimasi pie­tri­fi­cato. Era tutto il giorno che non toc­cavo cibo, che non dor­mivo. In quel momento ho sen­tito la fatica più grande: quella della coscienza che si sve­glia bru­sca­mente». E De Michelis? «Nes­suna noti­zia. Provo a chia­marlo, nulla. Provo l’amba­sciata, nulla. Temo il peg­gio. Era l’epoca in cui non esi­ste­vano i cel­lu­lari. Verso le tre, tre e mezza, final­mente mi chiama. Anche lui era in ansia: pen­sava che fossi io il disperso. Ci abbrac­ciammo nell’arre­sto”. la hall dell’albergo. Era stra­volto, aveva gli occhi lucidi e il tono rotto». Che cosa le raccontò? «Che aveva visto tutto. Che si era tro­vato in mezzo a scene da incubo. Mi disse che a un certo punto, vedendo la poli­zia belga para­liz­zata, aveva ten­tato di dare ordini, indi­ca­zioni. Di aiu­tare. Ma un uffi­ciale lo minacciò: “O sta zitto o Allora si qua­li­ficò. Era Gianni: deciso, intel­li­gente, pronto all’azione. Non ho dubbi che così salvò delle vite. Molti tor­na­rono a casa anche gra­zie a lui». Nella sua ultima intervista prima di morire, rilasciata proprio al Corriere, Francesco Merloni di Ariston disse che si trovò negli spogliatoi con Boniperti e De Michelis. Boniperti non voleva giocare. «Ci fu un con­flitto. La gestione della poli­zia belga fu becera. La peg­giore poli­zia del mondo. E c’erano carenze spa­ven­tose in quello sta­dio». Come furono le ore dopo? «Duris­sime. Ci sve­gliammo all’alba. Gianni orga­nizzò subito un giro negli ospe­dali. Voleva vedere i feriti ita­liani, por­tare con­forto. Li ricordo come fosse ora: teste fasciate, occhi persi, corpi senza scarpe. La calca aveva strap­pato tutto. Alcuni ci guar­da­rono con rico­no­scenza, altri con dolore muto. Poi Gianni ebbe un’idea illu­mi­nante». Quale? «Era­vamo arri­vati a Bru­xel­les con un aereo mili­tare, che ci aspet­tava per il rien­tro. Disse: usia­molo per ripor­tare a casa i feriti che pos­sono viag­giare. Tanto noi era­vamo in tre. Fu tutto orga­niz­zato in poche ore. Arri­va­rono ambu­lanze, auto. Aiu­tammo a farli salire. Alcuni pian­ge­vano, altri sor­ri­de­vano. Era com­mo­vente. Lo staff di bordo fu ecce­zio­nale». Quante persone riusciste a riportare in Italia? «Set­tanta, forse ottanta. Tutti con garze sulla testa, pat­tine da aereo ai piedi, occhi lucidi. Sem­brava un pel­le­gri­nag­gio, non un volo. A bordo distri­buivo cara­melle e parole di con­forto. Atter­rammo in sequenza a Milano, Torino, Genova, Firenze, Roma. Credo anche Napoli. A ogni scalo, c’erano fami­glie ad aspet­tare». Una scena toc­cante... Ero il suo sherpa Di notte girammo gli ospedali a portare conforto. I tifosi erano scalzi e con la testa rotta «Indi­men­ti­ca­bile. Quando met­te­vamo piede a terra, c’erano abbracci silen­ziosi. Il dolore non faceva rumore, ma riem­piva tutto. Io ero esau­sto. E Gianni, invece? Una volta a Roma mi disse: “Ti porto a casa”. Lo rin­gra­ziai. Poi gli chiesi: “E tu?”. Rispose sereno: “Ho una cena”. Aveva ancora ener­gie. Un uomo straor­di­na­rio». Non ne avete mai più parlato? «Mai. Troppo il dolore. Un peso che ognuno ha por­tato in silen­zio. Era suc­cesso qual­cosa che andava oltre le parole. Una ferita col­let­tiva, ma anche pro­fon­da­mente per­so­nale». Che immagine le resta, dopo quarant’anni? «Un misto di buio e uma­nità. L’orrore e la rea­zione. La fol­lia e la soli­da­rietà. L’Hey­sel fu un trauma. Ma quella notte ci furono anche gesti lumi­nosi, gene­rosi, silen­ziosi. Con­servo il dolore di quelle ore. Ma anche l’orgo­glio di esserci stato. E di aver fatto, nel mio pic­colo, la cosa giu­sta». Ha più rivisto una partita? «No, mai. Un paio di mesi fa, invece, per la prima volta sono rien­trato in uno sta­dio. L’Olim­pico a Roma. Mi ci hanno por­tato a mar­gine di un evento. Ero io, da solo, nello sta­dio vuoto. Di una bel­lezza inim­ma­gi­na­bile».
