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andrea

Tifoso Juventus
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  1. «Mi sento in debito con la Juventus Ma adesso svolto» Il centrocampista olandese: «Pronto per ripartire dopo un’annata sfortunata tra infortuni e pressione» di Filippo Cornacchia Ho buone sensazioni, ma mi serve ancora un po’ di tempo Se ti pagano 60 milioni, è normale che si pretenda tanto Voglio vincere un trofeo in bianconero, il Mondiale per Club è l’occasione giusta L’America chiama RoboKoop. Philadelphia non sarà Detroit, dove è ambientato lo storico film poliziesco degli anni ottanta, ma basta a Teun Koopmeiners per sentirsi meglio. Gli allenamenti Usa nella verdissima White Sulphur Springs, in West Virginia, hanno avuto un effetto rigenerante per l’olandese. Koop è un freddo, ma i primi dieci mesi di Juventus hanno provato anche lui. Un po’ le attese sovradimensionate per il maxi-trasferimento dall’Atalanta – 51 milioni più bonus – e un po’ qualche infortunio di troppo. A partire da quello più recente e infido: l’infiammazione al tendine d’Achille che di fatto lo ha obbligato a concludere con largo anticipo la Serie A e la volata per la Champions League. Il primo campionato in bianconero di Koopmeiners è andato (appena 3 gol, 4 contando anche quello in Coppa Italia), però la stagione non è finita. «Non sono ancora al cento per cento, ma mi sento sempre meglio. Questo torneo è una grande occasione per me», garantisce il numero 8. Il Mondiale per club è una sorta di sogno americano per il tuttocampista juventino. Così, dopo il rodaggio di Washington nel debutto vincente contro l’Al Ain, Koop inizia virtualmente la risalita dai 72 gradini della scalinata di Philadelphia resa celebre da Rocky. Lo stadio Lincoln Financial Field, dove oggi la Juventus affronta il Wydad Casablanca (ore 18, orario italiano), dista meno di dieci chilometri. Più che i guantoni, l’olandese è pronto a indossare la sua armatura. Quella che l’ha reso celebre a Bergamo, ma che nell’ultimo periodo è rimasta troppo a lungo chiusa nell’armadietto della Continassa. Nel calcio, però, tutto può cambiare in fretta. A maggior ragione in un Mondiale. ▶Koopmeiners, inizia a intravedere la luce in fondo al tunnel? «Sì, mi sento molto meglio. Sono stato fuori quasi tre mesi per l’infortunio al tendine d’Achille. In questi giorni in America mi sono allenato con continuità e ho parlato tanto con Tudor, ho detto anche a lui che avverto sensazioni migliori ma che avrò bisogno ancora di un po’ di tempo per essere al cento per cento per tutti i novanta minuti. Questa competizione a livello personale sarà importantissima anche da questo punto di vista». ▶ Il Mondiale per Club può imprimere una svolta alla sua prima stagione con la maglia della Juventus? «Sicuramente è un’occasione per tornare in campo e giocare, come è successo l’altro giorno nel secondo tempo di Washington. Ma l’obiettivo principale è un altro: voglio vincere il mio primo trofeo con la Juventus». ▶A parte gli infortuni, il suo umore sta tornando quello dei giorni migliori? «Sono tranquillo, anche se ovviamente non è stata un’annata positiva perché finora non abbiamo alzato alcun trofeo. E per la Juventus trionfare ogni anno deve essere un obiettivo, sempre. E anche io voglio vincere, sono alla Juventus per questo». ▶E se ripensa agli ultimi mesi? «Onestamente non sono contento di come ho giocato, avrei voluto aiutare di più la squadra». ▶ Quanto hanno pesato sul suo rendimento la pressione e le enormi aspettative legate al tormentone di mercato della scorsa estate? «Quando vieni acquistato per 50-60 milioni come è capitato a me e la squadra non va bene in generale, è normale che la gente pretenda di più da te. Io avverto la responsabilità: so che posso e devo fare decisamente meglio, mi sento un giocatore da Juventus. Anche se...». ▶Anche se... «Penso di aver avuto anche un po’ sfortuna con i tanti infortuni, mi hanno tolto continuità: prima mi sono rotto una costola, poi nel finale di campionato sono stato costretto a fermarmi a lungo per l’infiammazione del tendine d’Achille. Senza contare i tanti cambiamenti arrivati a livello di squadra, con molti nuovi giocatori da conoscere. Di una cosa sono sicuro, il futuro sarà migliore». ▶Cosa glielo fa pensare? «Vedrete, il prossimo anno andrà meglio. Siamo forti e ci dobbiamo aiutare per crescere tutti insieme. Guardo al futuro con fiducia, credo nelle mie capacità. E voglio dare il cento per cento, come tutti i miei compagni, a partire da questo Mondiale per club». ▶Si sente in debito con la Juventus? «Si. E al Mondiale e in ogni in allenamento voglio dimostrare di essere tornato e di essere da Juventus. Devo sfruttare questo torneo anche per arrivare al top al debutto in campionato di fine agosto». ▶Tudor ha iniziato il Mondiale come aveva terminato il campionato, dove lei era stato praticamente sempre assente: come si sta trovando nel 3-4-2-1? «Conosco bene questo sistema dai tempi dell’Atalanta, mi trovo a mio agio nel gioco di Tudor. Adesso vengo impiegato un po’ più avanti, a Bergamo sono stato schierato anche nei due di centrocampo». ▶Lei si vedrebbe meglio nella coppia di trequartisti alle spalle del centravanti o in mezzo al campo? «Io sono un centrocampista, non un attaccante. Anche quando gioco in avanti interpreto il ruolo da mediano e non da numero nove o da punta esterna. Detto questo, sono a disposizione dell’allenatore e sono disponibile a giocare ovunque pur di essere utile e aiutare questa squadra a vincere».
  2. https://x.com/equipedefrance/status/1936343843546550477?t=yrAYZkh-jG7-PR1XuCDaSg&s=19
  3. andrea

    Antonio Conte

    «MAI BUGIE AI CALCIATORI, LA VERITÀ È RISPETTO. NON VEDER CRESCERE MIA FIGLIA È STATA UNA PRIVAZIONE» Ha vinto quasi tutto come centrocampista alla Juve e poi come allenatore. L’ultima sfida è stata riportare il Napoli allo scudetto. Ha un’unica ricetta: «Sono cresciuto in strada a Lecce e ho avuto un’educazione molto dura, i miei genitori mi hanno insegnato che se vuoi chiedere prima devi dare" Di NICOLA SALDUTTI e MONICA SCOZZAFAVA «CI SONO MOMENTI IN CUI DEVI ESSERE PIÙ DURO, E POI CI SONO QUELLI IN CUI DIVENTI UN PADRE, UN FRATELLO» Fatica, fatica, e ancora fatica. Il New York Times ha persino contato quante volte ha pronunciato la parola «lavoro», ben 32 in meno di un’ora di conferenza stampa, quando arriva al Chelsea. Lo chiamano il martello, l’integralista, il sergente di ferro. Eppure, quando racconta di sé, Antonio Conte, con la figlia Vittoria che lo osserva poco distante, sembra un’altra cosa. Oltre la durezza c’è la sensibilità dell’uomo. Rigoroso, innanzitutto con sé stesso, («Sono cresciuto in strada a Lecce, e lì devi imparare a cavartela, ad affrontare le situazioni. I miei genitori mi hanno insegnato che se vuoi chiedere, prima devi dare»), lo sguardo, le parole rivelano l’essenza autentica di uno sportivo a cui il calcio ha dato tutto ma che non ha dimenticato il senso totale della vita. Piove a dirotto alla Pinetina, lui allena l’Inter. Non ha alcuna intenzione di fermare quella seduta però a un certo punto decide di mettersi a correre a fianco dei suoi ragazzi. «Perché nel nostro mestiere, ma non solo, conta l’esempio. Se chiedi il 100 per cento, devi essere disposto a dare il 110%. Solo allora diventi credibile». Questo è il suo metodo, fatto di successi e di sconfitte, di gioie e di amarezze, di lavoro. Lo racconta nel libro "Dare tutto, chiedere tutto" che ha scritto con Mauro Berruto, con la collaborazione di Giulia Mancini (Mondadori): «Difficilmente quando una partita è finita e siamo in conferenza c’è il tempo di mostrare il nostro vero volto, la narrazione diventa esclusivamente sulla partita». Perché ha deciso di mettersi a scrivere un libro su di sé, sull’allenatore che è diventato quel ragazzo di Lecce che a 21 anni si è trovato a giocare alla Juve con campioni, da Baggio a… Schillaci, ai quali dava del “voi”. «Non volevo fosse una nuova autobiografia, dilungandomi sempre sulle cose sportive, quella partita piuttosto che l’altra, la vittoria o la sconfitta. Ho pensato che la gente sapesse già tutto. Ho voluto raccontare invece della mia essenza, del mio metodo di gestione di un gruppo, di come sono realmente. Mi sono preso un anno sabbatico dopo il Tottenham, c’erano spazio e tempo per scrivere. Con parole mie e aiutato da Marco Berruto, un bravissimo compagno in questo viaggio. Il libro era pronto a marzo ma c’era in gioco lo scudetto e abbiamo preferito aspettare». Lei è davvero un sergente di ferro? «Ci sono momenti in cui devi essere più rigido, più duro, perché quello necessita la situazione, poi ci sono anche quelli in cui diventi un fratello maggiore, un padre. Per il ruolo di capo, di un leader, sarebbe fin troppo facile imporre la propria idea, dare ordini e basta. Il problema è riuscire a trovare il modo affinché capiscano l’importanza e ti seguano. Le cose devi farle attraverso l’esempio. Si accelera e si decelera, il punto di equilibrio è la chiave di tutto. Vale per il calciatore, il terapista, il magazziniere, il giardiniere. In un club, dal primo all’ultimo, tutti devono far parte di un meccanismo che lavora per ricercare il miglioramento continuo. L’esempio del fare è alla base di tutto. È inevitabile che quando le cose non vanno nella giusta direzione mi arrabbio e anche tanto». Parla di «incazzature artificiali», a cosa si riferisce? «Alle uniche volte in cui indosso una maschera. Mi è capitato alla Juventus: stavamo vincendo 2-0, ma mi accorgo che qualcosa non va. Allora durante l’intervallo entro nello spogliatoio e lancio una bottiglia di plastica contro la lavagna e inizio a urlare. Molti mi hanno preso per pazzo ma quel risultato sarebbe potuto cambiare se non avessimo continuato ad avere la stessa fame e concentrazione. La bravura sta nel percepire se ci sono dei rischi di questo genere e quindi intervenire». Complimenti o incazzature, lei studia cosa dire oppure va sempre di pancia? «È impossibile non essere me stesso, non ho filtri. Fare cose studiate prima in maniera artificiosa non mi appartiene. Non ho mai scritto o preparato un discorso da tenere ai ragazzi il giorno prima. Ho dei campioni davanti, capirebbero che non arriva dal cuore». Ha citato la Juventus, la sua storia da calciatore e da allenatore. Ma davvero non ha avuto contatti dopo lo scudetto col Napoli? «Non ho avuto contatti con nessuno perché a chiunque abbia provato a cercarmi con terze persone ho sempre risposto che avrei parlato con il club a fine stagione come si fa sempre. E solo se l’incontro non avesse soddisfatto le parti avrei aperto a un’altra situazione, avendo comunque un contratto con il Napoli per altri due anni». (La figlia Vittoria lo ascolta e, forse, parla un po’ a lei e un po’ a noi) «Ho avuto un’educazione molto dura, noi siamo quello che riceviamo dalla nostra famiglia. In questo tempo vengono sempre di più a mancare le famiglie. Educazione, spirito di sacrificio, valori che si stanno perdendo. Vittoria sa chi siamo, come ci comportiamo, ha i nostri stessi principi. Siamo una famiglia senza dubbio agiata, il lavoro ci ha permesso una condizione da benestanti ma conosciamo il valore dei soldi. Le cose si ottengono con la fatica, l’impegno. Il sacrificio, le rinunce». La più grande rinuncia? «Il lavoro mi porta spesso lontano dalla famiglia. Non aver visto tutti i momenti di crescita di mia figlia è stata una grande privazione. Vederla di colpo cresciuta ti rende amaramente consapevole che hai perso qualche passaggio. Per ogni cosa c’è un prezzo da pagare. Ecco, ho scritto questo libro anche per dare ancora più dignità al senso del lavoro. La fatica è una medicina pure contro lo stress mentale». A proposito di stress, come andò con quel retropassaggio sbagliato a Montecarlo? «Andò che alla prima partita da titolare con la Juve mi ritrovai sulla prima pagina di un giornale nazionale con il titolo "Nel Principato sbaglia il Conte". Era la mia prima vera partita e avevo commesso un gravissimo errore. Iniziai a dubitare sulla mia capacità di poter giocare a questo livello. Pensai anche “ma chi me lo ha fatto fare”. A Lecce ero con i miei amici, la mia famiglia, andavo al mare fino a novembre. A Torino ero da solo, avevo 21 anni. Ero con i miei idoli, Schillaci, Tacconi, Baggio, ma all’inizio mi sentivo fuori posto. Se qualcuno mi avesse detto allora quello che avrei vinto in 13 anni avrei pensato: “Sta fuori di testa”. Invece proprio quel retropassaggio così mortificante