  19. Le lezioni che ci può dare ancora l’Heysel · 24 mag 2025 Andrea Lorentini oggi è un collega, un giornalista sportivo. Figlio di Roberto, una delle vittime dell’Heysel e medaglia d’argento al valore civile per essere morto tentando di salvare un connazionale, e nipote di Otello, il quale fondò l’associazione tra le famiglie delle vittime di Bruxelles per affrontare il processo e ottenere giustizia dopo la strage dell’heysel. Nel 2015 ha rifondato l’associazione fra i Familiari delle Vittime dell’Heysel per più motivi. Difendere la memoria dei propri cari, troppo spesso offesi e vilipesi negli stadi e sui social media. Portare avanti progetti contro la violenza nello sport in scuole e università. Organizzare convegni, momenti di riflessione, giornate intorno al 29 maggio 1985 e alla strage dell’Heysel. “Uno spartiacque arrivato troppo presto. Quando ho perso mio padre avevo appena tre anni e quindi sono cresciuto, di fatto, orfano con tutte le conseguenze che ne possono derivare. Anche se avrò una gratitudine eterna per mia mamma e, soprattutto, per i miei nonni paterni, Otello e Liliana, per avere cresciuto me e mio fratello non facendoci pesare questa enorme assenza e garantendoci una vita sostanzialmente serena”. Perché nel 2015 hai deciso di (ri)fondare l’associazione fra i Familiari delle Vittime dell’heysel? “Per non disperdere l’eredità di Otello: il suo impegno civico nella lotta contro la violenza nello sport e quello per tenere viva la memoria delle vittime dell’Heysel in ogni sede, anche civile e penale. E sviluppare progetti di educazione civico-sportiva rivolti alle nuove generazioni per riempire di contenuti la memoria”. C'è un obiettivo non raggiunto cui tenevi particolarmente? “Una memoria condivisa con la Juventus. Ci abbiamo provato all’inizio del nostro percorso ad aprire un nuovo capitolo. Non ci siamo riusciti pienamente”. C’è un obiettivo ambizioso che cercherete di raggiungere in tutti i modi? “L’istituzione di una giornata nazionale contro la violenza nello sport”. Qual è stato, se c’è stato, il ruolo della Juventus nel processo di erudizione della memoria? “Come spiegavo prima, negli anni non ha avuto un ruolo proattivo come ci si poteva aspettare. Apprezzo, comunque, il fatto che la nuova società, nel quarantesimo anniversario, inaugurerà alla Continassa, in un luogo aperto al pubblico, un monumento in memoria dei 39 morti dell'Heysel" E la Figc? “Nell’ultimo decennio è stata presente. Nel 2015 abbiamo ritirato insieme all’associazione la maglia numero 39 della Nazionale con una cerimonia proprio allo stadio Heysel, oggi re Baldovino. Un gesto simbolico, ma di grande significato per testimoniare come quella triste pagina debba elevarsi a tragedia di un intero Paese. Nel 2024 quando gli azzurri sono tornati a giocare a Bruxelles hanno reso nuovamente omaggio alle vittime. Aggiungo che la maglia numero 39 è esposta al Museo del Calcio di Coverciano con il quale abbiamo attivato una fattiva collaborazione e per la quale ringrazio profondamente il presidente Matteo Marani, molto attento e sensibile alla memoria”. In quale preciso momento hai capito che (ri)fondare l’associazione fra i Familiari delle Vittime dell’heysel è stato fondamentale per raccogliere l’eredità della memoria? “Quando hanno iniziato a riconoscere l’associazione come un’entità istituzionale”. Gli inglesi, i tifosi del Liverpool in particolare, hanno sempre avuto un atteggiamento ambiguo su quello che è successo il 29 maggio 1985, dicendosi responsabili ma non colpevoli, cosa ne pensi? “Penso che sia un modo ipocrita di raccontare le cose. La responsabilità non è solo la loro, ma da condividere con Uefa e Belgio, però gli assassini materiali sono stati gli hooligans. Più colpevoli di così è difficile immaginarli”. Perché si confonde spesso la strage dell’Heysel con il tifo calcistico e a chi fa comodo? “Perché c’è poca conoscenza dei fatti e il pensiero comune e maggioritario è che le vittime fossero tutti tifosi juventini. Fa comodo a chi vuole usare l’Heysel come contrapposizione”. Da quali fake news devi difendere ciclicamente la memoria dell’Heysel? “Da quelle che parlano di vittime originate da scontri tra tifosi quando invece la dinamica di quello che è accaduto nel settore Z è fin troppo chiara”. Al di là dell’Heysel qual è l’eredità personale che ti ha trasmesso nonno Otello? “Il suo gesto di estremo altruismo è l’esempio più alto che potesse lasciarmi” “La speranza che la memoria trasmessa alle nuove generazioni serva per una convivenza civile migliore”.
  20. Juve, Milan, Inter, Napoli: chi resterà con il cerino in mano?
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