mi spinse a reagire. Trapattoni, uno tra i più bravi allenatori che ho avuto, mi vide giù e disse: “Non stai mica pensando ancora a ieri”. Qualcosa scattò in me. Non volevo tornare a Lecce da sconfitto. Ecco, io penso che l’allenatore, così come fece con me Trapattoni, debba saper arrivare al cuore e alla testa dei calciatori. Le gambe forse sono l’ultima cosa». Lo pensa davvero? «Durante l’allenamento devi ripetere, ripetere e ancora ripetere i gesti fino a farli apparire semplici a chi li guarda. Solo tu sai quanta fatica ci è voluta. L’allenatore non deve essere duro, ma giusto. Meglio una brutta verità che una bella bugia. Mai illudere un calciatore, semplice dire: “La prossima partita la giochi tu” anche se sai che non è vero. Dire la verità significa rispetto». Tutti i giocatori che ha allenato le riconoscono un grande carisma, un modo unico di entrare nella testa, ma non ce n’è uno che non dica: sì ma i suoi allenamenti sono durissimi. Quando qualcuno si lamenta cosa fa? «Una volta il capitano del Chelsea venne a chiedere di rallentare il ritmo, di fare meno sedute video. Io acconsentii soprattutto rispettando la loro cultura, il loro modo differente di vivere il calcio. Quando sei in un Paese diverso dal tuo devi essere attento a non stravolgere troppo. Ebbene, perdemmo due partite di fila e ho rischiato di essere esonerato. Da allora penso che se devo “morire” in qualche scelta e situazione da affrontare, lo devo fare a modo mio e non per mano di altri. Questo è il metodo, il trust in process come dicono gli inglesi. Tenere fermo il punto delle scelte. La ricerca del consenso a tutti i costi è un’autocondanna. E se penso alla durezza degli allenamenti, sorrido. Zidane e Del Piero si allenavano in modo molto più duro. Oggi si fa un terzo di quello che facevamo noi. Il lavoro va naturalmente legato ai risultati, mi è capitato di allenare squadre dove dopo un po’ i calciatori stessi cercavano situazioni di fatica. Questo vuol dire per me aver ottenuto il risultato». A Napoli è successo? «I ragazzi sono stati sempre disponibili, mi hanno seguito fin dal primo giorno, e alla fine sono riusciti a mentalizzare il concetto di fatica, di sacrificio. Certo, a questa squadra all’inizio mancava quello che io chiamo il coltello nel calzino. Serve cattiveria sportiva, si va in guerra senza scrupoli. Poi lo hanno trovato, altrimenti non avremmo vinto il campionato. Quando alla Juve arrivò Carlos Tevez sapevamo tutti che era un campione straordinario, ma arrivò da noi con una fama di ragazzo non proprio semplice da gestire. Ebbe un inizio un po’ complicato di adattamento, ma poi a un certo punto diventò il primo in tutto nel dare l’esempio. Con ciascuno bisogna trovare la chiave di accesso. Mi costa a volte anche incazzature forti ma va bene così. Guardo all’aspetto umano e all’obiettivo». Si è mai pentito di aver esagerato con qualcuno, di essere stato eccessivamente duro? «Il confronto duro se lo hai col singolo non è mai semplice. Non ho mai goduto di un rimprovero forte, se l’ho fatto è perché lo ritenevo necessario, rammaricandomi del fatto di non esser riuscito ad arrivare in un altro modo. Ci sono però delle situazioni in cui devono percepire che sono molto arrabbiato. L’ultima in questa stagione è successa con i ragazzi dopo la sconfitta a Como. Eravamo 1-1 all’intervallo, hanno vinto loro nel secondo tempo perché hanno avuto più fame. Beh, lì sono stato durissimo. Si può perdere ma non perché gli altri hanno più cattiveria, più ambizione». Qual è stata la partita in cui ha avuto la sensazione che poteva vincere lo scudetto? «Quella con l’Inter, recuperare lo svantaggio, rischiare di vincere. Dissi pubblicamente per la prima volta: “Se vogliamo, possiamo”. Era un messaggio per i miei ragazzi. Ci credevo, dovevano farlo anche loro. Poi nel calcio c’è sempre l’imponderabile. Il pareggio col Genoa ha rischiato seriamente di compromettere lo scudetto: il difensore centrale intercetta un passaggio filtrante nella sua metà campo, passa il pallone e inizia a girovagare nella nostra area, finisce al terzino sinistro che riesce a crossare nonostante io urli a Politano di impedire il cross, e il difensore Vásquez fa gol nonostante fosse in mezzo a tre nostri giocatori». Prima ha detto che le gambe sono l’ultima cosa… «Il calcio è gesti e situazioni memorizzate. Le prepari e le martelli migliaia di volte. Voglio che il mio giocatore giochi la partita prima ancora di giocarla veramente, riconosca in anticipo le situazioni. Perché ci sono cose inallenabili, quelle che accadono in campo. Ma se fai e rifai mille volte un gesto, sarai pronto. Questo metodo mi auguro possa essere di ispirazione in altri ambiti lavorativi, anche per implementare la propria leadership». Che di questi tempi è merce scarsa. «Essere esemplari, valorizzare le competenze specifiche con la volontà di spostare avanti i limiti, soprattutto quelli considerati insuperabili. Ma non esistono scorciatoie». L’allenatore oggi è un manager. Onori e oneri. «L’allenatore è il ruolo peggiore, si prende carico dei problemi di tutti. Gli viene consegnato un patrimonio dalla società: sta alla sua capacità farlo crescere, depauperarlo o lasciarlo così com’è. Non è semplice, non consiglierei alle persone a cui voglio bene di fare questo mestiere, la pressione se non sei forte ti consuma». È un uomo solo? «Odio stare solo ma so che le decisioni si prendono così. Lo staff però è importante, mi piace avere collaboratori che non siano compiacenti. Il confronto dev’essere leale, così può essere costruttivo. Ascolto tutti, poi tocca a me decidere». Come la decisione di restare a Napoli. O attribuisce a sua moglie Betta qualche merito? «La famiglia è un punto di riferimento ma certe scelte le faccio io. Mia moglie, mia figlia stanno molto bene a Napoli ed è un dato di fatto. Ma poi sono io che devo allenare tutti i giorni una squadra, loro non c’entrano nulla». A proposito com’è andata con De Laurentiis? «Nel nostro incontro ci siamo chiariti, parlare è stato fondamentale. Lui ha capito gli errori o comunque le situazioni che devono essere migliorate. Ho un contratto e il chiarimento è stato il punto chiave. Il resto sono state voci che hanno fatto male, non hanno tenuto conto di come sono fatto io». Lei ha scritto: «Chi si arrende in allenamento, si arrende in partita. Non odiare l’avversario ma la sconfitta. Ascoltare le persone ma non all’infinito. Ripetere, ripetere e ancora ripetere. Ciò che conta sono quelli che restano quando è difficile restare. L’allenamento comincia da come ti allacci le scarpette. In successione: esplora, studia, prova, sbaglia, correggi e naviga. Scorci di parole, utili per allenare e vincere cinque scudetti, centinaia di partite. Portare il Napoli allo scudetto numero quattro. Gestire campioni. Ma anche per molto, molto altro». Conte, le piace il suo libro? «Sì, mi rispecchia completamente. Un libro serio, autentico. Con parole mie senza citazioni. C’è il mio vissuto».
  4. https://x.com/BlastometroTW/status/1936006612671775066?t=Nr9LEYQiHciUrAuAuzSvrQ&s=19
  5. https://x.com/Lamantino22/status/1935461453009424544?t=rYHffJnzM5MSpe2wvZ8Bww&s=19
  6. JUVE SUL CENTRAVANTI OSIMHEN IL PREFERITO MATEUS PER IL CENTRO L’ex Napoli è il primo obiettivo per Tudor. Difficile Tonali, si cercano ritocchi in mezzo e per la difesa di Filippo Cornacchia INVIATO A WASHINGTON D.C. (USA) · 18 giu 2025 È cambiato il destinatario, ma la lettera dei desideri di Igor Tudor è rimasta la stessa e il primo nome sottolineato in rosso resta quello di Victor Osimhen. In generale, sono almeno tre i colpi immaginati dal croato per rifinire al meglio la Juventus. Magari quattro/cinque se le cessioni si incastreranno in un certo modo. L’allenatore di Spalato lo aveva detto all’ex dt Cristiano Giuntoli a fine campionato e lo ha ripetuto negli ultimi giorni al nuovo dg Damien Comolli e al suo braccio destro Giorgio Chiellini. Gli allenamenti negli Stati Uniti di questi giorni non hanno spostato di una virgola le idee. Igor ha ritrovato per la prima volta in gruppo Gleison Bremer e riabbracciato Federico Gatti e Teun Koopmeiners, quasi sempre infortunati nella volata per il quarto posto: tre rinforzi preziosi ai quali se ne dovranno aggiungere altrettanti. Mentre Tudor prova a trascinare la Signora il più avanti possibile al Mondiale per Club, Comolli cerca di soddisfare le esigenze dell’ex difensore. I contatti tra i due non si sono mai interrotti, nemmeno a distanza, ma nelle prossime ore il manager francese sarà a Washington insieme a John Elkann e non mancherà l’occasione per confrontarsi di persona un po’ su tutto. A partire dal casting per i nuovi dirigenti. Per il ruolo di dt si rafforza la candidatura di Goretti della Fiorentina, mentre Ghisolfi (ex Roma) s’aggiunge alla lista dei ds. Osi e i suoi fratelli La priorità di Tudor, ottimista sulla permanenza di Randal Kolo Muani in prestito dal Psg, resta l’altro centravanti. In attesa dell’imminente confronto con Dusan Vlahovic e con il suo entourage (il contratto del serbo scade nel 2026), Comolli continua a muoversi su più tavoli. Il preferito di Igor è sempre Osimhen. Il nigeriano, rientrato al Napoli dopo i 37 gol messi a segno nel prestito al Galatasaray, allunga le difese e segna in tutti i modi. Giuntoli, sfruttando il feeling dei tempi napoletani, prima del ribaltone societario aveva incassato la disponibilità del bomber. Comolli nei giorni scorsi ha rinfrescato il canale con gli agenti di Osimhen e al momento giusto proverà a tentare il club di Aurelio De Laurentiis. La clausola da 75 milioni vale soltanto per l’estero e scade a metà luglio. La Juventus c’è e si gioca le proprie carte – a partire dalla possibilità di sfruttare gli sgravi fiscali del Decreto crescita, che la punta conserva tuttora – ma allo stesso tempo è consapevole di non correre sola: dal Psg all’Al Hilal, dal Galatasaray alla Premier. Per tutti questi motivi, Comolli non molla Viktor Gyokeres, l’uomo dei sogni da 54 gol in 52 partite con lo Sporting. I contatti proseguono, però in questo caso il pericolo inglese sembra pure superiore: l’Arsenal fa sul serio e il Manchester United non si è ancora rassegnato. Tra i due super goleador, resiste Mateo Retegui (Atalanta), cannoniere dell’ultima Serie A. E occhio a Santiago Castro, profilo diverso per età e caratteristiche: l’argentino piace a prescindere, Bologna permettendo. Spunta Mateus Un paio di ritocchi verranno effettuati anche tra la mediana e gli esterni. Il sogno Sandro Tonali (Newcastle) sembra ogni giorno più in salita. E se l’Inter vuole blindare Davide Frattesi, l’Atalanta parte da una richiesta di 60-65 milioni per Ederson. Comolli continua a riflettere, ma intanto esplora nuove occasioni: l’ultima porta al 20enne Mateus Fernandes, retrocesso con il Southampton nella Championship (seconda serie inglese) e assistito da Jorge Mendes, lo stesso agente di Francisco Conceiçao. Il portoghese potrebbe arrivare anche in prestito. Per il restyling degli esterni la Signora ha messo gli occhi su Wesley, terzino destro brasiliano del Flamengo: qualche contatto c’è già stato. Il pupillo di Marsiglia E in difesa? Molto, se non tutto, dipenderà dalle cessioni. Uno esce e uno entra. Se per l’inglese Lloyd Kelly, arrivato a gennaio ma già in bilico, si riaprissero le porte della Premier, il primo pensiero di Tudor, Comolli e Chiellini sarebbe Leonardo Balerdi (Marsiglia), già allenato dal croato in Francia.
  7. Occhi su Wesley La Signora ci prova con il Flamengo Di Filippo Cornacchia INVIATO A WHITE SULPHUR SPRINGS (USA) 17 giu 2025 Il brasiliano nel mirino per la corsia destra Negli Usa possibile incontro col club di Rio La Signora è pronta a fare la spesa anche nelle vetrine del Mondiale per club americano. Il nuovo direttore generale Damien Comolli, atteso negli Stati Uniti in tempo per il debutto della Juventus contro l’Al Ain (domani alle 3 di notte, orario italiano), ha messo nel mirino Wesley, 21enne laterale destro del Flamengo. È più che un’idea e la pista è destinata a scaldarsi ancora di più nei prossimi giorni: la Juventus e il Flamengo non si sfideranno nella fase a gironi del torneo Fifa, ma nel weekend si incroceranno a Filadelfia, dove saranno protagonisti entrambi nella seconda giornata: i brasiliani venerdì col Chelsea e la squadra di Igor Tudor domenica (22 giugno) contro i marocchini del Wydad Casablanca. La Juventus è sulle tracce del terzino da un po’ e i contatti sono destinati a intensificarsi, ma la Signora non corre da sola. Il prezzo? Intorno ai 20 milioni. Nella Seleçao di Carletto Tudor ha chiesto un paio di esterni per il suo 3-4-2-1/3-4-3 e il pendolino del club di Rio è in grande ascesa nelle liste di Comolli. Le questioni tecniche si intrecciano a quelle anagrafiche: Wesley è un classe 2003 e ha ampi margini di miglioramento, ma è già titolare nel Flamengo e nel giro della di Carlo Ancelotti. Positivi tanto i giudizi sul suo conto quanto i numeri: 23 presenze, un gol e 2 assist nel 2025. Il brasiliano nel Flamengo gioca nella difesa a 4, però come tutti i laterali verdeoro, sempre abili a spingere, il passaggio al 3-4-2-1 di Tudor non solo sarebbe quasi naturale ma potrebbe pure aiutarlo ad esaltarsi e a completarsi tatticamente. Sulla carta Wesley non esclude a priori Nuno Tavares della Lazio, che è mancino e gioca a sinistra: tutto o quasi dipenderà dalle cessioni. Se la Juventus in questo momento cerca su entrambe le corsie è perché Andrea Cambiaso, intoccabile per il club e per Tudor, può essere impiegato indifferentemente a destra e a sinistra. Maestri di Juve Una cosa è certa: se il dg Comolli dovesse arrivare al traguardo, per Wesley potrebbe essere più semplice e veloce del previsto ambientarsi alla Juventus. Al Flamengo gioca insieme a due grandi ex bianconeri: l’ex capitano Danilo e Alex Sandro, che condivide con il Pallone d’oro Pavel Nedved il record di giocatore straniero con il maggior numero di presenze in bianconero (327). Il centrale e il terzino hanno vinto tanto a Torino e mantengono tuttora grandi legami nell’ambiente. Wesley, nel caso, potrà chiedere consigli sull’Italia e la Serie A anche all’azzurro Jorginho, unitosi al club di Rio giusto in tempo per essere protagonista al Mondiale per Club.
  8. Fedeltà Cambiaso «Non ho chiesto di andare via» L’esterno spiega: «Il periodo difficile è alle spalle, so che la società e il mister stravedono per me» In bianconero ha vinto una Coppa Italia Di Fabiana Della Valle INVIATA A WHITE SULPHUR SPRING (USA) · 16 giu 2025 Siamo contenti per la conferma di Tudor: è stato molto bravo Motta è un grande tecnico ma qualcosa non è scattato Elkann ci ha fatto un bel discorso prima del Mondiale Il futuro è di Yildiz: ha i mezzi per diventare un fuoriclasse Andrea Cambiaso non è tipo da giacca e cravatta, preferisce abiti comodi e sportivi anche per deformazione professionale, però ha apprezzato la cravatta con cui John Elkann si è presentato alla Continassa per l’in bocca al lupo alla squadra prima della partenza per il Mondiale per Club. «Ci ha mostrato il ricamo delle coppe internazionali. Sarebbe bello regalargliene una nuova, con un trofeo in più...». ▶ Cambiaso, che cosa rappresenta il Mondiale, soprattutto per voi italiani che non lo avete mai giocato con la Nazionale? «Una grandissima opportunità. Noi ne siamo consapevoli ed Elkann ce l’ha ricordato: ha fatto un bel discorso alla Continassa, dicendoci che è un privilegio essere qua, perciò vogliamo affrontarlo bene e faremo il possibile per vincere. Siamo pieni di entusiasmo». ▶ Che torneo s’aspetta? «Non lo sappiamo nemmeno noi perché è una prima volta: sarà una sorpresa ma esserci al debutto è già qualcosa di grande. Sicuramente arriviamo tutti stanchi ma giocare è il nostro lavoro e una cosa bella». ▶Come si gestisce un torneo così lungo a livello fisico e mentale? «Nel calcio si giocherà sempre di più. Dobbiamo solo lavorare, affrontando le partite nel miglior modo possibile. Certo, è difficile tenere la qualità alta così a lungo. La carriera di un calciatore è destinata a essere più breve per il numero sempre più elevato di partite. Pensate a Yamal, fenomeno assoluto che a 17-18 anni ha giocato già più di 100 partite. Per forza la carriera si accorcerà, però fa parte della crescita e dello sviluppo dello sport». ▶È vero che la squadra tifava per la conferma di Tudor? «Verissimo. Il mister ha centrato l’obiettivo della Champions, meritandosi la conferma, e con noi si è presentato molto bene, aiutandoci in un momento delicato in cui non c’era tempo per sperimentare. Dovevamo solo centrare l’obiettivo, perciò ha lavorato tanto sull’aspetto mentale ed è stato molto bravo. Adesso sarà diverso, faremo la preparazione con lui e si potrà lavorare di più tatticamente. Abbiamo già annusato qualcosa. Siamo tutti molto contenti di andare avanti con lui». ▶ Comolli nel presentarsi ha parlato di ossessione della vittoria: anche la squadra ce l’ha? «Inevitabilmente sì, perché quando sei alla Juventus la percepisci in ogni angolo della Continassa. Dobbiamo avere l’ossessione di vincere, il sogno è riuscirci anche al Mondiale. Sicuramente superare il girone è un obiettivo, poi si vedrà». ▶ Chi è il leader tecnico di questa Juventus? «Ci sono tanti giocatori di livello, ma il futuro è di Yildiz: ha le qualità per diventare un fuoriclasse». ▶ Che cosa vi ha detto Tudor per motivarvi? «Di concentrarci molto sul presente, provando a vincere ogni partita. In queste competizioni che durano un mese se azzecchi una o due partite ti ritrovi nel round finale». ▶Lei è legatissimo ad Allegri, che la vorrebbe al Milan, ed è stato cercato dal Napoli: resterà alla Juve al 100%? «Io non ho ricevuto chiamate, magari i miei agenti sì. Di sicuro nella vita c’è solo la morte però io sono felice qua. Con Tudor non ho parlato ma so che la società e il mister stravedono per me. Sento la fiducia di tutti, sto bene a Torino e non ho mai chiesto di andare via». ▶Guardiola, che la voleva al City a gennaio, l’ha più chiamata? «No». ▶Si sente al centro del progetto e anche uno dei leader del futuro? «Dal punto di vista personale e mentale ho fatto grandi progressi. È una stagione difficile anche per me, la seconda parte non è andata come avrei voluto, ma ora mi sono messo tutto alle spalle. Ora mi sento bene e la condizione crescerà con le partite. Ho avuto problemi fisici che mi hanno condizionato pesantemente ma nulla di più, ho 25 anni e gioco nella Juventus, altri problemi non ne ho». ▶ Gattuso è il nuovo c.t. Vi siete già sentiti? «Ancora no, ma mi fa molto piacere. Speriamo di tornare in America l’estate prossima con l’Italia». ▶ Che cosa non ha funzionato con Motta? «Non lo so, però a metà agosto scorso non avrei mai detto che sarebbe andata a finire così. Mi dispiace perché io lo conosco bene, l’ho avuto al Bologna e penso che sia un grandissimo allenatore, ma qualcosa non è scattato, lo dicono i risultati».
  9. Quote Sisal Paris Saint Germain 5.00 Real Madrid 6.00 Manchester City 6.00 Bayern Monaco 7.50 Chelsea 12.00 Atletico Madrid 16.00 Inter 16.00 Borussia Dortmund 25.00 Juventus 25.00 Benfica 33.00 Flamengo 33.00 Palmeiras 33.00 Porto 66.00 Al Hilal 66.00 River Plate 66.00 Fluminense 66.00 Botafogo 66.00 Boca Juniors 100.00
  10. https://www.dagospia.com/cronache/e-morto-l-avvocato-dell-avvocato-se-ne-95-anni-franzo-grande-stevens-437783
  11. andrea

    Roberto Tricella

    Da ragazzino dell’Inter sfidò la Seleçao: «In 20 minuti mi fecero due tunnel». Capitano del grande Verona: «Un mio gol scacciò la crisi e partì l’avventura. Boniperti ci accoglieva tra le coppe» 11 giu 2025 Il debutto internazionale avvenne prima di quello in Serie A. Era un’amichevole, d’accordo, ma di livello extra. Inter-Brasile, 13 aprile 1978. San Siro colmo oltre la misura, festa per i 70 anni del club nerazzurro: invitata di lusso, la «Avevano Zico, Rivelino, Cerezo, Dirceu. Ricordo un terzino sinistro che si piantava sulla linea laterale: guardavo dalla panchina, lo servivano continuamente con un cambio di campo. Bam, stop di petto e giocata. Entro a 20 minuti dalla fine, prendo due tunnel, uno volontario, usato per fare un passaggio. Perdiamo 2-0, una partita così. Ma che giocatori avevano». Roberto Tricella a 66 anni racconta di avere smesso con il lavoro: ha diviso la sua vita a metà. «I primi 33 nel calcio, gli altri nel settore immobiliare, che mi ha aiutato tantissimo per il post carriera. Da gennaio mi sento in pensione. Quando smisi di giocare, potevo restare nel calcio come dirigente nel Verona, ma non si concretizzò in fretta». Vede calcio, è un tifoso di ritorno del Milan, ha appena trascorso un mese di celebrazioni, incontri e ricordi per i 40 anni dello scudetto del Verona, maggio 1985, squadra di cui lui era capitano. ▶ I ricordi belli del passato? «Certo. E se ho un rammarico, è quello di non aver vinto anche la Coppa Italia, nonostante due finali con l’Hellas. E lo stress nell’anno dello scudetto non esisteva. Quando vinci, non può esistere stress, anche se arrivammo alla fine con il braccino. Non fu un miracolo, ma la costruzione di una squadra con innesti giusti anno dopo anno. Io ero arrivato sei anni prima». ▶ Se lo scudetto con l’Hellas è stato il punto più alto, come si passa da ragazzino mandato in provincia alla Juve con cui quasi chiuse la carriera, prima dell’ultimo stop a Bologna? «All’Inter ero chiuso da Bini e da altri liberi. Però all’ini­zio con Ber­sel­lini pote­vamo vin­cere lo scu­detto, invece lo prese il Milan per gra­zia rice­vuta. Per­de­vamo troppi punti dopo essere andati in van­tag­gio, come anche nel famoso derby del 2-2 con dop­pietta di De Vec­chi. Un gol su puni­zione, uno con un tiro da fuori e ci man­dano in ritiro puni­tivo. Quel giorno com­pivo 20 anni e dovevo stare in ritiro. All’Inter ho vis­suto l’ultimo anno di Maz­zola, al Verona l’ultimo di Bonin­se­gna. Lo vedevo già da ragaz­zino neraz­zurro, in alle­na­mento: tiri al volo a ripe­ti­zione, un cross e lui col­piva sem­pre bene. A Verona ci alle­nava Vene­randa: pre­pa­ra­zione allu­ci­nante, ma Bobo si fermò per non infor­tu­narsi. Nella prima par­tita, a Cesena, stiamo vin­cendo con un suo gol. Verso la fine esco dall’area palla al piede, la perdo e quasi pareg­giano. Bonin­se­gna parte dall’altra parte del campo per venirmi a sgri­dare. Non aveva ancora fatto uno scatto così. A 20 anni fai cose che ti sem­brano bel­lis­sime e invece non sono con­crete». Com’era il metodo Bagnoli? «Il cal­cio è strano: dopo che ci aveva por­tato in A, per­diamo le prime due par­tite e si parla di eso­nero. Alla terza bat­tiamo la Juve, con gol mio e di Fanna, e parte l’avven­tura. Il cal­cio è anche sem­plice. Lui creava la spina dor­sale: por­tiere, cen­trale difen­sivo, regi­sta, cen­tra­vanti grande, più una punta pic­cola vicina. Poi met­teva gli uomini giu­sti nelle altre posi­zioni. Diceva che il gioco veniva da sé, senza grandi stra­vol­gi­menti. Aveva ragione». ▶ Che differenza c’era tra i silenzi di Bagnoli e quelli di Zoff, suo allenatore alla Juve? «Ho molto rispetto per gli alle­na­tori, devono tenere insieme un gruppo di per­sone. Zoff era bravo, ma mi sem­brava più un sele­zio­na­tore da nazio­nale, infatti fece benis­simo da ct dell’Ita­lia. Bagnoli invece era un alle­na­tore di tutti i giorni». È vero che lei firmava sempre contratti annuali? «Sì, all’epoca usava così. Un anno, poi se ti fai male sono affari tuoi. Ave­vamo un’assi­cu­ra­zione pri­vata, ma un cro­ciato signi­fi­cava la fine. Il primo trien­nale me l’hanno fatto l’anno dopo quello dello scu­detto. Infatti poi mi hanno ven­duto alla Juve». Un giornale titolò: Tricella, lasciare Giulietta e sbagliare signora. Fu così? «No. Stavo bene a Verona, ma se c’era la pos­si­bi­lità di una grande squa­dra... Prima potevo andare al Napoli, che poi vinse lo scu­detto. All’Inter, idem. Alla Juve non è andata benis­simo, però pren­demmo una Coppa Ita­lia e una Coppa Uefa. Boni­perti ci acco­glieva nella stanza dei tro­fei per farci vedere che lì si doveva vin­cere, ma lo sape­vamo. Ho avuto la fortuna di giocare un anno con Scirea." Cernusco il paese dei tre liberi, si è sempre scritto così. La ripetiamo? «Sì, per­ché magari qual­cuno non la ricorda. E poi non c’è più nem­meno il ruolo, del libero. Siamo di Cer­nu­sco io, Sci­rea e Gal­biati, anche se Gai cambiò paese da bam­bino. Nel mio ruolo io guar­davo Baresi e lui. Stiamo par­lando di 10 e lode e 10 e lode più. Gai aveva qual­cosa in più. Sapeva fare tutto. In difesa, sapeva gio­care senza palla, segnava anche diversi gol. Gli arri­vava palla da 90 metri e la met­teva giù, facen­dolo sem­brare il gesto più sem­plice del mondo. Sci­rea faceva appa­rire nor­male ciò che è dif­fi­cile: la sua gran­dezza». Lei ha giocato 139 partite consecutive: significano niente infortuni e niente falli gravi? «Vuol dire farsi ammo­nire, ma la squa­li­fica scat­tava se avevi 4 ammo­ni­zioni per la stessa infra­zione. Era più facile scap­parci, anche se un arbi­tro, Bal­das, mi ammo­niva sem­pre, per pro­te­ste. Avevo un brutto vizio, quando pro­te­stavo alzavo il dito e non pia­ceva. Era meglio tenere le mani die­tro e dire di tutto». È sempre tifoso del Milan? «Andai all’Inter a 13 anni, ma il mio idolo era Rivera. Nelle gio­va­nili facevo anche il cen­tra­vanti arre­trato, senza mai segnare, ma ne facevo fare. Ci davano la tes­sera per i distinti a San Siro, potevi entrate indif­fe­ren­te­mente con Milan e Inter, io andavo a vedere i ros­so­neri. Poi quando gio­chi ti passa, quando ho smesso per più di 20 anni guar­davo le mie ex squa­dre. Fra l’altro, dei miei 11 gol in car­riera tre li ho fatti pro­prio al Milan. Adesso però sento qual­cosa den­tro quando gioca il Milan. Sono tor­nato un tifoso come quando ero ragaz­zino».
  12. A proposito di diritti tv https://x.com/SandroSca/status/1933147616440926397?t=veoqhgHLlis0oDkN0rZ0wA&s=19
  13. Vabbè https://x.com/BFC19091/status/1932717184834470074?t=PxYfBkSGWWGKJyK8F18xyw&s=19
  14. L'idea di Pistocchi https://x.com/pisto_gol/status/1932558390372229357?t=cjxL9Yu8QtuvU4i2zhZ_rg&s=19
  15. PER TUDOR SPUNTA CASTRO BALERDI IL PALLINO E PIACE FRATTESI L’argentino del Bologna l’ultima idea per l’attacco, si aggiunge al sogno Gyokeres e a Retegui Caccia agli italiani: sale l’interista. Tavares in fascia Di Filippo Cornacchia TORINO · 11 giu 2025 Un ritocco in difesa, un paio di colpi tra centrocampo e fasce. E soprattutto un nuovo attaccante: l’ultimo nome a stuzzicare la Juventus è Santiago Castro del Bologna. La nuova Signora progetta almeno quattro rinforzi per permettere a Igor Tudor di essere fin da subito competitivo su tutti i fronti. Nessuna smobilitazione, ma innesti mirati per alzare la qualità della rosa e rinforzare lo spessore dello spogliatoio. Non a caso tra le priorità di Comolli, francese cresciuto con il mito della leggenda bianconera Michel Platini, c’è anche quella di dare una spruzzata d’azzurro Italia alla squadra. Da Gyokeres a Castro Comolli presto parlerà con Vlahovic, ma salvo miracolose inversioni a “U” del serbo, l’impressione è che il nuovo direttore generale si troverà nella stessa situazione del predecessore Cristiano Giuntoli: ossia con uno dei migliori giocatori della rosa che non intende rinnovare il contratto in scadenza tra un anno (giugno 2026). In quel caso, la cessione di DV9 diverrebbe inevitabile (continua il pressing del Fenerbahçe di Mourinho) e indispensabile sarebbe l’acquisto di una punta al netto dell’ottimismo sul prestito bis di Randal Kolo Muani, di proprietà del Psg. Tra il sogno Viktor Gyokeres (Sporting) e il capocannoniere dell’ultimo campionato Mateo Retegui (Atalanta), spunta Santiago Castro. Il 20enne argentino – 10 gol e 8 assist nell’ultima stagione – è più che un’idea alla Continassa. La Juventus non si è ancora fatta avanti con il Bologna, ma potrebbe farlo presto. Dipenderà dalle valutazioni e dai vari incastri di mercato. A partire dalla ricca concorrenza araba e inglese per il bomber Gyokeres (54 reti) e per Retegui (28 gol). Castro piace tanto alla Continassa, però farsi aprire la porta dal club emiliano non sarà semplice. E nemmeno scontato. Giugno è il tempo delle valutazioni e delle riflessioni. Non ancora quello degli affondi, soprattutto per la Juventus che punta a rinforzarsi al rientro dal Mondiale per Club negli Usa. Sullo sfondo rimangono Ramos (Psg) e lo svincolato David (ex Lilla), segnalato sempre più freddo. In mezzo Dall’attacco al centrocampo. Comolli e Chiellini, almeno a livello di idee e strategie, vorrebbero piazzare una-due bandierine italiane tra difesa e mediana. La strada per Sandro Tonali, corteggiato nei mesi scorsi dall’ex dt Cristiano Giuntoli, non è chiusa, però pare ogni giorno più in salita: il Newcastle si è qualificato in Champions e non vuole rinunciare all’ex rossonero. Alla Continassa non mollano, ma intanto ripensano a un altro “giovane-vecchio” pallino azzurro: Davide Frattesi dell’Inter. In lista anche Florentino del Benfica. Gli altri Sulla carta, almeno a livello numerico, la difesa non avrebbe bisogno di ritocchi con i rientri degli infortunati Gleison Bremer e Juan Cabal. Eppure qualcosa potrebbe muoversi in uscita, tanto che la Juventus ha messo nel mirino Leonardo Balerdi, pretoriano di Tudor ai tempi del Marsiglia. I francesi non vorrebbero cedere il proprio capitano, almeno per ora, ma i bianconeri proveranno a tentare la squadra di De Zerbi offrendo soldi e uno tra Nico Gonzalez (piace anche in Premier) e Mbangula come contropartite. Nei radar restano i giovani italiani Leoni (Parma) e Comuzzo (Fiorentina), seguiti da tutte le big di Serie A. Le fasce di Tudor verranno rinfrescate: antenne dritte su Nuno Tavares della Lazio, mentre si registra un certo traffico per Miguel Gutierrez del Girona.
  16. Ovviamente Gravina non ha colpe https://www.dagospia.com/sport/giornalaccio rosa-incalzare-gabriele-gravina-attacca-ranieri-per-all-italia-437453
  17. https://x.com/capuanogio/status/1932513756367692021?t=5gRneb8J7FaAZ3p4Ja9iDw&s=19
  18. andrea

    Simone Pepe

    Simone Pepe Quattro scudetti con la Juventus In Nazionale 23 gare 10 giu 2025 - di G.B. Olivero Un sor­riso non costa nulla, ma non è per que­sto che ogni giorno Simone Pepe ne regala tanti a chiun­que gli sta intorno: «È que­stione di carat­tere. E il mio, me lo lasci dire, non lo cam­bio con nes­suno. Pregi e pure difetti, certo. Mi sono tro­vato bene dap­per­tutto: nord, sud, Sici­lia, Sar­de­gna, grandi città, pro­vin­cia. Sono stato for­tu­nato a fare la vita che volevo. Ho vinto quat­tro scu­detti con la Juve, ho gio­cato un Mon­diale e vis­suto tutti i miei sogni. Il buo­nu­more mi ha sem­pre accom­pa­gnato. Sono stato fermo due anni per infor­tu­nio, una sof­fe­renza grande, ma non ho mai sal­tato un giorno di alle­na­mento. Arri­vavo a Vinovo, met­tevo la tuta, andavo in campo, guar­davo gli altri e mi chie­devo cosa potessi fare per ren­dermi utile, per aiu­tare i miei com­pa­gni a vin­cere. I cross, i gol e le corse su e giù per la fascia sono impor­tanti, ma poi ci sono altre cose. E allora cer­cavo di sor­ri­dere, di tenere su il morale anche quando si per­deva, di cari­care il gruppo. Se mi vede­vano lì, e sape­vano quanto mi dispia­ceva non poter cor­rere con loro, magari avreb­bero fatto uno scatto in più per me. Che poi, non saranno mica quelli i pro­blemi della vita no?». ▶E nemmeno crescere nel settore giovanile della Roma e andare via senza una presenza. «Tante pan­chine con Capello, ma il campo l’ho visto solo da seduto... Però biso­gna essere one­sti: quella Roma era esa­ge­rata, livello troppo alto. Face­vano un altro sport rispetto a me». ▶ Centravanti, ala destra, seconda punta, esterno a tutta fascia. Che cosa le piaceva di più? «In C e in B segnavo tanto, ma in A da attac­cante non la bec­cavo mai. La mia for­tuna fu cam­biare ruolo e allar­garmi. E rico­no­sco di essere stato molto bravo a rein­ven­tarmi in un ruolo diverso. Accadde a Udine: c’erano sei punte tra cui Di Natale, Qua­glia­rella, Floro Flo­res. Comin­cio il ritiro e Pasquale Marino mi dice: “Simone, apprezzo tan­tis­simo l’impe­gno, vai a 200 all’ora, ma qui non gio­che­rai mai”. Io avevo qual­che pro­po­sta, ma gli rispondo che sarei rima­sto se mi avesse pro­messo di darmi una chance appena pos­si­bile. E così fu. Nelle prime dieci gior­nate gioco al mas­simo un’oretta. Poi a Firenze qual­cuno è infor­tu­nato, qual­cun altro non vuole fare l’esterno e tocca a me: fac­cio un assist a Qua­glia­rella, uno a Di Natale, vin­ciamo 2-1 e non esco più. Un anno dopo sono in Nazio­nale». ▶ Com’è stato l’approdo alla Juve? «Improv­viso ed emo­zio­nante. Fini­sco il cam­pio­nato da gio­ca­tore dell’Udi­nese, il 9 giu­gno firmo con la Juve, sono il primo acqui­sto dell’era Agnelli e parto subito per il Mon­diale con l’Ita­lia. Al ritorno dal Suda­frica mi sono reso conto che la Juve è un mondo a parte: la pres­sione può deva­starti se non sai gestirla. Con Del­neri par­timmo bene, poi a causa anche di qual­che infor­tu­nio ral­len­tammo e chiu­demmo al set­timo posto». ▶ Come fece Conte a cambiare la storia? «Stra­vol­gendo il modo di pen­sare cal­cio. Portò un cam­bia­mento totale nel lavoro a livello tat­tico, fisico, delle cono­scenze. Ini­ziammo in ritiro con il 4-2-4, ma l’arrivo di Vidal lo spinse a modi­fi­care il modulo. Ci sono due aspetti in cui Conte non ha rivali: la pre­pa­ra­zione della gara e la comu­ni­ca­zione con i gio­ca­tori. Tocca sem­pre i tasti giu­sti. Ripenso al famoso discorso a Vinovo durante lo sprint con il Milan nel 2012. Tanti alle­na­tori par­lano, ma non ti resta nulla. Le parole di Conte invece entrano in testa e arri­vano al cuore. Quando dice “Oggi a que­sti gli met­tiamo il campo in salita”, tu te lo imma­gini pro­prio in pen­denza. In set­ti­mana era tipo “si salvi chi può”, eh: una fatica enorme. Però in par­tita al 70’ i nostri avver­sari erano in coma e per noi era come essere al 40’. A Napoli ha fatto un altro capo­la­voro». ▶ Un infortunio alla coscia sinistra le ha fatto perdere due stagioni: 4 presenze tra 2012-13 e 2013-14. «Tro­feo Tim a Bari, un campo inguar­da­bile. Sem­brava uno sti­ra­mento come tanti. Fermo un mese, rien­tro e sento male. Altro mese e stessa sto­ria. Pur­troppo il carico di lavoro deciso dal pro­fes­sor Sassi era ecces­sivo. Rien­travo e mi fer­mavo di con­ti­nuo. Un giorno a fine alle­na­mento cal­cio le puni­zioni con Pirlo e Gio­vinco. Sento un fasti­dio, salgo sul pull­man in dire­zione Milano e quando arrivo ho un ema­toma enorme. A quel punto l’unica strada era l’inter­vento chi­rur­gico: i pro­fes­sori Benazzo e Combi mi ope­ra­rono a Pavia toglien­domi le cal­ci­fi­ca­zioni e una parte di muscolo. Tor­nai a dispo­si­zione, nel frat­tempo era arri­vato Alle­gri e ogni tanto mi faceva gio­care. Ma non ero più quello di prima». ▶ Con la maglia del Chievo ha segnato il primo gol assegnato dalla Goal Line Technology. «Puni­zione con­tro la Roma. Szc­ze­sny fa una parata incre­di­bile. Mani in fac­cia per la dispe­ra­zione. Poi l’arbi­tro guarda l’oro­lo­gio e comin­cio a cor­rere come un pazzo». ▶ Che ricordo è il Mondiale 2010? «Comun­que bello: gio­care per l’Ita­lia è mera­vi­glioso. Fui tito­lare in tutte le par­tite. Pur­troppo non c’era stato ricam­bio gene­ra­zio­nale. Nel 2006 c’erano diciotto cam­pioni e gli altri erano bravi gio­ca­tori. Nel 2010 c’erano diciotto bravi gio­ca­tori e gli altri erano cam­pioni nella fase finale della car­riera». ▶Adesso fa l’agente: qual è il compito più importante nei confronti di un suo assistito? «Inse­gnar­gli a tro­vare la solu­zione, non la scusa. Noi face­vamo così. Io ho avuto lo stesso pro­cu­ra­tore per quin­dici anni e se dovevo par­lare con Marotta o Para­tici andavo da solo. Adesso i ragazzi vogliono un tutor, più che un agente. E noi dob­biamo ade­guarci. Dico loro che la dif­fe­renza grande la fa la con­ti­nuità di ren­di­mento. Hai gio­cato bene dome­nica? Ok, oggi è lunedì. Non se lo ricorda più nes­suno. Quindi testa bassa, peda­lare. E sor­ri­dere. I miei com­pa­gni mi hanno sem­pre voluto bene anche per que­sto».
  19. Esonera Spalletti senza avere il sostituto A Gravina l'unica cosa che riesce bene è affossare la Juve
  20. Sinner deve vincere a Wimbledon, se vincesse lo spagnolo per la terza volta di fila sarebbe una brutta botta
  21. https://x.com/gazzettanothanx/status/1931808454298980788?t=Ev_QGA1BYTJnPXBxpgGTtA&s=19
  22. Qua finisce che prendiamo Spalletti
  23. La Signora parte dal muro In difesa spunta Balerdi il pretoriano di Tudor Di Filippo Cornacchia TORINO - 6 giu 2025 Bianconeri attivi sui giovani italiani Leoni e Comuzzo. E in fascia resiste Gutierrez del Girona La Juve si muove per l’argentino del Marsiglia dopo il riscatto di Kalulu e in attesa di Bremer ll muro prima di tutto, come nelle migliori tradizioni della Signora. Messo il primo mattone con il riscatto dal Milan di Pierre Kalulu e in attesa del ritorno al top di Gleison Bremer, la Juventus è al lavoro per rinfrescare e rinforzare la difesa del futuro. C’è un nome che mette tutti d’accordo, “vecchi” e “nuovi” inquilini della Continassa ed è quello di Leonardo Balerdi, leader e capitano del Marsiglia di Roberto De Zerbi. Il 26enne argentino è un pallino di Igor Tudor, che lo ha allenato nella stagione trascorsa all’OM (2022-23), ma è apprezzato anche da Giorgio Chiellini, professore universitario del ruolo per dirla alla Mourinho. L’ex Boca è un nome che stuzzica anche il nuovo dg bianconero Damien Comolli, che lo ha affrontato più volte ai tempi della presidenza del Tolosa. Il pretoriano duttile La candidatura di Balerdi è uscita rafforzata dai primi vertici di mercato. Gli aspetti tecnici si intrecciano a quelli anagrafici. Balerdi gioca nell’Argentina, ma possiede anche il passaporto italiano. Nel caso, la Juventus non dovrebbe nemmeno occupare uno dei due slot extracomunitari per l’ex Boca Juniors. Più importante e preziosa è la duttilità del classe 1999 cresciuto alla Bombonera. Leonardo può giocare in tutte le posizioni della difesa a tre: al centro e a destra, all’occorrenza anche a sinistra. Tudor lo ha sperimentato di persona – e sul campo – e per questo non ha dubbi sull’ex pretoriano. Gli incastri di mercato sono ancora tanti e variegati, ma Balerdi potrebbe agire con Bremer e indifferentemente con uno tra Kalulu e Gatti. Senza contare che per il brasiliano, pronto a riunirsi al gruppo in tempo per il Mondiale per Club di metà mese negli Usa, va messa in conto una stagione 202526 con qualche fisiologico “basso” dopo il grave infortunio ai legamenti del ginocchio e il lungo stop. La sensazione è che il reparto subirà una ristrutturazione. Non a caso, cessioni permettendo, nei pensieri della Juventus resiste l’idea di aggiungere anche un pezzo giovane e italiano: i preferiti sono il 18enne Giovanni Leoni (Parma) e il 20enne Pietro Comuzzo (Fiorentina), entrambi nei radar delle big di Serie A. OM e... Roma Comolli e Chiellini, che hanno deciso di rinunciare al prestito bis di Renato Veiga (tornato al Chelsea), nelle prossime settimane proveranno a tentare il Marsiglia. I rapporti sono ottimi tanto a livello di vertici – il presidente Longoria in passato ha lavorato in bianconero come capo scout e ha incrociato spesso Comolli e Chiellini nelle riunioni dell’Eca – quanto di dirigenza: il ds dei francesi è Medhi Benatia, ex compagno di Chiellini ai tempi della Juventus. Il feeling tra la Signora e il Marsiglia è un ottimo punto di partenza. Anche se al Velodrome, almeno per il momento, non vorrebbero privarsi dell’argentino. Nel calcio, però, tutto può cambiare in fretta. La Juventus c’è, ma non corre da sola: Balerdi è un obiettivo della Roma di Gasperini, intrigato dal centrale già ai tempi dell’Atalanta. Dal centro alle fasce: nella lista bianconera resiste il nome di Miguel Gutierrez del Girona.
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